ALBERTO CANTONI

Pietro e Paola

con seguito di bei tipi

NOVELLA CRITICA

 

 

 

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

PARTE TERZA

I.

O Bill in persona, o nuova mamma di Bill che fosse Paola, io non poteva far nulla di meglio che accettar volontieri e l’una e l’altra personificazione, tanto di ritrovare, più volontieri ancora, il lato buono di tutte due. Già il nascituro doveva pur sempre appartenere anche a me, se non pello spirito, almeno per le sue mutate e corporee sembianze, e l’idea della paternità, sia pur limitata alle forme terrene, è pur sempre una grande idea: Che poi questo nascituro fosse il figlio di Bill (già ritornato in terra vent’anni prima in qualità di Paola) ovvero che Bill medesimo stesse per riapparire, nuovissima farfalla, dalle sante viscere di mia moglie, non vi pare che queste due fossero entrambe due buone ragioni perchè io rinunziassi volontieri alla parte spirituale della mia paternità? Gli spiriti non hanno sesso, dicono, e dove trovare, nel primo caso, una migliore moglie? Dove, nel secondo, un migliore figliuolo?

Questi verecondi pensieri non mi impedivano di rimpiangere alquanto la sottintesa proibizione in cui ci trovavamo – Paola ed io – di gettarci le braccia al collo l’un l’altra e di rimanere tali e quali per un quarto d’ora. Eravamo librati, è vero, nella più alta spiritualità, e da queste lato nessun altro supposto patema d’animo avrebbe potuto convenirci meglio di quello troppo precipitosamente accampato da me, ma era egualmente assai poco piacevole di non poter effondere le gioie dello spirito nemmeno nelle più pacate, nelle più caste manifestazioni della creta!

Meno male che Tita, mandato direttamente da Gesù Cristo, ci venne presto a dire che era in tavola, nè la colazione poteva venire in miglior punto dopo il primo bagno, dopo il Principe indiano, e dopo le inestimabili agitazioni di poi. Come ho mangiato bene! E che lunghe e sorridenti occhiate di lode mi andava mandando il buon Dottore! Io non ho visto altro, perchè lo aveva dirimpetto, e perchè egli mi serviva a non guardare mai mia moglie, timoroso come era di farmi riconoscere per un più lodevole marito che io medesimo non mi ritenessi il giorno avanti. L’equilibrio fra il mio stomaco ed il mio capo si andò così facendo adagio adagio, con più merito del primo che del secondo, e vorrei morire qui subito se ho udito una sola parola della rumorosa conversazione dei miei tre compagni. Parlo dei maschi. Povera gente! Essi non avevano nè le mie gioie segrete nè il mio palese appetito.

Difatti, quando ci alzammo, Paola mi disse:

– Hai udito?

– Nulla.

– Vedeva bene che tu mangiavi troppo.

– E come no? Con tutti i sentimenti in ebullizione dall’alba in poi! O mangiare, o andarsene in paradiso.

– Ora, per quietarti meglio, non ti resta che di dormire un po’. Va, va, avanti che ti sia proibito.

Andai tosto e perchè mi rimase anche nel sonno la idea di non poter dar corso alla mia tenerezza coniugale, sognai di gettarmi più volte nelle braccia di Tita, e poi dell’Angelina, e poi di Tita ancora. In mancanza di meglio tutto fa, tutto ristora, e guai se la medesima Angelina in carne e in ossa, nel chiamarmi a gran voce poco dopo, non mi avesse mostrato, ridendo forte, tutte le zanne e tutte le gengive. Avrei continuato il mio sogno anche nello svegliarmi, ed essa, liberalissima come tutte quelle bigotte le quali ostentano di parere tanto più ingenue quanto più furbe matricolate sono, mi avrebbe assai probabilmente lasciato fare.

– Su, signor Piero, e venga subito. Guai se il Dottore la vedesse dormire a quest’ora. Su. È venuta la signorina.

– Che signorina?

– La sorella del Cavaliere. Non si ricorda che ne abbiamo parlato ieri sera? E la signora Paola ne ha una gran soggezione e mi manda a dirle in gran segreto che la venga ad aiutare per riceverla.

– Perchè in gran segreto?

– Perchè il Dottore non sappia che Lei stava dormendo. Su!

Mi voltai sull’altro fianco e ripresi a dormire più profondamente di prima. Ma l’altra mi scosse tanto per le spalle e per la schiena che mi costrinse a rimettermi a sedere.

– Che tormenti siete! – balbettai stropicciando gli occhi. – Vorrei un po’ sapere che bisogno ci sia di me, ora che Bill ritorna... se non è già tornato. Se lo farà da sè il monumento, e meglio di quello che potrei far io.

L’Angelina non capì nulla e si rimise a trattarmi come uomo che seguitasse a sognare. In parte era vero e più vero le feci credere che fosse, per paura di aver parlato troppo. Essa mi puntellò fino a rimettermi in piedi, mi condusse alla toilette perchè mi lavassi, mi esibì il pettine, la cravatta, tutto, mentre io andava borbottando:

– Vorrei un po’ sapere chi vi ha dato tanta confidenza!

– Me la prendo da me perchè ho l’ordine della signora.

Ho tirato in lungo ogni cosa per guadagnar tempo e per comparire un po’ meno sfatto e poi, quando non ci fu più rimedio e dovetti andare, andai.

Ma confesso che mi sono subito svegliato bene. La Musa – piuttosto piccina – era tanto bene proporzionata e tanto bene vestita, che pareva quasi di statura media. L’abito di seta, a fondo bigio scuro, tutto rigato a lievi striscie azzurre disposte verticalmente, la faceva parere più alta che non fosse, avvalorando insieme, con grazia quasi parigina, la squisita eleganza delle forme e del portamento. Il suo viso, alquanto ritondetto e grassottello, tendeva egualmente al pallore dell’anemia e, veduto di fronte, ricordava quello di certi paffuti bimbi del Correggio, ma più assai per le linee che non per il colore. I capelli, ricciuti e biondi, le si andavano ad aggruppare con vaghissime ondulazioni sopra la nuca, eppure gli occhi, un po’ troppo fermi, erano quasi neri o per dir meglio assai meno azzurri che non lo comportasse la tinta dei capelli. Insomma un che di bizzarro e di elegantissimo ad un tempo. Ma il suo trionfo sicuro e quasi inaspettato (se si imbatteva come me a vederla prima di prospetto) veniva poi, quando capitava la combinazione di poterla guardare bene di profilo. Lo sapeva certo anche lei, perchè, quando aveva qualcuno di fianco, stava più ferma che mai, forse appositamente. Non era un profilo il suo, era un cammeo del più puro disegno e che armonizzava perfettamente colla bianchezza della carnagione e coll’acconciatura dei capelli. La sua troppo marcata pienezza di gote spariva; spariva, o piuttosto aggiungeva di grazia, la minacciosa quiete dello sguardo; e sparivano soprattutto, perchè non si potevano vedere affatto, certe piccole rughettine, accovacciate fra le sopracciglia, che davano indizio di molta vita del pensiero, e che lasciavano scorgere nello stesso tempo una certa quantità di annetti sulla schiena. Ma il naso, ma la fronte, ma il taglio laterale degli occhi, oh che perfezione! Per farla corta, se la guardavate davanti, era carina, molto carina, ma dovevate pur dirvi che i trenta, e ricchi, non li aspettava più; se invece la guardavate di fianco, dovevate levargliene parecchi e confessare sinceramente o che non era più lei, o che aveva mutato di punto in bianco in assai più giovane ed in assai più bella.

Ho capito immediatamente che il vero oggetto della frettolosa chiamata di Paola andava cercato nella paura che io perdessi troppo della sua conversazione colla Musa. Tanto per mettermi poi alla tortura con un’altra selva di appunti!

La Signorina (chiamiamola così) aveva la voce calda, vibrante, e quasi un po’ virile. Parlava fluentemente piuttosto forte, e veniva subito in mente di chiedere come potesse con un corpicino così sottile. Pareva che fosse tutta fiato, ma era anche tutta ingegno e tutta grazia di porgere, con vera e naturale compostezza.

Il Dottore prese congedo dopo di avermi presentato ed io, rimasto così nel pozzo, rilevai rapidamente che la Signorina aveva atteso da giovinetta a prepararsi per l’insegnamento superiore, molto superiore, e che poi, mercè del matrimonio del fratello, era stata condotta a lasciare la carriera, come ora si dice, e a darsi alla coltivazione delle belle lettere.

E subito Paola:

– Oh come siete stata fortunata, Signorina mia! Che piacere far da uomo per noi donne! Io invece son venuta su con degli intendimenti non solo muliebri, ma quasi bambineschi, preparata, per così dire, a vivere eternamente con delle donne in miniatura, le maggiori delle quali non mi arrivavano alle ascelle! Quanta grammatica ho tirato giù per prepararmi al mio futuro agone! «Ora la studio per me – mi diceva – dopo la insegnerò alle bimbe, ma sarà sempre la medesima cosa. Che me ne farò da vecchia?» E adesso! Adesso che ho preso marito, cosa non dovrei dire? Ho da provare anch’io a mettermi letterata? Basta la grammatica?

– Ne avanza – rispose gentilmente la Signorina – quando ci sieno sotto un cuore ed uno spirito come paiono essere i vostri, e purchè vi limitiate a lavorare per quella età infantile, a benefizio della quale avete preso tanta pratica inutilmente. Ma scrivere per tutti no, non ve lo consiglio, e non già perchè si possa ritenere che vi ritrovereste insufficente, ma per la infelice esperienza che ne ho già fatta io.

– O brava, cara Signorina, parlateci un po’ della esperienza che ne avete fatta voi – sclamò Paola, accennando a me di sfuggita colla coda dell’occhio.

Guardai insidiosamente il cammeo nella vana speranza di trovarci qualcosa a ridire e proruppi fra me e me:

– Aspetta alcuni mesi e poi vedremo se mia moglie si sarà consacrata inutilmente a benefizio della età infantile!

II.

La Signorina si schermì dicendo che la sua esperienza avrebbe potuto giovare a tutte le donne prese insieme, e non certo particolarmente ad una giovinetta già maritata come era Paola, ma il costei fascino era troppo forte per non mandar a vuoto ben altre ritrosie. Essa procurò di raccapezzarsi un momento, ponendo le manine sugli occhi, e poi con un brio di parole e di pensiero di cui troverete ben poca traccia nella mia trascrizione, e che spiccava più assai messo a confronto del tranquillissimo contegno, prese a dire amabilmente:

– È presumibile che tutte le giovani le quali ora si mettono a scrivere lo facciano unicamente per seguire la moda? Non lo credo: dico anzi che il numero maggiore di esse deve essere stato tratto nel vortice dalle mutate e più difficili condizioni dei tempi. La vita è come diventata una specie di giuoco della tombola: pochissimi vincono più o meno e tutti gli altri perdono; ma per perdere meno facilmente è meglio di avere una cartella di più che una di meno: la qual cosa per le donne meno ricche e più intelligenti significa di mettere nella posta, oltre agli occhi, se sono belli, oltre al cuore, se è caldo, anche il capo, se lo ritengono bene munito; significa di ritrovare un campo aperto di dove mettersi in maggiore evidenza; significa di accostarsi onestamente ad una qualità di uomini, nella quale confidino di trovare più rispondenza elettiva, tanto per i bisogni del cuore come per le attitudini della mente, o meglio ancora per le due cose insieme. E scrivono. Mio fratello aveva preso una buona moglie che mi voleva sempre seco, e per contentarla ho messo a dormire tutti i miei diplomi; essa morì presto, povera donna, provvedendo a che entrambi non si avesse più bisogno di sgolarci per campare, e mi sono messa a scrivere, ma molto, e dovunque, per farmi la mano, per trovare la migliore mia via, per mettermi a giuocare a tombola con una cartella di più. Ho vinto? No.

– Lo dite per troppa modestia – sclamai cavallerescamente.

– No no, la modestia non è mai stata la principale virtù dei letterati. È sincerità. Non intendo con questo di dire che lo scrivere medesimo, preso per sè stesso, non mi abbia procurato molte giornate di faticosa soddisfazione, allorchè mi veniva fatto di contentare me, avanti di sapere se avrei o no contentato anche gli altri; non dico di non essere arrivata qualche volta nell’arte mia ad un punto modesto fin che volete ma al quale egualmente non avrei mai creduto di giungere quando ho preso la penna in mano, ma basta questo? Basta di non avere troppo presunto di sè? O non ho a dolermi piuttosto di essere sempre o quasi sempre stata capita in ben altro modo che non avrei voluto? Di avere imbattuto in ben altre persone, uomini e donne, che non avrei sperato?

– Brava Signorina, parlateci degli uomini.

– Brava Signorina, parlateci delle donne.

Così sclamammo insieme Paola ed io, e non ho bisogno di chiarire chi di noi due voleva gli uomini e chi le donne. La Signorina si voltò a guardarmi con una certa vivacità, come per dire che i suoi maggiori rancori erano pel sesso forte, poi si voltò verso Paola e rispose:

– Cominciamo pure dagli uomini, ma in generale, e di passata soltanto; ci occuperemo dopo dei colleghi e dei critici. Dite un po’ signora Paola: credete voi in buona fede che gli uomini in generale si sentano molto portati verso le donne che scrivono, scrivessero anche bene come Annibal Caro? Oibò, bene o male fa il medesimo: non le possono patire in nessun modo. Chi lamenta che lo scrivere non è cosa da donne, chi se ne sente come scemato, come diminuito, per non saper fare nemmeno altrettanto; chi ci suppone o più goffe o più presuntuose di quel che si potrebbe verisimilmente diventare, anche volendo. Fra le donne, prese anch’esse in generale, le correnti sono due: una favorevole e più scarsa e l’altra quasi più ostile degli uomini medesimi, con questo di particolare che le prime, cioè quelle che parteggiano per noi, hanno un bell’essere relativamente poche, ma pure ci recano più danno delle seconde, delle molte contrarie. Non iscrivono quelle, è vero, ma lo avrebbero voluto fare, se avessero potuto, ovvero se non si fossero trovate a corto d’ingegno o di ardimento, e ci si serrano intorno in manipoli di amazzoni rientrate, sia come pedisseque se sono di umili natali, sia come patrone e favoreggiatrici se li sortirono più in su. Prese tutte insieme diventano legione e non ci si scappa: bisogna contentarle tutte, o almeno bisogna trovare il modo di fuggire più che sia possibile alla esasperazione di ognuna: guai ad affermarsi un momento dove la moda o per meglio dire dove esse non vogliono: è un subisso, è un gridare al tradimento, è una sconsacrazione. Notare che ogni grande regione italiana ha il manipolo suo, con criteri statutari affatto propri, come dire che la donna che piace alle signore letterarie di Palermo non è niente sicura di piacere a quelle di Torino e così via, onde la necessità di scegliere o almeno di restringere il proprio orizzonte, secondo le imposizioni di una cricca di cinquanta, di cento persone, le quali si cingono dei nostri colori per avere, esse, una ragione di tenere il campo. Altrove è tutt’altra cosa. La donna che scrive, può, se ha buoni occhi, guardare dentro nelle grandi moltitudini e rappresentare ciò che vede e come lo vede, ovvero, se si trova inclinata all’esame, all’analisi interiore, può, se scrivesse anche da un deserto, narrare minutamente di quello che sente e come lo sente. Le nostre anime di donna hanno degli strati così profondi che non mancano mai sorprese, così per il nostro modo particolare di vedere, come per il nostro modo particolare di sentire, e così fecero, nel primo campo e nel nostro tempo, la Sand e la Eliot, così nel secondo, Miss Bronte ed Eugenie de Guerin. Voi direte che per poter fare altrettanto in Italia, bisognerebbe principiare dall’avere il medesimo ingegno delle tre prime e i medesimi affetti dell’ultima, ma supposto pure che qualche scrittrice italiana li avesse avuti, vi affermo risolutamente che sarebbe stata meno letta e meno capita dall’intero pubblico e più combattuta o più trascurata dall’altre donne che non furono quelle a casa loro. E fatta sempre ben inteso la debita proporzione di grandezza fra paese e paese. Mancava ingegno o altezza d’animo e di ardimenti a Giuseppa Guacci di Napoli? Ebbene, andate nell’alta Italia e contate sulle dita di una mano quante siano le così dette signore letterarie che possono provare di conoscerla bene. Eppure non è mica un secolo che è morta!

– Nemmeno l’ho sentita a nominare – sclamò Paola modestamente, senza accorgersi che si poneva quasi fra le signore letterarie anche lei.

– Vedete! Ora ai colleghi. Quelli propriamente detti e che o ci conoscono o che ci scrivono qualche volta in privato, sono pieni di protezione per noi e ci trattano, se sono giovani, come tante sorelline eternamente minorenni, ovvero, se anziani, come tante suore di carità, destinate a circonfondere di balsami e di unguenti i loro dolori. Quanti ne hanno e come poco pensano ai nostri! Essi non ci combattono pubblicamente, è vero, e nemmeno si fanno sentire a piangere per la nostra smisurata invasione sul mercato della parola stampata, ma è perchè ci conoscono, perchè ci possono chiedere per telegrafo un libro od una buona parola amichevole e poi stare due mesi senza ringraziarcene o senza domandare se siamo vive o morte: il bello sarebbe però che voi provaste a chiedere loro in confidenza che cosa pensino delle altre, o meglio ancora di tutte noi: delle vicine e delle lontane, di quelle eccezionali che si lasciano addietro parecchi uomini e delle mediocri che scrivono bene sì di molte cose ma non benissimo di una soltanto; ovvero delle più diseredate che non ne hanno mai indovinato una, di tutte insomma. Vi risponderebbero o che le lettere sono discese dovunque perchè noi donne abbiamo dato la scalata al quarto potere, ovvero che noi donne abbiamo potuto muovere all’assalto perchè esse lettere erano già discese da sè sole, per le tendenze livellatrici della democrazia; vi risponderebbero che gli uomini tendono ad abbandonare il campo, per non diventare dei fenomeni così rari come erano per la grazia di Dio le scrittrici dell’antichità; ma se voi, incalzandoli colle domande, li condurrete a specificare ed a distinguere, troverete, con vostra grande maraviglia, che se avranno qualche indulgenza, qualche mansuetudine, sarà colle più sfortunate, cioè colle ultime: quelle che avrebbero potuto fare assai bene, ma che viceversa, non si sa per quale disgrazia, hanno fatto male. Che miracoli se ne aspettano e come li affrettano col desiderio, per dare addosso alle altre, le quali passano a torto per averne già fatti!

– E i colleghi in gonnella? – domandai a testa bassa, come umiliato dei miei calzoni.

– Sono donne e cosa volete che ce ne aspettiamo? Sono anzi le prime a gridare che siamo troppe, che non c’è più posto da respirare, che così non si può tirare avanti, ma questo non significa che le novizie non si stringano ai panni delle professe, per averne ogni maniera di aiuti, e che quelle che si trovano su per giù allo stesso gradino non si facciano reciprocamente dei grandi complimenti, a edificazione della platea. Di dietro chi lo sa! È cosa di coscienza, e come sono più guardinghe a lasciarsi cogliere in contraddizione, bisogna andare adagio prima di giudicare. C’è pericolo di stare troppo addietro dal vero e di far la figura delle innocentine!

– Che furbetta! – stava pensando, quando venne Tita a chiamarci a tavola ed a portare una lettera per me.

– Meglio – sclamò la Signorina – e seguiteremo dopo desinare. Vi debbo ancora qualche parola intorno alla critica e pensandoci così un pochino, ve ne potrò dire colla stessa moderazione che ho adoperato finora.

 

La lettera veniva dal vecchio dilettante ed era stata portata a casa mia, di dove il mio portiere (l’unica persona del di fuori che sapesse bene dove fossi andato a finire) l’aveva mandata a me. Diceva così:

«Compatitemi se vi ho lasciato in quella bella maniera, ma anche voi, che siate benedetto, non dovevate bombardarmi con tante domande precipitose. Mi è rimasta dentro un’altra cosa e ve la voglio scrivere brevemente per iscarico di coscienza.

«Non mi avete detto se le vostre neghittose letture vi abbiano mai condotto ad occuparvi delle scuole molto boreali che tornano a far capolino fra noi, come ai bei tempi di Vincenzo Monti. Nel caso affermativo procurate di levarvele presto dalla mente, o non farete mai nulla che possa durare.»

– Sta fresco se si aspetta da me roba che duri! – pensai nel leggere. – Ne avrò di grazia se sarò letto una mezza volta appena escito, e Dio voglia che i miei pochi lettori non mi piantino in asso come egli ha piantato me in mezzo alla strada!

«Oramai che il mondo a furia di comunicazioni è diventato più piccino di quel che era, è inevitabile che le lettere – parlo anche delle spicciole, ben inteso – si scambino più del bisogno i loro prodotti, e può anche essere utile, per accrescere comechessia la somma della comune conoscenza, ma ciò non di meno, e per quanto avvicinati fra di loro, il Nord e il Sud non cesseranno mai di essere il Nord e il Sud. Bella scoperta, osserverete, ma voglio dire che per far bene ciascuno a casa sua, il più importante sarà sempre e dovunque di rimanere paesani più che sia possibile. E i migliori modelli saranno sempre e dovunque i più vicini, cioè a dire i più naturali, ma perchè, grazie a Dio, s’è cominciato prima a scriver bene quaggiù che non lassù, così noi, come quelli che veniamo di razza più vecchia, abbiamo più assai da perdere che non da guadagnare a discostarci troppo dai nostri esempi. Va bene che tutti dobbiamo essere del nostro tempo, ma siamolo, più che sia possibile, alla nostra maniera.

«Mi sono spiegato male? E voi capitemi bene e ringraziatemi di avervi risparmiato tutti i facili paragoni che si potevano desumere dalle cose naturali, come dalle piante esotiche e dagli allevamenti artificiali. State bene voi e la Signora, e non correggete mai l’opera vostra senza avere già dimenticato la maggior parte di quanto scrivete. Così è probabile che i guai più grossi vi saltino agli occhi più numerosamente. Voi mi parete alquanto leggiero e lunatico, e se ciò vi farà danno come uomo, la vostra poca memoria vi potrà talvolta giovare come scrittore. Addio.

«Vostro X.»

– Povero barbone! – pensai fra me nell’offrire il mio braccio alla Signorina. – È un orso di fuori, è vero, ma è schietto anche di dentro. E poco male se mi fa capire che parla più per onestà che non per molta speranza che riponga nelle mie particolari «lettere spicciole.»

III.

Ora si tocca al più memorabile mio pasto nella casa del Dottore: una casa per entrare nella quale io aveva dovuto, come sapete, imposturare bellamente mia moglie, dicendole quel che le andava detto e tacendole quel che le andava taciuto: una casa aperta espressamente per guarire i patemi e che invece ne aveva attaccati parecchi a me che non ne aveva.

Dirò brevemente come andasse la conversazione, ma dico subito più brevemente ancora che cinque minuti dopo seduto mi son ritrovato, con mia grandissima maraviglia, un assai peggiore uomo che non mi ritenessi cinque minuti prima di sedere. Se era questo il bell’effetto delle mie lettere spicciole! Sentirmi diventare lì per lì non so se più ingrato, o più invidioso, o più permaloso che non mi fossi mai sentito avanti!

Fu perchè mi sono accorto che la Signorina mutò subito di contegno e di espressione appena che ebbe occupato il suo posto a tavola fra il Dottore ed il Marchese. Prima, cioè con noi due, era stata tutta grazia e tutta bonarietà, ed ora soltanto il suo cammeo aveva assunto le linee della osservazione, del raccoglimento. Pareva un’altra. Belle tutte due, non lo nego, ma che differenza di attitudine, che metamorfosi, e che schiaffo al mio amor proprio di uomo e di marito!

Per ispiegar bene il mio rapidissimo mutamento in peggio, mi occorrono due cose: la prima che il lettore stia bene attento, la seconda che mi lasci ripetere il mio monologo, tutto a sbalzi, durante il pranzo.

– Ah tu non perdi una parola di quel che dicono questi signori? Ah tu taci e seguiti ad annusare il vento di qua e di là, per arrivare coll’orecchio da per tutto? Dunque tu studi, dunque tu impari, dunque tu mi vuoi portar via la mia imbandigione intellettuale, che mi son procurata mangiando troppo e dormendo niente da ieri in qua? E quella che mi procurerò domani con un secondo bagno freddo, o con qualche altro accidente terapeutico che mi possa essere propinato da oggi in avanti? Seguita, seguita, annusa pure ancora. Ma io farò più presto. Ma io avrò il vantaggio di metter dentro nella imbandigione anche te, capisci, tu che sdegnerai certamente di ficcare noi due dentro la tua. Davvero che la tua condotta non potrebbe essere più provocante, nè quella d’ora, nè quella di prima, appena che si mettano al paragone insieme. Poco fa, tutta compiacenza, tutta amorevolezza, come per dire che ci avevi preso per due persone insulse, le quali non valesse la pena di esaminare attentamente, ed ora invece... guarda come bevi ogni parola, guarda come scruti ogni gesto! E taci. E mangi meno di tutti. Fossi io solo, pazienza, che una parte più insipida e più mortificante in commedia di quella che mi sono scelta da me (che stupido!) non avrei potuto scegliere in cent’anni, ma trattare Paola d’inconcludente senza averla lasciata fiatare, tu che l’hai affogata di chiacchiere poco fa e che l’annienti ora col tuo sussiego, trattare la mia Paola di inconcludente, è grossa! Non ti verrà fatto. La salverò io, cioè si salverà da sè sola, nel mio libro, per poco che io valga a dare al lettore una lontana idea di ciò che essa è, o piuttosto di ciò che essa avrebbe potuto diventare, appena che fosse stata portata in alto da un’altra penna. Tu no non te ne occuperai, perchè non l’hai capita, con tanti anni di schiena sui tuoi romanzi. Almeno il vecchio dilettante è stato più gentile. Ha fiutato meglio! Ora parli perchè non puoi a meno. Perchè il fratello ti ha dato una stoccata. Due te ne doveva dare. Che importa a me se egli ti becca sempre! Non ha già trattato Paola di inconcludente, lui. E non c’è pericolo che scriva di ciò che ode, e di ciò che vede, come è evidente che tu ti appresti a fare. Sì, lo so, scriverai meglio di me, ed è per questo che mi dai noia. Sì, lo so, empirai molta carta, saltandoci pulitamente a piè pari, o trattandoci tutt’al più come due comparse, ed è per questo che me ne ho a male. Sì, lo so, ci hai fatto buona compagnia quando eravamo soli, ma è stato perchè non ti sognavi nemmeno di avere un futuro collega ad ascoltarti, che se tu lo avessi saputo, mi avresti anche guardato di sotto in su. Ed è per questo che non ti serbo la menoma gratitudine, o cammeo!

Ora che avete una ben chiara idea della mia controscena, voglio dire della mia segreta pantomima morale, ripassiamo alla svelta la rappresentazione.

I discorsi della tavola, più animati del solito per la presenza della Signorina, volsero dapprincipio sul solito tic del Dottore, cioè sulle divinazioni dei vecchi medici, i quali, sebbene poco istruiti in confronto ai moderni, non restavano sempre di lasciar campare altrettanti ammalati quanti ne lasciano quelli di ora, od anche più. Vennero in campo e gli antichissimi e i meno antichi, e Musa medico di Augusto, che lo guarì colla idroterapia, tal e quale come avrebbe potuto fare l’abate Kneipp, ed Areteo e Willis e Niccolò Massa, per le geniali scoperte intorno al diabete ed alla medicatura delle gioie terrestri; poi si tornò indietro a Celso e ad Ippocrate, per la loro cura delle ferite coll’acqua fredda: una cura che molti chirurghi moderni si sono insolentemente appropriata; indi si passò d’un salto alla Scuola di Salerno, che proibiva la birra – altra scoperta moderna! – ai gonfi ed ai grassi, e da ultimo si fece capo a Galeno, che si valse del calore per definire la febbre, preludiando così ai termometri posti sotto le ascelle, come si usa adesso, e condannando come inutili e come insufficenti le tastate di polso di trent’anni fa.

Il Dottore parlava più esatto di me e non ristava mai dall’accennare all’epoca precisa in cui fiorirono i vecchi maestri, ciò che fece dire al Marchese (il quale non ne poteva più):

– A proposito di secoli, o che voi, Signorina, non preparate nulla per quello che viene?

Il Cavaliere prese la risposta di bocca alla sorella, e disse colla sua vocina appuntita ed impertinente:

– Volete che essa non prepari nulla? A tutti incombe di presentare le armi al nuovo secolo: ai piccoli uomini colle loro buone opere e colle buone idee, ed ai grandissimi, cioè agli scombiccheratori di carta, colle loro parole. Va bene che non ci si faccia scomparire gli uni cogli altri, ma nemmeno si può pretendere che qualcuno, per amor del prossimo, rimanga troppo al di sotto di quel che è.

Ci voltammo tutti a guardare la Signorina, la quale, come abituata,

Non mosse collo e non piegò sua costa

a uso di Farinata. Anzi rispose serenamente:

– Bada, fratello, che le mie parole non hanno mai fatto male a nessuno, e che le tue idee, purtroppo, hanno fatto invece molto male a te.

– Brava! Ben ripicchiato!! Brava brava!!! – urlò gongolando il Marchese.

L’altro, come schiacciato da quella romorosa contentezza, dovette limitarsi ad aprire e chiudere gli occhi più affrettatamente di prima, nonchè a cercare un qualche rifugio, voltando il discorso da un’altra parte

– Mi fate ridere, Marchese, coi vostri secoli nuovi e vecchi. Qualcuno ha osservato benissimo che ognuno di essi può cominciare oggi, domani, magari anche dopodomani, e che è una goffaggine di dare importanza ad un semplice anno nuovo, il quale non ha altro merito che di essere il primo di numero sui nuovi cento. Mi pare che sia stato Mantegazza.

– Lasciatelo dire – seguitò ad urlare il Marchese – o piuttosto domandategli dov’è che egli misura meglio il cammino percorso: in una via maestra che abbia i chilometri segnati, ovvero in una straduccia che non li abbia? Per la stessa ragione anche i secoli, regolarmente segnati dalla Natività in poi, misurano meglio il nuovo cammino dell’uomo nella via del tempo. Ma quando comincia questo benedetto secolo nuovo: il 1° gennaio 1800 o il 1° gennaio 1801?

Il Cavaliere propendeva pella prima data e il Dottore pella seconda, entrambi saccheggiando a gara quel poco spolvero di matematica e di astronomia che si suole gettare su questo stantivo contrasto, quando il Marchese, con abbondanza di mimica partenopea, indisse pace tra i due litiganti, e deferì l’arbitrio a mia moglie, come alla persona più giovane e più innocente della tavolata. (Il « più giovane » era per la Signorina, e il « più innocente » era per me).

Paola chiamò a sè l’Angelina che aveva udito ogni cosa e che stava in piedi nel suo cantuccio col tovagliolino sul braccio. Le disse

– Pensate bene avanti di rispondere e supponiamo che il Dottore vi mandi al mercato a comperare le uova. Si comprano a decine, è vero?

– Sì, signora Paola.

– Ebbene, da che numeri principiano queste decine?

– Oh bella! Dall’uno, dall’undici, dal ventuno ecc. Si capisce.

– E che cosa direste se ve le facessero principiare dal dieci, dal venti, dal trenta ec.?

– Direi che mi vorrebbero rubare un uovo ogni decina.

– Per la medesima ragione – concluse Paola voltandosi verso di tutti – io sto col Dottore contro il Cavaliere. Sto pel primo gennaio 1801.

L’Angelina tornò così pettoruta al suo cantuccio che pareva un tacchino. Si credeva una gran donna, ed era profondamente persuasa di avere arbitrato lei, non già di essere stata lo strumento dell’arbitrio.

– Così ha pensato Schiller quando ha mandato fuori i suoi versi al nuovo secolo quasi cento anni fa – confermò la Signorina. – E così la grazia, la poesia ed il popolo sono andati d’accordo fra di loro, come debbono fare per vicendevole utilità.

Ora io non dico che Paola si sia levata male d’impiccio – tutt’altro – e nemmeno che la Signorina le abbia risposto senza gentilezza – no davvero – ma pure, o lettori, io vi prego di mettervi una mano al petto e di dirmi senza cerimonie se per ascoltare i discorsi che avete letto valeva la pena di matricolare per inconcludenti e Paola e me! Dite pure la verità senza farmi la corte. O forse che non era più piacevole e più carino il monologo d’un ignorante ingrato invidioso e permaloso come me, che non tutta la spolpata mezza scienza dei nostri commensali? Rallegratevi dunque di tornare ad una piccola giunterella dello stesso mio tacito monologo, e non fate tante maraviglie se mi vedrete diventare anche ipocrita. È colpa della povera signora Bush, non colpa mia.

– Lodato Iddio che siamo già alle frutta e che non è venuto in campo il gran torneo: il torneo etico che si deve dibattere fra il Cavaliere ed il Marchese. Non ci mancava altro! È certo che il cammeo avrebbe chiesto di rimandarlo alla prossima domenica, per ascoltare pulitamente in nostra compagnia. Che dolcezza! Altri sette bagni freddi per avere il piacere di vedermi levare il pan di bocca. No no, non mi ci piglierebbero davvero e non ci penso neanche. Ora penso alla critica, e in che modo ottenere che la Musa ne parli avanti di andarsene, come ha promesso? L’unica è di rinfrescarle la memoria guardandola continuamente di traverso, come gli antichi martiri solevano guardare la imagine della Madonna. Così, col collo torto, ed aspirando il fiato con un poco di tremolio. Mi vien fatto bene, son contento. Ora se ne è avvista anche lei e non pare indifferente alle grazie della mia persona. Mi guarda ogni tanto e non mostra punto di aversene a male. Oh le Muse! E se Paola se ne avvede? Le spiegherò ogni cosa prima del torneo e imparerà a mutare per forza un circospetto borghese in un mezzo poeta. Anzi mi piace. Anzi ci piglio gusto. Non a fare il poeta, no per l’amor di Dio, ma così, a guardare teneramente una bella donna...

Che pezzo d’ipocrita!

Ma intanto la Signorina era già caduta nella pania. Si volse agli altri tre uomini e disse:

– Ho impegnato la mia parola e voglio mantenerla. – Con chi? – domandò il Marchese.

– Col signor Pietro e la Signora Paola. Mi bastano pochi minuti di salotto.

– C’è segreti? – le chiese il fratello.

– Per te sì.

Questa brusca risposta indusse anche il Marchese ed il Dottore a non esporsi ad altri rifiuti, ed io me ne andai a sedere trionfalmente colle mie due signore, ai precisi identici posti di avanti pranzo.

Che bella cosa l’ipocrisia!

IV.

Che fare adesso colla critica in moto? Abbandonare affatto la melliflua espressione di prima non sarebbe stato prudente, e nascondere affatto la mia molta attenzione di poi non sarebbe stato possibile. Mi sono dunque impiastrato alla men peggio sul viso un che d’intermedio fra lo svenevole e il sitibondo di luce e di verità, e perchè questi due atteggiamenti si accostavano bene fra di loro ed entrambi parevano piacere alla bellissima donna, così essa non diede mai segno di capire il latino e di scoprire così i miei scandalosi progressi nella venerabile arte dell’impostura.

Ormai, come presa meno all’improvviso della prima volta, la Signorina avviò il suo discorso in maniera meno famigliare di prima, e andò avanti così finchè stette sulle generali, per poi tornarsi a riscaldare visibilmente poco per volta. Disse che la critica di tutta Europa ha il peccato mortale di sostenere o di discutere più delle altre due qualità di donne: quelle della scuola di Mad. de Staël, leggendo le quali pare di aver che fare con degli autentici rappresentanti del sesso forte, e quelle altre che vivono, od almeno pensano e scrivono assai più liberamente del debito o del consueto. Ne accade che le medesime persone dalle quali sarebbe ad aspettare il più naturale trionfo della femminilità, si trovino condotte quasi inconsapevolmente a transigere ed a mutar di panni colla penna in mano, lasciando liberi il campo e l’onore ad alcuni uomini, i quali crebbero in fama soddisfacendo massimamente le donne, come Pindemonte, Vittorelli, Gessner, Jules Sandeau e talvolta anche il medesimo non mai abbastanza lodato Gaspare Gozzi.

– È vero che c’è un vantaggio a scrivere così cogli abiti a prestito – seguitò la Signorina animandosi un poco – ed è quello di non rimetterci tanto del proprio, come accade a coloro che mandano fuori dei libri troppo personali, e che vuotano sulla carta tutti i loro amori e tutti i loro odii, sia pure sotto forma di crisalide rettorica. A costoro si potrebbe dire « Quanto più di voi stessi metterete nei vostri libri e tanto meno ve ne resterà per voi. » Ma da troppo a nulla od a tutto di apparecchiato e di falso, ci corre. Eppure i critici più disimpacciati da ogni preconcetto non badano quasi niente ai dirizzoni presi per forza dalle numerose donne, che si ritrovano spinte così a scrivere in chiave di basso profondo; mentre invece gli altri, cioè quelli che per nostra disgrazia ci conoscono davvicino, giudicano sempre secondo imbattono ad avere per le mani la tale mal capitata o la tal altra. Il più furibondo campione del genere, per me, è appunto mio fratello, che avete udito or ora, il quale trova buono, di mio, tutto quello che corrisponde perfettamente alla idea che egli si è fatta di me, e trova pessimo tutto quello che secondo lui se ne discosta alquanto. Ma che ne sa mio fratello di me? E come si può dire ad una persona: « Fin qui sei tu e da qua in avanti non sei più te? » È un assurdo. L’ho a saper io se dico la verità, mi pare. Giudicatemi per quel che dico e non per quello che voi vorreste che io dicessi. Sapete che sono una donna? E voi guardate al più se parlo da donna, come sarebbe dover mio, ove troppi mali esempi e troppi strepiti e troppi fracassi non mi avessero corrotto la parte mia. Come artista, intendiamoci, non come donna.

Il rumore di una carrozzella ruppe in questo momento i silenziosi echi della pensione.

– Questo è il mio automedonte che viene a prendermi – sclamò la Signorina alzandosi in piedi – e vediamo di finire avanti che si lagni dell’attesa. Voleva dirvi degli Aristarchi effeminati e dei feroci: barbogi questi e complimentosi quelli con tutti i bipedi implumi vestiti da donna, ma si capisce facilmente come si atteggino e gli uni e gli altri, anche prima di avere letto una sola parola nostra, che non può non essere o molto bella o molto brutta, a seconda del sistema. Piuttosto vi racconterò quel che è accaduto a me, con un critico dei più sottili e non punto sistematico per quel che se ne sa. Io aveva messo insieme, anni prima, tre novelle allineate in battaglia contro l’eccesso dell’esame di coscienza, che è un altro bel frutto della nostra attuale esasperata civiltà, e mi era sembrato che la men leggiera di queste novelle fosse rimasta come rimane chi non trova nessuno che gli dia retta. La ristampai da sè sola, per rimetterla in maggior luce, e il mio editore, molto abile e volonteroso, le fece grandissime feste, vale a dire che la mandò pel mondo con tanto lusso di carta e di titoletti e di grandi spazii incontaminati che le 80 paginette della prima edizione diventarono, benchè assai ingrandite, quasi il doppio nella seconda. Ma non c’era da sbagliarsi egualmente: bastava tagliare le carte per vedere che, fosse o non fosse riuscita col buco, più piccola ciambella non avrebbe potuto essere. Or bene, quel critico non si peritò di fare di me come una antesignana del racconto psicologico – troppa grazia davvero, e grazia dolorosa perchè si riferiva al molto tempo trascorso dalla prima edizione alla seconda – ma mi rimproverò egualmente di essermi troppo discostata dalle regole della novella comune e di non aver saputo mettere nel mio « finissimo » manicaretto una bastante quantità di droghe comiche o drammatiche. Ed io che le aveva scansate apposta! Io che credeva che il precipuo scopo delle novelle di quel genere fosse appunto di mostrare come il movimento dei pensieri e degli affetti possa essere vivo ed anche tumultuario nelle più normali condizioni della vita! Ma supponiamo pure che io avessi avuto torto nella massima, aveva ragione lui nel caso mio? Vi pare possibile, in poche pagine, di fare, come ora si dice alla francesca, della psicologia narrativa, quando uno si senta trascinare o di qua dalla vis comica, o di là dall’interesse drammatico? A me non pare. Appena appena si può chiedere qualche spruzzo di humour, che è appunto, sto per dire, una tenue miscela di elementi comici e drammatici fusi insieme, ma io ce ne aveva ficcato anche troppo in così breve spazio. Piuttosto mettetela addirittura al bando la novella psicologica (come andate facendo, per richiamarla poi a gran voce fra poco tempo), ma ricordatevi che è moderna, e non esigete che si appoggi sulle colonne della novella comune, che è antica.

Indi, cambiando tono e guardandoci entrambi:

– Ora voi mi domanderete che rapporti ci sieno fra questa storiella ed il mio appartenere al gentil sesso? Ce ne sono più che non pensiate. Se io fossi stata uomo, nè il mio critico mi avrebbe dato un merito che rimonta a dir poco alla Scuola di Balzac, e nemmeno mi avrebbe chiesto mari e monti da un’altra parte. Ma tant’è: quando un uomo giudica di una donna, ha un bell’essere libero di preconcetti finchè volete, ma fa il medesimo, vede tutto troppo grande o troppo piccolo, quando pure, come è accaduto a me, i due fenomeni visivi non si rincorrano l’un l’altro in un solo giudizio. Questo sia detto per quei casi dove non entrino né simpatie nè antipatie personali; che se ci entrassero o le une o le altre, allora addio, il miraggio non potrebbe più essere doppio, sarebbe sempre semplicissimo, quanto superlativo. Non per nulla la Sand, avanti di sezionare a vivo il cuore del suo Poeta, pensò bene di impadronirsi a freddo di quello del suo primo critico, se non dei primi due. Non le spiaceva niente che il pubblico, mediante di costoro, si abituasse fin dapprincipio a vederla in grande.

– Se c’è questo vizio d’origine – mi azzardai a dire con umiltà e circospezione – l’unica è che le donne si facciano criticare dalle donne.

– Bravo! – rispose forte Paola per deviare dall’innocente mio capo uno strale già parato a scoccare. – Bravo! Perchè si dica da tutti che noi abbiamo paura degli uomini!

Qui entrò a proposito l’Angelina

– Dice il fiaccheraio che alle nove precise deve essere in Via dei Tavolini, per quella vecchia signora inglese dai ricciolini gialli.

– Nientemeno che la mia illustre consorella!? Che mi ha chiesto tutti i miei libretti per un articolo sull’Athenaeum e me lo ha fatto aspettare tre anni? Può aspettare anche lei dieci minuti. Vengo subito.

E si rimise a sedere.

– Ma il male più grosso, così della critica come dell’arte, sta nella politica, e in Italia più che altrove essa entra per tutto e guasta e consuma ogni cosa. Si ha un bell’essere artisti, si ha un bell’essere donne, ma di qua o di là, sia per effetto di educazione o per qualità d’indole o per ragion di stile, si deve pur dare un qualche tuffo nei partiti, e più i partiti sostengono l’uomo che scrive, più gli recidono i ginocchi. Il minor danno che gli possano recare è di combatterlo, ma la donna, anche se è combattuta, ci rimette altrettanto e più, perchè fa sempre la figura di immischiarsi in ciò che non le spetta, checchè ne dicano i moderni feministi. Oh fossi nata nell’Italia irredenta! Là almeno la politica s’incarna in un ideale non ancora adombrato. Son sicura che avrei fatto meglio. Ma qui! E adesso!!

La Signorina prese sospirando il mantello di mano all’Angelina e tornò a levarsi in piedi, mentre arrivavano notizie del fiaccheraio, che agitava la frusta violentemente.

– Ecco quel che ci vorrebbe per noi e per i nostri tempi!

Paola prese la mano della Signorina e disse, mentre scendevamo le scale

– Voi ci avete scoperto una specie di mondo nuovo e siamo... cioè sono rimasta assai confusa. Permettetemi di riassumere.

– Figuratevi

– Pare dunque, se ho ben capito, che le lettere non aiutino molto le donne a conseguire quel poco di legittima felicità che è nel desiderio di tutte.

– Niente. Se i nostri colleghi prendono moglie, o lo fanno per riposare lo spirito affaticato, e allora occorrono delle marmotte, ovvero desiderano di essere ben rappresentati, e allora ci vuole del lusso pei ricevimenti. Nel qual caso una delle due: o noi, come accade il più sovente, non abbiamo quattrini, e non facciamo punto al caso loro, ovvero per eccezione ne abbiamo, e allora sono essi che non fanno al caso nostro.

– E nemmeno esse lettere ci aiutano ad acquistar molta grazia presso tutte le donne italiane...

– Nemmeno. Anzi le isolane e le meridionali soglionci ascriverci a colpa quanto pare che sia merito per quelle del Nord. E viceversa.

– Come a dire che anche le signore letterarie a noi più vicine...

– Quelle poi! – sclamò la Signorina con un tenue crescendo di vivacità. – E non crediate che si possano mai eliminare del tutto. Da una parte o dall’altra vi pigliano, non dubitate. Come dire che voi, signora Paola, in pieno possesso della gioventù, della bellezza e... del rimanente...

(Qui mandai indietro la falda del vestito ed infilai il pollice nella svolta del panciotto, sotto l’ascella. Il « rimanente » era io.)

– ...voi non sciuperete la vostra grazia di Dio immischiandovi a scrivere, a meno che non sia...

– Pei bimbi di tutte le età! – concluse Paola, guardandomi la mano, che era sempre ferma allo stesso posto.

La Signorina o non vide o non udì, perchè era già seduta in carrozza, dove il vetturale, inferocito, le lasciò appena il tempo di lanciare a volo i saluti pel fratello e pel Marchese.

Al Dottore, come più brutto, la parte sua. Niente.

– Via – mi disse Paola – saranno troppe le letterate, chi ve lo nega, ma pare che ce ne sieno di così graziose! E chi lo saprebbe se non scrivessero?

V.

Nel risalire coll’Angelina, Paola le vide gli occhi rossi e domandò:

– Che è stato?

– Non hanno udito nulla lor signori?

– No.

– Il Cavaliere mi ha dato un gran calcio qui allo stinco e vedo le stelle ancora.

– Il Cavaliere!? Un uomo che non si muove mai!?

– Fu senza volere, poveretto. S’è presa una distorsione nello scendere al bigliardo col Marchese, e gliela ho tirata io, in assenza del Dottore. M’è svenuto sotto le mani, ma non prima di aver conciato anche me, nell’agitarsi coll’altro piede, tuttora calzato. Forse sarà stato anche per non gridare e per non farsi udire dalla sorella.

– Tanto gli premeva che essa non udisse? – domandai.

– Gli premeva moltissimo, per paura che gli desse del distratto, ovvero che gli si ponesse di casa al capezzale, per fargli delle prediche. Così disse quando rinvenne e fu assai presto. Ora lo abbiamo messo a letto ed egli spera che domenica prossima la Signorina non si accorga di nulla. Anzi prega tutti e Lei signora Paola per la prima di andargli a fare compagnia...

– Subito? Andiamo! – sclamai.

– No. Ora bisogna vedere se non gli si fa un poco di febbre. Domani, speriamo. Oh come mi duole! – seguitò, ponendosi a sedere nel salottino, e facendo scorrere le due mani sopra lo stinco.

– Ma perchè avete tirato tanto?

– Che vuole? – mi rispose. – Quando io, facendo del male, so di far bene, non mi so trattenere e ci do dentro.

– Tutti così i bacchettoni! – risposi. – Come dire che se, per salvar l’anima di uno, occorresse... non saprei... di levargli un occhio, voi non esitereste un minuto secondo, dite la verità!?

– No davvero.

– E vi lagnate tanto per un piccolo calcio preso per fin di bene?

– Ma io non ho mica bisogno di soffrire di qua per star bene di là. Ho sempre arato diritto, io.

– Qualche peccatuccio non ancora purgato ce l’avrete pur sempre anche voi, si spera.

– Sì certo che ce gli ho, ma mi contento di essere trattata secondo i miei meriti. Come dovrebbero andare gli altri, che ne fanno di tutti i colori, se andassi male io, che ho appena dei peccati veniali? Non sono mica egoista, non voglio fare invidia a nessuno, nemmeno ai morti.

– Già già. Tutti bei discorsi per istare bene di qua e di là senza interruzione e senza troppa spesa!

L’Angelina si coperse il volto con ambe le mani e poi disse:

– È inutile. Cogli eretici non si può nè vincere nè pattare. Mi ascolti Lei piuttosto, signora Paola, Lei che è così buona, e mi faccia la carità di decidere una quistione che ho con mio marito.

– Io?

– Lei. Anche la Signorina or ora le avrà chiesto qualche consiglio. Vuol rifiutarlo a me perchè sono una povera donna?

– La Signorina ha parlato dei suoi studi e dei suoi casi. Non ha chiesto nulla.

– Ebbene, chiedo io che ne ho più bisogno assai.

Finalmente s’è capito perchè la scaltrissima donna si fosse così repentinamente mutata il giorno prima. Aveva udito delle persone ragguardevoli fare di Paola come una specie di giudice di campo, e aveva pensato immediatamente di accaparrarsela anche per sè e per Tita. Difatti diede una voce a costui che venne subito

– Mettiti qui a sedere accanto a me. La signora Paola vedrà così che io dico la verità.

Come si balza presto da un polo all’altro del mondo morale! – pensai. – Due donne, così diverse fra di loro come la Signorina e costei, e tutte due in vena di espansione! Che sia così da per tutto? Non credo. Altrove bisogna girare, ma qui nella casa del Dottore, il miele viene in bocca da sè solo. Quanto miele, e purchè io non ne scoppi, povera ape assidua e ghiottoncella!

Tita non era abituato a sedere in società e faceva un viso così scontroso che pareva davanti al Pretore a fare il teste, e non si capiva punto se avesse obbedito così docilmente per soggezione della moglie o di noi due.

– Siamo entrambi di Mugello – principiò l’Angelina – e mio marito serve il Dottore da più di trent’anni, cioè da quando ha lasciato il servizio militare. Perchè io l’ho tenuto bene, come vedono, ma è vecchietto la parte sua e più sarebbe stato con un’altra moglie, meno religiosa. I nostri vecchi si conoscevano da gran tempo, e noi due fin da quando ho preso la prima comunione, perchè il Dottore veniva sempre a far campagna accanto a me. Cosa ho poi trovato io in quest’uomo non si sa, ma un bel giorno mi sono messa in capo di prendere o lui o nessuno, con quel poco di anni più di me che aveva.

– Vi sarà piaciuto, m’imagino – disse Paola.

– Sì e no, come diceva quello. Non era più tanto giovane nemmeno io, e i migliori anni li aveva spesi o a discorrere con dei contadini miei pari, che mi avrebbero picchiato di certo un mese dopo che li avessi sposati, o a contrastare colla mia mamma per andarmi a mettere suora di carità. Non me lo ha mai permesso.

– Ma nemmeno poteva impedirvelo dopo escita di pupilla! – sclamai.

– Smetta, via, e non m’interrompa, la prego. Io sto parlando colla signora Paola, che ha due occhi allegri ed innocenti, di cui mi fido. Dei suoi no, perchè le brillano di malizia. La signora Paola sa bene che siamo nati tutti fra la terra e il cielo. Si fa quel che si può ed ora tira questo ed ora quella. La mia vera vocazione...

– Fra di trovare un uomo che non vi picchiasse...

– La mia vera vocazione non era per far la suora, bisogna dire, e perchè l’uomo, come galantuomo, non mi dispiaceva e il padrone, per padrone, mi piaceva anche più, ho consentito...

– A sposarli tutti due?

– No, a venire a far la serva anch’io in questa casa. Oh che pazienza!

– Che facevate prima? – le chiese Paola, per farle capire che non mi dava retta.

– Lavorava la terra come una bestia! – s’azzardò a dire Tita, facendo l’occhietto a me.

– Sì, ma sul mio, cioè sulla terricciuola della mia mamma.

– E non ti piaceva niente

– Come dire – vociferai vittoriosamente, guardando Tita – che questa donna vi ha sposato perchè ha capito che voi le avreste voluto più bene di un altro – alla vostra maniera – perchè in sostanza vi preferiva all’acido fenico dell’ospedale, perchè non voleva saperne di rimanere contadina, e perchè ha capito che voi ed il Dottore avreste fatto più a modo suo che non a modo vostro. È così?

Tita sbozzò come una specie di sorriso tutto da una parte e chinò dall’altra il capo verso il collo a piccole scosse per dire di sì. Meritava di essere imbalsamato, tanto era bello.

– Alla buon’ora! – seguitai verso l’Angelina. – Ora converrete che avete pensato più assai al vostro comodo che non alla religione. Punto primo: vi siete sposata; punto secondo: avete fatto un matrimonio di capriccio avvantaggiandovi da tutte le parti; punto terzo: avete consentito di servire in apparenza per comandare in realtà.

– Bel comando. Mi lasci finire e sentirà come ho profittato bene da tutte le parti. Ma se seguita a interrompermi così, io non dico più nulla.

– Avete ragione. Ora che vi ho messa al muro, son contento e tacerò. Ve lo prometto.

L’Angelina fu lì lì per pregarmi esplicitamente di levarmele dai panni ma poi si contentò di prendermi in parola.

– Dunque senta, signora Paola, e giudichi Lei. Quest’uomo, questo mio marito di capriccio, ha un fratello che ha dato alla moglie i suoi migliori anni, e che è carico di figliuoli. Io invece sono sempre stata in dieta e non ne ho. Dunque io mi vergognerei di chiedere per me quel che Dio ha dato per tante bocche, e Tita, dal canto suo, sa bene a chi deve lasciare la roba sua di casa...

Tita, che aveva aspettato fino a questo momento avanti di mangiare la foglia, saltò in piedi di scatto e disse:

– Per questo mi hai chiamato?

L’Angelina lo afferrò per la giacca e lo costrinse a rimanere.

– Sta fermo. O vuoi farmi arrabbiare anche tu, dromedario che sei? Non ti basta questo stinco che mi duole tanto? Qui non si tratta di far nulla, per ora, qui si tratta soltanto di ascoltare ciò che dice la signora Paola. Dopo ci penserai. Stai fermo o no?

Tita brontolò qualche cosa come per rispondere che era tutto tempo perso, ma consentì a rimanere in piedi, senza più tentare di andarsene. E subito l’Angelina, con una certa quale tenerezza nella voce:

– Io domando solamente che lasci a me la sua parte di quel poco che abbiamo guadagnato qui insieme colle nostre fatiche.

Paola fece un grandissimo sforzo per non voltarsi a sorridere verso di me. S’imaginava bene che io doveva ghignare in viso all’Angelina, e costei avrebbe creduto che mia moglie chiedesse inspirazione a me.

– Non capisco – disse. – Voi parlate al marito del suo testamento in vostro favore, come gli direste di bere un gocciolo di vino alla vostra salute. Speriamo che campi, povero Tita!

– Che vuole! – rispose l’Angelina senza scomporsi menomamente. – Noi siamo contadini e non facciamo finzioni nè cerimonie. La morte è la morte, e anche a non parlarne, viene.

– È vero. Ma Tita non è decrepito.

– Non è, ma ha la età della mia mamma, ed io non posso sperare che Nostro Signore me li campi molto tutti e due.

– E voi Tita che dite?

– Dico di no.

– Perchè?

– Perchè lascerebbe tutto ai preti.

– E voi non vorreste?

– No certo. Ne hanno già abbastanza.

– Ha inteso i discorsi da buon cristiano? – proruppe l’Angelina quasi furente. – Ha visto se fa complimenti anche lui per parlare del testamento mio? Io lascerò tutto ai preti! Chi glielo ha detto? Qualche liberalone? Certamente che egli mi fa impazientare molto spesso e che io pur troppo avrò bisogno di qualche Messa, ma è colpa sua e io non ho mai detto di lasciare tutto il mio a nessuno. E lui deve mettere il naso nelle mie ultime volontà! Deve negarmi ciò che ha guadagnato per merito mio!?

– Per merito vostro?

– Sì, bastava che io non consentissi a venir qui e m’avrebbe seguito anche in capo al mondo, dove non si sa come gli sarebbe andata.

– Anche a voi.

– Già. Anche a me. Ma se è andata bene a tutti e due, il merito ce l’ho avuto io, mi pare.

Paola si stropicciò un momento gli occhi e poi rispose

– Io non mi sono mai trovata a ragionare di testamenti. Bisogna che mi ci lasciate pensare un poco da me. Ne riparleremo domani sera.

– No. Dica subito, la prego. O altrimenti il signor Piero mi fa qualche tiro dei suoi.

– Vi prometto che Piero tacerà. S’è già impegnato da sè solo, non avete udito?

– Sì, ho udito, ma quando si tratta di dare addosso ai... bacchettoni, i liberali sono di manica larga.

– No no, tranquillizzatevi – risposi. Mi sono già sfogato voi presente, ed al postutto siete una bacchettona che mi piacete. Non negate di essere, come non pretendete di fare sempre il comodo altrui.

L’Angelina, un po’ commossa ed un po’ sbigottita del mio ravvedimento, pensò bene di non insistere e disse quasi gemendo al marito

– Muoviti, rinoceronte, che prima volevi scappare. E dammi braccio. Oh il mio povero Cavaliere! Che male, che male mi ha fatto!

Quando si dice la simpatica ed arcana virtù delle botte! Una donna che prima era tutta della Signorina e che adesso era già passata con armi e bagaglio dalla parte del fratello! E per un calcio involontario! Date, date volontariamente, voi uomini paurosi di qualche repentina rinfrescata nel cuore delle vostre donne. Basta uno scappellotto, ma date. È il solo filtro amatorio che abbia valicato il Medio Evo senza perdere di reputazione.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011