ALBERTO CANTONI

 

L’ILLUSTRISSIMO

ROMANZO

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, L’Illustrissimo, con uno studio preliminare di Luigi Pirandello, Roma, Nuova Antologia, 1906

reprint: Lampi di stampa, Milano 2003

PARTE SECONDA

Costantina.

I.

Quell’atto, e più quelle parole ci risparmiano di scendere nell’animo di Galeazzo e di guardare ciò che v’era dentro, allorchè principiò a caricare la gran madre antica nella carretta, e a spingerla innanzi affrettatamente. La prima ora fu molto brusca, molto pesante, ma poi quel gran conforto di poter dire ad ogni momento: «Se mi salta la mosca al naso, non ho a far altro che piantar qui tutto», e il piacere di rinfrescar nella memoria le rimembranze della sua campagna di guerra, durante la quale si era già trovato a lavorar di vanga alle trincee, e sopratutto quella specie di ebbrezza che salta addosso ad un uomo forte, quando è occupato da una gran fatica: ebbrezza che lo invade appena si principia a riscaldare, e non gli dà mai pace nè tregua finchè egli, faticando sempre di più, non le consenta per così dire una escita; ecco le buone ragioni che lo ressero una dopo l’altra, finchè l’ultima, come la più istintiva di tutte, lo colse tanto nel vivo da infervorarlo quasi nell’amor dell’opera.

Dio sa quanto tempo avrebbe durato in quell’ansia quasi febbrile se una voce lontana, con improvviso prorompimento, non avesse gridato a squarciagola: «Salute!»

Era un uomo bruttino anzichenò, il quale stava immobile da più di un quarto d’ora su di una piccola stradella comunale, che serrava intorno da quella parte le terre della Casanova, e chi gli avesse badato, avrebbe capito benissimo che egli sperava di occupare Galeazzo di sè medesimo, senza però mostrare di averne voglia. Ma come questi non vedeva più in là della punta della sua vanga, così l’altro si decise tutto ad un tratto, e diede fuori nel suo sonoro e già menzionato vocativo di «Salute!»

— Io non ho starnutito, – pensò l’amico nostro.

Ma non potè trattenersi dal guardare intorno, e appena s’accorse di quel tale che trinciava l’aria con la mano aperta, gli chiese, accorrendo:

— Dite a me?

— Sì, vi voglio salutare, – rispose quello.

— Addio. Siete di casa?

— No, pur troppo. Ma lavoro anch’io un’altra piccola pezzuola di terra del conte di Buggerate.

— Di chi? – domandò Galeazzo pigliandolo scherzosamente pel coppino.

— È il suo nome. Non ne ho già colpa io, – rispose l’altro, ripetendosi, come quello che era in buona fede, all’usanza di tutti i contadini, quando storpiano i nomi del prossimo. — Vado. Salute!

Galeazzo fece subito il proponimento di non lasciarsi cogliere da nessun altro seccatore, ma la strada era così poco battuta che per un buon tratto di tempo non ci vide più passare anima nata.

— Buon giorno! – gli disse timidamente verso le sette una povera contadinella che arrivava di casa con una sporticina infilata nel braccio: – Vi ho portato la colazione. Ho fatto presto, ma la distanza è grande, e temo che la polenta arrostita non sia più tanto calda. La prendete da voi, o ve la devo tirar fuori io? Ho le mani nette, guardate.

Galeazzo, che aveva ancora la macchina di Giovannona davanti agli occhi, avvertì subito, guardando l’ultima venuta, come non si potessero dare due creature umane più completamente diverse tra di loro. Questa aveva il viso pallido, il corpicino sottile, e lo sguardo altrettanto timido, quanto modesto. Parlava senza gridare, e il suo accento era così mite, così bonaria la espressione del viso, da far escludere fin dal primo momento ogni più lontana manifestazione di petulante arroganza.

Galeazzo tese la palma della mano come per dire che si giovava ben volentieri di lei, ed essa tosto:

— La padrona mi ha dato due peperoni, e una ricotta abbrustolita al forno perchè mangiate o una cosa e l’altra, o quella delle due cose che più vi piaccia. Qual’è?

Nel dubbio astienti, – pensò cogli stoici il povero signore e fu lì lì per dire. Ma poi, per non farsi scorgere, s’attaccò alla ricotta, raccomandando lo stomaco a Gesù.

— Come vi chiamate, bella ragazza?

— Costantina. Son la figlia del bifolco, e son venuta a star qui già da gran tempo. Perchè non bevete? – aggiunse, facendo passare due dita di acquerello da una bottiglia bianca ad un bicchiere, e ponendo ogni cosa innanzi a lui.

Era uno scellerato beverone che sapeva di muffa, d’aceto, d’agresto, di tutto fuorchè di vino. Un’altro, bevendolo, avrebbe chiuso gli occhi ad uso di chi ingoja una soluzione di sal d’Inghilterra; Galeazzo invece si salvò in un’altra maniera, e Costantina lo vide tracannare sino in fondo collo sguardo inchiodato sopra di lei, senza punto figurarsi che egli tentava così di frenare la rivolta del gusto colla gentile occupazione degli occhi.

Sì che era anche bellina quella povera figliuola! Niente di straordinario, intendiamoci bene, e un po’ patita anche se volete, ma colle donne che lavorano la terra non bisogna essere esigenti: faticano troppo da bambine in poi; e quando ci sia la giovinezza, la regolarità dei lineamenti, e soprattutto un viso che dica: «io non ho mai profittato delle lunghe ore quando ero sola colle bestie nei prati, per diventare più egoista, più sfacciata, più burbera di quel che era da bambina», quando ci sia tutto questo, torniamo a dire, e quando vi si aggiunga per eccezione un filo di quella amabilità naturale che non può mai scompagnarsi dalla modestia, oh allora fidatevi, cè n’è anche da buttar via.

Galeazzo, che poteva mettere in fila di veduta queste belle cose, tirò la somma abbastanza contento, e disse:

— Non ho bisogno di farvi sapere che siete molto carina perchè lo saprete da voi. Ma dite un po’: siete stata ammalata?

— Perchè mi ritrovo così secca? No, un po’ sono nata così, un po’ ho avuto dei dispiaceri.

— Me li volete raccontare?

— È una storia lunga. Riportate voi questa roba, – aggiunse come per cambiar discorso, – o debbo aspettar io?

— Fatemi un po’ di compagnia. Chi mangia solo, muore solo. Che avete detto questa mattina quando avete saputo che c’era un camerata di più alla Casanova?

— Cosa volevate mai dire? Che il mondo si fa brutto ogni giorno più.

— Perchè?

— E siete voi che me lo domandate? Far tanta strada a piedi e poi aver di grazia di lavorar per niente! E colla vanga, senza averci pratica. Dite la verità: faticherete assai?

— No, non c’è male, per ora.

— Dio voglia che lo possiate dire anche stasera. Ascoltate anzi una cosa. In luogo di spingere innanzi la carretta, come vi ho visto fare poco fa, sarà assai meglio che ve la tiriate dietro, o alla lunga vi dorrebbe il petto. Qui non c’è da salire, e ho inteso ripetere spesso che, abituandosi, viene fatto naturalmente.

— Come siete buona, piccina! Grazie tante. Ma spiegatemi un po’ com’è che quell’altra non mi ha detto nulla?

— Chi? Giovannona? Non le sarà venuto in mente, – sclamò la buona figliuola, senza perfidiare sulla dimenticanza della padroncina, e senza rispondere, come avrebbero risposto novantanove contadine su cento, che i padroni pensano al lavoro e non ai lavoratori. – Anzi ve ne voglio dire un’altra. Vedete le vostre mani come sono rosse, come sono asciutte di già?

— È colpa del mestiere. Che ci devo fare?

— No che è colpa vostra. Se voi le bagnaste di quando in quando, stareste meglio subito, e schivereste di star male poi.

Bagnarle!? Come?

— .   .   .   .   .   .  –

Dio del paradiso! Chi avesse detto due mesi prima a Galeazzo che una giovinetta, per esercitare il suo buon cuore anche con lui, non avrebbe potuto fare nulla di meglio che suggerirgli fraternamente di — basta, s’è già capito.

Fare lo schifiltoso sarebbe stata un’ingratitudine, e ridere una goffaggine. Si contentò di spolverarsi le briciole di dosso mentre saltava in piedi lungo diritto, e lì, battendo le palme come dianzi, di erompere da capo in un secondo:

— Oh cara la mia Maria!

Ora pro nobis! – rispose Costantina senza la menoma intenzione di burlare, mentre raccoglieva ogni cosa nella sporticina per avviarsi a casa.

Galeazzo non capì nulla e si rimise a vangare, mandando subito ad effetto i due consigli della buona ragazza. Il primo, all’atto pratico, gli parve un po’ difficile a seguitare, ma l’altro, oh l’altro si vedeva subito pur troppo che era il gran buon consiglio!

II.

Ora che è mezzogiorno e che l’amico nostro si è già avviato a desinare, conviene che affrontiamo la parte meno spinosa di quella certa questione che i puristi chiamano la fabbrica dell’appetito, nelle sue attinenze coi più poveri contadini della Bassa Lombardia; quella parte cioè che riguarda soltanto la cucina rustica, la cucina locale, o se no ci si casca ogni secondo momento, e noi invece desideriamo di poterci occupare del nostro malcapitato eroe, senza tornar di continuo sulle magre impressioni della sua più magra e pitagorica dieta.

I contadini che non possedono terra del proprio vanno divisi in due grandi categorie: quelli che riescono sempre ad empirsi di robaccia fin che ne possono capire, e quelli, più disgraziati, che vagheggiano la maggior parte di questa medesima robaccia, come se fosse un bel sogno già destinato a dileguar molto spesso.

Ne viene che l’amore della buccolica si fa in tutti di altrettanto più acuto quanto meno possono levarsene la voglia come si deve, e che è assai raro di trovarne uno solo che a cinquant’anni non sia già fermamente persuaso che dopo il mangiar bene e il bever meglio non valga più la pena di cercar altro al mondo. Tutto il rimanente, per essi, o è fatica, e n’hanno d’avanzo; o è fumo d’amore, e tirano su le spalle; o è imaginazione, boria, utopia, e allora per esprimere e le tre cose, e il pochissimo pregio in cui le tengono, ricorrono per far più presto ad una sola figura rettorica; e vi soffiano in viso.

La famiglia di Domenico Gervasi detto Stentone saliva e scendeva da una categoria all’altra secondo gli anni, ma noi fortunatamente ci abbiamo a bazzicare per casa in un’annata relativamente buona. Nelle sue cene e nelle sue colazioni ci siamo già imbattuti per diritto o per traverso; quanto al desinare (salve le domeniche nelle quali appariva qualche fetta dell’unico majale ingrassato anno per anno, e le santissime, cioè le feste dop–pie, che solevano costare la vita ad un pollo tagliato in dodici perchè facesse due volte), a desinare si cascava quasi sempre nei medesimi taglierini fatti in casa, con poche o punto uova nella pasta, con molto o poco lardo nell’acqua, secondochè le galline avevano avuto più o meno il capo a’ grilli, e che il suddetto animale domestico s’era trovato l’anno innanzi con molta ciccia o poca. Quanto al pane, volte sì e volte no conforme alle stagioni, ma sempre nero, sempre cotto e biscottato in casa, sempre invisibile a colazione e a cena.

— Venite avanti, bel giovinotto, – sclamò Nunziata, quando il nobile bracciante si affacciò di nuovo alla stessa camera del giorno innanzi. – Vedete? Siamo già a tavola. Un’altra volta farete più presto.

Galeazzo sedette subito davanti alla minestra, additatagli da Giovannona tra sè e Pompeo. Aveva già preso in mano il cucchiajo, allorchè questi fece atto di versargli nella scodella una gran quantità del solito vinetto.

— No, per l’amor di Dio! – sclamò Galeazzo che aveva fiutato la sbobba, e si era già persuaso della necessità di evitare nuovi guai, nuove complicazioni.

Di dove e da quando sia venuta questa moda non si può sapere, ma sta il fatto che nella provincia ora da noi visitata non si mangia mai minestra senza prima annaffiarne una parte con parecchio vino, per cattivo che sia. La fumosa miscela non contenta davvero gli occhi, perchè certamente non potrebbe essere più brutta a vedere di quel che è; ma per chi non possa mai rinvigorire, come i nostri poveri personaggi, con una boccata d’aria fina, e senta però, come essi, il bisogno di rifarsi coi denti spendendo poco, può benissimo, coll’abitudine, diventare una bella cosa. Ora i secoli ci hanno messo mano, e, bella o brutta, non è più un’abitudine per essi, è quasi il primo articolo del diritto delle genti.

Galeazzo lasciò sbollire la maraviglia di Pompeo, e voltandosi intorno da tutte le parti, vide subito che, dei cinque della sera innanzi, uno mancava: il vecchio. E chiese a Nunziata:

— Dov’è vostro marito?

— Dov’è mio marito?! Non l’avete incontrato So anch’io che non comparivate mai! Dio sa che strada lunga avrete fatto! È venuto a far vedere il vostro lavoro a uno straccione ben vestito che noi chiamiamo il signor Concomodo, e che fa le parti dell’Illustrissimo contro di noi. Un agente, un mangiapane qualunque, messo qui ad ingrassare senza far nulla da un altro tarlo più grosso che rosica a Milano.

— Tacete, – dissero insieme Giovannona e Peppina. – Sono qui che arrivano.

I due si fermarono nell’andito perchè l’odor di lardo spiaceva molto al signor Concomodo.

Stentone cercava d’inculcare a costui la grandissima necessità di empire il fosserello; sosteneva, appellandosi all’arbitrio d’ogni agricoltore, che era quella un’opera più assai da padrone che non da mezzajuolo, e finalmente si limitava a chiedere che gli si pagasse un secondo uomo per ajutare il suo.

E l’altro duro.

— Io mi sono già buscato, – rispondeva, – il danno, il malanno e l’uscio addosso, allorchè ho aderito a stare a mezzo nel nuovo impianto della siepe viva. L’illustrissimo in persona mi ha scritto subito una lettera di fuoco, dove diceva che se gli spendo di mia testa un altro centesimo di suo, mi vuol far vedere che modo di trattare è il mio.

— Io ho scritto questo? – pensò l’Illustrissimo in persona col capo nella scodella.

— E allora, allora come l’aggiustiamo questa volta? – prorompeva Stentone. – Almeno mi dia sei soldi il giorno per dividere la spesa dell’uomo che mi mangia addosso.

— Minchione è nato, e sarà un minchione anche dopo morto, – disse piano la vecchia. – Sei soldi non basterebbero nemmeno per un mezzo bimbo, e li domanda per un mezzo uomo!

— Io non posso far altro, – rispondeva l’agente nell’andarsene, – che scrivere a Milano per avere il permesso. E scriverò.

— Oggi? – domandò Stentone imprudentemente. L’altro si fermò a guardarlo da capo a piedi e poi, con grandissima prosopopea:

— Con comodo! – rispose, pigiando su le parole.

Non lo avesse mai detto! Galeazzo dovette premersi a due mani il fianco per un gran colpo che gli era immediatamente arrivato addosso. Veniva da Pompeo, che gli aveva dato una gomitata per fargli notar bene l’aggiustatezza del soprannome inflitto all’agente.

— Ho sentito, ho sentito da me! – sclamò, forzandosi di sorridere – e me ne terrò a mente fin che campo, non dubitate. O altrimenti voi mi sfondate le coste, amico mio.

Stentone entrò solo subito dopo, con un braccio di muso, e sedette a tavola senza fiatare.

— Non dice nulla! – osservò pianissimo Giovannona al suo vicino. – Buon segno! Vuol dire che è contento di voi.

— Ci ho tanto piacere! – rispose Galeazzo, che si era voltato subito in gran furia verso di lei, per paura di sentirsi richiamare all’attenzione, con una seconda gomitata dall’altra parte.

Intanto il signor Concomodo si era incontrato sul portone colla madre di Peppina, chiamata Genoveffa, la quale si tirava dietro, aggrappato alle sottane, un personaggio abbastanza importante della nostra storia: vale a dire un bambinone grande e grosso ancora vestito da donna.

Genoveffa, prima di entrare, guardò quelli che mangiavano dalla finestra, e Nunziata, che la riconobbe per una delle sue principalissime comari, le gridò dal di dentro:

— Avanti, avanti. Si mangia colla bocca precisamente come in casa vostra. Avanti.

Genoveffa non si fece pregare, ed apparì subito sull’uscio, salutando tutti per nome uno per uno, e dicendo a Galeazzo: «State bene anche voi, chiunque siate!»

Poi, senza far pausa:

— Questa birba di Santello che ha una forza da leone, – disse additando il marmocchio, – mi ha buttato l’asse in mezzo alla cenere, ed ora che è appena lavato non ci si può spianare la pasta sopra. Mi prestate il vostro?

Queste parole erano evidentemente destinate a Nunziata, ma Genoveffa le pronunziò quasi tutte senza mai distogliere lo sguardo dal viso di Galeazzo. Costui se ne avvide prima degli altri, e chiese subito alla sua vicina di tavola:

— Che vuole da me quella donna?

Non ci badate. È una curiosona che avrà saputo del vostro arrivo dalla figliuola, e che è venuta qui con un pretesto per vedere voi.

Ma l’asse era sotto la tovaglia, e però Genoveffa dovette con suo molto soddisfacimento rimanere ad aspettare la fine del pranzo. Se non che il sullodato Santello, dalla forza di leone, non intendeva punto di lasciarla chiacchierare tranquillamente. Ora le tirava le sottane, ora piangeva forte, ora tempestava coi piedi. Finalmente, quando gli uomini si alzarono per andarsene, Genoveffa, pur di rimanere un altro po’, sedette impazientita ad una finestra, e lì, presa faticosamente la creatura sulle ginocchia, se la mise al petto. Una creatura di quella dimensione, con più di trenta mesi sulla schiena!

— Lo allattate ancora? – domandò Galeazzo che si era voltato dall’uscio, per rendersi conto dell’improvviso silenzio.

— Altro! – rispose Genoveffa. – Non s’usa così al vostro paese? Tanto peggio. Vedete lì la mia Peppina? L’ho dato anche a lei fin quasi all’ora di mandarla a scuola, e così ho fatto sempre. Eppure, benchè la Santa Vergine mi abbia ajutato due volte, mi ritrovo in casa con Peppina che è una, e con altri quattro maschi che fa cinque. E voi vorreste perchè son vecchiotta che mi fidassi a smettere con questo? No, coll’ajuto di Dio. Se non si stanca lui, glielo voglio dare finchè andrà dall’amorosa. È vero, Santello?

E scosse il capo verso il lattante, il quale intendeva benissimo che si parlava di lui, e seguitava a poppare colla bocca e a ridere cogli occhi allegramente.

III.

Quando il conte arrivò di nuovo al suo posto, lo trovò occupato da un usurpatore che lavorava alacremente col badile in mano. Era un ometto non punto tarchiato, con quello sguardo dimesso dal quale traspare la innocenza dei propositi, e quella tinta gialliccia che viene, coll’avanzar degli anni, dal lungo uso della beata polenta.

— Son venuto, – disse colla lentezza dei più umili contadini, – per dare il declivio ai due lati della terra che avete scavato questa mattina. Sono il bifolco.

— Bravo! – rispose Galeazzo, rallegrandosi nella fiducia di sapere qualche cosa intorno a Costantina. – Conosco già la vostra figliuola. Come vi chiamate?

— Marchino, perchè son piccolo.

E si misero a lavorare in compagnia. Dopo cinque minuti, Marchino, che aveva già quasi finito, si voltò un momento, e addentrandosi di primo colpo nella parte più aspra del solito quesito, chiese come se fosse la più ovvia delle domande:

— Quanto vale il chilo la farina gialla ora verso Milano?

Il conte di Belgirate non si era mai sognato che tante e poi tante creature umane in Lombardia potessero considerare questo prezzo come un affare, più che importante, urgente. Fino che è basso o che rimane dentro a certi limiti, la quistione agraria, già avviata dal quarantotto in poi, o si ferma, o si fa blanda, o si contenta di mostrare, con certi sussulti parziali, che non dorme affatto; quando invece quel prezzo è alto, e accenna a crescere, allora il conflitto imperversa negli animi, se non in piazza, e la gran quistione si rimette a camminare a furia di scatti, di spintoni e di strappi. Non si può dire che tutto sia lì, perchè gli umori sono già corrotti, e perchè anni sono ci si è anche immischiato il buon volere degli agitatori; ma è certo che per andar avanti là là come Dio vuole bisognerebbe almeno che le cattive annate non venissero mai a scindere così nettamente gli uomini in due: quelli che hanno da mangiare da una parte, quelli che non ne hanno dall’altra.

— Non saprei, – rispose Galeazzo imbarazzato. – Io sono solo, e però mangiavo all’osteria. E qui?

— Venti centesimi, ora, e non c’è male, ma l’anno scorso siamo andati fino a trentatrè. Che anno, Gesù Maria! Quanto a me, m’ingegnerei in ogni modo, perchè la mia paga è tutta in grano ed in vino, ma sono pochi, pochi assai coloro che possono allogarsi con un padrone fisso, ed io medesimo ho di altri guai. Basta, se Dio non ci mette presto la sua mano, si sta poco bene da queste parti, ve lo dico io.

— Perchè?

Perchè siamo troppi e ci vogliamo male. C’è poca religione, ora, e il pane che mangia uno, pare che faccia amarezza a un altro. Io sono in età, e Stentone, per sua grazia, mi vuol tenere ancora, ma se sapeste quante volte lo hanno accerchiato per prendere il mio posto! Sono stato giovine anch’io, ma non mi sono mai lasciato indurre a fare di queste cose, col bisogno che avevo. Cosa volete che vi dica? Sarà colpa del lusso, delle macchine, delle benedette novità che son venute di moda, e che pajono fatte apposta per inasprire la gente. Ma intanto la invidia è seminata, e prospera.

— Povero galantuomo travestito da codino! – pensò l’altro fra di sè. – Tu andrai a finire come l’onesto mendicante che ha riscaldato il capo alla mia Maria, e mercè del quale mi tocca di ribaltare questa carrettata!

E giù. Dio sa quante erano dall’alba in poi!

Avrebbe voluto rispondere qualche cosa ad alta voce, e condurre così pulitamente il suo interlocutore a parlare anche di Costantina, ma ne fu impedito da una donna che veniva verso di loro e che si appressava continuamente. Era Peppina. Aveva Santello in braccio, e gli diceva in tono affettuosissimo, baciandolo più volte:

— Oh il mio tesorone! La mia fontana d’oro! Mi vuoi bene ora perchè sei pieno di latte, porcellino! Ora sì, eh?

E il bimbo a ridere.

— Spicciatevi! – disse Peppina al bifolco. – Pompeo vi vuole perchè è rimasto senza pali.

E faceva atto di tornar indietro con Marchino, che l’aveva obbedita immantinente. Se non che il signor Santello non la intendeva punto così, come poc’anzi. Prima volle essere messo a terra, poi si mise a correre, gridando nel suo dialetto colla pronuncia infantile: «Anom da’ t’l’om!» (Andiamo da quell’uomo).

Galeazzo, che amava i bambini, lo ricevette festosamente, pigliandolo sotto le ascelle, e palleggiandolo in alto, come faceva Ettore con Astianatte.

–– Vostra madre si è fatta onore, – disse a Peppina nel riporlo a terra. – È un bel bimbo questo!

— Non è mica suo, – rispose la ragazza arrossendo lievemente.

— Come? Lo alleva soltanto?

— Sì. Le era morto un piccino, ed io ho insistito perché prendesse questo dall’ospizio.

— Avete insistito? Come dire che gli volete molto bene? – domandò Galeazzo confrontando attentamente i due visi che aveva davanti.

L’altra posò le mani sulla testa del bimbo, e chinandosi a baciargli i capelli, rispose piano con un accento che non lasciava più dubbio:

— Molto.

— Avete avuto troppa fretta, giovinotta mia! – esclamò Galeazzo con quella smania di sermoneggiare che abbiamo tutti quando ci s’imbatte nel popolo minuto, come se ognuno avvertisse la grande opportunità di assicurare almeno la morale in basso.

— Ne ha colpa Manuello, – rispose Peppina. – Avrei marito da più di tre anni se non era lui. È tanto buono, poverino!

— Chi? Manuello?

— Un’altra di fresca! Piero, il figliuolo maggiore del vostro padrone. S’è principiato a discorrere che avevamo dieci anni, e non ci siamo lasciati mai. La sua prima palanca l’ha spesa per amor mio, e mi ha portato le castagne secche. Dopo siamo cresciuti e... cosa volete? Sono disgrazie che accadono alle persone.

— Disgrazie!! – osservò l’altro col medesimo intendimento di prima.

Peppina credette che questa esclamazione volesse dire che un figliuolo così forte e così sano come Santello non si potesse mai chiamare una disgrazia. E però rispose:

— Capirete anche voi, far cattiva figura non piace a nessuno, e se questo bel mobile di figliuolo avesse avuto un po’ di pazienza, egli non ci avrebbe scapitato di nulla. Ma ormai la cosa è vecchia, e questi otto o nove mesi passeranno, voglia o non voglia Manuello! Oh! se passeranno!

Ma non sapevate che c’era la leva, e che i soldati sono più in pericolo degli altri uomini?

— Quante cose si sanno! Me lo dovevate dire allora e non adesso, bella testa che avete anche voi! Guarda che roba! Parliamo di pericoli ora che c’è una creatura di mezzo!

Galeazzo capì di essere andato tropp’oltre e procurò subito di voltare il discorso:

— Brava! Giusto la creatura! Dite un po’: com’è che ve l’hanno lasciata se l’avevate messa allospizio?

— Da queste parti si può, e mi pagano anche un tanto il mese. Chi volete che lo tenga meglio di noi?

— Ma i vostri genitori cos’hanno detto?

— Mia madre è una donna e mi ha perdonato fin da quando se n’è avveduta; mio padre mi ha fatto piangere, mi ha dato un par di schiaffi, ma poi, cosa volevate che facessero? Io tesso per tutti a casa mia, faccio comodo a tutti, e se alla morte del mio fratellino essi non mi contentavano, me ne andavo via.

Qui Peppina s’interruppe, e scotendo Galeazzo pel braccio, gli disse cambiando tono:

— Ma guardate questo tesorone colla pipa in bocca! Voi non ve ne siete accorto, ve l’ha rubata di tasca! Ora intendo perchè stava così tranquillo. È abituato con mio padre che tiene sempre addosso un po’ di pane per lui. Oh la mia gioja d’oro!

E lo riprese in braccio per tornare di corsa dalle lavandaje, con una gran paura di sentirsi dire che aveva indugiato anche troppo.

Galeazzo rimase lì solo a predicare dentro di sè contro le donne

«Leggiere di testa»

e ad accendere la pipa ogni mezz’ora, gratissimo a chi gliela aveva rimessa in mente in una giornata nella quale, faticando troppo e mangiando malissimo, non aveva mai pensato di tirarla fuori.

La pipa! Il sigaro! Pajono cose da nulla, non è vero? Ma perché esercitano essi un così gran fascino sopra tanti uomini? Forse che il piacere della bocca e l’estasi degli occhi ve lo spiegano a sufficienza, cotesto fascino che pare una malia? No, vi è dentro qualche cosa di maggiore del piacere dei sensi, qualche cosa di più alto che i fumatori stessi non sanno chiarir bene, ma che sentono, e sentono tutti. Si direbbe quasi che il fumo, nell’uscire, porti seco, almeno fin che dura, la peggior parte di loro, e che essi, lieti dell’effetto, ci piglino gusto per un dato tempo, senza mai avvertire la causa. Che diamine! I tristi ci sono, è vero, ma nè tutti i buoni sono sempre buoni, nè tutti i tristi sono tristi sempre.

*

*      *

Uno di noi che si fosse trovato la sera nei panni di Galeazzo, avrebbe detto sicuramente:

— Curiosi i filantropi che declamano tanto contro la polenta! È segno che non ne hanno mai mangiata di buona. Oh se sentissero questa! Non va giù da sola? Non è rimenata come si deve? Non diffonde intorno un profumo soavissimo, quasi di vainiglia?

Ma Galeazzo non si era mai occupato di quistioni pubbliche, e più che ai filantropi pensava a rimettersi un po’ di fiato in corpo. Che volete canzonare? Tredici ore di quel lavoro, con la giunta del fumo, dell’astinenza e della morale. Pareva un poeta, alla fame!

— Milanese! – disse la vecchia dopo l’ultima foglia d’insalata. – Volete dormire al chiuso da questa notte in poi? Vi posso mettere nel letto del mio soldato. Basta che mi diate una lira il mese per la biancheria.

Giovannona e suo padre si misero a sbuffare. Pensarono entrambi che quella piccola ladreria avrebbe finito in bottega del pizzicagnolo, dove la vecchia l’avrebbe subito barattata in una libbra di caffè per lei.

— Non mi strangolate, – rispose Galeazzo. – Sapete bene che ho pochi denari.

— E voi state al fresco! Anch’io ho poche lenzuola.

Il conte rovesciò il taccuino, e disse:

— Vedete Me ne restano cinque in tutto. A voi. Ma almeno fatemi coricare immediatamente.

— Che dormiglione! – prese a dire Pompeo. – Ancora non v’è venuto voglia di andare all’osteria!

— No davvero. Questa notte nel sacco ho dormito pochissimo.

Nunziata gli fece lume, e lo condusse in uno sgabuzzino del primo piano che dava verso strada:

— Qui starete meglio che sul fienile, – osservò con una certa mellifluità, ponendo in seno la lira di Galeazzo. – Manca un vetro solo alla finestra, ma domani vi incollerò sopra una bella stesa di carta bianca. E gratis! Se sapeste la storia di quel vetro! Me l’ha rotto il compare di Pompeo, il dì del suo battesimo, cioè la bellezza di ventun’anni fa; ma il nostro Illustrissimo, poveretto, ha dieci mani per tirare e nemmeno un dito per ispendere! Ecco le lenzuola! Fiutate, sanno di bucato sì o no? Avete fatto bene a prendermi in parola, caro il mio figliuolo! Volevate buscarvi un reuma, per risparmiare due centesimi il giorno!

Ladra sì, ma esatta no!

IV.

La primavera somiglia ad una bella bambina che si svegli da un momento all’altro. Come questa non istà punto bene se non corre, se non salta, se non si muove almeno, così quella ha bisogno di scuotersi, di spigrirsi, di escire una volta dal suo lungo sonno. L’una si arrabbia e si consola con volubilissima e quasi immediata vicenda, l’altra s’allieta e s’imbruna le tre, le quattro volte il giorno; da una parte, dopo le lagrime, il chiasso e le risate che fanno dimenticare ogni cosa, dall’altra la pioggerella minuta, il sole che irradia, e il vento che tutto rinnova. Gran cara cosa la primavera! Gran cara creatura, una bella bambina!

Ma entrambi, ahimè, possono alquanto infastidire all’atto pratico! Lasciamo in pace la bambina che ora non ci ha che fare, ma chi di voi, o lettori, bistrattato a precipizio e dal freddo e dal caldo, e dalla pioggia e dal vento, non abbia mai mandato a quel paese la molle primavera dai tiepidi fiati e dai rugiadosi albori, come dicono i poeti? Sono rugiade che noi, in lingua povera, dobbiamo talvolta chiamar acquazzoni, son tepori di fornace, sono ameni zeffiretti partiti dal polo. Insomma una delizia, e noi ce ne accorgeremo subito: cioè nel secondo giorno della brevissima scampagnata nostra: un giorno intero che passeremo quasi tutto in compagnia di Costantina, la quale attendeva a scorciare il frumento, con Galeazzo a lato.

Come mai costui aveva potuto ritrovarsi a lavorare accanto a Costantina?

Tutto merito della sua fortuna. Stentone, di mattinata, invece di buon giorno, gli aveva gridato come ad un sordo a tre palmi di distanza:

— Sempre con comodo, sempre con comodo! Glielo darò io il comodo! Intanto aspetteremo la risposta dell’illustrissimo! E voi venite da un’altra parte!

Con un caporal tedesco di quella forza, il nostro amico non poteva far altro che lavorare e tacere, e appena appena aveva scambiato quattro parole col mezzajuolo, per farsi mostrare, dal bel principio, come valersi del falcetto, senza correre il rischio di far sanguinare le dita. Ma verso le dieci, Stentone dovette correre ad imbandire il desinare ai bovi, e così Galeazzo e Costantina si ritrovarono di nuovo soli davanti a Dio.

Quegli non ne poteva più. Si era alzato il mattino colle ossa peste, ed avea creduto che il mutar posizione da capo a piedi gli avesse fatto un gran bene, ma poi quello star giù inchiodato per tante ore di seguito, gli aveva nuociuto anche più, e già il sangue gli inviava ogni momento delle fiammate al capo. La schiena poi se la sentiva come tagliata in due, ed ora se la batteva col manico del falcetto, ora, per stirarsela, si rizzava di scatto, puntando le mani sulle anche. Finalmente si decise, e levatasi la giacca, la mandò di volo nella vicina viottola.

— Non fate bestialità! – esclamò subito Costantina. – Vedete quel rosso acceso, là, dalla parte del tramonto? Quello è tutto vento che sta per arrivare. Se vi coglie all’improvviso così sudato e spoglio, ne piangerete almeno per una settimana.

— Ma come si fa a resistere con questo sfacciato sole? – domandò Galeazzo, obbedendo immediatamente.

— Si porta pazienza. Il mestiere del contadino è fatto così.

E tacquero. Dopo venti minuti a dir assai, il fatto principiò a mettere la ragazza dalla parte della ragione.

— Vedete? – domandò subito costei.

— Vedo e sento, – rispose Galeazzo abbottonandosi fino al collo. – Ma io non mi sono mai imbattuto in una cosa eguale. Qui abbasso un’ariettina che ci taglia il viso, e in alto una spera di sollione che ci brucia vivi. Tutto insieme. C’è da prendere una malattia.

— Seguitate a muovervi chè non vi farà nulla. Chi lavora al chiuso non se ne avvede, ma la primavera ha sempre di queste giornate, all’aria aperta.

— Come mai, – domandò egli mentre s’affrettavano entrambi, – avete di già tanta esperienza, voi così giovane?

— Pur troppo che l’ho. Mi è morta la mamma, ho dovuto farmi tornare a mente quel che mi diceva lei, quando io era bambina.

— È molto tempo?

— Tre anni a Natale. D’allora in poi non ho avuto più bene.

— Anche vostro padre mi ha già detto di avere molti dispiaceri.

— Lo credo. Due figli fuori di casa, con moglie e bambini tutti due, e costretti per giunta a lasciar la famiglia dal dì degli Ognissanti in poi, e a cercar lavoro in Francia, sulle ferrovie. L’inverno passato sono rimasti qui, ma la stagione è andata male, la polenta valeva tant’oro, e mio padre ha dovuto indebitarsi per ajutarli. S’è patito tutti, ed ora si continua, lui ed io, per pagare il padrone. Figuratevi che gli deve nove sacchi di grano.

— Quanti ne prende?

— Dodici l’anno. Eppure, se non ci fossi io di mezzo, mio padre, poveretto, sarebbe già escito di pena.

— Se non ci foste voi!

— Sì. Egli ha il suo buon nome, e c’è una vedova, con un campetto di suo, che lo sposerebbe molto volentieri.

— Alla sua età!

— Perchè no? Noi contadini, o bene o male, ci sposiamo anche più vecchi, perchè nessuno vuole star solo. Ma la vedova esige prima che me ne vada io. Non ha mica torto. C’è appena posto per una donna sola, in casa di mio padre.

— E se i vecchi si sposano, avete detto, voi bella e giovane vorreste darmi ad intendere di non potervi sposare?

— Io sono sfortunata, – rispose Costantina con la massima semplicità. – Ma ho già deciso, e quest’agosto, dopo l’aja, vado in città a servire. Noi di queste parti troviamo facilmente perchè siamo abituati a faticare molto, ed a mangiare male.

Il vento aumentava, e il grido di un uomo, arrivando all’improvviso, pareva a due passi, benchè lontano di molto. Era il semplicione del giorno innanzi.

— Addio, addio! – rispose Costantina, senza scostarsi menomamente.

— Che seccatore! – prese a dire Galeazzo. – Jeri l’ha fatta anche a me.

— Bisogna compatirlo, – rispose la ragazza. – È un povero cristiano mal imbarcato che si conforta salutando tutti. Sono io che non mi posso confortare in nessun modo.

Qui Galeazzo trattenne a stento un gran «perchè» netto e sonoro che gli correva alle labbra, ma non valse a trattenere nè gli occhi nè il capo, e la sua domanda ne emerse altrettanto esplicita ed impaziente.

— Ora è tardi, – rispose Costantina, – e ve lo dirò dopo desinare se saremo soli. Voi mi parete una buona persona, e ho piacere anch’io di sfogarmi con qualcuno. Con mio padre non posso, perchè egli aveva già preveduto quello che mi accade fin dal primo momento. Batte mezzogiorno. Camminiamo presto, chè il vento infuria.

— E se non cessa, torneremo qui egualmente’

— Sì. Fin che non piove, noi contadini non smettiamo mai di lavorare.

— E pioverà?

— Non credo. È un vento bono. Così pulisse la testa di chi so io!

V.

— La più gran disgrazia che possa capitare ad una ragazza, – principiò Costantina verso il tocco, – è quella di mettere il core in un uomo più ricco o meno povero di lei. Anche prima che mio padre mi ponesse in avvertenza mattina e sera, me lo dicevo da me, e ho resistito, credetelo, più assai che non era da aspettarsi e dalla mia età, e dal bisogno che abbiamo tutti di voler bene a qualcuno. Gli ho detto cento mila volte: «Lasciatemi in pace. Io non sono una pari vostra, e se andremo a finire male, tutti diranno che non si poteva finire altrimenti. Non è assai meglio dircelo prima? Voi vi metterete in capo che io vi abbia dato retta perchè vi trovate con qualche pajo di buoi al mondo, e se anche questo pensiero non vi verrà da voi, son sicura che salterà fuori in bocca agli altri, e, o per diritto o per traverso, vi parrà vero ogni giorno più. Allora, felice notte, avremo tribolato per nulla tutti due, colla differenza che voi, uomo ed abbastanza provveduto, imbatterete subito in dieci ragazze pronte a prendere il mio posto, mentre io, donna, e con null’altro al mondo che un po’ di fiato per respirare, sarò mostrata a dito per una cenciosa, ben castigata della sua ambizione. Chi volete che mi sposi volentieri allora? Qualche scarto, forse». Avevo torto? – concluse con altra tono, voltandosi un momento a guardare Galeazzo.

— Tortissimo! – rispose questi. – Non è lecito ad una donna di avere più buona testa che non abbiano gli uomini.

— La mia buona testa mi ha giovato poco, – ripigliò Costantina sorridendo modestamente. – Ho detto, ho detto, e poi ho fatto come fanno tutte, e mi sono lasciata dire, ho lasciato dire mio padre, avrei lasciato dire mezzo mondo, e addio quiete, addio pace da due anni in qua. In principio s’è avuto da leticare con la famiglia di lui, che voleva e non voleva per cento ragioni che è inutile riandare, ma dopo un mese o due, visto e considerato che io era una povera bracciante, e che non poteva avere l’aria e le pretese di una donna della loro condizione, ragionarono tutti ad un modo, e dissero: «O lui, così giovine, si deciderà a piantarla, e allora meglio, perchè intanto si guadagna tempo, o alla peggio la vuol pigliar davvero, e pazienza: Costantina è umile, e con lei non ci sarà bisogna di far complimenti. Non ci ha sempre obbedito da bambina in poi?» Queste furono le precise parole di Giovannona, l’ultima a dir di sì.

— Ma dunque, – sclamò Galeazzo con repressa rammarico, – voi fate all’amore col vostro padroncino

— Lo sapete ora? L’ho nominato più di una volta, mi pare.

— Andate pure avanti, – rispose Galeazzo guardandosi bene dal contradirla, ed osservando, con pochissimo compiacimento, che fitta puntura di cuore, anzi che po’ di cotta doveva essere quella della buona ragazza.

— Durante questi discorsi, – ripigliò Costantina pregandolo di stare più attento, – siamo andati avanti abbastanza bene. Pompeo giocava e beveva troppo anche allora, ma era assai giovine, pareva in buona fede, diceva sempre che a carnevale saremmo stati marito e moglie, ed io zitta, sempre zitta! Capirete bene; come si fa a dire al figliuolo del vostro padrone: «Pompeo, tu spendi troppo, e tu lavori poco?» Se ne son visti tanti che da ragazzi hanno fatto peggio di lui, e che dopo, subito che si trovarono con la moglie accanto, hanno mutato da così a così.

Costantina, mentre parlava, tese il braccio destro colla mano aperta, e voltò l’uno e l’altra subitaneamente.

Che aria fredda! Che sole caldo! Galeazzo non sentiva più nulla, nemmeno, il tumultuoso romoreggiare del ventaccio asciutto, ed egli non avrebbe dato le confidenze di Costantina per quelle di tutte le marchese e di tutte le contesse con le quali si era accapigliato da bambino, e che non aveva mai perduto di vista da trent’anni in poi. Questo non vuol dire che le avventure della figlia del bifolco non fossero (almeno per ora) già capitate a moltissime creature umane, ma essa parlava in un modo così suo, così personale, così conforme al genere dei luoghi; ma essa dimostrava con tanta evidenza come si possa rimanere e buoni e semplici e sinceri senza diventare per questo niente affatto stupidi, che tutti noi, dal primo all’ultimo, saremmo stati volentieri ad ascoltarla, come ci stava Galeazzo.

— L’amore di Pompeo, – seguitò a dire Costantina, – era un amore fatto di vento, come quello che soffia adesso. Molta furia sul principio, molto strepito di quando in quando, una buona parola oggi, una buona baruffa domani, e così per un pezzo fin che gli passò anche la voglia di farsi vivo, litigando. È in collera ora? È in pace? Non lo so, e forse non lo saprà neanche lui. Il suo core è rimasto come rimarrà al cadere del sole la campagna che ci sta d’intorno. Tale e quale di prima. Chi è in collera davvero, son io, e si vede, perchè m’arrabbio anche a parlarne con voi che non ne avete colpa. Sono indignata, sono indignata, come è vero Dio!

Ci doveva esser sotto qualche cosa di grosso. La indifferenza di Pompeo non bastava a dar ragione di quelle ripetute e concitate parole.

— Venne il primo carnevale, – seguitò Costantina, riprendendo con tono piu dimesso il filo del suo racconto. – I suoi parenti si erano quietati, non c’erano più scuse, il momento era venuto... di che? Di quietarsi anche lui, di barattarmi le carte in mano. Col pretesto che mi vedeva dalla mattina alla sera, Pompeo principiò giusto allora a non ricondurmi più a casa dopo la benedizione, principiò giusto allora a stare le tre, le quattro feste senza farmi un minuto di compagnia davanti alla porta, e quando io lo pregava a mani giunte di mettermi in libertà lì su due piedi, di andare addirittura da un’altra piuttosto che burlarsi di me in quella maniera, allora, allora soltanto sapeva dirmi che mi voleva bene, che aveva buone ragioni per tirare in lungo, e che non mi avrebbe mai lasciato a nessun costo. Ed io a credergli, povera minchiona!

Due grossi lagrimoni le rigarono le guance. Costantina cacciò in furia tutta l’erba che aveva raccolta in mano dentro alla bisaccia di tela che le pendeva espressamente a fianco, ed asciugandosi il viso colla manica della camicia, seguitò a dire:

— Questa bella vita durò un anno, cioè fino al secondo carnevale, l’ultimo passato. Sempre giù neve, sempre giù acqua, nessuno poteva lavorare in campagna, e Pompeo era quasi costretto a stare con me più assai che non fosse mai stato. Se io filavo alla stalla con le sue donne e con quelle di Genoveffa, egli compariva spessissimo a parlarmi nell’orecchio per ore intere.; se andavo a casa a far la polenta, eccotelo lì seduto su d’una sedia, come un vero fidanzato che non potesse stare a lungo senza di me. Io mi confortavo assai vedendolo così mutato da un momento all’altro, ma ciò non ostante non mi sapevo mai decidere a fargli osservare che gran tempo e che gran comodo avevamo allora di sposarci non una volta, ma due. Questa idea così evidente, così naturale doveva venire per forza anche a lui, e volevo lasciargli il merito di esibirmela spontaneamente. Sapete invece che idea gli venne?

— La posso indovinare, – rispose Galeazzo, il quale, parlando con Costantina, non si sapeva indurre a svestire del tutto il gentiluomo.

— Meglio così. Quello che ho sofferto ve lo potrebbe dire l’anima di mia madre, lei che mi ha ajutato, lei che ha pregato per me. Voler bene ad un uomo con tutta la sincerità del core, e dopo tanto tempo non ritrovargli in petto che un desiderio solo: quello di umiliarmi in eterno, presa od abbandonata che mi avesse poi. L’offesa era grande per sè sola, non è vero? Eppure egli ha trovato modo di renderla più grande ancora colle sue giustificazioni: mi disse che non voleva fare il torto al fratello maggiore di sposarsi prima di lui, che almeno gli conveniva di aspettare che si accasasse la sorella, nel qual caso era molto probabile che ci volesse un’altra donna in casa; che altrimenti rischiavamo di consumare mezza la gioventù senza goder mai nulla, e che per ultimo noi eravamo già così legati l’un l’altra, che nemmeno il dover vivere tuttora in due case non era più bastante ragione perchè egli non fosse il marito ed io la moglie. Mi è parso che mi si schiantasse l’anima dentro di me, e gliene ho dette tante e poi tante, che solamente a ripensarci mi si ferma il core. Avesse inveito, mi avesse anche messo le mani addosso, pazienza, io potevo sperare di aver esagerato, ma nulla, nulla di nulla! Avevo côlto così nel segno che egli, per non disturbarsi a rispondere, si era messo a guardarmi tra lo stupito e il sorridente, come se avesse voluto dire: «In fede mia, bambina, che ti credevo più bonaria assai!» Bonaria io Non tanto di certo da non capire che bella soddisfazione debba essere per una ragazza quella di sposare un uomo che non la possa più rispettare.

— A uso di Peppina! – interruppe Galeazzo, ammiccando degli occhi verso la corte.

— È un’altra cosa. Peppina ha cominciato a discorrere che era alta così, ed io invece, due anni fa, ero più grossa di quel che sono adesso. Ma dite un po’: siete il confessore della comunità, voi che sapete ogni cosa appena arrivato l

— No... ma ho un certo viso da uomo discreto, che tutti mi si confidano volentieri.

— Bella discrezione! Tirare subito Peppina in ballo! Chi ve l’ha dettol

–– Lei. E ho capito benissimo che il suo Piero non ha nulla che fare col vostro Pompeo.

— Ci corre come dal giorno alla notte, lo so anch’io pur troppo! E nonostante, cosa vi ho da dire? Noi non ci parliamo più da quella volta in poi; se egli principia, io taccio, e se mi guarda, mi volto da un’altra parte. Eppure... è inutile, mi vergogno a dirlo.

— Gli volete bene ancora?

— Per forza! Ed appunto per questo voglio levarmelo dagli occhi, andando via. Altrimenti, così stregata come sono, capisco benissimo che un giorno o l’altro gli perdonerei.

Povera ragazza! La sua disgrazia era stata d’imbattere così poco bene la prima volta; ma ora, chi ne aveva colpa, dopo due anni di quella vita? Va bene che era una contadina, ma non era poi di legno nemmeno lei!

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011