Alberto Cantoni

Un re umorista

memorie

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Un re umorista, Memorie, prefazione di Riberto Bonchio, Lucarini Editore s.r.l., Roma 1991

02

A tastone

Eboli, Chimene, Ofelia

Era ancora bambino che già tutti s’erano avvisti di una mia particolare inclinazione: quella di ascoltare moltissimo ciò che gli adulti dicevano fra loro, e poco, assai poco, ciò che essi dicevano a me. Forse tutti i bimbi faranno così, o forse mi pareva di già che tutti recitassero meco una qualche particina di commedia e che ci fosse più costrutto ad ascoltarli dietro. Ma ho pagato ben cara la troppa sincerità con la quale dava sempre a divedere da che parte ascoltassi più intentamente, perché tutti, poco alla volta, si tennero molto in guardia quando io era lì accanto, e così non mi accadde quasi più mai di potermi mettere nel retroscena, e di cogliere a volo un qualche piacevole e piccante apprezzamento sulla vera valuta di certi uomini e di certe cose. Ne venne che fui condannato quasi in perpetuo alla commedia recitata male, e che questa grandissima disgrazia mi crebbe presto nell’anima una specie di furore, niente affatto morboso, per la commedia recitata bene.

D’allora in poi, quando mio padre ebbe tempo di mostrarmi un poco della sua molta tenerezza, non gli seppi chiedere insistentemente che due cose sole: o di lasciarmi rannicchiare dietro di lui al teatro, o di ordinare ai suoi ottimi commedianti di venire molto spesso a recitare a corte. Si sa bene che il primo intento non mi serviva ad altro che ad ottenere il secondo, perché tutta la roba che era buona per il pubblico non poteva convenire ad un bambino come me; ma poi, coll’andar del tempo, si cominciò a mutar sistema, e così io, in dieci o dodici anni a dire assai, ho avuto la suprema soddisfazione di potere strappare un buon lembo alla commedia universale, e di rifarmi alla meglio delle altre commedie particolari, in forma di Carte o di Costituzioni, che mi erano state propinate dal mio governatore. Ho perfino recitato qualche volta anch’io — bontà di mio padre che me lo ha permesso — e fu nei Captivi assassinati in latino, colla scusa di apprender bene la pronuncia, oppure da «Incognito» nelle più morali commedie di Kotzebue, per imparare a dir bene, e con dignità, i miei tuturi discorsi di apertura alle Camere. Così passi moltissimo tempo avanti che io sappia se ho imparato bene o no.

Ciò che so fin da ora, anzi da dieci anni fa a dir poco, e che io soleva pensare più assai ai bimbi dei commedianti, coi quali aveva fatto da «Incognito» che non a quelli del governatore, coi quali aveva assassinato i Captivi. Epper bimbi dei comici intendo naturalmente le bimbe; anzi, per dir tutta la verità, una bimba sola, e bella, che ora è già una donna, perché ha precisamente gli anni miei, che sono quasi un uomo, e che mi è cresciuta a fianco da tempo immemorabile, come un fiore dell’arte, condotto dalla natura a rendere con dolcissimi colori tutte le più soavi gradazioni dell’amore e del sacrifizio. Recita sempre in queste parti, e nelle grandi e nelle piccine, ma come le fa lei non le ho mai viste fare a nessuno, e men che meno alle grandissime e viziatissime attrici, già consacrate dagli applausi di tutte le Americhe, e che piombano ogni qual tratto a spillare gioielli e quattrini nel nostro gran testo della Commedia;

Questo, come cosa regia, sta vicinissimo a corte, anzi la tocca, mercé di un gran corridoio coperto, valendosi del quale tutta la casa del re può recarsi allo spettacolo senza bisogno di escire all’aperto. Oh corridoio le mille volte benedetto! Che giudizio ho avuto quando ho determinato di limitare a te solo i miei diritti sempre crescenti ad un poco di libertà personale! Machiavelli mi aveva insegnato di andar adagio nell’affermarli, e quanto non ci ho messo di pazientissima preparazione! Ho principiato da una volta la settimana, poi, dopo un anno, due, poi tre, e via di seguito, dapprima per condurre la biblioteca del teatro a più ampia e liberale informazione; in seguito per presenziare le prove; da ultimo per volgere qualche parola d’incoraggiamento ai miei antichissimi colleghi i... bimbi dei commedianti, taluni dei quali già recanti in grembo i futuri camerati dei figli miei.

Ma quella no. Vestale invasa dal sacro fuoco dell’arte, aveva respinto lontano da sé quante corone di fior d’arancio le erano state spesse volte esibite, a malgrado che la più parte degli esibitori fossero stati commedianti pari suoi, e avessero posto per prima condizione che rimanesse alla ribalta anche lei. No, essa aveva capito, ad onta di tutti i miei armeggiamenti per rimanere segreto, che il suo modo di recitare mi era arrivato al core più presto che non agli occhi, e si era serbata purissima, come un’arpa temprata a rendere i più dolci accordi per un solo amico.

Ma questa può parere civetteria, e invece era una cotta bella e buona, mia certo, e forse anche altrettanto sua che mia. Io non glielo diceva mica, ben inteso, ma aveva già da più anni la vaga idea, uniformemente accelerata, che ci avviavamo entrambi verso una riva molto dirupata e molto scogliosa. Come evitarla? Ripetendomi da mezzanotte all’alba che essa non amava punto me... in me, ma S.A. il principe reale? Oh che distinzioni asmatiche per un giovine di vent’anni, che voleva attaccar sonno presto, nella soave speranza di rivederla anche in sogno!

Ma un giorno del mese passato mi accadde di ritrovarla sola sola. Presi il mio coraggio a due mani e le dissi:

— O dunque, mia cara, che facciamo?

Erano poche parole, ma al modo che le ho dette, ci doveva star dentro tutta la nostra storia da più anni in qua. Essa cambiò di colore e per poco non si mise a tremare come una foglia. Mi fece tanta pena che pensai subito fra me e me:

— Ho capito. Scappo con lei, e vado a fare il comico anch’io. Già tanto se non sarà precisamente zuppa, sarà pan molle.

Ma essa intanto si era come rinfrancata, e mi rispose con quella sua voce di angelo, tanto più insinuante quanto più, per la vicinanza, non aveva nessun bisogno di alzarla:

—  Che dobbiamo fare? Tocca a voi.

— A me?

— Sì. Io non posso da me sola. Dipendo troppo dai miei genitori e più ancora da S.M. il re. Fatemi mandar via.

— Ma se non sono mai così contento come quando vi vedo! Vi ho da far mandar via?

— Ed è bene in questa nostra contentezza che sta il pericolo. Ci andassi di mezzo io sola, sarebbe poco male. Più si soffre e meglio si recita. Ma voi! Voi avete degli altri doveri.

— Non mi negherete quello di voler bene a chi ne vuole a me, spero.

— A cosa può condurvi il bene che mi vogliate? A fare di me un impiccio nella vita vostra! Nient’altro.

Qui essa si voltò improvvisamente per andar a vedere se eravamo uditi, poi mi tornò accanto adagio adagio. A un tratto, quel suo mirabile volto, dove non c’era mai un’unica fibra che non rendesse prima, e da sola, tutti gli affetti che stavano per diromperle dalle labbra, quel suo volto, dico, si contrasse tutto, e sempre maggiormente. Che era stato? Forse che si era spaventata vedendo qualcuno di fuori ad origliare? No, era tornata addietro più tranquillamente assai di quando mi aveva lasciato per andare a vedere. Quanto avrei pagato a chiederle ragione, e subito, di quel suo repentino cambiamento! Ma sentiva di non poterlo fare, sentiva che per potere aprir bocca, avrei avuto non bisogno, ma necessità che essa mi ci aiutasse, domandandomi qualche cosa lei.

Finalmente essa mi afferrò una mano, e stampandoci sopra le sue labbra, mi disse con un grido che non dimenticherò mai

— Che avete, Altezza?

Fu come se mi risvegliassi da un brutto sogno. Compresi subito che era stato nel riporre gli occhi sopra di me che essa aveva mutato a quella maniera, e tutta la scompostezza dei miei pensieri durante quei brevissimi momenti di torpore e di confusione principiò a dileguare con altrettanta rapidità.

— Nulla, mia cara, — risposi, respirando ancora un po’ a fatica.  Ora è passata.

— Debbo avervi detto qualche cosa che vi abbia spiaciuto, ma non l’ho fatto apposta, ve lo giuro sull’anima mia! — sclamò la poverina gettandosi in ginocchio. O altrimenti perché mi avreste guardato con quegli occhi così fermi, così intenti, così asciutti?

— Vi ho guardato... così?

— Si, or ora, quando tornai indietro. E anche adesso, da capo.

— No, no, è finita davvero, risposi sorridendo e pigliandola per mano. — Alzatevi, ve ne prego.

— Ma che è stato?

— Nulla, vi ripeto. Ho principiato a capire allora, e seguito a capire adesso, che avevate ragione voi, e che noi dobbiamo trionfare del nostro amore, per intenso e temerario che sia già divenuto, mercé del nostro silenzio. Fra qualche tempo vi dirò il perché. Intanto fate di guarire come sono già quasi guarito io, confortandoci entrambi col pensiero che abbiamo vissuto più noi in pochissimo tempo che non parecchi altri in tutta la vita.

Ieri l’ho trovata ancora al medesimo luogo, e non ho potuto esimermi dallo spiegarle che mi fosse accaduto. Le dissi:

— Fatevi tornare a mente i brevissimi istanti di quel giorno. Voi siete andata a guardare presto lì, per quella porta, siete ritornata adagio accanto a me, avete visto qualche cosa di insolito nel mio viso e negli atti miei, mi avete afferrato una mano e poi vi siete gettata alle mie ginocchia...

— Ebbene?

— Ebbene, voi non ne avevate nessuna colpa, voi eravate in perfetta buona fede, ci metterei una mano sul fuoco, ma pure... troppo abituata a colorire gli affetti degli altri, vi è venuto fatto di ricorrere involontariamente, non dico per sentire, ma per esprimere gli affetti vostri, a due grandi momenti del repertorio classico: prima a quello che in arte si suole chiamare la voltata di Eboli, e poi al subitaneo e fervoroso inginocchiarsi di Chimene.

— Davvero? — domandò la poverina con un brusco movimento del capo.

— Davvero. E nemmen io ho colpa se ci ho badato troppo e se ne ho avuta una impressione così penosa. Come poteva aver tempo di pensare, in un minuto secondo, che la vostra anima era certamente pura di ogni intenzione teatrale, e che quello che recitava... così, per abitudine, non era che il corpo, non era che lo strumento? Mi sono ravveduto presto, come avete visto, ma ho pensato subito che io vi ho divorato troppo cogli occhi e coll’anima mia quando recitavate, perché l’attrice in voi non mi soverchi la donna, e perché noi non abbiamo entrambi a rifuggire dalle conseguenze di questo conflitto: conseguenze che si risolverebbero in altrettante offese, indegne di voi, o in altrettanti sospetti, indegni di me.

Essa mi offerse mestamente la mano, con gli occhi lagrimosi rivolti a terra, e poi se ne andò piano piano, mormorando con voce sommessa:

— Oh arte mia sciaguratissima!

Or bene, io sarei qui pronto a giurare che non lo ha fatto apposta, ma pure, appena pronunziate queste poche parole, si levò macchinalmente dal seno un mazzetto di fiori, lo ruppe adagio adagio come in atto di rassegnazione, e poi escì del tutto, gettandolo a due mani mezzo di qua e mezzo di là.

Era Ofelia.

—  Addio, — pensai fra me quando rimasi solo, — e che Dio ti dia bene... alla tua maniera. Non è già tua colpa se i poeti ti hanno uccisa, forzandoti a dar vita alle loro fantasie. Io voleva bene a te, non ad Eboli, non a Chimene. Ma dove sei, tu? Dove ti vado a pescare volta per volta? Nel lago, e già fredda, come Ofelia? No No, addio.

Le caricature

Ma che ho certi giorni per anima io? Una squadra, un archipenzolo? E che è questa frega di regolarità e di simetria che mi ha penetrato le ossa fin da quando è morto mio padre e ho dovuto mettermi in giro a cercarmi la sposa? Cosa avrei dovuto trovare per contentarmi bene? Una bilancia in bilico? Una meridiana a mezzodì?

Buono che pizzico di fatalista talvolta, come la più parte di coloro che nascono a piè del trono, colla dolce prospettiva di montarci sopra quando che sia, altrimenti se ne sarebbero viste delle belline. Avrei voluto scegliere... ma che può scegliere chi viaggia con tanto seguito dietro, e con la ragion di stato e gli interessi dinastici dentro le valigie? Sono i piccini, i modesti, gli inconcludenti che scelgono, per lagnarsene... poveretti.

Io ho dovuto correre su e giù in mezzo a quel biondo vivaio di principesse che è la Europa centrale, ma i migliori momenti me li son vissuti da me, quando mi riusciva di rimanere solo solo, a guardare il cielo per la finestra. Quella almeno era ad angolo retto; e tanto meglio se le nuvole, randagie e capricciose di giorno, ovvero se le stelle, una a destra e centomila a sinistra di notte, mi ricorrevano agli occhi dentro del quadrato. Le so capire anch’io le cose irregolari, quando sono di quelle che arrivano all’anima e mi ci dicono qualche cosa.

Ciò che non capisco è la faccia dei miei simili, quando esce di squadra e non accozza bene. Un altro, con più tempo di me e più fortuna assai, avrebbe tirato fuori i più carini fra i gran maestri di cerimonie che mi sono venuti fra i piedi in questo viaggio, e poi, o a memoria in casa sua, o rannicchiato in un cantuccio in casa altrui, se li sarebbe tirati giù alla brava, in bella schiera. Io invece non ho nessun bisogno di ricorrere alla matita per farmi le caricature; io le vedo da me, senza disegnarle. Basta che un naso tiri un po’ troppo in giù, o una bazza volga un pochino in su, perché è finita, seguitano, seguitano per le loro vie, e come riderebbero gli sfaccendati se potessero vedere i mascheroni ambulanti che io vedo di quando in quando, senza punto trovarci da ridere.

Ma tutto ciò che si può misurare a vista è ancora il più tollerabile; la peggio è quando si tratta, non già di aspetto e di lineamenti, ma di espressione, di fisonomie.

Ho in mente per esempio che il tale voglia parermi molto affezionato e che invece non lo sia punto, fra carne e pelle, ovvero che il tal altro faccia il Catone a viso aperto, per non cederla a nessuno in riposata cortigianeria; non ho che a farmi questo doppio concetto perché tutto quello che dovrebbe stare ben sotto, nell’imo fondo delle anime loro, non mi apparisca a torto od a ragione di sopra, con un effetto incrociato di ottica morale, che farebbe perdere la pazienza anche a Galileo. Che farci? Sono gli incerti del trono, come questo mio affrettato matrimonio, con altrettanta voglia di prender moglie quanto.. vediamo di non esagerare, quanto di non prenderla punto. Ma oramai ci si sposa presto e non ci si pensi più.

Ora penso alla misera fortuna di coloro che aspettavano il mio ritorno pei decreti di nomina e di pensione. N’è morto il tre per cento, in due mesi. Se avessi potuto vagabondare tre anni, morivan tutti, ed io, non più tardi di ieri, avrei risparmiato una buona mezza giornata di firme. Anzi questa mattina, mentre aspettava malinconicamente che mi portassero una tazza di the, ho osservato che non mi poteva tener ferma la mano, benché l’avessi posata sopra il bracciale della poltrona. Ho creduto sulle prime che fosse un po’ di nervoso, ma poi ci ho guardato meglio. Io seguitava a firmare ancora, macchinalmente, senza penna in mano, come se avessi avuto innanzi un’altra montagna di decreti, e il mio segretario me li avesse fatti scivolare sotto uno per uno dicendo:

Pazienza, Maestà. La Madonna ha aiutato e ne avremo per mezz’ora di meno.

Che brutto viso avrebbero fatto quei tali del tre per cento se fossero stati lì in ispirito a guardarci!

Verrà giorno in cui la mia mano non firmerà più nulla, nè davvero, nè macchinalmente, e sarà il preciso, l’identico giorno di tutti gli altri... a meno che esso non ispunti innanzi tempo, e non mi levino la penna dalle dita anche prima d’imbalsamar la mano. Se il mio popolo mi darà il buon viaggio, me ne anderò, ma son sicuro che o non me lo darà, o la prima cosa che guarderò quando me lo avrà dato sarà il viso del Presidente, del mio successore. Guai se non accozza bene! Guai se sarà uno di coloro che più mi fanno gli svenevoli adesso! Voglio ridere tanto che deve passarne la voglia a lui.

Dopo, Sua Eccellenza continuerà a firmare in mia vece, e più assai, più assai di me. C’è una corte di meno nelle nuove repubbliche, è vero, ma ci sono tanti cortigiani di più! E bisogna propiziarseli tutti, principiando da quelli di prima, i quali non si contentano mica di poco, ordinariamente.

L’etichetta

Un mese di luna di miele, leggi un mese di ricevimenti in viaggio, di discorsi, di strette di mano, di apparizioni in pubblico per ringraziare il popolo plaudente. Quest’ultime sono le meno difficili, perché basta di inchinarsi un pochino, e sempre allo stesso modo, ora a destra ed ora a sinistra; la peggio è quando bisogna studiarsi per l’amor di Dio di mutare bene tutte le parole, per rispondere sempre sempre le medesime cose. Sono già diventato un mezzo vocabolario dei sinonimi, io, in un mese.

Bisogna vedere che belle variazioni al nostro unico tema sa fare mia moglie, quando riceve le donne! Nessuno mi leva di mente che non ci abbia pensato anche prima di prender marito, e così avrei dovuto far io, se avessi badato a mio padre che me lo diceva sempre, e se il vento dei tempi nuovi non mi avesse rinfrescato bene, fin da quando ho avuto uso di ragione. Mi ha rinfrescato, è vero, perché so pur troppo che la mia dovrà essere una lotta per l’esistenza come qualunque altra, ma ciò non significa punto che m’abbia convertito, intendiamoci.

Io non ho chiesto di nascere dove son nato, dunque, se Dio mi ci ha messo, deve aver avuto le sue ragioni, e in ogni modo mi pare assai improbabile che io non abbia a poter fare un po’ più di bene qui dove son nato, che non altrove in balìa del vento. Ne viene di conseguenza che sento sì, e ben profondamente, quello che vi ha di tedioso, di molesto, di seccagginoso così nel cerimoniale preso all’ingrosso, come in tutte le più piccole stiracchiature dell’etichetta prese al minuto, e che ciò non ostante nessuno sia più persuaso di me della suprema convenienza di tenerli ben ritti entrambi, per vecchi arnesi che sieno. Ho ad essere il primo custode dell’autorità per nulla?

Ci tengo alla etichetta, lo torno a dire senza vergognarmene, e però bisogna bene che ne digerisca tutti gli effetti. Il peggiore dei quali è l’osservare, come faccio, continuamente, che le brave persone, nel ritrovarsi meco, fanno ogni sforzo per parere da meno di quel che sono, e i dappoco per parere da più. Si potrebbe giurare che gli uni e gli altri si sieno fatta una eguale e molto mezzana idea della persona mia, e che tutti si studino, chi crescendo e chi calando, di accostarsele più che possono, come se fosse un tipo ideale di aurea mediocrità. Diamine! — par che dicano i primi — se il re probabilmente non ci arriva, ho a fargli vedere che ci arrivo io? O viceversa i dappoco: c’è arrivato il re? Bisogna bene che ci arrivi anch’io! Resta però a sapere se qualche volta io non vada più innanzi di quel che ritengono le brave persone, quando si tirano indietro, e se gli altri non isbaglino alla loro volta quando suppongono che io sia di già arrivato coll’ultimo treno, insieme con essi. Non è mica facile di vedere le cose dal punto di vista degli imbecilli.

Eravamo circa a metà viaggio quando una sera mi presi mia moglie sotto braccio per fare tranquillamente due passi in un gran salone, e le domandai scherzando:

—  Dite un po’, Maestà. Se il prefetto e la prefettessa di questa mattina diventassero noi due, e viceversa, credete voi che si starebbe ad ascoltarli colla bocca così aperta come stanno essi, quando parliamo noi?

— Perché no? Solamente che si avesse coscienza del nostro dovere!

— E che sgraneremmo tanto d’occhi verso le loro labbra, come se ne piovessero perle inestimabili?

— Precisamente.

— Ma pure io medesimo ne ho detto una così grossa questa mattina, che non passava da quella finestra. Ho preso abbaglio da una provincia all’altra, nel parlarne un po’ a caso col prefetto.

— Era il vostro diritto.

— Di prendere abbaglio?

— No, di dire quello che piaceva alla Maestà Vostra.

— E voi medesima avete parlato di certe scuole, per le giovinette come di cosa governativa. Vi ho pure suggerito, e subito, che erano comunali.

— Era il diritto mio. Errare è da donna; persistere nell’errore, almeno con la medesima prefettessa, è da regina.

Qui ho sorriso un poco, ma ho visto anche la necessità di parlare assai più piano di prima. E dissi:

— Hai sbagliato di sei secoli, amica mia. C’è troppo granito sotto il tuo scherzo. Dovevi sposare Luigi XI.

— No davvero. Sei tu che avresti dovuto aspettare un altro 89. Non questo primo che è ancora acerbo: quell’altro.

— Perché?

— Perché l’etichetta va presa tal quale come una medicina. Più è amara, più giova.

— Bella questa! Trovi amaro tu il beneplacito degli spropositi?

— Amaro sì, ma giova. Soprattutto quando mi aiuta a non rilevare soverchiamente quello che vi è di insidioso nelle cose comunali: la vecchia piaga di tutti i troni, dal 1000 in poi. Se Robespierre è nato più volte, come credo, deve essere stato lui a principiar di là.

— Ma se il comune l’avrà vinta, quando che sia, ci sarà pur sempre qualcuno che ascolterà a bocca aperta i gonfalonieri ed i borgomastri!...

— Pur troppo. E sarà merito di quelle Maestà Loro che avranno ammesso, anche in apparenza, di poter sbagliare.

Questo discorso è finito così, e s’è ripetuto a un di presso questa mattina per qualche cosa dello stesso genere.

Ebbene, no! Mille volte no! Fin là non ci arrivo e non ci arriverò mai. Sono uomo e non consentirò a nessuno, nemmeno a mia moglie, di togliermi il diritto di riconoscere i miei errori. Se oramai l’etichetta non può più reggermi il trono che a questo prezzo, se lo prendano. Non me ne importa nulla né per me né per i figli miei.

La prima condanna a morte

2 Maggio 18... Ci siamo.

Sto per avere sulla coscienza la vita di un uomo. Sperava di tirare avanti parecchi anni prima di essere a questi ferri, ma nossignore. Appena uno, e scarso.

Sì l’ombra smisurata dell’estremo supplizio abbruna ancora i miei felicissimi stati. Il Parlamento non si è trovato d’accordo per abolirlo, ed io stesso, che ne farei senza tanto volentieri, pure non so che pensarne quando odo dei vecchi ed onesti militari sostenermi in coro che in ogni modo andrebbe mantenuto per l’esercito. Capisco: i soldati debbono rispondere di sè e degli altri, ma sono sempre uomini!

C’è di buono che questa prima volta m’è capitato un caso chiaro, lampante. Un tristo che ha ucciso per rubare, freddamente, aspettando quieto quieto il momento buono. Nessun astio colla vittima, subito designata appena vista, e però nessuna nessunissima attenuante. Potrei fargli la grazia egualmente, lo so, e di fatto ieri la madre e la sorella mi hanno mezzo ammazzato alla loro volta chiedendomela spietatamente (intendo senza pietà di me), ma la grazia non è mica l’arbitrio, non è mica il capriccio del momento. La grazia non può essere altra cosa che la clemenza confortata dalla ragione, ed io voglio poter dire là in alto quando che sia:

—  Le leggi erano, ed io ci ho posto mano con giustizia. Se erano cattive, io ne aveva meno colpa di molti altri; so bene che le aveva giurate, epperò le ho mantenute. Ora niente mi è sembrato più importante, dal mio punto di vista, che di usare giustamente del diritto di grazia. Per queste e queste ragioni ho lasciato uccidere il tal delinquente; per queste e queste ragioni ho lasciato vivere il tal altro. I miei criteri possono essere stati sbagliati, ma io ci ho messo dentro in buona fede tutto quel po’ di senno che mi era stato dato. Se ne avessi sortito di più, non avrebbe guastato di certo in molte altre occasioni, ma pure qui, in questi casi particolari, credo fermamente che avrei fatto il medesimo, sebbene con maggiore trepidazione.

Molto maggiore. La coscienza umana ha un modo così proprio di ragionare che meno aiuti si ritrova ad avere intorno e meglio è. E se certi legislatori avessero avuto più di coscienza e meno di aiuti metafisici pel capo, non avrebbero mai impiantato quel loro così detto dicastero di grazia e giustizia. Se fossero veramente due cose diverse fra di loro, dove andrebbe quest’ultima? A Patrasso?

Io intanto non mi sono voluto fidare nè dei giurati, nè dei giudici, e meno ancora dei miei ministri, i quali mi hanno detto uno per uno di assumere la responsabilità di quella testa e davanti agli uomini e davanti a Dio: no, io ho voluto veder tutto coi miei propri occhi, e ho qui da più giorni davanti le carte del procedimento da una parte, e la grazia od il rifiuto dall’altra. Farò più presto che potrò, perché non sono crudele, ma la legge mi ha accordato più giorni per pensarci, ed io ci penso.

Anzi posso dire che non c’è dichiarazione di teste, né voce pubblica di popolo, che io non abbia pesato e compulsato con equa lance, e nemmeno ho tralasciato di porre a confronto ogni argomento di procuratore con ogni stiracchiatura di avvocato. Mi sono messo nei piedi di ognuno, procurando continuamente di non escire mai dai miei, e ho concluso pur troppo che il meglio di tutto sarebbe di trovarsi in quelli di un buon borghese, il quale mandasse all’aria una boccata di fumo e dicesse da star seduto colle gambe tese:

—  Ecco. Io non muoverei un dito per salvarlo, ma pure sono molto contento di non aver nulla da fare per perderlo.

Oh la beatitudine di costoro, fin che li lasceranno vivere da star seduti, colle gambe tese!

 

3 Maggio

Che sogno!

Ho fatto aprire, ho lasciato fuori le guardie, gli ho detto senza ambagi chi fossi, e gli ho chiesto se avesse nulla a confidarmi in particolare. Mi ha sbirciato un momento di traverso e poi, come uomo che sapesse prendere i suoi partiti molto più presto di me, ha fatto un passo alla mia volta guardandomi negli occhi e dicendo forte:

—  Ho capito. Voi volete sottrarvi al rimorso persuadendovi bene, prima di firmare, che io sono veramente lo scellerato che sembro. Sono. Potessi tornare indietro d’un anno, e rifarei quel che ho fatto con più prudenza e circospezione. Siete contento? Oppure vorreste che dessi la colpa all’ambiente in cui sono vissuto, e cioè in altri termini alla società? Dar la colpa alla società con voi che ne campate? Con voi che avete bisogno che i suoi puntelli tengano bene per starci sopra comodamente? Voglio far altro.

E mi ha quasi voltato le spalle.

Sono escito in molto peggiore stato che non entrassi, e corsi a firmare col capo rivolto da una parte, e ad occhi chiusi. Ogni tratto di penna mi faceva correre un guizzo per ogni vertebra, come se avessi scritto, non già sopra un foglio di carta, ma sulla schiena di una torpedine. Oh che nome eterno, il mio!

Poi s’è avvicinato il gran momento, e mi sono gettato sul letto, come per darmi ad intendere che avrei potuto dormire. «Mancano venti minuti, ne mancano dieci, adesso lo conducono, gli presentano il crocifisso... ci siamo!... Via, ora sta meglio di me».

Ma egualmente mi svegliai di soprassalto, con un grande affanno e con le mani al collo. Ci sentiva come un senso di torpore, che togliendomi di volgerlo qua e là, mi forzava quasi a tenerlo teso all’in su, e sempre più in su. O prima era già assai lungo per suo conto, o questa notte mi deve essere cresciuto assai.

Mia moglie mi trovò dopo due ore con tutti i soliti quaderni davanti, e le narrai del mio bruttissimo sogno. Essa mi ascoltò attentamente e poi, come certa di essere a porte chiuse, mi disse:

— Badi ancora ai sogni? Non ti sei mai avveduto che si torna bimbi, sognando? Faresti meglio a pensare che tu soffri, perché sei già pienamente persuaso che la grazia non vada conceduta.

— Lo so anch’io.

— E allora, se ti tiri indietro, non può essere per altro che per paura di star male poi.

— Non è cosa che vada considerata?

— Secondo le persone, da te no [1]. Pensa che Dio è molto migliore di noi, e che pure ci ha condannati a morte tutti. E firma. Da pari tuo.

Fossi rinfrancato da queste parole, ovvero, ciò che è più probabile, avessi già scontato quella grandissima pena mediante la lunga tortura dei giorni prima, il fatto è che ho firmato, se non da pari mio, certamente da persona ben consapevole di quello che facesse. Poco dopo l’ora fatale è venuta davvero, e mia moglie, che mi vedeva ancora alquanto agitato, mi chiese:

— Hai avuto qualche pensiero indegno, hai consentito a qualche basso istinto quando firmavi?

— No davvero.

— E allora?

— Allora capirai che non è mica un gusto di patire per colpa altrui. L’ho ammazzata io la vittima? No. L’ho derubata? No. Eppure mi è costata bene. C’è stato un momento in cui l’ho avuta più con lei che non coll’assassino. Questo andava mandato sulla forca senza tante cerimonie, ma quella, se era buona, chi me la rifà? Doveva difendersi un po’ meglio, per Dio!

Qui mia moglie m’interruppe e disse:

— Bada che tu stai per passare da un eccesso all’altro. Poco fa parevi quasi l’assassino tu, ed ora ci ridi sopra.

— Lasciami ridere. Già tanto son fatto così. È la scorza delle cose che mi fa paura, non il nocciolo. Quella è il diritto di grazia — una illusione — questo la vita o la morte dei grandi malfattori. Così potessi fare il Caligola davvero e sradicarli tutti con una firma sola. Vorresti vedere che firma chiara!

La lista civile

Toltone i piacevoli intermezzi dei quali ho presentato un campione poco fa, nessuno vorrà negare che gli uffici della corona non sieno ormai diventati molto monotoni e derelitti. Sapere almeno tre giorni prima tutto quanto vi verranno a dire e tutto quanto voi dovrete rispondere tre giorni dopo, sono due cose che veramente non paiono fatte per tenervi molto desto, o molto ilare, o molto franco. E però l’uggia mi prende qualche volta, oh se mi prende!

Io mi domando se sia giusto, e benefico, e regale che io non abbia a poter giovare al mio popolo che da lontano, di rimbalzo, adagio adagio, quando mi venga fatto; che io non possa quasi nulla per saziare direttamente gli affamati, per agguerrire i miseri, per rintuzzare i forti; che tutto, il grandissimo tutto, mi abbia sempre ad arrivare davanti come triturato e pesto da tutti i denti di tutte le ruote amministrative; che i buoni mi amino e i tristi mi temano solamente per intesa dire, e per ultimo che io non abbia mai ad essere quello che sono, bensì che mi lasci fare via via (almeno apparentemente) ora più rosso ed ora più nero a seconda dei partiti che stan sopra o sotto. Ma allora io dove sto? Più sotto di tutti per lo meno.

Eppure non credo di essere niente presuntuoso. Sono anzi persuasissimo che gli altri uomini sieno di carne e pelle precisamente come me, e se anche mi accade, per un momento e per eccezione, di tenere qualcuno per inferiore, vuol dire che mi è antipatico, non vuol dir altro. Ma tenere gli altri per eguali in teoria, non significa menomamente che sia piacevole di starci sotto in pratica.

Vorrei che il mio popolo ed io si facesse un core solo, ma dicono che sono fisime da re filosofo, dunque niente. Vorrei che gli altri monarchi si contentassero come me di quello che hanno, ma gridano che sono illusioni primitive, dunque niente. Vorrei che i nichilisti non facessero torto al loro nome e non principiassero essi medesimi dal volere tutto, ma mi borbottano che sono ingenuità garibaldine, dunque niente. Cosa rimane? Rimane la lista civile, vale a dire una moneta erosa, battuta appositamente per me, col privilegio di farmi pagare dieci quello che gli altri pagano cinque; una specie di franco, giusto di peso e bellissimo a vedere, che pure non vale nemmeno sessanta centesimi. Me lo ha detto anche una fruttaiola.

Tornava dalla caccia, e ho veduto un canestro di fichi con sopra scritto: «Sei per un soldo». Ne porgo due al donnone seduto a lato, e vedo che invece di dodici fichi me ne mette in mano appena otto, se pur non eran sette.

—  E gli altri? — dico.

—  Gli altri li tengo per la lista civile e li darò da mangiare ai miei bambini.

Dunque sono io che tolgo il pane di bocca al mio popolo? Dunque tutte quelle poche persone che mi tiro dietro sono persone che non mangiano? Dunque una corona ereditata senza sangue, senza interregno, senza ribassi di borsa, non rappresenta il più piccolo beneficio pubblico? Dunque essa deve anche pagare di suo, e a ragione di cinque fichi sopra ogni dodici?... Caruccia la tariffa.

Io sono in ritardo di due millenni, e non punto in anticipazione di qualche misero secolo, come dice mia moglie. Re e sacerdote di un giovane popolo, colla fronte ricinta di edera o di lauro, avrei voluto porre il mio trono or sotto agli olivi ed or sotto alle quercie dei boschi sacri, e di là avrei amministrato volentieri la giustizia, propiziato alla pace, beuto ai mani, indetto la guerra. Ma così, santo Dio, così che gusto c’è?

Per questo, quando non ne posso più e specialmente quando mi ritrovo nei miei castelli di campagna, ho preso la cattiva abitudine di inforcare talvolta a tarda notte ed in grandissimo segreto il migliore dei miei cavalli, e di seguitare a correre io solo solo ora di qua ed ora di là, come se avessi il paradiso davanti e l’inferno dietro. Che dispiacere sarebbe per mia moglie se sapesse che in quelle notti il lume del mio gabinetto da lavoro brucia solamente per lei e per gli altri, non per me, e che io intanto, aiutato dal più vecchio dei miei famigliari, me ne vado a precipizio, come un vagabondo, lungo le strade maestre. Eppure sto tanto bene a trovarmi finalmente solo con Dio e col mio cavallo!

Certuni reputeranno di certo che sia questo uno svago da postiglione, mettiamo pure da postigione regale, che si trascini in groppa le cure dello stato, col proposito di alleviarle: io dico invece che l’uomo solo, quando è a cavallo, si sente più uomo di quello a piedi, e che non per nulla gli antichi, favoleggiando dei centauri, diedero tanta calma e tanta prudenza all’institutore di Achille. Certo che sarebbe ancora meglio di poter fare come il principe di Galles, che se ne va in pitocchino grigio da un canto all’altro del mondo, lasciando la sua mamma sopra il soglio, a tenergli a bada l’Irlanda e il resto. Anch’io avrei fatto così’, se mio padre non fosse morto due anni fa, e se mia madre non avesse pensato conveniente di benedirmi appena nato e poi morire... ma le grandi fortune non sono da tutti, e bisogna bene che mi contenti della mia, che è piccola.

 

Nota

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[1] [nel testo abbiamo: Secondo le persone Da te no - ndr]

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Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2011