Alberto Cantoni

Humour classico e moderno

GROTTESCHI

e-text di Paolo Alberti

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Humour classico e moderno, grotteschi, un bacio in erba, più persone e un cavallo, G. Barbèra Editore, Firenze, Firenze 1899

01

HUMOUR CLASSICO E MODERNO

GROTTESCHI.

Jerace fu bene inspirato quando scolpì il monumento a Gaetano Donizetti.

Il Maestro sta seduto e ascolta, senza vederla, l’Armonia che è in piedi a lui daccanto, e che suona la cetera in atto di vaghissima compostezza. Tutto intorno è un piccolo laghetto, che aggiunge poesia alla trovata, non certo vieta e nemmeno usuale, bensì egregiamente impostata fra le reminiscenze arcadiche e il senso dei tempi nuovi.

Un bel vecchio rubicondo e gioviale stava guardando le due nobili figure e ne pareva molto contento, quando un ometto smilzo e circospetto, con una faccia un poco sdolcinata e un poco motteggiatrice, gli si accostò piano piano e gli disse in un certo tono così a mezz’aria tra il funereo ed il petulantello:

— Buon giorno.

— Buon giorno. Con chi ho il piacere di parlare?

— Sono l’Humour moderno, e voi, il classico, siete il mio babbo.

— Mi somigli poco, per dir la verità. Sembri l’inedia.

— Altri tempi, altre cure. A voi è toccato il tempo buono.

— E a te no?

— Così così. Io ho gli occhi rossi quando rido, perchè ho spesso voglia di piangere, e voi dovreste picchiarvi il petto per la vostra antica e smodata propensione a ridere. Siete stato più fortunato di me.

— Adagio con queste fortune! Caino con chi era? Con te o con me?

— Caino?

— Sì, il primo umorista, quando ha detto al Signore: «Sono io forse il guardiano di mio fratello?»

— Caino sarà stato una eccezione, ma la verità è che io ho più cuore e voi avete il fegato più sano; che io, partigiano dei più deboli, procuro, benchè a stento, di sorridere delle miserie umane, e che voi ve ne siete sempre baloccato, come Epulone tra i manicaretti, a totale benefizio dei più forti.

— E dalli! O che era con te Menenio Agrippa quando ha sturato il suo apologo? Con te l’Ecclesiaste quando ha scritto «Beati coloro che non furono mai nati!?» Con te il Redentore quando ha mandato i ricchi in traccia di un elefante che passasse per la cruna di un ago? Via, ho idea che si sia fatto sempre senza di te, ovvero che tu non sia altro che la parte peggiore di me medesimo, la quale abbia messo cresta per impertinenza, come ora usa. E un gran dire però che non s’abbia mai a conoscersi bene da sè soli! Tu mi sei certo scivolato di sotto ed io non me ne sono accorto. Sai dove siamo adesso?

— A Bergamo, nella gran patria di Arlecchino e di Gioppino. Come dire più assai in casa vostra che non in casa mia.

— Ebbene, andiamo in campagna qui presso, dove io non sono mai stato, e probabilmente neanche tu. Imprendiamo il medesimo viaggetto, ognun per conto proprio come se non ci si fosse mai visti, e poi ci troveremo qui daccapo con Jerace questa sera, recando insieme nella bisaccia le nostre particolari e fugaci impressioni. Le metteremo al paragone. Ti piace?

— Sì. Da che parte si gira?

— Qui sta il busillis.

Un «bergamascone all’antica» passò in quel momento avanti ai due. Il vecchio gli chiese:

— Vorreste indicarci un bel giretto, alquanto sbrigativo, da ora a questa sera?

— Andate in Val Seriana, cioè al Ponte della Selva, col tram, e proseguite per Clusone, colla Posta. Oggi è appunto lunedì. Fanno il mercato. Vedrete....

— Grazie — interruppe il vecchio, per paura che l’indigeno li accomiatasse con troppo viatico del proprio sacco — grazie, vedremo da noi.

I due viaggiarono separatamente fino al Ponte della Selva, indi la carrozza della Posta accolse il vecchio di dentro e il giovine a cassetta. Tanto nell’andata come nel ritorno.

— Eccoci! Donizetti non si è mosso e pensa ancora al quart’atto della Favorita. Chi di noi due deve parlare il primo?

— Voi.

— No. Te. Spicciati.

— Siete l’anziano ed è giusto che io faccia a modo vostro. Anzi andrò più avanti. Eviterò di parlare di quelle cose che abbiamo dovuto notare entrambi....

— Bravo.

— E sorvolerò sulla particolare struttura del borgo, con quella Piazza così erta che pare in procinto di rotolare a valle; nonchè sulla socievolezza degli abitanti, da voi già largamente sperimentata, perchè vi ho visto in due ore fare il chiasso con tutti come se foste nato a Clusone, e vi dirò soltanto che mia prima e particolare cura è stata, come adesso si dice, di penetrarmi dell’ambiente, guardando ogni cosa dall’alto, pur di scernere fra i troppi dettagli quelli più frequenti di tutti che rappresentassero, uniti insieme, come il precipuo carattere del luogo e della gente.

— Sarai salito sulla torre!

— No. Mi è bastato di guardar bene dentro di me, e poi giù giù tutto intorno sulle persone che mi circondavano.

— E che hai visto nel guardare giù giù?

— Uno stato d’anime non mai riscontrato altrove con esempi così fitti, anzi così a ridosso gli uni degli altri, e tutti avvalorati più che mai dagli esempi contrari, ed estremamente contrari.

— Parla chiaro. Che hai veduto?

— Moltissime persone allegre e non poche di meste. Ma che intensità di allegria e che intensità di mestizia! Le prime non tenevano nella pelle e al primo momento facevano quasi piacere a vederle, ma poi, pensandoci bene, oh che pena!

— L’allegria?!

—Sì, quando è troppa e quando è costretta a tenere in poco spazio di luogo e di tempo (avrete visto che pigia pigia di persone, tutte a parlar presto e forte per farsi udire a un palmo di distanza con quel rumore, e chi per offrire e chi per chiedere un soldo di cacio, o un fascetto di zolfini, o una mela cotta, o una imagine sacra) sì che fa male l’allegria, quando non ha ragione di essere e quando, chi ne è colpito, la deve esprimere o coi piccoli fremiti delle labbra e delle nari, o colle strizzate degli occhi, o facendo scricchiolare le dita non appena una mano sia libera; sì, vi ripeto, è penosissima l’allegria allorchè più le andate scovando una escita e più ve ne rimane da mettere a posto e non sapete dove. È come se aveste la scossa elettrica in permanenza fra carne e pelle, e guai a chi vi toccasse e fosse montato diversamente! Starebbe meglio a posare il capo sulla schiena di una torpedine, o sul cassone di una catapulta. Quello almeno potrebbe scappare, ma voi no, voi ridete senza raccapezzarvi e ridete tutto, cogli occhi, colle labbra, colle mani agitate burlescamente senza che la vostra mimica rappresenti effettivamente nessuna burla parallela, ridete coi piedi, che saltellano in punta, e che si maravigliano quasi di trovare ancora il terreno sotto, eppure non siete voi, è il vostro fantoccio che ride, che vorrebbe sciogliersi dalle catene e che più si avviluppa come più si agita.

— Parla per te. Se tu hai visto tante ribalderie in quella buona gente così semplice e così lieta, segno è che il fantoccio lo avevi tu nello stomaco, e non essi, e non io. Tutto effetto d’aria fine e di buona stagione, caro figliastro, tutto quanto! Non si fiatava che ossigeno lassù, non si respiravano che raggi di sole, quasi vibranti di brezza montana, con quel poco di fresco arioso che veniva dalle nevi sopra la Selva. Come non sentirsi più giovani e più lieti in pieno inverno? È accaduto il medesimo anche a me, quantunque vecchio, se non che io non me ne avvedo che adesso, perchè tu mi ci fai ripensare, ma era meglio che non ti trovassi. Appunto a ripensarci, appunto a rintracciar la cagione di quella quasi universale intensità di brio, ho perduto gran parte del buon effetto, e la mia mattinata, vista retrospettivamente, mi pare meno gaia di quel che non mi paresse un’ora fa. L’hai fatto apposta per mettermi di malumore e per farmi scomparire quando parlerò io. Ma non ti verrà fatto. Seguita.

— Se fosse stato effetto d’aria e di buon tempo fresco, lo avevano a sentire più o meno tutti, e invece quante eccezioni! Quanti vecchi dagli occhi cisposi e dalla guardatura più immobile dei muricciuoli su cui stavano addossati per riposare le gambe; quanti montanari coi pantaloni corti e il vestitello di fustagno a coda di rondine, che avevano il viso più gialliccio della giubba e tutta la persona come di chi non s’aspetti un bene al mondo! Direte «erano vecchi, erano abituati alla montagna, e al postutto si sta bene e male dovunque, secondo la età, la fortuna ed i momenti» ma io vi affermo sul serio che se avessi dovuto mutare, mutava mille volte con gli sconsolati e coi giallicci, perchè, se voi ne aveste preso uno qual sia, e gli aveste chiesto come mai se ne stesse lì a fare il lumacone in mezzo a tanto chiasso, egli avrebbe per lo meno alzato le spalle, e fatto capire che a questo mondo non merita di prender niente in ottava alta, ma gli altri non sarebbero arrivati nemmeno a tanto, e avrebbero seguitato a guizzare ed a vibrare tal e qual di prima. Che stomaco ne avrei avuto! Or dunque se io m’intono meglio coi tenebroni e cogli almanacconi che non coi briachi — e sia pure d’ossigeno — vuol dire che l’Humour moderno sa rimestare l’anima delle cose pur di conoscerle, fossero anche avviluppate come le cipolle, mentre il vecchio — voi — ve ne rimanete alla superficie a farvi il solletico colle proprie mani e a ridere. Ma ridete solo, e le cose seguitano a piangere come prima e più.

— E in casa tua no?

— Sì, anche in casa mia, ma io almeno mi contento di sorriderne, e so come, e so perchè. Voi non sapete.

— Hai finito?

— Quasi. Mi riserbo soltanto di mettere un poco di frangia a quel che direte voi, come avete fatto con me.

— Povero monello! Credi che io ti caschi in bocca e ti venga a raccontare le piacevolezze che ho raccolto dalla viva voce degli abitanti di Clusone, chiassando con tutti per tre ore come se ci fossi nato e come mi hai veduto? Lo so che non farebbero presa teco, lo so. A me piacciono le cose semplici, che sono rare e modeste, mentre le composite, fatte di contrasti ad uso tuo, si possono raccattare dovunque, ed hanno aspetti maestosi quanto barocchi. Ci vuol altro delle mie anticaglie per te! Bisogna partire da sè medesimi e poi scendere agli altri, lo hai detto or ora, bisogna gonfiarsi e paragonare la propria ricchezza d’impulsi e di fisime e di sospetti colla piana e semplice quadratura altrui, bisogna ghignare e dire: «Vedete come paio cattivo e complicato e ritorto? Eppure se sapeste come son buono! Come soffro per gli altri! Come ne piango e come vado in estasi del mio metodo, del mio travaglio, delle mie lagrimette iridescenti!» Tutte così le scuole moderne. Non si occupano veramente che della persona prima e fanno finta di piangere per la seconda e per la terza. Va che sei ingenuo. Non capisci che è un circolo viziosissimo il tuo e che tutto parte da te per ritornare in te? Non capisci che sei apopletico di te medesimo? Tu ti misuri sempre colla previa speranza di trovarti più grande, misuri gli altri colla previa certezza di ritrovarli più piccoli. Ma bisogna essere in due a fare i conti perchè tornino. Io mi sono occupato degli abitanti di Clusone senza punto salire e nemmeno scendere da me medesimo, epperò li ho presi come li ho trovati. Stavano contenti e ci ho avuto piacere anche per conto mio: fossero stati rannuvolati e avrei cercato di snebbiarli. Tu invece hai rintracciato studiosamente i giallicci ed i contriti, per il solo piacere di poter dire che erano di pasta più fine dei giocondi, e pasta più fine vuol dire più tua, più parallela con esso te. Non ti degni, no, di essere, come io sono, la giunta alla derrata in carnevale, o la mezza quaresima in quaresima, tu sei la mezzanotte del primo di novembre, fra i Santi e i Morti, e non ti sai decidere, perchè ti ritrovi troppo cinico pei primi e troppo spiritoso pei secondi.

— Io mi ritrovo?

— Sì, tu. Quando sorridi causticamente delle cose che piangono. Ma ce n’è che ridono davvero, e meglio.

— Dove?

— Anche a Clusone, anche stamani appunto. Ho capito. Voleva scegliere nella mia messe e serbartene il fiore, raccolto dopo colazione, ma tu vuoi tutto e tutto ti darò. Sarò prolisso, ma come fare altrimenti con chi non vede che sè solo, anche guardando intorno? Bisogna additargli ogni cosa una per una. Rideva poco quel grande orologio della torre, colle ventiquatt’ore segnate a rovescio da destra a sinistra, come se il tempo a Clusone andasse indietro e non avanti? Rideva poco il sarto accanto — un altro bell’umore come l’orologiaio — quando faceva scrivere al sommo della sua porta:

«Sarto civile e da sacerdote»

come per dire che se in Italia non era molto facile di essere cittadini e sacerdoti insieme, pure egli, a Clusone, aveva instituito come una specie di compromesso nella sua bottega? Ma ormai non ce n’è più bisogno. Quanti preti sul mercato, e come ascoltati, anche nell’ambito delle cose non letteralmente celesti! Uno poi, cogli occhiali affumicati, non mi escirà mai più dalla memoria. Parlava colle braccia strette al petto, e muoveva le dita a ventaglio, come se pizzicasse due arpe, una per mano. Doveva essere un pezzo grosso, perchè aveva seco dei colleghi nell’identico atteggiamento dei contadini, che facevano ressa intorno agli astri minori. Tutti allegri, s’intende, tutti ossigenati, ma di una certa allegria che non escludeva un poco di voluta compunzione, checchè tu ne dica, tu che hai notato per tuo comodo tanti fantocci e tanti ballerini di San Vito, in atto di ridere o di salterellare. La peggio è che nell’alzare gli occhi ho raccolto i delubri delle ultime elezioni, e letto più volte questo suggestivo e laconico manifesto:

«Non andate alle urne politiche.
«Il Comitato Diocesano.»

Io non lo so e non lo posso asseverare, ma ho idea che quegli elettori non se lo sieno fatto dire due volte. Per niente non hanno in paese una antica imagine della Madonna, la quale dice a chi sa leggere di avere pianto sangue nel 1511.

— Spero che non la metterete fra le cose che ridono!

— No, quella no. Ma mi son rifatto coi nomi delle vie. Tutti difficili e nuovi. Non ne ricordo che uno, il più facile: Bartolomeo Furia. Chi è stato? Non me l’hanno saputo dire. Di un altro, dalla lunghissima nomea, mi raccontarono che fu padrone di molte case, di un terzo che lasciò all’ospedale, di un quarto che fu artista decoratore. Tutti personaggi paesani e tutti glorificati nelle più conspicue arterie di comunicazione. Uno solo mi parve tenuto a secco in un vicolo ascoso, e ciò forse perchè il suo nome non era nè lungo nè ignoto: Angelo Mai.

— Il Cardinale?

— Parrebbe di sì. E non vuoi che rida?

— Chi? Voi o lui?

— Tutti due. Angelo Mai in un vicolo e il proprietario di molte case nella via maestra!!... Ma a proposito di case, ne ho udito una graziosa da una buona femmina di mezza età, che si picchiava disperatamente la testa, gridando alle sue vicine: «Oh donne mie, sapete qual è la più gran disgrazia della casa? È la porta, e le finestre sono le sue figliuole. Si sta qui le ore sulle ore a pettegolare; passa una bimba con un cestino, si vuol sapere dove va; un uomo con una carretta, ci si chiede donde viene; se è il medico, chi è il malato; se l’usciere, chi cita; se una giovane, con chi fa l’amore; se un vecchio, quanti anni ha. E intanto le faccende domestiche non vanno avanti. La porta è la più gran disgrazia della casa. Noi donne, finchè siamo vive, si dovrebbe stare in una torre, coll’aria e la luce dall’alto, per poi, dopo morte, o volare comodamente in su verso il paradiso, o cadere in un vulcano aperto con garbo sotto i nostri piedi, secondochè saremo state o buone o ree. Così queste non farebbero gran male neanche dopo morte, e quelle non sarebbero tirate giù di strada da tante invidie e da tante gelosie.»

— Che risposero le vicine?

— Le vicine, metà per ridere, metà sul serio, presero la rincorsa colle scope alzate, e la cacciarono in casa sua, nella speranza che nessuno la avesse udita. Ma io non sono sordo. E ho udito anche meglio i discorsi dell’Albergo Reale, così chiamato non so bene se per dire che è un albergo propriamente detto e non una taverna, ovvero se per gonfiare i suoi meriti e far capire che anche i re ci si potrebbero trovar benone. Veramente non c’è caso che ne capitino molti da quelle parti, e al postutto me ne duole per essi più che per l’albergo, il quale seguiterà a farne senza, come prima. Nemmeno i semplici touristes si degnano mai di andare a Clusone: quei cari touristes che battono tutti le medesime strade, e si trovano tutti a sbadigliare dirimpetto alle stesse persone, nei buffets delle ferrovie. Povere pecore randagie! Come mangiano presto presto per far a tempo di pagare adagio, e rassegnarsi lentamente a quel po’ po’ di prezzi! Ci si abituano, è vero, perchè viaggiano appositamente per abituarsi, ma alle prime tappe che desolazione, cacciata dentro per non farsi scorgere come poco avvezzi, e che fatica poi per non cadere in svenimento quando capiti qualche conticino che prenda il volo e si slanci nell’empireo più dei precedenti! Gran poeti i governatori dei buffets! Io invece ho avuto mezza testa di vitello appena cotta per una lira, e due ore di tempo per fiutarla tutta quanta e per imbalsamarmene. Che profumo! Che saporita soavità!

— Si spera che saremo finalmente al fiore della vostra messe. Diceste di averlo raccolto dopo colazione. O alludevate alla testa di vitello, con i suoi balsami ed i suoi profumi?

— No, quietati che ho di meglio, e ci sarei arrivato prima senza le tue sofisticherie. Ho voluto provarti che tu sei più torbido e più monotono perchè non vedi massimamente che te solo, io più lucente e più screziato, almeno di riverbero, perchè ho gli occhi per guardare e perchè mi occupo massimamente degli altri, o almeno, per meglio dire, del mondo esteriore, anche se è rappresentato da una buona testa di vitello. C’è più varietà. Questa mia fortunata inclinazione mi ha giovato sempre, e perchè sono vecchio, ho saputo essere di ogni luogo e d’ogni tempo: bene greco con Luciano, ben latino con Orazio e con Marziale, ben mantovano con Folengo, bene universale col curato di Meudon. Tu invece sei moderno e tiri all’uniformità come i touristes. Ti accade ora di sentire molto rumore dalle parti di tramontana, ed eccoti freddoloso dovunque, anche d’estate, anche dove fa sempre caldo. E non sei solo. Tutte le arti fanno il medesimo. Un gran pensatore imbatte a nascere in un dato popolo e in un dato momento che sieno ben maturi per un dato indirizzo? Ed egli si spinge arditamente da quella data parte, e fa il debito suo, come non c’è niente di più ovvio che le leggi ed i costumi tendano di buon accordo ad un assetto generale che vada parallelo a quell’indirizzo, e che tutte le arti concorrano a riassumerlo colla più fedele rappresentazione. Ma lì, lì soltanto, cioè fin dove arrivano il genio, il carattere e gli attributi di quella data gente, non dovunque, come usa adesso, per il delirio di veleggiare tutti da una parte, sia che soffi greco o che soffi maestrale. Andrete a rotoli, bambini, ve lo dico io, anche prima di avere esperimentato de visu che una villanella di Capri non potrà mai sdrucciolare bene sul ghiaccio, e che una contadina fiamminga vi sciuperà sempre qualunque fandango e qualunque tarantella. Andrete a rotoli presto, ma io no, perchè io cerco il Bergamasco a Bergamo, e non gli universali come fai tu, col sottinteso pretesto di cercare l’uomo, che è quanto dire te stesso.

— Lo faceva anche Diogene, che era dei vostri.

— Adagio. Era un precursore tuo, e però non lo ha mai trovato. Per questo bisogna contentarsi di cercare gli uomini, numero plurale, come faccio io, senza mai dimenticare le donne, nè quelle ridanciane che imbrandivano le scope alzate, delle quali ti ho già detto, e nè la vedova, più malinconica, apparsa in ispirito all’Albergo Reale.

— In ispirito?

— Già. Se n’è parlato, ma non la ho vista. Andiamo adagio. Va detto prima che la sala da pranzo non era altro che un grande androne invetriato dalla parte del sole, il quale veniva a pizzicare amabilmente il coppino dei commensali, tutti a ridosso con me gli uni sugli altri, con gli occhi del corpo fermi ed ansiosi sulla porta aperta che dava in cucina, e quelli, dell’anima quasi altrettanto estasiati sopra un intero popolo di cardellini: un popolo messo più su, lungo la cornice, in tante alte casette ben costruite, coi refettori, gli abbeveratoi e i semprevivi a più colori per il paesaggio. Una viva e volante primavera di Norimberga, insomma, tutta fruscìo d’ali e pipiar d’idilli....

— Diventate poeta.

— No, ti mostro la scena, senza la pretesa di riprodurre tutto l’ambiente, di stringere nel pugno tutta l’alta Lombardia, come hai fatto tu in Piazza. Io non sono così gran medico da tastare il polso, lì su due piedi, ad una intera regione, ma un poco di scena fedelmente riportata non guasta mai, anzi ci vuole. I miei vicini di tavola mi avevano fiutato per un buon commensale e andavano a gara per colmarmi di romorose gentilezze, quando, tutto d’un tratto, apparve sul limitare un certo sensale sui cinquanta, colla faccia più scaltrita che uomo a piede libero abbia mai recato intorno sopra le spalle. Fu un urlo di gioia che squassò i vetri della parete lucente e pose lo scompiglio nelle amorose coorti degli augelletti.

L’uomo era lungo, magro, nero come un lucertolone. Portava il cappellino a cencio, dalle ali spioventi sulle orecchie, e tutti gli altri panni fatti quasi opachi e fuligginosi per vetustà, allo stesso modo della barba, rasa da troppo tempo, e paragonabile a quella degli spazzacamini il sabato sera. Ma se l’apparizione era tenebrosa e fosca, bastava d’incontrare anche un solo momento i suoi occhietti, per sentire quasi il bisogno di voltare i propri da un’altra parte, come se tutta la luce che invadeva l’androne si fosse franta sopra due bragie. Tutti gli corsero incontro col bicchiere in mano, ed egli dovette metter la bocca su tutti i bicchieri avanti di mangiare. Poi se lo strapparono a sedere dove c’era posto per molta gente intorno, e lì tutti insieme a scappellottarlo amichevolmente e a chiedergli in mille modi qualche parola, qualche cenno, qualche gesto che servissero come di salsa e di condimento ad un fatto già accaduto, e già a tutti noto per intesa dire. Ma doveva venire da lui, da nessun altri che lui. Come fare con quella ressa di spiritati intorno e con quel rumore? La capirono finalmente e tacquero tutti insieme colle bocche aperte, come gente che si preparasse ad una gran risata universale, quale che fosse stato il testo della risposta. Il sensale, che moriva di fame, profittò di quell’attimo di tregua per cacciar dentro il primo boccone (che una buona fantesca gli aveva pôrto a mano, passando sopra le teste delle persone, sedute e in piedi, che gli stavano intorno), lo mandò giù in furia con due rapidi movimenti del collo, come fa il cane quando gli gettano qualche cosa di volo, e poi, rialzate le alette del cappellino, saettò in giro i suoi occhietti e rispose piano, colla malinconica serietà di chi si presta gentilmente a fare il buffone: «Si, son libero, che meraviglia! Doveva prendermi la vecchia senza la giovane, l’osso senza la polpa, lo stoppino senza la candela?»

Fu il finimondo. La gran risata ruppe il fil di refe che la teneva ancora sospesa, e scrosciò all’improvviso con vero fragore di toni acuti e con una nuova grandinata di scappellotti amichevoli. Poi tutti si sbandarono per muovere alla volta dei propri piatti, lasciati a mezzo, mentre i miei vicini, che mi avevano veduto montare sopra una sedia per non perdere mai di vista gli occhi del sensale, accorsero i primi ansando forte verso i nostri posti, finchè un astuto maestro di scuola potè raccapezzarsi prima degli altri e dirmi colla concitazione di chi ha già riso troppo: «Se non si crepa questa volta è un miracolo. Non tanto per il fatto, che era già noto o almeno presentito in tutta la valle, quanto per esserci trovati qui in tanti a raccogliere l’epilogo, fresco fresco, dalla viva voce del protagonista. Lo vede? Ne ha pensato una bella. S’è fatto radere la barba spesso per parecchi anni, durante i quali ha invaghito delle sue grazie una agiata vedovella del contado: un pezzo di donnetta sentimentale che egli non arrivava a circuire delle sue braccia. Ma aimè! C’era di mezzo un rampollo femminino: una bimba che si sarebbe portata via quasi tutto alla maggiore età. Che fa il mariuolo? Aspetta che la vedova sia cotta a punto e poi manda sotto un suo unico figliuolo per la bambina. Perchè è vedovo anche lui, s’intende bene. La madre capisce, con suo rincrescimento, che egli aveva tirato a diventare padrone di tutto per sempre, e principia a dimagrare per il crudele disinganno, ma l’amore, infervorato dalla età critica, non si lascia scrollare, e costui seguita a dire imperturbabilmente: o tutti quattro in un sol giorno a nozze, o non se ne fa nulla! La povera Didone con prole si piega poco alla volta sempre più — forse pensando che era quello un modo come un altro per rimanere anche lei alla greppia del morto Sicheo — e si dà a manipolare assiduamente, anzi a gramolare, il cuore della figliuola con tutto il lievito della propria cotta, ma che! Non per nulla le nostre ragazze bergamasche si chiamano s-ciete, che vuol dir maschiette, e le poche romantiche non si reperiscono che assai tardi o fra le molto vizze o fra le vedove: il materno lievito non prende, la bimba resiste e il rampollo mascolino rimane a terra. Non se ne dia pensiero, perchè è innamorato quanto suo padre al più, e suo padre non ha perso tempo in dieci anni di fiamma amorosa; gli è andata male per tutta l’eternità, è vero, ma quante cambialette non si possono attaccare ad un cuore di donna durante una passione a dieci anni data! Ora che egli si è purgato delle cambiali, la bimba, per combinazione, ha 21 anni precisi, e veda che barba lunga ha il figliuol di Venere! Veda come ha rimesso in luce i suoi ammuffiti indumenti di dieci anni sono! Le ceneri di Sicheo fremono di gioia nell’urna sepolcrale, la povera Didone con prole smagrisce definitivamente sul rogo in vista di tutta la valle, ed il pio Enea ha preso il largo, come vede, per cercare probabilmente un altro osso con polpa, cioè un’altra vedova ben pasciuta, se non per sè, per il maturo Ascanio. E se ne trova due, meglio! Una per uno.» Ringraziai il mio rustico umanista della esposizione e vedo ora senza meraviglia che tu non hai nessuna voglia di ringraziare me. Parrebbe anzi, così a vederti, che io, nella mia esplorazione, non mi sia lasciato sedurre che dalla più superficiale vena comica, secondo te. O sbaglio?

— No davvero.

— Ma è colpa tua. A forza di ripetere continuamente che tu sembri sorriso e che sei dolore — come sono stato anch’io in talune poche e ben determinate occasioni — ne è venuto che oramai non si sa più nè che cosa veramente tu sembri, nè che cosa veramente tu sia. Avresti dovuto prendere il tema al mio maestro elementare, per affidarlo con comodo a taluno dei miei maggiori sacerdoti, e avresti visto se ne sarebbe uscito un semplice motivo di vena comica! Non so davvero se sia mai stato adoperato, così tal quale, ma che miniera in buone mani le patetiche instituzioni della madre, che tesoro di arguzia nei destreggiamenti della figliuola! Fosse anche storia vecchia, tornerebbe nuova, te lo dico io, per antico che fosse il mio rappresentante. Diventerebbe anzi moderna per sempre, perchè i miei veri discepoli non possono mai discostarsi dalla più vivace e più resistente sincerità. Altro che incanutire come ora usa ad ogni menomo pretesto colle nuovissime teorie: cioè in questo caso col diritto di vivere che avevano entrambe, la madre e la figlia! Che bisogno c’è di nuove ed uggiose teorie dove parlano i fatti dacchè mondo è mondo? Gli è che il male pur troppo non basta più a voi moderni, vi occorre anche di metterlo in cornice, perchè stia fermo e non scemi in eterno. Era molto più facile che scemasse quando era risaputo meno, senza tanti cataplasmi di dolori che paiono sorrisi. Difatti, se tu ti potessi vedere, non capiresti, come me, se tu abbia più voglia di piangere o di sorridere.

— Adesso è vero. Perchè adesso penso solamente che voi vi siete fermato a mezza via. Al vostro tempo le gioie e le angustie della vita avevano due forme o almeno due parvenze più semplici e molto dissimili fra di loro, e niente era più facile che sceverare le une dalle altre per poi rialzare le prime a danno delle seconde, o viceversa, ma dopo, cioè al tempo mio, è sopravvenuta la critica e felice notte; s’è brancolato molto tempo a non sapere nè che cosa fosse il meglio nè che cosa fosse il peggio, finchè principiarono ad apparire, dopo di essere stati così gran tempo quasi nascosti, i lati dolorosi della gioia e i lati risibili del dolore umano. Anche gli antichi solevano sostenere che il piacere non era altro che la cessazione del dolore e che il dolore stesso, bene esaminato, non era punto il male, ma le sostenevano sul serio queste belle cose, come dire che non ne erano niente penetrati; adesso invece è venuto pur troppo il tempo mio e si ripete, aimè, quasi ridendo, cioè colla più profonda persuasione, che i due suddetti elementi, attaccati da poco in qua alla gioia ed al dolore, hanno assunto degli aspetti così incerti e così trascolorati che non si possono più, nonchè separare, nemmeno distinguere. Ne è venuto che i miei contemporanei non sanno ora più essere nè ben contenti nè bene malcontenti mai, e che voi solo non bastate più nè a far fermentare il misurato sollazzo dei primi e nè a divergere le sofistiche tremarelle dei secondi. Ci voglio io, che mescolo tutto scientemente, per fare svanire da una parte quanti più posso ingannevoli miraggi e per limare dall’altra quante più trovo superflue asperità. Vivo di espedienti e di cuscinetti io....

— Bella vita!

— .... per arrivare possibilmente ad uno stato intermedio che rappresenti come la sostanza grigia della umana sensibilità. Si sente troppo adesso, come troppo s’è riso ad ufo ed a credenza in altri tempi: urge però che il pensiero regga le briglie alla più incomposta manifestazione del sentimento, e la conduca ben lunge dal suo più doloroso territorio: quello cioè dove si ride per il solo piacere di ridere. Fu per questo che ho levato la tara al tripudio di quei vostri mercatini che schiattavano in Piazza, e che ora mi sono preso in santa pace le vostre frequenti risciacquate, non esclusa la più grossa, quando mi avete dato della faccia a doppio uso. È vero, son così, ma insieme, non alternativamente. Rimpiango cioè sempre di non aver potuto ereditare le vostre illusioni, e mi rallegro nello stesso tempo di trovarmi di qua dal fosso, bene agguerrito contro alle insidie delle illusioni stesse!... O che avete? Perchè mi affisate in quel modo?

— Penso che se vuoi proprio avere due anime in una, fai molto bene a non assumere la famosa guardatura di quel vedovo innamorato.

— Il vedovo dell’Albergo Reale?

— No. Un altro. Quello che a sinistra piangeva la morta e a destra faceva l’occhietto alla viva. Tu invece vuoi piangere e far l’occhietto insieme, da tutte due le parti, come dire che non ci si capisce più nulla. E però ascoltami bene. Tutte le arti, anche le più umili della nostra, possono rivelarsi colle più geniali manifestazioni. Quel bagattelliere giapponese che, primo, pensò di piegare un pezzetto di carta in forma di farfalla e che, primo, coll’aiuto di un solo ventaglio, la fece volare capricciosamente intorno a sè, con portentoso incanto di grazia, quello era un artista che sentiva assai nobilmente dell’arte sua. Aveva propriamente colto a volo la natura in uno dei suoi più leggiadri movimenti e l’aveva artisticamente riprodotto con fedeltà ed amore. Tu invece, ti sei piaciuto a mutare la farfalla in un pipistrello, te stesso! Che fatica per il tuo povero ventaglio! Che tenebre dove ti muovi, o uccel di notte! Voli sempre rasente terra, ma che dico voli! È come se tu strisciassi coll’ali aperte. I tuoi lati dolorosi della gioia ed i tuoi lati risibili del dolore sono gli strumenti, semplicissimi e naturali, dei quali ti servi insieme, e non si può nemmeno più riscontrare quali dei due ti servano per ali e quali per piedi. Entrambi possono valere a doppio effetto, e tu li hai mescolati in modo così abusivo che ormai, come dicesti, non li puoi più nè separare nè distinguere. Hai fatto un bel lavoro, hai messo insieme una bella sostanza grigia, o uccel di notte! Preferisco i modesti cardellini dell’Albergo Reale. Volano di giorno, quelli, e s’amano di giorno. Ecco due cose ben mescolate insieme!... Oh me meschino!.... Che è questo?

— Non saprei. Non capisco nemmen io. —

Era accaduto un fatto straordinario. Tutti i fari della luce elettrica, piantati intorno, si erano spenti ad un punto, e la notte, già altissima, si era rivelata un momento nella sua più intensa oscurità, per lasciare maggiormente apparire il monumento di Donizetti come tuffato in una ondata di luce propria, altrettanto vaporosa quanto cilestrina. Pareva un altare con i suoi raggi intorno. Una bella vocina si fece udire, e bisbigliò più che non disse:

— Quietatevi, voi due! Non avete ancora capito che tu, vecchio, hai voluto rimaner tale e quale assai più che non lo comportassero gli anni e che tu, giovine, ti sei lasciato invecchiare precipitosamente? Ormai siete coetanei, perchè è finita per tutti due. Dalle vostre ceneri sorgerà presto l’Humour futuro, più fine e più castigato del nonno, più semplice e più sincero del babbo, perchè tu, vecchio, sei diventato volgaruccio e sei ancora vergognosamente sensuale, e tu, preteso giovine, tiri troppo al casista ed al gesuita. Il sorriso ed il dolore, come eterni che sono, seguiteranno, mercè del vostro erede, a giovarsi vicendevolmente, ma in più equa misura, senza brutali accozzi, senza scatti di reciproco incastro, e tu, nonno, rivivrai nel tuo nipote, che trarrà dalla sua medesima e culta giovinezza il diritto di essere altrettanto gaio e men licenzioso di te. Contentati dunque anche tu, prossimo babbo, di non andartene orbo di prole, e pensa che gli antichi non si sono mai sognati d’impiastrare la maschera di Democrito su quella di Eraclito e nemmeno di giovarsi dei tuoi triti artifici.

— Che artifici?

— L’abuso della ironia e della voce tanto più fredda quanto più il sentimento è agitato e vibrante, nonchè del bel vezzo di parlare sistematicamente delle cose grandi come se fossero minute, e delle minute come di grandissime. Siete moribondi? Morite bene —

La nuova e tenue luce disparve, e tutto riassunse in un attimo l’aspetto di prima.

— Meno male che le botte più grosse le hai toccate tu!

— Sarà. Tanto chi le ha avute son sue. Chi ha parlato?

— Me lo domandi!! Come dire che non capisci più nulla quando i simboli dell’arte vecchia, e limpida, e genuina, assumono corpo e figura davanti a te. Buono che son qua io, che m’intendo ancora delle nostre origini, a malgrado della mia volgarità. Domandi chi ha parlato? Chi attese con amorosa cura a questi marmi. Il genietto famigliare dei Jerace: una tribù di artisti.

— Da che lo argomentate?

— Dalla certezza che il più picchiato sei stato tu, come il più privo di serena rispondenza fra le tue parti, nonchè di equilibrata sincerità. Dove vuoi trovare arte più sincera di questa, più immune dai tuoi triti artifici? Guarda quell’Armonia! È una figura poetica, è vero, ma è tanto leggiadramente ricoperta della ingenua sua veste tradizionale che i monelli di Bergamo sogliono dire che è più bella di dietro che davanti; Donizetti, abbandonato a sedere, soffre evidentemente della sua nobile fatica, ma la sua dolorosa espressione è sobria, è naturale, non ha niente di apparecchiato nè di costretto. Jerace è stato sincero: ha vestito Donizetti dei suoi panni moderni e lo ha fatto sedere sopra di una esedra, coll’Armonia daccanto, ma una figura è ben vera e l’altra è bene classica: non ci sono gli intrugli che tu cacci a viva forza nel mondo morale, non miscele permanenti, non compromessi fra il verismo moderno e l’arte antica. Si giovano l’un dell’altra, e festa!

— Se Jerace fosse stato così sincero, come voi dite, avrebbe dovuto mettersi o tutto da una parte o tutto dall’altra.

— Già. Niente Armonia e Donizetti a sedere sopra un canapè, oppure, lasciata quella, vestire anche questo alla moda di Orfeo. Come si vede che sei decrepito e stitico! Prendi tutto alla lettera. È meglio che facciamo testamento e che raccomandiamo al nostro successore di guardarsi bene....

— Dai vostri lazzi giovanili tuttora così fragranti di sale attico....

— E più ancora dai tuoi lambicchi e dalle tue ampolle di sostanza grigia!

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011