ALBERTO CANTONI

 

MONTECARLO E IL CASINO

NOVELLA

 

 

 

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

I.

Quel Signore

— Sei tu che hai voglia di discorrere? Dunque principia tu. —

Così pensava fra me l’otto settembre di quest’anno, guardando un unico e turbolento compagno di viaggio dalla parlata napoletana, il quale, in cinque minuti, m’aveva già chiesto il permesso di chiudere il suo finestrino, poi di riaprirlo, poi di sedermi contro per vedere il mare. Ci eravamo scontrati nel salire in carrozza, e si viaggiava poco dopo mezzogiorno da Savona a Genova.

Il pover’uomo si mise a guardar fuori come se fosse già ben persuaso di essersi imbattuto male, e non si mosse più, finché alla prima stazione il caso non lo tolse d’angustia, ponendo in fila davanti al nostro predellino cinque persone a un tratto: cioè marito e moglie ancora in fresca età, due bimbi ed una giovinetta bambinaia. Il marito domandò scusa della troppa copiosa infornata, io m’inchinai senza dir nulla, e l’altro, per paura che non entrassero, tolse gli ombrelli ed i cestini di mano agli adulti, si affacciò ad aiutare i bambini e le donne quando salivano, e poi rimase in piedi, come me, per fare con molto maggior garbo gli onori di casa. La signora fu messa al finestrino verso mare per tener fermo il bimbo più grande, la bambinaia a quello verso terra per sorvegliare il più piccolo, e noi uomini, dopo molte cerimonie, ci trovammo naturalmente a sedere in mezzo, il nuovo venuto da solo vôlto verso Genova, ed io all’indietro, accanto al padron di casa.

Ora occupiamoci bene di costui.

La espressione del suo viso era tanto mutevole e fugace, che se io tento di raffigurarmela innanzi, vedo apparire due uomini almeno, uno mesto ed uno lieto, come se in lui fossero stati due fratelli, d’indole e di età diversa, i quali, per quanto somigliassero fra di loro, avessero pur sempre, sì l’uno che l’altro, qualche cosa di ben proprio e di ben personale. Il sorriso, non molto frequente, lo trasfigurava così da togliergli di colpo una buona partita d’anni e, fosse vero o fosse idea mia, non sembrava apparirgli sul viso che quando appunto le sue parole ci avevano meno a che fare, come se egli, per una sua cotale agilità di mente, potesse rallegrarsi, parlando, o di ciò che non voleva dire, o di ciò che forse avrebbe detto in seguito. Più, era bruno, era tarchiato, aveva gli occhi mobilissimi, il colorito olivastro, e la barba così fitta e così nera da non aver punto bisogno, per risaltare maggiormente, d’uno sparato di camicia che mai il più immacolato e il più candido. Quanto all’età apparente, chi ne sa nulla? Diciamo pure quarant’anni, a dir molto, quando sorrideva, e un po’ più in là della cinquantina, quando rimaneva serio, cioè quasi sempre, a malgrado della vivezza dei discorsi e di una mimica implacabilmente meridionale.

La signora — una piacevole e bionda genovese che infletteva la sua pronunzia italiana della piagnucolosa cantilena che è propria alle sue concittadine, quando parlano il loro dialetto — la signora, dico, mi diede bastantemente a’ nervi, almeno dapprincipio. Capisco anch’io che, quando si ha il marito accanto, si può benissimo discorrere con un primo venuto che provi di avere, come il nostro napoletano, maniere servizievoli e gentili, ma fargli capire e subito e poi e sempre che non si chiedeva di meglio, come usano in viaggio molte signore italiane, via non va bene. Si fosse accorta che c’era anch’io al mondo, pazienza, ma era troppo tutt’occhi e tutt’orecchi per quell’altro, che diamine!

Ho messo un po’ di broncio, s’intende per amore del marito, e poi ho pensato guardando il mio vicino :

— Parla un po’ colla bocca, se ti pare, ed urtami un po’ meno, se ti riesce. C’è tanto posto nel treno, e mi dovevi proprio capitare accanto!

Avesse potuto udirmi e forse sarebbe stato un peccato. Certamente avrebbe rizzato muso anche lui, e per lo meno ci sarebbero andate di mezzo quelle impressioni di Montecarlo che s’accingeva a narrare.

C’era stato due giorni avanti, e ci aveva anche dormito. E la signora che al solo nome di Montecarlo aveva dato, da star seduta, in un piccolo saltino di buon umore, gli si era voltata contro con più civetteria di prima, e gli aveva detto:

— Viene di laggiù? Bravo, racconti qualche cosa. Con questo benedetto mio marito che non mi ci ha mai voluta condurre...

— Avrà paura di vederle pigliare il gusto del gioco.

— No. Ha paura di giocare lui, piuttosto. —

Il marito — bruttino, rossiccio, pelato, tranquillo — aprì dolcemente la bocca al più languido, al più coniugale di tutti i sorrisi. Ci avrei gettato dentro una chicca, se l’avessi avuta.

— Nessuno — prese a dire il napoletano — è mai arrivato a Montecarlo con l’animo più sereno di quel che non ci sia arrivato io, che non leggo mai giornali, e che appena sapeva, per intesa dire, delle petizioni di Nizza, di Napoli e di Londra, degli articoli del Times e della pingue eredità lasciata ai figliuoli dalla signora Blanc. Un così grandioso punto di ritrovo, che gli avversari chiamano un inferno, ed i fautori una istituzione, non si può giudicare in poche ore, ed io che sapeva benissimo di non potermi trattenere di più, non ci sono punto andato coll’idea di farla da giudice. Bensì mi bastava di poter dire ai miei amici: « Io ho udito ed ho veduto questo e questo; più presto di così non poteva fare; se vi basta, bene; se non vi basta, pigliate il treno e andateci voi. » E il medesimo, con tono più dimesso, dico anche qui, ora, aggiungendo che alla mia serenità di spirito dell’altro ieri aveva molto contribuito anche il viaggiare da Nizza in giù dentro una carrozza contenente due viaggiatori che battagliavano pro e contro Montecarlo con un doppio arsenale di sofismi, non saprei se più sfasciati o più logori. Basta dire che uno s’era dichiarato propizio, perchè altrimenti, diceva, bisognerebbe chiudere anche la Borsa, quasichè la fluttuazione del credito pubblico fosse cosa tanto poco naturale e tanto poco necessaria da poter essere governata secondo il beneplacito d’ogni grosso banchiere che vi giochi sopra; laddove il secondo trattava addirittura la bisca di manutengola, e la voleva metter fuor della legge, perchè vi erano stati notoriamente giocati e perduti dei quattrini di furtiva provenienza. N’ho una bella colpa io se il mio fornaio mi nutre di pan rubato !

(— Quante precauzioni! Quanti considerando!! — gli avrei voluto poter dir io, che principio ora, e che seguiterò anche poi a mettere fra parentesi tutti i miei particolari borbottamenti).

» Ho lasciato accapigliarsi fra di loro i miei arguti e sottili compagni di viaggio, e son disceso io solo alla piccola stazione di Montecarlo. Il casino è così presso, che la più parte dei viaggiatori suole far la strada a piedi, ma io aveva portato dietro il mio baule, e però ho pensato bene di farlo porre meco nell’omnibus dell’Albergo di Parigi: un sontuoso carrozzone a quattro bellissimi cavalli. Costoro s’avventano verso una breve e tortuosa salita, e in due o tre minuti al più s’entra di galoppo in una grande spianata, piena di aiuole, col casino di fronte, l’Albergo di Parigi a destra, il gran caffè a sinistra, e Montecarlo dietro; quel Montecarlo che veduto dal mare, dalla terra, da presso o da lunge, non si dimentica più. Io non era ancora escito dell’omnibus e già, nel salire, aveva gettato gli occhi prima sopra un giardino che sarebbe probabilmente uno dei più belli del mondo, se certe amadriadi internazionali non ne spegnessero talvolta l’incanto, e poi sopra quella immensa parete di roccia che mi stava sopra, e che pareva aggiungere maggiormente, mercè del contrasto, a quella infinita vaghezza d’acque e di cielo, a quella voluttuosa moltitudine di verdi, a quella galanteria di villini, e a quel divino sorriso dei fiori. Via, siamo giusti, Montecarlo oggi che parliamo sarà quel che volete, ma anche un serpente, quando è bello, non è men bello perchè è un serpente! —

Eva sorrise, e si voltò verso Adamo come per fargli notare quest’ultime parole anche troppo marcate dal narratore, il quale seguitò a dire :

— Il maggiordomo dell’albergo, nell’invitarmi a scendere, guardò ben bene il mio bagaglio, e poi dopo di aver divisato seco stesso non si sa che cosa, ordinò ai camerieri di condurmi al n. 38, mentre il conduttore dell’omnibus mi chiedeva umilmente sessanta centesimi fra il baule ed io. — S’entra bene a Montecarlo e ci si spende poco, ma è ad escirne che ti voglio vedere! — pensai tra me nel salir le scale. M’avevano messo al secondo piano e vidi subito, nell’infilarne il pianerottolo, che la mia camera aveva ai suoi due lati il 37 e il 39 entrambi vuoti, e dell’identica ampiezza. — O perchè ha pensato tanto per mandarmi giusto al n. 38? — mi chiesi — Che sia una camera di mal augurio e che nessuno la voglia? Basta, mi son ravviato un po’ davanti lo specchio, mentre un cameriere scriveva sotto dettatura il mio nome e il mio domicilio, e poi, partito costui, mi misi a guardar ben bene il pavimento per vedere se qualche suicida, vittima della nera o della rossa, non vi avesse lasciato qualche traccia di sangue. Nulla, le tinte del tappeto non potevano essere nè più fresche nè più smaglianti. Mi diedi del napoletano da me, e andai subito ad aprir meglio la finestra, agitando colle dita i cornuti gingilli di corallo che mi ciondolavano accanto all’orologio. Aveva innanzi tutto Monaco e lo scoglio che gli sta sotto quasi a picco, e mi pareva di vedere, non saprei, un gran berretto frigio sopra un grandissimo albero della libertà. Cosa abbiano poi a che fare questi alberi e questi berretti col noto dispotismo paterno del principe di Monaco, lo avrà saputo forse la mia immaginazione; io non lo so.

» Discesi subito e domandai della Posta.

— È a Monaco, — mi rispose quel tal signore, tutte nappe dorate, del n. 38. — Qui non abbiamo che l’uffizio telegrafico.

» Rimasi di stucco, e mi avviai lungo il mare verso la metropoli, per la strada che parte dell’albergo di Parigi, e che prima scende per lieve declivio a Condamine: cioè alla nuova città sorta come per miracolo dopo i buoni affari del casino, e che poi risale assai più verso Monaco, pigliando in mezzo parecchie scorciatoie ad uso dei pedoni. È una strada ben selciata e larga, tutta terrazzini verso il mare, affacciandosi ai quali si vedono sotto ora de’ bagni, ora delle serre pei fiori dei tropici, e sempre e ovunque una striscia lunga e serpentina di fichi d’india e di giranii, la quale sembra un bel nastro fiorito che la natura abbia trapunto di sua mano sotto il parapetto della via, come per indicare che più sopra ci stanno de’ luoghi eternamente parati a festa.

— Mi spiega un po’ come accade che a Montecarlo ci sia il telegrafo e non la posta? — domandai col cappello in mano ad un signore che mi veniva incontro, e che pareva ed era un inglese.

— Si capisce — rispose. — La posta va adagio, e noi qui abbiamo bisogno di danari presto.

(— Non era difficile, e ci avresti dovuto arrivare da te, mi pare. Quante pelli hai già mutato in dieci minuti! Prima parevi un artista in vacanza, poi un giudice d’istruzione, poi un entusiasta che s’atteggi a loico, ed ora un furbo trincato che voglia sembrare un droghiere. Chi ti capisce è bravo — ).

» Io quando viaggio — seguitò l’altro — ho l’abitudine di entrar dentro in quanti più posso luoghi pubblici, e difatti, appena mi trovai di fronte a Condamine, ci feci subito una capatina, prima a vedere le belle ville e le bellissime botteghe, poi in una grande birreria alsaziana a metter dentro uno spuntino, e da ultimo in un caffè a scrivere una lettera. Ora io non saprei veramente dire se fosse una mia prevenzione o se fosse vero, ma è certo che mi pareva di essere adocchiato con una guardatura affatto nuova e particolare come se tutti que’ bottegai mi volessero dire così a un di presso: « Anche tu sei qui? Oh bravo! Li porti a Montecarlo perchè ne hai troppi e non sai più dove metterli, o ti vuoi rifare di quel che hai perso o di quello che forse non hai mai avuto? In altri termini, sei un ricco sfondato o sei un avventuriere? » S’intende bene che questa strana specie di... come devo dire?... di effetto ottico doveva partecipare per forza dell’illusione, ma mi ha dato noia in principio, non lo posso negare.

(— Che tu abbia temuto di essere toccato dove ti doleva? — )

» Appena escito dal caffè, mi accompagnai strada facendo con un modesto rappresentante dell’esercito raccogliticcio assoldato dal principe di Monaco, e gli chiesi quanti uomini fossero, e che grado avesse il loro comandante. Mi raccontò che erano sessantasei cacciatori sotto gli ordini di un capitano, che la loro gran tenuta era molto bella, e che non potevano infilare i pantaloni scarlatti senza prima prestar giuramento per due anni almeno. Parlava un francese così antidiluviano, che mi permisi di chiedergli di dove fosse. Era un romano de Roma, ed aveva servito prima nell’esercito del Papa e poi nel nostro. Ci siamo fatte subito di molte feste, in italiano, ed io gli dissi, fra le altre cose, che era appena arrivato a Montecarlo per vedere, e non per giocare.

— Lo credo bene che non gioca, lei! — mi rispose ammiccandomi dell’occhio.

— Perchè?

— Perchè m’ha l’aria d’un uomo sperto.

— O che c’entra?

— Sicuro che c’entra. Anch’io vorrei avere dei quattrini, ne vorrei avere di molti e di molti, ma avanti che li portassi a quella gente lì ! ! ! —

» E scosse enfaticamente l’avambraccio più su della spalla, additando, a pollice teso, dalla parte del casino, cioè dietro di noi.

» Ci accommiatammo davanti alla Posta, di dove passai a vedere le modeste stradicciuole e le più modeste botteghe della città di Monaco. Che differenza da lì a giù! E perchè non aveva tempo di visitare la piccola reggia, così mi contentai di passarle innanzi, badando, più forse che non ad essa, a de’ mucchi enormi di bombe accatastate qua e là, fra un buon numero di cannoni e di spingarde. Pareva che S. A. Carlo III avesse voglia di bombardare il Mediterraneo! Ho fermato un vecchietto, e gli ho chiesto il perchè di quel grande apparato di forza: — Nulla, nulla, c’è sempre stato — mi rispose in dialetto monegasco — e non serve che per abbellimento. — Ha proprio bisogno di essere abbellita con delle bombe una piattaforma come quella, che ha l’immenso mare giù a perpendicolo sotto di sè!

» Tornai a Montecarlo che battevano le quattro e mezzo, e in meno di due orette era andato e venuto, col sagrifizio del primo concerto musicale che un grosso manipolo di professoroni, assai lautamente pagato, suol dare tutti i giorni in un bel chiosco di fronte al mare. Le adiacenze del casino erano quasi deserte, e il momento buono per girargli intorno era venuto. E l’ho difatti girato più di una volta.

— Com’è? — domandò la signora.

— Molto vasto, intanto, perchè contiene oltre a parecchi uffici della impresa, un grand’atrio interno di stile moresco per fumare e per passeggiare; due saloni da gioco, uno de’ quali nuovissimo, ed entrambi di tali dimensioni da poter capire due belle quadriglie ballate a cavallo; il teatro, non saprei se più elegante o più ricco dove non fu certo per mancanza di posto se, fra i medaglioni in basso rilievo raffiguranti i grandi maestri, non s’è accolto d’italiano che Rossini; un gabinetto di lettura da dar de’ punti, in fatto di giornali, a quello di Vieusseux, e un guardaroba... oh un vero guardaroba ad hoc, capace di tutte le cose di cui vogliano sbarazzarsi i giocatori, i quali, per non aver seco impicci, consegnano sempre tutto il superfluo dal cappello in giù. La peggio è che non usano di consegnare anche il portamonete.

(— Spiritoso, non faccio per dire!)

— Il lato più bello dell’edificio non è certo quello d’ingresso, che si vede arrivando, ma l’opposto, verso il mare, che ha innanzi un gran terrazzone, ben degno della baja dove guarda, e che è detta per antifrasi la baja degli Angeli. È là che si passeggia due volte il giorno a suon di musica quando fa bel tempo, vagando cogli occhi lungo le linee sinuose e fiorite dei paesaggi laterali, che si tolgono a destra dallo scoglio di Monaco, per digradare amabilmente verso Roccabruna, a sinistra. Quanto poi alla facciata monumentale del casino, e alle torricelle che ne adornano i lati... ho proprio da dire la mia schietta opinione?

— Sì certo! — rispose vivacemente la signora.

— Allora mi conviene di ripararmi dietro la sentenza d’un originale che, richiesto una volta di definire il bello, rispose molto ecletticamente: « Il bello è quella tal cosa guardando la quale bisogna esclamare: oh bello! » Questa esclamazione viene assai probabilmente in bocca ad ognuno che guardi dietro a sè dalla terrazza, ma ciò che egli vede, specialmente se è un italiano, si scosta tanto e poi tanto da ciò che egli ha già veduto ed ammirato nel proprio paese che, poco dopo, appena digerita la sorpresa un po’ stupefacente provocata e dal gran lusso e dai troppi nuovi e farragginosi ornamenti, è assai probabile che egli si senta come trascinato a qualche grossa restrizione mentale che faccia a pugni con quel primo « oh bello! » La nostra sarà pedanteria pagana, vieta retorica, classicismo indurito, ma avanti che le più sontuose costruzioni dell’estero ci vadano veramente a fagiuolo, o dovremo imbarbarire noi se abbiam ragione, o acquistare di molto in civiltà se abbiamo torto. Intanto il meglio che si possa fare, è di lasciar libero il campo ai gusti ed ai giudizi particolari accordando la parola alla fotografia. —

E ne trasse fuori un gran fascio, con tutto il principato di Monaco a pezzetti, che fece passare intorno da mano a mano, principiando dalla signora, e con grandissima soddisfazione dei bimbi.

— Che fanno queste due belle ragazzine vestite da uomo? — domandò il maggiore.

— Vanno a caccia col fucile, amor mio — rispose la mamma — ma non sono già ragazzine, son donne.

— E quest’altre?

— Pescano.

— E quelle?

— Vogano. —

E così via, finchè tra mamma e figliuolo ebbero fatto passare tutte le riproduzioni dei grandi quadri, a due belle donne per ognuno, che adornano il nuovo salone, e che il napoletano disse dipinti con molta bravura, e con quel fare spigliato dei pittori francesi, quando s’ispirano alle più geniali manifestazioni della vita moderna.

Qui ci abbattemmo in una piccola e brutta stazione, passata la quale il nostro napoletano ci menò seco nei saloni da gioco.

Udiamolo tosto.

II

Per me si va nell’antro di Mammone,

si va tra i fiori, tra le belle e tra i pedanti

— La tavola rotonda annessa al mio albergo era bandita per le sei e mezzo, ed io che voleva riempire l’intervallo con una prima scorreria dentro il casino, mi presentai subito al commissario della Banca per ottenere il mio biglietto d’ingresso. Costui — una specie di Minosse incaricato di mandar via a gambe levate i minorenni, i sudditi del Principe, e le figure sospette, e quei cittadini del dipartimento di Nizza i quali non provino di essere già iscritti in casini privati — costui, dico, stava facendo molte difficoltà ad un vecchio tolosano, il quale, così a viso, pareva piacergli poco, e ciò forse perchè vestiva tanto modestamente da sembrare fatto apposta per non piacergli punto. Ma quello s’incaponì a provare, con dei documenti di relativa agiatezza, che non c’era nessuna ragione di tenerlo fuori, e l’ebbe vinta. Poi toccò a me, e Minosse mi puntò gli occhi in viso.

» Dio che occhi! Altro che quelli dei camerieri e dei bottegai del principato! Almeno costoro, se pure pretendono veramente di pesarvi con una sbirciata, lo fanno per curiosità e per passare il tempo, ma il commissario! Il commissario che lo fa per mestiere, ed è obbligato a farti credere che, non appena ti guarda, t’ha visto tutto! Dio che occhi da basilisco!

» Pagherei a sapere cos’abbiano trovato di tanto bello dentro di me da ammorbidirsi, come fecero, istantaneamente. Eppure i bimbi, che sogliono entrare in core delle persone più assai dei commissari, non mi fanno molto buon viso quasi mai, come questi due monelli, così biondi e così ricciuti, che mi hanno tanto lesinato un mezzo bacio poco fa, colla scusa che ho la barba troppo nera. Basta, il fatto è che il commissario più buono di essi mi fece porre la firma dietro il biglietto che m’avea già dato, e che poi, dopo che ci eravamo già salutati, mi chiamò indietro un momento per chiedermi — ultima e dimenticata formalità — dove dormissi la notte.

— All’albergo di Parigi.

— Bravo. Bell’albergo. Non ce n’è di così belli al vostro paese! — sclamò a bocca dolce, e come per mandarmi via il più sollazzevolmente che avesse potuto. —

» Valeva la pena di rispondergli che ne abbiamo di meglio? M’è parso di no, e ho infilato addirittura la porta del primo salone, poco affollato in quel momento come il secondo, perchè dalle cinque alle otto non giocano che i reprobi: vale a dire coloro che seggono a mezzogiorno quando s’apre la Banca, e che poi si dimenticano dell’ora di pranzo pur di fare una tirata sola fino a mezzanotte, quando si chiude. Ho passato in rassegna tutte quelle persone per vedere se mi riesciva di cogliere qualche cosa di caratteristico, o almeno di particolare che fosse comune alla più parte di esse, ma confesso che non ho trovato nulla. C’erano i vecchi, i giovani, i capelluti, i calvi, i grassi, i magri, i belli e i brutti, ma più brutte che mai le donne, tutte vecchie, e quasi tutte tedesche, come quelle che s’erano abituate in gioventù ad emigrare secondo la stagione da una Banca di Germania all’altra, e che ora, decrepite rondinelle, convengono a Montecarlo perchè non ci fa freddo, e perchè in casa d’Arminio non ci si gioca più.

» Ma qui mi trovo molto imbarazzato ad andare avanti. Un presidente di tribunale qui della riviera, mi ha mortificato iermattina accusandomi di mancare del sentimento nazionale, perchè gli ho dette goffe e puerili le dimostrazioni venute di moda in Italia subito dopo i fatti di Marsiglia: quelle dimostrazioni che pigliavano specialmente di mira le parole francesi esposte al pubblico, nelle scritte delle botteghe e degli alberghi. Oggi ho voluto far subito penitenza, e mi sono imposto il duro còmpito di parlare a lungo di un luogo così screziato come Montecarlo senza mai lardellare la mia relazione di parole forestiere, ma come non caderci, alla lunga, quando si tratti di cose troppo nuove e troppo poco belle che la nostra lingua, appunto perchè è nobile, appunto perchè è antica, o esprime male, o non esprime affatto? Sì, lo so, invece di roulette potrei dire girello o biribisso; invece di croupier tavoleggiante, ma farei anche ridere le pietre, è vero o non è vero? E decavé e veinard come li tradurrei senza circonlocuzioni, se ne avessi bisogno? Scorticato quello e fortunato questo? Ma non basta! Epperò, con buona pace del presidente, parleremo intanto della roulette. Sanno come si giuoca?

— No davvero — risposero i coniugi.

— È una cosa semplicissima. Si figurino una gran tavola oblunga con un disco in mezzo, il quale, appena che sia spinto, giri assai rapidamente sopra sè stesso, ed abbia intorno molte striscie incavate e concentriche, una nera ed una rossa, le quali vadano a finire in altrettanti numeri, che principino dallo zero ed arrivino fuor di regola fino al trentasei. Ai due lati del disco, e tessute in bianco sul tappeto verde, stanno due tabelle coi medesimi numeri ad uso dei giocatori, i quali vi puntano sopra quel tanto che vogliono giocare. Non appena sono fissate le poste, uno dei croupiers spinge il disco da una parte, e un altro avvia la pallina in senso opposto lungo una piccola viottola fatta a spirale che la conduce verso il centro della roulette, cioè del disco, dove, dopo di aver urtato in moltissimi ostacoli che la fanno roteare di qua, e balzare di là, guizza finalmente in una striscia qualunque, e va ad avere pace in uno dei numeri, rosso o nero che sia. Qualcuno ha puntato sopra quel numero? Quello si piglia trentasei volte la propria posta.

E gli altri ? — — domandò il marito.

— Gli altri la perdono, ma volendo si può rischiar meno assai. Ci sono per esempio certi lati del tavolo dove si può tenere unicamente pel numero nero o pel rosso, pel pari o pel dispari, fino al diciotto o dal diciotto in poi, e allora chi indovina si piglia naturalmente il doppio della posta soltanto; ce ne sono degli altri dove si punta per la prima per la seconda o per la terza dozzina, e allora chi vince intasca il triplo di quello che ha messo; e finalmente anche sulla tabella medesima è lecito di situare la propria posta in modo che tocchi più caselle vicine, e allora se ho puntato, per esempio, sopra due numeri e ne esce uno, mi piglio diciotto volte la mia posta, e se ho puntato su tre, in proporzione, vale a dire dodici volte tanto.

— E se la pallina imbocca lo zero che non è nè pari nè dispari? — domandò la signora, tanto per provare che non era genovese per nulla.

— Se imbocca lo zero, non c’è più rischiar poco o rischiar molto che valga, non c’è più rossa e non c’è più nera; non c’è più pari e non c’è più dispari: la Banca allunga le mani e piglia tutto, ma viceversa deve pagare lei pel casino, pel teatro, pel concerto, per la pubblica illuminazione, e per l’ottimo assetto delle strade e dei giardini. Se sapessero a quanto arriva, quotidianamente! Io non voglio ripetere delle cifre che possono parere esagerate a chi non ha visto i luoghi; ma se è vero ciò che mi è stato detto, si va molto, molto in su, specialmente quando si pensa che essa non ha in proprio favore che un numero solo sopra trentasette. Pare tanto poco! Ma poco non dev’essere, perchè altrimenti come potrebbe rifarsi delle spese, e guadagnare? Io per esempio l’ho colta dapprincipio in un momento di così gran vena che i suoi croupiers, dopo di aver pagato volta per volta chi azzeccava bene guadagnando poco, avevano poi un bel che fare per tirare a casa il rimanente, più ponderoso assai, che era stato perduto. E ce ne sono quattro per ogni roulette, di questi croupiers, e tutti armati di un certo balocco lungo lungo, che pare una piccola zappa, col quale agguantano una dopo l’altra le spoglie dei perdenti, e le traggono a sè in un batter d’occhio. — Ma bravi, bravi i miei Padri Zappata! — avrei voluto dir loro, non già perchè predichino bene e razzolino male (chè essi nè predicano punto, nè potrebbero mai razzolar meglio), ma per quel maledetto strumentino agricolo che sapevano adoperar così bene, e per le faccie da buoni ragazzi che avevano quasi tutti, anche i vecchiotti. Dove li pescano poi così carini, Dio lo sa.

» Ma poco dopo la vena della Banca cessò, e vi fu un momento che essa fu quasi per venire a patti: vale a dire che stette per chiedere cinque minuti di riposo, durante i quali sarebbe andata a far cassa in anticamera. Il continuo viavai di tanti mucchi d’oro non può non fare un effetto strano, quasi vertiginoso sulle prime, ma poi mi ci sono abituato presto, e venne il momento in cui dovetti dire: Gran cosa difatti che hanno ad essere le rivoluzioni sociali! O non ce n’è qui una in permanenza? Quello si siede tutto spelato e s’alza vestito bene; un altro ne ha più del bisogno e glieli scemano ad armi cortesi; mettiamo (paradossale supposizione!) che la Banca desse una piccola parte dei suoi utili a tutti i suoi clienti, e che meglio di lei potrebbe dare una idea dello Stato, come se lo raffigurano la più parte dei socialisti?

» Buono che in quella mi sovvenne del giardino che è lì a due passi, o altrimenti chi sa dove sarei andato a finire col mio dirizzone filosofico, alquanto strampalato. I giardini paiono fatti apposta per riquadrare le teste fuor di riga, e non ci voleva meno di quello piccolo ma tanto bello di Montecarlo per rimettermi in carreggiata subito subito. Là palme, là cactus, là fichi d’India, là cassia, là euforbi e persino, a pochissima distanza, canne di zucchero! Un cantuccio d’Africa, insomma, portato lì, si direbbe, come un giardino pensile, o come Pisa repubblicana ha portato in cimitero la terra del Santo Sepolcro. E hanno avuto coraggio di maltrattare quel povero arcivescovo francese, che non si peritò di trovare incantevole il luogo! O come lo doveva trovare? Brutto, forse, perchè non si gridasse ai quattro venti che la Curia Romana era d’accordo col Principe e colla Banca? Le gran commedie che si vedono in questo mondo !

» Ma fra un atto e l’altro ci si mangia bene egualmente, quando il cuoco è buono. Io era rimasto così incantato del giardino da non accorrere subito colla dovuta precipitazione all’appello del mio albergo, che avea già sonato a stormo due volte per la tavola rotonda: epperò arrivai l’ultimo, allorchè tutti gli altri stavano già seduti, e precisamente quando, coll’apparire della prima portata, pensarono bene di dar la stura al gaz prima bassissimo. Era proprio quel che ci voleva per me, che procuro sempre di far da spettatore, ed evito più che posso di dar spettacolo! Ho dovuto passare a capo chino dietro una lunga fila di persone sedute, che si voltavano a guardarmi una dopo l’altra, forse per vedere se arrivava finalmente qualcuno con le mani piene, e mi sedetti nell’unico posto vacante che mi era stato additato nell’entrare: cioè quasi a capo tavola, fra un vecchietto tedesco e un bel pezzo di giovine francese. Oh che tre bocche l’una accanto all’altra!! Il primo a rallentare ed a guardare un po’ attorno sono stato io, adocchiando qua e là intere famiglie con donne e ragazzi venuti forse per diporto da Nizza o da Mentone; poi rallentò il francese e scambiammo subito alcune parole, ma il tedesco!!! Per Dio se hanno ragione gli albergatori di far pagare i bimbi per uomini, quando, fra gli uomini, possono capitare di quei tedeschi!

» In fin di pranzo, cioè a tavola più animata, cominciai a far un po’ di corte al francese, per vedere se mi riusciva di cavargli qualche cosa, che già tanto l’altro non si voltava mai dal piatto, ed era precisamente come se non ci fosse. E quello grasso, fresco, fiorente come una bella pesca primiticcia, mi raccontò subito che era parigino, e che veniva spesso e volentieri a Montecarlo, perchè non ci si può giocare sulla parola, nè si trovano cortesi camerieri che vi prestino quattrini, quando non ne avete più: due grossi guai dei casini privati. Aggiunse che era già al verde da più di due settimane, e che aspettava in gloria il primo del mese in cui gli dovevano arrivare dei rinforzi, e con essi, speriamo, miglior fortuna. Pel vitto e per l’alloggio aveva pagato anticipatamente, e così soleva fare ogni mese: ottima precauzione per non rimettere mai della sua buona ciera. Poi gli chiesi:

— Mi spiegate come accade che in questa grandissima tavola non si vedano che signore apparentemente dabbene? O dove sono... le altre? M’è sembrato di vederne qualcuna, arrivando.

— Non ce ne sono molte, ora, perchè è assai presto, e le più graziose non compariranno che fra due mesi almeno. Ma se anche ci fossero, non crediate di trovarle mai a tavola rotonda.

— Perchè?

— Non saprei. Qui ci sono troppe signore dabbene, come avete detto, ed esse preferiscono mangiare alla carta, o bene accompagnate, o sole.

— Di dove vengono le più carine?

— Da Parigi, per gusto mio.

— E sono solamente belle, o ce n’è anche di ben educate?

— Più d’una. E molto.

— Come si spiega questa grand’educazione?

— Col fatto che fra le nostre più fortunate avventuriere ce ne sono di quelle che rimasero orfane da bambine o d’impiegati o d’ufficiali, e che però ottennero dei posti gratuiti nei migliori collegi di Francia, dove impararono più delle altre, s’intende, e di dove alcune sono poi escite col proposito latente di vendicarsi della società, rovinando quanti più uomini possono.

— Di vendicarsi della società? Se le ha educate gratuitamente !

— È poco. Essa doveva anche trovare un qualche Montmorency o un qualche De Mérode pronto a sposarle, e non metterle al bivio di fare o le institutrici o le poco di buono. Così dicono esse, almeno, e può darsi benissimo che le ragazze belle e povere si ritrovino senza tanta educazione, molto meno spostate di loro. —

La prima parte di questo piccolo ragionamento mi è sembrata piuttosto grossa, ma tanto gliela ho lasciata sballare senza difficoltà. Poi gli domandai :

— E d’italiane ce ne vengono?

— Poche, e troppo men pericolose delle nostre. Una veramente mi piaceva abbastanza, anni sono, ma era un mostro d’innocenza anche lei. Ha aiutato qualcuno a perderli tutti, ma per divertimento, senz’ombra di calcolo, e poi, ad affare terminato, ritornò come prima a vender fiori in patria, e finì quattro mesi fa con un occhiello in viso, per la gelosa e tenera sollecitudine di un amante povero. Ah voi italiani con quel vostro benedetto vizio del coltello! —

» Si poteva rispondergli che certi francesi sogliono amare più teneramente ancora, e che essi, nei casi analoghi, buttano in viso trenta grammi di vetriolo, e accecano, ma il mio uomo era troppo prezioso, perchè io rischiassi di guastarmi seco per così poco. Feci mostra di non avere udito, ed egli mi lasciò difatti colla promessa che di lì ad un paio d’ore sarebbe venuto a cercarmi nel primo salone, e che me ne avrebbe fatto gli onori. Più, mi promise di raccontarmi una avventura alquanto risibile, quantunque galante, che gli era capitata pochi anni prima, e che le mie domande gli avevano fatto ritornare a mente.

— Un’avventura di pretto colorito montecarlino! — sclamò.

— Bravo! — pensai fra me dopo di averlo salutato. — Questo prova quanto sia vantaggioso l’evitare possibilmente le polemiche internazionali! —

» Nel gran caffè c’era poca gente, ed io m’imbattei a sedere presso un importante signore italiano, molto magro e molto impettito, il quale, a furia di gonfiarsi, potrà forse arrivare fra qualche anno a mettere un po’ di pancia, come pareva desiderare assai. Aveva seco un amico, o piuttosto un umile compagno di viaggio, che gli diceva di sì, sempre di sì, colla bocca e co’ gesti, come ad un oracolo. Quando mi sedetti, il primo chiamò a sè un cameriere per pagarlo, e poi, scegliendo benissimo e il luogo e il momento e la persona, si mise a fargli un toccante predicozzo, nel quale diceva che Montecarlo era molto bello, ma che dal lato morale lasciava a desiderare altrettanto e più. E il cameriere a rispondergli, colla eterna esclamazione dei provenzali:

— Oh ma foi, io credo che si farebbe il medesimo da per tutto, appena che si potesse! —

» Difatti deve importare di molto ad un povero cameriere che il luogo dove lavora onestamente sia più morale o meno, quando gli fiocchino le mancie, e grasse. Ed anche il nostro magnanimo concittadino deve essersi mostrato molto generoso, in fatto di mancie, prova ne sia che quel medesimo cameriere gli tornò subito accanto per fargli vedere un elegante giovinotto appena entrato ed ancora in piedi, il quale, in meno di due settimane, aveva già guadagnato trecentomila franchi. L’altro si voltò subito verso quel tale che gli rispondeva sempre amen, e picchiando della mano sul tavolino, gli disse, molto forte, probabilmente perchè udissi anch’io:

— Trecentomila franchi! Trecentomila franchi in due settimane! Tu che sai quanto debba faticare e pazientare io coi miei clienti per guadagnarne ventimila in un anno ! —

» Il tirapiedi fece il viso compunto, ed io pensai: — Ho capito! Vuoi che si sappia che tu sei il principale avvocato o il principale notaio della tua piccola città natia; vuoi che si sappia che tu guadagni da solo quello che non guadagnano parecchi tuoi colleghi uniti insieme, e questo non già perchè tu sia più abile di essi, oh no, basta vederti, e nemmeno perchè tu sia più onesto e più intemerato, oh no, l’onestà d’un uomo non può essere nè maggiore nè minore dell’onestà d’un altro, ma perchè tutti i buoni clienti di provincia, per vivere tranquilli, debbono assolutamente avere a propria disposizione un numero fisso e determinato di grandi uomini, i quali si facciano pagare assai assai bene. E costoro hanno ad esserci continuamente, perchè ci vogliono, perchè bisogna che ci sieno, perchè non si potrebbe fare con meno, per grandissimi che fossero. Capita dunque che ne muoia uno senza erede ben designato? Ecco la fortuna a pigliare un vivo che rifaccia il numero, e che riempia il vuoto. Qualche volta imbatte così bene... che piglia te. —

» Ho finito questa orazione nel metter piede in teatro dove ier l’altro sera aveva luogo il concerto, perchè il tempo s’era messo improvvisamente all’acqua. Sonavano l’ultimo duetto dei Martyrs, leggi del Poliuto, ed io deplorai nel profondo dell’anima di non essere capitato a Montecarlo, quando ci fu la Patti. Avrei forse trovato qualcuno che dicesse in orecchio alla signora Blanc, subito dopo il Rondò della Sonnambula:

— Veda un po’ lassù. Manca Bellini, per lo meno. Forse che non è morto abbastanza? Oppure aspetta che sia morto tutto? Va in lungo allora. —

(— Oh Dio, anche patriota!)

Qui il treno si fermò un momento ad Arenzano, che è la quarta stazione dopo di Savona, e subito i due bimbi, ad un cenno della bambinaia, si misero a strillare come due dannati.

— Che hanno? — domandò il padre.

— Nulla rispose sorridendo la Signora. — È una invenzione di questa matterella, per non avere troppa gente in carrozza. Ha visto quei due vecchi inglesi, marito e moglie, che si accingevano a prender d’assalto il nostro usciolino, e ha dato il segno. Guarda come corrono. —

III.

Il mazzo preparato, il « minimum », e l’avventura montecarlina.

« Il mio bel cicerone fu esattissimo al convegno — seguitò a dire il napoletano dopo di aver bevuto due tazze d’acqua. — Mi spiegò prima il trenta e quaranta, che si gioca nel secondo salone, e che io non mi sento di riferire bene senza carte in mano. Di là andammo a passeggiare intorno ai tre tavoli di roulette, affollatissimi tutti tre, ed io gli domandai :

— Come fa l’impresa a cautelarsi bene contro qualche supposta truffa di giocatori o di croupiers?

— Vedete intanto — mi rispose — che ogni partita è sorvegliata da un ispettore, il quale è obbligato ad avere gli occhi un po’ per tutto. Poi, se guardate bene come son fatti i tavoli nel mezzo, v’accorgerete subito che ogni croupier sta seduto dentro ad una specie d’incavo, che gli gira intorno al corpo, e che lo costringe a scostarsi bene, solamente che voglia mettere le mani in tasca. In terzo luogo avrete già osservato che i due saloni sono illuminati ad olio e non a gaz, per tema di un secondo miracolo di Mosè, mercè del quale si potrebbe fare tabula rasa con una certa facilità. E finalmente è molto probabile che ci sieno qui persone le quali giochino bensì apparentemente qualche piccola cosa, per avere una ragione di sedere a posto, ma che in sostanza non ci si mettano per altro che per sorvegliare i giocatori, e per dire di chi sieno veramente le poste vincitrici, in caso di contrasto. Ma a malgrado delle cautele c’è una leggenda, ed io ve la vendo come l’ho comprata, cioè senza farmene punto mallevadore. Si racconta cioè che anni sono, in un tavolo di trenta e quaranta, un giocatore, litigando con un altro, gli ha dato un grande schiaffo, e che, durante il parapiglia occasionato da questa brutta scena, uno dei croupiers ha tirato fuori il mazzo preparato, mercè del quale un terzo giocatore che era d’accordo, s’intende, con quest’ultimo e con quegli altri due, s’è poi portata via una quantità di roba. L’han capita, dopo, e gli hanno anzi legati tutti quattro, ma i danari non si son visti più. Se quei ribaldi si son messi in buone mani, sa Dio che buoni borghesi diventeranno, subito dopo esciti di galera.

» Qui il mio scettico ma gentile compagno fu interrotto da un altro francese, che lo chiamò da parte un momento per dargli una lettera. Ritornò quasi subito, e mi disse:

— Avete visto quel signore?

— L’ho visto.

— Ebbene, quello, con tremila franchi al più di suo, guadagna abbastanza da vivere assai bene qui a Montecarlo. E ce ne sono parecchi.

— O come fanno?

— Puntano il minimum, cioè cinque franchi sopra un colore o l’altro. Se perdono, raddoppiano la posta; se la riperdono, la tornano a raddoppiare, e così di seguito finchè una volta o l’altra bisogna bene che imbrocchino giusto, e che vincano. Capirete, non è difficile. Tolto lo zero, hanno anch’essi altrettante probabilità in proprio favore, quante ne ha la Banca. Quando finalmente viene la volta che vincono, fate bene i vostri conti, e vedrete ch’essi tornano ad intascare tutto ciò che hanno speso, più cinque franchi di pofitto netto per ogni volta. Ripetono il gioco finchè si son messi in tasca quelle venti o trenta lire che hanno bisogno di guadagnare ogni giorno, e poi se ne vanno. Ma ci vuole molto sangue freddo, veh, a non lasciarsi mai tentare di mutar gioco, specialmente quando sono in vena, e si beccano il loro pane quotidiano in pochi minuti.

Così è accaduto oggi a quel signore di poco fa. S’è seduto a mezzogiorno, e al tocco era già a Nizza a pigliarsi bel tempo.

— Come a dire che si sta meglio a Nizza che qui?

— Tutt’altro, ma per variare ogni luogo è buono. Oh sì, starebbe fresca Nizza, starebbe fresco Mentone, se non avessero Montecarlo a due passi. Perchè credete che ci vadano in tanti? Per la buon’aria? Per il mite clima? Con quel po’ di vento che soffia qua e là, ed ora specialmente che molti medici hanno preso l’abbrivo di mandare i tisici in Engadina, vicino agli orsi? No no, appena Cannes, appena Sanremo si salverebbero forse, a casino chiuso. —

» Questa profezia m’interessava così mediocremente che non l’ho punto discussa, ed anzi feci tosto che il mio compagno si accostasse meco ad un tavolo dove la gente stava più pigiata che mai, e dove, la Dio mercè, il bel sesso non era punto rappresentato dalle brutte vecchie di poche ore prima. Ammirammo insieme il contegno irreprensibile di moltissimi giocatori, per non dire di tutti, e poi andammo ad accendere le sigarette nell’atrio, dove stanno certi enormi sofà privi di spalliera, i quali, essendo anche bassissimi, vi farebbero quasi venir la voglia di incrociare le gambe e di sedere all’orientale. Colà ci adagiammo, e colà il mio francese mi raccontò la sua piccante avventura. La debbo riferire?

— Perchè no? — rispose la signora, colla beatitudine di certe donne oneste, quando si sta per mettere sul tappeto qualche argomento equivoco. — I miei bimbi non capiscono nulla.

— Oh non c’è poi questo gran male, ma sa, molte signore fingono di inalberarsi tanto presto che non s’è mai abbastanza prudente. Veniamo dunque alla storiella. La intitoleremo :

Le prodezze di Berta,

ed io, nel ripeterla, mi studierò di accostarmi più che posso alle precise parole del mio francese, il quale, appena seduto, mandò fuori voluttuosamente due o tre boccate di fumo, e poi mi disse:

— Io aveva avuto già da tre giorni una così sfacciata fortuna, da venire, press’a poco a quest’ora, nella improvvisa determinazione di fare i miei bauli, e di andarmene a casa, insalutato hospite. Escii dal salone, e m’incamminai verso il guardaroba a prendere il cappello, quando, ritta in piedi là nel vestibolo in aspettazione della sua mamma, mi capita sotto gli occhi una graziosissima giovane, che io conosceva già da gran tempo per essermi trovato spesso e volentieri a chiacchierare, a ridere insieme, senza mai varcare però quella certa linea al di là della quale ho verificato poi dopo che non si ride più. Vedo che mi guarda, e la saluto, come faceva sempre. Essa non mi risponde. Mi figuro che sia distratta, e la torno a salutare, chiamandola per nome ed a voce più alta. Idem. Allora le vado incontro addirittura, e le offro la mano dicendole: — Come vi calunniano, povere Signorine! Dicono che siete qui per attaccarvi ai carri dei trionfatori e per dividerne il bottino, e voi, giusto oggi, voi trattate me a questo modo! Oggi che Montecarlo è pieno delle mie gesta. Oggi che non si parla d’altri che di me stesso! — Ma intanto la mia mano era rimasta immobile, come quella d’un uomo che chiedesse la carità, e Berta accennava così poco ad accoglierla nella sua, che ho pensato bene di ritirarla da me come se niente fosse. L’avreste veduta in quel momento! Come era bella! Sempre, già, ma allora, così in collera! Alta, aggraziata, bianchissima, col velo nero giù fino a mezza la fronte, per inquadrare meglio il perfetto ovale del viso, e con quel feroce, insistente cipiglio che aggiungeva tanto di grazia ai suoi bellissimi occhioni color zaffiro! Una donna eguale, qui non ce l’ho mai vista. Mi ha lasciato dire senza interrompermi, e poi, dopo una pausa che mi è parsa lunga come l’eternità, ha sclamato crollando la testina, e senza mai smettere di guardarmi negli occhi:

— E poi dicono che noi abbiamo una coscienza!

— Sicuro che ce l’abbiamo — ho risposto io. — Chi ne ha mai dubitato?

— Io ne dubito, ora, se la vostra non vi rimorde nulla. —

» A questo punto arriva la mamma che si piglia tosto il braccio della figliuola, per condursela via. Costei, che mi vede immerso nel mio esame di coscienza, si volta un momento, e mi dice nell’andarsene : — Fatevi un po’ risovvenire ciò che avete detto di me con la mia amica intima, con Adriana! — E va.

» Questo nome bastò difatti per farmi ritornare a memoria qualche piccolo frizzo che io le aveva effettivamente lanciato dietro, ma senza malizia, e senza mai supporre di dare luogo a un tradimento qual sia. Che essa, cioè, si dava tropp’aria di duchessa, che ostentava un po’ troppo le sue molte vesti ed i suoi gioielli, che era soverchiamente convinta del suo fascino irresistibile, e così via. Roba di poco per donne simili, direte voi, e che non mi doveva punto impedire di sgomberare egualmente col treno della notte! È vero, ma ciò non ostante vi prego di mettervi un pochino dentro ai miei panni di quella sera. Cominciamo a dire intanto che Berta mi piaceva assai e che, se me ne era sempre tenuto a rispettosa distanza, era stato principalmente pei suoi gusti troppo spenderecci, e ben poco rispondenti alla passata fortuna mia. Quella sera invece io mi trovava quasi mutato in un piccolo Creso, avevo appena venticinque anni senza ignorare per questo come l’amore muti spesso in più felice chi appunto ha principiato con qualche scaramuccia, e soprattutto mi cuoceva il dubbio che quella cara Adriana, non contenta di esagerare, avesse anche inventato di suo, e mi costringesse così a lasciare sul luogo una donna ben persuasa di essere stata ingiuriata da me, ed ingiuriata dietro le spalle. Questo dubbio (son francese anch’io!!) mi ha mandato subito un po’ di sangue al capo, e perché lo scrivere a Berta mi pareva, anche allora, una goffaggine troppo solenne, troppo madornale, ho creduto miglior cosa di rimandare la mia partenza al domani, dopo che l’avessi vista. Avreste fatto diversamente voi, nei miei panni di quella sera?

— Forse sì... ma io non sono francese — risposi inchinandomi lievemente, per gabellare come un omaggio quel po’ d’ironia che era nelle mie parole.

L’altro diede nella pania e s’inchinò alla sua volta anche più giù di me.

— Son dunque rimasto — riprese a dire — e la prima signorina che mi viene veduta il giorno dopo alla musica, è appunto lei. Ora io suppongo che voi sappiate con quanta precisione, con quanta efficacia usino di parlare in generale tutte le donne che nacquero e crebbero nelle grandi città, e forse le parigine più delle altre, aiutate come sono da quel perfetto istrumento che è la lingua nostra. Come se ne giovano! E qual’è mai il cesellatore che sappia rendere così bene spiccati i contorni dei suoi più barocchi ornamenti, come esse, quando ci si mettono, sanno ravvivare certe loro idee, specialmente quando sono false! La tesi di Berta fu questa: io aveva voluto umiliarla davanti agli occhi della sua più cara amica. Capirete, era peggio che offenderla; era peggio che perfidiare sul conto suo. Quest’amica (spia coscienziosa) non aveva inventato nulla di nulla, e nemmeno posso dire che avesse accresciuto il senso delle mie parole. Niente affatto. Ma bisognava sentire che po’ di partito non sapeva cavarne Berta per argomentare a modo suo, e per istringermi ad arte dentro alle fitte maglie della sua dialettica! Nel criticare il suo troppo lusso io m’era inteso di sottintendere che essa, per non perdere i suoi ultimi adoratori, doveva già fingere di poter fare senza di tutti; e col mio accenno al suo fascino irresistibile io aveva voluto significare che non le era riuscito di far breccia nemmeno su me... ciò che non avrebbe provato gran cosa!

— Lo dite adesso per vostra modestia? — gli domandai, chiedendogli scusa dell’interruzione.

— No no no! Lo ha detto anche lei allora, pur troppo! Quanto poi all’aria di duchessa, oh lì v’assicuro io che ha proprio sloggiato bene! La mia era stata una frecciata in tutte le forme contro alla sua prosapia di cenciaiuola, della quale, con la madre accanto, avrebbe dovuto ricordarsi più spesso. E così via, senza lasciarmi fiatare, per poi concludere, profittando della mia poca presenza di spirito: — Domattina alle undici aspetto nel mio villino il visconte A. ed il deputato B. Essi mi fanno l’onore di accettare una tazza di tè in casa mia... a malgrado della mia mamma. Voi li conoscete; avrete probabilmente detto loro quel che diceste anche all’amica mia, se non forse peggio: epperò davanti ad essi potrò accettare le vostre scuse. Ma non prima, non dopo, e non altrove. — E mi piantò così.

» Era stata molto accorta, bisogna renderle questa giustizia. Aveva scelto per suoi testimoni due miei buoni e famigliarissimi amici, davanti ai quali il mio atto di contrizione doveva perdere tutto ciò che esso poteva avere di uggioso per me, ed acquistare quasi per forza in vivacità ed in gaiezza. Fossero stati altri due uomini, oh avreste veduto se me lo faceva dir due volte, ma quelli ! Valeva la pena di tornar indietro per chi fosse già andato!

» Nè il mio presagio andò punto fallito. La solenne cerimonia, rallegrata dagli spropositi della vecchia e dalla comica gravità dei padrini, mi lasciò una di quelle impressioni esilaranti che sogliono tener dietro alle buffonate vere, anzi vissute, e che però non possono cederla in vivacità nemmeno a quelle, tanto più squisite, che ci si destano in core quando il povero D. Chisciotte ne fa una delle sue più grosse. Poneteci accanto l’amabile contegno di Berta, che non era mai stata così gentile in vita sua, e poi ditemi se io non doveva quasi rallegrarmi del contrattempo sofferto, benchè, per ingannare il troppo ozio del giorno avanti, avessi già abbandonato sul tappeto verde una buona particina della cospicua mia preda. Questa diminuzione e più ancora quella gran gentilezza fecero tramontare ben naturalmente il mio desiderio di levar l’incomodo, finchè, pochi giorni dopo, molto alleggerito di tasca, e bisticciandomi con Berta per la seconda volta, mi venne detto, lei presente, parlando forte come fra me: — Gran fatica farebbe veramente il destino a trattarci un po’ meglio! Per me tanto mi sarei contentato che non mi avesse condotto alla volta del guardaroba giusto appunto quando c’era costei! — E mi son voltato a guardarla. Stava lottando disperatamente contro una ostinatissima risatina che le saliva su per la gola quasi in vista mia, e che essa represse del tutto non appena, sorpresa in flagrante, dovette cercare una scusa alla quale imputarne la colpa. Ora la scusa m’è fuggita di mente, ma deve essere stata qualche vecchia burletta del deputato o del visconte, o qualche altra cosa di non meno inverisimile e posticcio, prova ne sia che non valse ad infinocchiarmi nemmeno allora, nel primo momento. Che anzi poi, riandando ben bene le precise parole da me pronunziate quando essa era stata còlta da quella sua gran voglia di ridere, e ponendoci a riscontro, con esattissima pazienza, tutto ciò che m’era accaduto negli ultimi venti giorni, mi sono presto convinto: primo, che io era stato molto dabbene a pigliarmela soltanto col destino e non punto con la mia gioviale interlocutrice; secondo, che essa e le altre grazie pari sue, ben lunge dallo stare a Montecarlo unicamente per darsi buon tempo coi più fortunati, abbiano invece per còmpito principalissimo quello di tenerli fermi sul luogo finchè riperdono quanto hanno vinto, e terzo finalmente che la medesima Berta, ben persuasa di non approdare meco a gran cosa mediante le solite blandizie, avesse ideato in mio onore con Adriana l’ameno ed espresso intrigo nel quale io, alla mia volta, ho dato dentro tanto bene, come avete visto. Sì, lo confesso ancora esplicitamente: io mi son bevuto lo spionaggio, io mi son bevuto lo scusabile risentimento, io non ho mai supposto, prima di aprire gli occhi bene bene, che Berta e la vecchia, insospettite della mia fuga, mi avessero quella sera pazientemente aspettato al varco; ma ciò non ostante debbo dire a mia lode che dopo ho saputo almeno portarmi benissimo, e che non ho detto niente niente a nessuno per un gran bel pezzo.

— Come! Non vi siete vendicato? — domandai.

— No davvero! Vendicarmi di che? Di aver perduto prima ciò che io giocatore, sapeva benissimo di dover perdere poi, o presto o tardi che fosse? E vendicarmi con chi? Con Berta? Avrebbe ingrassato troppo, quando si fosse avveduta, a colpo riuscito, che non c’era più bisogno di nascondermi nulla! Sarebbe andata a ripescare quella timida risatina che io le avevo fatto rimandare in gola quel dato giorno, e me l’avrebbe riofferta sul viso nelle classiche dimensioni di una risata omerica. No no, si può arrivare un po’ grulli a Montecarlo, ma certamente se ne esce uomini di spirito. —

» Ho digerito quest’ultima pillola con la massima apparente soddisfazione, mentre ce n’andavamo entrambi verso la porta, senza punto profittare del gran salone di lettura, ben gratuito come tutto il resto. I dintorni del casino erano infestati da parecchi santi protettori, voglio dire da parecchi di quei gendarmi francesi che là si chiamano carabinieri: un corpo abbastanza numeroso che non ha nulla a che fare col piccolo esercito di parata dove guerreggia il milite romano mio amico. Quelli son birri, o giù di lì. Osservai ad alta voce che mi parevano un po’ troppi, e subito il mio compagno:

— Ora veramente è un lusso inutile, ma faranno comodo fra un paio di mesi, quando molte gran dame e molte gran pedine se n’andranno a casa verso mezzanotte. A quell’ora, talvolta sole, e cariche di brillanti come usa qui, capirete! —

» Lo accompagnai per gratitudine fino al suo villino, e poi me ne andai subito a letto, dove sognai festosamente di avere vinto il dado grosso della lotteria di Milano, e di correre subito a puntarlo sul numero 38: il misterioso numero della mia camera... un numero del resto al quale la roulette non è mai arrivata, da quando gira. Esso veniva fuori, naturalissimamente, ed io me ne andava di volo, a mezzanotte, senza badare a nessuna Berta, e con un bel manipolo di quei gendarmi, curvi tutti ed affranti sotto il peso dei miei milioni. Già, quasi quattro, e in oro. La peggio è che mi sono svegliato in gran tumulto, e che, ritrovandomi vestito di una sola camicia e di un unico berrettino da notte, ho creduto per un momento che i miei difensori non mi avessero lasciato altro. Questo prova che anche le ricchezze hanno i loro inconvenienti, e più certo le sognate che non le vere.

» Il sonno, per quanto invocato, non volle più accogliermi nelle sue braccia divine, ed io mi alzai alle cinque per avere il gusto di assistere allo spolveramento di tutti i caffè di Montecarlo, e per sentirmi rispondere più volte, con vivacissima esultanza mia, che laggiù nessun forestiere nè si alza mai, nè ardisce di chiedere un caffè prima dell’otto. Dovetti contentarmi di un bicchierino di cognac, impetrato colla protezione di un giovine guattero, mio cittadino, e me ne venni poscia dritto filato fino a Savona, dove stetti fermo tutto ieri, per avere il piacere di trovarmi oggi in così cara ed ornata compagnia. Mi dispiace soltanto che siamo a Pegli e che debbo discendere. Signor conduttore! Faccia grazia di aprirmi lo sportello. —

E cacciò fuori il busto del finestrino, per poter picchiar forte con il suo bastone.

— Come!? — sciamò la signora. — Non viene a Genova anche lei?

— No, disgraziatamente. Mi debbo prima fermare oggi qui e domani a Sestri. Bimbi, si può avere quest’altro mezzo bacio che m’avete promesso? —

I due coniugi, presi così alla sprovvista, furono costretti di rincarare la dose dei ringraziamenti, pur di sdebitarsi il meglio che potevano in tanta sfuriata. L’altro si congedò con bel garbo da tutti, raccolse in furia le molte sue cose, e poi balzò a terra d’un salto come un giovinotto.

IV.

Fortunata quella mezza Genova!

Il napoletano non era ancora a dieci passi dalla nostra carrozza che già la signora, la quale aveva mutato istantaneamente la espressione del viso di affabile e cerimoniosa in molto scaltra e molto vivace, si voltò sorridendo verso il marito, e ammiccandogli dell’occhio, e scotendo leggermente il capo dalla parte della stazione, gli disse :

— Sai chi è quel signore?

— Io no.

— O è un socio od è un agente dell’impresa di Montecarlo. Ma è fine, fine, fine quanto mai si può dire. —

Questa sentenza, che dava corpo a tutte le mie vaghe e molteplici supposizioni, mi fece subito trasalire come pel guizzo d’una corrente elettrica. L’altro invece non mostrò punto d’accostarsi all’opinione della moglie. E subito costei :

— Non credi?

— No; a me è parso piuttosto un avvocato senza clienti.

— Sarà fors’anche. Una cosa non guasta l’altra. Ma non per questo ti parrà possibile, m’immagino, che un uomo di questo mondo possa udire, vedere e notare in poche ore tutto ciò che ha udito, visto e notato quell’uomo lì!?

— Perchè no? Un osservatore imbattuto bene.

— Caro te! Raccontalo ai nostri bimbi che farai meglio. —

E si mise a guardar fuori senza dir altro. Ma il marito, che era rimasto come cogitabondo, si scosse ad un tratto per dire insistendo:

— Fosse anche veramente stato quello che dici, oh perchè non poteva ammettere di essersi trattenuto di più?

— Per dare alle sue impressioni quel tono di ingenua freschezza col quale si è tanto studiato di colorirle, senza punto riuscire a nasconderne l’ambiguità! Quante volte tornerà da capo, oggi a Pegli, domani a Sestri, posdomani a Genova, in fin che arrivi, a piccolissime giornate, nella sua Napoli! Chi glielo ha messo Montecarlo in bocca, con quel po’ di versatile chiacchiera ch’egli ha? Io no, tu meno, eppure c’è cascato subito, perchè sapeva di avere poco tempo a sua disposizione.

— Ragione di più — interruppe l’altro — per fargli saltare molte cose, e specialmente quel suo breve ma succoso dialogo col milite romano.

— Chi vuoi che badi, in fatto di gioco, all’opinione di un povero soldato che si è venduto forse per due lire il giorno!? Hai da guardare piuttosto al modo col quale ha tentato di spicciare presto e di mettere quasi in burletta i frequenti suicidi che sono, come tutti sanno, la nota più malinconica di Montecarlo. O t’è sembrata anche quella una ingenuità... genuina?

— No, ma via, chi ha dello spirito, lo mette in tutto, anche dove non andrebbe messo — esclamò il marito che principiava a riscaldarsi un poco. — Vuoi che un uomo interessato in un pubblico e grandissimo casino vada a raccontare a tutti che più certi giocatori vincono, e più sono persuasi che staranno poco a riperdere? Vuoi che pigli la tromba e si studi di far capire a tutto il mondo che Montecarlo non solo tollera volontieri, ma incoraggia, ma incarica fors’anche certe persone di non risparmiare nè lusinghe nè stratagemmi per i suoi propri fini?

— Oh povera me ! — prese a dire la signora. — Tu non hai ancora capito che quello era un uomo assai avveduto, e che egli, per conseguire bene la sua propaganda, doveva pure o coprirsi con qualche cosa che rimovesse i nostri sospetti, od esagerarne tanto qualche altra da celare del tutto il vero esser suo. Questo sia detto a giustificazione della sua abilità di comproprietario o di agente, dato che sia o l’una cosa o l’altra. Che se tu potessi poi vantare una men che mediocre intelligenza del core umano, sapresti altresì che gli uomini usano di affrontare tanto più volontieri gli abissi attraenti, quanto più reputano di conoscerne bene i pericoli e le insidie, e non ti saresti mai aspettato che un fautore di Montecarlo fosse tanto intontito da rappresentartelo come un asilo di pace e d’amore. Chi non sa di per sè che è un luogo pericolosissimo? E chi non sa di per sè che i veri giocatori debbono contentarsi di stare a galla, perdendo oggi quello che han vinto ieri? I richiami e gli allettamenti non sono fatti per essi, che non ne hanno bisogno; sono fatti per noi, cautissimi borghesi, affinchè ci decidiamo a mettere da parte, sempre cautamente, i nostri ritegni, ed a giocherellare per eccezione una volta almeno in vita nostra. Non c’è pericolo che li finiamo tutti, questo si sa dapprima, ma che cosa importa? Un giocatore sfrenato è un uccello raro, e noi uccelli da preda, noi siamo legione! T’entra, o no? —

Questo profittare della propria eloquenza a danno del marito ed in presenza d’uno sconosciuto, non fu certo la più bella cosa del mondo, ma ormai quella Signora, così andante a malgrado del molto intelletto che doveva avere, mi era come cresciuta davanti agli occhi, ed io le avrei perdonato di peggio se anche, nell’animarsi, non avesse altresì poco men che cessato di cantalenare tanto genovesamente come faceva prima.

Ma il marito non si diede per vinto, ed essa continuò a torturare la sua memoria per farsi risovvenire ciò che più conveniva al caso suo, dal bel serpente che non si può dire men bello perchè è un serpente, fino a quella sparizione così precipitosa e non mai annunziata prima, la quale, secondo lei, era stata eseguita a bello studio, per lasciare tutta la carrozzata come imbevuta di riconoscenza verso di chi si era studiato di ricrearla, e però pochissimo atta a malignare sul conto dello sparito suo ricreatore. Ben pensata davvero, a giudicare dall’effetto, se l’arguta donna aveva dato nel segno, come pareva probabilissimo.

Finalmente costei, per provarle tutte, si decise ad un tratto, e disse:

— Ci stai tu a rimetterla in questo signore, che deve aver udito ogni cosa al pari di noi?

Quegli avrebbe avuto molta voglia di dir di no; ma l’ardimento non rispose al gran disio. La signora finse di credere che il silenzio volesse dire di sì, e per mettere il marito fra l’uscio e il muro, pensò di chiedergli se doveva domandarmi ogni cosa lei.

— No no, — rispose quello mentre le accennava di star zitta. — Ci penso io.

E subito, voltandomisi contro :

— Scusi, è italiano?

— Sissignore.

— Ha sentito la piccola disputa di lana caprina che si dibatte fra mia moglie ed io?

— Sissignore.

— Ha anche notato bene ciò che le diede occasione?

— Sissignore.

— O che ne dice?

— Io sono lieto di potermi schierare dalla più graziosa parte — risposi inchinandomi.

— Vedi!! sclamò trionfante la moglie.

— Non vedo nulla. O piuttosto lo sapeva prima. Chi vuoi che dia torto ad una donna?

— No, non è cavalleria, son proprio in buona fede! — ripresi a dire guardando il marito. — Le parole della sua signora mi hanno fatto l’effetto di uno sprazzo di luce, ed io mi ci sono orientato dietro, come i naviganti s’orientano laggiù dietro a quel fanale, non senza vergognarmi molto di avere prima rasentato, senza mai afferrarla, una conclusione alla quale io, non nuovo di Montecarlo, avrei dovuto giungere da me. E direi volentieri quello che ho rimuginato in proposito, se, come vedo, il nostro novellatore non mi avesse appiccicato una buona parte della sua troppa facondia.

— Meglio meglio, dica pure — sclamò con enfasi la signora la quale un po’ per curiosità, un po’ perchè le aveva dato ragione principiava già a saettarmi delle medesime occhiate largite prima a quell’altro.

— Ebbene, anche senza diluire con troppe parole ciò che ella ha così acutamente rilevato poc’anzi, bisogna notare almeno che quell’uomo ha scivolato un po’ troppo su molte cose che egli non poteva nè difendere, nè presentare in modo ambiguo come il suo solito. Io, a Montecarlo, ci sono stato davvero poche ore sole, senza punto raccogliere, come esso fece, una così gran messe di roba da raccontare, ma pure mi sono bastate per sapere che la Banca rimanda indietro a sue spese, per paura che non s’ammazzino, tutti gli spennacchiati che le van lasciando troppe penne in mano. Costui l’ha detto? No, eppure, ha noverato con molta diligenza tutti gli sborsi della Banca stessa. E della noia ineffabile che prende tutti coloro che attendono alla roulette od al trenta e quaranta senza giocare perchè non ha detto nulla? Perchè ha fatto credere invece di essersi divertito, ed anche prima di pranzo, quando era anche solo? Perchè gli premeva che si andasse a provarla e che poi per disperati, ci si aggrappasse all’unico rimedio possibile: quello di mettere mano alla borsa, come è accaduto su per giù anche alla signora Morandi [1] che ce lo narra in una sua graziosa novella. Oh sì, quell’uomo ha saputo parlare ed ha saputo tacere! Badino un po’ a quante parole non ha speso per sostenere che Montecarlo non ha che lo zero per sè, e che chi vince nei modi più arrischiati guadagna quando trentasei, quando diciotto, quando dodici volte la propria posta, senza mai notare che una di queste tante volte va levata via, perchè ce la mette il giocatore colla sua puntata!! E un uomo simile poteva non avvedersi di ciò? Un uomo che si è fin servito della ritrosia di questi bimbi per prevenire la sfiducia nostra!

— Quando? — chiese il marito.

— Quando ci ha condotti nello stanzino del commissario, ed ha quasi notato da sé solo che la espressione del suo viso non è certo di quelle che finiscano di finire! Oh se egli avesse voluto! Con quanta facilità non ci avrebbe potuto provare, per nostra illuminazione, come la Banca a gioco lungo e complessivo debba sempre vincere! Ma contentiamoci pure del solo vantaggio ammesso anche da lui: vale a dire, in altri termini, della proibizione che è fatta al giocatore di puntare sopra lo zero. Non è già poco! Se non che taluno sosterrà forse che Montecarlo non può averne di troppo, perchè, oltre alle grandi spese, deve anche tener testa contro ai giocatori più avventati, i quali per rifarsi di grossissime perdite, lo possono esporre, con dei gran colpi, a dei disastri le tante volte più grandi. Baje! Montecarlo non accetta puntate di roulette che oltrepassino i seimila franchi, se anche voi in dieci volte, cioè a dire in meno di mezz’ora, ne aveste già perduti sessantamila. Ma l’amico ha sorvolato sopra questo limite; peggio ancora, ha anzi tentato di darci a bere, con quel suo sogno, che si possono arrischiare anche centomila lire in un colpo solo, dopo di averci industriosamente raccontato di quel certo giochetto mediante il quale chi avesse tremila franchi soltanto, potrebbe scialarsela allegramente laggiù senza pericolo di rimetterci il suo. Ora io ho provato a fare un po’ di conti sulle dita, e ho già visto che a principiare con uno scudo, e a dover raddoppiare in caso di disdetta soltanto nove volte, si passano, così senza accorgersene, i cinquemila franchi, mentre quel meschino ed ipotetico francese non ne poteva perdere che tre. Chi glieli dà i duemila che mancano se vuol rifarsi, e se vuol guadagnare il misero scudo di cui si contenta ad ogni giocata?

— Ma dieci volte di seguito per un colore solo è un pochino inverisimile, con due che ce ne sono in tutto — osservò timidamente il marito, già rinfrescato assai, mentre si frugava in tasca per raccogliere i biglietti della sua brigata.

— No davvero che non è inverisimile, perché io ho visto la nera escire sei volte di seguito, senza che nessuno gridasse al miracolo. E se in un’ora può accadere che esca sei volte, credo di essere bastantemente discreto supponendo che in sei mesi ne possa escire anche dieci. No no, il miglior metodo per guadagnare cinque franchi sicuri laggiù, lo so io, ed è questo: tirarseli fuori da una tasca e puntarli subito nel più remoto cantuccio dell’altra. Quelli sì che a Montecarlo sono cinque franchi veramente guadagnati! Ma perché il mio metodo non rimane di essere molto noioso, così lungi dal dire a tutti di prendere il treno per andar a veder meglio, a uso del nostro napoletano, ovvero di fissare prima quel tanto preciso che si può perdere senza danno, come inculcano i già viziati clienti della Banca, sarebbe certo più bello assai di avere tuttora un solo ed unico S. P. Q. R., e che l’austero Catone, anziché pigliarsela tanto calda con quella povera Cartagine, lo assordasse bene con dei frequenti « delenda monscarolus ». Sì, delenda, e per quattro ragioni: la prima — come dice il valoroso pittore e mio vecchio amico Gerolamo Trenti — perchè i terremoti non hanno giudizio, e non sono mai quelli i luoghi dove si scapriccino di scotere bene; la seconda perché Montecarlo è sempre stato difeso colla scusa che, sua mercè, sarebbero scomparse le bische clandestine, e invece queste bische, appunto pel vicino contagio e pel vicino ammaestramento, e prosperano e si moltiplicano quanto la mal’erba; la terza perchè i matrimoni sono già minati da troppe cose riprovate dalla legge, senza bisogno di altri processi di separazione clamorosamente occasionati dal bellissimo e legale Montecarlo; la quarta finalmente perché è una vera vergogna che i nostri giovani debbano avere proprio qui alle porte un’Accademia d’immoralità, così leggiadramente organizzata, dove possano e rovinarsi e dar di gomito in tante persone equivoche senza nemmeno temere di rifare i conti colla polizia. Ma in mancanza di terremoti, in assenza di Catone, e per quei benemeriti cuochi e lavoratori, e camerieri del principato di Monaco, i quali non ne hanno una colpa al mondo, sarebbe forse meglio ancora che si dicesse un po’ tutti a chi di ragione « Vediamo un po’! L’avete lasciato aprire? E voi fatelo chiudere, ciondoloni che siete! » Ma noi non diremo nulla, o se anche diremo, sarà per avere la soddisfazione di leggere nei giornali che un secondo arcivescovo francese ha trovato il luogo ravissant, ovvero che un altro ministro s’è rotto i guanti per battere le mani alla Nisson od a Maurel. Plaudiamo anche noi dunque, e plaudiamo anticipatamente, non senza ricordare che in altri tempi quando la Saulli non poteva ottenere dalla Fieschi di avere la Messa una mezz’ora più tardi, si faceva erigere quel po’ di chiesetta che è la Madonna di Carignano, lassù, e che ora, per chiudere una bisca, ci si pensa per degli anni, e non si chiude! Sarà forse per amore dei sudditi del Principe, i quali, finché è aperta, possono omettere di pagare le imposte; ma è poi giusto che s’abbia da lasciare rovinare tanta gente d’Europa e d’America, per lo scarso trattenimento d’ingrassarne pochissima in quel di Monaco? Abbiamo dimagrato anche noi, in Italia, per cagione delle imposte, ma pure siamo vivi ancora.

— Tanto vivi che qualcuno, duri o non duri Montecarlo, seguiterà sempre a giocare a rotta di collo, e non solo qui da noi ma da per tutto — osservò il marito, il quale aveva riprincipiato ad animarsi fin da quando io per concludere aveva lasciato da parte il napoletano. — Sarà colpa dell’istinto, non dico di no, ma più ancora ne hanno colpa due cose, che le belle parole non varranno mai a distruggere: la emozione e la voluttà del gioco.

— E chi ha tentato di distruggerle nè con belle nè con brutte parole? Io no certo! — risposi. — A me basta che quei gentiluomini, i quali disgraziatamente non possono farne senza, badino almeno di procurarsele in buona compagnia.

— Come dire che uno di costoro (il quale per sua maggior disgrazia, abbia anche dei gran milioni di suo) dovrà dunque morire di noia, secondo lei, quando si strugga di giocar molto forte, e non trovi chi gli possa o voglia star contro nella buona compagnia?

— Se muore... cosa vuole che ci faccia, io?... Se muore non s’annoia più.

Il marito mi prese alla lettera e mi guardò in un certo modo che voleva dire: « Bei discorsi questi! » mentre la moglie mi graziò tosto del più dolce e del più lungo dei suoi sorrisi, tanto per farmi intendere che m’aveva capito anche troppo.

Ma già eravamo di fianco al porto. La signora, per paura di avere poco tempo come l’altra volta, si mise a ringraziarmi con tanta profusione che ce n’avanzava anche pel napoletano, finchè essa, già bell’e in piedi per caricare il marito di tutti i suoi impicci, lo guardò bene in viso e gli disse:

— Rispondimi sinceramente, tu che sei un galantuomo. Quando l’altro è andato giù, l’avevi o non l’avevi la voglia di contentarmi e di condurmi a Montecarlo, come quelle signore dabbene della tavola rotonda? Rispondi: io rinunzio ora ben volentieri a quel viaggio, purchè tu dica la verità. Sì o no?

— Sì, un pochino.

— Ed ora ce l’hai più?

— No davvero !

— Vedi dunque che avevamo ragione, questo signore ed io! No, non è per questo.

— O per cos’è?

— Perché fra tutti quattro abbiamo già parlato tanto e poi tanto di Montecarlo, che ormai desidero di non sentirne parlare mai più. Altro che andarci !

— A crederti ! Avrei voluto vedere io cosa avresti detto, se tu avessi potuto rimanere della tua opinione... o acqua cheta che sei!

Quando si dicono i mutamenti delle donne! Chi avrebbe mai supposto due ore prima che quella bella genovese fosse anche un pepino simile!

Mi misi in moto anch’io per accomiatarmi e per fare scendere i bimbi, e intanto la signora :

— Ah ci ha preso per pesciolini che si potessero pigliare all’amo? Glieli darò io i pesciolini sulla testa! Voglio tanto predicare a chi giuoca e a chi non giuoca di non contribuire del proprio a tener ritto Montecarlo, che qualcuno mi darà retta e si terrà alla larga.

Purchè tu ne parli nelle ore di banco ! — biascicò alla moglie il povero marito, che per avere troppa roba in mano, si era già apparecchiato a presentare i biglietti al custode, come le bimbe presentano il cibo alle tortorelle.

— Sì, quando vorrai, ma con mezza Genova, se posso! Oh miei poveri lettori ! Come volentieri vi sareste mutata in questa mezza Genova!

Ottobre, 1881.

MARCELLIN PELLET:

NAPOLEON A L’ILE D’ELBE

In Francia la carriera diplomatica e quella consolare sono una carriera sola, non due come altrove, e noi abbiamo il piacere di avere a Livorno un console francese, il quale pure di venire in Italia, non ha esitato di rinunziare ad un posto più lontano di Ministro Residente. È Marcellino Pellet che fu dodici anni sono il più giovine deputato francese, e che è ben conosciuto fra gli studiosi di Storia per le sue Variétés Revolutionnaires, [2] veri medaglioni artistici, dove le tendenze democratiche e repubblicane non valsero punto a deprimere il garbo elettissimo della forma.

Il Pellet ha la fortuna di avere per moglie una delle più amabili signore parigine, la nipote di Floquet, ma non ha mai voluto profittare della elevazione dello zio alla Presidenza del Consiglio, e tal quale era prima che questi afferrasse il potere, tal quale è rimasto anche poi. È un bell’esempio alle classi dirigenti di... tutto il mondo, e in particolare modo a quelle democratiche.

Ora il Pellet ha dato fuori pochissimi giorni sono coi tipi classici dello Charpentier il suo Napoleone all’isola d’Elba e vi ha messo, non si sa perchè, la data dell’88. Nessuno più di lui (che poteva rovistare a suo bell’agio nelle carte segrete del Consolato di Livorno e più particolarmente in quelle del còrso Mariotti, astutissimo suo predecessore di quei tempi), nessuno più del Pellet, diciamo, si ritrovava in condizioni di presentarci meglio la storia dell’Imperatore dal maggio del ’14 al febbraio del ’15, con tutti i più piacevoli ingredienti della minuscola corte di Porto Ferrajo, delle cerimoniose abitudini dei cortigiani, della visita segreta di madama Walewska, delle effusioni di Paolina e soprattutto del vaghissimo e pittoresco ambiente, studiato con amore sopraluogo, così in riguardo a quel che doveva essere allora, come a quello che è diventato presentemente.

Il Console Mariotti aveva potuto mandare all’Elba (sotto forma di « mercante d’olio » una sua cinica ed intelligentissima spia lucchese, che gli mandava rapporti quotidiani e segreti sulla vita della Corte e sulla opinione pubblica della città, e questi rapporti di polizia sono ora divenuti il boccone ghiotto del libro. Chi si sarebbe sognato di pubblicarli, e chi lo avrebbe potuto, se non uno storico francese che fosse stato chiamato a reggere il Consolato di Livorno?

È per essi che noi tocchiamo per così dire con mano la connivenza degli inglesi nella fuga di Napoleone e nella preparazione dei Cento Giorni; è per essi che guidati poi da Pellet noi possiamo veramente dire di essere stati all’Elba imperiale, con tutte le sensazioni della realtà e della vita. Certamente che l’Autore non è stato per nulla deputato più volte alla Camera francese, e il suo sans-gêne politico si rivela bastantemente e quando parla della opinione di Napoleone sugli italiani di quei tempi, e quando si aspetta degli altri probabili sassi lanciati dalla plebaglia livornese contro le finestre del suo consolato, e quando osserva con troppa arguzia come in Italia si possa essere nel medesimo tempo e devoti di Napoleone e misogalli della più bell’acqua. Una delle principali qualità di Pellet è l’« humour » ed egli se ne serve sempre, come è ben naturale, ma soprattutto per dare addosso a Napoleone, che è la bestia nera dei repubblicani francesi, i quali non credono mai di averlo trattato con sufficente meticolosità, nè con bastante burbanza. Così fan tutti, così fa anche Pellet.

Chiudono il libro parecchi altri saggi che toccano davvicino l’argomento principale, e più ancora e più assai la Italia nostra. Vanno particolarmente segnalati quelli che riguardano la contessa d’Albany ed Ugo Foscolo, Courier a Livorno e sopra tutti quello molto coscienzioso intorno al nostro Lazzaro Papi, a cui si dà il primo posto fra gli storici non francesi della Rivoluzione, senza punto escludere Carlyle, anzi notando bene e marcatamente che questi non regge niente affatto al paragone del Papi. È giustizia un po’ tardiva, ma sempre giustizia.

Chiudiamo con un rimprovero, che avvalori la schietta sincerità dell’elogio. L’A. e lo stampatore, fidando entrambi sulla loro fama e sul grande interesse dell’argomento, non hanno questa volta curato molto la forma e nemmeno la correzione della stampa. Pare che il libro sia stato stampato e messo insieme un pochino presto, ma siccome si fa anche leggere alla stessa maniera, così è proprio il caso di mandarneli assolti tutti due. Od almeno l’Autore.

 

Note

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[1] Vedi e compera gli eleganti racconti di sei signore, intitolati Nell’Azzurro e pubblicati in Milano da Treves, a beneficio degli orfani Sacchetti. Ma non vedere senza comprare, mi raccomando.  A. C.

[2] Felix Alcan, éditeur, Paris, 1885 et 1887.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011