ALBERTO CANTONI

Pietro e Paola

con seguito di bei tipi

NOVELLA CRITICA

 

 

 

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

PARTE SECONDA

I.

Sapeva da me solo che il Nanni, da giovine, era stato aiutante di un famosissimo dottore, col quale era apparso pur troppo al capezzale di Bill moribondo. Mi era anche piaciuto assai in quella triste occasione, ed aveva continuato a salutarlo volontieri per parecchi anni. Poi aveva sentito dire che si era fatto buonissimo nome di suo, ma che egualmente si era come un po’ ritirato dalla pratica medica, per aver vinto poco prima un grossissimo premio di lotteria. Cotesto lo sapeva da me, vi replico, e per il rimanente pensai subito di andarne a chiedere al Canto dei Nelli, dove aveva un amico garzone di farmacia: un buon diavolo che mi voleva molto bene, e che soleva andare un po’ in epico nel parlare. Egli mi rispose quasi solennemente:

– Mai, mai nessuna fortuna è piombata più bene e più male di quella. Bene per lui, cioè pel D.r Nanni, perchè anche prima si era dato a fare il bibliofilo, ed a spendere un occhio della testa per raccogliere le più geniali divinazioni dei medici antichi e dare addosso così a quelli moderni; bene per lui perchè, essendo gracile alla sua volta, non voleva più essere disturbato nè a tavola nè di notte nè il mattino presto nè fuori di certe sue ore quasi meridiane; ma male, malissimo per gli ammalati, che hanno perduto un medico di cuore e d’intelletto, il quale si struggeva di salvarli tutti uno alla volta, e che non aveva altro difetto fuor quello di studiarli troppo, con troppo amore, finchè talvolta gli morivano sotto, persuasissimi, e lui più di essi, di poter guarire coll’andar del tempo.

– Ed ora? – domandai per amore di brevità.

– Ora, perchè è ricco, si rifiuta anche ai consulti che non gli piacciano e che non sieno affatto gratuiti. Ma non rimane per questo di essere un buon medico, e perchè, voglia o non voglia, ama ancora l’arte sua, ha pensato a questa nuovissima alzata d’ingegno, mediante la quale può curare i suoi... relativi pazienti, senza pericolo di doverli consegnare al becchino, senza trascurare i suoi comodi ed i suoi libri, e senza doversi levare di tavola improvvisamente. Mangia con essi e quando abbia regolato la dieta di ognuno, può mandare noi farmacisti a quel paese. Egli stesso ne ha parlato molto l’altra sera qui col padrone, e fu appunto sulla seggiola dove sei tu ora. Ha eletto che non vuole dare nessuna ombra ai colleghi, troppo occupati di ben altri guai, e che la sua idea principale è di riunire, di mettere insieme i suoi clienti affinchè, Dio aiutando, si aiutino quasi inconsapevolmente fra di loro, studiandosi l’un l’altro e soprattutto confrontandosi a vicenda. Per un medico pigro, ma sensibile ed acuto, non si potrebbe dare di meglio che farla così da moderatore dirigente, fra una costoletta alla finanziera e uno stufatino di bove alla moda. Mangiano bene da lui, e credo davvero che egli non guadagnerebbe assai, nemmeno se potesse radunare molte persone.

– Ha anche detto cosa debbono essere precisamente questi suoi clienti... fatti apposta per lui?

– Sì certo. Vuole occuparsi delle persone afflitte dei così detti tormenti di spirito, ma di vecchia data, o almeno di vecchia origine, perchè se uno va là e gli dice per esempio «Caro dottore. Oggi mi doveva sposare e ieri mi è morta la fidanzata dopo sei anni di amore. Ho voglia di morire anch’io e son venuto da lei perchè mi curi» se uno gli dice questo, o qualche cosa di simile, può essere certo che lo manda via subito, cioè a dire lo affida al tempo, che ne ha guariti tanti altri. Egli vuole persone inquiete o afflitte sia pure, ma che possano ad un bisogno ragionar bene di tutto e più che mai della loro afflizione e della loro inquietudine. Come dire che la principale stramberia della tavolata dovrà essere la sua, cioè quella del moderatore dirigente, ma non sarà la prima e finchè ci saranno medici è anche sperabile che non sia l’ultima.

Il buon farmacista si fregò le mani tutto contento. Gli chiesi:

– Come va fino ad ora l’istituto?

– Male, male, crediamo e speriamo tutti noi dell’arte salutare. Deve aver racimolato in tutto non so di preciso se due clienti o tre. Il pubblico lo avrà forse capito male, ritenendo a torto che egli volesse liberare le famiglie di quei mezzi pazzi, i quali non si possono rinchiudere perchè tranquilli, e che alla lunga danno assai più noia di quelli interi. E così, posto pure che alle famiglie non sarebbe parso vero di mandarglieli in buon’ora, questi supposti clienti nicchiarono e stettero a casa. Fecero bene, perchè ho capito che non li avrebbe presi. Ma nemmeno gli altri (fatti apposta per lui come tu dici) si lasciarono punto vedere in gran copia.

Qui il farmacista s’interruppe da sè solo, e guardandomi e scendendo d’un tono, mi chiese

– Dimmi un po’: come ti preme quest’affare? Ne puoi aver danno anche tu?

Rimasi un po’ titubante e poi, come se avessi passato ii Rubicone:

– Ne posso aver vantaggio – risposi – e se il Dottore mi prende, ci vado da domani.

– A che fare? Sei afflitto?

– Sono.

– Tu?! O di che?? Con una sposa che pare la primavera!!?

Gli chiusi la bocca colle mie mani perchè non mi sciorinasse delle altre circonlocuzioni sul genere di quelle del fotografo e:

– Te lo dirò in un orecchio – risposi – quando sarò riavuto e colla sacra promessa di portare meco un buon fiasco di Pomino, per testimonio.

II.

Inaugurai solennemente la mia impostura letteraria, narrando a Paola tutto quello che le andava narrato e tacendole il pochisimo che le andava tacitato: cioè della duplice parte in commedia che essa avrebbe dovuto inconsapevolmente rappresentare.

Paola si riconciliò subito col vecchio dilettante e non mi contraddisse punto quando le proposi di andarci a rinchiudere insieme nella pensione del Dottore, e nemmeno quando le raccomandai di aiutarmi nel tener vivi i miei compagni di cura, tanto per potere scovare chi fossero e come la pensassero intorno alle cose di questo mondo. «Che vuoi!» conclusi «se le cose dette trovate non mi vengono in bocca, io non le trovo certo. Questa è venuta e bisogna acchiapparla come è.» Essa notò soltanto che sarebbe stato difficile di accampare un buon pretesto mercè del quale potermi dare per inquieto davvero, o per afflitto di qualche cosa:

– Difficile? – sclamai. – Difficile dici?! Con tanta gente che non apre mai bocca senza levarmi qualunque illusione?

– Su che?

– Sulla moglie troppo giovane che ho preso. Non ti pare che sia un patema abbastanza grosso, questo, e fatto preciso come li vuole il medico: cioè di vecchia origine se non di vecchia data? Che importa se tu non te ne lagni? È bontà tua. Ma mi lagno ben io, per te. Una moglie che pare la primavera – l’ha detto adesso il farmacista – ed un marito che pare l’autunno, con bastante nevischio sopra i baffi! Guarda, me li vedo da me!

E raggrinzai in alto il labbro superiore, sbirciando in giù di traverso con occhi accigliati e biechi.

– Li avevi anche tre mesi fa, quei medesimi baffi, eppure, appena sei apparso dalla Direttrice, mi è sembrato che ti volessi già bene... di prima.

Profittai di queste parole, di apparente colore oscuro, per tagliar corto alle sue obbiezioni e per rispondere col dito alzato alquanto minacciosamente:

– Ehi dico... Ehi dico... C’è pericolo che mi abbiate preso in isbaglio... per qualche altro?

Paola non rispose nulla e fece bene. Io seguitai:

– I tormenti di spirito non gonfiano da nessuna parte e anche a non averne si possono simulare. Ma io ce l’ho, e grosso. Pei medici poi che bevono tutto, quando si tratta di male! Vuol dire che starò chiuso nel mio dolore, e perchè, per mia mortificazione, sono anche un letterato impreparato, mi metterò alle vedette colle orecchie tese e baderò a raccogliere un po’ di bottino nelle teste altrui. Basta che tu mi aiuti con garbo, con discrezione. Io poi noterò di nascosto, e quando i miei appunti avranno approdato a qualche cosa, cioè a dire quando se ne potrà cavare un decente volumetto di prosa... allora...

– L’anderemo a scrivere a casa nostra.

– Che «anderemo» d’Egitto! Tu non devi vedere neanche le bozze. Appena dopo la stampa come tutti gli altri! Guarda che roba!! È lei che mi martella perchè io faccia il mio dovere e poi mi vien fuori con queste belle proposte! Scriverò io, se permetti.

Alzai le mani come scandalizzato e poi cambiando tono:

– Vatti a mettere il cappello che andiamo a vedere se c’è modo di attaccare il nostro quartierino a qualche famiglietta forestiera che lo ricerchi per un par di mesi. Si spera che basteranno. Povero nido! Appena fatto e subito lasciato! Per andare in uno spedale.

Paola prese l’uscio di camera nostra ed io rimasi solo e cogitabondo:

– Arguta ed affettuosa!... anche affettuosa!... Ma con chi?... Con me solo? Ovvero con tutti?...

Paola tornò ad affacciarsi, pronta per escire. Non eravamo ancora sulla via che principiai: – Dunque mi volevi bene... di prima?... E precisamente a me?

– A chi mai? – rispose. – E non basta. Quando sto al tuo braccio, come ora, mi pare che sia da molto tempo in qua. Sarà stato in sogno, forse, perchè io così a braccetto son andata appena qualche volta col mio povero babbo, e da bimba. Ma era tutt’altra cosa. Egli aveva il portamento militare, più rigido, più compassato del tuo.

Rimasi un po’ ingrullito ed osservai malinconicamente:

– Come si fa a sognare molto tempo prima di una persona la quale non si sia effettivamente veduta che molto tempo dopo?

– Perchè no? I sogni ne fanno di tutti i colori.

Camminammo in silenzio un venti passi, e Paola:

– Tu piuttosto avrai dato braccio a molte altre persone.

– Io? No davvero. Non ne aveva l’abitudine e mi sono anche mancate le occasioni. Appena con Bill, alle Cascine, quando era stanco di correre. Gli piaceva tanto!

– Anche a me piace e più con te, purtroppo...

– Che non col babbo?

– Sì, poverino. Eppure aveva ancora i baffi neri.

 

– Bravo barbone! – pensai. – Ecco delle parole che a tutto rigore possono passare per argute ed affettuose insieme.

Pensai questo, ripeto, ma avrei dovuto pensare ad altro.

III.

I nostri fratelli del mezzogiorno, inquinati più di quassù dagli Spagnuoli, avevano egualmente presa la buona abitudine di darsi del voi. Noi altri, in luogo di cavarne profitto, seguituamo a menare in portantina la cara terza persona, che ci affoga il discorso come una nota stonata, e che, per essere un malo esempio, sta per attaccare anche laggiù, dove non c’era. Resisterò io, nel mio piccolo, alla mala piega, e sbarazzerò i miei personaggi principali da quella uggiosa e sottintesa intermediaria che è la signoria vostra, o sua, per ovviare alla quale bisogna aiutarsi coi cenni, e che par fatta apposta perchè non si capisca mai se si parla con chi sta innanzi ovvero di chi sta dietro. Viva la faccia della Campagna Romana dove tutti, ricchi e poveri, si danno del tu!

Il domani ci presentammo in coppia nella casa del Dottore e fummo ricevuti da due domestici, marito e moglie, che i più mal appaiati non avevamo mai visto. La donna, verso i quaranta, assai untuosa ed assai melata, ed il marito molto più vecchio ed affatto burbero, per non dire scontroso. Costui pigliava a rispondere pel primo, ma s’impappinava presto, come uomo di tardissima Minerva, e l’Angelina andava avanti lei, tutta sorrisetti e complimenti. Sapemmo così che il Dottore stava per tornare a casa e favorimmo di aspettarlo in sala, mentre due clienti, in un’altra camera non molto accanto, si bisticciavano assai forte, uno con un vocione che pareva il terremoto e l’altro con una vocina querula e penetrante. Non si capiva bene se facessero davvero o per semplice contraddizione, ma l’augurio non era dei più lieti in ogni modo.

Il dottor Nanni mi riconobbe immediatamente per un suo antico ammiratore e – more solito – si stemperò più immediatamente ancora nel far feste a Paola. Come le sorrideva volontieri e come uno solo dei suoi sorrisi, per essere sinceri, ne pagava dodici di quelli dell’Angelina! Eppure egli aveva gli occhi un po’ itterici e velati, ma tant’è: la sincerità, appena che ci sia davvero, traluce subito anche dalle spente occhiaie di un cieco.

Avrà avuto allora una cinquantina d’anni, o su di lì, ed era più magro, più verdognolo, quasi più lungo di quando lo aveva conosciuto io. Questo per l’apparenza. Poi ci avvedemmo tosto che egli aveva preso cogli anni un ticchio molto singolare, assunto forse involontariamente per vendicarsi, come per istinto, di un qualche vuoto professore, o di un qualche rumoroso e troppo fortunato collega: quello di prendere di tanto in tanto come il tono ed il frasario dei più industriosi cavadenti, dei più stemperati Dulcamara. A conoscerlo un po’ faceva ridere, ma la burletta gli veniva coll’abitudine così perfettamente bene che, a non averlo mai visto, c’era il caso di prenderla per cosa naturalissima, almeno il primo momento.

Anche questa volta ho lasciato parlare Paola più che ho potuto, badando soltanto a mantenere il collo in direzione afflitta, cioè torta e debilitata. Anzi per non iscordarmene e per istare fermo a quella maniera, piantai la guancia sopra la palma di una mano, come se avessi avuto il mal di denti.

– Questo grullo si è messo in capo di essere troppo vecchio per me – concluse Paola. – Tocca a noi dargli animo e fargli intendere che marito e moglie, quando si amano, son sempre coetanei.

– Fino ad un certo punto! – non potè a meno di ribattere il Dottore.

Poi volgendosi a me solo

– Ecco, caro amico. Se voi, coll’affidarvi alle mie cure, sperate in certo qual modo che io possa togliervi anche uno solo dei vostri carnevali per attaccarlo sulle spalle della signora Paola qui presente, va da sè che la sbagliate di grosso, ma se invece vi rimetterete nella specie di cura che vi sarà per così lire propinata di continuo dalla opportuna compagnia e dall’opportunissimo reggimento dietetico, non è chi non veda come voi non abbiate a finire coll’acconciarvi, quando che sia, alla vostra cara... bella... invidiabilissima e particolare disgrazia.

Non raccolsi nulla dei furbeschi e satirici moventi di questo discorso, per immergermi nella dolorosa contemplazione del reggimento dietetico. O che reggimento dietetico voleva essere?

Il Dottore abbandonò a un tratto il suo tono in parte canzonatorio, in parte come ho già detto da predicatore, e seguitò assai semplicemente:

– Altro buon rimedio, sia detto contro il mio vantaggio, sarebbe intanto quello di restarvene qui solo, senza la moglie...

– Che!?!? – sclamammo insieme Paola ed io, con quattro occhi fuori del capo.

– Ma perchè nè voi vi vorreste dividere, nè la signora è tale personcina che si possa volentieri fare sloggiare, mi accontenterò di avervelo detto, per iscrupolo di coscienza, e ci rassegneremo a tentare la cura, a malgrado della sua cara presenza. – Ora vi metterò alla buona le carte in tavola, e sinceramente. – Il fiasco del mio povero istituto minacciava senza di voi di fare ridere tutta Firenze. Non ho pescato in due mesi che due soli patemi, nelle persone di un mezzo fiorentino e di un autentico napoletano, Cavaliere il primo e Marchese il secondo. Profittarono tanto un dell’altro... a loro modo, e fecero così grande amicizia... sempre a loro modo...

– Sì, difatti li abbiamo sentiti litigar bene poco fa – interruppe mia moglie.

– Che non hanno più bisogno di me per stare uniti e per avvantaggiarsene di più. Anzi mi hanno già detto che se non venivano delle altre persone, mi avrebbero piantato molto presto, ed il Marchese, liberissimo dei fatti suoi, sarebbe stato pronto a lasciare Napoli per Firenze, pur di venire a stare accanto al Cavaliere.

– Il Marchese di Forlimpopoli e il Cavaliere di Ripafratta? – pensai, guardando soprappensieri il mio bastoncino. – Che Paola sia venuta qui a rappresentare la Locandiera di Goldoni?

– Ma poichè – seguitò il Dottore – la mia buona stella vi ha fatto apparire entrambi, son sicuro che andranno a gara a chi si tratterrà di più, anche se rimaneste per un paio d’anni.

– Meno meno si spera! – non potei scansarmi di dire.

– Sia pure e lo desidero per voi, se non per me. In ogni modo il vostro beneficio è stato così grande che ve ne voglio rimunerare immediatamente, dandovi a scegliere fra le più belle mie stanze (una per uno e lontanucce fra di loro); offerendovi l’uso diurno del mio più bel salotto, e limitandomi a farvi pagare poco più che per un solo paziente. Non me li aspettavo a coppia, per dir la verità, e avreste diritto ad una riduzione anche se la signora Paola non fosse... quella che è.

– Mirandolina? – borbottai sotto i baffi.

Il Dottore non capì nulla e seguitò col fare grandioso di poco prima:

– Voglio dire la fata, la salute, la salvezza della mia impresa, così vicina, senza di lei, a naufragare miseramente.

Ci alzammo tutti tre, ed io non potei a meno di pensare a parte:

– Che mania hanno i vegliardi di far di Paola quasi un personaggio allegorico! Per l’altro era l’arguzia ed era la bontà, per questo la salvezza o almeno la salute, per me la Locandiera: insomma, quante mogli ho io?

Andammo a consegnare la casa ai nuovi pigionali, dopo di avere osservato che l’Angelina, nel farci vedere le camere, aveva assunto un certo sorriso cadaverico, assai diverso da quello di mezz’ora avanti. Bisognava dire o che prima non ci avesse presi per ospiti, ovvero, quanto meno, che avesse sperato di non dover mettere a piano, per noi due, le più belle parti del suo quartiere, tuttora vergini di ospitalità.

IV.

Pigliammo possesso poco dopo del salotto di Paola, dove il Cavaliere ed il Marchese ci mandarono subito i loro biglietti di visita, chiedendo il permesso di venirsi a presentare.

– Bene bene, si comincia presto – mi disse Paola tutta contenta, dopo di avere accomiatato il marito dell’Angelina, che aveva recato il messaggio.

I due entrarono con una certa disinvoltura, che li rivelava a un tratto per persone ben educate; e si sedettero meco intorno a Paola, sola sul canapè.

Del Marchese basta dire che si accostava ben davvicino al tipo assai popolare del buon Duca di Sandonato, ma pel Cavaliere ci bisogna un poco di studio e di osservazione.

Era un omino brutto e sottile che apriva e chiudeva gli occhi ogni momento, senza mai scostarsi nè di qua nè di là. A guardarlo un po’ di seguito, faceva quasi girare la testa con quella microscopica sua mimica, tutta raccolta in poco spazio come una bolla di argento vivo, e che non si serviva mai di nessun altro cenno quando l’uomo stava parlando. Anche la voce, benchè molto acuta, era alquanto uggiosa come la mimica, ma pur sempre identica e monotona, come l’atteggiamento del corpo. Insomma una scimmietta nervosa, la quale, ben legata, non avesse potuto muovere che gli occhi o tutt’al più anche la bocca e che, seguitando sempre a star ferma, si fosse data ogni qual tratto a stridere lungamente.

Pareva che il Dottore avesse già parlato, perchè entrambi i nostri interlocutori, con molta creanza è vero, si occuparono talvolta anche di me, non senza un poco di piccante misericordia.

– Poichè abbiamo il piacere di vedervi qui venuti in qualità di nostri compagni di sventura – principiò il Marchese colla sua voce grossa quantunque stanca – abbiamo pensato di venire subito ad inaugurare la nostra società del quartetto, senza lasciare tempo al maestro di cappella di principiare a battere la solfa a modo suo.

– Avete fatto assai bene! – rispose Paola semplicemente. – Le nuove conoscenze, quando sono destinate ad andare a lungo, diventano difficilissime ad intavolare e chi si sacrifica ad essere il primo, si rende benemerito degli altri. Noi due siamo sposi da poco tempo e voi signori... siete ancora... giovinotti?

– Io no, son vedovo – rispose il Cavaliere – ed il Marchese qui presente non ha mai preso moglie. Buon per lei!

– Perchè perchè? – chiese Paola sorridendo.

– Perchè è un diavolo d’uomo. Ha un capo che non istà mai fermo e l’avrebbe fatta confondere appena presa.

Il Marchese raccolse il guanto e sclamò più forte che mai:

– Io l’avrei confusa, può darsi, ma voi l’avete fatta tornare al Creatore... per pigliar aria.

La conversazione, avviata così famigliarmente, levò a Paola ed a me la gran soggezione che avevamo entrambi della nostra prima comparsa a desinare, dove ci chiamarono immediatamente. O che buon pranzo! E che bella tavola da quattro lati, ognuno dei quali abbastanza grande per potere capire due persone.

Il Dottore si prese naturalmente il posto d’onore con Paola a fianco; il Marchese ed il Cavaliere occuparono le due ale laterali, ed io me la godetti in fondo, cioè nel miglior posto per parlare poco e per ascoltare assai.

L’Angelina recava ogni cosa dalla cucina e Tita girava intorno coi piatti, ma girava a modo suo. Lasciava cioè che il Dottore e Paola si prendessero da sè soli, ma cambiava metodo con noi altri tre, e ci serviva lui, fermandosi un momentino dietro di ognuno a ruminare gli ordini perentori avuti dal suo padrone, ed a guardarci bene di profilo, per la tema di prenderci l’un per l’altro.

Era una grandinata di prosciutto, di galantina, di rosbif e di bistecche nel piatto del Cavaliere e nel mio, e una distesa di verdura cruda e cotta in quello del Marchese, con appena uno scrupolo delle opposte cose ad ognuno, perchè non se ne morisse dalla voglia. Il Marchese ed il Cavaliere lo guardavano di sotto in su teneramente, come implorando un po’ più di scarsità o un po’ più di larghezza, ma quello duro, torvo, bieco, tirava avanti come il destino: una specie di destino particolare, il quale fosse invaso dalla paura di sbagliarsi, ma senz’ombra di pericolo che si lasciasse corrompere mai. Gran bella cosa una consegna per chi abbia poca testa di suo e ce la metta dentro tutta quanta!

– Voi, Piero, non sapete ancora la regola della mia casa – prese a dire il Dottore – ma vi avviso che il mio siniscalco non mi fa da tirapiedi per burla; fa davvero.

– Cioè a dire?

– Che bisogna mangiare come e quanto vi sarà servito da lui. Guardate con quanta attenzione ci si mette. Già non isbaglia, ma se pure sbagliasse, non vi confondete a dirglielo. Son qua io e vedo tutto, come vedrei se vi attentaste a rimandare il piatto, scemato di poco.

– Nel qual caso?

– Provvederei severamente il mattino dopo, a digiuno. Me presente.

Bella alternativa. Con quel birro di dietro che mi stava ponendo innanzi una costola di bue, che pareva una bandiera spiegata, un gonfalone! Ma che buona carne, però. Elastica, succosa, sanguinolenta. Nemmeno dai signori Bush mi era mai accaduto di mangiar così bene!

Alle frutta, forse per non lasciarci tempo di osservare come poco equamente andavano distribuite (quasi nulla a me ed al Cavaliere, e tutto un corno d’abbondanza nel piatto del Marchese), il Dottore si rivolse ai suoi antichi pazienti e disse un po’ con essi, un po’ voltandosi verso la sua vicina:

– Io vi conosco e non mi ci confondo più, ma c’è stato oggi chi s’è accorto subito come la vostra amicizia si nutra volontieri di... come debbo dire?... di battibecchi. Avete avuto qualche cosa di nuovo oggi?

– No – rispose il Marchese – non siamo bisantini per nulla, come tutta la gente nervosa. Si casca sempre lì, al medesimo posto, cioè a dire quale di noi due abbia sortito il più disgraziato temperamento. Eppure non è un quesito molto importante, soprattutto quando si pensi che ognuno di noi si affanna a sostenere che fu appunto lui il più malcapitato dei due.

– E avete concluso?

– Niente, come il solito. O che la gente nervosa ha mai concluso qualche cosa al mondo, specialmente quando si tratti di questioni e di battibecchi? Si seguita a ruminare e non si finisce mai: non ve ne siete accorto ancora voi che siete medico?

– Ebbene, rimettete il giudizio alla signora Paola, che pare fatta apposta per dare il crollo a tutte le Bisanzio!

– Io? – protestò Paola, schermendosi modestamente.

– Sì, voi che siete la più schietta rappresentazione della buona modernità, – ribattè il Dottore, cadendo di bel nuovo in piena allegoria, come se fosse stato il suo tic rivelatore o per meglio dire come se egli avesse avuto una grande smania di darsi a conoscere per altrettanto nervoso dei suoi ammalati. – Voi! Qual è mai la ubbia che oserebbe di trascinarsi per le lunghe davanti ai vostri occhi sereni, così limpidi, così lucenti?

Andava in estasi il vecchio ripicchiato!

I due signori non assentirono soltanto nei pomposi elogi del medico, ma anche, e per fortuna, nella sua idea di rimettere la cosa in Paola. Solamente il Marchese, come più inquieto ed impaziente, osservò tosto ad alta voce:

– Piano. Io verserò molto volontieri la piena delle mie doglie nel grembo della signora Paola e sono ben certo che anche al Cavaliere non parrà vero di fare altrettanto, ma uno alla volta, per carità, io prima ed egli poi, o viceversa, ben sicuri come siamo uno dell’altro e della reciproca assai probabile sincerità. Che se io dovessi starmene lì muto ad ascoltare il Cavaliere, in atto di sgranare tutto il suo rosario, oh dico la verità che mi piglierei più volentieri una tifoidea! Vuol dire che se dopo avremo bisogno, prima della sentenza, di raccoglierci insieme tutti tre...

– Tutti quattro! – interruppi io severamente, scandendo le due parole. – Per lo meno, e se non da giudice, voglio farla da cancelliere.

– Giustissimo. Di raccoglierci insieme tutti e quattro, per confrontare le ultimissime argomentazioni del Cavaliere colle mie, ciò si potrà fare, ma a discrezione, anzi col patto espresso di sbrigarci presto... tutti quattro. Va bene?

– Malissimo, va! – rispose Paola. – Perchè si parte a ogni modo dal principio che io debba sedere a scranna, sentenziando. Son giovane e ho vissuto assai raccolta in fino ad ora, sempre in mezzo a tante bimbe. Come potrei giudicare di persone saputissime ed anziane?

– Pigliateci pure per bimbe anche noi – gridò il Marchese. – Siamo vecchi nervosi e ci corre poco, o se ci corre non è in vantaggio di noi altri quattro. Dico quattro perchè è un numero che piace a vostro marito, ma ci includo il Dottore, non voi signora Paola!

In altri termini dava del vecchio e del nervoso anche a me. Oh se il suo scudo marchionale fosse stato un tegamino, come volentieri glielo avrei calcato sulla testa! Per il momento mi limitai a concludere a mezza voce, borbottando fra me e me:

– Te li darò io a suo tempo i miei anni ed i miei nervi! Ora, poi, con questa cura tonica e ricostituente!

V.

Subito dopo pranzo, mia moglie andò a mettere a posto le sue robe ed io, meno accurato, riparai in camera mia, unicamente per notare a memoria fresca le vicissitudini del primo desinare. M’importava poco del mio equipaggio, che stava così bene anche in valigia.

Arranca e sbuffa, che sudata la prima volta a ricordare qualche cosa, e qualche cosa in buon ordine, cioè a metter prima quel che andava prima, e dopo quello che andava dopo. Beati i novellatori che hanno memoria! Anche se non riportano di seconda mano, anche se si limitano a trascrivere dal vero, è certo che non debbono faticare quanto gli smemorati. Vero è che sono anche pronti a cadere nell’eccesso opposto! Cioè a ricordare troppo e – aimè! – a trascrivere tutto.

– Che sciocchissimo pretesto abbiamo preso per venire qui! – sclamai in maniche di camicia. – Un pretesto mercè del quale non mi potrò mai trovare liberamente con mia moglie, la quale mi avrebbe aiutato così bene, almeno per gli appunti, cosa lecitissima! Qual è mai il meschino letterato che non abbia il suo segretario?

Mi era messo così non volendo a scrivere sul caminetto, con uno specchio davanti. Una volta alzai gli occhi, mentre mi batteva la fronte per rinfrescarmi la reminiscenza, e mi vidi così, tale e quale, nello specchio.

– No no – dissi tosto a quattr’occhi, guardandomi con molta benevolenza – no no, il pretesto è stato buono. Ci siamo sposati a tamburo battente, mia moglie ed io, appena visti si può dire, e questo po’ di vacanze ci farà un gran bene. Il tempo migliore è sempre stato fra la promessa e le nozze. Così si ripiglierà. È vero che la creanza mi insegna di mostrarmene addolorato come di un castigo... e mi mostrerò. Ma è così piacevole di ridare una occhiata alla prefazione, quando si è già visto che il libro mette bene! Di fermarsi a pensare a ciò che si è già letto quando si sappia che non mancherà tempo di leggere ancora! Noi siamo così. Il presente da solo non val nulla, senza l’esperienza del passato che lo sospinga e senza la visione dell’avvenire che lo trascini.

– Ne ho una di curiosa da raccontarti – mi disse Paola quando ci radunammo nel terreno neutro: il suo salottino. – Hai visto come era mutata l’Angelina avanti pranzo?

– Ho visto.

– Or bene, adesso è già tornata come prima, anzi meglio di prima. Il Dottore è andato a spasso con gli altri due, ed essa è venuta ad offerirsi per aiutarmi. È stata così gentile che la ho anzi invitata a venire qui per farci compagnia. Può esserci utile, e poi mi è sembrato di capire che sarebbe venuta da sè sola, anche senza inviti.

– Forse per sorvegliarci – sclamai con un sospiro. Paola fece mostra di non aver udito e domandò – Come spieghi tu questi repentini mutamenti?

– Non saprei. Pare una bigotta e saprà fare di necessità virtù. Del resto è meglio che venga.

– Perchè?

– Perchè, se mi debbo occupare di tutto e di tutti, il popolo, come più numeroso, dovrebbe anzi avere il primo posto. Taci che picchiano. Avanti!

L’Angelina si presentò coi ferri da calze in mano e con uno smisurato sorriso in bocca: un sorriso che lasciava apparire tutti i denti e tutte le gengive.

– Brava – diss’io come per tastarla – ho udito con piacere che venivate per farci compagnia. Sedetevi e brontoliamo insieme, voi ed io, contro i mariti vecchi. Dovete averne esperienza.

– Sì che l’ho, ma appunto la esperienza mi ha insegnato che è meglio.

– Perchè?

– Perchè son sicura che Tita non mi ha mai fatto nessun torto.

– Sareste stata gelosa se egli avesse avuto meno anni?

– Gelosa forse no, ma se egli fosse incorso... che so io... in qualche tentazione, sarei stata in gran pensiero per l’anima sua.

La governante lasciò andare questa sublime ipocrisia in un modo particolarissimo: metà sul serio e metà sorridendo, quasichè essa medesima avesse ritenuto che le sue parole non potessero trovare gran fede, eppure avesse voluto dirle egualmente, per ostentazione. Così, facendone quasi rilevare da sè stessa il lato ridicolo, sarebbe rimasta meno scorbacchiata se qualcuno l’avesse poi sorpresa con qualche formidabile risposta. Abbiamo visto dopo che in simili casi essa faceva sempre così. Pur di dire, sorrideva lei la prima delle proprie parole, e tanto peggio pei peccatori se poi non le davano retta. Se ne sarebbero poi avvisti laggiù a tempo opportuno. Oh le belle altalene che fanno certuni per metter d’accordo l’amor proprio cogli scrupoli di coscienza!

– Che buona moglie siete! – sclamai alzando al cielo ambedue le braccia. – E quanto avrete dovuto patire per l’anima del vostro padrone, così solo, così celibe, così esposto a volgere in tentationibus!

L’Angelina mi forò da parte a parte con un’occhiata, per iscrutare se io la voleva mettere in mezzo o no, ma ho visto benissimo che debbo essere stato molto fermo al fuoco e che essa non capì nulla. Per questo rimase come a mezz’aria e mi rispose tra il fosco e il chiaro:

– Io non ho alcun diritto di occuparmi dell’anima del mio padrone, ma questo non vuol dire che talvolta non l’abbia fatto, arbitrariamente, per dolermene da me, non per parlargliene. Del resto se ha anche avuto qualche peccatuccio di gioventù, ora è vecchio e lo ha già pagato. Se sapessero quanto ha sofferto!

– Da ammalato?

– No. Da medico. S’intendeva troppo di malattie nervose, e gli capitavano dei casi che avrebbero potuto sembrare quasi ridicoli a degli ignoranti, e che invece lo facevano struggere di compassione, tanto disperava di poterli guarire. La più parte erano sofferenze segrete e come tali gli destavano maggiore pietà. Ora si pretende che vengano dalla così detta nevrosi o neurastenia che si voglia dire, e che mai come ora ce ne sia stata così grande abbondanza, ma piuttosto che inventare delle parole nuove che non giovano a nulla, farebbero meglio a riconoscere senz’altro che tutto addiviene dallo scemato timor di Dio, come pare a me. C’era il cholera una volta? C’era l’influenza? C’erano tante malattie della vite? O che debbono essere cadute giù per capriccio tutte queste novità? Cadeva la manna una volta per chi se la meritava! Non era meglio?

– Se era meglio!! – risposi, secondandola.

– E intanto il mio padrone doveva battersi contro il Maligno, che gli compariva davanti in persona propria dentro alle carni dei suoi clienti, senza che egli si ritrovasse mai il coraggio di mandarli diffilato a qualche santuario, come gli predicava io. Talvolta era un gran personaggio, molto reputato, che non poteva accettare un pranzo in casa altrui, senza mettersi pulitamente la forchetta in tasca; tal altra era una gran dama, che si sentiva invasa di odio profondo quanto improvviso pel marito o pei figli; più spesso erano persone, passate sempre per molto savie, che gli venivano a provare in palma di mano di essere sempre state matte, o almeno di aver dovuto sudar sangue dalla nascita in poi per non lasciarsi riconoscere per tali; e lui a rodersi il cervello per rimetterle in carreggiata colle più ingegnose rattoppature, non sempre giovevoli, anzi tavolta dannose. E dover tener dentro tutto, specialmente cogli ammalati, che egli doveva curare quasi sempre di traverso, come se fosse per ben altri guai, e portare intorno i più crudeli segreti di tante povere famiglie ritenute felici, oh che vita per un uomo che pare fantastico ed è invece sensibilissimo! Lo sentiva bene io che non poteva dormire la notte, come se i suoi ammalati gli avessero attaccato la malia! Anzi una volta che faceva una perizia in Tribunale, è stato lì lì per prendere a schiaffi il Presidente!

– Eh!!? O perchè?

– Per niente. Per un estro del momento. Me lo ha confessato lui medesimo.

– Sarà stato per contagio di qualche suo malato. Dicono che accade.

– Accade sì, ma intanto egli ha patito per gli altri e si spera che avrà anche purgato per sè! Ora per principiare Nostro Signore gli ha mandato la grazia di non dovere più occuparsi dei ricchi, i quali, secondo lui, soffrono sempre di mali più gravi e soprattutto più misteriosi di quelli dei poveri. Se accetta qualche cura, per non arrugginire del tutto, si può scommettere di prima che sarà per una vera malattia di carattere, come diciamo noi ignoranti, e più ancora che egli si presterà gratuitamente, se pure non dovrà spendere di tasca sua.

– Capisco. Volete dire che s’è dato ai poveri, ritenendo probabilmente che le costoro malattie rompano meno la testa ai medici di quelle dei ricchi. Ma dite un po’: qui in casa i veri poveri non ci possono venire, mi pare.

– Qui? Qui è per passatempo e sono tutte cose lisce. Di oscure non ne piglierebbe. Ha idea che i malinconici si debbano curare strofinandosi tra di loro, e siccome ne soffre anche lui, di malinconia, s’è voluto levare questo capriccio per vedere di guarirne e sè e gli altri. Lei per esempio che ha? Ha paura di essere troppo stantivo per la sua signora, così giovane e così bella...

– Chi ve l’ha detto?

– Si capisce. Ma se Lei pensasse che tutto quello che Dio manda è ben mandato, non sarebbe guarito subito senz’altre cure? Oppure non avrebbe già capito che c’è chi sta assai peggio di Lei? Veda per esempio la sorella del Cavaliere.

– Che sorella?

– Una signorina che viene qui a pranzo tutte le feste. La vedranno domani appunto.

– Ebbene: questa signorina?

– È bella, è buona, è saggia, e ciò non ostante non ha trovato marito, nè si può molto lodare del suo fratello. Quella sì che sta male davvero. Eppure è così serena. Ma ha anche lei la sua disgrazia, ed è che la sua serenità, per quello che ho capito, se la ritrova in capo e non in cuore: voglio dire che la sua è forza d’animo, non fede in Dio. Ci corre molto.

– Che fa?

– Deve dire che non fa! È una delle più brave donne che ci sieno mai state. Scrive, stampa libri, ha pubblicato dei romanzi. Un prodigio.

– È una letterata dunque?

– E che po’ di letterata! Vedranno domani.

Guardai Paola come per dire che andavamo a gonfie vele e corsi in camera mia, per notare le chiacchiere dell’Angelina. Dopo il tocco andai a letto e poco dopo, cioè all’alba, comparve Tita con un secchio d’acqua ed una spugna a farmi fare, di sorpresa, un maledettissimo bagno freddo che a ripensarci mi fa sudare ancora. Poi mi stropicciò senza parlare come avrebbe stropicciato un cavallo, e mi mise in mano l’ordine scritto e perentorio del Dottore di andare subito a riscaldarmi con una frettolosa passeggiata fino all’Indiano. La mia sola soddisfazione, mentre mi vestiva, è stata quella di udire gli strilli del Cavaliere, che stava divertendosi con un altro bagno, come il mio, nella camera accanto.

– Un po’ che duri e scappo – pensai tra me, salterellando intirizzito, con tutto il bavero del pastrano sulle orecchie.

VI.

– Qui bisogna vedere di fare meno bagni freddi che sia possibile – dissi a Paola, quando essa apparve, di levata, nel gran salotto principale. – Per il momento non me ne lagno, perchè ho già appetito, ma io mangio bene in tutti i modi e il mattino presto mi piace dormire. Dunque sbrighiamoci. Ora che s’è preso l’aire, ho in mente che le idee ritrovate qui dentro ci conducano più presto e più dirittamente alla meta che non hanno fatto i miei anni di biblioteca e il mio girellare di poi. E noi cerchiamone subito delle altre. Le troveremo più facilmente di quando, smessi i bagni, non mi sentirò più così in vena come adesso.

– Ma io non l’ho fatto, il bagno! – si azzardò a rispondere Paola, mentre si preparava a lavorare coll’uncinetto – e poi mi sembra che tu ti affaticheresti inutilmente. Ieri, in poche ore, hai mietuto abbastanza, e per quello che si deve trovare fra noi due soli, tanto vale di cercarlo adesso come dopo, fuori di qui.

– Sbagli. Il mulino è in moto e macina meglio ora, ti ripeto. Sono intonato bene presentemente, e se anche non fossi, noi non possiamo escire di qui senza recare con noi tutto il nostro viatico. Dunque guadagnamo tempo.

Paola mi lasciò passare in rassegna tutte le galanterie del salotto, che non mi diceva nulla di nulla, e pensò invece di non guardare attentamente che il suo uncinetto: vale a dire il gran consigliere delle donne, quando stanno soprappensieri. Dal quale attinto l’oracolo, mi rispose con questa domanda:

– Perchè e per chi devi scrivere il tuo libretto?

– Per onorare possibilmente la memoria di Bill, lo sai anche tu.

– Epperò, più della sua vita, che è stata così breve, più dei suoi fatti, che debbono essere stati i più scarsi ed i più semplici, tu devi ricomporre davanti al lettore la sua persona morale, mediante la scorta dei suoi pensieri e dei suoi giudizi, per infantili che possano essere stati.

– È vero, ma come ricordarsene dopo tanto tempo? Si chiacchierava tutto il santo giorno e un discorso tirava l’altro.

– Però, se tu ci pensassi bene, troveresti certo che in questa o in quella occasione, egli si sarà espresso in qualche modo su questa o quella cosa del mondo, almeno sulle più semplici e sulle più elementari.

– Sì che troverei, anzi ho già trovato, pensandoci più volte da me solo, ma a pezzi ed a bocconi, frammentariamente.

– Ebbene, parla, e vediamo se metta conto di tenerne nota.

Mi stropicciai le sopracciglia a uso del vecchio dilettante, e presi a dire:

– Ecco. Ricordo per esempio che una volta, in giardino, avevamo osservato, guardandoli bene, i diversi costumi dei ragni e delle farfalle. Poco dopo, mi prese alla sprovvista e mi chiese: «Di’ un po’, Pierino. I ragni, se volessero, potrebbero non essere così traditori, così ammusonati? E le farfalle, se volessero, potrebbero non essere così amabili e così liete?» Rimasi alquanto imbarazzato e gli risposi che io riteneva di no. Ed egli: «Allora nè le farfalle hanno merito, nè i ragni hanno colpa di essere quel che sono. Che sia così anche degli uomini?»

– Ebbene: hai risposto qualche cosa?

– Sì certo, ma devo aver risposto come il solito: che cioè gli uomini hanno la religione e la coscienza e che le bestie non hanno che l’istinto. Cosa vuoi rispondere a domande simili, tu fossi anche la moglie di Aristotile?

– Ed egli?

– Egli notò che era sempre una ingiustizia in tutti i modi e che ci doveva essere una ragione. L’avete trovata?

– Vuoi trovare una ragione che non c’è, che tu sia benedetta!

– Intendo una ragione da bimbo.

– Oh quella sì, ma l’ha trovata lui, e chi se ne ricorda, ora! Cosa può mai aver detto?

Paola mi lasciò rimuginare un momento e poi, come per aiutarmi:

– Avrà detto forse che le bestie nasceranno tutte una volta buone e una volta cattive per stare tutte una volta bene e una volta male, e che anche agli uomini accadrà forse qualche cosa di simile...

Andai indietro due passi e mezzo impaurito per guardarla meglio da capo a piedi e subito, a bassa voce:

– Ehi, Paola, c’è il caso che tu fossi in giardino ad origliare? Appunto così ha detto! E io non ricordarmene dopo di averci ripensato tanti anni! Come hai fatto a indovinare? O c’eri?

Paola sorrise adagio, indi rispose:

– Vuoi che io sia stata con tante bimbe senza mai imparar nulla? È così che si ragiona a quella età.

– Allora andiamo avanti perchè me ne sono quasi dimenticata un’altra. La moglie del cocchiere venne un giorno di campagna a far visita al marito, e i due si fecero tali feste che le più rumorose e le più sperticate sarebbe stato difficile imaginare. Il vocìo e le allegrezze non erano punto vicine a finire che già Bill mi chiamava a parte e mi diceva: «Anche il babbo andò in Inghilterra l’anno passato e stette via sei mesi. Quando egli tornò la mamma andò a stringergli la mano giù dello scalone, e poi seguitarono a parlar piano come il solito per tutta la serata. Che il cocchiere e sua moglie si vogliano più bene del babbo e della mamma?» Gli risposi che io non era niente affatto di questa opinione e che la gran differenza veniva dalla minor educazione di quegli altri. «Sì, ma intanto gli altri se la godano – rispose Bill – e guarda che occhi festosi hanno ancora entrambi!» Poche ore dopo i due coniugi si ritrovarono di assai diverso parere in una loro famigliare controversia e – per avere poco tempo di discuterla colle buone – ci dettero dentro così frettolosamente e con tanto calore, che per poco non si presero pel collo. Un putiferio! «Vedi che occhi diversi hanno adesso da quelli di poche ore fa!» dissi a Bill, che non si poteva capacitare di quel grande ed improvviso mutamento. Non mi rispose nulla sulle prime, ma poi me ne deve aver detto una piuttosto carina. Beata memoria di carta pesta! – conclusi battendomi la fronte come il dì precedente davanti allo specchio.

– Vediamo – disse Paola come per aiutarmi. – Il povero ragazzo era vivo e pronto: è vero?

– Vivissimo, prontissimo, te l’ho detto cento volte.

– Allora avrà temuto di fare qualche volta colla propria moglie come il cocchiere stava facendo colla sua. E avrà detto che anche il metodo del suo babbo e della sua mamma non gli piaceva niente.

Volsi gli occhi intorno senza muovermi e tacqui,

così dentro impetrai.

– Era naturalissimo! – seguitò Paola, senza smettere di guardare il suo uncinetto. – Quando si parla di marito e moglie, i bimbi la prendono sempre come una parentela necessaria, e corrono subito col pensiero al matrimonio proprio.

– Sarà – risposi con voce assai più flebile di prima, per la maraviglia, mista ad un poco di terrore, dalla quale mi sentiva preso – ma ciò che non è niente naturale è che tu debba indovinare presto quel che io non sono riuscito a ricordare in tanti anni. Notare che tu non ci potevi essere, allora, perché Bill deve aver parlato così, avanti che tu nascessi. O eri tu Bill!??

– Andiamo! Che idee ti vengono! Vuoi aver bisogno del Dottore davvero? – sclamò Paola, forzandosi a parlare col consueto suo tono di voce, per non essere udita fuor del salotto.

– Aspetta un po’! – dissi subito presto presto ed affannosamente. – L’anno combina, mi pare di essermene già avvisto, ma del mese al momento non mi ricordo bene. Sei nata d’aprile?

– Sì.

– Il mese che morì. E non sei Bill!? E non vuoi essere Bill!? Ora capisco perchè pregavi più pei genitori che per te in camposanto; ora capisco perchè ti pareva di avermi voluto bene di prima e di essere già stata a braccetto con me. So anch’io che ci sei stata. Sei Bill!

Paola mi lasciò seguitare e solamente prese a guardarmi da capo a piedi un po’ per simpatia e un po’ per inquietudine. Poi disse:

– Mettiamo pure che lo spirito di Bill sia passato nel mio quando son nata, ma io non cesso per questo di essere una donna, non cesso per questo di essere tua moglie.

– È vero, e appunto però mi dai troppa soggezione adesso. I beati stanno meglio in paradiso che non quaggiù a fare vergognare i vivi. L’anima di Bill dentro a mia moglie!... Ma come si spiega che tu sei più calma, più tranquilla di lui?

– Oh bella! Ho vent’anni di esperienza più d’allora e qualche cosa debbo avere imparato – rispose Paola, la quale non ignorava che per levare le idee torte ai bimbi piccoli e ai bimbi grandi giova spesso di prenderli in parola. – Sai che ti vengono dei bei ghiribizzi qualche volta? Se fossi veramente Bill, vorrei proprio faticare per aiutarti a farmi il monumento. Io ho idea invece che il poverino abbia ancora a rinascere, oggi che parliamo, ma che ciò non di meno egli abbia già levato il biglietto di ritorno.

– Per dove?

– Me lo domandi!? Ce ne occupiamo tanto tu ed io che non può essere altrove che in casa nostra... ma non subito... fra parecchi mesi...! Basta che tu non dica niente a nessuno, per carità...! O altrimenti ci manderebbero via subito come due bugiardi...! Eppure vera certezza non l’ho avuta che poche ore fa, e poi ho sempre ritenuto che ti riguardassero come troppo anziano in mio confronto soltanto per rispetto ai gusti ed alle aspirazioni, o per l’apparenza della età e dei baffi! E invece come sono biasimevoli gli uomini! Come sciupano le più dolci improvvisate delle povere donne!

Principiai a capire piano piano, poi più presto, poi del tutto, e caddi a sedere sopra il canapè!

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011