ALBERTO CANTONI

Pietro e Paola

con seguito di bei tipi

NOVELLA CRITICA

 

 

 

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

 

PARTE QUARTA

I.

Stava ancora scrivendo ad alta notte quando il mio tavolino si diede a tremolare improvvisamente. Non me ne sarei accorto senza qualche timido picchietto di tutti i campanelli della casa; e se il Cavaliere non avesse suonato a distesa il suo, gridando come un invasato:

– Qua Angelina, Dottore, Marchese, qua tutti. La terra scuote e non mi posso muovere. Qua, signora Paola, o mi mandi il marito, almeno!

Carino quell’« almeno! »

Corsi a piccchiare all’uscio di mia moglie e domandai – Hai avuto paura?

– Io no. E tu?

– Nemmen io. È stata una cosa da nulla.

– Allora corri dal Cavaliere che urla tanto.

Corsi e mi trovai nel pianerottolo coll’Angelina e col Marchese, entrambi in camicia da notte. Il Cavaliere gridava ancora.

– Vedete se mi ha da capitare una distorsione col terremoto! Aiutatemi. Voglio escire.

E sporse la gambetta sana fuori del letto.

– Dove escire a quest’ora?

– Fuori. In piazza.

– Bravo! – rispose il Marchese. – Perchè vi venga addosso la torre di Arnolfo. Una galanteria.

– Andrò alle Cascine in legno.

– Trovarlo adesso che tutti dormono.

Intanto era sbucato anche il Dottore, e il Cavaliere principiò a vergognarsi di avere messo la casa a rumore per così poco. Gli porse il polso da tastare, mentre l’Angelina seguitava a dirgli amorevolmente

– Da bravo, signor Cavaliere, si quieti. Vuole spaventarsi per un poco di nervoso che è venuto alla terra? Ne ha tanto lei continuamente.

– Ma il mio nervoso non fa male che a me e di questo si può morire tutti della morte del sorcio. Oh Dio! Riprende.

– Ma no. È immaginazione.

– Scusate tutti per carità. Quando uno non può dormire, si spaventa di tutto.

Infilai l’uscio il primo per non dar tempo a nessuno di chiedermi come avessi fatto a vestirmi così presto da capo a piedi, e profittai della confusione per dare ad intendere a Tita che il Dottore, per esperienza fattane il 18 maggio, mi aveva proibito il bagno freddo, assai pericoloso in tempo di tremuoti. Così stetti beatamente a letto più di Paola medesima, e quando le chiesi come le fosse andato il rimanente della notte: – Che vuoi! – rispose. – Prima il desiderio di contentare l’Angelina, studiandone il caso coscienziosamente, poi gli urli del Cavaliere, poi la idea di sentire ogni tanto qualche altra scosserella, mi sono abituata a non dormire e non ho chiuso occhio in tutta la notte. Quante ne ho pensate.

– Dell’Angelina?

– No, di ben altro. Di essa mi sono sbrigata presto e non se ne può parlare, per ora. Ho pensato piuttosto che noi abbiamo avuto che fare in pochi giorni con due letterati: un uomo e una donna.

– Si sapeva.

– Ma mi sono divertita a metterli a confronto e ho visto molte cose alle quali subito non aveva badato. Scrivono entrambi, ed entrambi debbono avere amato l’arte assai, ma che diversità di amore! L’uomo ha posto mente, così per sè come per gli altri, a che sia fatto da ognuno il più ed il meglio che si possa fare; la Signorina invece ha mostrato bensì di amare l’arte anch’essa, ma come si ama uno strumento dal quale non si disperi di cavare quando che sia una buona mèsse di vantaggio proprio. Il primo ti ha detto su per giù: Badate avanti, perchè c’è il caso che non facciate niente di buono; e l’altra ha detto a me: Voltatevi indietro, perchè rischiate di trascurare il certo per l’incerto; come dire che entrambi questi due nuovi amici nostri, se si discostano tra di loro nel modo di amare la loro impresa, si toccano invece in una cosa sola: nella poca preoccupazione del terzo, cioè del lettore, o almeno dell’utile suo. S’intende bene però che se l’uomo dice « scrivi bene », lo fa in ultima analisi perchè il lettore legga a suo tempo delle cose belle e buone, e se la Signorina crede necessario di ottenere qualche buono effetto dall’arte sua, deve pur ammettere di non potervi giungere senza lettori e senza ammiratori. Costoro dunque, così pella Signorina come pel vecchio dilettante, diventano qualche cosa di molto secondario, di molto sbiadito: o vassalli tributarii di onore e di fama, o parassiti che si godono beatamente le bellezze e le trovate dell’arte. Io credo invece che ai nostri tempi l’utile dei lettori, considerato per sè stesso, vada messo in prima linea e non in coda, e credo che l’arte, in grande, non possa oramai più fare che quel che io faceva in piccolo colle mie cento bimbe.

– Cioè?

– Non lo sai? Esercitava il mio ufficio più specialmente nelle ore di chiasso e di riposo, o nei giorni di festa e di vacanza.

– Come dire che o giocavi, o raccontavi delle storielle, o correvi colle bimbe pel giardino?

– Già. Ma sotto a queste apparenti e liete mie fatiche, non c’era nulla di non visto e di più importante assai? E le bimbe stesse non facevano altro che svariarsi, o ridere, o scherzare insieme? Non guadagnavano di salute? Non si volevano più bene fra di loro? Non imparavano a fare il proprio del piacere altrui? Certamente che ci vuole del metodo in tutte le cose ed io aveva il mio.

– Quale?

– La più grande imparzialità per regola generale, e qualche tentativo eccezionale di giovare ora a questa bimba ed ora a quella, quando veniva il momento buono, ma così, di passata, come niente fosse, e procurando di non destare mai la invidia delle une, col parteggiare evidentemente per le altre.

– Le altre chi?

– Le meno intelligenti, le meno affettuose, le meno amabili, le men fortunate. Ne avevamo di tutte le qualità: di ricche e di modeste, di titolate e di borghesi, mentre le figlie della portinaia, allevate fra noi per carità della direttrice dalla morte del loro padre in poi, erano le più sane, le più belle, le più volonterose di tutte. E avevano la mamma accanto! Altre bimbe invece, apparentemente più felici, o stavano poco bene a qualità di genitori, o li avevano a dimorare troppo da lunge, o li aspettavano sempre e non comparivano mai. Fossero state tutte sane ad un modo, si poteva dire pari e patta, ma invece che differenza da queste a quelle! Or dunque? Dunque, per prima cosa, come non aiutare mai, del mio, la piccola contessina o la figlietta della portinaia a riconoscere, ognuna, i vantaggi propri ed a compatire, ognuna, i danni dell’altra? Come non distribuire all’occasione qualche furtiva carezza alla bimba più forte, o a quella più esperta, o a quella più gaia, quando mi aiutavano a rimontare la gracile o la ingrullita o la malinconica? Certamente che l’arte ha più forze a mano che io non avessi, ma anch’essa, o tessuta di lagrime o di sorrisi, o di colori o d’ombre, deve pur sempre fare come faceva io deve procurare più assai per gli altri che non per sè sola, deve cogliere le occasioni e mostrare a chi ha molto di una cosa chi ha poco o nulla dell’altra, e se le capiti il momento buono, deve unire tutti nella gioia della comune difesa e non mai isolare nessuno nella esasperata tristezza della solitudine e dell’abbandono. Questo è l’umano compito dell’arte, e se non le viene fatto, colpa sua! Come sarebbe stata colpa mia se, inspirandomi dalla Signorina, non avessi avuto altro in mente che di farmi adorare dalle mie piccine, a rischio e pericolo di guastarle tutte colla mia cieca tenerezza, ovvero se, tenendomi dalla parte del barbone, non avessi atteso che alla impeccabile venustà delle mie parole e del mio contegno, senza sorvegliarne gli effetti a seconda della più retta e più affettuosa opportunità. No, l’arte non deve fare così nemmeno essa, non deve muovere la invidia degli umili, blandendo la oltracotanza dei forti, come non deve destare il mal talento dei forti esagerando le franchigie dei deboli: deve fare come faceva io colle mie contessine e colle mie piccole portinaie: deve condurle tutte a riconoscere i propri vantaggi ed a compatire tutte i danni delle altre. Mi è venuto fatto in piccolo? E anch’essa s’ingegni in grande.

– Bravo Bill! Brava Paola! – borbottai fra l’intenerito ed il cogitabondo. – Ma dimmi un po’: anche gli umili hanno le loro franchigie?

– Se hanno! Più facilità di contentarsi, di amarsi presto come abbiamo fatto noi due; meno a rispondere del bene altrui; meno a combattere per difendere il proprio stato; meno a temere delle pubbliche insidie delle offese. Non sono franchigie anche queste? O ti paiono più scarse e più fallaci di quelle dei potenti? Quanto a me, se dopo di essere stata Bill e Paola, dovessi risorgere altrimenti per la terza volta, non vorrei che fosse tanto in su, te lo assicuro io. E tu?

– Su o giù, mi basterebbe di poter imbattere in una seconda te.

– Sei gentile, quando ti ci metti. – No, sono esigente.

Qui il Dottore ed il Marchese ci mandarono a dire che rimanevano a far compagnia al Cavaliere durante la colazione, e che ci pregavano di andarli a raggiungere dopo mangiato.

Profittai della sosta per rimettere il discorso sul nostro protettore, ma considerato da sè solo, senza confronti colla Signorina.

– Ho paura – rispose Paola – che noi abbiamo dei bei torti con lui. Come lo chiamiamo? Il barbone, quando siamo in vena di disinvoltura, e il vecchio dilettante quando lo vogliamo trattare con garbo. Non è giusto. Che è il dilettante?

– È chi, pur facendo pochino e con suo comodo di una cosa, vuole comparire per più di quel che fa, colla scusa che non ne trae lucro veruno.

Paola scosse il capo come per dire che non andava bene e che trovassi di meglio. Io seguitai

– È chi si contenta di essere rimunerato da poche persone, più pigre di lui, le quali vadano in cerca, al pari di lui, di cose rare, od ancora acerbe o troppo stantie.

Peggio che andar di notte!

– È chi tenta di ottenere il massimo di effetto col minimo di preparazione.

Paola vide che se non si fermava lei a chieder di meglio, io avrei seguitato un pezzo a trovare di peggio, e pensò bene di mettermi quieto

– Supponiamo pure che il dilettante sia una specie di anguilla, che scivoli via senza lasciarsi prendere che da molte mani e molto difficilmente. Supponiamo che la verità si debba andare a cercare non in una sola ma in tutte tre le tue definizioni. Convengono esse al nostro protettore? Te lo figuri tu per bramoso di comparire per più di quel che vale? O per avido di effetto quanto negligente di preparazione? O per desideroso di entrare in grazia ad un piccolo cenacolo di curiosi o di mummie o di farfalle? Io no. Dunque è un artista, non un dilettante, e non importa nulla che noi non abbiamo mai letto una riga di suo, e meno ancora importa di sapere se egli ne tragga qualche lucro o no. È un artista e basta. Come tale deve aver dato all’arte tutto quanto in suo potere, e non vuol dire se più o meno bene. Ciò riguarda l’uomo e l’uomo è quel che è.

Coraggio! Prima il barbone che andava in deliquio per mia moglie, ed ora mia moglie piena di spasimi per il barbone! Bel caso di strepitosa simpatia reciproca! Ed io costretto a tener fermi in capo gli scambievoli ardori per paura che me ne scappasse una sillaba da mandar in giro pel mondo. Che figura ci faceva?

Mi contentai di dire forte:

– Non vedo l’ora che il libro sia scritto.

– Perchè?

– Non avrai più occasione di occuparti così fervorosamente dei nostri cooperatori.

– Sei geloso?

– Perchè no?

– E io niente.

– Bella soddisfazione!

– Voglio dire che più ieri tu facevi l’occhio di triglia alla Signorina, e più essa piaceva anche a me. Si ha ad essere marito e moglie per avere i gusti differenti?

– Ma la mia era ipocrisia e poi ho creduto che tu non te ne accorgessi.

– E la mia è sincerità. Ma non eri ipocrita nemmeno tu.

– Come non ero? Se me lo dico da me.

– No. Fingevi teco di essere per aver diritto all’occasione di lamentarti di me. Guarda di quanti puntelli avete bisogno voi uomini per poter seguitare a credere che vi si voglia bene.

– Va’ adagio a mormorare degli uomini. Non dimenticare che sei stata Bill.

– Ma il cuore è ancora quello, ed era di donna, come adesso. Per questo sono morta presto da uomo. Non l’hai capita ancora?

II.

Il Marchese, come il più galante, fu il primo ad offrire il suo braccio a Paola ed a condurla, col Dottore e con me, nella camera del Cavaliere, il quale se ne stava seduto sul letto, con una pezzuola rossa avvolta intorno al capo, che lo faceva parere più smunto e più cerco del solito. Aggiungete la gran paura avuta, che non gli lasciava più muovere nemmeno le palpebre, come se avesse gli occhi sbarrati, e vi figurerete quant’era peggiorato. Ci ringraziò entrambi da tutte le parti, cioè ingrandendo il suo bisogno di compagnia quanto la entità del nostro sagrifizio, e poi ci disse che sentiva ancora come una specie di tremito interno, reso più molesto e come sottosegnato dalla immobilità che gli conveniva di serbare alla superficie.

– Ho bisogno di distrarmi – concluse – e non domando di meglio che un poco di conversazione.

Ci sedemmo Paola ed io a’ piedi del letto e il paziente seguitò a dire guardando il Marchese:

– Per non parlare di tremuoti... no per carità... l’unica sarebbe di sciorinare voi ed io le nostre peripezie davanti alla Signora, che deve dar la palma al più doglioso.

– Fate – rispose il Marchese, alzandosi in piedi nell’atteggiamento di un ragazzo che stia per slanciarsi fuor della porta, colla prava intenzione di bruciare un po’ di scuola. –

– Fate. Io tornerò fra mezz’ora a parlare di me più brevemente.

– Direste dopo che ho profittato della vostra assenza per caricare le tinte a mio favore – rispose il Cavaliere.

– No, voi non potete scoprire con maggior amore le vostre piaghe di quel che avete già fatto ahi quante volte! Come son sicuro che non vi sgomenterete al pensiero di riudire le mie. Il mal degli altri e il vostro sono insieme la più cara cosa che avete al mondo.

– È vero – rispose il Cavaliere con un sorriso che gli saliva di sotto terra – è vero, ma io ho anche poco fiato, oggi.

– E allora parli il Dottore per voi. Così si farebbe più presto ed io potrei rimanere, come affascinato dal nuovo oratore. Che ne dite, dottor Nanni? O temete di non sapere già bastantemente a memoria l’amico nostro? Io, per lui, non posso parlare. Sono l’avversario.

Il Dottore rispose con garbo che si poneva a disposizione dei suoi ospiti, specie del bel sesso, quantunque fosse già persuaso che non avrebbe contentato nessuno: non cioè il giudice e non le parti.

– Per carità, signor Dottore – prese a dire il bel sesso urbanamente – mio marito ed io siamo venuti qui per far compagnia al signor Cavaliere e chi potrebbe aiutarci meglio di voi a toccare la mèta? Mi basta che non si seguiti a chiedermi un giudizio al quale sono sicura di venir meno, e se non altro per cagion d’età.

– Che!!! – gridò il Marchese come trasecolato dall’affanno e dall’entusiasmo. – Le belle signore somigliano all’eternità. Non sono mai nè troppo giovani nè troppo vecchie: sono belle. E poi non c’è niente di più facile del giudizio che stiamo per chiedervi: vedrete!

Fui sul punto di dire che si sarà forse usato a Napoli di parlare in questo modo alle belle signore, col marito davanti, e che altrove, secondo me, si doveva usar meno, ma non dissi niente per amore di brevità.

Il Dottore mise un tempo infinito a portare una sedia accanto al letto dell’ammalato ed a sederglisi accanto, abbandonando il braccio sopra il capezzale. Cercava apparentemente di guadagnar tempo, come dubitoso che esso era se pigliare la discorsa dagli acuti o dai bassi. Ma il color locale non cessa mai di farsi valere, per quanto rotti ed esercitati sieno i parlatori, ed il Dottore non potè a meno di accordarsi colla stanza da letto, col comodino, colle ampolle di acqua vegeto–minerale e di principiare alquanto sommessamente così:

– Noi abbiamo qui dinanzi un uomo che porta vive e palpitanti nel suo petto le più livide stimmate della moderna intellettualità. Nacque buono e per il momento non gli è ancora riescito di guastarsi del tutto, ma via, ci possiamo contentare, e se ci basterà la vita e la salute, niente vieta di sperare che ci si arrivi, e presto. Ciò non significa menomamente che egli sia già diventato cattivo: significa più assai che egli ha fatto della sua medesima bontà natia (alla quale o non credeva o non voleva credere) come una specie di pietra di paragone della mancanza di bontà negli altri. Non gli era venuto fatto nessun alto sagrifizio, nessuna grande prova di abnegazione? Ed egli ad accatastare argomenti su argomenti per persuadersi che nessun altro uomo, nei suoi panni, avrebbe saputo o potuto fare meglio di lui. « Che cosa importa – mi pare di sentirlo dire – se uno si getta in fiume per salvare un bimbo? Ci si getta perchè il bimbo gli è venuto sotto. A me non venne, è vero, ma non significa punto che non mi sarei gettato. E se mi getterei anch’io, che mi riconosco per così poca e così misera cosa in fatto di bontà, ciò non vuol dire che quell’uomo sia migliore di me, vuol dire che è stato più fortunato, e basta. » Questo modo di ragionare ha delle ramificazioni così sottili, così alessandrine, che ci si perde la tramontana. Lasciamo adunque gli esempi sofisticati per amore della dialettica, e ricorriamo più sinceramente agli esempi veri.

Una buona giovane, sua scolara, gli piglia a voler bene e lo vuole sposare a tutti i costi. Lui che fa? Si tasta il polso da mattina a sera per documentare la prova provata che non gli riesce nè a spinte nè a sponte di amare sua moglie la metà scarsa di quello che essa lo ama, per pescare tutte le ragioni laterali, capricciose, avventizie e subitanee che potevano avere indotto una buona e ricca giovinetta a prendersi d’amore per un uomo povero e brutto, e poi – quando la poverina gli morì prestissimo – per deplorare, più di ogni altra cosa, di non sentirsi in petto un dolore proporzionato alla perdita smisurata, come se il cervello, atrofizzandogli il cuore, gli avesse tolto la facoltà, nonchè di amare, anche di piangere la donna amata.

Il Cavaliere fu per parlare, ma l’altro, subito:

– Procediamo cogli esempi senza inutili glosse. Voi, signora Paola, avete conosciuto sua sorella. Si può dare una persona più schietta nella sua gentilezza, più amabile nella sua sincerità?

– No certo. No certo – rispose Paola vivacemente.

– Ebbene, parlate con costui e sentirete che tutta quella gentilezza e quella sincerità non sono altro che burbanzosa modestia: la modestia di coloro i quali, ben persuasi di aver fatto più di molti altri, buttano in niente l’opera propria con chi è rimasto dietro. Aspettate che imbattano con chi ha fatto di più, e vedrete.

Il povero martire borbottò fra i denti che egli l’aveva colla sorella per la sua smania di valersi della psicologia come di un genere alimentario di primissima necessità, ma Paola, in luogo di dargli retta, levò le mani all’altezza dei capelli, ed agitandole entrambe a destra ed a sinistra, gli ripetè più volte assai scandalizzata

– Oh che vergogna, signor Cavaliere, che gran vergogna!

E subito il Dottore:

– Ora che abbiamo in mano l’unità, cioè l’uomo, aggiungiamo gli zeri, cioè le attitudini. Dove ha conquistato gli speroni di cavaliere? Nella sua cattedra di filosofia: quella appunto che più gli conveniva per poter far bene, molto bene, il maggior male che sia mai stato fatto a una misera schiera di scolari, i quali si dovevano agguerrire alla vita sotto la scorta di un uomo tanto debole da non poter ammettere nemmeno la forza altrui, tanto incerto da salterellare ogni anno da un sistema all’altro, tanto casista da sapere all’occorrenza giustificare tutto, anche sè stesso, anche la propria funzione nell’insegnamento. E perchè? Perchè il suo metodo, come forma, non poteva essere nè più lucido nè più perspicuo, e perchè i suoi poveri scolari, che lo bevevano a bocca aperta, imparavano presto a contestare ed a distinguere, se non subito quanto lui, poco meno o poco dopo, secondo i casi. Che cosa importa se oggi li mandava a casa persuasi che la bellezza esista realmente per sè medesima, anche all’infuori delle cose belle, e che invece domani, auspice lui, giurassero e spergiurassero a gara che, tolte di mezzo le cose belle, non rimanga della bellezza che un nome vano? Bastava che sapessero ben contestare e ben distinguere! Che bella filosofia, eh!! Come dire che levate le persone coscienziose, non possa rimanere una idea fondamentale, un vero concetto della coscienza!

– Che gonfiatore di vesciche! – disse piano il Cavaliere, che voleva parere malcontento del proprio ritratto, e che invece diede subito fuori in una piccola risata nervosa e stridente, che lo scosse tutto e che, arrivandogli alle calcagna dove aveva il male, gli fece venire per il dolore i lucciconi agli occhi.

– Vesciche? – ribattè il Dottore animandosi via via. – Allora vado più avanti e dico che in questa vostra piagnucolosa risatina è tutta la vostra filosofia. Piangete e vorreste ridere. Ridete e vorreste piangere. Ci siete tutto. E oramai vi dovreste persuadere che il metodo, da sè solo, conta assai poco, ovvero che, se pure aiuta a ricostruire tutte le contraddizioni del passato, giova assai meno quando tenda a rimuovere quelle del presente e men che meno quelle dell’avvenire. È l’animo che importa; il metodo non è che lo strumento, e più voi filosofi lo perfezionerete come tale, senza aver sotto l’animo parallelo, più cioè ve ne servirete nella ricerca della causa in luogo di tendere all’altezza della mèta o almeno alla espansione degli effetti e più, impiccioliti come pensatori, non vi troverete punto ingranditi come uomini, se pure, come accadde a cotestui, la fissazione formale del metodo non vi conduca, per amore di simmetria, alla fissazione, alla frenesia delle abitudini. Guardatelo bene, signora Paola! C’è mai stato un uomo che sia, a vedere, più adagiato e più composto, e che pure insorga più spesso a perpetua contraddizione con sè e con tutti? Prima che altri parli e prima che un pensiero gli si affacci alla mente, egli ha già in capo un esercito di no, già parati a discendere alla battaglia. Come dire che il suo aspetto esteriore rende bene il suo metodo, che può essere forte, ma la lingua litigiosa e le palpebre che non istanno mai ferme rendono meglio l’anima sua, che è debole.

Se un apparecchio fotografico ad hoc s’indugiasse a seguire rapidissimamente tutte le sue più tenui movenze ogni volta che si alza ed ogni volta che egli va a letto, voi vedreste uscirne il medesimo seguito di malinconici atteggiamenti alla medesima distanza uno dall’altro. San Tomaso ha detto che bisognerebbe trovare il punto preciso dove il fisico si ripercuote sul morale, ma nessun soggetto si presterebbe meno all’esame di questo amico nostro. O che è un uomo il nostro amico? No. È, di dentro, un argomento cornuto, colle corna più specialmente appuntate contro sè medesimo, come è, di fuori, un ingranaggio, un movimento automatico, o per meglio dire un movimento d’orologeria.

Qui il Marchese ebbe quasi un accesso d’asma per non ridere troppo forte, e il Dottore seguitò mezzo irato e mezzo compunto: – Eppure chi sa dire che vera voragine non si sprofondi sotto una così identica rappresentazione, fra quello che gli bolle in pentola oggi, e quello che gli bollirà domani? Lo possiamo imaginare. Quando venne Büchner, egli era ancora con Victor Cousin. Calò Augusto Comte? Si strinse a Galluppi. Trionfarono i darwiniani? Ed egli si diede corpo ed anima a Giuseppe De Maistre. Le tendenze retrive non gli sono mai mancate, ma non erano soltanto retrive, erano anche arretrate. Verrà il momento nel quale, per reazione e pur di essere solo contro tutti, dovrà finire o spigolistro ed aristotelico in tempo di frettolosa evoluzione, o mezzo anarchico in tempo di assestamento. Abyssus abyssum invocat. Concludo che nessun metafisico ha mai cercato la verità con più volubile e cachetico eclettismo, nè si è mai accostato più risibilmente alla abborrita scuola dei positivisti i quali cercano in tutti i fenomeni la parentela e le figliazioni, eppure hanno la faccia tosta di negare la causa prima e lo scopo supremo; concludo che nessun uomo ha mai rappresentato meglio alla sua maniera e sia pure di sghimbescio, la nostra misera società moderna, dove non sono mai pullulate tante pubbliche associazioni di mutuo soccorso, e dove gli individui mettono insieme, in privato, la più voluminosa e più torpida massa di egoismo che sia mai stata dacchè mondo è mondo. Gli associati, i confederati ed i « compagnoni », trasformandosi poco alla volta, stanno al secolo come costui se ne sta con un piede nell’anarchia sperimentale ed uno nell’autorità: per tendere gradatamente a potere scantonare da una parte o dall’altra, con un po’ di glorietta o con bastante companatico nella bisaccia. Il Cavaliere, senza il suo fruttuoso matrimonio, non sarebbe ancora arrivato nè di qua nè di là, ma parecchi di quegli altri sì che ci arrivano pur troppo, e per impulso proprio, senza bende vedovili. Pazienza! Servono a provare che tutti quanti in buona fede non sono e non possono essere, e che si potrebbe dubitare anche dell’amico nostro... se fosse ancora scapolo e zitello. – Signori, ho detto.

– Chi parla! – concluse alla sua volta il Cavaliere. – Un uomo che ha aspettato di vincere una lotteria per mettersi a fare il flebotomo dei patemi d’animo! In altri termini, per ammettere pulitamente di non avere mai creduto nella medicina!

– Ora io sono padre Zappata. Non entro in causa – rispose il Dottore. – Ora tocca al Marchese.

– Per l’amor di Dio! – sclamò Paola, prendendosi il capo a due mani angosciosamente. – Ho la testa che pare un mulino, e sto come stetti quando lessi un’unica commedia di Enrico Ibsen. Non capiva più niente, e nemmeno poteva dire di aver capito la commedia. Parliamo d’altro per carità, e rimandiamo il Marchese a domani.

Così fu deciso mentre io andava pensando

– Se si lamenta lei, cosa dovrei dir io che debbo ruminare e trascrivere? Ma forse che essa lo avrà fatto per darmi tempo di respirare. Povero Ibsen! Tirato in aiuto di un buon borghese! E in grazia appunto della sua simbolica e folta oscurità, cioè di un grave difetto che i suoi discepoli accampano sempre come un gran pregio. Epperò gli sta bene.

III.

Desinammo noi due soli, come di mattinata, e l’Angelina che non poteva più capire nella pelle dalla voglia di mettere in tavola il testamento di Tita, fece finta di sbagliarsi ed offrì a me il tortino di piselli destinato a Paola.

– Oh un po’ di verde, come dicono i poeti! E dopo tanta astinenza! E per tacita paga di una già promessa neutralità! – pensai, facendo finta di sbagliarmi alla mia volta, e tirandomene giù una parte da leone.

Finalmente quella, dopo di avere sgonnellato più che mai intorno a mia moglie, puntò le braccia sulla spalliera d’una sedia vuota e:

– O dunque? – le chiese a bruciapelo. – Ha pensato?

Paola mise un poco di tempo a capire che volesse. Poi, come lieta di escire dalle astrazioni più o meno peripatetiche e di dare un buon tuffo nella vita vera

– Altro! – rispose. – Ci ho pensato questa notte. Ma occorre anche Tita.

– Ora glielo chiamo subito. Hanno finito di desinare anche di là.

Pare che Tita si sia fatto molto pregare, perchè l’Angelina [1], nel ritornare con esso, lo aveva ancora agguantato pel braccio.

– Voi due – principiò Paola, andandosi a sedere in una poltroncina accanto al muro, per tenere a bada entrambi i coniugi ritti in piedi – voi due siete dunque indecisi per quella parte del vostro avere che guadagnaste qui insieme. È così?

– Già. Per l’appunto! – rispose presto l’Angelina, per non lasciar tempo a Tita di dire per esempio ch’egli, per parte sua, era ben deciso di non fare niente affatto a modo della moglie. Ma se anche non lo potè dire, si capì bene, così a viso, che lo stava pensando a spada tratta.

– E a voi, Angelina – seguitò Paola – premerebbe molto che Tita vi lasciasse la parte che è sua di quello che è d’entrambi, non è vero?

– La sua metà indivisa – scappò detto a me, per amore di precisione verbale.

Già. Per l’appunto! E Lei, signor Piero, si ricordi bene che mi ha promesso di tacere – borbottò l’Angelina, voltandosi a guardarmi come se mi volesse mangiare.

– Avete ragione – risposi, chinando il capo.

– Or bene – riprese Paola – in questa condizione di cose, io non ho che un solo consiglio a darvi, benchè, se lo accoglierete, i vostri fatti abbiano ed esser due.

– Non importa. Dica! – proruppe l’altra ansante, come quella che stava per affacciarsi alla svolta più importante della sua vita.

– Fate due testamenti invece di uno solo, e lasciatevi l’un l’altro la metà indivisa, come dice mio marito, di quello che avete guadagnato insieme.

L’Angelina, che non se l’aspettava, fu per perdere la tramontana. Corse a due mani dentro allo scollo del vestito, come per paura che le mancasse il respiro, e potè appena profferire queste poche e smozzicate parole

– Ah dunque Lei...! Ah dunque io...!

– Non vi pare naturale? Non vi pare giusto? Che avete? – domandò Paola alzandosi presto e un po’ turbata anch’essa dalla improvvisa piega che prendeva il consulto.

Ma l’Angelina era già tornata in sentimento e in luogo di rispondere dava fuori la sua bile scattando verso Tita

– O tu che ne dici?

– Dico che ci sto – rispose, come persuaso per istinto che più l’Angelina ci pativa, più la cosa doveva andar bene a lui.

– Ah ci stai?! E anche tu trovi giusto che io t’abbia ad avere sagrificato la mia gioventù per fartene guadagnare anche dopo morta? E trovi naturale che io abbia a morire prima di te che potrei essere tua figlia? Ah giusto, signora Paola! Come dire che Lei mi vorrebbe dare ad intendere di avere sposato gratis, cioè senza patti chiari, senza donazioni, senza di niente, questo suo marito... così come è!?

– Ehi dico...!!

– E perchè io sono stata più minchiona di Lei, dovrei essere castigata per tutta l’eternità! – seguitò l’Angelina, chiudendomi la parola in bocca. – Bella giustizia! Bel modo di adoperare la propria esperienza in vantaggio della povera gente E il bel talento che ho avuto a mettermi in mano di una sposa fresca, che pare ancora tale e quale come un angelo di Dio! Non passa un anno che ne saprà abbastanza per insegnare a suo marito.

– Ehi dico – potei finalmente ripetere – cosa c’entro io che non ci ho messo nè pepe nè sale?

– Non credo. Non credo.

– Perchè?

L’Angelina scosse le spalle abbastanza visibilmente e si voltò a sparecchiare la tavola, dicendo:

– Non mi faccia parlare. Non mi faccia dire quel che penso del suo pepe e del suo sale, se pure è vero che Lei non ce li ha messi.

Qui Paola ebbe paura che andassi fuori dei gangheri anch’io, e facendomi segno di star zitto:

– Via Angelina – principiò con buona maniera – non vi fate scorgere troppo. Non provate fino all’evidenza che Tita aveva ragione di non fare a modo vostro. Dite piuttosto che cosa avete con mio marito.

La pacatezza di Paola diede maggiormente nel naso all’Angelina, la quale si voltò tutta d’un pezzo colle pugna sui fianchi: – Che ho? Ho che non si sta su tutta la notte a scrivere di nascosto nelle altrui case senza qualche buona ragione; ho che per niente non ci si fa trovare colla cravatta al collo nell’ora dei terremoti; ho che se premono tanto e non palesemente gli affari altrui, significa che se ne sa cavare il pepe ed il sale per sè. Questo ho.

– Come dire che siamo della Polizia?! – interruppi, guardando Paola, che non aveva capito niente. – O giù di lì.

– E perchè allora, o serva fedele, non avete avvisato il vostro padrone appena che vi siete avvista di tutto il mio scrivere? Perchè vi premeva prima di essere aiutata a manipolare a modo vostro le ultime volontà del consorte! È vero o no?

– No che non è vero – rispose. – Ho taciuto perchè qui non si fa niente di male e non c’è da aver paura di nessuno. Ho taciuto perchè è sempre bene di levare i sospetti di capo a chi ne ha, chiunque sia.

– Ma adesso parleremo noi – disse Paola con voce ferma.

– Faranno anche bene.

– Ti prego, Piero, va’ a prendere i tuoi appunti.

– I miei appunti? O perchè?

– Lascia fare. Sono stata io che ti ho condotto a questi ferri, e tocca a me di levarti d’impiccio.

Mi arresi a discrezione e tornai in un salto col mio voluminoso fascio di carta scarabocchiata. Indi Paola:

– Tu rimani. E voi, Tita, conducetemi un momento da quei signori.

L’Angelina ed io restammo soli a guardarci in cagnesco senza dir nulla. Poi Tita tornò indietro e disse alla moglie:

– L’hai fatta grossa!

L’Angelina fu per dargli uno spintone che lo avrebbe mandato a terra, ma poi, meglio consigliata, si soffiò sulle dita e rispose:

– Tu non apri mai bocca, ma quando per disgrazia ti decidi, si può giurare che è per farmi invelenire. Si poteva dir di meno a chi consiglia la moglie giovane a testare in favore del marito vecchio? Come si vede bene che non ha niente di suo!

– Ma non è mica certo che voi morirete prima di Tita! – borbottai per farle dispetto.

– Bravo! Anche certo dovrebbe essere. Oh faccia un po’ il piacere!

E ci piantò in asso tutti due, a meditare sulla sorte di mariti vecchi, nonchè su quella delle mogli giovani e bigotte, le quali, a forza di pensare all’eternità, finiscono per circoscriverla dentro i testamenti.

– Come hanno ricevuto Paola di là in camera? – domandai poco dopo al mio collega.

Questi, non sapendosi esprimere, alzò le mani come per significare qualche cosa di molto grande, cioè a dire con vero entusiasmo.

– Eh già s’intende. I sorci ballano – pensai. Indi per passare il tempo

– O che idea ha avuto l’Angelina di domandar parere appunto a mia moglie?

Tita guardò prima in su per cercar le parole, poi in giù, poi aggrinzò la bocca, e rispose piano come niente fosse. – Ma! Le donne!

Come dire che eravamo due sgherri anche per lui! Avanti che mi ripeschino per un’altra imboscata letteraria!

.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .        .      .      .      .      .      .      .      .      .      .

Dopo un eterno quarto d’ora, il campanello del Cavaliere chiamò Tita di corsa in camera. Volevano me. Mi affacciai all’uscio che non sapeva che viso fare e trovai del buon umore in quantità. Ridevano anzi tutti quattro senza complimenti, e Paola mi disse:

– Noi siamo amnistiati. Ma intanto siediti qui accanto a me nel banco dei rei. Il Dottore è contento perchè spera così nella voga dell’istituto; il Marchese muor di voglia che si dica male del Cavaliere, e il Cavaliere si piglierebbe un’altra distorsione purchè si metta il Dottore in salsa piccante. Tu dirai quel che vorrai. Ho offerto a tutti di esaminare i tuoi appunti, perchè tutti vedano che tu non sei altro che un pulcino nella stoppa; ma questi signori, che sono dei gentiluomini, si sono fidati di me e non ci hanno voluto metter occhio. Hanno insistito anzi perchè domani si rivedano le buccie al Marchese, già rassegnato a tanagliarsi da sè solo. Ho rifiutato.

– Hai fatto bene. Ora che tutto è risaputo, addio sincerità, come diceva quello.

– No, non fu per questo. Starebbe fresco il Marchese se tentasse di escire di carreggiata, per comparire più bello, con due testimoni pronti a tenerlo inchiodato nella verità! Ho rifiutato perchè se si fosse finito qui domattina, come era convenuto, cotesta continuazione e fine non sarebbe stata, per parte di quei signori, che l’adempimento quasi forzato di una primitiva promessa; ma se invece, appena guarito il Cavaliere, essi venissero a noi in qualche luogo, noi avremmo, per così dire, la prova in mano che non ci serbano verun rancore, ed io per gratitudine mi rassegnerei a quella parte di giustiziere che essi mi hanno affibbiato molte volte, è vero, ma che io in sostanza non ho mai accettato. Dove s’invitano dunque? Va bene da Doney, cioè a dire nel preciso luogo dove i posteri, col tempo, andranno a cercare le prime scaturigini del tuo libretto?

– Perchè no? – risposi. – Meglio sarebbe stato a casa nostra, ma come fare già affittata come è?

– Sicuro! – seguitò Paola verso gli altri. – Noi eravamo preparati a rimanere molto di più, e in fondo la povera Angelina ci ha fatto un vero servizio. Se non era lei, come facevamo ad andarcene domani pulitamente? Rivelare senza necessità l’esser nostro non ci sarebbe mai passato per la mente, e dove, come coprire la nostra improvvisa ritirata? Così essa ci ha costretti a sgomberare un po’ presto, è vero, ma per poco di buona volontà che ci si metta tutti, non ne avremo gran danno.

– Purchè la Signorina non sappia nulla di nulla – dissi precipitosamente.

– Perchè? – domandò sorridendo il Cavaliere, contento di ritrovare chi si rivelasse in qualche sospetto della sua sorella.

– Perchè ho in mente che essa mediti di scrivere qualche cosa... come me, tanto stava attenta l’altro giorno a tavola. Ed è una concorrenza che mi piace poco. Vorrei almeno escire il primo.

– Che peccato! – disse Paola ingenuamente. – Io che la voleva invitare da Doney cogli altri, perchè tu le facessi vedere le tue prime pagine. A lei sola, non a me, come tu desideri, e men che meno a tutti.

– Bella idea! Perchè si giovi, lei provetta, della mia freschezza di principiante e faccia meglio a mie spese!

Questo poco di fumo non poteva rimanere impunito e Paola cercò per il minor male di metterlo in celia:

– Bravo! Diventa anche vanaglorioso, adesso! Ma è colpa mia. Ti ho voluto letterato? Ti devo prendere come ti vai facendo. Ora è meglio di pensare alla Signorina. Che le direte, signor Dottore, se domenica dimanderà di noi?

– Non saprei. Che la cura non conferiva al signor Piero...

– Per essere stata intrapresa troppo tardi – aggiunse il Marchese, come se mi avesse voluto dare il colpo di grazia.

Stetti evidentemente alquanto perplesso, poi mi decisi, più evidentemente ancora, di lasciarli dire.

Essi ne risero in buona fede, cioè nella ferma opinione di ridere di me.

IV.

Salto di piè pari la mattina seguente, per dire soltanto che ci allogammo, dopo il commiato, in due belle camerette di Bonciani, e che Tita, nello scenderci le valigie, in parte ancora intatte, ci recò biechi saluti della moglie, la quale non si lasciò vedere. Nè mi sento di giurare che non li abbia inventati lui, quei saluti, per nascondere il mal talento della consorte, che disse indisposta, e per esprimere in doppia dose la propria gratitudine.

Pensai subito di prender lena allo scrivere mercè della regola intellettuale già propinatami dal mio maestro e dissi a Paola

– Tu pensa al tuo figliuolo e sta ferma; io debbo muovermi per pensare al mio. Basta che la tua gestazione, come la più importante, sia anche la più felice; per me ho poca speranza, perchè ho già visto che la sola preoccupazione mi conferisce poco. Tu, per tua idea, mi hai già ritrovato alquanto vanerello, ed io, molto prima, mi son sentito diventare un poco ingrato col barbone, ed un poco invidioso ed ipocrita colla Signorina. Ora vado a ruminare la mia entrata in materia, e se anche non potrò mettermi poi a tavolino con una gran voglia di principiare, baderò certo che sia sempre col meno possibile di ripugnanza, o altrimenti mi ci vuole più tempo che a te, ed io spero invece che Bill si prenda come merita il secondo posto quello di Abele. Quanto a Caino, sarà un Caino di carta, e non gli potrà dar ombra. Addio, e badati dai pomi e dai serpenti.

Eva tentò di trattenermi più volte, ma non le diedi retta, e scesi le scale che mi pareva di volare. Anche le più protratte lune di miele sono sempre lune e vanno interrotte di quando in quando.

Arrivai a San Gaetano, davanti al muricciuolo dei libri vecchi, e mi misi a guardarli uno alla volta, in cerca di una qualche inspirazione, allorchè mi accadde di sentire un braccio infilarsi adagio adagio dentro il mio. Guardo soltanto la mano, per vedere di indovinare di chi fosse il rimanente, e perchè la mano stessa era alquanto rugosa e velluta, nomino uno per uno tutti i miei più vecchi amici. Nessuna risposta. Mi volto finalmente e vedo che era il barbone in carne e in ossa, con un viso di buon pastricciano che non pareva vero. Avrei dovuto imaginarmelo perchè lo aveva nominato due volte pochi momenti prima. Corsi colla mano libera al cappello, ma egli me la fermò a mezza via e mi disse

– Ho piacere di trovarvi perchè sono sulle mosse di partire. Dove andate?

– All’Indiano – risposi.

Se gli avessi detto la verità, cioè che andava a zonzo, gli sarebbe venuta voglia di salutare Paola, e allora sa Dio che poco di pasticci non sarebbero accaduti, quando ci avesse ritrovati nel nostro ricovero di Bonciani, e punto d’accordo, Paola ed io, su quel che gli andava detto e su quel che gli andava taciuto. Senza mettere nel conto i probabili reciproci entusiasmi di Eva e del serpente.

– All’Indiano? È lontano.

– Lo so, ma è una mia recente abitudine per rinfrescarmi le idee.

– Ebbene, vi accompagnerò fino alla Porta.

– Magari.

Seguitammo così a braccetto fino a Lungarno, dove egli principiò a dire molto bonariamente:

– Vi replico che ho piacere di vedervi, perchè da quando vi ho parlato, anzi per dir meglio da quando vi ho scritto, ho in mente di avere invecchiato... o ringiovanito di qualche secolo.

– Di qualche secolo in tre giorni? Passa presto il tempo per Lei!

– Già. In tre giorni. A casa mia soglio stare coi miei vecchi amici, ma quando sono a Firenze, profitto di Vieusseux per tenermi al corrente, per dare una capata nel nuovo, e così ho fatto da tre giorni in qua. Ma non mi era mai accaduto di spiccare un sì gran salto avanti o indietro come questa volta. Allorchè vi ho scritto, vi ho messo in guardia contro i gelidi simboli del polo e le frementi passioni delle steppe, ma ora mi sono avvisto che i pericoli hanno moltiplicato, avvicinandosi, e che ce n’è di nuovi anche più da presso, anche in casa nostra. Poeti che lasciano deliberatamente assiderare le sorgenti dell’estro, pur di mandar fuori dei versi destinati a parere prosa, ovvero pur di scrivere sulla fredda falsariga degli evitati effetti; prosatori che affidano deliberatamente alle stampe dei volumi musicali destinati a contentare l’orecchio dei lettori poetici, colla previa parola d’ordine di orientare il mondo sulla forza e sulla debolezza, anzichè sui logori postulati del bene e del male; e tante altre belle novità per venire di buon accordo alla distruzione dei vecchi sacramenti e dei vecchi pregiudizi, quello patriottico massimamente, pur di far della letteratura come una specie di utensile internazionale, altrettanto atto a voltarsi nelle altre lingue, quanto scevro e disimpacciato di color locale. In conclusione siamo tornati addietro più di cent’anni, perchè non mancavano i matti nemmeno allora, è vero, ed anzi erano più numerosi di quelli di adesso, ma allora c’erano anche dei valentuomini alla difesa delle forme, che è quanto dire della ragione, e adesso dov’è il Baretti che frusti a sangue i pastorelli arcadi della nuova estetica, dove il Parini che levi la pelle ai cavalieri serventi dell’anarchia morale? Siamo diventati spiritualisti, dicono, ma lo spiritualismo sta alla fede come una gruccia sta ad una gamba; tutto è lascivia, credetelo, e non si bada più che a lusingare i sensi: i suoni hanno un profumo, hanno un colore, hanno un valore tattile, e verrà presto il momento che avranno anche un sesso, come se le arti, ignare o dimentiche dei loro ragionevoli confini, si accingessero insieme al viaggio di Lesbo o a quelli di Capri. Noi intanto stiamo qui a vedere, e parola d’onore che non sappiamo giudicare se l’ambiente artistico sia solamente carico d’elettricità, come si dice, ovvero se la bufera non sia già scoppiata per colpa dei costumi. Forse sarebbe meglio ed io, per parte mia, non so imaginare che il nostro nomine patris non sia già perduto, o che si possa perdere più di così. E voi?

– Non saprei. Non me ne intendo. Ho smesso da troppo tempo le [2] mie letture.

– Fosse vero. Sarebbe la vostra fortuna. E però fate anzi una cosa. Intanto che trovate di che scrivere, rinfrescatevi davvero il capo con quanto di più liscio e di più semplice sia mai stato scritto dacchè mondo è mondo.

– Per esempio?

– Per esempio Esopo, il Novellino, Bertoldo, ec.: così vi affaccerete alla letteratura come Robinson Crusoè all’isola deserta, con poco d’altrui nel capo e colla necessità di popolarla modestamente di voi, e del vostro modo particolare di sentire e di vedere. Basta che vi guardiate da Don Chisciotte.

– Perchè?

– Perchè è il mago di tutti i maghi e perchè, sebbene sia molto schietto, non rimane egualmente di essere il più profondo. Se lo leggeste ora, nei vostri panni, vi lascerebbe dentro, senza che ve ne accorgeste, troppo di sè, e addio speranza di salvarvi alla meglio, nemmeno in parte. Ci voleva Manzoni per accostarsegli così sovente, senza mai cessare di rimanere Manzoni gli altri sono rimasti affogati dal modello, e se vennero dopo dei Promessi Sposi, portarono intorno collo stampo del nonno spagnuolo, anche quello del babbo italiano. Ne è venuta come una specie di maniera in partita doppia, la quale sta lì a provare che poco fascino essi non abbiano esercitato sopra gli imitatori.

Il mio interlocutore aveva lasciato il mio braccio, e già il tono della sua voce non era più così morbido e carezzevole come prima. Temetti che egli non si voltasse del tutto, come in via Vacchereccia, e badai timidamente a concludere e a non lasciargli il tempo di accigliarsi del tutto.

– Senta! – dissi. – Lei mi ha insegnato ad evitare molti pericoli, ma non mi ha dato ancora una vera norma generica di come debbo regolarmi, positivamente. Supponga che io sia sulle traccie di una particolare accozzaglia di persone, e che, penetrato nella loro caverna, m’imbatta in qualche cosa da osservare e da dire. Che mi consiglia di fare, se troverò molta difficoltà a rendere sulla carta i nuovi obbietti della mia vergine osservazione?

– Capisco che avete già trovato e fate bene a domandarmi un consiglio generico, senza dirmi nulla della caverna. Così è più probabile che vi mettiate a posto da voi, nel modo che sia più conforme all’indole vostra. Fate dunque come fanno gli uccelli quando si sentono o minacciati o sbattuti dalla tempesta, che tendono sempre verso la luce, od almeno verso il lato men tenebroso dell’orizzonte. E anche voi tendete sempre verso la verità, che è la luce dell’arte, sia che il vostro tema si svolga facilmente sotto alla vostra penna, sia che vi faccia dirompere contro gli scogli. Dite sempre la verità e ditela nel preciso modo come la sentite o come la vedete, e non importa un fico secco che questo modo sia rapido e largo, ovvero lento e minuzioso. Basta che sia il modo vostro. E quando vi capiterà il momento buono, scrivete presto, come fanno i bambini allorchè principiano a camminare, che tanto meno inciampano quanto più sgambettano e corrono. Così, senza cercarle, troverete le parole più conformi e più parallele al sentimento vostro, e leverete poi adagio, e il più tardi possibile, tutte le sviste e tutte le lungaggini, come vi ho già scritto. Addio. Portate anche vostra moglie nella caverna, se potete, e datele un bacio per conto mio, di troppi che gliene darete per conto vostro.

Mi liquefeci in ringraziamenti e seguitai da solo verso l’Indiano, per onor di firma, e per dimenticare possibilmente, mercè del moto, il poco gradito e troppo tenero incarico.

V.

Oh storica seconda stanza di Doney (quella democratica verso Santa Trinita) e oh voi decorativi camerieri in quadrilustre giubboncino corto, son finalmente tra voi colla memoria, e ci sono in compagnia di Paola, del Dottore, del Marchese che deve parlare, e del Cavaliere che ha finalmente ripreso a battere gli occhi assiduamente, perchè è guarito. Ho penato quattro mesi dì e notte per condurre il mio libretto a questo porto di salvezza, e non mi par vero di poter tornare tra poco alla mia arte nativa: alla calligrafia. Almeno allora, quando avrò disteso sulla carta i miei modelli, saprò dirmi da me se saranno buoni o rei, ma dello scrivere chi ne sa nulla? Più sembra, più pare che abbiate scritto una pagina bene, e più potete star sicuri che non avete mai scritto tanto male in vita vostra. Come chi dicesse che per fare bene una cosa, non bisogni mai lasciar vedere che sia ben fatta. Pare una stregoneria, eppure è così. Finchè manderete le vostre epistole all’avvocato, al gastaldo, allo zio prete, non vi passerà neanche per il capo, ma provatevi come me a penare quattro mesi dì e notte per contentare il pubblico e la capirete da voi, spontaneamente. Ha cent’occhi il pubblico, e quel che non vede uno, vede l’altro, tra quel che più vedono quasi tutti con orrore, è appunto il vostro apparente desiderio di scriver bene. Voi lo capite, voi lo sentite mentre avete la penna in mano, e poichè non potreste mai mostrare sinceramente il desiderio opposto – quello di scriver male – ne viene che tra il fare, e il non voler lasciar parere di aver fatto, non vi rimanga altra voglia che di andare al limbo coi Santi Padri. Beati mille volte i poeti! Almeno essi (se vogliono) possono vestirsi dei loro migliori panni e dire di sè e lasciar dire volontieri agli altri « Oh che bei versi! »

Torniamo in caffè, dove il Marchese ci strapperà opportunamente alle vertigini estetiche, e dove Paola si accinge a presiedere la piccola assemblea, librando in alto la bilancia di Temi. Povero Marchese! Mi par di vederlo seduto in punta sopra un piccolissimo sgabello e di non altro preoccupato che di due peculiari e locali difficoltà: la prima di parlare piano perchè non s’era soli, e l’altra di non muoversi niente per mancanza di posto. Che se egli avesse gesticolato come il suo solito, così affogato come era tra me ed il Cavaliere dintorno al tavolino, ci avrebbe mandati senz’altro per le terre uno di qua e uno di là.

– Quando mio nonno morì... – principiò a dire, fiatando le parole per trattenere la voce.

– A proposito che voleva far presto! Principia dal nonno! – interruppe il Cavaliere.

Paola gli picchiò del ventaglio sulle dita e lo fece tacere. Il Marchese, stuzzicato, rispose:

– Presto? S’intende con discrezione. Io non ho mica perso il mio tempo a cercare anche negli altri il male che aveva in me, conce faceste voi. È la storia vostra che poteva restringersi in poche parole, a base di fumo, non la mia, che è a base di fatti. I fatti...

– Di Enea... tornò ad interrompere il Cavaliere.

– I fatti non si sottintendono. Bisogna dirli.

– Giustissimo! – ammonì Paola da capo. – E silenzio tutti che parla il Marchese.

Quest’ultima parola, sulle labbra della mia consorte, mi fece tornare a mente che i comici, quando hanno bisogno di un personaggio ridicolo e ben nato, sogliono ricorrere preferibilmente ad un marchese. Ne han di belle i comici!

– Quando mio nonno morì, io aveva venticinque anni, e mio padre, già quasi vecchio e abituato alla vita del figlio di famiglia, lasciò fare ogni cosa a me, per poter seguitare ad arricchire una sua preziosa collezione di coleotteri, che ha poi lasciato al Museo di Napoli e che gli fa onore ancora. Che accordo perfetto fra mio padre e il suo! Che accordo più che perfetto, almeno sulle prime, fra mio padre e me! Eppure che grandissima differenza fra il mio nonno ed io! Il mio nonno che era stato sempre liberissimo di sè e di altrui, delle proprie parole e delle proprie idee, ed io già costretto, per un quarto di secolo, a fare il figlio del figlio di famiglia. Or come si spiega che mio padre andava così bene per tutti e due? Perchè gli bastava di attendere ai suoi gioielli naturali, ve l’ho già detto. Perchè il mio nonno glieli aveva lasciati cercare, e perchè io ho principiato subito a mettere in moto i miei amici per fargliene trovare di nuovi. E così, grazie alla storia naturale, la nostra famiglia passò improvvisamente dalle mani del vecchio feudatario a quelle del giovane novatore, dal Medio Evo alla presa di Gaeta, dalla notte al nuovissimo giorno. Oh i nuovi giorni! Come li sentiva, come li respirava, come mi erano entrati nella carne e nel sangue! Io era in buona fede, come è vero Dio!

Qui il Marchese, giovandosi dell’unica parte di spazio che aveva libera intorno, scattò in piedi col braccio in alto come per giurare, mentre noi uomini lo pigliavamo alle falde del vestito per rimetterlo a sedere in punta sul suo sgabello, e Paola seguitava a dirgli:

– O chi ne dubita?

Il Marchese, che già si credeva Dio sa dove, ci guardò tutti uno alla volta per tornare in sentimento e per riprendere il filo. Indi, a voce un poco più alta:

– A noi, dunque, e giù il vieto, il vecchio, il tarlato, giù! Abbasso le antiche forme, le remore, le ipocrisie, e facciamo, facciamo, pur di fare e di far grande e nuovo, dove è più urgente il bisogno, dove è più provvida la santità dell’esempio. C’erano ancora fra noi dei pregiudizi secolari contro i baroni? Ed io a combatterli, se non a svellerli, pagando di persona nei più umili uffici della vita pubblica; ed io a moltiplicarmi per aiutare, per promuovere, direi quasi per servire qualunque persona che fosse in voce di liberale; ed io a mescolarmi, in anima ed in corpo, alle masse più ignoranti e più superstiziose, pur di intenderne i bisogni e pur di sradicare le male erbe che ne stremavano la esistenza. Oggi qua dagli elettori ad inculcare un voto, domani là a fare il gioco del candidato liberalissimo, il quale si serviva di me perchè si vedesse poi bene che egli si era fatto pregare, e ovunque e sempre perchè si facesse il ben di tutti e non dei baroni soltanto, o almeno il ben degli altri e non punto il mio. Quanti assalti di gotta non mi sono buscato per aver voluto essere un po’ per tutto a sgolarmi, con quantunque tempaccio, nelle vigilie delle elezioni generali; quante montagne di lettere non ho scritto per allontanare il tal prefetto o per sopprimere il tal sindaco, rei di essere in gran sospetto al partito mio! Vincevamo? Qualche volta sì, ma come ci tornavano a casa i nostri poverelli d’Assisi vestiti da deputati? Che viso facevano le nostre autorità camuffate da liberali? O quelli avevano mirabilmente procurato per sé, soli, chiedendo troppo per gli altri, o queste, più mirabilmente ancora, seguitavano ad aiutarsi a vicenda per dare il gambetto alla libertà. Oh la libertà, quella politica massimamente, che noi per nostra colpa e pur di strafare, avevamo condotto a menare il can per l’aia da più di vent’anni! Oh la licenza religiosa, bandita ai nostri danni, come serpe che debba un dì o l’altro addentare il ciarlatano, e mantenuta viva, sempre viva, senza mai tener conto che avevamo di fronte il più grande italiano vivente, già parato ad accrescere sempre più, mercè dei nostri errori! Basta, oramai bisognava che ci si voltasse da un’altra parte, come per istinto di conservazione, e ci voltammo. Qua dunque tutti colle migliorie e coi concimi artificiali a conquistare la libertà economica, qua tutti con me a piantare dei chilometri quadrati di vigneto dove stava il grano per non sapere poi come me dove mettere il vino nè a chi darlo. Ma che volete? Bisognava far grande! Bisognava far nuovo! Mio padre, che era cresciuto col nonno, mi diceva sempre: « Figlio mio, tu corri, tu voli... » e difatti ho volato tanto che me lo son visto morire fra le braccia, già persuaso di lasciare la nostra casa ben scema della metà. E non sapeva tutto.

Il Marchese si asciugò a distesa prima la fronte e poi tutto il viso, per non far vedere che si asciugava anche gli occhi, e Paola, che se ne avvide, procurò gentilmente di fargli prender l’abbrivo da un’altra parte, dicendo:

– Scusate, Marchese, piuttosto che servire da cuscinetto agli altri, non vi è mai venuto in mente di lavorare di prima mano, e di far servire gli altri da cuscinetto a voi? Non era assai probabile che avreste fatto meglio, così in buona fede come eravate?

– E lo dissero, e lo gridarono ai quattro venti quando credettero di non aver di meglio, ma che! Mi toccò soltanto la seconda metà di una breve legislatura, e quando, appena un poco equilibrato, venni a casa a lasciarmi portare per comodino la seconda volta, addio, il mondo aveva mutato colore, la reazione parlava forte, e non ci fu più un cane che facesse per me la più piccola parte di quanto io aveva fatto per gli altri, nessuno dico, neanche per canzonarmi, neanche per darmi ad intendere che non c’era più rimedio. Capitombolai, e fu il minor male. Peggio fu dopo, quando mi son sentito attaccare nel mio lato debole, cioè nelle intenzioni, e massimamente dai miei antichi compagni d’armi, già rassegnati a lapidarmi pei primi. Si disse che io mi era cacciato nei nuovi tempi, come un aristocratico cittadino di Gand, per poter salvare come che fosse il mestolo quasi intatto ai vecchi reggitori ed a me stesso; più ancora che io aveva contribuito a minare la Chiesa, perchè, di due autorità minacciate di andare a fascio, se ne salvasse almeno una, quella dei baroni in aspettativa di tornare in alto, la mia. Non voleva dir nulla che io fossi già quasi in brandelli; cane non mangia cane e sarei stato ricompensato col tempo!...

– E colla paglia – scappò detto al Cavaliere.

– Meno male che ne avete indovinata una. Già. Colla paglia. Ma me l’era meritato colle mie esagerazioni, e poco male che me lo rinfacciate anche voi. Fu peggio quando mi dovetti persuadere da me solo che il mio nonno, col suo pugno di ferro, aveva per così dire costretto i suoi vassalli a vivere il meno male possibile, dati i suoi tempi, e che io, colla mia liberalissima ricotta, aveva finito per sguinzagliare le plebi, più assai che contro gli altri, contro sè medesime. Su di chi, se non sulle plebi rinsavite, si appoggiavano i trionfatori per allargare la cerchia dei rinnovati danni? Ma anche questo non fu ancora tutto. Fu peggio che mai allorchè, coll’andare del tempo, i suddetti trionfatori ne azzeccarono qualcuna davvero, come accade a tutti i partiti, ed io, in luogo di provarne soltanto un po’ di vergogna, come era mio diritto, ne ebbi anche dispetto, anzi rincrescimento. Come dire che io aveva amato il bene sì fin che volete, ma non per sè stesso, ma non a patto e condizione che fosse fatto anche dagli altri. Questa è stata la mia più infelice scoperta, e mi ha pestato più del beffardo fantasma del nonno, più della sconsolata morte di mio padre, più delle calunnie dei miei cari amici. Per essa, più che per altro, mi sono dato alla misantropia – chi serba alta la stima di sè medesimo non può mai diventare vero misantropo – per essa ho radunato lo scarso strascico delle mie affettività per le sole belle donne, nonchè per i pochi uomini, i quali, come il Cavaliere, non hanno saputo profittare di un qualche stentato sorriso della fortuna e caddero... con molto talento male adoperato e malissimo distribuito. Precisamente come ho fatto io delle mie ricchezze, tutte sfumate in partigianerie, per rimanere colla scarsa soddisfazione di guardare d’alto in basso coloro che ne sortirono di più e le impiegarono anche peggio di me. Molti non sono, ma qualcuno, volendo, si trova sempre.

Qui il Cavaliere allungò il collo come un galletto litigioso e bisbetico, per dire concitatamente:

– Come? Le ricchezze vi paiono tino stentato sorriso della fortuna?

– Sì, sì. Quando non s’abbia quello che ci vuole, per poterle reggere col senno e colla mano. Sì, sì. Come l’ingegno, quando s’adoperi alla maniera di un istinto, senza voler discernere dove possa nuocere e dove giovare. Sì, sì. Sorrisi ambigui, sorrisi stentatissimi. E tacete. Il Dottore, che vi somiglia, ha già parteggiato abbastanza per voi, gonfiando con malizia i vostri torti piccoli e grandi, perchè, presi alla rinfusa, paressero tutti più piccoli del vero, ma io mi rivolgo alla signora Paola, e dico: or voi giudicate: chi di noi due è stato più sventurato il Cavaliere che ha messo casa nel male e ci ha avuto gusto, od io che ho voltato il bene di tutti, sia pure per amor mio soltanto, e che non mi è venuto fatto?

Paola, per paura di guai, picchiò del ventaglio sul tavolino, e volgendosi particolarmente al Marchese, gli disse:

– Andiamo adagio con queste grandi allegrie del nostro Cavaliere. Se egli fosse veramente così ringalluzzito di sè e del suo pessimismo, voi non lo avreste combinato in casa del Dottore... mi pare.

Il Cavaliere, per gratitudine, avventò una mano per impadronirsi del ventaglio presidenziale e per baciarlo, mentre il Marchese gli chiudeva quasi la bocca col gomito, sclamando a mani giunte verso mia moglie:

– Che? Come? Quando? Il Cavaliere malcontento di sè?

Malcontento di fermarsi a tutti i rigagnoli per fiutare coscienziosamente se odorano di poco di buono? Malcontento di aver girovagato, più per codardia che per consiglio, da una scuola all’altra? Oh Dio come lo conoscete male! Oh Dio in che mani imparziali mi sono messo! È venuto dal Dottore perchè non ne poteva più di sentirsi da meno della sorella: di una donna che è ferma e graziosa e lui no, che sa quello che vuole e lui no: è venuto a fare le sue ferie, a procurarsi un poco di vacanza. È così, fidatevi, come è vero che se io avessi dieci anni di meno, e le mie terre, già vendute, di più, vorrei rinnovare il Marchese di Pescara, e mandare costui a guarire senza bagni freddi delle sue umiliazioni domestiche, confinandolo a vita lunge da Vittoria Colonna e lungi da me. Oh se lo farei! Ma non posso e capisco pur troppo che se non vorrò privarmi per sempre del bello e del buono, dovrò prendermi più spesso anche la tara.

Questa intemerata m’avrebbe fatto ridere quanto gli altri e più, se non mi fossi accorto che il Marchese, nel pronunziarla, non avesse guardato più me del Cavaliere. Aveva voluto significare che ce n’era un’altra, delle tare, intorno al tavolino!

Non l’ho ancora mandata giù.

Tara a me davanti a mia moglie? E da chi? Da un ex magnanimo politicante, il quale, ben persuaso di non potere andar avanti di strappo, come un arcangelo vittorioso, si era acconciato per istinto a fare l’ambizioso di carriera, e che aveva poi dovuto rinunciare modestamente anche al diritto di anzianità! me! Davanti a mia moglie!

VI.

Ebbene, no, io non sono la tara di nessuno, e nemmeno di Paola, sia detto per sua stupefazione quando leggerà fra poco le precedenti e le seguenti righe; non sono, perchè se fu lei a farmi scrivere, sono io che ho scritto, e questo mio libretto non sarà peggiore di molti altri, che si venderanno il doppio, ed assai più presto. Capirete, una novità eguale, pudicamente concepita e data in luce sotto i medesimi occhi del lettore, ha bisogno che egli ci metta dentro molto di suo, se la vuole vedere legittimata davvero! E nessuno mi darà ad intendere che questi primi volonterosi lettori, dalle viscere quasi materne per una novità altrui, si possano reperire molto presto, nè che si traggano dietro facilmente un grande numero di seguaci: voglio dire di allieve puerpere.

È anche vero che ormai se siamo tutti letti relativamente poco, il più gran merito ce l’hanno gli editori, perchè adesso si stampa con carta così porosa e con inchiostri così evanescenti, che se non ci si affretta a servircene appena esciti, si resta con niente in mano avanti di arrivare a metà, ma questo non significa che chi scrive, fin che scrive, non possa pascersi come me di due grandi e robustissime illusioni: la prima di dar piacere agli altri, la seconda di fare onore a sè. Dopo poi... pazienza! Sfumano i lettori coi libri, sfumano le illusioni, sfumeremo anche noi, cogli editori. Ma nemmeno dopo sfumato, non mi sentirete mai dire che io sia stato la tara di nessuno, e che, a scrivere di sgobbo ben quattro mesi e più, io non abbia imparato proprio nulla. Ho imparato questo:

a) che la letteratura non morirà mai – benchè taluni pretendano che sia già morta – perchè tutti gli uomini, guardati bene, presenteranno sempre qualche aspetto nuovo, se non per sè medesimo, certamente in rapporto ai luoghi, ai tempi ed ai costumi;

b) e che un miope il quale dica quel che vede e come ora lo vede, dirà sempre meglio di un presbite il quale, in luogo di adoperare la propria vista lunga, si ostini a voler vedere quel che vedrebbe un altro in vece sua. E non importa nulla che quest’altro sia molto maggiore di lui, anzi è peggio che mai.

Io sono un uomo positivo e mi attacco volentieri agli esempi pratici.

Supponiamo per un momento che gli scrittori presbiti siate voi stessi, e che dopo di esservi ben bene rimpinzati di Dostoyewszcky o di Hauptmann, imprendiate per esempio un lungo viaggio intorno alla vostra serva (che è la persona più facile a decifrare che avete accanto) e che poi vi sediate al tavolino, coll’artistico proposito di tradurla sulla carta, di dentro e di fuori, tale e quale, dal vero. Credete che ve ne escirebbe una serva viva od una marionetta? E questa marionetta sarebbe almeno tutta italiana, o un quarto di qua e tre di là, senza domicilio? Hem! Chi è tratto a voler vedere ad un modo piuttosto che ad un altro, e specialmente ad un modo più foresto che paesano, vede il vero come non è, e potrebbe anche darsi che la mia povera Angelina, a malgrado della mia miopia, risultasse più viva e più italiana di tutte le vostre serve.

Scommettiamo. E se vincerò io, come è possibile, farò a mezzo col barbone, il quale, inculcandomi a pedate l’ossequio della verità, mi ha tolto al pericolo di inciampare nei simboli, ovvero di gonfiare, anche senza volere, il brutto od il bello, il bene od il male. Ci si vede a casa nostra, e chi, per piccino che sia, non si ostini a guardare da un obliquo punto di vista, non sa che sieno le traveggole e non esce più dal conveniente o dal verisimile, neanche se vuole.

Non è un gran vantaggio?

 

Mi scossi e guardai intorno.

Paola si sventava il capo con rapida inquietudine, come per soffiarvi dentro una qualche idea, mentre gli occhi, assorti a guardare di fianco, non vedevano nulla, o non si presentavano più così paralleli tra di loro come abitualmente. Imparate a levare la donna dalle sue sante attribuzioni della grazia, della bontà e della bellezza e ne vedrete di carine! Anche due occhi come quelli di Paola fermi a guardare fuori squadra!

– Dunque ora tocca a me? – domandò senza mutare atteggiamento, e come rassegnata per forza a mantenere la sua parola.

I tre carnefici levarono insieme le braccia in su, come per dire che non aspettavano altro, e che era ora.

– Almeno che qualcuno mi sgomberi un poco il terreno – rispose Paola risolutamente. – Altrimenti mi ritrovo come pigiata tra troppi ruderi, troppe macerie. Per esempio il Cavaliere, che non ha potuto parlare per sè e che, nella sua qualità di professore di filosofia, saprà certo ridurre i quesiti ai minimi termini.

– Se non c’è un parolaio più parolaio di lui! – scappò detto al Marchese.

– Eppure vedrete che s’ingegnerà... per far piacere a me.

Il Cavaliere, messo abilmente in sul punto, fu infatti brevissimo. Disse soltanto che egli, per primo, aveva abusato del pensiero, e il Marchese dell’azione, come se, tra tutti e due e benchè lontani tra di loro, non avessero avuto altro in mente che di incarnare a distanza la unica formula di Mazzini: una formula geniale quando si tenga unita, come perniciosissima quando si divida, e si gonfi separatamente o di qua o di là, come avevano fatto ed il Marchese e lui.

Il primo fece onorevole ammenda, e Paola tornò in buona ora a guardar diritto. Il successo del Cavaliere non avrebbe potuto essere più consistente.

– Dovevate fare il medico – gli disse il Dottore. – Che belle diagnosi non sarebbero state le vostre!

– No, no, mi sarei fermato lì, senza mai decidermi ad ordinare deliberatamente un’oncia di liquirizia.

Mentre si rideva, Paola maturò il suo piano, e volgendosi ai due giudicabili, disse a bruciapelo:

– Chi di voi due avrebbe voluto nascere, anzichè colle proprie, colle tendenze e colle attitudini dell’altro?

Il Marchese ed il Cavaliere non risposero nulla colla bocca, ma ognuno dei due afferrò con moto istintivo uno dei giornali, che aveva lì comodi sul tavolino, e se ne coperse la faccia, in attitudine di schermo, per non dire di repulsione.

– Nessuno? Proprio nessuno?

I due tacquero ancora, ma si espressero di nuovo e molto chiaramente con un piccolo brivido di vicendevole raccapriccio.

– Allora... allora... io sentenzio... che ben lungi dal gareggiare tra voi intorno alla vostra maggiore o minore disdetta, siete stati entrambi fortunatissimi, dico fortunatissimi entrambi, perchè niente, proprio niente, vi ha mai impedito di seguire la vostra indole naturale, di levarvi tutte le vostre voglie dalla nascita in poi. Il successo è cosa relativa e, come tale, non importa niente. Un pastore che debba fare a controvoglia il re e gli venisse anche fatto piuttosto bene, starebbe peggio assai di un altro pastore che amasse egualmente il mestiere e che, per qualche contrarietà di fortuna, se lo vedesse riuscire piuttosto male. Mi pare chiara. E nemmeno voi due potete dire di soffrire veramente di sazietà, perchè, se veramente soffriste, non avreste entrambi così gran terrore di mutare il vostro lato debole, in quello dell’avversario. Voi lo avete amato, il vostro lato debole, e lo amate ancora, ecco la verità, trovata la quale passo a dichiarare che la gran giostra è finita e che giustizia è fatta.

Che sentenza sbrigativa!

Il Dottore, meno intontito degli altri due, stava per dare il segno degli appalusi, quando Paola gli fermò il braccio dicendomi:

– Tu, Piero, va’ a prendere piuttosto questa bottiglia di Champagne che beviamo tutti alla gloria di Bill.

– Di quale? – domandai. – Del morto, del vivo o del nascituro?

– Di quest’ultimo, direi, o anche di tutti tre, se più ti piace.

– Chi sono costoro? – domandò il Dottore. – Nonno, padre e figlio, come gli ultimi rampolli della famiglia del Marchese?

– No, è una persona sola, che mio marito si è fissato di vedere in tre diverse forme. E poi ci sono dei begli spiriti che si arrestano attoniti davanti al mistero della Trinità! Va’, Piero, e voi altri accostatevi bene. Vi dirò chi è Bill.

Le quattro teste si riunirono misteriosamente a consiglio sopra il tavolino, ed io mi andai a raccomandare nella stanza accanto per avere una bottiglia buona. Posso essere stato via cinque minuti al più, cioè il tempo di scendere e salire di cantina, eppure, quando tornai, pareva un mondo nuovo. Paola stava al suo posto, col viso irradiato delle giovani madri, e i nostri tre miseri amici le facevano cerchio, quasi disfatti dalla umiliazione. Toccò a me di confortarli, sventandoli in viso, e picchiandoli sulle schiene tutti e tre. O essi temevano che io stessi troppo bene al mondo, o si rammaricavano di esserci stati troppo male. Guai se fossi stato vendicativo! Avrei potuto dire, invece di confortarli

– Bevete, piante secche! – col medesimo piglio col quale le maschere dei parrucconi gridano alla folla in Piazza San Marco: « A palazzo, pitocchi! A palazzo, bassa gente! » Mi limitai a sturare ed a mescere, gridando – Viva Bill.

I tre stavano per rispondere, col poco fiato che avevano in corpo, quando Paola spinse avanti le braccia all’improvviso, come per imporre il silenzio a tutti, e reclinato di nuovo il capo sul tavolino, rimase un momento colle orecchie intente e cogli occhi rivolti in su. Pareva che stesse ad origliare, ma non si capiva bene dove.

– Che hai? – le chiesi quando tornò a muoversi, ritirando le braccia.

– Nulla. Mi era sembrato di udire una bella vocina a rispondere di dentro. Ma sarà stata una illusione. – E che diceva?

– Viva la mamma.

– L’ho detto io che eri tu Bill.

Queste poche parole furono pronunziate così a bassa voce fra noi due, che gli altri o non le udirono bene, o non osarono di interloquire. Avevano capito che si trattava di cose di famiglia.

Il primo a riaversi, bevendo, fu il Marchese, come il più vivace. Disse crollando il capo:

– Ma! Se gli elettori, per il bene pubblico, avessero ritenuto necessario che io prendessi moglie, vorrei morire qui subito se non l’avrei sposata anche bruttoccia! Pensano troppo a sè gli elettori, mai agli eletti, e costoro finiscono spesso come i poveri gottosi, i quali, fin che non hanno che dolori articolari per sè soli, tutto va bene e son compatiti da tutti, ma quando diventano bisbetici e danno noia agli altri, addio, bisogna sopprimerli dopo di averli spremuti. Difatti i miei elettori mi soppressero senza erede, dopo di avermi spremuto la eredità.

La seduta era finita e ci avviammo verso Bonciani: io avanti con Paola a braccetto e i tre Re Magi dietro. Fu una vera apoteosi.

Quando, abbandonata del tutto la mitologia, i pittori e gli scultori vorranno pure rappresentare, in qualche storica ed artistica maniera, il trionfo della vita e della modestia e della virtù, dovranno ben ricorrere, pci loro quadri o pei loro bassirilievi, a quest’unico tema

PIETRO E PAOLA CICERI

CON SEGUITO

LUNGO VIA CERRETANI

Ed ora, o lettori, auguriamoci un prossimo capo d’opera, e lasciamoci da buoni amici, non senza avere osservato insieme che io sto per dirvi adesso, ed infine, ciò che altri, di me più avveduto, vi avrebbe detto in principio, nella speranza che ve ne scordaste durante la lettura. Ed è che ora la critica s’insinua per tutto, come l’aria che respiriamo, e che però anche le novelle hanno il diritto di aspirarne qualche boccata come fa la mia, ma ciò non vuol dire che io mi sia mai inteso (Dio me ne scampi e liberi) di rubare il mestiere ai critici propriamente detti. Sarebbe stata bella! Un calligrafo.

D’altra parte se chi va, o finge di andare, nel mondo della luna, o al polo, o nelle viscere della terra, può mettere al mondo quante sotterranee, o polari, o lunatiche novelle vuole, io che son capitato in una vera e propria caverna di filosofi d’ambo i sessi, io non avrei avuto il diritto di mettere insieme una novella critica? Perchè? Perchè eravamo al primo piano? Bella ragione. Ciò che potevate pretendere da me, era che io riscattassi in certo qual modo la mia ignoranza colle buone orecchie e colla mia solita ed amabile bonarietà, ed è questo che ho procurato di fare. Se non sono riescito... valeva meglio, ripeto, che ve lo dicessi dapprincipio, perchè ve ne scordaste durante la lettura. Ma adesso è fatta, e addio.

Addio, lettori italiani, pochi e mal d’accordo come la compagnia di Peretola; addio, lettori italiani, mai contenti che siete, ed assai più criticoni degli stessi critici! L’ho saputo or ora dal mio amico farmacista, quello dell’enfasi, mentre bevevamo insieme alla fortuna del mio libretto, e ne faccio subito sfoggio con voi, benchè non vi abbia ancora sperimentato, e per giovarmi, anche agli sgoccioli, delle mie belle abitudini di referendario. Anzi, poichè ci sono, ve ne voglio dire un’altra e ne desumo al solito la maggior parte da una seconda lettera che mi ha scritto il barbone.

Premettiamo intanto che io sto per tornare in buon’ora alla più nobile ed immacolata dell’arti belle, e che però vi lascio a tutti in eredità quell’ineffabile patema d’animo che è la nostra letteratura, attualmente insidiata dagli oscuri esempi che vengono d’oltralpe. Ammetto che laggiù, sotto altro cielo, possano essere esempi luminosissimi come l’aurora boreale, ma qui c’è troppa luce diretta e non ci si confanno. Or bene, avanti di accettare la mia eredità, vi consiglio di chiedervi se voi, almeno per vostro conforto, vi sappiate servir bene dell’humour, cioè del più opportuno strumento così per rappresentare come per lenire le più complicate ferite dell’anima moderna, e se per avventura vi doveste rispondere di no, di chiedere subito il beneficio dell’inventario.

Ho idea che mi ringrazierete.

Se poi taluno vi darà ad intendere che anche l’humour sia un prodotto foresto, voi rimandatelo dritto filato a Cecco Angiolieri da Siena. Non ha mai sentito il bisogno di adoperarlo a buon fine, è vero, ma era anche del Trecento, e di quanta grazia di Dio non s’è modificato l’uso da allora in poi! Noi avevamo la cosa fin dal tempo dei tempi; Annibal Caro le ha data squisita e leggiadra figura in parecchie sue lettere pubblicate lui vivo, e gli stranieri, messole un nome, ce la rimandarono indietro più di un secolo dopo, come se fosse stata un uovo fresco. Sappiamo almeno servircene a buon fine senza pagare il dazio, cioè senza ammettere da noi stessi che profittiamo per ultimi della roba altrui.

Intanto che ci pensate (notando a scarico delle mie magagne che vi ho dato una novelletta vibrante di modernità, eppure scevra affatto di colla internazionale, di personaggi enigmatici e di effetti di neve), vado a scrivere l’indirizzo del Dottore al mio maestro, perchè si vada a mettere in cura, avanti che s’empia la casa per effetto del mio libro. Egli ne ha molto bisogno, perchè il suo è un patema in buona fede, e quanto a me ho già smesso ogni paura. Voglio dire che sto rivedendo le bozze e che il soggetto non me lo graffiano più, nè lui nè la Signorina.

 

Nota

_________________________

 

[1] Nel testo abbiamo "Angegelina", evidente errore tipografico (Bonghi)

[2] Nel testo abbiamo "lei", evidente errore tipografico (Bonghi)

 

 

 

Indice Biblioteca Indice opere di Alberto Cantoni

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011