Alberto Cantoni

 

Un re umorista

memorie

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Un re umorista, Memorie, prefazione di Riberto Bonchio, Lucarini Editore s.r.l., Roma 1991

05

Finis

Molti esempi

Batte mezzanotte. Posso principiare.

Perché, nel riporre i precedenti fogli, mi son fermato a guardarli così soprappensieri e ho detto fra me e me:

—  C’è pericolo che questo troppo effondermi sopra la carta non scemi vigore alle più importanti operazioni della mia mente? Che la mia scrivania [1] non sia altro che pigrizia, per dar tempo al tempo, e per lasciargli fare adagio adagio quello che molte volte andrebbe fatto più presto, per opera di risoluzione e di breve consiglio? C’è pericolo?

Fermai subito il proponimento di rimandarmi senza mai più scrivere fino a sei anni data. Tanto male non mi poteva più fare dopo un così lungo riposo, e col fermo proposito di sbrigarmene in tre notti sole. E quello che m’accingo a fare, ma prima, o lettore, ti voglio dire una sola cosa, questa: piglia sempre sempre quanto di buono hai dentro di te, e spremine fuori il più che tu puoi, e per il tuo prossimo e per te stesso, ma non ti affaticare in altro senso mai, non tortura[r]ti mutando senza pro i tuoi dirizzoni, perché se tu hai naturalmente, e la devi avere, una certa quantità di tara, ne acquisteresti tre cotanti a voler fare, senza punto riescire, le buone cose che non sono da te. Ora seguita pure.

La mia idea era dunque di tendere al bene, cioé al meno male, scacciando a forza lontan da me ogni perturbamento che mi potesse venire dall’uso già inveterato di gonfiare le cose piccole, o inutili, o melense, e di sminuire quelle relativamente più grandi. Ma la lotta era troppo maggiore dell’uomo (e del suo imprudente «catechismo») perché gli effetti avessero ad essere di molto diversi da quel che furono.

Immaginate di osservare le cose e gli uomini col vostro solito modo di vedere, e di avere sempre accanto, anzi di avere dentro di voi, una seconda persona che vi ammonisca perpetuamente e che vi dica: «Tu vedi così, ma vedi male, perché ti sei abituato a guardare ogni cosa con un eterno preconcetto di ironia, di contraddizione e di sarcasmo: guarda meglio tutto, come se tu vedessi tutto per la prima volta, e osserva bene, con la più candida intenzione d’affetto: troverai una specie di mondo nuovo, meno guasto e meno beffardo, perché non peggiorato a bella posta dalla volontà dello spettatore, il quale si studi, come ti facesti disgraziatamente finora, di ritrovare quello vecchio di altrettanto più... ameno quant’era più misero».

Figuratevi questo e poi ditemi sinceramente se, per onesto che fosse l’intendimento, vi sarebbe piaciuto di campare degli anni a quella maniera.

A me non piacque niente, dico la verità. Ma aveva promesso di tenerci e ci tenni. Fu un continuo adoperarmi per giudicare di tutto, ma proprio di tutto, senza aiuti di contrasti, di sotterfugi, di sofisticherie, prendendo ogni cosa, fosse un uomo, fosse una idea, fosse un fatto, sempre di fronte, davanti a me, senza mai tentare di avvantaggiarmi sorprendendoli di sghembo, con delle fisime ovvero con dei motteggi.

Ora se questo sistema può andar benino con le cose e con le persone che si conoscono relativamente poco, e con le quali non è gran danno a pigliare via via una quantità più o meno relativa di cantonate, non ce n’è invece nessun altro di più pericoloso quando si adoperi con quelle che si conoscono già bene da moltissimo tempo. Un po’ cambiano sempre da per sé, per ragion di tempo o di occasione, un po’ si vuole ad ogni costo ritrovarle mutate da quel che si ritenevano per lo innanzi, e così, tra l’idea che se ne aveva prima ed i cambiamenti in parte veri ed in parte desiderati di poi, ne viene un tal pasticcio di visione che è una pena, una vera pena soltanto a pensarci. Ma qui è meglio di procedere per esempl. Ne metto molti, se non troppi, ma s’intende che il lettore deve scegliere quelli che vertono sopra le cose che più gli premono.

1. IN ARTE. Vi piacciono quei pittori che sanno rendere, forte e viva, la forma, a malgrado delle più ardite esuberanze del colore? E anche a me piacevano, e ne andava in traccia, e più erano intemperanti nello sfidare le difficoltà, più avrei desiderato che ammattissero anche maggiormente per conto mio. M’importava assai che uno vedesse tutto verde, quando era un bel verde, e l’altro tutto giallo, quando era un bel giallo. Mi bastava che la idea dell’artista mi folgorasse davanti come un striscia di vespero, che si sente più che non si veda, che si accetta di gran cuore più che non si possa intuire effettivamente.

Ed ora?

Ora voleva il disegno, voleva la linea sobria, impeccabile, eterna, e la voleva in campo azzurro... ma che azzurro! In campo diafano, quasi incorporeo. Dove trovare queste cose, taluna o tutte? In qualche figura di geometria? In qualche stecchito raffaellista? In qualche ascetico imitatore dell’Angelico? Sì, costà alla meglio si trovano, ma vanno ancora bene? So che mi era popolato uno stanzino di ossa magre e mal vestite, e che mi veniva fame a guardarle. Quante Veneri che parevano Parche ringiovanite e lunghe; quanti tramonti di sole a luce nivea e fioca, quasi di luna vista dal polo! Veniva fuori tastandomi i fianchi, per sentire se non pungessero già forte, e guardava alla meglio l’aria ambiente, per vedere se non mi trovassi di già a vagolare di stella in stella, come un bolide errante.

2. IN FAMIGLIA. Mia moglie mi era sempre sembrata una persona forte, tutta d’un pezzo. Poiché tale mi pareva prima, ora non doveva più essere. Eppure era, e più che mai. Come fare che non fosse? Ponendole innanzi ad ogni propizia occasione il modo di scoprire qualche lato debole, rimasto celato in fino allora sotto le pieghe del manto regale, e procurando di persuadermi che tutti quei miei tentativi fossero sempre coronati di buon successo. Ma erano? Non lo so ancora davvero. So che le donne invecchiano più presto di noi, e che invecchiando, mutano bene ed anche più di noi, ma fanno tutte così, e non è certo mia moglie sola che abbia dato per la prima il malo esempio. So benissimo che se mi ammalassi ora, come mi sono ammalato quindici anni fa, mia moglie non mi farebbe più da infermiera quanto mi ha fatto allora, ma come durare, con quindici anni di più, tante nottataccie una dopo l’altra? È la età che è mutata, non è mica la donna, né la moglie.

3. IN POLITICA. Come re, non mi è parso vero più volte di scaricare il mio fardello sopra i miei troppi viceré (in pillole attenuate ed elettive), ma se fossi stato suddito anziché, come dicono, sovrano, oh quante volte non avrei preferito una buona mano di despotismo illuminato all’aer cieco della mia incomposta Assemblea! Basta, prendiamola come è.

Sapete i miei vecchi metodi per tastare il polso alle crisi di gabinetto. Li ho mandati a farsi benedire, per iscrutare volta per volta non già la opportunità di ogni crise, sì bene la sua correttezza, pur di persuadermi, avanti di venirne ad una, che il gabinetto soccombente non fosse disceso fino a farsi dare la pedata apposta da qualche compare segreto, per riapparire a miglior tempo ed a migliore occasione. Quante rinunzie ho rifiutato che avrei fatto meglio ad accettare a due mani! Ne è venuto che a voler governare con qualche logoro gabinetto, che aveva già perduto il suo centro di gravità, ho quasi scoperto la corona da me, o almeno ho lasciato credere ai politicanti di non curare gran fatto che me la coprissero gli altri. Ma verrà giorno che saremo messi in burletta tutti, e quando i comici, di qui a pochi secoli, non sapranno più dove dar di capo per tenere allegro il genere umano, vi assicuro io che ricorreranno alle schede parlamentari dei tempi nostri, ed all’arguta fregola contemporanea di voler fare gli inglesi ovunque. Quasiché le patate barbicassero da per tutto come nel Regno unito!

Un deputato che meritava quanto gli altri almeno di arrivare alla Camera e che gli elettori si erano ostinati, o per picca o per antipatia, nel mandare a casa ripetutamente a mani vuote, giungeva in fine all’ambita meta e dopo passata la luna di miele veniva a sfogarsi meco, dicendo:

—  Maestà. Stava meglio prima. Allora almeno aveva uno scopo preciso: arrivare al seggio. Ora ci sono e ci sto male. Credeva di poter fare e dire qualche cosa di mio, e invece mi ritrovo come in fondo di una miniera, dove ora si fugga tutti in qua per tema di perdersi, ora si corra tutti in là nella speranza di giovarsi, ma né si corra né si fugga per volontà propria, sì bene come trascinati da una specie di istinto universale, che tutti involga nella sua ruina. Che sono ora? Che faccio? Chi riconosce la misera manata di pirite che io ho recato al pozzo e che va su, con mille altre, alla luce del sole per vergognarsi di non aver colore? Chi mi conforta dell’avvilimento che debbo mandar giù quando penso che per far tutto questo ho dovuto mettermi con tanta gente?

È andato avanti così un pezzo e io l’ho lasciato dire, senza rispondergli, per civiltà, ch’egli non era nato deputato e che poteva smettere senza danno dei suoi figliuoli. Che il lavorio dei partiti sia sordo e sotterraneo, e che seguiti a vanvera per attriti casuali e per casuali e randagie separazioni, sono entrambi cose risapute da un pezzo, ma che un uomo ragionevole s’imbrancasse fra centinaia di colleghi e potesse sperare, imbrancato, di rimanere quel di prima, oh per Dio santo che non lo avrei mai creduto!

4. IN MORALE. Venne a morire anni sono una donna tra rustica e civile che fu vero miracolo di carità universale, senza punto trascurare i suoi doveri di madre, anzi di ottima madre. Il becchino, nello affidarla alla terra, si pose a cantar forte una sua canzone, che diceva ad ogni badilata:

Tapini, addio pane;

Malati, addio vino...

e così di seguito pel brodo, per le medicine, per le doti alle buone ragazze ecc.

Se lo avessi saputo molto tempo prima, avrei detto semplicemente: «Peccato che Shakespeare non abbia fatto a tempo ad illuminare questa bella scena del genio suo!». E basta. Ora invece mi ci presi una scalmana, e non ebbi pace né tregua finché non mi riesci di fondare certi miei «Cavalieri della morte» tra i quali feci inscrivere per prima quella buona donna. S’intende che questo postumo ordine cavalleresco aveva per principale instituto di premiare dopo morte le maggiori benemerenze rimaste sconosciute in vita, ma che fatica ho già durato, e duro ancora, per trovare col lumicino la seconda buon’anima di cavaliere da mettere accanto alla prima! I becchini non mi aiutano più e ho finalmente capito, sovra ogni altra cosa, che anche i più prossimi superstiti dei candidati (già passati in rassegna senza vincere la prova) avrebbero preferito una croce per sè stessi piuttosto che pel morto. O che ci volete fare? Sono ... vivi.

5. IN ECONOMIA. Toccarle fitte in guerra è come prendere un buon purgante a digiuno. Si dà giù oggi e poi ci si rileva meno guasti di prima. Io non ho certo abusato mai della ragione fino a rimpiangere di non aver perduto, ma pure quanto meglio non sarebbe stato pei miei se non si avesse avuto occasione di vincere! Vincere vuoi dire gonfiarsi, vuoi dire lisciarsi, vuoi dire spendere male quello che si è toccato in tassa di guerra. Il nemico non è più fuori, è dentro, e non ha misura, e non ha confine. Si comincia dallo sprecare l’offa cadutaci in bocca, e poi l’abitudine dura, accelerando uniformemente. E intanto l’altro, cioé il nemico di fuori, non ha che a lasciar fare al suo olio di ricino per rimettersi in lena e per maturare i suoi fati.

Che ci poteva fare, io solo? Darmi allo spilorcio sarebbe stato il medesimo come offrire occasione al mio popolo di sminuirmi la lista civile, e certi rimedi eroici vanno lasciati... a cui giovano. Mi diedi invece alle fondazioni pie, alla beneficenza monumentale, per avere il piacere di vedere, me vivo, fatto strazio e scempio delle mie intenzioni. Le vorremo veder belle quando sarò morto!

Io non nego la forza delle cose, non nego le ragioni della opportunità o per dir meglio quelle che ora si chiamano con leggiadria le esigenze del momento, ma so di certo che dove c’è quattro uomini uniti insieme a ministrare, stiracchiando, le intenzioni caritatevoli di un quinto, che non c’è, bisognerebbe almeno che tutti quattro avessero le braccia così poco diverse tra di loro da non potere stiracchiare, ognuno dal proprio lato, che egualmente o quasi. La differenza sarebbe lieve. Ma è impossibile. Ce n’è sempre uno che vuole, e può, e sa tirare ogni cosa dalla sua con assai più forza degli altri tre, e così ne viene che quanto deve andare a diritta, va spesso a mancina, e la pasta, non bene intrisa, arriva al foco prima che alla madia. Dopo si sforna, e ogni boccone che manda giù uno di qua, rappresenta almeno un par di moccoli attaccati di là. Io non sono comunista, e si capisce, ma pure se vi è cosa del mondo che mi faccia menar buono parecchi peccati mortali del comunismo, la prima è appunto il suo abborrimento della carità ufficiale, inventariata, protocollata, a madre e figlia, come i numeri del lotto. Il partito e la vanagloria si mettono sempre d’intesa per dare il gambetto alla volontà del fondatore, e dove appunto egli intendeva di parare ad un danno, si adoperano i suoi quattrini per fondarne un altro. Quello rimane e questo cresce.

6. IN RELIGIONE. Chi osa di imprendere la riforma di sé medesimo deve necessariamente dimettere della sua fede in Dio, o almeno deve limitare questa fede nel chiedergli aiuto per il buon esito della sua impresa. E come se uno passasse di figlio di famiglia a maggiorenne col padre vivo. Prima non si vedeva l’ora, e dopo arrivati pare sempre che sia stato troppo presto.

Ma intanto Domeneddio, così disceso meco da maestro ed autore a semplice aiutante, o se n’ebbe a male, o non mi volle aiutare affatto. Mai che abbia visto arrivare a punto un qualche colpo di fortuna che mi togliesse d’angustia beatamente! Più anzi il vecchio uomo, chiuso a chiave dentro di me, trovava modo di picchiare il nuovo, e più mi toccava di lasciarlo fare, per la poca misericordia degli eventi, che parevano fatti apposta per dar ragione a quella... ed a mia moglie insieme. Oh la consorte dell’uomo che vuol rifarsi e che rimane, essa, tale e quale di prima! Quanto di forza acquista! Io non so davvero se mia moglie, subodorando il mio sistema, e tenendo d’occhio i miei nuovissimi tentativi, abbia portato opinione di lasciarmi fare a mio beneplacito, senza intervenire all’usanza di Domeneddio, ma so di certo che essa, nell’espormi a seconda dei casi il suo particolare modo di vedere, perdette affatto la buona abitudine di darmene ragione, e si trincerò via via in un brevissimo «Così è» come niente fosse. Quanto più di spirito avrei avuto se avessi risposto sempre «Così sia». Almeno l’oracolo di Delfo avrebbe dovuto farmi sicurtà e malleveria, sia pur morale soltanto, e i suoi fruttuosi responsi in terra mi avrebbero in parte compensato del Dio muto in cielo.

7. A CORTE. pare niente a dire, ma cercare il lato buono delle persone che si avean per guaste, e il lato guasto di quelle che si avean per buone, è una fatica da disgradarne quelle di Ercole, e peggio che mai quando si eserciti sopra le donne di corte. Le quali mi avevano dato meno impicci dei loro uomini, e però credeva di conoscerle meno, ma dopo di Katie m’interessavano molto di più. Infatti, grazie a costei, io partiva sempre dal principio che tutte coloro le quali recavano in viso come una eterna patina di madri pietose, dovessero essere ben differenti in core, e che invece le torve e le ammusonate pagassero con questa sola biasimevole apparenza il loro tributo alla debolezza umana, ma dentro... oh quante belle cose dovevano avere di dentro!

Se non che non vi ha nulla di più odioso dei presupposti nel giudicare delle persone, e chi se ne lascia cogliere diventa sempre di altrettanto più cieco quant’è così più ingiusto. Io aveva un bell’appiattarmi di qua e di là (s’intende moralmente) per cogliere in fallo le une ed in gloria le altre: niente ci valeva, erano tutte eguali, tutte per l’autorità, sempre in lega per dividerne i profitti, e sempre nemiche di chi sapeva procacciarsi qualche cosa più delle altre. Gli stessi sentimenti inamidati e lisciati dal lungo uso della etichetta, lo stesso figurino morale di dentro a malgrado della diversa vernice di fuori: mia moglie, mia moglie sola insomma, che dava il tono alla musica generale, e che esse mi tornavano a mettere in tavola, ora agra, ora dolce, a seconda della disposizione di ciacuna di esse. Valeva la pena di rovistare tante donne per non trovarne che una sola? No. Dunque non doveva, non poteva essere così, bisognava fare una seconda operazione, bisognava togliere da ognuna e da tutte la influenza troppo necessaria della padrona di casa, e poi giudicare del rimanente, ben vivo e ben proprio. Ora se un solo presupposto può non rendervi che ingiusti, due si elidono l’un l’altro e vi finiscono a vicenda. Dove questo si rincalza, quello piomba sfatto a terra: voi principiate a prendere le cause per gli effetti e questi per quelle, finché a poco per volta tutto si sfascia, tutto prende il color grigio del nulla che è lì lì per affermarsi, e voi perdete sensibilmente la percezione del buono e del malo, del necessario e del casuale, del vero e del falso.

Oh che soddisfazione per un re che aveva sempre aspirato a regnare almeno sopra sè medesimo!

Il mio unico ristoro era quello di vedere spesso e di circondare del più alto rispetto una vecchissima maestra di palazzo, che si era ritirata già da gran tempo nelle terre tenute dai suoi maggiori, e colla quale mi pareva di veder riviver ben altri tempi. La riproduzione era stecchita, perché la gentildonna era molto vecchia, ma pure mi sembrava di sentirmene ringiovanire. Tre anni sono morì anche lei ed io non ebbi più nessuno dove trovare le traccie e la influenza dei miei genitori. Così abbian pace dove sono adesso.

Tre punti di vista

Questa lotta infelice doveva necessariamente ripercotersi nel mio temperamento. Vi ho già detto che dopo dell’attentato io non era che stizzoso cogli altri, e a momenti, non sempre, e che aveva creduto di rimettermi in quiete mercè della guerra e delle altre mie seguenti prodezze etiche. Ora che avete visto quel che ce n’ho cavato, ora vi dirò come rimasi io.

Male, intanto, per dirla con una parola sola, ma non sempre male allo stesso modo, anzi in tre modi diversi, il peggiore dei quali era appunto quello che più sarebbe sembrato piacevole ad altri. La mia stanchezza, o per dir meglio la mia irritazione morale, si rivelava cioé con dei rapidi passaggi dalla più febbrile allegria alla più depressa mestizia, con delle interruzioni di abbattimento e come di nausea dell’uno stato e dell’altro. A quest’ultima condizione ed anche alla tristezza, per quanto profonda, mi sapeva talvolta rassegnare, ma non mai, appena che ci pensassi un po’, alla troppa giocondità, perché forse più morbosa degli altri due stati, e perché, quanto più essa dava segno di sé medesima, ed altrettanto io era sicuro di piombare più a fondo nell’estremo opposto.

È vero che oramai ce l’aveva con me solo e non più cogli altri, ma che bel guadagno! Sentire tutte le cose in tre diversi modi e non poterci nulla, se non aspettare pazientemente che mutassero da sé soli, come se io fossi rimasto prigione di tre diversi eserciti, ed essi mi mandassero le loro sentinelle, una dopo l’altra, a farmi la guardia! Oh che fatica ad assumere, almeno davanti allo Stato, una specie di media presentabile! E pazienza ancora quando mi trovava giù, nei profondi abissi! A parlar poco non ci si perde mai, e difatti allora ogni parola più del necessario mi sarebbe costata un occhio della testa, ma quando per una sola che avrei dovuto dire me ne venivano dodici in bocca, e tutte risibili o leggiere, oh che martirio a ricaccia[r]le indietro, oh che supplizio a tener ferma la espressione del viso, perché non tradisse, colla troppa mobilità, il mio faceto e poco regale stato d’animo!

In famiglia andava anche peggio. Cominciamo intanto a dire che quando io era in laetitia non me le accostava mai, perché troppo mi premeva di conservarmi il rispetto dei miei figliuoli, e che però essa non mi vedeva che o pesto del tutto o a mezza via. E allora doveva provare mia moglie, come suole, a non intendersi del tutto col nostro secondogenito, ovvero questi ad avercela un tantino col suo maggiore fratello! Appoggiati così su qualche cosa di reale, i miei periodi bui prendevano allora delle dimensioni non mai più viste, ed io tendeva col maggiore sforzo a ritorcere sopra me solo i mali umori di madre e figli, tant’era persuaso di aver pochissimo a perdere, per quanti dispiaceri a me personali mi avessero procurato. S’intende che la mia prolissa abnegazione non riusciva ad altro che a far durare tre settimane quello che di sua posta non avrebbe durato che tre giorni e che poi, a mondo mutato, io passava, con altrettanta poca ragione, all’estremo della parte opposta, e ci rideva sopra, dando colpa di ogni cosa alle convenienze teatrali delle corti... senza pensare che i miei due giovinotti avrebbero invece dovuto aiutarsi l’un l’altro a smaltire insieme con più facilità, e che mia moglie, quali che fossero le sue esagerate nozioni intorno al nostro ambiente, non avrebbe mai dovuto abusarne a danno appunto di quel figliuolo che aveva più da perdere a concordare con lei. Insomma ogni cosa era tutto ed ogni cosa era nulla, e niente ci valeva, per quanto bene mi avvedessi di passare così da un eccesso all’altro.

Ho provato ad occuparmi delle cose buffe nei giorni cattivi e delle tristi nei così detti buoni, nonché a tenere in serbo le più forti per quelli di apatia... bella prova! Trasfiguravano tutte a vista, ed io, dopo di essermi incamminato da tanto tempo a cercare il vero aspetto d’ogni cosa, e dopo di avere assunto da anni in più lodato metodo di investigazione, doveva pur confessarmi che i veri aspetti di ogni cosa erano diventati tre, con quello neutro dell’indifferenza. Tanta musica per arrivare a tre accordi così stonati e così stridenti!

Se mi fossi aperto ad un medico, per esempio a quello di Katie, avrebbe detto che questo eterno frugare nell’anima nostra e nell’altrui, per arrivare a dei conflitti così incoerenti, è appunto il principale morbo morale dei nostri tempi e che Leopardi e Stendhal, ai quali apparentemente se ne suole dar colpa, ne furono invece le primissime vittime. Proprio dei nostri tempi? E dei nostri tempi soltanto? Ma allora come si spiegano le velenose risate di Amleto e le lugubri facezie di Swift? Come si spiega l’equilibrio metafisico della mia alta consorte? Non è abbastanza architettonico? Avrebbe risposto «Eccezioni questa e quelle!». Ma allora se un medico non mi sa dir altro, tanto vale non domandargli nulla.

E ho fatto bene, perché m’è capitata una seconda moglie a farmi da infermiera quanto la prima e meglio: la gotta. Dicono che è la penitenza degli epuloni e delle persone di spirito. Sarà. Veramente per mangiare ho mangiato, ma non mica poi troppo; avrò anche avuto dello spirito, ma non mica poi tanto... o perché dunque doveva venire a me?

Ve lo dirò io. E venuta per dar ragione alla scuola di Salerno, quando diceva «Dolor accerrimus farmacus», è venuta per dirmi in orecchio:

—  Io ti metto mezza dozzina di denti cariati nel tuo piede destro, poi nel sinistro, e tu abbi pazienza. Già non c’è dentista che te li possa levare. Ci penserò io a suo tempo, ma quando me ne anderò (e sia pure per ritornare benignamente la prossima primavera) ti lascerò un bel regalo, e tu te ne andrai avvedendo man mano che ti starò accanto. Almeno la prima volta ti farà piacere, non foss’altro per la novità.

Che era?

Era che il dolore, nella sua crudele intermittenza, andava spazzando via mano mano la confusa miscela del mio lungo errore; era che tutte le parvenze ritornavano ferme in vista al loro posto, senza più oscillare, senza più riperderlo; era che finalmente le cose buone riprendevano a rallegrarmi, sia pure in modo relativo, anche nei giorni di dolore, e che le brutte rimanevano tali e quali anche nei giorni di tregua. Vi par poco? Poco la verità quando ricupera la sua massima virtù: quella del paragone?! Sarebbe il medesimo come dire che valgono meglio tre criteri malati di uno solo, e sano.

Certamente che dopo di essere rientrato in me stesso, ho anche dato addietro un altro par di volte, e che l’approssimare di ogni crise non rimase mai dall’annunziarmisi in capo allo stesso modo del primo divertimento, ma fu ben altra cosa! Oramai sapeva bene chi era che veniva ad assumere meco le gioie del talamo, ahi vedovo della prima moglie fin da quando mi sono promesso colla seconda!

Avete la gotta? Tenetevela cara, perché vi risparmierà molti altri guai. Ma se non l’avete, badate bene di non frantendermi e non ve l’augurate per l’amor del cielo, a meno che non ne abbiate bisogno per pulirvi il pian di sopra, come ne aveva io. Ho voluto soltanto venir a dire che anche gli spasimi del dolore fisico, e non importa quali, possono avere una benigna influenza sopra lo spirito, allo stesso modo come le angoscie del cuore possono avvalorarvi a sostenere le torture del corpo. Nient’altro. Dolor accerrimus farmacus.

Ma se le mie sofferenze morali avevano assunto precisamente quella forma, di mille men dolorose che avrebbero potuto, non era stato davvero per colpa di una così detta malattia «contemporanea» che risale invece ai tempi di Eraclito e di re Saulle, e nemmeno per colpa di Monna Podagra, che ha buono stomaco e che si serve, per annunziarsi, di quello che trova... no no, la vera colpa l’ho avuta io medesimo, che essendo umorista, vale a dire uomo essenzialmente capriccioso, ho voluto fare il re per l’appunto, senza considerare che anche l’umore è una gran forza, appena che sia ben diretta, e che può talvolta arrivare dove non arriva la logica, nel campo del pensiero, né la esperienza nel campo dei fatti. In ogni modo, camicia di Nesso o nimbo leggiero che esso sia, non diventerà mai tale cosa da potersi levare e mettere come un abito di cerimonia, e non importa nulla se guasterà talvolta le cose buone, che non sono molte, perché più sovente darà mano a sopportare le cattive, che non sono poche.

Io intanto ho già guadagnato che la regina non mi dice più «Così è». Dice «Così mi pare».

Via, mi veniva, checché abbiano detto a suo tempo i più pravi lettori del mio modus vivendi con Sua Maestà Divina, e checché dicano ora della seguente pagina.

Non credo che ci sieno esempi di persone che abbiano testato a favore di tutti gli uomini, e comincio io.

Vi lascio dunque a tutti, se la volete, la mia ferma persuasione che la umanità non si sia mai trovata come ora a così mali passi, perché si vede assai più che in altri tempi quel che le manca, e non s’è mai visto così poco dove abbia a riuscire. Almeno la prima mattina dell’anno 1000 bastava che uno si svegliasse vivo per gongolare di giocondità. Ma adesso!

I soliti cataplasmi locali, vale a dire il ferro ed il fuoco, sono diventati assai più temibili per la estensione sempre maggiore che debbono prendere di volta in volta, e niente affida che questa estensione, sempre maggiore, ci possa almeno procurare via via delle tregue proporzionatamente più sincere e feconde. Né la dolorosa esperienza che mi fa scartare per prima la guerra, mi permette di confidare assai nelle altre bravure nostre, e men che meno nelle mie particolari, per quante ne abbia provate.

Ma se gli uomini, considerati unicamente come uomini, e per grande che sia la buona volontà di certuni di essi, hanno poco in mano, ora come nel 1000, per mutare le proprie sorti, non è però detto che essi non possano, in altra e ben maggiore qualità, arrivare a qualche cosa di meglio, e chi sa mai che Domeneddio, visto in buon’ora il momento giusto, non ne pigli o pochi o molti di preferiti, e non ne faccia o pochi o molti strumenti suoi. Ci vuole altrettanta faccia tosta a dire di sì come a dire di no. Io dunque non dico né sì né no. Ma dico che è dal Signor Padrone che bisogna andare, è là soltanto che bisogna chiedere un po’ di misericordia per i nostri figli, raccomandandoli alla sua carità perché escano di pena senza troppo schianto. I miracoli non usano più e non si domandano nemmeno; basta una buona medicina, ma forte, ma breve, e non può venire da nessun’altra parte.

Intanto toccherebbe a noi di non perdere il tempo a contrastare sui modi e sulle forme della nostra fede. Un selvaggio che si rappresenti la divinità con aspetti puerili vale altrettanto del filosofo che la vagheggia vestita delle sue forme più alte. Basta che sieno sinceri tutti due. Se Domeneddio non ci vorrà dar retta, non sarà certamente perché lo pregheremo in troppe lingue, ovvero perché certuni lo accosteranno a piedi nudi ed altri a capo scoperto. La differenza è tutta lì, o è di poco maggiore, ma il male è dovunque ed è assai più grande. Qua dunque tutti con me da tutti i tempii della terra, qua a raccomandarci tutti insieme alla benigna intermissione di Socrate, del Redentore, del Profeta; qua a chiedere aiuto, con simpatia di colleghi, alla grande anima del povero Giobbe. Nessun uomo leggendario ha mai rappresentato così bene le nostre fatue grandezze, i nostri subiti rovesci. Povero Giobbe! Povera umanità!

Ma più poveri di tutti coloro i quali si stillano continuamente il cervello per determinare, ciascuno alla sua maniera, le origini, i procedimenti e gli effetti del male in terra, senza tentare di reciderlo, almeno dentro di essi, e senza porre mente che se non ci fosse stato il male, via, siamo giusti, nemmeno si avrebbe mai saputo che cosa fosse il bene. Come siamo ridicoli e lagrimevoli insieme!

Che sia questa la medicina? Ridere volentieri e piangere volentieri come Dio manda?

No, non basta. Almeno auguriamoci di più. Non ci costa nulla.

 

Nota

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[1] Oh miei camerati di quando sto al tavolino, non vi adombrate di questa parola, perché niente è più lontano da me che il pensiero di recarvi offesa! Le cose letterarie vadano pure più o meno male dovunque, e i migliori vostri libri sieno oramai più valevoli come monitorii e come precetti negativi che non come indicatori di vicine palingenesi, non vuol dire, voi non rimanete meno per questo le prime sentinelle della intellettualità!

Camerati, buona guardia.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011