Niccolò Campani

-1478-1523-

Lamento di Strascino

Edizione di riferimento:

Lamento di quel tribulato di Strascino Campana Senese sopra il male incognito il quale tratta della patientia e impatientia, ed. Francesco da Leno, Venezia non prima del 1559 (data presunta dagli anni di attività del tipografo.

 

LAMENTO

DI QUEL TRIBULATO  DI

Strascino Campana Senese

sopra il male incognito,

il quale tratta della patientia & impatientia.

[edizione Bonghi 2008]

STRASCINO A GLI LETTORI

E la stagione che le già spogliate piante da la tepida terra vigore e vestimenti pigliano, allora che più le sue ricchezze apre alle mortali luci essendo io lieto d’un felice giorno, al loco che per alquanto spatio l’humane menti quietar suole, mi ritornava. Et quivi, dal sonno preso, subito in un mio turbato sogno incorsi. Parevami che quelle prime e sì gravose doglie, e via maggiori, del franzese mio martire tutte mi fusseno ritornate, e mirandomi da me stesso tutto, non retrovava in me loco che questo male non havesse con grande securtade preso, e di che più maggiormente mi maravigliava, era che molti amici passando quivi non mi riconoscevano per Istrascino; onde che più volte non meno di maraviglie, che di sognio pieno, con me stesso dirli. Deh sarebbe mai che questo male fusse ritornato in sugo? non altrimenti in questo tempo habbia fatto che soglia fare, ogni rinverdita pianta? Deh sarei mai quello Strascino che poco avanti era sì libero da queste piaghe? hor saria forse questo qualche sognio? di certo e non mi par però sogniare, perche chiaramente le mie macchiate membra veggo, e le rinovate doglie sento. Et così d’uno in altro ragionar passando, altro alleviamento che le esclamabil mie compositioni contra di esso male trovar non mi pareva. Di modo così fognando alcuna stanza più fiate rivoltata, talmente mi fisse in la memoria, che dapoi ricordandomene, di scriverle mi disposi. Et sì come avvenir suole che l’un verso l’altro tira, a tal cagione ho fatte più stanze oltra a certe che già ne feci quando effettualmente da detto male percosso e agitato, mi trovava. Ma in quella notte tanta doglia alle sogniate doglie aggiunsi che in un punto, e del grave sonno, e  del sognio molestissimo mi disciolsi, e col sognio insieme spariro quelle mie ritornate doglie. Benchè per molto spatio stessi. (Sì ne pigliai timore) che anchora verissimo mi pareva. Hora di queste mie roze fatiche ne faccio cortese dono a tutti li soldati, baroni, e paladini del gran Re di Francia. Perchè disio che la mia salute hora giovi con tali piacevolezze a quelli che la sperano, e se non faranno minore il male, non sarà almeno che leggendole in qualche parte non insegnano patientia; e si etiam essempio alli altri andar più cauti e retinenti nelli amorosi assalti.   Valete.

Onnipotente Dio, somma bontade

Che senza te nulla si move al mondo

Ricorro al fonte de la tua pietade,

Come cieco, insensato, e sitibondo

Non mi negar la tua benignitade,

Acciò ch’io non restassi poi nel fondo.

Et fa ch’io possa far mia mente sana

Di sfogar il mio duol con la tua gratia.

II.

Ascolti ogniun l’acerba mia querela [1],

Essempio al vulgo, e tutto mio sia ’l danno,

Mortal dolore in me più non si cela,

Più non recepro [2] il mal, più non m’inganno.

Questa ardua, e fallace mia cautela

Cerca in parole di sfogar l’affanno.

Che già cantai d’amor con buona voglia,

Hor canto per cagion di peggior doglia.

III.

Cantai un tempo molte cose allegre,

Non mi satiando di far giochi e feste,

Hor canto tutte cose oscure, e negre,

A me, sol più che ad altri, assai moleste.

Perchè queste mie membra afflitte, e egre [3],

Posson sol ragionar di cose meste,

Così mie allegrezze, e suoni, e canti,

Si son conversi in dolorosi pianti.

IV.

Una sol gratia vo da te lettore,

Che di legierla tutta ti contenti,

Et mentre che tu leggi di buon core

Che tu ci tenga anchor gli orecchi attenti;

Se tu l’udisse dal suo proprio authore

Con le sue circunstantie, e suoi accenti,

Ti parrebbe l’un due, anzi, un cento,

Tanto ha potuto in me lo esperimento

V.
Dottrina di Strascino sopra el male francese.

Et non credo trovar fra tutti e’ dotti,

Chi di me n’habbia più professione,

Nè che ci possa agiugner troppi motti,

Di provata com’io per paragone,

Basta che m’ha tanti disegni rotti

Che a pietà moverebbono un Nerone,

Ma horamai me ne può romper pochi,

Perchè presto in me fine harà suoi giochi.

VI.

Ascolta pur se vuoi diletto havere

Quel ch’io dico al presente, e notal bene

Che per me ho serbato el dispiacere,

Di quanto in questa istoria si contiene.

Nè troppo attedio ti potrò tenere,

Che ’l tedio col piacer ben non conviene

Et con un quarto d’hora io ti vo fare

El peggio ch’io potrò col mio cantare.

VII.

Et per venire alla conclusione,

Di dechiararti il mio ragionamento,

Come ho detto, a far breve il mio sermone

Non bisogna gittar parole al vento,

Nè allegarti authori con ragione,

Che mostrino se a torto io mi lamento,

Per che gli è tanta gente a questo cerchio,

Che ci saran testimoni di soperchio.

VIII.
Narratione

Comincia il gran lamento d’un meschino,

Che ’l mal francioso gli ha tolto a far guerra

Tanta fatta glien ha, che ’l poverino

Assediato, attratto, resta in terra,

Et per Fortuna, per sorte, o destino,

Morte nol vuol, anzi nel duol più il serra;

Hor sì che pensa come sta costui,

Et guarda non t’avenga come a lui.

IX

Poscia ch’al mio importuno destin piacque

D’havermi a dare il francese martire,

Voti, incanti, oration, medele [4], e acque.

Tutto è van, che ’l suo corso vuol seguire,

Da che per me nessuno aiuto nacque,

Patientia, e speranza, han sempre ardire,

Et tanto speraro con patientia,

Che passarà la gallica influentia.

X.
Ripose el conforti di questo male. Speme di questo male

Hor discreto auditore ascolta alquanto

Come vive un che non riposa mai,

Solo il mio nutrimento è doglia, e pianto,

E miei confortator, son pene , e guai,

Et morte al mio soccorso, tarda tanto

Che in lei sperando, ne vo d’oggi in crai [5],

Hor pensa se t’è estrema la mia sorte,

Quando ogni speme mia consiste in morte.

XI.

Come comincia a venire la notte

Et io comincio andare ala giustitia,

Perchè le doglie voglion le lor dotte [6],

Et curan poco de la mia mestitia.

Et sento l’ossa fiaccate e rotte,

Et di pianto, e di strida, io fo divitia:

Et dura questo gioco infino al giorno

Gridando sveglio ogni vicin d’intorno.

XII.

Et fatto il giorno non reftano anchora,

Non parendo lor tempo ancho ch’io dorma

Perch’io non habbia di ripofo un’hora,

Fin che non è sfamata la lor torma:

Tu puoi pensar se la rabbia lavora,

Parendomi pur cosa aspra, e enorma,

Et così fatto giorno di due hore,

N’allenta un po’ quasi dicat e more.

XIII.
Breve riposo

Questo breve riposo sol t’è dato

Acciò che tu ’l dispensi in longo stento,

Ma tanto presto tel vedi mancato,

Che non trappassa via sì presto un vento.

Sempre nuovo dolore è preparato,

Che non ha dilation questo tormento,

Però torna sì spesso al suo lavoro,

Che par che trovi in te la vena d’oro.

XIV.
Crudelta del male.

Surge da questo mal crudeltà tanta

Et tanta, e tanta, che non si può dire,

Non sol ti tien con la persona affranta,

Ma non ti lascia mangiar, nè dormire.

Solo il gridare è una manna santa

El resto è tutta voglia di morire,

Et per disgratia, o per tuo tristo fato

La morte non ti vuol se non stentato.

XV.
Effetti.

Le gran doglie ti tranno del cervello

E la forza t’accieca a dir del male

Così ti fai dal cielo impio ribello

Mentre che dura quel dolor mortale,

Calando il duolo, e tu ritorni a quello,

Che ti può dare il pan celestiale,

Et rivocando i tuoi stolti sermoni,

Preghi il clemente Dio che ti perdoni.

XVI.
Preci e orationi indarno fatte.

Imagina se sai preci devote.

Ch’io non habbia a Iesu piangendo stese

Col cor con gran fervor quanto si puote

Di fede, e di speranze tutte accese,

Sempre d’aiuto, son tornate vote.

Hor non so più trovar miglior difese,

Se non abbandonar le membra lasse,

Et haver patientia s’io crepasse.

XVII.

Quand’io ho dette tutte letanie,

Et invocato il chor[o] celestiale,

E intitolate più sante Marie,

Che non ha tutto il mondo universale,

Vedendo che non giovan preci pie,

Comincio a mutar verso alla bestiale,

Dicendo forse sia miglior governo

A chiamar giù l’aiuto dell’inferno.

XVIII.
Invocatione di demoni.

Qui non ti dico il nome di coloro,

Che a nominarli mi facien paura,

Ma per discerner ben le forze loro

Facevo il bravo con fronte sicura.

Per quello non mancava il mio martoro,

Sol disfogavo l’ira acerba, e dura,

Hor sì che nota ben che mal è questo,

Quando nè Dio, nè il diavol, non ci ha sesto [7].

XIX.

In questo mal tanta crudeltà regna,

Che patientia a lui le spalle china,

Forza non è, che ’l suo pondo sostegna,

Perch’el procede con troppa ruina.

Questa sua guerra di tormenti pregna,

Non ha mezzo, nè fin, nè disciplina,

Dunque par che sia ingiusto chi procura

Ch’ogni cosa debbi esser con misura.

XX.
Oppinione del autore

Vuol dir qualcun che pe’ nostri peccati

C’è dato questo mal, questa influentia,

I mei mi par haver più che purgati,

Dunque io posso appellare a la sententia,

Se gabbato non son da preti, e frati,

Che esaminata han ben mia conscientia

Dicon ch’io ho purgato ogni mio vitio,

Dunque non mi bisogna il gran iuditio.

XXI.
Mentre un legge non bestiemmarà

Se non fusse il mio dire un po’ mordace,

Non n’harebbe piacer chi è disperato,

Che legendo talhor si darà pace

Così sarò cagion di men peccato.

In quel che Dio offendo mi dispiace,

Et credo che mi harà per iscusato

Per che è somma giustitia, e sa e vede,

Che da maligno il mio dir non procede.

XXII.
Fastidio e accidia del male.

Io non vorria talhor che mi parlasse

El Papa, un Re, nè altro gran signore,

Tanto ho le membra mie lacere, e lasse,

Ch’io non gustarei ben d’alcun valore.

Et vo stizzoso, e con le luci [8] basse

Mentre che tarda a passar quel furore,

Poi mancato quel duol si furibondo,

M’inclinarei al più vil huom del mondo

XXIII.
Medicine e spese.

Se de le medicine io n’ho provate,

Pensa a tuo modo innumerabil somma

Et s’io ci ho ben de le spese gittate

Per sanar qualche doglia, o piaga, o gomma [9]

Si ch’io l’ho tutte quante hor disprezzate,

Et non credo lor più come se Tomma

Fin ch’io non metto ne la piaga il dito,

Cioè ch’io stia quaranta anni guarito.

XXIV.
Consiglieri.

Se con mille parlasse in un sol giorno

Tutti ti uorran dar qualche riparo

Ognun si fa sopra consigli adorno,

Dicendo le tal cose al tal giovaro,

Se non riescie, è tuo il danno e lo scorno,

Et fra sè dice alle tue spese imparo.

Far tante medicine, è gran pazzia

Che sottopon tuo corpo a notomia.

XXV.
Crudeltà.

Se venisse un da casa maladetta

Con qualche medicina, o vecchia, o nova

La voglia del guarir tanto diletta,

Che mille anni ti par farne la prova,

Et tal hor non li segni per la fretta.

Per veder se la noce, o se la giova

Poi t’unge o ’l ti fa stufe [10], o ’l ti profuma,

Et sempre più le tue carni consuma.

XXVI.
Futuri accidenti.

Quando una piaga ti par già guarita

Che tu pensi in due giorni averla salda

Qualche gomma ivi presso è comparita,

Et di nuovo la piaga si riscalda,

Et convientici far magior ferita,

O influentia pessima, e ribalda

Che in te non è nè salute, nè speme

Che quanto un ha più mal, di peggio teme.

XXVII.
Contra li medici.

Galieno, Avicenna, e Ipocrate,

Con gli altri medicastri, e ciurmatori

Che han tanti libri, e carte rivoltate,

Et medicar non san questi dolori,

Poi che le lor dottrine son buttate,

Lor si buttino anchor pei cacatori,

Che fama sol consiste in quelle cose,

Che al preveder son più dfficultose.

XXVIII.
Ottima medicina.

Di quante medicine io feci mai

Una n’è buona, e quella vo insegnarti

Et credo che obligato mi sarai

Se del comsiglio mio vorrai degnarti.

Attende ben, che questa importa assai,

Et portala con te, se tu ti parti,

Perchè sol questa a molti può valere,

Guardati el mal francioso non havere.

XXIX.

Se d’ungerti ragioni con qualcuno

I più dicon non far che gli è cattivo

Sta quanto poi da l’ungierti digiuno,

Che mala cosa è questo argento vivo,

Et non san che ’l mio duol è sì importuno,

Che s’io non m’ungo io son di vita privo,

Et così mi confortan con gli aglietti,

Dicendo, che unto adosso io non mi metti

XXX.

Un altro trovi allor che l’ha provato,

Et dice mai guarii fin ch’io non mi onsi,

Nè mai trovai riposo in alcun lato,

Fin che con l’unto queste doglie esmonsi [11].

Del primo ecco il consiglio revocato,

Che a quest’altro parer più il cor disponsi,

L’un dice ungeti, e l’altro e’ non mi pare,

Et confuso rispondo, io vo caccare.

XXXI.
E men l’atione [12].

S’io dico pur qualche parola lorda,

Di ciò non prender troppa ammiratione,

Per questo male ogni virtù mi scorda,

Che trarrebbe del sesto Salomone.

Sol nel guarire è la mia voglia ingorda,

Et in quel fermo ogni conclusione

Che se di questo mal guarisse presto,

Assai più nel parlar sarei modesto.

XXXII.

Ma lecito mi par prima ch’io mora

Alquanto con parole disfogarmi,

Sopporto il mal, sopporta tu anchora,

Chio dica l’ocorentie ne’ mei carmi.

Sforzami il duol, la lingua non ignora

Simil tu, se forzato a perdonarmi,

Hor così fusser le me doglie spente

Come tu mi perdoni hora al presente.

XXXIII.
Perseveranza. Conversione.

Guarda se questo male è buon compagno

Et se gli eccede ognialtra malattia

Con lui non si può far se non guadagno,

Senza usura, interesse, o simonia,

Forse che è come amicitia da bagno

Che dura pochi giorni, e passa via

Anzi ogni graffio, tagliuzzo, o bugnione

Si converte in la sua religione.

XXXIV.
Opinione de alcuni - Amonitione de l’autore.

E una opinione di quei che l’hanno,

Che chi non l’ha havuto, l’habbia havere;

Qui tu mi manderai qualche malanno,

Non t’accordando ben col meo parere,

Per questo non ti salvo, e non ti danno,

Guardati pur, che gli è mal da temere;

Et se la tua salute io ti rammento,

Obligato mi se’ per ognun cento.

XXXV.
Proverbio toscano.

Quel proverbio toscan che s’usa tanto

Dir, debito e fanciulle a maritare,

Cacasangue non più, mettel da canto,

Che meglio il mal francioso vi può stare,

Perchè di tutti e mali e’ porta il vanto [13] ,

Et fassi ottimo tuo familiare,

Et in tal modo de’ tuoi ben dispone,

Che ti può comandar come patrone.

XXXVI.

Quando tu vedi alcuno imbullettato

Di’ che s’è messa già la corazzina

Et in favor de franzesi s’è armato,

E la forza, e la robba, in lui declina,

Et pargli haver ben solido il suo stato

Et più non teme di peggior ruina

Pero che gli è asceso al grado caro,

Che si perviene a salute di raro.

XXXVII.
Discretione del male.

Guarda se questo male ha del discreto

Et se fonda al securo ogni sua opra

Preso che l’hai starà con te secreto

Quattro, o sei mesi avanti che ’l si scopra.

Poi per trarti di dubbio, queto, queto,

Manda i segnal verissimi al disopra,

Et giunto il tempo del suo parturire,

Si viene in tuo favor tutto a scoprire.

XXXVIII.
Publicatione del male.

C’è qualcun che si pensa d’occultarlo

Col negar sempre mai di non l’havere,

Et non s’accorge che non può negarlo

Perchè a dispetto suo si fa vedere

Mentre che ’l niega havere in corpo il tarlo

Tu hai del suo negar doppio piacere,

Perche sua negativa è tanto astuta,

Che mentre che te ’l niega, fuor lo sputa.

XXXIX.
Trophei del male.

In casa sempre v’è trofei, e spoglie

E in camera vi par la spetiaria

Albarelli [14], pignatti [15], straca [16], envoglie [17]

Che par che l’hospedal sempre vi sia.

Et se non basta nè serva, nè moglie

A rassettar tanta ciabatteria [18]

Et se non t’ha chi ti governa amore

Non comportaria mai tuo stran furore.

XL.
Dispietato e vituperoso male.

Spesso ti rodi sì fra te medesimo

Et la rabbia t’accieca per accidia

Che tu renuntii, e rinnieghi il battesimo

Portando a ogni morto ogn’hora invidia.

Poi maladici tutto il christianesimo,

Et stai constante nella tua perfidia,

Però che questo male ogn’altro supera,

Chel tigne, cuoce, ti stroppia e vitupera.

XLI.
Difformità de gli amalati.

Deh considera bene i modi tutti

Delle trasformation di questo male,

Certi visi sguaffati, storti, brutti,

Disformi totalmente al naturale,

Altri con pelle in sull’ossa redutti,

Come tratti di tomba di spedale

Dove poi si discerne i più valenti

Senza occhi, senza naso, e  senza denti.

XLII.
La peste esser minor male. Resolutione.

O dolce sanità quanto sei cara?

Incognita a qualunque ti possiede,

La peste di tal male, è manco amara,

Quanto da un che è cieco, a un che vede

O morte tanto più diventi avara,

Quanto un più il tuo aiuto aspetta, o chiede

O Dio, se senza fine è tua clementia

O morte o sanità o patientia.

XLIII.
Pensieri crudeli.

Quante volte ho pensato d’ammazzarmi

Con crudeltà per qualche strano modo

Precipitarmi d’alto, attossicarmi,

Darmi con un pugnale, acuto, e sodo

Poi mi parea pur male il disperarmi,

Et mandarne col corpo l’alma in frodo [19]

Così cambiavo il mio crudo conseglio

Con dir forse starò sta notte meglio.

XLIV.
Speranza vana.

Ma questa speranzaccia secca, e tarda,

Che mai non viene, a chi n’ha di bisogno,

Per che l’è zoppa fallace, e bugiarda,

Vedi se in dirne mal mene vergogno

Nel prometterti ben si fa gagliarda,

Ma poi la venuta è sempre un sogno

Tanto c’imburiassa [20] con sue scorte [21],

Per fin che a stenti, ci conduce a morte.

XLV.
Varie sorti di questo male.

È questo mal di più varie ragioni,

Et trova anchora varie sanguinità [22]

Però al medicarlo non t’apponi [23],

Che un ne sana uno, e tre ne stroppiarà

Et se c’è de’ rimedii che sian buoni,

Stan tanto occulti, che nissun gli sa

Che se qualcun sapesse ben curarlo,

Farebbe più che non fe in Francia Carlo.

XLVI.
Consolationi.

Qualcun mi dice spera che guarrai

Ch’io ho visto un di te più forte attratto

Haver più piaghe più doglie e più guai

Pure è guarrito, ben libero affatto.

Allhora è ch’io non credo guarir mai,

Guarda comparation propria da matto,

Che m’allega un guarito, e nessun morto

Et credo anchor ch’io ne pigli conforto.

XLVII.
Perdute speranze di guarire.

Sai tu perch’io ne posso ragionare?

Perchè io l’ho provato, e provo anchora

Et non credo mai più san ritornare,

Tanto m’affligie consuma, e devora.

Et se ben peggio anchor potrei stare,

Foco che non è spento arde, e lavora

Facci pur il suo corso, per ch’io veggio,

Ch’io ne vo ogni dì di male in peggio.

XLVIII.

Hor vede in che speranza io mi ritrovo

Ben ch’io vegga qualcun, che sia guarito

Tanto in questo dolor cresco, e renovo

Che par ch’io habbia in lui bono appetito.

Nè per viltade, a dir questo mi movo,

Ch’io ho un cor, che non è mai invilito,

Ma per ogni guarito cento morti,

N’ho visti, e questi sono i mei conforti.

XLIX.
Opinion del auttore.

Non mi par esser di trenta anni vecchio

Perche trent’anni anchor potrei stentare

E in ciò perseverando m’apparecchio

Dover mie profezie certificare,

Chi può, non porge al mio clamor l’orecchio

Dovermi o sanitade o morte dare,

Et resister non posso a tanto duolo

Che al mondo s’è trovato un Iobbe solo.

L.
Patientia di Iobbe.

Vdito ho dir che questo antiquo Iobbe

In questo mal fu molto patiente,

Qualche speranza di guarir cognobbe,

Che a me ne resta il dubbio nella mente.

Se monstra afflitione a spalle gobbe,

Non hebbe doglia alcuna sì mordente

Benchè gli habbia il signal di qualche bolla

Chi dice doglie, io credo che sia uolla.

LI.

Sofferse perder Iobbe ogni sustanzia,

Cognoscendo di Dio l’immortal gloria

Perse i figlioli, hebbe somma constantia

Per riportarne come se vittoria

Stinguendo del nimico l’arrogantia

Con la virtu di Dio sempre in memoria

Et, vista el diavol tanta patientia,

Pensò di farli nuova violentia.

LII.

Così elesse questo mal crudele,

Pensa lettor se gli è un mal da cani,

Dio per mostrar che Iobbe era fedele,

Disse a sathan il do nelle tue mani,

Salva l’alma per me senza querele,

El resto afliggie in tutti e modi strani;

Allhor sathan con tal mal pien di vitio,

Diede a Iobbe amarissimo supplitio.

LIII.
Origin del male

Donque questo mal venne dal demonio,

Et non ci han colpe le genti franciose.

Et se gli è sopra ogni altro mal idonio,

Fu che in questo ogni studio il diavol [p]ose.

Esser te ne posso io bon testimonio,

Che so per prova tutte queste cose,

Sì che non ti admirar se gli è gran male,

Che discese dal diavol infernale.

LIV.
Dubitatio di fede. Tentatione.

S’io ho mai ne la fede dubitato

Di questo ne puoi esser più che certo,

Et s’io son suto da i demon tentato

Più che mai alcun santo nel diserto.

S’io mi son con superbo sdegnio irato

Parendomi haver troppo el mal sofferto,

In questo credo haver errato tanto

Che non le mendarebbe eterno pianto.

LV.
Similitudine

Se poca patientia io ho havuta

Pensa per te quando tu perdi a gioco,

Et che ti viene una rabbia minuta

Che tutto el mondo cacciaresti a foco.

Così constantia, essendo in me perduta,

Et fortezza, anchor lei poteva poco

Di speranza ogni vena secca e morta,

Et sol disperatione era mia scorta.

LVI.
Di far diete. Nota.

S’io ho fatte diete de la bocca

Et d’altre cose al mio parer nocive,

Stato el mio corpo inespugnabil rocca,

Schifando cibi, e vivande cattive.

Poi trovo questa como l’altre sciocca

Che chi dee morir muor, chi viver deve

Salsumi, agrumi, legumi, e cacumi,

Non hanno obstato ch’io non mi consumi.

LVII.
Nocomenti di disordini.

Un giorno di disordin che tu facci

Non basta a riguardarsi poi un anno

Che per tutto son tesi de suoi lacci,

Di renderti l’usura con tuo danno,

Tu gridi, tu bestemmi, e tu minacci,

Vedendo andar tue carni a saccomano,

Hor con ferro, hor con fuoco, hor acque forti,

Et così pati ogni dì mille morti.

LVIII.
Violentia del male

O quanti gentilhuomin son stroppiati,

Che non l’è valso tesor, nè amici,

O quanti ne son morti disperati,

Che speravan sanando esser felici!

O quanti son quei che ci son restati,

Che non guarendo diventan mendici

Et io so il primo, a far la via a tutti,

Che consumo mia vita in pianti e lutti.

LIX.
Desiderii de morte

Ecci qualcun che sta peggio di me,

Et bramando io la morte, pensa tu,

Quel che quel pover huom vorria per sè,

Che non si può voltar ne in giù, ne in su,

Perche più anni in letto è stato, et è,

Et vivo non ispera uscirne più

Et se quattro parole è ’l suo discorso

Con cinque chiama morte per soccorso.

LX.
Sdegno contro gli essertatori.

Quando un mi dice porta in patientia

Mi dà con un pugnale attossicato

Perchè tanti anni, tanta violentia,

In pace più che Iobbe ho sopportato,

Et mai non viene al dì questa clementia

Ne mai si purga questo mio peccato.

Sì che quando un me dice porta in pace,

Quanto una pugnalata  mi dispiace.

LXI.
Estremità di vita.

Quante volte mi son redutto a tale

Che libera ho havuto sol la lingua

Et ringratiavo el ciel di manco male,

Potendo farla di lamenti pingua.

O carro di miseria triumfale

Che non è chi ’l tuo foco ardente estingua

Sì che frequentemente ognun ti honori

Concilio, et accademia, de dolori.

LXII.
Gratia del male.

Solo una gratia ha questo atroce male:

Che tu non se’ da ognun refiutato,

Come per peste, o altro accidentale,

Quando tu se’ da tuoi abbandonato.

Questo poco subsidio tanto vale,

Che ’l ci cava di mente il disperato,

Che se questo ci fusse in disfavore

Tuttti c’impiccheremo per dolore.

LXIII.
Consueto proverbio d’un Senese.

Molti si maraviglian che ’l mammina

Dicesse  haver ognun sue fantasie

Pur s’appiccò da sè per men ruina.

Et per chiarirti le sue profetie,

Non trovando a suoi guai più medicina,

Un tratto volse uscir di chacherie,

Così de’ fine a suoi mondani affanni,

Però giusto non è che tu ’l condanni.

LXIV.

Guarda se gli è mal pessimo, e ribaldo

Che alcun riposo in lui non trova loco,

Se stai nel letto el temperato caldo

Ti fa venire le doglie assai non poco,

Escine perchè al duol non puoi star saldo,

Mostri le membra a uno ardente foco

Quel ti fa passar via un po’ il dolore,

Se torni in letto ogni doglia è maggiore.

LXV.
Inquiete del male.

Quante volte una ruvida schiavina

Ho distesa in sul duro mattonato,

Per fuggir de le doglie la ruina

Sopra una pietra el capo haver posato.

Et così dalla sera alla mattina,

Nissun occhio dal sonno esser serrato

Però mi lamentavo hor piano hor forte

Et vivevo a dispetto della morte.

LXVI.
Esperimento.

Tal volta per dormir la notte un poco

Mi inebriai la sera molto bene,

Et fra ’l caldo del vino e quel del foco,

A forza addormentavo le mie pene,

Ma era breve di dormire il gioco

Che ’l  sonno a questo mal non appartiene,

Pur ogni piccol spatio di riposo

Mi facea tutto un giorno star gioioso.

LXVII.
Utile allegrezza al male.

Fra  le altre cose m’è molto giovato

Lo sforzarmi di stare allegramente,

Trovarmi con compagni in qualche lato

Non pensando a futur manco al presente male.

Far un ragionamento dolce e grato,

Dal qual malinconia stia molto absente,

Et spesse volte col suono, e col canto,

Ho ristagnato a’ flebili occhi el pianto.

LXVIII.
Persuadersi de ingannare il male

Et così dopo un lungo lamentarmi

Qualcun m’ha visto talvolta cantare,

Et provisar, sonando [a]legri carmi,

Credendomi col canto il duol cessare,

Ecco in un tratto io sento saettarmi

Che spesso el duol mi fa verso cambiare

Sì che s’io canto appresso ho tanti mali

Ch’io ne disgratio tutti li spedali.

LXIX.
Multitudine de amalati.

Ecco la mudtitudin de l’unguenti,

Ecco i dodeci tribu designati,

Ecco e gran pianti e lo stridor de denti

De li spirti afflitti e tribulati,

Ecco gli eterni horridi tormenti

Perchè non sian ne la piscina entrati,

Ecco che pochi se ne puon salvare,

Non possendo la fimbria toccare.

LXX.
Lite contra del male.

Sette anni piatito ho coi cimiteri,

E a dispetto mio ho vinto el piato,

Perchè miei testimon son tanto veri

Che gli han voluto stare a sindicato

E amici sensi pare esser sì fieri,

Che non vogliono intrar ne lo scavato

Ma spero un dì dar giù questa sententia,

Sol con l’haver non molta patientia

LXXI.
Continuatione del male.

Tu speri un giorno, una semmana, un mese

Un anno, due, quattro, sei, e otto

Spesso raddoppian le doglie, e le spese

Et sempre v’è qualche magagna sotto,

Poco ti val cambiare aria o paese

Che gli è delle tue carni ingordo e giotto

Sì che va dove vuoi, che ’l non ti segua

Che ’l ti dà prima morte, e poi la triegua.

LXXII.
Invidie a morti e vivi tormentati.

Io porto invidia a tutti e giustitiati,

A molti che visti ho tagliare a pezzi

Altri da morte subbito  assaltati,

Mi par che habbino havuto troppi vezzi

A galeotti, a schiavi incatenati,

Venduti, e revenduti per vil prezzi,

Perche mi par che la lor passione

Non sia da far con me comparatione.

LXXIII.
Disperatione.

Chiamo tal notte mille volte il diavolo,

E altrettante subitunea morte

Bastemio undeci apostoli, e san pavolo,

Et ogni gerarchia de l’alta corte,

Tal hor per men d’un fistuco, di cavolo

Me amazzarei, ma il braccio non è forte

Et perdo sì de la ragione il lume

Che potendo ir mi bottarei n’un fiume.

LXXIV.
Revolutione.

Reprendomi con dir guarda che  facci

Del diavol non ti guidino alla rete

Pensa che a Dio disperation dispiacci

Che l’anima va poi al fiume Lete.

Chi dell’anime vuol noccioli schiacci

d’andar in ciel non ho troppa gran sete

Che se questo dolor mi dura eterno

No credo che sia peggio nell’inferno.

LXXV.

Questo dolore estremo, incomprensibile,

Sel fusse sempre ad un modo durabile

Di sopportarlo non saria possibile

Perche l’è passione inestimabile.

So che ti pare assai quel che è visibile,

Et a me molto più che l’ho palpabile,

Et veggo ogni remedio tanto debile

Che sempre ogni occhio sta pel pianto flebile.

LXXVI.

O Dio che bella cosa è sanità,

Per la qual sprezzi ogun robba, et virtù

Senza denari e mezza infirmità

Vuol dir qualcun che non intende più,

Un san comporta ogni calamità,

El tesor un inferno el grava giù

Chiama più la robba che se stesso,

A sua posta si butti in un cesso.

LXXVII.
Vivace et ferma speranza.

Se tu se’ pover’huom senza niente,

Alloggia tuoi pensieri alla verdura,

Fa fra te stesso un giardin con la mente

Et di quel che ti piace amplo misura

Et se difficultà non vi consente

Accomoda, e  accrescevi ventura,

Che questo mondo falso, cieco e rio,

Hier d’un’altro, hoggi tuo, el doman mio.

LXXVIII.
Faceta stanza

Come guadagnerà morte una pelle,

Et anchor quella non è schietta tutta

Arruoti pur la falce, o [le] mascelle

Che l’osso non è buon la carne è strutta

Unto non ci sarà da far fritelle,

Guarda se questa preda è bella, o brutta,

Se già la non mi vuol per sua lanterna

Quando il vento le spegne la lucerna.

LXXIX.
Burlar di morte.

Se morte havesse il mal francese un poco

Noi haremo da lei ogni buon patto.

Ma perchè non le duol vuol di noi gioco,

Et con noi scherza, qual col sorcio il gatto.

Ma se un di me l’acosto in qualche loco

Io glie l’appiccherò forse di fatto

Et quando poi la proverà il tormento

Non ci farà morir più tanto a stento.

LXXX.

A me si converria più presto piangere,

Et io mi sfogo con cianciare e ridere,

Perchè mi sento da le doglie frangere

Che mi fan dì e notte urlare, e stridere

Et non mi giova dir noli me tangere

Ch’io temo un dì non m’habbino a uccidere

Et non conosco a questo alcun rimedio

Se non ci pon disperatione assedio.

LXXXI.
Dubbio giovamento dell’essercizio.

Dice qualcun, fa pur grande essercitio

Che questo a molti ho veduto giovare

Ma quando el male invecchiato è nel vitio

Tu puoi ben a tuo modo essercitare,

Che spesso ti darà maggior supplitio,

Ma tu vorresti ogni cosa provare,

Sperando che qualcuna te ne giovi

Et da tutti gabbato ti retrovi.

LXXXII.
Contratar li industriosi.

Ecci qualcun che s’è molto ingegnato

Di fuggir questo mal, per non lo havere,

Vivendo sottilmente, s’è guardato

Et bevuto non ha col mio bicchiere,

Et pur al fin c’è rimasto incappiato,

Nè gli son valse le sottil maniere

Sì che ’l si può ben un pezzo fuggire,

Ma poi pur viene, a chi debba venire.

LXXXIII.
Vari difetti.

El male in bocca, el rimenar de denti,

El fiato al profumier tolto ha l’odore,

El parlare rauco, acciò che tu non senti

Quando e’ ragiona d’importante amore,

Et non conosci a gesti, o agli acenti

Se fa ’l soprano, il basso, alto, o ’l tenore

Et l’ugola non ha però si vanta

Rompersi ben in gorgia quando el canta.

LXXXIV.

Se tu domandi alcun com’el si sente

El si tocca la testa, o gamba, o braccio.

Et dice questo poco solamente

M’offende, e il resto nulla mi dà impaccio

Ma non sa del futuro accidente

Che al guarir non daria sì largo spaccio

Da indi a qualche dì se tu ’l ritrovi,

Ti mostrerà sei guidareschi nuovi.

LXXXV.
Dubio di guarire.

Forse qualcun mi sente anchor mi crede

Senza haverlo com’io tanto provato

Ma che più replicar quel che si vede.

Di leon in agniel mi son cambiato.

A questo mal sanità mai non riede,

A chi la torna si po’ dir beato

Nè mai tal mal sua malignità perde.

D’ogni stagion qualche tronco n’è verde.

LXXXVI.
Insatiabilità di dolori.

Fra gli amici, compagni, e fra i parenti:

In ogni loco dovunque io arrivo.

Altro non v’è da far che i mei lamenti.

Et monstrar questo mal quanto è nocivo.

Et per li varii suoi tanti accidenti,

Sol di lui penso, di lui parlo e scrivo.

Per modo che non solo a chi m’ascolta,

Ma rincresco a me stesso, alcuna volta.

LXXXVII.
Odio contra gli innamorati.

Quando io sento un che si duol de l’amore:

Et la mostarda al naso su mi sale,

O dio cambia con lui el mio dolore.

Acciò che si lamenti d’altro male.

Fagli provare il gallico langore,

Et a me di Cupido ogni suo strale,

Che dolersi d’amore è cosa stolta

Che l’ho provato ancho io più d’una volta.

LXXXVIII.
Il medesimo.

Però mi sdegno forte fra me stesso

Quando io sento un che d’amor si lamenta

Perchè libero arbitrio gli è concesso

D’evitar quella cosa che ’l tormenta.

Quale è che vegga un suo gran danno espresso

Che lasciarsel venir ceda e consenta.

Chi l’ha nol può schifar, ch’il vuol nol trova

Questo è lo sdegnio che dentro a me cova.

LXXXIX.
Contra le passioni de amore.

Vorrei la passion de mille amanti

Et mille amanti havessen sol la mia,

Amor si placa con denar contanti,

Chi non ne pare in tutto carestia.

Poi mill’altre lusinghe, e finti pianti

Spezzan d’amore ogn’indurata via.

Ma questo è quel martel che mai non cessa

Et spesso medicandol più t’oppressa.

XC.
Il medesimo.

Chi prova amor, dice che sempre ha pene

Non mangia, o dorme, nè può riposare.

Provar, e pur dormivo molto bene.

Nè satiar mi potevo di mangiare,

Ma questo mal ti ha l’amor de le schiene.

Et chi nol crede, a me possa provare

Beffe mi fo quando un d’amor si lagna

Ch’io per me ho l’amor ne le calcagna.

XCI.
Ragioni contra de amore.

El duol d’amor pur qualche volta passa

Di questo ne riman perpetuo segnio,

Questo l’orgoglio, e la superbia abbassa

In questo può disperation, e sdegnio

quest’è quel che ogni membro ti fracassa,

Questo perturba ogni tranquillo ingegnio

Sì che ti duol tanto dell’amore,

Non ha provato il francioso dolore.

XCII.
Desiderio di tutti i mali amorosi in cambio di questo.

Tirimi amor tutte le sue quadrella

Consentirei con lui far questo patto,

Mai più guardar nissuna cosa bella

Et perder la dolcezza di quello atto

spandesse in me pur ogni sua facella

Et al fin mi castrasse come un gatto,

Poi mi vietasse il ragionare anchora,

Saria men male, che questo che m’accora.

XCIII.

Sarebbe stolta ogni camparatione,

De guai d’amor con le doglie franciose

Per ch’io n’ho fatto espresso paragone,

Queste son mille volte più noiose.

Amor da pur qualche consolatione

Questo ti dà le spine, e non le rose

Sì che se ’l mal d’amor peggio è che questo,

Dammi il tuo, tolle il mio e dammi el resto.

XCIV.
Felicità de gli anti nati.

Quanto felici fur nostri anti nati

Che per ogni postribul si sfamorno,

Senza timor già mai d’esser vessati

Da questo mal pien di danno, e di scorno.

Et noi col lume in man ci sian gabbati.

Come si vede ogn’hor giorno per giorno

Che qualcun te ne mostra il segnio in fronte

D’esser di Francia paladino o conte.

XCV.
De la privata dulcitudine.

Cognosco alcun che ’l suo fratel carnale

S’è partito da lui tutto sdegnato

Qualcun altro, che è poi manco bestiale.

El mezo, o poco men, se n’ha serbato.

Alcun altro che corre al manco male,

Che sol per turbation l’ha trarformato.

Ma di questi una parte al mio parere,

Son privi d’un dolcissimo piacere.

XCVI.
Il mal fa l’huomo astrologo.

Senza studiar nell’altra Astrologia

So benissimo i termin de la luna.

Però che sempre mai la imbasciaria

Due o tre giorni avanti in me s’aduna.

Et per farmi più grata compagnia

Due o tre giorni po’ si racumuna,

Et mutation di tempi, o di bisesto.

Io gli so per lo senno, e per lo testo.

XCVII.

Vdito hai donque che se ’l ciel destina

Che un habbia haver nel mondo sempre male

Fuggi se sai, per qual via vuoi camina,

Schifar non puoi la tua sorte fatale,

A me questa è troppo aspra disciplina

O ciel più daltri, che mio partiale.

Ma fia che vol non mi vo disperare,

Che chi m’ha dato el mal mel può levare.

XCVIII.
Argomentatione a fortiori.

Ma se gli è ver che ciascun tribulato

Fia tanto amico su del Salvatore,

Donque mi  serba in ciel un degnio lato,

Per ristorarmi di tanto languore.

Parmi esser già fra martiri accettato,

Se non che gli è più longo el mio dolore.

Ma forse intrando ne la loro schiera

Portato inanzi a tutti la bandiera.

XCIX.
Speranza.

Altra gratia dal ciel più non impetro

Ch’io mi veggo la palma preparata,

Io sento spalancar la porta a Pietro,

Io odo ogni armonia, soave, e grata.

Io veggo molti far restare in dietro

Acciò che sia la mia prima intrata.

Già mi par ogni gratia in ciel fruire,

Se patientia mi vorrà seguire

C.
Similitudine.

Sofferse Dio per noi gran passione

Aspra, e accerba, e dura, ma fu breve

Far lo potè per che era, et è il patrone

Che può far ogni cosa, o grave, o leve.

Pur morir presi o fu sua intentione,

Come fa chi superchio mal riceve,

Tal io allui sempre ho pregato questo,

Li piaccia al manco farmi morir presto.

CI.
Altra similitudine

Quando Longin gli diede nel costato,

Che crese abbreviar sua aspra morte,

Fu per premio da lui ralluminato

Et poi redutto alla superna corte.

Donque sel fai gli mal tanto gli è grato,

(Mi spiace a dir) chio gli daria più forte.

O Signor mio adverte a mei dolori,

Ben ch’io non sia de tuoi crucifissori.

CII.

E possibil ch’io sia sì tuo nimico

Che oltra a questo mal sì dispietato,

Signor di robba, e di gratia mendico

Per fino a questo dì sempre son stato.

Se del futur di speme mi nutrico

Temo che non sia peggio che ’l passato,

Così perdendo ogni sussidio in terra

Come vuoi ch’io resista a tanta guerra!

CIII.

De l’altre malattie ch’io n’ho havute,

Da compiacerne i compagni e vicini

Et patientemente sostenute

Perchè speme vi haveva i suoi confini;

Cioè ch’in breve o morte, over salute

Ti tornava, e partiti eran divini;

Ma in questo mal la speme che tu ci hai

È di non poter creder guarir mai.

CIV.

Forse qualcun dirà questo Strascino

Ha strascinato qua mille versacci.

Per prova sappi ch’io son indivino

Nè vo che esperientia ti dispiacci

Et s’io offendo l’amico, o ’l vicino,

E menencrescie, e scusa se ne facci

Ma se molti provassen la mia doglia,

Mi scusarieno assai di miglior voglia.

CV.

Però lettor se qui c’è qualch’errore

Non t’ammirar, perch’io son ignorante,

Et chi è di scientia al tutto fuore,

Equiperar non può Petrarca, o Dante.

A me basta s’io sfogo il mio dolore,

Del resto è men di ogni hom ch’io sto constante

Et se c’è cosa che piaccia, o dispiaccia

Pensi che ’l mal Francioso dir mi ’l faccia.

CVI.
Oblivion di poesie.

Oppressi da tal mal già molti auttori

Non han potuto far quel che ho fatto io,

Per che constretti da mortal dolori

Han postergato Calliope, e Clio,

Et più presto accecati ne’ furori

Hanno offeso il pietoso e alto Dio,

Et le lor poesie poste da parte,

Che questa è pegior guerra, che di Marte.

CVII.

Pieta, Clementia, Caritade, e Pace,

Misericordia e Morte han fatto lega,

Per conservarmi in questo duol rapace,

Nissuna al mio pregar si volta o piega,

Donque ogni speme mia veggo fallace,

Poi che ogni gratia, el suo valor mi niega

El ciel mie orationi, e preghi, e voti,

Non mi par che gli ascolti, o che gli noti.

CVIII.

Io ho tanto invocato el sommo Dio,

E la sua cara madre e tutti e Santi,

Et tanto ho frequentato el pregar mio,

Ch’io son rincresciuto a tutti quanti,

Però che un gran signor quant’è più pio

Manco si vuol ravolgerseli avanti

Perchè lui fa quel che si debba fare

Et col troppo pregar tu ’l sai sdegnare.

CIX.

Ma credo ch’io sarò tanto importuno

Che per gran prontitudin mi sia detto

Costui assorderebbe ogni comuno

Perchè domanda senza alcun rispetto,

Dio a far gratia non è mai digiuno

Dirà un dì va che sia benedetto

Che se la gratia fatta non ti sia,

Sempre haremo d’intorno questo Arpia

CX.
Le virtu divine senza potentia.

Questa speranza e questa patientia,

Questa fortezza, e questa humilitade,

Questa constantia e questa obedientia 

Ministran sol per me calamitade.

Questo tanto aspettar la lor clementia,

Me ha posto insemi breve estremitade

Queste virtu che in cielo han tanta possa

Non mi tran pero il duol delle mie ossa.

CXI.
Preghi a Dio

O Signor mio tu non saresti quello

Che potresti dar tregua o patto, o pace

Et s’io ti son pel peccare mio ribello,

Del peccator la morte non ti piace.

Et meritando io pur questo flagello

Abbrevialo che ’l duol tropo tenace

Che un longo male e longa passione

Mal si può scuoter da disperatione

CXII.

Giusto signor poi che ’l corpo è già perso

Sieti racomandata al manco l’alma.

Veggo la barca mia gir a traverso

Nè più credo veder bonaccia, o calma

Però che questo spirto è già summerso.

Et sol tu poi sgravar mia mortal salma

Et ben che ’l duol hor sia duro a soffrire.

In bocca col tuo nome vo morire.

CXIII.
Rendersi in colpa

Dolce signor, s’io dissi mai parola

Che offendesse tua santa maestade,

Io ne riprendo la lingua, e la gola

Et chieggo a te perdon per tua pietade

Et poi domando ancho una gratia sola,

La qual non mi negar per tua bontade

Da’ tuoi nemici che sempre ho da torno,

Mi salva e fa che restin con iscorno.

CXIV.

Ogni notte le turbe dell’inferno,

Mi vengano in el letto a visitare

Et conoscendo in me fragil governo

Non si son mai restate di tentare,

Sempre l’ho rimandate con ischerno,

Et per questo non restan di tornare,

O Signor qui bisogna il tuo aiuto,

Se tu non voi che l’alma vada a Pluto.

CXV.

Signor poi ch’io ho detto el mio bisogno,

Per hora non ti vo più affannare,

Et se chiedendo assai non mi vergogno,

Perdonami, la forza me ’l fa fare,

Et se cercando sanitade io sogno,

Sia fatto pur di me quel ch’a te pare.

Hor vo finire la storia al tuo honore,

Per manco tedio d’ogni suo lettore.

CXVI.

Per prova e non per haver istudiato

Hor tutti questi colpi all’alphabeto,

Et se pur di qualcun mi son scordato

Corregami chi vuol ch’io starò queto

Basta ch’io non ti son di fe’ mancato,

Ciò è di non ti far longo decreto,

Che non si narrerebbe in mille carte,

Di questo mal la millesima parte.

CXVII.

O quanti colpi ci saranno agiunti

Perchè ad ogni hom par il suo mal più crudo

Parmi haverne provati tanti punti,

Che a pensarvi in un tratto io tremo et sudo

Et s’io non ho i dolor d’ognun trasunti

Lasso spatio alla historia, et non concludo

Questo sia detto per la parte mia,

Dal mal francese ci scampi Maria.

I. - CXVIII.

Hor perchè questa historia era imperfetta,

Ci ho fatta da qui inanzi una postilla

Nè per questo l’affermo per corretta,

Che sempre ci è d’error qualche scintilla.

Ma pur aggiunta ci ho qualche cosetta

Secondo i fior, che questo mal distilla

Che n’ha di varie sorte in abondantia,

Da trarne  sugo di mortal sustantia.

II. - CXIX.

Se brutto ti paresse il mio suggetto,

Pensa ben quel che a me pareva il male

Io presi l’uno e l’altro al mio dispetto,

Quantunque fusse cosa universale.

Nè mi par poco esserne uscito netto,

Che al ciel volato parmi esser senza ale,

Sì che s’io ne cantai d’ogni ben privo

Cantarne hor san mi è molto meno a schivo.

III. - CXX.

I suggetti di guerre, over d’amore,

Son presi tutti, o poco c’è da dire

Ne’ quali esser si può gran frappatore;

Ma in questo (se ben vuoi) non poi mentire,

Adunque sarei io perfetto autore,

Se un tema amaro sapessi addolcire,

Ma in questo stil le stanze e rime dulci

Fur sol concesse Luigi de pulci.

IV. - CXXI.
Franchezza d’animo.

Tutti quei che han paura della morte,

Non leghin mai questa mia operetta,

Ma a chi le ten sempre aperte le porte,

Per iscudo una al petto se ne metta,

Con la qual potrà star securo e forte,

Che non lo offenderebbe la saetta,

Et fidisi di me, per ch’io son stato,

Otto anni morto, e poi resuscitato.

V. - CXXII.
Longhezza del male.

Nota che ’l fior della gioventù,

Da gli anni vinticinque, a i trentatrè,

Mi durò questo male, e poi non più

Perche sfamato hormai s’era di me,

Poi nel partir tanto discreto fu

Che un piccol segno mi lassò di fe,

Et restai con la prima sanità,

Che chi mi vede appena il crederà.

VI. - CXXIII.
Gabbamento di se stesso.

Molti si vantan d’esser ben guariti

Di bolle, piaghe, di gomme, et di doglie,

Parte il fan per non essere scherniti,

Parte che pur vorrieno anchor tor moglie.

Poi son di guidare, chi più forniti,

Che non è primavera d’herbe e foglie

Tal sa la nimpha, el galante, e lo sposo,

C’ha sempre dentro al core un tarlo ascoso.

VII. - CXXIV.

Chi mi dicesse: se’ guarito tu?

Risponderei, a me mi par che sì,

Chi mi dicesse tornaraiti più?

Non saprei già che rispondermi qui,

Questo mal sempre va da giù a su,

Et non si resta mai la notte o ’l dì,

Poco di lui mi fido, perche gli è,

Un mal che, raro, o mai osserva fe.

VIII. - CXXV.
Il medico del autore.

Un maestro Simon da Ronciglioni

Fu meco adventurato più che dotto,

Con suoi argenti vivi et untioni,

Mi guarì che languito haveva anni otto.

Molti son di contrarie oppinioni

Che l’unger mandi gli huomini al di sotto,

Ma io colsi l’alchimia, questo tratto,

Di sette volte che unger mi era fatto.

IX. - CXXVI.

Io gli saro in eterno obligato;

Tanto mi trovo san, gagliardo e schietto,

Et sommene in tal modo assecurato,

Che mi torni più mal non ho sospetto,

Se pur tornasse sarà il mal tornato,

Ma facci altro camin ch’io nol aspetto

Perchè s’io vo negar d’haverlo havuto,

Sto tanto ben, che mi sarà creduto.

X. - CXXVII.
Falsa imaginatione

Già desiai di star guarito un anno

Un mese, una semmana, un giorno, un’ora

Immaginando perpetuo il mio danno,

Fu falso imaginar ch’io nol dico hora.

Otto anni stetti in quello estremo affanno

Et son altri otto ch’io guarii ancora

S’io morisse doman me ne dorrebbe,

Ma pur manco difficil mi saprebbe.

XI. - CXXVIII.

Perchè non mi si scordin certe cose,

De le più necessarie a questa impresa,

Io mi trovai già con le man raspose,

Portando sempre i guanti per difesa,

S’io toccava la mano all’amorose,

Diceva salvo il guanto alla distesa,

Che non venisse stavo in gran paura,

Qualche Zingana a dirmi la ventura.

XII. - CXXIX.

Se per caso, mi fusse bisognato,

Cavarmi i guanti, in presentia di quelle

Mi sarei per vergogna disperato,

A mostrar le mie man scogliose, e belle

Et sai che ero in quel tempo inamorato,

Però buttava li scogli, e la pelle,

Ma di questo un segreto ti vo’ dire

Buon segno è quel per chi deve guarire.

XIII. - CXXX.
Comparatione del male incognito alle gotte.

Similmente hebbi mal sotto ogni piede

Di più dolore; ma men vituperoso

Perchè se tu non vuoi, nessun tel vede

Fra la gente vai dritto di nascoso,

Ma come l’huomo poi a casa riede,

Va più storto et più zoppo, che un gottoso

Et disputa su ogni hor fra genti dotte,

Qual mai sia peggio o ’l franzese, o le gotte

XIV. CXXXI.
Universali di questo male.

Ben ch’io non habbia delle gott’inditio,

Fo sopra questo una conclusione,

Ma non si intenda per fermo giuditio,

Ch’io dirò sol la mia oppenione.

El mal franzese è di più benefitio,

Perchè compiace a tutte le persone;

Femine, maschi grandi, e piccolini,

Religiosi, ricchi, e contadini.

XV. - CXXXII.
Differentie

Rare volte vedrete le podagre,

A un che non ha il modo a governarsi,

Ma il francioso alle mosche più magre

Si fonda in modo che non può spiccarsi,

Con quelle sue piagaccie acerbe e agre,

Che inducon solo l’huomo a disperarsi,

Le gotte son con più dilicatura,

Ma il mal francese è pien d’ogna bruttura.

XVI. - CXXXIII.
Conclusione.

Del refto io credo che sieno aderenti,

Piglia pur qual tu vuoi, tutto è gran male,

Le gotte danno spatio a i lor tormenti,

Tal volta un mese, o due: questo assai vale

Ma questi son continui assistenti,

Dunque lor passione è più mortale,

Ma come io dissi questa la rimetto,

In chi n’ha più di me giudicio retto.

XVII. - CXXXIV.
Contra chi non si guarda.

Qualcun fa di guardarsi poca stima

Dicendo fra se se stesso sel mi viene,

El non è sì maligno come prima,

Ma perdonimi lui, che nol fa bene,

Ch’io ti voglio anchor questo dire in rima

Acciò che tu proveda alle tue pene,

Chi fa diete, e purgarsi a bastanza,

El mal non ha poi in lui tanta possanza.

XVIII. - CXXXV.

Et questo è che non par cotanto atroce

Ma gli è di quella stirpe, e di quel seme

Et per propietade assai più nuoce,

A un che l’ha, quanto più ’l prezza, o teme.

Allhor si fa sopra colui feroce,

Quando malinconia lo affligge e preme

Da chi non l’ha, vuol essere stimato

Ma da chi l’ha, non cura esser prezzato.

XIX. - CXXXVI.
Hastutia di homini.

Pero veggo qualcun che assai s’ingegna,

D’haverlo presto, per uscir di noia,

Et più svogliato e che una donna pregna

Di passare il paese di Savoia

Poi come l’ha non teme più che vegna,

Et nascosto il tien car più che una gioia

Et che sia il ver, sempre niega d’haverlo,

Perchè non gli sia tolto, ha car di tenerlo.

XX. - CXXXVII.

Qualcun non sa come se l’habbia preso

Et pur, ne è ben coperto tutto quanto,

A costui certo gli è dal ciel disceso,

Per somma gratia di spirito santo

Et tiensi satisfatto, e non offeso,

E indegno esser gli par d’haverne tanto

Et prega Dio e la suprema corte,

Che gliel lassi fruire infino a morte.

XXI. - CXXXVIII.

Son certi che hanno asdegno, che a lor fia

Recordata la morte così spesso,

Questa mi pare una estrema pazzia,

Cercar fuggir quel che sempre hai presso.

Mentre che mi durò tal malattia,

Harei voluto ognihor di morte un messo

Et sentivomi el cor tutto allegrare,

Sentir di morte spesso ragionare.

XXII. - CXXXIX.

Non crescie, e non iscema, un’hor la vita,

A recordarla rar, spesso, o non mai

Credo ch’ella si sia da me fuggita,

Perche otto anni di lei mi beffeggiai,

Certo da me si tien forte schernita,

Fuggendo, dice non mi giugnerai

Lassa pur che ti passi questa furia,

Che un dì son per valermi dogni ingiuria.

XXIII. - CXL.

Se mentre che mi fu il mal repentino;

Havessi letto el regno de la morte,

Composto per quel buon Pietro Aretino

Mi saria parso havere ottima sorte,

Non sol già stato harei suo stil divino,

Ma mi saria il dolor parso men forte,

Perche l’afflitto non ha cosa accetta,

Più che parlar, di quel che gli diletta.

XXIV. - CXLI.

Ho visto alcun da questo mal vessato

De la divinità, far un macello,

Cominciandosi al padre immaculato

Al figliol, al spirito santo poi con quello

Contra di Maria virgin sì infiammato

Che arricciar mi faceva ogni capello,

Tal ch’io fuggivo i suoi ragionamenti

Contra del ciel troppo aspri, e delinquenti.

XXV. - CXLII.

Otto anni fui da questo mal afflitto

Che in Roma è quasi noto a ogni gente,

Sappi lettor per ben ch’io habbia scritto,

Ch’io bastemiassi tanto atrocemente.

Che per gran verisimil te l’ho ditto.

Ma non è ver: mai bastemiai niente;

Gli altri peccati Dio non mi perdoni.

S’io bastemiai, o chiamai mai demoni

XXVI. - CXLIII.
Fama di questa opera.

Hor se tu metti questo mio libretto.

Intur una famosa libraria,

Di palese, o nascosto sarà letto,

Più che la Biblia, o libro che vi sia.

Di stil, so che gli è plusque imperfetto.

Però ne so divitia, e cortesia,

A molti afflitti, che me n’han preghato.

Et per sol questo a stampa l’ho mandato.

XXVII. - CXLIV.

Io lo fei già stampar un altro tratto.

Hor ci ho aggiunto più stanze che trenta

Et non ho pur a mezi satisfatto.

Che di novo anchor c’è chi si lamenta

Lasso una faccia in bianco, non la imbratto

Per che ogn’un possa dir come si senta.

Parline che n’ha hor piena notitia,

Ch’io per me non ho più sua amicitia.

XXVIII. - CXLV.

Qualcun m’ha detto come tu la stampi,

Io non te ne darei più un quatrino.

Se in una cosa minima tu inciampi,

Ogn’un la piglia pel peggior camino.

S’ad alcun par che ’l mio foco l’avampi,

Ha manco forza poi che un lumicino.

Non havendo io cagion d’offender nemo,

Però di reprension non curo, o temo.

XXIX. - CXLVI.

Voglian dir molti che le cose impresse

Perdan in tutto la reputatione.

Perder la potrei io, quando io l’havesse,

Dunque io son for di tal confusione.

Vo’ che qualcun si stratulli con esse

Pigliando la mia buona intentione.

Prima vo d’ignorantia esser damnato,

Che esser de verfi mei, avaro, o ingrato

XXX. - CXLVII.

Anzi un dì vo’, per fatisfare a molti,

Stampar di me sciocchezze una gran parte

Ogn’un brami d’haver mei verfi ftolti

Tal che un dì n’empiro ducento carte,

Per che mei motti al contrario rivolti,

A interpretargli, bisogna poca arte.

Pur io mi sgravarò d’un grande affanno:

Di darne copia tutto quanto l’anno.

XXXI. - CXLVIII.

Hor perchè questo male è tanto strano

Io vi esorto a schifarlo, infino a morte

Chi lavorasse ’l podere a sua mano

Saria in tal caso el peccato men forte

Per che chi ’l piglia non tornando sano,

Bastemmia tanto Dio e la sua corte,

Che gli è magior peccato, et con più ingiuria

Che non è ogni punto di lussuria.

XXXII. - CXLIX.

Non me ne fido ben ch’io sia ciarmato [24],

Che un’altra volta el potrei ripigliare

S’io mi fussi (come hor) prima guardato

Non l’harei preso, ma lassato andare,

Basta che esser non voglio scredentiato,

Che s’io cercasse il potria ritrovare.

Poi del vecchio, o del nuovo non saprei.

S’el fusse, e così forse errar potrei.

XXXIII. - CL.

Da Carlo in qua chiamato è mal francioso;

Io trovo che gli è molto più antiquo.

Quando Christo guarì Simon lebbroso

Era di questo mal pessimo iniquo,

Non trovando mai hora di riposo.

Mostrò il corpo a Giesù così obliquo,

Sì che a sanar questo male aspro e rio,

Ci bisogniò la parola di Dio.

XXXIV. - CLI.

Chi sapesse guarir del mal francese,

Sarebbe magior Re, che ’l Re de Francia

Perchè saria signor di più paese,

Senza operar in guerra, spada, e lancia.

Ma remedii son dubii, el mal palese.

Ventura habbia al guarir che ’l resto è ciancia.

Questo mal una cosa ha sol perfetta:

Che non ti fa morir mai troppo in fretta.

XXXV. - CLII.
Incredulità del legno d’India

Se il legno d’India ne guarrisse affatto,

Non curarei d’havere un’altra volta

Il mal francese, ma con questo patto:

Di poter lassar ir la bestia sciolta.

Forse qualcun mi giudicherà matto.

Ma a me non parebbe cosa stolta.

Cavarsi de le voglie alla secura.

Senza haver (com’io ho) sempre paura.

XXXVI. - CLIII.
Genealogia di questo male

C’è tal che un buono scotto pagarebbe,

Sol per saper la genealogia

Del primo origin, che questo mal hebbe

Et io tel dirò hor per cortesia.

Nacque, multiplicò, si sparse e crebbe.

Di certa alchimia, di negromantia,

Però invisibil va disconosciuto.

Hor donde, e come il venne l’hai saputo.

XXXVII. - CLIV.

Grato lettor chi disse mal francioso,

Disse un mal grande et questo habbil per certo,

Che mai harà l’Italia alcun riposo

Mentre che quello inferno resta aperto.

Hor fusse il parer mio falso e dubioso,

Come io sarò senza dottrina, e sperto

A predir quel che qualcun mai non crede

Lor fin che apertamente il danno vede.

XXXVIII. - CLV.

Dico che nel principio questo male

Franzese intitulato fu per segno

Di troncare alla bella Italia l’ale.

Et far tutto un del nostro, et pel lor regno.

Ei come a questo ogni remedio e frale.

Simil a questo mal non giova ingegno

Che spesso credi e parti esser sanato,

Poi più che mai ti retrovi stroppiato.

XXXIX. - CLVI.

In Francia el chiaman male Italiano,

Perchè questa calunnia par lor grande,

O vero el chiaman mal Napolitano

Per revocarlo all’Italice bande

Et recordansi ben del garigliano,

Dove gustaro l’acerbe vivande.

Dunque fin che l’Italia ha qualche male

Da spennechiar talvolta a Galli l’ale.

XL. - CLVII.

Non venghin più, che c’è tante cantine,

Tante fosse da gran che non son piene,

Tante cisterne, chiavicche, e ruine,

Et altri lochi d’allogiarli bene,

Che vi staria più galli e più galline

Che non son nati, e pur dir mel conviene

Che se ci fanno qualche cosa strana,

Ne pagan sempre il frodo e la dogana.

XLI. - CLVIII.

A giara d’Adda, a Ravenna, a Milano,

In molti lochi han fatto al vince perde

Pur non di manco, e non par loro strano,

Per che la speme lor sempre è più verde

Et cercan sol morir con l’arme in mano,

Che ogni altra fama al mondo si disperde.

Pria le guerre in Italia eran da ciancia,

Se non veniva l’instruttion di Francia.

XLII. - CLIX.

Ci hanno insegnato a guerreggiar di verno,

Di notte, ai freddi, ai venti, all’acque, al sole,

Et andarien fin giù dentro in inferno

Ad una obedientia di parole,

Et con astuto, e prudente governo,

Voglian veder chi obsta, o chi non vuole,

Che tenghin Monarchia di qua da monti:

Adunque il mal francese e per più conti [25].

XLIII. - CLX.
Escusatione de l’autore

Hor se par ad alcun che ’l mio clamore

In qualche parte maculi e Franciosi,

Rispondo che gli è tutto in lor favore,

Perchè sempre gli fo vittoriosi.

Io gli tro d’ogni impresa con honore,

Poi non son (come noi) tanto sdegnosi,

Al pitore e poeta, si concede,

Dir quel che vuole, et tu quel che vuoi crede.

XLIV. - CLXI.
Diverse affettioni.

Dir non si può nè la bugia, nè il vero,

Che quel che piace all’uno, all’altro spiace

Perchè c’è chi vuol bianco e chi vuol nero

Così sempre ti trovi contumace,

Nissuno è mai tanto integro, e sincero,

Che sia del mundan viver ben capace,

Sì che se trovi qui d’error divitia,

Sappi che sono error senza malitia.

XLV. - CLXII.

Per che conto io che son minimo verme,

Parlar voglio in dispregio di nissuno

Ma gli è ben ver che le mie membra inferme

Fanno anco il senso d’ogni ben digiuno

Se di dir male io potessi astenerme,

Harei trovato il remedio opportuno,

Ma dico mal di chi mi viene a bocca,

Et spesse volte al maggiorengo tocca.

XLVI. - CLXIII.
Laude del Re di Francia.

Hor lasciamo ir queste ciancie da parte.

In questa nuova, e gloriosa impresa

Vedrai il Re Francesco un nuovo Marte,

Come buon difensor di santa chiesa,

Mosso da spontan zel per divina arte,

Gli è questa aspiration dal ciel discesa.

Adunque e surga Dio, e’ suoi amici

Et dissipentur eius inimici

XLVII. - CLXIV.
Glorie del Papa Leon.

Hor ecco che immortal gloria s’accende,

Per Leon santo, decimo pastore

Che sopra ogn’altra fama, al cielo ascende

Tanto fa questa impresa con fervore.

Et Dio che suoi fedel sempre difende,

Difenda noi, da l’infidel furore.

Acciò che ’l nome suo glorificato

Per tutto el mondo sia sempre esaltato.

XLVIII. - CLXV.

Quei versi hor si vedran fumo di paglia

Gite superbi e miseri christiani,

Consumando l’un l’altro, e non vi caglia

Che ’l sepulcro di Christo è in man de’ cani

Pur che la tregua, et pace, tenga et vaglia

Ch’ognun ne douria al ciel alzar le mani;

Vedren de principiati alti disegni  

Riportarne i triomphi a i nostri regni.

XLIX. CLXVI.

Io non voglio esser più prolisso hormai,

Che quel ch’io ti potevo dar t’ho dato,

El rimediare a tuoi futuri guai

Se questa hai letta, ben te l’ho insegnato,

Se a te non par che n’habbia detto assai,

Dì el resto tu nello spatio lasciato.

Se un’accidente c’è ch’io non ho detto,

Senza esser Papa me ’l riserbo in petto.

L. - CLXVII.

Ogni istoria, ogni libro che si stampa

Ha per decreto privilegio, o gratia

Questo non già, perche s’ alcun ce inciampa

Di consumarlo ognihor mai non si satia,

Et col suo gran fervor l’hom tanto avampa

Tormenta, affligge, affanna, rode et stratia

Per che se in prime in noi tal male egregio

Con gran disgratia, e senza privilegio.

LI. - CLXVIII.

Eccoti qui Strascin bello, e guarito,

De la semenza del gallico male

In vera sanità restituito,

Che già parve la Morte naturale.

O clemente signor che hai esaudito

La prece vil, d’un peccator mortale,

De concedemi anchor ch’io non sia ingrato

Di tanto beneficio, a me donato.

FINIS.

CAPITOLO AGGIVNTO

de uno impregionato.

Poffa che ’l ciel da Fortuna a torto

Qui ma condutto in tanta scuritade

Che meglio assai saria fusse morto,

Privo d’honore, privo de libertade

Da Dio e da tutto el mondo abandonato

Stentando miseria la mia etade

Piangendo vo qual spirito dannato

In questo infernal centro che più volte

Bagnato ho el viso e con sospiri fugato

Laffo tal che per lachrime molte

Humido è fatto è freddo per suspiri

Ch’io spando ogn’hora e non è chi m’ascolta.

E se la vien che tal’hora m’adiri

E ciascun dolor è sì caldo e cocente

Che me fanno brusar i mei martiri

Tal’hora poi acceso d’un desio ardente

De uscir in libertà sento stratiarme

El cuor in terra cade, immantenente

Qui vengan d’intorno a consolarme

Rati ragni bigati scorpioni

Con tanta puzza che sento disfarmi

Cimesi pulesi pedochi e moschoni

Anchora me fanno un cerchio d’intorno

Ch’io son proprio un Daniel tra leoni

Quivi non dimora notte o giorno

Quivi si veda mai luna nè sole

Quivi miseria tien suo ben adorno

Quivi è chi se lamenta, è chi fe duole

E per men male ogn’hom bramata morte

Tirando el ciel a terra con parole

O miserabel vita ò dura sorte

De noi incarcerati e de vita spenti

Per morte no, ma per forte porte

Ben miseri ben lassi ben dolenti

Se ti morendo senza morte ogn’hora

E senza vita vivendo in tormenti

Non una pena è quella che n’accora

Ma mille e mille in questa tomba oscura

Che hor n’agiaza hor ne brusa e divora

Tal che da compassion in fin le mura

Ne lachrimar intorno a noftri cridi

E spiomban li sassi da la calza dura

Nè mai se sentian lassi in tanti stridi

Chiaman Iddio ma el diavol da l’inferno

E solo in lui par che ciascun, se confidi

Anzi, tutti sian posti in suo governo

Quivi el segio suo dove a lamenti

Gemiti con suspiri è pianto eterno

O che debbo dir del stratio è portamento

Che fano de noi meschini i guardiani

Che non solo a dirlo ma a pensar me spavento

Questi ladri rapazi impii e inhumani

Ch’ogni zorno si porta l’acqua el pane

E dentro el getta come fusse cani.

Questi son gente imperiti e strani,

Schiavi greci fachini e albanesi

Più crudi che sono tigri inhumani

Come è costume de li lor paesi

Nei quali tutti sian cani, onde gli è forza

La stirpa assomegliar dove son lesi.

Questi ognhora roban e esmorza

El viver de noi poveri prescmeri

E con menazze anchor a tacer ne sorza

Questi hanno le onge a guisa de sparvieri

E umano de rapina, ove che vano

De scala, e de rampin non fa mestieri

E se advien come a ciascun humano

Ch’alcun s’inferma lasso in questi lochi

Appresso idio po assai s’el mor christiano

Perche sti ladri sempre tengon li occhi

Intenti alla sua morte per spogliarlo

Ne vedan l’hora che la morte,

Ne alcun de loro che possando trarlo

De mal de morte pur spudando in terra

Spudar volesse sol per aiutarlo,

Ma più presto el vorria puor sotterra

Onde più volte, anzi che ’l mora in fine

De la sua poverta fanno gran guerra.

Questo è ’l dolor, queste son le ruine

Che habiamo da costor, in tanti affanni

Tal che coniven ch’ogniun si decline

Per questi perfidi e rapaci tiranni.

Stampato in Vinegia per Nicolo

d’Aristotile detto Zoppino,

del mese di Novembrio

M D X X I X

Note

________________________

[1] querela: lamento.

[2] recepro: presente ind. di recepere, ricevere.

[3] egre: malate.

[4] medele: medicine.

[5] crai: domani.

[6] dotte: ora, occasioni opportune.

[7] sesto: riparo, rimedio.

[8] luci: occhi

[9] gomma: gotta.

[10] ti fa stufe: ti fa qualcosa che non serve a nulla, non risolve il problema.

[11] esmonsi: i dolori  diminuirono con l’unto.

[12] atione: azione.

[13] tutti e mali e’ porta il vanto: di tutte le malattie è la peggiore

[14] albarelli: contenitori per medicinali.

[15] pignatti: pentole apposite per lavorazione artigianale di preparati per medicine.

[16] straca:

[17] envoglie:

[18] ciabatteria: ciarpame, cose di scarso o nessun valore.

[19] in frodo: in nulla; in un momento solo avrebbe distrutto anche l’anima insieme al corpo. In frodo è tipica espressione riferita a chi resta con le mani vuote

[20] c’imburiassa: ci ammestra

[21] scorte: cose morte, inesistenti, inutilizzabili.

[22] sanguinità (nel testo: sanguinirà):consanguineità - c’è chi è più portato ad avere questa malattia, e chi no.

[23] non t’apponi: non controbatti

[24] ciarmato: affascinato, ammaliato, incantato

[25] per più conti: va bene per più racconti o storie.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 31 dicembre 2008