Alberto Cantoni

 

L’ILLUSTRISSIMO

ROMANZO

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, L’Illustrissimo, con uno studio preliminare di Luigi Pirandello, Roma, Nuova Antologia, 1906

reprint: Lampi di stampa, Milano 2003

PARTE QUARTA

Padre, figlia e Niccolino.

I.

— Ma queste sono pistolettate! – sclamò Piero dopo la mezzanotte, balzando fuor del letto, e correndo a guardare verso strada.

Galeazzo si svegliò di soprassalto, e domandò che fosse.

— Due colpi d’arma da fuoco, a quest’ora, dalla parte della casa di Peppina. Eccone un altro. Voglio andare a vedere.

E si vestì in gran fretta.

— Ajuto, cristiani, ajuto, abbiamo il foco in casa! – gridò subito dopo una voce d’uomo, cui tennero dietro immediatamente moltissime grida di donne e di ragazzi, mentre Stentone, che dormiva dalla parte di corte, e che aveva udito poco e male ogni cosa, picchiava nel muro chiedendo al figliuolo:

— Che è, che è questo rumore?

Fuoco dalla parte di Peppina! – rispose Piero gettandosi giù della scala, seguito precipitosamente da Galeazzo, che avrebbe ascritto a vergogna lasciare che un padre, una madre e sei creature gli chiedessero ajuto inutilmente. – Chiamate Pompeo, Marchino, tutti. Noi due andiamo avanti.

Fu come se una sentinella perduta avesse gettato il grido d’allarme in un campo trincerato. Fa presto, vengo, corri, son qua, chi chiamava, chi rispondeva, chi apriva la finestra, chi brancicava nel bujo, chi tentava inutilmente di accendere un lume.

— Misericordia! – sclamava intanto Piero appena in corte, e col core stretto al pensiero del suo bambino in pericolo. – L’odore di fumo arriva già fin qui.

Era inverosimile, a più di cento metri di distanza, e con un foco quasi appena avviato ma, chi ci avrebbe posto mente in quella confusione? I due giovani corsero verso strada senza quasi toccar terra, e s’imbatterono subito in Peppina che volava loro incontro col suo bimbo in collo.

— Piero, Piero! – urlò costei nel più grave sbigottimento. – Se non erano quei colpi a svegliarci, bruciavamo vivi. Oh Madonna santa che paura!

Piero si levò la giacca e ne avviluppò il figliuolo, che era quasi in camicia come sua madre, e che piangeva di freddo.

— Porto il bimbo alle tue donne, – seguitò Peppina con voce convulsa, – e poi vado a far sonare. E tu corri dai miei. Sono soli.

— Soli? Per lo meno ci saranno coloro che hanno sparato i colpi!

— No, non ho visto nessuno. Va’, va’, e anche voi, Milanese, andate presto, per amor di Dio!

Piero e Galeazzo andarono di fatto come più presto poterono, ma erano appena giunti sul luogo del disastro, tanto più miserevole quanto più piccola la casa e più grande la costernazione della famiglia di Peppina, che già arrivava Giovannona a prenderli entrambi pel braccio e a dire concitatamente:

— Venite, brucia anche da noi.

— Dove? – domandò Piero, che avrebbe dovuto immaginarselo prima.

— In fienile.

— E il mio bambino? E Peppina?

— Fuggono in paese.

— E le bestie?

— Scansatevi che ne passa una. Le abbiamo già sciolte tutte.

Queste furono parole scambiate dai due mentre correvano a casa, con Galeazzo a lato, e mentre questo era stato ad un pelo di cascar sotto ad un bue, il quale, alla vista del fuoco di Peppina, aveva girato mugolando sopra se stesso, per fuggire, sempre più spaventato, da un’altra parte.

Il fienile della Casanova stava sopra la stalla e aderiva col granajo, il quale, alla sua volta, stava sopra la casa di abitazione. Ne veniva di conseguenza che le travi del soffitto servivano a sostenere un tetto solo, un tetto unico, il quale da una parte copriva il fienile, dall’altra il granajo, con un muro in mezzo. Il pericolo della casa, e più ancora quello del granajo, così contiguo al centro del fuoco, erano dunque grandissimi, come accade quasi sempre in molte fattorie di vecchia costruzione, dove non c’è di isolato che quel che preme di meno, vale a dire la barca del pagliajo, il forno ed il porcile. E questo appunto era il bel caso della povera Casanova, se pur non vuoi aggiungere, in suo profitto, la piccola stamberga del bifolco Marchino, la quale era stata costrutta dopo, accanto al lavatojo, nel più remoto cantuccio della corte.

Quando Giovannona era corsa fuori a chiamare Piero, il fumo solo dava ancora l’indizio più preciso del luogo donde veniva, ma di foco, per il momento, non apparivano che piccole tracce, ora sì ed ora no, nell’estremo lato del fienile, dove stava covando. Ma cosa seria doveva essere egualmente, a giudicare dal fumo che, respinto giù dal tetto, invadeva tutta la corte e per poco non toglieva il respiro. Tanto seria che ogni esperto (ben consapevole di non poter sperare che degli ajuti assai più tumultuari che veramente efficaci) doveva smettere ben presto ogni lusinga di salvare stalla e fienile, ed ascrivere piuttosto a gran fortuna se gli fosse venuto fatto di sottrarre alla distruzione il rimanente del fabbricato, cioè la dimora e il soprastante granajo.

Stentone se ne era persuaso il primo, lui che primissimo si era avveduto del fuoco del fienile e nell’atto stesso che faceva sciogliere le bestie da Marchino e da Pompeo e le spingeva fuor della stalla, bastonandole a furore perchè fuggissero di qua e di là, gridava ai suoi di sgomberare la casa, e correva in granajo per provvedere, più livido di un morto, alla salvezza del frumento e del granturco.

Ma come salvarli entrambi senza aver tempo di farli scendere nei sacchi, allo stesso modo come erano saliti? Non rimaneva altro partito che quello a cui ricorrono in simili occasioni tutti i contadini. Levare, cioè, parecchi mattoni dal pavimento del granajo, altrettanti a quello del piano di sotto, e mandar giù il grano alla rinfusa, anzi alla mesco–lata, lungo i due buchi aperti l’un sotto l’altro, che lo conducono direttamente al pian terreno, dentro un mastello messo sotto espressamente, che ne accoglie quanto più ne tiene e che, appena colmo, si porta subito a rovesciare nell’aja. Povera grazia di Dio!

Ma ci voleva sempre un po’ di tempo, anche a smuovere quei pochi mattoni, con Nunziata e Pompeo intorno che andavano avanti e indietro per buttar giù dalla finestra quella parte di masserizia che poteva arrivare a terra senza grave danno! Costantina, che aveva già fatto più viaggi verso casa sua, col grembiule pieno di salami, di piatti e di stoviglie, si poneva poi sotto la finestra per acchiappare a volo quanti più lenzuoli e camicie le capitavan al bujo dentro alle mani, ma disgraziatamente non ne aveva che due, e se qualcuno non veniva presto ad allontanare ben bene dal fuoco tutta la roba che volava a terra, c’era forse, almeno per il momento, più pericolo che arrivasse qualche scintilla lì davanti la porta, che non già nelle camere da letto.

Quando Piero e Galeazzo comparvero di bel nuovo a casa, la campana a stormo batteva a colpi fitti dalla chiesa, e Nunziata strillava dal primo piano, chiamando gente. Ciò non ostante essi videro subito che per poter portar fuori la mobilia grossa, come gridava lei, bisognava aprirsi il varco nella corte, e trascinare in là i materassi e i paglie–ricci che erano piombati giù i primi, e che Costantina non aveva ancora potuto smuovere. Difatti, in men che non si dica, il grosso mucchio di tutta quella roba straziata aveva almeno cambiato di posto, e già sfilavano lungo la corte e letti e tavole, e sedie e canterali, portati a braccia un po’ da tutti, col povero Galeazzo che meno pratico degli altri urtava ogni momento dei gomiti nei muri della scala, dove cioè meno giungeva la fosca luce dell’incendio, che già principiava altrove ad illuminare bene o male ogni cosa.

Ma ormai i due buchi pel grano erano già aperti, e ci voleva qualcuno che portasse fuori il mastello pieno, e ne approntasse uno di vuoto continuamente. Marchino e Stentone, da soli, non bastavano e le poche braccia di casa avevano ancora un bel che fare colla mobilia. Come mai non compariva nessuno? L’unico a farsi vivo era stato il solo Piangi, ma era subito scomparso con Giovannona che lo aveva agguantato per il vestito, trascinandoselo dietro su per le scale. Dove erano andati e che cosa facevano? Stentone si affacciò ad una delle finestre verso strada, e dette dentro col corno come Orlando a Roncisvalle, ma non ne ebbe altro costrutto che di vedere la gente passargli innanzi la porta senza punto fermarsi, quasichè non ci fosse stato altro incendio che quel di Peppina.

— Perchè, perchè mi abbandonate tutti? – gridava il disgraziato dalla finestra. – Volete lasciarmi bruciare il grano?

— Ci penserà il vostro Illustrissimo! – gli rispose una voce. Noi andiamo dove c’è più miseria!

E via. Su per giù, chi con la scusa che dall’altra parte c’erano degli innocenti, chi additando la piastrella dell’assicurazione che spiccava, di giorno, a lettere d’oro sulla gran porta della Casanova, risposero tutti allo stesso modo.

Bella soddisfazione per un pover’uomo che il signor Concomodo avesse assicurato lo stabile, mentre egli, Stentone, rischiava di rimetterci la polenta. Con quattro bocche in casa che per poco non gliela scemavano d’uno stajo ogni sei giorni.

Mandò all’inferno di tutto cuore il genere umano; diede ordine a Marchino di spingere il grano in giù senza aspettare che ci fossero i mastelli sotto, e poi, tanto per potere scendere, passò a cavalcioni sopra il suo letto nuziale, che era in viaggio allora lungo la scala, e che, essendo il più grande di tutti, stentava di molto a passare. Fece per tirarsi dietro od uno dei due figli o il Milanese, ma bisognerebbe ignorare affatto che cosa diventi una contadina maritata quando abbia il suo letto in ballo, per non imaginare l’ira di cui si accese la vecchia all’empio tentativo. Non gli rimase altro a fare che raccogliere alla meglio con una pala il mucchio di grano già arrivato giù, correre in tinaja a prendere i mastelli, empirne mezzo per volta, e portarselo fuori da solo. Da solo! chi lo avesse guardato bene quando andava e veniva a gambe larghe, col busto cacciato indietro, e col mastello che gli batteva ad ogni passo sopra le ginocchia, senza che egli trovasse mai la forza di levare gli occhi per guatare come mettevano le cose in fienile, quello avrebbe potuto ben dire di avere visto il dolore nel suo più rude e genuino aspetto!

II.

Senonchè Domeneddio, che lo poteva vedere davvero, ebbe finalmente misericordia di lui. Dopo cinque o sei di quelle corse dalla cucina all’aja, Giovannona e Piangi accorsero dal portone di fuori e, come gente avvezza, afferrarono il primo recipiente che venne loro sotto le mani, lo fecero traboccare di roba, infilarono la stanga, e riapparvero col mastello vuoto quando Stentone aveva appena fatto a tempo a prepararne uno di pieno. Costui, che li credeva entrambi di sopra con la vecchia, avrebbe potuto chiedere come diamine erano saltati fuori a coppia dal portone, e di dove venivano a quell’ore bruciate, ma buon per lui che quello non era momento da domande! Altrimenti avrebbe saputo che Giovannona, in luogo di pensare alla roba di tutti, non aveva avuto in core che la propria, e appena rimorchiati a casa i due giovani, aveva raccolto in due fardelli tutto il suo famosissimo corredo, e mezzo addosso a Piangi, mezzo addosso a sè, lo aveva portato in paese tutto. Da Costantina ci poteva star bene la roba degli altri, così vicina al foco, non la sua – pensava essa nel correre – mentre il povero Piangi, con tanta biancheria da letto sulle spalle, aveva avuto voglia di chiedere a tutti se fosse poi giusto che egli dovesse bagnar la camicia per i dolci riposi del suo rivale.

Ma ora che la vecchia sta finalmente per mettere in libertà i suoi tre uomini, e che costoro, rinforzati da Marchino, scendono anch’essi a terreno, la salvezza del grano, affidata così a sette persone, non può non diventare assai presto un fatto compiuto, e nulla ci vieta di parlare un pochino, così in astratto, degli infortunii di questo genere.

Gli incendii che partono dai fienili bene empiuti (cioè quelli dove il fieno sia stato calcato a forza nel più breve spazio possibile, e dove non si trovi nemmeno il più piccolo fuscellino di paglia) possono spegnersi talvolta in sul principio da chi abbia modo e braccia di mandar su regolarmente moltissima acqua, ed un intero esercito di lenzuola bagnate. Ma quando manchino e il modo e le braccia, sogliono produrre effetti assai più gravi di quel che non si sarebbe creduto alla vista del foco in azione. Fin che covano, non c’è naturalmente nulla di più tranquillo, e quando pure le prime fiammette principiano a lambire muri e pilastri ed a spingersi in su verso le travi, anche allora (ammesso bene che non tiri vento) si metterebbe quasi pegno di poterne venire a capo e senza pompe e con poche braccia, e con una certa facilità. Dopo invece si trova sempre che la distruzione è andata piano sì, ma abbastanza lontano per non fare grazia che ai muri, e si capisce che se il foco ha impiegato un certo po’ di tempo prima di dir davvero anche in su verso l’armatura, è stato soltanto perchè, alimentato di roba leggera, non poteva così subito trovare la forza ed il calore che ci volevano per fare buona presa sui legnami grossi.

Addio! Questo momento è già venuto per il rustico della Casanova! Una trave a mezzo il tetto di esso rustico è già data giù, come un enorme tizzone ardente, sopra il pavimento del fienile, il quale, troppo debole per reggere all’urto della mezz’ala di soffitto che la trave si tira dietro, sprofonda alla sua volta dentro la stalla, e alla vista già paurosa della ruina s’aggiunge quel fragore quasi metallico e stridente che è proprio delle tegole, dei cornicioni e dei calcinacci quando vanno a rompersi a precipizio di qua e di là. Il foco, più libero, s’innalza vittorioso a vampate intermittenti dove il tetto non lo costringe più, la luce si fa più viva, e tutta quella povera gente, presa di terrore, o mette le mani al capo per vedere e udire il meno che può, o fa il segno della croce, o si getta in ginocchio addirittura. Che brutto momento! Tanto più brutto quando uno, fosse anche estraneo, ci capiti accanto in mezzo a poca gente. Figurarsi poi una persona di casa!

— Qua! – gridò Stentone, primo a riaversi dello sbigottimento, mentre sollevava di peso una lunghissima scala a pioli. – Qua tutti. Se noi non tagliamo il tetto, va al diavolo anche la casa!

— Lasciate che vada ora, che è vuota! – proruppe Nunziata. – Volete rompervi il collo per amore del padrone? Così bene che ci tratta lui!

Quegli non intese, o non volle intendere. Mise a posto la scala ajutato da Galeazzo, che non era trattenuto come Piangi o come i ragazzi di casa nè dalla paura, nè da nessuna donna, e poi su tutti due un dietro l’altro sul tetto della abitazione, con nient’altro in mano che un sol pajo di quelle medesime stanghe che avevano servito poco prima ad esportare il grano. Erano lunghi tutti due, ma veduti così dal basso all’alto, con quella maledetta luce che li involgeva a sprazzi di sotto in su, parevano più lunghi ancora.

— Ed ora che si fa? – domandò Piero, che per non lasciare il padre col solo Milanese accanto, si era subito svincolato dalle donne, e appariva alla sua volta con un’altra stanga.

Stentone rispose coll’esempio. Principiò a scoperchiare il muro che divideva il _fenile dalla casa, gettando le tegole soprastanti in mezzo alle fiamme, e quando, coll’ajuto del figlio e di Galeazzo ebbe finito bene, disse ad entrambi:

— Giù alla svelta, giù alla svelta! Mettiamo le stanghe sotto, facciamo leva sul muro e giù!

Giù alla svelta che cosa?

Le travi in fiamme, s’intende. Il tetto era uno solo per tutto il fabbricato, è vero, ma tutti i legni dei suoi due lati s’appoggiavano al muro di mezzo senza punto combinare insieme, per la qual cosa, volendo isolare bene quella metà di travatura che stava sopra l’abitazione, tuttora salva, bisognava smuovere, non ostante il frescolino che alitava intorno, tutti i grossi legni già arroventati dell’altra metà, e smuoverli tanto, fino a che, privi dell’appoggio del muro, fossero precipitati, per la breccia aperta poco prima, giù giù fino al pavimento della stalla... cioè adagio, non è più una stalla quella, è uno spaventoso centro di luce, che tinge di rossastro i globi di fumo che gli si son fatti intorno, e lascia così in una penombra apparentemente più desolata e più cupa quegli oggetti appunto dove meno arriva.

— Piuttosto che strillare tanto, – sclamò Piero verso le donne, nello scendere a terra il primo a taglio finito, – facevate meglio a bagnare quanti lenzuoli avete, e a coprirne le porte e le finestre di casa, specialmente quelle della tinaja. Non sapete che un po’ d’aria si può sempre levare da un momento all’altro?

Oh sì che Giovannona fu ben contenta di aver portato in salvo le lenzuola sue! Anche la madre non voleva a nessun costo dare le proprie, ma come impedire a Stentone di prendersele, ora che erano tutte a fascio in casa di Costantina? Più che starlo a guardare quando ne usciva con una bracciata piena, e trattarlo bene di matto furioso non poteva fare!

V’imaginate la povera Casanova con tutti i vani e gli affissi coperti di pannilini fradici intinti, e con un tal braciere a fianco da cuocere le uova a dieci braccia intorno? Un poeta avrebbe potuto dire che essa pareva una bicocca sinistramente imbandierata, la quale si preparasse a vedere sfilare una lugubre e fantastica processione, con accanto il rogo acceso per accogliere la vittima; ma buon per essa che Stentone non era punto poeta, e che la furia sempre più vorticosa delle fiamme, che già mugghiavano più che non stridessero nello spazio lasciato in loro balìa, lo persuase a tornare sul tetto, ed a coprire di roba molle tutta quanta l’ala salvata, dove le faville, a cagione dell’altezza, non avevano tempo bastante di spegnersi nello scendere. Altrove sì che ce l’avevano il tempo, e vedute così a quella gran luce, che omai di rossiccia si era fatta bianchissima, si potevano quasi numerare una per una, finchè, mutate subitaneamente in pulviscolo di cenere, scendevano tremolando a terra, come tanti fiottolini di candido nevischio.

Omai la scena si era fatta molto bella. Ma più bello ancora era l’udire il povero Stentone, appena ridisceso, gridare alla moglie ed alla figlia colla grinta che fanno gli uomini i quali vanno in bestia poche volte in vita loro, ma quando ci vanno, guai!:

— Che assicurata o non assicurata! Io ho avuto in consegna una fattoria, e non una cesta di carboni da ardere! È mio dovere di tenerci, e fin che posso, ci tengo. O vi preme più la roba che la coscienza, svergognate che siete?

Cos’è mai l’egoismo! Un po’ meno renitenti di giovare al prossimo che fossero state quelle due donne, e avrebbero ben capito da sè che razza di vantaggio non era anche per esse l’avere in piedi la casa di abitazione. Importava di molto che due mesi dopo gliel’avessero tornata a fare anche un po’ meglio!

III.

Ora che la parte più importante del rustico è già bell’e andata, ora che la casa di abitazione è già quasi fuor di pericolo, ora è il momento buono per il signor Concomodo. Eccolo che arriva in berretta da notte. Ascoltiamolo pure. È un soccorso di Pisa come tanti altri.

— Com’è stata? Com’è andata? In che modo? In che maniera?

Silenzio universale.

— Ma è proprio vero che si sono sparati due colpi sotto le finestre dell’altra casa bruciata, e che poi gli sparatori non si sono più visti?

— È vero, sì, – rispose Piero. – Io li ho uditi benissimo, e sono corso subito sul luogo, senza avvertire che bruciava anche nel nostro fienile, ma non ho trovato che le persone di casa, molto più spoglie che vestite. Anzi Peppina mi ha detto subito che senza quei colpi sarebbero morti tutti.

— Allora la bricconata è palese. Il nostro fuoco è stato appiccato volontariamente, e per paura che la gente ci ajutasse a spegnerlo, si è scelta una povera famiglia qui presso, e si è fatta la stessa burla anche a lei. Così era certo che tutti sarebbero corsi a dar mano a quei poveri disgraziati là, e che la fattoria dell’Illustrissimo sarebbe andata in cenere come una fascina ardente.

— Ma allora come si spiegano i due colpi? – domandò Pompeo.

— Oh bella, il mal’animo ce l’avevano con noi, non con quegli altri, – proruppe Giovannona. – Hanno visto che seguitavano a dormire tranquillamente e li hanno svegliati. Come sei lungo a capire le cose! [1]

Stentone, benchè immantinente compreso della perfetta verisimiglianza di questa spiegazione, rimase colle due mani strette al capo a guisa di uno il quale non sapesse capacitarsi di una così nera e sottile bricconeria, finchè il signor Concomodo lo prese pel braccio, e tirandolo da parte coi figliuoli, domandò a tutti sommessamente se non avessero sospetti su qualcuno, e più specialmente su quel bracciante forestiero che l’Illustrissimo, per far piacere a loro, aveva dovuto accogliere e stipendiare del proprio.

Bello stipendio!

— Sì, appunto sul forestiere! – rispose Piero vivacemente. – Non si è mai mosso dal mio fianco da jermattina in qua, e ha rischiato la pelle quanto noi tutti per salvare la casa. Fossi io il padrone, e voglio morire se non gli darei subito uno scudo!

Mentre Nunziata principiava di buon’ora a stare attorno al signor Concomodo perchè facesse ben rilevare in alto luogo il gran rischio che aveva corso suo marito per salvare, da solo e con grave danno della propria biancheria, tutta quanta la casa di abitazione (cotesto essendo un merito che le buone aziende assicuratrici sogliono pagare e ben volentieri in contanti) e mentre il sullodato segretario, per darsi un po’ d’importanza, tirava fuori una serqua di vedremo, penseremo, provvederemo, Giovannona si guardò attorno in cerca del Milanese, e vedutolo innanzi la casa di Costantina che si lavava il viso affumicato, gli raccontò della interpretazione del signor Concomodo, e poi disse:

— Volete sapere chi è stato?

— Lo so da me, – rispose Galeazzo. – Probabilmente uno di quei tali che mi hanno gridato dietro: «O gamba presto, o botte!» Entrambi direi di no, perchè non sono cose queste che si facciano a due.

— Con quell’animale di Piangi che è nato qui, che non è stato capace di conoscerne almeno uno!

— Lo avesse anche conosciuto, e bene, come vorreste provare che fosse il medesimo senza averlo rivisto, colla luna che aspetta ora ad alzarsi laggiù, e coi sentieri di campagna che egli avrà battuto per arrivare da Peppina e qui? È tanto facile sostenere che a mezzanotte si stava schiacciando il primo sonno!

— Allora acqua in bocca e non diciamo nulla. Se no, mio padre se la piglierebbe meco inutilmente.

— Perché?

— Perchè sono stata io che l’ho indotto a fermarvi.

— Che cosa importa! Volete che vi abbiano giocato un tiro eguale solamente per cagion mia? O c’erano forse braccianti forestieri e mal pagati anche nelle case bruciate qui presso tempo fa?

— No, ma in ogni modo quando a parlare non ci si guadagna, neanche a tacere non ci si rimette nulla. O altrimenti dovreste dire a tutti cosa eravate andato a fare a Dolo, e chi vi aveva mandato, e quello che vi hanno risposto, e che so io.

— Ah così, ora ho capito bene!

— Ce n’è voluto! Parete una comare qualche volta. Non vi quietate mai. Almeno Piangi che è un imbecille mi ha capito subito!

*

*     *

Più le impressioni sono vive e svariate, più il tempo pare lungo: è una cosa che ognuno può provare sopra di sè. Allo spuntar del sole, quando la stalla era ancora coperta di cenere, di rottami, e di piccoli focherelli tuttora accesi in terra nei cantucci, e quando a guardare più in su non ricorrevano innanzi che muri rozzi e pilastri scemi, allora, se la famiglia di Stentone avesse avuto voglia di misurare colla memoria il tempo trascorso, avrebbe visto che notte eterna non le sarebbe sembrata quella!

E la mattina di poi! Riunire le bestie sparse pei campi e metterle a mangiare il verde nelle stalle vicine, senza una sola manata di fieno da porre loro innanzi per boccone ghiotto; dividere il maiz dal frumento facendoli volare entrambi col ventilabro, e giovandosi del fatto che il grano, lungo e sottile, si ferma dove cade, laddove il formen–tone, poco men che rotondo, gli trotta innanzi nell’aja; mettere un po’ d’ordine nelle masserizie e prepararle così ad un più facile ed espediente ritorno a casa; e poi, per ultimo, dar retta ai curiosi che ora, a disastro in parte scongiurato, parevano spuntare di terra come gli asparagi e che, piena la bocca di «oh» e di «ah», volevano pur sapere cosa, quando, come e qualmente.

Non appena i medesimi curiosi principiavano poi a scambiare tra di loro le impressioni proprie, era come sempre costante e notevolissimo il fatto che ognuno di essi non tralasciava mai di raccontare dove era e che faceva quando aveva avuto il primo sentore della disgrazia, e i molti supposti erronei che aveva dovuto fare prima di sapersi dire con esattezza quali fossero precisamente le case colpite. Importava di molto, direte voi, ma tutto ciò che accade costantemente ha sempre un suo particolar valore, quando pure, nei casi come questo assai probabilmente delittuosi, non si voglia tener conto della istintiva tendenza che doveva spingere tutti ed ognuno a stabilire, fin dapprincipio, come una specie di universale alibi.

I due fuochi, sul far dell’alba, erano stati visti naturalmente anche assai da lunge, e chi degli accorsi li aveva creduti più grossi, e chi più piccoli, e chi uno solo, e chi più di due. A Dolo s’era sparsa la voce che bruciasse addirittura tutta Coronaverde, al punto che il magnanimo Ritenete aveva sentito il bisogno di porre in capo il berrettino listato d’argento, e di portare sul luogo, con la propria persona, quel gran conforto che viene agli infelici quando sentono arrivarsi intorno il primo olezzo dell’autorità.

La sua prima tappa fu alla casa di Peppina, che omai aveva più l’aria di una piccola fornace disfatta che di una casa, e di lì, colla testa piena di quella parte di masserizia che era andata in fumo, e che Genoveffa, la madre, gli aveva più volte noverato piangendo, s’avviò a passi cogitabondi verso la Casanova, e capitò in bocca di Pompeo e di Nunziata, come dire di quei due che appunto ci volevano per chiarirgli bene, con semplici e brevi parole, i truculenti fatti di quella sciaguratissima notte. Ora il povero Ritenete era un essere impagabile quando si trattava di spiegare le cose ai contadini, ma sarebbe stato difficile trovarne un altro più lungo a capirle, nonchè a ritenerle per conto proprio, e avanti che mamma e figliuolo trovassero modo di fargli bene classificare in capo tutti gli indizi del grave misfatto: cioè la ignota provenienza dei due colpi e la perfetta contemporaneità dei due fuochi, un altro, con un po’ più di vera ritentiva, ne avrebbe saputo abbastanza per dar adito ad una mezza dozzina d’inchieste. Buono che per sapere un po’ meno male le cose, almeno qui da noi, val sempre meglio non fare inchieste che farne.

Il povero messo si contentò invece di raccomandare a Stentone ciò che senz’altro soleva raccomandare da vent’anni a tutte le vittime di tutti gli incendii: vale a dire che corressero subito a far la denunzia, perchè altrimenti avrebbero avuto addosso, oltre al foco, anche il tal articolo del codice, o il tal paragrafo della Legge di Polizia. Poi, come uomo abituato a cavare quanti più poteva servizi da ogni e qualunque suo viaggio, principiò a picchiare colle palme delle mani sulle proprie saccocce da petto, e ne trasse fuori, coi danari e la prima lettera per Galeazzo, anche un secondo biglietto di Maria, arrivato di fresco il giorno prima, e che essa aveva scritto in furia alla Brena, appena tornata dalla sua infruttuosa gita a Coronaverde. Bisognava bene che venisse di così vicino per poter essere un biglietto fresco! Diceva:

 

«Avrai inteso che sono arrivata prima io alla Casanova che non la mia lettera di tre giorni fa, e avrai capito che ho dovuto scappar via di corsa per paura che tu non ti tradissi vedendomi. La prima volta che mi scrivi, raccontami cosa t’han detto di me i tuoi contadini, specialmente la ragazza di casa, quella grossa, che non mi può patire. E seguita pure così, chè sono assai contenta..

«MARIA».

«P. S. La balia è per la povera marchesina Paola, che è stata così sfortunata colla sua brianzola della prima volta. Dunque rimettila in mente alla tua vecchia mezzajuola, che pare una buona donna, e se non basta, voltati intorno e guarda anche tu. Una donna già innanzi nei nove mesi è una donna che si vede. Addio».

 

Un povero diavolo che appena appena avesse saputo leggere non avrebbe stentato tanto a decifrare i due messaggi quanto ci stette Galeazzo. Maria che nel primo annunciava il suo arrivo alla Casanova, e che diceva nel secondo di esserci già stata! E Giovannona che non la poteva patire! E Nunziata in odore di bontà!! E la balia!!!

Quando vide che a voler mettere insieme i termini del dilemma c’era da rompersi il capo senza evitare per questo di dar dentro nell’inverosimile, cioè nell’assoluta impossibilità di non aver poscia trapelato nulla, s’accostò adagio a Costantina, occupata a lavare una parte dei lenzuoli che avevano prima difeso le finestre, e sedendosele accanto, per inghiottire più comodamente la prima fetta di polenta fredda, le dimandò a bruciapelo:

— È vero che domenica è stata qui una signora a cercare una balia?

— Sì. La padrona della Brena. Come l’avete saputo?

— L’ho sentito dire là in corte dalla gente venuta a veder l’incendio. S’è fermata molto tempo?

— Più di un’ora, e fu poco avanti che arrivasse Piero.

— Ma io non ne ho mai sentito parlare!

— Lo so bene. Èstato proibito a tutti.

— Da chi?

— Da Nunziata e da Giovannona.

— Perchè? Dite pure liberamente. Io tacerò.

— Perchè la contessa s’è offerta di prendervi lei, se non facevate per loro, ed esse hanno avuto paura che voi le piantaste in ogni modo.

— Come dire che mi tengono volentieri?

— Par di sì.

— E mi trattano a polenta asciutta dopo la notte che ho passato per amor loro?

— È una giornata di confusione questa; bisogna mettersi nei panni di tutti.

— Ma intanto il vostro caro Pompeo, che non s’è mai spiccicato per tutta la notte dalle sottane di sua madre, aveva in mano or ora un bel pezzetto del pollo di jer l’altro. S’è pur trovato quello in mezzo alla confusione!

Costantina attorcigliò uno dei suoi lenzuoli fin che parve una grossa gomena da bastimento, e roteandolo più volte in aria, lo fece cadere a colpi concitati sopra il panchetto, senza mai rispondere nulla.

— Mi bagnate! – sclamò Galeazzo levandosi in piedi.

— Scostatevi, non posso a meno.

— Eppure la sbornia dell’altra sera e il pezzetto di pollo di questa mattina mi avevano fatto venir voglia di darvi un buon parere.

— Quale? Che mi levi Pompeo di core!

— Già.

— E chi ci devo mettere? – domandò Costantina col più malinconico dei suoi sorrisi.

— Chiunque, purchè cambiate. Un diavolo caccia l’altro.

— Val tanto come dire che uno resta sempre. Allora tanto vale che mi tenga Pompeo.

— Guai quando le donne ricorrono spontaneamente alla logica! Non hanno mai tanta voglia di rompersi il collo.

IV.

— Dov’è andata Giovannona che è corsa fuori come una disperata? – domandava intanto la vecchia dalla porta dell’andito?

Piero, occupato in mezzo alla folla ad aggiogare un par di buoi, si volse a Peppina, che gli stava accanto col bimbo in braccio, e le chiese piano:

— Lo sai tu?

— No davvero! – rispose Peppina alzando molto la voce perchè udisse anche la vecchia. – Ha liticato or ora con Ritenete, e poi è corsa a furia verso il paese:

— Che avevano?

— Gli ha detto che, con tutte le sue pretese, non è nemmeno capace di fare lo sbirro bene.

— A proposito di che?

— Non lo so. Ho udito solamente che ora nominavano D. Angelo, ed ora Niccolino.

— Guardate, – sclamò la vecchia stringendosi nelle spalle, – se è roba questa da pensarci oggi!

E subito Peppina:

— Se non vi dispiace, Piero, mi fate la carità di portarmi la roba al coperto nella casetta del campanaro? È vuota fino a S. Michele, e mia madre l’ha potuta prendere a pigione per mezzo marengo.

— M’ha da piantare coi letti in corte? – domandò Nunziata un po’ aspramente.

— Per noi che rimaniamo qui, più si aspetta a portar dentro e meglio è, – rispose Piero. – Dite piuttosto a Pompeo e al Milanese che si facciano ajutare da tutta questa gente, e che gettino sulla stalla quanta più acqua possono, o altrimenti il fuoco può covare anche una settimana. Io in due ore vado e vengo, e quando tornerò, se non ci sarà più pericolo, sgombereremo.

— Almeno mandatemi Giovannona, se la trovate.

–– Arriva ora. Vedo il suo fazzoletto che trotta verso casa, – rispose Peppina.

— Dov’è?

— Di là dalla siepe. Ora si vede tutta. Pare arrabbiata ancora.

Chi avrebbe supposto due vittime di due recenti calamità in quelle due donne che se la discorrevano quasi accademicamente fra di loro con tanta gente in mezzo? Ma i contadini sono fatti così. Più urlano e più strepitano quando hanno l’acqua alla gola e il fuoco alle calcagna, e più presto si rialzano a pericolo cessato od a fatto compiuto, e se non capitano poi sul luogo nè signori da infinocchiare, nè agenti fiscali da intenerire, è meraviglioso vedere come poco si dolgono in proporzione di prima. Sarà religione, sarà apatia, sarà quel che volete, ma è così.

E così lasciamola, senza punto badare alle due lunghe catene viventi, che mandarono tosto ad effetto i consigli di Piero, e che però si fecero correre i secchi da mano a mano, e li rovesciarono in giro sopra la stalla, come se fosse stata un’ortaglia in tempo di gran secca. Ora il momento è così solenne che non si può aver occhi per troppe persone, ed anzi ci verrebbe quasi voglia di andar a capo, e di scrivere a lettere majuscole: Qui principiano

LE 33 DISGRAZIE DI GIOVANNONA.

E principiano per seguitare fino alla fine di queste scene, ben inteso.

La quale Giovannona, appena arrivata a casa, aveva subito preso uno strofinaccio, e si era messa a pulire della cenere e della fuliggine tutta la mobilia schierata in corte. Ma quella sì che era ben pulizia! Un po’ più fini che fossero stati quei mobili, e per lo meno ci avrebbero rimesso la vernice, tanto li stropicciava di cuore, anzi rabbiosamente.

A un tratto, quando il suo volto, e per la fatica e per la mal celata agitazione dell’animo, era già diventato, più che rosso, acceso, bastò che voltasse un momento gli occhi attorno per mutare di colore addirittura, come se tra per l’ira e tra per la sorpresa, si fosse sentita venir caldo e freddo.

Che aveva visto di tanto spavento? Nient’altro che Niccolino, il quale accorreva precipitosamente verso la sua diletta, colpita dalla sventura, nella pia speranza di ravvivarne gli spiriti lassi, col forte alito del suo giovine amore. Come era scalmanato anche lui! E che mestizia in quel suo volto così bene atteggiato del più profondo interessamento!

Giovannona, pur di ricomporsi alla meglio, seguitò a lavorare più alacremente di prima, come se non lo avesse nemmeno veduto. Poi, quando l’altro le fu presso e cominciò subito a giustificare il suo ritardo e a chiederle particolari:

— Va’ a vedere, – rispose senza smettere di strofinare. – Poi ti narrerò ogni cosa.

Niccolino rimase un pochino brutto. Ma poi, visto che quella non era precisamente la giornata delle cerimonie, e che Giovannona aveva sempre avuto l’abitudine di parlargli assai poco, credette bene di non insistere e di andare docilmente a vedere.

Non fosse mai ritornato! Giovannona, che si era intanto riavuta assai bene, gettò lunge lo straccio, e piantandogli in viso una occhiata lunga, ferma, tagliente, gli domandò a mezza voce, con tutto il garbo di cui era capace:

— Quando è che muori?

Niccolino, preso alla sprovvista, si guardò intorno come per vedere se erano uditi, e chiudendo un occhio, ed arricciando in su la estrema punta del labbro superiore, parve dire a sè medesimo:

— Ci sono!

E l’altra daccapo, ancora più piano:

— Quando è che muori?

— Ma?! – rispose Niccolino come uno che tentasse di metterla in ridere. – Non ho mica molta fretta, io.

— No? Ma un giorno o l’altro ci arriverai egualmente, si spera! E tu allora dimmelo, avvisamelo prima.

— Perchè?

— Perchè voglio aver tempo di vestirmi di rosso, – proruppe Giovannona senza punto gridare, e con un breve ma feroce sorriso.

— Che discorsi! – sclamò l’altro scandalizzato, mentre poneva prudentemente una sedia davanti a sè.

— Non aver paura, – seguitò quella con la stessa manierina di poco prima. – Qua non ti tocco, perchè c’è gente, ma guarda bene di non passarmi più davanti la porta, guarda bene di scantonare assai prima, di girare assai lontano, perchè se mi vieni sotto e che nessuno ci veda, puoi essere sicuro che al meno meno... ti strozzo.

Niccolino avrebbe avuto voglia di domandarle che cosa di peggio gli avrebbe potuto fare al più al più, ma perchè Giovannona, nel proferire le due ultime affettuose parole, non era stata capace di rattenere la propria voce, così egli credette bene di non aggiungere nuova esca al fuoco, e di girare, come suol dirsi, la posizione:

— Senti, – disse, – io non son qui per dire che tu abbia torto, no in verità, dico anzi che tu hai troppa ragione, ma lasciami parlare, ma ascoltami un mezzo momento. Chi avrebbe potuto supporre che tu, stando qui e col foco in casa, sapessi di già quello che io, sul luogo, non ho saputo che jeri soltanto? Come non vedere quanto altrimenti sarebbero andate le cose, se io avessi potuto venir qui colle buone oggi o domani a confessarti ingenuamente la mia disdetta!

— Disdetta!!? – proruppe Giovannona, crollando il capo concitatamente.

— Sì! Ne ho colpa io se non ti poteva vedere che ogni settimana, e se quell’altra mi veniva sotto gli occhi ogni momento?

— Ah non ne hai colpa? Dopo che sei venuto da me fino a jer l’altro, e dopo un anno che seguitavi ad imbeccare tua madre perchè facesse finta di non volere nuore in casa?! Questa sì che è accettata subito, non è vero? Buon per lei che sta con suo zio, e che suo zio porta il Signore in mano, o vorresti vedere quante gliene andrei a dire oggi stesso! Ma verrà fuori di canonica, ma la vedremo uscir di chiesa col velo bianco in testa!... Proprio il velo che ci vuol per lei! E allora... oh allora sarà moglie di suo marito, più che nipote di suo zio; allora le potrò dire che ha fatto bene a contentarti presto, perchè se fosse andata, fra noi due, a chi si decideva prima, o doveva essere lei quella, o le campane, alla tua morte, avrebbero sonato a festa come pei bimbi innocenti! troppo dire così? Una trista che si è messa d’accordo con un pari tuo, e mi ha lasciato andar di mezzo un anno pubblicamente! Ma Dio mi vendicherà. Ti varranno di molto quindici marenghi di dote, con una donna che è abituata a spazzare la strada col mezzo braccio di coda che si tira dietro. Chi sa che non campiate tutti due contro i vostri meriti, e ch’io non abbia la soddisfazione di scappellottarvi i figliuoli, giusto proprio davanti alla mia porta. Ma gliela darò lo stesso una fetta di polenta, non dubitare, gliene darò anche due; non me la prendo io coi giovani quando l’ho coi vecchi, e men che meno me la prendo coi vecchi quando la maggior colpa è dei giovani. Altrimenti avrei già detto il fatto mio a tua madre, che morta come è, non si è vergognata di tener mano a rovinare una ragazza che non le ha mai fatto un male al mondo. Almeno che si confessi presto, se le preme l’anima sua.

O rustica virago, o muscolosa pulcella, prontissima, come la più parte dei contadini quando inveiscono, a tirare continuamente la morte in ballo, quasichè la vita fosse sempre sempre una assai bella cosa, tu avevi un bel dilatar le narici, un bel parlare a scatti con un accento rauco e sordo che faceva assai brutto sentire, ma altro ci voleva perchè tu ti sfogassi bene!

— È inutile, – sclamò Niccolino con la smorfia untuosa d’un uomo sempre più scandalizzato; – inutile, oggi con te non ci si può discorrere!

— No? E allora che stai a far qui?

— Nulla. Tant’è vero che me ne vado.

— Che ti venga la morte secca! – concluse al solito Giovannona, la quale non s’era punto figurata di poter essere presa così pulitamente in parola, mentre Niccolino, appena voltato, mandava fuori un bel pezzetto di lingua; come per dire che gli era andata anche troppo bene.

 

Nota

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[1] L’identico e duplice fatto è avvenuto a Gazzuolo Mantovano. Furono distrutte nello stesso tempo la casetta di una povera famiglia, troppo profondamente addormentata, e la grossa ed attigua fattoria di un ricco possidente da Comessaggio. (N. d. A.)

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011