Alberto Cantoni

 

Un re umorista

memorie

 

 

 

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Un re umorista, Memorie, prefazione di Riberto Bonchio, Lucarini Editore s.r.l., Roma 1991

05

Katie

La lettrice

Le persone di corte hanno sempre qualche cosa di comune coi soldati in rango. Ponetevi davanti a una compagnia allineata e vedrete che quei cento uomini non se ne vanno già paralleli fra di loro solamente nel passo e nei movimenti dei fucili, ma ben anco, e forse più assai, nel loro modo di esprimere al di fuori le cento anime che hanno dentro di sé. Che cosa importa se uno sarà bello ed uno brutto, ovvero se digraderanno via via nel colore della carnagione e dei capelli? La natura non può certo dare tanta somiglianza nei corpi quanto una sola disciplina e un solo genere di vita possono mettere di affinità, direi quasi di simmetria, nell’espressione delle faccie umane. In fatti io non ho che a veder bene una intera compagnia sotto le armi, per rilevare a un di presso in qual modo sia stata trattata dai suoi ufficiali e fino a che grado di calore vi sia stato coltivato l’amor della bandiera, come voi potete prendere il primo uomo di corte che vi venga sotto le mani, lo potete gettare fra quaranta persone diverse, prese alla rinfusa, eppure mi sentirei di scommettere che non gli passerei daccanto senza dirvi: «È questo!» anche se me lo presentaste il primo per imbrogliarmi meglio.

La sua è una certa guardatura particolare che tende a nascondere l’uomo interiore, i suoi gusti ed i suoi desiderii, per mettere in vista solamente la cura tra segreta e palese di indovinare quelli del Principale, ma circospettamente, con buona maniera, come farebbe una persona che cercasse di ricordare una cosa caduta in oblio, e non già all’usanza dei cani di leva, i quali, molto più sinceri, si fanno scorgere ad annusare più volte ogni fiatata, ansiosissimamente.

Questo sia detto per i soli uomini. Certamente che per le donne di corte è un po’ più difficile, e che per ravvisarle in mezzo a molte altre, occorrerebbe un occhio più esercitato e più fine, il quale sapesse rimuovere dalle loro apparenze tutte le traccie lasciatevi dalla civetteria, se sono belle, ovvero dal rancore e dall’invidia, Se sono brutte. Or bene, io non credo punto di essere meno esercitato d’un altro, e pure confesso ingenuamente che c’è una donna al mondo la quale non avrei mai e poi mai riconosciuta per persona attinente a nessuna corte, ed è la lettrice di S.M. la regina.

Questa ne ha avuto bisogno anche prima di andare a marito, e se la è presa con sé, come i gioielli avuti in dono da bambina in su. La bellissima Katie appartiene ad una impoverita ma nobile famiglia russa, e pronuncia molto bene tutte le maggiori lingue d’Europa. Non ci voleva meno per contentare mia moglie, che vuole subito conoscere due sorta di pubblicazioni appena escite, e sono le monografie degli statisti, morti o vivi, e quelle delle donne che si occuparono per diritto o per traverso degli affari di questo mondo, più le lettere o le memorie degli uni o delle altre. Sono due mèssi molto abbondanti, specie quella del genere femminino, perché ci si è ora immischiata la moda, mercé della quale i testamenti politici di quelle belle donne rotolano giù a fasci nel cestone della storia, con gran fracasso di cipria e di polvere di riso.

Katie è molto bella; lo torno a ripetere ben consapevole di quel che dico, perché ho la pretesa di saper discernere la bellezza vera e durevole da quella finta o fugace. Avrà ora ventiquattr’anni e ne ha già otto almeno continuamente occupati nel servizio della sua alta signora. Tutti i principali caratteri della sua razza, fine e fortissima, si armonizzano in lei, contemperandosi a vicenda, e se pure ha qualche cosa che si tolga dal tipo natio, è solamente il naso, il quale, per grandissima fortuna, non pare punto venuto dal Caucaso, ma accenna ambiziosamente di accostarsi alla linea greca. Il profilo, così corretto, ne acquista molta fermezza di disegno; gli occhi, già grandissimi, paiono come suffusi di giorno in una luce che tiene del più cupo azzurro, per ingrandire maggiormente di notte e tramutarsi in occhi neri, dico neri, eppure più lucenti ancora. Aggiungete la bocca sensuale sì, ma non per questo men bene delineata, i capelli tra il fulvo ed il castano, lunghissimi e ricciuti, e sovrattutto un certo giro di spalle... sul quale il manto di Caterina II non avrebbe che ad appoggiarsi un attimo solo per ritrovare spontaneamente la più squisita leggiadria di pieghe e di partiti. Merito delle spalle, ripeto, ma anche del busto, il quale vivaddio, è altrettanto colmo, veduto di prospetto, quanto è flessuoso veduto... dall’altra parte.

Io la guardava poco, perché mi era accorto che mi bastava d’incontrarla un momento all’impensata, di quando in quando, per riceverne una assai benefica impressione di quiete e di serenità, e che questo vantaggio sarebbe scemato di molto quando mi fosse accaduto di guardarla spesso, deliberatamente. Perché — oramai non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo — il suo carattere particolare, così diverso, così opposto a quello di coloro che ci stavano intorno, era a parer mio l’equilibrio dell’anima, il vero equilibrio di chi, non avendo mai bisogno di gabellarsi né per più assiduo né per men premuroso di quel che è, sa stare naturalmente in contegno, senza mai procurare di farne mostra. La mostra! Che peste... a corte! E più ingrata e più odiosa che mai quando s’adoperi per nascondere il soverchio zelo. Almeno chi facesse il contrario, vale a dire chi si muovesse troppo, con una grandissima voglia di star fermo, si farebbe scorgere un po’ meno, e sovrattutto non recherebbe intorno quella certa aria di ti vedo e non ti vedo della quale parlavamo poc’anzi. Un’aria che può decomporsi in tre elementi costitutivi, uno: di guardare in su quando il padrone ha gli stivali stretti; due: di stropicciarsi le mani quando egli ha caldo; e tre: di additargli a caccia, quando nevica, il cartellone dimenticato di un qualche caffè di campagna, con sopra scritto a lettere di scatola «Oggi sorbetti». Quando nevica, badiamo. Così apparisse una vera valanga sopra questa finta e sottosegnata disinvoltura, che è forse peggio della stessa adulazione!

Katie non ha mai avuto bisogno di ricorrere a queste commedie. Semplice e raccolta nella sua compostezza, bada soltanto a conservare intatto, mercé del silenzio dopo le lunghissime letture, il gran tesoro di voce che ha in gola: una voce fatta sonora dall’esercizio, ma non per questo né meno agile né meno insinuante. Io credo che mia moglie abbia preso a volerle assai più bene di quello che non sia mai per riceverne in contraccambio, ma è anche certo che la russa mette molto scrupolo e molta coscienza nel più compiuto adempimento del debito suo. Se l’autore che sta leggendo sa il suo mestiere, essa tira via speditamente, non badando ad altro che alla chiarezza ed alla perfezione della propria pronuncia; se non lo sa, pare quasi che essa glielo stia insegnando, mentre lo legge, tanto di brio, di colore, di efficacia gli sa trasfondere, dove più gli mancano. È una vera maraviglia, ed io non m’imbatto mai a visitare mia moglie, durante una lettura, che non mi ci fermi più che posso a raccogliere un po’ di quella musica intellettuale, come io la chiamo, che si giova di tanta prontezza d’ingegno nell’afferrare i lati deboli degli scrittori, e di una così ricca tavolozza di toni per rialzarli. L’ascolto più che posso, ripeto, e mi copro gli occhi per non essere condotto in distrazione da quel suo viso di marmo pario, mentre penso, da star seduto, quanto pagherei per darle a leggere queste povere e segretissime carte, e per sentirmele ravvivare da quel suo garbo di porgere, da quel morbidissimo tessuto di voce... in una parola da tutto quello che essa ci metterebbe di suo.

Ora, o sbaglio, o mi pare di avere già bastantemente presentato la bellissima donna. Posso dunque parlare subito di quello che è accaduto ieri.

Essa stava leggendo alcune lettere della signora di Staël, appena disotterrate e rimesse in luce, quando apparvi io in punta di piedi, come secondo uditore, e mi sedetti in un cantuccio ad ascoltare. A un certo punto mia moglie interruppe un momento la lettura per fare una osservazione, diretta a me, e lì, da una parola all’altra, si seguitò un pochino, finché mi si porse il destro di sfoderare uno dei miei argomenti favoriti: che cioé i buoni re sogliono essere spesso ben più liberali dei loro parlamenti, per la semplice ragione che di qua ci sono troppi interessi materiali da contentare, mentre di là, volere o volare, non ce n’è che uno solo. Sarà vero, sarà falso, sarà un liberalismo poco meritorio perché derivato dalla scarsità degli indugi, non vuol dire; il fatto è che mia moglie non ama di ascoltare da quella orecchia, e quando ci si casca, non ci si quieta più. Di fatti siamo andati avanti anche questa volta... non saprei, una mezz’ora buona, finché, forse per la persuasione che non si avrebbe mai mutato parere né l’un né l’altra, ci voltammo entrambi verso la russa, come per invitarla pulitamente a seguitare, e vedemmo...

Cioé no, mia moglie non vide nulla, perché era seduta dalla parte opposta: ho visto io solo, e sia pure per la cinquantesima parte d’un minuto secondo, i grandi occhi azzurri di Katie, già fermi sa Dio da quanto tempo sopra di me, scontrarsi un attimo negli occhi miei, e fuggire subito la mia vista per riparare sulle righe del libro. Ma come mi stava guardando, Dio possente! Io non capisco in che maniera non mi sia sentito prima quello sguardo addosso. Pareva che tutta l’anima sua si fosse affacciata alla finestra, dopo un secolo di reclusione, e che lì, colla intensità magnetica delle razze feline, volesse fare un boccone solo di tutto me.

Un boccone misterioso, del resto, perché più ci penso e meno capisco qualche cosa. Infatti che ho visto io in quel fugacissimo sguardo di sfinge? Né ira né dolore né rimpianto né cupidigia propriamente no, ma forse come un tumulto, come un turbinio di tutte queste cose insieme. E perché tanta roba? Pei discorsi che facevamo mia moglie ed io? Erano innocui. Perché non le ho mai fatto capire di tenerla in gran conto e come donna e come bella donna? Io non aveva nessun obbligo di andarle a raccontare che impressione mi facesse e del resto la ho sempre trattata urbanamente le poche volte che ci ho parlato insieme. Perché le do noia? Perché le sono uggioso? Tanto peggio per me. Andrei compianto, non mangiato.

No no, non intendo nulla, ma so di certo che a vederla ogni qual tratto così serena e bella, io ne traeva come un senso di riposo che mi faceva bene, e che ora invece, per quanto essa possa ritornare la medesima di prima, pure avrò sempre innanzi quel baleno di orgasmo e di passione che i suoi grandi occhi fatali mi saettavano contro in quel momento.

Re Bargello

Altro che baleno! Ma procediamo con ordine.

Bisogna sapere che io ho un gran bisogno di silenzio per lavorare, e che lo sciame dei miei servitori non osa mai di varcare senza necessità la decina di anticamere che stanno fra il mio gabinetto e il rimanente del mondo abitato. Non posso raccogliermi bene che a questa maniera, e meglio mi raccoglierei, se potessi, tra il frastuono di una osteria di villaggio, in tempo di fiera, dove cinquanta persone mi urlassero dintorno a perdifiato. Così non udirei veramente nulla, mentre invece, nel mio stanzino, mi capitano talvolta dei piccoli rumoretti, che non valgo a sopprimere, e che mi fanno saltare come se fossero cannonate. — Shakespeare ha scritto «Molto rumore per nulla» e voi pensate invece «Molto silenzio per ancora meno». Pazienza. Ora ho bastantemente da pensare io medesimo a quel che mi ha fatto la lettrice, per suo trattenimento, e non mi posso occupare di quel che pensino gli altri di me. Udite.

Una ventina di giorni fa il mio secondo figliuolo si è sentito improvvisamente assai male, e mia moglie mi mandò a chiamare in furia, servendosi appunto della russa, come della persona che in quel momento aveva più appresso. La messaggiera non era stata scelta bene, è vero, ma se non ci aveva badato la regina, ci aveva a badar io, colla confusione di un figlio in pericolo? Nemmen per sogno, e non si parlò più di quella imbasciata, nemmeno poi, quando cioé il ragazzo, per fortuna, si riebbe del tutto in pochissimo tempo.

Ieri sera me la vedo apparire di nuovo. Domando subito, scattando in piedi e correndole incontro, se ci fossero altri guai, ed essa.

— No, Maestà. La regina desidera di parlarle subito di non so che cosa. Nient’altro.

Accenno a Katie di andarsene che l’avrei seguita e vedo, con mia grandissima maraviglia, che essa si ferma a lato dell’uscio, trinciando una riverenza come per mandarmi fuori il primo.

La tracotanza era grande, ed io la guardo subito da capo a piedi, come si meritava. Allora ella si smarrisce, fa un passo laterale verso l’uscio come trasognata, poi scopre un gingillo particolare che aveva in mano, me lo appunta contro, e fa fuoco. Fa fuoco e non mi prende, così a bruciapelo. Le strappo l’arma di mano, gliela getto a terra, e subito:

— Ah è per questo che ti ho scoperta quel giorno a guardarmi... così come mi guardi ora?

Essa volge gli occhi altrove e non risponde nulla.

— Ed io che ti credeva l’anima così bene equilibrata! Bell’equilibrio! E bell’osservatore!

Che fare? Chiamar gente? C’era sempre tempo. Lasciarla lì sola? Si poteva gettare dalla finestra. Il colpo era stato così secco e pur così lieve che assai difficilmente aveva potuto essere udito. Conveniva di profittarne..

— Ora ti accomodo io, — pensai ad alta voce per poi eseguire quello che andava dicendo. — Guardarti in tasca per vedere se ci hai altre galanterie, mi ripugna; lasciarti libera di castigarti da te, non voglio; dunque non mi rimane che di impedirti di nuocere. Ecco qua. Prima ti lego le mani con questo fazzoletto, ma così, senza tanti riguardi, strette bene... poi te le attacco forte alla colonnina di questo forziere... poi ci faccio sopra il gruppo alla marinara... poi ti lascio in libertà. La libertà che si conviene pei pari tuoi.

Essa non fece la menoma resistenza ed io indietreggiai d’un passo per tornare a guardarla da capo a piedi. Gran cosa il senso del convenevole! Pareva che quella fosse sempre stata la sua posizione naturale, tanto sapeva atteggiarvisi garbatamente. Nemmeno Arianna legata allo scoglio avrebbe potuto mostrarvi maggiore grazia, maggior decoro.

—  Ora, seguitai, — aspetteremo cinque minuti. Se non apparirà nessuno, vorrà dire che la regina non si è nemmeno sognata di mandarmi a chiamare e che voi avete mentito. Sarà tanto di guadagnato. Così potrò pensare con più agio a quel che mi rimane a fare. Vediamo intanto dove è andata la vostra palla. Ha deviato su questo povero Sèvres e l’ha forato netto. Che peccato. E che po’ di forza! Vuol dire che un’altra volta sarete più cauta. Veramente non l’avevate mica pensata male, se vi fosse andata bene. Voi volevate mandarmi fuori il primo, per colpirmi nella schiena, come l’ultimo dei marrani. Invece il vostro balocco si è inciampato qui, di sbieco, sopra la mostra della mia giubba aperta, ed il lieve intoppo ha bastato per fargli mutare indirizzo. Come non sapevate che i tiri a bruciapelo fanno spesso di queste birichinate? Bisogna tirare a segno, sul consistente.

Qui la russa, che aveva sempre seguitato a tenere gli occhi bassi, agitò un momento le labbra, come per reprimere uno sbadiglio. Uno sbadiglio a quei lumi di luna? O essa doveva avere del matto, o quello non poteva essere che un moto convulsivo, come dire la prefazione di uno svenimento. Pensai però di abbreviare più che potessi la sua cattività, e traversai tutte le mie anticamere per mandare a chiamare per telegrafo la persona sulla quale aveva già fermato la mente, nello stringere i ceppi, vale a dire il mio attuale e focoso Presidente del Consiglio, che fa anche da ministro degli esteri: una testa bruciata che è arrivata in alto spropositando bene ed a tempo debito. Poi mi venne ripensato a quel tale sbadiglio e lo pregai di venire a coppia con un bravo e pacatissimo dottore, proprietario della più famosa «casa di salute» che abbiamo intorno. Fra tutti due non basteranno forse per far rinsavire un solo pazzo, ma ce n’è più del bisogno per far ammattire una decina di savi. E ordinai che si lasciassero passare entrambi, senza punto annunciarmeli, allo stesso modo (pur troppo) come era passata la lettrice, «per espresso ordine di S.M. la regina».

Tornai alla russa dopo pochi minuti di assenza e le dissi nello slegarla:

— Vedo con dolore che avete dato più di uno strappo, per liberarvi da voi, ma questo nodo me lo ha insegnato a bordo un capitano inglese, ed ha tenuto bene. Io stesso metto più tempo a scioglierlo che non ne abbia messo a stringerlo, poco fa. Sarà anche merito dei vostri strappi, forse. Ecco fatto. Poniamoci qui, l’una accanto all’altro, come due... dico due persone per bene. Basta che siate così gentile da lasciare le vostre mani nelle mie. Che belle mani morbide e fresche! Accomodatevi.

E ci sedemmo come due innamorati sopra due sedie vicine. Il contatto già di per sé stesso pericoloso di quelle sue mani che non tremavano niente, mi faceva un certo effetto, molto disadatto alla circostanza, che mi toglieva poi del tutto la voglia di guardarla in viso, per paura di peggio. Che dilettevole quarticello d’ora! E dove dar di capo per passare il tempo? L’unica era di alternare un po’ di silenzio e un po’ di monologo a voce alta come prima, esprimendo ripetutamente le mie particolari impressioni intorno all’amico a sei colpi che si trovava ancora a terra, e che io vedeva benissimo lì, da star seduto. Un bell’amico, a impugnatura d’avorio.

— Avanti, avanti! — sclamai, quando finalmente l’Eccellenza ed il dottore picchiarono discretamente alla mia porta. — Non vi maravigliate del gruppo affettuoso. Favorite anzi di prendere il mio posto accanto alla signorina, uno di qua e uno di là, con occhio alle mani, che le prudono. Io starò qui davanti per tenerla ferma, se vi scappa. Ho già fatto esercizio.

I due sedettero a posto, ed io sciorinai loro in poche parole come qualmente fossi stato lì lì per andare di là dal fosso. E conclusi:

— Se fiuto questo rewolverino, ancora tepido, ci sento un odor di setta che consola, e mi vien voglia di ricorrere ai tribunali, senza punto curare lo scandalo; se invece guardo la signorina, e ripenso al suo contegno dopo del misfatto, torno subito colla mente a voi, caro dottore, e mi domando se prima di parlarne in pubblico non sia più conveniente di affidarla per ora alle vostre indagini. Saranno un po’ lunghe e difficili, perché pare che essa abbia preso il partito di non dir più nulla, come vedete. L’istruzione si potrebbe fare egualmente alla sordina e quando voi vi foste espresso bene sulla convenienza o meno di sfornare tutta la verità, si farebbe naturalmente secondo gli ordini vostri. Rimane a sapere se la signorina si possa rinchiudere come alienata, senza rischiare intanto degli impicci fuori.

— Di dov’è? — domandò il ministro.

— Russa.

— Allora niente di male. Se fosse stata una repubblicana di Andorra, ovvero una cittadina del Lussemburgo o di Lichtenstein, c’era abbastanza di che levare un tramestio da non finirne più, ma una russa! Ce n’è tante. Anzi credo meglio di avvisare segretamente quella cancelleria, perché ci aiuti a ricostruire il suo passato, tanto per vedere se quest’arma, sparata qui, non fosse stata per avventura caricata là. È molto tempo che manca di casa sua?

— Mi pare che ci sia stata l’autunno scorso in vacanza per un par di mesi.

— Vedete! Così lo studio delle sue condizioni morali potrà andare di pari passo con una specie di istruttoria segreta, e il nostro guardasigilli, che è stato del mestiere, potr[à] incaricarsene ben volentieri... tanto poco gli piacciono le belle donne.

— Adagio, adagio. Non precipitiamo, — diss’io. — Se costei si fosse divertita a dar fuoco alle mie scuderie, non ci sarebbe niente di male a fare come facciamo, ma siccome sono stato lì lì per andarci di mezzo io, ed io conto di più, così bisogna avere maggior riguardo anche a lei. Poniamo che si finisca tutti per non dire mai nulla pubblicamente, e che ci si accusi intanto di soppressione di persona, che cosa diremo per discolparci?

— Mostreremo questo vaso. Tanto è già forato.

— E voi volete che si creda che essa sia venuta nel mio gabinetto per pigliarsela col vaso e non con me?

— Perché no? Se è matta.

— E se non fosse?

— Diremo la verità.

— Oh cosa mi capita! — sclamai, ponendo le mani nei capelli. — Dire, disdire, arbitrii, pasticci!

— E allora affidiamola ai tribunali subito. Badate però che il primo favore si farebbe ai suoi complici, se ne ha. Un po’ lo scandalo, un po’ lo stupore del pubblico, c’è tutto quel che ci vuole per aiutarli a salvarsi. Invece così si principia intanto a condurla subito qui dal professore, e poi domani... dopo domani... diremo quel che vorremo.

— Oibò! — interruppi un po’ severamente. — Ho troppo rispetto della regina per non raccontarle subito ogni cosa.

— Ben inteso! — rispose l’altro. — Io mi riferiva alle persone del contorno, quando faranno le maraviglie per non vedere più la lettrice. Che se poi la sottile disciplina delle corti non dovesse nemmeno condurre i cortigiani a far le mostre di credere vero ciò che forse ritengono falso, allora a cosa servirebbe, domando io?

Ecc. Ecc. Ho lasciato la casta Susanna in consegna ai due vegliardi, e son disceso io medesimo per una scala appartata a far preparare la carrozza al mio fidato e solito palafreniere. Chi ha fatto il birro può ben fare il galoppino, come feci più tardi il battistrada, allorché, i tre a braccetto dietro ed io davanti, ci avviammo in comitiva alla carrozza. Una figura dei Lancieri in movimento.

 

Quando, poco dopo e con moltissime precauzioni, dovetti pure arrivare con mia moglie al punto topico del colpo di fuoco, essa, che era seduta e che mi guardava ferma negli occhi, saltò subito in piedi a prendermi per la vita e a farmi scudo della sua persona, e lì, dopo di essersi voltata istintivamente indietro come se avesse già avuto un’altra lettrice accanto, mi posò il capo tramortito sopra la spalla e si mise a piangere senza dir nulla.

Non disse nulla colla bocca, ma se il suo core avesse potuto parlare, so bene che avrebbe detto così:

— Vai ora a fare il giacobino sul trono. Perché ti ritengano giustamente ben più pericoloso dei re codini, e ti spazzino via il primo.

A chi mi chiedesse come faccio a sapere quel che pensava mia moglie in quel momento:

— Sfido — risponderei. — Me lo aveva già detto, così in discorso, poche ore prima, come se avesse presagito ogni cosa. L’altra almeno, mirando su di me, aveva còlto il vaso, ma questa... oh questa aveva mirato meglio!

Pollice, indice, medio

Conta molto che vi siate messi qualche rara volta nei piedi dello Czar, pensando a che razza di vita debba essere stata la sua da molto tempo! Bisogna trovarcisi per conto proprio, come ho fatto io in questi quindici giorni, bisogna addormentarsi la sera con l’idea che vi potete... svegliare in altrettanti pezzetti quanti sono i peli della vostra barba, bisogna guardare così, soprappensieri, il catino nel quale vi lavate, il sigaro che vi ponete in bocca; bisogna scrivere in furia una parola importante del vostro testamento, per paura di non far a tempo a scriverla tutta! Dove entra un pezzo di donna con un rewolver in tasca, può bene entrare una piccola cartuccia, direi!

Gli è che se lo scampare all’improvviso da una brutta morte può essere di quando in quando una specie di piacere molto negativo, nulla, nulla è invece più doloroso della continua supposizione di poterne scampare ogni minuto, conoscendo il pericolo. Il mio primo pensiero è stato quello di tenermi più lontano che potessi da tutti i miei, per non involgerli nella mia fortuna; poi di variare all’improvviso, e spesso, tutte le mie abitudini; poi di chiamare a rapporto ogni momento il mio tumultuoso Presidente del Consiglio: un po’ per sapere di continuo come andava la faccenda della russa, e un po’ per castigarlo all’amichevole della infelicissima idea di dire ogni cosa a mia moglie. Era stato lui che me l’aveva fatta venire, benché indirettamente, e poiché mi ritrovava in ballo io, potevamo bene ballare insieme.

Quanto a mia moglie, sarei disposto a dare qualche cosa di bello a chi mi sapesse dire come la pensi, dall’attentato in poi. Deve avere cambiato idea. È vero che con essa non mi combino più che a passeggiare qualche poco a cavallo, in una bella spianata erbosa accanto al parco (una spianata senza aiuole coperte, senza cespugli traditori, dove appena appena si potrebbe dar la caccia alle farfalle, nonché ai regnanti), ma via, il tempo di spiegarsi non le sarebbe mancato egualmente, un po’ che avesse voluto. Pare quasi che essa trovi esagerate, molto esagerate, le mie attuali precauzioni, e non soltanto per sé, ma anche per me. Eppure non c’è mica mancato molto che andassi a vedere che ora nella città dolente!

Katie ha durato sempre nel suo sistema negativo, ma c’è di buono che la cancelleria russa ha impreso a parlare per lei, e che, appena avvertita, ha principiato a mandare delle filatesse di dispacci in cifra che non finiscono più. Noi sappiamo per così dire ora per ora ciò che ha fatto la bella donna nei due mesi che ha passato a casa sua; sappiamo che ha avuto in premio il rewolverino in una lotteria di beneficenza (oh che bel premio, in Russia!), sappiamo che è stata sempre con sua madre e che, per le costei opinioni politiche, hon ha potuto avvicinare che le persone più arrabbiatamente devote all’ordine... compreso quello di Varsavia. Ha viaggiato con uno dei miei corrieri di gabinetto per andare in là, e con un altro per venire in qua, e costoro, che non l’hanno mai perduta d’occhio un momento, dichiararono a gara che se essa ha veramente dato di volta, deve essere stato all’improvviso, perché il suo contegno durante il viaggio non fu soltanto ragionevole, ma correttissimo. Però del rewolver non ha mai parlato con nessuno, nemmeno con essi, quando era fresca del grazioso regalo toccandole in sorte. Vuol dire che la pentola stava già bollendo anche durante il viaggio.

II guardasigilli ed il medico ci hanno già perduto il loro latino e la loro sicumera. Katie parla o sta zitta come le fa piacere, vale a dire che sta zitta col giudice e parla col medico di ogni altra cosa indifferente; parla quel tanto che basti per provargli che se c’è una mente bene assestata, è la sua. Al punto che abbiamo tutti deciso di fare il processo, sia pure a costo del pessimo esempio (pessimissimo, direi, se i grammatici me lo consentissero), a meno che non ci riesca un ultimo tentativo che dobbiamo fare domani. Quando ne avrò saputo qualche cosa, tornerò a scrivere.

Credeva di spicciarmi con una paginetta di sì o di no, e invece ho qui pronta in capo quasi una settimana di ricordi a fascio. Sbrighiamoli al più presto... ma per Iddio che me ne capitano di belle!

Noi avevamo fermato il proponimento di tentare un ultimo colpo — l’ho già detto — ed era di far giuocare il fantasma della madre davanti alla figliuola. Ora che tutto è andato a monte, non serve di riandare le ragioni, buone o cattive, mercé delle quali si era tutti fermamente persuasi di non potere sceverare la responsabilità di Katie da quella della madre sua. Costei poteva benissimo non averci avuto nessuna colpa, è vero, ma era pur sempre la sola persona sulla quale si poteva metter mano, senza far dire al pubblico che brancicavamo nel vuoto. Non si era mai mai staccata per un momento dalle coste della figlia per tutto il tempo che era stata in Russia, e da che parte doveva essere venuto il primo disegno se non di là?

I miei tre rappresentanti (vale a dire le due Eccellenze ed il dottore) apparvero dunque insieme ed in forma solenne nello stanzino della reclusa (uno stanzino tutto imbottito per la lontanissima paura che non desse del capo nel muro) e le intimarono o di parlare o di acconciarsi ad essere pubblicamente giudicata insieme alla madre, accordandole tre ore per pensare ai casi suoi, dopo delle quali, se avesse persistito a tacere, la polizia russa, avvertita per telegrafo, avrebbe fatto immediatamente partire la vecchia sotto buona scorta.

Ed ora do la parola al Presidente del Consiglio, quando mi venne a raccontare l’esito della sua missione.

—  Katie non diede il benché menomo segno di raccapriccio, anzi rispose senz’ombra di millanteria e due volte, cioè subito e tre ore dopo, che le spiaceva molto per sua madre bensì, ma che costei avrebbe saputo discolparsi presto. Ce ne andavamo tutti tre mogi mogi, quando arriva una carrozza e ne scende... Sua Maestà la regina! Le corriamo incontro per farle ala presso il vestibolo, ed essa ci narra che si è presa, per la prima volta e senza consultarvi, la piena responsabilità di quello che faceva; che in quel luogo era già stata due volte, voi consapevole, per visitare un’altra sua povera dama, andata pazza davvero, e che le si dicesse tosto se la giovane avesse finalmente parlato, o no. Al nostro diniego ci chiese: «Chi è di voi signori che intenda bene il russo?». Ci guardammo tutti a mani vuote, finché il medico rispose che sapeva appena appena il nome di qualche malattia locale — locale di laggiù, ben inteso — e il guardasigilli che avrebbe potuto ingegnarsi a dire pane e vino come li avrà detti al suo tempo il buono ed esule Ovidio. Era poco, in due, ma io, da solo, non ci arrivava nemmeno e lo confessai con amaritudine schiettissimamente. Allora Sua Maestà prese subito il mio braccio e mi disse: «Conducetemi da Katie». Questo grande onore, dovuto alla mia ignoranza, mi dava un po’ di pensiero, per dir la verità. Accennai agli altri due di stare fermi nell’anticamera per darmi una mano in caso di bisogno — non si sa mai, in certi luoghi! — ed entrammo. Katie era in piedi alla finestra verso il giardino e guardava fuori. Si volse adagio, credendo forse ad una nuova e prolissa intimazione, quando, tutto ad un tratto i suoi occhi si scontrarono con quelli di Sua Maestà. Dio che occhi!

— Quali? — domandai, interrompendo.

— Quelli di Katie. Io allora non vedeva altro.

— Andate avanti. Li conosco.

Ma il Presidente aveva preparato il suo discorso e non mi fece grazia di nessuna frase. Seguitò infatti così:

— Fu come un lampo che la cangiasse tutta. Pareva che il suo corpo fosse diventato una pila e che ne balenassero dei fasci di elettricità. Mi misi a guardare un po’ per... soggezione verso la porta, un po’ per... rispetto verso la regina, e vi so dire da gentiluomo che mai donna regale si è mostrata più degna di sè medesima che Sua Maestà in quei brevi ma grossi momenti. Essa tenne il foco colla maggiore imperturbabilità non solo, ma rispose, di suo, guardando innanzi a sè come guardano le anime alte e pure che sanno dare, senz’ira, tutta la misura della propria forza. Confesso che mi pareva di essere un pulcino bagnato, il quale fosse stato condotto a far da padrino ad un’aquila e ad un basilisco. La regina prese subito la parola e disse adagio, in francese: «I vostri moventi sono stati tre, e ho pensato di venire a dirveli, perché, se gli altri li ignorano, io li so. Il primo...» e qui Sua Maestà appuntò le dita della sua mano destra sul pollice della sinistra «il primo...».

— Ebbene? Il primo?

Il ministro sorrise. Poi disse:

— Doveva essere un primo movente, è vero, ma è venuto fuori adagio adagio in russo... chi ne sa nulla? Poi Sua Maestà fece il medesimo atto sull’indice... e probabilmente sarà stato il secondo; poi sul medio, e sarà stato il terzo. Ma io non posso garantire nulla. I gesti erano chiari, ma per quanto musicale sia la lingua russa, pure è un certo accompagnamento che assordisce bene, anche parlata piano.

— E Katie? — domandai.

— Katie, quando fummo al pollice, si volse del tutto verso di noi, forse perché la luce della finestra, abbarbagliandoci la vista dietro le sue spalle, ci togliesse di rilevare compiutamente l’estremo pallore che le invase il volto; all’indice fu per gettarsi verso di noi, ed io, senza fiato per chiamare gli altri due, mi cacciai in mezzo come un’anima persa; al medio... (cioè al terzo movente, esposto sempre più adagio da Sua Maestà, scandendo tutte le parole come se rappresentassero la calma e pacata espressione dell’ira di Dio) ... al medio, la giovane diè un grido altissimo e si lasciò andare a terra in ginocchio, ma non per domandar pietà, non per domandar perdono, bensì per gettarsi colle braccia e col capo sopra una sedia, e lì piangere... ma che piangere!... lì urlare disperatamente come un’orsa ferita. Ma un’orsa bianca, bianca come lei, di quelle del suo paese.

Questo racconto mi turbò parecchio, s’intende bene. Ma non sono re da più anni per nulla e credo di essermi fatto scorgere pochissimo. Vidi subito la estrema opportunità di parlare col presidente e con tutti il meno che potessi, e ben lunge dal domandargli se fra tutti tre avessero poi subodorato nulla, gli chiesi:

— E dopo?

—  Dopo il medico e il guardasigilli, che avevano inteso il grido, s’avventarono dentro la stanza, seguiti subito da due infermiere, ma oramai non rimaneva altro a fare che andarcene tutti tre dietro la regina, lasciando la giovine colle due fantesche. Sua Maestà riprese il mio braccio e mi disse che vi pregassi di andar a passeggiare sulla spianata, alla solita ora.

— Ci siamo. Vado.

E andai. Giunsi il primo, ma la cavalla di mia moglie sbucava già dall’altra parte di gran galoppo, per poi fermarsi accanto al mio cavallo, colle due teste una voltata di qua e l’altra di là. E il miglior modo per parlare bene, da stare in sella.

Abbandonai le redini sul collo del mio sauro e lì subito, toccando anch’io prima il pollice, poi l’indice, poi il medio allo stesso modo come aveva fatto lei nel manicomio, domandai senza parlare un po’ di spiegazione. E subito essa:

— Ne parleremo dopo, quando Katie sarà fuori delle frontiere. Ora preme che tu la mandi via.

— Dove?

— In Russia. E che tu ve la faccia sorvegliare continuamente da quel governo. Come pazza, s’intende. Là è lecito e noi non possiamo farle minor male di così.

— Purché gli altri non imparino.

— Chi mai? Dovunque la mettano, diranno che è in Siberia e felice notte. O che forse i governi assoluti debbono avere i loro lati buoni per nulla?

— E se i nichilisti la credono dei loro e seguitano?

— Che nichilisti? Hanno altro a fare che occuparsi di noi, quelli russi particolarmente. Non ti va? E tu falle il processo. Ma il primo teste voglio esser io.

— Col pollice, l’indice...

— E il medio.

Feci atto di aderire e fui per andarmene, quando essa, o per rimeritarmi dell’obbedienza, o come pentita di non avermi risposto prima, mi trattenne con la mano e disse:

—  Ascolta. Io non aveva solamente pensato di aspettare prima di dirti ogni cosa. Voleva anche farti voltare da un’altra parte per non vedere che viso facevi, udendo. Ma tutto ciò non sarebbe degno di noi. Guardami bene.

— Guardo.

— Katie ha tentato di ucciderti perché ti amava...

— Bell’amore!

— Perché tu non te ne avvedevi...

— Non me lo aveva mica detto.

— E perché, essendo gelosa di me, voleva arrivarmi al core, passando pel core tuo.

Sorrisi visibilmente sotto i baffi e dissi:

— O guarda guarda!

Mia moglie cacciò quasi la testa della sua cavalla sulla schiena del mio, e venutami così ancora più accanto, disse forte:

— Come! Lo sapevi?

— Sfido. Intendo poco il russo, è vero, ma non sono già il Presidente del Consiglio... spererei.

Mia moglie sorrise con rassegnazione. Poi disse:

—  Via, il processo l’ho fatto meglio io, ma nell’epilogo hai avuto più spirito tu. Purché ora non ti venga la voglia di andarla a ringraziare.

Non ci sono andato, ma nonostante passai quasi tutta la notte seguente alla finestra, col capo sempre volto da una parte sola. Il treno che portava Katie doveva essere di già molto lontano, eppure ogni tanto mi pareva quasi di averla raggiunta non solo, ma di prenderla pel collo e di morderla a sangue e di baciarla insieme, come se fossi diventato un orso bianco anch’io. Un orso in tenerezza, ben inteso. Oh mia bella e candida assassina, quanto della mia pace e di quella di mia moglie ti sei portata con te? Noi andavamo bene, anzi andiamo bene ancora, ma pure chi mi assicura che d’ora innanzi il mio core non si libri ogni qual tratto sopra gli Urali, e che essa, mia moglie, non se ne avvegga? Via, siamo giusti, mi pare che avresti fatto meglio a cacciarti il rewolverino in bocca, ed a sparare dentro, non fuori. Era una bella bocca sciupata, è vero, ma ora chi la vedrà più, laggiù dove ti metteranno?

S’intende che ho passato tutto il domani ad ammirare nel mio segreto la grandissima ingegnosità della Provvidenza, che sa trovare sempre sempre dei nuovi affanni per tutti. Ce ne vuole parecchi.

Il ballo «Flamenco»

Sono passati altri otto giorni e scrivo ancora, non già perché abbia cosa di qualche importanza da dire, ma così, per distrarmi un ’po’, non essendo ancora ritornato come vorrei. Ho un bel guardare il vaso e pensare fra di me che l’ho scampata bella, ma se l’occhiello, invece di essere alle reni, fosse più su e non si vedesse? Basta, l’aveva presa così male quella sera alla finestra, che quasi quasi mi aspettava peggio.

Rileggo le ultime righe del paragrafo precedente, e sono persuasissimo che qualcuno mi darà del pessimista sentimentale. Non credo di meritare la prima taccia, e meno che mai la prima e la seconda insieme. S’è pessimisti perché, quando si soffre, si vede più nero del solito? S’è sentimentali perché, quando s’è costretti a vedere più nero del solito, si cerca un rifugio in un affetto nuovo, sia pure assurdo, sia pure quasi ridicolo? Vero pessimista è chi rintraccia freddamente il male per tutto, anche dove alla prima non gli riesce di trovarlo, e vero pessimista sentimentale è chi, trovatolo, ci si adagia sopra mollemente, come se fosse un letto di rose, per avere il gusto di gabellare come mal di tutti un male che forse è solamente suo, e per poter dire che s’intenerisce anche per gli altri, mentre il più delle volte non piagne che per sé. Li ho cercati io i miei mali attuali? E perché essi hanno trovato me e mi dolgono, non potrò dirlo senza passare per pessimista? Non potrò deplorare che ne capitino a tutti, e spesso, e volentieri, senza passare per sentimentale? Va bene abusare delle frasi in voga, ma con un certo limite!

Basta. Parliamo piuttosto del ballo «flamenco».

Ho qui a duecento metri dalla corte una specie di café chantant, dove certe ballerine spagnuole hanno fatto girar la testa a mezza la città. I più giovani uffiziali del mio stato maggiore me ne parlarono tante volte con così puro ed ingenuo entusiasmo, che mi venne voglia di vederle anch’io, tanto per tirarmi un po’ su e per provarle tutte. Ma come fare? Va bene essere liberali finché volete, ma egualmente io non posso, non debbo metter piede in un café chantant. Le ho fatte condurre stamane in un mio piccolo castello di campagna, ho invitato a venir meco i loro suddetti ammiratori, e ho dovuto escogitare una moltitudine di pretesti per tenere alla larga il presidente e il guardasigilli, i quali avrebbero battuto moneta falsa per poter essere della partita. Che vergogna! Alla loro età.

Il teatrino era stato preparato bene nella sala d’armi, e la luce vi pioveva sopra con lodevolissima industria. Meglio sarebbe stato di notte, s’intende, ma con che core avrei potuto rubare una serata alle bocche aperte ed agli occhi sgranati dei miei... solazzevoli cittadini?

Sono ballerine che sanno cantare, e principiarono con certe nenie prettamente moresche, e però di gusto affatto malinconico ed orientale, molto somiglianti a quelle che si costumano ancora nelle sinagoghe dove si canta all’antica, e dove usano di benedirmi tutti i sabati, con mediocre effetto. Ogni cantatrice veniva a sedere accanto all’accompagnatore, e dava fuori la sua cantilena guardando immobilmente innanzi a sé, come ad un punto lontanissimo dell’orizzonte, colla espressione del viso, più che mesta, severa, e soprattutto colle orecchie intente, come se non facesse che rendere, colla propria voce ed a guisa di eco, la voce di un canto assai remoto, oppure come se le sue non fossero che risposte ad una continua invocazione venutale di lontano, sull’ali del vento. L’accompagnatore — un bel tipo di andaluso con due di quegli occhietti vispi, furbi, taglienti, che s’ha un bel cercare fuori di Spagna — toccava la chitarra con una perfezione di colorito veramente mirabile, ma soltanto ad accenni, a lamenti, e qualche rara volta a scatti, di altrettanto più efficaci quanto più improvvisi ed impetuosi. Come avrebbero dormito bene i miei ragazzi, uno di qua e uno di là sulle mie coste, se li avessi presi meco ad udire quella musica e quegli accordi, salvo a risvegliarsi di soprassalto ad ogni scatto della chitarra! Ma io non dormiva davvero, e quella gran mestizia di nenie, quella sapiente profusione di color locale, quegli stessi visi delle cantatrici, tutte dal tipo arabo, coi capelli crespi, cogli occhioni neri, con le ciglia vellutate per natura e per arte, tutto insomma quell’accozzo di canto, di suoni, di messa in scena, mi avevano quasi compunto. Davvero che non c’era nessun bisogno di imaginazione per figurare tosto nell’accompagnatore lo Spagnuolo trionfante, il quale forzasse le sue schiave — le vergini moresche — a piangere, cantando, la perduta Granata. E più la musica era flebile, più le altre donne, sedute in circolo d’intorno, rompevano ogni qual tratto la monotonia della troppo perfetta intonazione con delle piccole grida improvvise, ora come di spasimo selvaggio, ora come di irruente e subitanea incitazione. Che doloroso contrasto!

Io non rinveniva in me dalla sorpresa. E qui che son venuto per tirarmi su? — pensava. — E per tutto questo che si sono riscaldati i miei ufficialetti? Ma l’hanno capita, essi, l’alta poesia di questa rappresentazione?

Poi venne il ballo. L’accompagnatore non ebbe altro a fare che tirarsi indietro due passi colla sua sedia e di dar posto alle ballerine, cioé alle medesime donne di prima, che vennero avanti a ballare, prima una a una, poi due a due, e tutte col pañuelo avvolto graziosamente ad armacollo, su per l’omero da una parte, giù dall’altra sotto l’ascella, per lasciare più libere le braccia.

Ho detto ballare? Non si può veramente dire che non si muovessero affatto, ma pure il movimento dei piedi era tanto parsimonioso, che appena appena poteva servire per segnare il tempo, come il suono della chitarra. Più che ad ogni altra cosa le danzatrici ponevano mente dapprincipio a disegnare di continuo le forme del corpo, con tutti gli attucci ed i vezzi voluttuosi che potevano farne spiccare la grazia infinita. Andassero adagio di qua o di là, ovvero due passi più avanti e due più indietro, le loro braccia e le loro mani, gentilissimamente piegate, salivano e scendevano sempre, come in atto di delineare una specie di anfora ideale, non saprei se più leggiadra o più corretta. Ma pure il moto lentissimo dei fianchi aveva delle ondulazioni così molli e così tortuose, che avrebbe bastato a turbare i sonni d’un eremita, e che principiò, da sé solo, a chiarirmi gli entusiasmi degli ufficialetti.

Fin qui la parte graziosa dello spettacolo; poi venne quella drammatica. Tutte le donne parvero mutarsi di punto in bianco in altre donne. Non più disegno di forme elettissime, non più anfore fantastiche e diafane accennate nell’aria, non più voluttuosi ondeggiamenti. Come se ognuna di esse fosse stata invasa, tutto ad un tratto, dal foco sacro della mimica tragica, si diedero a raccontare, pestando a forza co’ piedi in terra, certe loro storie paurose o feroci, come d’ira, o di sangue, o di agguato, o di vendetta, rialzando ogni cosa ora con delle occhiate lunghe, torve, insidiosissime, ora con un turbinio di giri e rigiri intorno a sé medesime, sempre pestando i piedi, ovvero ponendosi le mani al capo come disperate. Pareva che dicessero man mano: «Ora ci sei. Ora ti uccido. Ora sei morto, e ti pesto, e ti ballo sopra, ma t’amo ancora, e maledetta me!».

Così avrebbe dovuto spiegarsi Katie, se avesse voluto che capissi bene. Anche morto.

Ma ciò che mi fece più impressione, in questa seconda parte del ballo, fu la cura continua delle danzatrici di non dare mai il più lieve segno di fatica, nemmeno in quei pochi istanti in cui il loro ’programma le costringeva ad una relativa immobilità. A malgrado dei movimenti rapidissimi, delle pestate di piede, della ridda intorno a sé stessa, mai che nessuna lasciasse scorgere, finché era in campo, di respirare a pezzi ed a bocconi come avrebbe dovuto, anzi l’anelito, studiosamente frenato, pareva quasi soppresso, come se si avessero innanzi delle apparizioni, non delle donne. La peggio è che a compito finito si abbandonavano di bel nuovo a sedere al medesimo posto di prima, e allora addio, la natura umana riprendeva i suoi diritti, e si gettavano col capo sul dorso della sedia, ansando affannosamente come persone finite. Non capisco davvero come mai, per serbare l’illusione, non abbiano preso l’abitudine di andarsi a rianimare fuori di scena, e meno ancora capisco in che modo questa seconda parte dello spettacolo possa figurare in un ballo «flamenco». Appunto dalle Fiandre deve essere venuta una furia simile? O che non sia forse per l’abitudine che hanno gli spagnuoli di chiamare «flamencos» gli zingari? Ma allora perché designare costoro appunto così?

Finito il dramma principiò la farsa.

Che i balli popolari di tutto il mondo non sieno mai stati contrassegnati dalla più esemplare decenza, è cosa molto ben risaputa da un pezzo, ma io sono qua per attestare che né la tarantella, né lo stesso «cancan» possono dare il più lontano sentore della... piacevolezza dei più famosi balli spagnuoli, che ci vennero poscia esibiti in bella schiera. Era la carne, anzi la carne grossa, che accorreva per ultima a rompere gli incantesimi della grazia, a sfatare le angoscie del dramma. Eppure che efficacia di rappresentazione in quel trionfo del... positivo! Ciò che prima era stato soltanto ondulazione di fianchi, si mutava ora, visto... retrorso, in moti procacissimi, quasi circolari; ciò che prima non era stato che grazia, ora, caricato, diventava la più insensata, la più flagrante bestialità. Non so davvero se quelle signore, per fare onore alla mia persona, ponessero maggiore amor proprio nel loro ministero, ma certamente posso dire che ho visto uno dei loro «paniers» roteare allegramente intorno come se fosse stato un paleo. Altro che vergini moresche!

O di dove è venuto e come si spiega tutto questo? La moda attuale non ne ha colpa di certo, perché è roba più vecchia dell’Alhambra. Bensì l’indole sensuale di tutto il popolo ci deve entrare per molta parte, e povero me se avessi avuto accanto la mia regale consorella di tutte le Castiglie! Gliene avrei dette di belle, nell’orecchio.

Basta, ora è acqua passata e non macina più. Cioè no, macina ancora, perché mi ha fatto più mal che bene. Quelle donne proteiformi, così graziose, così terribili, così dinoccolate; quell’eterno dramma della vita umana, espresso in un modo così primitivo, come per provarne la patente irremediabilità; quel furore... via, diciamolo pure, così scandaloso, e tutto in furia, in poco più di un’ora, mi hanno contristato più che non fossi avanti, ed anche lo scriverne mi ha giovato poco.

Gli è che io non sono punto qui per fare la commedia, e non mi voglio mica gettare della polvere negli occhi da me, colle mie stesse mani. Potrei dirvi che la passata avventura con Katie mi ha rialzato d’un millimetro ai miei occhi, che mi sento più uomo di prima, che... che so io. Non è vero niente. Mi sento anzi diminuito perché ho il core diviso, sempre meno sensibilmente fin che volete più tempo passa, ma diviso. Mi abituo forse, o vado migliorando, non lo so nemmen io.

So bene che l’ho sempre avuta a morte coi nichilisti, perché hanno assunto, con parte delle forme, tutta quanta l’abborrita sostanza della politica dei gesuiti; perché anch’essi non si peritano mai di giustificare i mezzi mediante il fine: ce l’ho sempre avuta e ce l’ho ancora, ma pure avrei preferito mille volte una Katie gesuitessa, una Katie nichilista ad una...

Basta, è inutile preferire il minor male quando il maggiore è in casa.

Orazio

Urrà! Son salvo. Pensai più volte di non punto narrare in che ’maniera, ma sarebbe stata una debolezza, e narro.

Una sera in cui mi sentiva un po’ rinfrancato da me, e per paura di non ritombolare ancora, andai con la faccia più franca del mondo a cercare io stesso di mia moglie, e le dissi a bruciapelo:

— Come hai fatto?

— A far che?

— A capire tu presto quello che forse non avrei capito io in tre anni.

— Ora me lo domandi?

— Ora appunto. E tanto che ci penso da me e non ci arrivo.

— E perché non me lo hai chiesto prima?

—  Oh bella! Perché mi vergognava della mia tardità, che diventava più palese continuamente. Ma oramai son rassegnato e tu trionfa con garbo. Qui nessuno ci vede e non è punto necessario di umiliarmi del tutto.

— Ti vedo io.

E mi guardò ferma negli occhi alla sua maniera, ma con pochissimo frutto. Era tanto contento della piega assunta dal nostro discorso, che la mia contentezza dovette balenarmi anche in viso. Abbassai il lume per prudenza, e come per trar partito delle sue stesse parole, e quando, non che guardarci, appena ci potevamo vedere, me le sedetti accanto e dissi:

— Non ci sono più scuse. E pigliala un po’ meno lunga, ti prego. Vuoi che un uomo sia stato amato all’insaputa da una così bella donna e che non gli abbia dato a’ nervi?

— Amato! Amato! Ma ne sei sicuro?

— L’hai detto tu stessa, quando io non me lo sognava neanche.

— È vero che l’ho detto, ma è stato forse, più che per altro, per amore della verisimiglianza. Odo sì ragionare molto spesso degli erramenti, delle contraddizioni, delle assurdità dell’anima moderna, ma grazie a Dio mi ci metto dentro a fatica, e posso benissimo avere argomentato alla vecchia, cioé male, e con troppa naturalezza.

— Fosse vero! — sclamai due volte, con un respirone che mi giunse in bocca di sotto terra. — Fosse vero!

— Ti preme tanto?

— Sicuro che mi preme. Bel gusto sarebbe stato che una creatura umana si fosse precipitata per amor mio! Tu dirai che mi voleva bucare da parte a parte. Lo so. Ma se non aveva altro modo di esprimersi con una certa verecondia?

Mia moglie rimase un momento incerta se replicare o sorridere. Poi sorrise e disse:

— Mesi sono — e quanti non saprei davvero, tanto poca importanza ho dato allora alla cosa — ho avuto in mano un bell’Orazio di Katie, e ci ho visto dentro alcune note in margine, che mi sono per così dire saltate agli occhi. Non mi ricordo davvero come sia stato, ma mi pare che quel volume fosse venuto in campo per un contrasto insorto fra lei e il nostro maggiore figliuolo sulla più corretta ’maniera di leggere un verso. Fra le note insignificanti viste così di volo, una era in margine al famosissimo

Nihil est ab omni

Parte beatum.

Diceva con due punti ammirativi «Fuorché Giunone, la più odiosa di tutte le Dee!». Ho pensato subito fra me e me: «Bella! Ce l’ha appunto con Giunone! Ma Giunone è stata veramente così beata da fare eccezione alla regola? Non mi pare.» E addio. Forse avrò anche avuto voglia di farmi spiegare quella nota, così per curiosità, ma certamente non l’ho più fatto, per dimenticanza. Alla fine dei conti siamo tutti padroni delle nostre antipatie. Se Katie, per il suo mestiere, doveva tenersi in esercizio di latino [1], se prediligeva Orazio, e se, scorrendolo, poneva accanto le sue particolari impressioni, fossero pure sbagliate, chi ci poteva avere a vedere? Un professore di umanità, forse: non io sicuramente. Ma quando venne fuori l’attentato, quando passai più giorni a scrutare la intera vita di Katie per molti anni consecutivi, allora le suddette parole mi si affacciarono di nuovo alla memoria, e cercai di quell’Orazio per vederle ancora. Sai bene: una confidenza fatta ad un libro può essere un vero lampo di luce quando si tratta di certe persone. Non c’è bisogno di essere il guardasigilli per saperlo. E le rilessi con più attenzione, man mano che mi venivano sotto, e le trovai tutte così insignificanti come prima, finché arrivai a quella medesima che mi aveva colpito la prima volta. O mio stupore! Aveva avuto un bimbo.

— Chi?

— La nota. Non diceva più soltanto «Fuorché Giunone, la più odiosa di tutte le Dee!!». C’erano sotto queste quattro nuove parole «Pazienza ancora Giove altezzoso!». Capirai: dopo del rewolver non ho avuto bisogno di gran penetrazione per dare un nome a questi due beati, e beati da ogni parte. A me, l’odiosa Giunone, a te, l’altezzoso Giove. Se non che la invidia della mia presunta beatitudine aveva dunque non solo superato di molto, ma anche preceduto, e sa Dio da quanto tempo, il pazientato dispetto della tua alterezza! Eppure il colpo fu vibrato a te. Come mettere d’accordo, come spianare tutti questi ingredienti, così contrari, senza ricorrere alla logica, per abusarne, cioé senza accogliere, come semplice presunzione, accanto al molto male voluto a me, anche un po’ di bene voluto prima a te? Certo che il bene del quale possono disporre quelle donne è un bene a parte, e si risolve sempre in uno smisurato affetto per sé medesime. Ti voleva per sé, non per me, ecco tutto. Tu non te ne sei accorto ed essa ha detto «Almeno che non l’abbia lei!». E sparò. Ti pare proprio di essere stato amato? O non ti pare piuttosto che noi tutti, nel giudicare di altrui, si usi mettere un po’ troppo di noi medesimi nel capo loro? Io, nei panni di Katie, non sarei stata capace di fare come essa ha fatto, e però, tanto per arrivare a questa... capacità, ho dovuto ricostruire a mio modo la truce storiella, lumeggiandola, almeno nei suoi principii, di un sentimento del quale sentiva in core la continua verisimiglianza... per conto mio. Mi sono spiegata bene?

—  A sazietà.

— E che ne dici?

— Dico quello che devi aver detto tu stessa prima di me: tu che hai sempre trattato così benignamente quella disgraziata. Dico che noi regnanti siamo per certi rispetti molto più infelici degli altri uomini, perché più esposti di tutti a misurare fin dove arrivi la ingratitudine. E dico più forte ancora che hai fatto assai bene ad aprirmi gli occhi ed a mettermi in guardia contro le belle donne, e sieno pure di corte. Appena che una mi faccia o gli occhi teneri o gli occhi duri, so cosa devo fare. Non voglio più occhielli nelle reni. Sta attenta anche tu e mettimi sull’avviso, prima che mi capiti la seconda. Sai bene a chi mirano... quando tirano.

Ci separammo ridendo, ma pure, che volete? Mi è un po’ seccato veder dileguare così tra il fosco e il chiaro un romanzetto, già reso innocuo, e sul quale aveva fatto un certo assegnamento, forse per le brutte giornate che mi era già costato. Del resto non è piacevole salvar la pelle a fatica e rasentare il ridicolo... almeno davanti a sè stesso, per poi dovere anche metter la cosa in celia pur di rimanere in contegno... almeno davanti alla moglie. O se pure è piacevole, basta una volta sola.

Ho principiato questo paragrafo con un «Urrà» per dire che prima, tutto sommato, andava assai peggio, e per unirmi alle grida del mio popolo, che sta plaudendo al mio natalizio, dalla piazza di corte. Se non che l’uomo è fatto di contrapposti, ed anche ora... bel gusto! Prima sì, e poi no, e poi sì e no insieme. Via, è una mortificazione. Ma ho il rimedio pronto: mi vorrò molto bene da me, senza punto adoperarmi come un bastone per dare addosso alla regina, a uso di Katie, e senza punto osservare molto diligentemente se quelle migliaia di persone fitte fitte, che mi urlano sotto le finestre, sieno in buona fede, o no. Oh se l’egoismo avesse corpo solido e figura visibile, che gran montagna non si rizzerebbe ora qui in piazza, con tanta gente! Mi chiamano più forte per applaudirmi di fronte. Vado.

Sono andato e ho detto inchinandomi e sorridendo qua e là:

—  Ah sì? Ah no? Ah sì e no insieme? Se sapeste come càpitano belle al vostro re! Forte, forte, più forte ancora. Oramai è assodato che voi plaudite voi stessi, plaudendo me. E per voi non c’è polmoni che bastino. Ma se fossero fischi, non ci sarebbe più bisogno di ricorrere alla logica per ispiegarli meno male. Sarebbero tutti miei, senza contrasto.

Parola d’onore che se qualcuno avesse fischiato davvero, ci avrei avuto gusto in quel momento. Invece il popolo vedendosi inchinato e sorriso più a lungo del solito, dava dentro a furore nei suoi «Urrà».

—  Plaudite, cives, seguitai a dire come prima a mezza voce, e buon per me che nessuno mi udiva, — ego me plaudo, ma per altre ragioni delle vostre, perché sono «ab omni parte beatum». Eppure mi cambierei volentieri in quei due giovinetti, che vedete là dietro di voi, e che profittano dei nostri comuni applausi a noi medesimi per stringersi la mano furtivamente e tirar via uno di qua e l’altra di là, guardandosi dietro le mille volte. Quelli, quelli plaudiamo, e non me, e non voi. Sono forse le sole persone qui in piazza che non portino il loro contribuito alla suddetta grandissima montagna di poc’anzi. Basta, basta e andate a casa. O arriva la regina colla sua logica a sgretolare dalle fondamenta il romoroso obelisco del vostro entusiasmo... «Prima sì, e poi no, e poi sì e no insieme». E affatto inutile. Di voi lo sapeva prima, così in barlume, ma di Katie no. Ed è per questo appunto che mi ha dato più noia.

Urrà.

 

Nota

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[1] Un giovinetto, che diventerà uno dei miei più potenti colleghi (speriamo tardi, per suo Padre), non avrà probabilmente gran bisogno che il suo lettore prenda esempio da Katie. Egli mi diceva un giorno essere suo fermo intendimento, appena assunto al trono, di muover guerra agli studi classici, ed anche nelle Scuole.

Lo avrei preso volentieri pel ganascino, se non fossi stato trattenuto dal rispetto del Nonno, che era lì accanto.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011