ALBERTO CANTONI

L’ILLUSTRISSIMO

ROMANZO

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, L’Illustrissimo, con uno studio preliminare di Luigi Pirandello, Roma, Nuova Antologia, 1906

reprint: Lampi di stampa, Milano 2003

PARTE PRIMA

Giovannona.

I.

Siamo in quella punta della provincia di Mantova dove il Po, raccolte dalla opposta riva le torbide acque dell’Enza, si getta a un tratto verso settentrione, discendendo per ampio letto fino allo sbocco dell’Oglio. È questo, per così dire, l’ultimo addio che il regal fiume volge repentinamente alla catena delle Alpi di dove è uscito, per poi riprendere come l’aquila romana il suo cammino contro il corso del sole, e così avviarsi difilato, al mare.

Le terre comprese da questa subitanea svolta del Po non sono belle: sono buone in grandissima parte. Chi muove sull’argine che tutte le difende, può bensì vagare cogli occhi dalle nevi del Baldo fino alle più modeste curve del più prossimo Apennino, ma chi abbandona la riva e si spinge verso terra, deve determinare il proprio orizzonte valendosi qua d’un albero e là d’un campanile, e se questo giovi all’ampiezza ed alla varietà della scena è molto facile immaginare.

*

*       *

Era vicina la sera di una giornata nè brutta nè bella, a mezzo aprile, ed uomini e donne andavano a gara a chi faceva più rumore in una fattoria non molto lunge dall’abitato, detta da secoli la Casanova. Dio ci scampi da quella novità, da quei muri screpolati, da quelle pietre scoperte! Un carro, mezzo pieno di roba verde per le bestie, era entrato cigolando sotto il portico interno, e fra i bisbigli delle donne, e il vociare più sommesso degli altri uomini, emergeva, ruvida e sgarbata, una voce cavernosa di basso profondo:

— Fate presto, fate presto. E voi un’altra volta aggiogateli un po’ meglio. Giù questa paglia, santa pazienza! Con quelle marmotte di donne che stanno là a pettegolare, e non vedono che un carro, da solo, io non lo posso cacciare in là!

Non lo avesse mai detto! Un soprano sfogato si affacciò alla porta dell’andito con una caldaja in mano, e montando su su fino alle più alte note che avesse in gola, strillò:

— Già. Pianterò qui la lisciva bollente per dar mano a voi. Un bucato di sei mesi con dentro tutta la canapa e tutti gli stoppacci. Bella testa! Con tante quaresime che avete sulla schiena.

L’altro, quasi ammutolito, borbottava fra sè rabbiosamente, quando una ragazzona sui vent’anni escì di corsa dall’andito, e posata vigorosamente una spalla di fianco al carro, gli diede una tale spinta che dopo, fra il padre e lei, ebbero un bel fare per trattenerlo a tempo.

Poi daccapo un’altra corsa, e tornò a casa senza dire una parola, allo stesso modo di prima.

Era un bel pezzo di grazia di Dio, venuto forse al mondo per far vedere come i peggiori alimenti non tolgano sempre di arrivare alla più soda e consistente solennità di forme. Il breve corsetto bianco e la statura non molto alta scemavano in parte l’effetto troppo maestoso della sua persona, ed anche la testa pareva quasi diventar piccina veduta così fra due spalle che facean per quattro; ma nessun confronto, nemmeno quello delle nude braccia, bastava a salvarle le mani, e a fare che non paressero, come erano aimè, proporzionate e giuste. Aveva i capelli nericci e crespi, tirati a forza dietro le orecchie, e i lineamenti bene armonizzati con le tinte calde del viso, dove il sole, il vento, ed il vigor naturale, sbizzarrendo in compagnia, avevano messo assieme una specie d’intenso incarnato, che tenea del rubino, più assai che non tenesse della rosa gentile.

Lo scalpello di madre natura, lavorando senza amore su quel carnevale di salute, su quella pompa superba di muscoli e di polpe, aveva lasciato da canto la viva fonte di grazia e di bellezza che è la linea curva, per valersi più sbrigativamente di quella tonda, cosicchè la ragazza, nata e battezzata per Giovannina, aveva dovuto rassegnarsi, da qualche anno, al massiccio accrescitivo di Giovannona.

L’aveste veduta dieci minuti dopo! Un prigioniero, stretto alla stiva di una galea, non avrebbe potuto arrancare con maggior lena sul remo, di quello che essa, china su di un pajuolo che pareva uno stajo, non rimenasse infaticabilmente il giallo pane di tutti i suoi. A vederla, pareva un gioco, ma provarcisi bisognava, con quel po’ di foco a tre palmi dal viso, e con quella pasta che diventava sempre più dura, man mano che l’acqua se ne andava in fumo!

Quando ebbe percorso all’infinito e per tutti i lati quel tenace ammasso di molta farina e di pochissim’acqua, nel quale girava e rigirava il mestone come se avesse lavorato dentro ad un vaso d’olio; quando fu ben certa che un solo pizzico di roba asciutta non avrebbe potuto far fede ai posteri della sua pigrizia, allora tolse il pajuolo dal foco, lo mise a terra, spianò ben bene ogni cosa con un mestolo bagnato, e poi, uno due e tre, ecco lì già ribaltata sul tagliere una polenta grande come l’eternità.

Prima a comparire fu la madre, Nunziata, la quale non aveva ancora smesso di dar dell’orso al povero marito, cioè a Domenico Gervasi detto Stentone: un uomo tutto braccia e tutto gambe, così magro ed ossuto che pareva l’inedia; ed insieme a costui apparvero poco dopo e il suo figliuolo Pompeo, e una giovinotta del vicino villaggio, a nome Peppina, che ajutava da più giorni le donne a mandar innanzi il grande bucatone della primavera.

Erano in cinque e parevano in cinquanta. Stentone, rimasto sull’uscio, s’affannava tuttora a mandare i suoi ultimi ordini al bifolco, ritto in piedi ad ascoltarlo sulla porta della stalla; Pompeo correva dietro a Peppina che gli aveva nascosto le scarpe e lo forzava così a camminare a piedi nudi sui mattoni freddi; Giovannona apriva e chiudeva tutti i canterali in cerca di un po’ di filo per tagliar la polenta; e la madre, verbosissima, non moveva un passo di qua o di là senza parlare da sola ad alta voce e dire: «Ora anderemo a prender l’olio! Ora anderemo a spillar l’aceto!» e così di seguito col sale, il pepe e l’aglio, cinque anderemo in tutto.

Sedettero finalmente nel nome di nostro Signore Iddio. Stavano già mangiando da dieci minuti quando l’amico nostro, benissimo acconciato nei panni e coll’andatura non punto simulata dell’uomo stanco, s’affacciò timidamente all’uscio, e disse in buon milanese:

— Buona sera! Vorrei parlare col capo di casa.

I cinque si voltarono tutti d’un pezzo, e Peppina, la quale si curava men degli altri di sapere che ci fosse di nuovo, diede subito fuori le sue impressioni personali, e disse:

— Oh che bell’uomo!

II.

Parlate pure, questo è mio marito, – sclamò tosto Nunziata, perchè s’intendesse bene che il capo di casa era più lei che lui.

Galeazzo capì il latino, e volgendosi ad entrambi, rispose:

— Ho avuto dispiaceri nel mio paese, e me ne sono allontanato finchè mi duravano i quattrini. Ora son quasi a secco, ma possiedo una casetta affittata per la quale mi manderanno otto lire e qualche soldo il mese. Voi datemi da lavorare, e mantenetemi, che mi basta.

— Mantenere! Mantenere! – sclamò Stentone che soleva sempre avviare i discorsi come se avesse avuto qualcuno di dentro che gli mandasse fuori le parole a spinte. – Mantenere può essere poco, e può essere troppo. Vi ho chiamato io?

— Se voi mi aveste chiamato, non avrei avuto bisogno di offrirmi, e sono già dodici ore che non faccio altro. Ho principiato a domandare prima trenta soldi, poi venti, poi quindici, e sempre no, e sempre no. Qui ho voluto provare ad esibirmi gratis. Non mi volete? Me ne vado. Però mi dovete fare un piacere.

— Due! – rispose Nunziata.

— Quello di dirmi voi stessi chi può avere bisogno d’un uomo a buon mercato come sono io. Nel venire in qua son passato davanti a tre fattorie, ma non ci ho messo il piede perchè possibilmente mi voleva mettere più vicino all’abitato. Quale devo tentare per la prima? La grande, la piccola o la mezzana?

— Questa mossa strategica sortì il miglior effetto, e Pompeo scivolò nella pania il primo.

— Come siete dabbene! – disse volgendosi al suo babbo ed alla sua mamma. – Vedrete che lo manderanno a finire in bocca dell’appaltatore.

— Grazie, – sclamò Galeazzo infilando la porta. – Buon pro’ e buona sera!

— Dove andate? – gli domandò la vecchia.

— A cercare di questo appaltatore, – rispose tornando indietro. – Son forte io, e se c’è un lavoro in terra qui vicino, vi farò ben vedere se sono uomo da scomparire a petto agli altri.

Pausa. Stentone stava là cogitabondo, allorchè gli echi della cucina furono scossi da una terza voce virile non prima udita. Diceva:

— Papà, il fosso.

Galeazzo volse gli occhi in giro cercando da tutte le parti un baritono mascolino al quale attribuire queste tre parole. Non c’era.

Giovannona aveva ancora la mano posata sul braccio del padre, dunque era stata lei.

— Il fosso! Il fosso! – ripigliò Stentone. – Sicuro che c’è il fosso! Ma costui chi l’ha mai visto? Dove stava? Che cosa faceva? Può aver le mani lunghe, e se poi ci scappa con un vitello?

Questo mansueto quadrupede levò tosto a Galeazzo ogni voglia di risentirsi. Trasse di tasca due grandi fogli, ed ispirandosi agli esempi di Donna Stella, rispose subito con la maggiore perspicuità:

— Ecco. Queste sono le mie carte in data di ieri con tre, quattro, cinque bolli uno piú autentico dell’altro. Vedrete che vengo dalla provincia di Milano, che facevo lo stampatore, e che, fino a ieri, ho sempre rispettato i vitelli degli altri. Andate pure a mostrarle al messo comunale, al sagrestano, a chi vi pare e piace. Io intanto, con vostra buona grazia, vorrei dormire. Se non avete un letto pronto, o se non vi fidate a prendermi in casa, mostratemi il fienile, e datemi un sacco per dormirci dentro. Se poi domattina non mi vorrete, poco male e me n’anderò.

— Chi va a letto senza cena tutta notte si dimena, – esclamò Peppina, guardando intorno, con una occhiata di rimprovero, tutti i suoi commensali.

Galeazzo la credette di casa anche lei e rispose, ringraziandola:

— Non ho fame nè sete, ho sonno, e posso dormire come voglio, perchè ho fatto il soldato.

— Ah siete stato soldato – sclamò la vecchia. – Come il mio povero figliuolo maggiore. Va, Pompeo, conducilo tu stesso, e dàgli il cuscino di Piero per posare il capo. Ah mustacchione, mustacchione, che ci porti via le creature sul più bello!

E scosse enfaticamente il dito verso un rustico ritratto di Sua Maestà.

Galeazzo fu lì lì per rompere una lancia in difesa del suo Re, ma poi pensò bene di avviarsi con Pompeo, quando Nunziata li trattenne entrambi sulla porta chiedendo:

— Un momento. Che dispiaceri avete avuto nel vostro paese?

— Nulla che mi possa nuocere presso l’Autorità. Ho tribolato molto per causa di una mia cugina.

— Dovete dire che l’avete fatta tribolare voi! – proruppe Giovannona, la quale non poteva soffrire le donne, e appunto per questo non permetteva mai che si toccassero davanti a lei.

— Può essere. Buona notte.

Quando i passi dei due giovani non s’udirono quasi più, Stentone principiò a crollare tutte due le spalle come per incitarsi ad un discorso lungo, e borbottò, infilando la giacchetta:

— Non so niente. Non so niente. Vado a mostrare queste carte a qualcuno che se ne intenda, ma mi potranno dire tutti che sono in piena regola, e non per questo mi fiderò. Un uomo che domanda lavoro di notte, ha più voglia di entrare in casa che di lavorare. Dunque voi andate a letto e chiudetevi dentro. Io non mi muovo dalla stalla per tutta la notte.

E via di corsa.

Lasciamo che le tre donne si trattengano a sofisticare, e andiamo a sedere sul fieno presso il nostro eroe, chiuso nel sacco.

Era, troppo indolenzito per poter dormire. Il suo spirito, fatto più agile per la medesima stanchezza del corpo, vagava da Giovannona a Maria con liberalissima volubilità per poi saltellare capricciosamente dall’uno all’altro episodio di quella strana giornata. Se avesse avuto giudizio, avrebbe dovuto aspettare con tutta la flemma che il capo gli si affondasse a un tratto nel cuscino, come una mela matura a mezzo ottobre; invece, visto che con tutto quel po’ po’ di sonno non poteva punto dormire, pensò di riandare, non saltelloni come prima, ma con ordinata cronologia, tutti i piccoli fatti delle sue ultime dodici ore.

— Deve esser nojoso, – disse; – dunque m’addormenterò.

Ma se premeva a lui d’annojarsi, non preme poi tanto a noi, cosicchè, in luogo di tenergli dietro, diremo alla spiccia che egli, per arrivare a posto in modo conforme alle sue poverissime apparenze, aveva dovuto salire più volte su certi pubblici veicoli che, soltanto a vederli, c’era da prendere il mal di mare. Quando finalmente arrivò così innanzi che la Posta medesima, in luogo di tirar via diritto, principiò pulitamente a pigliare i suoi comodi, allora non ci fu altro verso, e se volle arrivare sul luogo prima di notte, gli bi–sognò di raccomandarsi alle gambe.

Due cose lo occupavano più delle altre: una il decifrare le risposte dei viandanti, ai quali chiedeva della strada più corta, l’altra lo abituare sè stesso alla propria vista. Da una parte, per soddisfazione delle orecchie, un dialetto arlecchino dove i soavi dittonghi di Lombardia si affratellavano gradevolmente con le dolci modulazioni della parlata parmense; dall’altra, per soddisfazione degli occhi, un vestito completo di fustagno verdiccio, due stivaloni che parevano due barche, e una bella cipolla in forma di orologio, tratta di tasca ogni momento per verificare come mai mezz’ora prima gli avessero parlato di due buone miglia, ed ora, dopo tanto camminare, principiassero bel bello a discorrere di tre.

— Ho capito, – pensò. – Più si va e più crescono. Voglio provare a star fermo per vedere se scemano.

Calò giù dalle spalle un esile fagottino, contenente un po’ di biancheria e una seconda muta di abiti di tela, e posacosì in riva d’un fosso, principiò a dire filosoficamente:

— Guarda, guarda questo povero diavolo qui solo solo, se non par tutto il conte di Belgirate! Pare, e pare davvero, ma che sia proprio? Io non me lo so più dire. Un po’ l’abito, un po’ l’appetito, un po’ la gente che non mi guarda nemmeno, mi ritrovo come se avessi un Tizio, di dentro, il quale mi volesse persuadere che io non sono più io. Ho passeggiato ancora in campagna, e ho chiesto ancora la strada ai contadini, ma non avevo che ad apparire per vedermi intorno tanti e tanti pieni di buona volontà, che mi rispondevano in cinquanta maniere, per timore che io non intendessi. Costoro invece... Basta! Ho una gran paura che i poveri non abbiano molto da sperare... dai poveri.

Con questo pensiero in capo aveva tratto di tasca una enorme fetta di galantina, con esso l’aveva mangiata, ed ora, sempre con esso, dava di volta nel sacco, affermando solennemente che i veri poveri, di notte, sono coloro che non possono dormire.

Di giorno è un’altra cosa.

III.

I conjugi Stentone (per dirla alla francese) erano marito e moglie da quasi trent’anni, e toccavano il secolo fra tutti due. L’uomo aveva messo assieme quel po’ di pelle che gli copriva le ossa mangiando da bambino in poi alla scarsa greppia della Casanova, e la soave compagna della sua vita gli era piombata sul capo da una vicina fattoria, come un vivente castigo cresciutogli amorevolmente dalla Provvidenza. Essa lo aveva instupidito da giovine quando facevano all’amore, al punto di persuaderlo che sarebbe stata la fenice delle massaje, e poi, instupidendolo continuamente, aveva fatto sempre quel diavolo che aveva voluto, fino a vendere la farina od il grano a spizzico per berne, di straforo, tanto caffè. Se n’era accorto alla lunga il pover’uomo che lavorava come un bue da mattina a sera senza mai trovare i conti della macina o del mugnajo, e aveva anche provato qualche volta a metterle sotto il naso quei suoi due pugni che parevano due mazze ferrate; ma sì, l’altra aveva la lingua per sè, aveva la sfacciataggine, e gli andava incontro con due occhi di basilisco, con le canne della gola che mandavano fuori strillando più bugie che fiato, e fin che non c’era un muro che li fermasse entrambi, oh per dinci santo che non si fermava neanche lei! Che cosa avrebbe potuto fare un uomo forzutissimo, primitivo, di poche parole come quello? O ammazzarla un bel giorno a furia di botte, o mandar giù e tacere. E mandava giù.

Se la loro unica figliuola non avesse tenuto della fibra paterna, sarebbe morta dicerto prima della pubertà, poichè la madre, per iscansar fatica, l’aveva messa a fare, dai dodici anni in su, tutto quello che di più pesante avrebbe dovuto far lei, compreso la polenta. Giovannona ci si era ingrassata dentro, perchè Domeneddio aveva pensato bene di largire a lei sola quanta vita e quanta salute avrebbero bastato a contentarne due; ma essa, per quanto grossa, vedeva ed intendeva bene ogni cosa, e però non poteva menar buono alla madre nè la parlantina, nè la ghiottoneria, nè le troppe smorfie che aveva fatto e che faceva ai maschi.

Costoro avrebbero dovuto ajutare il padre colle mani e coi piedi, non è vero? Nunziata invece non aveva pensato che ad accaparrarsene l’animo per quando avesse potuto trovarsi in bisogno di loro, e li aveva tirati su a furia di complimenti da bambini in poi, riparandoli, con tutta l’ampiezza delle sue sottane, dalle snaturate esigenze di Stentone, il quale, secondo lei, non era al mondo per altro che per ingrassare l’Illustrissimo di Milano. Il maggiore dei due ragazzi, cioè Piero il militare, era riescito un ottimo figliuolo egualmente, ma che po’ di pazienza non ci voleva coll’altro rimasto a casa, con quel Pompeo! Le tendenze di costui erano parecchie: stirarsi le braccia e sbadigliare in casa, vestirsi bene e berne un quinto fuori, e non lasciar mai passare nè in casa nè fuori un’unica festa comandata senza un po’ di sbornia, e un po’ di briscola, e un po’ di mora. O bella! Abbiamo tutti le nostre aspirazioni!

Giovannona, per non far torto alla regola, ne aveva una anche lei, e così grande, e così grossa, che le stava come dipinta. Voleva maritarsi bene, voleva maritarsi presto, voleva portare le sue laboriose attitudini in un’altra casa, più rallegrata dai sorrisi della fortuna che non fosse pur troppo la sua; e voleva che questa casa, governata, condotta, sostenuta quasi da lei, diventasse nelle sue mani la ottava meraviglia del mondo, cioè una specie di alveare, pieno zeppo di persone docili e laboriose, tutte invase, come lei, dalla febbre acuta del lavoro, e da quella acutissima dell’ordine e dello sparagno.

Intanto, per non perder tempo, procurava di confermare la sua riputazione di figliuola obbediente (che le premeva di molto) e non lasciava correre nessuna occasione di servire e riverire il suo difficile fratel Pompeo, il quale, malcontento delle proprie donne, avrebbe potuto menarne in casa una terza, avanti, Dio guardi, che ne uscisse lei. Capirete, star sotto ai genitori e far la serva umilissima di un fratello coi calzoni, sono cose che si capiscono, ma piegare il collo davanti ad una cognatina in sottanucce, davanti ad una femminetta da men di lei... vengono i brividi a pensarci!

E così il magnanimo Pompeo, coccolato e lisciato da mattina a sera, pareva un tordo nel miglio, un canonico nel burro.

Date adunque le aspirazioni della nostra ragazza, vediamo un po’ fino a che punto, auspice la Fortuna, aveva saputo e potuto adombrarle nei fatti. Aimè! C’era poco da star allegri, ed essa, come noi tutti, aveva dovuto persuadersi che tra le nostre speranze e il vero ci corre sempre di molto, e che questa grande distanza non si salta a piedi pari da nessuno; nemmeno da coloro, e sono i più furbi, che si contentano come lei di tendere agli ideali... meno ideali.

La Casanova stava immobile da un pezzo nelle adiacenze di Coronaverde (che è il poetico nome della più prosaica villetta del mondo) e l’ambiziosa anima di Giovannona, in luogo di chiudersi modestamente nei tranquilli orizzonti della sua terra natale, si era messa a guardare già da gran tempo a destra ed a sinistra, cioè ai più grossi villaggi di Dolo e di Pesco, e guarda da una parte, e guarda dall’altra, aveva poi trovato a mano manca un mediatore di vino e di grano il quale, secondo lei, era proprio quello che le andava bene. Che novità, diremo noi! Era figlio di madre possidente, e guadagnava più quattrini lui a furia di eloquenza e di sedute all’osteria che non dieci contadini a furia di braccia e di sudore; sicuro che andava bene, ma il duro stava piuttosto dall’altra parte: cioè nel persuadere il mediatore che Giovannona andasse bene a lui.

Prima di vedere come costei principiasse a mettere innanzi le sue pedine, merita che ci fermiamo un momento per guardarla meglio; per ora non s’è visto che la pelle, e noi possibilmente abbiamo l’obbligo di vederci sotto.

Chi dunque avesse voluto cercarle nel viso la palese espressione dell’animo, avrebbe dovuto contentarsi di badare agli occhi, sicuro di averne maggiori indizi che non dalla fronte spianata e dal massiccio profilo. Questi occhi, strano a dire, non avevano niente che fare con quelli di Giunone; erano anzi altrettanto piccoli quanto asciutti e grigi, e ne guizzava fuori uno sguardo acuto e penetrante che essa medesima sentiva di avere, e che rivelava a un tratto la sua raccolta, la sua tenace astuzia.

Ora l’astuzia distrugge affatto sè medesima, quando uno e se ne tenga troppo, e ne faccia, per così dire, uno sfoggio continuo. Era il sistema di Giovannona: un sistema imprudentemente sostenuto da bambina in poi. Non le bastava di essere furba per tre, voleva parere per sei, e così gli altri, vedendola ribellarsi continuamente contro le corbellature, anche quando non intendevano punto di corbellarla, studiavano meglio le occasioni di fargliela tenere, e qualche volta la uccellavano bene. Erano donne del vicinato che riuscivano a mandar a spasso le galline sul sacro suolo della Casanova; erano ragazzacci vagabondi che si ajutavano fraternamente per portarle via una fascina assai più grossa che non agli altri; tutti insomma, appena che potessero, gliela facevano con un gusto matto.

Ma quando Giovannona principiò ad aver voglia di marito, quando vide che i giovinotti della sua età, dopo di aver tentato di discorrere con lei per un pajo di domeniche, scappavano tutti di corsa uno dietro l’altro, come persuasi di non poter mai fare all’amore con una ragazza che li avrebbe menati pel naso a tutti insieme, allora le venne una specie di scrupolo, ed essa avvertì finalmente che le conveniva di mutar sistema.

Per la qual cosa, o lettori, allorchè v’imbatterete in una verginella sui quindici anni, o giù di lì, che sia stata un diavolo da ragazzina e che poi, intorno a quella età, metta fuori da un momento all’altro due morbide ali d’angioletto, allora, o lettori, dite pur subito: ecco una birichina che principia da ora a far la santa per trovare marito. E Giovannona, che era troppo conosciuta per poter fare la santa, si propose invece due cose: la prima di parlare pochissimo con tutti, e meno coll’amoroso quando lo avesse trovato di suo gusto; l’altra di starlo ad ascoltare a bocca aperta, per quante grosse fandonie avesse tentato di darle a bere. Qui stava il difficile, abituata come era a puntare lo sguardo negli occhi della gente, quasichè avesse voluto arrivare all’anima dei suoi interlocutori, col deliberato proposito di snidarne fuori tutta la malizia e tutta la ipocrisia!

*

*     *

Ma a dispetto dell’umile programma, l’uomo di suo gusto non compariva più. Aveva un bel filare sedici ore il giorno l’inverno, un bel pretendere l’estate dai suoi genitori che le pagassero a mezza lira quelle sue giornate di lavoro che ne meritavano più di una; e tutto per metter da parte il lettone di piuma, la cassapanca, e un intero esercito di camicie e di lenzuoli; niente ci valeva, e nemmeno la grande riputazione faticosamente guadagnata al suo corredo di sposa non aveva ancora approdato a nulla. Giovannona principiava già a dar la colpa alla Fortuna ladra, che non le aveva dato che le braccia e una gran voglia di adoperarle, quando, una bella giornata, principiò a pensare a Niccolino, vale a dire al suddetto mediatore: un bel pezzo di cristiano sui ventotto circa, tuttora vispo e gajo a furia di buon vino, di buon sangue e di buona fortuna.

IV.

Era l’uomo d’affari di Stentone. Come tale, appariva spesso alla Casanova per far vendere quanto, delle derrate, apparteneva al mezzajuolo, e fin che non gli riesciva di prender la caparra di mano al compratore e di metterla scherzando, predicando, gesticolando, in mano a Stentone, non andava via. Giovannona lo prese un giorno pel braccio, e rinunziando per forza, ma provvisoriamente, al suo proposito di fare l’ammutita e la sempliciotta, gli chiese a bruciapelo:

— Dite un po’, voi che trascurate i vostri affari per attendere a quelli degli altri: perchè non vendete mai il vostro poderino?

— Vendere, a casa mia, significa pigliar i soldi con una mano, e portarli all’oste coll’altra. E dopo, se la mia grigia mi caccia nel fosso e mi fa rompere una gamba, cosa mangerei?

— Ma intanto la vostra terra mangerà voi. Son pronta a scommettere che da due anni in qua non ne cavate nemmeno le imposte, e verrà il momento che per pagarle dovrete fare dei chiodi, e dare in pegno casa e casamento. Bel modo il vostro di tenere la grazia di Dio! Noi altri, pur troppo, dobbiamo lavorare per uno e raccogliere per mezzo, con tutte le spese sulle nostre spalle, ma pure vi sfido a trovare in tutta la Casanova un solo pezzetto di terra così malandato come il vostro.

— Chi ne ha colpa? Son sempre in giro dalla mattina alla sera, e bisogna per forza che mi metta in man di Dio. Ogni bracciante che piglio e che pago, è più quel che mi ruba che quel che mi guadagna. Cosa vuoi che ci faccia? Il piede in due staffe non lo posso tenere.

— E voi vendete.

— Sì, con mia madre che mi morrebbe dal dispiacere. Capirai, c’è nata dentro, povera vecchia!

— Ebbene, promettetemi i confetti, e penso io ad ogni cosa.

— I confetti?

— Sì, non c’è che una buona moglie che possa salvare vostra madre, la vostra terra, e voi. Basta che stiate in guardia da quelle punzone che portano il cerchio, ed hanno in capo una mezza parrucca di capelli finti. Meglio sarebbe che andaste avanti così. Voi dovete mettere gli occhi sopra una legittima villana, che abbia, di suo, altrettanta terra quanta ne avete voi: una di quelle ragazze che si degnano ancora di mungere una vacca, ed hanno, per così dire., nel sangue l’amore della spola, del fuso e della zappa. Con una di esse voi potreste addormentarvi nel barroccino, e sareste egualmente sicuro che Dio, il sole e la donna ajuterebbero insieme la vostra terra a lavorar per voi, senza mai avere, come avete ora, le viottole piene di sterponi, e quasi tutti i filari con una pianta sì e una pianta no. Io l’avrei una di queste donne, ma ve lo torno a dire, e anche in musica se la musica vi piace: «Vo-glio-i-con-fet-ti!»

Qui l’attenzione di Niccolino si volse a un tratto verso un angolo della stanza; dove, per mandar avanti il contratto di quel dì, urlavano tutti peggio di prima.

— Vado, – disse, pigliandola pel ganascino. – Stentone si gratta il capo, e se non lo ajuto io, te lo mettono in mezzo. Fai bene a darmi questi buoni consigli, Giovannona. Nessun mediatore ha mai minchionato tuo padre meno di me.

Due settimane dopo, din din din din, i campanelli della grigia sonavano a raccolta in mezzo all’aja. Giovannona saltò fuori la prima, e diede mano al mediatore a fermare la bestia.

— Tuo padre?

— È andato a pelare i vimini coi boscajuoli. Se volete, do fiato al corno, ma vi avviso che è assai lontano, e ci vorrà un pezzo prima che arrivi.

Giovannona imboccò subito il suo pastorale oricalco, e soffiandovi dentro con tutta la forza del larghissimo petto, ne trasse alcune note sgangherate che volevano dire: «Stentone a casa!» e subito Niccolino:

— Ho riflettuto molto su quello che mi hai detto, e credo di averti capita bene. Ho passato cioè in rassegna tutte quante le donne che tu puoi aver sottomano, e mi sono persuaso che tu stai per esibirmi il canchero più canchero di tutte, nella speranza che io, dopo di averlo scartato, mi persuada subito che farei assai meglio se sposassi te.

— Me? – sclamò Giovannona senza arrossire, come quella che per non lasciarsi cogliere alla sprovvista aveva preveduto ogni cosa, e perfino che l’altro le leggesse in core. – O vi gira, o avete bevuto.

— Perchè?

— Ma dove ho la roba che valga la vostra, così Dio me l’avesse data!?

— Bella questa! Saresti stata troppo minchiona, se mi avessi offerto una povera meschina pari tua! Avrei stretto le spalle addirittura. Così invece mi hai fatto riscaldare con le buone; ed ora, come vedi, son cotto a punto. Non passa notte che non sogno delle mie viti senza tralci e del mio praticello senza letame. E questo significa, se non sbaglio, che il merlo sta per mettersi a cantare. Mi vuoi?

Giovannona, piccata, gli voltò non una ma tutte due le spalle.

— Ho capito. La pigli male perchè ho dato della povera meschina a te e del merlo a me. Non dovevi metter giù la pania, se t’incresceva. O ti pare di essere una signora? Via, Giovannona, parliamoci col core in palma di mano. Se noi due facciamo a farcela, non ci si riesce nè tu nè io. Vuoi che creda che tu possa aver parlato per amore dei confetti, o peggio ancora per amor del prossimo? Non mi farai questo torto, spero bene. Dunque ascolta.

Qui Giovannona si levò una rosa dai capelli, e si mise a fiutarla come per dire che era tutta orecchi. E l’altro:

— Noi discorreremo tutte le feste, dopo la benedizione, e se è vero che cane non mangia cane, nessuna cosa è più difficile che noi due si possa mai finire col volerci male. Ci vogliamo troppo bene ognun da sè. Io penserò al mio interesse, tu penserai al tuo, e siccome il tuo e il mio, quando ci sposeremo, debbono diventare per forza un interesse solo, così non c’è pericolo che non diventi grande. Non è questo che mi dà pensiero. Non è qui l’ostacolo.

— Dov’è

— In capo di mia madre che non vuol saperne di prendere nuore in casa. L’ho già tastata più volte dacchè penso a te, e non mi è mai riuscito di cavarne altro.

— E allora? – domandò vivacemente la ragazza.

— Allora bisogna darmi tempo di persuaderla, e rassegnarci entrambi a fare all’amore un pezzo. Tuo padre è qui che arriva. Ci stai?

— Se domani all’Ave Maria mi vedrete ferma sulla porta, fatevi pure innanzi; vorrà dire di sì.

Niccolino tenne l’invito. Egli era ancora lontano quasi un tiro di cannone e già aveva visto che l’altra, per non dar luogo ad equivoci, aveva pensato bene di mettersi a sedere. Più ferma di così non poteva essere.

Quando arrivò Galeazzo, i due discorrevano già da circa un anno. Questo non vuol dire che la ragazza non si fosse adombrata della troppa sincerità con la quale quell’altra volpe, più vecchia di lei, aveva creduto conveniente di mettere subito le sue carte in tavola; ma bisogna sapere entrare nei panni di tutti, e poi domandare a sè medesimi se quando uno ha preparato di lunga mano un gran colpo, e già quasi lo arriva, e già quasi lo tocca, si possa pretendere che faccia tanto il sottile nel giudicare del modo col quale gli altri si sono prestati a lasciarglielo arrivare.

Giovannona chiuse un occhio su questo modo, e non pensò ad altro che ad aggrapparsi all’anima di Niccolino con tutti i raffi e gli uncini del suo arsenale di donna, al punto che costui, per non rimanerle troppo al disotto, dovette presto lasciar da parte la grand’aria assunta nel primo dialogo, e fare, a spinte o a sponte, l’appassionato anche lui; ma sul più bello della sua passione, e per non perdere troppo terreno, durava ancora a scappar fuori con un oggi la mia mamma ha detto questo, oggi la mia mamma ha detto quest’altro! Sempre in campo la beata mamma.

Giovannona non ne poteva più. Mille volte era stata sul punto di dargli dell’innocentino che aveva paura della sua mammina, e mille volte s’era trattenuta, con più fatica e con più stento che non a battere il grano col sol di luglio. Si sentiva bensì molto scoraggiata, ed aveva anche preso qualche piccola precauzione, come vedremo in seguito, per non dar mai completamente in secco; ma perchè, voleva sempre poter dire che se poi le andava male, non era stato per colpa sua, durava a tacere non solo, ma faceva mostra di inghiottire ogni cosa, come se fosse stata l’ultima delle credenzone, lei, Giovannona!

Se non che, aspetta e spera, quella tale Peppina che abbiamo già visto cenare con tutta la famiglia, era stata il dì innanzi nel paese del mediatore, e aveva poi detto alla sua vicina che, una parola raccolta qui, un’altra raccolta lì, ne aveva messo insieme di molto belle.

— Che cosa? – domandò Giovannona. – Che faccio male a discorrergli perchè ha più voglia di farsi squartare che di sposarmi?

— Peggio. Viene da te per farsi vedere dalla gente, e poi, in segreto...

— Vuol bene a un’altra?

— Alla nipote del suo Preposto!

— Del Parroco?

— Nientemeno!

— Oh che don Angelo non è uomo da accettare in famiglia un villano di sensale che non sappia di lettere quasi quanto lui.

— Eh, cara mia, se Niccolino ci s’è messo, qualche buona speranza ce la deve avere!

Giovannona sulle prime ci ebbe quasi gusto. Almeno ora sapeva di che morte poteva morire. Poi fu presa dalla rabbia e si sfogò cenando.

Voi che non credete, provatevi a pigliar a prestito la Mole Adriana di Giovannona, e poi vedremo, con la bile in moto, se la fame si farà pregare.

V.

Battevano le undici, e Galeazzo, che si era coricato da più di tre ore, principiava appena a schiacciare uno di quei sonni benedetti che trovano una creatura mezza morta e la rifanno viva, quando un’ombra lunga lunga si arrampicò lungo la scala a pioli che dava nel fienile, ed inoltrandosi carpone fin vicino al sacco, si mise a spiare il giovine dormente. Era Stentone. Le campagne vicine avevano avuto a lamentare parecchi grossi incendii così iterati e così ben distribuiti da far subito escludere l’opera del caso; ma siccome l’incendiario è un certo delinquente che non può essere tradito dagli altri, perchè fa da sè, così non ci fu verso di poterlo cogliere. I pretori ci perdettero il loro latino, e la colpa, per non dar danno a nessuno, arrivò di peso fino all’Internazionale.

Ma il nostro mezzajuolo non s’intendeva gran fatto di politica sovvertitrice, e la paura di aver accolto un forestiero mal intenzionato gli fece interrompere di soprassalto quel brevissimo sonnellino che soleva fare ogni notte. I contadini più laboriosi, quando arrivano ad una certa età, non dormono nella buona stagione che quasi niente, e passano la notte a salire e scendere di letto, per vedere che ora è alla finestra, guardando, con in–fallibile accorgimento, a che punto dell’orizzonte si trovano i Segatori e la Chioccia: rustici nomi del loro più rustico zodiaco. Si ricattano, è vero, l’inverno quando piove e quando nevica, ma non sempre piove e non sempre nevica, e allora, anche d’inverno, poco dormono più che d’estate.

Stentone stette lì immobile ad origliare per un pajo d’ore, ma il respiro di Galeazzo era così dolce e così tranquillo che il suo sonno, più che d’un giusto, pareva quel d’un santo. Quegli però dovette riporre i suoi biechi sospetti dentro di sè, e udito battere il tocco, scese pian piano come era venuto, e andò nella stalla ad ajutare il bifolco che aveva principiato fin dalla mezzanotte a governare i buoi.

Colà le ore solevano passargli presto, e non fu poca la sua meraviglia, quando Giovannona gli annunziò dalla porta assai vicina l’alba, e gli chiese se andava lui ad accompagnare il milanese al fosso, ovvero se ci doveva andar lei.

— Va, va, – rispose; – noi non s’è ancora finito.

— Ricordatevi allora di mandar a chiamare il signor Concomodo, perchè dopo non ci venga a dire che non lo abbiamo avvisato a tempo.

— Manderò, manderò.

Giovannona ebbe un bel gridare «Su che è ora!» nelle orecchie di Galeazzo, ma fin che non si decise a scuoterlo non lo svegliò, e se non era il sacco ad ajutargli l’associazione delle idee, Dio sa quanto tempo avrebbe dovuto stropicciarsi gli occhi prima di raccapezzare chi era quel granatiere in sottane che lo tirava pei piedi e che cosa voleva.

— Vado a prepararvi la carretta e vi aspetto in corte. Fate presto. Non vedete che è giorno?

E andava quasi a tentone anche lei.

Cinque minuti dopo Galeazzo, che aveva dormito coi suoi panni, si era già lavato alla meglio davanti alla tromba, e aveva principiato a mandar avanti la sua carretta da una ruota sola, stringendone fra le mani le impugnature, e valendosi del forte cinghione attaccato alle stanghe per dividerne il peso fra le braccia e le spalle.

Fecero così, una zitta, l’altro ancora mezzo istupidito dal sonno, un bel migliajo di passi in aperta campagna, finchè la giovane si fermò su due piedi, e gli chiese ad alta voce guardandolo in viso:

— Voi non sareste mica un imbecille, se il domandare è lecito?

— No, – rispose quello ingenuamente, dopo averci pensato sopra un po’.

— Di fatto jersera non mi parevate. Ma ora avete gli occhi tanto imbambolati...

Galeazzo se li fregò più volte con tutte due le mani.

— Nulla, nulla, – rispose. – Un po’ di sonno che mi è rimasto dentro. Ecco. È passato. Dite pur subito quello che devo fare.

–– Un momento. Prima ci dobbiamo intendere. Sedetevi là sulla carretta, io mi metterò in terra qui accanto, e discorreremo fin tanto che ci si veda un po’ meglio.

Anche Maria, prima di infliggergli quel po’ di ricreazione, era venuta fuori con un «Prima ci dobbiamo intendere». Galeazzo si aspettò subito qualche altro flagello sul genere del primo, ed obbedì macchinalmente, col viso di un uomo che non sapesse più in che mondo fosse.

— Vi ho chiamato prima del bisogno, – prese a dire Giovannona appena seduta, – perchè voleva aver tempo di farvi osservare che se non c’era io jeri sera, voi questa mattina non avreste punto saputo dove andare a lavorare. Mio fratello Pompeo vi ha parlato bensì di un argine che si sta alzando qui presso, ma non ci vuol meno d’uno sciocco pari suo per imaginare che un appaltatore possa prendere un carrettante novellino, che arriva non si sa di dove, senza che gli altri uomini, vecchi del mestiere e che lavorano sopra di sè, non s’accordino tutti a farglielo mandar via. Potevate cercare altrove, non lo nego, ma pur troppo chi ha più bisogno è sempre l’ultimo a trovare, e se voi, con tutta la vostra necessità, vi vedete già bell’e a posto, persuadetevi pure che è merito mio.

— Ve ne ringrazio con tutto il cuore.

— Non mi basta. Anche voi dovete fare qualche cosa per me.

— Io?

— Voi. Quando vi ho sentito parlare con tanto bel garbo jersera, ho pensato subito che nessun uomo del mio paese avrebbe potuto ajutarmi meglio di voi, e vi ho fatto fermare, come avete visto. Costoro, o sono troppo rozzi, o mi vogliono male, o posso esser sicura che mi metterebbero in piazza in una settimana. Voi invece, più complimentoso, forestiere, ed obbligato in coscienza a volermi più ben che male, voi sareste un gran poco di buono se, per far piacere a me, non sapeste parlare e tacere assai meglio di tutti.

— Fin che si tratta di tacere, è un conto, e ci sto, – sclamò Galeazzo ridendo; – ma a chi, se è lecito, dovrei parlare?

L’altra capì l’antifona.

— Non vi sgomentate, – disse – coi giovani m’ingegno da me. Vi manderò da persone che hanno preso la prima comunione avanti che voi ed io si comparisse al mondo.

— A far che?

Colle buone. Non voglio già raccontare i miei interessi ad un giramondo arrivato jeri, e che possiamo benissimo mandar via domani. Mi è bastato di farvi sapere che se voi contenterete mio padre nei giorni di lavoro, dopo domani, che è festa, potrete benissimo contentare anche me, che questa cosa non può andar senza quella, e che se voi riuscirete nell’una e nell’altra, potete star sicuro di mangiare un pezzo alle nostre spalle. Su, da bravo, intanto. Ora ci si vede benissimo.

E si levarono in piedi.

— Vedete questa viottola piena di saliscendi? – sclamò subito la ragazza. – È tanto alta che l’acqua stagna dalle parti e non discende più. Bisogna scavarla di nuovo, non c’è più santi. L’erba e la prima crosta le abbiamo già portate via noi, sei mesi fa, nella speranza di ingrassare il coltivato. Ma per ora, come vedete, non mi sono ingrassata che io. Voi, per il momento, non avete a far altro che passarla quanto è lunga colla vostra vanga, per poi riprincipiare da capo un’altra volta o due, dove gli occhi vi diranno che è più alta, o meno: empirete la vostra carretta di terra, calcandovela sopra fin che avete fiato, e poi via di corsa a ribaltarla in questo fosserello interno che vedete qui. Fu un grande sproposito a farlo, e voi ci rimedierete, empiendolo.

— Da me solo? – domandò l’altro – ponendosi pien di costernazione a guardare in giù a destra e a sinistra, come se fosse stata una Danaide innanzi alla botte.

— Di tanto in tanto verrà qualcuno più pratico di voi a fare il rimanente col badile, ma di più non è possibile perchè mio padre non ha ancora finito di legare le viti, e la carretta deve essere affar vostro. Non capite che è meglio per voi? Aveste un solo compagno e s’incantasse, bella figura che fareste in due! Così invece tanta terra mancherà tanta ne avrete escavata voi, e mio padre, con una occhiata, capirà subito se ci siamo imbattuti in un fannullone o in un brav’uomo. Vediamo piuttosto come vi ci mettete. Impugnate forte quel manico. Più giù la spinta del piede finchè il ferretto della vanga tocchi terra. Là. Così va bene. Alle sette vi manderemo la colazione, e quando sentirete battere mezzogiorno, venite a desinare che è ora. Me ne vado.

E andò. Galeazzo la tenne d’occhio un momento, e quando la vide scantonare del tutto, lasciò cadere la vanga da una parte, tornò a guardare daccapo quel benedetto fosso ch’egli doveva far scomparire dalla carta d’Europa, e poi, battendo forte una palma sull’altra, disse con voce piena di compunzione:

— Oh cara la mia Maria!

Indice Biblioteca

Biblioteca

Indice opere di Alberto Cantoni

Progetto Cantoni

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011