Alberto Cantoni

 

L’ILLUSTRISSIMO

ROMANZO

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, L’Illustrissimo, con uno studio preliminare di Luigi Pirandello, Roma, Nuova Antologia, 1906

reprint: Lampi di stampa, Milano 2003

PARTE TERZA

Una lettera, un prete ed un soldato.

I.

Siamo già alla domenica: una giornata che ci darà molto da fare dal tocco in là, e che non pertanto andò assai liscia fino a quell’ora. Nunziata, con la sua ghigna di usuraja, metà carezzevole metà ferina, domandò all’alba al Milanese se egli soleva mangiare tutti i giorni, nel qual caso, per non beccarsi la paga ad ufo, qualche cosa avrebbe dovuto fare anche la festa. E lo mise a tendere moltissimi canapi destinati a reggere il bucato al sole.

Armeggia e tira da una parte, sali e scendi dall’altra, Galeazzo si tolse d’impiccio con suo grandissimo onore, tra gli applausi di tutte le donne, troppo abituate a ben altri uomini, e che però non ne avevano mai visto uno solo nè così agile nè così destro. Il male fu che ci pigliò gusto anche lui, come quello a cui garbava più assai di stendere liberamente le braccia in qua ed in là, che non di ritrovarsele appiccicate ai fianchi con quella morte del falcetto in mano, e che però, movendosi anche troppo, non s’avvide che i due davanti della sua camicia di tela bambagina gli si andavano socchiudendo ogni momento più.

Peppina, meno smaniosa delle altre che ogni filza di stoppaccio pigliasse tutto quel sole che pigliar potea, guizzò la prima cogli occhi dentro al petto del conte, e piantandoglisi davanti come per fermarlo, gli aperse a due mani tutto lo spa–rato, e disse:

— Maria Vergine, che pelle bianca!

Buono che Giovannona, senza volerlo, ci mise una toppa, chè altrimenti Galeazzo, preso alla sprovvista, si sarebbe forse tradito, o con le troppe giustificazioni, o con l’impacciato silenzio. E quella invece come cosa naturalissima:

— L’avrà cambiata, – disse, – o l’avrà sempre avuta così. Vuoi che un cittadino ammuffito al chiuso, abbia la pelle sudicia come te, cotta dal sole? Scuoti meglio quella tovaglia, fannullona, piuttosto che guardare in seno agli uomini. Guarda il tuo, se non vuoi altro:

— Ma il mio è di donna, crederei.

— Sì? Non pare.

Così, bel bello, le dieci arrivarono senza far complimenti. Galeazzo, per secondare le sue simpatie, e colla scusa che i padroni debbono star da padroni, e i servitori da servitori, chiese a Giovannona di unirsi a Costantina per andare a Messa, e quella subito, con un’occhiata appuntita che gli traversò l’anima come una spada:

— Venite con me, – proruppe a bassa voce. – Il segno sta battendo, e non passeranno due minuti che già le strade saran tutte vuote. Così parleremo liberamente.

— Di che?

— Di quel che voglio da voi, oggi che è festa. Ve ne siete già dimenticato?

— No, ma così subito non me l’aspettavo, e dopopranzo, credevo di potere, che so io, andare un po’ a girare, o scrivere una lettera.

— A chi? A vostra cugina ora che l’avete piantata? Ebbene, qui non c’è posta, e dove vi mando a passeggiare, c’è. La scriverete là!

E gli raccontò, parlando presto e camminando adagio, tutta la sua storia, ingiungendogli poscia di andare al paese di Niccolino, quando appunto costui sarebbe probabilmente venuto a discorrere con lei; di cercarvi in suo nome, cioè in nome di Giovannina Gervasi detta Giovannona, di quel signor Parroco e della madre del mediatore, di tastar bene il polso ad entrambi, e di venire indietro colla risposta.

Galeazzo faceva di tutto per stare in contegno, ma egualmente doveva mordersi le labbra, per paura di peggio.

— Voi ridereste volentieri, se non sbaglio.

— No, cioè sì, – rispose, dando fuori improvvisamente. – Che volete? Sarà colpa della mia testa, ma pure ci sono due cose che io non posso farci stare insieme.

— Quali?

— L’amore... e voi.

Qui se non volò un ceffone fu un vero miracolo di Dio.

— Perchè son grossa di corpo? Ma ho altrettanta anima, sapete! E ve lo proverei subito, se questa non fosse una strada pubblica, e se io, per mia disgrazia, non avessi bisogno di voi.

Bella argomentazione! La smania di andar a star molto meglio, la gran paura di aver fatto un buco nell’acqua, e soprattutto la sua prontissima disposizione a dimostrare, coi pugni, la molta forza dei suoi propri affetti, ecco l’amore, secondo lei, o almeno ecco quel che ci voleva perchè una donna e si credesse e potesse farsi credere innamorata morta.

Galeazzo si guardò bene dal rimetterla al punto, ed arrivarono in piazza.

Adagio con questa piazza, perchè è un modo di dire. La chiesa in mezzo, neanche un’anima in giro, molt’erba in terra, una siepe da un lato, alcune bottegucce qua e là e, meno piccola di tutte, quella ove Nunziata comperava il caffè, Stentone il sale, Peppina la carta per iscrivere al suo Piero, e Genoveffa un po’ di pane per contentare il bimbo.

Giovannona l’additò al suo compagno e disse:

Non conviene che entriamo in chiesa insieme. Vado là dentro a comperare un sigaro per regalarvelo stasera quando sarete tornato. E da bravo, – concluse con quanta morbidezza potè mettere da un momento all’altro nel suo tono di voce, – non principiate così presto a girarmi nel manico. Io vi ho già fatto del bene, e ve ne voglio fare dell’altro, ma gratis no, tenetevelo a mente.

*

*        *

Si va in chiesa anche noi?

Fosse ora di benedizione, volentieri, s’udrebbe cantare qualche cosa a popolo, cioè molto meglio di quello che canterebbero, una alla volta, le mille voci che lo compongono; ma di mattina, e senza aver avuto, come quelle ragazze, la precauzione di portar con noi una piccola manata di timo, ci s’avvedrebbe, appena entrati, che c’è troppa gente. Dunque è meglio non farne nulla, confortandoci della privazione mercè del fatto che i coristi non erano che cinque, tutti contadini, tutti dilettanti, e che rispondevano a orecchio, per devozione.

Il nostro amico uscì tra i primi a Messa finita, dopo di aver avuto campo di osservare la compunzione gesuitica di molte donne sul fare di Nunziata, la pietà sincera di alcuni vecchi, del genere di Stentone e di Marchino, e il contegno quasi sguajato di alcuni giovinotti, non di molto dissimili dal gran Pompeo.

Discesero tutti a mucchi nella piazza e subito, come per volontaria segregazione, i due sessi principiarono a dividersi, e a mettersi in cammino ognuno per conto suo. Le mogli andavano con le mogli, e i mariti coi mariti, perchè, a stare insieme anche di giorno fuori di casa, sarebbero stati messi in ridicolo come altrettante caricature che non si contentavano di tutta la notte. I giovani e le ragazze, alla loro volta, si ponevano a schiere di cinque o di sei, liberissimi però tutti ed ognuno di piantare i compagni e le compagne alla prima svolta e di fare il rimanente della strada a due per due, cosa illecita lì presso la chiesa.

Ma era ben lecito alle ragazze di voltarsi indietro a guardare Galeazzo da capo a piedi, come se egli fosse stato una bella donnina, ed esse un gruppo di bersaglieri appena esciti dalla caserma. Ci ponevano malizia? No, probabilmente. Erano donne piuttosto brutte e piuttosto mal educate che pretendevano di avere gli occhi per guardare prima di ogni altra cosa gli uomini belli, e che però guardavano il nostro eroe assai volentieri, dibattendo a bassa voce le loro particolari impressioni: una non aveva mai visto due baffi così lunghi, un’altra li aveva in uggia e potendo li avrebbe fatti tagliare; queste due, lunghe e magre, si aspettavano di meglio, e quelle sei, piccole e grasse, ammettevano concordemente di avere preveduto peggio.

Ma tutti, anche gli uomini, si aspettavano e prevedevano qualche cosa, perchè Peppina, Genoveffa e Pompeo, colle loro chiacchiere, avevano già levato a rumore tutta Coronaverde. Galeazzo, per loro merito, non era più, come quando chiedeva della strada in viaggio, un povero ed ignoto passeggero, del quale non metteva conto di occuparsi troppo; no, ora si sapeva tanto bere chi esso era che guai a parlar d’altro per tutta la festa: era uno scarto di stamperia venuto lì a provare, per disperazione, come sappia di sale il pan del contadino; i giovinotti lo guardavano di sotto in su perchè il giubbone e gli stivalacci a tromba gli dicevano tanto bene che pareva impossibile; gli affittuari se la pigliavano col povero Stentone perchè la bazza era toccata a lui, e i braccianti, un po’ sul serio un po’ da burla, sciamavano tra di loro che se avessero potuto scegliere fra un invito a nozze e una bella occasione di legnare il Milanese, sarebbero stati (carini!) in gran perplessità. Ci s’intende che i più mordaci di tutti erano quelli appunto che avevano meno voglia di lavorare degli altri.

Immaginatevi quell’uomo comodo di Galeazzo, allorchè dovette capire che tutta quella gente non s’occupava d’altri che di lui. Gli avrebbe dato a’ nervi da per tutto, ma a Coronaverde sotto mentite spoglie, e con tre fette di polenta in corpo, altro che nervi!

Si mise a fare certi passoni più lunghi di lui, e non rallentò che vicino a casa, per tener dietro a Costantina, rimasta sola:

— Ecco, – pensò, – una creatura che andrebbe bene a me! È sincera, è tranquilla, è ragionevole, io mi contenterei! Sissignore che Domeneddio, invece di farla nascere a Milano, in una casa sul genere della mia, la mette qui a struggersi d’amore per un Pompeo, e getta me tra le braccia di una testa bruciata, di una originale, che avrà forse letto il titolo, niente più del titolo, del primo romanzo di Nievo, e che mi manda qui a fare questa bella figura. Almeno il conte del povero Ippolito era nato pecorajo davvero! Basta... Oh che vita, cara la mia Maria!

Questa chiusa, come accade spesso nei soliloqui, fu pronunziata forte, e Costantina, che udì la voce di Galeazzo, si voltò indietro e gli domandò, sorridendo amabilmente:

— Avete pregato per me?

— No, per dire la verità.

— Ricordatevene un’altra volta.

— Credete che io abbia meriti così grandi innanzi a Dio, da potermi permettere di pregare per gli altri?

— Perchè no? Un uomo così giovane, e così devoto della Santa Vergine, io non l’ho mai visto. La invocate sempre. Anche or ora. V’ho udito io.

— Ebbene, mi proverò, – rispose Galeazzo, senza chiarire l’equivoco, e vergognandosi un pochino che una buona giovinetta lo tenesse forse per migliore di lei.

*

*         *

Ma qui è tempo di aprire un molto aristocratico

INTERMEZZO.

È una gran cosa il gusto che si pigliano certe persone di arruffare tutte le cose, e le difficili massimamente!

La contessa Maria da Breno – donna gentile,che nel bel numero contava per due – non prese niente affatto volentieri la subitanea sparizione di suo cugino, prova ne sia che il giorno seguente (anche per gradire ad una giovane marchesina, che stava per avere assai bisogno di una bàlia) bruciò le sue navi e scrisse a Galeazzo:

 

«Eccoti le tue prime 8 lire e 30 centesimi, ma bada che vengo anch’io alla Casanova, e tu penserai a non farti scorgere, e a vedermi in volto senza dirmi addio. Così imparerai a partire come un fuggiasco, senza procurarti la giusta soddisfazione di salutare una Signora contenta di te.

«MARIA».

 

Ma ormai è inutile parlare del suo viaggio perchè è già arrivata, e gli uomini e le donne della Casanova si affollano intorno alla sua carrozza per ajutarla a scendere.

— Guarda chi si vede! La Illustrissima della Brena che è tornata a trovarci come ha promesso! Povera signora! È ancora vestita a bruno per la buon’anima del conte! Ma! Ecco la sorte di noi povere donne! Prendere un marito per volergli bene e poi restar così! – sclamava Nunziata, allungando il collo per baciarla in volto.

Maria che aveva, come tutti i veri patrizi, un certo debole per i contadini, e pochissima simpatia per i borghesi rifatti, rese ben volentieri i baci della vecchia, e ne offerse di sua posta alle due giovani. E quella subito, pigliandola per la vita come se fosse stata una sua figliuola, e conducendola a sedere nell’andito:

— Venga, venga. Che le posso favorire Un po’ di latte caldo? Due uova a bere appena fatte? Un caffè? Dica, dica, non faccia complimenti, e gradisca il buon core, per l’amor di Dio!

Maria bevette grosso, e la cordialità di quella donna le parve così genuina e munta di fresco quant’era il latte.

— Guardi mio marito che non si muove! Eppure sta bene in gambe, non è vero? Non gli è ancora venuto in mente di portare un po’ d’avena ai cavalli! E il mio figliuolo che non offre un bicchier di vino ai servitori! Dio, Dio, se non ci fossi io in questa casa!

Stentone e Pompeo partirono al trotto, e l’andito s’empì della accorsa intera famiglia di Genoveffa, e di tutti i bipedi implumi del vicinato. Maria, che aveva girato gli occhi intorno più volte in cerca di suo cugino, tese di nuovo la mano a Giovannona e se la trasse accanto. Parevano Proserpina e Pomona.

— State bene voi, perchè si vede. Vi trovo ingrassata di molto dall’ultima volta che ci siamo viste.

— Tutta fatica dei miei denti, signora contessa.

— Eh, cara mia, i denti hanno un bel dire, ma se l’amore vi desse da fare sul serio!...

E due! Giovannona avrebbe dato volentieri un bel pajo delle sue più belle lenzuola inoperose per poter rispondere che anche la signora contessa, con tutto che le fosse morto il marito, non istava male davvero; ma la lingua di sua madre le venne in ajuto, una volta per disgrazia, ed essa crollò mestamente il capo senza dir nulla, come fanno le signore, quando un capo scarico si piglia il gusto di sostenere che non hanno cuore.

— È un pezzo che non vede il nostro Illustrissimo? – aveva chiesto Nunziata.

— Cinque o sei giorni al più.

— Come stava?

— Benone.

— Che s’abbia proprio a morire senza vederlo, noi che si vive del suo pane da tanto tempo? Eppure, se venisse, sarebbe meglio anche per il suo fondo. Una volta o l’altra la casa ci crolla addosso!

— Davvero?

— Non crollerà precisamente perchè il signor segretario ce l’ha empita di tanti puntelli, che a momenti non sappiamo più da che parte rigirarci, come Ella vede (ce n’era uno in tutto), ma pure qui a terreno non mi accade mai di segnarmi così spesso come al primo piano. Basta, la prima volta che guadagno un terno al lotto, prendo su mio marito e i miei figliuoli, e si va tutti a vedere se c’è modo di baciar le mani all’Illustrissimo.

Come non aver caldo con tanti fiati intorno? Maria si alzò in piedi per levarsi un po’ di roba di dosso, e chi avesse badato alle facce e alle chiacchiere delle donne circostanti, avrebbe avvertito una volta di più che tutto è relativo a questo mondo, anche l’invidia. Le ragazze si tenevano a due per due, colle braccia appoggiate vicendevolmente sulle spalle delle compagne, e guardavano, guardavano con gli occhi lucenti di beatitudine le belle vesti della signora contessa, e una sarta ne faceva notare il taglio elegantissimo, e Peppina domandava forte a sè medesima quali erano le dita sante che avevano potuto ordire un tessuto così leggero e così consistente come era quello della mantiglia, e una cucitrice aveva spôrto le mani per raccogliere il cappellino come se avesse avuto in deposito la misericordia di Dio.

— Beata lei che può! – dicevano tutte sommessamente. – E con quanta cortesia si lascia guardare da noi altre povere meschine, più vestite di miseria che di panni!

Oh se la danarosa pizzicagnola, oh se l’agiata mogliera dell’oste avessero osato di farsi vedere in piazza colla decima parte di quel lusso intorno, che bisbiglio, che mormorio, che vociferazione di basse contumelie! L’invidia è una mala pianta condannata a non adergersi che poco più su delle radici sue, e guai al mondo se potesse intristire dove, aduggiando, bene o male arriva! Per questo i viaggiatori di terza classe si compiacciono talvolta nel vedere come si deve star bene in una carrozza di prima, e quella che più guardano in cagnesco potete star sicuri che è una di seconda! Povera umanità, fanno così anche i cani! Il piccolo ha una rabbia da non dire contro il mezzano, e si torce tutto da capo a coda, tremolando d’ammirazione, per riverire ed ingraziarsi il grosso! Che differenza da cane a cane! Quasi altrettanta da uomo a uomo!

Maria cominciava ad essere sulle spine. Non poteva chiedere di Galeazzo, e non sapeva capacitarsi come mai non si fosse ancora lasciato vedere. Che l’avesse canzonata? Impossibile! Un gentiluomo non canzona una signora. Che temesse di dover mostrare un qualche turbamento nel vedere lei? Non era poi un bambino, e s’eran lasciati da così poco tempo! Dunque che fare? «Aspettare un altro po’, – concluse fra sè e sè, – e poi, se egli non mi comparirà spontaneamente innanzi, condurre con garbo il discorso sui braccianti della Casanova, domandare quanti sono, quanto guadagnano, dove stanno, ecc. Son cugina del padrone, e ce l’ho anch’io un fondo da queste parti, dunque nessuna maraviglia se faccio lega coi mezzajuoli, e se m’informo di queste cose a scapito dei braccianti, come è probabile che facciano la più parte dei padroni».

Tornò a sedere a capo scoperto, e disse alla vecchia, per guadagnar tempo:

— Il mio fattore mi ha rammentato jersera che noi avevamo bisogno di un par di buoi. Me li potete dare voi altri! Con le malattie che ci sono in giro, se non li posso avere da una stalla fidata, non li prendo.

— Buoi da vendere, noi, a questa stagione? Magari Iddio! Più che appiccicare un po’ di carne sulle coste del pajo più rifinito, quando arriva Natale, e mutare ogni cosa in un pezzo di carta sudicia per pagar l’appendice al signor Conco... al signor segretario, noi non possiamo fare, come è vero Dio! Ma poichè ha nominato la nostra stalla, questa volta l’ha proprio da vedere. Si ricorda due anni fa! Non s’è potuto entrare perchè il caldo dava noja alla buon’anima del povero conte, ma ora, pur troppo, non c’è che la contessa, la quale, o sbaglio, o sta più ben di noi. Venga, venga con me. E quando vede l’Illustrissimo, non gliela perdoni, e si faccia sentire. Pazienza che s’abbia da star male noi che siamo cristiani, e ci s’accomoda per tutto, ma le bestie, così care, non è un peccato?

Uscirono insieme seguite da Giovannona, che prese in mano una forca per cacciarsi, come Europa, in mezzo ai buoi, e per mostrare alla contessa le occulte magagne della stalla, sgomberando della paglia e del fieno i precisi luoghi dove andavano a parare le querimonie della mamma sua.

— È brutta o no, lo dica lei? – seguitò Nunziata. – Guardi. Qui non c’è una tramezza che non sia stata rappezzata di dentro e di fuori, di sopra e di sotto. E veda le poste. C’è l’ammattonato a coltello, non nego, ma l’avrà fatto Noè, perchè ora la sfido a trovare una sola pietra che aderisca. Come vuole che mangino bene se tormentano dell’unghie, e se si rompono il muso con le lische della mangiatoja così tarlata? Sì, è vero, sant’Antonio, da quando è santo, non ha mai benedetto un lattonzolo più bello di questo, ma è anche appena nato! Torni un po’ a vederlo fra un par d’anni se camperemo tutti tre. E questa le pare una stalla da Illustrissimo? Con una porta sola che se ci prende il foco bruciano anche i corni? E così scura che d’inverno a mezzogiorno ci vuole il lume? E così alta che le bestie pajono sempre piccole e non compariscono neanche d’estate quando ci si vede? Via, Illustrissima, si metta una mano al core, e pensi alla sua. L’ho vista quando ho accompagnato il mio soldato in mano agli Italiani, e come l’ho vista bene! Quella è una stalla! A volta, e lucente, e larga, con le colonne di marmo, e le poste che pajono stanzini da ricevimenti. Ci può fare una festa da ballo quando vuole, lei.

Mentre la contessa domandava a sè medesima se un professore di agronomia le avrebbe fatto capire tante cose in una buona oretta di lezione, la vecchia si avvide di avere accanto un ometto piccolo e grassotto che la guardava con le braccia penzoloni come per dire: «Quando avrete finito voi, principierò io». Era il messo comunale di Dolo, leggi il tirapiedi del sindaco e dell’esattore: un buon diavolo che ad ore perse faceva anche da birro e da procaccio. I contadini lo chiamavano Ritenete, e il suo viso degnevole e dimostrativo chiariva il soprannome, e spirava per così dire il sentimento dell’autorità.

— Ritenete!! – sclamò Nunziata con gli occhi fuori del capo. – Questa è un’altra tassa!

— No, buona donna, tranquillatevi, – rispose il messo; – fin che, non riapriamo il consiglio non se ne parla più. Oggi non vengo a prendere quattrini, oggi ne porto.

— Fuori!

— Non a voi precisamente, ma a quel forestiere che avete in casa, e che mandaste via poco fa, a quanto me ne dissero là fuori.

— Io non ho mandato via nessuno. È stata lei, – sclamò la vecchia, additando Giovannona.

— Una o l’altra per me fa lo stesso. Avete a dirgli – state bene a sentire – che io era venuto qui con questa lettera raccomandata, e coll’importo d’un vaglia postale, tutta roba per lui; e che non avendolo ritrovato a casa, procurerò di ritornare dopodomani con ogni cosa. Non vi lascio nè quella nè questo, perchè ci vuol la firma per tutti e due.

Così a sentirlo, pareva che quarantott’ore meno, quarantott’ore più, non facessero gran differenza in quel di Mantova!

— Un vaglia postale? È grosso? – domandò Nunziata.

— Così così. Otto lire abbondanti.

— Ho capito, – sclamò forte Giovannona verso la madre. – Sarà il mese d’affitto della sua casetta.

Maria aveva avuto un bel servirsi di cartaccia grossa, un bell’alterare la sua lunga e sottile mano di scritto; ma correre tanto avanti coll’immaginazione fino a prevedere che il suo messaggio avrebbe impiegato due giorni per arrivare, come una saetta, da Milano a Coronaverde, via, siamo giusti, non ci sarebbe arrivato nessuno, e non ci arrivò neanche lei. Un’altra avrebbe mutato di colore, e sarebbe scappata via subito, per tema che Galeazzo, apparendo da un momento all’altro, mandasse a monte ogni cosa per colpa espressa di chi lo aveva spedito colà. Maria invece che non per nulla aveva avuto in famiglia tre o quattro consoli del bello italo regno (quell’altro, non questo) e una serqua di bisavoli in ottimo odore così a Vienna come a Madrid, Maria fece onore alla impassibilità che aveva ereditato col sangue dei suoi maggiori, e il terso marmo del suo bel volto coprì il suo immediato proposito di rimanere ancora.

— Dopo quel che ho udito, – pensò, – correre via subito sarebbe il medesimo che dar ombra a costoro, e d’altra parte, se mio cugino dovesse tornar tanto presto, qualcuno avrebbe detto alla Regia Posta di fiatare un momento per vedere se càpita. Ha corso tanto che deve essere stanca!

Uscì adagio dalla stalla con a làtere la sua dama d’onore, e subito Giovannona, volgendosi in furia a parlare nell’orecchio della Regia Posta:

— Che fa Niccolino? – disse pianissimo.

— Fa all’amore con voi.

— Non ne ha un’altra di nascosto a Dolo?

— No davvero. È venuto in qua con me, ed è scappato dall’oste perchè c’era troppa gente in corte. Se l’avesse, potete ben ritenere che lo saprei. Ho da avere in mano la polizia per nulla?

— Ebbene, riteniamo che ce l’abbia, e non lo sappiate. Informatevi con buona maniera, e dopodomani, quando tornate colla lettera, cercate di me. Troverete una mezza lira a vostra disposizione.

Era una specie di cambiale a vista che Giovannona s’era decisa a stillare per due ragioni: la prima perchè aveva paura che il suo ambasciatore potesse tornare con un pugno di mosche in mano, e la seconda perchè Ritenete aveva in capo troppi affari di tutti, per aver tempo di propalare quelli di qualcheduno.

Intanto Maria e Nunziata fendevano a stento la bassa plebe, che era rimasta ad attenderle fuor della stalla, e che si preparava di nuovo a seguirle in casa.

— Via, creature, andate in pace! Che vorreste? Tornar dentro ancora? Un po’ di rispetto per la signora contessa, che diamine! È vero che è molto bella, ma quando si è vista da capo a piedi, s’è vista tutta!

Questo era l’andante maestoso cantato a gran voce dalla vecchia, mentre la figlia, appena escita, e perchè Niccolino non potesse accampare il pretesto, della folla, dava sotto alla madre con un pianissimo:

— Anch’io vorrei dare il gusto a quella stomacosa di guardarla a bocca aperta come fate voi! Fuori, vergognosi tutti! Pare che non abbiate mai visto donna!

Il muto gregge degli ammiratori cominciò a diradarsi, poi a disperdersi, e di forestieri non restarono, come più di casa, che Genoveffa e Peppina: l’ultima delle quali aveva profittato della visita alla stalla per provarsi il cappello e la mantiglia di Maria. Un’altra mano che avesse avuto, e si sarebbe provata anche i guanti. Pompeo se la rideva coi servitori, e Stentone e Marchino, i quali avevano soggezione davvero, si tenevano in di–sparte in fondo alla corte.

— Ora che siamo in famiglia, – principiò Maria appena rientrata, – vi dirò la principale ragione che mi ha indotto a ritornare... oltre alla mia parola. Qualcuno però dovrebbe intanto farmi la gentilezza di dire al mio cocchiere che più presto i cavalli avranno mangiato, e più presto li attacchi. Ho da rifare più di dieci miglia, e se il sole fa a tempo a raffreddare, o se si leva il vento come jeri, mi busco la tosse, e domattina non posso più tornare a Milano. Beate voi che non avete di queste miserie!

–– Creda pure che ne abbiamo delle altre! – rispose Giovannona, con gli occhi fermi negli occhi della contessa.

Costantina, a un cenno della vecchia, era subito corsa dal cocchiere, e già ritornava colla risposta:

— Fra poco attacca.

— Grazie.

Poi, voltandosi verso Nunziata:

— Io avrei bisogno di una bella e giovane balia. Non ne avete una in vista? Badate, voglio latte fresco, e che abbia anche buona ciera e bellissimi denti.

Gli occhi di Giovannona folgoreggiarono, come se ne balenasse un poema di allegra vendetta. L’aveva tanto con Maria, per quel che le aveva detto appena arrivata, da giungere, pur di sfogarsi, fino all’amabile supposizione che essa cercasse misteriosamente la balia per conto proprio.

Ce ne sarebbe una, – rispose Nunziata, – che è stata tanto stupida da mettersi in ballo per il tempo della mietitura. A mezzo agosto sarebbe già riavuta. La vuoi vedere?

Che mezzo agosto! La mia amica si porrà a letto fra un mese al più.

Addio folgori, addio poema, addio vendetta! Doveva provare Giovannona a mettersi al collo la cintura di Maria!

Allora non saprei! – rispose la vecchia.

— Ebbene, cercatela, e se ve ne salta fuori una di bella, scrivetemi subito a Milano. Qualcuno verrà a vederla, e, se andrà bene, resterete contenti. Sapete scrivere, non è vero?

— Pochissimo tutti, per dire la verità; ma abbiamo in casa un bracciante mezzo cittadino che saprà certo ingegnarsi meglio di noi.

— Come mai è caduto qui?

— Che vuole? S’è offerto senza paga, e noi s’è preso.

Maria fece l’atto di chi procura di farsi venire in mente una cosa, e poi, come se principiasse allora soltanto a pigliar interesse al forestiere, chiese a Nunziata:

— Dite un po’: è uno che viene dalle parti di Milano?

— Illustrissima sì.

— Allora ho capito chi è. S’è offerto anche alla Brena, e il mio fattore, domandategli perchè, non s’è arrischiato a prenderlo, quantunque mi abbia confessato egli medesimo che era un giovine pulito, e che aveva una bonissima figura.

— Non è mica cattivo, – saltò a dire Giovannona sempia più stizzita, – ma capirà, bisogna dirgli dove ha da metter le mani e dove i piedi. Sa tanto lui di campagna quanto sappiamo noi di galanteria.

— Ebbene, se non farà per la Casanova, mandatelo alla Brena in cerca del mio fattore, – propose di rimbalzo Maria per impuntigliare i suoi interlocutori a tener bene e volentieri Galeazzo.

— Illustrissima sì... se non farà per noi! – rispose Nunziata.

Qui Maria, che ne aveva saputo anche di troppo, avvertì subito che il mutamento del discorso doveva venire da lei, e tornò a raccomandarsi per la balia, senza mai smettere finchè, tra le acclamazioni e le sberrettate, si ritrovò di nuovo a sedere in carrozza.

— Addio. A rivederci.

— Quando, Illustrissima?

— Quando tornerò alla Brena. Ve lo manderò a dire, e poveri voi se non vi vedo a desinare in casa mia.

— Ci verremo, non dubiti. Intanto stia bene, e se le capita un altro conte che le piaccia, se lo [1] pigli, ma giovinotto, badi, e non già vedovo.

— Perchè?

Perchè i signori hanno da star bene, ed è anche troppo se si tirano dietro una disgrazia in due. Siamo noi poveri che dobbiamo sposarci tra vedovi, perchè, se non s’ha un morto per parte, è raro che si trovi chi ci voglia più. Buon viaggio, Illustrissima, buon viaggio! E stia allegra cent’anni lei che può.

E Illustrissima di qua, Illustrissima di là, buono che alla fine la carrozza andò, ma guai al mondo se Maria avesse avuto gli occhi di dietro! Avrebbe visto molte facce, mutate istantaneamente di affabili in scontrose, e più presto di tutte quella della vecchia. Diceva:

— Che vi pare d’una contessa che vuole accaparrarsi i braccianti gratis?

— Colpa vostra, – rispose la figliuola ruvidamente. – Dovevate parlar meno.

— Ci si rimedia subito. Qua tutte, Genoveffa, Peppina, Costantina, tutte. Avete sentito ciò che ha proposto la contessa quando si è parlato del Milanese?

— Sì.

— Ebbene, non glielo dite, o me lo tengo a mente. Un po’ che lo sapesse, e ci pianterebbe subito. È un gran dire però! Le avranno raccontato che è un bell’uomo, e se lo vuole accanto. Capaci di tutto, le signore, credetelo pure, capaci di tutto!

— Meno male che anche mia madre ne ha indovinata una! – sclamò Giovannona alzando le man al cielo, e correndo prima a Marchino, e poi al padre e al fratello per fare che tacessero anche loro.

E il patto del silenzio – diciamola poeticamente – era già stretto.

Mezzo minuto dopo il vezzoso Pompeo posò il suo braccio (moda rustica) su quello di Peppina, e uscendo insieme disse:

— Ti par giusto che io abbia da lavorare come lavoro...

— Molto!

E che ci sieno persone che si facciano trasportare a spasso con cavalli e carrozza come quelli?

— Giusto non è, ma se non fosse così, sarebbe peggio. Mettiamo per un momento che si potesse diventare tutti signori. Chi lavorerebbe le nostre terre?

— Io no.

— E mangiare?

Pompeo si trovò stretto in un circolo vizioso.

— Vedi, – seguitò Peppina, – che sarebbe lo stesso come diventare poveretti tutti! Così invece si tira via.

FINE DELL’INTERMEZZO.

II.

Chi non s’è mai domandato come accade che certi brutti visi possano recare intorno la più genuina manifestazione della bontà dell’animo, e che certi altri invece, mollo bellini e molto ben torniti, rivelino spesso un certo che di aspro e di duro il quale vi si adagia sopra così bene che è una meraviglia?

Nessuno? Vorrebbe dire che i bei tempi della metafisica sono ben passati, e che non si crede più tanto nei rapporti già sacramentali del buono e del bello, ma non vorrebbe già dire che in fatto di visi ci manchino continui esempi e della prima specie e più della seconda. Per quella intanto basta che guardiamo il parroco di Dolo.

Era brutto davvero, ma si vedeva subito egualmente che era forse ancor più buono che brutto. Grande, grosso, con la pelle tanto olivastra da lasciarti in forse, da lontano, se fosse netta o sudicia; con le mani, così fuor del naturale da parere due mostre da guantai; con un naso tanto lungo che a metterlo al sole ci avresti potuto far danzare attorno le ore come sopra di una meridiana, oh se era brutto bene! Ma gli occhi altrettanto grossi quanto aperti e sinceri, ma la bocca tagliata giù come vien viene, e non per questo men dolce e meno espressiva, ma la pancia badiale, ma il perenne ed amorevole sorriso, oh quante belle cose dicean per lui!

Eppure quell’uomo, che altrimenti sarebbe stato quasi perfetto, aveva pur troppo il vizio delle belle lettere: un vizio grande e grosso poco men di lui, ne era escito uno di quegli agresti ed antiquati letterati, condannati dai fati a vegetare in mezzo ai prati, i quali, tolti fuori dalle loro soporifere ed arcadiche raffinatezze, non sogliono arrivare nella massima parte delle cose, dove, senza tanta logica e senza tanta rettorica, arriva di colpo la buona gente che sta loro intorno. A pigliarlo solamente da questo verso era una gran mummia, povero Don Angelo! Batteva le doppie, parlava a filo per maggiore, minore e conseguente; traduceva Virgilio e Cornelio Nipote, quello a digiuno e questo dopo cena ed entrambi colla scusa che erano mantovani per patria ambidue; sapeva a mente tutto Bartoli e tutto Passavanti, e un po’ che parlasse coi suoi miseri fabbriceri li citava tutti senza discrezione, e non apriva mai bocca senza tenerla aperta molto spesso in cerca del più bel modo di volgere il discorso, con assidua cura della parola propria, della ornata locuzione, e del più rotondo e compatto periodare.

Il buon uomo aveva seco una orfanella sua nipote, che egli si era studiato di crescere nell’amor di Dio e della lingua italiana, e che faceva conto di dare in moglie ad uno smilzo e timido giovinetto del paese, suo allievo e sua creatura, il quale tra poco sarebbe tornato di città con la patente di maestro in tasca. Che volete di meglio per un villaggio che un buon prete e un buon maestro, governati entrambi dalla medesima e casta massaja, e fermi ambedue nel vicendevole proposito di raddrizzare le anime immortali e gli spiriti ragionevoli degli stessi parrocchiani, senza mai pretermettere nè il buono esempio nè la buona grammatica? Se non che la signorina Ebe, qualunque fosse la sua tenerezza per entrambe queste belle cose, pure non si sentiva punto inclinata verso le persone timide, e men che meno verso le persone smilze.

Quando Galeazzo arrivò sul campo di battaglia e chiese, per la prima, della madre del mediatore, gli additarono una donnetta non tanto vecchia quanto apatica e sdentata, che stava in piedi per miracolo davanti all’uscio di casa sua. Che una madre come quella potesse ancora trovare il fiato di dir di sì al figliuolo, era una cosa che si poteva ammettere, ma che sapesse reggere a dir di no più volte, e da più mesi in poi, non pareva vero. Eppure bisognava sentire come s’ingegnava!

— Dite alla vostra padroncina, – rispose a Galeazzo con grandissima flemma, – che in casa mia voglio essere la padrona io, e che se c’entrasse lei, comanderebbe a me.

— Non credo. Una buona nuora obbedisce e non comanda.

— Quella obbedire? Una donna che mi butterebbe a terra con uno starnuto? No, no, figliuolo, son vecchia io, e so cosa vuol dir la forza! Ditele a mio nome che il mondo è grande, e che se mio figlio la vuole sposare, può andar a star seco da per tutto, ma qui no. Poderini da affittare non ne mancan mai, e Niccolino ha tanti padroni che un po’ da uno, un po’ dall’altro, trova subito quanto gli ci vuole per comperar due vacche. E se la vostra padroncina ha paura dell’affitto, ebbene, si pigli Niccolino a casa sua. Sarà un uomo che andrà a moglie, che gran che! Se ne son visti ancora!

Era sempre qualche cosa di guadagnato, ma per il momento non c’era da cavarle altro, e Galeazzo, che se ne avvide subito, si volse addirittura verso la Canonica.

— Vorrei parlare da solo a solo col signor Parroco, – disse appena entrato ad una giovane bionda e ricciuta, piccola e grassoccia, la quale, agli anni ed alle vesti, si rivelava subito non per la serva ma per la nipote.

Costei che prima, non vista, lo aveva già saettato d’una lunga occhiata, gli venne incontro a capo così chino che Galeazzo non potè vedere nè il bel nasino volto all’in su, alquanto petulante, nè la bocca vermiglia e sensuale, alquanto briccona.

— Favorite di entrare qui, – gli rispose la signorina Ebe, ponendosi davanti all’uscio di una stanzetta appartata, che mandava fuori, col vetusto odore dei volumi legati in cartapecora, una certa solenne fragranza come di lingua antica ed illustre.

Don Angelo stava a sedere in maniche di camicia davanti alla scrivania, e scriveva a precipizio due o tre faticosi endecasillabi, appena imbastiti, per paura che la interruzione glieli facesse poi passar di mente.

— Chi siete? – domandò senza smettere al suo visitatore, mentre costui, per precauzione, richiudeva l’uscio dietro di sè.

Galeazzo rispose che egli era un bracciante della Casanova di Coronaverde venuto a vedere a nome della padroncina se il signor Parroco non avesse nulla a ridire sulla voce che principiava a diffondersi della grandissima simpatia di Niccolino per la nipote di esso reverendo.

Don Angelo, che era rimasto di stucco, si levò gli occhiali di naso, e si mise a pulirli da tutti i lati per guadagnar tempo. Quindi come se predicasse, e principiando tale e quale come in chiesa con una bella nota media di petto, rispose molto forte:

— Io non vi dirò che il giovine, or fa un anno passato, non mi abbia aperto la mente sua con questa lettera che mi fa ridere ancora, e che è firmata, come voi vedete, «il suo caro parrocchiano Niccola Bassi»; ma e che però? Poteva io tanto da impedire ch’ei me la scrivesse? Non è egli un uomo? Ed Ebe mia nipote non è una donna? Che ci poss’io se me l’ha chiesta in moglie? Poteva bene non dargliela, e andate pur sicuro che non gliel’ho data e non gliela darò; ma che Ebe gli spiaccia, ei che mi ha detto che gli piace tanto, nè io posso affermare, nè voi potete chiedere.

— Come diamine parla costui? – pensò Galeazzo fra sè e sè, già spaventato all’idea di prendere il contagio, e di non potere più rispondere in dialetto.

E l’altro subito, seguitando:

— Questo sia detto per Niccolino mezzano; in quanto poi alla mia nipote, io non vi dirò che ella non sia la più gran furbetta che imaginar si possa, e che talvolta, quando non mi ritrovo bastante pecunia in tasca per comperarle subito, che so io, una gala, un gingillo, una fettuccia, essa non mi pigli di fronte e non mi dica: «O spicciati, don zio, o mi metto subito a discorrere col tuo caro parrocchiano Niccola Bassi»; ma e che per questo? Volete voi che una giovane civile, da me istituita, si possa veramente apprendere d’amore per un... basta, non è a me che spetta di svilire, dirò meglio, di umiliare il mio gregge, ma via, capirete!

Qui Don Angelo si fermò un momento a tirar su una presa, mentre Galeazzo, esterrefatto, continuava a guardarlo negli occhi, a guisa di uno, il quale per non sapere a chi impetrare misericordia, si adagiasse al proprio destino, borbottando fra i denti:

— Buono che non sa chi sono, o altrimenti ci sarebbe da aspettarsi una mezza dozzina di conciossiachè!

— Non avete capito? – ripigliò il buon prete, come quello che era abituato a spiegarsi molte volte, e per dar ansa all’interlocutore di rispondere pur qualche cosa.

— Si, sì, ho capito benissimo, – rispose Galeazzo grattandosi l’orecchio, – ma ciò non ostante non potrebbe essere che sua nipote, la quale si burla innocentemente di lei con quelle minacce, si burlasse talvolta anche del mediatore, che è un bel pezzo d’uomo, e gli discorresse, così per ridere e come dicono, quando nessuno la può vedere, per esempio... la sera!

Avrebbe dovuto dire «la notte» ma poi, nel momento buono, pensò giustamente che Giovannona doveva andare lei ad insolentire i galantuomini, e non mandare gli altri.

Don Angelo s’attaccò ad un cordone che gli pendeva sul capo, e scampanellò a furia per chiamar la nipote.

Costei che era dietro l’uscio e non aveva perduto una parola s’avventò in punta di piedi fino all’angolo più remoto della Canonica, e di là gridando:

— Vengo, – rispose.

— Che fa, reverendo? – chiese Galeazzo impaurito.

— Nulla. Voglio che vediate la purità alla prova. Qua, Ebe, e dimmi: o che fai tu la sera?

— Sto qui teco, don zio, – rispose la ragazza con la medesima serenità con la quale avrebbe bevuto un ovo fresco.

— E poi?

— Poi vado a dormire.

— E pure mi dicono che tu t’intendi segretamente con Niccolino e che gli parli.

— Perchè no? Sto così male in casa tua, e tu consentiresti così facilmente e con tanto piacere a lasciarmelo sposare, che veramente sarei molto grulla se non mi ci ponessi! vero bensì che potrei farmi torto per tutta la vita, ma che cosa importa quando si tratti di un giovinotto così garbato, così istruito, così degno di entrare nella tua famiglia?

Don Angelo balzò in piedi come se avesse avuto vent’anni, e protendendo nel suo entusiasmo le braccia in alto, gridò:

— Te beata, o Natura, quando indovini, giocherellando, le più segrete ragioni dell’arte; te beata, o Natura, quando ti poni a presidio dell’innocente sulla sua stessa bocca, e vi ti accampi con tanta fortezza che il più sottile sillogismo non varrebbe a snidarti. Vedi? Ecco una giovinetta che, tua mercè, non si è peritata di armarsi della ironia, della più malagevole e perigliosa di tutte le figure, e che se ne è baloccata a suo talento, senza mai turbare la vittoriosa armonia del concetto, e, cosa più maravigliosa ancora, senza mai offendere la giusta proporzion della forma. O beata; beata te!

Bravo Don Angelo! Quasichè il discorsetto di vostra nipote fosse stato qualche cosa di molto naturale, e che la natura, all’occorrenza, avesse bisogno di andar a scuola dall’arte. Ma un po’ che vi ci mettiate, voi altri, c’è da aspettarsi anche questa, a lasciarvi dire!

La signorina Ebe, tutta umile in tanta gloria, se ne andò a capo chino verso l’anticamera, e Galeazzo, che non si era mai sognato di mettere in dubbio la suprema buona fede del parroco, procedette, come suol dirsi, per estensione, e fu ben lunge dal prender sospetto della nipote. La quale (all’usanza di tutti coloro che sono stati cresciuti in modo eccessivamente formale) non aveva mai acquistato nel tenore dell’indole sua, e come finta ed intrigante era nata, così si poteva mettere dieci contr’uno che sarebbe anche morta. Tanto poco aveva che fare con suo zio, che era rimasto bonissimo ad onta delle sue scolastiche stitichezze.

— Dite un po’, – riprese quest’ultimo allorchè Galeazzo, finite le sue scuse, si preparava a prendere congedo, – or come avviene che la vostra parlata vi riveli per molto estraneo a questi luoghi nostri?

— Sono di Abbiategrasso.

— Qui contadino da lungo tempo?

— No, da pochi giorni.

— E vi chiamate?

— Lazzaro degli Abeti.

— Lazzaro! Bel nome! Non m’era ancora venuto a mente.

E lo scrisse tosto su di un fogliolino.

— Imperocchè io, – seguitò a dire, – ho dichiarato da molti anni una feroce guerra contro i soprannomi, ai quali va imputata così gran parte del rozzo costume che suole intercedere fra gli abitatori delle campagne, e perchè ne cessasse il bisogno, dirò meglio, lo specioso pretesto, ho bandito dalla mia parrocchia i nomi troppo volgari dei Santi e delle Sante per accostarmi, in questo solamente, o all’Evo medio o alla pagana antichità gentile. Cotesto è il catalogo dei nati, da quando fui assunto alla regola di questa terra, e percorrendolo saltelloni, dove l’occhio ci cade a caso, vediamo: «Epeneto, Agape Chionia B..., Callimaco C..., Caralampio F..., e Giliosa R..., ed Eustocchia M..., e Deidamia P..., e Verosia C...» Son tutte vive, tutte persone di buone ossa, e nessuno ha mai osato di chiamarle differentemente, come accadde a me, il cui grosso nome di Angelo mi si è talvolta mutato dietro le spalle in quello di «Don Dirò Meglio» e come sarebbe probabilmente avvenuto anche ad esse, quando fossero escite dal Sacro Fonte in qualità di Pietro o di Paolo, di Rosa o di Giovanna.

Qua, qua dunque tutti a spigolare nel registro di Don Angelo, o voi umoristi di seconda man che vi studiate di far ridere il prossimo, col povero espediente dei nomi insoliti e buffi. Un lapis, un taccuino, e ce ne avete finchè campate.

Ma Galeazzo voleva scrivere a Maria, altro che umorismo, e quei cataplasmi di nomi arrugginiti gli erano già sembrati, benchè pochi, troppi. Agguantò una mano a Don Angelo, per baciargliela, e togliersi d’affanno, e quegli schermendosi:

— Fatevi con Dio, giovinotto, e dite alla padroncina, per parte di Ebe e mia, che può impalmarsi con Niccolino mezzano quando più le piaccia. Buon dì.

Galeazzo escì dallo studio col capogiro, e s’affacciò più volte alla cucina, alla corticella, e alla dispensa, prima di poter infilare la porta di strada, mentre la signorina Ebe, che lo teneva d’occhio dal salotto, e gli vedeva prendere tante cantonate, aveva voglia di morir dal ridere. Era molto villana, la signorina Ebe, così che non pareva. Più di Giovannona, che è tutto dire, e forse appunto perchè non pareva.

— Avanti che ci ritorni! – sclamò Galeazzo appena fuori, mentre Don Angelo si sprofondava di bel nuovo nel vorticoso pelago dei suoi endecasillabi, e mentre la signorina Ebe, che aveva cessato di ridere, s’appoggiava col gomito alla finestra, e posato l’indice sul bel nasino, si poneva a meditare, con scaltrita faccia, intorno ai casi suoi.

E medita e medita, gliene venne in mente una di molto grossa.

III.

Ora, dopo le nuove leggi e il servizio obbligatorio per tutti, la leva militare non si presenta più, nemmeno ai contadini, come una spaventosa e troppo particolare calamità, ma all’epoca del nostro viaggio, durava ancora la ingiustizia dei cambi, ed erano ancora troppo recenti le memorie dei disagi patiti prima in terra tedesca e poi nel settennio ’59–66 perchè la coscrizione non assumesse, almeno nelle campagne, un aspetto molto diverso e molto peggiore. Chi ha vissuto nel contado lombardo intorno al ’70, può dire di quali strida e di che altissimi pianti non echeggiassero talvolta le più povere case, allorchè arrivava la notizia che un figliuolo aveva sortito il numero basso, e si era trattenuto, più ubbriaco di dolore che di vino, a vociare ed a cantare per le vie della città.

Questa disperazione si esauriva naturalmente da sè sola quant’era più rumorosa, ma anche dopo, ad animi più tranquilli: «È questa la bella Italia? – dicevano. – Sono questi i bei vantaggi che i signori ci hanno promesso? Tutti liberi, tutti fratelli! Cara questa libertà che ci porta via i figliuoli per dodici anni invece che per otto! Cari questi fratelli che tengono a casa il loro sangue, e mandano via il nostro!»

Oggi almeno i figli dei signori si scannano anch’essi a fare i volontari, e se c’è una qualcha diversità di sorte, è proprio dovuta alla sorte e non agli spiccioli. È un’altra cosa!

Ma allora! Domandate a Nunziata ed a Peppina se il mal di denti abbia mai fatto urlare nessuno così forte come urlarono esse quando il loro povero Piero se ne era tornato a casa con in tasca il 2. Quegli urli non potevano paragonarsi, data la diversità della intonazione, che alle loro grida di gioja, allorchè, alle cinque pomeridiane di quella stessa festa, si levò una voce che veniva dalla parte del Po, e che diceva: «Arriva Piero! È qui il figlio di Stentone!» e tutti a correre verso l’argine, incontro ad una barchetta che stava per toccar terra, e che conteneva il signor caporale Gervasi, del 10° di linea.

0 ’l me cör! 0 ’l me Piero! 0 ’l me putel! – strillavano in coro la madre e l’amorosa, che si tiravano dietro tutte le persone delle due famiglie, compresi Giovannona e Niccolino, che avevano dovuto smettere di tortoreggiare davanti al portone.

Il povero Piero non era ancora ben saldo in terra che già gli erano saltati addosso a due, a tre alla volta, premendolo, stringendolo, baciandolo da tutte le parti, mentre la sorella raccoglieva di terra il keppy caduto, e Peppina, con Santello in braccio, aveva piantato una mano sulla tempia del suo soldato, e lo guardava in viso come se lo avesse voluto mangiare vivo. Il povero Stentone, che adorava quel suo migliore figliuolo, aveva più lagrime negli occhi che parole in bocca, e Piero, che non gli poteva saltare al collo, s’era dovuto contentare di afferrargli una mano, tendendo l’altra a Giovannona ed a Pompeo.

Finalmente il gruppo si sciolse, e di collettivi che erano stati sul principio, il ben venuto ed il ben trovato andarono avanti un pezzo particolarmente. Poi Piero si prese il piccolo Santello per mano; posò il suo braccio su quel della madre, e addio di qua, addio di là, attraversò il villaggio per andare a casa.

— Com’è sbiancato! Quant’acqua gli dànno a bere questi piemontesi! E poi dicono che in Piemonte c’è il vin buono! – dicevano forte i vecchi amici, che gli facevano ala nel brevissimo tragitto.

— Venir così improvviso! Venir così improvviso da un momento all’altro! – borbottava Stentone. – Perchè non hai scritto?

– Non lo sapevo, – rispose Piero in quella lingua arlecchinesca molto allobroga e un po’ napoletana che i nostri soldati si sogliono appiccicare uno coll’altro. – Siamo venuti a Parma jer mattina, e subito il mio maggiore mi ha fatto avere una settimana di permesso. Era tanto che glielo chiedevo.

— Oh povera me come me l’hanno falsato! – seguitò Peppina. – Parla così stretto che pare un signore!

— Ma che signore, ma che signore! Dammi tempo un quarto d’ora, e parlerò come te. È da jeri che sono al reggimento?

Ed entrarono tutti nella Casanova.

Avete mai aperto la porta della scuderia ad un puledro dopo troppe ore che vi stava chiuso? Avete mai visto le sue capriole? Vi siete scansati per evitare i gaudiosi suoi calci? Allora è come se aveste veduto Piero in quel momento. Il suo corpo non si poteva muovere tanto, è vero, ma se l’anima avesse trovato modo di escirgli dal petto, altro che capriole! avrebbe preso il volo addirittura, per aliare in un batter d’occhio dal più remoto filare all’ultima siepe della fattoria.

Corse di sopra nella sua stanzetta, sciolse la cintura, spogliò la tunica, gettò sul letto la durlindana, e su a rotta di collo in granajo, infilando la sua vecchia giacca nel salir le scale. Già è inutile, i nostri soldati della più rustica progenie hanno qualche cosa nella espressione del viso e nel modo di camminare di guardare e di gestire, che dieci anni di caserma non varrebbero a togliere, e che si combina assai meglio col giubbone verdiccio che colle daghe, cogli elmi, le frange ed i keppy.

In granajo andò benino; i mucchi erano due e gonfi abbastanza per tener tutti ritti fino a tutta estate; dunque giù, prima a palpare i fianchi ai buoi col babbo, con Marchino e con Pompeo, poi in porcile ed in pollajo colla mamma, la fidanzata e la sorella, e finalmente, seguito da tutti, in aperta campagna, a guardare, appezzamento per appezzamento, come metteva il grano, come erano stati scavati gli alberi, quant’erba c’era nei prati, quanti pampini nei tralci, e soprattutto, e più amorosamente che mai, come germogliavano certe giovanissime viti seppellite da lui prima di andarsene. Oh come era contento, povero ragazzo!

— È un pezzo che siete caporale? – gli domandò Niccolino che non aveva mai corso tanto in vita sua.

— Caporale! Vorrei vedere anche questa! – gridò Nunziata la quale avrebbe assai più volontieri bastonato suo figlio piuttosto che lasciargli fare un solo mezzo giro a destra per amor dell’arte.

— Non dubitate, mamma, ci ho avuto il mio perchè.

— Ma non potevi ricusare?

— Sì che potevo, ma allora sarei tornato uomo quattro anni più tardi.

— Quattro anni!! Se non ti mancano più che nove mesi a finirli! – sclamò Peppina con gli occhi fuori del capo.

— Parlo del congedo assoluto, io, – rispose Piero come per troncar l’argomento.

— Che assoluto o non assoluto! Quando ti rimandino a casa mi fa lo stesso comodo.

Erano giunti al fosso di Galeazzo, non ancora empito che in piccolissima parte.

Che è questo? – domandò Piero fermandosi.

E gli raccontarono ogni cosa dall’arrivo del Milanese alla spilorcia esitazione del signor Concomodo.

*

*     *

Galeazzo apparì a sera inoltrata con un cipiglio da fare spiritare i cani, e quando tutta la famiglia si era già alzata di tavola. Giovannona pensò prudentemente di lasciarlo mangiare in pace, e postagli innanzi ogni cosa, disse forte alla madre:

— Ed ora che si fa? Dove si mette Piero?

— Dove? Nel suo letto.

— E il Milanese che ve lo ha già pagato?

— Al Milanese ci penso io. Non è vero che siete un buon figliuolo, e che non ve l’avrete punto a male se vi metterò il mio soldato accanto per qualche notte?

Galeazzo levò gli occhi all’insalata squadrando Piero da capo a piedi, e rispose rabbiosamente:

— Che a male d’Egitto! Prendo tutto a bene, io.

E cacciò dentro un boccone di lattuga, come se avesse avuto voglia di mandar giù anche la forchetta.

Giovannona lasciò sbollire quel po’ di luna piena, e quando vide tutti i suoi radunati intorno a Piero, si accostò a Galeazzo, e gli disse sommessamente:

— Com’è andata?

— Male.

Giovannona si morse le labbra.

— È dunque vero dell’amore in canonica?

— No, mi hanno sacramentato di no tutti due.

— Anche la nipote?

— Più dello zio.

— E la vecchia 2

Non mette nessuna difficoltà, purchè vi prendiate Niccolino in casa vostra.

–– Sì, una bocca di più! Se potesse mettersi in tasca il poderino, non dico, ma senza?

— E voi pazientate. È una certa madre quella, che, o io sbaglio di molto, o in un modo o nell’altro cederà.

— Ma allora perchè dite che è andata male?

— Non ci siete mica solamente voi al mondo; è andata male a me. Ho avuto di grazia di riparare dai carabinieri, e per causa vostra.

— Per causa mia!? Che c’entro io coi carabinieri?

— Non ve lo voglio dire. Così imparerete a non pensare che a voi.

— No, Milanese, fatemi questo gran piacere di dirmi subito come c’entro io coi carabinieri?

— Neanche se mi mandaste Don Dirò Meglio a farmi un’altra predica. Ce l’ho tanto con voi per la bella festa che mi avete fatto fare, che se vi potessi arrostire, vi arrostirei. Dovreste anzi dire là al signor caporale che se egli vuole rivelarsi per fratello vostro, non ha a far altro che russarmi nelle orecchie per tutta la notte.

Se tu getti dell’acqua contro un muro, è vero che gli è un muro, ma qualche cosa gliene rimane.

Ed anche Galeazzo, parlando così ad una donna, avrebbe dovuto avvertire che gli si era già, appiccicato addosso un bastante spruzzo di color locale: quel certo colore il quale si rivelava più che mai allora appunto per opera di Pompeo, che, ritornato ubbriaco fradicio dall’osteria, era stato preso a braccetto dalla madre, e seguitava a predicarle su tutti i toni che per arrivare a letto in camera sua, gli conveniva di andar giù e non su.

Alla fine si persuase, ma non abbastanza presto che una buona giovane, la quale origliava dalla porta della sua casetta, e non lo udisse bene, e non ne piangesse disperatamente.

Mentre il conte di Belgirate, voltoloni per il letto, s’accaparrava anticipatamente più di tre quarti della sua coperta, capitò abbasso in cucina il signor Concomodo, che sapeva benissimo dell’arrivo di Piero, e che pure ne fece le grandi meraviglie, con pacata ed altezzosa bontà.

Recava (un po’ troppo presto, veramente) la risposta dell’Illustrissimo: una risposta così birbona da far diventar lividi tutti gli astanti. Il mezzajuolo aveva chiesto sei soldi il giorno, per dividere col suo padrone il mantenimento dello spesato bracciante, e Sua Eccellenza il Conte di Belgirate, molto offeso della propostagli meschinità, rispondeva di rimbalzo di volerli spendere tutti e dodici, ma a condizione che il Milanese lavorasse per conto suo, in compagnia di un secondo uomo assunto e pagato dal mezzajuolo. Ludro redivivo non avrebbe potuto trovare migliore appicco per frodare Stentone della piccola fortuna che gli era capitata, e se non c’era Piero, sempre bonario, che si offriva di lavorare pei suoi finchè fosse rimasto in congedo, addio speranza di escavare la viottola e di riempire il fosso!

Stentone perdette l’uso della parola, e Nunziata, che lo avrebbe preso a calci volentieri sotto alle coperte, si limitò a passare tutta la santa notte mandando moccoli ed accidenti in casa dell’Illustrissimo, il quale poveretto ne aveva tanta colpa quanto ne abbiamo noi tutti, e che pure, in grazia del buon garbo di Piero, dormì così bene quella nottata come da solo non aveva dormito mai.

A crederci sarebbe un’altra superstizione, ma qualche volta pare proprio che i moccoli ci ajutino a campucchiare un po’ meglio.

IV.

Allorchè una persona nervosa sta bene, le pare di essere sempre stata bene, allorchè sta male, sempre male. Essa vede le cose dietro un prisma particolare, il quale non si limita ad agire con vario effetto sul presente e sul futuro, ma arriva persino a colorire a suo modo anche il passato. Fanno il medesimo anche i sogni. Quando uno dorme di buon sonno, gli si abbelliscono le cose brutte, e quando uno dorme male, gli si deturpano in vista le cose belle.

Galeazzo tornò a rivivere, dormendo, la brutta giornata che aveva appena vissuto, ed ogni cosa, nella lieve e delicata parvenza dei sogni, gli assunse meravigliosamente un ben diverso e ben migliore aspetto. Come gli parve gajo e saporito quel povero prete! E che piacere a scrivere dopo, nel caffè di Dolo, un eterno letterone a Maria, mentre due gruppi di politicanti, in abito domenicale, gli dibattevano a lato l’amena questione del Trasferimento, gli uni intercalando a memoria, in mezzo al loro dialetto, le precise parole italiane della Favilla, e gli altri quelle meno italiane della Gazzetta di Mantova.

Che ampiezza di vedute, e che addottrinata copia di espedienti!

Eppure tutto ora gli pareva furbesco, tutto animato di briosa piacevolezza; perfino il più cocente supplizio di poco poi: quel supplizio che udremo tosto narrare da lui medesimo, quando, comandato da Stentone, correva al fosso a raggiungere il soldato, e Giovannona, che gli aveva veduto il viso rifatto a nuovo, gli galoppava dietro tempestandolo di domande.

Il Conte non le fece grazia nè di un membro nè di un inciso di tutti i discorsoni dell’ottimo parroco, e non si sognò nemmeno di arrivare ai carabinieri, finchè non ebbe messo fuori tutta la scienza che i due giornali, l’un contro l’altro armati, avevano cacciato dentro nei loro lettori. Poi:

— Scrivevo già da mezz’ora in caffè, – seguitò a dire, – quando mi vedo addosso una di quelle figure da contadini, guardando le quali non si può capire se s’abbia innanzi un minchione che faccia lo scaltro, ovvero uno scaltro che faccia il minchione. Ne ho già visto parecchie da queste parti.

— Oh che le figure dei contadini non sono come quelle degli altri? – domandò Giovannona molto piccata. – Chi era?

— Era il consueto e salutifero individuo che mi salutava alla sua maniera col suo solito «Salute!» Mi ha raccontato che dipende anche lui dallo stesso padrone vostro, il quale gli ha affittato alcune bifolche di terra, non di molto lontane dalla Casanova. Me n’importava assai!

Che cosa faceva a Dolo?

Domandatelo al buon Dio che me l’ha mandato. Non lo so. Mi ha detto di avere la stalla piena di vacche, e la testa vuota di vizi, e che per carità, anzi per misericordia, vi facessi capire che se voi non vi deciderete assai prima dei sei mesi di tempo che vi siete presa, dovete persuadervi che egli ci lascerà per lo meno la pelle. Ha detto la pelle! Quasichè la corteccia di un avarone che si è fatta venire mezza la pellagra a forza di mangiar poco e male si possa chiamare una pelle!

— E voi?

— L’ho pregato, l’ho supplicato che mi lasciasse in pace, e quando ho visto che non ci cavavo nulla, gli ho detto che perdeva il suo tempo, perchè voi siete furente, ma proprio furente pel vostro Niccolino.

— Che bisogno c’era di dirgli questo? – proruppe l’altra, arrabbiatissima. – Non lo sapeva da sè?

— E se lo sapeva che male c’era a dirglielo?? che forse ne volete sposare due?

— No, ma...

— Ma se Niccolino ve la facesse, volete dire, vi premerebbe di tenere quest’altro a disposizione, non è così? Molto comodo il vostro metodo! E voi, così grossa, avreste il coraggio di sposare un uomo così allampanato? Bella coscienza!

— È lui che mi vuole, non son già io, e in mancanza di meglio...

— Vi rassegnate a restar vedova dopo due anni? Ma io glielo ho detto.

— Vi caschi la lingua! E lui?

— Mi ha risposto che il cor contento lo farà riavere, che vi terrà in dieta, che smagrirete, e che in ogni modo gli basta di sposarvi, perchè una donna così interessata e che vada così bene per lui e per le sue vacche come siete voi, non la trova più neanche a morire. Dunque, morte per morte, meglio due anni con voi che dieci senza. «Almeno se muojo – ha concluso con gli occhi volti in su – son sicuro che le mie povere bestie vanno in buone mani!»

— Meno male.

— Ho agguantato la mia lettera, e son corso a finirla in una osteria. Lo credereste? M’è venuto dietro, s’è messo a piangere, ha tentato più volte di gettarmi le braccia al collo, e tutto perchè? Per dirmi che se lo voleva ammazzare di mala morte, non avevo a far altro che rivelare il vostro segreto, parlando cioè con chiunque, toltane voi, del tempo che avete voluto prima di dirgli di no, o di sì. Sarebbe stato meglio, secondo la sua opinione, che l’esecrato mediatore fosse passato sopra di lui col cavallo, col biroccino, e con una brenta di vino in corpo.

— Lo credo. Non gliela perdonerei di certo, e nemmeno a voi.

— Quanto a me, me ne importa poco, ma tacerò lo stesso, credetelo, non per paura di voi, ma di quell’altro. Se mi fa un’altra scena eguale, ci resto sotto. Ha seguitato tanto che ho dovuto tirar fuori i miei certificati, e correre in caserma.

— Per che fare?

— Per poter finire la mia lettera al sicuro. Altrimenti l’avrei ancora da scrivere.

— Ma allora come c’entro io coi carabinieri? domandò stizzita Giovannona, la quale, tempo addietro, aveva messo gli occhi per miracolo anche sul sottobrigadiere di Dolo, e aveva sperato per tutta la notte di porre in fila un altro vice–Niccolino anche da quella parte.

— Non c’entrate? È colpa mia o dei vostri amori se non ho avuto altro scampo? È colpa mia o dei vostri amori se Geminiano Gualtieri detto Piangi (ho saputo anche il suo nome) ha pensato bene di aspettarmi fuori per tornar daccapo, senza mai quietarsi finchè non gli è riuscito di condurmi in chiesa, e di farmi giurare davanti al Santissimo che non lo avrei mai tradito? È colpa mia o dei vostri numerosi amori se jeri sono andato a Dolo, e se poi, nel tornare con Piangi a notte fatta, ho sentito due voci ingrossate che mi gridavano dietro una per parte: «Ehi! bel mobile di un Milanese! O gamba presto, o botte!» Io non mi ritrovo molto forte in lingua mantovana, ma capisco benissimo che se rimango qui, vi hanno delle persone affettuosamente disposte a picchiarmi, se possono, e avanti che voi mi pigliate un’altra volta ad escire di notte per i vostri numerosissimi amori, via, dovete essere per lo meno già vedova, e di Niccolino, intendiamoci!

— Avete avuto paura?

— Io no, ma è stato Piangi che me ne ha attaccata un po’. Ne ha presa tanta lui!

— Che uomini! Se c’ero io, correvo indietro, e li facevo scappare tutti quanti erano. È bassa di spirito la gente da queste parti.

— Ragion di più per stare in guardia quando può fare del male senza pericolo. Ma perchè ce l’avevano con me?

— Chi lo sa? Forse perchè vi siete venduto senza pretendere paga in danari, e avran paura che il mal esempio attacchi. Essi non sanno che il nostro caro padrone si è accaparrato per sè tutto il vantaggio.

— In che modo?

— Fatevelo spiegare da Piero, il quale è in piedi da due ore, ed avrà già fatto più opera di quel che non farete voi fino alle otto.

E lo piantò così. Voleva parere malcontentissima di lui, tanto per non dargli nulla, e tenere il sigaro per un’altra volta.

*

*        *

Eppure Piero non era ancora stato capace di cacciare in terra la vanga. Aveva impugnato bensì la carretta col cor leggiero di un uomo che dopo tanto tempo va finalmente a cavarsi la voglia di lavorare dove più gli giova e molto più gli piace, ma era stato subito rincorso da Peppina, la quale s’era alzata molto prima di giorno per potergli parlare senza testimoni. E quando Galeazzo arrivò al fosso, la giovane era tanto fuori dei gangheri, che la presenza del nuovo venuto non le tolse di dire quasi piangendo:

— M’importa assai che tu mi sposi anche subito, quando ti sei fatto far caporale per il bel gusto di star via di sicuro altri quattro anni. Se tu vieni a casa e poi ti chiamano, pazienza, non è colpa tua, ma fare daccapo un’altra ferma, è il medesimo come se tu avessi principiato adesso. Voglio sposarmi per stare con te, capisci, e non già perchè tu mi vada a fare lo stoccofisso, colla sciabola ai fianchi e col fucile in spalla.

— Queste sono cose da lasciar dire ai bimbi, – rispondeva Piero. – Io ho fatto il soldato abbastanza, e appunto perchè so cos’è, voglio escirne del tutto in altri quattr’anni, e non in altri otto. Tornare a casa, e stare sempre col cor sospeso di esser chiamato da un momento all’altro, è lo stesso che non tornare. Il quattro in otto ci sta due volte, al mio paese, e se in quattr’anni capita, mettiamo, un solo caso di guerra, in otto ne possono capitare due. Ed io, appunto perchè ti voglio bene, ne preferisco un solo. Quando ci avrai pensato, sarai tu la prima a dirmi che ho ragione.

Peppina tirò su le spalle.

— Bada veh, Piero, ch’io son capace di farti una brutta burla!

— No, tu non farai niente, perchè tu vuoi bene al bimbo quanto gliene voglio io.

— Tutti gli vogliono bene e non già tu solo. Che credi? Che nessuno mi piglierebbe per causa sua? Se ci avessi voluto badare, me ne sarebbero già capitati parecchi. E tu per compenso vuoi farmi fare ancora la bella figura di una ragazza col bimbo in collo, oppure mi vuoi sposare così per mostra, col sacco in ispalla e fra una marcia e l’altra. Provati, provati a fare la nuova ferma. Vedrai che scena ti verrò a fare davanti al reggimento!

E diede fuori in un pianto dirotto, senza badare a Piero che la voleva trattenere ancora, pur di quietarla.

— Guardate cosa mi capita! – disse questi nel tornare a Galeazzo, il quale, ben consapevole del buon esempio che aveva già dato la Prussia, avrebbe potuto dirne di belle a favore di Peppina. – Se ci sono uomini al mondo che preferirebbero mille volte di lavorare venti ore il giorno a casa, piuttosto che far niente in caserma e sapere per prova cosa sia la disciplina militare siamo noi contadini quelli. E ancora che mi tocca di esibirmi spontaneamente per altri quattr’anni, ho da avere a casa la giunta di una donna che non capisce nulla, e che per poco non si mette in testa che io lo faccia per gusto. Ditelo voi che mestiere gustoso sia quello, poichè ho sentito che lo avete fatto.

— Ma io... veramente... sono stato volontario.

Se Galeazzo avesse detto chi era, Piero non si sarebbe voltato a guardarlo con tanta meraviglia.

— Che volete? – seguitò quello come per giustificarsi. – I signori del mio paese s’erano tanto infiammati loro, che si sono tirati dietro anche la povera gente. Noi operai non abbiamo già la testa diritta di voi contadini, no, no, ci corre di molto!

Il rimanente di quel giorno corse liscio e silenzioso come tutti i giorni di muso. Muso solito fra Costantina e Pompeo, muso finto di Giovannona verso il Milanese, muso fresco di Peppina contro il suo soldato, muso eterno fra Stentone e la vecchia: insomma una musata generale!

 

Nota

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[1] nel testo: io [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011