ALBERTO CANTONI

Un bacio in un gomitolo

Scena - Carteggio

Edizione di riferimento

Alberto Cantoni, Scarabocchi, a cura di Roberto Ronchini, con uno scritto di Caterina Del Vivo, editoriale Sometti, Mantova 2000.

Un bacio in un gomitolo

Scena - Carteggio

Piccola sala ben arredata - Lucia sola e pensosa

 Cattiva cosa aver buon cuore! Mamma mia me lo ha impastato di giulebbe e ha fatto bene; io ci bado troppo... e faccio malissimo. Dire che ho sedici anni! L’età che a sentir i vecchi si rimpiange sempre e non si dimentica mai! Ma dunque io devo essere infelice tra le infelicissime, se con questo inferno che ho addosso non sarò mai meno tribolata di così. Inferno?... adagio. Non è sempre notte quando non ci si vede. Vi sono dei momenti, appena io mi lasci andare alla mia benedizione di sogni che mi par di rinascere.

Vedo rose dapertutto... e anche nel cuore. Lui se le beve, lui se le mangia, ma poi, ahi!, eccoti la spina, quella brutta spina che non manca mai... anche quando non ci sono le rose. Allora, felicissima notte!, nessuno mi tiene... e nemmen io. Ho caldo, ho freddo, ho bisogno di buttarmi in braccio alla mamma, e dirle... dirle cosa?... Dirle che non sto male... ma che non sto bene... che due anni fa se mi voltavo indietro a guardare la mia vita passata, vedevo bianco candido, ma adesso... adesso che so io... adesso non mi volto mai. Inutile dire che Dio mi pareva più buono, e quando Dio par bono, c’è da giocare dieci contr’uno che siamo buoni anche noi (avvicinandosi alla finestra e guardando in giardino) Mi mettevo là, su quello sgabello sostenuto dai caprifogli, e guar-davo in su. A poco a poco i fiori che mi stavano sulla testa mi pareva s’allontanassero pian pianino, e così bel bello il mio orizzonte mi rassembrava una cupola dipinta di viole di gelsomini e di fiori d’ogni maniera. Allora io pregavo. Oh non dimenticherò mai quelle parole che m’uscivano preste dall’animo, come rondinelle desiose di libertà. Eccole tutte. «Caro Dio! se mi hai data la buona notte, vorrai darmi il buon dì, perché tu sei buono, ed io non sono cattiva. Se m’hai data una mamma come la mia mamma, è certo che me la vorrai lasciare perché io senza di lei, sarei come te senza la tua bontà. Dunque vuoi tanto bene a lei che per me mi contento». Altro che le mie lungherie d’adesso. Quelli sì ch’erano paternostri per benino. E dire che ora non mi ci so più mettere. Ho paura, Dio mi perdoni, di non poterla più dir tutta... quella preghiera, e piuttosto che star lì col fucile in mano per trattenere la bugia, caso mai mi fuggisse di bocca taccio anche la verità. Ma non divento più buona per questo; anzi più mi guardo d’attorno, e più la bugia diventa bugia. Avevo cuore per tante persone una volta, e adesso, tolta la mia mamma, non me ne resta manco per me, giacchè mi struggo... e nessuno ne gode.

Io, delle cose di questo mondo, so nulla via nulla, ma non mi par possibile che questo beato Dio possa permettere che si stia quì a fare quello che faccio io. Io che non giovo ad alcuno, che nuocio a me stessa, che faccio la carità... che faccio il bene, per non aver male.

Oh il Signore me ne vorrà rendere un bel merito in verità. (si avvicina ad un tavolo da lavoro, siede, piglia un cestino, e ne estrae un gomitolo) Eccolo questo piccolo stregone dei danni miei! Vorrei non averlo mai visto e gli occhi pure non mi servono mai tanto bene come quando lo guardo. (gettandolo di nuovo nel canestro) Via, mostro! (pentita) E cosa t’ha fatto, cattiveria, da trattarlo così? (riprendendolo) Quà, facciamo pace. Anzi devi sapere che sta notte mi son cantata la ninna nanna con una canzoncina tutta per te. La vuoi sentire? «Gomitolino - Piccin, piccino, - Sè il birichino - Più sopraffino - Ma sol di raro - Non mi sei caro come il denaro - D’un brutto avaro». O che cosa ne dici? (ravvedendosi e cambiando tono) Oh Dio mio, Dio mio, perdo la testa, perdo proprio la testa! (si pone pensosa, poi prorompe ansiosamente, quasi per non dar tempo al pensiero di fuggire) E s’io rispondessi prima di leggere? - Certo! - Certissimo! - Questa idea vale per quante, unite insieme, io n’abbia pensate in vita mia. Coraggio - (scrivendo) «Mia cara Giulietta!» (parlando) E dover fingere, io che in altri tempi non sapevo nemmeno che cosa fosse la verità, appunto perché l’avevo sempre sulle labbra (come rassegnandosi)Già non c’è santi, di questa porta bisogna passare e meglio oggi che domani. Dunque (rileggendo). «Mia cara Giulietta!» (mentre Lucia continua a scrivere entra la Marchesa la quale vedendola molto commossa si ferma sulla porta, come aspettando di esserne scorta).

 

Luc. La testa mi gira. Non so più cosa penso, non so più cosa scrivo. Oh mamma mia; mamma mia!

Mar. (accorrendo) Ebbene?

Luc. Tu eri là (le corre incontro e l’abbraccia stretta stretta).

Mar. Sì, e aspettavo che tu t’avvedessi di me.

Luc. Oh, mamma, se tu sapessi, forse non mi vorresti più tanto bene.

Mar. Potrebbe darsi che te ne volessi di più.

Luc. (con effusione) Oh proprio mamme più mamme di te non ce ne sono e non ce ne saranno.

Mar. Dunque?

Luc. Ma se non so di dove... di cosa cominciare.

Mar. (guardandola fissa negli occhi) Rimorsi grossi... ne hai?

Luc. Grossi? Spero di no.

Mar. Allora puoi dirmi tutto. Fa conto di parlare con la tua coscienza.

Luc. (dopo un sforzo di volontà) Ebbene, leggi (le dà la lettera che ha scritta).

Mar. (leggendo) «Mia cara Giulietta!». Chi è Giulietta?

Luc. Te lo dirò dopo. Leggi.

Mar. (c.s.)«Mia cara Giulietta! La tua lettera mi giunse non so se troppo presto o troppo tardi, tanto è vero che non ho ancora avuto il coraggio di aprirla. Però, qualunque cosa ella contenga, io ti supplico di venirtela a riprendere, te lo supplico per quanti hai vivi amatissimi in sulla terra, per quanti hai morti diletti nel Cielo». Lucia (parlando agitatissima) Ma in nome di Dio, cosa vi può essere di tanto terribile in una lettera ch’io suppongo d’una tua amica di collegio?

Luc. (presentandole il gomitolino) Se la vuoi leggere, a te, eccola.

Mar. (prendendola fra le braccia) Ma Lucietta mia, dimmi che hai la febbre, per carità...!

Luc. Povera mamma! Credi che abbia dato di volta. C’è mancato poco, però. Oh ma adesso vedo chiaro. Dacchè t’ho lasciato intravvedere una parte de’ miei torti, le idee mi si van ricomponendo, il sangue mi si è rinfrescato, e vedrai che saprò spiegarti tutto, parola per parola, come se dicessi la mia lezione. Leggi.

Mar. (mostrandole il gomitolino) Ma bada, figliuola mia, bada che questa non è una lettera.

Luc. Ma se tu lo sgomitolassi...!

Mar. (ansiosissima) La troverei?

Luc. Certo.

Mar. (stracciando le poche agugliate e traendone un fogliolino [...] spiegazzato). Dio, Dio, che carità m’hai fatto.

Luc. (allontanandosi) Non voglio sentir niente.

Mar. (leggendo) Mia cara mammina! (volgendosi a Lucia) Ma questo apostrofo non può essere che uno scherzo ad una convenzione...

Luc. (che non ha inteso le tre parole lette dalla madre). Pur troppo! Però non ci devi badare. Luciano vuol dire Lucia.

Mar. Ma quì non dice «Mio caro Luciano!». Qui è detto «Mia cara mammina!».

Luc. (come trasognata) Mia cara mammina? Ma allora non è che Beppino che possa parlarmi in tal guisa.

Mar. Ma chi è Beppino?

Luc. Beppino!? Quel bimbo orfano, figliuolo di Selmo che moriva in maremma... non ti ricordi?... quello ch’io faccio educare del mio. Ma come è possibile...?

Mar. (guardando la firma) E vero! «Il tuo Beppino».

Luc. Oh ma adesso voglio legger io.

Mar. (rendendole il foglietto) A te. Sentiamo.

Luc. (leggendo) «Mia cara mammina! Continuo fino a nuovo ordine a darti del tu...».

Mar. Difatti la non mi pare la cosa più conveniente...

Luc. Cosa ti do, io?

Mar. Ma io sono la mamma.

Luc. Ed io son la mammina. Eppoi non ha ancor tocchi gli undici anni. (Ripigliando impazientemente) «Continuo fino a nuovo ordine a darti del tu; ma non vedo l’ora che tu mi dica di cambiare registro, così ti potrò provare che comincio a saper scrivere anche in terza persona. Ti ringrazio delle ciliegie che mi hai mandato, ed i miei camerati ti ringraziano con me, perché ho fatto le parti giuste e si son toccate diecinove chicchi tanti monelli che siamo. Stavo sospirando dietro all’ultima quando mi capita davanti un signore molto bello che cercava appunto di me. Appena seppe che io... era io, mi baciò stretto chiedendo gli raccontassi la mia povera storia di morti. Gli dissi di mamma mia morta quasi prima ch’io nascessi, di babbo ammazzato dalla mal’aria in maremma, e di te, di te viva, perché Dio non ha voluto che morissi anch’io. Man mano ch’io gli andava enumerando una delle tue tante carità, i suoi occhi diventavano sempre più rossi, finalmente mi prese per mano, mi condusse al balcone, e mi mostrò il tuo bel campanile di Santa Fiore». «La tua mammina è là», mi diss’egli, «vediamo cosa vorreste mandarle, ma subito...!?». «Un bacio», diss’io, e detto, fatto. Le mie dita erano ancora calde ch’ei mi aveva presa la testa, e me la stringeva forte fra mani e labbra, come il mio babbo allorchè partì per non tornare mai più. Dopo di che mi fissò cogli stessi occhi dei miei quando avevo tanta fame e chiedevo un po’ di pane, e mi disse «Buttacene uno anche per me». S’io lo facessi e con tanto di cuore, te lo dico io! (Qui Lucia quasi impensatamente bacia il foglietto).

Mar. Cosa fai?

Luc. Pago i miei debiti.

Mar. Con chi? Col Signore o con Beppino?

Luc. Con Giu... (correggendosi) Con tutti due.

Mar. E senza spiegarmi?...

Luc. Lasciami finire. (ripigliando la lettura) «S’io lo facessi, e con tanto di cuore, te lo dico io. E quel signore si fece lieto come per incanto tant’è vero che mi disse: “Beppino, se vuoi scrivere alla tua mammina, fallo tosto, ch’io troverò modo perché la tua lettera sia la più ben arrivata di quante ne scrivesti mai”. Io, vedi bene, l’ho contentato, come spero di contentar te, se quel signore non disse per celia. Però, in qualunque modo t’arrivi questa lettera, io, dal mio canto, son sicuro che la mi è partita dal cuore, e mi basta. Addio. Il tuo Beppino».

Mar. E così? Io non riesco a veder lume punto punto. E tu?

Luc. Luce purissima vedo ed è luce d’onestà. Ma dimmi, dimmelo tu se non diventa merito una colpa così delicata e gentile! Egli mi scongiura di non prendere in mala parte un bacio... su carta scritta, ... io taccio, ... egli se ne va ... può mandarmene venti, può mandarmene cento, ma no!, egli vuole che l’anima grata d’un bambino innocente lavi quell’unico che m’invia d’ogni senso meno che puro, d’ogni men che puro pensiero. Ma se questo è male, che cosa è il bene in questo brutto mondo?

Mar. Male è piuttosto far sospirare tanto la tua mamma che pende dalle tue labbra.

Luc. (meravigliata). Ma come! Forse non hai capito ancora di chi si tratti.

Mar. Capito no. Spero di aver indovinato.

Luc. (prorompendo) Speri? ... Dunque sei nostra.

Mar. Adagio. Sarei meno sconfortata se ci si chiamasse...

Luc. Giulio? Oh dimmi presto, mamma, dimmi che faccio bene a volergli un bene matto...

Mar. Avresti fatto meglio ad aprirmi il tuo cuore prima di riscaldarti tanto, testolina di fuoco.

Luc. Ma che colpa n’ho io se con lui voleva tacere e non potea che parlare, se con te voleva parlare e non potea che tacere? Lui vicino mi sembrava d’imparentarmi con Dio ed eran luce per me anche le tenebre più fitte; partito lui, una mestizia incognita, un rimorso vago, indeterminato, mi ricercavano il sangue e la vita. Dunque, come potevo tacere? come potevo parlare? Avessi posto in basso luogo i miei affetti potevo dire, «Mamma, mandami via; non è possibile ch’io sia la tua figliuola», ma no, lui buono, lui bravo, lui bello, lui tutto. Eppure mi struggevo, senza avvertire che amando te, non potevo amare che il bene, e che fra noi Dio s’era posto di mezzo perché se in lui finiva il mio mondo, in te cominciava il mio paradiso.

Mar. (commossa) Vivessi cent’anni, Dio non mi parrebbe mai tanto Dio come in questo momento. Ma come provarti che tu non hai preso il mio posto, e che fra noi due, chi più ama son io, proprio io?

Luc. Può darsi benissimo. Però voglio diventar mamma alla mia volta prima di crederti sulla parola. E se, fatta madre, devo amare la mia creatura più di te, ci vuole...

Mar. Che cosa?

Luc. Civuole... un papà. Dammi Giulio, mamma, dammelo per amor tuo e mio. Perdona a me il mistero, a lui la furberia delle lettere, ad entrambi l’amor nostro, perché proprio ci siamo amati non sapendo cosa fare di meglio a questo mondo.

Mar. Appunto, appunto. L’affare delle lettere lo capisco e non lo capisco. Come va quella faccenda?

Luc. Lasciami in pace. La colpa, se quella fu colpa, la è tutta mia, perché, come hai visto, non stavo per trarne partito ch’io sola.

Mar. Pure... si può sapere.

Luc. (come muovendole rimprovero) Ma dimmela quella benedetta parola che deve farmi vivere di vita nuova! Peccato confessato è mezzo perdonato, e tu non sei certo così poco generosa da non voler perdonare che a metà. Poco merito sarebbe il tuo!

Mar. (metà seria metà sorridente) Nè oggi nè domani certo che la lingua non ti muore in bocca. (picchio discretissimo alla porta di mezzo) Chi mi vuole? (entra un servitore).

Ser. Signora Marchesa.

Mar. Ebbene?

Luc. (fra sè) Bravo. Sei venuto a tempo.

Ser. Una lettera pressantissima che vien di campagna. Il messo domanda se deve aspettare.

Mar. Date (guardando la soprascritta). Aspetti (il servo esce).

Mar. (fra sè c.s.)Questo, secondo il mio avviso, dovrebbe essere carattere di... Giulietta. (scorre mentalmente la lettera, poi legge forte come fosse cosa di poco rilievo, guardando la figliuola con la coda dell’occhio) «Signora Marchesa! Mai la mia mano strinse così tremando una penna, e se le mie parole saran poche alla lettura, non dirò mai abbastanza come sien troppe davanti alla mia coscienza. Capirete da ciò come si tratti di colpa...».

Luc. Colpa? Questo tale parla di colpa? Dunque siamo in due.

Mar. (ripigliando) ... come si tratti di colpa, forse grave ai vostri occhi, certo gravissima ai miei. Comunque sia, vi sarò grato se mi sarete rigida ascoltatrice, così solo terrò per certo ch’io non ho affatto perduta la vostra stima, e che almeno non mi reputate indegno della collera vostra.

Luc. (interrompendola) Ma son sensi nobilissimi questi, e non capisco perché tu legga con tanta flemma.

Mar. (continuando marcatamente) Figliuolo io di una amica che vi fu dilettissima e famigliare in casa vostra...

Luc. (prorompendo e a mani giunte) Lasciami finire, mamma, lasciami finire che davvero mi struggo.

Mar. (come ricusandosi) Così presto?

Luc. (c.s.) Sii buona... sii mamma... come sempre. (le prende la lettera di mano e continua)... «e famigliare in casa vostra, amai Lucia. Ella che per altro non nacque...» (parlando) «Benedetto te!... (ripigliando) fu presto tutta mia ed io ve lo nascosi. Credevo, e Lucia con me, che la nostra età forse troppo giovanile, vi consigliasse a condannarne, e fosse accorto consiglio aspettare. Questo amore nato e nudrito di mistero, valga ad accecarmi siffattamente, ch’io persuasi Lucia, la quale nel mio cuore viveva, con la mia mente pensava a non ricusarsi a de’ sotterfugi che poteano avvivare tra noi una corrispondenza colpevole perché segreta, tosto ch’io fossi partito per raggiungere in campagna la mia famiglia. E non basta. Inspirato sempre più dal genio del male, non rifuggii dal proporle la mutilazione del mio nome, com’io dal mio canto avrei mutilato il suo, nella tema che il nostro carteggio fosse scoperto e punito. Partii ed il rimorso mi fu compagno fido tantochè se la mia onestà d’altri tempi non mi persuase ad abbandonare il progetto, la sua voce però mi parlò abbastanza forte, per io lo maturassi in meno turpe maniera. Pure Lucia non mi ha ancora risposto, nè poteva essere altrimenti di quell’angelo di (trascorrendo modestamente sugli epiteti) ... eccetera, (ripigliando) e s’io vi ho scritte queste mortalissime linee, fu solo col pensiero che voi vogliate levarla d’angustia, sviscerandole la mia condotta e parlandole in termini adeguati, d’un uomo che ha saputo quasi violare l’ospitalità. Io non vi chiedo indulgenza, sibbene e piuttosto carità d’oblio. Sono Giulio dei Conti Renzi».

Luc. (sottovoce e guardando fisso la madre) E tu taci? E non ti senti scuotere da queste parole degne di lui e di te? Forse non trovi aver nulla di comune con un uomo che ferito così altamente di propri torti, e li confessa con tanto vigore d’espressione da mostrare almeno veggente ch’ei si è già punito da solo? Oh, mamma, torna te, com’io son tornata me stessa.

Mar. Prendi una penna e scrivi.

Luc. (preparandosi) Eccomi pronta.

Mar. (dettando) Mia cara Giulietta!

Luc. (meravigliata) Mia cara Giulietta!?

Mar. Sì. Non saprei trovare miglior maniera perché la memoria del suo piccolo trascorso non gli tornasse incresciosa più a lungo.

Luc. (commossa) Proprio non ci vuol meno che te per dar vita a pensieri così delicati.

Mar. Dunque (continuando a dettare) «Mia cara Giulietta! La mamma sta dettando ed io scrivo. Spero che queste poche parole basteranno a persuaderti che tra noi due si fa proprio a chi più t’ama». La tua Lucia.

Luc. (che ha scritto impetuosamente, si alza, batte le mani, e butta baci da tutte le parti) Oggi, chi ha bisogno di essere confortato, venga da me. Ce n’è per tutti.

Mar. Di che?

Luc. Della consolazione.

Mar. (seria) Ma via, Lucetta, la felicità non è tal cosa di cui sia degna interprete la nostra bocca. Bisogna che tu la tenga stretta stretta nel cuore, altrimenti la sciuperai.

Luc. È vero. Ma come si fa? La felicità questa volta è più grande del cuore. O che devo scoppiare?

Mar. No, dovresti pensare piuttosto che se una mamma oculata qual’è la tua, ha permesso che un giovane come quello le girasse per casa, era segno evidente che...

Luc. Sapevo assai io di queste cose. Tu vuoi dire che cominciavi a volergli un po’ di bene per quel molto ch’ei me ne avrebbe certo voluto in seguito.

Mar. Ch’ei te n’avrebbe certo voluto in seguito? Hai proprio detto «certo»?

Luc. Certissimo.

Mar. Forse che ti credi perfetta?

Luc. Oh per lui sì.

Mar. Cara modestia. Via, briccona, poichè questa è la giornata delle lettere, piega una buona volta anche la tua.

Luc. Ecco fatto. (qui la Marchesa agita un campanello e subito comparisce il servitore di prima).

Mar. (al servo) Direte al messo di portar subito la risposta al suo padrone.

Luc. (che in questo frattempo ha involto di seta il biglietto, guarda la madre come per averne permesso ed approvazione e dice al servitore) No, non c’è bisogno di risposta. Questo gomitolino basta, e n’avanza. Già il Signor Conte sa di cosa si tratta. (la Marchesa mostra di trovare superflua questa seconda delicatezza, ma Lucia le prende una mano, e le dice sottovoce, però col più possibile di affetto) Permetti, mamma, è il mio primo regalo di sposa!

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2011