ALBERTO CANTONI

SCARICALASINO

GROTTESCHI

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Scaricalasino, Grotteschi, G. Barbèra, Editore, Firenze, 1901.

I.

 — .....Insomma c’è o non c’è?

— Faccio questa strada da sei anni e ancora non me lo so dire. Adesso il villaggio si chiama Monghidoro. C’è chi vuole che sia un nome vecchio.

— Ma perchè lo chiamavano a quella maniera?

— Perchè i montanari convenivano qui colle castagne, i pianigiani col frumento, e tutti, scaricato l’asino, tornavano su o giù dopo di avere scambiato in natura i loro prodotti.

— Bei tempi. E adesso?

— Adesso non ho mai visto scambiare in natura che tre o quattro schiaffi. Il primo ad alzar la mano fu un tale che disse leticando a gran voce: Guarda che ti do uno schiaffo! Non aveva ancor finito di dire, che già lo aveva dato e preso. Vai, Francesina. —

Queste poche parole furono scambiate fra un giovine detto Pio Paletti e il vetturino di Scaricalasino. Quello, arrivato per ultimo nella piazzetta della Mercanzia a Bologna, aveva dovuto contentarsi della serpe, un poco più tarlata del rimanente dell’omnibus, nonchè della compagnia del vetturino e di due cavalle restie, la più pigra delle quali si chiamava Francesina.

Appena l’omnibus ebbe valicato un’erta alquanto ardita, Pio tornò a parlare e disse:

— Avete molta gente oggi!

— Oggi sì.

— E allegra. Ma non mi pare che parlino bolognese.

— No. Sono foresti, mandati in casa della signora Rosina da un loro collega giornalista, che sta a Bologna da un pezzo. Ci viene anche lui per le vacanze.

— Oh bella! — sclamò Pio alquanto esilarato.— Sono giornalisti! Ora capisco perchè parlano tutti in una volta. Fanno una passeggiata montanina ad uso mio. E la signora Rosina chi è?

— La padrona del primo albergo, dove dovrà andare anche Lei, se vorrà star bene.

— Volontieri. Che ci sia posto per tutti?

— Alla meglio.

— Quando è così, conviene che mi presenti. —

Levò di tasca un biglietto di visita e picchiò adagino sul piccolo vetro chiuso che aveva dietro di sè.

I giornalisti tacquero tutti a un tratto e il più vicino aperse.

— Che c’è?

— Sono Pio Paletti — e pôrse nome e cognome.

— Il commediografo?... Già, è vero, vi ho visto fare la riverenza a teatro più di una volta.

— Oh bella, bella! Pio Paletti!! — E giù una gran risata. Tutti sei.

Pio si voltò indietro del tutto con un poco di ceffo, e si mise a guardare le sei bocche aperte, come se fosse stato un dentista. Ma il primo a trattenersi dal ridere gli pôrse la mano, dicendo:

— Scusate. Non è per voi. È per il bel caso che ci capita a tutti. Un critico drammatico voleva unirsi alla nostra comitiva, e non lo abbiamo voluto, perchè non ci segasse colle sue idee sul rinnovamento del teatro italiano. Non vede altro. In sua vece troviamo voi, che siete una specie di fratello d’armi. Anche nostro, s’intende, ma più suo che nostro, Tant’è, vi prendiamo volontieri, perchè è Dio che vi ha mandato, e Dio voglia che non sia stato per gastigo della risata.

— No. Vi prometto di parlare soltanto del teatro mio. Ho un gran bisogno di voi tutti. —

I sei giovani si grattarono gli orecchi come per dire che non c’era molto di guadagnato, e quello subito:

— Tranquillizzatevi. Il mio è un caso nuovo, anzi un caso particolare di coscienza artistica. Vi divertirete.

— Amen!

Siete confratelli tutti?

— No. Tre soltanto, già allievi di un gran giornale di Roma, poi balestrati qua e là a portare la buona novella in tutta Italia. Ci siamo radunati per il matrimonio d’un anziano.

— Dov’è la sposa?

— Qui no, pur troppo. È andata collo sposo da tutt’altra parte, e non volle seco nemmeno quelli di noi che sono suoi paesani, cioè nativi di Faenza come lei.

— Quali sono?

— I due al finestrino opposto: uno chirurgo, e l’altro consigliere di Prefettura; nonchè il mio vicino che è pittore.

— Buoni, buonissimi per me!

— Tutti? Anche il chirurgo?

— Sì, moralmente parlando. Favoritemi i vostri biglietti. —

I sei li radunarono e li porsero e noi, per paura della stampa (non certo del chirurgo nè del pittore e nemmeno del Consigliere) indicheremo i giornalisti con tre nomi a prestito: Pape, Satan, Aleppe. S’intende che è per non confonderli l’un l’altro.

Quegli che aveva parlato, tirò in questo momento la giubba a Pio, e disse:

— Col vostro permesso torno ad alzare il vetro. Qui dentro fila un’arietta che ci diaccia ritti. Quanto manca ad arrivare?

— Tre miglia — rispose il vetturino. — Strette, ma lunghe.

— Male, male. Perchè i vostri bucefali vanno piano anche senza frusta. —

E chiuse.

— Pare impossibile — disse il vetturino, appena pensò di non essere più udito dal di dentro. — Basta che i signori si guardino in ciera e subito si trovano parenti! Vai, Francesina. —

La padrona del piccolo albergo, già avvertita sei giorni avanti, accolse con dignitosa circospezione i sei amici del suo miglior cliente, e si fece un poco pregare per concedere un sottoscala al buon Poeta, che teneva sempre la giubba spalancata e che guardava sempre in su, per parere meno smilzo e meno piccino. Gli altri sei ebbero tre buoni letti matrimoniali in due camere sulla piazza, di dove scesero presto, tutti ravviati, per andare a far visita al Principale del chirurgo: un pezzo grosso che saliva tutte le domeniche a respirare fuor degli spedali in un suo castello verso la Toscana, lì a due passi. I giovani invitarono gentilmente anche Pio, che si schermì dicendo

— No, grazie, andate ora pei fatti vostri. Come io di tutti, anche voi avrete bisogno di me questa sera, quando non saprete più dove dare di capo, per passare il tempo. Le serate di campagna sono lunghe pei cittadini che imbattono ad essere delle nostre confraternite. Addio dunque a questa sera. —

E se ne andò il primo, lasciando gli altri occupati ad ordinare il loro pranzo per il ritorno.

Fece due passi da tutte le parti — non molto pittoresche per suo gusto — e andò ad incantucciarsi da solo in un piccolo caffè della piazzetta. Stava per battere sul tavolino, quando si vide salterellare davanti una ragazza, piuttosto matura, che veniva di corsa dall’anticamera, e che gridava allegramente colle braccia aperte:

— Eccoli, eccoli! I signori dell’albergo. Vediamo se ce n’ è uno che mi voglia sposare! —

La ragazza, che non aveva veduto il suo unico avventore, ma che sapeva già dal vetturino dei forestieri della signora Rosina, s’indugiò a guardar bene i sei personaggi di là dai vetri, quando gli occhi le caddero su Pio, tranquillamente seduto nel suo cantuccio.

— Oh guarda! — sclamò senza punto scomporsi. — Cerco il signore di fuori e ce n’è già uno dentro.

— Ma io veramente non penso di sposarvi.

— Lo so da me. Non mi vogliono i poveri; si figuri se mi vorrà un signore. Lo domandi al babbo, che non ne può più di avermi fra i piedi. —

Non era niente bella, per dir la verità. Piuttosto piccola, piuttosto tarchiata, ma sana e forte come la grazia di Dio, con gli occhi vivi, la bocca mobilissima, le guancie colorite quantunque brune, e il naso molto abbondante, benchè tagliato colla scure in linea retta, senza la più piccola curva aristocratica.

Pio pensò subito a due cose: una di smettere il pensiero del wermouth, pel quale era venuto, e l’altra di evitare nuove cerimonie nell’albergo, mangiando al caffè il meno male che avesse potuto. E ordinò una frittata al prosciutto, che arrivò abbastanza presto, e così soffice e così maestosa da disgradare assai probabilmente i più complicati manicaretti della signora Rosina.

— Voi vi chiamate.... se è lecito? — domandò mangiando.

— Domenica, come oggi, ai suoi comandi. Ma mi dicono Domenichina.

— Nome allegro! E mi parete bonaccia. O sbaglio?

— Se sbaglia!! Domandi anche ai bimbi innocenti e tutti le diranno che io sono la più perfida persona della Parrocchia. Non ho mai ammazzato nessuno, questo no, ma tutti vanno d’accordo a dire che le mie chiacchiere sono velenosissime.

— Perchè?

— Perchè dico sempre la verità.

— Anche quando non ce n’è bisogno?

— Sempre. È una malattia. Come se avessi un cane nella pancia che si mettesse ad abbajare colla mia bocca. Ma ho i miei vantaggi. Ognuno mi detesta per quel che gli dico in faccia e ognuno mi vuol bene per quel che dico in faccia agli altri. E così un poco amata e un poco detestata secondo i momenti, non ho mai trovato chi mi voglia bene due giorni di seguito. —

Qui entrò il padre: uno scontroso tenebrone che guardava in terra continuamente. Non era vecchissimo e pareva la statua di un santo sotto la neve, per una fitta calotta di capelli bianchi e corti che gli copriva il capo, e per la faccia adusta che sembrava di legno. Udì le ultime parole della figliuola e borbottò verso terra:

— Due giorni? Neanche dieci minuti! E le ragazze non sono mai così bene a posto come quando se ne vanno fuori di casa. Questa poi con la sua lingua!

— Ha sentito? Cosa le diceva poco fa? Ma non gli dia retta. Morirebbe senza di me. Gli muovo la bile e gli fa bene. Come alla mamma. Come a tutti. Quando vado in collera, non ho paura neanche di un leone e dico e faccio dire quel che non va detto, ma ho anche il fegato sano, grazie a Dio, e mi passa così presto! E tutti si sentono così leggieri appena che facciano come me. Ecco appunto la mamma che torna dalla Benedizione. Non è vero, mamma, che morireste senza di me? Voi che mi fate lavorare per due e che, se me ne andassi, dovreste ingegnarvi a tribolare il doppio. Sono come il sole, io. Brucio, ma faccio schiumare gli umori della gente.

— Taci matta — sclamò la mamma che pareva un’altra lumacona come il marito — e pensa che questo Signore vorrà certo il caffè fresco. —

Domenichina se ne andò correndo colle braccia aperte, come se avesse voluto volare. Questo gesto era in lei come una specie di mimico intercalare e le veniva fatto istintivamente, non solo nel correre, ma anche nell’alzar la voce. Sarà stato forse perchè si sentiva piccina, e a un di presso come faceva Pio colle falde della sua giubba. Gli sgonnellò intorno più volte col caffè, col rhum, collo zigaro e coi fiammiferi, perchè non gli mancasse nulla, poi gli sedette dirimpetto, e gli domandò bonariamente, così per ravviare il discorso:

— E Lei che fa?

— Io? Scrivo delle commedie.

— Inventate da Lei?

— Sì.... a un di presso.

— E come ha imparato?

— Studiando.

— Dove?

— Da per tutto.

— Oh povera me! Quante bugie avrà imparato a dire! —

Il giovine sorrise melanconicamente.

Domenichina credette di essere andata troppo oltre ed esclamò forte colle braccia aperte:

— Scusi, sa, è una idea che ho in capo da un pezzo, e mi venne quando mi avvidi che più le persone avevano studiato, e più si trattavano da bugiardi e da impostori. Vede quel tavolino? Là giocano spesso il veterinario, il notaro, il farmacista e il medico. Se li sentisse appena smettono un momento le carte, per parlare con molta precauzione degli affari del Comune o di politica! La più frequente parola che si dicono è questa Non è vero, non è vero, non è vero! E tutti quattro. Dov’è dunque la verità se non è mai in casa loro? Probabilmente in casa mia, perchè non ho mai studiato. Ride? Bravo. È segno che non è permaloso: l’unico modo di andar bene con me. Come si chiama?

— Anche il mio nome volete sapere?

— L’ha chiesto anche Lei a me.

— Mi chiamo Pio.

— Nome da buono come Pio Nono. Ha mai scritto commedie religiose?

— Commedie religiose? Vorrete dire sacre. No, veramente.

— Male. La più bella che ho sentito è stata la morte di Sansone e tutti i Filistei. Eppure mi ci sono arrabbiata.

— Perchè?

— Le par possibile che un uomo, con una sola mascella d’asino, possa stendere a terra tante teste di legno? Erano marionette, si sa, ma figuravano persone vive. Io non ci credo. Tutte bugie.

— Eh, mia cara, se sapeste quanto male si è fatto e si può fare con una mascella d’asino adoperata a tempo. Quante persone si possono far morire di noia e quante di presunzione! —

Domenichina non capì nulla, ma fu fortuna, perchè dovette subito spiccare il volo verso una brigata di contadini, che volevano il poncino delle feste.

S’era quasi fatto notte. Pio puntò i gomiti sul tavolino e rimase lì quasi immobile, col mento sulle due palme, ad affissare la lampada a petrolio, come se egli fosse stato una farfalla ferita. Stava ruminando la sua prossima entrata in campagna all’albergo, ma non ne pareva niente soddisfatto, perchè ogni tanto batteva il tamburo in terra coi piedi, come per tenere in riga qualche pensiero refrattario, che non avesse voluto stare nell’argomento.

Durò così un paio d’ore, poi si alzò di scatto a pagare il conto e a stringere la mano a Domenichina, che gli diede del signor Pio a tutto pasto, come se avessero preso la prima comunione insieme. Il vetturino, che era in bottega, smise la sua teoria della facile entratura dei signori fra di loro, e borbottò assai forte col poncino in mano:

— È buono il forestierino che ho condotto in serpe. Si fa voler bene da tutti, anche dalle vipere. —

Domenichina che passava in quel momento e udì ogni cosa, gli lasciò andare ridendo un paio di colpi sulla testa che povera cotenna se fosse stata men dura! Altro modo di dir la verità.

La piazzetta era vuota e non molto illuminata per effetto di luna calante. Gira di qua, gira di là, Pio non poteva smettere di tendere sempre verso il caffè di Domenichina, sia che lo avesse a destra od a sinistra, e come andava coi passi, così almanaccava del capo. Finalmente si fermò su due piedi e disse concitatissimo:

— Ecco come sono, io. Invece di pigliare a volo questa ragazza e farne una Betta dalla lingua schietta, ben parallela coi nostri attuali costumi, torno indietro di più secoli e osservo e noto che le maschere italiane non hanno quasi donne, che Rosaura e Colombina sono molto sbiadite al paragone di Brighella, Pantalone, Rogantino ec., che la villana di Lamporecchio, ora felicemente trasfigurata nella signora Palchetti, non avrebbe in sè di che diventare una vera maschera mai.... e che so io! Giusto adesso in cui mi ritrovo in questi ferri e son venuto qui appositamente. Oh se tre dei miei arcangeli non mi levano dal baratro, e gli altri tre non mi tirano giù dal settimo cielo, voglio proprio trovare un bell’equilibrio qua dentro! — concluse, ponendo il piede nelle vetuste soglie della signora Rosina.

Fu un ingresso trionfale. I sei giovani già sazi di tutto e più ancora (come era stato previsto) delle notturne delizie campestri, saltarono addosso al piccolo Poeta e lo portarono di peso sulla sua sedia curule. Era una poltroncina di legno piuttosto alta, che aveva servito quarant’anni prima pei bimbi della padrona, e che essi avevano messo lì a capo tavola in aspettativa della Presidenza.

— Dove vi siete ficcato tanto tempo?

— Che vergogna!

— Meno male che avete lasciato l’ombrello in camera, o si sarebbe creduto ad una fuga. Stavate fresco alla vostra prima commedia.

— Bianco o nero?

— Marsala o cognac?

— Alla salute di Pio Paletti! —

Il quale non potè far altro che bere sei sorsi di Sangiovese e porgere per tutta risposta le due manine, perchè gliele scotessero a gara tutti insieme, tre di qua e tre di là alla meglio che potettero (come dicono a Napoli).

La signora Rosina si valse della sua autorità per imporre il silenzio, e per mettere avanti a Pio una bella fetta di pasticcio di maccheroni, tenuta di scorta e rimasta incolume. Questi ebbe soggezione di confessare la sua marachella del caffè e tirò a guadagnar tempo e a lasciar sbollire i fumi dei suoi anfitrioni, pizzicando qua e là colla forchetta, dove un fagiolino di pollo, dove una cresta di gallo, e qua un’aluccia di beccafico, e là uno scrupolo di ginepro. Gli pareva di essere un camello nel deserto, quando si gonfia a mangiare e bere anche pel domani, ma è una cosa che pei poeti non fa difficoltà.

Levate finalmente le mense, cioè la tovaglia, Pio guardò bene uno ad uno i suoi commensali, che si erano rannicchiati in pochissimo spazio a lui d’intorno, e cominciò, scandendo bene le parole, come chi desidera di essere capito alla prima e teme di vedersi rompere il filo del discorso:

— Miei cari benefattori! Io non so tenere un gran segreto dentro di me e penso ora, forse per divina ispirazione, che valga meglio di metterlo nelle vergini orecchie di parecchie persone nuove, che non in quelle già abituate di un solo amico vecchio. Costui, troppo frequentemente richiesto dai comuni conoscenti, e pur di non iscoppiare alla sua volta come me, ne lascerebbe andare in gran confidenza un brandello oggi ed uno domani, mentre voi tutti, abituati al segreto professionale, e liberissimi di sfogarvi parlandone meco e fra di voi finchè volete, voi tutti non dovreste sentirvi tentati di tradirmi mai.

— Figuratevi! — Che idea! — Neanche per sogno! — Parlate. —

Pio strizzò un momento gli occhi a guisa di chi sta per inghiottire una pillola amara, e riprese adagio come se avesse voluto fondere le sue parole nel bronzo:

— Ecco. Io non sono contento di me medesimo. —

I sei giovani si guardarono l’un l’altro come per dire:

— Tutto qua?? —

Pio prese con le due mani le falde che gli arrivavano alle spalle, e se ne coperse tutto lo sparato della camicia. Non lo aveva mai fatto in vita sua, e non avrebbe potuto dare una maggior prova intuitiva di sincerità e di umiliazione.

— Lo so che siamo in diversi — seguitò a dire — ma c’ è modo e modo di non essere contenti di noi medesimi. Il mio è il peggiore, perchè intravvedo così tra il fosco e il chiaro quello che mi manca e quello che mi cresce, eppure non so nè scemare di qua nè aggiungere di là, tanto per mettere insieme, pari pari, una qualunque risultante che mi capaciti durevolmente. Ecco. Le mie commedie non vanno male, quel che si dice male. Ne scrivo un buon paio l’anno, e girano con varia fortuna a piccola velocità, finchè mi ritornano a casa dall’ultimo Lilibeo. Tornate che sieno, e se altri non mi ci tira, io non mi metto mai di picca ad avviarle per un secondo dirizzone di andata e ritorno, e perchè non mi ci metto? Perchè non ne sono contento — ve l’ho già lasciato capire — perchè non mi arrischio nemmeno a rileggerle, tanto ho paura di sentirmi stroncare da me solo, senza il fraterno ajuto dei critici. Io ho molta.... troppa memoria e molta.... troppa fantasia, ma queste mie povere ali sono come aggravate da due tare particolari e parallele che le tarpano a gara. Se, dopo il caldo del primo esperimento, vado a mettere in piedi la mia nuovissima prosa in una terza o in una quarta città, mi accade spesso di sentirmi venir freddo fra una riverenza e l’altra, quando appunto gli attori fanno del loro meglio per moltiplicarmi le chiamate a dozzine. «Oh Dio! — dico fra me e me prendendomi la testa — mi sono inteso di scrivere una commedia originale, e questo momento non è mio. Quest’altro nemmeno. Di chi sono? Forse di Dumas, forse di Augier, ma triplicati ognuno sgarbatamente, come se entrambi si fossero messi in capo di calcare la loro propria maniera. Com’è che me ne accorgo appena adesso? Com’è soprattutto che credo di trovare di mio, quando scrivo, e do di capo così spesso in tante reminiscenze? Sarà forse perchè la mia memoria, già zoppa per conto suo, ajuta a volo la mia troppa fantasia, più zoppa ancora, e casco ciecamente nell’altrui, male rimescolato. Almeno che rubassi bene!» Se poi imbatto a scrivere una di quelle commedie, ora in voga, che si rizzano in alto, anzi nei cieli, sulle adipose piante della nuova psicologia, mi va per forza anche peggio. La solita fantasia prende l’aire sulla memoria, e mi escono di quelle figurine da primitivi, che paiono illuminate dalla luce di magnesio e che sfumano nel bujo, cioè nel preteso azzurro, anche maggiormente di quelle più diafane e più simboliche delle scuole settentrionali. Ma non me ne accorgo, come il solito, che alla terza od alla quarta tappa. Un critico mi disse: «Voi avete dei pregi, ma vi manca il principale: la modernità. O correte troppo avanti, o restate troppo indietro. Ponetevi a metà del fosso che Dio vi benedica!» Non me lo feci dire due volte e mi diedi, soggetto per soggetto, a quelli che stavano occupando, appunto allora, le fisime e gli appetiti dell’universale. Caddi, per mio gusto, ancora più giù. La superficialità dei miei «motivi» mi condusse a fare delle mie commedie altrettanti numeri da caffè-concerto, e mentre mi ero assunto, almeno per la forma, di rinnovare alla meglio la semplice trasparenza di Carlo Goldoni, sprofondai nei ghirigori e nei pistolotti della commedia dell’arte. Ho detto: «Se io non afferro mai la modernità, come uno per uno l’hanno afferrata i modelli miei, vuol dire che mi manca la osservazione. Nient’altro! L’unica è di smettere di scrivere, e di darmi ad osservare tutto, finchè trovi non già quel che è moderno per essere alla moda, ma quello che il moderno, propriamente detto, ha in sè di più fitto e di più particolare: quello che nessun altro tempo ha mai avuto nè potrà mai avere in grado eguale: la vera modernità insomma: una brutta parola che sottintende molte belle cose, gioconde o meste, dalle quali deve pur sempre scaturire quel che la natura umana ha sempre avuto di proprio, per non dire di eterno. E sono tre mesi che giro ed osservo, con poco frutto per dir la verità, finchè stamani prestissimo, appena arrivato a Bologna, vedo un omnibus fermo alla Mercanzia: chiedo dove va e mi rispondono per maggior chiarezza in due lingue «A Scargalesan, a Scaricalasino. Mi è sembrato di ricevere un colpo a destra e una carezza a sinistra. Tutto insieme. «Scaricalasino! Oh severo e soavissimo nome! Che io ci possa scaricare le mie magagne? Che possa deporvele in natura, come mi ha poi detto il vetturino, per ridiscendere col sacco pieno di ben altra e più cospicua derrata? Vado subito. O mi vien fatto lì, o smetto di cercare più.» E son salito a cassetta, perchè voi eravate già dentro, e son qua nelle vostre mani per amor di Dio e per amor dell’arte. —

Il simpatico artista aveva di già le lagrime agli occhi, e più glie ne spuntarono quando si vide interrompere da uno scroscio di applausi, che gli aperse il cuore più assai che non glielo aprissero quelli delle platee. Il pittore si alzò il primo e gli andò dietro a baciargli i capelli, come se fossero stati una veneranda canizie; il chirurgo gli porse un altro sorso di Sangiovese; il Consigliere lo prese amorevolmente pel ganascino come se fosse stato un suo burocratico figlioccio, e Pape, Satan, Aleppe seguitarono ad applaudire, picchiando a distesa tutte le mani sul tavolo. Finalmente Satan, come quello che era il più giornalista (leggete il più versatile), rispose subito quanto ci fosse a bene sperare di un Poeta, il quale, alla svolta della maturità, sapesse dire di sè così ingenuamente, per poi concludere e chiedere come in nome di tutti:

— Dite ora come vi possiamo giovare, e massimamente noi giornalisti, immersi come siamo nell’attimo fuggente, e più che d’altro occupati a cercare col lanternino le misere cicche dell’attualità. Avete già detto che questa nostra povera Musa vi ha già racimolato poco, se pure non vi ha condotto, come diceste, ancora più in basso.

— Lo so, ma è agli uomini che io mi rivolgo, più che ai giornalisti e niente di meglio se voi, per me, saprete essere e l’una cosa e l’altra. Si giovano a vicenda, come accadde a Gozzi, ad Addison, a Franklin, ad altri.

— Veramente adesso non usa più tanto, ma via, ci proveremo per amor vostro.

— Oh bravi! Ma un momento. Io vi ho fatto credere di aver finito, per riprender fiato e per vedere che viso mi facevate, ma prima di arrivare al tandem mi rimane a dirvi come e perchè abbia impiegato assai poco bene i miei tre mesi di speculazione circonferente, e come e perchè mi sia tanto rallegrato di trovarvi a spasso. Vi debbo far lavorare parecchio.

— E sia.

— Gira ed osserva, osserva e gira, mi son subito penetrato di un’altra disgrazia. Ed era che la mia visione delle cose, come parte della mia Psiche, aveva i medesimi difetti del tutto, e in modo affatto corrispondente. Mi accadeva di imbattere in un interno, in un quadretto fiammingo? E mi dava a spulciarne i minimi particolari, come se fossi stato un miope nato, che si fosse servito per abitudine della lente dell’avaro. Mi accostava invece ad un quadro d’insieme, o grande per estensione, o affollato di gente, o azzurro per immensità? Ed eccomi a trascenderne i confini già vastissimi colla fantasia, come un accademico dei Lincei, che aguzzasse gli occhi al di là del visibile e del finito. Sempre così. Ma perchè — direte voi — te ne avvedevi subito, senza aspettare, come per le tue commedie, la terza o la quarta tappa? Perchè — rispondo — sono tre mesi che non scrivo più, e perchè, quando sto colla penna in mano, è come se mi trovassi in una trappola, che mi graffiasse tre quarti del mio.

— Bel conforto per noi giornalisti che si scriverebbe anche nell’acqua! — sclamò Aleppe lasciando cadere la testa penzoloni sopra il panciotto.

— A tutti non farà il medesimo scherzo — rispose Pio — a me sì. In questa condizione di cose venni a sapere appunto jeri che la Rejane stava per trovarsi a due passi da me; sapete quella Rejane che sa rendere così bene il suo Parigi come è, l’attrice squisita che ha saputo fermare nella sua tavolozza quel che vi è di più volubile e di più ghiribizzoso nei suoi personaggi paesani, senza mai cessare per questo di essere una vera artista. Mi feci presentare dal presidente di una Accademia teatrale amico mio, ed essa fu così gentile da accordarmi un’oretta di conversazione, in viaggio, questa notte appunto: un’oretta sola, per poi riprender lena, dormendo, e recitare daccapo questa sera, duecento kilometri più in là. Che fibra di ferro hanno gli artisti compiuti, quando non si trovano gravati da troppi vizi di memoria o di fantasia! Mi raccontò della sua nascita fra le pareti del teatro, dei suoi studi, dei suoi maestri, dei suoi primi tentativi e poi mi disse: «Io ho sempre avuto un mio particolare indirizzo: quando cioè mi accadeva di origliare, o di far capolino, o di fiutare a distanza quel che ora si chiama un lembo di vita vissuta, tornava a casa e sceverava subito dalle cose viste o dalle cose udite quelle che mi parevano suscettibili di un altro ambiente e di un altro scenario, per non assimilarmi che le rimanenti, voglio dire quelle che mi apparivano come ferme e cristallizzate nel tempo mio. Aveva visto delle persone che rimanevano egualmente vive anche se camuffate all’usanza dei nostri vecchi, anche se ravvolte nel sajo, nella tunica o nel peplo? Via, via subito, per non riandare che i movimenti, le attitudini e talvolta anche i berleffi dei miei contemporanei, nè di altri che miei. Ecco lo studio che mi ha più giovato o che mi ha nociuto meno, secondo la opinione che voi potete avere degli studi nostri.» Ho pensato: «Questo sistema sarà ottimo per te, ma per me non va, ed ora finalmente mi spiego perchè più l’attore si alza e più il commediografo discende. Quello si preoccupa della forma e questo dell’idea; più la prima prevale e più si offusca e immiserisce l’altra. Siamo noi che dobbiamo soffiarti l’anima in corpo, o mia Rejane, e tocca a te di rivestirla nel modo che sia men riluttante dalla natura tua; ma se tu assumi una tua anima particolare, una tua cifra propria, e te ne giovi continuamente, finisci per importi al commediografo e per trascinarlo nella tua visione, col pericolo che più questa sarà indovinata ed esatta, e più quello ci rimetta della sua idea.» La ringraziai sinceramente della amabilità e cambiai vagone, augurandomi delle attrici di creta più plasmabile e più docile, con un’orbita individuale meno invadente. Per questo mi son trovato a zonzo così presto questa mattina a Bologna, e per questo vi dico di riandare adesso la vita vostra e di dirmi, uno per uno, quando è che vi siete sentiti uomini veramente moderni, anzi più moderni che mai. E favorite di dare alla vostra idea dell’uomo moderno il suo significato più compiuto e più penetrante in cavità, come direbbe il nostro signor chirurgo.

I giornalisti parvero come soverchiati dalla foltezza del tema e Satan disse:

— Io veramente pensava di dormire questa notte.

— Che dormire! — rispose il pittore. — Se si va a letto viene in mente troppa roba, come accade a me nelle notti d’insonnia, quando dipingo divinamente col cervello e col cuore, e poi in mattinata mi ritrovo la mano così muta e così rigida al paragon di prima. Subito dobbiamo rispondere.

— Chi può, si serva. Noi giornalisti viviamo di minuterie così frettolose e così cangianti, che guai se ci poniamo in traccia di una mezza idea generale. Parleremo domattina, se ci verrà fatto di ricordare qualche cosa che ne valga la pena.

— Bene! — disse il chirurgo. — Chi principia?

— Io, che son pronto! — sclamò vivacemente il pittore. — Mi tardava anzi di raccontare a qualcuno ciò che sto per dire.... e non m’importa niente, purchè l’occasione sia buona — ed è buonissima — di affidare il mio segreto ad un amico nuovo o ad un amico vecchio. Non patirei che per fatto ed opera di mia moglie, se mi sentisse, ma voi, e più di tutti il nostro Molière, siete incapaci di andarglielo a dire.

— No, state pure tranquilli che, se mi gioverete, non sarà certo con vostro pregiudizio — rispose Pio — nemmeno se mi raccontaste di aver forato dei muri o sequestrato delle persone. Mi basta di poter argomentare il vostro criterio della modernità, per poi metterne insieme uno che sia mio o.... quasi. —

II.

Il pittore fece scorrere avanti e indietro le dita sull’altra palma (come se fossero pennelli bisognosi di acquistare un poco di elasticità) e rispose alla brava come appunto soleva dipingere:

— Chi vale qualche cosa a questo mondo non ha diritto di essere permaloso, mi pare, eppure mia moglie, non priva di buone qualità, è tanto suscettibile per amor proprio, che talvolta non ci si può reggere, nello stesso modo come io sono nato dispettoso gratis, cioè senza nessuna scusa, perchè, avanti di sposarmela, non aveva mai avuto intorno chi tirasse i dispetti come li tira lei, che se la prende a quella maniera. Or che avvenne di noi così appajati? Che io mi servii di mia moglie e delle sue virtù, quando ebbi necessità di rivalermi su qualcuno delle birbanterie del pubblico e dei colleghi, per non dire dell’arte. Questa mia morbosa voluttà di farla inquietare non poteva non aggiungere nuovo alimento al suo fuoco sacro, ed essa divenne così vendicativa, da far diventare permaloso anche me, che non lo ero minimamente. S’intende nelle grandi occasioni, quando si faceva a buono e quando essa, preso l’aire delle offese e delle invettive, non si quietava più, neanche se le avessero tirato il collo. Così pestato, pensava fra me e me: «Come!! Lei se ne ha a male per dei dispetti, ed io non dovrei risentirmi di questi colpi di mazza?» Ed eccomi col ceffo per dei giorni interi, mentre essa, lietissima di essersi sfogata, mi girava subito intorno fresca come una rosa, e più tenera che mai quanto più mi vedeva dar giù col tempo, per effetto delle botte che mi aveva dato. Non c’è bisogno di dire che, a forza di esperienza, avevamo scoperto a vicenda il nostro reciproco lato debole, e che ce ne servivamo sempre: lei cimentandomi dove più mi tengo, cioè nelle mie belle qualità di cittadino e di gentiluomo, ed io punzecchiando continuamente le sue stitiche e meticolose caricature di puritana e di massaja. Notare che essa, quando andava in furia, soleva diventare più brutta dell’affitto di casa, e che io mi guardava bene dal dirglielo, perchè sapeva che non gliene importava nulla, almeno allora, nello stesso modo come essa si guardava bene dal vituperare l’artista in me, perchè si era accorta che io non soglio avere una grande opinione della mia opera mai mai, nemmeno quando sto in lite con tutti, e massimamente con lei. Or bene, una volta, fosse colpa mia, o sua, o d’entrambi, le cose andarono tant’oltre, che io mi aspettai di rimanere ingrognato e mal vivo per un mese almeno, quando.... vedete se anche l’orrido non ha la sua ragione di essere!... quando gli occhi mi caddero sopra un giornale arrivato poco prima e rimasto lì a presenziare degnamente la nostra battaglia! Dio santo che roba! Fu subito come il guizzo di una pila, che mi schiantasse mezzo, e fu poi come un brivido sordo per tutto il corpo, che durò parecchi minuti e che spazzò via, in men che non si dica, tutte le lividure che mi aveva.... inferto mia moglie colle sue carezze. Ogni cosa era andata in dileguo, per non dire che mi era sparita dalla memoria, e tutto per la santa opera di una vignetta di quel giornale. Rappresentava — ve lo dico presto perchè voi non siete irati con nessuno, almeno adesso, e vi basta qualche cosa di approssimativo — una povera donna mancante affatto degli stinchi e degli avambracci, la quale camminava carpone colle mani ai gomiti e coi piedi alle ginocchia, come se fossero state quattro zampe effettive, e che ricoperta fin sulla fronte, fin sotto gli occhi, di naturale e nerissima peluria, dava la più completa rappresentazione di un fenomeno prossimo ad arrivare.... un bel fenomeno per dir la verità: la donna-orso. E c’è chi paga per andar a vedere! Quasichè non bastassero le diavolesse come la mia! Non era la prima volta che quel giornale usciva fuori con delle Erinni, o delle Parche, o delle Arpie (forse per far valere, mercè del contrasto, l’abituale e graziosa scelta dei suoi disegni) ma erano cose mitologiche o fantastiche, e come tali potevano passare. Questa volta invece si trattava di cosa vera, o data per vera, e questa volta il giornale aveva passato il segno. Povera la donna incinta che avesse fermato gli occhi all’impensata su quella grazia di Dio! Ma io me ne giovai, unico forse fra molte migliaja di lettori, e mia moglie, che mi aveva lasciato poco prima colla dolce lusinga di avermi disteso a terra per un bel pezzo, e che mi ritrovò poco dopo quando io, smaltito il mio atroce patimento artistico, me ne era già ritornato più in ghingheri di lei, mia moglie fu per non credere ai suoi occhi, e confessò candidamente che gliene dispiacque parecchio. Ma io non le dissi nulla e solamente mi proposi di trattenere in seguito la mia scellerata parlantina, non tanto per non fare arrabbiare lei senza ragione — povera agnella! — quanto per non dover ricorrere di nuovo a quello spaventoso contravveleno, subito nascosto e messo in serbo espressamente. Se sapeste che buon diplomatico son diventato! In diciotto mesi non mi è accaduto di dovere sbirciare quel giornale che una volta sola, e fu quando mia moglie, in un giorno di luna sua, e bisognosa per conto proprio di pigliarsela con qualcuno, scelse me a preferenza della serva, ed arrivò a darmi del gesuita e a dirmi che io non la tormentava più coi miei dispetti, perchè mi era accorto che la sua mite rappresaglia le faceva bene. Buon pro, ma se non ci cado per disgrazia, sta fresca anche lei se spera che io la stuzzichi apposta! Ho finito. Dove volete trovare un marito più moderno, più americano di me colla mia cura omeopatica? Altrettanto sbrigativa quanto giovevole. Una specie di serviziale estetico, applicato agli occhi, troppo ghiotti della bellezza eterna, e adoperato una volta tanto a lavacro e disinfezione dello spirito. Se non sono moderno io, chi è? Nessuno. E non solamente per voi tutti, ma anche per mia moglie, benchè essa ignori affatto il mio mistico.... rivulsivo. Mi spiego. Che il mondo sia sempre stato battaglia, e che i pesci grossi abbiano sempre mangiato i piccoli, è cosa risaputa e passata in giudicato: fu soltanto ai tempi nostri che la lotta è stata divisa in categorie, in riparti messi diligentemente sott’olio, perchè non se ne perda neanche una goccia. Abbiamo però aggiunto alla lotta per la vita quelle di classe, di razza, di concorrenza, del diavolo che se le porti tutte. Ultima a comparire nel catalogo è venuta la lotta dei sessi, ed è per questo che io devo figurare per moderno, anche nei rapporti colla mia consorte. Direte che io soleva prendere l’offensiva, ed è vero, ma mi contentava di piccolezze, d’incidenti di frontiera, come ora si dice, e se la difesa le faceva tanto bene, come ha confessato poi, doveva seguitare ad ingrassare mediante la moderazione, e si sarebbe stati contenti in due. Fu il suo palese eccesso, fu il suo palese abisso che hanno invocato l’abisso mio, cioè la mia segreta esorbitanza di armamenti, ed è però sua colpa se il gran cuore di un artista si è increspato alla moderna e non è più quel di prima. —

Qui gli astanti, meno Pio, furono tutti presi da un grand’accesso di tosse.

— Non c’è tosse che tenga! Sissignori. Il mio gran cuore di artista. Me lo sento.... cioè me lo sentiva da me. —

Gli altri ruppero cinque lancie in pro dell’assente signora, e commentarono tutti insieme e con tanto impeto la loro tosse, che neanche la stenografia avrebbe potuto registrare ogni cosa, nonchè la storia.

Per la storia basta dire che Pio tese la mano al pittore in segno di ringraziamento, e che poi il Consigliere prese la parola di moto proprio per dire ai giornalisti:

— O ragazzi! Voi avete preso tempo fino a domani, forse per profittare del nostro ritorno in omnibus, ma non avete pensato che in sette non ci si sta, a meno di prendere Molière sulle ginocchia, perchè è piccolo. D’altra parte io non voglio parlare davanti a voi tre, perchè i giornalisti possono essere amici vecchi o nuovi non importa, ma amici discreti non diventare mai. Voglio trovarmi col solo Pio, senza testimoni importuni.

— E tu va a cassetta a fare il trio col vetturino. O non ti fidi neanche di costui?

— Sì, del vetturino sì. E Pio verrà dentro a metà viaggio, e dopo seguiterete voi. Lo so, lo so che siete moderni anche troppo, e non m’importa niente di sapere come. Io resterò fuori a prendere il fresco fino a Bologna.

— Belle cose per domattina! — rispose Pape — ma adesso con quel pasticcio e col fenomeno del pittore, manca l’aria. Post coenam ambulabis. Esciamo. —

Detto fatto. Appena fuori del tiro, cioè delle orecchie della signora Rosina, Pio si fermò a raccogliere intorno a sè tutta la brigata, e disse:

— Avete visto che sono stato docilissimo tutta sera; ora tocca a voi ad essere ospiti miei, e vado ad ordinare un poco di zabajone in quel piccolo caffè che vedete vuoto. Passeggiate pure che vi raggiungo subito, e pensi intanto il chirurgo — l’unico rimasto fuori del programma — a favorirmi qualche cosa di suo. Avete?

— Altro se ho!

— Bravo. Con permesso! —

Pio tornò presto e tutti poi, dopo un quarto d’ora di passeggiata, si trovarono a sedere in cerchio nel sacro ostello della Verità.

Lo zabajone dava dei punti al pasticcio e Domenichina, o umiliata del suo trionfo, o messa in soggezione dai sette peccati mortali, in forma dei suoi nuovi ed importantissimi clienti, smise di correre qua e là colle braccia aperte, e sedette dietro il banco ad ascoltare ogni cosa.

Il chirurgo, come abituato nei momenti importanti a non essere udito che dai suoi soli assistenti, si mise a parlare a bassa voce e disse:

— Settantasei giorni sono (dico giorni ma mi sembrano settantasei mesi) mi è capitato un bel caso, anzi troppo bello, nella persona di un povero vecchio della campagna, portato a braccia dai figliuoli per essere operato. Non gli mancava che di chiudere gli occhi, eppure non apriva la bocca che per domandare la operazione. Vi ho a dire di che si trattava?

— No, è inutile, ci fidiamo per carità — risposero gli altri in coro, non escluso Pio.

— Difatti mi ci vorrebbe un pezzo e poco ci capireste per fortuna vostra. Vi basti di sapere che il mio Principale stava allora girando nelle Università dell’estero, dove era accolto come un principe di nostra scienza, e che la responsabilità incombeva tutta sopra di me. Qualche cosa di simile, ma di meno astruso, non era stato tentato che in America, ed in soggetto più giovane e non punto ridotto al lumicino come il mio. Se il mio maestro fosse stato presente e non mi avesse fatto che un piccolo cenno della mano, mi ci sarei messo colla miglior voglia del mondo, guardando la malattia e niente affatto il malato, o se pure lo avessi guardato, sarebbe stato unicamente per sentirmi coperto anche dalla sua volontà, così insistente e così precisa. Ma solo, solo con lui e coi suoi figliuoli e con Domeneddio per giudicarci a tutti! Che ore ho passato a pensarci su tutta la notte! È stato come se avessi due uomini, uno molto mite e l’altro molto aspro, che mi ragionassero insieme nel capo, senza che io ne perdessi una parola, e che i due si atteggiassero a un di presso in figura di Caino e di Abele. Diceva quest’ultimo: «Ma abbi pietà del tuo prossimo, almeno una volta: vorresti essere operato se tu fossi in lui? Ti muore sotto le mani! Capisco che morrebbe presto egualmente e che tu intanto lo puoi addormentare, ma lo svegliarsi, e tu lo sai, è talvolta più penoso delle stesse ferite, per coloro che campano. Lascialo morire in pace.» E Caino di rimando: «Bella pace! Non fiata altra parola che per domandare la operazione e tu non gliela vuoi fare? È un caso nuovo, o quasi, e se anche ti muore sotto, egli non ci rimette niente, e tu imparerai per un’altra volta, con un secondo soggetto meno disfatto di questo. Vuoi guardare ad un solo nella tua professione? Guarda a tutti, ed anche a te, al tuo amor proprio, dato che ti riesca di farlo respirare un solo paio d’ore dopo di averlo svegliato. O che gli operatori operarono mai altrimenti, specie la prima volta? Va a mettere dei pannicelli caldi se vuoi che non ci sia pericolo!» S’intende che io passai la notte a rampognare quando l’uno e quando l’altro dei due, per poi alzarmi che mi pareva di essere briaco fradicio. L’ammalato non cessava di chiedere e Caino vinse la prova. Operai. Operai come invaso dal furore dell’arte mia, per istinto, per suggestione, quasi incosciente di tutto, fuorchè dei miei ferri, che erano diventati parte integrale di me, per non dire la più viva parte; operai presto, operai bene. Il malato non mi morì sotto le mani, non durò un solo paio d’ore a forza di ossigeno e di respirazione artificiale.... anzi questa mattina era vivo ancora. I giornali tecnici hanno tutti registrato la mia opera, che essi chiamano la mia trovata, e taluno ha già proposto di darle il mio nome. Eppure sono settantasei giorni che Abele non si lascia sopraffare dagli sghignazzamenti di Caino ed ogni tanto mi dice: «Hai visto a farlo durare di più? Camperà ancora, niente di più facile, ma ti pare che stia meglio di prima? Ha perduto l’occasione della morte imminente, e seguita a soffrire per la gloria tua. Sei soddisfatto?» No che non sono, a malgrado della mia fortuna. E se mi capita il secondo soggetto, preconizzato da Caino, voglio prenderlo a calci nel sedere.

— Chi? Il soggetto?

— No. Caino. Voglio tener più conto delle condizioni generali. Voglio guardare se la malattia non abbia già tanto minato l’intero organismo, che il ritardare la morte non diventi quasi un mezzo omicidio. Voglio essere moderno a metà, non del tutto.

— Che intendete di dire? — chiese Pio.

— Che noi moderni stiamo ad origliare il battibecco di Caino ed Abele più assai degli antichi, ma non è per altro che per poter dire di aver ben divisato e l’una e l’altra ragione: viceversa facciamo più assai il comodaccio nostro, quasichè l’attuale maggior cura della nostra coscienza non dovesse servire ad altro che ad eliminarne gli scrupoli. Pare anzi che ci affanniamo a coltivarli prima amorosamente ed artificialmente, questi scrupoli, per il solo solissimo scopo sottinteso, se non espresso, di badarci meno poi, quando sbucheranno dai precordi a peccato fatto. Ma ora andiamo a letto che è tardi. Ho speranza che l’aria fine di questi colli mi dia il sogno delle mie notti migliori da un pezzo in qua.

— Che sogno? — domandò Pape.

— Che il vecchio se ne sia andato al Creatore. Oh il gran respiro che darei domani se fosse vero!

— Non gli basta di avergli salvato la vita; vuole anche che muoja presto per il discarico suo! — seguitò Pape scandalizzato. — Che ne dice quella brava giovane che ha ascoltato ed ascolta così attentamente? —

Domenichina, côlta in flagrante, avrebbe voluto scusarsi in qualche maniera, ma Pio le venne in ajuto dicendo forte:

— Lasciatele per noi cittadini queste cose, e pensate a fare sempre i vostri zabajoni come quello che faceste per noi.

— Sissignore. Procurerò — rispose quella con una occhiata di gratitudine verso il solo Pio. — Felice notte a tutti. E buoni sogni di vita e non di morte. —

I giovani se ne andarono scappellottando il chirurgo, come per dire che l’ultima stoccata era stata per lui.

Pio, che doveva dormire a terreno, entrò il primo nel suo sottoscala, e udì uno per uno i passi degli altri sei, che gli salivano sopra la testa come se gliela volessero pestare.

— Brave Muse mie! — pensò. — Seguitate pure che forse qualche cosa mi entrerà. Basta che mi svegli prima di voi, domattina, per congedarmi affatto solo dalla Musa massima. —

Difatti, allo spuntar dell’alba, era già in piedi e Domenichina, mesciutogli il caffè, gli sedeva accanto fuor della porta, per prendere una boccata d’aria in compagnia.

— E così? Che vi è sembrato di quel chirurgo?

— Non saprei. Non ho potuto capire se sia un uomo buono che non voglia essere, o un cattivo che non voglia parere. Ho sentito parlare ancora di persone deboli tentate dal demonio, e di persone dure giustamente tribolate dai rimorsi, ma quell’intruglio di tre anime in una sola, e quegli scrupoli di coscienza coltivati avanti per non pensarci poi, mi pajono cose dell’altro mondo. Che si possano dare?

— Perchè no? Egli non aveva nessuna ragione di mentire meco. Lo aveva pregato io medesimo di sbottonarsi e di dirmi come è fatta secondo lui la gente del nostro tempo, per metterla tale e quale sul teatro.

— Sul teatro vuol mettere gente così? Come vuol fare? Bisognerebbe adoperare la testa del chirurgo come se fosse un piccolo casotto da burattini e, scoperchiatala in alto, farne uscire Caino ed Abele a darsi delle legnate, mentre egli, il chirurgo, desse torto a tutti due, nonchè a sè stesso. Che babilonia! Io ho sentito, oltre a Sansone, Giuditta, Nabucodonosor, Bianca e Fernando, il Passatore, Guerin Meschino agli alberi del sole, ma non mi sono mai imbattuta in nessuna marionetta che facesse tre parti in commedia! Fasolino bensì voleva tradire una volta, è vero, ma se anche le sue parole erano melate, si sapeva benissimo che il suo pensiero era fermo nell’idea del tradimento, e lo diceva chiaro e tondo quando non era udito. Così invece pajono tre impostori in un solo.

— Allora ditemi di voi.

— Di me?

— Sì, di voi. Ditemi quando è che vi sentite diversa da quello che sareste stata in altri tempi.

— Come posso sapere che non c’era? Si dice che una volta avevano più buona fede e più religione: se fosse vero, i vecchi ne dovrebbero dare la prova, ma non la danno, perchè c’è di tutto in tutte le età!... Cioè, piano, piano, andiamo adagio. Sì perdinci che ho una cosa nella quale mi trovo diversa da quel che sono i miei coetanei: cioè nella simpatia che sento io sola per l’antico nome del nostro castello. Come se tutti se ne vergognassero senza dirlo, fors’anche senza pensarlo, ed ognuno, così non volendo, facesse quel che può per barattare le carte in mano, e non da ora soltanto.

— Brava. Appunto il nome vecchio. Anche il vetturino mi ha detto di non capirci nulla.

— Sfido! È bolognese, e cosa vuole che sappia lui, se mi ci confondo io, che sono nativa della terra? Pare che anticamente il comune si chiamasse Scaricalasino e il castello Monghidoro, e che poi, poco alla volta, il primo nome sia stato confinato in queste sole quattro case, per poi snidarlo col tempo anche di qui, e rimanere al più presto coll’unico nome di Monghidoro, tanto per l’intero come per la parte, tanto per l’uscio come per la toppa. Che puzza! Che aristocrazia! E tutto per uggia di quel povero somarello che stava dentro così bene nel nome vecchio, e che pareva fatto apposta per acquistarci la simpatia del mondo intero. Non sarebbe il medesimo che dare un nome nuovo a Bologna, perchè il vecchio se la dice con rogna, con vergogna e con carogna?

— Che facilità di rima! — pensò Pio, riandando amaramente la fatica durata a mettere insieme un unico proverbio in versi martelliani.

— E poi veda! — seguitò Domenichina. — Cosa guardano adesso i medici appena che prendono delle malattie? L’acqua subito, è vero o no? Or bene, l’asino, da quando è stato creato, ha dato sempre il buon esempio: voglio dire che è stato sempre difficilissimo a contentare per l’acqua, e l’asino è un asino. Non noi che abbiamo aspettato tanti secoli. Che ingiustizia! La nobiltà anche nelle bestie è mal distribuita! Metta che anticamente avessero detto e scritto Scaricacavallo e nessuno avrebbe fiatato! Povero ciuchino mio, marcia e sparisci, vittima della boria umana, che nemmeno si è avvista di quello che ha già fatto, e non si avvede di quello che farà.

— Tutto questo viene a dire che voi vi scostate dai più prossimi vostri compaesani, per andarvi a rifugiare coi fondatori di Scaricalasino.

— Appunto. Come mi trovo bene allogata, dica la verità. Non si sa nemmeno dove abbiano le ossa e così sarà delle mie, più presto assai. Ma non è soltanto dai vecchi più prossimi che mi discosto: l’hanno meco anche i miei compagni di scuola. Si volti adagio adagio.... senza che si veda.... più adagio ancora.... e guardi quel giovine fermo là in fondo, con un braccio di muso nella fisonomia: è un altro che l’ha con me per la mia lingua. Mi sono combinata appunto jersera di fare all’amore con lui, nella speranza che Lei mi avesse portato fortuna, e fu in quel pajo d’ore quando Lei se ne andò all’albergo, prima del zabajone. Veda adesso che occhi mi fa di già, probabilmente per gelosia, e perchè mi ha côlto a discorrere con Lei di mattinata. Buono che Lei se ne va presto, o sarei sempre ad un pelo di buscarmi gli scapaccioni. A proposito, ecco già l’omnibus che parte. E i suoi compagni che dormono ancora della grossa! —

Il vetturino si fermò davanti al caffè e disse forte a Pio:

— Venga Lei, signorino. Se gli altri non sono pronti, li porterò domani.

— Sì, è facile che venga da me solo! È ai miei amici che preme di tornar oggi. Partite voi.

— Vuoto?

— Vuoto o pieno, io non ne ho colpa. Aspettate che li faccia chiamare, se ci volete tutti. —

Mentre i due perdevano tempo a parlamentare, Domenichina era corsa a gettare dei sassi nelle finestre dell’albergo, di dove Aleppe si affacciò il primo coll’avambraccio davanti agli occhi, per salvarsi dalla troppa luce e dai projettili. Pareva una verginella vestita di bianco in atto di confessare il suo primo amore.

— Chi è?

— La Posta, che ha il suo orario. Se non fanno prestissimo, rimangono a piedi. Presto.

— Con quel birbaccione di Pio lì comodo a sedere. Che fa? Perchè non si muove?

— Perchè da solo non vuol partire e aspetta le Signorie Loro. —

Qui i tre letti matrimoniali dell’albergo sobbalzarono a un tratto, come se avessero avuto addosso l’argento vivo. «Spicciati!» — «Vedi quel che accade a bever troppo.» — «Levati di costà che mi voglio lavare anch’io.» — «Paga e faremo i conti.» — «E quella canaglia di Molière che ci lascia dormire e fa all’amore colle caffettiere.» — «Eccoci!» — «Lasciamo qualche cosa per la serva che fa così bene i letti ed i pasticci.» — « Troppo bene pur troppo; complimenti signora Rosina,» ec., ec., il tutto fra un continuo sbatacchiamento di usci e di finestre, per non dimenticare nulla e per urlare più volte a Domenichina:

— Preparateci il cognac della staffa. Lo beveremo in omnibus. E un bicchiere più grande pel vetturino. Così pazienterà un altro minuto secondo. —

Ma a forza di minuti secondi ci volle un buon quarto d’ora avanti che Pio prendesse posto a cassetta accanto al Consigliere, come era stato divisato la sera prima. Fuori tutta la gente del caffè, fuori tutta la gente dell’albergo a salutare, ad augurare il buon viaggio, pareva la partenza degli Argonauti.

Difatti Pio, nel momento che si congedava con un gran gesto espressivo dalla buona Medea, non potè a meno di raccogliere in un solo sguardo tutta quanta la piazzetta, e di pensare enfaticamente fra di sè:

— Addio, Colchide cara. Se mi avverrà di trovare il Vello d’oro, il merito maggiore sarà stato tuo. Addio, Scaricalasino! —

PARENTESI PERIPATETICA.

La Francesina doveva certo pensare che ad andar giù tutti i santi ajutano — come si dice appunta nella Emilia — tanto si mise a discendere di buona voglia. Pareva un’altra, e ben altri dal giorno prima parevano anche i sei giovani, i quali seguitavano a brontolare contro di Pio, che li aveva fatti partire a quel modo, cioè di nient’altro più occupati e solleciti che di stropicciare gli occhi e di stirare le braccia, pur di svegliarsi un poco e di rimettere in sesto le assopite forze.

Invece Pio, al contatto dell’aria troppo mossa e troppo fresca, sentì subito sbollire gli entusiasmi del commiato, e pensò che bisognava dare un poco di respiro al suo terzo informatore avanti di spremerlo. Per la qual cosa levò di tasca il taccuino di memorie, onde confrontare lo scarso bottino della sua solitaria e trimestrale osservazione, col viatico raccolto in poche ore di Peripazio. Come dire che egli faceva di sei uomini un uomo solo, un unico Aristotile, e non si può dire che li trattasse male, nemmeno ad aggiungere Domenichina per buon peso e buona misura.

Il libriccino non aveva di occupate che due paginette, vergate a grandissimi caratteri, le quali contenevano in poche parole come il succo di quegli studi dal vero che non gli erano apparsi nè affatto disutili, nè affatto pedestri. Cinque in tutto.

Un giorno, fresco dalle espansive confidenze di una giovane donna, che si era sposata per troppo amore e che stava per ricorrere al Magistrato per troppa rabbia, era corso a casa ed aveva scritto:

I. «La moglie ha sempre un modo infallibile per misurare l’abisso dei propri sentimenti verso il consorte, ed è di riscontrare coll’andar del tempo le mutevoli reminiscenze della sua prima notte, a seconda, che le ritrovi o più toccanti o.... meno.»

Un’altra noticina aveva quasi il carattere di una auto-difesa. Anni prima un povero attore, pieno di buona volontà quanto scarso d’ingegno e di ajuti naturali, lo aveva supplicato di dargli una parte, per sciupargliela e per esserne poi asprissimamente redarguito. Piuttosto che trascendere così, meglio valeva di non dargli niente. Dopo due anni ed incontratolo per caso, Pio sentì subito che della parte sciupata non gli importava più nulla, ma che ciò non ostante l’antipatia per la persona dell’interprete gli ribolliva ancora tal e qual di prima. E scrisse:

II. «È più facile di rimettere i peccati agli altri che non di perdonare loro i torti che noi sappiamo di aver avuto con essi.»

Più sotto, dopo di aver assistito alla strage, anzi allo scempio di una buona donna per parte del marito ambiziosissimo (quanto pieno di riguardi per i suoi emuli) notava:

III. «Un buono slancio di perfidia contro una sola ed affezionata persona, ci compensa ad usura di molte stentate cerimonie, dovute fare ad altri, niente affezionati.»

In seguito, da una elegantissima signora, molto compassionevole delle più misere traviate, quanto implacabile e feroce con quelle trionfanti, aveva desunto come segue:

IV. «Certe donne non si danno a vivere in modo inappuntabile, che per potere voluttuosamente sprezzare quelle fra le corrotte che non sono ancora state punite.»

Per ultimo, dopo di avere studiato due mature sorelle ancora nubili, Pio diede la stura ad uno dei suoi più ricchi aforismi, e scrisse con brio:

V. «Ciò che più pesa ad ogni persona fantastica e diversa non è tanto la continua vibrazione sua propria, quanto il timore di poter raggiungere quella di un’altra persona, secondo lei più strampalata e più vibrante ancora. Se poi quest’altra strampalata persona sceglie appunto la prima per il medesimo segreto e confortevole paragone, vuol dire che entrambe tirano via pari pari lungo l’erta della stravaganza, e che entrambe non se ne avvedono.»

Tutto qui.

Era poco, ma più che a sufficienza per potere argomentare che Pio, a seconda delle sue stesse confessioni, soleva salire troppo precipitosamente dal concreto all’astratto e discendere altrettanto precipitosamente dal generale al particolarissimo, ma c’era anche un’altra cosa che combinava fin troppo colla maniera del pittore e più ancora con quella del chirurgo: la propensione cioè a raccogliere e ad esaminare le battaglie dell’uomo contro sè stesso: quelle battaglie che Domenichina, per ingenuità e col suo apologo dei due burattini che si davano delle legnate dentro la testa del chirurgo, aveva voluto bandire dal palcoscenico. E Pio pensò:

— Essa ha un bello strepitare, ma se ci siamo caduti il pittore, il chirurgo ed io, e se il teatro boreale non vive quasi d’altro, vuol dire che la modernità scenica non istà ritta che a forza di dualismi interiori, fastidiosissime cose, non lo nego, ma che non si possono negare per il solo fatto di non voler tenerne conto. Da che è venuta per tanto tempo la fortuna dei monologhi, tanto quelli troppo spesso intercalati nel dialogo, come quelli, aimè, che stanno da sè soli? Da questa inquietudine delle nostre anime disorientate: una complicata inquietudine che si adagia bene nelle prose da romanzi, ma che, per esplicarsi sulla scena, deve pure ricorrere ai monologhi: così quelli parlati a bell’agio come quegli altri fatti balenare fugacemente mercè della espressione e della mimica. So bene che i maestri settentrionali, per non valersi di queste toppe, fecero sovente che i loro eroi spiattellassero apertamente, e in numerosa compagnia, le loro urtanti insurrezioni contro il senso comune (tutte cose che essi eroi avrebbero dovuto tener chiuse dentro di sè, anche se fossero stati solissimi a pensarle), ma possiamo noi ricorrere a questi mezzi, noi che abbiamo ereditato dai nostri maggiori il fine senso della misura e della verisimiglianza? Non credo. In via generale i moti sussultorii e morbosi dello spirito appartengono al medico più che all’artista, e se ogni più semplice dolore umano, inasprito fino alla tragedia, li condusse talvolta sulla scena classica, non fu mai di certo per esporre blandamente delle teoriche incoerenti o delle convulsive contraddizioni con noi medesimi, come capita di vedere adesso. Pare che bevano un bicchier d’acqua e ve le sballano più grosse di una casa! Anche Oreste, anche Macbeth non se ne stanno indietro, ma si vede perchè, senza bisogno di commenti nè prima nè poi. Basta, il chirurgo ed il pittore, ciascuno alla sua maniera, mi hanno chiarito che ora, per essere del nostro tempo, bisogna od esporre ruvidamente la attuale ipertrofia dell’io, o metterla in berlina, ma il teatro è una cornice troppo larga e troppo lontana per queste cose, le quali vogliono essere presentate davvicino e in piccolo. Son curioso di sentire adesso quel che mi diranno gli altri. —

III.

Il Consigliere, già ben desto e come per effetto magnetico, prese in questo momento fra mano il ginocchio di Pio, e chiese:

— A che pensate?

— Penso che il chirurgo ed il pittore tendono troppo a farmi studiare l’uomo come è di dentro, più assai di quello che non sia di fuori. Capisco che le passioni lo sogliono sempre tirare da molte parti, ma questi stiramenti, almeno a teatro, debbono emergere dai fatti, più assai che dalle osservazioni in anima vili, da noi perpetrate sopra noi medesimi. Se io li ascoltassi, dovrei mandare troppo spesso alla ribalta dei personaggi che fossero per metà filosofi e per metà pazienti, nel preciso momento in cui facessero la propria notomia, per divulgarla. Chi ci reggerebbe?

— Quando è così, ho idea che voi abbiate in me tutt’altro uomo.

— Magari. Dite. —

Il Consigliere guardò dietro per verificare se il vetro chiuso gli dava sicurtà di non essere udito dagli altri cinque, poi si chinò verso l’orecchio di Pio e disse, così a mezz’aria tra il grave ed il vanesio:

— Sono nato despota, e i miei relativi superiori me lo devono aver letto in viso, senza bisogno di guardarmi dentro, perchè mi mandarono spesso a fare il Commissario Regio nei Comuni andati a male, per essere troppo scalmanati o troppo spigolistri, o l’una cosa e l’altra alla rinfusa. Ho fatto il mio tirocinio passando dai piccoli ai grossi, e ne ho acquistato una dolorosa persuasione, che vi metterò innanzi a tempo suo, ben deliberatamente.

La mia prima e provvisoria tirannia si è esercitata sopra di un comunello, un vero guscio d’uovo, nel quale tutte le fazioni dello spegnitojo e del giacobinismo si erano date fraterno convegno, come in un piccolo prisma della più litigiosa Italia contemporanea. Esso guscio era diviso in due parti, una delle quali teneva per un sacerdote, venuto dal di fuori, e l’altra per una vecchia famiglia di ottimati, la quale, per essere troppo abbondantemente cresciuta di numero, di propaggini e di aderenze, non aveva potuto seguitare a governare in modo abbastanza fermo e compatto. Più era stata servita abbastanza male da persone estranee, nelle quali aveva messo troppa fiducia. Il sacerdote, da sè solo, si era piantato meglio, almeno dapprincipio. Venuto prima in qualità di Cappellano, colla palese intenzione di prepararsi l’aura popolare per salire a Preposto, vi era difatti riuscito, vincendo a grandissimo stento l’avverso parentado, che lo aveva dovuto accettare per forza, volente nolente, colla massima ripugnanza. Ma egli se la era legata al dito e come, anni prima, aveva fatto di tutto per cattivarsi la simpatia dei giovinetti, se ne servì poi, fatta che fu simpatia di uomini, per giungere prima alla scarsa prebenda, e poi, col tempo, al duplice conquisto delle cose spirituali e temporali insieme. Tutto fece capo a lui, non solamente in chiesa e nella fabbrica e nella canonica, ma anche fuori, e tutto fu da lui condotto colla più fine industria della legalità, senza mai permettere che i suoi civili e non molto istruiti luogotenenti muovessero un dito senza chiedergli l’imprimatur. Direte: come mai con tante attitudini a lavorare in grande non aveva preferito di andarsene in luogo più opportuno, in campo più vasto e più rimuneratore? Oh bella — rispondo — gli antichi dominatori lo avevano combattuto appunto lì, quando non era che un semplice pretino, e lì aveva voluto non solamente rimanere e salire, ma anche raggiungere la duplice potestà. Dove trovare una altrettanta ed altrettale soddisfazione?

Quella già grossa parte del popolo che gli si era data durante la investitura crebbe poi a dovizia quando ai premi celesti le si unirono in vista anche i vantaggi terreni. Non era già che il popolo non avesse capito adagio adagio la gran machiavellica di quel suo principiare in qualità di uno, per finire col tempo in qualità di due, anzi di tutto ma il popolo aveva troppo da guadagnare a seguitare a tenere per lui. Perchè il dissidio, che era stato semplicemente politico fino alla vittoria del prete, assunse poi, quando venne la volta di ritentare il cimento, come una specie di forma mista, politica ed economica insieme, con espresso materiale vantaggio della povera gente. Difatti, molte benemerenze popolari, alle quali non si era provveduto prima, furono poi fatte fermentare precipitosamente, e perchè non vi era donnicciuola della parte oltramontana che non tenesse in cuor suo per Roma Papale (nient’altro!) ecco subito inaugurare una nuova fiera il 20 di settembre e un nuovo mercato con premi appunto la domenica; ecco sorgere contro l’opinione di qualche bacchettone un nuovo teatrino; ecco apparire trionfante il Patronato scolastico, lavorando di protezioni al capoluogo della provincia, per non mai ammettere il prete all’insegnamento religioso. Ec. ec. e tutto a vapore, che una novità tirava l’altra, come le ciliegie e come le bugie. Per tal modo, e con parecchie dedizioni di popolani, la salvezza del parentado e delle sue aderenze fu condotta a buon fine, ma il costoso programma, seguito ad oltranza, potrà essere mantenuto durevolmente? E sarà poi bene per il popolo di aver guadagnato in fiere, in mercati ed in teatrini, a prezzo del nuovo e pericoloso conflitto messogli innanzi: delle cose della religione con quelle della patria e della carità? Non credo, perchè, primissimo e principale guajo, perderà di religione, con patente danno della sua persona morale, e perchè potrà guadagnare poco nell’amor di patria, per essere stato piantato a base di interesse individuale. Questo si raccoglie, nello studio delle parti, a volere stravincere, dunque la colpa è stata di tutti, prima del Preposto e poi degli altri. Quanto alla ragione, che in dati momenti ha svolazzato di qua e di là, chi può dire dove sia adesso? Probabilmente in grembo del tempo, che darà con comodo la sua sanzione.

Questo sia detto per il primo mio feudo; ora, per amore di brevità, saltiamo all’ultimo, che fu una città propriamente detta, dove io non ebbi che ad aggrottare le sopracciglia appena arrivato, per vedere, come Giove, le fazioni distendersi come un olio, e mettere in mia mano l’ultimo dado degli antichi sbaragli. Quante bellezze ho compiuto che i litiganti, per invidia, avevano lasciato in asso! I miei istinti feudali si trovarono massimamente a bell’agio nelle cose voluttuarie, come quelle che più contentano molte persone ognuna, e che più servono a placare le moltitudini nel dolce pisolino della più lodevole compostezza. Furono vecchie ruggini messe in tacere per questioni di musiche municipali, di giardini pubblici, di dotazione ai teatri; senza mai pretermettere di farmi vedere alle operette o alle più ridanciane birichinate francesi, perchè si capisse bene che io le riteneva più utili e più sedative dell’opera seria e dei drammi di Ibsen. Quell’Ibsen! Che tempestoso arnese di anarchia morale!

I miei continui rapporti colle così dette «classi dirigenti» mi condussero a notare che esse usano di crescere i loro teneri rampolli come quel Cappellano cresceva i suoi impuberi contadinelli. Questo si era servito del più amorevole catechismo per piantare gli scaglioni del suo futuro edifizio politico, e quelle tempravano la loro prole nelle più sollazzevoli manifestazioni del potere, perchè si fermassero bene nell’idea di non lasciarselo più fuggir di mano. Molti piccoli rappresentanti della vita ufficiale di provincia ho veduto scendere nell’arringo in qualità di commissari delle corse al trotto, o del tiro al piccione, o delle feste carnevalesche, per poi salire grado grado quando alle società delle barbabietole, quando ai comitati pei concimi chimici, e quando alle bonifiche. Bonifiche altrettanto agrarie quanto elettorali, per asciugare possibilmente le urne o delle melme parassitarie o delle muffe rossiccie. [1] Di lì, fatti grandicelli, ne ho visto balzare presto a Roma, non dico sempre per durarci molto, oh no, sì bene per riedere, meglio assestati, alla sedia curule od alle Opere Pie di casa propria: che diamine, tutti non possono essere tutto, ma quando taluno è stato, anche per poco tempo, più su, trova sempre miglior posto per accomodarsi più giù. —

Qui Pio non potè trattenere un gran sospiro, che aveva principiato a soffiargli dentro fin da quando aveva udito mentovare il gran nome di Ibsen.

— Sospirate? — domandò il Consigliere, che si era affatto dimenticato di Nora e degli Spettri. — Il mondo va così. E per un altro verso va anche in un’altra maniera. Ve lo provo subito come vi ho promesso.

— Vi ascolto.

— Io non sarei un piccolo despota compiuto se non avessi un debole per i buffoni, ma in questo solo sono del tempo mio, che i buffoni, oltrechè ridere, mi fanno anche pensare. È una debolezza imperdonabile. Fra gli ultimi miei sudditi mi sono imbattuto per caso in un cervel bruciato, che per la estrema esilità della persona non poteva armeggiare che a parole, ed era tenuto per inconcludente a fatti. Bonaccio era anche in fondo, quantunque fine di spirito. Sapete cosa mi disse un giorno, da solo a solo, dopo di essersi persuaso a malincuore della sua relativa simpatia per me? Sapete?

— Io no.

— «Che una volta, quando andava male, bastava dire o pensare: — Quel farabutto di un Duca! — perchè uno si trovasse in certo qual modo soddisfatto ed aspettasse tempi migliori: ora invece i duchi sono legione, se ne può dir corna a piacimento, eppure non va niente meglio! Moltissimi a casa, 508 cumulativi a Roma, come si fa a sfogarsi con tutti anche gridando forte? Come dir male del deputato A. il quale non pensa che a sè ed al suo Collegio, quando nessuno ci levi di mente che il deputato nostro non faccia precisamente il medesimo per lui e per noi? E che giovamento c’è a vivere in piccolo, con questo deposito di idee grette e meschine, quando vediate ogni momento che per pagare bisogna pagare in grande? Oh lì non si scappa, lì siamo veramente un gran paese, e la più grossa frazione del settantacinque per cento che ci si leva di tasca va spesa per l’ordine pubblico. Pericola davvero questo striminzito ordine pubblico? Ebbene, qui da noi — città e ducato — con trecento uomini di milizia si è sempre fatto e si potrebbe fare ancora: adesso, con tanti duchi, guardate un po’ quanti uomini ci toccano a misura di popolazione! Facesse almeno buona figura a petto delle altre la nostra povera città, che ha sempre bastato a sè medesima, ma che! Le maggiori ingrassano e si lamentano più di lei. Si lamentano perchè Montecitorio è diventato come una specie di ara sconsacrata, dove ogni clientela mira ad appendere il suo solo ex voto, e dove ogni grande città ha sempre paura di venir sopraffatta dalla vorace concupiscenza delle sue illustri sorelle. Oh povero teutonico sofo che scrivevi così bene e pensavi così barbaramente, come rideresti se potessi vedere che tu non imperi soltanto in certe prose poetiche, ma che ti sei disteso, come un lugubre farfallone, sul nostro vivere civile e sul domestico! Quanti appetiti dionisiaci nei palazzotti di certi nostri politicanti, e che fiorita di egoismo casalingo e municipale dovunque!»

Eccoci al punto, e scusate se ci son venuto tardi e quasi di sbieco. L’Italia non è mai stata tanto divisa come adesso. Siamo uniti sulla carta geografica e sullo scacchiere politico, ma ognuno pensa a sè e più di tutti la maggior parte dei 508 di Roma. Una volta i brandelli erano più visibili per effetto di dogane, di pedaggi e di passaporti, ma il fuoco sacro, non mai spento, dava sempre scintille qua e là, sia nelle anime dei pensatori, sia nelle fucine delle più generose cospirazioni, e l’Italia, apparentemente più divisa, stava stretta come in una maglia d’affetto, di speranze, di unità spirituale. Adesso? Adesso è tornato il tempo dei signorotti, come me, più di me vituperevoli perchè meno si conoscono in peccato, e perchè più si accapigliano fra loro per arruffianare il suffragio popolare. Io almeno sono sceso genuinamente dall’autorità, per diritto divino. Ed io che bene o male.... anzi molto bene ho tirato a riva più Comuni in burrasca, ho visto da per tutto, non dico trascurare, ma ignorare affatto quel che di meno guasto o di più miserevole accadeva di là da un fiume o di là da un monte; ho visto scovare avidamente nei pubblici ritrovi quei soli giornaletti contenenti le proprie bizze e le proprie beghe locali, come se tutto il rimanente d’Italia non contasse un fico secco, ed anche lì, fra quella falsa e circoscritta fermentazione di vita pubblica, mai un filo di coerenza, mai uno zinzino di idealità! Le parti che franavano a casaccio, scoscendendo tumultuariamente verso l’utile immediato: qua conservatori in grande affanno per tirare fra i padri i più melensi popolani e farsene schermo, colà i partiti popolari in fregola di araldica e di stemmi, per lardellarne le loro liste. Begli schermi e belle liste in verità. [2]

La Francesina non ne voleva più ed anche Aleppe, di dentro, principiò a picchiare nei vetri ed a gridare:

— Dunque? La finite sì o no? Non vedete che siamo a Lojano? —

Il vetturino fermò le sue bestie davanti ad una capanna, dove solevano tirar fiato, e subito i cinque saltarono fuori per trascinare Pio dentro della muda. Diciamo della muda per le attinenze, già fameliche, dei reclusi coi cinque di Pisa.

— Quante ve ne ha date a bere il Consigliere? Tutte belle?

— Non tanto, veramente.

— Si sarà vantato?

— Un po’, ma se ne avvede, e non rimane per questo di deciferare i lati deboli degli altri. Or tocca a voi tre. Vi siete svegliati bene?

— Sì, e ci siamo quasi accordati di sopprimerci in due. Intendo come giornalisti. Basterà uno solo e sarà Pape. Aleppe seguiterà come uomo, perchè il suo caso umano è particolarissimo, dice, ed entrambi faranno presto. Figureranno come una specie di ballabile finale, dopo della vivisezione imbanditavi dal chirurgo, e dopo delle malinconie inculcatevi dal Consigliere. Ed io tacerò. Un imparziale che taccia ed ascolti ci vuole, se non altro per rappresentare tutti i sottintesi. Il silenzio è re. Significa tutto.

— Ma probabilmente anche la nostra sarà tutt’altro che roba allegra — avvertì Pape.

— Che importa quando la esponiate col nostro solito brio di giornalisti?!

— Vuoi dire con la nostra solita banalità! — sclamò Aleppe. — Bel camerata! Si accaparra la comoda cuffia del silenzio, e ci scopre avanti che parliamo. Ma Pape ti sbugiarderà, ed io ti farò vedere che mi so vestire da uomo, benchè giornalista. —

Qui il pittore, non meno impermalito di Aleppe, aveva preso a borbottare e a dire:

— Mi pare, o sbaglio, che abbiate già dimenticato il mio fenomeno. Anche voi, Pio?

— No, rassicuratevi, me ne ricordo benissimo. —

L’omnibus, che aveva già ripreso la via, tornò a fermare per il clamoroso invito di una carrozzella, che veniva a gran corsa da Bologna. Tutti guardarono fuori e il chirurgo riconobbe lo scrivano dello spedale.

— Che c’ è di nuovo?

— Abbiamo da stamane un bellissimo caso urgente. I secondari non ci si attentano e s’è telegrafato a Lei. Risposero che Ella era già partito, e io Le sono venuto incontro per guadagnare tempo.

— Ben inteso. Gl’incerti del mestiere [3] come diceva il Re per Acciarito — rispose il chirurgo, districando le gambe per discendere presto. — Addio colazione alle Tre Zucchette!

— Osservo che S. M. aveva in ballo la propria pelle — gridò dalla cassetta il Consigliere — mentre voi medici vi sbizzarrite su quella degli altri, come diceva Francesco Guicciardini. —

Il chirurgo lasciò dire e si congedò frettolosamente da tutti. Nel salire a fianco dello scrivano gli chiese:

— Come va l’ulcus rodens?

— Quale?

— Si domanda! Il più grave, per Dio! Quello sull’orecchio.

— Sempre male, ma non abbastanza. — (sic).

L’efferato Consigliere udì queste parole, non poco suggestive, e gridò dietro alla carrozzella:

— Bada che il bellissimo caso nuovo di questa mattina non ti dia a suo tempo il medesimo dolor di capo del caso vecchio. —

Ma il chirurgo era già lontano un tiro di fucile e forse non udì.

— Poveri medici! — sclamò Aleppe. — Quando s’ha un frignolo, non si lasciano ben avere, per poi morderli a sangue quando siamo sani. È vero che si fa il medesimo anche a noi giornalisti, ma non vuol dire, il caso dei medici è più flagrante e più grave. Spicciati, Pape. Si vedono le Torri e quel filo di fumo lì accanto. Giurerei che è il fumo del nostro ragoût alle Tre Zucchette. Oh sante tagliatelle petroniane! Benedetta colei che vi ha spianato la prima!

— Amen — risposero tutti in coro. —

Ma Pape non si sentì di parlare in quel chiuso e con quel frastuono, dopo quattr’ore di scesa rotoloni sui sassi. Domandò invece:

— A che ora partite, Pio?

— Posso stare fino alle diciotto, se volete.

— Ed anche noi. Faremo venir tardi al Caffè della Barchetta, e poi prenderemo i treni voi di là e noi di qua, ciascun per conto suo. —

Così fu deciso e mezz’ora dopo, quando spuntavano alla Mercanzia, videro tutti una signora che agitava il fazzoletto e la udirono chiamare il pittore. Era sua moglie.

— Quanto hai tardato! È un’ora che passeggio dalle Torri a qui.

— Che hai?

— È arrivato il francese di Carolus Durand e ti attende a casa. Ha fretta. Mangerai con lui e con me.

— Appunto adesso doveva capitare!

— Vieni. Il tuo ultimo quadro gli piace moltissimo.

— Sì? Dunque lo ha capito?

— Pare. —

Qui il pittore si voltò verso gli amici, studiandosi di non guardarli in viso, per non rilevare le loro faccie nel vederlo al cospetto della fiera consorte. Poi disse:

— È una composizione in memoria del povero Segantini. Mi ci sono tanto accalorato, ho voluto dire tante cose, che adesso non ci capisco più niente. Troppa neve, troppi simboli abbaglianti, resi oscurissimi dalla troppa luce. Ma questo francese vuol comprare, dunque li ha capiti. Vorrei essere in lui.

— Fatteli spiegare — disse Pape.

— Magari potessi. Ma è certo che si mette in guardia e non compra più. —

La bella signora, tutta grazia e cortesia, strinse la mano a tutti.

Pio, nuovo per lei, fu cerimoniosamente accomiatato per primo, ciò che gli permise di dire in orecchio al pittore:

— Quella vostra moglie? Se pare la amabilità fatta persona!

— Bravo! Con tre uomini per parte, a farle ala, e col fenomeno chiuso a chiave da tanto tempo. Tornate un po’ a luna nuova, quando io mi senta tentato di riaprire.... periodicamente. —

La signora afferrò il braccio del marito, che la seguì con mezza bocca truce vôlta verso di lei, e mezza tra sorridente e sarcastica verso i compagni, dal cui seno era stato divelto. Pareva Mefistofele, ma era più maturo lui della vicina.

I rimanenti, dal desio chiamati, infilarono prestissimo le venerate soglie delle Tre Zucchette.

Non ci basta l’animo di seguirli. Un gran piatto di tagliatelle alla bolognese sulla tavola, e stare a vedere, sarebbe troppa angoscia per i nostri lettori. Basta dire che alle frutta arrivò un questurino al Consigliere, per una frettolosa chiamata alla lontana sua sede, ciò che gli fece dire, mentre allungava lo scotto al cameriere:

— Che secolo il nostro! Siamo partiti jeri sei intellettuali< e già ci rincorsero in tre: i tre veri. Non è che di voi giornalisti che si faccia senza piacevolmente. —

E via di corsa a testa bassa, per lasciar passare un arancio, che altrimenti gli avrebbe sfondato il cappello. Appena fuori, fece capolino come Don Basilio, e gridò da una delle due porte sbarrate che fungono da finestre:

— Addio Molière. Fate senza anche voi. —

IV.

La Barchetta era quasi vuota e i quattro pellegrini [4] non durarono fatica a trovare un remoto ed opportuno cantuccio. Disse Aleppe:

— Veramente il nostro posto sarebbe stato al Caffè del Pavaglione. Ma è chiuso, poverino. Con quel fariseo di Viceprefetto che si dà del vero intellettuale da sè, e pretende che non se ne possa far senza. Dove andavano i veri intellettuali di Bologna? Lì appunto, e ne è morto, povero caffè! —

Pape, che aveva un certo quale spunto oratorio, fece passare le dita dentro il colletto, come per dar aria a tutte le canne della gola, e disse adagio, modulando sapientemente la voce ad alti e bassi:

— Sapete, caro Pio, che i turbatori [5] dell’ordine pubblico, balestrati in provincia, sogliono redigere gran parte del loro giornale nell’immancabile Casino dei conservatori, dove si mettono di casa a tarda notte e dove, senza chiederli, raccolgono facilmente i responsi delle più compassate sibille, per poi, studiato il vento, mutarsi qualche volta in condottieri essi stessi ed in oracoli. Io era ancora al primo stadio della mia prima condotta, quando un giorno mi arriva in ufficio un vecchio Professore, che aveva conosciuto appunto in Casino, e che era effettivamente una persona molto rispettabile: un rudero d’altri tempi, si direbbe adesso, nel quale la rigidezza del pedagogo non aveva mai potuto soffocare nè il cuore dell’uomo, nè il perfetto buon gusto dell’umanista. Egli entrò nel mio ufficio propriamente detto, e mi parlò così:

— Questa è la prima volta che mi affaccio ad un giornale per averne ajuto, ma non è per me, è per il migliore dei miei allievi, al quale desidererei che fosse dato il mio posto, perchè continuasse il mio insegnamento, certo come sono che lo condurrebbe più in alto, per amor mio, e per il maggior vigore dell’età e dell’ingegno. Egli è già insegnante in altra provincia, ed io sto per andare a riposo. Ha scritto questo libro per aggiungere un nuovo titolo al suo concorso, ed io La prego vivamente di renderne conto nel suo giornale. —

Potenzinterra! Era un libro di versi, già entrato a fatica nell’ampia tasca dell’abbondante palandrana, e che ormai non voleva più uscirne, o quasi. Ma uscì. Me lo porse a due mani, e a due mani lo presi:

— Signor Professore. Son veramente desolato di non poterla servire che a metà. Abbia pazienza. Mi lasci dire avanti di giudicarmi male. Io sono qui per occuparmi di tutto, è vero: politica, amministrazione, commercio, teatri, letteratura, è verissimo, ma si compiaccia un po’ di guardare le due pile di opuscoli e di libretti ai due lati del mio scrittojo: quella è tutta sarcina letteraria, tra romantica e poetica, nata qui per morire qui, e tutta raccomandata, o dai grandi elettori del collegio, o dai principali azionisti del giornale, o dal Prefetto, che ha due Muse in famiglia, o dal Sindaco e dal Capitano dei Carabinieri, parimenti gravati di mascolina ed apollinea prole. Io ho poco tempo e pochissima voglia di contentarli, è vero.... anche non voglio abituarli male, e mi giova farli aspettare più che posso; ma ho fuori la mia parola, e come dare il passo avanti a chi è arrivato dopo? Perchè è il più meritevole? Non vuol dire. Adesso scrivono tutti (segno infelice di precipitoso decadimento!) epperò tutti partono dal principio di meritare quanto gli altri, se non più. Faccia dunque una bella cosa. Scriva Lei, anche in lungo, del suo amico e del suo allievo; mi porti o mi mandi il suo lavoro, ed io Le prometto, non solo di accoglierlo immediatamente, ma di mandarlo subito, per la riproduzione, ad un foglio speciale di Roma, dal quale il nostro Poeta potrà attingere assai più valutevoli suffragi che non gli verrebbero dalla mia sola e troppo cincischiata effemeride. Ho degli amici colà, e son sicuro che Le farebbero l’accoglienza che Ella merita. —

Pronunziai tutte queste parole colla massima buona maniera, anzi timidamente, per paura che egli non prendesse i cocci fin dapprincipio, ma non fu così; rispose che avrebbe scritto volentieri, se non avesse temuto, per la grave età e per la inveterata abitudine a ben diverse e ben più solide esercitazioni, di rimanere a corto di colore e di brio: due ingredienti dei quali la stampa periodica non dovrebbe mai soffrire penuria, disse. (Attaccati al resto!) Lo rinfrancai più volte più che potei, finchè disgraziatamente mi ritenni obbligato ad aprirgli i tesori della mia esperienza, e a dirgli col più schietto buon volere:

— È impossibile, per quanto grande e santa sia la innocenza della Provincia, che Lei non abbia ancora rilevato in che acque navighi la nostra critica letteraria, salve, ben inteso, le debite eccezioni. O soffietti anticipati di editori, o pannicelli caldi fra colleghi che si strofinano vicendevolmente, o mirra ed incenso a piene mani, come darò io ai suddetti produttori locali, che non hanno lavorato per altro, e che si contenteranno, mercè mia, di essere sotterrati a suon di musica nelle colonne del giornal paesano. La peggio è che ciò non si fa solamente qui, si fa dovunque, e più voluminosamente, per la qual cosa il vero pubblico, sempre alle prese coi medesimi punti ammirativi, ha principiato a mangiar la foglia e a ber sottile: tanto sottile che bisogna aspergere di amaro gli orli del vaso, per levargli la nausea del troppo dolce. —

Qui il Professore, che era alquanto nervoso, principiò a dimenare la persona in qua ed in là:

— Come!? — disse. — Perchè il mestiere è già stato guastato dagli altri, chi non ne ha colpa dovrà parlare contro opinione e contro giustizia?

— Chi non ne ha colpa — risposi — dovrà mettersi in modo da non aver danno dai numerosissimi guastamestieri! Lei che vuole? Giovare al suo allievo perchè lo merita, è vero o no? Ebbene: gli riveda le buccie, faccia a mio modo; è la miglior maniera per far capire che Lei lo ha letto e studiato davvero. Quando un critico mostra espressamente di voler esser benevolo (lasciamo da parte il merito che a priori non conta nulla) deve pure servirsi del solito frasario laudativo, il quale, per il pubblico, è ornai diventato inconcludente. Ottiene così l’effetto contrario, e fa nascere l’idea che egli non abbia nemmeno guardato il libro che loda. Quando invece egli si mostri, non dirò del tutto ostile, ma piuttosto burbero, piuttosto arcigno, viene subito in mente che se egli non ha trovato a notare più mende di quelle che nota, vuol dire che l’opera, all’infuori di queste mende, ha molto, ha forse tutto di buono, perchè, se non avesse, il critico lo avrebbe detto. Le pare o non le pare?

— Fino ad un certo punto! — rispose alzandosi bruscamente. — Aveva un’altra idea della sincerità umana. La ringrazio in ogni modo e perdoni il disturbo. —

Così dicendo tornò ad inabissare a fatica il suo palimsesto nella voragine, poi chiuse febbrilmente il vestito senza farmi grazia d’un solo bottone, poi afferrò il cappello da una parte e il bastone dall’ altra. Tutto per lasciarmi lì colla mano tesa, senza mai prenderla.

Confesso che sono rimasto male, anzi non potete credere come io sia rimasto male.

— Che mestiere è diventato il nostro — pensai — se una sola verità detta per caso ci fa più danno di tutte le.... corbellerie che andiamo scodellando quotidianamente? Sono i galantuomini che vogliono essere ingannati, od è il mestiere che non è più fatto per la verità? Ecco una brava persona a cui sono toccati in gran parte i tempi alti ed eroici, che se li è goduti in santa pace od in santa guerra, e che ora mi tratta male perchè gli insegno a barcamenare nei bassi. Il mio gli è sembrato cinismo e non era che disinvoltura: la gran piaga ed il gran cerotto delle nostre anime contemporanee.

— Piaga e cerotto ad un tempo? — domandò Pio.

— Sì, come la spada del Pelide Achille. Ma in quella occasione mi ci è voluto più tempo del solito avanti di servirmene per guarire della ferita. Dovetti dirmi più volte: «Gli ho dato ad intendere che il mal sia sano? Oppure che le belle ed umane lettere sieno ancora sentite così altamente come quando egli era all’ Università? No, dunque si vada a far benedire!»

— Ed anche tu! — borbottò Satan come per conclusione.

— Un momento! — disse Pio. — Lasciatemi dire a Pape che egli ha dimenticato una quarta categoria di troppo benevoli Aristarchi moderni: coloro che si affannano per potere spifferare al pubblico la vita privata degli scrittori, col pretesto che esso ne è ghiotto e che ciò contribuisce alla loro popolarità, nonchè alla diffusione delle loro idee. Eppure io vorrei averne, delle idee, vorrei averne mille volte più di quelle che ho, e le manderei avanti a battaglioni, in campo aperto, ma quando si tratta della mia persona, non c’è nessuno che sia di me più renitente e più ombroso. Sapeste il supplizio che duro a far la riverenza, quando il pubblico mi chiama fuori, non tanto per essere contento di me, quanto per vedere se sono effettivamente così piccino come dicono i giornali. E se ho i tacchi così alti. E le falde del vestito così maestose da coprire, oltre alle mie, anche le spalle della prima donna e dell’amorosa che conduco a mano. Povero me se mi ricusassi di apparire, in quelle occasioni, e povero me, adesso, se i miei critici venissero a sapere della mia gita di jeri ed oggi.

— Lo credo — rispose Pape. — Griderebbero ai quattro venti che avete trovato la vostra Laforest.

— Chi è costei? — domandò Satan.

— La sua serva — rispose Pape, additando Pio che aveva capito e sorrideva volentieri. — La serva di Molière. Non ricordi il tenero colloquio di questa mattina?

— Sì, sì, ora mi sovviene. Bella non è, ma tutti i gusti son gusti. Avanti Aleppe! —

Costui levò l’occhialino dal naso per guardare giocherellando di là dalle lenti, ed inspirarsi così alla massima trasparenza e perspicuità di stile:

— Sarò breve. Non per nulla ho telegrafato per molto tempo le notizie di Roma a parecchi giornali di Provincia, mutando le parole parecchie volte. È vero che il mio caso non è semplicissimo nè frequente, ma lo sbroglierò.

— Bravo.

— Sono nato precursore, quando i più si tenevano ancora fermi alle idee vecchie, e sono poi tornato addietro altrettanti anni quanti ne ho, per non dire più. Era alto come questo tavolino quando certi miei zii mi vennero a prendere in collegio, per condurmi a spasso. Incontriamo la vedova di un banchiere che se ne veniva in carrozza, con grande sfoggio di cavalli e di livree. Uno degli zii crede che io non ascolti e dice all’altro: «Vedi quella lì? Ne ha passato una bella. Il marito ha sfidato l’amante ed è caduto al primo colpo, ma appena a terra ha fatto a tempo a mirare l’altro al cuore ed a freddarlo. Una duplice tragedia in tre minuti secondi.» I miei zii, molto borghesi ed alquanto inorriditi, si chiesero più volte come mai quella vedova potesse trovare bastante buon umore per farsi vedere a spasso con tanta leggiadria, ed io ragazzo, io poco più alto di questo tavolino, sapete cosa mi chiedeva? Mi chiedeva se avrebbe trovato un secondo banchiere, od un altro amante, od entrambi magari in compagnia. Era evidente che essa non cercava altro, ma io a quell’età non poteva essere nè più precoce nè più moderno di così. Ora sto più assai coi miei zii, ora inorridisco anch’io, a vent’anni data. Più tardi mi trovai in un vagone di terza classe con due contadini innamorati, che non si prendevano nessuna soggezione di me giovinetto, e lasciavano apparire a colpo d’occhio la diversa tempera del loro amore: focosissimo nell’uomo, allegro e sguajatello nella bella donna. Quello, vedendola ridere troppo, non si potè più tenere e le disse colla maggior veemenza: «Quanto pagherei a poterti strappare dal petto quel tuo tristo cuore, a prendermelo in mano, e a riscaldartelo col mio fiato, come se fosse un pulcino mezzo morto di freddo!» La donna mi guardava con una certa aria lieta e spavalda e mi diceva petulantemente: «Vede, signorino, come sono amata! E non ho paura, sa. È più facile che si ammazzi lui, per amor mio, avanti di torcere un capello a me.» Or bene, voi non mi crederete, ma io allora teneva sinceramente per la donna, e per la sua maniera sbrigativa di intendere l’amore, all’ultima moda. Adesso tengo per l’uomo, dato che respiri ancora e che essa non l’abbia già ammazzato, ridendogli in viso. Ma guai se volessi riandare tutte le medaglie che mi sono decretate da me, come vero antesignano del progresso, così miseramente decaduto poi. Ne avrei una quantità. Mi limiterò ad una sola, quando io non avevo ancora passato la leva. Stava desinando in una osteria di Brisighella («chi vuol veder la Romagnola bella, vada a Fano, a Cesena e a Brisighella») e aveva accanto un commesso viaggiatore, col quale feci presto amicizia e che era nuovo del luogo come me. Ci serviva una vispa ragazza di casa, e avevamo dirimpetto la grande fotografia della povera padrona, morta da tre anni, lasciando molti figli, maschi gli ultimi, e quasi tutte femmine le prime. Potevano essere quattro o cinque e ogni qual tratto ne compariva una nuova, per il servizio della osteria. Il commesso le teneva d’occhio più di me e una volta disse alla nostra: «Come va questa faccenda? Una è alta, una è bassa, una bionda ed una bruna. Non siete sorelle?» — «Sì, ma siamo tutte differenti una dall’altra.» — «Ahi!» — sclamò forte il commesso, ammiccando sguajatamente verso il ritratto della madre morta. La ragazza, abituata a sentirne di tutti i colori, capì benissimo, ma invece di reagire in qualche maniera, strinse il bocchino per non lasciarsi scorgere a sorridere un poco anche lei, e appena appena minacciò graziosamente il commesso col ventaglio chiuso, come per dargli del birichino o tutt’al più dell’impertinente. Ve l’ho a dire? Quell’«Ahi!» di una così intensa villanía di significato, e i gesti quasi muti della bimba mi fecero sorridere, allora. Adesso, se stesse in me, vorrei dare due mesi di reclusione alla ragazza, a patto di prenderne tre per me, e di attaccarne diciotto al commesso viaggiatore.

— Fa i tuoi tre, intanto.

— No, io solo no. O tutti tre, o nessuno. Battono le sei. Si fa a tempo a far la via a piedi. —

La quale bella via, quantunque intitolata all’Indipendenza, fu tutta percorsa a divisare come e quanto il futuro dipenda pecorilmente dal passato e da tutti gli «ahi!» di Brisighella raccolti nel gran viaggio. E i quattro conclusero che per molti uomini la visuale della modernità ha in sè molto di retrospettivo, perchè risulta dalla rifrazione continuamente mutevole del presente sulle lastre non molto liscie, anzi rugose, del passato remoto. Per la qual cosa non pochi uomini, come Aleppe, ritengono di essere stati tempo addietro precursori dell’avvenire, quando appunto si accorgono di non essere più che ruine ambulanti dell’antichità.

Occorre dire che alla stazione arrivarono trafelati anche il Consigliere, il chirurgo ed il pittore? Il primo per aver perduto la corsa antecedente; il secondo per essere già escito coll’onor dell’armi da una nuova e brillantissima operazione, e il buon pittore, molto contento sì della sua vendita, ma non poco avvilito per non aver potuto strappare al francese la smarrita chiave della apoteosi di Segantini. Probabilmente il francese non aveva capito niente neanche lui e si era innamorato della fattura, senza curarsi delle intenzioni dell’artista, come fanno ordinariamente gli astanti ed i lettori moderni. È per questo che gli artisti, quando sono avveduti, sogliono rendere pan per focaccia ai loro più caldi ammiratori e non li regalano che di nuove forme, appena che possano. E non importa nulla se rimangono poi indecifrabili a sè medesimi ed agli altri, come accadde al nostro.

Pio fu quasi portato in palma di mano sulla scaletta del vagone Pullman, di dove si affacciò al finestrino a ringraziare ancora i silenziosi amici, che gli sventavano i cappelli inastati sulle canne, come sei bandiere in atto di addio. Pareva l’antica partenza di un altro Poeta, che si era rassegnato a fare il Prefetto di Bologna, ma niente vieta di sperare che i cappelli di ora non fendessero l’aere più vivacemente delle bandiere di allora. Quello era un aere burocratico e questo no.

Un fischio, e via.

Pio si guardò intorno e riconobbe, o credette di riconoscere, nel suo Pullman, quello di due notti prima, dove la gentile Rejane gli aveva fraternamente confidato le sue memorie d’arte. Si lasciò cadere di piombo sopra il divano, che lo raccolse tutto, perchè era un divano grande, e i piedi, nel sedere, gli rimasero sospesi ad un palmo dall’impiantito. Quivi, mezzo morto di stanchezza, prese la testa a due mani, e provò a mettere un poco di ordine, staremmo per dire a far l’inventario, anzi il catalogo, delle sue più prossime spigolature artistiche. Non era cosa breve, tuttochè si ritrovasse a memoria fresca, e però decidesse ben presto di ricorrere alla matita ed al famoso taccuino, per fermare meglio i suoi appunti, senza pericolo di tornare troppe volte sulle medesime cose, come fa chi ricorda a briglia sciolta, avanti e indietro. Dopo la notte quasi perduta, per far a tempo di congedarsi da Domenichina, non fu meraviglia che alla fine degli appunti non ne potesse più e che, fatto appena a tempo di raccogliere le gambe sul divano, si addormentasse profondamente colla matita sull’orecchio e il taccuino sul cuore, come se fosse stato la gran croce di un grand’ordine cavalleresco. Croce veramente era, come tutti i taccuini degli artisti coscienziosi, ma di pena, non di onore.

Ora vogliamo raccontare il lungo sogno che lo afferrò appena disteso per durargli d’un fiato fino a Milano, ed avvisiamo soltanto che per non essere costretti a ripetere sempre «ora gli pareva questo, ora gli pareva quest’altro» prenderemo esso lungo sogno come cosa effettiva e reale, osservando subito che la nostra non sarà che una piccola licenza apparente, uno scostarci dalle abitudini verbali, perchè i sogni, secondo i più grandi pensatori, non sono certo la parte men viva e men vera della nostra vita. Basta di leggerli come il lettore leggerà il seguente: con discrezione.

IL GRAN SOGNO DI PIO.

— Cos’è quel livido che avete in fronte?

— Niente niente — rispose Domenichina, accorrendo colle braccia aperte — ci siamo picchiati e lasciati subito, senza perder tempo.

— Col vostro nuovo Ganimede di jersera?

— Già.

— Si spera che avrete pestato bene anche voi?

— Così così. Venga. Sediamo fuori all’aperto come stamane e mi racconti qualche cosa.

— Vi hanno paragonato alla serva di Molière.

— Di chi?

— Di un altro come me, ma un poco meglio. E ho dei lividi anch’io. Non si vedono, ma prudono il doppio.

— Dica.

— Pare che gli amici mi abbiano voluto curare come i medici il mio.... cioè il suo De Porceaugnac. Intendo sempre di quell’altro come me, ma un poco meglio. «Piglialo, piglialo che non ti farà male.» Ma neanche bene mi han fatto. Pel chirurgo — avete udito — la modernità non era che complicazione: un biasciare sorbe acerbe facendo mostra di avere l’acquolina alla bocca, un lavorar di vanga dentro la propria anima, col giulivo proposito di pagare anticipatamente i rimorsi in erba; il Consigliere, infarinato di umanità classica, e mezzo contento di non vedere che guai, pur di saperne additare più degli altri, si è dato a soffiar di frasi dentro ad un suo vecchissimo mondo nuovo, che è tutto una bolla di sapone, una gonfiatura; Pape, dalla sua esperienza, non ha grattato che camorra, Aleppe che ironia, basata su certi suoi ghiribizzosi ma cupi anacronismi, e il pittore, primo ed ultimo, non ha fatto che rilevare il troppo potere suggestivo attribuito adesso alle forme, e su su per tutta la scala delle forme, dalle orride alle apologetiche. Voi finalmente, come Verdi, mi avete insinuato di tornare all’antico, ma anche voi lo avete fatto con un certo pizzico di recente e sentimentale cascaggine, per il vostro ciuchino gentilizio, e per le vostre dure ossa presto dimenticate e disperse; tutti quanti avete esagerato a chi più più, e tutti, anche voi, mi avete dischiusa l’anima vostra come se ci aveste due finestre, una sbarrata e l’altra aperta, una buja e l’altra lucente, cioè a dire come se foste tutti allegramente rassegnati alle vostre miserie, o miseramente contenti della vostra rassegnazione, a un di presso come era Giordano Bruno: un Tizio del cinquecento! Ne viene che la mia povera inchiesta mi avrebbe condotto a quest’unico criterio desumibile da voi tutti, per diversi che siate l’un dall’altro: di dovere cioè imperniare la commedia moderna sopra due generi di personaggi che tendano sempre più a confondersi in uno solo, come nel Canto dei serpenti. Cosa piacevolissima per chi scrive e per chi deve ascoltare! So bene che Augier e Dumas hanno già provato a unire insieme il dramma e la commedia, a dosi eguali, ma se ne sono serviti ben distintamente, per ottenere dal contrasto maggiori effetti: adesso invece parrebbe che si dovessero presentare delle persone o delle situazioni a doppio uso, le quali, esteriormente briose o leggere, avessero in sè qualche cosa di doloroso, o viceversa, col previo e perenne proposito di far risaltare per arte, e maggiormente assai, quello appunto dei due lati che men si vede. Ora io capisco Edipo Re e capisco le Rane, ma non capisco quello con queste sotto, nè queste con sotto quello, e tanto meno capisco quando si tratti di re o di rane che debbano fare tanto maggiore presa sullo spettatore quanto meno s’intravvedono o s’odono. La modernità, secondo voi tutti, è dunque esasperazione repressa, burletta sardonica, orgasmo sorridente, e i personaggi meglio indovinati sarebbero quelli che più ridono per far piangere, ovvero, peggio ancora, quelli che piangono per far ridere. Li respingo. Sarà stato anche mercè vostra, non lo nego, ma io per mio conto sono già fuori della crisi maledetta, appunto perchè la ho capita, appunto perchè la ho rilevata, prima più leggiera nel mio taccuino, poi più acuta in voi sette, che vuol dire in tutti quanti. Se la modernità scenica deve rendere a preferenza lo stato fluttuante ed ambiguo delle vostre anime a doppio fondo, tal sia di lei e di voi. Io nel mio piccolo sono già fuori. Sono guarito. Sono un vero precursore, molto preferibile ad Aleppe quando era bimbo. Rimanete voi sette nella vostra bolgia, colla testa al polo e l’equatore sotto il sedere, a bagno maria! O viceversa. E sbuffate voi, tremando. Io no! —

Qui il Poeta spinse arditamente le falde della sua giubba più in là delle spalle, come in atto di sfida o di ribellione, e subito Domenichina, presa di fronte, diede un gran pugno sul tavolino (come fanno i burattini avanti di intavolare una parlata commovente) e rispose «crescendo.»

— Cosa significa questo discorso? Che Lei vuole smettere per la vigliaccheria di non poter essere il più bravo di tutti? Perchè ha consultato noi sette? Per rilevare i nostri mancamenti o per confermarsi nella cognizione dei suoi? È colpa nostra se ce n’è di meglio di Lei? Siamo stati noi a dirle di scrivere delle commedie?

— No.... questo no — rispose Pio, alquanto intimidito.

— Chi è stato?

— Me lo son detto da me, per inclinazione.

— E Lei ha sbagliato. Lei vede troppo i difetti propri e più ancora quelli degli altri! O neghi se può, e di quest’ultimi massimamente!

— No, non nego.

— E Lei insegni a schivarli! Apra una scuola e conduca i suoi allievi a fare delle commedie più belle delle sue. È il primo Lei che riesca meglio ad insegnare che a fare? Anche la mia maestra di lavoro, che era cieca d’un occhio! —

Pio sorrise a fior di labbra. Indi, pazientemente:

— Non s’ insegna l’arte mia. Si gastigano in due maniere quelli che fanno male, criticandoli o troppo più o troppo meno di quel che meritano.

— E Lei li gastighi bene in una maniera sola: con verità e con giustizia. Non solamente li gastighi bene, ma faccia che essi, alla loro volta, si avvezzino piano piano a gastigare anche noi tutti, se siamo veramente mezzi crudi e mezzi cotti come ha detto adesso. Merita di metterci tali e quali sul teatro, così senz’altro come diceva stamani di voler fare? O non sarebbe mille volte meglio di ajutarci a venirne ad una o crudi o cotti, come aveva scritto a un di presso il burattinajo bolognese sopra il frontone della sua baracca?

— ....?

— Sì, che egli si sentiva di levarci gli amori dalla testa a forza di risate e di bastonature. [6] Ed era solo, con poche teste di legno. Si figuri quante belle cose non potrebbero fare i suoi allievi con dei comici vivi, uno intero per ogni parte in commedia!! O vuole smettere di lavorare perchè, potendo scegliere il suo lavoro, ha scelto male la prima volta? Doveva scegliere bene. Che avrei a dire io che sono nata cuoca — Lei lo sa — e devo confondermi colle cocome e i cocomini? Che dovrei dire della signora Rosina, la quale mi compera trentasei volte ed ha una batteria da cucina che mai la più bella? Ma io non dico niente per invidia, e ognuno deve contentarsi di quel che ha! Lei poi che poteva far bene fin da principio. O è tardi, adesso?

— No, veramente. Un gran giornale mi ha esibito l’appendice poco fa.

— Accetti presto. Accetti subito! —

Pio si stropicciò i primi capelli sulla fronte e poi rispose, titubante:

— Non potrei far altro, come D’Arcais.

— E non è meglio? Quante cose vuol fare? Il servitore di due padroni a uso di Arlecchino? Eccole carta, penna e calamajo. Avanti. Presto. «Caro Amico. Vengo con questa mia per farti sapere che accetto....» e seguiti. —

Pio si mise a scrivere....

— Ha già finito? Legga forte. Legga chiaro.

— «Caro Amico. Vengo con questa mia per farti sapere che accetto, come dice la serva di quell’altro come me, ma un poco meglio! Pape mi ha già insegnato come usano i critici benevoli, e io so pur troppo come s’ingegnano gli altri. Farò diversamente. Non prenderò la vecchia commedia di un autore per dare addosso alla nuova, e nemmeno brandirò il suo primo atto per fare strage del quinto. Ho due buone qualità. So, per esserne appena escito, quanti rovi si ascondano tra i fiorellini artificiali dell’attuale giardino moderno, e la suddetta serva mi ha dato un lanternino per vedere un po’ meglio dentro la pentola. cioè per riconoscere tutti i doppioni, sia quelli veri che passeggiano all’aria aperta, come le copie che svolazzano al lume della ribalta. E picchierò così forte sii quest’ultime, finchè la società si decida a dare l’erba cassia anche ai modelli.» Va bene?

— Benissimo. Ha visto se aveva ragione quando Le diceva che io brucio, ma faccio schiumare gli umori della gente? —

Pio si chinò per baciarla in fronte, sul livido, quando i sei dell’omnibus apparvero in camicia da notte alle finestre della signora Rosina, e Pape disse:

— Anche noi non abbiamo avuto torto a respingere jermattina il critico drammatico. Si faceva un bel bollo. Vi sareste trovati in due! —

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   . 

— Milano! Milano! Si discende per tutte le linee! —

Pio scattò a sedere di soprassalto, guardò adagio le proprie gambe, poi il divano di qua e di là, poi si avvide con pochissima soddisfazione che Domenichina e la piazzetta e le camicie da notte se ne erano tornate di volo a Scaricalasino.

Il mattino seguente, dopo un’altra buona dormita, prese davvero carta, penna e calamajo e si mise a scrivere con più garbo la lettera suggeritagli da Domenichina, o per meglio dire dalla sua stessa coscienza, che gli aveva potuto assumere nel sogno il grato aspetto di una buona persona, e non poca parte della costei bell’anima.

Meritava di meno chi aveva accolto così modestamente il rude invito di Scaricalasino? Così ci si andasse un po’ tutti a buon viaggio, se non a raccogliere le bellezze che ci mancano — ciò che sarebbe un troppo pretendere — almeno a depositare le magagne che ci crescono. Che voluminoso deposito! Che sacra Mecca moderna!

 

Fine.

 

 

INDICE.

 

I.

II.

Parentesi peripatetica

III.

IV.

Il gran sogno di Pio

 

Note

____________________________

 

[1] Enrico Ferri è di parer contrario. Dice che queste ultime prosperano invece tanto più. (Nota del racc.)

[2] Urge ormai di notare che tutte le parole del Consigliere (nonchè quelle sue e d’altri che seguono poco più avanti) furono pronunziate e trascritte molto prima del sacrifizio di Monza, e che si lasciarono tal quali.— (Nota del racc.)

[3] Vedi nota 2.

[4] Copioso nome di un antico alberghetto bolognese.

[5] nel testo abbiamo: "tubatori" [ndr].

[6] Castigat ridendo mores.

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Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2011