ALBERTO CANTONI

Il campanello dello speziale

Racconto per giovinetti

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Scarabocchi, a cura di Roberto Ronchini, con uno scritto di Caterina Del Vivo, editoriale Sometti, Mantova 2000.

Cesare Balducci era un bello e buon giovinotto in sui vent’anni. Fin da bambino avea dato prove di incontrollabile inclinazione alle arti del disegno, e i suoi parenti, benchè non troppo ricchi, si erano creduti in dovere di avviarlo alla pittura. Viveva perciò in Milano, dove frequentava l’Accademia di belle arti, e i suoi maestri, che aveano riconosciuta nella sua una vera natura d’artista, si ripromettevano grandi cose dalla sua docile ed assidua perserveranza.

Ma poichè tutti gli uomini hanno i loro difetti, così anche il nostro Cesare era, per parte sua, spensierato e scialacquatore a tal punto, che si potea dirlo fortunatissimo, quando, negli ultimi giorni del mese, gli era permesso di far colazione con formaggio e pane, e di pranzare con pane e formaggio. I danari, quando ne avea, gli bruciavano le dita, ed egli non domandava di meglio che spenderli e spanderli subito. Ecco perché ei non aveva ancora posto le mani sugli spiccioli della mesata che uno - due - tre se ne era perduto lo stampo.

Una bella mattina - era di carnevale - gli capitò una lettera di casa sua, contenente, come al solito, una ramanzina del babbo, e un regaluccio della mamma. La buona donna avea messo da parte una cinquantina di franchi, e, senza pensarci sopra nè tanto nè poco, li avea introdotti di nascosto in quella lettera così fatta, e spediti al figliuolo perché si godesse allegramente la settimana grassa.

Appena Cesare potè aver tra le mani quell’inaspettato tesoruccio che la testa gli andò in aria, e poco mancò non si desse a gridare ed a batter le mani come un invasato. «Voglio - diceva - voglio che tutti i miei amici stieno allegri, voglio condurli al veglione, voglio pagar da pranzo a questo, pagare i debiti di quello e così via.

Pareva insomma che i suoi cinquanta franchi gli dovessero crescere e moltiplicare nelle tasche come se fossero stati i pani del vangelo.

Piena la testa dei suoi gran progetti, infilò la porta, e si diede a cercare i suoi amici con quell’accanimento che un can levriere porta sempre nella ricerca della selvaggina. Ma, capite bene, a Milano, il giovedì grasso, ognuno, più o meno, si trova a avere la tarantola nelle gambe, e gli amici di Cesare, quasi tutti scafati come lui, l’avevano sicuramente al paro degli altri. Insomma che non gli riuscì di ritrovarne uno solo.

Ritornò a casa la sera molto tardi, con un viso tanto lungo che pareva la quaresima ambulante e si accinse ad andare al veglione solo come un cane, e dispostissimo, tanto per finire i suoi danari più presto, a pagare la cena a quante mascherine gli fossero venute tra i piedi.

Andava mulinando questi divisamenti con cera torva e senza quasi si fosse preparato allo spettacolo di una esecuzione capitale, ma poi, poco alla volta, l’idea di prender parte ad un divertimento nuovo per lui, il piacere che provava nel vedere riprodotta nello specchio la sua bella figura in abito di gala, e soprattutto i vent’anni che gli bollivano nelle vene, tutto insomma contribuì a fargli prendere in buona parte ciò che prima quasi quasi gli sembrava un castigo. Difatti quando mezzanotte suonò all’orologio d’una torre vicina, scese le scale a quattro gradini per volta, e s’avviò al teatro.

Non avea ancor fatto pochi passi, che, alla svolta di una cantonata, una bambina di cinque o sei anni lo prese senza cerimonie per le falde dell’abito, e lo pregò a voler tirare il campanello d’una farmacia, perché ella, poverina, non era alta abbastanza per raggiungerlo cò le sue manine.

Cesare che avea già la testa piena di grilli, si affrettò a contentarla ed a continuare per la sua via. Ma poi, l’idea di una bambina sola in quell’ora in mezzo alla strada, la paura che non le aprissero o non la volessero contentare, gli toccarono il cuore per modo che ritornò indietro a gran furia, dopo di aver urtati i gomiti per bene a tutte le persone che, come lui, avevano già posto piede nel vestibolo del teatro.

Il cuore non lo aveva ingannato, ed ei vide la bambina tutta in lagrime, perché i pochi danari che avea non bastavano a pagare la medicina che avea richiesto.

Lo speziale, svegliato nel primo sonno, stava duro nelle sue pretese, e la povera creatura giungeva le mani e ripeteva piangendo...

— Ma non capite che la mia mamma non ha più niente, che questi sono gli ultimi!...

E lo speziale duro.

Cesare che avea origliato e inteso tutto dalla porta entrò dentro come una saetta, guardò lo speziale nel muso come avesse voluto mangiarlo vivo, lo pagò fino all’ultimo centesimo, ed uscì, trascinando con sé la bambina, la quale metà paurosa metà racconsolata, pur dovette seguirlo.

Appena usciti, si chinò verso di lei e le disse:

— Chi hai di malato a casa tua?

— La mia mamma.

— E perché mandano te a prender le medicine?

— Perché la Betta è andata a dormire e non ci son più che io.

— Ma il tuo babbo?

— Il mio babbo è morto.

Cesare si sentì stringere il cuore. Prese la bambina in braccio per far più presto, e le disse d’insegnargli la strada di casa sua. Giunsero in un lampo ad un vicolo oscuro e nascosto, infilarono una porta, e poi su su a tentoni per una scala che pareva dovesse finire in paradiso o ancor più in alto. Pur troppo in luogo di paradiso era una soffitta, e che soffitta! Tutto quel che si legge nei libri a proposito di miseria e di squallore trovava lassù una sincera e precisa manifestazione, nè la povera donna che giacea dolorante sopra un lettuccio riusciva certo a dare una tinta meno cupa a quel terribile quadro.

L’infelice, travagliata dalla febbre e credendo Cesare fosse il medico che la bambina dovea pure chiamare, gli andava ripetendo che per lei morire e andare all’ospedale era tutt’uno, che non voleva lasciare la sua creatura, che la provvidenza c’è per tutti, e che per amor di Dio la facesse guarire nel minor tempo possibile.

Cesare la lasciò dire, e soltanto insistette perchè ingugiasse la porzione portatale dalla sua bambina. L’ammalata obbedì quasi istintivamente, e in pochi minuti si riebbe abbastanza per riconoscere il suo errore, e per chiedere alla figliuola chi fosse quel signore sconosciuto e dabbene. La bambina che ne sapeva meno di lei, apriva tanto di occhi, e Cesare le trasse entrambi d’impaccio raccontando ciò che noi pure sappiamo benissimo. Poi la povera piccina aggiunse che era stata prima a chiamare il medico, il quale, conoscendo benissimo il male periodico della sua mamma, le aveva fatta una ricetta, dispensandosi, ben inteso, dal venire di persona. Cesare, impietosito sempre più, si posò accanto al letto della malata, e non trascurò nè studiò nè buone parole per confortarla alla meglio, mentre la bambina, che avea messo da parte la paura e la soggezione, lo carezzava e baciava che era un piacere a vederla.

«Non è vero - andava dicendo - che la mia mamma non morirà? Dico che Dio è buono, dunque se è buono mai più vorrà portarmela via! Non ne ho altro che una di mamma, io!».

Cesare le ricambiava i baci e le carezze, ma si sentia venir freddo a quelle innocenti parole! Pure, faccendogli animo, continuò a rincuorare del suo meglio tanto la vedova quanto la piccina, aggiungendo, ed era la verità, che il male non gli pareva poi tanto grave, e che per disperare ci è sempre tempo.

Intanto la bambina gli si addormentava sulle ginocchia come un bell’angioletto, che ell’era, e faceva proprio un gran bene al cuore il vedere quel giovane in abito nero ed in cravatta bianca tutto intento nella sua opera di carità e di amore. Con poche parole la povera donna lo mise a parte di tutta la sua storia; semplice sì ma non per questo men dolorosa. Aveva perduto tre anni prima il marito, buon operaio quant’altri mai, e da due mesi stava là quasi inchiodata su quel pagliericcio per febbri tormentose ed intermittenti. Non aveva parenti di sorta, e l’unica persona che le fosse stata fedele nella sventura era una vecchia vicina, la Betta, in altri tempi assai più povera di lei. Col suo mezzo aveva fatto impegnare tutte le sue masserizie; e non le restava che il pagliericcio, poche sedie sconnesse, e l’anello nuziale dal quale non avea avuto il coraggio di separarsi. Giunta a questo punto del suo racconto, pregò Cesare che volesse incaricarsi di portar in pegno an-che quel povero anellino d’oro, perché - diceva lei - gli agenti del Monte di Pietà quando vedono un signore hanno l’uso di trattarlo meglio di noi poveretti. E poi lo cavò dal dito e lo porse, con un sospiro, al giovane pittore.

Quegli, preso quasi alla sprovvista, sentiva il bisogno di una infinità di cose in una volta, altrimenti l’emozione lo avrebbe soffocato. Perciò, in molto minor tempo che io non lo dica, adagiò in un canto l’innocente addormentata, prese l’anello, lo rimise in dito all’infelice, stampò un gran bacio su quella mano magra ed affilata, la riempì tutta dei quarantanove franchi che gli erano rimasti, e scese a precipizio.

Erano le cinque del mattino. Affacciati ch’ei s’ebbe ad una delle vie principali della città, si trovò circondato da un gruppo di maschere che lo chiamavano per nome e si meravigliavano forte nel ritrovarlo in quell’arnese senza averlo punto veduto tra la folla gaudente del massimo teatro. Erano i suoi amici che avea tanto cercati senza mai ritrovare. Ma ormai! Uno tossiva per la gran polvere che gli era entrata nella gola, un altro, uscendo da un ambiente caldissimo, tremava di freddo all’aria aperta e glaciale del mattino, ad un terzo erano stati pesti i calli ed intormentiti i fianchi dalla folla irrompente, insomma parevano tutti altrettanti fantoccini all’indomani di una giornata campale. Cesare invece, cui si allargava tanto di cuore al pensiero della buona azione allora compiuta, si radunò intorno i suoi amici, e poi, metà sul serio metà sorridendo soggiunse:

- «Voi venite da una sala lucente, io vengo da una soffitta, ma pure sto tanto meglio di voi che, vi foste anco divertiti come tanti principi, non per questo io sarei mai per invidiarvi. Addio, povera gente!».

 

Da quel giorno il nostro amico si persuase che il danaro è la più stupida cosa di questo mondo quando lo si spende male, ma diventa una vera benedizione di Dio quando lo si sappia spender bene.

Infatti, stretta che ebbe amicizia con la Betta, venne poco dopo a sapere che la vedova era guarita, che benediceva a lui come al suo angelo custode, e che grazie al lavoro, poteva finalmente passare senza piangere davanti al Monte di Pietà.

Ora, domando io, se il campanello dello speziale fosse stato più basso, e la bambina lo avesse raggiunto da sè...?

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011