ALBERTO CANTONI

Pietro e Paola

con seguito di bei tipi

NOVELLA CRITICA

 

 

 

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

PARTE PRIMA

I.

È gran tempo che mi preparo a questo momento ed ora appena mi ci so mettere. Ho soggezione a scrivere pel pubblico. Ma oggi ho deciso ed eccomi qua.

Credo di essere nato a Firenze. Ho una lontana lontanissima memoria di una bella donna che mi baciava piangendo, quando io era assai piccino, e spero che sia stata mia madre, perchè me ne ricordo abbastanza e le voglio bene ancora. Poi la dolce visione scomparve e mi ritrovai in un ospizio di carità, dove crebbi come Dio volle e dove mi mandarono a bottega per fare il legatore di libri.

Non mi piaceva nulla. Tutti quei volumi, quasi sempre sotto il torchio, mi mettevano ira a vederli, ed io mi alzava prima di giorno per leggere un po’ qua ed un po’ là quelli già esciti dalle strette, che aspettavano di tornare a casa loro, vestiti bene. Oggi venti pagine di gramatica, domani trenta di storia antica, posdomani quaranta di Paul de Kock. Un pasticcio. Ma perchè mi era anche piaciuto sempre di migliorare più che potessi la mia mano di scritto, ne venne che quando il mio principale mi mandò via per disperato, bruciai i miei vascelli e mi misi maestro di calligrafia.

È una bella ed importantissima arte. Quando uno parla e si lascia vedere, gli si guarda la espressione del viso, ma quando uno è lontano, che cosa si guarda? Come scrive, che mano ha. Molti arrivano fino a voler deciferare il carattere e il temperamento delle persone lontane dagli atteggiamenti, dalla fisonomia per così dire dei loro scarabocchi, e se c’è, come io credo, qualche cosa di vero in questa pretesa, ne viene che a migliorare la mano di scritto, si deve migliorare per forza anche il carattere ed il temperamento.

La mia prima clientela, tutta quanta povera gente, mi obbligava spesso a prendere uno spuntino al caffè, colla tenue speranza di desinare un po’ meglio il giorno appresso. E fu appunto in parecchie di queste occasioni che imparai a conoscere il signor Bush e che egli, bontà sua, mi principiò a voler bene.

Era uno di quei forestieri che, a parte l’accento, si esprimono in italiano più correttamente di noi, e che non darebbero il più piccolo cantuccio di Firenze (della vecchia intendiamoci) per tutta quanta Londra e tutto Hyde–Park. Egli mi fece parlare più volte e un bel giorno mi disse:

– Siamo molto inglesi, mia moglie ed io, eppure abbiamo avuto un figliuolo che è più italiano di voi. Dipenderà dal nostro grande amore per l’Italia, oppure dal suo essere nato qui, sotto il cupolone. Ma intanto noi due non andiamo niente bene per esso. Siamo troppo freddi, troppo compassati, ed egli ci si strugge davanti agli occhi. Voi mi parete un onesto giovine. Volete mettervi maestrino del mio figliuolo?

Mi è sembrato che il panino intinto che io aveva in bocca mi si mutasse per incanto in una bisteccona grossa quattro dita, ma egualmente (che volete? bisogna pure tenersi su, per piccini che si sia) lo mandai dentro adagio adagio, così, distrattamente. E un mese dopo il buon signore si era quasi pentito del suo disegno, perchè Bill, il figliuolo, superando le paterne previsioni, non vedeva più che me in tutto l’universo, e non mi si poteva più spiccare da canto che per mettersi a dormire, e per chiamarmi assai spesso anche dormendo.

La sua mamma no, non s’era punto pentita, perchè scriveva romanzi inglesi da mattina a sera, ed io glieli copiava così bene, così artisticamente, che per poco non le veniva voglia di tenerli inediti, senza mandarli a Londra per la stampa a sue spese. Già tanto scriveva per passatempo.

Che primavera eterna vivere con Bill! Che ardore di affetti e che spirituale bellezza di forma, di sguardo, di anima apparente! Anche troppo. Non aveva che undici anni e parlava come un uomo: un uomo che non fosse venuto al mondo per altro che per voler bene a tutti, e che, fra tutti, desse la palma a me, al suo maestrino, il quale viceversa non aveva niente da insegnargli, e che si dovea limitare a correre con lui dietro le siepi delle Cascine, a leggere insieme la Gerusalemme ed a farsi insegnar un po’ d’inglese. Ma il povero maestrino senza patente aveva ciò che non avevano gli altri, nè i genitori nè i professori suoi: lo capiva tutto, fino in fondo all’anima, e bastava che io lo chiamassi William, che era il suo vero nome, anzichè Bill – il suo vezzeggiativo – per farlo stare subito in contegno, di sbrigliato che era talvolta, per eccesso di vita e di affettuosità. Allora si poneva sulle mie ginocchia, per domandare scusa a tutti, e pigliata da una parte la mano del babbo, dall’altra quella della mamma, se le stringeva entrambe alla bocca, e scoteva, ridendo e lagrimando insieme, i suoi lunghissimi ricci biondi verso il mio viso. A guardarlo allora, così animato e così sorridente, ed a saper bene, come sapeva io, quanta innocenza e quanta vera purità si celassero dentro a quel corpicino di angelo vivo, c’era da chiedere (e me lo sono chiesto più volte) cosa era venuta a fare tra di noi quella creatura, e come e quanto non avrebbe dovuto soffrire a ritrovarsi così fuori di posto.

Difatti – e non era ancora un anno che vivevamo insieme – si mise un giorno a letto con un po’ di febbre. Pareva cosa da nulla ai medici ed ai genitori, non a me che gli vedeva per la prima volta affisare i suoi occhi nei miei senza guardarmi, come assorto ad ascoltare una voce che udisse dentro di sè. Che aveva? Pensava più di prima? Ma se prima di già pensava troppo! Ciò che aveva me lo disse lui stesso, la prima notte, mentre io gli teneva compagnia accanto al capezzale.

– Pierino!

– Che hai? Vuoi parlare ancora? Dormi che è meglio.

– No. Ti voglio dire una cosa. Guarda se la porta è chiusa bene.

Andai a vedere ed egli subito, appena che fui tornato:

– Pierino, me ne vado.

– Dove?

– In su, spero.

– Andiamo, che idee! Cosa ti salta in mente! Per un po’ di febbre.

– Non è la febbre che mi vuole. È qui.

E posò la mano sul cuore.

– Lascialo dire – proruppi. – Sai bene che ne ha sempre una di fresca!

– Non posso. Seguita a ripetermi continuamente «Andiamo via, Bill!»

– E per tutto questo ti metti morto?

– Sì, vedrai. E tu conforta il mio babbo e la mia mamma, e pianta e coltiva tu stesso qualche fiore nel cimitero degli Inglesi, sopra la mia tomba. Vedrai che anch’io non mi dimenticherò di nessuno, appena che possa occuparmi di voi tutti. Anzi quanto più ti sentirai lieto e contento, dì pur subito: «Ecco Bill che si ricorda di Pierino, che gli vuol bene ancora.» Vedrai che saremo più vicini e più uniti che non siamo adesso.

– Andiamo, basta. Tu ti agiti troppo e la febbre cresce. Dormi, Bill, da bravo.

– Ora sì perchè mi hai lasciato dire.

E s’addormentò tranquillamente ed io non ho fatto che piangere per tutta la notte.

Sette giorni dopo era spirato davvero. Non parliamo della muta e squallida desolazione dei suoi genitori. Parevano impietriti entrambi, e più la mamma del babbo: la povera madre che non poteva perdonarsi di non essere stata sempre sempre col figlio, quando lo aveva accanto. E questo crepacuore la afferrò così forte che gli corse dietro poco tempo dopo. Povera donna!

Il Signor Bush mi tenne per suo segretario, ma le sue cose si ritrovarono così solidamente piantate che non c’era quasi niente da fare per uno solo, nonchè per due. Gli chiesi di lasciarmi ritornare al mio primo mestiere ed egli mi disse:

– La signora Bush, avanti di morire e ben certa d’indovinare il mio stesso desiderio, mi ha raccomandato di provvedere al vostro avvenire, nel miglior modo che mi venisse fatto. Voi amaste troppo il nostro povero Bill perchè i suoi genitori vi lasciassero avventurare in mezzo a nuove difficoltà. Mi indicò di provare a tenervi meco, oppure di darvi questa sua lettera nel caso che non vi fosse piaciuto di rimanere.

Era chiusa, per non attraversare i disegni miei o quelli del marito nel caso, non poi avverato, che ci si fosse combinati bene. Diceva

 

«Caro Pierino,

«Voi non siete solamente un buon giovine: siete anche un uomo diverso dagli altri, che può vedere e parlare di tutto e di tutti secondo il particolare indirizzo della propria mente. Permettete a mio marito di provvedere alla vostra vita, e passate il tempo guardando bene, coi vostri occhi, al presente ed all’avvenire. Se poi, senz’obbligo, vi parerà, quando che sia, di poter pubblicare un libretto vostro, dedicato alla memoria del mio povero Bill, voi sarete sicuro di mandare ad effetto l’ultimo desiderio di una madre infelicissima, che sta morendo.

«Non diffidate troppo delle vostre forze. Siete ancora bastantemente giovine per potervi preparare con parecchi anni di studio, se pareranno necessari alla vostra modestia. Dove non vi varrà l’osservazione, imaginate, imaginate pure liberissimamente, ovvero date addosso a chi vi pare, anche a me che me lo merito più di tutti, e fidate sempre e soprattutto nella vostra indole capricciosa e buona.

«LA MAMMA DI BILL.»

 

Ho passato più giorni a dirmi

– Come!? Io debbo scrivere un libretto che sia degno di portare intorno il nome di Bill? Io posso parlare di tutto e di tutti secondo il particolare indirizzo della mia indole capricciosa e buona? Io Pierino??

Eppure, che Dio perdoni alla buon’anima della mia inspiratrice, mi ci metto adesso.

II.

Come mai sei stato tanto tempo avanti di deciderti?

Per dirla tutta ci vorrebbero sei mesi almeno e i primi a pentirvi della domanda sareste voi medesimi che me l’avete fatta, ma come non c’è nulla in terra che non si possa bene o male dire brevemente, così procurerò di essere breve anch’io, almen per quello che riguarda i primi anni.

 

Ve lo figurate un giovine senza nessuno di suo che trovi Bill e che lo perda dopo pochi mesi di compagnia? Allora siete già molto avanti nella risposta che mi avete chiesto. Fu un vuoto, uno schianto insanabile. Seguitava sì a scrivere macchinalmente sotto dettatura le poche lettere del signor Bush, seguitava sì a fargli le belle soprascritte a onore e gloria degli uffiziali di Posta i quali non avevano nè tempo nè voglia di guardarle minutamente come avrebbero meritato, ma il mio cuore e il mio intelletto erano assorti altrove, lungi lungi dallo scrittoio, nella tomba del mio bambino, ma che bambino! nella tomba della mia famiglia, dovete dire, tutta chiusa dentro a tre palmi di terra, nei fiori da me piantati intorno ad essa, nella troppa acqua che prendevano in certi giorni di brutto, nel troppo sole in certi giorni di bello, come se tutta l’acqua e tutto il sole della Toscana dovessero dare addosso a Bill ed a me.

Poi venne la lettera della signora Bush a mutarmi di punto in bianco in una specie di baccelliere in ritardo, per non dire a vita. Che idea! È vero che io non aveva nessun obbligo propriamente detto, ma vi pare che sarebbe stata cosa conveniente di lasciarmi mantenere tutta la vita come una bestia rara in un orto botanico? E senza far nulla? No, non è vero? Dunque poniamoci a studiare alla meglio, a pezzi ed a bocconi, ora avanti ed ora indietro, per non potere andare addirittura alle Scuole elementari, dove non mi avrebbero accettato per ragione di età. E guarda, e osserva, e imagina, e nota, ho empito dei quaderni d’appunti così fatti, ma che roba doveva essere, ditelo voi, se non piaceva nemmeno a me, non dico dopo, ma nell’atto stesso in cui stava scrivendola!

Mutai sistema e rimandai il mio compito a molto dopo, cominciando subito a scaldare le panche delle biblioteche, dove un professore di umanità (leggi di rettorica) si offerse benignamente di guidarmi nelle mie desolate letture, senza farmi grazia nè di Daniello Bartoli, nè di frate da San Concordio. Importava assai che mi entrassero per una orecchia e mi escissero dall’altra! Bastava poter dire di averli letti, e così tirai avanti sei anni buoni, finchè morì anche il povero signor Bush, confermando, anzi facendo fermentare dopo morte, le troppo buone disposizioni con le quali mi aveva così generosamente rimunerato in vita.

Ho detto in vita, ma davvero che era un bel vivere, il mio! Mandar dentro per anni ed anni le più belle focaccie intellettuali sfornate dagli altri, e non ritrovarmi ancora capace di impastare la più piccola ciambella di mio! Avessi potuto rifarmi dalla parte del sentimento, pazienza, ma come pensarci colla prima lezione avuta in casa Bush? Amico di tutti sì finchè volete – soleva dirmi – ma sviscerato di nessuno più, si spera. Mi basta Bill, che mi ha dato un misero anno di letizia e tanto tanto dolore poi! Gli uomini che mi veggo intorno non gli arrivano certo alle suole delle scarpe, e le donne (lo sapeva anche prima di leggere Fra Bartolomeo) le donne sono ancora più pericolose degli uomini, dunque tiratevi pure da parte, amici miei d’ambo i sessi, che qui a sinistra non mi entrate più!

Pensare invece che prima di gingillarmi nelle biblioteche non poteva mettere gli occhi sopra nessuno che avesse circa la mia età o una ventina d’anni più di me e che mi rassomigliasse un poco, senza principiare quasi a volergli bene, nella vaga e lontana idea che potesse essere il mio babbo od un fratello mio!

Se non che, per questi effetti di progressivo e ragionevole indurimento, basta l’età e non c’è bisogno di dar la colpa alle biblioteche. Ma che avreste detto se vi foste accorti che più studiavate e più vi sentivate imbecillire? O almeno che più vi entravano in capo le idee degli altri e più poveri vi sentivate d’idee vostre? Avreste detto probabilmente come me, che non dissi, ma gridai un bel giorno all’improvviso:

– Quando io appariva al caffè dieci anni sono ed era stato soltanto ventiquattr’ore senza farmici vedere, si alzava un urlo di gioia e di indignazione insieme, e tutti sacramentavano che senza di Pierino non si poteva più vivere. Ora invece appena un misero «Che hai che non ti si vede da tanto tempo? Sei morto? O cammini ancora?» Precisamente come se fossi diventato il canchero più grullo della comitiva.

Inviai il professore a farsi benedire, e pensai finalmente che la mia benefattrice non si era già intesa che io mi saldassi fra carne e pelle la dura cartapecora del retore sbagliato: s’era intesa che osservassi e che notassi di mio capo! E come fare con niente dentro e con nessuno in cuore?

Ecco la gran parola! Nessuno in cuore, o almeno nessuno di vivo con cui aprire l’animo, con cui sentire la vita. Per non espormi a nuove amarezze io m’era preclusa dunque la sola via di contentare alla meglio quella buona donna, senza riflettere che, col cuore pieno, avrei sentito poco alla volta empirmisi anche il capo, se non di cose nuove, certamente di cose belle, e vissute, e mie. Facciamo dunque all’amore.

Fu un altro passo falso. L’amore viene quando vuol lui, e non già quando fa parte di un programma letterario stabilito avanti. Doveva prenderlo in parola prima, e non mandarlo a carte quarantanove quando si era presentato, bene o male, da sè. Ora con troppi anni sulla schiena, vattel’a pesca!

Eppure ho pescato, ho pescato coscienziosamente, ma Dio come ho imbattuto male! Non ne parliamo, ho fin vergogna a dirlo. Sarà stata colpa mia, troppo maturo, o delle donne, troppo di me più giovani (le vecchie non mi sono mai piaciute) sarà stata la mia goffaggine, la mia disgrazia, quel che volete, ma ho pestato l’acqua nel mortaio una seconda volta. Niente niente.

Finchè un benedetto giorno, aprendo un involtino di cinque sigari toscani scelti, gli occhi mi caddero sopra un mirifico, sopra uno sbalorditivo avviso di giornale. Lo lessi la prima volta quasi distrattamente, poi tornai a capo avvicinandomi alla finestra, poi mi diedi a cercare che giornale fosse e quando e dove escito, aiutandomi coll’estrazione del lotto, col listino della Borsa e col nome della tipografia, e poi mi sedetti ansando come uno smemorato, che avesse bisogno di tornare a leggere per vedere, per intendere, per accertarsi di non avere sognato.

L’annunzio diceva letteralmente così, parola sacra d’onore:

«Si cerca una persona di mente e cuore, di assoluta moralità e onorabilità, istruita, distinta, semplice e pia, dal criterio sicuro, dal temperamento aggradevole, per curare, educare ed istruire una ragazzina di dieci anni. La famiglia esige le referenze complete. Stipendio moderato. Scrivere a questo giornale indirizzando 12247.»

L’avete mai vista una persona eguale? Sperate di vederla mai? Vi pare almeno possibile che ci sia mai stata? Oh se la trovano e se è una donna giovane che si possa guardare – mi dissi – educherà me, me solo, non la ragazzina di dieci anni, non la famiglia 12247, e le offrirò mezzo il mio, e le farò da zio prete, da marito, da fratello maggiore, da tutto quel che vorrà lei! Esigono anche le referenze complete!? Cioè riguardanti il passato, il presente, l’avvenire, l’ambiente, il contorno, le origini e gli ascendenti fino alla costola di Adamo! Vogliono tutto questo ed offrono lo stipendio moderato!? Oh se la trovano! Oh se ritengono almeno di averla trovata! Vorrà dire che avranno speso bene i loro sei soldi la linea, fra un avviso di sonnambula e una proposta di mutuo ipotecario! Ma sarò io che me li godrò, i sei soldi... purchè sia giovane e purchè si possa guardare.

III.

Chi ha principiato questo libretto dopo di avere visto la determinazione del titolo, non può gradire di certo le storielle complicate, piene di intrighi, di andirivieni, di traccie trovate, poi perdute, poi tornate a trovare definitivamente, nè io voglio confondermi a narrare per filo e per segno come ho fatto a sapere quale era la famiglia che aveva così poche esigenze, e se e quando fosse venuta a capo delle sue indagini. Vi basti che ho ritrovato ogni cosa, tanto per provare ancora una volta che se la Provvidenza si mette di picca per aiutare qualcuno, non c’è mai caso che le manchi modo.

L’avviso [1] rimontava ad un anno prima, mezzo del quale era andato perduto in ricerche non fruttuose, finchè una signora, che aveva diretto per anni ed anni una specie di istituto femminile, molto insigne per le sue antiche benemerenze, mandò a dire al giornale di avere in serbo una persona che mai la più opportuna: cioè una giovane da lei educata da bambina in su, e che essa si era poi tenuta a lato in qualità di aiutante finchè aveva conservato il proprio posto di direttrice, lasciato il quale l’aveva presa seco, nella idea di allogarla presto in qualche buona casa. Si poteva domandare perchè mai la giovane non avesse preso il posto lasciato vuoto dalla vecchia signora nel medesimo istituto, ma la risposta, grazie a Dio, rimaneva quasi compenetrata nella domanda medesima: perchè essa era troppo giovane per quell’ufficio e niente poteva garantire che una seconda e nuova direttrice l’avrebbe tenuta così bene e così volentieri quanto la prima.

E le referenze? Erano poi state complete?

Sfido. Babbo e mamma già morti da dieci anni: quello capitano per una vecchia e gloriosa ferita, questa di dolore per averlo perduto; poi tanto tempo sotto gli occhi poco men che materni di quella buona signora... non bastava? S’è contentata la famiglia dell’avviso: spero bene che vi contenterete anche voi. Non parliamo di me, che mi sarei contentato della quarta parte.

Eccomi dunque di piantone dietro una colonna, con tutta la facilità di guardare di sghembo verso la sacra casa. Per tre o quattro giorni buio pesto: intendo per buio pesto tutti coloro che non potevano essere nè la giovane, nè la ragazzina: vale a dire la mamma di costei, che andava e veniva di chiesa due volte il giorno, la servitù in livrea, qualche visita in abito nero, e un nugolo di poveri ad aspettar la limosina davanti alla porta. Ma la prima domenica! Santo Dio, la prima domenica!!

È meglio che discenda d’un tono e che ve lo dica semplicemente, perchè la mia tavolozza mi fugge di mano come spaurita del tema. La prima domenica escirono la giovane e la ragazzina tenendosi per mano. Questa faceva le bizze perchè avrebbe voluto andar a spasso in carrozza e non a piedi, e quella badava a quietarla mostrandole a dito nelle altre finestre delle altre bimbe che avrebbero potuto vedere ogni cosa. – Dio benedica tutte le bimbe, e quelle che fanno le bizze, e quelle che stanno a guardare dalla finestra! Per mostrarle bene, la giovane dovette alzare il viso, e ho visto, come vedo questa misera penna che ho in mano, due occhi limpidi e sorridenti... che mi fecero piangere di umiliazione per un quarto d’ora.

– È troppo giovane! È troppo bella! – singhiozzai dentro di me, tutto rannicchiato dietro la mia colonna.

Ma presi il treno egualmente. Ah sì, subito, benchè mi dessi dello sparviero in atto di gettarsi sulla colomba.

Se non che, dopo due o tre stazioni:

– Così ti vuoi presentare? Senza nulla teco? – pensai, e tornai subito indietro colla medesima precipitazione.

Non c’era che il professore di umanità che mi potesse bene aiutare, e che mi aiutò bene difatti, accattando commendatizie per me da tutti i prefetti delle biblioteche, da tutti i professori del liceo. Mi avevano visto studiare di schiena e qualche cosa, secondo loro, mi doveva essere rimasto dentro. Male, che si sapesse, non aveva mai fatto a nessuno, e però scrissero tutti volentieri, ed io non aggiunsi che l’ultima lettera ed il generoso testamento dei signori Bush. La fede di nascita, come un po’ stantia, la lasciai a casa, veramente, ma portai meco i miei anni, senza levarmene neanche uno.

La Direttrice avrebbe potuto essere molto meno buona di come l’ho trovata, ed egualmente, mercè sua, mi sarei subito riconciliato colle donne vecchie. Magra, piccolissima e sempre allegra, sapeva farsi rispettare più assai che non avrebbero potuto tre matrone cucite insieme, e ciò per il suo temperamento, così sereno e così eguale, che veniva voglia di metterla sotto una campana di vetro perchè durasse di più. Essa guardò bene tutto il mio arsenale di manoscritti e poi, sorridendo amabilmente, mi disse: – Vedo ciò che fate ora, ma desidererei anche di sapere chi veramente siete.

Ahi, ahi! Voleva le «referenze» anche lei.

– Ecco, cara signora. Io non posso dire di essere figlio delle mie opere, perchè veramente non ho mai fatto nulla, ma figlio della mia fortuna sì, perchè mi ha sempre aiutato molto, e più mi aiuta ora mandandomi da lei. Chi mi guarda le mani piccolissime, o le unghie affilate, o la elegante calligrafia, suole dire che io debbo essere di sangue blu, ma se il mio signor Babbo mi avesse tenuto con sè, è certo od almeno è probabile che io non sarei stato condotto a cercarmi la moglie tra le orfanelle senza dote, e che forse la idea di prenderla mi sarebbe venuta prima di ora. Così invece posso sperare di essere accolto con indulgenza, benchè il ritardo, e il maggior merito lo avrà avuto per l’appunto il mio Babbo, che ha saputo fidare nella mia fortuna.

La buona signora accolse bene il mio ragionamento, e mi accomiatò, ingiungendomi di tornare fra un mese, quando cioè la sua pupilla sarebbe venuta in visita presso di lei, ed essa avrebbe avuto più facilità di prepararla con garbo alla mia... fede di nascita.

Anche i mesi lunghi passano, e sia pure nella gloriosa città di San Marino, dove andai subito pedestramente, per non tornare a casa mia, e per non farmi vedere a girovagare troppo sotto quelle finestre. Passai il tempo a farmi fotografare in tutte le maniere da un artista locale e repubblicano, e scelsi tra le negative quelle che mi davano più anni e più malanni per mandarle in avanguardia alla Direttrice.

– O mio Titano – diceva sul far dell’alba, arrampicandomi a digiuno sulle balze dei tre picchi – o mio libero monte cittadino, prenditi pietà di questo nano innamorato, e fa che l’opera nefanda dei tuoi fotografi mi faccia più ben che male, laggiù a nord–ovest!

Discesi e venni. La serva era a Messa, e fu Paola in persona che mi aprì la porta. Il sangue mi martellava le tempie e non la riconobbi. E subito lei:

– Guarda guarda. Mio marito è già arrivato. Vi aspettavamo più tardi.

Io avrei voluto gettarmi in ginocchio, ma c’era una seggiola lì pronta, e mi ci abbandonai sopra per più comodità. Paola mi tese le mani per rialzarmi e poi mi prese sotto braccio per condurmi dalla signora, nel salotto. Pareva che mi conoscesse dall’èra cristiana in poi.

– Vengo – borbottai un po’ barcollando – vengo.

E subito piano piano:

– Sapete, Paola, che ho una buona... quantità d’anni più di voi?

– Davvero, Non mi pare.

– Perchè?

– Tremate come un bimbo. E io invece sono così tranquilla sul vostro braccio. Debbo avere più anni io.

Quaranta giorni dopo eravamo marito e moglie. Tornammo a San Marino, per la luna di miele, e il fotografo ci corse incontro appena arrivati, per rallegrarsi meco della mia bellissima figliuola. Non me n’ebbi niente a male, e quello s’offerse subito per il ritratto.

– No, caro. Che tu storpi me, pazienza, e non m’ha nociuto. Ma che tu faccia il medesimo con questa mia... pronipote, no. Per assassino che tu sia, ti verrebbe sempre fuori troppo bella, e la bellezza, nelle repubbliche, non giova. Hai qui comodo il Titano da fotografare, e con esso le austere virtù che si aggirano intorno, sul far dell’alba. Alzati domattina e stura la macchina presto. Noi andiamo a dormire.

Le felci della siepe accanto stormirono tutte con pronuba ed alpestre indulgenza, ma un organino di Barberia, rimenato poco lunge di lì, si diede a consigliare prudentemente:

Signor, giudizio

Per carità!

Non bastavano i fotografi. Anche gli organini. Anche la grande ombra del Pesarese, che pareva salire in alto dal piano, fra i bizzarri e vaporosi capricci delle nuvole erranti!

Dico la verità: ho regalato subito cinque soldi all’organista.

IV.

Nessuno può leggere ad occhi chiusi, ma tutti possono chiudere gli occhi appena letto, ed è quello che vi prego di fare appena mi sarò ingegnato di dirvi ciò, che era Paola quando l’ho sposata, perchè se non mi aiutate anche voi colla vostra imaginazione e col vostro raccoglimento, son sicuro che non se ne fa nulla.

Paola era bella, s’intende, perchè non si può avere gli occhi di cui vi ho già parlato, l’incarnato roseo, una gran selvetta di ricciolini biondi in capo, e tutti i lineamenti bene armonizzati colle più giovanili e più squisite linee del corpo, senza dover aspirare per forza alla volgare lode di bella donna, ma era bella soltanto Paola? O per meglio dire non era essa, più ancora che bella, un certo che di più raro e di più simpatico assai? Sì, certo, ma nè essa ne sapeva nulla, nè io medesimo, se l’avessi anche pregata di star ferma per lasciarsi guardare più comodamente, sarei mai venuto a capo di dire che fosse. Era il sorriso suo particolare: un sorriso lieve e come volto di dentro verso la purezza della sua anima? Era lo sguardo sincero, affettuoso, eppure non mai scompagnato da una lieta luce d’intellettualità? O il fascino della voce, che diventava di altrettanto più morbida quanto più le sorridevano gli occhi e la bocca? Od i suoi movimenti, così prontamente contemperati al pensiero ed alla parola, eppure tanto più graziosi e tanto più convenienti quanto più rapidi? O erano le anime delle sue cento bambine, ognuna delle quali le aveva lasciato intorno come un po’ della sua letizia e della sua innocenza? Oppure tutte queste cose insieme?

Io ad occhi aperti non l’ho mai saputo, e poco meglio ho creduto di potermelo dire ad occhi chiusi. Ora provate voi. E se nemmeno le tenebre ed il silenzio vi aiuteranno a ricomporre il fantasma, se esso vi fuggirà anzi davanti più tenterete di afferrarlo, ne avrò molto piacere come marito, per quanto me ne possa rammaricare come pittore.

Tornammo presto sotto il cupolone e il mio primissimo pensiero, appena arrivati, fu di condurre mia moglie alla tomba di Bill. Glie ne aveva tanto parlato a San Marino, che essa poteva ben dire di conoscerlo quanto me, e fu solamente con questo gran parlarne, dopo sposato, che mi potei perdonare di averlo lasciato un poco in disparte negli affannosi tre mesi del mio innamoramento e delle nozze. Che nozze beate. Con quattro bimbe alte così per damigelle d’onore! E cavate a sorte sopra di cento per non far torto alle altre novantasei!

Io sono religioso, per la grazia di Dio, e mi sono gettato in ginocchio sui fiori di Bill, senza nemmeno curarmi di guardare se avessero patito per la mia lunga assenza, e ho pregato e ho pianto e ho ringraziato con tutta l’anima mia. Era stato lui che mi aveva dato Paola, spingendomi a chiederla così precipitosamente. Mi era sembrato di sentirgli ripetere più volte «Va, Pierino, fa presto. Sei vecchietto e più aspetti peggio è.» L’ho ringraziato di cuore, state pur tranquilli!

Faccio per alzarmi e per dare il posto a Paola, quando la vedo assorta, anche lei sopra la tomba dei genitori di Bill, e aspetto che si levi senza dir nulla. Essa non ha che un solo passo a fare e lo fa in ginocchio, poi prende un gambo di gelsomino, lo fa scorrere, come una pia carezza, sulla fronte e sul petto in segno di croce, e si leva presto in piedi a riprendere il mio braccio.

– Perchè hai trattato più abbondantemente i genitori del figlio?

– La morte unisce, non divide. Ed essi stanno così accanto che si può pregare per tutti in compagnia.

Veramente ora mi ricordo di poco, perchè io era molto commosso, ma pure mi rimane ancora l’idea di aver aspettato qualche altra risposta. Forse avrò creduto di sentirle dire che la nostra indipendenza, più che a Bill, era effettivamente dovuta ai suoi genitori, ma per buona fortuna questo mediocrissimo pensiero, se pur l’ho avuto, non fece torto che a me.

Escimmo contenti alla volta del nostro primo desinare fiorentino. Ma non è a Firenze soltanto che si mangia volentieri coi più cari vivi, quando s’è appena pianto coi più cari morti.

V.

Io non aveva pur troppo nè una mamma, nè una sorella che mi avessero potuto preparare il quartiere, e ci vollero quasi tre mesi avanti che tra Paola ed io se ne venisse a buon fine. Passati i quali, Paola mi disse:

– Tu non te ne sei accorto iersera, quando eravamo al caffè, ma se tu ti fossi mandato dentro meno giornali, ne avresti sentita una che andava assai bene per il nostro libro.

– Nostro? Sono io pur troppo che lo debbo scrivere, non sei già tu.

– Capisco. Ma poichè siamo marito e moglie, ci aiuteremo. Chi ha beneficato te, ha beneficato anche me.

Il ragionamento andava avanti così così, nè mal nè bene, ma avrebbe fatto anche maggiori grinze che mi ci sarei attaccato egualmente, almeno allora. E dissi:

– Che hai udito?

– Raccontavano che appare spesso a Firenze un vecchio dilettante di lettere italiane, e che, quando c’è, non manca mai di allogarsi appunto lì, nella gran sala, forse per divertirsi ad ascoltare i discorsi mattutini dei cocchieri, che bevono il poncino nella sala accanto. Ora è appena venuto e speriamo che non si muova.

– Ebbene?

– È il nostro uomo quello! O non ti pare? I professori ti hanno tirato giù di strada e le biblioteche più che mai. Invece... una specie di collega... un dilettante!

– Bel dilettante per forza io! E così?

– E così tu seguitavi a leggere, ma io non ho perso tempo e mi sono già messa d’accordo col signor Attilio...

– Col Direttore di Doney? Per che fare? –

Per presentarci domattina o dopo.

– Dopo? E se intanto se ne va?

– Tutti i giorni non sono eguali, mi dissero. Ora quel signore scende di letto che pare una cutrettola, ora un augel grifagno. Secondo che gli accade di dormir bene o no.

– Come dire che c’è anche da aspettarsi di non dormire a fare il dilettante?

– Meglio. Così scriverai più presto.

Il giorno seguente, dopo una gran levataccia avanti giorno, andammo subito al caffè. Il signor Attilio ci venne incontro tutto sorridente, come per dire che la luna della mattinata era molto buona, ed io mi sedetti mogio mogio al tavolino del vecchio dilettante, con la ferma idea di rimaner passivo più che potessi e di lasciar condurre la campagna a Paola.

Costei raccontò graziosamente il mio caso e mi lasciò così piena libertà di pensare che se fossi stato senza moglie e avessi dovuto presentarmi da me solo, sarei passato a buon diritto per un grande seccatore. Bella cosa avere bella moglie!

Il vecchio dilettante stava a cavallo fra i sessanta e i cinquanta (più in là che in qua) ed era molto barbuto e molto corpulento. Ascoltò con attenzione ogni cosa, senza mai levare gli occhi da Paola, meno in certi momenti in cui essa, per dar forza alle sue parole, dovette mostrarmi a dito, e lo costrinse così ad occuparsi anche di me. Ma era civiltà, non simpatia. Quando essa ebbe terminato e chiese il suo parere, egli posò il pollice e il medio sugli occhi chiusi e si battè leggermente la fronte coll’indice, poi scese colla stessa mano a stropicciare il barbone e rispose:

– È già difficile e penoso fare il dilettante di lettere quando se ne ha voglia, ma quando pare che non se ne abbia, o come si fa?

E mi guardò daccapo con una certa sua arcigna commiserazione.

– Vediamo, signor mio! – riprese a dire. – Quali sono le cose, quali sono le persone che osservate più volontieri, quelle che vi destano maggior copia d’impressioni, o almeno maggiore curiosità? Al di fuori di voi medesimo, ben inteso, che è come dire anche al di fuori di vostra moglie.

– Non saprei – risposi coll’accento della più santa schiettezza.

– Allora è tanto più difficile di dare un consiglio, perchè il dilettante di lettere, massimamente in Italia, deve giustificare l’esser suo quasi più di coloro che scrivono per ufficio, e perchè il pubblico, non contento di leggerlo poco, suole anche pretendere da lui qualche cosa di diverso da quello che è già abituato a ritrovare negli altri. Se voi dunque non vi siete mai sentito attratto naturalmente verso la osservazione, come posso dirvi di mettervici adesso, ed a partito preso? Potrei, è vero, indicarvi qualche cosa di poco esplorato da investigare minutamente, ma a che prò quando l’idea prima, l’idea generatrice, non vi sia venuta da voi medesimo? Supponiamo che vi consigliassi di andare a far l’artista da teatro un paio d’anni, per raccontarci della attuale vita dei comici, ora così poco nota fra di noi, e o voi non andreste, per non lasciare la moglie, o anche andandoci, dovreste avere il capo ad imparare la parte, e forse non vi verrebbero fatte bene, vale a dire giovanilmente, nè la recita, nè la osservazione. Ma il programma della vostra benefattrice non vi chiede minute analisi di certe persone nè di certi luoghi: vuole qualche cosa di generale e di particolare insieme cioè a dire vi chiede a un di presso in che mutui rapporti vi ritroviate cogli altri e costoro con voi. Vuole che parliate di tutto e di tutti, a vostra scelta è vero, ma così come se si trattasse di bere un bicchier d’acqua. Ciò invece non è mai stato facile nè a pensarsi, nè a dirsi da coloro medesimi che ci si sentivano chiamati per impulso naturale...

Qui Paola perdette la pazienza e disse un po’ forte, interrompendo:

– Perchè lo scoraggia tanto? Non è per questo che l’ho condotto qui.

– Oh bella! – rispose. – Devo dire delle bugie perchè si tratta di secondare ad un pio desiderio? Questo signore non è nè poeta, nè critico, nè novelliere, eppure vuole scrivere; non ha mai osservato nulla con particolare dilezione e curiosità, eppure vuole scrivere; bisogna dunque trovare il modo di farglielo fare il meno male possibile; bisogna restringere il suo campo di osservazione affinchè gli riesca di impadronirsene in minor tempo e di rappresentarcelo con minore fatica. Non saranno i suoi rapporti col mondo intero, lo so anch’io, ma almeno potrà dire onestamente di essersi fatto una specie di piccolo mondo a sè. Chi cerca trova, e trovato che lo abbiate – seguitò volto a me solo – mi rimane a dirvi come dovreste mettervi per venirne a bene, possibilmente. Ora le lettere italiane, come molte altre cose italiane ed estere, traversano un periodo assai difficile ed oscuro. La troppa studiata correttezza, quantunque soltanto apparente, e la troppo diffusa dottrina, quantunque soltanto superficiale, hanno tarpato le ali alla spontaneità, e bisognerebbe nascere di qui a cinquant’anni per sapere positivamente ciò che verrà fuori di buono dalla cincischiata e logora età presente. Io non lo so. Ma so di certo che se un tale uscisse oggi con un libro che fosse come l’Ettore Fieramosca di D’Azeglio, che ha pure tanti pregi e di forma e di vena e di contenuto, quegli sarebbe certo di essere accolto assai poco bene, o per alcuni errori di tempo e di luogo, o per qualche misero vizio di fattura e di composizione, o perchè la idea di patria, in luogo di empirci il cuore come empiva quello dei nostri vecchi, ci fa sospirare da mattina a sera sulle perdute illusioni della gioventù. Dunque tutti i frutti alla loro stagione e vediamo, fin dove si può vedere, come dovreste intonare la vostra produzione letteraria per discontentare il meno possibile il pubblico e la critica, senza mai dimenticare che siete un dilettante, cioè a dire una specie di Maddalena, che deve amare molto i propri... capricci terreni per farseli perdonare nella vita eterna.

Paola ed io seguitavamo a guardarci più avviliti che mai. Egli seguitò:

– Qualunque via saranno per battere le nostre lettere, pure si può giurare che avremo ancora, coll’andare del tempo, un qualche buonissimo poeta, come è ora il Carducci, un qualche buonissimo critico, come è stato il Bonghi, e talvolta, assai più di raro, un qualche gran romanziere, come è stato il Manzoni. Dire di accostarsi anche da lontano a questi esempi ad un principiante, che principia così tardi e che è stato così poco aiutato da Madre Natura, è come un suggerirgli di pulirsi la bocca avanti di mettersi a tavola... è vero o no?

Maledetta la sincerità. Gli avrei strappato mezza barba nel rispondere di sì!

– Vi conviene dunque di rimanere più in basso, con un programma più tenue e più proporzionato alla vostra debolezza: un programma il quale non vi tolga la possibilità di ritrovare col tempo come un fil di voce che sia vostro e non accattato da altrui. Dove dar di capo? Io non vedo che una escita per voi: l’arguzia affettuosa. Per molte ragioni, lunghe a dirsi, non le fu ancora dato, nelle nostre lettere, quel posto che le era dovuto, ma bisogna anche dire che nessun altro tempo ne ebbe mai tanto bisogno come ne avrà di certo quello in cui stiamo per entrare: tempo di statuti saturi d’amore e di esperienze feroci o barocche: tempo di irosi contrasti pratici e di svenevoli aspirazioni teoriche: tempo infelice insomma e foriero di procelle, durante il quale il più volgare buon senso avrà bisogno di molto buon cuore, perchè entrambi non abbiano e presto a naufragare insieme. Siate dunque il più affettuosamente arguto che potete, e forse l’anima della vostra benefattrice non avrà da aggiungere un nuovo peccato postumo a quelli che essa ora starà purgando nel cielo per i propri libri lasciati in terra.

Il consulto pareva finito e Paola, che aveva accolto poco bene le ultime parole, si alzò per ringraziare e per condurmi via, ma quegli, più pronto, mi prese pel braccio e mi disse presto, prima dei complimenti:

– Debbo dirvi qualche altra cosa per aiutarvi meglio a farvi la mano. Saranno avvertenze quasi tecniche, e nient’altro. Troviamoci oggi alle due in piazza della Signoria e venite da solo.

VI.

Per quanto mi aspettassi di andare al macello una seconda volta, pure non avrei mai creduto che il mio carnefice potesse mutare tanto in peggio come l’ho ritrovato mutato dopo poche ore. Che era stato? Gli era venuto il nervoso? Voleva guastarsi il tempo? Fatto è che i suoi occhi di miope si erano fatti come torbidi e gonfi e che, in luogo di tendere al prolisso come di mattinata, mandava fuori le parole a scatti che parevano tanti gastighi di Dio. Non rispose, o rispose del solo capo, al mio saluto, e prese a dire concitatamente, avviandosi meco verso Via Vacchereccia:

– Le avvertenze furono un pretesto. Volevo dirvi, da solo a solo, che voi avete gli occhi per non vedere. Non vi siete accorto di avere la Musa accanto?

– La Musa?

– Sì. L’arguzia affettuosa fatta persona. Vostra moglie.

– Ah! – risposi piano piano, chinando il capo come un reo confesso.

La mia mansuetudine parve dargli a’ nervi di più ed egli seguitò:

– Certamente che non bisogna dirglielo! Certamente che se glielo diceste, addio naturalezza! Saprebbe di essere presa a modello e buon viaggio! Fu per questo che vi ho chiamato da solo. Essa non lo deve sapere, ma quando avrete afferrato il vostro tema, badate alle sue impressioni, vi dico, e sposatele alle vostre, possibilmente. Dico «possibilmente» perchè ci potrebbe essere una troppo grande differenza di qualità. Vedrete che il libro ci guadagnerà un tanto. Volete essere marito e moglie per nulla?

– E dàlli! – azzardai a rispondere – ma la mia benefattrice lo ha chiesto a me... il libro... e non a mia moglie!

– E se ha chiesto male, chi ne ha colpa? Anche voi dovete fare come potete!

S’arrivò così fino al Ponte Vecchio, dove tornammo sui nostri passi.

– Anzi a proposito della vostra benefattrice! Come mai le è potuto venire in mente di attaccarvi una disgrazia eguale?

Che domande!! Coll’ultima lettera che parlava così chiaro, e con Paola che gliela aveva fatta leggere appena visto!! Dovetti rispondere modestamente:

– Ci ho pensato molto, e non ho trovato che una ragione poco sufficiente.

– Quale?

– Che io era assai allegro, da giovine, e faceva ridere molto facilmente i miei interlocutori, e più facilmente lei che era mestissima con tutti gli altri. Per la qual cosa può essere venuta nell’idea che io avessi più sale di quel che ho.

Il vecchio dilettante borbottò qualche parola dentro la barba. Poi domandò forte:

– Dove è andata ora la vostra allegria?

– Malinconico per la quale non sono neanche adesso, ma la età... le biblioteche... si sa bene. Anzi, a proposito di biblioteche, vorrei dire una cosa.

– Dite brevemente.

– Che ho letto molti libri, pieni di cuore e di affetto, e molti altri pieni di arguzia, ma di affettuosi ed arguti insieme non tanti davvero, anzi, per dire brevemente, nemmeno uno.

– Ce n’è, ce n’è.

– Dove?

– Se ve lo dicessi, li saccheggereste. Il migliore e più bel libro a cui dovete attingere è quello vivo che avete accanto. O siete sordo?

Mi venne un po’ di stizza ed esclamai:

– No, no, odo altrettanto bene di questa mattina!

– Volete dire che son mutato io? È vero, ma mi accade sempre così.

– Come?

– Di mutare presto. Un par di volte ogni ventiquattr’ore.

– Per malattia?

– Chi sa! Per temperamento artistico, dicono, ma non è vero. Perché, se fosse vero, dovrei essere un grande artista, e invece sono piccolo quasi come voi.

Questa garbatezza mi veniva lanciata a bruciapelo, mentre eravamo fermi, come quasi in atto di congedarci vicendevolmente. Io, per essere più alto, la presi in pieno petto, come dicono i francesi, ma nel guardare un po’ di traverso, ed alquanto rabbiosamente, sopra la spalla del mio interlocutore, caddi coll’occhio a fianco di una porta sopra una piccola scritta, che raccolse immediatamente la mia attenzione e valse così a diminuire la botta. Diceva in bruttissimo stampatello:

DR. NANNI

PATEMI D’ANIMO

CURA E PENSIONE

Cura e pensione dei patemi d’animo? I patemi d’animo in cura ed in pensione!? Non pareva una scritta piovuta direttamente dall’altro mondo? Così parve a me appena vista, e ringraziai Dio che il dilettante fosse stato meco poco gentile, perchè altrimenti non sarei forse riuscito a tacere, e mostrata che gli avessi la mia scoperta – chi sa? – me la poteva benissimo graffiare. Come è ingrato e sollecito l’istinto della propria conservazione!

Voltai il discorso e chiesi, molto sommesso:

– Mettiamo che mia moglie, la quale non deve saper nulla dell’importante, mi chieda tra poco delle avvertenze tecniche da me raccolte adesso, cosa devo rispondere?

– Il solito, vale a dire quanto il vostro buon senso vi dovrebbe suggerire da sè solo, dato che ne abbiate. Per esempio di non mettervi mai a scrivere finchè non ve ne venga una gran voglia...

– E se non viene?

– Chi vi ha detto che venga? Se non viene, aspettatela per omnia sæcula sæculorum!

Amen. E poi?

– Di adoperare sempre, o più che sia possibile, le prime e più spontanee parole che vi verranno a mente.

– Ho capito. E poi?

– Di macinare il maggior tempo che potrete le vostre idee nel capo avanti di pensare al più giusto modo di metterle in carta.

– Ho capito. E poi?

– Poi di scrivere, ben inteso, per i buongustai – cioè a dire per un molto esiguo e molto perverso ceto di persone – ma pur sempre colla ferma idea di farvi capire ad un bisogno anche dal popolo, evitando cioè le frasi lambiccate e le parole fuor d’uso o non ancora in uso.

– Va bene. E poi?

– Poi di andarvi a far benedire come vi mando adesso!

Rimasi un momento in asso col cappello in mano, poi capii da me che un po’ di ragione gliela aveva data davvero, e corsi tosto ad informarmi del Dr. Nanni e più ancora del suo... patetico e nuovo istituto.

 

Nota

_________________________

 

[1] Sta qui in cornice (per chi non ci credesse) davanti al mio scrittoio, nel preciso stato in cui mi venne in mano. E avrei anzi piacere che fosse visto da qualcuno, per non essere incolpato della barbara dicitura.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011