Alberto Cantoni

Humour classico e moderno

GROTTESCHI

e-text di Paolo Alberti

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Humour classico e moderno, grotteschi, un bacio in erba, più persone e un cavallo, G. Barbèra Editore, Firenze, Firenze 1899

02

UN BACIO IN ERBA.

SCENA.[1]

Cecchino e Gigia

siedono a due tavolini l’un presso l’altro.

 

Cecchino (voltandosi). Gigia!

Gigia (id.). Cecco!

Cecchino. Ti annoi?

Gigia. Molto.

Cecchino. Ed io non posso più. Gran brutta cosa lo studio! Dicono che la nostra età è la più bella e poi ci fanno marcire sopra un tavolino.

Gigia (sospirando). Ma! Pretendono che sia necessario!

Cecchino. Che necessario! Necessario è mangiare! Necessario è divertirsi! Dico bene?

Gigia (supplichevole). Cecchino, non mi guastare!

Cecchino. Per parte mia so che se non istudio, sto bene e volentieri egualmente, ma se non mi diverto, mi pare di non essere più in me. Dunque....

Gigia. Dunque che cosa?

Cecchino. Dunque bisognerebbe trovare la maniera d’imparare senza studiare!

Gigia. Qui ti voglio e qui sta il difficile, Cecco.

Cecchino. Non è vero. E te lo provo. Viene, supponiamo, il maestro di disegno; mi caccia in mano la matita e vuole che io metta in carta una brutta strega, con due occhiacci da far paura. Io lo obbedisco a male in cuore, perchè so benissimo che la brutta strega dovrebbe essere invece una bella ragazzina.... come te.

Gigia. E tu studia.

Cecchino. E dalli! Ma intanto mi guasto gli occhi e perdo quel po’ di buon gusto che Dio mi ha dato!

Gigia. Capisco tutto. Ma se smetti non imparerai egualmente.

Cecchino. Lasciami finire. Io dico e sostengo che se invece di sciupare il mio tempo, scarabocchiando delle figure impiastricciate proprio come Dio non comanda, guardassi te, e poi ti tornassi a guardare, oh credi che imparerei il disegno meglio che non lo studi con quell’acqua cheta del signor maestro! Capisco benissimo che non sarei capace di renderti sulla carta, ma fa lo stesso, a furia di guardarti, avrei sempre il tuo profilo davanti agli occhi, e diventerei un uomo di buon gusto. Che te ne pare?

Gigia. Mi pare che lo dovresti essere già diventato.

Cecchino. Cioè a dire?

Gigia (arrossendo). Non fai altro che guardarmi da mattina a sera!

Cecchino. Chi te lo ha detto?

Gigia. Bella! Chi me lo ha detto! T’ho visto.

Cecchino. Ma se ti guardo sempre quando sei voltata!

Gigia. Vedi se t’ho visto!! Appena che tu mi guardi, io subito lo so.

Cecchino. Hai gli occhi di dietro?

Gigia. No, ma sento che mi vien caldo, sento.... o insomma non m’intendo io di queste cose! (Si mette a legger forte) «Un endecasillabo è un verso di undici sillabe, cogli accenti sopra....»

Cecchino (interrompendola). Studi l’arte poetica, eh, povera martire?

Gigia. Sfido! Se voglio il cappellino nuovo, bisogna bene che la impari a mente questa beata paginaccia!

Cecchino (con aria di grande importanza). Ma io non ci capisco più nulla! Questi maestrucoli hanno proprio perduto il ben dell’intelletto! Vorrei sapere a che giova d’imparare a fare il pane, quando non s’abbia intenzione di fare il fornaio!

Gigia (piccata). Che cosa vorresti dire?

Cecchino. Voglio dire che quando non si possono far versi, è inutile imparar le regole.

Gigia. Non si possono!! Oh sta a vedere che io non li so fare, i versi!

Cecchino. Sì, bellini!

Gigia. Badate, bimbo, di non avervene a pentire. Avanti, fuori un tema.

Cecchino. Fammi un complimento.

Gigia. Meriteresti tutt’altro, ma perchè mi hai impuntigliata, vada anche per il complimento!

(Pausa. Gigia appoggia la testa sulle mani).

Cecchino (dopo di averla guardata più volte). Dunque?

Gigia (imbarazzata). Oggi, vedi, non sono proprio in vena. Ho qui la rima sulla punta della lingua, ma quando sto per prenderla, mi fugge.

Cecchino. Ben inteso che le scuse ed i pretesti non ti mancheranno mai!

Gigia (trionfante). No, m’è venuta, m’è venuta! (Scrive e mettendogli in mano il foglietto). A te!

Cecchino. Un momento. E patti chiari! Se i versi zoppicano, ti darò un biscottino sul naso....

Gigia. E se tornan bene?

Cecchino. Ti darò un bacio e tu me lo renderai.

Gigia (rossa). No. Baci no e poi no!

Cecchino. Perchè?

Gigia. Perchè no.

Cecchino (con unzione). Sei cattiva, piccina. Eppure si sta tanto bene quando si è buoni.

Gigia. Insomma, o leggi, o rendimi il fogliolino.

Cecchino. E poi?

Gigia. Il biscottino lo piglio, ma il bacio no. E dodici!

Cecchino (fra sè). Se le dico che i versi sono belli, scommetto che ci casca (legge forte).

Ma caro il mio cugino

Tu sei un birichino.

E ci volevano cinque minuti per.... (ravvedendosi) Ma che cosa vado dicendo, bestia che non sono altro! I versi non si misurano a braccia! Quanto sale! Quanto brio! Quanta naturalezza! E non ti sembra in coscienza di meritare un bacio? Trenta ne meriteresti. Via, dammene uno che mi contento. Dici sempre che mi vuoi bene!... Non è vero che mi vuoi bene?

Gigia. E tu me ne vuoi?

Cecchino. Un sacco.

Gigia. Allora lasciami in pace.

Cecchino. Che cosa ti fo?

Gigia. Mi guasti. Dice la mamma che non istà bene baciar gli uomini.

Cecchino. Son cose che si dicono.

Gigia (scandalizzata). Che si dicono!!?

Cecchino. Si, per intesa dire.

Gigia. Non è vero, perchè capisco anch’io che se te l’avessi dato, mi parrebbe di aver fatto una brutta cosa.

Cecchino. Ti parrebbe davvero?

Gigia. E come! Diventerei rossa.

Cecchino. Sta’ a vedere che non lo sei di già!

Gigia. Colpa tua. È l’idea di avere un cugino il quale si permette di questi discorsi che mi fa arrossire per te.

Cecchino. Troppa bontà. Io però la posso pigliare da un altro verso. Odimi bene. Nel mio salvadanajo, se non mi sbaglio, debbono essere due scudi, tre lire e cinquantasette centesimi. Se io lo vuotassi nel cappello del primo povero che passa, avresti il coraggio di dirmi di no egualmente? Bada che gli ruberesti una benedizione di Dio.

Gigia (commossa). Mi dispiace, mi dispiace davvero, ma non posso.

Cecchino (fra sè). Casca. (forte) E nemmeno potresti se ti provassi che non c’è niente di male?

Gigia. Provami che c’è bene e te lo do.

Cecchino. Ovvero se ti serbassi metà delle mie frutta ogni volta che sarai castigata?

Gigia. Basta, Cecchino, ci soffro in verità.

Cecchino (fra sè gongolante). Casca, casca. (forte) Ovvero.... (fra sè di nuovo) Santi del paradiso! Non so più che dire.

Gigia (fra sè). Se non si ferma, scappo.

Cecchino (presto, forte e con voce lietissima). E nemmeno se mi vestissi dei tuoi panni e diventassi una cara, una bella bambina? Perchè io diventerei una gran bella bambina, e tu puoi benissimo baciare quante belle bambine ci sono al mondo, non è vero che puoi?

Gigia (sbalordita). Dio come l’hai detta a tempo! Un momento che aspettavi.... ed era tardi. (si copre il viso colle mani).

Cecchino (fra sè, tra l’intenerito e il petulante). Poverina, me lo dava lo stesso. Non c’è che dire. Ne ha più voglia lei di me. (forte) Dove li hai i tuoi abiti delle feste?

Gigia (segnandogli una porla laterale). Là.

Cecchino. Vado e vengo (via prestissimo).

Gigia (rimasta sola, mostra di tornare col pensiero alle parole di Cecco e dice adagio). Diventa una bambina?... Diventa proprio?... Ho una gran paura che resti quello che è!... Basta, ora la parola è già data, e chi l’ha per male, ci rincari il fitto. (Si avvicina alla porta e dice sottovoce) Cecco, fa presto.

Cecchino (di dentro e parlando interrottamente come persona che si stia vestendo). Piano con questo Cecco!... Tal quale mi vedi, non sono più nè oa. Infilo quest’altra manica.... ed eccomi Cecchina!

(Cala precipitosamente il sipario).

Nota

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[1] È vietata la rappresentazione.

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011