Alberto Cantoni

 

Un re umorista

memorie

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Un re umorista, Memorie, prefazione di Riberto Bonchio, Lucarini Editore s.r.l., Roma 1991

03

Progressi

La ...

Questa notte ho cavallato anche più del solito. Sono escito alle undici, dopo di una intera giornata passata coi miei satrapi ad imbastire un progetto di legge che tolga agli uni, sotto forma di balzelli, ciò che si deve dare agli altri, sotto forma di prebende, allorché, messo finalmente il cavallo al passo, mi ritrovai a poca distanza di una donna che parlava forte e gesticolava concitatamente fra sé e sé. Pensai:

— Ora che ho lasciato addietro una buona decina di leghe e che mi sento meglio, ora ho il dovere di sentire un po’ che cos’abbia quest’altra povera creatura umana. Pare giovane. Vediamo se c’è modo di recarle conforto.

Le andai accanto adagio adagio e dissi con buona maniera:

— Dove andate, buona donna, così sola ed a quest’ore piccine? Quella mi guardò senza fermarsi e rispose solamente:

— Via.

— Vedo, ma dove?

Nessuna risposta.

— Ho capito. Mi prendete per un uomo pericoloso. Eppure v’ingannate assai. Vedo che non siete contenta e vorrei farvi un po’ di compagnia.

L’altra stette soprappensieri e poi, venendomi fin presso alle ginocchia per vedermi un po’ meglio, mi chiese a voce bassa ed allungando il collo:

— Ditemi prima dove andate voi.

— Non lo so.

— Come non lo sapete?

— No davvero. Sono poco allegro anch’io e me ne vado di carriera da due ore per farmi passare la malinconia.

— Come me. Ce ne sono dunque degli altri. Ed uomini, non donne.

— Lo sapete ora?

L’altra non rispose. Stropicciò gli occhi con ambo le mani e poi, come rinfrancata:

— Ebbene, poiché andiamo entrambi allo stesso paese, pigliatemi in groppa e parleremo.

Qui confesso che non ho risposto subito io. E quella:

— Non volete? Meglio.

E mi voltò le spalle per tornare addietro.

— No no. Qua! — presi a dire rincorrendola e porgendole una mano per salire. Essa mise un piede nella staffa accanto al mio e in un salto fu su, ma eccoti il cavallo a non volerne sapere in nessun modo e ci volle del bello e del buono per farlo stare a dovere. La donna mi prese per la vita e ci lasciò fare entrambi, uno a sbizzarrire e l’altro a tenere in briglia, senza mostrare di impensierirsene menomamente.

— Avete coraggio, — le dissi a battaglia vinta.

— Se ne avessi davvero, non sarei più qui.

— Dove sareste?

— Più giù.

Pensai discretamente che volesse dire all’infermo e mi misi un po’ a guardare, così al buio, la sua bella persona. — O che ha fatto di male questa mia povera suddita per essere in tale stato? — pensai. — Pare giovane. Le forme sono ricche. Le membra agilissime. Ha l’alito fresco e i suoi denti vincono la notte. Non ci capisco nulla. L’unica è di seguitare a fare il giudice inquirente, coll’imputata in groppa. Purché risponda.

Infilai le redini nel braccio ed accesi un sigaro per vederla un po’ più e perché so per prova che è una attitudine la quale si presta moltissimo a dare naturalezza alle domande, ma quella non me ne lasciò il tempo e si giovò dello sprazzo di luce per dire un po’ più forte di prima:

— Avete il viso di buono.

— Sì? — le risposi freddamente, come indispettito della voce che non mi era piaciuta punto. — E voi? Vediamo. Non mi pare mica molto, veramente.

— Sarebbe bella che avessi anche il viso di buona!

— Perché no? — domandai sulle prime con troppa ingenuità. Ma poi, come avvilito io per lei, calai d’un tono e chiesi:

— Che?... Sareste?...

— Sì. Di tutti.

Non c’era da sbagliare e avrei stentato molto a rispondere se il cavallo non si fosse pensato di togliermi di pena, tempestando da tutte le parti anche più di prima. Lo fece di sua posta o mi mossi io involontariamente pel disgusto e per la maraviglia? Non lo so. So bene che di donne simili non ne aveva mai visto, e che ora mi ritrovava ad averne una in groppa, per non dire in braccio. Lasciai fare al cavallo, badando solamente a che non ci balzasse entrambi di sella e poi, quando fu esausto e si quietò da solo, chiesi... così per chiedere qualche cosa:

— Come è andata?

— Come va sempre. Sono stata ingannata da uno che mi piaceva e maltrattata dai miei, che non me lo seppero mai perdonare. Se mi avesse preso, andava benone. Scappai con un secondo che mi piantò sulla strada... e ci sono ancora.

— Ma non potreste escirne?

— Sì, colla polizia che mi ha già bollata da due anni e mi manda di guarnigione dove vuol lei. Occuparmi bene non mi riescirebbe più e gli ammalati degli ospedali mi farebbero stomaco. Non mi rimane, perché sono forte, che durare la mia vita, senza avere la speranza di morirne da giovane, come il più delle altre. Bella carriera, eh!? Ora capirete perché scappo talvolta delle nottate intere, quando non ne posso più.

Faceva il medesimo di me, con più ragione, veramente. Ma questo ragguaglio non poteva a meno d’intenerirmi un po’ e dissi:

— Non ci sarebbe maniera di giovarvi?

— Come? Dandomi del denaro? Ora ne ho e quando mi cresce tutti me lo pigliano. Se ordino un paio di stivaletti, bisogna che li paghi più delle contesse.

— Perché?

— Perché il calzolaio che si degna di lavorar per me ci rimette di riputazione, dice, e mi pela viva. Così la sarta, così la stiratora, così tutti.

— Anche la fruttaiuola? — domandai a mezza voce ridendo a bocca chiusa.

— Anche. Tutti significa tutti. Quando meno ci si paga da una parte, tanto è maggiore la taglia che ci si pone dall’altra. Dunque val meglio che vi teniate i vostri danari e le vostre particolari miserie, se veramente ne avete, come diceste. Mi bastano le mie.

Qui durammo a tacere per un po’ di tempo, quando mi venne la infelice idea di dirle:

— Voi pretendete di non avere più la forza di rialzarvi né col lavoro né col sacrificio, è vero?

— L’avessi anche, forse non potrei. Abbiamo cento sbarre per ricacciarci addietro e non una sola porticina per escire fuora. Bisognerebbe saltare dei muri, e son cinquanta a dir poco.

— Via, supponiamo pure che sia vero. Ma voi sapete, e sanno tutti, che c’è un proverbio il quale dice che non si dà al mondo malo mestiere nel quale, chi voglia, non possa fare meno male degli altri...

— Lo so. Ebbene?

— Ebbene, voi credete che il trivio non abbia uscita? Stateci, ma procurate di evitare quel molto maggior danno che potreste recare, volendo.

La donna si voltò con un brusco movimento ad affisarmi negli occhi e poi, scotendo un poco le belle spalle:

— Ho capito. Un altro predicatore come quello della settimana passata.

— Che vi ha detto?

— L’ha presa più lunga, ma in sostanza non ha concluso diversamente. Voi almeno non mi siete mica venuto a cercare, e se siamo qui insieme, ci siamo per combinazione, ma quello! Quello che veniva a trovarmi tutti i santi giorni!

La curiosità mi prese forte e sclamai un po’ sul serio ed un po’ ridendo:

— Fatemi il piacere di raccontarmi quel che vi ha detto.

— Volentieri, ma chi se ne ricorda bene, ora?!

— Provatevi.

— Ha detto che noi rappresentiamo una specie di brutta giravolta che la natura ha sempre preso, e prenderà sempre, per impedire che gli uomini diventino troppo fitti, e che senza di noi la società medesima non saprebbe come meglio proteggere i suoi innocenti, le sue pudiche vergini e le sue caste spose, almeno indirettamente.

Per rincalzare le sue ragioni ha notato che molte donne appariscono da per tutto col genio dell’arte dentro le ossa, che non sarebbero buone ad altro neanche se volessero, ed ha concluso, a un di presso come voi, raccomandandomi di non adescare i giovinetti, di non turbare la pace delle famiglie e di custodire la mia sanità come cosa molto preziosa... a lui. Il tutto lardellato di complimenti agrodolci a me, come quella che essendo un po’ meno peggio delle altre, doveva capire certe cose un po’ meno male di tutte.

— Lo credo anch’io. E voi che rispondeste?

— Oh quello sì che me lo ricordo bene!

— Brava. Dite.

— No, voi non mi parete punto un libertino ragionatore e non avete bisogno che ve ne dica quattro di salate, come ho detto a lui. Piuttosto vi esporrò le medesime cose famigliarmente...

— Eh!?!

— Sì, m’intendo alla buona, senz’enfasi, senz’ira, senza scotervi forte per ambo le braccia, come ho scosso lui, quel tisico, quell’allampanato, e gli sta bene! O mi avete già preso per tanto abbrutita da aver bisogno di attaccar baruffa per ritrovarmi qualche cosa in capo, per esprimere quello che penso?

— No davvero. Tutt’altro. Dite pure a modo vostro.

— Non dico nulla: domando solamente se la società abbia diritto di metterci... lì a mercare di baci per l’altrui salvezza? Ma salviamo veramente qualcuno? Allora siamo utili e che ci si rispetti. Facciamo peggio? Non siamo buone a nulla? Allora tutte le pari nostre a paro a paro con noi, e che non ci si umili per amore di tante pudiche vergini e di tante caste spose, ché son più casta e più pudica io. Dopo i due primi, i miei non furono più peccati, furono tutte penitenze, e per mangiare, non per altro.

— Capisco. Ma appunto perché le povere ci hanno a cavar da vivere, debbono procacciarsi una maggiore clientela e per conseguenza dare maggiore scandalo. Van dunque riguardate più.

— Sì, lo so, questa è la nenia della polizia e l’ho sentita friggere in tutte le salse. Ma forse che riguardarci più delle altre, non riguardate punto, significa di mettere noi a porte chiuse, spalancandole per tutti i briachi di lascivia che ci passino accanto? Significa di imporre la gabella sul nostro povero corpo come se fosse carne macellata? Voi crederete forse che io parli per invidia di tante altre, le quali non pagano nulla, perché riescono ad eludere i regolamenti, o perché trovano, più fortunate ancora, degli imbecilli che se ne incaricano, ovvero degli svergognati che se le sposano. No davvero, già la più parte finiscono male egualmente. E poi quella, in ogni modo, è questione di fortuna, e poteva e può capitare anche a me. No, io guardo le cose più in generale, e se qualcuno mi desse retta, mi porrei a gridare per le piazze che non è giusto di mettere delle persone mezze dentro e mezze fuori dalla legge, che le prigioni si chiudono davvero e che i prigionieri, sfamati dal pubblico, non si abbandonano al disprezzo di coloro stessi ai quali si crede che giovino. Dicono delle schiave! Ma le schiave hanno un padrone solo, il quale ha tutto da guadagnare a tenerle bene; noi invece passiamo per le mani di cento farabutti, uniti in lega fra di loro, e che arricchiscono tanto più presto quanto più presto ci fanno logorare. E un vitupero, credetelo. Come non bastasse, mi doveva anche venire fra’ piedi quell’altro mio padrone d’un quarto d’ora ogni dì, quello spigolistro di cui vi parlava poco fa, con la sua predica! Ah sì difatti allorché sono in bisogno e mi tocca la notte di far le mostre di avere la tosse quando passa gente, posso proprio sapere se chi passa abbia moglie e figli, ovvero se sia ancora troppo giovinetto per militare meco nei campi della salvazione sociale. Non mi ci sono già messa da me dietro quella persiana chiusa, dove non vedo nulla ed odo appena il rumore dei passi; mi ci ha messa il regolamento, perché mi protegga, dice, e perché mi mandi il medico. Povero padrone mio d’un quarto d’ora ogni dì! Vorrei averne del male, non per ammorbare te solo, ché non ne varrebbe la pena, ma per tutta quanta la società, finché ne strisciasse tutta come le serpi, finché si riconoscesse per quello che è: di altrettanto più civile da un lato, quanto più selvaggia e più feroce dall’altro.

— Buono che volevate parlarmi senz’enfasi e senz’ira! — sclamai, per non lasciarle capire che i singhiozzi, da lei repressi, non mi erano punto sfuggiti e che la sua commozione stava per invadere anche me. — Voi esagerate, voglio sperare.

— Speratelo pure. Buon segno. Vuol dire che scantonate alla larga dai nostri vicoli e dai nostri chiassi. Ma io ci sto... e ci vedo. Lasciatemi scendere.

— Dove andate?

— Là.

E mi additò a braccio teso una piccola città munita non molto distante. Poi disse:

— Ora, se non mi salva il caporale di guardia, vuol andare molto bene col contrabbando che ho addosso, vale a dire con queste poche ore di libertà, prese fuggendo. Vado. Addio.

— Un momento. Che facevate prima di principiare?

— Nulla. Era giovane assai e studiava ancora per far la maestra. Anzi vi voglio dare una lezione.

— Quale?

— Di fare come fan tutti: cioé di onorare profondamente quante sono le brave donne disinvolte che si abbatteranno sul vostro cammino e di non degnare nemmeno d’un pensiero le pari mie. Non merita. Siamo troppo poche, al paragone.

E saltò giù lesta, senza quasi darmi tempo di fermare il cavallo, che si voltò a guardarla bene, in segno di gratitudine. Colei prese subito per un sentiero laterale e se ne andò a gran passi, agitando le braccia, come per dirmi nuovamente addio.

Rimasi male, lo confesso, Né il mio sagace amico mi giovò gran fatto prendendo a correre di suo capriccio come non l’aveva veduto correre mai, quasi avesse voluto scostarmi al più presto da quella umiliazione, da quella ignominia. Noi andavamo a rotta di collo, ripeto, eppure il mio pensiero se ne stava fermo, immobile sopra di quella disgraziata, come se fossi stato seduto qui, al mio tavolino.

— Ecco la vita! — pensava. — Troppo facile e però uggiosa per alcuni pochi, troppo difficile e però durissima per troppi altri. Costei mostra di non essere ancora del tutto pervertita e niente mi sarebbe più facile che di aiutarla indirettamente, senza punto tradirmi con essa, ma le altre? Sicuro che ce ne saranno delle altre come lei, e forse meglio ancora! Sarebbe giusto di stanarne una sola, perché è capitata meco, ed ha avuto occasione di levare il grido della umanità offesa in tante povere creature, ufficialmente condotte a vendersi al minuto le dieci volte il giorno? Saranno poche, dice lei, a proporzione di quelle o più fortunate o più ricche le quali non pagano nemmeno le tasse, ma disgraziatamente ce ne vogliono sempre troppe e tutto quello che ci vuole... c’è. Il meglio che posso fare è di rivedere io stesso i così detti regolamenti sanitari [1] e di tirare bene le orecchie ai miei pudichi ministri, perché mi aiutino a cavarne fuori qualche cosa di meno empio, di meno furibondo. Chi sa che non ne tragga partito anche lei!

Mi ci metto subito, ma voglio prima osservare, con tutta la mestizia di cui sono capace, che si può avere dell’energia, si può avere dell’intendimento come quella donna, e non pertanto si può finire... così.

Quattro cani

I buffoni di corte non usano più, ma l’impiego in certo qual modo dura ancora, in alto ed in basso. Io ho fatto capire troppo chiaramente fin dal principio che non voleva punto saperne di adulazione, e però i miei... impiegati si dividono in due categorie: una di quelli che si sono troppo rivelati in sulle prime e che ora debbono starsi a bocca chiusa fin che campano, e l’altra... oh l’altra è più comica assai! e si recluta fra quegli altri che, avendo fiutato il tempo di buon’ora, si atteggiarono poscia a severissime Ninfe Egerie, ad incontentabili Aristarchi miei. Io non posso mostrarmi dubitoso di nessun partito a prendere che essi non mi incalzino con un qualche consiglio, tanto grandioso e tanto inarrivabile che debbono alzarsi in punta di piedi solamente per dirlo! Ma se tutti quanti si contentano del silenzio oppure di quest’ultimo giochetto in presenza mia, cascano sempre e gli uni e gli altri nella pania quando parlano forte di me dietro le spalle, e bisognerebbe vedere che naso raggrinzato faccio quando mi arriva l’odore di un qualche grasso epiteto al mio indirizzo, cioé di un qualche Marco Aurelio e di un qualche Giuseppe II resuscitati senza pudore per farmi la corte a corte. Io taccio, ma soffro, soffro in parola d’onore, e taccio, ripeto, perché so assai bene che gli adulatori vanno lasciati sgonfiare, o altrimenti spasimano tanto che il meno meno che possano fare è di mutarsi di troppo graziosi in troppo maligni. E io pur troppo non ho nessun bisogno di farmi giudicare malignamente. Abbastanza si vendicano senza che io parli.

Difatti, perché ci odo assai bene, mi è capitato qualche volta di sentirne di belle all’indirizzo dei miei poveri bimbi, che non ne hanno nessuna colpa. Li carezzano, per quel che si vede, ma quante non gliene dicono in confidenza appena che il più piccino dia fuori un po’ di latte, ovvero che l’altro, più grandicello, si metta pulitamente ad irrorare la superficie del globo dovunque si trovi. Ne ho sentite tre o quattro e ne ho riso bene, ma ci voleva mia moglie, ci voleva la regina al mio posto!

Gli è che fra noi due correrà sempre questa gran differenza: che io credo cioé il nostro mestiere molto malandato, ma ho egualmente fermissima fede che debba ricuperarsi, o presto o tardi, mentre essa, in gran pensiero per l’avvenire, confida egualmente di poter avere buon gioco, viva e presente lei. Come dire che non avrò poco a fare per non assumere poco alla volta i movimenti tardigradi ed inceppati del re degli scacchi, ovvero, mutata la similitudine, per non finire io in qualità di regina e lei di re. Le voglio molto bene, è vero, ma fin là no.

Agli adulatori ammutiti ed a quelli rientrati bisogna aggiungere un’altra categoria di buffoni inconsapevoli: coloro che stanno alla larga e che si servono della Posta. Tutti i giureconsulti arrembati, tutti i filosofi incartapecoriti non si contentano di abbagliare della loro luce i consigli municipali dove sogliono legiferare di dazio consumo, no vivaddio, ma è sempre a me, sempre a casa mia che mandano a depositare i loro nuovi «Patti sociali», i loro nuovissimi «Diritti dell’uomo».

Si pigliano quasi tutti dall’arca di Noè in avanti e seguitano tumultuando e tirandosi dietro una tale insalata di Pelasgi, di Troiani, di Etruschi, di Fenici, che verrebbe voglia di pigliare la frusta per ermeneutica e di spazzarli fuori delle frontiere uno per uno, col loro bravo numero rudimentale in tasca.

Perché hanno tutti un numero rudimentale, direi quasi un numero cabalistico, il quale serve come di pietra angolare del monumento e il più delle volte è il sette. Ma ier l’altro me ne è capitato uno col quattro e perché era più faceto e meno scemo degli altri ne voglio parlare un po’ distesamente.

Quando non li posso muovere, vado almeno ogni giorno a far visita ai miei cavalli favoriti, specie a quel sauro delle nottate errabonde, ed è là che mi ritrovo sempre col mio vecchissimo e fido famigliare del quale ho parlato poc’anzi. Or bene un uomo ancora giovine ma già mezzo spiritato, e con una apparenza tra di veterinario e tra di uccellatore, gli si è tante volte raccomandato per carità, da carpirgli la impromessa che lo avrebbe introdotto al mio cospetto, coll’apologo a sedici gambe che si traeva dietro.

Erano quattro cani, due maschi e due femmine, uniti insieme da un gran cerchio, lungo il quale scorrevano quattro piccoli cerchietti, aderenti ognuno ai quattro collari delle quattro bestie, che ora si allontanavano fra di loro per seguire quello dei due maschi che tirava più forte, ed ora si addensavano a capriccio verso un punto solo del cerchio, lasciandolo vuoto di qua o di là. Ma ad una torva occhiata dell’uccellatore si mettevano tutti in posizione: vale a dire un gran molosso avanti, un mastino insofferentissimo del giogo addietro, una levriera lascivetta a destra ed una nasutissima bracca a sinistra. Indi subito l’uccellatore:

—  Maestà. Costoro paiono soltanto i quattro punti cardinali, e non per altro li ho dati a tutti in fino ad ora, ma avendoli educati segretamente per la sapienza vostra, bisogna che vi dica il rimanente. Il molosso avanti, che pare soltanto il nord, è il rigore scientifico, è il prudente Governo laico; l’ardente mastino addietro, che studia sempre la via della ribellione, non è solamente il sud, è anche, con rispetto parlando, la Libertà; questa levriera lucida e spedita a destra è l’Arte, è l’est, e questa chiotta bracca a sinistra è l’ovest, cioé il tramonto, lo spegnitoio, la Chiesa. Freddo governo, ardente libertà, lucida arte e tenebrosa chiesa, c’è tutto, non manca nulla. Voi non avete che a porre gli occhi su questo cerchio magico e vivente perché vi si presenti innanzi tutta la famiglia umana nelle sue più svariate configurazioni, nei suoi più mostruosi connubi: vedrete la bracca tentare ora il mastino ed ora il molosso e farne strumenti delle sue voglie impure; vedrete l’arte tener bordone a tutti, ed anche alla chiesa, appena che gli altri sieno fiochi o stanchi. L’unico rimedio sarebbe di mandar avanti i due maschi insieme, sopprimendo le due male femmine. Ma non si può: i due poli non si congiungeranno mai, e l’est e l’ovest faranno sempre la loro brutta parte in commedia. Che rimane a fare?

—  Rimane che voi mi vendiate in buon’ora i vostri quattro punti cardinali; che rompiamo il cerchio magico, e che li mandiamo ai quattro venti. Il nord in montagna, dove il magnete oscilla più volentieri, il sud a valle, perché ci fa più caldo, la levriera su di un bel tappeto persiano, a corte, e la bracca nel padule. Chi sa che non iscovi qualche anitra per i miei canonici palatini.

E così fu fatto. Già quello non chiedeva altro.

In famiglia

La regina mia moglie non muta solamente di contegno, quando depone la porpora, muta anche di viso, ed io la vedo talvolta apparire così cangiata che per poco non la riconosco più. Ho preso il partito di non guardarla mai quando siamo davanti gente e di non guardare che lei quando siamo in famiglia, perché, se devo dire la verità, non darei un dito solo di mia moglie per tutta quanta Sua Maestà la regina.

Io non voglio dire che siano due; so bene che una ha il viso lungo e tirato, e che l’altra ha la faccia fresca e distesa, so che quella parla breve e quasi sentenzioso e che questa invece non si quieta mai, so che una mi pare più magra e l’altra più grassa. Insomma mia moglie ha tutti gli aspetti di una buona madre di famiglia, alla moderna e alla tedesca, e la regina poteva nascere in ogni luogo ed in ogni tempo e sarebbe stata sempre la medesima regina.

Eppure questo diritto e rovescio non sono che superficiali. La persona è una sola ed è coerente; di particolare non ha altro che il suo sapersi dividere, che il suo mostrarsi a metà. Da una parte manda avanti il core, che è spesso affabile, dall’altra si governa col capo, che è sempre saldo. Questo le serve anche in famiglia, quando ce ne sia bisogno, ma quello a corte non glielo ho visto tirar fuori mai. La sa più lunga di me che ne ho forse di meno e che ne mostro di più. Per pigrizia, non per ipocrisia, intendiamoci.

Da questo stato di cose è derivato il più bell’imbroglio parlamentare che si sia mai visto. Abbiamo cioé la Opposizione di Sua Maestà il Re e la Opposizione di Sua Maestà la Regina. I liberali, quando sono sotto, fanno capo a me, e i conservatori, quando le pigliano, fanno capo a lei. Ne viene che entrambi ci sentiamo appunto più forti e più temuti quando abbiamo al potere il partito che ci è men simpatico. Che diamine! I trionfatori non dovrebbero essere indirettamente anche colla regina? Non dovrebbero essere indirettamente anche col re? E così, o io o lei, abbiamo sempre anche la minoranza dalla nostra.

Il più bello è che tanto i liberali quanto i conservatori sono entrambi profondamente persuasi che noi due facciamo la commedia, per politica, ma che viceversa non c’importi un bel nulla né degli uni né degli altri, e che ci basti di tirar avanti il meno male questi quattro giorni. È segno che conoscono poco mia moglie, e come ignorano il suo sorriso di madre, quando è coi suoi figliuoli, così non sanno quanta sincerità di propositi, quanto rigore di criterio politico si celino sotto il suo viso, quando è in funzione. Io lo so e gliene porto molto rispetto, ma lo torno a dire, mi piace più mia moglie.

La quale, poverina ha passato mesi sono un quarto d’ora più brutto del mio, con quel po’ di male che ho avuto addosso. È stata la mia prima malattia, ma di buon peso e di buona misura. Non ho voluto assolutamente rimandare una partita di caccia, quantunque non mi sentissi niente bene, e m’è venuta una tal dose di tifo che avrei potuto sfidare il più povero, il più sudicio, il più maremmano dei miei sudditi a beccarsene altrettanto. Or bene, finché mia moglie stava lì a sorvegliarmi accanto al letto, colla sola scorta del medico curante, tutto andava a gonfie vele. Lo aveva in pratica, ci aveva preso una certa confidenza, e perché sapevano fare a secondarsi l’un l’altra, andavano via lisci tutti due che era un piacere a starci sotto. Ma guai quando il povero uomo sano e il più povero uomo malato dovevano per forza uno suggerire e l’altro sopportare con rassegnazione le miserie di un consulto! Allora mia moglie si mutava immediatamente di infermiera in regina; allora tutte le preoccupazioni della pubblicità le si affollavano davanti alla mente; allora non c’era più versi e con una parola messa qua, un discorsetto messo là, voleva per forza far prevalere il suo ottimismo non solamente nei bollettini pel pubblico (e fin lì ci sarebbe stato poco male), ma anche nei nuovi sistemi di cura. «Pensassero, diceva, prima di gettare l’allarme nel popolo; considerassero attentamente se non fosse più opportuno di lasciar campo alla natura di riagire da sè sola; ponderassero bene prima di ritenere un re così giovine e così forte per più malato che non fosse, ecc., ecc.». Io stava assai male, ripeto, ma pure c’era qualche cosa dentro di me che rideva forte di quel mutamento, di quel conflitto. E il più delle volte i medici stessi avrebbero giurato che io non udissi nulla, tanto il male mi aveva agguantato bene, almeno apparentemente.

Ora che sono guarito, ho il grandissimo conforto di sapere per prova che se mia moglie ha sempre dimostrato di volermi bene assai, anche la regina non mi vuole mica male, alla sua maniera, e che soprattutto non ha nessuna voglia di diventare reggente. E molto, con le sue attitudini autoritarie e con le sue tendenze politiche!

A parte gli scherzi, abbiamo entrambi un gran difetto domestico: il più grande, secondo il popolo, che possano avere i genitori: quello di far preferenze fra i propri figliuoli. Ma come fare? Per babbo e mamma popolani, è assai facile di trattare tutti i propri rampolli allo stesso modo: mettono il primo a far le pratiche dal calzolaio, il secondo dal sarto, e se uno ha voglia d’imparar bene e l’altro no, ci penserà a suo tempo il rampollo che ne avrà avuto meno voglia. Ma noi! Noi che dobbiamo tirar su il primogenito come se fosse più importante lui solo che non altre undici creature venute dopo, noi come possiamo fare a trattare tutti allo stesso modo? Se si guarda il primo, anche quando è piccino, vengono in mente due o tre secoli di storia e di malinconie; se si guardano gli altri, anche quando sono grandicelli, vien voglia tutt’al più di farci il chiasso insieme. Come fare?

E non solamente mia moglie ed io ci possiamo dar la mano in questo grosso peccato, ma andiamo perfettamente d’accordo anche nella preferenza. Teniamo pel primo, s’intende, ma le ragioni che ci muovono ambidue non potrebbero essere più remote e diverse. Essa gli sta dietro continuamente perché vuol farne un re tenace e consistente, a immagine e simiglianza della mamma, più che del babbo, ed io invece gli voglio più bene perché sono profondamente persuaso che il suo fratellino starà assai meglio di lui. Almeno quello, se Dio mi salva il maggiore, non sarà perseguitato come questo e come me dalla suprema necessità di farsi amare a qualunque costo, come le belle donne, e nessun governatore verrà mai a dirgli in gran sussiego come a noi due:

—  Badate, Altezza, ne che nessuna forza di nessun paese agguaglia quella di un monarca sinceramente amato.

Perché è facile di farsi amare da tutto un popolo! Molto facile! Io veramente ho sperato già più volte di essere a buon porto per riuscirvi, ma forse che il merito lo avrà avuto la mia buona volontà? No, davvero. Non sono mai stato né più franteso, né peggio interpretato di quando mi sono fatto a pezzi per amore del dover mio. L’amore del popolo è questione di simpatia, di fascino, di fortuna, come tutte le altre cose. Vi vien fatto di cattivarvelo? Tutto va bene. Non vi viene fatto? E ci sarà sempre qualche manigoldo, in alto od in basso, il quale crollerà le spalle al vostro nome e dirà forte:

—  Ma! Un re che non sappia farsi amare è il gran delinquente! Quanto bene va perduto, sua mercè! Anzi quanto male fa!

O manigoldi che giudicate dal successo, mettetevi pure in mente che anche i re poco amati non sono mica gli imbecilli che voi fingete di credere, perché vi giova. Sfortunati sono, due su tre almeno, come voi altri, almeno tre su due, siete impostori.

Via!

La pazzia e le crisi di gabinetto

È assai probabile che gli studiosi di malattie mentali si sieno avveduti già da gran tempo che la pazzia suole fare molta strage delle teste coronate, ma è ancora più certo che io me ne sono avveduto da me, senza punto ricorrere ad essi. Gran re vuol dire per lo meno grand’uomo — parrebbe — e se è vero che moltissimi grandi uomini abbiano dato per qualche momento il loro cervello a pigione, ovvero abbiano sempre avuto qualche cosa di manchevole o di sovrabbondante dentro di esso, figurarsi i grandi re, con tante maggiori e più particolari ragioni per esaltarsi o per avvilirsi, secondo i casi!

Ma lasciamo i grandi ed i piccoli, e badiamo piuttosto ai re in generale, come vengono vengono, e ai moderni soltanto, che ci s’intende. Perché, a paragone degli altri uomini, hanno sempre avuto un numero così grande di matti? Io credo di averlo capito così all’ingrosso e lo voglio dire.

Comincio intanto dall’escludere tutte le ragioni secondarie, perché non sempre e non da per tutto si avverano, come sarebbero i più facili matrimoni fra parenti, ovvero la vita più licenziosa ed i mutamenti improvvisi della Fortuna, e affrontando subito il fatto per me capitale e quasi necessario, dico questo:

Un re è un uomo che si ritrova quasi continuamente in balìa del gran contrasto che intercede fra il troppo che dovrebbe fare e il pochissimo che gli viene fatto: un uomo a cui è stato posto innanzi una specie di ideale smisurato, con insieme tutto quel che ci vuole perché non lo possa mandare ad effetto se non attraverso le più sgarbate difficoltà. Cento ali non gli basterebbero per essere quasi contemporaneamente dove più gli sarebbe mestieri di accorrere, ed egli non può fare un passo che non si tiri dietro una fittissima parte di persone e di cose, che lo accerchiano, lo serrano, lo annientano a gara. Epperò non gli deve e non gli può rimanere altro partito che quello quasi passivo e modestissimo che ho preso io: giovare cioé quanto più possa per effetto di esempio, di dignità personale, di serena ed onesta imparzialità. Così alla lunga si può egualmente fare molto e molto bene, ma coloro che non se ne avvedono, coloro che non sanno farsi ragione dell’abisso, del baratro che divide, per essi, l’ideale dal vero, coloro debbono per forza dar di capo nei muri delle loro reggie vale a dire nei primi e più vicini rappresentanti della dura prigionia morale dove si trovano chiusi.

Questo sia detto in generale: ora passiamo al mio caso particolare.

C’è una sola persona la quale possa dire di non essersi mai sentita frullare pel capo nessuna idea molto bizzarra e molto stravagante? Non credo. Più o meno frullano a tutti di quando in quando. Or bene, se io mi ritrovo in condizione di poter mandar avanti l’umile programma tracciato poco fa, allora quelle tali idee possono venire fin che vogliono, ma una sola crollata di spalle basta subito per mandarle via tutte quante: se invece il mio compito aumenta, per una ragione o per l’altra, e con esso aumentano naturalmente anche gli inciampi e le difficoltà, allora felice notte, le idee balzane durano molto di più e mi ci vuole una grandissima fatica per tenerle chiuse fra me e me. Io sento allora per eccezione quello che altri miei colleghi, men di me previdenti, debbono sentire quasi sempre, e però quel granello di pazzia, che abbiamo tutti in comune cogli altri uomini, piglia a rotolarmi meglio dentro del capo. Né ciò mi accade mai così spesso e così volentieri come nelle crisi di gabinetto, appena che riescano un po’ stentate ed un po’ laboriose.

Quando càpitano ho il mio sistema e lo mantengo sempre, anche se imbattono ad essere delle più facili. Mi chiudo una notte intera a passeggiare su e giù pel mio gabinetto da lavoro, e rimugino piano piano tutti gli elementi che hanno condotto Parlamento e Governo alla stretta dei conti. Quando ritengo di aver bene afferrato il contenuto così segreto come palese di ogni cosa, ricorro subito ai lumi di quello fra i grandi baccalari del mio Stato, il quale, o per tradizione o per attinenze, io reputi più verosimilmente inchinevole a suggerirmi il partito che già piace a me; sto lì ad ascoltare da star seduto gli argomenti divisati la notte da stare in piedi, e raccolgo il gran responso come se mi piovesse giù dalle stelle. Se non mi va bene alla prima, qua subito un altro e poi un altro ancora, finché Dio benedetto si degni di togliermi di pena, richiamandomi alla memoria quel tale appunto il quale discordi il meno possibile dall’idea mia.

Ora avviene di quando in quando che questo utile personaggio non si trovi mai, nemmeno a tentare la prova tre volte, e allora capisco che sono stato sempre fuori di strada e che mi conviene di ripasseggiare una seconda notte, paragonando il nuovo stato del mio pensiero con quel di prima, e con quanto mi dissero i tre recalcitranti. Così, con un indirizzo metodico fatto chiaro dal triplice esperimento, brancico molto meno e colgo il mio segno, vale a dire il mio uomo più facilmente assai. Or bene, è appunto in queste ultime e solenni circostanze in cui, dopo tanta fatica e di capo e di gambe, mi conviene anche di fare buon viso alle lungherie di coloro che la pensano precisamente come me, è appunto allora, dico, che pagherei non so cosa per poter picchiare un par di volte sul ventre del mio interlocutore, dicendogli con gran prosopopea:

— Bravo, Seguita. Mi piaci.

Oh chi mi vedesse nell’anima in quei momenti, quando stringo forte i pugni in tasca per paura che non mi scappi fuori la mano, quello capirebbe senza dubbio che se gli antichi re imbestialivano per eccesso di autorità e di potenza, noi moderni invece pericoliamo per mancanza di esercizio, e perché, poco esercitati come siamo, ci capita pur qualche volta in cui dobbiamo fare troppo, e troppo presto.

Ieri ho raccontato a mia moglie di questa piccola... non tanto piccola miseria mia. Ha risposto:

— Mi dispiace assai, ma l’avviso ti sta un po’ bene, pur troppo, perché tu, senza parere, badi sempre di tirare... verso il Mar Rosso.

— Cioé a dire... fuor di metafora?

— Che procuri, forse inavvertitamente, di fare sempre il gioco dei liberali, anche quando sei costretto a metterli sotto. E i pugni stretti in tasca, se tu ci guardi, te li troverai più facilmente quanto più di fatica avrai dovuto durare per conseguire il tuo scopo, ovvero quando avrai messo più nottate e più ostinazione prima di persuaderti che ci dovevi rinunziare.

— Può essere. Ma io, di mio gusto, verso il Mar Nero non ci voglio andare. Abbastanza mi ci tirate qualche volta voi altri, e tu la prima perché mi sei più accanto. Io debbo moderare, comporre, temperare i partiti, ma non ho mica giurato di rinunziare alle mie simpatie. Ne ho. E se qualche volta i pugni stretti non basteranno più a farmi tenere le mani a casa, ci vorrà pazienza. Darò di volta anch’io come tanti altri, ma sarà stato per fin di bene.

Mia moglie affisò sospirando l’uncinetto che aveva in mano e poi si mise a lavorare senza dir nulla.

Che essa creda che io abbia a poter pazziare molto più facilmente di quel che credo io? O che sia stato un sospiro di commiserazione per ciò che io reputo il bene?

Non saprei davvero, ma propendo da ambedue le parti.

 

Nota

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[1] Qui in Italia abbiamo la soddisfazione di avere già provato, e di avere già visto che s’andava meno peggio di prima.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011