ALBERTO CANTONI

Bacio di sorella

Scena - racconto

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Scarabocchi, a cura di Roberto Ronchini, con uno scritto di Caterina Del Vivo, editoriale Sometti, Mantova 2000.

Bacio di Sorella

Scena-Racconto

Cesare, giovane trentenne scrive ad un tavolino con un bicchiere

d’acqua e due pistole cariche da lato

Ces. (terminando di scrivere) Ecco fatto! Vediamo! (leggendo lo scritto) È provato e riprovato gualmente chi voglia viver bene quaggiù deve prepararsi a morir male, io dunque ho tutto il diritto di morir bene perché ho vissuto malissimo. Fra i molti che ad ogni secondo minuto escono fuori con questo lamento io credo in verità di poterlo ripetere con tutta scienza e coscienza, anzi domando a voi tutti che leggerete queste mie carte di chiedervi in sul serio se avreste avuto tanto pelo sul cuore da condannarmi a vivere. A noi! Nacqui vestito come dire abbastanza comodo da non dover giovare ad altri per cacciarmi in bocca un pezzo di pane. Mio padre mi mandò a scuola ed io, buscati non so quanto premi, sognai cento glorie diverse, cento diverse apoteòsi. Un giorno mi credevo destinato al foro, l’indomani ero nato fatto pelle discipline filosofiche e così via. Finalmente, non so perché, credetti riconoscere nel mio un ingegno pronto e versatile e mi diedi al letterato, fra parentesi, il mestiere il più cane e il più ladro che uomo nato da donna possa esercitare in Italia. Una volta che la penna mi si fu appicciata fra le dita, mi diedi a raspare e raspai come una lima sorda senza perder tempo eppur perdendone tanto. M’ero proposto Roma e Toma e adesso che son lì per morire domando la carità ai miei lettori di aver buona memoria per tutto, all’infuori che per le opere mie. Poco seppi, di tutto scrissi, nulla giovai.

Per quanto il mio cervello, come l’inferno, fosse foderato di buone intenzioni, non uno dei miei lavori valse ad altro che a ridurre il marcio in cancrena, e se pur la feci da moralista le mie non furono che prediche ai porri e nulla più.

Cara cosa le prediche!... E il più bello si è che non tirano mai a casa la miseria d’un quattrino, tanto è vero che chi vuol rubare a man salva, finisce sempre per tagliarsi la scala. Dopo il primo disinganno mi diedi al teatro, e caddi come corpo che non fu mai vivo, all’ingrato suono delle Tabelle e dei fischi. Duro come un mulo, anzi più, mi buttai a capo fitto nel mare magno della critica, questa bagascia che fa sempre a fidanza coi dappoco, e s’indraga più sempre di contro ai sommi. I piccini mi dissero un omenone, io, che alla fine dei conti, sono ancora un po’ galantuomo, mi riconosco per una birba e tal sia di me (sbadigliando e interrompendosi) Come costa una buona azione specialmente quando è la prima. Ho un sonno che non ci vedo, e come no? Tre settimane che quasi non chiudo occhio, tre settimane che mi vado trascinando d’orgia in orgia, di bagordo in bagordo, tanto per poter dire al Tutto - Sei noioso! Preferivo il Nulla! Avessi almeno steso con più di calma queste povere pagine, ma che! giù a scavezzacollo, come veniva veniva! - Oh, insomma, se gli illusi mi vorran capire, qui a buoni conti è tutto pane al pane; se poi ho parlato al muro, peggio per il muro! Andiamo avanti! (sbadiglia di nuovo e ripiglia lo scritto) Non era ito brancolone che pochi passi nella mia sconsacrata carriera, che già mi si spense il padre, indi la madre, e così principiò a morirmi la vita. Morirmi la vita? Ecco una frase che mi avrebbe tentato invanamente finchè mi palpavo addosso la candida giubba del purista, ora che sono tornato uomo, ne direi di più massiccia, purchè rispondessero all’idea ed al pentimento.

Non mi restava che una sorella mal maritata secondo me, ma che pur sapea trovare nella famiglia la legge potentissima della vita sociale. Noi però crescemmo quasi sempre lontani, nè io sapevo menarle buoni certi scappellotti, che veramente mi battevano su carne viva, come quelli che mi consigliavano a contentare i nostri poveri vecchi i quali mi avrebbero benedetto più di gusto se, in luogo di sciupare inchiostri, mi fossi dato alla medicina od a qualche altro più utile uffizio. Tribolato com’ero, mi volsi d’attorno, e trovai quel vuoto che se non esiste nel mondo fisico, molte volte la fa da padrone in quello morale. Più non bastando a me stesso, cercai di suggere nuova vita dalle negre poppe del dubbio. Senza avvedermi che, volgendo al secolo ed al materialismo, avrei finito per chiudere l’adito nel mio cuore ad ogni emozione vivificatrice. Mancatami nella madre la più chiara, la più semplice, la più ovvia interpretazione della Divinità, estirpai dal mio petto quel fiore di fede che mia madre, mia madre stessa mi aveva educato con tanto amore, soffocandovi con tutta la rabbia d’un’anima sciupata il presentimento di Dio. Tanto dubbio sostenuto dai brillanti sillogismi di brutali filosofi mi si volse presto in certezza, ed io giunsi, parricida ch’io sono, a negare immortalità perfino all’anima della madre mia. Così, due volte orfano, la vita mi divenne nauseabonda, ed io sospirai d’ammazzarmi come se la mia parte migliore non fosse già morta e sotterrata da un pezzo. Taluno dirà: «Ma come, parlando così giusto, questo pane perduto non pensò a ravvedersi?». Rispondo: «Non posso, perché proprio non credo in nulla che sia nulla, tant’è vero che non mi vo’ più vedere nè vivo nè morto». E d’altronde, potessi ricredermi, cosa faccio io a questo mondo? Non amici, non donna, non figli, il nulla per tutto, nel cuore, nell’anima, nella mente. L’amore, l’amore solo, avrebbe potuto salvarmi, ma io non gli chiesi mai tanto. Volli essere amato come scrittore e non come un uomo, e m’imbattei, giustissimo castigo, in adultere, smorfiose ed annoiate, non donne. Tu sola, povera Maddalena, avresti potuto fare il miracolo, tu che mi chiedevi amore e non sonetti, costanza e non epitalami. Ma io non era da te, io che t’ho vista senza padre nè madre, e m’è sembrato che anche l’onor tuo ci fosse di troppo e te l’ho chiesto e te l’ho rapito con impronte astuzie, con satanica leggerezza. Forse che il lavoro non ti sarà più compagno provvido e fido, forse che tu, col rimorso della non tua colpa nell’animo, farai fango di quell’onore già macchiato da me, ed io, disgraziatissimo, non ho manco la speranza di poter essere eternamente castigato come mi merito. Vero è che potrei vivere e sposarti, ma dove dare di capo per cavarne la tua sussistenza e mia? Sciupato in guisa disonesta il retaggio avito onestissimo, non mi resta che la penna e sono troppo compreso della mia pochezza per contarci sopra. E poi, nessuno mi può garantire che la tua debolezza medesima non ti infonda coraggio, e che tu non ti procuri, colla tenacia di una donna forte il pane bianchissimo della espiazione. Se tale sarà di te, per me invece non ha più scampo, ed io, incerto tuttavia se t’amo veracemente, finirei forse per essere maledetto come un tristo, piuttosto che rimpianto come uno sconsigliato. Tu, maledicimi sola, e ben te ne venga, però ringraziami ad un tempo della fede e del coraggio che non ti ho voluto rapire. Mia sorella mi perdoni e i miei piccoli nipoti si facciano forti dell’esempio mio, e fuggano le mie gesta dovessero vivere degli anni più di mille. Quanto al giornalista che primo pubblicherà queste parole desidero ne raccomandi la propagazione alla stampa tutta così anch’io avrò scarsamente pagato una parte dei miei addebiti verso la Società. Ciò detto finisco, sperando che la mia morte possa avvalorare nel bene la vita di tutti quelli che, leggendo queste carte, vi troveranno la storia dei loro primi disinganni e lo specchio d’un probabile avvenire. Cesare Derni”. (parlando) Con questo peso negli occhi non ci si regge. Pure da un lato sono contentone. È segno evidente che la morte non mi fa più paura, se ho coraggio di aver sonno proprio nel momento che son lì per darmi la spinta. E capì, come la si ripiega addesso? Già per me morir subito o morir fra poco è tutt’uno. E poi, non andrei forse a rischio di non mi ferire a colpo sicuro? Verissimo! (appoggia la testa sulle mani e continua come addormentandosi) Lutero l’ha detto «Beati quelli che son là. Essi riposano». Ed io non dovrei riposare più presto che posso? Fossi minchione. Sono stanco io... e come stanco!... Appena mi sveglio... uno, due e tre e se non mi trema la mano spero proprio di dormir della grossa.

(mentre Cesare s’addormenta del tutto brontolando tuttavia

Carlotta bussa pianissimo, poi entra guardinga e sulla punta dei piedi).

Car. Vedetelo là! Dorme come un tasso a queste ore bruciate! L’ho sempre detto io che questo povero figliuolo si ruba i sonni e l’appetito. Sempre studiare, sempre studiare, come se non imparassero altro che quelli che studiano. (avvedendosi delle pistole) Maria Vergine! Due pistole!? E proprio lì, una per parte, come due santi protettori. Cosa mi fa dire questa minchioneria? Avrebbe vinto al lotto? (si volge d’attorno). Direi di no. Queste pareti par che sudino di freddo. Come si spiega? La mia balia mi diceva che i buoni dormono colle braccia in croce, i tristi coi denti stretti, gli accattoni con le mani in su, e gli avari con le mani in giù. Però non mi ha mai parlato di pistole per cappezzale. Così, dovrebbe dormire, secondo il mio avviso, un re da corona.

Ces. (dormendo) Lasciatemi in pace. Non vedete che son morto?

Car. Di bene in meglio. O guardate bei sogni! Naturale, se vogliamo. Una pistola a dritta, un’altra a mancina e poi sognate diversamente se potete. Poniamo il caso che me ne urtasse una, i miei bimbi avrebbero un bel chiamar mamma stasera. Aspetta che ti servo io. (va per prendere le pistole, poi si ferma) E se le scattano? (prende il bicchier d’acqua e lo rovescia sulle pistole) A voi, carine, se avete sete! (le leva di posto con tutta la prudenza e le va a riporre in un angolo della camera) Ecco fatto! (cambiando tono) Adagio! Chi mi garantisce ch’io non mi dia una lavata di capo in tutte le regole? Bisogna chiudergli la bocca con qualche garbatezza. (staccando dagli uncini dell’abito un mazzo di viole e sparpagliandole su pel tavolino) Così vedremo se avrà tanto muso tosto da dire una parola. (guardando Cesare e pestando in terra coi piedi) E non si sveglia! Dio sa quante ore sono che studia come uno scomunicato. Stringi poi! (come consigliandosi con sè medesima) Chi ho da chiamare? (cambiando tono) Nemmeno per sogno. Se lo sveglio di soprassalto, gli è capacissimo di dirmi di no. Avessi almeno tempo da buttare via. (guardandolo di nuovo) Duro! Oh insomma, non c’è rimedio. (va dietro la scranna di Cesare e lo bacia piano sul collo, mentre questi istintivamente e senza svegliarsi vi corre su con la mano) Eh! non c’è malaccio! m’ha preso per una mosca. Bis! (lo ribacia).

Ces. (levando la testa ad occhi aperti e sognando tuttavia come persona ch’è ancora tra la veglia e il sonno) Pare impossibile! Anche all’inferno non si sta poi tanto male! Un certo odore di viole mammole!

Car. (continuando dal suo posto) E certi baci noiosi!

Ces. (che non l’ha ancor vista, si volta e la guarda trasognato) Come? Anche tu sei morta?

Car. Morta io?

Ces. (stropicciandosi gli occhi e guardandosi d’attorno). Ma dove diavolo sono?

Car. Lo sai tu? Io no.

Ces. (che intanto si sarà toccata la persona) Miserere di me. Sono ancora vivo!

Car. Ma Cesare, a che gioco giochiamo?

Ces. (tra sè) Piaccia a Dio che non m’abbia capito! (forte) Nulla, nulla, un po’ di sgomento che passerà.

Car. (tra sè) Povero il mio figlioccio! Son capitata in mal punto. Bisogna che me lo pigli con le buone.

Ces. (stirandosi le membra). Ho sognato roba trista.

Car. Colpa tua.

Ces. Mia?

Car. Sì, perchè stai sempre solo come un cane.

Ces. E con chi dovrei stare?

Car. Caro! Oggi, per isbaglio, sei molto garbato. Molto! (piccata).

Ces. Con te forse? È verissimo, ma come faresti ad abbadare ai tuoi ragazzi.

Car. Farei conto di averne quattro, tanto più giacchè ho perso tempo, e in cinqu’anni non ne ho fatti che tre.

Ces. Matta.

Car. Grazie. (cambiando tono). E proprio non ti vedrò mai comparire ad aiutarmi?

Ces. Aiutarti! A far che?

Car. Bella! A baciarne più di uno alla volta.

Ces. (stringendole la mano e un po’ commosso) Tu, Carlotta, sei buona...

Car. Adesso lo sai?

Ces. Ed io no.

Car. Me lo avevano detto, ma non ci credevo.

Ces. Al male, sorella mia, bisogna crederci sempre.

Car. Dio guardi. Allora non ci sarebbe più bene.

Ces. Sia pure. Ma questo non è il caso.

Car. Vatti a far benedire! Sai qual’è il tuo peccato mortale.

Ces. Qual’è?

Car. Che stai sempre strologando sui tuoi libracci.

Ces. Bel peccato davvero.

Car. Ma cosa ne viene? Ne viene che per te il tuo mondo comincia nei libri e finisce nei libri, ch’è quanto dire che comincia in te e finisce in te. C’è poco da stare allegri.

Ces. Pochissimo.

Car. Vedi, vedi se ho tutta la ragione quando dico...

Ces. (supplichevole) Per carità...!

Car. Ma se non ti debbo annoiare con le mie prediche a tastoni, dimmi almeno cos’hai e cosa non hai.

Ces. Cos’ho e cosa non ho? Ho nulla, e mi manca tutto. Sei contenta?

Car. Tutt’altro! Cotesti sono paroloni pieni di pretesa che finiscono col dire meno di zero. Spiegati meglio. Cos’hai?

Ces. (irrompendo) Te l’ho a dire? Te l’ho proprio a dire? Ho che non son contento di me, perché non faccio e non ho fatto mai niente di bene, ho che non amo anima viva perché non son degno dell’amore di anima nata, ho che non v’ho alcun Dio che mi si sveli, nè alcun demone che non mi strazi. Ho tutto questo ed altro ancora. Dimmi tu in verità se non ti pare che ce ne sia d’avanzo.

Car. Secondo i gusti. In altri tempi, quando eri ancora nuovo del mestiere, ci andavi brontolando che per finire un sonetto o per cominciare un’ode, avevi bisogno di una certa emozione, è certo che non avresti parlato così (con un filo d’ironia) Se coteste non le sono emozioni, non so poi che cosa ti occorra.

Ces. (colto sul vivo) Carlotta, Carlotta, ho l’onore di dirti che se questa è bontà, io sono buono quanto e più di te.

Car. Bontà o cattiveria, faccio per dire che se avrai dei figliuoli, tu me li metta su tutt’altra strada, che non è la tua.

Ces. Figliuoli... io!?

Car. Gran che!... Come se in cinque anni...

Ces. (interrompendola) Senti. Se Dio esistesse...

Car. Bello quel «Se»!

Ces. (continuando) E se io fossi in lui, non vorrei dare figliuoli altro che a chi se li merita.

Car. Che Dio di stucco! Come se le gioie paterne non mutassero in uomini molte induratissime bestie.

Ces. Sarà. Ma poichè è provato ch’io non amo più, quindi non son degno di amare ancora, così di figliuoli non ne merito e non ne voglio.

Car. Ed io invece te ne voglio dar uno.

Ces. Tu?

Car. Io. Adottivo, ben inteso.

Ces. Meno male.

Car. (presto) Ecco la storia. Se poi tu ci vorrai cavare un romanzo, padronissimo.

Ces. Grazie.

Car. Una ragazza che conosco io, viveva orfana e sola come una povera disgraziata che ell’era.

Ces. Mal per lei.

Car. Cesare, sei cattivo!

Ces. Mal per me.

Car. Io ero avvezza a vedermela per casa tutti i quindici giorni...

Ces. (per fare che si spicci) Quando...

Car. Quando, d’un tratto, passan tre settimane, ne passan quattro, e mai che la si veda a comparire. Dico fra me. O questa povera figliuola è malata, o che la è morta.

Ces. Addirittura?

Car. Non ridere, perché una povera vecchia mi diceva tempo fa «Noi altri, poveri tribolati, quando s’ha da morire, non si deve perder tempo. Bisogna spicciarsi!».

Ces. Ma che malinconie son queste? Mi tiri fuori una vecchia, ora che si sta parlando d’una ragazza!

Car. Va là che oggidì anche il lavoro delle giovani gli è ben pagato. Anch’io, che sono una donna senza cuore come tutte le altre, sì, proprio senza cuore, quando ho speso quindici soldi al giorno, mi par d’aver fatto il mio dovere, ma che dovere? mi par d’aver fatto più del mio dovere. E poi, se qualcuna casca, dalli dalli, tutte addosso, come tante streghe, brutte comari che siamo!

Ces. Anche tu?

Car. (calmandosi) Io, veramente, un occhio lo so chiudere, ma tutti due no. Il peccato lo vedo tutto, della scusa gran che se ne vedo mezza.

Ces. In questo momento però tieni dalla parte del peccato.

Car. Sfido io! La è una storia vecchia come Dio ma che pur farebbe piangere i muri. Stammi attento.

Ces. (noiato) Ma io più di due orecchie non ho. Non ti basta?

Car. Dunque su lo scialle, il cappello, e la vado a trovare. La poverina mi ringrazia con le mani, con gli occhi, ma la commozione le toglie la voce. «Come stai?» dico io, «Stiamo meglio!» mi risponde a gran pena.

Ces. Stiamo?!?...

Cav. (arrabbiata) Ma Dio santo, studi tutto il Santo giorno e non capisci che era mamma?

Ces. (stringendosi nelle spalle) Capisco benissimo. Tu però non me lo avevi detto. Che razza di donna!

Car. (cambiando tono). Dunque daccapo! Io la conforto alla meglio, le rimbocco le lenzuola sul letto, le stendo le coltri... Che coltri, Gesummaria! Più gli sdruci che i rattoppi.

Ces. Era a letto?

Car. No, sarà stata alzata! Cinque giorni soli, intendi o non intendi?

Ces. Auff! Intendo.

Car. E dire che si sarà dovuta levare Dio sa quante volte per riscaldarsi un po’ di brodo. Buon per lei che ha una povera vicina che le vuol bene, altrimenti... Dio ne guardi!

Ces. E cosa t’ha detto?

Car. M’ha detto che piuttosto che mettere il bambino agli Esposti, lo vuol veder a morir di fame con lei.

Ces. (sarcastico) Oh, che di fame non si muore!

Car. Sicuro. Si muore d’allegria! (mettendogli una mano sul petto) Ma cosa c’è qui dentro? Della stoppa?

Ces. Chi lo sa? Avanti.

Car. So anch’io che certe cose si dicono e non si fanno, ma quell’infelice aveva la febre, prima di tutto, e poi andava ripetendo ch’era la maniera più spiccia per mandarlo in paradiso.

Ces. (ghignando) In paradiso?... Sarà!

Car. Ci andrai tu, anzi.

Ces. (ironico) Perché no?

Car. Perché sì? dico io.

Ces. Avanti.

Car. «Ragazza mia», le dissi, «Dio è grande e ce n’è per tutti. Diavolo! Non bisogna disperare della Provvidenza. Quietati un po’! Vuoi soffocarlo, a forza di baci, il tuo bambino? Ricordati che se Dio lo ha messo al mondo, c’è qualcheduno che può o piuttosto che deve ricordarsi di lui». - «È impossibile», la mi risponde, «perché non ne sa nulla». - «Come, nulla?» - «Nulla, quando m’ha lasciata, io non m’ero ancora avvista della mia disgrazia» - «Faglielo sapere» - «No, perché son certa che non mi vuol sposare» - «Almeno t’aiuterà» - «Dio me ne scampi!». - «Perché Dio te ne scampi?» - «Perché, in quel caso, la mia creatura, vivrebbe del frutto della mia colpa».

Ces. Brava, ben detto.

Car. Cosa ti dicevo io? Che idee come queste non ne vengono a molti. Vero?

Ces. Se è vero!? Verissimo!

Car. E pensare che c’è stato un cane d’un uomo...

Ces. Appunto. Perché l’ha lasciata?

Car. (con sarcasmo) Non si sa di che fango siete spalmati voi altri?! Gli è venuta a noia - poverino! - Ma in parola d’onore, che il disgraziato è lui, sì, lui che ha perso una donna come se ne trovan poche.

Ces. (fra sè) Povera Maddalena!

Car. (che ha un po’ inteso) Cos’hai detto? Maddalena?

Ces. (imbarazzato) No,... cioè sì... pensavo a quella penitente degli Apostoli.

Car. Proprio povera e santa Maddalena. E dire che tu le puoi fare una carità che le andrebbe in tanto sangue.

Ces. Io? Ma che c’entro io? Devo sposarla forse?

Car. No. Mettiti in pace. Ecco di che si tratta...

Ces. O brava. Coraggio!

Car. (come ripigliando il racconto) Dunque, parlo agli esposti, no. Fermo questo principio, ella pensò di trovare un padrino pella sua creatura. La vicina, povera donna, pregò Tizio, pregò Caio, ma nessuno ne volle sapere. Ognuno rispondeva che la madre era troppo pitocca perché un giorno o l’altro, per debito di coscienza, non s’avesse a pensare al figlioccio. Oggi finalmente, ci capito io. La poverina mi parlò di questa nuova amarezza con un accento da metter la febbre addosso e la prima persona che mi cade sott’occhio, fu ben inteso, mio marito. Ma...

Ces. Ma cosa?

Car. Ma tu sai che razza di cristiano, tutto in un boccone è quello là. Dice sempre che a far bene costa poco, che a far male si suda e chi lo fa - suo peggio. E poi, sostenere al fonte un bambino improvvisato lì per lì, bastava che ce lo avessi proposto, perché ne toccassi di saporite, e non ne ho mai toccate. Dissi fra me. Vorrei vedere io che quel filosofone di mio fratello m’avesse di questi scrupoli! Lui che suda la vita sui libri, sarebbe roba da bruciarlo vivo! - E venni, e tu sai tutto, e non c’è santi, devi dir di sì, capisci? proprio di sì.

Ces. Oh che noia, che noia! Io che in chiesa non ci vado da un secolo... e proprio mi capiti in questo momento!... (cambiando tono) Fammi la carità, cercatene un altro.

Car. (concitata) Bada, neh!, Cesare, bada che se dopo tanti giri di parole che ho presi, dopo tanto tirarla per le lunghe che ho fatto, tu mi mandi via col viso lungo e col sangue guasto... povero te!

Ces. (irrompendo) Ma che non si vive forse senza che goccia d’a...

Car. (turandogli la bocca) Sì, le bestie tue pari. (cambiando tono e supplichevole) Perdonami, proprio m’è scappata (carezzandolo) Verrai?

Ces. (con sforzo) Verrò.

Car. Proprio vero che molte volte val meglio una rivalenza che cento preghiere. (cambiando tono e traendo un gran sospirone) Ah!!! Sarà contenta quella povera Lena.

Ces. (trasalendo) Lena chi?

Car. La ragazza.

Ces. (sempre più agitato) Si chiama Lena?

Car. Sì, Lena, Maddalena, quello che vuoi. Ma se l’hai nominata momenti fa. Credevo di avertelo detto.

Ces. (prestissimo) Io parlavo d’un'altra. Che cosa fa?

Car. La stiratora.

Ces. Ma dove?

Car. In un vicolo del quartiere di S. Remigio.

Ces. Al quinto piano?

Car. Al quinto. (cominciando a meravigliarsi) Ma che! La conoscevi forse?

Ces. (si butta a sedere colla testa fra le mani).

Car. Che c’è di nuovo? (scuotendolo) Cesare! Cesare! Cos’hai? Vuoi da bere? Ma rispondimi per l’amor di Dio! Cos’hai? (chiamandolo di nuovo) Cesare!

Ces. (parlando ambasciato e con gli occhi fissi) Nulla!... Maddalena... madre?

Car. E per questo t’affanni? Non è la prima e non sarà l’ultima. Va bene torsela a petto, ma alla fine dei conti, che colpa n’hai tu? Che colpa n’ho io? Lascia che ci pensi piuttosto quell’assassino che l’ha perduta.

Ces. (come sfinito dall’emozione) Dimmi questo, e dimmi peggio e dirai sempre poco.

Car. (sbalordita) Che? (ripetendo macchinalmente le parole di lui) Dimmi questo... e dimmi peggio,... e dirai sempre poco?? Ma dunque sei tu l’assas... (ravvedendosi) il birbo... (id.) il colpevole, voglio dire.

Ces. (id.) Son io.

Car. E hai avuto cuore...? (interrompendosi di nuovo e cambiando tono) Anche di queste?!?

Ces. Di queste e di quelle! N’ho fatte di tutte, io! Se tu comparivi mezz’ora più tardi forse che m’ero già ammazzato.

Car. (stralunando tanto d’occhi e parlando impensatamente) Ma bene, ma benone! ma riguarda anche me, se hai tanta sete di peccato e di sangue! Ora sì che me li spiego i tuoi brutti sognacci! Vedi cosa vuol dire a non aver la coscienza di bucato come me? La vita non diventa che un’anticamera della morte! Questi se la desidera, quegli non parla d’altro, e tu, peggiore di questo e di quello, te la saresti data. Ma benone! Antropofaghi!

Ces. (scuotendosi) E che cosa si fa addesso?

Car. Si ascolta una buona volta la voce della coscienza, per dinci Bacco!, Si va a confortare quella povera creatura. Questo si fa. E poi, di qui a una ventina di giorni, si finisce per far tardi quello che non si è fatto a tempo.

Ces. Dici bene tu, dici benissimo anzi; ma come si fa a vivere in tre coi bei guadagni che ricavo dai miei studi?

Car. Manca!?! Puoi fare il maestro, il copista, il correttore di stampe eccetera, eccetera.

Ces. Bell’avvenire!

Car. Tanto per cominciare è bell’e buono. Credi a me. Ci vuole assai più coraggio a vivere come si può, piuttosto che a morire quando si vuole.

Ces. (per cambiar discorso) Ma io non capisco come la Lena, poveretta, non ci dovesse conoscere per fratelli!

Car. Come mai!? Io porto il nome di mio marito, tu quello di casa nostra e la città è grande. Sfido io.

Ces. Ma tu mi avrai nominato chi sa quante volte!

Car. Con lei? Perché? Se almeno ti avessi veduto di spesso. Ma mai che tu capitassi, mai!

Ces. (si alza come persuaso, va per prendere il cappello, e vede le pistole in terra) Chi ha gettato là quelle pistole?

Car. Io... probabilmente.

Ces. (con sarcasmo) E mi hai fatto l’indiana quando ti ho parlato di suicidio?

Car. Avevo altro per il capo io quando le ho viste! Credevo che te ne servissi... che so io... per inspirarti.

Ces. (parlando adagio e sempre più ironico) Carlotta, tu mi hai recitata la commedia molto per bene! Saresti anzi una buonissima attrice...

Car. (rossa di rabbia) Cesare!

Ces. (c. s.) Tu sapevi tutto... e hai cercato di commuovermi poco alla volta... per far più effetto.

Car. (comprimendo l’ira e con un accento tra il disprezzo e la compassione). Povero Cesare! Come sei cattivo!

Ces. (ravvedendosi subitamente) È vero!

Car. (guardandosi) Domandami perdono.

Ces. Non lo meriti (va per raccogliere le pistole).

Car. (frapponendosi) Che cosa ne vuoi fare?

Ces. Te lo dirò dopo.

Car. Lo voglio saper prima.

Ces. Ma via. Sta tranquilla.

Car. (risavvenendosi) Adesso che ci penso, le son pistole senza malizia codeste?

Ces. (raccogliendole e meravigliatissimo) Come va questa faccenda!? Se son bagnate fradicie!?

Car. N’ho avuta tanta paura mezz’ora fa che ho pensato bene di battezzarle (cambiando tono) E così, si può sapere che cosa ne vuoi fare?

Ces. (che nel frattempo avrà badato ad asciugarle) Intanto che le porto meco dove m’intendo io, tu andrai a preparare Maddalena. Capisci anche tu! Nei suoi panni, in quello stato e da un momento all’altro, sarebbe troppa emozione! Dopo di che, ci troveremo là.

Car. Via, non c’è male. Questa previdenza in bocca tua, vale per cento proteste. Ma le pistole!??

Ces. Come sei dura! Capisci o no che sono più al verde della primavera? Le porto al Monte di Pietà, e perché son finissime cinquanta franchi spero proprio di poterceli cavare. Pei primi giorni si spera che basteranno... dopo...

Car. Fuori quella benedetta parola. Pensa che se in luogo di venire mezz’ora più tardi, son venuta mezz’ora più presto qualcuno ci deve esser stato di mezzo. Dunque... dopo?...

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011