Alberto Cantoni

 

L’ILLUSTRISSIMO

ROMANZO

 

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, L’Illustrissimo, con uno studio preliminare di Luigi Pirandello, Roma, Nuova Antologia, 1906

reprint: Lampi di stampa, Milano 2003

PARTE SESTA

La vecchia, le giovani e la contessa.

I.

Un mese dopo, Giovannona, Nunziata, Peppina e Costantina, che erano state invitate da Maria a scortare la balia, scesero a terra insieme con costei nella stazione centrale di Milano, e furono subito affrontate da un pulito servitore in tuba e palandrana, il quale chiese loro se venivano da Coronaverde.

— Sì.

— Senza uomo?

— Già. Ho un genero io che non ha voluto lasciare le sue bestie nemmeno per venir a fare un po’ di corte al signor Padrone, – osservò Nunziata, la quale avrebbe potuto affacciarsi anche a Londra senza aver nulla che fare

col villan che timido s’innurba

di Dante Allighieri.

— Ebbene, tenete in mano i biglietti e venite con me. Son venuto a prendervi colla carrozza.

— Un momento! – gridarono in coro le cinque donne che avevano già principiato a scuotere le gonnelle, e a depositare a Milano la polvere di mezza Lombardia raccolta in viaggio. – Un momento!

L’altro che s’era già avviato si fermò su due piedi a rispettosa distanza. Le cautissime viaggiatrici si voltarono pudicamente dalla parte di Lodi per affondare le mani in seno e raccattarvi i biglietti, e poi via tutte accanto al servitore.

— Che stazione! Quasi quasi vien voglia di segnarsi! – diceva Costantina ammirativamente.

— Guarda quante carrozze! Dov’è la nostra? – chiese la vecchia al servitore, quando apparirono tutti nel porticato verso la città.

— Là a sinistra, quella grande a due cavalli – rispose l’altro, additando a cinquanta passi di distanza il più bel legno che fosse intorno.

Questo legno aveva a cassetta un altro uomo in tuba, e questo uomo in tuba stava guardando di traverso le cinque villane, come uno che volesse vedere quanto tempo mettevano a riconoscerlo.

Segno che non aveva ancora fatto bastante sperienza degli occhi dei contadini, prova ne sia che Peppina e Costantina, come le più contente di rivederlo, si misero subito a gridare verso le altre:

— Non vedete che è il Milanese? Non vedete che è il Milanese in cappellone?

Ed entrambe si misero a correre, come se ognuna facesse a gara coll’altra per essere la prima a dargli la mano.

Nunziata che arrivò l’ultima, non già perchè ci andasse di male gambe come Giovannona, ma perchè era la più vecchia di tutte, si piantò colle pugna sui fianchi a lato dei cavalli, e squadrando Galeazzo da capo a piedi, gli disse:

— Ah buona lana che siete! Ora capisco perchè ci avete piantati sul più bello! Avete saputo che la contessa vi avrebbe preso volentieri, e siete corso ad offrirvele a Milano. O che ci fate? Il cocchiere? Ma siete poi veramente pratico?

Galeazzo aveva bensì voluto godere della sorpresa di quelle donne, facendosi trovare lì fuori all’improvviso, ma non s’era mai imaginato che esse, vedendolo vestito dei suoi panni, non principiassero subito a mangiar la foglia. Nullameno, per non avviare discorsi troppo lunghi colle redini in mano, rispose:

— Vorreste che la contessa mi affidasse un tiro a due come questo se non fossi pratico? Sono stato in cavalleria, fidatevi. Ma dov’è Piangi?

— Non è voluto venire. Sapete bene che originale è.

— Mi dispiace. L’avrei rivisto volentieri. Su, da brave!

— Dove si va?

— Dalla contessa che v’aspetta, per dinci Bacco! Dove volete andare?

Qui Nunziata fece la prova generale della sua funzione di vassalla pronta a recitare fra poco la parte sua, e disse:

— Ma io preferirei di scendere prima dal mio Illustrissimo, che non mi ha ancora mandato nessun compenso per l’incendio. Forse che a vedermi correre in fretta a baciargli la mano...

— No, per carità. I milanesi hanno la lingua lunga, e non conviene che vi presentiate in casa d’un uomo solo, in cinque donne che siete. Verrà lui da voi, non dubitate.

Intanto le contadine erano salite in carrozza, e non sapevano come distribuirsi per sedere bene.

— Le tre maritate nel posto bono, e le due ragazze dirimpetto, – consigliò Galeazzo. – A proposito di donne maritate, perchè mi fate il muso, Giovannona? Io non vi serbo nessun rancore. E voi, ce l’avete ancora con me?

— Altro! Nè mi fiderei davvero a mettermi in mano vostra, se non ci fosse qui la balia che vi deve premere più di noi tutte.

— Ho capito. Anche il matrimonio non cambia più la testa alle persone. Andiamo!

Il servitore saltò a cassetta vicino al conte, ed i cavalli partirono immediatamente.

— Che abbia già partorito la signora che vuol la balia? – domandò subito costei alzando molto la voce.

— Non credo, – rispose Galeazzo.

— E allora come faccio io! Se non trovavo un lattante allo spedale di Cremona, starei male da ora.

— Mancano bimbi! La contessa ve ne ha già fermato uno per oggi alle cinque, avanti che pranziate.

— Brava!

Ben lunge dall’avviarsi tosto verso la casa di Maria, Galeazzo prese dentro un gran giro tutti i giardini pubblici e più di mezzo il corso, e mercè delle ottime bestie, arrivò sul Naviglio in un momento. E intanto Nunziata:

— Ma guarda queste birbe di cittadini come ci ridono in viso!

— Perchè? – domandò Peppina.

— Mah! Forse perchè siamo cinque scarpe grosse dentro ad un legno come questo! Brutte canaglie! Tutti signori, tutti ben vestiti! E senza di noi, poveri contadini, morrebbero di fame quanti sono. Facciamo una bella cosa: ridiamo anche noi!

E risero. Intanto Galeazzo voltò pel Durino, e si spinse al trotto serrato verso il sacro suolo delle cinque giornate. Giovannona si chinò verso la madre, e le disse all’orecchio:

— Avete visto quei due che hanno fatto di cappello al Milanese?

— Sì. Rispetteranno il cane per la padrona. Un tiro a due così bello come il nostro non s’è ancora incontrato. Vuoi che non lo conoscano?

— Ma la sua tuba che è tanto più bella e più lucida di quella dell’altro servitore!

— È nuova, caspita! Non sai che è entrato in servizio da poco tempo?

— Sarà! Io ho paura invece che egli non fosse punto quel tal uomo che disse!

— No? E cos’era dunque?

Chi lo sa! Una spia, probabilmente, mandata da noi se occorre dal padrone stesso. Fosse stato davvero un disperato, ci avrebbe fatto scrivere di portargli il fagottino?

— E che se n’ha a fare ora di quei quattro stracci, così ben vestito come è? Guarda che roba! Vai a strologare malignamente sulle tube e sui fagottini, ora che siamo venute a Milano per darci bel tempo! Guarda guarda piuttosto quante belle verze!

Peppina, che non poteva veder bene perchè era seduta dietro, saltò subito in piedi, ed aggrappandosi per non cadere alla vita di Galeazzo, sclamò:

— Altro che verze! Qui c’è tutto, e di tutte le stagioni! Spinacci, cavoli, finocchi, cipolle, radicchio, insalatina... oh sia pure benedetta la Madonna che mette al mondo tanta grazia di Dio!

— Te ne toccherà di molto, se non avrai come pagarla bene! – proruppe la vecchia.

— Intanto la roba c’è. Se non ci fosse, sarebbe peggio.

Galeazzo, che aveva udito, pensò di chiedere a Pavia se avessero bisogno di una insegnante di economia politica. Poi si sentì scotere pel braccio, e voltosi un momento, vide Peppina sempre in piedi che gli chiedeva piano:

— Sapreste dirmi perchè la vostra padrona abbia invitato anche me e Costantina che non c’entravamo per nulla?

— Costantina veramente non saprei. Quanto a voi, le ho raccontato anche del vostro foco, e forse che vorrà darvi qualche vestitino per Santello.

— Poveretta. È molto buona la vostra padrona!

— Se è buona!

— Ma cos’ha il vostro camerata che si morde le labbra per non ridere tutte le volte che io nomino la padrona vostra?

— Non lo so. È un brutto vizio che hanno i servitori.

— Peccato che abbia de’ vizi un servitore così bellino! Mi piace più di voi, che mai non vi credereste, perchè si ritrova senza punto baffi. Se fossi in vostra cugina, oh vorreste ben vedere se non ve li taglierei!

— Avete poi fatto pace? – domandò forte Costantina, che aveva udito, stando seduta.

— Sì. Anche troppo.

— Bravo.

Non c’erano più verze, e Peppina si ripose a sedere anche lei. La carrozza prese per S. Stefano, e infilata poco dopo la via dal Palazzo Reale, sbucò fuori improvvisamente in Piazza.

Al Dom d’Milan! Al Dom d’Milan! – gridarono gongolando le cinque donne, che s’erano trovate, senza punto aspettarselo, nel miglior punto per vedere la Cattedrale.

Galeazzo, che l’aveva fatto apposta, fermò i cavalli di colpo, e voltosi indietro a guardare le donne, vide cinque bocche una più aperta dell’altra.

— O Milanese mio! – sclamò Costantina a mani giunte e come elettrizzata. –– Voi che siete così buono e così religioso, lasciateci andare dentro un momentino!

— Volentieri, cara. Anzi la contessa m’ha detto che se proprio voi quattro volete piantar qui la balia dopo un giorno solo di fermata, che vi tratteniate pure in Duomo a piacer vostro. Io intanto vado ad annunciarle il vostro arrivo, e vi lascio qui quest’altro coi cavalli. Non abbiate paura, guida meglio di me. Voi guardate bene ogni cosa, e dopo, quando uscite, infilate a piedi quel porticone coperto d’assi, e andate a fare un par di giri in Galleria. Poi su in carrozza a casa. Potrete dire alla contessa di aver visto tutto.

— Che Dio vi rimeriti vivo e morto! –– gli gridò dietro Costantina, mentre saliva la gradinata colle altre donne. –– Avevo tanta paura di dover partire senza aver visto il Duomo a modo mio!

E sparirono tutte per una delle porticine.

— Hai inteso? — domandò Galeazzo al servitore che aspettava gli ordini come un palo ritto. –– Se ti domandano poi qualche cosa, o taglia corto, o ripeti quel che ho detto io. Mettile giù dalla contessa, e poi vieni a casa coi cavalli.

*

*        *

Dopo la fuga di Galeazzo, Costantina aveva dovuto disperarsi più volte pel vivacissimo scambio di lettere corse (adagino) fra Milano e Coronaverde.

Prima Maria, rassicurata da Galeazzo, aveva risposto a Nunziata che per la balia si fidava di lei senza mandare a vederla; poi la vecchia aveva invitato il suo Illustrissimo alle nozze della propria figliuola, e poi Maria, colla scusa di accompagnare la balia, aveva invitato la sposa a Milano col marito, la madre, la futura cognata e la giovane bifolca; e finalmente Nunziata aveva promesso di venire bensì, ma di volo, perchè i suoi bachi stavano già per mutare la seconda volta.

Se non che Piangi la lasciò ben bene predicare un pezzo, ma nel momento di partire, non ci fu verso di farlo rimovere.

— Io ho da fare il viaggio di nozze? Ma non mi sono mica sposato per mettermi in viaggio, io! Vada Giovannona se ha speranza di buscar qualcosa. A me che sono un uomo non c’è pericolo che nessuno voglia dar nulla, nemmeno se mi sposassi una volta l’anno!

II.

Abbiamo già bastantemente veduto la gentile contessa da Breno in mezzo ai contadini per poter ci figurare le oneste accoglienze di cui andarono liete le cinque donné. Costoro le comparvero davanti infatuate del Duomo ed anche un pochino della Galleria: le dissero che era stato quello il più bel giorno della loro vita, e che nemmeno a campare mill’anni avrebbero mai scordato il quarto d’ora vissuto in alto, sopra la chiesa in mezzo a tante belle statue, che solamente a numerarle tutte avrebbero dovuto rimanere un mese. Poi Nunziata perdonò generosamente la contessa dell’averle, come disse, cavato di sotto il suo bracciante mezzo gratuito, ai suggerimenti del quale Peppina e Costantina dovevano forse la mezza burla del loro invito a Milano; e subito dopo la balia si mise a piangere perchè il seno le riprincipiava a dolere come a Cremona, e questo dolore (secondo una pietosa superstizione della campagna mantovana) voleva dire che la sua propria creatura s’era messa, in quel preciso momento, a piangere a casa. Maria mandò a prendere il bimbo già annunciato da Galeazzo, e intanto che la balia si riconciliava col proprio stato le disse che per quel giorno la voleva ospite sua colle altre quattro. Poi fu portato in tavola, e le cinque donne, servite e riverite come altrettante principesse del sangue, sedettero a mangiare con Maria e con Donna Stella, dopo di aver chiesto più volte a sè medesime come mai il Milanese non si fosse ancora lasciato vedere tra il servidorame che stava ora girando attorno alla tavola.

Il viaggio, il cambiamento d’aria, le impressioni artistiche e la buona cucina son tutte cose che mettono appetito a chi non ne ha; figurarsi poi alle compagne di Nunziata, che le aveva tenute a stecchetto per tutto il giorno, tanto per guadagnare qualche cosa anche sulle spese di viaggio, intascate anticipatamente. Tutte (tranne forse Costantina e Peppina che non si saziavano mai di guardare questa le belle tovaglie e quella i bellissimi piatti) avevano già pensato più volte a bocca piena che a fare le signore gli era un gran bel me–stiere, quando Maria, dopo molti discorsi inconcludenti, si volse alle frutta verso Giovannona, e domandò:

— Si sta bene maritate?

— Lo dovrebbe sapere, lei che ha provato prima di me.

— È ben appunto perchè lo so, che mi son tenuta a mente i consigli di vostra madre e che ora... riprovo.

— Davvero? E chi prende? Un giovinotto o un vedovo? – domandò la vecchia.

— Un giovinotto, a modo vostro; anzi quell’unico giovinotto milanese che voi dovreste conoscere, almeno di nome.

Nunziata afferrò subito una mano della contessa, la quale, volente o nolente, dovette pur lasciargliela baciare.

— Oh che piacere ad acquistare una buona padrona che mi vuol tanto bene! Oh i bei tempi per la Casanova e il bell’acquajo di marmo che essa mi farà fare per suo primo regalino di nozze! Vedrai, Peppina, quando tornerà Piero, quant’altra terra ci farà dar da lavorare dalla parte del sacrato, quella che è giusto in vendita; vedrai Giovannona cosa diventerà la tua casupola, tu che hai bisogno di molto spazio per poterti muovere. Ma dov’è, dov’è questo Illustrissimo benedetto? Con quel pettegolo di Milanese che non mi ha lasciato smontare da lui!

— Verrà più tardi a prendere il tè.

— Il tè di camomilla? Ora dovrebbe venire che c’è il vin bono, altro che tè! Beviamo noi intanto! Alla salute degli sposi! alla salute dei nostri Illustrissimi!

Dopo l’epitalamio in prosa, le solite poetiche domande che soglion fare le donne, specialmente le contadine, e che Nunziata (per sapere, come disse, la verità precisa) pensò bene di rivolgere a donna Stella, colla quale aveva già fatto grande amicizia. E quanto tempo era che i due nobili sposi facevano all’amore, e chi il più innamorato dei due, e se lei, donna Stella, si fosse interposta, e a quando precisamente le nozze.

A interrogatorio finito, Maria si prese dietro tutta la sua comitiva, e recatasi in una camera accanto la fece sedere tutta in giro, tenendo Nunziata vicino a sè.

— Debbo raccontarvi alcune cose, – le disse. – Dapprima, chi sa, potrebbe darsi che non vi piacessero, ma poi! Le ho accomodate così bene, io!

— Senta. Se le ha accomodate lei, mi fido. Dica, dica.

— Mi promettete proprio di non sgomentarvi mal?

— Ma se mi ha appena detto lei colla sua bocca di avere già accomodato ogni cosa! O dunque?

— Ebbene: mio cugino crede di potervi provare che le vostre querimonie sui danni dell’incendio erano, via, un pochino esagerate!...

— Spero bene che verrà a vedere! – sclamò la vecchia, alzandosi in piedi per gesticolare con più libertà.

— E che se vostro marito vi avesse dato retta, la Casanova sarebbe ora tutta quanta in cenere.

Qui Nunziata, che si trovava ancora nell’atteggiamento di chi si prepara a rispondere, mutò d’avviso da un momento all’altro, e si rimise a sedere come rassegnata, sclamando a bassa voce cogli occhi volti verso l’anticamera:

— E s’intende che t’ho fatto mangiare alla mia tavola!

— Eh? io però me ne sono accorta, oggi! – le bisbigliò nell’orecchio Giovannona, quasi contenta.

— Oggi! Bella forza! Me lo dovevi dire quando l’hai fatto fermare, tu che sei tanto furba che non c’è al mondo una donna più minchiona di te!

— Di che cosa s’è accorta oggi? – domandò la contessa alla vecchia.

— Di nulla, di nulla. Dica lei piuttosto come è riuscita ad aggiustarla bene.

— Gli ho parlato precisamente così: «La vita dei contadini è dura, Galeazzo mio caro, e bisogna tenerli un po’ su moralmente, come faccio io con quelli della Brena. Quando invece il padrone si contiene a modo tuo, con chi vuoi che se la piglino se non con esso, che deve sembrare la principal causa delle loro tribolazioni? Vedrai invece quando ti sarai fatto fare un bel villino a cinquanta passi dalla Casanova e che ci andremo insieme di sovente, come muteranno mamma e figliuolo!»

— Altro se muterò! Altro se muteremo! – sclamò con enfasi ma altrettanto macchinalmente Nunziata, già molto impensierita all’idea di passare così da un eccesso all’altro, e di avere, d’allora in poi, i suoi padroni un po’ troppo addosso.

— «Che credi? – seguitò Maria allo stesso modo di prima. – Che sieno molti, ai nostri tempi i contadini come il vecchio ed il soldato? Sono pochissimi, e ti devi augurare che non ti scappino!...»

— Benedetta mille volte codesta bocca!

— «O ti vorresti forse vendicare perchè hanno detto che ti ritrovi dieci mani per tirare e nemmeno un dito per ispendere! Ma la colpa ce l’ho avuta io, che t’ho mandato a quella manieral...»

— Dove!? – domandò Nunziata, balzando in piedi per la seconda volta.

— «E le parole, cugino mio, sono poi finalmente parole! Ma in quanto a fatti, se tu levi la lira il mese per la biancheria, e la polenta asciutta che t’han messo in mano dopo l’incendio, che ti resta? Poco».

La vecchia fu presa istantaneamente da un senso di punzecchiatura e di formicolio a tutte le radici dei capelli che le fece correre le mani al capo. Poi si lasciò andare a sedere di nuovo colle braccia penzoloni, guardando l’una dopo l’altra le sue compagne di viaggio, le quali tutte, meno la balia, avevano seguito il breve dialogo come se fossero state tre romane al circo. Peppina e Costantina parevano due brage, tant’erano rosse, e Giovannona s’era coperto il viso con ambedue le mani.

–– E tu che oggi l’hai preso per una spia! – sclamò Nunziata crollando il capo verso la figliuola.

— Gran che! L’ho detto di dietro e non ha sentito, – rispose Giovannona. – Ho fatto di peggio, io. Gli ho dato dell’Arlecchino servitore di due padroni, e davanti!

— Ma che benedetta idea le è mai venuta di farmi fare questa... bella burla? – chiedeva intanto assai presto la vecchia, per non lasciar venir fuori altri guai.

— Perchè Galeazzo imparasse a conoscere bene i suoi contadini e ci pigliasse amore. Infatti non potete credere con quanta simpatia m’abbia parlato di vostro marito.

— Ma intanto ci sono andata di mezzo io.

— No, no davvero. Non avete visto che v’è venuto a prendere colla sua carrozza?

— Era sua!?

— E come ci ha visto volontieri! – sclamò Peppina.

— Se voi tutte volete ch’egli seguiti, – concluse Maria volgendosi particolarmente alla vecchia, – dovete riceverlo questa sera come se lo aveste conosciuto trent’anni fa, cioè senza occhi languidi e senza discorsi sentimentali. Ormai è inutile perchè vi conosce tutti a fondo dal primo all’ultimo, e gli dareste a’ nervi inutilmente. Quando venne ad avvisarmi del vostro arrivo, mi disse queste precise parole: «Ho fatto poca strada colle tue invitate. Mi han lasciato bracciante e mi hanno ribattezzato per il tuo cocchiere. Ora pensaci tu. Risparmiami possibilmente qualunque scenata di cattivo gusto, e conduci le cose in modo che io stasera, tornando, non abbia bisogno nè di promulgare amnistie, nè di sbottonarmi il vestito ad uso degli Incogniti nelle commedie antiche». In altri termini, mi ha forzato così a dirvi ogni cosa il meno ruvidamente che ho potuto, scansando il pericolo che voi, mamma e figliuola, possiate pensare di domandargli perdono, o di fargli qualche altro brutto servizio del medesimo genere.

— Se è per tutto questo che ho dovuto pagare due donne che attendessero ai miei bachi mentre veniva qui! – pensò Nunziata guardando a terra.

III.

A cose chiare, Maria affidò le sue contadine a donna Stella, e condusse la balia nella casa della marchesina Paola, che, troppo innanzi per potersi muovere, aveva chiesto almeno di vederla nella serata.

Mentre Peppina e Costantina riandavano tra loro, con la beatitudine dell’innocenza, tutte le minchionerie che avevano detto al Milanese nei cinque giorni ch’egli era stato all’erba, e mentre la vecchia seguitava a guardar a terra senza dir nulla, Giovannona aveva già picchiato più volte colla mano aperta sopra il bracciale della poltrona dove era seduta, pensando:

— Oh, averlo saputo!! Altro che scarto di stamperia! Altro che casetta da otto lire il mese! Avrei dato io la prima il ben servito a Niccolino, e poi... poi so io di chi avrei fatto finta di innamorarmi! Ed ora, senza avvilirmi a chieder nulla a nessuno, ora forse tornerei a casa con la più grossa dote di tutta Coronaverde!...

Ma intanto la vecchia s’era accostata a donna Stella per dirle con voce flebile, interrompendo le ragazze:

— Senta. Che un signorone come il mio Illustrissimo abbia potuto rassegnarsi a fare quella vita anche per poco tempo, e solamente per conoscere e per cogliere in fallo dei poveri contadini come noi, via, è una cosa che non mi può andare giù. La contessa, mandandolo, deve aver avuto qualche altra ragione. Me la dica, faccia il piacere.

Nunziata non s’immaginava di certo di aver toccato il lato debole dell’ottima dama di compagnia, la quale, s’è già detto, non si grogiolava mai tanto come quando poteva deciferar qualche cosa a qualcheduno.

— Sì che ne ha avuto, – rispose; – ma vi avviso che sono ragioni molto lunghe a capirsi da chi non ha studiato.

— Provi, provi, cara la mia signora donna Stella, lei che ha tanta pazienza. Provi.

Un’oca giovane chiamata a bere avrebbe corso meno. Donna Stella principiò beatamente la sua allocuzione con una opportuna e diligente rincorsa storica. Per far più presto si rifece dai Gracchi e dalla varia fortuna della legge agraria; poi balzò in pieno medio evo tra i servi della gleba e gli orrori della Jacquerie, e finalmente s’affacciò al mondo moderno, toccando degli Irlandesi, e rimproverando molto diffusamente agli Italiani l’antica propensione di spendere nelle città e sui laghi e sui colli i mal curati redditi delle loro campagne. E concluse:

— Ma anche a viverci continuamente, quando non se ne conoscano nè gli uomini nè le cose, non può fruttar molto, e però la contessa, acerrima nemica degli ozi nobileschi, credette buono esempio di pregare il signor Conte, ecc. ecc.

Chi t’avesse detto, povero e buon parroco di Dolo, che tu avevi al mondo un’anima gemella, mercè della quale avresti unicamente potuto compiere i tuoi destini, e i suoi! A lei la nozione, il concetto, la sostanza; a te la divina sollecitudine della forma, e che bell’anima in due brutti corpi non sarebbe stata la compenetrata anima vostra! Se non che ora è troppo tardi per poter effondere in uno due spiriti elettissimi le cui sembianze corporee si aggirano pur troppo a quasi cento miglia di distanza, e neanche l’immenso premio di accostarle insieme, almeno coll’immaginazione, ci può trattenere dal riferire invece le impressioni delle quattro ascoltatrici.

Furono ottime. I contadini sono troppo satolli della monotona e soverchia semplicità della loro vita, per non compiacersi del grottesco in ogni sua scientifica od artistica manifestazione. Se non vi persuade, considerate ch’essi s’affidano più volentieri dei medici e degli avvocati; adocchiate bene quand’è che più si divertono a teatro, o prestate orecchio alle cavalleresche epopee che soglion leggere a veglia. – Peppina e Costantina, che per di più si trovavano a cor leggiero, non avrebbero dato le disquisizioni di donna Stella per Dio sa che cosa, ed anche Nunziata e Giovannona, benchè si sentissero ribollire ancora, pure non ne perdettero una mezza parola.

*

*        *

— Buona sera, donna Stella, buona sera voi quattro. Giù, giù, non fate complimenti! – disse presto Galeazzo, con gli occhi fermi sulla sedia che aveva preso in mano appena entrato, pur di non vedere nè il viso compunto della vecchia, nè il supposto cipiglio della figliuola.

Ma Nunziata, da quella industriosissima donna che era, aveva già capito bene che il miglior sistema per lei era quello di prendere alla lettera gli ammonimenti di Maria, epperò, facendosi forza, e ben lunge dal dare in smanie di compunzione, spinse vivacemente il crocchio da lato per dar posto al conte, e gli chiese con un sorriso che per essere forzato non le riuscì men bene:

— E così, Illustrissimo, le è poi piaciuto il mestier del contadino?

— Poco, veramente, – rispose Galeazzo, ben lieto di quella disinvoltura.

— Credo. Vuol dire che tanto più indulgente sarà con noi. Parlo bene?

— Benissimo. Ma ora voglio rispondere parecchie cose a queste ragazze, che m’hanno già chiesto perchè sieno state invitate anche esse. Cominciamo da te, Peppina, – aggiunse, voltandosi, e parlandole addirittura come i signori lombardi sogliono parlare ai contadini giovani e celibi, d’entrambi i sessi. – Tu dirai a tua madre che la voglio rimunerare di tutto il danno da lei sofferto per l’incendio, e ti preparerai fra poco a metterti in regola con gli uomini e con Dio. Il 10° di linea sta per venire a Milano, e m’impegno io di levare di capo a Piero quella nuova ferma risolutiva di altri quattr’anni che gli si è fitta dentro, e che fra pochi mesi non si potrà nemmeno più fare.–

– Illustrissimo mio strabenedetto! – sclamò Peppina, saltando sulla scranna come una bimba pazza.

— Chetati, e non lustrarmi tanto. Ora a te, Costantina. Tu resterai a Milano al servizio della contessa. Quando mi sarò sposato, e mentre la Casanova muterà tanto aspetto che tutti la vorranno veder per maraviglia, tu verrai con noi in campagna da un’altra parte, dove si spera bene che tu possa imbattere in qualcuno che ti faccia scordare di... Coronaverde. Ti assicuro che te lo meriti, non foss’altro per il buon core che m’hai dimostrato, e per le molte e belle lettere che hai scritto.

— Ma io... – sclamò la povera ragazza, la quale non sapeva punto che viso fare.

— Ma che? Non m’hai detto tu stessa che per amore di tuo padre e tuo, non ti rimane a fare nulla di meglio che andar a servire? O preferiresti la prima padrona venuta alla contessa?

— No... ma Milano... è un po’ troppo lontano.

— Da chi? Da tuo padre, o da Pompeo? Se da tuo padre, aspetta che ci siamo sposati lui ed io, e poi lo farò venire quassù nel milanese, nella stessa villa dove andremo anche noi. Per bifolco è troppo vecchio, e per guardiano va bene. Se poi ti spiace di allontanarti da Pompeo, allora, mi duole di dovertelo dire, allora... hai torto. Siamo stati insieme all’osteria dopo l’incendio, e lì, tra quello che ha detto in pubblico, e quello che ha detto a me in privato, sta’ pur sicura che nè tu nè io siamo stati trattati bene.

La vecchia, appena era venuta in campo l’osteria, aveva principiato a tossire piano piano, come chi vuole udire ogni cosa, lasciando credere nello stesso tempo di non aver udito nulla.

— Si sarà forse lagnato dei miei rimproveri d’un certo giorno, ma del resto non può mica aver detto male di me, – osservò timidamente Costantina guardandosi in grembo, e dopo di aver già cambiato colore due o tre volte a dir poco.

— No, non ha detto male, quel che si dice male, anzi me ne ha detto bene, tutto compreso, ma in sostanza, e se proprio lo devo dire, m’ha insinuato di pigliargli il posto.

— Presso di me? – domandò Costantina col fare di chi non sapesse ancora se fosse il caso di ridere o di piangere.

— Già. Presso di te. Un’altra volta pigliami in parola subito. Ora a voi, vecchia ed umanissima padrona mia!

— Sì, bella padrona!

— irete subito al signor Concomodo che io non mi sono mai inteso di pagarlo perchè egli mi sfruttasse le terre, lesinando ogni spesa e mettendo male fra Stentone e me; che non l’ho mai e poi mai rimproverato pel nuovo impianto della siepe viva, e che molto meno gli ho scritto di espormi alla vendetta pubblica, stipendiando il mio prossimo a dodici soldi il giorno, compreso il vitto.

— E che prossimo! – osservò Peppina ridendo.

— Questo gli direte, – concluse Galeazzo, – aggiungendogli che mi mandi subito i conti, senza più oltre impacciarsi nelle cose mie.

— E subito piano, quasi fra sè:

— Ora posso dire di aver provato anche questa! Ma avanti che Maria mi ripigli a fare il Deus ex machina, voglio dar moglie ai miei figliuoli... almeno! Beati i poveri mille volte! Almeno essi non hanno altro obbligo che di pensare a sè.

— C’invidia? – chiese sorridendo Peppina, che aveva udito le ultime parole.

— Qualche volta, perchè no?

— Scusi, sa, ma mi pare che sbagli. Veda i morti, se non crede a me. Quelli son tutti poveri, intanto.

— I morti?

— Sì. Quando ne parte uno, fors’anche il re, si dice subito il povero re. Se noi altri, qualche volta, si stesse veramente più bene, gli darebbero anche del signore!

— Ma è un avvocato nato costei! – disse il conte guardando le altre.

Peppina, un po’ lieta dell’applauso, ma più paurosa di una gentile canzonatura, sciupò miseramente il suo trionfo oratorio col più inutile ed intempestivo multiloquio:

— Come? Non è forse la pazienza quella che ci salva il buon umore quando siamo sani? Ci scappi e subentri l’invidia, siamo anime dannate finchè campiamo!

E via di seguito.

Volete far parlar male una persona che parli bene naturalmente? È molto facile, basta lodarnela

IV.

Vario, come quello che, essendo l’ultimo, più ravvicina i diversi aspetti di queste scene descrittive, quando caratteristiche, quando giocose o meste, ma non basse e non false mai... si spera!

Mentre Nunziata sperimentava sopra sè stessa, ed a maggiori spese del detestato signor Concomodo, quanto il reprimere una qualunque soddisfazione sia più difficile e penoso che non il celare uno sconforto anche più grande, s’udì di fuori la bella vocina di Maria, che principiava a dire dall’anticamera:

— Abbiamo fatto furore, ed eccoci qua di nuovo, la balia ed io. Oh bravi! Vedo con piacere che il ghiaccio è rotto e a noi due ora, sposina bella! Voi avete invitato a nozze il mio fidanzato ed io ho invitato a Milano voi; siamo dunque vostri debitori entrambi, e però ci siamo uniti prima del tempo per regalarvi insieme questa collana di granati. Permettete che ve la metta in collo io?

— Ma guarda la signora contessa che s’è voluta disturbare! – rispose Giovannona, adottando, per non sbagliarsi, una formula ringraziatoria che deve rimontare ai tempi dei Reali di Francia. – Questi sì che son ben granati! Altro che quelli che mi ha dato mio marito!

— Povero Piangi! – sclamò Galeazzo. – È poi contento di voi?

— Credo bene!! – disse forte la sposa, colla più profonda e sincera persuasione del proprio valore.

–– E voi di lui!?

— Fa quel che voglio io, veramente, ma mi tocca di andarmene all’alba, per tornare a casa la sera all’avemaria. Un po’ più di fegato che avesse avuto, e mio padre si sarebbe contentato di due o tre mesi. Lui invece, per non sbagliare, sè impegnato per sette!

Pareva un’altra, per il momento. Ora almeno poteva palparsi in collo la sua bella collana, e pensare, palpandola, che valeva certo una buona trentina di bavare!

Intanto erano comparse tre tazze da tè e cinque bicchierini da rosolio. Quando venne la volta della balia, Maria, che la stava servendo, si voltò verso il conte e disse:

Indovina un po’, Galeazzo, di che nome è afflitta questa povera donna? Te lo do in mille!

— Chi sa mai!

— Si chiama Borgondofora! Se fosse brutta, povera lei! Ma è poi lecito portare intorno un nome eguale? Per lo meno ve lo storpieranno?

— No. Lo predico da tanto tempo che ormai me lo dicono bene, – rispose la balia.

— Sarà stato un capriccio di Don Angelo, non è vero? – le domandò Galeazzo.

— Sissignore. Quando aveva più morbino che non abbia ora, poveretto.

— Che ha? Sta male?

— Lo domandi un po’ alla sposa!

— Ma la sposa non volle dir nulla.

— Gliene hanno fatta una di grossa, – riprese l’altra decidendosi, – e sono già due o tre settimane che parla tale e quale di noi tutti, e non mai in difficile, come parlava prima.

— In difficile? – domandò Maria.

— Già. In moscovito! – rispose la balia, credendo così di spiegarsi meglio.

— Ma io non capisco nulla!

— Vuoi dire in punta di forchetta! – sclamò Galeazzo. – Avanti, avanti. Perchè ha tanto mutato Don Angelo?

Perchè Niccolino e la signora Ebe, impensieriti del passo tentato da Giovannona con l’ajuto di quel suo tal bracciante, e persuasissimi che lo zio, scoprendo il loro amore a cose quiete, si sarebbe opposto fino al punto di mandare la nipote Dio sa dove, pensarono bene di arrischiare una gran carta, e di fargli credere...

Non era vero!!?

— No.

— E voi pretendevate che io capissi!! – proruppe Galeazzo con piglio tragico, squassando le braccia verso la misera tradita.

— Ma!! – sospirò comicamente costei, nella speranza di far credere che omai se la rideva di tutte quelle cose.

Invece il fatto è che pensò sempre, fino ad ora di mettersi a letto, che se si fosse lasciata imbrogliare bene bene, cioè del tutto, i suoi affari avrebbero preso ben’altra piega, e alla peggio, anche indipendentemente dalle sue goffaggini coll’Illustrissimo, sarebbe almeno rimasta libera. Ma no! A forza di mettere il piede avanti per non cascare indietro, aveva ajutato Niccolino a fargliela, ed ora doveva smaltirsi fino alla consumazione il mite Piangi.

Tutto perchè madre Natura, quando l’ha con uno, gli dice appena nato:

— Va’ e gira. Tu vorrai essere sempre più fino di tutti gli altri.

*

*        *

Allorchè Peppina diventava mezza matta alla vista delle camere preparate per sè e per le compagne, e gridava forte a quest’ultime: «Ma guardate almeno, bassa pleba, in che modo vi trattano questa notte!» la loro bella ospite rimaneva sola con Galeazzo, e questi le diceva:

— Ora sarai contenta, spero, ma non ti lusingare troppo, fammi il favore. Io terrò tutto quello che ho promesso, per amor tuo e di Stentone, ma Coronaverde più che di sfuggita non mi vede più, e del villino potrai fare un ospizio di poveri a piacer tuo.

— Perchè?

— Perchè se per contentarti dovrò proprio andare di quando in quando, cioè di raro e il più sbrigativamente possibile, a vivere in campagna, voglio arrivarci almeno ad occhi chiusi, colla ferma speranza di poter credere più o meno nella buona volontà dei contadini, senza aver che fare con persone che disgraziatamente conosca troppo. Là ce ne sono parecchie, e poi non mi piacciono i luoghi, che diamine! Non si vedono che alberi e seminati, lo dovresti sapere, e se tu levi quel po’ di Po, largo e lungo fin che vuoi, ma non per questo men pericoloso quando è grosso, e meno brutto a vedersi quando è magro, che ti rimane? Dimmelo tu stessa.

— A me nulla. Ma a te rimarrà bene il piacere di poter paragonare, con perfetta cognizione dei termini di confronto, il tuo vecchio mezzajuolo d’un mese fa coll’uomo nuovo del prossimo autunno, nè troveresti mai, da quel che mi hai detto tu stesso, un contadino più meritevole di passare immantinente da uno stato all’altro.

— Sta’ tranquilla. Si rincorerà da sè solo, anche se io sto via.

— Ma sarai tu che vorrai vedere l’opera tua. Ed io son pronta a scommettere che la soddisfazione di aver purificato il vecchio ambiente d’una colonia ingiustamente abbandonata, ti farà stare così bene e così volentieri laggiù, come non staresti di certo in nessun altro luogo, più bello assai. Almeno alla Casanova sei sicuro di due o tre persone, e invece altrove la vecchia esperienza ti può far dubitare di tutti.

— Tanto meglio allora. Così non andrò a vivere nè qua nè là. Omai l’ho già capita. La campagna è fatta o pegli astuti che non si scoprono mai, o pei poveri di spirito che non han bisogno di celare nulla, non per me che sono troppo pigro per tenermi sempre chiuso, e troppo mutevole e capriccioso per aprirmi sempre.

— Ebbene, scommettiamo.

— Oh quanto poi a scommettere, no certo.

— Perchè?

— Perchè io tengo sempre contro desiderio, per non avere, perdendo, il danno, il malanno e l’uscio addosso. E per me gli usci di Coronaverde sono tre almeno: la vecchia, Pompeo e quel pochin di sposa. Più ci pensano Stentone e Piangi e meglio è... mi pare.

*

*        *

Costantina, dopo di avere udito sentenziare il nuovo suo fato, non aveva più aperto bocca se non per dare la buona notte ai padroni, e le era capitato di andare a dormire insieme con Peppina, la quale invece si sentiva più grilli in capo di quanti non ne avesse mai avuto da molto tempo.

— Oh che bel Milano, oh che bel Milano! Ma guarda Costantina che lenzuola! Ma senti se non ti pare di essere distesa sull’erba fiorita! Oh come odorano bene! Vieni a letto anche tu una buona volta! Pregherai domattina in Duomo, che diamine, quando andremo tutte alla messa con Donna Stella che ce lo promise. Non senti che batte il tocco? Dio vuole che si dorma a quest’ora, non che si preghi, e tre orette di sonno qua dentro debbono valere per sei nei nostri lettacci. Vieni.

Costantina le obbedì senza rispondere, e appena appena si lasciò fuggire qualche monosillabo quando, entrata sotto le coperte anche lei, dovette pure ammettere che non aveva mai nè visto nè sognato un letto eguale.

Ma, pochi momenti dopo, quando appunto l’altra principiava a dormicchiare, Costantina le prese una mano per tenerla sveglia, e le disse all’orecchio piano piano, come se avesse avvito paura che le pareti udissero:

— Peppina. Tu sei più vecchia di me, ma noi siamo state sempre buone amiche, non è vero?

— Bonissime. Ora ti viene in mente? Dormiamo, che è meglio.

— E se io ti domando un vero piacere da amica, me lo fai, o no?

— Volontieri. Purchè tu aspetti a domandarmelo domattina.

— No, ho troppo da dire, e non voglio che nessun altri m’oda. O mi lasci parlar subito, o non parlo più.

— Fa’ presto per l’amor di Dio. Siamo in piedi da stamane a mezzanotte, che mai non te ne scordassi.

Costantina tacque per un momento come per radunare davanti alla mente tutte le cose pensate nelle ultime ore, e poi disse:

— Senti. Io mi sono rassegnata alla volontà del padrone perchè altrimenti, se fosse andato in collera con me, avrebbe potuto pentirsi di far del bene a mio padre, ma non credere che sarei mai venuta a Milano se avessi saputo prima di non dover più tornare a Coronaverde.

— Se gli hai detto tu stesso che volevi andar a servire!

— Quante cose si dicono! Fin che ero là mi pareva facile, anzi preferibile, di non aver più quel traditore davanti agli occhi, ma ora che sono qua... è un’altra cosa: se non mi sentissi fermare da altri pensieri, tornerei indietro a qualunque costo. Odimi dunque.

— Si principia ora? Speravo che tu stessi per finire.

— Pensa bene prima di rispondere, – ripigliò Costantina cambiando tono, – e poi dimmi tu stessa se ti pare possibile che Pompeo, dopo la brutta lezione toccata a sua madre ed a lui, non metta subito un po’ di giudizio, e che poi, sapendomi così in buona vista, anzi così protetta dal suo padrone, non si penta amaramente di avermi disgustato a quella maniera. Ti pare possibile?

— Mi par difficile almeno. Basta che pensi al suo interesse.

— E però appunto ti prego di osservarlo pazientemente il più che potrai, e quando i suoi discorsi e la sua maniera di vivere ti paressero tali da lasciar supporre una qualche modificazione del suo sentimento rispetto a me, di dirgli a mio nome che seguiti, che tenga fermo, che il mio core per lui, nè si è voltato per la fortuna, nè si volterà mai per la distanza, e che se egli si conterrà veramente bene un anno o due, m’impegno. di diventare sua moglie senza perdere nulla affatto nella grazia del padrone. È molto buono, da quel che si è veduto e si vede, e per poco bene che mi conduca anch’io qui nella casa della contessa e poi son sicura che non m’abbandona più, chiunque sposi. Non credi?

Peppina tacque.

— Credi o no?

— Ho proprio da dire anch’io il mio sentimento, senza bisogno di fare preamboli, e senza venirti a raccontare che fra te per cognata e la prima donna venuta, preferisco te?

— No, non c’è bisogno. Fra noi due non è mai corsa la più piccola parola mal detta, e con me devi essere sicura di andar bene. Parla pure liberamente. Vuoi forse dirmi che ho molto torto, perchè Pompeo mi ha fatto una gran brutta figuraccia col padrone?

— Precisamente. Una figuraccia che potrei sopportare io da Piero, perchè c’è di mezzo il mio bimbo che m’ha legata per tutta la vita, ma tu, libera ed innocente, tu da Pompeo no!

— Un po’ di colpa ce l’ho avuta anch’io. L’ho trattato come un cane in chiesa, un maledetto giorno che s’è attaccato lite, e poi gli ho fatto capire ogni momento che non lo volevo più guardare quanto era lungo. È stato un troppo! Oh se avessi saputo che dodici ore di lontananza mi dovevano ridurre in questo stato!

— Lontana o vicina, un po’ d’amor proprio hai diritto di averlo, tu. Aspetta almeno a vedere se per caso ti scrivesse lui.

— Cosa vuoi che aspetti! E se poi non ci si arrischia per paura che io non gli risponda? Vuoi che mi umilii fino a scrivere io la prima? Tu sei là e tu puoi parlare con garbo, è una cosa ben diversa. Puoi anche vedere se in principio non ti convenga di lasciargli credere che l’idea sia tua.

Peppina balzò a sedere sul letto, e disse picchiando le mani:

–– Ma tu le hai proprio già pensate tutte, in due o tre ore! Andiamo, via. Ho bell’e capito. Tu sei più contenta di rovinarti con Pompeo, piuttosto che andar a star bene con chiunque altro. Confessalo almeno.

— Quasi quasi! – sospirò appena intelligibilmente Costantina, con un filo di voce che principiava a tremare.

— Allora, dimmene tante!

E tornò sotto, dando subito di volta nel letto, per attaccar sonno più presto.

Ma Costantina aveva già rotto in lagrime, nè più si curava di non far rumore, come parlando. L’altra, che non era punto cattiva, le fu subito intorno con molta amorevolezza, ripetendole più volte che avrebbe esaurito con ogni cura la delicata missione affidatale; e che poi le avrebbe scritto in lungo ed in largo tutta quanta la storia. Non bastò. Peppina la prese da un altro verso, e seguitò a dirle che qualche vizietto in gioventù non voleva dir nulla, e che importa più di tutto di sposare un uomo al quale si sappia di voler già bene... come se Costantina fosse stata una bimba capricciosa, che si potesse quietare col sentirsi dire che non aveva torto. Invece, quando i singulti cessavano un momento di romperle il petto, non ne profittava per altro che per dire a sbalzi:

— Se non si rivela chiaramente a parole – informati destramente se muta sistema di vita – se s’alza più presto – se va ancora a letto così tardi – guarda se sta più composto in chiesa – o se ti pare che beva un po’ meno.

Voleva insomma che Peppina si risolvesse a dirgli tutto in ogni modo, e andò avanti così o a piangere od a rammaricarsi finchè i primi barlumi dell’alba ruppero il bujo delle persiane, e cominciarono a disegnare le graziose curve delle belle tende.

Allora, allora soltanto, una soave calma s’insinuò dolcemente dentro di lei, e Peppina che teneva il fiato per paura che tornasse daccapo, le vide socchiudere gli occhi ogni qual tratto, all’usanza dei febbricitanti quando si placano, poi la udì respirare più lentamente e poi... poi coll’ajuto di Dio si mise a dormire anche lei.

— Su, belle ragazze! – gridò subito Donna Stella picchiando alla loro porta. – Se non facciamo a tempo della prima messa, scappa la corsa. Le vostre compagne si stanno vestendo. Su.

Peppina e Costantina saltarono fuori delle coperte stropicciandosi gli occhi, e quella subito lì a sedere, come intontita:

— Viva la faccia di Coronaverde! Almeno là si dorme! – pensò tra sè.

*

*       *

Ora accadde che anche la vecchia, anche Giovannona, anche la balia, uscirono tutte tre dalla loro stanza colle occhiaje livide, come le due ragazze. L’ultima non aveva dormito nulla, perchè non s’era mai potuta levare di capo l’idea della creatura lasciata a casa; Giovannona perchè aveva pensato continuamente al gran gusto, anzi alle precise parole delle sue più odiose amiche intime, quando avessero saputo i casi suoi; e la vecchia... oh la vecchia ne aveva ruminate tante e poi tante, quante appena se ne possono ruminare in una nottata.

— Pace vuol essere per dormire; altro che bei letti e che lenzuola morbide!

Così pensava Peppina, quando salì a cassetta per pigliar aria, e per svegliarsi bene celiando con un vero cocchiere. Ma ora che disgraziatamente c’è anche Donna Stella dentro la carrozza, non ci regge davvero l’animo di fare una seconda scorreria rusticale lungo Milano, per andare a finire alla stazione una seconda volta. Diremo soltanto che la balia e Costantina uscirono di chiesa come ravvivate entrambe; che quest’ultima, congedandosi da Peppina, se la strinse al collo come se fossero state sorelle di sangue, e che fra le molte notturne ruminazioni della vecchia ne venne fuori subito una, la quale non riguardava già il passato come certe altre, ma bensì il più prossimo futuro:

— Procuri, – disse a Donna Stella, quando costei si preparava a comperare i tre biglietti, – che il signor padrone si risolva a scrivere lui, lui in persona, tanto a mio marito quanto al signor Concomodo, perchè, se Peppina e Giovannona baderanno a me, noi non diremo niente, ma proprio niente a nessuno. O è sicuro che non ci credono, e che ci mandano a San Lazzaro come tre matte.

— Non abbiate paura. Sanno già tutto.

— Sì!! I nostri di casa!! Se non glielo ha detto lo Spirito Santo!

— No, fu un uomo, e un uomo di questo mondo. Il signor conte ve lo ha taciuto jersera per non mandarvi a letto con troppe sorprese, ed io ho avuto incarico di dirvelo stamane, perchè facciate il viaggio senza darvi pensiero d’altri discorsi. Mentre jeri voi venivate qui, è andato là il principale agente del vostro padrone, quello che voi chiamate il tarlo grosso, che ròsica da Milano...

— Ma che memoria, Gesummaria! Non glien’è scappata neanche una!

— A quest’ora egli avrà già combinato ogni cosa per la cessione del bifolco, per le fabbriche, e perchè vostro marito, da oggi in avanti, non abbia più da struggersi con altri Concomodi intermediari. Che bella cosa! Un padrone e un contadino uniti insieme come la mano e il guanto! Ma così bisogna fare, se si vuol tener testa al Gran Nemico, o altrimenti finiremo come gli antropofagi i quali dicono: «Tutti gli uomini vengono al mondo per mandar dentro qualche cosa mangiando; noi siamo uomini e non abbiamo nulla da mandar dentro, dunque mangiamoci!»

Guarda se è roba questa da tirar fuori alla stazione, parlando con una contadina che sta per partire colle pive nel sacco! Sbrighiamoci noi, per lei, aggiungendo soltanto che la vecchia, nel passare poco prima davanti ad una farmacia, aveva voluto provvedere del buono spirito canforato per il suo consorte, il quale pativa le doglie reumatiche nell’inverno, cioè la bellezza di otto mesi dopo, e che Peppina s’annojò così mortalmente delle sue ammusonate compagne che, per potere scambiare qualche parola, credette bene di piantarle in seconda classe, ricoverando in terza con delle altre contadine.

Che sciocca! Rinunziare così alla vista della vecchia, preoccupatissima di portar sano a casa il suo fiaschetto di spirito canforato! Un’altra avrebbe osservato invece che lo spettacolo era molto istruttivo, e che quella prima gentilezza coniugale, per essere in ritardo di un buon quarto di secolo, non viaggiava meno nel più significante di tutti i recipienti.

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011