Alberto Cantoni

 

Un re umorista

memorie

 

 

 

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Un re umorista, Memorie, prefazione di Riberto Bonchio, Lucarini Editore s.r.l., Roma 1991

Prefazione

Alberto Cantoni è, tuttora, uno degli scrittori dell’Ottocento italiano tra i più trascurati. Non è che a suo tempo egli non abbia trovato alcuni riconoscimenti critici e, come preciseremo, anche dei più qualificati e autorevoli. Ma la sua figura, il suo messaggio (come ora si dice), la sua eredità trovarono scarsa fortuna. Non raggiunsero il gran pubblico. Gli mancarono consensi e appoggi tra i critici militanti contemporanei. Rimase escluso o in sott’ordine nei panorami antologici e nelle pagine riassuntive dei manuali di storia letteraria. Almeno fino a quando Pietro Pancrazi ebbe, nel 1953, il merito di riscoprirlo e di includere nella collana da lui diretta "Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento", il corpus delle opere di questo originale e appartato scrittore mantovano, affidandolo alle cure di Riccardo Bacchelli che vi premise un ampio e documentato saggio, ricco di acute e stimolanti osservazioni [1]. Nelle tardive scoperte o riscoperte Cantoni appare d’improvviso come un sensibilissimo interprete degli aspetti del suo tempo e, insieme, come un anticipatore di tematiche giudicate, sul filo degli sviluppi successivi, tra le novità "moderne" dell’espressione narrativa.

È bene ripetere subito che, intorno al Cantoni, non tutto fu silenzio e trascuratezza. Di solito, ciò che è nuovo in arte si afferma con difficoltà e coglie il pubblico di sorpresa ma non può sfuggire a qualche lettore attento, immune da pregiudizi. Questa fu la prima fortuna critica di Cantoni. Benedetto Croce e Luigi Pirandello s’interessarono alla sua opera e valutarono i motivi dinamici di una scrittura e di un pensiero estremamente schivi e spesso in antitesi rispetto ai clamori delle mode emergenti. Di lui scriveva Croce: "Nei suoi libri, sono pagine che non si dimenticano. Egli sorprendeva e fermava, con nitida parola, gli atteggiamenti più delicati delle anime, i più piccoli moti significativi dei corpi, dando prova di penetrazione acuta e di fine sensibilità [2]. E in un saggio sulla "Nuova Antologia" del 1905, Pirandello affermava: “Vi sono scrittori che pur vivendo oscuri, solitari e sdegnosi, lavorando nell’ombra con la tenace e vigile pazienza dei forti, ribelli segretamente a tutte le tirannie del tempo, alle idee comuni, che formano quasi l’atmosfera morale e intellettuale di esso, lo vincono con l’opera loro, anche quando sembra che ne rimangono schiacciati. Alberto Cantoni era di questi. Quegli altri scrittori passeranno col tempo loro. L’opera di Alberto Cantoni rimarrà perché non effimero frutto del tempo e della mutabile moda, un frutto di una particolarissima concezione ch’egli ebbe della vita e degli uomini” [3].

Il silenzio della critica e la scarsa attenzione rivolta al Cantoni anche nei più vasti e particolareggiati manuali di storia letteraria ci obbligano a riportare alcuni rapidi cenni sulla sua biografia e sulle sue opere.

Alberto Cantoni nacque il 16 novembre 1841 a Pomponesco, un centro del mantovano ricco di storia medievale e rinascimentale. Sua madre, Anna Errera, veneziana, era una donna raffinata, colta, intelligente. Il padre, Israele, fu prima commerciante di grano e di bestiame poi grande proprietario terriero nella pianura della Viadana. Alberto fu il primogenito di cinque figli. A questi dati se ne possono aggiungere alcuni altri per dare nell’insieme un "ritratto di famiglia" più preciso. Ebbe tra i suoi nipoti, figli della sorella Amalia, il poeta Angiolo Orvieto e suo fratello, il critico Adolfo, che furono i fondatori della rivista letteraria fiorentina "Il Marzocco", soppressa dal fascismo nel 1932. Un fratello di Alberto partecipò alla campagna garibaldina del 1866.

Il padre era molto osservante delle tradizioni ebraiche, e lo stesso scrittore non fu indifferente alle problematiche delle comunità israelitiche in Italia se ad esse dedicò, un anno prima della sua morte, un racconto-dialogo, Israele italiano.

La sua prima educazione si svolse a Venezia. Ma Alberto frequentò molto irregolarmente le scuole pubbliche: sembra che non andasse oltre le elementari. Fu sostanzialmente un autodidatta. Scriverà più tardi al prefetto dell’Accademia Virgiliana, Intra, di “aver studiato alla meglio e disordinatamente da solo” e di aver compiuto “piccoli studi capricciosi e di lusso, affatto appartati e quasi eccezionali” privilegiando le letture letterarie e filosofiche. Ancora giovane apprese il francese (lingua che scriverà correntemente) e l’inglese; e, intorno ai quarant’anni, divenuto ormai uomo di cultura, la passione della conoscenza lo portò a studiare il tedesco e il latino.

Forse l’evento che maggiormente sconvolse il periodo del suo sviluppo fu la morte della madre, scomparsa appena poco più che trentenne. Una componente importante della sua formazione furono i viaggi. Fu molto all’estero, conobbe le capitali europee più importanti, si recò in Svizzera, Spagna, Germania, Austria e Francia. Ebbe il suo migliore amico in Alberto Errera, lo storico della caduta di Venezia.

Nel 1885, alla morte del padre, fu costretto ad assumersi la gestione del notevole patrimonio familiare. Fu una svolta dolorosa. Alberto adorava suo padre. In quel periodo, la sua passione letteraria si era già precisata. Qualche notizia ci è fornita dalla sua biografa, la poetessa triestina Elda Giannelli con la quale Alberto intrattenne una fitta corrispondenza per quindici anni senza quasi mai incontrarla di persona. “Non toccò penna per oltre un anno, — scrive la Giannelli — rifugiandosi come in un santuario nelle stanze, rimaste intatte, del caro estinto. [4]

"Nato con libertà" — anagramma del suo nome di cui andava molto orgoglioso — divenne il suo motto. In un’epoca in cui dominavano varie correnti letterarie, dal tardo romanticismo al verismo, dal classicismo carducciano al pascoliamo e si preannunciava il dannunzianesimo, Cantoni fin dai suoi esordi si propose ai lettori con una forte impronta personale che negli anni successivi ne fece — forse suo malgrado — un precursore nell’esame di una società apparentemente immobile ma in realtà inquieta, carica di incertezze e di interessi contrastanti. Insoddisfatto delle riduttive interpretazioni della filosofia positivista, egli seppe elevare il dubbio a sistema e, nell’approccio dei fatti e dei personaggi, la sua scrittura si colorò di sarcasmi e di ironie rivolti contro le retoriche e le false certezze. Estraneo al mondo letterario da cui lo tenne lontano il suo carattere schivo, abitò la maggior parte dell’anno in campagna, nelle sue proprietà, quasi alle porte di Mantova, in un eremo inaccessibile anche ai suoi migliori amici. Capofamiglia premuroso ma autoritario, sempre animato da mille curiosità, facilmente irritabile, meticolosissimo ("per temperamento cercava il pelo nell’uovo", dirà di lui Silvio Benco), aveva un aspetto inconfondibile: corpo possente, atteggiamento severo, barba nera e folta, cappello a larghe tese, abito sempre sciatto, così lo ricordano i nipoti. Anche se Adolfo Orvieto mitiga un po’ la fama di solitario dello zio ricordando la sua socievolezza con la gente umile (i vetturini, i frequentatori delle taverne, i suoi contadini), la sua capacità di improvvise tenerezze, soprattutto verso le bambine.

Pessimista per eccesso di ottimismo ideale, come lo definì Enrico Corradini [5], aveva tra le sue letture predilette Schopenhauer, François Xavier de Maistre (il Viaggio intorno alla mia camera)  mentre sembra non amasse lo Sterne —, il cinquecentista Valeriano con le sue riflessioni sull’infelicità degli uomini di lettere, e i classici dell’antichità, soprattutto Seneca di cui ammirava l’elevatezza morale, la tesi del vivere secondo natura, le penetranti antitesi. Esordì come scrittore a trentaquattro anni pubblicando sulla "Nuova Antologia", la rivista fiorentina fondata nel 1866 come ripresa dell’“Antologia” del Viesseux, una serie di quattro racconti brevi raccolti sotto il titolo Foglie al vento. In essi lo psicologismo sovrasta largamente un umorismo ancora latente. Tra questi quattro bozzetti, "Io, el Rey", un apologo brillante e bizzarro, anticipa di quindici anni alcune tematiche di Un re umorista tanto da far pensare a qualche critico che costituisca un brano di esso. “Un filosofo di buona pasta — scrive il Cantoni [6] — muovendo una sera lungo la strada”, vede luccicare un oggetto che “a lume di luna” gli sembra di ferro ma che, a un esame più approfondito, si rivela una palla di fucile: decide allora di restituirla al legittimo proprietario, allo Stato e quindi al re che lo rappresenta, unendola a un biglietto in cui invita il sovrano ad "appenderla ad una cordicina sul vostro posto a pranzo... Ogni volta che i vostri amici, i profughi ed i cortigiani vostri vi recheranno intorno un certo fumo d’invocata guerra, guardate bene, dopo mangiato, l’appeso gingillo, e ponete il pensiero in queste due cose: la prima che i colpi di fucile arrivano al segno tanto pel torto come per il diritto; la seconda che tutti gli uomini sono nati di babbo e mamma come siete Voi. Le mamme hanno durato nove mesi a generarli, i babbi vent’anni a metter loro innanzi il desinare, con assai maggiore stento del padre vostro”.

Seguirono nel 1876 Tre madamine, una lunga novella sulle giovani sarte e modiste del "gran Milan" dove il Cantoni aveva abitato per qualche tempo. Il delizioso quadretto della vita di queste popolane, ravvivato da note di acuta psicologia, è guastato nelle conclusioni da un moralismo gretto e provinciale che purtroppo ricorre spesso nelle pagine di Cantoni. Poi nel 1877 Bastianino o, dal sottotitolo, "Scene della bassa Lombardia", un racconto di dimensioni più ampie e dei più felici, intriso di un bonario umorismo di matrice manzoniana. Storia prettamente contadina — il rifiuto di una povera ragazza di campagna, Maddalena, alle profferte di un ricco fittavolo che, con la complicità della madre della giovane, vuole strapparla all’amore di Bastianino il bastardo —, Bastianino si articola in scene a volte idilliche a volte umoristiche ma sempre sul filo di un forte rigore stilistico, ricco di contrasti e di sfumature. L’esistenza del contadino vi è rappresentata realisticamente, senza abuso di immagini, in forma semplice e immediata: sembra anzi che il Cantoni la voglia sottrarre ai miti di cui molti scrittori del suo tempo e del secolo precedente l’avevano fatta oggetto, per restituirla alla sua calda umanità. Una le paga tutte (1878), apparso sempre su "Nuova Antologia", riporta il nostro autore, sempre oscillante, al filone psicologico: al centro della vicenda un uomo egoista e ossessionato dal denaro e una dolcissima figura di donna, Margherita. Un breve romanzo, scritto con una certa vivacità, che però non raggiunge autentici risultati artistici. Qualche anno, dopo in Corte d’amore (1881), Cantoni affronta con maggior successo il tema di una ragazza, orfana, cattolica, ossessionata dagli scrupoli religiosi, innamorata di un giovane ebreo che muore (o si suicida) durante l’inondazione del Po. Tutto il racconto, che ha pagine di intensa drammaticità, si stacca dagli ambigui modi dello scrittore (essere attorespettatore) e si muove “su di un fondo di melanconia che diremo ‘pura’... cioè non mescolata a quei moduli faceti e maliziosi che altrove sono costanti in Cantoni: un interno e romantico languore (salvo il racconto dell’inondazione) eccezionale ed unico nella complessiva produzione cantoniana”[7]. Il senso della commossa partecipazione dell’autore si avverte già nella scelta della narrazione in prima persona.

Dello stesso anno è il racconto Montecarlo e il Casino, una vivida e umoristica rappresentazione della famosa casa da gioco colta attraverso una conversazione in treno tra Savona e Genova, rovinata purtroppo dalla solita conclusione banale e moralistica (Catone anziché pigliarsela tanto calda con quella povera Cartagine avrebbe dovuto assordarci con dei frequenti Delenda Monscarolus “perché è una vera vergogna che i nostri giovani debbano avere proprio qui alle porte un’Accademia di immoralità, così leggiadramente organizzata, dove possano e rovinarsi e dar di gomito in tante persone equivoche senza nemmeno temere di rifare i conti colla polizia”). [8]

Seguono anni di silenzio nei quali lo scrittore mantovano prepara le due opere maggiori e le sue "novelle critiche", vale a dire novelle o racconti dove i personaggi sono spesso ridotti a simboli pur essendo tratti da una realtà colorita e vivace: attraverso di loro l’autore espone le sue a volte discutibili teorie sul teatro, sullo stile, sul comico o, più in generale, sulla vita. Difatti più che narratore creativo di situazioni e di personaggi, egli è e vuole essere — un osservatore critico. Ma anziché impiegare le armi classiche della critica, impiega quelle dell’arte. Il suo gusto si stacca sostanzialmente da quello passionale e romantico sul quale si era formato il De Sanctis. “Un critico fantastico" lo definirà Pirandello e, dunque, soggiungerà, “un umorista” [9], essendo il Cantoni in primo luogo un critico di se stesso, sdoppiandosi nel contrasto del caldo del sentimento e dell’immaginazione (la fantasia) e il freddo della riflessione e del giudizio critico, tra realismo e simbologia, argomentando sul suo stesso humour. Figlio della tradizione lombarda, lontano dal grottesco (che in lui rimane mescolanza di elementi fantastici e critici), Cantoni nella sua analisi si caratterizza anche per la ricerca di nuovi contenuti che rispecchino più incisivamente gli aspetti comuni e umili della realtà. I suoi personaggi sono in generale o piccolo borghesi o contadini. Si avverte in lui qualche influenza della Scapigliatura: la preoccupazione linguistica anche se diversamente risolta, un bizzarro moralismo, un certo frammentarismo. E nel suo umorismo critico molti videro delle analogie col suo contemporaneo Carlo Dossi.

La nuova stagione (che il Bacchelli distingue, forse un po’ schematicamente, dalla prima a suo avviso di "verista paesano e cittadino") si apre con Il demonio dello stile ("novella critica" pubblicata dall’editore fiorentino Barbera nel 1887 ma, come avverte l’autore, scritta nel 1881 e rimasta inedita per sei anni “perché allora parve rischiosa”), una critica sottile e graffiante sull’arte dello scrivere e una lucida riflessione sulle leggi della novellistica quale egli stesso andava portando avanti. Una gentildonna non più giovane, ormai annoiata e paga di mondanità, chiede a un amico la “ricetta” per scrivere bene. Le deduzioni concettuali sono deboli e generiche. Il Cantoni non ebbe mai la statura e il respiro del teorico, il suo filosofare è sempre un po’ approssimativo: non mancano tuttavia in quest’opera osservazioni penetranti e note sottilmente ironiche.

Il volume intitolato Il demonio dello stile comprendeva altre due novelle, “L’altalena delle antipatie”, ristampata poi da sola dal Barbera nel 1893, e “Più persone ed un cavallo”, giudicata da Pirandello “un vero gioiello”. Ci soffermeremo sulla prima di queste due — “novella sui generis” la definì il Cantoni — che ci sembra per intensità, vigore ed efficacia uno dei racconti più felicemente costruiti dall’autore mantovano. È il ritratto denso e pungente di un lunatico — che, secondo la Giannelli, lo scrittore conobbe realmente —, una “specie di saliscendi fatta persona” alle prese con i problemi del matrimonio. Il protagonista si sposa quasi per scommessa. “Son passato sopra i cadaveri di tutte le suocere che mi tenevano d’occhio da bambino in poi, e sono andato a fermarmi davanti ad una ragazza né brutta né troppo bella, né sciocca né fine, e semplice ed orfana e sola. Le ho detto subito francamente: Ti sposo perché t’avrò già veduto cinquanta volte senza mai sapermi dire se tu mi piaccia o no. Nel primo caso sarei scappato a gambe levate per lo spavento d’un mio prossimo voltafaccia; nel secondo avrei forse potuto rischiare, ma capirai, te ne saresti avvista, e probabilmente non m’avresti voluto. Io son fatto così, mercé di Dio...” [10]. Ma l’attesa felicità coniugale non viene mai. I momenti di innamoramento si alternano a quelli di astio violento verso la donna sposata. “Mia moglie dormiente era mille volte più bella di mia moglie sveglia” [11] . A disagio nel mondo il protagonista lo è anche nella sua famiglia. In realtà e un debole che soffre delle contraddizioni che la vita gli pone dinanzi e che tende a servirsi degli altri esseri umani come pretesti o alibi per giustificare il tormentato mondo morale che reca in sé. La sua felicita è costantemente insidiata dal tarlo del dubbio e del pessimismo, dall’eccesso di autoanalisi e di esame di coscienza “che è un altro bel frutto dell’esasperata nostra civiltà” [12].

Cantoni ha nostalgia del vecchio mondo e non lo nasconde, di un mondo che immagina utopicamente “pulito”, sostanzialmente preindustriale. Ma è proprio qui il nocciolo di una contraddizione che egli porterà sempre in sé: da un lato una visione moderna e realistica, lucida e amara del tempo in cui vive e dei suoi contrasti, e, dall’altro un atteggiamento moralistico e consolatorio, un po’ chimerico, che vuole la stessa arte come medicina di ogni male.

Con “L’altalena delle antipatie”, dove si esprimono le vene più genuine della sua creatività, abbiamo un Cantoni ormai maturo, nella sua stagione migliore. In questo racconto il personaggio non è una pura astrazione, uno strumento che consente solo di esprimere le sue idee, ma è vivo e vero, osservato e studiato con la stessa coscienziosità e la stessa acuta intuizione che Cantoni pone sempre nelle sue ricerche preparatorie. Il racconto procede asciutto, essenziale, senza inutili digressioni e pedanterie nella sua limpida obiettività ed è forse il miglior prodotto della visione singolarmente moralistica e sottilmente analitica dello scrittore.

Nel 1891 apparve, sempre nelle edizioni Barbera, Un re umorista, “il più denso; il più poderoso libro di Alberto Cantoni” [13], quello che forse meglio lo rappresenta nel panorama delle nostre lettere di fine Ottocento: ma su questo ci soffermeremo più avanti.

Di sei anni più tardi, del 1897 (lo stesso anno in cui escono i Primi poemetti di Pascoli e Giacomo l’idealista di De Marchi e in cui si ha la prima rappresentazione di O’ mese mariano di Salvatore Di Giacomo) e un’altra "novella critica", Pietro e Paola con seguito di bei tipi che si svolge in gran parte, con intento satirico evidente, in una casa di cura per “patemi d’animo” nella quale il protagonista, tenuto per testamento a consacrare un libro alla memoria di un suo allievo inglese, Bill, va con la moglie Paola (la musa dell’“arguzia affettuosa”) per cogliere e descrivere con la sua sensibilità di scrittore i “bei tipi” che ci vivono. In quest’opera Cantoni ripropose le sue idee sull’arte narrativa e sulla funzione dell’humour “cioè del più opportuno strumento per rappresentare come per lenire le più complicate ferite dell’anima moderna“. Dell’umorismo il Cantoni rivendica, con una pretesa un po’ provinciale, primato italiano. “Se poi taluno vi darà ad intendere che anche l’humour sia un prodotto foresto, voi rimandatelo dritto difilato a Cecco Angiolieri da Siena. Non ha mai sentito il bisogno di adoperarlo a buon fine, è vero, ma era anche del Trecento, e di quanta grazia di Dio non s’è modificato l’uso da allora in poi! Noi avevamo la cosa fin dal tempo dei tempi...” [14]. Come più tardi scriverà il Pirandello nel suo saggio sull’umorismo, accentuando i toni nazionalistici in polemica con l’Arcoleo, la letteratura italiana sarebbe insidiata dagli “oscuri esempi che vengono d’oltralpe”.

Ma nelle discussioni che avvengono nella casa dei “patemi d’animo” e che oscillano tra pulsioni di morte e amore per la vita, lo scrittore rivolge anche un invito ai letterati a dire la verità e a essere coerenti con se stessi: “Un miope il quale dica quel che vede e come ora lo vede, dirà sempre meglio di un presbite il quale, in luogo di adoperare la propria vista lunga, si ostini a voler vedere quel che vedrebbe un altro in vece sua. E non importa nulla che quest’altro sia molto maggiore di lui, anzi è peggio che mai“ [15]. La sottintesa polemica contro la nevrosi moderna e contro l’umorismo inglese (impersonato dal triste giovinetto d’Oltre Manica, morto all’inizio del racconto) che sarebbe sostituito con maggior successo da quello italiano, mette in luce ambizioni teoretiche che abbassano i livelli altrove raggiunti dallo scrittore e che si rivelano idee di poco conto, viete e invecchiate.

E sempre alle sue deboli e amate teorie è dedicato il "grottesco" Humour classico e moderno, un’operetta che piacque molto a Pirandello (qui "Alberto Cantoni si dimostra un vero maestro dell’umorismo“ [16]) e che è ravvivata da alcune scene e da alcuni rapidi scorci probabilmente tratti dal vero (l’episodio del mercato di Clusone testimonia dei vagabondaggi dell’autore nei piccoli paesi circostanti e della sua partecipazione cordiale all’allegria contadina delle taverne). I due protagonisti, un bel vecchio rubicondo e gioviale — l’humour classico — e un ometto smilzo e circospetto con una faccia sdolcinata e un poco motteggiatrice — l’humour moderno — si danno battaglia esaminando la stessa realtà da opposti punti di vista. Il primo racconta l’episodio della fiera alla maniera di un Sacchetti o di un Firenzuola; nell’altro riaffiorano reminiscenze sterniane. Il Cantoni, pur con maggiori riguardi per il primo al quale vanno sostanzialmente le sue simpatie, attacca sia l’humour classico (inteso da quello latino a quello ottocentesco del Rajberti) che quello moderno (di origine straniera, da Swift a Sterne) per sostenere la necessità di un compromesso tra le due tendenze, così schematicamente e un po’ superficialmente delineate, osservando che occorre guardarsi “dai lazzi giovanili tuttora così fragranti di sale attico...” e “dai lambicchi e dalle ampolle di sostanza grigia” [17].

Al tema dell’arte drammatica è invece dedicato, sempre nella serie dei "grotteschi", Scaricalasino (1901). Un giovane commediografo, Pio Paletti, va a cercare invano in un piccolo paese montuoso dell’Emilia Romagna, forse sulla strada della Futa, il suo ideale drammatico: il mito della modernità. Ma le sollecitazioni che trova tra i vari tipi che incontra professori, giornalisti, critici, ecc. — lo deludono profondamente. Il racconto è tutta una tirata violenta contro la “modernità”, la critica letteraria di allora (“o soffietti anticipati di editori o pannicelli caldi fra colleghi che si strofinano vicendevolmente”), la politica (“L’Italia non è mai stata tanto divisa come adesso. Siamo uniti sulla carta geografica e sullo scacchiere politico ma ognuno pensa a sé e più di tutto la maggior parte dei 508 di Roma”), sul nuovo teatro (“quell’Ibsen! Che tempestoso arnese di anarchia morale!”). E concludendo: “Se la modernità scenica deve rendere a preferenza lo stato fluttuante ed ambiguo delle vostre anime a doppio fondo, tal sia di lei e di voi. Io nel mio piccolo sono già fuori. Sono guarito... Rimanete voi... nella bolgia, colla testa al polo e l’equatore sotto il sedere a bagno maria! O viceversa. E sbuffate voi, tremando. Io no!” [18].

E qui il modesto, provinciale, conservatore Cantoni fa l’apoteosi di Domenichina, l’arguta servetta dell’osteria dove si riuniscono gli “intellettuali” del paese — una figura deliziosa e indimenticabile che ha la malattia della verità, “con la quale brucia ma fa schiumare gli umori della gente”. In Domenichina Cantoni identifica la musa comica che ama: la musa della schiettezza e della spontaneità contro ogni intellettualismo. Una moralità di non alto respiro ma improntata a onestà e universale saggezza.

Nello stesso 1901 il Cantoni si dimise, dopo una lunga serie di contrasti, dall’Accademia Virgiliana di cui era stato per anni membro effettivo.

Era stanco, amareggiato, ossessionato da una tosse spasmodica, sofferente per la gotta — quella gotta alla quale aveva consacrato un ironico panegirico nelle ultime pagine di Un re umorista, il “dolor acerrimus farmacus” —, tormentato dall’insonnia e dalla nevrastenia. In Italia e all’estero cominciava ad avere qualche riconoscimento: da Tullo Massarani, da Silvio Benco, da Nordau, da Bourget, dal poeta e erudito Pierre de Nohlac. Ma la fama, anche quella piccola e circoscritta, non l’aveva mai interessato. E ormai la sua forte fibra stava cedendo. Colpito da un violento attacco di uricemia, morì a Mantova l’11 aprile 1904 nella casa di famiglia e la sua salma fu tumulata a Pomponesco. Il suo epistolario fu distrutto, sembra per sua volontà. Coerente sino in fondo nel suo amore per gli umili, lasciò morendo gran parte dei suoi beni ai poveri del paese natale.

Due anni dopo la sua morte apparve L’Illustrissimo, il suo romanzo più vero ed equilibrato, al quale aveva iniziato a lavorare sin dal lontano 1881, appena terminato Bastianino, che ne era stato la premessa. Fu scritto nelle pause tra un libro e l’altro, in un costante lavoro di affinamento letterario. "Illustrissimo" era per i contadini lombardi il mitico padrone che non si vedeva mai ma rastrellava i frutti del loro lavoro. La storia è intrigante. Uno di questi “illustrissimi”, il conte, di Belgirate, un gentiluomo probo e giusto anche se pigro e sempre disposto a tutte le fantasticherie, vuole sposare una sua nobile e capricciosa cugina la quale pone come condizione al suo consenso ch’egli trascorra qualche tempo, travestito da contadino, a Casanova, una fattoria tenuta da una famiglia di coloni dello stesso conte per rendersi conto delle loro penose condizioni. In questo romanzo popolare, limpido e schietto, Cantoni volle fare opera di critica sociale affrontando, lui che non si tirava mai indietro dinanzi ai lavori più ingrati e proponeva spesso riforme e migliorie, il problema dell’assenteismo dei grandi proprietari terrieri. L’opera, così dissimile per tanti versi dai più aristocratici e complessi libri del Cantoni, va però molto al di là di un romanzo a tesi. Il suo ormai maturo umorismo, scarnificato dalle troppe simbologie, la sua spiccata tendenza allo studio dei costumi e dei personaggi gli permettono di dar vita a figure artisticamente vive (si pensi a Giovannona, la furba virago contadina, o alla buona Costantina) e a dialoghi di singolare finezza ed espressività. Alla povertà di pensiero suppliscono qui una prosa lussureggiante di immagini — l’incendio doloso alla Casanova è uno dei brani più belli del romanzo italiano di fine Ottocento — e una notevole eleganza stilistica, ricca di capacità evocativa. La laica pietà del Cantoni verso gli strati subalterni, osservati senza infingimenti, la sua partecipazione umana, tante volte assente nelle sue opere, gli permettono qui di trasfigurare anche fatti ed episodi banali. E oggi molti critici — anche se noi non siamo tra questi, preferendogli l’asciuttezza e la modernità di Un re umorista — considerano L’Illustrissimo il suo capolavoro. Ironia della sorte, L’Illustrissimo, pubblicato postumo, fu il suo libro più venduto, più letto e più esaltato dalla critica.

Opera di singolare ed estrosa modernità, indagine acutissima sui maggiori problemi individuali e sulle contraddizioni del potere, che si svolge in un ’atmosfera quasi fiabesca, Un re umorista, pubblicato nel 1891, raccoglie le memorie che l’autore, con una finzione sin troppo tradizionale, immagina consegnategli — tramite un diplomatico — da un sovrano di un’ignota nazione.

Questo re è una figura bizzarra che, proprio in quanto “umorista”, finisce per subire, nell’affrontare la vita, le sofferenze e i tormenti di uno strano sdoppiamento: da una parte, come umorista, di essere diviso tra realtà e senso critico, dall’altro, come re, di obbligarsi a recitare una parte sostanzialmente lontana, se non addirittura contraria, dalla sua vera natura. Diversamente dalla regina — che impersona il vero principio d’autorità — la quale passa con minori turbamenti dal ruolo di moglie a quello di sovrana.

Lo stesso amore è un tormento per il protagonista. Quando ancora giovane si innamora di un’attrice scattano subito i meccanismi dell’autoanalisi che, come un riflettore, gli mettono in luce, negli atteggiamenti della ragazza, le pose di una commediante nata e “smontano” i suoi sentimenti istintivi; quando si sposa domina la ragione di Stato; quando prova un’intensa attrazione per la bellissima lettrice della regina, Katie, che, forse consapevole dell’impossibile rapporto, gli spara senza colpirlo, finisce, nello sforzo di dimenticare, per scatenare una guerra nella quale avrà la meglio.

Ma anche quest’ultimo tentativo fallisce e l’illusione di aver soppresso in sé l’umorista, di aver liquidato il suo doppio tramonta rapidamente, sino a renderlo ancor più ipocondriaco.

“Se mi fossi aperto ad un medico... avrebbe detto che questo eterno frugare nell’anima nostra e nell’altrui, per arrivare a dei conflitti così incoerenti, è appunto il principale morbo morale dei nostri tempi e che Leopardi e Stendhal, ai quali apparentemente se ne suole dar colpa, ne furono invece le primissime vittime” [19].

Ancora una volta Cantoni evita, con un’evidente forzatura, una conclusione pessimistica, al contrario di Pirandello, nel quale la convinzione della necessità logica delle leggi naturali e sociali viene meno dando luogo a un senso profondo di sconfitta e di impotenza. Nel suo testamento il re umorista, pur affermando che l’umanità è scesa assai in basso, invita ancora gli uomini ad una soggettività più equilibrata, ad una fede maggiore, qualunque essa sia, e ricorda che nell’anno mille solo l’alzarsi ancora vivi costituiva motivo di gioia. Lui, il Cantoni, ottimista per volontà ma pessimista nella sostanza, guarda quasi con compassione, ma anche con comprensione, a coloro che credono nel trionfo del caos e nell’assurdità della vita. Temperamento vigoroso e positivo, lo scrittore fa dire al re umorista: "Più poveri di tutti coloro i quali si stillano continuamente il cervello per determinare, ciascuno alla sua maniera, le origini, i procedimenti e gli effetti del male in terra, senza tentare di reciderlo, almeno dentro di essi, e senza porre mente che se non ci fosse stato il male, via, siamo giusti, nemmeno si avrebbe mai saputo che cosa fosse il bene. Come siamo ridicoli e lagrimevoli insieme! Che sia questa la medicina? Ridere volentieri e piangere volentieri come Dio manda?” [20].

Questa vaga fede così evocata dal Cantoni — un ottimismo di maniera nato dal più cupo pessimismo — è in realtà una meta spirituale cercata tra mille illusioni, alimentata dalla sua innata bonarietà contadina: per fortuna, sul piano artistico, agisce in lui in modo assillante lo stimolo di un lucido scetticismo, fonte di dubbi molto sofferti e di innumerevoli contraddizioni. Il suo re è, in fondo, un pover’uomo, condannato senza misericordia dal ruolo che svolge, al quale è persino negato il ritorno alle illusioni dell’adolescenza.

Tutto intorno a lui sembra una costante finzione, uno scenario teatrale. Coloro che lo circondano e lo contattano — la corte, la regina, lo stesso popolo che l’applaude — finiscono per smarrire la loro funzione di uomini e, in una visione allucinata, appena mitigata da un’arguzia riflessiva, si caricano di significati angosciosi. Per il povero re si potrebbe ripetere il motto di Maupassant: “Il pensiero dell’uomo è come una mosca che si aggira in una bottiglia”.

Si comprende facilmente come Pirandello fosse attratto da questa modernità di stile e dalle intuizioni di Alberto Cantoni. Quando esce Un re umorista Pirandello si è appena laureato a Bonn e le sue prime prove letterarie, soprattutto poetiche, sono piene di echi carducciani (Mal giocondo, 1889, Pasqua di Gea, 1891) mentre quelle in prosa (Amori senza amore, 1894) risentono del verismo regionale e degli influssi di Capuana, Verga e De Roberto. Un re umorista dovette apparirgli come “una scoperta” e aiutarlo non poco nella sua maturazione e nello sviluppo del suo mondo interiore. Tra il tramonto del positivismo e l’affermarsi (anche sotto l’influenza francese) delle correnti decadentiste Pirandello, che segue una sua strada originale, quella che lo porterà ad un atomistico individualismo e all’impossibilità di una rappresentazione unitaria della vita, avvertirà tutta la novità di Cantoni e contrarrà con lui un debito letterario di cui darà ampia e leale testimonianza sia nel suo saggio su "Nuova Antologia" del 1906 sia nel suo libro sull’umorismo. Egli coglie già in Cantoni una delle tesi a lui più care e cioè che l’umorismo è contrassegnato da una sete di conoscenza del reale che trova il suo appagamento attraverso la scomposizione degli elementi che lo costituiscono e dal ruolo di primo piano della riflessione nella creazione artistica.

Ma, al di là dell’evidente diversa statura artistica e della differente preparazione culturale e soprattutto filosofica, vi è un netto divario tra le concezioni del Cantoni e del Pirandello. Il primo non sa trarre dalle sue stesse premesse (autoanalisi, sdoppiamento, riflessione che induce al dubbio e alla perplessità, ecc.) le conseguenze più logiche. Anzi le sue conclusioni sembrano addirittura contrastare quelle premesse: risultano piuttosto ispirate al peggior “buon senso”, a logori luoghi comuni, fino ad apparire — e spesso ad essere — di una sconcertante banalità. Dopo aver, con il suo umorismo, “scomposto”, “disordinato” la realtà, Cantoni cerca meccanicamente di ricomporla: ma è un’impresa disperata, come tentare di ricomporre i frammenti di un vaso di cristallo che si è sbriciolato per l’alta temperatura. Scrive il Bacchelli argomentando con una certa severità su Un re umorista: “Quando la riflessione induce dubbio e perplessità, l’indagine psicologica è rara e sottile, tutt’altro che insapore, ma sfugge ed ignora ogni dramma e conflitto con fatti, leggi, costumi, uomini e necessità; si esaurisce e vanisce nel proprio essere di dubbio rimuginato, serio sì ed onesto, ma d’una serietà evanescente e non impegnata, d’una serietà fatua, qual è quella, tutta di sentenze e di generalità, in cui sfocia la saggezza del re umorista, la sua commiserante temperanza, la sua tolleranza illuminata, la sua rassegnazione, che ha accenti virili sì, ma sentenziosi; e insomma evade artisticamente, ed elude le prove e i contrasti corposi dai quali soltanto potrebbe nascere dramma, comico o tragico, tragicomico come quello di Sancio governatore dell’isola” [21]. Le conclusioni pirandelliane sono tutt’affatto diverse. L ’autore siciliano è senza illusioni, di una terribile e tragica lucidità, avverte il dramma della conoscenza fino all’angoscia e lo traduce artisticamente: la sua conclusione, certo più drammatica ma anche più vera e reale, è l’assoluta relatività della persona umana e la scoperta del caos della vita che, conseguentemente, lo porta a denunciare le "menzogne convenzionali della società".

Pure questo Re umorista rimane, forse più di altre della produzione cantoniana, un’opera precorritrice, che sembra quasi strano appartenga all’Ottocento. Come notò un critico molti anni fa [22] vi sono scene di questo romanzo che sembrano collocarsi tra gli anni venti e trenta del nostro Novecento. L’idillio del giovane re con l’attrice, che pone il problema se un’attrice possa essere sincera quando ripete nella vita atti di finzione scenica e se la finzione non sia anch’essa una vita non meno vera dell’altra, sembra precedere di quarant’anni le vicende di Donata Genzi, l’attrice del Trovarsi pirandelliano che si identifica ogni volta nel personaggio che interpreta; e il “doppio” volto della regina (“quando depone la porpora muta anche di viso”) non è una straordinaria anticipazione di Dea, la donna che cambia natura ad ogni cambio d’abito, in Nostra Dea di Bontempelli che è del 1925?

Vi è anche nel Re umorista una componente politica che non va sottovalutata. Anche se oggi è difficile cogliere tutte le allusioni che vi sono contenute e che si riferiscono in gran parte alle vicende delle monarchie costituzionali, vi si può intravvedere quello che era l’atteggiamento di un intellettuale lombardo come il Cantoni all’indomani dell’Unità d’Italia. In queste pagine (ma anche in altre dell’opera cantoniana) si rispecchiano le profonde contraddizioni della cultura liberale italiana, consapevole del fallimento del Risorgimento come moto rinnovatore della vita nazionale. E un motivo che tornerà anche in Pirandello ne I vecchi e i giovani che è del 1913. Questa cultura diviene via via sempre più diffidente verso le istituzioni rappresentative. Già Gaetano Mosca, lo scienziato della politica, aveva scritto: “La Camera dei deputati va... sempre più diventando una parziale e fittizia rappresentanza del paese: giacché di giorno in giorno, una quantità sempre maggiore di forze vive, di elementi atti alla direzione politica ne resta esclusa. I membri di essa non rappresentano che una quantità di interessi essenzialmente privati, la cui somma è lungi dal formare l’interesse pubblico...” [23]. Non molto diversamente il Cantoni: “Montecitorio è diventato come una specie di ara sconsacrata, dove ogni clientela mira ad appendere il suo solo ex voto, e dove ogni grande città ha sempre paura di venire sopraffatta dalla vorace concupiscenza delle sue illustri sorelle...” [24]. In una realtà politica caratterizzata dalla disorganicità sociale, da un’unione affrettata e superficiale degli Stati preunitari con enormi dislivelli tra loro, dal compromesso tra forze democratiche e conservatrici, dubbi e perplessità si andavano diffondendo in larghi strati di intellettuali che finirono o nel rinchiudersi in un aristocratico isolamento o addirittura nel concepire una sorta di disprezzo per l’iniziativa e la sovranità popolare. D’altronde lo spettacolo dato dalle forze che guidavano il paese era tutt’altro che esaltante. Ossessionate dall’opposizione delle due ali estreme — cattolici intransigenti e socialisti di varia matrice — queste avevano visto nel trasformismo (divenuto con Depretis prassi normale dell’esecutivo) il solo sbocco politico. Il decennio successivo (1888-1898), che vide l’egemonia di Crispi, di cui si fece spesso corifeo il Carducci, fu di profonda recessione per l’intrecciarsi della crisi economica, con l’instabilità delle strutture politico-sociali, con le velleità autoritarie e espansionistiche. Fu anche — non dimentichiamolo — l’epoca dei grandi scandali bancari: quello della Banca Romana è del 1893. Come poteva reagire un uomo onesto, colto e fine, sempre attratto dal bel tempo antico, come il Cantoni, in questa situazione? Antigiacobino come la maggior parte degli intellettuali italiani, alieno dall’impegno politico — anche se non privo di forti umori civili e amante delle piccole riforme concrete — egli, con gli occhi sempre al passato, vagheggia un assolutismo illuminato. Ma la sua posizione è fermamente laica. Al figlio, al quale vuole impartire una piccola lezione di politica e di morale, il re umorista dice: “Lascia andare in frantumi la tua corona, avanti di consentire che si faccia della fede uno stromento di parte, per rincalzarti il trono, e tieni a mente che se la religione è la sola medicina a noi conceduta per condurre gli uomini a vivere ed a lasciar vivere, cioè per tenere in sesto i rapporti umani, non c’è invece forma di governo, la quale, reggendosi politicamente per essa o mediante di essa, non si riveli subito per ulcerata e decrepita” [25]. E diffidente verso tutte le utopie, anche verso il movimento socialista che in quegli anni fa i suoi esordi e che, nell’anno successivo all’apparizione di Un re umorista, diviene partito: “Sì, lo so, c’è la filantropia su larga scala, c’è il cosmopolitismo, c’è l’umanitarismo, c’è la repubblica mondiale, c’è la mutualità universale. Tutta roba troppo grande, per la piccolezza nostra, credetelo a me, che sono stato per crederci qualche volta, e che ne sono appena ritornato col capo in cimbali e col core stretto ed angusto di chi fa finta di pensare a tutti, per non pensare effettivamente a nessuno” [26]. Pessimismo dunque o amaro realismo di un umorista? Ci sembra piuttosto vera la seconda ipotesi. Diceva Cantoni che l’umorista è la più sfortunata qualità di uomo che possa esistere sulla terra, un uomo che ride per piangere, che piange per ridere, che non sa bene nemmeno lui chi e cosa sia. “Ha tanto di tutto e fuor di posto dentro di sè, che quando vuole tirar fuori una cosa, gliene esce un’altra; quando vuole tacere parla; quando vuole parlare tace” [27]. La scelta di essere umorista era per lui come la camicia di Nesso, il centauro della mitologia greca, che, indossata, portava alla morte. Cantoni — come dirà Pirandello — “sentiva profondamente il dissidio interno tra la ragione e il sentimento e soffriva di non poter essere ingenuo come prepotentemente in lui la natura avrebbe voluto” [28]. “L’umorismo, quest’arte di far sorridere melanconicamente le persone intelligenti, come la definiva Cantoni, raggiunge nelle pagine di Un re umorista i livelli più alti, suggerisce riflessioni originali e rivela aspetti profondi e inediti di una realtà che aveva riscontri oggettivi. Sotto le apparenze di un umorismo bonario Cantoni rivela qui un notevole acume critico e riesce ad armonizzare sentimenti e idee di stampo ottocentesco, da letterato all’antica, con una singolare asciuttezza moderna, densa di umori visionari e bizzarri. Questo romanzo, che presentiamo nella collana “I classici del ridere” dopo che da tanti anni era scomparso dalle librerie, è dunque una somma di discussioni, di un filosofare irrequieto, di interpretazioni critiche della condizione regale (ma sarebbe meglio dire della condizione intellettuale) nel quale lo stile dell’autore si fa secco e tagliente, pur conservando l’impronta di uno spirito stravagante e ricco di fantasia. Con Un re umorista Cantoni ha lasciato nel romanzo italiano, pur muovendosi in un mondo poetico solitario, una lezione di rigore narrativo e di sofferta verità e, insieme, uno dei libri più belli del nostro Ottocento minore. Non a caso Pirandello, che sentiva nella poetica cantoniana una stretta parentela con la sua, ha scritto che Un re umorista è “tra le poche opere culminanti della letteratura italiana contemporanea, tra le poche più originali ed espressive di tutta quanta la nostra letteratura moderna” [29].

Roberto Bonchio

 

Note

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[1] Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in "Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento", Milano, 1953. E a questa edizione che faremo riferimento nelle citazioni degli scritti di A. C.

[2] Benedetto Croce, La letteratura della nuova Italia III, Bari, 1973, p. 208

[3] Luigi Pirandello in "Nuova Antologia", 16 marzo 1905, poi come introduzione a L’Illustrissimo, Roma, 1906, e con il titolo Un critico fantastico in Arte e scienza, Roma, 1908, p. 73

[4] Elda Giannelli, Alberto Cantoni, Trieste, 1906, pp. 27-28. Al libro della Giannelli si devono le maggiori informazioni sulla vita e le opere di A.C.

[5] Enrico Corradini in «Il Marzocco», 14 gennaio 1906

[6] Io, el Rey, pp. 15-16 in Cantoni, cit.

[7] Daniele Ponchiroli, Alberto Cantoni in «Belfagor» VI (1951) p. 431

[8] “Montecarlo e il Casino”, p. 235 in Cantoni, cit.

[9] Luigi Pirandello, Un critico fantastico in Arte e scienza, p. 48, Roma, 1908

[10] L’altalena delle antipatie p. 292 in Cantoni, cit.

[11] Idem, p. 304

[12] Pietro e Paola con seguito di bei tipi, p. 530 in Cantoni, cit.

[13] Elda Giannelli, op. cit. p. 95

[14] Pietro e Paola con seguito di bei tipi, p. 574 in Cantoni, cit.

[15] Idem, p. 572

[16] Luigi Pirandello, op. cit., p. 62

[17] Humor classico e moderno, p. 597 in Cantoni, cit.

[18] Scaricalasino pp. 653  654 in Cantoni, cit.

[19] Un re umorista p. 451 in Cantoni, cit.

[20] Idem, p. 454

[21] Prefazione a Cantoni, cit., p. XLVII-XLVIII.

[22] Ferdinando Bernini, Modernità di Alberto Cantoni in «Giornale storico della letteratura italiana» CIX, 1937, pp. 61-91

[23] Gaetano Mosca, Teorica dei governi e governo parlamentare in Ciò che la scienza potrebbe insegnare. Scritti di scienza politica, Milano, 1958, p. 282

[24] Scaricalasino, p. 638 in Cantoni, cit.

[25] Un re umorista p. 423, in Cantoni cit.

[26] Idem, p. 437

[27] Idem, p. 438

[28] Luigi Pirandello, L’umorismo, Milano, 1986, p. 43

[29] Luigi Pirandello, in Arte e scienza, Roma, 1908, p. 70

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011