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Edizione di riferimento:
Lamento di quel tribulato di Strascino Campana Senese sopra il male incognito il quale tratta della patientia & impatientia, ed. Francesco da Leno, Venezia non prima del 1559 (data presunta dagli anni di attività del tipografo.

[riproduzione della stampa di riferimento]
E la stagione che le gia spogliate piante da la tepida terra uigore & ueſtimenti pigliano, allora che più le ſue ricchezze apre alle mortali luci eſſendo io lieto d’un felice giorno, al loco che per alquanto spatio l’humane menti quietar ſuole, mi ritornaua. Et quiui, dal ſonno preſo, ſubito in un mio turbato ſogno incorſi. Pareuami che quelle prime & ſi grauoſe doglie, & uia maggiori, del franzeſe mio martire tutte mi fuſſeno ritornate, & mirandomi da me ſteſſo tutto, non retrouaua in me loco che queſto male non haueſſe con grande ſecurtade preſo, & di che piu maggiormente mi marauigliaua, era che molti amici paſſando quiui non mi riconoſceuano per Iſtraſcino; onde che piu uolte non meno di marauiglie, che di ſognio pieno, con me ſteſſo dirli. Deh ſarebbe mai che queſto male fuſſe ritornato in ſugo? non altrimenti in queſto tempo habbia fatto che ſoglia fare, ogni rinuerdita pianta? Deh ſarei mai quello Straſcino che poco auanti era ſi libero da queſte piaghe? hor ſaria forſe queſto qualche ſognio? di certo e non mi par pero ſogniare, perche chiaramente le mie macchiate membra ueggo, & le rinouate doglie ſento. Et coſi d’uno in altro ragionar paſſando, altro alleuiamento che le eſclamabil mie compoſitioni contra di eſſo male trouar non mi pareua. Di modo coſi fognando alcuna ſtanza piu fiate riuoltata, talmente mi fiſſe in la memoria, che dapoi ricordandomene, di scriuerle mi diſpoſi. Et ſi come auuenir ſuole che l’un uerſo l’altro tira, à tal cagione ho fatte piu ſtanze oltra a certe che gia ne feci quando effettualmente da detto male percoſſo & agitato, mi trouaua. Ma in quella notte tanta doglia alle ſogniate doglie aggiunſi che in un punto, & del graue ſonno, & del ſognio moleſtiſſimo mi diſciolſi, & col ſognio inſieme ſpariro quelle mie ritornate doglie. Benche per molto ſpatio ſteſſi. (Si ne pigliai timore) che anchora ueriſſimo mi pareua. Hora di queſte mie roze fatiche ne faccio corteſe dono à tutti li ſoldati, baroni, & paladini del gran Re di Francia. Perche diſio che la mia ſalute hora gioui con tali piaceuolezze à quelli che la ſperano, & ſe non faranno minore il male, non ſara almeno che leggendole in qualche parte non inſegnano patientia; & ſi etiam eſſempio alli altri andar piu cauti & retinenti nelli amoroſi aſſalti. Valete.
Onnipotente Dio, ſomma bontade
Che ſenza te nulla ſi moue al mondo
Ricorro al fonte de la tua pietade,
Come cieco, inſenſato, & ſitibondo
Non mi negar la tua benignitade,
Accio ch’io non reſtaſſi poi nel fondo.
Et fa ch’io poſſa far mia mente ſana
Di sfogar il mio duol con la tua gratia.
Aſcolti ogniun l’acerba mia querela,
Eſſempio al uulgo, & tutto mio ſia ’l danno,
Mortal dolore in me piu non ſi cela.
Piu non recepro il mal, piu non m’inganno
Queſta ardua, & fallace mia cautela
Cerca in parole di sfogar l’affanno.
Che gia cantai d’amor con buona uoglia,
Hor canto per cagion di peggior doglia.
Cantai un tempo molte coſe allegre,
Non mi ſatiando di far giochi & feſte,
Hor canto tutte coſe oſcure, & negre,
A me, ſol piu che ad altri, aſſai moleſte.
Perche queste mie membra afflitte, & egre,
Poſſon ſol ragionar di coſe meſte,
Coſi mie allegrezze, & ſuoni, & canti,
Si ſon conuerſi in doloroſi pianti.
Una ſol gratia uo da te lettore,
Che di legierla tutta ti contenti,
Et mentre che tu leggi di buon core
Che tu ci tenga anchor gli orecchi attenti,
Se tu l’udiſſe dal ſuo proprio authore
Con le ſue circunſtantie, & ſuoi accenti,
Ti parrebbe l’un due, anzi, un cento,
Tanto ha potuto in me lo eſperimento
Et non credo trocar fra tutti e dotti,
Chi di me n’habbia piu profeſſione,
Ne che ci poſſa agiugner troppi motti,
Di prouata com’io per paragone,
Baſta che m’ha tanti diſegni rotti
Che à pieta mouerebbono un Nerone,
Ma horamai me ne puo romper pochi,
Perche preſto in me fine harà ſuoi giochi.
Aſcolta pur ſe uuoi diletto hauere
Quel ch’io dico al preſente, & notal bene
Che per me ho ſerbato el diſpiacere,
Di quanto in queſta iſtoria ſi contiene,
Ne troppo attedio ti potro tenere,
Chel tedio col piacer ben non conuuiene
Et con un quarto d’hora io ti uo fare
El peggio ch’io potro col mio cantare.
Et per uenire alla concluſione,
Di dechiararti il mio ragionamento,
Come ho detto, à far breve il mio ſermone
Non biſogna gittar parole al uento,
Ne allegarti authori con ragione,
Che moſtrino ſe à torto io mi lamento,
Per che gliè tanta gente à queſto cerchio,
Che ci ſaran teſtimoni di ſoperchio.
Comincia iI gran lamento dun meſchino,
Chel mal francioſo gli ha tolto à far guerra
Tanta fatta glien ha, chel pouerino
Aſſediato, attratto, reſta in terra,
Et per Fortuna, per ſorte, o deſtino,
Morte nol uuol, anzi nel duol piu il ſerra
Hor ſi che penſa come ſta coſtui,
Et guarda non tauenga come a lui.
Poſcia ch’al mio importuno deſtin piacque
Dhauermi à dare il franceſe martire,
Voti, incanti, oration, medele, & acque.
Tutto è uan, chel ſuo corſo uuol ſeguire,
Da che per me neſſuno aiuto nacque,
Patientia, & ſperanza, han ſempre ardire,
Et tanto ſperaro con patientia,
Che paſſara la gallica influentia.
Hor diſcreto auditore aſcolta alquanto
Come uiue un che non ripoſa mai,
Solo il mio nutrimento è doglia, & pianto,
E miei confortator, ſon pene , & guai,
Et morte al mio ſoccorſo, tarda tanto
Che in lei ſperando, ne uo d’oggi in crai,
Hor penſa ſe te estrema la mia ſorte,
Quando ogni ſpeme mia conſiſte in morte.
Come comincia a uenire la notte
Et io comincio andare ala giustitia,
Perche le doglie uoglion le lor dotte,
Et curan poco de la mia mestitia
Et sento l’ossa fiaccate e rotte.
Et di pianto, & di ſtrida, io fo diuitia:
Et dura queſto gioco infino al giorno
Gridando ſueglio ogni uicin d’intorno.
Et fatto il giorno non reftano anchora,
Non parendo lor tempo ancho ch’io dorma
Perch’io non habbia di ripofo un’hora,
Fin che non è sfamata la lor torma:
Tu puoi penſar ſe la rabbia lauora,
Parendomi pur coſa aſpra, & enorma,
Et coſi fatto giorno di due hore,
N’allenta un po quaſi dicat e more.
Queſto breue ripoſo ſol t’è dato
Accio che tu ’l diſpenſi in longo ſtento,
Ma tanto preſto tel uedi mancato,
Che non trappaſſa uia ſi preſto un uento.
Sempre nuouo dolore è preparato,
Che non ha dilation queſto tormento,
Pero torna ſi ſpeſſo al ſuo lauoro,
Che par che troui in te la uena d’oro.
Surge da queſto mal crudelta tanta
Et tanta, & tanta, che non ſi puo dire,
Non ſol ti tien con la perſona affranta,
Ma non ti laſcia mangiar, ne dormire
Solo il gridare è una manna ſanta
El reſto è tutta uoglia di morire,
Et per diſgratia, o per tuo triſto fato
La morte non ti uol ſe non ſtentato.
Le gran doglie ti tranno del ceruello
E la forza t’accieca à dir del male
Coſi ti fai dal cielo impio ribello
Mentre che dura quel dolor mortale,
Calando il duolo, & tu ritorni à quello,
Che ti puo dare il pan celeſtiale,
Et riuocando i tuoi ſtolti ſermoni,
Preghi il clemente Dio che ti perdoni.
Imagina ſe ſai preci deuote.
Ch’io non habbia à Ieſu piangendo ſteſe
Col cor con gran feruor quanto ſi puote
Di fede, & di ſperanze tutte acceſe,
Sempre d’aiuto, ſon tornate uote.
Hor non so più trouar miglior difeſe,
Se non abbandonar le membra laſſe,
Et hauer patientia ſ’io crepaſſe.
Quand’io ho dette tutte letanie,
Et inuocato il chor[o] celeſtiale,
E intitolate piu ſante Marie,
Che non ha tutto il mondo uniuerſale
Vedendo che non giouan preci pie
Comincio à mutar uerſo alla beſtiale,
Dicendo forſe ſia miglior gouerno
A chiamar giu l’aiuto dell’inferno.
Qui non ti dico il nome di coloro,
Che à nominarli mi facien paura,
Ma per diſcerner ben le forze loro
Faceuo il brauo con fronte ſicura.
Per quello non mancaua il mio martoro
Sol disfogauo l’ira acerba, & dura,
Hor ſiche nota ben che mal è queſto,
Quando ne Dio, ne il diauol, non ci ha ſeſto.
In queſto mal tanta crudelta regna,
Che patientia à lui le ſpalle china,
Forza non è, chel ſuo pondo ſoſtegna,
Perchel procede con troppa ruina.
Queſta ſua guerra di tormenti pregna,
Non ha mezzo, ne fin, ne diſciplina,
Dunque par che ſia ingiuſto chi procura
Ch’ogni coſa debbi eſſer con miſura.
Vuol dir qualcun che pe noſtri peccati
Ce dato queſto mal, queſta influentia,
I mei mi par hauer piu che purgati,
Dunque io poſſo appellare a la ſententia,
Se gabbato non ſon da preti, & frati,
Che eſaminata han ben mia conſcientia
Dicon ch’io ho purgato ogni mio uitio,
Dunque non mi biſogna il gran iuditio.
Se non fuſſe il mio dire un po mordace,
Non n’harebbe piacer chi e diſperato,
Che legendo talhor ſi dara pace
Coſi ſaro cagion di men peccato,
In quel che Dio offendo mi diſpiace,
Et credo che mi hara per iſcuſato
Per che e ſomma giuſtitia, & ſa & uede,
Che da maligno il mio dir non procede.
Io non uorria talhor che mi parlaſſe
El Papa, un Re, ne altro gran ſignore,
Tanto ho le membra mie lacere, & laſſe,
Ch’io non guſtarei ben d’alcun ualore.
Et uo ſtizzoſo, & con le luci baſſe
Mentre che tarda à paſſar quel furore,
Poi mancato quel duol ſi furibondo,
M’inclinarei al piu uil huom del mondo
Se de le medicine io n’ho prouate,
Penſa à tuo modo innumerabil ſomma
Et ſ’io ci ho ben de le ſpeſe gittate
Per ſanar qualche doglia, o piaga, o gomma
Si ch’io l’ho tutte quante hor diſprezzate,
Et non credo lor piu come ſe Tomma
Fin ch’io non metto ne la piaga il dito,
Cioe ch’io ſtia quaranta anni guarito.
Se con mille parlaſſe in un ſol giorno
Tutti ti uorran dar qualche riparo
Ognun ſi fa ſopra conſigli adorno,
Dicendo le tal coſe al tal giouaro,
Se non rieſcie, è tuo il danno e lo ſcorno.
Et fra ſe dice alle tue ſpeſe imparo.
Far tante medicine, è gran pazzia
Che ſottopon tuo corpo à notomia.
Se ueniſſe un da caſa maladetta
Con qualche medicina, o uecchia, o noua
La uoglia del guarir tanto diletta,
Che mille anni ti par farne la proua,
Et tal hor non li ſegni per la fretta.
Per ueder ſe la noce, o ſe la gioua
Poi t’unge o ’l ti fa ſtufe, o ’l ti profuma,
Et ſempre piu le tue carni conſuma.
Quando una piaga ti par gia guarita
Che tu penſi in due giorni auerla ſalda
Qualche gomma iui preſſo è comparita,
Et di nuovo la piaga ſi riſcalda,
Et conuientici far magior ferita,
O influentia peſſima, e ribalda
Che in te non è ne ſalute, ne ſpeme
Che quanto un ha piu mal, di peggio teme.
Galieno, Auicenna, & Ipocrate,
Con gli altri medicaſtri, & ciurmatori
Che han tanti libri, & carte riuoltate,
Et medicar non ſan queſti dolori,
Poi che le lor dottrine ſon buttate,
Lor ſi buttino anchor pei cacatori,
Che fama ſol conſiſte in quelle coſe,
Che al preueder ſon piu dfficultoſe.
Di quante medicine io feci mai
Una n’è buona, & quella uo inſegnarti
Et credo che obligato mi ſarai
Se del comſiglio mio uorrai degnarti.
Attende ben, che queſta importa aſſai,
Et portala con te, ſe tu ti parti,
Perche ſol queſta a molti può ualere,
Guardati el mal francioſo non hauere.
Se d’ungerti ragioni con qualcuno
I piu dicon non far che gliè cattiuo
Sta quanto poi da lungierti digiuno,
Che mala coſa è queſto argento uiuo,
Et non ſan chel mio duol è ſi importuno,
Che ſ’io non m’ungo io ſon di uita priuo
Et coſi mi confortan con gli aglietti,
Dicendo, che unto adoſſo io non mi metti
Vn’altro troui allor che l’ha prouato,
Et dice mai guari fin ch’io non mi onſi,
Ne mai trouai ripoſo in alcun lato,
Fin che con l’unto queſte doglie eſmonſi.
Del primo ecco il conſiglio reuocato,
Che à queſt’altro parer piu il cor dſponſi,
L’un dice ungeti, & l’altro e non mi pare,
Et confuſo riſpondo, io uo caccare.
S’io dico pur qualche parola lorda,
Di cio non prender troppa ammiratione,
Per queſto male ogni uirtu mi ſcorda,
Che trarrebbe del ſeſto Salomone.
Sol nel guarire è la mia uoglia ingorda,
Et in quel fermo ogni concluſione
Che ſe di queſto mal guariſſe preſto,
Aſſai piu nel parlar ſarei modeſto.
Ma lecito mi par prima ch’io mora
Alquanto con parole diſfogarmi,
Sopporto il mal, ſopporta tu anchora,
Chio dica l’ocorentie ne mei carmi.
Sforzami il duol, la lingua non ignora
Simil tu, ſe forzato à perdonarmi,
Hor coſi fuſſer le me doglie ſpente
Come tu mi perdoni hora al preſente.
Guarda ſe queſto male è buon compagno
Et ſe gli eccede ognialtra malattia
Con lui non ſi puo far ſe non guadagno,
Senza uſura, intereſſe, o ſimonia,
Forſe che è come amicitia da bagno
Che dura pochi giorni, & paſſa uia
Anzi ogni graffio, tagliuzzo, o bugnione
Si conuerte in la ſua religione.
E una opinione di quei che l’hanno,
Che chi non l’ha hauuto, l’habbia hauere
Qui tu mi manderai qualche malanno,
Non t’accordando ben col meo parere,
Per queſto non ti ſaluo, & non ti danno,
Guardati pur, che gliè mal da temere;
Et ſe la tua ſalute io ti rammento,
Obligato mi ſe per ognun cento.
Quel prouerbio toſcan che ſuſa tanto
Dir, debito & fanciulle à maritare,
Cacaſangue non piu, mettel da canto,
Che meglio il mal francioſo ui puo ſtare,
Perche di tutti e mali e porta il uanto
Et faſſi ottimo tuo familiare,
Et in tal modo de tuoi ben diſpone,
Che ti puo comandar come patrone.
Quando tu uedi alcuno imbullettato
Di che ſe meſſa gia la corazzina
Et in fauor de franzeſi ſe armato,
E la forza, e la robba, in lui declina,
Et pargli hauer ben ſolido il ſuo ſtato
Et piu non teme di peggior ruina
Pero che gliè aſceſo al grado caro,
Che ſi peruiene à ſalute di raro.
Guarda ſe queſto male ha del diſcreto
Et ſe fonda al ſecuro ogni ſua opra
Preſo che l’hai ſtara con te ſecreto
Quattro, o ſei meſi auanti chel ſi ſcopra.
Poi per trarti di dubbio, queto, queto,
Manda i ſegnal ueriſſimi al diſopra,
Et giunto il tempo del ſuo parturire,
Si uiene in tuo fauor tutto a ſcoprire.
C’è qualcun che ſi penſa d’occultarlo
Col negar ſempre mai di non l’hauere,
Et non s’accorge che non puo negarlo
Perche à diſpetto ſuo ſi fa uedere
Mentre chel niega hauere in corpo il tarlo
Tu hai del ſuo negar doppio piacere,
Perche ſua negativa è tanto aſtuta,
Che mentre che te ’l niega, fuor lo ſputa.
In caſa ſempre u’è trofei, & ſpoglie
E in camera ui par la ſpetiaria
Albarelli, pignatti, ſtraca, enuoglie
Che par che l’hoſpedal ſempre ui sia.
Et ſe non baſta ne serua, ne moglie
A raſſettar tanta ciabatteria
Et ſe non t’ha chi ti gouerna amore
Non comportaria mai tuo stran furore
Spesso ti rodi ſi per te medeſimo
Et la rabbia t’accieca per accidia
Che tu renuntii, & rinnieghi il batteſimo
Portando à ogni morto ogn’hora inuidia.
Poi maladici tutto il chriſtianeſimo,
Et ſtai conſtante nella tua perfidia,
Pero che queſto male ogn’altro ſupera,
Chel tigne, cuoce, ti ſtroppia & uitupera.
Deh conſidera bene i modi tutti
Delle traſformation di queſto male,
Certi uiſi ſguaffati, ſtorti, brutti,
Diſformi totalmente al naturale,
Altri con pelle in ſull’oſſa redutti,
Come tratti di tomba di ſpedale
Doue poi ſi diſcerne i piu ualenti
Senza occhi, ſenza naſo, & ſenza denti.
O dolce ſanita quanto ſei cara?
Incognita à qualunque ti poſſiede,
La pefte di tal male, è manco amara,
Quanto da un che è cieco, à un che uede
O morte tanto piu diuenti auara,
quanto un piu il tuo aiuto aſpetta, o chiede
O Dio, ſe ſenza fine è tua clementia
O morte o ſanita o patientia.
Quante uolte ho penſato d’ammazzarmi
Con crudelta per qualche ſtrano modo
Precipitarmi dalto, attoſſicarmi,
Darmi con un pugnale, acuto, & ſodo
Poi mi parea pur male il diſperarmi,
Et mandarne col corpo lalma infrodo
Coſi cambiauo il mio crudo conſeglio
Con dir forſe ſtaro ſta notte meglio.
Ma queſta ſperanzaccia ſecca, & tarda,
Che mai non uiene, a chi n’ha di biſogno,
Per che le zoppa fallace, & bugiarda,
Vedi ſe in dirne mal mene uergogno
Nel prometterti ben ſi fa gagliarda,
Ma poi la uenuta e ſempre un ſogno
Tanto cimburiaſſa con ſue ſcorte,
Per fin che à ſtente, ci conduce à morte.
E queſto mal di piu uarie ragioni,
Et troua anchora uarie ſanguinira
Pero al medicarlo non t’apponi,
Che un ne ſana uno, & tre ne ſtroppiara
Et ſe ce de’ rimedii che ſian buoni,
Stan tanto occulti, che nissun gli ſa
Che ſe qualcun ſapeſſe ben curarlo,
Farebbe plu che non fe in Francia Carlo.
Qualcun mi dice ſpera che guarrai
Ch’io ho uiſto un di te piu forte attratto
Hauer piu piaghe piu doglie & piu guai
Pure e guarrito, ben libero affatto
Allhora è ch’io non credo guarir mai,
Guarda comparation propria da matto,
Che m’allega un guarito, & nessun morto
Et credo anchor ch’io ne pigli conforto.
Sui tu perch’io ne poſſo ragionare
Perche io lho prouato, & prouo anchora
Et non credo mai piu ſan ritornare,
Tanto m’affligie conſuma, & deuora,
Et ſe ben peggio anchor potrei ſtare
Foco che non è ſpento arde, & lauora
Facci pur il ſuo corſo, per ch’io ueggio,
Ch’io ne uo ogni di di male in peggio.
Hor uede in che ſperanza io mi ritrouo
Ben ch’io uegga qualcun, che ſia guarito
Tanto in queſto dolor creſco, & renouo
Che par ch’io habbia in lui bono appetito
Ne per uiltade, à dir queſto mi mouo
Ch’io ho un cor, che non è mai inuilito,
Ma per ogni guarito cento morti,
N’ho uiſti, & queſti ſono i mei conforti.
Non mi par eſſer di trenta anni uecchio
Perche trent’anni anchor potrei ſtentare
E incio perſeuerando m’apparecchio
Douer mie profezie certificare,
Chi puo, non porge al mio clamor l’orecchio
Douermi o ſanitade o morte dare,
Et reſiſter non poſſo à tanto duolo
Che al mondo ſe trouato un Iobbe ſolo.
Vdito ho dir che queſto antiquo Iobbe
In queſto mal fu molto patiente,
Qualche ſperanza di guarir cognobbe,
Che a me ne reſta il dubbio nella mente.
Se monſtra afflitione à ſpalle gobbe,
Non hebbe doglia alcuna ſi mordente
Benche gli habbia il ſignal di qualche bolla
Chi dice doglie, io credo che ſa uolla
Sofferſe perder Iobbe ogni ſuſtanzia,
Cognoſcendo di Dio l’immortal gloria
Perſe i figlioli, hebbe ſomma conſtantia
Per riportarne come ſe uittoria
Stinguendo del nimico l’arrogantia
Con la uirtu di Dio ſempre in memoria
Et, uiſta el diauol tanta patientia,
Penſo di farli nuoua uiolentia.
Coſi eleſſe queſto mal crudele,
Penſa lettor ſe glie un mal da cani,
Dio per moſtrar che Iobbe era fedele,
Diſſe à ſathan il do nelle tue mani,
Salua l’alma per me ſenza querele,
El reſto afliggie in tutti e modi ſtrani;
Allhor ſathan con tal mal pien di uitio,
Diede à Iobbe amariſſimo ſupplitio.
Donque queſto mal uenne dal demonio,
El non ci han colpe le genti franciose.
Et ſe glie ſopra ogni altro mal idonio,
Fu che in queſto ogni studio il diauol [p]ose.
Eſſer tene poſſo io bon testimonio,
Che ſo per proua tutte queſte coſe,
Si che non ti admirar ſe glie gran male,
Che diſceſe dal diauol infernale.
S’io ho mai ne la fede dubitato
Di queſto ne puoi eſſer piu che certo,
Et ſ’io ſon ſuto da i demon tentato
Piu che mai alcun ſanto nel diſerto.
S’io mi ſon con ſuperbo sdegnio irato
Parendomi hauer troppo el mal ſofferto,
In queſto credo hauer errato tanto
Che non le mendarebbe eterno pianto.
Se poca patientia io ho hauuta
Penſa per te quando tu perdi à gioco,
Et che ti uiene una rabbia minuta
Che tutto el mondo cacciareſti à foco.
Coſi conſtantia, eſſendo in me perduta,
Et fortezza, anchor lei poteua poco
Di ſperanza ogni uena ſecca & morta,
Et ſol diſperatione era mia ſcorta.
S’io ho fatte diete de la bocca
Et d’altre coſe al mio parer nociue,
Stato el mio corpo ineſpugnabil rocca.
Schifando cibi, & uiuande cattiue,
Poi trouo queſta como l’altre ſciocca
Che chi dee morir muor, chi uiuer deue
Salſumi, agrumi, legumi, & cacumi,
Non hanno obſtato ch’io non mi conſumi.
Un giorno di diſordin che tu facci
Non baſta à riguardarſi poi un’anno
Che per tutto ſon teſi de ſuoi lacci,
Di renderti l’uſura con tuo danno,
Tu gridi, tu beſtemmi, & tu minacci,
Vedendo andar tue carni à ſaccomano,
Hor con ferro, hor con fuoco, hor acque forti,
Et coſi pati ogni di mille morti.
O quanti gentilhuomin ſon ſtroppiati,
Che non le ualſo teſor, ne amici,
O quanti ne ſon morti diſperati,
Che ſperauan ſanando eſſer felici!
O quanti ſon quei che ci ſon reſtati,
Che non guarendo diuentan mendici
Et io ſo il primo, à far la uia à tutti,
Che conſumo mia uita in pianti & lutti.
Ecci qualcun che ſta peggio di me,
Et bramando io la morte, penſa tu,
Quel che quel pouer huom uorria per se,
Che non si puo uoltar ne in giu, ne in ſu,
Perche piu anni in letto è ſtato, & è,
Et uiuo non iſpera uſcirne piu
Et ſe quattro parole è ’l ſuo diſcorſo
Con cinque chiama morte per ſoccorſo.
Quando un mi dice porta in patientia
Mi da con un pugnale attoſſicato
Perche tanti anni, tanta uiolentia,
In pace piu che Iobbe ho ſopportato,
Et mai non uiene al di queſta clementia
Ne mai ſi purga queſto mio peccato.
Si che quando un me dice porta in pace,
Quanto una pugnalata mi dispiace.
Quante uolte mi ſon redutto à tale
Che libera ho hauuto ſol la lingua
Et ringratiauo el ciel di manco male,
Potendo farla di lamenti pingua,
O carro di miſeria triumfale
Che non è chil tuo foco ardente estingua
Si che frequentemente ognun ti honori
Concilio, & accademia, de dolori.
Solo una gratia ha queſto atroce male
Che tu non ſe da ognun refiutato,
Come per peſte, o altro accidentale,
Quando tu ſe da tuoi abbandonato,
Queſto poco ſubſidio tanto uale,
Chel ci caua di mente il diſperato,
Che ſe queſto ci fuſſe in disfauore
Tuttti c’impiccheremo per dolore.
Molti ſi marauiglian chel mammina
Diceſſe hauer ognun ſue fantaſie
Pur ſ’appicco da ſe per men ruina,
Et per chiarirti le ſue profetie,
Non trouando à ſuoi guai piu medicina,
Vn tratto uolſe uſcir di chacherie,
Coſi de fine à ſuoi mondani affanni,
Pero giuſto non è che tul condanni.
Guarda ſe gliè mal peſſimo, & ribaldo
Che alcun ripoſo in lui non troua loco,
Se ſtai nel letto el temperato caldo
Ti fa uenire le doglie aſſai non poco,
Eſcine perche al duol non puoi ſtar ſaldo,
Moſtri le membra à uno ardente foco
Quel ti fa paſſar uia un puo il dolore,
Se torni in letto ogni doglia è maggiore.
Quante uolte una ruuida ſchiauina
Ho diſteſa in ſul duro mattonato,
Per fuggir de le doglie la ruina
Sopra una pietra el capo hauer poſato.
Et coſi dalla ſera alla mattina,
Niſſun occhio dal ſonno eſſer ſerrato
Pero mi lamentauo hor piano hor forte
Et uiueuo à diſpetto della morte.
Tal uolta per dormir la notte un poco
Mi inebriai la ſera molto bene,
Et fra’l caldo del uino e quel del foco,
A forza addormentauo le mie pene,
Ma era breue di dormire il gioco
Chel sonno à queſto mal non appartiene,
Pur ogni piccol ſpatio di ripoſo
Mi facea tutto un giorno ſtar gioioſo.
Fra le altre coſe me molto giouato
Lo ſforzarmi di ſtare allegramente,
Trouarmi con compagni in qualche lato
Non penſando à futur manco al preſente male.
Far un ragionamento dolce & grato,
Dal qual malinconia ſtia molto abſente,
Et ſpeſſe uolte col ſuono, & col canto,
Ho riſtagnato à flebili occhi el pianto.
Et coſi dopo un lungo lamentarmi
Qualcun m’ha uiſto taluolta cantare,
Et prouiſar, ſonando elegri carmi,
Credendomi col canto il duol ceſſare,
Ecco in un tratto io ſento ſaettarmi
Che ſpeſſo el duol mi fa uerſo cambiare
Si che s’io canto appreſſo ho tanti mali
Ch’io ne diſgratio tutti li ſpedali.
Ecco la mudtitudin de l’unguenti,
Ecco i dodeci tribu deſignati,
Ecco e gran pianti & lo ſtridor de denti
De li ſpirti afflitti & tribulati,
Ecco gli eterni horridi tormenti
Perche non ſian ne la piſcina entrati,
Ecco che pochi ſe ne puon ſaluare,
Non poſſendo la fimbria toccare.
Sette anni piatito ho coi cimiteri,
Ed à diſpetto mio ho uinto el piato,
Perche miei teſtimon ſon tanto ueri
Che gli han uoluto ſtare à ſindicato
E amici ſenſi pare eſſer ſi fieri,
Che non uogliono intrar ne lo ſcauato
Ma ſpero un di dar giu queſta ſententia,
Sol con l’hauer non molta patientia
Tu ſperi un giorno, una ſemmana, un meſe
Un’anno, due, quattro, ſei, e otto
Speſſo raddoppian le doglie, e le ſpeſe
Et ſempre ue qualche magagna ſotto,
Poco ti ual cambiare aria o paeſe
Che gliè delle tue carni ingordo & giotto
Si che ua doue uoi, chel non ti ſegua
Chel ti da prima morte, & poi la triegua.
Io porto inuidia à tutti e giuſtitiati,
A molti che uiſti ho tagliare à pezzi
Altri da morte ſubbito aſſaltati,
Mi par che habbino hauuto troppi uezzi
A galeotti, a ſchiaui incatenati,
Venduti, & reuenduti per uil prezzi,
Perche mi par che la lor paſſione
Non ſia da far con me comparatione.
Chiamo tal notte mille uolte il diauolo,
E altrettante ſubitunea morte
Baſtemio undeci apoſtoli, & ſan pauolo,
Et ogni gerarchia de l’alta corte,
Tal hor per men d’un fiſtuco, di cauolo
Me amazzarei, ma il braccio non è forte
Et perdo ſi de la ragione il lume
Che potendo ir mi bottarei n’un fiume.
Reprendomi con dir guarda che facci
Del diauol non ti guidino alla rete
Penſa che à Dio diſperation diſpiacci
Che l’anima va poi al fiume Lete]
Chi dell’anime uol noccioli schiacci
d’andar inciel non ho troppa gran sete
Che se queſto dolor mi dura eterno
No credo che sia peggio nell’inferno.
Queſto dolore eſtremo, incomprenſibile,
Sel fuſſe ſempre ad un modo durabile
Di ſopportarlo non ſaria poſſibile
Perche lè paſſione ineſtimabile.
So cheti pare aſſai quel che è uiſibile,
Et à me molto piu che l’ho palpabile,
Et ueggo ogni remedio tanto debile
Che ſempre ogni occhio ſta pel pianto flebile.
O Dio che bella coſa è ſanita,
Per la qual ſprezzi ogun robba, et uirtu
Senza denari e mezza infirmita
Vuol dir qualcun che non intende piu,
Vn ſan camporta ogni calamita,
El teſor un inferno el graua giu
Chiama piu la robba che ſe ſteſſo,
A ſua poſta ſi butti in un ceſſo.
Se tu ſe pouer’huom ſenza niente,
Alloggia tuoi penſieri alla uerdura,
Fa fra te ſteſſo un giardin con la mente
Et di quel che ti piace amplo miſura
Et ſe difficulta non ui conſente
Accomoda, & accreſceui uentura,
Che queſto mondo falſo, cieco & rio,
Hier d’un’altro, hoggi tuo, el doman mio.
Come guadagnera morte una pelle,
Et anchor quella non è ſchietta tutta
Arruoti pur la falce, o [le] maſcelle
Che l’oſſo non è buon la carne è ſtrutta
Unto non ci ſara da far fritelle,
Guarda ſe queſta preda è bella, o brutta,
Se gia la non mi uuol per ſua lanterna
Quando il uento le ſpegne la lucerna.
Se morte haueſſe il mal franceſe un poco
Noi haremo da lei ogni buon patto.
Ma perche non le duol uuol di noi gioco,
Et con noi ſcherza, qual col ſorcio il gatto.
Ma ſe un di me l’acoſto in qualche loco
Io glie l’appicchero forſe di fatto
Et quando poi la prouera il tormento
Non ci fara morir piu tanto à ſtento.
A me ſi conuerria piu preſto piangere,
Et io mi ſfogo con cianciare & ridere,
Perche mi ſento da le doglie frangere
Che mi fan di & notte urlare, & ſtridere
Et non mi gioua dir noli me tangere
Ch’io temo un di non m’habbino à uccidere
Et non conoſco à queſto alcun rimedio
Se non ci pon diſperatione aſſedio.
Dice qualcun, fa pur grande eſſercitio
Che queſto à molti ho ueduto giouare
Ma quando el male inuecchiato è nel uitio
Tu puoi ben a tuo modo eſſercitare,
Che ſpeſſo ti dara maggior ſupplitio,
Ma tu uorreſti ogni coſa prouare,
Sperando che qualcuna te ne gioui
Et da tutti gabbato ti retroui.
Ecci qualcun che ſe molto ingegnato
Di fuggir queſto mal, per non lo hauere,
Viuendo ſottilmente, ſe guardato
Et beuuto non ha col mio bicchiere,
Et pur al fin ce rimaſto incappiato,
Ne gli ſon ualſe le ſottil maniere
Si chel ſi puo ben un pezzo fuggire,
Ma poi pur uiene, à chi debba uenire.
El male in bocca, el rimenar de denti,
El fiato al profumier tolto ha l’odore,
El parlare rauco, accio che tu non ſenti
Quando e ragiona d’importante amore,
Et non conoſci à geſti, o agli acenti
Se fa’l ſoprano, il baſſo, alto, o’l tenore
Et lugola non ha pero ſi uanta
Romperſi ben in gorgia quando el canta.
Se tu domandi alcun com’el ſi ſente
El ſi tocca la teſta, o gamba, o braccio.
Et dice queſto poco ſolamente
M’offende, e il reſto nulla mi da impaccio
Ma non ſa del futuro accidente
Che al guarir non daria ſi largo ſpaccio
Da indi a qualche di ſe tul ritroui,
Ti moſtrera ſei guidareſchi nuoui.
Forſe qualcun mi ſente anchor mi crede
Senza hauerlo com’io tanto prouato
Ma che piu replicar quel che ſi uede.
Di leon in agniel mi ſon cambiato.
A queſto mal ſanita mai non riede,
A chi la torna ſi po dir beato
Ne mai tal mal ſua malignita perde.
Dogni ſtagion qualche tronco ne uerde.
Fra gli amici, compagni, & fra i parenti:
In ogni loco douunque io arriuo.
Altro non u’e da far che i mei lamenti.
Et monſtrar queſto mal quanto e nociuo.
Et per li uarii fuoi tanti accidenti,
Sol di lui penſo, di lui parlo & ſcriuo.
Per modo che non ſolo à chi maſcolta,
Ma rincreſco à me ſteſſo, alcuna uolta.
Quando io ſento un che ſi duol de lamore:
Et la moſtarda al naſo ſu mi ſale,
O dio cambia con lui el mio dolore.
Accio che ſi lamenti d’altro male.
Fagli prouare il gallico langore.
Et à me di Cupido ogni ſuo ſtrale,
Che dolerſi d’amore e coſa ſtolta
Che l’ho prouato ancho io piu duna uolta.
Pero mi ſdegno forte fra me ſteſſo
Quando io ſento un che damor ſi lamenta
Perche libero arbitrio glie conceſſo
De uitar quella coſa chel tormenta.
Quale è che uegga un ſuo gran danno eſpreſſo
Che laſciarſel uenir ce da & conſenta.
Chi l’ha nol puo ſchifar, ch’il uol nol troua
Queſto è lo sdegnio che dentro à me coua.
Vorrei la paſſion de mille amanti
Et mille amanti haueſſen ſol la mia,
Amor ſi placa con denar contanti,
Chi non ne pare in tutto careſtia.
Poi mill’altre luſinghe, & finti pianti.
Spezzan d’amore ogn’indurata uia.
Ma queſto è quel martel che mai non ceſſa
Et ſpeſſo medicandol piu t’oppreſſa.
Chi proua amor, dice che ſempre ha pene
Non mangia, o dorme, ne puo ripoſare.
Prouar, & pur dormiuo molto bene.
Ne ſatiar mi poteuo di mangiare,
Ma queſto mal ti ha l’amor de le ſchiene.
Et chi nol crede, à me poſſa prouare
Beffe mi fo quando un d’amor ſi lagna
Ch’io per me ho l’amor ne le calcagna.
El duol d’amor pur qualche uolta paſſa
Di queſto ne riman perpetuo ſegnio,
Queſto lorgoglio, & la ſuperba abbaſſa
In queſto puo diſperation, & sdegnio
queſt’è quel che ogni membro ti fracaſſa,
Queſto perturba ogni tranquillo ingegnio
Si che ti duol tanto dell’amore,
Non ha prouato il francioſo dolore.
Tirimi amor tutte le ſue quadrella
Conſentirei con lui far queſto patto,
Mai piu guardar niſſuna coſa bella
Et perder la dolcezza di quello atto
ſpandeſſe in me pur ogni ſua facella
Et al fin mi caſtraſſe come un gatto,
Poi mi vietaſſe il ragionare anchora,
Saria men male, che queſto che m’accora.
Sarebbe ſtolta ogni camparatione,
De guai d’amor con le doglie francioſe
Per ch’io n’ho fatto eſpreſſo paragone,
Queſte ſon mille uolte piu noioſe.
Amor da pur qualche conſolatione
Queſto ti da le ſpine, & non le roſe
Si che ſel mal d’amor peggio è che queſto,
Dammi il tuo, tolle il mio & dammi el reſto.
Quanto felici fur noſtri anti nati
Che per ogni poſtribul ſi ſfamorno,
Senza timor gia mai d’eſſer ueſſati.
Da queſto mal pien di danno, & di ſcorno
Et noi col lume in man ci ſian gabbati.
Come ſi uede ogn’hor giorno per giorno
Che qualcun te ne moſtra il ſegnio in fronte
Desser di francia paladino o conte.
Cognoſco alcun chel ſuo fratel carnale
Se partito da lui tutto sdegnato
Qualcun’altro, che è poi manco beſtiale.
El mezo, o poco men, ſe n’ha ſerbato
Alcunaltro che corre al manco male.
Che ſol per turbation l’ha trarformato.
Ma di queſti una parte al mio parere,
Son priui dun dolciſſimo piacere.
Senza ſtudiar nell’altra Aſtrologia
So beniſſimo i termini de la luna.
Pero che ſempre mai la imbaſciaria
Due o tre giorni auanti in me s’aduna.
Et per farmi piu grata compagnia
Due o tre giorni po ſi racumuna,
Et mutation di tempi, o di biſeſto.
Io gli ſo per lo ſenno, & per lo teſto.
Vdito hai donque che sel ciel deſtina
Che un habbia hauer nel mondo ſempre male
Fuggi ſe ſai, per qual uia uoi camina
Schifar non puoi la tua ſorte fatale,
A me queſta è troppo aſpra diſciplina
O ciel piu daltri, che mio partiale.
Ma fia che uol non mi uo diſperare,
Che chi m’ha dato el mal mel puo leuare.
Ma ſe glie uer che ciaſcun tribulato
Fia tanto amico ſu del ſaluatore,
Donque mi ſerba in ciel un degnio lato,
Per riſtorarmi di tanto languore.
Parmi eſſer gia fra martiri accettato.
Se non che glie piu longo el mio dolore.
Ma forſe intrando ne la loro ſchiera.
Portato inanzi a tutti la bandiera.
Altra gratia dal ciel piu non impetro
Ch’io mi ueggo la palma preparata,
Io ſento ſpalancar la porta à Pietro.
Io odo ogni armonia, ſoaue, & grata.
Io ueggo molti far reſtare in dietro
Accio che ſia la mia prima intrata.
Già mi par ogni gratia in ciel fruire,
Se patientia mi uorra ſeguire
Sofferſe Dio per noi gran paſſione
Aſpra, & accerba, & dura, ma fu breue
Far lo pote per che era, & il patrone
Che puo far ogni coſa, o graue, o leue
Pur morir preſi o fu ſua intentione,
Come fa chi ſuperchio mal riceue,
Tal io allui ſempre ho pregato queſto,
Li piaccia al manco farmi morir preſto
Quando Longin gli diede nel coſtato,
Che creſe abbreuiar ſua aſpra morte,
Fu per premio da lui ralluminato
Et poi redutto alla ſuperna corte.
Donque ſel fai gli mal tanto glie grato,
(Mi ſpiace à dir) chio gli daria piu forte.
O Signor mio aduerte à mei dolori,
Ben ch’io non ſia de tuoi crucifiſſori.
E poſſibil ch’io ſia ſi tuo nimico
Che oltra a queſto mal ſi diſpietato.
Signor di robba, & di gratia mendico.
Per fino à queſto di ſempre ſon ſtato
Se del futur di ſpeme mi nutrico
Temo che non ſia peggio chel paſſato,
Coſi perdendo ogni ſuſſidio in terra
Come uoi ch’io reſiſta à tanta guerra!
De l’altre malattie ch’io n’ho hauute,
Da compiacerne i compagni & uicini
Et patientemente ſoſtenute.
Perche ſpeme ui haueua i ſuoi confini;
Cioè ch’in breue o morte, ouer ſalute
Ti tornaua, e partiti eran diuini;
Ma in queſto mal la ſpeme che tu ci hai
E di non poter creder guarir mai.
Forſe qualcun dira queſto Straſcino
Ha ſtraſcinato qua mille uerſacci.
Per proua ſappi ch’io ſon indiuino
Ne uo che eſperientia ti diſpiacci
Et s’io offendo l’amico, o’l uicino,
E menencreſcie, & ſcuſa ſe ne facci
Ma ſe molti prouaſſen la mia doglia,
Mi ſcuſarieno aſſai di miglior uoglia.
Pero lettor ſe qui ce qualch’errore
Non t’ammirar, perch’io ſon ignorante,
Et chi è di ſcientia al tutto fuore,
Equiperar non può Petrarca, o Dante.
A me baſta ſ’io ſfogo il mio dolore,
Del reſto è men di ogni hom ch’io ſto conſtante
Et ſe ce coſa che piaccia, o diſpiaccia
Penſi chel mal Francioſo dir mil faccia.
Oppreſſi da tal mal gia molti auttori
Non han potuto far quel che ho fatto io,
Per che conſtretti da mortal dolori
Han poſtergato Calliope, & Clio,
Et piu preſto accecati ne furori
Hanno offeſo il pietoſo & alto Dio,
Et le lor poeſie poſte da parte,
Che queſta è pegior guerra, che di Marte.
Pieta, Clementia, Caritade, & Pace,
Miſericordia & Morte han fatto lega,
Per conſeruarmi in queſto duol rapace,
Niſſuna al mio pregar ſi uolta o piega,
Donque ogni ſpeme mia ueggo fallace,
Poi che ogni gratia, el ſuo ualor mi niega
El ciel mie orationi, & preghi, & uoti,
Non mi par che gli aſcolti, o che gli noti.
Io ho tanto inuocato el ſommo Dio,
E la ſua cara madre & tutti e Santi,
Et tanto ho frequentato el pregar mio,
Ch’io ſon rincreſciuto à tutti quanti,
Pero che un gran signor quant’è piu pio
Manco ſi uuol rauolgerſeli auanti
Perche lui fa quel che ſi debba fare
Et col troppo pregar tu ’l ſai ſdegnare.
Ma credo ch’io ſaro tanto importuno
Che per gran prontitudin mi ſia detto
Coſtui aſſorderebbe ogni comuno
Perchè domanda ſenza alcun rispetto,
Dio à far gratia non è mai digiuno
Dira un dì ua che sia benedetto
Che ſe la gratia fatta non ti ſia,
Sempre haremo d’intorno queſto Arpia
Queſta ſperanza & queſta patientia,
Queſta fortezza, & queſta humilitade,
Queſta conſtantia & queſta obedientia
Miniſtran ſol per me calamitade.
Queſto tanto aſpettar la lor clementia,
Me ha poſto inſemi breue eſtremitade
Queſte uirtu che in cielo han tanta poſſa
Non mi tran pero il duol delle mie oſſa.
O ſignor mio tu non ſareſti quello
Che potreſti dar tregua o patto, o pace
Et s’io ti ſon pel peccare mio ribello,
Del peccator la morte non ti piace
Et meritando io pur queſto flagello
Abbreuialo chel duol tropo tenace
Che un longo male & longa paſſione
Mal ſi puo ſcuoter da diſperatione
Giuſto ſignor poi chel corpo è gia perſo
Sieti racomandata al manco l’alma.
Veggo la barca mia gir à trauerſo
Ne piu credo ueder bonaccia, o calma
Però che queſto ſpirto è gia ſummerſo.
Et ſol tu poi ſgrauar mia mortal ſalma
Et ben chel duol hor ſia duro à ſoffrire.
In bocca col tuo nome uo morire.
Dolce ſignor, s’io diſſi mai parola
Che offendeſſe tua ſanta maeſtade,
Io ne riprendo la lingua, & la gola
Et chieggo a te perdon per tua pietade
Et poi domando ancho una gratia ſola,
Laqual non mi negar per tua bontade
Da tuoi nemici che ſempre ho da torno,
Mi ſalua & fa che reſtin con iſcorno.
Ogni notte le turbe dell’inferno,
Mi uengano in el letto à uiſitare
Et conoſcendo in me fragil gouerno
Non ſi ſon mai reſtate di tentare,
Sempre l’ho rimandate con iſcherno,
Et per queſto non reſtan di tornare,
O ſignor qui biſogna il tuo aiuto,
Se tu non uoi che lalma uada a Pluto.
Signor poi ch’io ho detto el mio biſogno,
Per hora non ti uo piu affannare,
Et ſe chiedendo aſſai non mi uergogno
Perdonami la forza mel fa fare,
Et ſe cercando ſanitade io ſogno,
Sia fatto pur di me quel ch’à te pare.
Hor uo finire la ſtoria al tuo honore,
Per manco tedio d’ogni ſuo lettore.
Per proua & non per hauer iſtudiato
Hor tutti queſti colpi all’alphabeto,
Et ſe pur di qualcun mi ſon ſcordato
Corregami chi uuol ch’io ſtaro queto
Baſta ch’io non ti ſon di fe mancato,
Cio è di non ti far longo decreto,
Che non ſi narrerebbe in mille carte,
Di queſto mal la milleſima parte.
O quanti colpi ci ſaranno agiunti
Perche ad ogni hom par il ſuo mal piu crudo
Parmi hauerne prouati tanti punti,
Che à penſarui in un tratto io tremo et ſudo
Et s’io non ho i dolor d’ognun traſunti
Laſſo ſpatio alla hiſtoria, et non concludo
Queſto ſia detto per la parte mia,
Dal mal franceſe ci ſcampi Maria.
Hor perche queſta hiſtoria era imperfetta,
Ci ho fatta da qui inanzi una poſtilla
Ne per queſto l’affermo per corretta,
Che ſempre ci è d’error qualche ſcintilla
Ma pur aggiunta ci ho gualche coſetta
Secondo i fior, che queſto mal diſtilla
Che n’ha di uarie ſorte in abondantia,
Da trarne ſugo di mortal ſuſtantia.
Se brutto ti pareſſe il mio ſuggetto,
Penſa ben quel che à me pareua il male
Io preſi l’uno & l’altro al mio diſpetto,
Quantunque fuſſe coſa uniuerſale,
Ne mi par poco eſſerne uſcito netto,
Che al ciel uolato parmi eſſer ſenza ale,
Si che ſ’io ne cantai d’ogni ben priuo
Cantarne hor ſan mi è molto meno a ſchiuo.
I ſuggetti di guerre, ouer d’amore,
Son preſi tutti, o poco ce da dire
Ne quali eſſer ſi puo gran frappatore,
Ma in queſto (ſe ben uuoi) non poi mentire,
Adunque ſarei io perfetto autore,
Se un tema amaro ſapeſſi addolcire,
Ma in queſto ſtil le ſtanze & rime dulci
Fur ſol conceſſe Luigi de pulci.
Tutti quei che han paura della morte,
Non leghin mai queſta mia operetta,
Ma a chi le ten ſempre aperte le porte,
Per iſcudo una al petto ſe ne metta,
Con la qual potra ſtar ſecuro & forte,
Che non lo offenderebbe la ſaetta,
Et fidiſi di me, per ch’io ſon ſtato,
Otto anni morto, & poi reſuſcitato.
Nota chel fior della giouentu,
Da gli anni uinticinque, a i trentatre,
Mi duro queſto male, & poi non piu
Perche ſfamato hormai ſi era di me,
Poi nel partir tanto diſcreto fu
Che un piccol ſegno mi laſſo di fe,
Et reſtai con la prima ſanita,
Che chi mi uede appena il credera.
Molti ſi uantan d’eſſer ben guariti
Di bolle, piaghe, di gomme, et di doglie,
Parte il fan per non eſſere ſcherniti,
Parte che pur uorrieno anchor tor moglie.
Poi ſon di guidare, chi piu forniti,
Che non è primauera d’herbe & foglie
Tal ſa la nimpha, el galante, & lo ſpoſo,
C’ha ſempre dentro al core un tarlo aſcoſo.
Chi mi diceſſe ſe guarito tu?
Riſponderei, à me mi par che ſi,
Chi mi diceſſe tornaraiti piu?
Non ſaprei gia che riſpondermi qui,
Queſto mal ſempre ua da giu à ſu,
Et non ſi reſta mai la notte o ’l di,
Poco di lui mi fido, perche gliè,
Un mal che, raro, o mai oſſerua fe.
Un maeſtro Simon da Ronciglioni
Fu meco aduenturato piu che dotto,
Con ſuoi argenti uiui & untioni,
Mi guari che languito haueua anni otto
Molti ſon di contrarie oppinioni
Che l’unger mandi gli huomini al di ſotto,
Ma io colſi l’alchimia, queſto tratto,
Di ſette uolte che unger mi era fatto.
Io gli ſaro in eterno obligato;
Tanto mi trouo ſan, gagliardo et ſchietto,
Et ſommene in tal modo aſſecurato,
Che mi torni piu mal non ho ſospetto,
Se pur tornaſſe ſara il mal tornato,
Ma facci altro camin ch’io nol aſpetto
Perche s’io uo negar d’hauerlo hauuto,
Sto tanto ben, che mi ſara creduto.
Gia deſiai di ſtar guarito un’anno
Un meſe, una ſemmana,un giorno, un’ora
Immaginando perpetuo il mio danno,
Fu falſo imaginar ch’io nol dico hora
Otto anni ſtetti in quello eſtremo affanno
Et ſon altri otto ch’io guarii ancora
S’io moriſſe doman me ne dorrebbe,
Ma pur manco difficil mi ſaprebbe.
Perche non mi ſi ſcordin certe coſe,
De le piu neceſſarie à queſta impreſa,
Io mi trouai gia con le man raſpoſe,
Portando ſempre i guanti per difeſa,
S’io toccaua la mano all’amoroſe,
Diceua ſaluo il guanto alla difteſa,
Che non ueniſſe ſtauo in gran paura,
Qualche Zingana à dirmi la uentura.
Se per caſo, mi fuſſe biſognato,
Cauarmi i guanti, in preſentia di quelle
Mi ſarei per uergogna diſperato,
A moſtrar le mie man ſcoglioſe, & belle
Et ſai che ero in quel tempo inamorato,
Pero buttaua li ſcogli, & la pelle,
Ma di queſto un segreto ti uo dire
Buon ſegno e quel per chi deue guarire.
Similmente hebbi mal ſotto ogni piede
Di piu dolore; ma men uituperoſo
Perche ſe tu non uoi, neſſun tel uede
Fra la gente uai dritto di naſcoſo,
Ma come l’huomo poi à caſa riede,
Va piu ſtorto et piu zoppo, che un gottoſo
Et diſputa ſu ogni hor fra genti dotte,
Qual mai ſia peggio o ’l franzeſe, o le gotte
Ben ch’io non habbia delle gott’inditio,
Fo ſopra queſto una concluſione,
Ma non ſi intenda per fermo giuditio,
Ch’io diro ſol la mia oppenione,
El mal franzeſe è di piu benefitio,
Perche compiace à tutte le persone;
Femine, maſchi grandi, & piccolini,
Religioſi, ricchi, & contadini.
Rare uolte uedrete le podagre,
A un che non ha il modo à gouernarſi,
Ma il francioſo alle moſche piu magre
Si fonda in modo che non puo ſpiccarsi,
Con quelle ſue piagaccie acerbe & agre,
Che inducon ſolo l’huomo à diſperarſi,
Le gotte ſon con piu dilicatura,
Ma il mal franceſe è pien d’ogna bruttura.
Del refto io credo che ſieno aderenti,
Piglia pur qual tu uoi, tutto è gran male,
Le gotte danno ſpatio à i lor tormenti,
Tal uolta un meſe, o due queſto aſſai uale
Ma queſti ſon continui aſſiſtenti,
Dunque lor paſſione è più mortale,
Ma come io diſſi queſta la rimetto,
In chi n’ha piu di me giudicio retto.
Qualcun fa di guardarſi poca ſtima
Dicendo fra ſe ſe ſteſſo ſel mi uiene,
El non è ſi maligno come prima,
Ma perdonimi lui, che nol fa bene,
Ch’io ti uoglio anchor questo dire in rima
Accio che tu proueda alle tue pene,
Chi fa diete, e purgarſi à baſtanza,
El mal non ha poi in lui tanta poſſanza.
Et queſto è che non par cotanto atroce
Ma gliè di quella ſtirpe, & di quel ſeme
Et per propietade aſſai piu nuoce,
A un che l’ha, quanto piu ’l prezza, o teme.
Allhor ſi fa ſopra colui feroce,
Quando malinconia lo affligge & preme
Da chi non l’ha, uuol eſſere ſtimato
Ma da chi l’ha, non cura eſſer prezzato.
Pero ueggo qualcun che aſſai s’ingegna,
D’hauerlo preſto, per uscir di noia,
Et piu fuogliato e che una donna pregna
Di paſſare il paeſe di Savoia
Poi come l’ha non teme più che uegna,
Et naſcoſto il tien car piu che una gioia
Et che ſia il uer, ſempre niega d’hauerlo,
Perche non gli ſia tolto, ha car di tenerlo.
Qualcun non ſa come ſe l’habbia preſo
Et pur, ne e ben coperto tutto quanto,
A coſtui certo gliè dal ciel diſceſo,
Per ſomma gratia di spirito ſanto
Et tienſi ſatisfatto, & non offeſo,
E indegno eſſer gli par d’hauerne tanto
Et prega Dio e la ſuprema corte,
Che gliel laſſi fruire infino à morte.
Son certi che hanno aſdegno, che à lor fia
Recordata la morte coſi ſpeſſo,
Queſta mi pare una eſtrema pazzia,
Cercar fuggir quel che ſempre hai preſſo.
Mentre che mi duro tal malattia,
Harei uoluto ognihor di morte un meſſo
Et ſentiuomi el cor tutto allegrare,
Sentir di morte ſpeſſo ragionare.
Non creſcie, & non iſcema, un’hor la uita,
A recordarla rar, ſpeſſo, o non mai
Credo ch’ella ſi ſia da me fuggita,
Perche otto anni di lei mi beffeggiai,
Certo da me ſi tien forte ſchernita,
Fuggendo, dice non mi giugnerai
Laſſa pur che ti paſſi queſta furia,
Che un di ſon per ualermi dogni ingiuria.
Se mentre che mi fu il mal repentino;
Haueſſi letto el regno de la morte,
Compoſto per quel buon Pietro Aretino
Mi ſaria parſo hauere ottima ſorte,
Non ſol già ſtato harei ſuo ſtil diuino,
Ma mi ſaria il dolor parſo men forte,
Perche l’afflitto non ha coſa accetta,
Piu che parlar, di quel che gli diletta.
Ho uiſto alcun da queſto mal ueſſato
De la diuinita, far un macello.
Cominciandoſi al padre immaculato
Al figliol, al ſpirito ſanto poi con quello
Contra di Maria uirgin ſi infiammato
Che arricciar mi faceua ogni capello,
Tal ch’io fuggiuo i ſuoi ragionamenti
Contra del ciel troppo aſpri, & delinquenti.
Otto anni fui da queſto mal afflitto
Che in Roma è quaſi noto à ogni gente,
Sappi lettor per ben ch’io habbia ſcritto,
Ch’io baſtemiaſſi tanto atrocemente.
Che per gran ueriſimil te l’ho ditto.
Ma non è uer: mai baſtemiai niente;
Gli altri peccati Dio non mi perdoni.
S’io baſtemiai, o chiamai mai demoni
Hor ſe tu metti queſto mio libretto.
Intur una famoſa libraria,
Di paleſe, o naſcoſto ſara letto,
Piu che la Biblia, o libro che ui ſia.
Di ſtil, ſo che glie plusque imperfetto.
Pero ne ſo diuitia, & corteſia,
A molti afflitti, che me n’han preghato.
Et per ſol queſto à ſtampa l’ho mandato.
Io lo fei gia ſtampar un’altro tratto.
Hor ci ho aggiunto piu ſtanze che trenta
Et non ho pur à mezi ſatiſfatto.
Che di nouo anchor ce chi si lamenta
Laſſo una faccia in bianco, non la imbratto
Per che ogn’un poſſa dir come ſi ſenta.
Parline che n’ha hor piena notitia,
Ch’io per me non ho piu ſua amicitia.
Qualcun m’ha detto come tu la ſtampi.
Io non tene darei piu un quatrino.
Se in una coſa minima tu in ciampi.
Ogn’un la piglia pel peggior camino
S’a dalcun par chel mio foco l’uampi.
Ha manco forza poi che un lumicino.
Non hauendo io cagion d’offender nemo,
Però di reprenſion non curo, o temo.
Voglian dir molti che le coſe impreſſe
Perdan in tutto la reputatione.
Perder la potrei io, quando io l’haueſſe.
Dunque io ſon for di tal confuſione.
Vo che qualcun ſi ſtratulli con eſſe
Pigliando la mia buona intentione.
Prima uo d’ignorantia eſſer damnato,
Che eſſer de uerfi mei, auaro, o ingrato
Anzi un di uo, per fatisfare à molti,
Stampar di me ſciocchezze, una gran parte
Ogn’un brami d’hauer mei uerfi ftolti
Tal che un di n’empiro ducento carte,
Per che mei motti al contrario riuolti,
A interpretargli, biſogna poca arte.
Pur io mi sgrauaro d’un grande affanno:
Di darne copia tutto quanto l’anno.
Hor perche queſto male e tanto ſtrano
Io ui eſorto à ſchifarlo, infino à morte
Chi lauoraſſe ’l podere à ſua mano
Saria in tal caſo el peccato men forte
Per che chil piglia non tornando ſano,
Baſtemmia tanto Dio & la ſua corte,
Che glie magior peccato, et con piu ingiuria
Che non è ogni punto di luſſuria.
Non me ne fido ben ch’io ſia ciarmato,
Che un’altra uolta el potrei ripigliare
S’io mi fuſſi (come hor) prima guardato
Non l’harei preſo, ma laſſato andare,
Baſta che eſſer non uoglio ſcredentiato,
Che s’io cercaſſe il potria ritrouare.
Poi del uecchio, o del nuouo non ſaprei.
S’el fuſſe, & coſi forſe errar potrei.
Da Carlo in qua chiamato è mal francioſo;
Io trouo che glie molto piu antiquo.
Quando Chriſto guari Simon lebbroſo
Era di queſto mal peſſimo iniquo.
Non trouando mai hora di ripoſo.
Moſtro il corpo à Gieſu coſi obliquo,
Si che à ſanar queſto male aſpro & rio,
Ci biſognio la parola di Dio.
Chi ſapeſſe guarir del mal franceſe,
Sarebbe magior Re, chel Re de francia
Perche ſaria ſignor di piu paeſe,
Senza operar in guerra, ſpada, e lancia,
Ma remedii ſon dubii, el mal paleſe.
Ventura habbia al guarir chel reſto è ciancia.
Queſto mal una coſa ha ſol perfetta:
Che non ti fa morir mai troppo in fretta.
Se il legno d’India ne guarriſſe affatto,
Non curarei d’hauere un’altra uolta
Il mal franceſe, ma con queſto patto:
Di poter laſſar ir la beſtia ſciolta.
Forſe qualcun mi giudichera matto.
Ma à me non parebbe coſa ſtolta.
Cauarſi de le uoglie alla ſecura.
Senza hauer (com’io ho) ſempre paura.
Ce tal che un buono ſcotto pagarebbe,
Sol per ſaper la genealogia
Del primo origin, che queſto mal hebbe
Et io tel diro hor per corteſia.
Nacque multiplico, ſi ſparſe & crebbe.
Di certa alchimia, di negromantia,
Pero inuiſibil ua diſconoſciuto.
Hor donde, & come il uenne l’hai ſaputo.
Grato lettor chi diſſe mal francioſo,
Diſſe un mal grande et queſto habbil per certo,
Che mai hara l’Italia alcun riposo
Mentre che quello inferno reſta aperto.
Hor fuſſe il parer mio falſo e dubioſo,
Come io ſaro ſenza dottrina, e ſperto
A predir quel che qualcun mai non crede
Lor fin che apertamente il danno uede.
Dico che nel principio queſto male
Franzese intitulato fu per ſegno
Di troncare alla bella Italia l’ale.
Et far tutto un del noſtro, et pel lor regno.
Ei come à queſto ogni remedio e frale.
Simil à queſto mal non gioua ingegno
Che ſpeſſo credi & parti eſſer ſanato,
Poi piu che mai ti retroui ſtroppiato.
In Francia el chiaman male Italiano,
Perche queſta calunnia par lor grande,
O uero el chiaman mal Napolitano
Per reuocarlo all’Italice bande
Et recordanſi ben del garigliano,
Doue guſtaro l’acerbe uiuande.
Dunque fin che l’Italia ha qualche male
Da ſpennechiar taluolta à Galli l’ale.
Non uenghin piu, che ce tante cantine,
Tante foſſe da gran che non ſon piene,
Tante ciſterne, chiauicche, & ruine,
Et altri lochi dallogiarli bene,
Che ui ſtaria piu galli & piu galline
Che non ſon nati, & pur dir mel conuiene
Che ſe ci fanno qualche coſa ſtrana,
Ne pagan ſempre il frodo & la dogana.
A giara d’Adda, à Rauenna, à Milano,
In molti lochi han fatto al uince perde
Pur non di manco, e non par loro ſtrano,
Per che la ſpeme lor ſempre è piu uerde
Et cercan ſol morir con l’arme in mano,
Che ogni altra fama al mondo ſi diſperde.
Pria le guerre in Italia eran da ciancia,
Se non ueniua l’inſtruttion di Francia.
Ci hanno inſegnato à guerreggiar di uerno,
Di notte, ai freddi, ai uenti, all’acque, al ſole,
Et andarien fin giu dentro in inferno
Ad una obedientia di parole,
Et con aſtuto, & prudente gouerno,
Voglian ueder chi obſta, o chi non uuole,
Che tenghin Monarchia di qua da monti:
Adunque il mal franceſe e per piu conti.
Hor ſe par ad alcun chel mio clamore
In qualche parte maculi e Francioſi,
Riſpondo che gliè tutto in lor fauore,
Perche ſempre gli fo uittorioſi.
Io gli tro d’ogni impreſa con honore,
Poi non ſon (come noi) tanto ſdegnoſi,
Al pitore & poeta, ſi concede,
Dir quel che uuole, et tu quel che uoi crede.
Dir non ſi puo ne la bugia, ne il uero,
Che quel che piace alluno, allaltro ſpiace
Perche ce chi uuol bianco & chi uuol nero
Coſi ſempre ti troui contumace,
Niſſuno è mai tanto integro, & ſincero,
Che ſia del mundan uiuer ben capace,
Si che ſe troui qui d’error diuitia,
Sappi che ſono error ſenza malitia.
Per che conto io che ſon minimo uerme,
Parlar uoglio in diſpregio di niſſuno
Ma glie ben uer che le mie membra inferme
Fanno anco il ſenſo d’ogni ben digiuno
Se di dir male io poteſſi aſtenerme,
Harei trouato il remedio opportuno,
Ma dico mal di chi mi uiene à bocca,
Et ſpeſſe uolte al maggiorengo tocca.
Hor laſciamo ir queſte ciancie da parte.
In queſta nuoua, & glorioſa impreſa
Vedrai il Re Franceſco: un nuouo Marte.
Come buon difenſor di ſanta chieſa,
Moſſo da ſpontan zel per diuina arte,
Glie queſta aſpiration dal ciel diſceſa.
Adunque e ſurga Dio, è ſuoi amici
Et diſſipentur eius inimici
Hor ecco che immortal gloria s’accende,
Per Leon ſanto, decimo paſtore
Che sopra ogn’altra fama, al cielo aſcende
Tanto fa queſta impreſa con feruore.
Et Dio che ſuoi fedel ſempre difende,
Difenda noi, da l’infidel furore.
Accio chel nome ſuo glorificato
Per tutto el mondo ſia ſempre eſaltato.
Quei uerſi hor ſi uedran fumo di paglia
Gite ſuperbi & miſeri chriſtiani,
Conſumando l’un l’altro, & non ui caglia
Chel ſepulcro di Chriſto e in man de cani
Pur che la tregua, et pace, tenga et uaglia
Ch’ognun ne douria al ciel alzar le mani;
Vedren de principiati alti diſegni
Riportarne i triomphi a i noſtri regni.
Io non uoglio eſſer piu proliſſo hormai,
Che quel ch’io ti poteuo dar t’ho dato,
El rimediare à tuoi futuri guai
Se queſta hai letta, ben te l’ho inſegnato,
Se à te non par che n’habbia detto aſſai,
Di el reſto tu nello ſpatio laſciato.
Se un’accidente ce ch’io non ho detto,
Senza eſſer Papa mel riſerbo in petto.
Ogni iſtoria, ogni libro che ſi ſtampa
Ha per decreto priuilegio, o gratia
Queſto non gia, perche s’ alcun ce inciampa
Di conſumarlo ognihor mai non ſi ſatia,
Et col ſuo gran feruor l’hom tanto auampa
Tormenta, affligge, affanna, rode et ſtratia
Per che ſe in prime in noi tal male egregio
Con gran diſgratia, & ſenza priuilegio.
Eccoti qui Straſcin bello, & guarito,
De la ſemenza del gallico male
In uera ſanita reſtituito,
Che gia parue la Morte naturale.
O clemente ſignor che hai eſaudito
La prece uil, dun peccator mortale,
De concedemi anchor ch’io non ſia ingrato
Di tanto beneficio, à me donato.
Poffa chel ciel da Fortuna à torto
Qui ma condutto in tanta ſcuritade
Che meglio aſſai ſaria fuſſe morto,
Priuo d’honore, priuo de libertade
Da Dio e da tutto el mondo abandonato
Stentando miſeria la mia etade
Piangendo uo qual ſpirito dannato
In queſto infernal centro che piu uolte
Bagnato ho el uiſo e con ſoſpiri fugato
Laffo tal che per lachrime molte
Humido è fatto è freddo per ſoſpiri
Ch’io ſpando ogn’hora e non è chi m’aſcolta.
E ſe la uien che tal’hora m’adiri
E ciaſcun dolor è sì caldo e cocente
Che me fanno bruſar i mei martiri
Tal’hora poi acceſo d’un deſio ardente
De uſcir in liberta ſento ſtratiarme
El cuor in terra cade, in mannente
Qui uengan d’intorno à conſolarme
Rati ragni bigati ſcorpioni
Con tanta puzza che ſento disfarmi
Cimeſi puleſi pedochi e moſchoni
Anchora me fanno un cerchio d’intorno
Ch’io ſon proprio un Daniel tra leoni
Quiui non dimora notte o giorno
Quiui ſi ueda mai luna ne ſole
Quiui miſeria tien ſuo ben adorno
Quiui è chi ſe lamenta è chi fe duole
E per men male ogn’hom bramata morte
Tirando el ciel à terra con parole
O miſerabel uita ò dura ſorte
De noi incarcerati e de uita ſpenti
Per morte no, ma per forte porte
Ben miſeri ben laſſi ben dolenti
Se ti morendo ſenza morte ogn’hora
E ſenza uita uiuendo in tormenti
Non una pena è quella che n’accora
Ma mille e mille in queſta tomba oſcura
Che hor n’agiaza hor ne bruſa e diuora
Tal che da compaſſion in fin le mura
Ne lachrimar intorno à noftri cridi
E ſpiomban li ſaſſi da la calza dura
Ne mai ſe ſentian laſſi in tanti ſtridi
Chiaman Iddio ma el diauol da l’inferno
E ſolo in lui par che ciaſcun, ſe confidi
Anzi, tutti ſian poſti in ſuo gouerno
Quiui el ſegio ſuo doue a lamenti
Gemiti con ſuſpiri è pianto eterno
O che debbo dir del ſtratio è portamento
Che fano de noi meſchini i guardiani
Che non ſolo à dirlo ma a penſar me ſpauento
Queſti ladri rapazi impii e inhumani
Ch’ogni zorno ſi porta l’acqua el pane
E dentro el getta come fuſſe cani.
Queſti ſon gente imperiti e ſtrani,
Schiaui greci fachini e albaneſi
Più crudi che ſono tigri inhumani
Come è coſtume de li lor paeſi
Nei quali tutti ſian cani, onde glie forza
La ſtirpa aſſomegliar doue ſon leſi.
Queſti ognhora roban & eſmorza
El uiuer de noi poueri preſcmeri
E con menazze anchor à tacer ne ſorza
Queſti hanno le onge à guisa de ſparuieri
E umano de rapina, oue che uano
De ſcala, e de rampin non fa meſtieri
E ſe aduien come à ciaſcun humano
Ch’alcun ſ’inferma laſſo in queſti lochi
Appreſſo idio po aſſai ſ’el mor chriſtiano
Perche ſti ladri ſempre tengon li occhi
Intenti alla ſua morte per ſpogliarlo
Ne uedan l’hora che la morte,
Ne alcun de loro che poſſando trarlo
De mal de morte pur ſpudando in terra
Spudar uoleſſe ſol per aiutarlo,
Ma piu preſto el uorria puor ſotterra
Onde piu uolte, anzi chel mora in fine
De la ſua pouerta fanno gran guerra.
Queſto è ’l dolor, queſte ſon le ruine
Che habiamo da coſtor, in tanti affanni
Tal che coniuen ch’ogniun ſi decline
Per queſti perfidi e rapaci tiranni.
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