ALBERTO CANTONI

 

Nel bel paese la...

 

 

 

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

Nel bel paese la...

Alla Società Dante Alighieri.

 Come me la godo! — dice Tita suggeritore nel Goldoni di Paolo Ferrari, quando assiste ai contrasti dei Medebac e degli altri comici e — Come me la godo ! — ho dovuto dire più volte anch'io in un caffè di Perugia, al tempo delle feste per il nuovo acquedotto.

Aspettavamo mezzogiorno in tre: io da solo a destra e due personaggi, molto differenti fra di loro, in altri due tavolini a sinistra. L'uno, entrato il primo, aveva l'aspetto di un impiegato in pensione, alquanto ozioso e curioso e complimentoso (lo chiameremo il Perugino, con preghiera di non far confusione con Pietro Vannucci, il maestro di Raffaello) e l'altro, grosso il doppio, dava subito a divedere che si può scendere nella valle degli anni, recando seco un buon carico, anzi un buon viatico di tosse. Vestiva panni abbondantissimi ed un cappellone nero alla Paolo Mantegazza; portava due grossi diamanti allo sparato della camicia, e le sue brache nere, di velluto filettato, avevano alle cuciture come un sottile cordoncino blu. Non poteva essere che un reduce dell'America meridionale.

Bastava guardare i due mezzo minuto per capire benissimo che il Perugino non domandava di meglio che attaccar discorso col suo vicino, ma si vedeva nello stesso tempo che non sapeva decidersi, probabilmente per paura di essere ricevuto male. Che gli fosse accaduto ancora?

Avete mai osservato i cavalli quando aspettano e raccolgono ad occhi chiusi i loro secchi e meditati colpi di tosse? Abbassano piano piano la testa fino ad arrivare quasi in mezzo alle gambe anteriori, e poi, con un piccolo movimento più avanti ancora (cioè più indietro), danno fuori con minor sofferenza i loro conati, che somigliano ad altrettanti starnuti. L'Americano fece il medesimo con minore flemma di moto, e con maggior abbondanza di effetto. Scese col capo fin quasi alle ginocchia, e lì subito, con gran tumulto di tutto il corpo, si diede a scuotere gli echi del caffè, con un gruppo di tossaccia che parve il finimondo. Allora il Perugino si sentì come abilitato ad intervenire per reggere il capo del vecchio, senza por mente che costui, nell'affannarsi a ringraziare ed a schermirsi, smarriva del tutto il poco fiato rimastogli nella strozza, e metteva doppio tempo e doppio spasimo bronchiale avanti di rimettersi in quiete.

— Grazie. Non è niente. L'ho da quarantacinque anni!... È come la tosse di Bertoldo, diceva mia madre... Quella tal tosse che dura... fino a tre giorni dopo morti... Grazie — sclamò a scatti il pover'uomo, appena potè infilare un po' di respiro dentro le canne della gola, colla stessa difficoltà come le vecchie infilano l'ago da cucire.

— Dove l'ha presa? — domandò il Perugino coll'aria di chi si prepara a tener lì impuntellato il proprio interlocutore mediante un fittissimo interrogatorio. Fortuna che si erano combinati bene e che l'altro non pareva punto inclinato a lesinare le sue risposte.

— A casa mia. Nelle Pampas, dove spira un venticello da sud-ovest, detto pampero, che ce ne fa di molto graziose.

— Ma è italiano quanto me, se non mi sbaglio?

— Sì certo. Son di Brescia. Mio padre perse tutto alle dieci giornate, ed emigrammo fin dal '50. Egli morì presto ed io sono rimasto con mia madre, spirata sei mesi sono.

— Sei mesi sono!? Quanti anni aveva?

Ottantotto compititi. Paiono molti a Lei, ma non parvero a me. Le devo tutto. È stata la mia maestra, la mia massaia, la mia compagna di lavoro, la mia patria vivente, la mia Provvidenza fatta persona. Fu lei che mi ha insegnato a parlare ed a scrivere nella nostra lingua benedetta, lei, lei sola, che mi condusse a difendermi contro l'uomo, senza mai smettere del timor di Dio. Sono appunto diretto ad Assisi per sciogliere un suo voto in prò del mio Santo, che ci ha protetti ambidue. Perchè io mi chiamo Francesco. Come mi son volati tanti anni con lui e con lei! —

Faceva proprio piacere di udire un antenato così adusto, e colla barba più canuta che grigia, parlare a quel modo della propria madre, morta da poco. Ma il Perugino aveva altro per il capo che queste svenevolezze e riprese immediatamente:

— Val tanto come dire che Lei non ha fatto famiglia?

— Sì, famiglia, in quelle solitudini! Un refugium peccatorum, dove le notizie del mondo non arrivano che a fischi di vento. A Brescia, non dico, ma lì, come voleva che trovassi una donna da metter accanto a mia madre?

— Capisco tutto. Ma adesso? — domandò spietatamente il Perugino.

— Anche adesso non varrebbe a nulla. Mia madre mi ha empiuto la vita per tutta quanta l'eternità. È morta, è vero, ma io l'ho qui viva ed intatta ed assai più giovane di quando l'ho perduta! —

— Così dicendo, si diede ad arietare del pugno sul cuore come se avesse pestato sopra un mortaio. Anche la sua parlata prendeva l'aire alla bresciana, cioè ad urtoni, a spinte subitanee, quasichè egli avesse litigato con qualcuno, per poi digradare ogni tanto in certe cadenze e in certe strascicature alla spagnuola. Un insieme che il più curioso non accade spesso di ascoltare, se non forse a Barcellona, dove l'accento castigliano si fonde talvolta con quello di Catalogna, che somiglia al veneto nostro, e ne viene una singolarissima miscela.

— Avrà lasciato dei parenti in Italia?

— Sì, parecchi, ma ora non mi rimangono che due cugine, una in primo ed una in secondo grado. —

Il Perugino guardò in su mellifluamente come per lagnarsi con Domeneddio di non essere imbattuto negli abbiatici o negli affini. E sospirò forte:

— Che peccato! —

L'Americano prese questa specie di vocativo per un complimento alla sua... rientrata prosapia, e toccò, del proprio, il cognac del vicino.

— Dica un po': come ha trovato il nostro bel paese dopo tanti anni?

Come vuole che l'abbia trovato? Benissimo! Lasciare, non l'ho mai lasciato, perchè mia madre mi ha sempre tirato su coll'idea che la lingua sia la principalissima parte della patria, ed io non diventerei vero argentino neanche se campassi il doppio di lei. Quanto alle reminiscenze propriamente dette, io era quasi un ragazzo quando me ne andai, ed esse mi ritornano al pensiero più come vecchi sogni sbiaditi che come ricordi vissuti: certamente ho trovato molte bellezze, che prima non si sognavano nemmeno, e primissima il monumento ad Arnaldo da Brescia, il quale però darebbe più luce alla mia città, se tutte le quattro iscrizioni fossero in italiano. Che idea! Dire in latino di un italiano in Italia! È vero che vi si ripetono le medesime parole del san... cioè del frate, ma non vuol dire, si potevano tradurre. Basta, ormai è fatta. La peggio fu quando mi sentii non poco disorientato nel capire chi mi parlava, e non già per colpa delle parole, che non potevano essere più usitate e piane, bensì per certi atteggiamenti del pensiero espresso: atteggiamenti che saranno stati vecchissimi, ma che a me parvero nuovi e strani, perchè mia madre non ci si era mai imbattuta avanti di emigrare. Che vuole! C'è un gran salto fra il parlare sempre la propria lingua con quelle poche medesime persone, tutte inchiodate al preciso punto ed al preciso momento in cui lasciarono la madre patria, e il balzare d'un tratto in mezzo a gente che si è sentita crescere, per così dire, la lingua in bocca e la patria insieme, per effetto di fusione e di unità. Io non mi era mai mosso da Brescia, da ragazzo, e come vuole che non stupissi di quello che mi han detto e ripetuto qui ieri sera, appena arrivato, ed anche ier l'altro in viaggio, quando andai a pescare la mia cugina anziana? Vere bresciane le mie cugine, e coll'argento vivo in corpo, e però entrambe impalmate con dei ferrovieri, ma quella, già vedova da due anni, ha dovuto ritirarsi nel paese d'origine del marito: un paese lontano da tutte le linee di ferrovia. Se non che io seguito a darle noia colle mie chiacchiere senili e forse Lei...

Bisognava proprio venire dalle Pampas per non vedere che il Perugino pareva un papero chiamato a bere!

— Le pare!? — protestò sinceramente. — Metta che io sto come starebbe Lei se mi trovasse a casa sua. Dica, dica del suo viaggio di ier l'altro e del suo arrivo qui di iersera.

— Volontieri. Nel traversare l'Emilia mi trovai con un modenese che per rispondere di sì diceva sempre « So anch'io ». Gliene feci osservazione ed egli mi confidò che era una specie di idiotismo locale, letteralmente tradotto « So anca me » e che voleva dire « Bene inteso! E come! Altro! ecc. » — Capisco tutto, ma quell'anche, come c'entra quell'anche? Io gli chiedo una cosa ed egli per affermare enfaticamente, mi risponde che la sa anche lui! A me che la chiedo e non la so! È un fungo quell'anche, è un callo, non è una parola! Ma questo è niente. Per andare ad Assisi sono stato consigliato a dormire qui, e infatti son disceso all'Albergo delle Belle Arti. Odo che si fa festa per il nuovo Acquedotto e vengo fuori a vedere il Corso illuminato. Passeggio un po' qua e là, e poi mi vado a sedere laggiù nella piazza che guarda il piano, fra due signori che mi fecero posto bonariamente. Guardo avanti e vedo che sul davanzale di un poggiolo stava scritto a grandissime lettere di fuoco: « Viva Perugia ». Domando: « Che è quel palazzo? »

« La Prefettura » mi rispondono insieme i miei vicini. Oh bella! — pensai — la Prefettura! Indi, verso il mio ospite di destra: Dica un po', il Prefetto in persona sta lì di casa?

« Si capisce! » mi risponde quello... Si capisce!? Supposi che avesse voluto dire « È una cosa tanto naturale che la dovevi capire da te! » e mi parve un sottinteso poco gentile. Ciò non ostante seguitai a chiedere: Che ha voluto dire il Prefetto con quelle sue infocate parole? Che egli è assai contento dei Perugini? « Contentissimo. Si capisce! » E dalli! Se non che, visto che la intonazione ed il gesto erano abbastanza garbati, cominciò a balenarmi l'idea che il « si capisce » di Perugia fosse fratello carnale del « so anch'io » di Modena, e che tutti due volessero dire una specie di sì, come moltiplicato per tre, ma egualmente non privo talvolta di tacite restrizioni mentali, o di palesi punte canzonatorie. Difatti, poco dopo, avendo io osservato, per tastar terreno, se il tutore era così contento dei suoi pupilli, doveva alla sua volta essere buonissimo anche lui ecc. ecc., mi sentii confermare nei miei bonarii supposti da una filza di « si capisce » pronunziati ad una voce di qua e di là. L'uso è padrone, diceva mia madre, che era stata maestra alle Scuole comunali di Brescia, ma questo non è un bell'uso. Vale spesso come se vi dicessero « Che bisogno c'è di domandare! Lo sanno anche i bimbi appena nati! » Ma pazienza ancora quando c'è sotto una domanda chiaramente espressa. La peggio è quando si tratta di una informazione, esibita spontaneamente a tutti, come è accaduto a me e sarà accaduto a molti altri, nella piccola città dove sono andato a pescare la mia cugina anziana. Ci nacque Francesco Barbieri, che fu valorosissimo pittore, e gli hanno fatto la statua appena adesso. Nella parte anteriore del basamento stanno il nome, il cognome, la nascita e la morte del pittore, e dall'un dei lati, sa che cosa ci dice?

— Io no - rispose il Perugino modestamente.

Dice « Tal dei tali - Nostro - Non ancora trentenne - Lo scolpì ». Ecco il vero caso pel quale avrebbero fatto meglio a servirsi del latino. Così disgraziatamente ho capito anch'io, e me ne sono adontato. Che significa, per chi guarda, quel « Nostro » messo in mezzo, da sè solo, sotto il nome dello scultore? Che significa quel « Non ancora trentenne » proclamato subito dopo? Che noi, cioè i paesani di Francesco Barbieri, sappiamo fare le statue a trent'anni di età, e voi, che ne avete forse più del doppio, voi non sapete. Ma io non ho mai fatto lo scultore! E chi a trenta non ne ha, a quaranta non ne aspetti, diceva mia madre! Se avessero scritto « non ancora slattato o cresimato » l'avrei capita, ma così no! Metta che fra un millennio si trovi quella inscrizione e gli eruditi s'impuntino ad interpetrarla, o che diranno? Diranno che la patria del precocissimo Francesco Barbieri, divenuta assai tardigrada dopo la morte del suo grande cittadino, non accordava più l'età maggiore prima dei trent'anni. Che gloria si faranno fra un millennio! Lo scultore non ne ha colpa perchè quel « Nostro » indica chiaramente che non fu lui a scrivere, nè ad esibire la sua tenera fede di nascita; l'avevano lì pronta in Municipio, sulla cui cantonata sta un'altra inscrizione ad un « celeberrimo di violino suonatore » altrettanto indigeno. Di vio-lino suonatore? Io ho sempre creduto che si dicesse suonatore di violino! Ecc. ecc.

— Che ecc. ecc.! sclamò il Perugino. — Ne ha delle altre? Le dica, le dica!

— Un momento ! Ho qui il pampero che mi arriva ancora. — E via con un'altra quinte de toux che parve la tartarea tromba di Torquato Tasso. Indi con suono più rauco:

— Appena rimpatriato, dovetti correre a Verona per ritirare dei certificati al Deposito delle Ferrovie, e portarli alla solita vedovella, più vecchia di me. Li ottengo subito e me ne vado a passeggiare lung'Adige, verso la nuova stazione di Caprino. Vedo sopra un muro che Ezzelino III da Romano aveva fatto trucidare, nel cortile di un attiguo convento, undici mila padovani, perchè li sospettava legati a parte guelfa...

— Undicimila?

— Già. E per un sospetto! Avesse avuto la certezza, chi può dire quanti più non sarebbero stati? E che cortile e che convento ci sarebbero voluti per chiuderli tutti quanti! Stava pensando alle notti spaventose di questo Ezzelino coi suoi undicimila rimorsi (a meno che, come è probabile, il primo omicida non abbia patito di più con un rimorso solo) quando un freschissimo manifesto incollato precisamente dirimpetto alla recente pietra murale, bastò da sè solo a levarmi di capo ogni melanconia. Diceva: « Gran bazar di chincaglierie a prezzi addirittura derisori ». Se la corsa per Brescia non mi avesse ri-chiamato allo scalo, sarei andato volontieri dai proprietari di quel Bazar, per capire possibilmente se essi, coi loro prezzi, volevano « addirittura » farmi ridere di loro, ovvero se, come è più probabile, volevano essi ridere di me. Che scritta ambigua e stupefacente! Se fosse stata in lingua spagnuola, nessuna meraviglia, ma in italiano... Non le pare? —

Il Perugino affermò del capo con molti sorrisetti e con molti piccoli inchini precipitosi.

— Così, così mi piace! — sclamò l'Americano — Lei parla chiaro, Lei non dice nè « So anch'io » nè « Si capisce » e non fa nemmeno come i napoletani, i quali, per dir di no, levano il capo in su cogli occhi chiusi, e per dir di sì lo spingono in giù con gli occhi che non si vedono, e sempre verticalmente! Che confusione, e come bisogna stare attenti a misurare l'altimetria della risposta! Ma con Lei non c'è pericolo di equivoci e non le toccherà di certo l'appunto che ho udito fare al deputato Cabrini.

— Da chi?

— Da due socialisti cremonesi, saliti in vagone mentre io era ancora impensierito per i prezzi addirittura derisori del Bazar e per le undicimila verg... cioè per gli undicimila padovani del 1256. Uno dei due aveva assistito ad una conferenza politica, e l'altro gli chiedeva se il deputato Cabrini avesse parlato bene. « Sì, abbastanza — rispose quello — ma non ha scena. » L'altro rimase alquanto mortificato, ed io dovetti stillarmi il cervello per capire che significasse cotesta « scena ». Intendevano che non ha bel gesto, che non è buon attore, che non porge bene, e parve, a udirli poi tutti due, che non fosse piccolo mancamento per un oratore socialista. —

Qui il dialogo fu interrotto dal portiere dell'albergo, il quale recava una lettera al suo forestiere.

— Ci siamo! — sclamò costui. — Ecco la vedovella che si fa subito viva con un'altra lettera. La riconosco senza aprirla perchè è listata a nero. Io non so se l'uso rimonti a prima che me ne andassi, o a poi, ma è un altro uso che non mi va. Perchè un tale ha perduto una persona cara, deve durare a perseguitarmi dei mesi a questa maniera, pur di provarmi, o di darmi ad intendere, che è afflitto ancora. Se è, fa il suo dovere, ma non deve affliggere anche me ogni momento, con questa cornice alla moda, che pare la cornice dell'ipocrisia. Mia cugina seguita da due anni, e forse adesso non si accorge più che la sua carta è diversa da quella abituale, ovvero se ne serve ancora perchè ne ha provveduta troppa il primo momento e la vuole smaltire. Io non dico che essa non abbia sofferto e che non soffra anche adesso, ma dico che questo largirmi così abbondantemente i segni del suo dolore, mi fa cadere in sospetto che lo voglia attaccare tutto a me, per liberarsene. Stranezza per stranezza, sarebbe preferibile la opposta: voglio dire che gli altri scrivessero a questa maniera alle vedove, per ammonirle a tener fede al marito ed a stare in contegno, almeno ostensibilmente. Dico ostensibilmente perchè nel loro segreto nessuno vede. Chi ci vedesse, troverebbe forse che le più rassegnate allo stato libero sono appunto quelle che scrivono più lettere abbrunate, mercè delle quali i nuovi ammiratori sono condotti a computare allegramente le sospirate calende del termine legale. —

Mezzogiorno. L'Americano scattò in piedi come se avesse avuto trent'anni, seguito premurosamente dal Perugino, che lo volle a tutti i costi accompagnare alla stazione.

— E dove va dopo di Assisi?

— A Mercedes.

— Tanta furia di lasciar l'Italia?

— Che vuole! Ho il posto preso accanto a mia madre e mi preme di arrivarci sulle mie gambe. Su quelle degli altri non mi fido. Potrebbero servirsene per gettarmi a mare. -

E uscirono a braccetto.

Subito dopo, i non pochi avventori del caffè, che si erano fatti servire all'aria aperta, presero pulitamente a mano i loro beveraggi e li portarono dentro, lagnandosi del troppo freschetto di fuori e uno diceva « Alla buon'ora! » e un altro « Lodato Iddio! » e un terzo « Finalmente se ne è andato! » ecc. Con chi l'avevano? Mi era accorto che prima, appena entrati, avevano chiesto che i bicchierini fossero portati fuori, ma al momento non ci aveva fatto osservazione; ora invece lasciai che riprendessero il filo dei loro discorsi e chiesi piano al cameriere :

— Con chi l'hanno quei signori? Col vecchio o col più giovine? — Col più giovine. Hanno visto che egli stava scavando un forestiere ed hanno preso il volo.

— Ci patiscono?

— Sì. Mette uggia a tutti. A Lei no? —

Se avessi voluto essere sincero, avrei dovuto rispondere che mi ero divertito parecchio. Invece credetti opportuno di nascondere, col mio cattivo gusto, anche la mia provenienza e risposi gesuiticamente :

- So anch'io ! -

E avanti con questi ambigui e lenti succedanei del nostro sì così rapido e così sincero: quei succedanei che son diventati non poca parte dello schiettissimo parlar moderno !

Peccato che non se ne possano servire anche in Parlamento! O che sarebbe poca delizia per certi deputati di poter lanciare un « si capisce! » che significasse ora sì ed ora no, a beneplacito della maggioranza, ovvero, meglio ancora, che volesse dire sì e no insieme, a perenne pace e gioia, anzi a perpetua imbalsamazione di tutti quanti gli elettori?!

Ormai il sì di petto non suona più che sulle labbra delle vecchie zitelle, quando finalmente vanno a marito. Che se prima lo biascicavano per mancanza di denti, potete star sicuri che si faranno mettere la dentiera apposta.

Pracchia, 19...

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011