Alberto Cantoni

 

L’ILLUSTRISSIMO

ROMANZO

 

 

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, L’Illustrissimo, con uno studio preliminare di Luigi Pirandello, Roma, Nuova Antologia, 1906

reprint: Lampi di stampa, Milano 2003

PARTE QUINTA

Pompeo, Piangi e Sua Eccellenza.

I.

E acqua su acqua, la stalla omai non ne voleva più. Pompeo fu il primo a smettere, e preso Galeazzo pel braccio, se lo trascinò dietro fuor della porta.

— Intanto che torna Piero, andiamo a bagnarci la bocca. Stanotte s’è lavorato anche troppo.

— Aspettate un momento. Voglio avvisare i vostri genitori, – rispose Galeazzo, che, pur di mettersi a sedere un quarto d’ora, si sarebbe sorbito anche qualcuno peggio di Pompeo.

— Ci penso io. – Ehi, mamma, si va e si viene.

— Badate almeno di tornare sulle vostre gambe! – gridò la vecchia.

L’osteria era piena di gente, ciò che nella Italia rustica significa sempre piena di frastuono. Altrove, in giorno di lavoro, avrebbe anche significato piena di gente bastantemente sudicia, ma a Coronaverde no, perchè il vivere nelle abitazioni relativamente belle che si sogliono costruire per amore dei bachi in tutta la provincia, ha già avvezzato coll’andar del tempo gli abitatori ad un più accurato governo delle persone e delle vesti.

Le avventure della nottata avevano fatto passare la voglia di lavorare a tutti, e ognuno aveva sentito il bisogno di sminuzzare i più esigui particolari, coll’ajuto di quel sottile mastro d’analisi che è un bicchier di vino bevuto in compagnia. Le opinioni erano molto discordi, come accade quasi sempre nei ritrovi dei nostri agricoltori, dove, mercè degli ottimi polmoni, nessuno sente il bisogno di tacere perchè gli altri gridano, ma in una cosa sola s’accordavano tutti: ed era che Stentone aveva fatto male ad accogliere un disperato senza pagarlo; che un fatto simile in una regione troppo ricca di braccia valeva bene un esempio, e che però, se quello era stato il vero movente degli incendiarii, la lezioncina gli stava assai bene. S’intende che i più persuasi di tutti erano coloro appunto i quali, pochi giorni prima, avrebbero accolto il Milanese più volentieri, anche se avesse dichiarato di poter vivere a polenta ed acqua.

Il solenne ingresso di Pompeo con seguito, mise tosto fine alle umanissime e benigne glosse. Tutti tacquero per farsegli intorno e domandare che cosa ne pensasse lui.

— Penso che se mio padre non fosse quello stinco di santo che è per disgrazia nostra, e sua, nessuno al mondo avrebbe potuto farci più bel servizio di quel birbone che ci ha dato foco. Se fossi in lui, cioè a dire, in mio padre, vorrei andare subito a Milano, e ne darei ad intendere tante e poi tante all’Illustrissimo, che oltre ad un nuovo rustico più grosso il doppio del vecchio, ci caverei da stare bene un anno. Già tanto non c’è pericolo che venga a verificare. Sono cinquant’anni che lavoriamo per mantenere i vizi di suo padre e i suoi, e ancora non s’è visto.

— Perchè non vai tu? – gli domandarono tutti, meno Galeazzo che se la rideva sotto i baffi.

— Con mio padre a casa? Starei fresco. Appena potesse capire che io ne avessi sballata una che è una, vorrei morire qua subito se non sarebbe capace di andare apposta a Milano per dire che non è vero. Che volete? Sono teste fatte così, e poveri signori se non ne saltasse fuori ancora taluna qua e là. Ma, scusate, omai quel che è bruciato, è bruciato, e qui non c’è più posto. Vado a sedere in corte col mio bracciante.

Scelse il cantuccio più remoto del pergolato, dove la festa si soleva giocare alle bocce, e impancatosi, dirimpetto a Galeazzo, gli disse tosto col viso di un uomo che volesse fare lo spiritoso:

— Io non me ne ho mica a male.

— Non ve ne avete a male? Di che? – domandò Galeazzo, il quale ignorava che molti contadini sogliono principiare i loro discorsi a metà, pur di imbrogliare come meglio possono le persone con le quali stanno confabulando.

— Che Costantina vi piaccia.

Galeazzo aggrottò un momento le sopracciglia e poi, come se avesse preso tosto il suo partito, rispose secco secco in buon milanese:

— Mi piace sì.

— Lo so da me, vi dico, e me ne sono accorto fin dal secondo giorno della vostra dimora in mezzo a noi. Sarò stato lontano seicento passi a dir poco, eppure, con quel vento, ho udito benissimo che avete chiacchierato insieme continuamente. Che vento! Quello ci voleva questa notte!! E non basta. Dove vi siete seduto or ora a far colazione Lungo ’l fosso di casa, accanto a lei che lavava le lenzuola, libero come eravate di mangiare in pace dove più vi fosse piaciuto. Se questa non è simpatia, che cos’è?

— È simpatia, è, è! – ribattè Galeazzo per incitare l’altro a metter fuori tutto.

— E ci ho gusto, vi ripeto. Non le voglio già male io, a Costantina; le voglio bene ancora, anzi; ma come fare quando non s’è mai potuto combinarci nelle nostre massime? Dite la verità: che vi ha detto di me?

— Che avete fatto all’amore per degli anni, e che poi l’avete piantata.

— Ha detto così? Eppure non è mica vero. È stata lei piuttosto che ha piantato me. Se sapeste come mi ha trattato l’ultima volta che s’è discorso insieme. Un altro se ne sarebbe avuto a male, ma io che son bonaccio, non ho saputo far altro che tacere. Eppure, credetelo, me ne ha dette troppe.

— Troppe? Bisognerebbe sapere che cosa vi meritavate, prima di dire che sono state troppe.

Qui Pompeo posò l’indice sul pollice a becco d’oca, e scandendo uno per uno coi movimenti della mano tutti i membretti delle sue proposizioni, cominciò a dire:

— Via, capisco benissimo che voi ne sapete più assai di quello che dite, e però ho molto piacere di parlarvene a core aperto. Per qual ragione volete che pigli moglie subito, io così giovine? Per cominciar a tribolare più presto? No, eh? Io sto bene così: mangio col capo nel sacco, ho un padre che veglia la notte per trovar modo di lavorare un par d’orette più del bisogno di giorno, ho due donne in casa che vanno a gara per ravviarmi la biancheria e per assettarmi i panni; dunque, finchè la mi va così, io, fra i pari miei, cattiva figura non ce la posso fare. Voi però potreste dire: vostra sorella è matura, molto matura, e può ben prendere marito lei! È vero. Ma io, Pompeo, debbo essere tanto minchione da rischiare il certo per l’incerto, finchè non ho toccato con mano che mia madre, da sola, non mi basta più? Non c’è Peppina che la potrà ajutare tra breve? E quando Piero avrà messo famiglia, basterà la Casanova per tutti se la metto anch’io? Poniamo che non basti: a chi toccherà d’uscir fuori il primo? A me, al più giovine. E io che sto bene, devo andare incontro, così per ridere, a tutti questi guai? No, eh? Capisco benissimo che il mio giovedì grasso non potrà durare in eterno, capisco benissimo che la quaresima mi arriverà un giorno o l’altro, come arriva tutti, ma in nome di Dio, lasciate che aspetti le Ceneri! Allora, quando mio padre e mia madre avranno cinque o sei anni di più, allora, non dico, sarà un’altra cosa, avrò bisogno anch’io della mia servitù come ce l’hanno tutti, e farò come fanno gli altri: prenderò moglie. Ma ora!! Se Costantina, per disgrazia sua e mia, non fosse stata una creatura del tempo antico, di quelle, faccio per dire, che andavano a nozze coll’abito greggio filato e tessuto con le loro proprie mani, se fosse stata invece una ragazza disinvolta, sviluppata, liberale come usa ora, oh avreste veduto che bell’accordo sarebbe stato il nostro! Ma sì, più facile farmi intendere da questo tavolino!

E ci picchiò sopra col suo bicchiere, omai vuoto.

Galeazzo non aveva ancora toccato il proprio. Che un uomo fosse tratto come per istinto a condurre i suoi amori su per giù a quel modo, gli pareva che potesse ancora passare, ma che un ipocrita, nella breve semplicità della sua mente di contadino, fosse capace, così giovine, di arrivare a quel punto, cioè a metter insieme, anticipatamente, tutta quanta la sua brava teoria, oh per dinci santo che gli pareva troppo! Fece scorrere la mano sopra i baffi, tanto per isbuffare un po’ senz’esser visto, e poi domandò sommessamente:

— E così?

— E così io mi ritrovo ora in una specie di gineprajo, e non so da che parte uscirne. Da un lato, fin che mi dura la testa sana, debbo pur dire che io, nel pozzo, non mi ci voglio gettar davvero, ma dall’altro!... Dall’altro lato c’è una povera figliuola, che non mi ha fatto mai niente di male, che anzi mi ha voluto bene a modo suo, e che, mentre si strugge e dimagra ogni giorno più, può credere benissimo che ce n’abbia colpa io. La colpa ce l’ha lei, questo si sa, ma mi dispiace egualmente, non lo posso negare. Per tutte queste ragioni...

Qui Pompeo s’interruppe da solo, un po’ perchè era molto imbrogliato ad andare avanti, e un po’ per votare nel proprio bicchiere i pochi sorsi avanzati in fondo ella mezzina.

— Per queste ragioni – ripetè Galeazzo, come per ajutarlo a non perdere il filo del discorso.

— Per queste ragioni, – tornò a dire Pompeo a voce più alta, come chi avesse trovato, in quell’attimo, il miglior modo di tirare innanzi, – voi potete ben immaginare che nessuno sarebbe più contento di me se la mia vecchia amorosa potesse imbattere bene come... via, siamo giusti, come effettivamente si merita, e poichè voi...

— Io? Come c’entro io? – domandò Galeazzo con un brusco movimento del capo.

— Lasciatemi finire. E poichè voi avete confessato che essa vi piace, e poichè essa, dal canto suo, ha già dimostrato che anche voi, alla vostra volta, non le siete affatto antipatico (prova ne sia che venerdì, per una parola sola che il vento mi portava detta da voi, ne avrò sentito rispondere cento almeno dette da lei), così mi pare che voi potreste... seguitare a confortarla nella sua attuale malinconia, e beati noi, tutti tre, se così seguitando, vi ritrovaste entrambi tanto d’accordo, da stare bene eternamente voi, e da lasciar fiatare una buona volta anche me. Sì, lo confesso, io non era nato per questo genere di innamoramenti che pajono malattie, e se lo avessi saputo prima, non mi ci sarei messo davvero; ma ormai, dopo tre anni, sento proprio il bisogno di mettermi in convalescenza da qualche altra parte. Se non che, intenderete bene, vorrei poter condurre le cose pulitamente, senza altre scene, e sopratutto senza lasciar dire a nessuno che mi ritrovo con una spugna in petto. Come va questa faccenda che non bevete mai? – concluse cambiando tono, ed offrendogli il bicchiere.

Galeazzo glielo tolse di mano nell’alzarsi in piedi, e riponendolo tal quale sopra la tavola:

— Io con voi non bevo, – rispose, avviandosi difilato verso la porta.

— Perchè? Che v’ho detto di male? Ancora che m’affanno io solo per contentarci in tre!

Galeazzo non rispose nulla e subito, appena fuori, pensò:

— Oh sia pur maledetto questo vestito da pover’uomo che m’ajuta a conoscere troppo e troppo presto il mio prossimo e che ogni giorno, per lo meno, m’invecchia d’un anno! Sì, se fossi stato qui cinque anni, in persona mia, ne avrei saputo assai meno intorno ai contadini di quel che non ne abbia saputo in cinque giorni, vestito così, ma ho fatto un bel guadagno a conoscere a fondo questo pezzo d’egoista! E non sarà il solo, e ce ne saran di peggio! Che gusto poi ci provi Domeneddio a metterli al mondo non si sa. Io vado via. Mi riposo qualche ora dormendo questa notte, e domattina con una scusa o coll’altra, vado via. Oh se vado! Non mi piacciono, della famiglia, che il militare e il vecchio, e quello sta per andarsene, e questo è un personaggio che quasi non parla. Ci rimetto poco. Quello che ho guadagnato lo sento ora, nei gomiti, con le botte che ho buscato in grazia dell’incendio. Domani alla più lunga son sicuro di averci i lividi, e li farò vedere a Maria. Se non le basteranno, se ne cercherà un altro, ed io metterò Costantina a Lodi dalle Dame Inglesi. Un pajo d’anni che me la possano manipolare bene, e son sicuro che ci caveranno fuori una gentildonna quanto un’altra, e meglio. La pasta c’è.

Ma qui la imagine di Pompeo tornò ad intrùdere per forza nelle sue meditazioni, ed egli, pur di levarla di mezzo, dovette dire ad uso di Bernardo Davanzati:

— No no, moglie pari, e una giovane che abbia avuto quello sguajato in core, non potrà mai diventare una pari mia, per fare che facciano le Dame Inglesi. Maria mi conviene assai più. Ha voluto servirsi di me per pigliar di fronte l’assenteismo nostrale, è vero, ma l’ha fatto con buona

intenzione, e non è sua colpa se io, in cinque giorni, non ho imparato che ad empire fossi ed a scorciare il grano. Tutte cose troppo facili ed io ne son satollo. Andrà a fare la contadina lei, se ne avrà voglia.

II.

Intanto la cucina della Casanova si era quasi trasformata in una gabbia di matti, e le sue pareti, appunto perchè vuote, rimandavano altrettanto maggiormente l’eco d’un grottesco litigio dibattuto dentro di essa. La poca gente rimasta in corte, omai sazia di guardare a bocca aperta le ruine dell’incendio, tendeva ora avidamente le orecchie verso le finestre, e chi dava fuori, da un momento all’altro, in una gran risata, e chi batteva dei gomiti nei fianchi dei vicini, col proposito di farli tacere, e di udire possibilmente ogni cosa.

Finalmente Stentone si affacciò alla porta dell’andito, come uno che volesse andar via per non poterne più, e subito Piangi (il quale piangeva forte da un quarto d’ora, benchè fosse vestito dei migliori suoi abiti) lo rincorse sul limitare, e fece di tutto per attaccarsegli ai panni.

L’altro, già fuor de’ gangheri da un pezzo, gli diede una tale spinta che per poco non lo distese a terra, e poi trattando su per giù allo stesso modo i tavolini, le sedie, i ragazzi, e gli altri utensili immobili e semoventi che ingombravano l’aja, s’aperse il varco alla volta dell’argine maestro, e via a gambe levate verso il capoluogo del distretto, ruminando in capo la sua beata denunzia. Chi gli avesse detto mezz’ora prima che, pur di andarsene, avrebbe lasciato volentieri il suo povero grano in corte, e sarebbe corso in pretura collo stesso animo col quale i malfattori correvano anticamente a salvarsi in chiesa!

Piangi, sbigottito dall’urtone, s’abbrancò per di fuori alla ferriata della finestra, e con quella voce volubilissima che gli era propria: una vocina fessa e chioccia nelle note di petto, quanto stridula e canina in quelle di gola, domandò ululando verso il di dentro:

— Ma che devo fare di più, Gesù mio, che devo dire?

— Prova a fargli parlare dal signor Concomodo, gli rispose Giovannona che, per non essere veduta dagli astanti, s’era tutta rannicchiata dietro l’intelajatura della finestra.

— Conterà assai! – rispose Piangi nell’andarsene, e levando le braccia verso Domeneddio in atto di disperazione.

Se non che gli astanti, un po’ per ridere, un po’ sul serio, gli furono tutti dietro, e chi lo consigliava di far intromettere addirittura il signor sindaco, chi di ricorrere cristianamente al signor curato, al punto che Piangi, invelenito da tutti i calci che gli piovevano sulle calcagna, provò prima a dire, gridando: «Sì, hanno proprio tempo e voglia di voltare il capo ad un uomo in ventiquattr’ore» e poi, come disperato, non seppe schermirsi meglio che infilando, a scappa e fuggi, la strada che menava in paese.

All’ultima svolta (era Dio che glielo mandava) vide sbucare da lungi la bella figura di Galeazzo che, tutto assorto nel suo monologo, ritornava giusto allora dall’osteria, e gettandosegli incontro a braccia aperte, gli disse con quell’accento sussultorio che è particolare ai piagnucoloni, subito dopo che han finito di piangere:

— Se sapeste... oh se sapeste! Voi che jer l’altro mi levaste ogni speranza, non avreste mai creduto nè che Giovannona aderisse oggi a pigliarmi subito, nè che la sua adesione mi costasse quasi più pianti dei suoi rifiuti. Eppure è così.

— Parlate sul serio? – domandò Galeazzo sorridendo bonariamente, come quello che ormai, dopo di avere succiato Pompeo, si contentava ben volentieri di Piangi.

— Volesse Dio che parlassi da burla! M’era appena gettato sul letto per rifarmi un pochino della nottataccia che s’è fatto tutti, quando Giovannona mi capita in camera come il subisso, e mi dice ansando: «Senti, Piangi. Domenica è Pasqua. Di tre pubblicazioni che ci vogliono in chiesa, se ne guadagna una, perchè la festa è doppia. Se tu sei capace di condurre domani al più tardi mio padre in comunità, e di avere il suo consenso perchè si faccia la richiesta subito, io, appena spirati i quindici giorni dell’affissione, ti sposo». Ho creduto, così nell’estasi del primo momento, che il foco di questa notte le fosse arrivato al core, e son saltato giù del letto come un capriolo innamorato, già omai sicuro della sua vittoria. Bel capriolo! Giovannona mi ha tolto d’illusione subito, raccontandomi di avere appena saputo dal messo di Dolo che jeri Don Angelo andò a gettarsi quasi fuori di sè nelle braccia di quella Giunta municipale, pregandola e supplicandola di mettere presto in regola le carte di sua nipote; perchè... il perchè probabilmente non lo avrà neanche detto, ma s’è capito... perchè bisogna far presto.

— Davvero! – domandò Galeazzo maravigliatissimo.

— Già. Un matrimonio alla moda.

— Pover’uomo, mi dispiace in verità. M’è sembrato una così buona persona!

— Vi è sembrato quel che è. Non ne ha colpa già lui se sua nipote ha dato retta a Niccolino. È Giovannona piuttosto che se lo merita, Giovannona che ha avuto cuore di dirmi queste precise parole: «Ora sta in te. Voglio sposarmi prima e non dopo di quei due furfanti, bene o male non importa, Piangi o Ridi non importa, ma o prima o non più tardi di loro. È per questo ti piglio. Ma se tu sgarri d’un giorno solo, ti puoi pulire la bocca, perchè Giovannona dentro di questa camera non ci dorme più. Vado. E tu vestiti bene e vieni a domandarmi senza perder tempo».

— Col foco in casa?

— Col foco in casa. Voi siete quasi un cittadino, mi diceste jer l’altro, voi non potete sapere per prova cosa diventi la testa d’una villana quando s’impuntiglia, e beato voi che non lo abbiate da sapere mai. Che volete! L’ho tanto desiderata io, quella ragazza, che dieci minuti dopo stavo già correndo vestito in gala nella corte e nei dintorni della Casanova, per raccattare il vecchio e la vecchia che non si trovavano. L’una stava chiamando a raccolta i polli nel prato, e l’altro s’era già avviato verso la Pretura lungo l’argine maestro. Li ho dovuti tirare a casa colle belle e colle buone, e lì... Gesù mio, che scena! Stentone non mi ha lasciato nemmeno finire il discorso, che mi ha detto subito, alla sua maniera: «Come! come! Mi domandi la figliuola in primavera, e vuoi che io venga domani, a far la richiesta in comunità, colla casa in questo stato? Va’ a domandare un posto all’ospedale che è meglio! Io me l’aspettava, per dir la verità, e però non mi son perso d’animo, lì sulle prime, ed anzi ho seguitato a ragionare, a predicare, a battere il chiodo finchè era caldo, e subito la gente di fuori a guardar dentro e a ridere. Stentone parla poco, ve ne sarete accorto anche voi, e dopo quella prima sfuriata, non gli potei cavar altro che un no continuo, un no che non finiva mai, espresso colla testa, da stare in piedi, ma giù, fin quasi a mezza vita; come se egli si fosse mutato nel batacchio d’una campana quando la suonano. Me la son vista brutta, e ho incominciato subito a giungere le mani, ad invocare i santi, ed a piangere, a piangere come un vitello. Poi ho detto: se non lo smuovo un pochino ora, io dentro quest’oggi non lo smuovo più; e mi son buttato in ginocchio sull’uscio, e ho incominciato a dondolarmi anch’io di qua e di là per la disperazione, e Giovannona, con quel po’ di fiato che ha in corpo, s’è messa a strepitare anche più forte di me, e...

— E non ci avete cavato nulla?

— No. Il batacchio seguitava sempre a dir di no. Mi ha dato prima una spinta in casa contro l’uscio, poi un’altra dalla porta contro il muro, e poi è corso via che nemmeno il terremoto ha mai corso tanto.

— Ma che diceva la vecchia?

–– La vecchia? Quando uno è pronto a sposare, le vecchie son fatte apposta per non dir mai nè sì nè no. Da una parte sperano di trovar di meglio, dall’altra hanno paura che scappi anche quello... e poi cosa volevate che dicesse con un testone così inferocito? Un uomo che non la può patire fin da quando l’ha annusata bene, e che se le allunga un pugno, l’ammazza tutta! Taceva, credo, posto pure che non avesse voglia di ridere anche lei, come quei buffoni lì fuori in corte, che si tenevano i fianchi. Ridete pure anche voi; omai ci sono avvezzo e non me ne ho più a male.

Galeazzo, che aveva già sorriso più volte anche prima di ottenerne il permesso, ne profittò ancora un pochino per compiacenza e poi, colla frase consacrata da millanta opere buffe, domandò quasi cantarellando:

— Ed ora, che si fa?

Qui Piangi posò il pugno sulla bocca socchiusa e, guardando a terra con una occhiata lunga e torta dalla quale traspariva tutta la rusticissima indole sua, un po’ più maliziosa che scioccherella, rispose assai cogitabondo:

— Ma! Giovannona mi ha detto di mettere in moto il signor Concomodo, una comare il signor Curato, ed un compare il Sindaco, ma io la so più lunga di tutti, e, ho già capito che se la voglio aver vinta, non mi rimane più che un partito solo, l’ultimo e il più disperato di tutti.

— Quale?

— Far dire a Stentone che io m’impegno di lasciare che la sua figliuola seguiti come ha sempre fatto a lavorare da lui fino a tutti gli Ognissanti di quest’anno, e confermarglielo io stesso e a voce, e in iscritto, e se vuole anche davanti a due testimoni. Altrimenti non ci cavo nulla. Ma sarà qualche cosa di orrendo, sapete! Avere una moglie valida come quella, e dover seguitare ogni giorno, e per ben sei mesi, a farmi il letto da me, la polenta da me, tutto da me come faccio ora! Una donna che mangia bene sì, ma che egualmente mi guadagnerebbe in un anno più assai di quello che non mangi in due.

— Eppure, volendo, ci sarebbe un rimedio! – sclamò Galeazzo tra il buffo e il serio.

— Un rimedio!?

— Sì, ed onesto, ma buono soltanto fra due mesi o tre. E sarebbe quello di poter invocare l’annullamento della vostra obbligazione per amore della moglie.., e del suo stato.

— Qui, Piangi, non ostante la faccia scialba, e il lungo e lanternuto corpicciuolo, divenne qualche cosa d’impagabile. Picchiò modestamente sulla spalla di Galeazzo, e poi, da uomo cauto che avesse già pensato al suo piano di difesa, rispose sorridendo:

— Ci penserò. Ma è un gran pezzo di donna, sapete, e sono quelle appunto le donne che meno contentano il Re!

III.

La contessa, due giorni prima, non era ancora ben discesa a terra davanti alla Brena, che già Nunziata aveva messo fuori la voce di avere tosto bisogno di una balia da spedire a Milano in una casa piena zeppa di grazia di Dio, e questa voce girando, era arrivata assai presto all’orecchio di una bella sposa, in tenère di Dolo, che si era proposta fin dal primó momento di andare a Coronaverde ad offerirsi. Quando poi seppe dell’incendio fu presa anche lei come tant’altre dalla curiosità di correre a vederlo, e senza mettere maggior tempo in mezzo, capitò alla Casanova quando appunto il povero Piangi stava versando la piena dei suoi affetti nel core di Galeazzo.

Nunziata, assai contenta dell’aspetto e delle forme di quella giovane e vigorosa volontaria d’un anno, le fece un mondo di amorevolezze, e poi, con tutta la giocondità di cui era capace pensando alla mancia, chiamò forte Costantina e disse:

— Da brava. Il Milanese scriverebbe certo meglio di te, ma poichè non gli si è mai detto nulla, conviene di tacere ancora. Procurati, guardando un po’ nei tuoi cassetti, un po’ nei miei, l’occorrente da scrivere, siediti là al mio tavolone che è giusto all’ombra, e avvisa subito la contessa che s’è trovata la balia.

— Io? Qua in corte? – domandò Costantina sbigottita.

— Tu stessa, – rispose perentoriamente la vecchia. – La mia casa è troppo vuota, la tua è troppo piena, e Giovannona e Pompeo scriverebbero certo peggio di te.

— Non c’è Piero? Non c’è Peppina?

— Sì, valli a cercare ora quegli indiscreti che non tornan mai. Non fare smorfie. Guarda bene questa bella donna, e scrivi che è proprio come la vuole la contessa: latte fresco, gioventù, bel sangue, bei capelli...

— Oimè! Da che gente mi mandate? Mi apriranno la bocca e mi guarderanno i denti, come alle puledre! – esclamò ridendo la balia.

— Brava! – proruppe Nunziata. – Ha nominato anche i denti, che non potrebbero essere belli, e tu diglielo, Costantina. Aggiungi che è moglie legittima del suo legittimo marito, che la creatura è viva e forte, e che l’ha comperata sono appena due settimane...

— Più, più.

— Diciamo due. Prima che andiate, ne passeranno, se occorre, altre quattro, e chi ci bada allora che sien sei o sette? Metti pure che la mandino a vedere quando vogliono, e ch’essa è pronta a partire quando piacerà alle Celenze che l’hanno cercata.

— Ma mi ci vuole due ore a dire tutta questa roba! – sclamò Costantina quasi disperata. – Non sapete che io quando scrivo è come se pitturassi?

— Poco male. Oggi non si lavora, e per lo sgombero della corte faremo senza te. Devi dirle anzi ogni cosa anche dell’incendio, pregandola, come si prega la Madonna, di stare dietro al Padrone, perchè si metta una mano al petto e ci venga in ajuto. Di’ che abbiamo perduto quasi tutto noi per salvare la casa sua; che il nostro grano s’è sciupato più di mezzo, che mio marito, io e tutti i miei figliuoli abbiamo rischiato più volte di romperci l’osso del collo, e che anzi la mia unica figlia è quasi ammattita per lo spavento e la disperazione.

— Ammattita sarete voi! – sclamò Giovannona che aveva udito le ultime parole nel passare accanto.

— Non ha mica torto! Che bisogno c’è di dir bugie? – osservò Costantina.

— Tacete, sciocche tutte due! Non capite che tutto fa, tutto giova? I signori non hanno il pelo sul cuore per nulla. Fanno sempre la tara alle nostre parole, e se si dice un braccio, è già molto se credono un dito. Se s’avesse poi da dir la verità! Andiamo, balia. Intanto che questa scrive, e che mia figlia stende i lenzuoli lavati or ora, voi verrete con me qui nella casetta del mio bifolco, e mi ajuterete a mettere un po’ d’ordine a tutta la roba che ha volato questa notte. Poi farete penitenza con noi, ma alla bell’e meglio, qui nella corte, e dopo, a lettera finita, la farò leggere tutta davanti a voi. Andiamo!

Quando Galeazzo ritornò a casa, e vide Costantina tutta assorta nello scrivere adagio adagio, e col capo reclinato a sinistra, la sua lunghissima tiritera, non potè a meno di pensare a Castel Capuano di Napoli, dove, pochi anni prima, gli era accaduto di vedere, nell’identico atteggiamento, una pubblica scrivana all’aria aperta. Le andò dietro in punta di piedi e le disse:

— Brava! Son lieto che profittiate dei miei consigli. Non scriverete già a Pompeo, voglio sperare!

— Lasciatemi in pace, – rispose Costantina senza scostarsi menomamente. – M’ingegno di avvisare la Contessa che la balia è già saltata fuori, e poi mi toccherà di gonfiare la storia dell’incendio, per impietosire il padrone. Andate via, fatemi questo gran piacere.

— Dov’è la balia?

— Là, in casa mia.

Galeazzo fece capolino all’uscio additatogli da Costantina, e avvisò del suo ritorno la vecchia, guardando la giovane.

— Aspettate un pochino, – disse Nunziata, – e se intanto Piero non si sarà fatto vivo da sè, andategli a dire che il foco è spento da più di un’ora, e che si spicci se vuole mangiare un boccone prima di portar dentro ogni cosa. Sapete dov’è?

— Io no.

— Accanto alla chiesa, e sta scaricando la roba di Peppina. Sono quasi tre ore che se n’è andato ed io intanto sono qua che aspetto, io, la madre, per fare i comodi dell’amorosa. Gran brutto mondo è diventato questo! Eppure il mio Piero è stato sempre un buon figliuolo!...

Basta, per carità. Sappiamo che accade quando una ciarliera e finta abbia accanto una donna del suo medesimo ceto ch’ella conosca poco o, peggio ancora, che non abbia mai visto. Non si cheta più. Ora la fortuna è capitata alla balia, e se la digerisca lei.

Così, o presso a poco, dovette pensare Galeazzo quando si tolse dall’uscio per andare a verificare, di veduta, se il foco fosse veramente spento, come diceva la vecchia. Se non che gli occhi, a mezza strada, gli caddero involontariamente sopra Giovannona che seguitava a stendere la biancheria, e quella subita vista lo fece mutar di proposito, e lo condusse a lei. Un capretto che vada al macello non è meno consapevole della misera sorte che lo attende di quello che non fosse lui, il buono e garbato giovinotto.

IV.

— Oh, giusto voi, Giovannona! Che puntiglio senza costrutto vi è mai venuto in mente? Io sono nato in città, è vero, ma non è una buona ragione per darmi ad intendere che i contadini sieno tutto l’opposto degli altri uomini! E voi credete sul serio di fare un gran dispetto a Niccolino, provandogli subito che non avete bisogno di lui, e sposandovi forse un giorno prima? Io, se fossi nei suoi piedi, ne riderei. Sarebbe un rimorso di meno, per me tanto, e peggio per voi se vi contentaste di Piangi!

Giovannona, che non ostante la recente baruffa in casa, era ancora assai lunge dall’aver messo fuori tutta quanta la stizza che le era rimasta dentro, si piantò di faccia al mal capitato, che s’offeriva spontaneamente a fargliela sgorgare del tutto, e gli disse provocandolo:

— Oh sfacciatone senza creanza! La pigliate con tanta aria?. Voi! Con me!

— Badate a quello che dite! – rispose Galeazzo ritirandosi d’un passo o due.

— Che badi a quel che dico? A uno straccione mezzo affamato che ho fatto prender io per carità? Credete forse di darmi soggezione perché vi ritrovate con una casa da otto lire il mese? Neanche se fosse da trenta e che ci cavaste da vivere non me ne dareste!

— Soggezione, o non soggezione, esigo che mi parliate in un altro modo! – sclamò l’altro con voce ferma.

— E voi non dovevate farmi fare la figura della matta, che si fa ridere dietro da tutto il paese e che porta lo scompiglio in casa in questi bei momenti!

— La imputazione era troppo assurda per non inspirare nell’accusato una certa pazienza relativa. Cambiò di tono e disse:

— Via, Giovannona, capisco benissimo che vi volete sfogare, ed anzi mi metto nei vostri panni, e vi compatisco, soprattutto perchè siete una donna; ma anche voi dovete considerare che io non sono già la vostra valvola di sicurezza, e che però avete l’obbligo di parlarmi come si parla colle persone. Vediamo. Ragioniamo. Io ho fatto far la figura della matta? Io vi ho fatto ridere dietro da tutto il paese?

Giovannona lo guardò quant’era lungo dalla testa ai piedi, e poi, con subitaneo prorompimento:

— Guarda che sfrontataggine! M’empie lui la testa di belle speranze domenica sera, e poi fa finta di non capire che piccola differenza ci sarebbe stata se io avessi potuto fare jeri, colle buone, ciò che scandalosamente ho dovuto far oggi, col foco in casa! Chi mi ha quietato del tutto jermattina, riferendomi parola per parola quello che disse il signor Preposto? Chi, per darmi l’ultima spinta, s’è fin messo a rifarmi la voce e gli atti della sin–cera nipotina quando negava ogni cosa? Chi è stato? Voi, o il diavolo che vi porti?

Galeazzo non poteva sapere che Giovannona aveva spasimato di curiosità tutta la prima notte, nella speranza che la fuga in caserma del proprio ambasciatore significasse, occorrendo, la entrata in scena di un secondo riempitivo, preferibile a Piangi. Dovette però contentarsi di rispondere, con un nuovo e giustissimo filo di umore, che gli era tornato a galla per forza:

— Ah, dunque, perchè non ho capito, volete venirmi a dire che l’ho fatto appositamente? E appositamente per nuocervi? Ma vi avviso che ci voleva una persona molto maligna, per capire; ci volevate voi, a dir poco, benchè, in fatto di malignità contadinesca, ve ne ritroviate quanta ne occorre per dar dei punti a chi vi pare e piace. Oh, voi sì! Voi, in mezz’oretta di conversazione, con gente affatto nuova, voi avreste fiutato ogni cosa più presto e meglio di chiunque altro. Ma io no, prova ne sia che ho fino consigliato Piangi di darsi pace rinunziando a voi. Perchè dunque non siete andata in persona? E perchè soprattutto avete mandato me?

— Perchè v’ho mandato? – domandò Giovannona rossa fino alle orecchie per quell’epiteto di contadinesca apertamente riferito alla sua particolare malignità. – Vi ho mandato perchè voi non siete punto quel gabbiano degnissimo di fare l’ambo con Piangi che volete parere, e perchè non avrei mai creduto che voi vi rivelaste invece per un imbroglione di cittadino, capace di vendervi anima e corpo a quella trista che dovevate spiare per me. Non negate, che tanto non vi credo, ed anzi tornateci, tornateci pure domenica prossima. Ditele che senza di voi il suo tradimento non sarebbe andato così liscio, e che io le avrei potuto fare una bella scenetta a casa sua, senza lasciare il tempo nè a lei nè a quell’altro cane di confessarsi colle belle e colle buone al signor zio. Oh sì, la giornata è lunga, ora, e ne avrei fatto di belle io jeri, se oggi non usassero gli arlecchini servitori di due padroni! Diteglielo pure, e fatevene dare degli altri. L’avete servita così bene, lei!

Qui Galeazzo avrebbe pagato qualche cosa di bello per essere altrettanto contadino di Giovannona, e per poterla sonare a sazietà, col rischio e il pericolo di buscarne lui di più salate assai. Fu un momento solo, ma bastò perchè egli assolvesse poi sempre tutti quei poveri operai e quei poverissimi contadini, i quali, condannati ad avere intorno delle donne maleducate che abusano della loro lingua per cavarsi la voglia di metterli a cimento, non istanno tanto a ragionare, e picchiano.

— Non hai da leticare con altri, Giovannona, che te la pigli anche col Milanese? – prese qui a dire Nunziata, che aveva adocchiato dal finestrino il nuovo litigio ed era venuta fuori espressamente per interporsi. – Pensa alle lenzuola, che è meglio, e voi andate da Piero, che è ora. Ditegli che l’acqua della polenta è già su che bolle.

Galeazzo tentennò un pochino, come combattuto dalla smania di rispondere pur qualche cosa, e dalla paura, rispondendo, di trasmodare troppo, finchè, a battaglia vinta, si volse verso la porta canticchiando a denti stretti, mentre Giovannona alzava la cresta anche contro la madre, e le diceva sgarbatamente:

— Cosa c’entrate voi nei miei interessi? Guardatevene bene un’altra volta! Oramai mi marito, bene o male, e non ho più bisogno che la gente mi veda rispettarvi tanto, coi vostri bei meriti!

Nunziata la lasciò dire, e volgendosi a Galeazzo:

— Date una voce anche a Pompeo! gli disse.

Quegli rispose macchinalmente di sì. Poi seguitò, altrettanto macchinalmente, a camminare verso il paese, guardando a terra e facendo scoppiettare le dita ogni qual tratto, finchè da un momento all’altro, tirò su una gran spallata, e disse volgendosi da tutt’altra parte:

— Oh sì ch’io voglio stare fino a domattina con questa gente!

Infatti al tocco preciso era già tra le mura quasi urbane del capoluogo, e batteva forte sulla spalla di Stentone, il quale, appena escito di Pretura, era stato preso in mezzo da un gran crocchio di seccatori, che lo tempestavano di consigli e di apprezzamenti. Il buon uomo si volse tutto d’un pezzo, e chiese a voce alta come in mezzo ai campi:

— Voi qui? voi qui?

— Sì, – rispose Galeazzo conducendolo un po’ fuori della gente, – e vi ho chiamato appunto per avvisarvene. Ho leticato coi vostri figliuoli, e son venuto via senza dir niente a nessuno, lasciandovi in pegno il mio fagottino, e senza mettermi in tasca nessun vitello. Ora mangio un boccone e vo difilato a casa.

— Fate bene, fate bene. Altrimenti vi dovevo mandar io.

— Perchè? – domandò Galeazzo con un tono dal quale emergeva, oltre allo stupore, anche un po’ della rabbia ingojata prima, e non per anco smaltita affatto.

— Perché tutti, ma tutti sono d’avviso che la disgrazia mi sia capitata per cagion vostra.

Qui Galeazzo mandò in cor suo qualche cosa di poco garbato dietro a Giovannona, pensando che se non era il contrasto di poco prima avrebbe anche potuto dire a Maria di essere stato regolarmente licenziato senza propria colpa. Ma perchè tra l’intenzione e il fatto non ci poteva correre di molto, si rasserenò immediatamente e chiese a Stentone, tendendogli la mano:

— Piuttosto che pigliarvela meco, non valeva meglio quietare i vostri nemici, pagandomi? Me ne vado egualmente, state pur certo, anche se mi offriste cinque lire il giorno, ma faccio per dire!

— No no! Il uomo è sospettoso, e nessuno avrebbe creduto. Addio. E scrivete che dobbiamo fare del vostro fagottino.

Il uomo?

Già. Ogni volta che il re del creato si elevi, nelle bocche rustiche della Bassa Lombardia, a dignità di specie, ovvero a soggetto d’una proposizione universale, cessa tosto di essere l’om, e diventa il uomo. I latini ed i tedeschi informino.

*

*        *

Quando Galeazzo, dopo essere stato trascinato per due buone miglia dal medesimo Ronzinante di pochi giorni prima, dovette fermarsi, per cagione della corrispondenza postale, in un’altra metropoli sul fare di Coronaverde, gli accadde di vedere un vecchierello, il quale aveva a mano una grossa vacca, avvicinarsi al predellino e chiedergli la carità.

— Avete una così bella bestia e limosinate? – osservò Galeazzo.

— Non è già mia, e la conduco a pascolare per due palanche il giorno. Se non credete, chiedetelo qui a Gigino che ci conosce tutti due da tanto tempo, – rispose l’altro con voce tremula additando il cocchiere.

È verissimo, – rispose costui, avviandosi verso l’ufficio colla corrispondenza in mano: leggi con un gran sacco, molto diligentemente suggellato, e pieno d’ossigeno perchè faceva bel tempo.

Mentre il nostro viaggiatore, scontorcendosi tutto nella sua comoda baracca, durava un po’ di fatica a mettere alla luce qualche moneta spicciola da dare al vecchio, costui, all’usanza de’ suoi coetanei, seguitava a battere il chiodo inutilmente, e a dire:

— Magari fosse mia! È figlia dell’ultima vitella che ho visto nascere quando stavo ancora a padrone. Oh allora non la chiedevo la elemosina, no in fe’ di Dio, ma ora! Ora non mi rimangono che settantanove anni, perchè Nostro Signore non me li ha ancora tolti!

— Ah sì! – gridò Galeazzo, saltando a terra per andargli sotto e per guardarlo meglio. – Proprio settantanove?

— Compiuti per la Madonna delle Grazie. Li metto male?

— No davvero. Prova ne sia che voglio fare i miei conti. Vediamo. Il biglietto, nel venire, mi è costato appena sei lire; qui nel portamonete ce n’ho tre, e tre sei, e tre nove; qua in rame più di mezza; alla mia cena, occorrendo, ci penserà il signor Sindaco di Abbiategrasso mentre muto i panni; dunque a voi, pigliate, pigliate pure, a onore e gloria della mia Maria. Sono per il bel servizio che mi avete fatto.

Io? Quando? – chiese il vecchio più morto che vivo dalla consolazione, vedendosi porgere tre belle lire, nuove di stamperia se non di zecca.

Tre anni fa. Quando Nostro Signore non vi aveva ancor tolto i settantasei.

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011