ALBERTO CANTONI

CORTE D’AMORE

RACCONTO

Edizione di riferimento

Opere di A. Cantoni a cura di Riccardo Bacchelli in “Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento”, Milano, 1953

Corte d'amore

Si fa presto a dire che le donne hanno torto di lagnarsi degli uomini perchè in fin dei conti sono esse che ci reggono, esse che ci comandano; sarà forse vero in sostanza per alcune cose, ma non è punto vero in apparenza, poichè noi abbiamo strappato dalle loro mani una specie di potere assoluto; mercè del quale esse hanno esercitato la più cara e l’amabilissima di tutte le giurisdizioni.

Per rimediare al mancamento di quest’uso, e perchè non si possa dire che le donne abbiano scapito anche per colpa nostra dal medio-evo in poi, le lettrici della Nuova Antologia sono tutte convocate in alta Corte d’Amore che si erigerà qui subito, seduta stante. Non si faranno distribuzioni di ciarpe, non si aspetterà che i cavalieri ed i trovatori salutino le dame in ginocchio, e si cingano umilmente dei loro colori (s’aspetterebbe un pezzo!); si lasceranno da parte le vecchie formule, e in luogo del provenzale ricorreremo, per intenderci, all’italiano. Già non ci corre tanto.

Basta notare bene che i molti fatti seguenti riguardano quasi sempre due sole persone, ed in parte precedettero, in parte seguirono la morte inopinata d’una di esse. L’altra — una giovine pallida, vestita a bruno, e maravigliosamente bella e gentile — li ha raccolti essa stessa nella breve memoria che segue :

 

« Sono rimasta orfana a vent’anni con un fratello poco più vecchio di me, e subito dopo ci accordammo entrambi di andar a vivere nella casa di due buoni vecchi, marito e moglie, i quali, da tempo immemorabile, tenevano in affitto un po’ di terra che avevamo unicamente ereditato dal babbo, morto da molti anni. Di là, cioè da uno dei più laboriosi e men piacevoli villaggi del Lago di Como, avremmo potuto cercare io un posto d’istitutrice egli una modesta cattedra di professore, senza pericolo di finire il nostro prima di aver trovato qualche cosa di abbastanza buono. E così si fece.

Dopo due mesi di vita semplice e tranquilla, che mi sarebbe sembrata deliziosissima con la mia povera mamma accanto, Ernesto, che soffriva assai più di me a non vedere intorno che persone rustiche da mattina a sera, principiò a fare amicizia con un giovine signore, il quale era venuto a passar qualche tempo nel nostro villaggio, col proposito di impratichirsi nell’arte della seta, e di impiantare poi a casa sua un qualche bel filatoio, sul genere di quelli che avevamo intorno a noi.

Questa vicendevole simpatia crebbe presto in vera dimestichezza, al punto che Ernesto, per non lasciarmi troppo sola in casa, cominciò talvolta a condurvi l’amico suo, e non trascorsero due settimane che già passavamo seco tutte le serate, e che io avvertiva ogni giorno meno la gran distanza che mi separava da lui, ricchissimo, e tratto per cagion di nascita ad arrivare a Dio per altra strada che non fosse quella della mia mamma, così buona e pia.

Ma avvertire sempre meno queste due gravi cose non voleva già dire dimenticarle del tutto, e nonostante che la sua voce quando era presente, e la sua memoria quando era lontano, mi empissero presto il cuore come se fossero state le cose più mie che avessi al mondo, pure vigilava assai attentamente il mio contegno con lui, e per quanto fossi certa che egli reprimeva nel petto un ugual moto dell’animo verso di me, avrei creduto nullameno di poter giurare che io sola, come donna, mi era impadronita del suo segreto, senza avergli mai dato occasione di penetrare il mio. E non uscii da questa illusione finchè egli non mi ritrovò un giorno sola sola in casa, e non mi disse adagio e piano come chi riveli ad altri una propria e già matura determinazione :

— Così non possiamo durare. O voi sarete presto mia moglie, o dobbiam dirci addio. —

Queste imprevedute parole, dette con tutta la sincera serietà di cui era capace un uomo come quello, avrebbero bastato per togliere il respiro non a me, ma a una donna che avesse avuto comune con esso e la fede e lo stato e ogni cosa.

— Come son nato — seguitò nello stesso modo di prima — voglio morire, voglio che nascano e vivano i figli miei. Se voi, fra un mese, non vi sentirete di poter promettere questo sacrifizio alla mia famiglia ed a me stesso, non mi scrivete nulla e dimenticatemi, senza darvi troppo gran pensiero di me, che non avrò, come voi avete in Ernesto, una persona la cui sola vista mi faccia sovvenire del nostro amore. E se egualmente dovrete soffrire, vi conforti il pensiero che noi non ci siamo cercati nè l’un nè l’altra e che non fu nostra colpa.

Qualcuno che intervenne gli tolse di poter parlare più a lungo, e nel giorno seguente era già partito.

A chi domandar consiglio? A mio fratello che dormiva la notte con un libro di Spencer sotto il capezzale, e che però non soleva accordare alle religioni che un solo nocciolo di verità comune a tutte? A qualche amico lontano, il quale avrebbe dovuto giudicare senza conoscere altri che me? Se la mia mamma fosse stata in capo al mondo, sarei andata a rintracciarla a piedi, ma essa era morta, poverina, e morta nella fede più ingenua e più serena, dopo di aver procurato continuamente che il nuovissimo indirizzo delle nostre scuole non mi discendesse troppo dall’intelletto al cuore, dopo di non essersi mai lasciata fuggire una parola sola che avesse potuto valere come un assentimento al matrimonio proposto a me.

— Ma pure — pensava meco mille volte — non è possibile, non è facile anzi che ormai, nell’alto splendore della sua divina giornata, le nostre piccole discordie terrene le si presentino tutte allo sguardo sotto ben’altra e ben misera luce? Che la sua attuale ed eterna conoscenza del vero non le permetta più di por mente alle meschine distinzioni di coloro che accrescono, nel gran nome di Dio, il numero già incomportabile dei nostri piccoli rispetti umani? —

Ma a malgrado di questa giovanile e troppo appassionata ridondanza di espressione, rimanevano pur sempre due cose sulle quali non mi pareva ancora possibile, se non di fermar l’animo, almeno di darmi pace. Una era la sua medesima ricchezza: grandissimo ostacolo ai miei occhi, e al cui miraggio gli astanti avrebbero potuto credere che io in parte cedessi, e la seconda... oh la seconda era più tormentosa ancora, perchè veniva dalla tema quasi incessante di potere un giorno ritornare sulla parola data. E non aveva mai fatto nulla, nulla sull’onor mio, che mi potesse permettere di avere una così bassa opinione di me.

In questa alternativa di pensieri, accadde un giorno, nel quale io mi sentiva assai depressa, che il vecchio contadino, nostro buon ospite, mi rimproverò alla sua maniera perchè non andava più a trovarlo nella stalla, e perchè dava segno di avere del tutto dimenticato una sua pulita vaccherella svizzera, alla quale io aveva preso a voler bene nei primi tempi della mia dimora sul Lago. Era una mucca di forme ben proporzionate e di mantello bianco cinericcio, la quale, benchè giovanissima, aveva già avuto un figliuolo poche settimane dianzi. La buona bestia era venuta meco in grande dimestichezza, e i suoi occhioni languidi e tranquilli si fermavano talvolta sopra di me con una espressione di simpatia che non era priva d’intelligenza.

Mi scusai alla meglio ed entrai nella stalla, già persuasa di vedere, secondo le enfatiche parole del vecchio, una bellezza che mai la eguale, ma non punto preparata alla penosa impressione che ricevetti poco dopo quando m’accorsi che di già la madre non faceva più quanto latte ci sarebbe voluto per il suo figliuolo.

Questo, bellissimo davvero e fin troppo cresciuto per i suoi giorni, seguitava a poppare continuamente, e talvolta, come se fosse stato avidissimo di potere spremere qualche goccia di più, o dava fuori, senza mai staccare la bocca, in repressi muggiti d’impazienza, o peggio ancora, batteva con fierissimi e repentini colpi di testa nelle poppe già smunte della madre, la quale, per quanto soffrisse, e doveva soffrire, pur non ne dava il più piccolo segno, e si volgeva anzi indietro per guardarlo amorosamente.

L’acuto profumo dell’erba ammonticchiata lì accanto mi dava al capo, e quella vista mi faceva ancora più male. Dovetti andarmene via, come chi, nel tumulto dei propri pensieri, senta già lì per balenare il più doloroso di tutti.

— E se una mia creatura — mi chiesi di fatto subito dopo — cercasse un giorno nel mio seno quell’abbondanza di fede che è il latte materno e soavissimo dell’anima, e trovasse in me una madre dalla vena apparentemente inaridita, una madre poco atta all’ineffabile ministero, che dovrei fare, e che penserebbe essa di me? —

Rispondere dopo lunga lotta a questa domanda, equivalse ad abbandonare la speranza di poter mai diventare sua moglie, ma non bastò di certo a farmi temere che il mio cresciuto amore non avesse un riscontro nella perenne continuità del suo. Egli, lasciandomi, aveva parlato d’altri conforti, ma era stato, si capiva bene, per non premere troppo sulla mia determinazione. No, unico e grandissimo conforto nostro doveva essere, ed era, la vicendevole sicurezza di rimanere egualmente amati sempre: l’aveva io, e come poteva non l’avere lui, il primo, il solo uomo che mi avesse letto in core?

Passai così due lunghissimi mesi, allorchè mio fratello dovette lasciarmi per andare a Firenze, dove lo attendevano certi esami, i quali, felicemente superati, gli avrebbero dato il diritto d’insegnare in qualche liceo. Due giorni dopo della sua partenza la stagione, abbastanza inoltrata, mutò in peggio per divenire, poco alla volta, indicibilmente perversa. Il Lago crebbe come nessuno l’aveva mai visto crescere, e non corsero pochissimi giorni che si udì parlare dei disastri che potevano accadere lungo i fiumi, così generali erano le pioggie, così contrari i venti al deflusso delle acque in mare.

Intanto, per non essere costretta a rimanere sola sul Lago anche nell’inverno, io principiava a fissare la mia scelta sulle proposte di occupazione che mi erano arrivate da diverse parti, quando... Dio che giornata è stata quella !... quando una sciagurata lettera di Ernesto venne ad annunciarmi, come cosa già troppo accertata per vera, che il nostro povero amico si era messo a capo delle difese di una terra gravemente minacciata dal Po, che aveva lottato invano fino all’ultimo, ed era rimasto vittima della sua abnegazione. E mio fratello mi parlava del suo dolore, e mi diceva, con parole commosse, della gran perdita che aveva fatto.

Come rimanessi è più difficile dire che non sia facile immaginare. Là sola, senza un’anima, con due poveri vecchi buoni soltanto a guardarmi in viso come trasognati, il mio non fu tanto dolore quanto fu spavento, e non ne rinvenni finché non mi trovai seduta a poppa sul vapore del Lago, cogli occhi intenti a guardare il lungo solco tracciato nell’acqua. L’acqua! Mi pareva di non averne mai visto!

Fu soltanto nel passar di Milano che potei trovare la forza di scrivere due righe ad Ernesto, confessandogli ogni cosa, ed avvisandolo che non aveva potuto fare a meno di accorrere sui luoghi dove era morto l’amico nostro. Arrivai nel secondo giorno dopo un viaggio tanto più difficile e tortuoso quanto più mi avvicinava all’innondazione, e trovai tutta una povera gente accampata con le bestie e con le masserizie sul fango degli argini, che dormiva la notte, fin da quando s’era avvista del pericolo, sotto misere tende quasi fradicie ancora: una povera gente stretta così fra due masse d’acqua sopra una lingua di terra, col Po altissimo da una parte, e una distesa interminabile di campi sommersi dall’altra. Quanti nuovi aspetti della natura umana, e di quella delle cose, avranno potuto notare i pochi benefattori ed i molti curiosi che giungevano continuamente, e non ristavano mai dal chieder conto di tutto! Ma io non aveva che un solo nome nel core, un nome benedetto che rincorreva da solo in ogni crocchio di persone; e non ebbi che ad ascoltare affannosamente per udire quasi subito che era quello dell’unica vittima. Cos’era mai la disgrazia degli altri in confronto alla mia!

— Egli solo è morto? — chiesi tramortita ad una donna che mi stava accanto.

— Egli solo. E meritava di vivere più di noi tutti.

— Ma come è stato?

— Nostro Signore lo ha voluto con sè; non si può dir altro. Quell’uomo che viene in qua stette con lui fino all’ultimo momento. Vuole parlargli?

— Sì. —

E quegli, appena che seppe del mio desiderio :

— Venga meco sul luogo della rotta — mi disse. — Intanto principierò. —

Era uno di quei contadini che vogliono far capire di essere bastantemente dirozzati, e che però non omettono mai nè un dettaglio nè un apprezzamento.

— Le acque di Piemonte avevano fatto crescere il Po cinque o sei giorni prima che il tempo si mettesse al brutto anche da noi. Era una cosa da nulla in principio, ma egualmente uno dei miei padroni, come se il core glielo dicesse, venne qui subito con la maggiore delle sue bambine, e ci rimase due giorni interi coll’unico proposito di indurre il suo povero fratello ad andare in città, ma per quanto lo pregassero, non ci fu verso di farlo smuovere. Rispondeva che avendo principiato, voleva anche terminare, che non c’era ombra di pericolo, e che anzi quella distrazione gli faceva bene.

— Era ammalato? — domandai.

— Ammalato no, ma pure, che so io, non si riconosceva più da qualche tempo. Avrà avuto qualche pensiero in capo, io non lo posso dire, ma il fatto sta che volle rimanere, e che rimase. Due giorni dopo ci arrivò addosso una montagna d’acqua, e là, a quella svolta, dove Ella è passata or ora in carrozza, un lunghissimo tratto del nostro argine si rivelò subito per troppo basso. Ne arammo il ciglio senza perder tempo, lavorammo dì e notte come disperati, e in meno di otto ore ci alzammo sopra come per incanto quell’arginello ch’Ella avrà veduto. Gli uomini portavano la terra colle carrette, le donne e le ragazze nei grembiuli, i bambini, alti cosi, nelle berrette. Il trabocco era evitato per il momento, ma durava ancora il pericolo delle filtrazioni e quello, più grosso, delle ribalderie. Il padrone, buon’anima, non pretermise nulla; stabilì un gran cordone umano dentro dell’argine per combattere una per una tutte le filtrazioni, e mandò fuori dì e notte due grosse pattuglie armate, una di qua, una di là, col proposito di tenere a dovere quegli abitanti dell’altra riva i quali, per uscire addirittura di pericolo, avessero tentato di affogare noi. Ma intanto cominciò a piovere: un’acqua grossa, dirotta, che ci velava la vista di giorno, e spegneva le torcie di notte. Il Po gonfiava a vista d’occhio, e vi fu un momento, verso le dieci di sera d’oggi otto, che dovemmo tenerlo fuori a badilate, quanto era lungo l’arginello nuovo, mentre il vento ci portava il suono delle campane a stormo, e le donne ci piangevano ai fianchi, e urlavano i bimbi di freddo e di paura. Che notte orribile! Sempre giù acqua, sempre giù acqua! Almeno che Domeneddio ci avesse dato man forte contro di lei, che il fuoco la bruciasse, che l’inferno la bevesse, ma nulla, fuorché del fango e due braccia a testa! Eppure, all’alba, il Po cominciò a calare altrettanto a precipizio di quanto era salito nella notte. Non poteva derivare che da una grossissima disgrazia accaduta altrove, si capiva bene, ma importano di molto le disgrazie degli altri in quei momenti! Il padrone aveva un bel dire che se anche la cosa fosse stata naturale, e non era, non per questo dovevamo dimenticare quanti guai sono avvenuti dopo il calar delle acque; aveva un bel ripetere che in ogni modo, se lo scirocco non smetteva di soffiare, la piena doveva riprendere di lì a poco; tutti lo obbedivano ancora sì, ma cantando, ma ridendo, ma persuasissimi tutti che l’ora della nostra salvezza fosse di già battuta. Bella salvezza! Non s’era ancora mangiato il primo boccone dopo tanto lavoro, che un altissimo grido ci chiama a raccolta da questa parte. S’accorre, e cos’era? Una vena d’acqua, da principio inconcludente, aveva trovato del ter— reno così cattivo alla base dell’argine da acquistar nuova forza di minuto in minuto, e quando s’arrivò e ci si mise a lavorare per circuirla, non era più una vena d’acqua: era la più gran fontana che si fosse mai vista. Se noi riuscivamo ad alzarle intorno una grossa parete di terra, si sarebbe fermata da sè sola, ma come fare a reggere ritta questa parete, ora che la melma non teneva più, e ci sgocciolava dai badili come se fossero stati pieni di lisciva? « Coraggio! Ne abbiamo fermata una ier l’altro poco men grossa di questa! » gridava il padrone, fingendo di scordare quel po’ d’acqua venuta dopo a macerar la terra. — Coraggio pure, ma il getto dava tanto che anche i più animosi non potevano ristare dal tenere un occhio alla vanga, e un altro all’argine, così minato alla base. A un tratto : « S’alza, s’alza » gridiamo tutti, e via come anime perse di qua e di là, prima nel pantano fino al ginocchio, e poi, per far più presto, e per paura che l’acqua non ci prendesse alle spalle, sui lati dello stesso argine, ma dove, per la distanza, non era più a temere che ci fra— nasse sotto. Povero argine! Cadeva sfasciato come un muro di cenere, e il cupo rombo dell’acqua invadente si univa, benchè lontano, alle nostre grida... ma che grida! agli urli di tanti padri che chiamavano per nome i loro bambini, sciamando continuamente verso l’abitato: « Salvatevi, creature! La rotta! La rotta! » Chi aveva la casa a destra, era scappato a destra chi l’aveva a sinistra, a sinistra ; e in pochi momenti ognuno aveva già raggruppato la sua famiglia, ma un secolo di paradiso non basterebbe a pagarli quegli eterni momenti, finchè non s’è potuto trovare le nostre donne, e vedere con gli occhi, e toccare con mano che il nostro sangue s’era salvato tutto.

— E il vostro padrone?

— Che vuole? I figli son figli, ma subito dopo il mio primo pensiero è stato per lui, così Dio lo abbia seco, e n’ho chiesto a quanti uomini gli stavano a lavorare più accanto di me. « Sarà scampato di là dalla rotta — mi risposero ad una voce — come tutti coloro che hanno la casa dall’altra parte. » Io m’acquetai a queste parole, ma nonostante presi meco due barcaiuoli, e tenendomi al largo nel mezzo del fiume, per non essere trascinati verso la rotta che ci avrebbe travolti nella sua ruina, mi spinsi a chiedere del mio padrone fin dirimpetto alle sue stesse terre. Nessuno lo aveva visto, nessuno sapeva niente. Non ci rimase che un’ultima speranza : che egli cioè avesse fatto a tempo di riparare a casa: quella casa alta e forte ch’Ella vede là in fondo ove l’acqua oggi che parliamo, non è ancora arrivata che a terreno. La barca di prima, sollevata di peso da tutti noi, scavalcò l’argine come se avesse avuto le ali, ed eccoci a spingerla in otto o dieci dove la inondazione si era già ben distesa, e dove c’era men pericolo di dare in secco. S’arriva e s’entra, ma non c’è che acqua. Voghiamo nell’andito sino alla scala già in parte coperta, e saliamo al primo piano. Nulla. Abbiamo avuto un bel vogare di nuovo, un bel chiamarlo a gran voce in aperta campagna; non s’è trovato che il domani, e morto. Chi ne ha avuto colpa? Nessuno e tutti. Ognuno di noi avrebbe potuto giurare che se lo figurava in salvo dalla parte opposta.

Mi volsi a guardare il fiume per nascondere gli occhi e domandai :

— Come credete che sia stato?

— Io credo, e crediamo tutti, che il dolore di aver tanto combattuto senza buon esito, lo abbia tolto per così dire di sentimento, e lì, nello stupore e nella confusione di quell’attimo che ci è rimasto per scampare, o ch’egli sia salito troppo presto sull’argine o che abbia tosto inciampato nel brago, e sia caduto malamente a terra. Egli! Tanto più agile di tutti noi ! —

Eravamo arrivati. La breccia aperta dalla rotta s’era poi allargata per più di mille metri, e pareva che le acque interne facessero quasi uno specchio solo con quelle di fuori; ma ciò non ostante un lieve ondeggiamento sul mezzo dell’apertura segnava il luogo preciso dove l’acqua s’era inabissata da principio, e dove, accavalcandosi, aveva scavato, e seguitava ancora a scavare un gorgo profondo. Egli doveva essere morto là.

Rimasi ferma a quel punto a piangere ed a pregare quanto più potei. Un amore disgraziato ha men paura della morte che non ne abbiano gli amori felici, perocchè la unione, impossibile in terra, diventa per essa già preparata in alto. Io non avevo potuto essere la fidanzata, nè molto meno la vedova del mio povero morto, è vero, ma ora finalmente era ben diventata sua moglie, e sua moglie sono e sarò fin che duri viva l’anima mia. L’angoscia del primo giorno mi aveva impedito di stringermi a questa idea, ma allora, piangendo, mi balenò quasi subito, e la dolcezza che ne attinsi fu ben maggiore che se avessi trovato una pietra già eretta per ricordare l’onorato nome e il nobilissimo sacrifizio. Il suo vero monumento sta chiuso nel mio core di donna; non è forse degno di lui, ma parla più forte e più amorosamente di tutti.

Tornai sul Lago così tranquilla e serena come non avrei mai osato di sperare, partendo, e fui subito raggiunta da Ernesto, il quale, appena ricevuta la mia lettera, era corso lungo Po sulle mie traccie, senza mai arrivarmi che a viaggio finito. I suoi esami erano andati così bene che gli avevano subito offerto un ottimo posto, e non è a dire con quanta insistenza il buon figliuolo tentasse di indurmi ad unire le mie con le sue sorti, fossi occupata o no. « La mia filosofia non va nè povera nè nuda (diceva) e chi potrebbe dividere il tuo dolore più sinceramente di me? » Lo lasciai dire con tutta la gratitudine di cui mi sentiva capace, ma non ostante provvidi subito a mandare ad effetto un altro piano: il mio.

Io voleva andare a vivere nella città dove, pochi giorni prima, alcune centinaia di contadini avevano accompagnato, piangendo, la muta spoglia del mio povero amico, e ciò non tanto per avvicinarmi, anche sulla terra, a quella pochissima parte di lui, quanto nella speranza di poter entrare in una casa divenuta sacra per me, e che io era ben sicura di trovare occupata da un dolore più rispondente al mio che non sarebbe stato il dolore di Ernesto. Mi pareva, sto per dire, che quella che ci abitava fosse diventata la mia famiglia, e che se io doveva astenermi dal rivelarmele, non per questo mi doveva esimere dal volerci bene a qualcuno, e dal tentare di giovargli in qualche maniera! La mia speranza non poteva naturalmente fondarsi che sulle bimbe del fratello superstite; forse, con Domeneddio di mezzo, non avrei mai ottenuto di educarle del tutto, ma poteva bene insegnare loro quel che sapeva io, poteva bene crescerle nell’amore delle cose belle e gentili, e con tanto più d’affetto d’ogni altra donna! Era un modesto, ma ardente proposito, al quale avrei però rinunciato le mille volte, prima di conseguirlo per forza d’intrigo, anziché per merito del mio buon nome.

I miei maestri, udito appena che io mi voleva dare al libero insegnamento, e dove, mi armarono di tante e così vivaci commendatizie che non feci, per così dire, nemmeno a tempo di arrivare che già dovetti respingere tutte le proposte che non venivano dalla miglior parte della cittadinanza, nella quale, forse appunto perché il mio bisogno non era niente affatto urgente, ritrovai ben presto fin troppa occupazione. Una sola cosa mi permisi, e fu di eccedere e di molto il mio debito nelle famiglie che io veniva man mano a scoprire in maggiore attinenza con quella che premeva a me; era parzialità, non lo nego, ma lecitissima perchè meno del mio dovere non faceva mai. Contenendomi a questo modo, il mio buon nome non poteva tardare a venire, e venne di fatto al punto da condurre spontaneamente il padre stesso delle due bimbe a casa mia, con la preghiera di serbare una buona ora delle mie serate per la sua maggiore: quella medesima di cui mi aveva parlato il contadino.

Quando sono prevenuta (ed era in certo qual modo), io sono forte, sono padrona di me, ma ce n’è voluta della mia forza, non già per farmi pregare, che sarebbe stata una indegna commedia, ma soltanto per aderire senza turbarmi visibilmente. È vero bensì che le mie non avevano ad essere che lezioni, ma me l’aspettava, l’ho già quasi detto, e poi era sempre molto meglio di nulla.

Mentre saliva per la prima volta, aggrappandomi alla ringhiera, quello scalone al quale avrei potuto affacciarmi col cuore assorto in un voto inestinguibile, mi avvertirono subito che la bambina s’era incapricciata di non volere altre maestre, e che solamente la mia amorevolezza avrebbe potuto venire a capo di quella ritrosia.

Dovetti rincorrerla fra le ginocchia della mamma, dove teneva nascosto il capo, e s’era come rifugiata per paura del babbo, che era molto in collera contro di lei. — Ma cos’ha questa bambina che è buona con tutti fuorché con me? — dissi posandole amorosamente le mani sui capelli, e forzandola pian piano a guardarmi negli occhi. Poveri occhi miei! Io aveva innanzi il mio povero morto ritornato bambino, come se quella innocente fosse stata sua figlia e non sua nipote.

Ma l’affetto che emergeva dalla mia voce la scosse, e quello ben maggiore che mi traspariva dallo sguardo la vinse. I bimbi hanno un istinto maraviglioso per conoscere da soli chi veramente li ama, ed essa mi riconobbe tanto presto che per poco non temetti di aver passato il segno nell’aprirmi seco. Quando poi ci tornai la seconda volta, fu lei la prima a saltarmi al collo.

Avrà avuto allora otto anni al più, ed era delicata e graziosa come tutte le bambine che vengono al mondo per voler troppo bene a tutti. Questa era l’unica ragione per la quale s’inalberava sempre contro le faccie nuove, o temesse di non amarle quanto le vecchie, o dubitasse di potere far torto a queste per amor di quelle. Tu mi hai fatto indicibilmente soffrire, bambina cara, ma così Dio ti prosperi e campi come è vero che ho anche passato, per te, alcune settimane la cui dolce mestizia mi ravviva ancora quando ci penso.

Non ho mai avuto bisogno di condurla io stessa a parlare dell’unico lutto per il quale eravamo abbrunate entrambe; essa lo aveva sempre sulle labbra, ed ora mi narrava dell’ultima volta che aveva visto il suo povero zio, ora del modo col quale le era stato rubato, e sempre sempre del molto bene che si volevan l’un l’altra. Diceva, e si può credere con qual core ascoltassi, che tutti erano molto buoni con lei; che perfino il suo nonno, così fermo e risoluto cogli altri, perfino la sua sorellina, così vivace e tempestosa in famiglia, avevano un debole soltanto per lei, e che nondimeno il suo povero zio le era parso, anche da vivo, più affettuoso di tutti. E una volta concluse:

— Così buono con me quant’era lui, non mi rimane che la maestra nuova. Me lo sono sognato questa notte, e gliel’ho detto. —

Santissima innocenza! Come avrei potuto immaginare, quando ti affogava di baci in quel momento, che due sere dopo me ne avresti fatta un’altra delle tue, così crudele, che se non t’ho lasciato subito, e per sempre, fu solamente per paura che, a vedermi scomparire, non ti chiedessero cosa s’era detto l’ultima volta che mi avevi visto. La maggiore delle mie prove è stata questa.

Era già bastante caldo, e stavamo leggendo insieme colle finestre aperte. Una farfallina bianca s’era messa a svolazzare intorno al nostro lume, e più mi affaticava a scostarnela, più batteva nel vetro e si tarpava l’ali con la fiamma. La bimba non poteva tenere il capo al libro e quella vista le faceva pena. Mi disse :

— Che abbia voglia d’ammazzarsi? —

Non mi venne in mente di sottilizzare fra l’intenzione e il fatto. Risposi :

— E come! Io non ne ho colpa. Vedi con quanta pazienza procuro di mandarla via. Andiamo avanti. —

Non ci fu verso di farla riprincipiare. Si raccolse un momento come per riflettere, stropicciandosi gli occhi, e poi disse:

— Ma allora il mio povero zio s’è sbagliato.

— Perchè?

— Sì, sì — prese a dire dopo un’altra piccola pausa — è una storia lunga, ma ora mi viene in mente ogni cosa. Fu l’ultimo giorno che gli stetti insieme. Il Po, senz’essere punto minaccioso, era però alto bene, e aveva già coperto da più giorni le terre in parte coltivate che stanno fuori dell’argine maestro. Lo zio, per guadagnar tempo, dovette andare in barchetta da un luogo all’altro, e mi prese seco, dopo di avermi detto che quelle lunghe file di piante, che parevano sbucare fuori dall’acqua, mi avrebbero dato l’idea — ricordo le sue precise parole — di una silvestre Venezia. Poi non disse più nulla per un gran pezzo, e rimase soprapensieri come era sempre dacchè era tornato dal Lago di Como. La barchetta scivolava in mezzo agli alberi, ed io mi divertiva a guardare qua e là, staccando le foglie che mi venivano sotto le mani, quando gli occhi mi corsero sopra due chiocciole che avevano strisciato fino all’estrema punta d’un piccolo alberello. Le additai al barcaiuolo, e dissi :

Perchè sono andate così in su quelle povere bestie?

Per non annegare. Ma un altro palmo d’acqua che venga, son fritte. —

Le agguantai tutte due con una mano, mentre lo zio mi teneva per un braccio dalla parte opposta, e me le misi in salvo sopra il grembiule.

— Questo guscio è la loro casetta, non è vero? — domandai di nuovo al barcaiuolo.

— Si, certo.

— Se la fanno loro?

— Non credo. Piccole o grosse ce l’hanno sempre. Vuole che una bestia si faccia la casa da sè?

— Altro! Non vedete le rondinelle come sono brave a fabbricarsi i nidi?

— È vero. —

La mia conversazione col barcaiuolo terminò così, ma poco dopo mi venne voglia di domandare una cosa allo zio. Gli dissi:

— Ho un libretto il quale sostiene che i castori s’intendono di architettura, i leoni di medicina, le api di buon governo; tutti sanno che i pappagalli parlano; gli usignoli cantano, e che le scimmie ci imitano sempre. Or bene, io vorrei sapere se c’è al mondo qualche cosa di proprio soltanto agli uomini, e che tutte le bestie, prese insieme, non facciano mai?

— Le bestie non s’ammazzano volontariamente — mi rispose lo zio con gli occhi fermi sulle mie chiocciole.

— E gli uomini sì?—

A malgrado delle difficoltà dell’approdo, e benchè si fosse ancora un po’ lunge dal punto stabilito, lo zio si volse al barcaiuolo, ordinandogli, non mi ricordo perchè, di scenderci subito a terra. Nè io mi risovvenni di ripetergli la mia domanda fin verso sera.

— Che vergogna! — sclamò ridendo. — Ti sei già dimenticata di Lucrezia romana! —

Ma ora, se Dio non me lo avesse tolto, gli potrei dire che anche lui s’era scordato delle farfalle. Addio! Questa pare già morta, poverina! —

Era caduta sul nostro libro. Mentre la bambina tentava di ravvivarla, soffiandole intorno col suo lieve alito d’angelo, io mi sarei mutata volentieri, non in una farfalla, ma in un condannato a morte, pur di morire. Man mano che l’ingenuo racconto s’era andato svolgendo, io l’aveva unito a quello, troppo incompiuto, del contadino, e i vecchi indizi, prima latenti, di un fatto non mai supposto, si erano così fortemente manifestati, ed avevano così fortemente aderito cogli indizi nuovi, da acquistare, uniti insieme, la forza quasi di altrettante prove. Quello star sempre soprapensieri, quel non essere più riconoscibile, quella prima risposta fuggitagli colla nipote, quel tentativo ancor più significante di eludere la seconda ed ultima domanda, quello studiato modo di risolverla quando non potè più farne a meno, e soprattutto quel perdersi misteriosamente tre giorni dopo, egli solo, il più agile di tutti, cosa volevan dire? Che non aveva voluto salvarsi. Il pensiero di accelerare la propria fine gli stava in mente; una occasione gli si è presentata che avrebbe eternamente coperto l’atto volontario che lo muoveva nel giovarsene, ed egli non esitò ad afferrarla. La bambina non aveva ancora finito di parlare, e già m’era sembrato che i muri stessi di quella povera casa in lutto mi si stringessero intorno come per mandarmi via, e che, ciò malgrado, un supremo istinto mi aiutasse a combattere l’orgasmo che infuriava dentro di me, coll’unico proposito di nasconderlo alla bambina, e di salvare lei e la sua famiglia da ogni più lontano sospetto. In che modo mi venne fatto? Non lo saprei dire con molta precisione, perchè tutta la volontà di cui mi sentiva capace si esaurì nel momento del bisogno, e dopo non mi rimase forza bastante nemmeno per ricordare. So che mi sono alzata in piedi per chiudere la finestra, che la bambina se ne compiacque per amore delle altre farfalle, e che dopo, quando tornai a sederle accanto, essa stava leggendo forte il libro di prima. Non è punto probabile che abbia riprincipiato da sè sola, niun’altri che me glielo ha potuto dire, ma con che parole, e se prima di muovermi o se dalla finestra non mi ricordo più. E so ancora che sono rimasta ferma al mio posto senza quasi fiatare, per paura che si voltasse a guardarmi, e che nell’uscire pochi minuti dopo, l’ho baciata sui capelli e non sul viso mentre stava ancora leggendo. Essa mi corse dietro per accompagnarmi, come faceva ogni sera, e dopo di avere tentato inutilmente di impadronirsi di una delle mie mani, mi si attaccò alla veste, e scese meco tutte le scale, più lieta del solito. Povera piccina! S’era cavata la voglia di parlare a lungo del suo povero zio, e non sapeva quanto male io le avessi fatto.

Chi non ne ha mai provato una di eguale, non può intendere la disperazione che mi prese quando mi ritrovai finalmente sola e libera nella mia stanzetta. Era come uno stato di vertigine morale, dove i moti dell’angoscia, troppo lungamente repressi, davano impulso a quelli, così vicini e simiglianti, della più insensata letizia; ed ora piangeva di gioia come se avessi saputo allora soltanto di essere stata estremamente amata, ed ora rideva di dolore come se io, per ucciderlo, mi fossi servita di queste mie stesse mani.

L’inestimabile supplizio non cedette finchè non caddi, più affranta che assopita, a gemere anche in sogno sopra il mio letto, per risvegliarmi nel domani colla sola, coll’unica smania di togliermi presto da quei luoghi, ma non prima, come ho già detto, di essere tornata ancora più volte nella casa, dove, per bontà di Dio, non si piangeva che un povero morto.

Così feci. Ma il coraggio non mi resse di avvisare la mia bambina che non ci saremmo vedute mai più, e quando partii le dissi unicamente che mio fratello mi aveva chiamato a sè, e che sarei tornata di lì a non molto. Essa mi scrisse parecchie lettere che avrebbero strappato le lacrime a ogni altra donna, non a me soltanto, ma io ho già dovuto principiare a non risponderle più. Essa è molto giovane, e non solo è utile, ma è anche sperabile che mi dimentichi presto. Chi ricorda ogni cosa sono io, ed alla certezza ch’egli sia morto volontariamente, e per mia cagione (una certezza che nessuno mi leverebbe di capo) s’aggiunge ora un dubbio altrettanto funesto: che cioè, data una passione così sincera, così disinteressata come era la mia, io NON avessi bastanti ragioni per venir meno alla speranza del mio perduto amico. »

 

La confessione è compiuta, senza avere mai dato occasione di parzialità a chi deve giudicare. Rimarrebbe a porre il quesito, ma esso è già espresso con bastante esattezza nelle ultime parole della nobilissima donna, per rispondere al quale non è mestieri che d’un o d’un no. E noi tutti ci affidiamo ben volentieri nella giustizia di questo responso, imperocchè votano le più culte e gentili signore d’Italia.

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011