ALBERTO CANTONI

Le cose

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

LE COSE

La prosa italiana ha un suo proprio incesso, che non si giova nè delle lunghe nè delle brevi, e nemmeno di suoni determinati o di determinati accenti, e che pure, senza strepito, senz’ali, direi quasi senza punto piedi, arriva di suo passo alla mente di chi la scrive, nonché alla voce di chi la sa leggere. È come una musica particolare, che ricerchi non tanto l’orecchio, quanto le più riposte nostre fibre, senza lasciar mai avvertire nè un ritmo preciso, nè un numero deliberato. Fa bene allo spirito, allo stesso modo dell’aria, che si conosce per buona quando fa bene al corpo.

Ma non tutte le buone arie giovano a tutti egualmente, e così anche voi, se vorrete provare gli effetti della vera buona prosa, dovrete accostarvi o a Guicciardini o ad Annibal Caro, per dire dei maggiori, a seconda che vi troverete od all’austerità od al raccoglimento. Ma dopo, che vero equilibrio vi daranno, per poco che abbiate scelto bene! Quanto di criterio attingerete dal più grave, e quanto di serenità da quello più tenue!

La poesia, con tutti i suoi valutevoli aiuti, ha sempre fatto, se non meglio, assai più, non dico in vantaggio degli eletti, ma certamente dell’universale dei lettori, perchè più aveva in sè la forza, quando era alta, e più di dolcezza, quando era affettuosa o gentile. E da che le venivano questi maggiori effetti? Anche dai suoni, quando flautati e quando poderosi come di oricalco. Ora la nuovissima scuola poetica, mediante certe sue nuove o rinnovate forme, tende, quasi per suicidio volontario, ad un numero più latente di quello della prosa stessa, ma che prosa! Si cercano anzi le dissonanze, colla segreta intenzione di dare scatto e vigore ai pensieri più forti, o di togliere di lascivia a quelli più dolci, ma la massima parte delle volte non si ottengono che degli effetti negativi di qua e di là. Il motivo poetico ci deve essere, ben inteso, ma non va rilevato che adagio, da quei dati lettori che meritino di vederselo sorgere piano, piano frammezzo alle righe, come se fosse una iniziazione scritta con l’inchiostro simpatico, o come se si mutasse in una parola d’ordine, cautamente trasmessa d’orecchio in orecchio. E così, frenando gli empiti da una parte, per paura, Dio ne guardi, di far fiato alle trombe, e scemando le grazie dall’altra per lo spavento. Dio ne liberi, di gorgheggiare cogli usignoli, che risultante abbiamo? Una specie di mar morto, dove il lettore, che desideri di sentirsi intenerito o commosso, non sa da che parte prendere il dirizzone, e che, pur di non sentirsi allentare del tutto, deve ingegnarsi a trovare di suo. Il lettore! Il lettore mutato in poeta! Dategli la matita piuttosto, e fatelo scrivere sotto dettatura di Messer Lodovico, come faceva il pittore Scaramuzza. È più facile cavarne un medium che un poeta estemporaneo.

Con queste sordine applicate alla cetra, fu giocoforza evi-are anche il contenuto poetico, almeno apparentemente. Alla larga dunque, e per sistema, dagli effetti tempestosi, dalle magnanime ire, dagli orizzonti interminati, e mano agli echi solitari, alle mezze tinte, alle sfumature ed ai sottintesi. Mai una gran figura umana, presa di getto, mai un vero sprazzo di luce, e sempre o misteriose penombre, o scorci furtivi, o diafani profili, vaganti fra l’incenso dei più delicati profumi (tanto delicati che non sanno nè di me nè di te) per non dire che si è tentato d’istoriare a parole anche l’iride, anche il silenzio, anche le più fuggevoli e quasi... spirituali sensazioni tattili. Che ne è venuto? Ne è venuto che se una volta, per troppa cura del grandioso, si cadeva nell’enorme, adesso, per fregola d’isterismo, si dà nel complicato o nell’insipido. Così la pittura, per aborrimento di ogni gesto che abbia dell’accademico o almeno del teatrale: così la musica, per tema che l’uditore vada avanti a cantare da sè, per eccessiva facilità di spunto. Ed ecco il trionfo del recitativo, a strappi improvvisi od a nenie incoerenti: ecco il trionfo del paesaggio, tanto più pregevole quanto più opportuno ad essere pensato, per così dire, piuttosto che veduto; ecco finalmente l’anima delle cose, trasfusa nella poesia, per dilagare poi come una marea anche negli scritti minori.

Le cose!

Che salto nel buio da quando Vergilio scriveva :

Sunt lacrimae rerum.

Erano austere lagrime di pietà universale quelle delle cose, allora, pietà di se stesse e dello spettatore e di Dio: era l’agonia del Paganesimo, che non sapeva più trarre, dalle primavere, il dolce oblio dell’inverno: era il tutto angosciato del nulla. Ora le cose non piangono più, parlano soltanto, o molte insieme, e danno, come ora si dice, il tono all’ambiente, od una alla volta e riflettono minutamente lo « stato d’animo » di chi le guarda, ma ne dicono sempre tante che pare impossibile.

Nel primo modo danno una idea del coro nelle tragedie antiche, nel secondo quella degli animali parlanti nelle favole di Esopo, colla differenza che quel coro, austero per sua natura, sapeva intonare ben chiaramente le sue sintesi meravigliose, e che quegli animali sapevano rendere colla massima semplicità le loro differenti attribuzioni morali. Ora il mondo ha mutato, o mutarono gli occhi dei poeti. L’ambiente, sotto altre forme, può essere ancora doloroso quanto quello degli Atridi, ma non c’è mai caso che i poeti lo rendano austeramente, con sincera parsimonia di colori e di disegno, non allo stesso modo come il mondo delle coscienze non cerca più i suoi riverberi negli oggetti più semplici e lampanti, ma li vede e li vuol vedere in quelli intralciati e meno comuni. Che fissazione! e tutto per contentare i così detti lettori dilicati, che vanno in busca di sensazioni fluttuanti, tutto per allontanare da sè il volgo profano, troppo sordo e troppo ottuso a certi incanti o, per meglio dire, a certe mistificazioni. Anche Orazio aveva lo stesso tic, ma quello del suo tempo era un altro volgo, e si spera in Dio che adesso non covi un altro Tiberio, e che non ci si accosti ad un altro Satyricon. Basta... Carlo Baudelaire.

Adesso coviamo noi, lettori dilicati suddetti, e i poeti - voglio dire gli ostetrici del nuovo stile — ci palpano e ci lisciano come se si fosse altrettante puerpere. Non dobbiamo scaldarci il fegato per niente, nè per piangere nè per ridere: basta di tenerci fermi in una specie di dormiveglia, a regime dietetico e blando, di cordiali e di brodetti; basta di farci balenare davanti, come alle lodole, tanti specchietti dove le parvenze, accresciute e moltiplicate, perdano di valore quanto più acquistino in ricchezza di nomenclatura. Che folgorio e che sonno! Che estasi estetiche e che torpore !

Ma intanto, dall’anima delle cose, si discendeva bel bello alla nuovissima anima delle parole, e le ricche enumerazioni, messe in fila, davano l’impulso, per non dire il pretesto, alla fitta grandinata dei bei vocaboli. Quanti ne hanno reperiti! E quante vecchie anime resuscitate! Come dire che una volta erano le idee che nobilitavano le parole, e che adesso tocca alle parole di nobilitare le idee. Date del verro ad un porco e quel porco vi diventa subito un animale poetico! Come no? Verro è un bel vocabolo, e Verre aveva un bel nome. Direte che questi sono giuochi di parole, ed è vero, ma qui si scherza e quelli giocano sul serio.

Torniamo alle cose! Lucrezio, che era un ateo a modo suo, le ha prese in senso universale, per poter combattere tutta la compagine dell’edifizio religioso, come era stata sentita dai suoi alti maggiori; adessso si fa il medesimo, ma in piccolo e di maniera, cioè senza nessuna necessità, perchè la religione non è punto morta nelle anime, come era ai tempi di Lucrezio. Ora si finge di ritenere che il divino non meriti più l’onore del combattimento e si salta a piedi pari, per innalzare le cose terrestri al posto dell’ideale, come se fossero un simbolo perpetuo, altrettanto multiforme quanto seccagginoso.

« Tante belle cose! » si dicono adesso gli amici alla moderna, quando si lasciano, e più e meglio di così credono di non poter dire. Per essi il vecchio commiato « Addio! » è diventato insufficiente, perchè non voleva significare che un’umile e reciproca raccomandazione a Dio. Pensate un po’ quanti numerosi aiuti non vi possono venire dalle cose, purchè sieno propizie come gli Dei d’una volta, e purchè, chi le consideri, non le lasci mai come sono e come stanno, cioè terra terra, ma le elevi gradatamente ad una insidiosa ed eccelsa transustanziazione.

Oramai esse vedono tutto, sanno tutto, comprendono tutto, e il giochetto panteista, travestito alla moderna, rimonta a Diderot, ma conviene, per brevità, di rifarci da Sainte-Beuve, che aveva tanti punti di... religioso contatto col gerente responsabile dell’Enciclopedia.

Nello scrivere su Balzac diceva :

« Gli stessi mobili di casa che egli descrive hanno qualche cosa di animato: le tappezzerie fremono e la medesima pagina ha dei brividi. »

Anche i mobili ! Anche la pagina!!

Cherbuliez in Jean Téterol prosiegue:

« Vi sono dei momenti in cui le cose si animano: guardano, ascoltano, vedono l’uomo e contemplano con istupore una creatura che somiglia loro così poco, piena di passioni, piena di volontà e che muta di luogo come d’idea. »

D’idea? Vedono anche lo spirito, dunque. Più addentro ancora dei raggi X !

Remy de Gourmont è andato più avanti dall’altro verso, e ha fatto di sè medesimo come il creatore delle cose :

« Il mondo è la mia rappresentazione. Io non vedo ciò che è, ma è ciò che io vedo. »

Se fosse stato solo in terra, poteva ancora passare, ma o che tutti gli altri debbono crearsi tanti mondi ognuno? Ovvero accettare tutti ad occhi chiusi il suo?

Come le foglie è una bella commedia che seguita da anni ad empire i teatri. Lo deve fors’anche all’avere assunto per impresa le nuovissime Iddie, che vi rincorrono da principio a fine, e non già soltanto nella loro vecchia forma concreta, ma anche in quella ascendente e suggestiva del nuovo formulario.

Spigoliamo discretamente :

Giulia, la bella matrigna di Nennele, parla del pittore svedese e dice: « I suoi paesaggi volano e tutte le cose hanno le ali. » E poco dopo il burbero Massimo: « La ricchezza è delle cose. » E il suddetto pittore, non senza, questa volta, un poco di voluta affettazione: « L’universo svanisce, le cose non hanno più nè forma nè colore, e non mi confidano più nulla. » Poi Tommy, il giovine decadente, alla sorella: « Io contava che le cose mi avrebbero preso, » ed essa, che la fa da mammina, ripete mestamente poco dopo : « Le cose non ti avevano preso? Bisogna darsi alle cose. » E il padre, in fine, con doloroso rimpianto al nipote Massimo : « Vedeva, sai, venire le cose!... »

Cioè il Fato, l’ira di Dio! È vero che Domeneddio medesimo ha prescritto di non lo nominare in vano, ma adesso lo prendono in parola un poco troppo. A che serve questa progressiva elevazione delle cose, se non a coprire od almeno a nascondere il vero mondo dello spirito?

Alfredo East ha fermato sulla tela un bel paesaggio e lo ha intitolato: « La strada che aspetta ». Che cosa aspetta? L’aurora? Il sole? I viandanti? Pare di sì. Ma sa, sente di aspettare? Pare di sì. Guardate un po’! Un paesaggio che non si limita a « suggestionare » chi lo guarda, ma che prima si era già « suggestionato » da sè solo, per esercizio!

Oh nuovi decadenti e nuovissimi esteti, quante ce ne date a bere! Non per nulla si racconta che voi non potete scrivere nemmeno una riga senza quel tal calamaio pompeiano, quella tal carta del Quattrocento e quella tal penna... del Campidoglio.

Finiremo con una storiella.

Un ragazzo, nato a Mantova, e mandato a Parma a studiare il violino, stava paragonando le due città con un uomo attempato, che non aveva preferenze nè per questa nè per quella, benchè non ignorasse che la prima si trovi in mezzo a tre laghi, recentemente dichiarati « assai pestiferi » e la seconda abbia intorno delle buone e ben tenute campagne.

— È più bella Mantova! - diceva fieramente il ragazzetto.

— Anche fuor di porta? Anche per le passeggiate?

— Tanto più. A Parma non si vedono che alberi e campi coltivati !

— E il puzzo dei laghi dove lo metti?

Il piccolo esteta mandò indietro la testa, come stupito di dover dare, così appena nato, una grossa lezione ad un adulto, e rispose, con pacata superiorità:

— Il puzzo non ha che fare colla bellezza delle cose! Avete capito!?

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011