Alberto Cantoni

 

Un re umorista

memorie

 

 

 

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Un re umorista, Memorie, prefazione di Riberto Bonchio, Lucarini Editore s.r.l., Roma 1991

05

Battaglie

La lotta per la cultura

Mio povero popolo! Non ho che a rileggere quello che scrissi molti mesi sono qui dietro, per vedere come sia facile di pigliarsela con tutti, quando la si abbia forte con uno o due. Fino a quel momento le moltitudini mi erano apparse come semplici e bonarie, e non ci voleva meno di quello che mi era accaduto prima che andassi a fare le due parti in commedia alla finestra, perché tu mi potessi apparire così mutato e diverso. Ma fu per poco, e tu stesso mi perdoneresti il mio breve errore, quando sapessi in che larga misura l’abbia scontato poi, soffrendo per tua cagione più assai che non ti abbia ingiuriato prima, per mio conforto.

Il mondo cammina verso l’ignoto, dicono tutti, e si sapeva da un pezzo, perché i domani è sempre stato in grembo a Dio. Ma cammina male, aggiungono, e la stessa civiltà, già fradicia, sta per inabissare come squagliata in un crogiuolo senza fondo e senza misura: una specie di mar morto, di dove i torrenti umani, rinovellati, partiranno un bel giorno alla conquista dei nuovissimi ideali. Allora sarà un bel nascere!

Poetiche, sonore e confortevoli parole (specialmente quando si pensi che siamo nati adesso e non allora), ma perché cammina male il mondo, domando io? Ha una gamba di legno? — Sì precisamente! — E qual è?...

Chi lo sa!? Per questi è la fede, per quelli la ragione. Ma una delle due gambe, e per questi e per quelli, rimane sempre di legno, e resterà, ho paura, anche quando l’umanità avrà fatto il suo terzo o quarto bagno lustrale dentro il «mar morto». — Vorrebbe significare che gli uomini farebbero meglio a lasciar correre ed a tirar via, ma sì, andateglielo a dire!

E così accade troppe volte che il dissidio, di nominale che è, diventa acuto e si viene ai ferri corti. Non ne spiccia più sangue, no, ma che vale, quando si esacerbano gli animi e si fa strazio delle coscienze?

Se non che, prima di seguitare, credo di dover dire — per la grandissima opportunità del momento — in che rapporti mi trovi con Sua Maestà Divina, come diceva quella buona lana di Benvenuto, quando gli pigliava il capriccio di essere timorato e pio.

Sono cordialissimi, e mi brilla l’anima nel dirlo. Certamente che faccio anch’io come gli altri uomini, e me ne occupo più assai quando mi va male; ma da che parte, se non dagli stessi miei sudditi, mi è venuto il cattivo esempio? O forse che essi mi lisciano più volentieri, allorché hanno men bisogno di me?

Ma quando me ne occupo, quando invoco l’aiuto di Dio nel silenzio e nella solitudine del mio pensiero, sarò sì più infelice del solito fin che volete, ma pur nonostante una sovrana certezza, che niente al mondo varrebbe a sradicare, m’invade il petto e mi sta d’intorno: quella di esserne udito, come se gli parlassi a viva voce, come se mi rispondesse presentemente.

Questa è la parte lirica della mia fede in Dio, e me ne tengo, perché sono anche discreto e non mi sogno nemmeno di chiedergli ragione del male in terra, o di altre simili antichità. Mi basta che mi aiuti a sopportarle. Ma c’è anche la parte comica, e bisogna rassegnarsi a dirla, anche a costo di far ridere le pietre. E l’assoluta certezza in cui mi trovo che Domeneddio si debba occupare più assai di me solo che non dei miei sudditi, presi uno a uno, e che Egli non possa a meno di fare qualche differenza fra un re non ancora spodestato, come sono io, e il primo povero diavolo che vi venga in mente.

Consento sì per prova che questo presunto vantaggio si risolva tutto in un grave danno per me, e che il Signore, visitandomi più spesso, mi debba mettere a ben più duri cimenti che non metta quello; ma che io non abbia ad essere, nemmeno per Domeneddio, un pover’uomo di qualità eccezionale, no, non mi va giù. Ridete pure, ma non mi va giù egualmente.

Torniamo al caso concreto.

Le prime avvisaglie furono occasionate da uno di quei fisiologi che sogliono abusare della vivisezione. Un predicatore in voga lo prese di fronte, gridando:

—  Galeno studiò anatomia sui cadaveri delle bestie, e poi si violarono le spoglie battezzate; ora si fa scempio degli animali vivi, e presto, per lucro e per viltà, si farà segretamente il medesimo della carne umana.

Le pinzochere si diedero l’intesa e strillarono tanto dovunque da levare di sentimento anche molti uomini, già ragionevoli, i quali non videro, o non vollero vedere, la perfidia dell’illazione. Io aveva un bello esprimermi in argomento dicendo: «In queste cose bisogna procedere per gradi. Voglio, per esempio, molto bene alle bestie più vicine all’uomo, e non voglio punto male a quelle più lontane e meno importanti, ma se mi chiedessero di martirizzare un centinaio di polli per dare molto probabilmente più vita e più salute ai cani ed ai cavalli, io non esiterei un minuto secondo, dico la verità. Medesimamente dobbiamo saper sagrificare dei cavalli o dei cani, allorché si abbia fondata speranza che ne possa venire qualche vantaggio a noi. E la scala dell’essere che bisogna considerare, e non lasciarsi mettere in sacco dalle capziose argomentazioni dei fanatici, i quali, pur di fingere di ignorare la legge, la saltano di piè pari. Vorrei che si toccasse il dito mignolo d’un uomo sano e vi farei vedere!».

Fiato perduto. Il venticello di Don Basilio divenne presto un uragano, ed io, lo dico per mia vergogna, non sono punto riescito a salvare il fisiologo, il quale dovette portare altrove la sua carne viva e la sua grandissima mente, lasciandomi in eredità un paio di grosse controversie, combattute contro mia moglie, che, troppo assennata per darmi torto, pure mi rimproverò due volte acerbamente il mio scoprirmi troppo. Sicuro che mi sono scoperto troppo, ma io credeva anche di averla vinta, oh bella! Essa doveva dirmi, litigando, che non ci avrei cavato un fico secco; ma non me lo ha detto, perché non lo credeva nemmeno lei. E tanto facile sbagliare i pronostici quando ferve la lotta!

E così lo spirito delle tenebre, imbaldanzito dal trionfo, mosse compatto alla conquista delle terre, come dicevano gli storici antichi, tentando di adunghiare tutto l’insegnamento, tutto l’indirizzo scientifico, tutta quanta la pubblica azienda. Non gli bastava più di affermarsi con vigore nella vita minuta e domestica della nazione, no, voleva ipotecar l’avvenire a suo solo profitto, quasiché Domeneddio ci avesse dato core e capo non per adoperarli entrambi a tempo e luogo, ma perché questo dovesse levar le castagne dal foco per amor di quello. E poi che core! Ce n’entrava tanto negli armeggiamenti dei goccioloni quanto c’entra Pilato nel credo. È il core della gatta che si lecca bene, quando, per sottrarre i suoi piccini alle peripezie della vita, se li mette in salvo dentro la pancia. Fatemi un po’ il piacere!

Ma fu qui che dovetti dar ragione a mia moglie, e che profittai dello scacco per non cader nella pania una seconda volta. Veramente il «caso» non era più soltanto concreto, era universale, e forse forse mi sarei regolato bene anche senza la prima lezione. Ma ho sofferto mille volte più che a regolarmi male! Almeno allora mi era sfogato a piacimento, ed ora invece... che pena a star zitto! Posso bene giurare che non ci voleva niente di meno per attenuare prima e per disperdere poi quasi affatto il ricordo di Katie.

Grazie alle altalene che sogliono sempre aver luogo in tempo di rivolgimento generale, ho dovuto prendere alle coste e rossi e neri a vicenda, ma non ho mai sofferto, proprio mai, che si facesse meno di giustizia ai caduti, che non ai trionfatori, secondoché le improntitudini venivano di qua o di là. Non ci fu sottigliezza parlamentare con la quale non abbia dovuto battermi corpo a corpo, secondo i momenti, pigliandomela soltanto coi mallevadori al potere, e lasciando credere così ai «miei» come agli «altri» che io fossi caduto in una specie di letargia politica, la quale scemasse di nervi e di polpe ogni atto, ogni pio desiderio della corona.

Figuratevi un povero re affannone come sono io, costretto a desiderare che le faccende vadano sempre bene bene, piane piane, liscie liscie, per non rimetterci la salute se non la pelle, figuratevi, dico, la fatica che ho dovuto durare a non far la figura del vaso di creta in mezzo ai vasi di ferro, con una doppia lanterna magica di matti da tenere in briglia a pochi mesi di distanza gli uni dagli altri! E lo stento continuo di rimanere il medesimo uomo di prima con questi e con quelli, perché la doppia sofistica degli uni e degli altri non mi si appiccicasse nella testa, nemmeno di passata e per semplice contagio. Figuratevi! !

Doppia sofistica? Perché doppia?

Perché io non faccio nessuna differenza fra i due partiti estremi, e credo anzi che si tocchino più assai di quel che non dica il proverbio: che sieno cioé d’un pelo e d’una lana. Così si potessero mettere entrambi in un paiolo e poi soffiare, con legna sotto, fino al giorno del giudizio. Ma non si può. E intanto noi uomini di buona volontà, con la schietta imagine di Dio nel cuore, e col vero intendimento in capo di rialzare, per quanto è possibile, i poveri di spirito e i poveri di pane, noi, stretti di qua dai dogmi, di là dalle frenesie rivoluzionarie, dobbiamo spesso stare a vedere e dire miseramente:

— Il tempo è galantuomo. Passerà anche questa.

Quando le innumerevoli raffiche principiarono a smettere, mi son preso fra le ginocchia il mio maggiore figliuolo (non a sedere, intendiamoci, perché pesa già bene) e gli ho detto:

—  Figlio mio caro, hai a stare bene attento a quel che ti dico oggi. È la prima volta che ti parlo molto sul serio, e non dovrebbe essere troppo presto, con tanti bei libri che ti sei già docilmente mandati dentro. M’ascolti bene?

— Sì davvero.

Gli si poteva credere, perché, per sua fortuna, tiene da sua madre, e non ha nessuna fibra di artista in tutto lui. Piuttosto il secondo, poverino.

— Or bene! — seguitai. — Io non ti domando che cosa tu abbia pensato di questi ultimi tempi, perché la risposta non sarebbe ancora dalla tua età. Bensì ti dico di conservare più che puoi nella memoria i molti fatti che ti sono ora passati innanzi, per riandarli a tempo e luogo, colla scorta di maggiori studi e di maggior consiglio. Ma non occupartene mai, specialmente allora, senza ponderare bene se tu non possa accogliere, come base d’ogni tuo giudizio, ciò che ora sono per dirti e che è la più esatta rappresentazione della mia politica... celeste:

Credi in Dio e credi nella ragione umana, come nella più forte opera sua: fin dove questa arriva, lasciala arrivare volentieri aiutandola; dove non arriva più, inchinati senza falsa modestia e senza ipocrite restrizioni. Avvalora anzi colla parola e coll’esempio il rispetto della fede, ma come di cosa inestimabilmente preziosa, a tutti gli uomini, perché tutti a quando a quando infelici, e non già come se fosse una valvola di sicurezza, che ti convenisse di tenere aperta più qui, dove hai sudditi e beni e lista civile, che non altrove, dove non hai che vedere. Lascia andare in frantumi la tua corona, avanti di consentire che si faccia della fede uno stromento di parte, per rincalzarti il trono, e tieni a mente che se la religione è la sola medicina a noi conceduta per condurre gli uomini a vivere ed a lasciar vivere, cioè per tenere in sesto i rapporti umani, non c’è invece forma di governo, la quale, reggendosi politicamente per essa o mediante di essa, non si riveli subito per ulcerata e decrepita. Lasciala cadere; tanto non ne caveresti nulla, nemmeno se ti giovasse di ritardarne la caduta. — Tu dirai che Roma fa eccezione, perché ha sempre campato di politica munita dalla fede, ed è pur così viva e forte. È vero. Ma troppe altre ragioni si sono riunite, nel corso dei tempi, per risarcirle a mano a mano la tiara, e lo Stato moderno, scostandosene sempre più, è divenuto troppo da lei diverso, perché nessun paragone possa valere nemmeno sofisticando. E però appunto ti dico di andar colle buone con essa, come ho fatto io dopo la prima lezione, se non altro per tema che pigliandola di fronte non ti si attacchi qualche parte dell’antico errore, di cui essa sola può vivere. Credo per ultimo che fin quando ci sarò io, non si tornerà più da capo, e poco male se, avendo vinto, sono invecchiato tanto a prendermela troppo, ma tu sei giovine, e però farai bene a studiare il terreno più presto che puoi, a raccogliere le tue forze ed a prepararti così una più facile e men tormentosa vittoria.

Le esposizioni

Copio dal mio taccuino di tasca.

E precisamente quello che pensai l’anno passato, quando mi esplodevano in viso parecchi discorsi, a base di entusiasmo economico e sociale, per l’apertura d’una mostra, più grande del solito. Come era fresco di memoria, perché ho scritto subito, così posso garantire che è tutta verità. Se gli oratori mi avessero visto, avrebbero ritenuto modestamente o che io facessi il sunto dei loro solenni periodi, o che mettessi giù le mie impressioni, per paura di scordarmene.

Ecco invece a cosa ho pensato parola per parola:

1.

Aveva quindici anni, e mi era abituato a dir bugie, tutte le volte che mi faceva comodo. Stava benone, come stanno bene costoro, che parlano presentemente, e che ne infilzano parecchie, una a una, cogli occhi volti al cielo, per testimonio. Poi ho capito da me la indegnità della cosa, e non me ne è più scappata mezza per nessun pretesto.

Bene bene non sono mai più stato.

2.

Che è l’umorismo?

L’umorismo è l’arte di far sorridere melanconicamente le persone intelligenti.

Nel pubblicare le mie memorie, dovrei mettere, come per motto, questa domanda e questa risposta, e poi dire ai lettori: Vediamo dunque di farvi sorridere... melanconicamente.

Non sarebbe il medesimo come trattarli di brave persone?

3.

Katie ed i clericali mi hanno finito mezzo. Come son dato giù! Cerco lo scemo, il contorto, l’assurdo da ogni parte. Basta che mi ritrovi in ottimo accordo con una nazione amica, perché la più piccola cosa mi faccia diventare insoffribile il ministro che la rappresenta a casa mia, e viceversa ora che sono un po’ sul tirato con certi miei vicini, ora mi prenderei volentieri sotto braccio il loro Residente, che ho qui dinnanzi, e me ne anderei seco a passeggiare fino a mezzanotte.

Sarà progresso, come si usa dire da molto tempo quando accade di vedere qualche cosa che vada assai male.

4.

Da poco in qua allorchè mi càpitano dei giovinetti e delle verginelle che tremino verga a verga per il solo fatto di dovermi dire qualche parola, è precisamente come se mi dessero un gran colpo. Eppure una volta sapeva levarli di pena con tanta buona grazia! Eppure so di averne veduti crescere degli altri, ed arrivare meco piano piano alla più equilibrata disinvoltura! Ora invece è come se mi dicessero a gara:

«Noi tremiamo perché tu sei solo, ed unico, su troppa carta geografica, e perché ti ritrovi fuori della legge... fuori, come dire, della misericordia umana. Ti si amasse anche, tu non potresti ricambiarci tutti, perché siamo troppi, dunque varrebbe meglio smettere, anche potendo. Ma non si può, e tremiamo».

5.

Ciò non ostante, ho anch’io mia moglie, ho anch’io i miei veri figliuoli. E non me ne posso lagnare. Ma chi mi assicura che essi medesimi non mi amerebbero di più se ci si svegliasse una mattina sotto forme più modeste, più comuni, più accessibili a tutti quanti? Giurerei di sì.

6.

Costoro seguitano coi loro discorsi, mandati a memoria, e non capiscono che la società umana rassomiglia ad un viandante, che si sia incamminato coi cattivo tempo e coll’ombrello rotto, sapendo benissimo di non trovare un cane che glielo aggiusti lungo la strada. C’è qualcuno ancora che abbia fede in quel povero ombrello? C’è qualcuno ancora che abbia fede nel felice e fratellevole scioglimento della question sociale?

Secondo me non rimane che bagnarci e tacere, o bagnarci... e parlare. Ma che brutte parole!

7.

Fin che gli uomini saranno come sono, ciè in parte morigerati ed in parte voluttuari, le loro fortune dovranno di necessità atteggiarsi molto diversamente, e la question sociale tirerà avanti in eterno. Quelli che predicano gran bellezze, mi fanno l’effetto delle gentildonne di mia moglie, allorché debbono prendere il lutto ufficiale di corte, e che però si vestono di bianco.

8.

Ho visto una volta Pierrot che stava serio da una parte e si scompisciava a ridere dall’altra. Io faccio peggio, ora. Sto serio per di fuori, e rido dentro di me. Ma rido male.

9.

Un oratore che parli male in pubblico mi fa mille volte più pena d’un ammalato che triboli sul suo letto di dolore. Questo ha due maniere di guarire, ma quello, che maniera ha? Può tacere, direte, ma non basta: ha parlato, ed io ricorderò sempre che ne ho sentito ora una mezza dozzina e che non mi hanno mandato in capo una sola parola. Fossero baritoni, e stonassero, almeno vi passerebbero da parte a parte come una spada.

10.

Adornano il trono qui a me dappresso due vaghi ed impettiti ufficialetti: i più giovani fratelli di mia moglie, venuti espressamente per la cerimonia. Li aspettammo ieri alla stazione, dopo di aver previsto, dalla mattinata, che più tardi, vale a dire alle due e cinquantasette minuti, ci saremmo precipitati gli uni nelle braccia degli altri. Questo intervenire della più precisa aritmetica nei nostri rapporti affettuosi non mi è mai andato a genio. Mi pare che ognuno, tanto chi aspetta come chi arriva, sia tratto giuocoforza a ripassare mentalmente la sua prossima pantomima, e tanto più di core quant’è più imminente.

Ieri il mio solo conforto era di pensare che accadrà il medesimo anche ai borghesi, quando non tarda il treno.

11.

I miei giovani cognati stanno poco attenti anch’essi, e guardano militarmente, cioé a capo fermo, quante più possono dame d’onore.

Ha avuto un grande ingegno mia moglie a procurarsene tante di belle! Deve aver capito che per me erano molto più pericolose le brutte simpatiche. Così invece io mi sono abituato a considerare la bellezza come cosa molto naturale, molto ovvia e frequente, e così abituato ho avuto campo di persuadermi a mio bell’agio come spesso e volentieri si accoppi alla più sciocca tenuità di spirito. Dico sciocca non per dire stupida affatto, ma per dire senza sale. Le belle salate sono quasi unicamente quelle che tentano di servirsi della bellezza per vivere, ma con tutte ci riescono, ed anzi la più parte ne muoiono.

12.

Ho fra carne e pelle una buona dose di rabbia, pronta sempre a farsi sentire più o meno a seconda delle cause occasionali, che non mancano mai, basta averne bisogno. Quando sto benino, me la prendo soltanto con le persone più indifferenti, perché ci soffro meno, e quando sto peggio, colle più prossime e care, perché ci soffro il doppio, ma o leggiera o pesante, o di sera o di mattina, una certa dose di stizza bisogna che l’abbia ogni giorno.

È cosa normale questa? No. È indizio di cervello svolazzatoio? Piuttosto.

Ora si domanda:

Val meglio dare in smanie un dato tempo senza punto saper di sé, e poi morire, ovvero seguitare a spizzico per cinquant’anni a sentirsi stravaganti un par d’orette il giorno senza poterci nulla?

13.

Oggi devo stare assai bene, relativamente.

Chi accende più di tutti la mia iracondia è un poeta sfatto, che sta parlando, e che si è dato alla vita politica da poco più di tre anni. Dice ad altissima voce:

«Le grandi esposizioni sono come le colonne miliari della nobile via che ci siamo affidati di percorrere: la via del riscatto delle nostre plebi».

Io invece le paragonerei alle persone di un villaggio che sbucano fuori in piazza a due o tre per volta, come se si fossero accordate prima. Perché solitamente la piazza non istà mai vuota un paio d’ore di seguito? Perché solitamente le persone non isbucano mai a frotte chi di qua e chi di là tutte in un momento?

La risposta è facile: non c’è gran gente, e quella che c’è deve attendere ai casi suoi dovunque si trovi.

Così le esposizioni fanno quel che possono per rianimare il lavoro, ma ci vuol altro, e la piazza rimane pur sempre quasi vuota, a meno che non si suonino le campane a stormo.

Qui ad un tratto il poeta sfatto, vedendomi distratto, fece finta di diventar matto e principiò a tempestar l’uditorio con una serqua di rime stonate, perché gli si desse più retta. Non ho più potuto fantasticare a mio talento.

Ora è scorso un anno e pur troppo devo dar ragione al mio taccuino di tasca. Le lustre sono lustre ed anche le esposizioni non canzonano, tant’è vero che gli operai, pagati allora con delle mercedi accordate senza criterio, si sono abituati assai male, ed ora scioperano a tutt’andare per mantenersele. Dovranno cedere, lo so, ma intanto soffrono, e tra qualche anno si tornerà da capo colle «colonne militari» e col «riscatto delle nostre plebi».

Si sta per venire alle mani

Giusto questo il momento di pigliarmi sotto braccio il Residente dei miei cari vicini, e di andarmene seco a spasso fino a mezzanotte! Si sta per venire alle mani.

Ho tirato in lungo assai prima di mettere in carta la più piccola parola in proposito, ma ora che ho tanto pensato al pericolo, sarò anche guardingo nell’evitarlo, si spera, e non scriverò certo nessuna cosa, la quale, trovata poi, possa nuocere al mio popolo, mostrando in avvenire ai suoi nemici da quali segreti intenti sia stato mosso chi più lo ama e più lo vuole sostenere in alto. Fin che si tratta di me, fuori per tutto e pagherò di persona, ma i miei non hanno colpa delle mie debolezze, e non sono essi che debbono risponderne. Ne hanno già abbastanza per conto loro.

Dico adunque che gli scrittori politici non sono mai stati così ghiotti di luci retrospettive, per ghiottissimi che ne fossero di già. E più specialmente di quelle che si possono desumere dai voti e dai rimpianti dei principali personaggi, quando appunto gli animi si preparavano alle lotte imminenti. Ma gli scrittori fanno il loro dovere, tentando di ammaestrare di qua e di là, io invece tengo per qua e non per là, se Dio vuole, e certe cose mi guardo bene dal dirle forte anche da me. Figurarsi se le voglio scrivere.

Mi limito ad osservare che la mia corte, quando vuole mandar giù qualcuno, preme sulla regina, e quando vuole mandar su qualche altro, preme su di me. Già: il mondo alla rovescia, a lei i partiti forti e regali, a me i graziosi e benigni. Ora il giuoco è doppio, perché non c’è tempo da perdere, e il mio vecchio capo di Stato maggiore ha più bisogno di star seduto che non di montare a cavallo. Che fa la corte? S’è data a corpo morto ad un candidato giovine sì, ma più conservatore di mia moglie stessa, e come sa di non durare, auspice lei, nessuna fatica a mettere a sedere il vecchio, così armeggia a tutt’uomo, anzi intriga come una donna, perché mi prenda il giovine. Me lo trovo davanti a tutti i pasti, e me lo imbandiscono in tutte le salse. «Va preso com’è, — mi dicono, — perché ha il pugno forte, e perché questo non è tempo da ministri di Luigi Filippo». Io cederò prestissimo del tutto, per evitare qualunque rimorso, ma avrei preferito, lo confesso, un capo di Stato maggiore il quale si fosse messo in campo per la patria e pel re unicamente, e che, nello sfoderare la spada, non avesse lasciato balenare i principii politici di nessuna scuola. Dopo ci sono sempre quelli che arraffano troppo del bottino, se si vince, o che rimbrontolano eternamente la scelta, se si perde.

Ma la corte va ascoltata quando si tratta pro aris et focis: ha troppo da perdere se non imbrocca bene, e come non c’è mai stato né sorriso, né giuoco di ventaglio, né seduzione di gentildonna d’onore che mi abbiano mai spinto a commettere la più piccola ingiustizia (l’han tentato, poverine, i primi anni, ma glien’è passata la voglia per un pezzo), così ora non mi vergogno niente di badare ai gentiluomini, e fingo di non accorgermi che sono stati essi, essi principalmente, coloro che hanno montato la massima parte della stampa e i più romorosi cantucci del parlamento e dell’esercito.

Faccia Dio che tutti, compresa la corte, possano andare profondamente persuasi di avere agito per il ben comune e non per quello di nessuna parte, e che tutti fra poco, nello schierarmisi a lato, si dicano come me sinceramente:

«Sto in campo con Dio e col mio buon diritto. Sto in campo per la mia patria, per la mia donna e per i miei figliuoli. In guardia».

Nessuna maraviglia che anche i nostri nemici non pensino precisamente il medesimo, ma io auguro loro che lo possano pensare col core altrettanto leggiero del mio in questo momento. Scelga poi Dio fra i nostri due «buoni diritti». Noi abbiamo i punti di vista troppo diversi e non possiamo.

Ciò che posso far ora, per mio trattenimento, è di compiangere gli storici di qui a cinquant’anni, i quali, visti gli effetti del dissidio, dovranno metterli d’accordo con le cause. Dove sono queste cause della mia o della altrui fortuna? Io non le vedo. Ad uomini e ad armi siamo pressoché eguali, e se noi per esempio adopereremo ogni cosa male e gli altri bene (Dio disperda l’augurio), vorrà dire per questo che noi andavamo messi fin da ora dalla parte del torto?

No no, le cause sono fatte apposta per essere vedute dopo e mai prima, ecco la verità.

Ce n’è una bensì molto generale e che il più delle volte non si suole guardare nemmeno dopo, benché tutti la vedano, ed è che ogni popolo deve necessariamente avercela con un altro, e non impoxta che sia sempre il medesimo, anzi viceversa più uno oggi si mette a letto bene con questo e male con quello, e più domani può risvegliarsi mutato a cacciare su quel che era giù e giù quel che era su. Quest’ultimo popolo può pagare le spese per poco o per molto tempo, secondo che la malattia attacca più o meno, ma quando attacca bene, quando gli empiastri diplomatici funestano anziché giovare, allora il teatrino si muta in un campo trincerato, e giù botte da orbi di qua e di là. È certo che queste medesime botte, allentando per un pezzo gli umori a destra, prepareranno senza dubbio il terreno per inacidirli a sinistra, finché tutti gli attori, cioé chi le ha prese o date e chi si prepara a darne o prenderne delle altre, non se ne vadano a dormire alla rinfusa, lasciando agli storici il pio ufficio di cullare il sonno eterno a tutti, con una cantilena di spropositi, sia pure in buona fede. Merita? Di dormire sì, ma non di svegliarci daccapo, mi raccomando.

Il teatrino sarà piccolo fin che volete, ma c’è posto per tanti dolori che non par vero.

Chi imbrocca meglio di tutti è forse il popolo minuto, il quale suole talvolta lasciarsi prendere meno di quello grasso dalla malattia generale, e che, a conflitto imminente, dichiara spesso che sono i re in persona quelli che dovrebbero picchiarsi tra loro, e finirla. Perché, dicono, i re sono sempre d’accordo fra di loro, e fanno apposta per diminuire il numero della gente, quando ce n’è di troppa a mangiare e bere.

Io ci starei, guardate.

« Signor, vincemmo »

Sono qui solo. E la seconda nottata dal mio ritorno dopo la guerra. E scrivo.

Almeno Otello aveva un doge al quale dire: «Signor, vincemmo». Era presto detto. Io invece non ho che un foglio di carta e una malattia insanabile: quella di mettere del nero sul bianco. Vuol andar in luogo, ho paura, avanti che vi dia il buon esempio e mi ci addormenti sopra. Rassegnatevi dunque a vedermela pigliare in modo assai meno sbrigativo del Moro, e poniamoci a guardare gli uomini e le cose da tutt’altra parte.

Niente mi dà più noia della moda, oggi prevalente, di mischiare la troppa tenerezza al pessimismo, ed anche alla semplice ironia, e voglio sperare di avere ovviato il più che ho potuto a questa vera stortura d’indirizzo morale, ma adesso la tentazione è grande, e voi mi decreterete, spero, un po’ di corona civica, se saprò rasentare il pericolo, senza piombarci dentro con armi e bagaglio.

Ragioniamo. Come avete visto, io mi sono preparato alla guerra con molta leggerezza, ma quando venne il momento di rimandare i passaporti al Residente dei miei vicini, ne ho avuto un vero schianto al cuore, quasiché dovessi bere, bere io medesimo e in un attimo solo, tutte le lagrime delle vedove e degli orfani di qua e di là. Son partito pel campo con una sola speranza in core: quella di procurare, soffrendo io, un po’ di pace al regno del mio figliuolo. I miei popolani mi correvano incontro a braccia aperte, cercandomi negli occhi la fede nella vittoria, ed io quasi non ne vedeva le faccie, non ne sentiva gli urli, come se, con tanto strepito intorno, andassi già cavalcando in mezzo ai morti ed ai vinti. La mia povera anima era tutta volta a guardare sé medesima ed a chiedersi continuamente, con ansia indicibile, se avesse fatto davvero tutto quanto era da lei per evitare il sangue e le stragi. Che mi valeva allora di ricordare che noi tutti, ed io pel primo, non eravamo che gli strumenti consapevoli del Fato, o meglio le vittime sue consapevolissime? Nulla. Il dolore ha un bel sofisticare: è sempre dolore.

Vennero a scuotermi da quel misero e torpido stato d’animo i primissimi fatti d’armi. Riuscirono tanto bene che più volte, nell’affanno di correre, di deviare, di stenderci da tutti i lati per trarne partito, stetti quasi per invidiare i nemici, i quali non avevano almeno che un pensiero solo: fuggire, e una sola linea a percorrere: la linea retta. Essi erano già tornati a casa loro: potevano raccogliersi, potevano munirsi. E si munirono così bene che la prima giornata campale somigliò per un pezzo ad una di quelle tempeste di montagna, durante le quali non si sa davvero da che parte tiri più vento, e dove gli abeti o si piegano di qua e di là, ovvero durano immobili perché sono investiti da tutti i lati.

Se non che le mie molte nottate a ciel sereno e i permanenti andirivieni dei primi sbaragli mi avevano già ridotto come riducono tutti, anche i coscritti: Marte cioé mi aveva già invaso dalla testa ai piedi ed io mi era già sorpreso più volte a pensare ai casi miei, senza mai turbare la chiara visione dell’intento, fosse prossimo fosse lontano, con la più piccola mistura di angosciosa contraddizione. Quando poi il gran dado fu tratto e mi vidi in mezzo a quel po’ po’ di cimento, durando per delle ore a non sapere se fossi in piedi o a terra, oh allora vi dico in verità che avrei voluto perdere e morire mille volte sul posto, anziché andarmene senza aver pagato di esempio, di persona, di sangue.

Mi ritrovai in petto, con mio grandissimo stupore, assai assai più voce che non ritenessi di avere avanti; le idee più ardite e più precise mi scattarono come dardi velocissimi dal capo, e una febbre nuova, che tenea dell’angelico, che tenea del bestiale, mi spinse più volte nel folto della mischia, pur di ferire, pur di essere ferito. Torno incolume, per dir la verità, ma nonostante una di queste pazzie, invano contrastatami dal mio capo di Stato maggiore, fu quella appunto che decise della gran giornata: la prima, la più notevole, la mamma per così dire di tutte le altre. Se mi aveste visto in quei momenti, con la spada puntata verso Dio, per salutarlo, verso Dio che mi pareva allora tanto vicino e tanto imminente per quanto in alto fosse, oh vi accerto che non lo avreste mica riconosciuto il re di Eboli, di Katie e della... nottambula in groppa.

L’ho riveduta. Ho sentito una volta, accanto alla mia tenda, nel brulichio del campo, la voce sgangherata di una donna, che riconobbi subito per la sua. Guardai fuori e la vidi tenere a dovere, a furia di scappellotti, un manipolo di fantaccini affollati davanti al suo carro di vivandiera. Mandai a chiedere chi fosse e mi risposero essere la moglie di un sergente, una donna... così così, ma pure piena d’animo, piena di coraggio, e che aveva già fatto bene le fucilate più di una volta. Mi dispiacque veramente che uno dei miei prodi si fosse imparentato così male, ma ho avuto piacere per lei, poveraccia! Che putiferio se mi avesse riconosciuto! !

Torniamo in riga.

Sono arrivato ieri colla pace in pugno e colla gran gioia di sentirmi, almeno per ora, più re di mia moglie. E non è a dire quanto più ne l’ami, per carissima che mi fosse di già. Anch’essa ne è contenta, ma non di certo per il piacere di venire in seconda riga, oh no davvero, quanto per il migliore esempio che ne viene al primogenito nostro, di dove appunto è più naturale che gli venga. Che se poi mi chiedeste se io mi creda veramente migliorato, ovvero se mi aspetti, reputandomi più giù che mai, di tornare ancora tutt’al più il medesimo uomo di prima, vi risponderei, in perfetta buona fede, che la vostra domanda è intricata e duplice, se non pel tempo almeno per la nozione, e che però non c’è barba d’uomo che la possa sbrogliare d’un colpo solo. Seguitiamo dunque a ragionare, dal mio punto di vista d’oggi, e lode a Dio se vorrà farmi il piacere di durare un pezzo.

Chi è di noi tutti che non abbia, almeno una volta in vita sua, mormorato, predicato, gesticolato contro la guerra? I migliori argomenti che ci vengono a mano, nell’orazione, sono tutti ottimi, ma hanno tutti il difetto di prendere l’uomo senza emuli, senza nemici, senza malevoglienti, vale a dire l’uomo come dovrebbe essere e non come è. Li ho a dire? Via, li sanno anche i muricciuoli; non preme. Preme piuttosto di guardarci intorno e di vedere che i moralisti, i sacerdoti, i filosofi di tutto il mondo non fecero altro, per secoli di secoli, che predicare la pace, sotto tutte le forme. L’hanno ottenuta? Mai. Chi non ha nemici in piazza, li ha in casa, chi non ne ha fuor delle frontiere, li ha dentro. E non sono mica fatti solamente per nuocere, i nemici, giovano anche, e spesso, per tenere alto e vigile e costante il gran pensiero dell’onore, così di sé come della patria; per farci escire del movente proprio, basso, egoista, e farcene abbracciare qualche altro, più generoso e più umano. Cosa vuol dire che se un uomo difende accanitamente la sua casa ed i suoi averi, tutti dicono al più che ha fatto assai bene, e che se un altro invece si dimostra prode sul campo, tutti si accordano nel decretargli ben volentieri e lauri ed onori grandissimi? Furono pure coraggiosi entrambi! Vuol dire che tutti sentono, anche se non lo dicono, la gran differenza che passa fra il coraggioso che non esce dal movente suo proprio, e chi se ne sferra e va avanti, chi fa per tutti gli altri e non fa per sè solo, chi può dire almeno una volta in vita sua:

—  Badate che vi ho amato, e amatemi anche voi, in vostra buon’ora!

Si possono ottenere medesimamente, e con altri mezzi, questi buoni e rapidi effetti della buona guerra? Lo lascio dire a voi, anche se partiste dal principio che nessuna guerra possa mai esser buona; anche se non aveste mai osservato quanti uomini vi sono che diventano sempre migliori in tempo di pace, quanto più aria hanno potuto dare ai loro istinti bellicosi in guerra; anche se piantaste la massima, ben falsa, che il mestiere dell’armi non conduca mai a qualche particolare virtù, ben sua.

Sì, lo so, c’è la filantropia su larga scala, c’è il cosmopolitismo, c’è l’umanitarismo, c’è la repubblica mondiale, c’è la mutualità universale. Tutta roba troppo grande, per la piccolezza nostra, credetelo a me, che sono stato per crederci qualche volta, e che ne sono appena ritornato col capo in cimbali e col core stretto ed angusto di chi fa finta di pensare a tutti, per non pensare effettivamente a nessuno. Come è possibile che gli uomini, diversi per razza e viventi sotto climi diversi, possano lasciarsi indurre a spasimare, se sono gialli, per noi altri bianchi, ovvero, se gelano sotto il polo, per quelli che bruciano sotto l’equatore? Fate un alveare grande come il Colosseo e poi picchiate, picchiate forte: vedremo quante api sciameranno all’invito vostro! Andiamo andiamo, dite piuttosto, che il forte, per mandare ad effetto la vostra politica universale, dovrebbe spazzare via il debole, come le Pelli Rosse in America, e allora soltanto si potrà dire che siete in buona fede. Ma così no.

La pace a ogni costo, la pace per forza, la pace tirata coi denti (chiamatela come vi pare) ha sempre avuto i suoi lati pessimi e se n’era già avvisto un brav’uomo di tre secoli sono. Diceva per più piccole cagioni che non sieno ora le nostre:

«La pace è desiderabile e santa quando assicura dai sospetti, quando non aumenta il pericolo, quando induce gli uomini a potersi riposare ed alleggerirsi delle spese; ma quando partorisce gli effetti contrari, è, sotto nome insidioso di pace, perniciosa guerra, è, sotto nome di medicina salutare, pestifero veleno».

Quanto di questo veleno non s’è bevuto nel nostro secolo! E quanti giovani non sono andati a male per non avere avuto frequente occasione di accalorarsi, in modo ben determinato e bene urgente, per la terra che li aveva nudriti!

Basta. Non ho detto il pro bono pacis e nemmeno voglio parlar contro eccessivamente. Già il caso è eguale e non è chi non sappia andare avanti da sé.

’Io intanto, mercé della guerra, ho grande speranza di avere finalmente ucciso l’umorista dentro di me: leggete la più sfortunata qualità di uomo che possa premere sopra la terra, l’uomo che ride per piangere, che piange per ridere, che non sa mai nemmeno lui se sia buono o cattivo, liberale o mummia, coraggioso o pigro. Ha tanto di tutto e fuor di posto dentro di sé, che quando vuole tirar fuori una cosa, gliene esce un’altra; quando vuole tacere, parla; quando vuol parlare tace. E colpa dei tempi, o sua? Chi lo sa! Io no certo, perché, essendo uomo [1] ed in causa, mi troverei troppo inclinato, come tutti gli altri, ad incolpare i tempi.

Questa mattina, mentre i primi battaglioni già rientrati meco, andavano in Piazza d’Armi, s’è visto un povero cavalluccio, già forse mezzo accoppato dalle botte, impennarsi, tirar calci, sbizzarrire, non volere più assolutamente andare avanti. Tutti i soldati a guardarlo in cagnesco e a dire:

—  Che ha, che vuole quel maledetto ronzino? Far del male a qualcuno?

E tutti a dar mano dietro il carretto, per cacciarlo avanti sgarbatamente. Se fosse stato un bello e forte puledro, già restio, che avesse fatto gli identici tiri, od anche peggio, tutti si sarebbero schierati a guardarlo con ammirazione, anche a costo di andarci sotto, e più avesse durato a fare il birbante, più ci avrebbero avuto gusto.

Che vuol dire? Vuol dire che la forza, la gioventù e la bellezza sono già bastantemente padrone del mondo; bisogna dunque pensare ai deboli, ai vecchi ed ai brutti. Stanno peggio, dunque sono sulla strada di peggiorare, d’incattivire ancora.

’Non ci volete pensar voi? Ci penserò io. Intanto, per avere una norma, mi metto giù il mio particolare catechismo:

Onora Dio nelle tue opere. Le sue lo onorano abbastanza di per sé sole.

Va adagio in tutto, e più che mai nel fare il bene. Lo scopo stragrande fa ragione della lentezza dei mezzi.

Tienti cari i tuoi nemici, sieno pubblici, sieno privati. Senza di essi tu non saresti la metà di te.

Non indietreggiare un minuto secondo a muover guerra agli uomini di mala volontà, e poco male se per uno che ti si farà palese, te ne resteranno celati due. Dalli a quell’uno!

Non sofisticare né sulle tue né sulle altrui intenzioni, appena che gli effetti sieno buoni od anche semplicemente mediocri. Da un piccolissimo vantaggio a nulla c’è di mezzo maggiore distanza che di qui al mondo della luna.

Non dare ansa ai tuoi difetti coll’occupartene soverchiamente e guarda gli altrui piuttosto. C’è più varietà e per lo meno fin che li guardi è probabile che tu non ci caschi. Basta che tu non scelga per l’appunto quelli che sai benissimo di non avere.

E soprattutto non fare a te stesso ciò che tu non vorresti fosse fatto ad altri, cioé non ti avvilire, non ti calunniare, non ti diminuire mai, quando ti accada di ritrovarti in fallo. Altrettante men basse cose ti verranno poi fatte, anche involontariamente.

 

Nota

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[1] Quando lessi la prima volta queste memorie, e toccai quassù, mi venne il sospetto che il diplomatico del Prologo fosse lo stesso Re in persona, e certamente che quel traversare l’Europa come un viaggiatore qualunque, o forse appena col suo fido famigliare in un’altra carrozza, non repugnava niente affatto dalle sue propensioni o dalle sue abitudini. Io ho promesso di non fare nulla per sapere chi fosse il diplomatico, ed ho tenuto, ma se, soltanto a leggere, lo avessi riconosciuto bene da me, chi me ne potrebbe dar colpa? Non certamente i lettori, che ne sanno oramai quanto ne sapeva io, e che, non ritrovandosi vincolati da nessuno scrupolo, possono più liberamente giudicare del mio sospetto.

In ogni modo: cioé fosse quello il regale scrittore o non fosse, rimane egualmente sempre più assodato, come più si legge, che queste carte sono state davvero tenute al chiuso per più anni dopo finite, e avanti di darmele.

A.C.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011