ALBERTO CANTONI

 

Israele Italiano

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

Israele Italiano

Due giovinotti sulla trentina, uno biondo ed uno bruno, visitavano insieme il palazzo del Te, cioè la villa suburbana dei Gonzaga di Mantova. Erano figli di due brave signore, una cristiana e l’altra ebrea, molto amiche fra di loro, che li avevano allevati insieme e mandati a scuola in compagnia.

Arrivati alla Sala dei Giganti (vale a dire dei primi materialisti, subito fulminati da Giove ad esemplare ammonimento dei loro più tardi nipoti) i due giovani si volsero uno di qua e uno di là ai due cantucci diagonali, dove un soffio di voce, sa­lendo e scendendo lungo la volta, arriva facilmente da una parte all’altra, e il biondo principiò a dire pianissimo:

— Ecco il momento di riprendere il discorso di un anno fa, senza pericolo che tu mi chiuda la bocca o mi faccia gli occhi grossi.

— Che discorso?

— Non ricordi quando ti ho detto che volevo scrivere sugli ebrei d’Italia? Mi rispondesti che ci pensavi anche tu e che ti lasciassi fare, come più competente. Difatti sono stato zitto fino ad ora. Che hai scritto?

— Nulla... cioè mi ci son messo più volte, ma sempre inutilmente. Ora mi pareva di essere troppo corrivo ed ora troppo severo, come accade quando si giudicano gli affini. E ho sempre smesso.

— Allora posso far io.

— Serviti.

— Ma bisogna che tu mi aiuti.

— Qui?

— Sì, qui. Dopo ti dirò perchè. -

La guardiana del palazzo — una bella vecchietta pettinata alla Botticelli — non udì una parola di questo esordio, ma capì subito, come assai pratica, che i due avrebbero lanciato in balia dell’eco una conversazione piuttosto lunghetta. Per la qual cosa, essendole stato vietato di lasciar soli i visitatori, sedette comoda alla finestra e principiò pulitamente a far la calzetta. Nella Sala dei Giganti ribelli!... I mantovani sanno aspettare. Basta ri-flettere a quanti secoli hanno durato prima di avere una statua del loro Poeta che fosse degna di lui e della città. Ed ora seguitano... pazientemente.

— Adagio — seguitò il bruno spingendo il viso contro lo spigolo dei muri quanto più gli fu consentito dal naso, abbastanza dantesco — adagio! Se ti debbo aiutare, tanto valeva che scrivessi io.

— No. Ho parlato di aiuto per modo di dire. Noi siamo stati sempre insieme, ed abbiamo conosciuto ed osservato a un dipresso le medesime persone, ebree e cristiane. Ma i nostri punti di vista, a cagione della diversa origine, non potevano non essere alquanto differenti. Mi basta che tu riscontri la mia piccola messe di ragguagli, e mi dica se corre abbastanza parallela colla messe tua. È una specie di controllo indiretto che ti chiedo. Non altro.

— Va bene.

— Che se tu poi troverai espediente di aggiungere del tuo... e tu lo potrai fare.

— Va bene.

— Ma non scostarti mai dal mio punto di vista !

— Sì, sì, ho capito. Quanti preamboli!! ‑

Il biondo, che era grassoccio, distese la faccia ad un largo sorriso, mentre strizzava gli occhi fra sè e sè. Indi, come niente fosse, e seguitando a tubare sommessamente :

— Sta in fatto che ora voi ebrei non vi potete lagnare di noi...

— E nemmeno viceversa!

— Non interrompermi. Sei in vibrazione come un ago magnetico! Voglio dire che il novissimo antisemitismo, se ci prende tutti qualche volta, non è che per occasione, per picca, per comodità di polemica ecc., non mai, o quasi mai, per pietra angolare di partito, come altrove. [1] Lasciamo dunque da parte il venusto bric à brac dei nostri... vicendevoli schermi, e facciamoci dal quarantotto in qua, cioè da quando andiamo più d’accordo, per vedere l’ebreo italiano nei suoi rapporti con gli altri e con sè stesso.

— Anche con sè stesso?

— Precipuamente. Mi pare di averti lasciato capire che è il lato più ghiotto delle mie ricerche. Perchè adesso non si può dire davvero che la vostra fede vi tolga punto di progredire in società. Altri dice di progredire anche troppo.

— No, quando lavoriamo ognun per nostro conto. Ma per essere riconosciuti quando ci si abbatte a lavorare in compagnia vostra, dobbiamo anche fare per due.

— Questo dipende da voi, che avete troppo amor proprio e vi prude sempre di mostrarvi più svelti e più svegli degli altri, ma anche da noi dipende, che siamo più pigri, e non ci par vero di far buona figura a spese altrui. Chi ha riveduto la mia tesi di laurea?

— Che domande! Io.

— Ma tuo cugino Giuseppino non lo hai già voluto aiutare!

— È passato benissimo senza di me!!

— No, non sono quel testone che tu mi vuoi fare, ed io non ho colpa se tu sei stato troppo saputello e troppo compassionevole della mia pigrizia! È piuttosto che voi tutti avete un gran debole per tutti voi, cioè per tutto il popolo dalla dura cervice, altrimenti detto il popolo eletto, ma invece, uno ad uno, vi attaccate talvolta preferibilmente ad uno di noi.

— E me lo rimproveri! Come ho scelto bene ad attaccarmi a te!

— Sono state le nostre mamme. Tu non hai scelto niente — rispose il biondo.

— Hanno fatto un bel lavoro tutte due, Dio le riposi!... Ma lascia che ti spieghi quel che hai detto adesso a modo tuo, cioè superficialmente, senza pensarci più che tanto. Io ci ho pensato di più. Noi abbiamo un gran debole per la nostra fede, presa, sto per dire, come in astratto — e non è meraviglia, perchè pare fatta apposta per contentare gli spiriti più inclinati alla critica pura — ma all’atto pratico, al volgare atto pratico, sembra che ora non pochi di noi se ne disinteressino: i maggiori per accostarsi più facilmente ai notabili dell’altro Testamento e i minori per intendersi meglio colle masse dei radicali. Ma è più per istinto di mutua difesa sociale che per vera diminuzione di fede, e tu non avresti che a scrutarli bene per ritrovarli contenti di poter morire come sono nati. I più tepidi in materia di religione sono forse parecchi dei nostri applicanti alle più sfoggiate o decorative mondanità, i quali, sempre i medesimi, sbucano fuori da per tutto, sì da far notare a Stenterello come non si possa aprire un pan di ramerino senza trovarci dentro un ebreo. Sono spesso quelli appunto che più si svestono delle nostre forme e che fecero scrivere al figlio di Villari della poca frequenza dei nostri tempi. Sfido! Stanno in vista più di tutti e ci vuole un par di buoi per rimorchiarveli ad ogni giubbileo! Che debolezze! Farebbero meglio a ricordare le nostre origini, piuttosto che studiarsi di nasconderle altrui!... Che hai? Ti vien la tosse? Vuoi dire che è un poco tardi per parlare delle nostre origini?

— Sì... veramente...

— Sbagli, perchè io non ignoro da chi discendo, ma tu... chi sei? Come puoi provare di non essere un unno, un gèpido, un ostrogoto, un vandalo? Fu appunto per questo che ti ho sempre aiutato a scuola a preferenza di Giuseppino, il quale, viceversa non ne aveva bisogno!!... Che piccolezze vai a tirar fuori per sostenere il tuo punto! Pare che tu non abbia mai notato che quando s’imbatte in un ebreo minchione, la prima cosa che viene in mente è che egli debba essere minchione a buono. E perchè ci viene in mente questo? Perchè egli deve aver superato felicemente tutte le barriere che si frapponevano alla conquista della sua minchioneria.

— Quali barriere?

— L’amor proprio individuale, l’hai detto anche tu or ora, ma hai dimenticato di meglio, voglio dire la emulazione collettiva delle minoranze, quella emulazione che ha radici così naturali e profonde da trovar esempi anche fra gli isolani contro i continentali: cioè fra persone che per la più gran parte non si sono mai viste. E tu mi dai del saputello perchè, avendoti sempre a fianco, ti ho dato una mano per la tesi?! Che ci ho cavato? Che tu, per amena combinazione, sei passato con lode ed io senza. Te la sei goduta, dì’ la verità!

— Infinitamente.

— Bella e rugiadosa gratitudine! —

Qui un lento suono, come di piccola sega in movimento, li fece voltare addietro ambidue. Era la guardiana, che aveva lasciato andare la calzetta sul grembo, e che principiava a russare in cadenza, come se avesse avuto due corde di violino in gola, una in maggiore e l’altra in minore, che iterassero a gara il loro lieve ronzio. Le era già accaduto un’altra volta con due inglesi, i quali la avevano inchiodata lì da mezzogiorno a sera, per levarsi la voglia di telefonare senza fili. I due giovani se l’additarono a cenni, per non provocare dall’eco un lungo e cavernoso rombo che la svegliasse di soprassalto, e si rimisero tosto in posizione nei lati vivi dei due cantucci opposti.

— Meglio. S’è addormentata — riprese il biondo. — Andiamo avanti. Lasciavi capire adesso che tu non approvi quei tuoi confratelli, i quali sembrano ritenere che le forme e le caratteristiche della religione ebraica non giovino loro per essere meglio accetti in mezzo ai cristiani. Io invece mi ritrovo in un altro caso e te lo dirò sinceramente onde compensarti ad usura dei dispettucci che ti vado facendo... per tener viva la conversazione. Non digerisco bene, cioè il modo di pensare di certi esotici fratelli miei, che non si peritano punto di amare qualche ebreo, preso da sè, ma che detestano « per principio » come ora si dice, il così detto spirito giudaico, preso in senso universale. Non capiscono che Gesù Cristo è stato correligionario vostro e che la moralità umana s’impernia ancora sul vostro Decalogo. Come si possono confutare queste cose? Gesù Cristo, con assai maggior voce del poeta di Mantova, voleva condurre gli uomini alla pietà, così dei miseri come della donna, ma tutto quello di essenziale che contrasta con la vecchia fede o è venuto dopo o non è stato opera sua. Tant’è vero che si è pensato di festeggiare la Circoncisione nientemeno che a capo d’anno, senza punto stabilire una data particolare per il solo Battesimo.

— Come la prendi lunga per sofisticare in nostro favore, e quanto meglio ci si arriva per via più breve!! Cristo è sôrto dalla nostra gente e ve ne siete avuti a male con noi. Vi siete avuti a male del vostro ritorno alla venerazione delle immagini sacre. È nostra colpa se non avete potuto durare nella austera semplicità della comune fede primitiva? Perchè l’avete con tutti e non con qualcuno?... Te lo dirò io. È perchè, presi in generale, siamo tutti invadenti, secondo voi, ma in particolare non tanto, appena che vi torni. E i tedeschi sono ancora più impermaliti degli altri, perchè, pure avendo mandato ad effetto un mezzo atto di resipiscenza verso i nostri ideali, non hanno ancora potuto spingere la loro media al livello della nostra di laggiù — con quel piccolo manipolo di professori fatti battezzare per elevarli alle cattedre!! — e un po’ fors’anche perchè ci debbono il loro perfido e inestimabile Heine! Gran peccato che egli si sia pentito della sua giovanile giravolta verso i più! Senza quel pentimento se lo sarebbero tenuto più volentieri. Ed anche Marx ci debbono, quel Marx che ha messo in musica l’uggia del Redentore contro i ricchi, e che par fatto apposta per delucidare la già limpidissima, anzi trasparente definizione dello « spirito giudaico »! Una definizione che deve prima accozzare, in politica, il pomposo Beaconsfield col rigido Manin, e poi, in filosofia morale, con Benedetto Spinoza e con S. D. Luzzatto! Così dediti ai beni terreni come sono stati questi ultimi tre! Che garbo! Voler costringere in un solo modo verbale tanti secoli di storia, nonchè gli effetti di tante ingegnose persecuzioni patite ovunque!... Ora pare che vogliano procedere in via ancora più sommaria, eliminando sbrigativamente tutte le cause, prossime e lontane, recenti e remote, materiali e morali. Lo spirito giudaico è diventato assiomaticamente una specie di poliedro che può trovare solida base sopra tutte le sue faccie. L’Inquisizione era più sincera. Ci bruciava allegramente perchè non eravamo cristiani, e festa! Non già come ora perchè c’è di tutto fra di noi: dagli spigolistri di tutti i generi giù giù fino agli anarchici di tutte le salse. È un leggiadro sistema per condurci a salvazione da tutte le parti!

— Sei inquieto... se non mi sbaglio.

— Sono. E non era. È stato l’affare Dreyfus che mi ha rimescolato i sentimenti.

— Bada che ci ho patito anch’io.

— Può essere, ma non quanto me, come ebreo, per il luogo, per il modo, per il tempo, ecc. E se ho avuto una soddisfazione — te lo dico subito anche a costo di farti troppo piacere — è stato di notare che in Italia non si sia cercato nessun pretesto per piantare qualche riscontro dell’« affaire » francese, come si fece col panamino dopo del Panama. Vuol dire che il paese merita gli ebrei che ha, compreso i buoni che sono parecchi. Ed anche tu li meriti, pare impossibile! Me ne sono accorto mediante un mio particolare indizio.

— Sentiamo l’indizio.

— Che tu non mi hai mai dato dell’israelita.

— Oh bella ! Che male ci sarebbe stato?

— Male, quel che si dice male, no, ma ho sempre avuto in mente che quella specie di... vezzeggiativo sia poi diventato anche un eufemismo, e che abbia servito prima a nascondere e poi a svelare un resto di pregiudizio contro di noi. Sarà una mia debolezza, ma è così.

— Lodato Iddio che una volta ti confessi in peccato, o quasi. Andiamo avanti. Che pensi dei matrimoni misti?

— Che morirei celibe cinquecento volte avanti di farne uno.

— Perchè? Porse perchè i figli rischiano di essere grottescamente dichiarati... liberi pensatori appena nati, ovvero di balzare poco alla volta nell’ampio grembo della maggioranza? Me lo disse Giuseppino quando s’avvide che sua sorella mi piaceva moltissimo.

— È ben naturale che queste due ragioni sieno gran parte del mio rifiuto, ma ne ho un’altra, quasi parallela, che mi pare maggiore. È che noi siamo il « popolo miracolo » - scrisse Monsignor Bonomelli — e che i matrimoni misti tendono a farci dileguare, indi a sparire. Un miracolo va tenuto vivo.

— Bada che se muori celibe cinquecento volte, non dai opera nemmeno tu a farlo durare.

— È vero. Ma il mio solo ed unico esempio potrebbe condurre, coll’andare di molto tempo, a cinquecento dedizioni altrui. E se Israele non avrà nulla a guadagnare per fatto mio, nemmeno voglio che abbia a perdere. Non ne ha bisogno.

— Di perdere? Nessuno ha.

— E neppur esso. Voltati intorno e vedi se quello italiano non paia una piccola Londra, sparsa a pezzetti nel bel paese. Troppo burro a qualcuno e troppa miseria a molti altri, non senza qualche Opera Pia, che per instituto suo proprio non li può accogliere. Più presto scemerà il « miracolo » e più si farà lecito di non pensare a noi. Vedi che po’ di agitazione per ricovrarci meglio dove siamo fittissimi. Così la durino e la vincano! -

Il biondo stava per aderire nell’augurio colla sincerità della sua bonaria consapevolezza, quando gli venne in mente di stuzzicare un’altra volta l’amico suo e di dirgli colla lentezza di chi fa l’indiano:

— Non capisco. Parli di russi e di rumeni e dici « siamo! » Fai per dire che la vostra è una comunione religiosa ovvero una setta politica?

— Come sei grazioso questa mattina! Faccio per dire come voi cattolici, quando parlavate delle persecuzioni d’Irlanda! O che ci son frontiere pel dolore umano? —

L’altro stava ridendosela sotto i baffi, quando entrambi si scossero al lungo suono di una vicina scampanellata, che ruppe il sonno nella testa alla placida guardiana. Erano due nuovi foresti, mercè dei quali la pispigliata conversazione dovette immediatamente cessare.

I due giovani salirono una vettura di piazza, che li aveva aspettati per menarli al Palazzo Ducale e il bruno disse:

— Mi hai giocato. Proponevi di farmi controllare i tuoi ragguagli, e invece non hai fatto quasi altro che raccogliere o carpire i miei. –

Il biondo sorrise.

— Devi dire che ho anche profittato dei capricci acustici di Giulio Romano per poterti parlare a rispettosa distanza. Temeva che tu mi dessi qualche spintone, all’usanza di Giuseppino, quando non è spontaneamente condotto a toccare il tasto, come gli accadde meco per sua sorella. Siete parecchi a far così. Pare che non vi ci vogliate mai mettere, forse per paura di averne a dir troppe. Eppure non è più questo il tempo di procedere per omissioni nella critica, sia che lo facciate nella speranza di potervi purgare alla chetichella dei vostri difetti, sia nella idea che le buone qualità operino meglio quanto meno sieno rilevate da voi medesimi. È un errore, e voi ve ne dovreste essere già capacitati nelle occasioni avverse, quando tutto è stato acremente ritorto in vostro danno. Se prima aveste riconosciuto i vostri lati deboli, gli oltramontani, propriamente detti, non avrebbero potuto gabellare a rovescio anche ciò che avevate di buono.

— Dove vuoi arrivare con questo sermoncino... che non mi tocca?

— A farti concludere, cioè a discendere dalle generali, e a dirmi, tu in particolare, perchè non fai famiglia con una ebrea? —

Silenzio profondo.

— È perchè la vostra vita domestica, già esemplarissima, non si è avvantaggiata del vostro ascendere nella vita politica e sociale? —

Il bruno impazientito, gli diede effettivamente di gomito come per dire « Finiscila! » e seguitò a tacere, ma poco dopo, quando fu davanti alla impresa di Isabella D’Este (stranissima impresa per una Dama del Rinascimento!) non seppe trattenersi dall’additarla all’amico e dal rispondere:

— « Nec spe nec metu ». Ecco perchè. L’affare Dreyfus mi ha reciso molte speranze e la resistenza nostra mi va sgombrando del timore, ma tutto sommato preferisco di rimaner celibe. È quel che si guadagna a non rompere gli indugi quando si imbatte in tempi di fazioni religiose, e può parere un altro cattivo esempio, ma viceversa non è che una mortificazione disciplinare, destinata a metter in buona luce le vere e giuste nozze. —

I giovani chiusero la loro escursione mantovana visitando piamente il cippo di Andrea Hofer e la tomba di Belfiore: due modesti monumenti che ricordano l’eroe ed i martiri del medesimo imperialismo austriaco. Essi raccolsero il supremo insegnamento che veniva dalle due pietre, ed uno di essi lo espresse brevemente così:

— Non per nulla Andrea Hofer è caduto così vicino ad Enrico Tazzoli. Entrambi valgono a provare che l’amor di patria può muovere per differenti vie, ma che, nelle forti anime, arriva egualmente alla medesima altezza. Avevano dunque ragione le nostre mamme a dirci, quando ci coglievano a confrontare puerilmente i nostri diversi libri di preghiera. « Fate come noi due. Non parlate mai tra voi di forme religiose, che possono essere molto dissimili, ma occupatevi di Dio soltanto, che è sempre stato e non sarà mai che uno solo ». —

* * *

La veridica storiella valga a provare come le dispute confidenziali arrivino a buon componimento assai più presto delle dispute accademiche: una prestezza che non è davvero intempestiva nei temi che se ne vanno, come questo, verso i due millenni.

1° gennaio 1903.[2]

Note

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[1] Ha fatto bene a correggersi e a dire « quasi mai ». Altrimenti un focoso giornale, lì a due passi, avrebbe potuto prenderla per una sgarberia.

[2] Tosto fidate così tal quale all’eminente Chiarini, queste poche pagine dovevano escire a Roma, quando ebbero ad urtare nel lungo sciopero di quei tipografi, cessato il quale sopravvennero i primi fatti di Bessarabia a Kiscinev, che faranno parere molto sbiadito e molto inadeguato ciò che è detto qui dietro dell’opera del Sionismo fra i russo-rumeni (pag. 33; [in questa edizione 687]). Ma i due giovani non erano profeti, e non potevano aspettarsi in poco tempo una ruina così miseranda. Almeno che l’orrore da essa destato la faccia fermare e le tolga sempre di poter riprendere.

 

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011