Niccolò Campani

<1478-1523>

Lamento di Strascino

Edizione di riferimento:

Lamento di quel tribulato di Strascino Campana Senese sopra il male incognito il quale tratta della patientia & impatientia, ed. Francesco da Leno, Venezia non prima del 1559 (data presunta dagli anni di attività del tipografo.

LAMENTO

DI QUEL TRIBULATO  DI

Strascino Campana Senese

sopra il male incognito,

il quale tratta della patientia & impatientia.

[riproduzione della stampa di riferimento]

STRASCINO A GLI LETTORI

 E la stagione che le gia spogliate piante da la tepida terra uigore & ueſtimenti pigliano, allora che più le ſue ricchezze apre alle mortali luci eſſendo io lieto d’un felice giorno, al loco che per alquanto spatio l’humane menti quietar ſuole, mi ritornaua. Et quiui, dal ſonno preſo, ſubito in un mio turbato ſogno incorſi. Pareuami che quelle prime & ſi grauoſe doglie, & uia maggiori, del franzeſe mio martire tutte mi fuſſeno ritornate, & mirandomi da me ſteſſo tutto, non retrouaua in me loco che queſto male non haueſſe con grande ſecurtade preſo, & di che piu maggiormente mi marauigliaua, era che molti amici paſſando quiui non mi riconoſceuano per Iſtraſcino; onde che piu uolte non meno di marauiglie, che di ſognio pieno, con me ſteſſo dirli. Deh ſarebbe mai che queſto male fuſſe ritornato in ſugo? non altrimenti in queſto tempo habbia fatto che ſoglia fare, ogni rinuerdita pianta? Deh ſarei mai quello Straſcino che poco auanti era ſi libero da queſte piaghe? hor ſaria forſe queſto qualche ſognio? di certo e non mi par pero ſogniare, perche chiaramente le mie macchiate membra ueggo, & le rinouate doglie ſento. Et coſi d’uno in altro ragionar paſſando, altro alleuiamento che le eſclamabil mie compoſitioni contra di eſſo male trouar non mi pareua. Di modo coſi fognando alcuna ſtanza piu fiate riuoltata, talmente mi fiſſe in la memoria, che dapoi ricordandomene, di scriuerle mi diſpoſi. Et ſi come auuenir ſuole che l’un uerſo l’altro tira, à tal cagione ho fatte piu ſtanze oltra a certe che gia ne feci quando effettualmente da detto male percoſſo & agitato, mi trouaua. Ma in quella notte tanta doglia alle ſogniate doglie aggiunſi che in un punto, & del graue ſonno, &  del ſognio moleſtiſſimo mi diſciolſi, & col ſognio inſieme ſpariro quelle mie ritornate doglie. Benche per molto ſpatio ſteſſi. (Si ne pigliai timore) che anchora ueriſſimo mi pareua. Hora di queſte mie roze fatiche ne faccio corteſe dono à tutti li ſoldati, baroni, & paladini del gran Re di Francia. Perche diſio che la mia ſalute hora gioui con tali piaceuolezze à quelli che la ſperano, & ſe non faranno minore il male, non ſara almeno che leggendole in qualche parte non inſegnano patientia; & ſi etiam eſſempio alli altri andar piu cauti & retinenti nelli amoroſi aſſalti.   Valete.

Onnipotente Dio, ſomma bontade

Che ſenza te nulla ſi moue al mondo

Ricorro al fonte de la tua pietade,

Come cieco, inſenſato, & ſitibondo

Non mi negar la tua benignitade,

Accio ch’io non reſtaſſi poi nel fondo.

Et fa ch’io poſſa far mia mente ſana

Di sfogar il mio duol con la tua gratia.

II.

Aſcolti ogniun l’acerba mia querela,

Eſſempio al uulgo, & tutto mio ſia ’l danno,

Mortal dolore in me piu non ſi cela.

Piu non recepro il mal, piu non m’inganno

Queſta ardua, & fallace mia cautela

Cerca in parole di sfogar l’affanno.

Che gia cantai d’amor con buona uoglia,

Hor canto per cagion di peggior doglia.

III.

Cantai un tempo molte coſe allegre,

Non mi ſatiando di far giochi & feſte,

Hor canto tutte coſe oſcure, & negre,

A me, ſol piu che ad altri, aſſai moleſte.

Perche queste mie membra afflitte, & egre,

Poſſon ſol ragionar di coſe meſte,

Coſi mie allegrezze, & ſuoni, & canti,

Si ſon conuerſi in doloroſi pianti.

IV.

Una ſol gratia uo da te lettore,

Che di legierla tutta ti contenti,

Et mentre che tu leggi di buon core

Che tu ci tenga anchor gli orecchi attenti,

Se tu l’udiſſe dal ſuo proprio authore

Con le ſue circunſtantie, & ſuoi accenti,

Ti parrebbe l’un due, anzi, un cento,

Tanto ha potuto in me lo eſperimento

V.
Dottrina di Straſcino ſopra el male franceſe.

Et non credo trocar fra tutti e dotti,

Chi di me n’habbia piu profeſſione,

Ne che ci poſſa agiugner troppi motti,

Di prouata com’io per paragone,

Baſta che m’ha tanti diſegni rotti

Che à pieta mouerebbono un Nerone,

Ma horamai me ne puo romper pochi,

Perche preſto in me fine harà ſuoi giochi.

VI.

Aſcolta pur ſe uuoi diletto hauere

Quel ch’io dico al preſente, & notal bene

Che per me ho ſerbato el diſpiacere,

Di quanto in queſta iſtoria ſi contiene,

Ne troppo attedio ti potro tenere,

Chel tedio col piacer ben non conuuiene

Et con un quarto d’hora io ti uo fare

El peggio ch’io potro col mio cantare.

VII.

Et per uenire alla concluſione,

Di dechiararti il mio ragionamento,

Come ho detto, à far breve il mio ſermone

Non biſogna gittar parole al uento,

Ne allegarti authori con ragione,

Che moſtrino ſe à torto io mi lamento,

Per che gliè tanta gente à queſto cerchio,

Che ci ſaran teſtimoni di ſoperchio.

VIII.
Narratione

Comincia iI gran lamento dun meſchino,

Chel mal francioſo gli ha tolto à far guerra

Tanta fatta glien ha, chel pouerino

Aſſediato, attratto, reſta in terra,

Et per Fortuna, per ſorte, o deſtino,

Morte nol uuol, anzi nel duol piu il ſerra

Hor ſi che penſa come ſta coſtui,

Et guarda non tauenga come a lui.

IX

Poſcia ch’al mio importuno deſtin piacque

Dhauermi à dare il franceſe martire,

Voti, incanti, oration, medele, & acque.

Tutto è uan, chel ſuo corſo uuol ſeguire,

Da che per me neſſuno aiuto nacque,

Patientia, & ſperanza, han ſempre ardire,

Et tanto ſperaro con patientia,

Che paſſara la gallica influentia.

X.
Ripoſe el conforti di queſto male. Speme di queſto male

Hor diſcreto auditore aſcolta alquanto

Come uiue un che non ripoſa mai,

Solo il mio nutrimento è doglia, & pianto,

E miei confortator, ſon pene , & guai,

Et morte al mio ſoccorſo, tarda tanto

Che in lei ſperando, ne uo d’oggi in crai,

Hor penſa ſe te estrema la mia ſorte,

Quando ogni ſpeme mia conſiſte in morte.

XI.

Come comincia a uenire la notte

Et io comincio andare ala giustitia,

Perche le doglie uoglion le lor dotte,

Et curan poco de la mia mestitia

Et sento l’ossa fiaccate e rotte.

Et di pianto, & di ſtrida, io fo diuitia:

Et dura queſto gioco infino al giorno

Gridando ſueglio ogni uicin d’intorno.

XII.

Et fatto il giorno non reftano anchora,

Non parendo lor tempo ancho ch’io dorma

Perch’io non habbia di ripofo un’hora,

Fin che non è sfamata la lor torma:

Tu puoi penſar ſe la rabbia lauora,

Parendomi pur coſa aſpra, & enorma,

Et coſi fatto giorno di due hore,

N’allenta un po quaſi dicat e more.

XIII.
Breue ripoſo

Queſto breue ripoſo ſol t’è dato

Accio che tu ’l diſpenſi in longo ſtento,

Ma tanto preſto tel uedi mancato,

Che non trappaſſa uia ſi preſto un uento.

Sempre nuouo dolore è preparato,

Che non ha dilation queſto tormento,

Pero torna ſi ſpeſſo al ſuo lauoro,

Che par che troui in te la uena d’oro.

XIV.
Crudelta del male

Surge da queſto mal crudelta tanta

Et tanta, & tanta, che non ſi puo dire,

Non ſol ti tien con la perſona affranta,

Ma non ti laſcia mangiar, ne dormire

Solo il gridare è una manna ſanta

El reſto è tutta uoglia di morire,

Et per diſgratia, o per tuo triſto fato

La morte non ti uol ſe non ſtentato.

XV.
Effetti

Le gran doglie ti tranno del ceruello

E la forza t’accieca à dir del male

Coſi ti fai dal cielo impio ribello

Mentre che dura quel dolor mortale,

Calando il duolo, & tu ritorni à quello,

Che ti puo dare il pan celeſtiale,

Et riuocando i tuoi ſtolti ſermoni,

Preghi il clemente Dio che ti perdoni.

XVI.
Preci & orationi indarno fatte

Imagina ſe ſai preci deuote.

Ch’io non habbia à Ieſu piangendo ſteſe

Col cor con gran feruor quanto ſi puote

Di fede, & di ſperanze tutte acceſe,

Sempre d’aiuto, ſon tornate uote.

Hor non so più trouar miglior difeſe,

Se non abbandonar le membra laſſe,

Et hauer patientia ſ’io crepaſſe.

XVII.

Quand’io ho dette tutte letanie,

Et inuocato il chor[o] celeſtiale,

E intitolate piu ſante Marie,

Che non ha tutto il mondo uniuerſale

Vedendo che non giouan preci pie

Comincio à mutar uerſo alla beſtiale,

Dicendo forſe ſia miglior gouerno

A chiamar giu l’aiuto dell’inferno.

XVIII.
Inuocatione di demoni.

Qui non ti dico il nome di coloro,

Che à nominarli mi facien paura,

Ma per diſcerner ben le forze loro

Faceuo il brauo con fronte ſicura.

Per quello non mancaua il mio martoro

Sol disfogauo l’ira acerba, & dura,

Hor ſiche nota ben che mal è queſto,

Quando ne Dio, ne il diauol, non ci ha ſeſto.

XIX.

In queſto mal tanta crudelta regna,

Che patientia à lui le ſpalle china,

Forza non è, chel ſuo pondo ſoſtegna,

Perchel procede con troppa ruina.

Queſta ſua guerra di tormenti pregna,

Non ha mezzo, ne fin, ne diſciplina,

Dunque par che ſia ingiuſto chi procura

Ch’ogni coſa debbi eſſer con miſura.

XX.
Oppinione del autore

Vuol dir qualcun che pe noſtri peccati

Ce dato queſto mal, queſta influentia,

I mei mi par hauer piu che purgati,

Dunque io poſſo appellare a la ſententia,

Se gabbato non ſon da preti, & frati,

Che eſaminata han ben mia conſcientia

Dicon ch’io ho purgato ogni mio uitio,

Dunque non mi biſogna il gran iuditio.

XXI.
Mentre un legge non beſtiemmara

Se non fuſſe il mio dire un po mordace,

Non n’harebbe piacer chi e diſperato,

Che legendo talhor ſi dara pace

Coſi ſaro cagion di men peccato,

In quel che Dio offendo mi diſpiace,

Et credo che mi hara per iſcuſato

Per che e ſomma giuſtitia, & ſa & uede,

Che da maligno il mio dir non procede.

XXII.
Faſtidio & accidia del male.

Io non uorria talhor che mi parlaſſe

El Papa, un Re, ne altro gran ſignore,

Tanto ho le membra mie lacere, & laſſe,

Ch’io non guſtarei ben d’alcun ualore.

Et uo ſtizzoſo, & con le luci baſſe

Mentre che tarda à paſſar quel furore,

Poi mancato quel duol ſi furibondo,

M’inclinarei al piu uil huom del mondo

XXIII.
Medicine & ſpeſe.

Se de le medicine io n’ho prouate,

Penſa à tuo modo innumerabil ſomma

Et ſ’io ci ho ben de le ſpeſe gittate

Per ſanar qualche doglia, o piaga, o gomma

Si ch’io l’ho tutte quante hor diſprezzate,

Et non credo lor piu come ſe Tomma

Fin ch’io non metto ne la piaga il dito,

Cioe ch’io ſtia quaranta anni guarito.

XXIV.
Conſiglieri.

Se con mille parlaſſe in un ſol giorno

Tutti ti uorran dar qualche riparo

Ognun ſi fa ſopra conſigli adorno,

Dicendo le tal coſe al tal giouaro,

Se non rieſcie, è tuo il danno e lo ſcorno.

Et fra ſe dice alle tue ſpeſe imparo.

Far tante medicine, è gran pazzia

Che ſottopon tuo corpo à notomia.

XXV.
Crudelta

Se ueniſſe un da caſa maladetta

Con qualche medicina, o uecchia, o noua

La uoglia del guarir tanto diletta,

Che mille anni ti par farne la proua,

Et tal hor non li ſegni per la fretta.

Per ueder ſe la noce, o ſe la gioua

Poi t’unge o ’l ti fa ſtufe, o ’l ti profuma,

Et ſempre piu le tue carni conſuma.

XXVI.
Futuri accidenti.

Quando una piaga ti par gia guarita

Che tu penſi in due giorni auerla ſalda

Qualche gomma iui preſſo è comparita,

Et di nuovo la piaga ſi riſcalda,

Et conuientici far magior ferita,

O influentia peſſima, e ribalda

Che in te non è ne ſalute, ne ſpeme

Che quanto un ha piu mal, di peggio teme.

XXVII.
Contra li medici.

Galieno, Auicenna, & Ipocrate,

Con gli altri medicaſtri, & ciurmatori

Che han tanti libri, & carte riuoltate,

Et medicar non ſan queſti dolori,

Poi che le lor dottrine ſon buttate,

Lor ſi buttino anchor pei cacatori,

Che fama ſol conſiſte in quelle coſe,

Che al preueder ſon piu dfficultoſe.

XXVIII.
Ottima medicina.

Di quante medicine io feci mai

Una n’è buona, & quella uo inſegnarti

Et credo che obligato mi ſarai

Se del comſiglio mio uorrai degnarti.

Attende ben, che queſta importa aſſai,

Et portala con te, ſe tu ti parti,

Perche ſol queſta a molti può ualere,

Guardati el mal francioſo non hauere.

XXIX.

Se d’ungerti ragioni con qualcuno

I piu dicon non far che gliè cattiuo

Sta quanto poi da lungierti digiuno,

Che mala coſa è queſto argento uiuo,

Et non ſan chel mio duol è ſi importuno,

Che ſ’io non m’ungo io ſon di uita priuo

Et coſi mi confortan con gli aglietti,

Dicendo, che unto adoſſo io non mi metti

XXX.

Vn’altro troui allor che l’ha prouato,

Et dice mai guari fin ch’io non mi onſi,

Ne mai trouai ripoſo in alcun lato,

Fin che con l’unto queſte doglie eſmonſi.

Del primo ecco il conſiglio reuocato,

Che à queſt’altro parer piu il cor dſponſi,

L’un dice ungeti, & l’altro e non mi pare,

Et confuſo riſpondo, io uo caccare.

XXXI.
E men latione.

S’io dico pur qualche parola lorda,

Di cio non prender troppa ammiratione,

Per queſto male ogni uirtu mi ſcorda,

Che trarrebbe del ſeſto Salomone.

Sol nel guarire è la mia uoglia ingorda,

Et in quel fermo ogni concluſione

Che ſe di queſto mal guariſſe preſto,

Aſſai piu nel parlar ſarei modeſto.

XXXII.

Ma lecito mi par prima ch’io mora

Alquanto con parole diſfogarmi,

Sopporto il mal, ſopporta tu anchora,

Chio dica l’ocorentie ne mei carmi.

Sforzami il duol, la lingua non ignora

Simil tu, ſe forzato à perdonarmi,

Hor coſi fuſſer le me doglie ſpente

Come tu mi perdoni hora al preſente.

XXXIII.
Perſeueranza. Conuerſione.

Guarda ſe queſto male è buon compagno

Et ſe gli eccede ognialtra malattia

Con lui non ſi puo far ſe non guadagno,

Senza uſura, intereſſe, o ſimonia,

Forſe che è come amicitia da bagno

Che dura pochi giorni, & paſſa uia

Anzi ogni graffio, tagliuzzo, o bugnione

Si conuerte in la ſua religione.

XXXIV.
Opinione de alcuni - Amonitione de l’autore.

E una opinione di quei che l’hanno,

Che chi non l’ha hauuto, l’habbia hauere

Qui tu mi manderai qualche malanno,

Non t’accordando ben col meo parere,

Per queſto non ti ſaluo, & non ti danno,

Guardati pur, che gliè mal da temere;

Et ſe la tua ſalute io ti rammento,

Obligato mi ſe per ognun cento.

XXXV.
Prouerbio toſcano.

Quel prouerbio toſcan che ſuſa tanto

Dir, debito & fanciulle à maritare,

Cacaſangue non piu, mettel da canto,

Che meglio il mal francioſo ui puo ſtare,

Perche di tutti e mali e porta il uanto

Et faſſi ottimo tuo familiare,

Et in tal modo de tuoi ben diſpone,

Che ti puo comandar come patrone.

XXXVI.

Quando tu uedi alcuno imbullettato

Di che ſe meſſa gia la corazzina

Et in fauor de franzeſi ſe armato,

E la forza, e la robba, in lui declina,

Et pargli hauer ben ſolido il ſuo ſtato

Et piu non teme di peggior ruina

Pero che gliè aſceſo al grado caro,

Che ſi peruiene à ſalute di raro.

XXXVII.
Diſcretione del male.

Guarda ſe queſto male ha del diſcreto

Et ſe fonda al ſecuro ogni ſua opra

Preſo che l’hai ſtara con te ſecreto

Quattro, o ſei meſi auanti chel ſi ſcopra.

Poi per trarti di dubbio, queto, queto,

Manda i ſegnal ueriſſimi al diſopra,

Et giunto il tempo del ſuo parturire,

Si uiene in tuo fauor tutto a ſcoprire.

XXXVIII.
Publicatione del male.

C’è qualcun che ſi penſa d’occultarlo

Col negar ſempre mai di non l’hauere,

Et non s’accorge che non puo negarlo

Perche à diſpetto ſuo ſi fa uedere

Mentre chel niega hauere in corpo il tarlo

Tu hai del ſuo negar doppio piacere,

Perche ſua negativa è tanto aſtuta,

Che mentre che te ’l niega, fuor lo ſputa.

XXXIX.
Trophei del male.

In caſa ſempre u’è trofei, & ſpoglie

E in camera ui par la ſpetiaria

Albarelli, pignatti, ſtraca, enuoglie

Che par che l’hoſpedal ſempre ui sia.

Et ſe non baſta ne serua, ne moglie

A raſſettar tanta ciabatteria

Et ſe non t’ha chi ti gouerna amore

Non comportaria mai tuo stran furore

XL.
Diſpietato e uituperoſo male.

Spesso ti rodi ſi per te medeſimo

Et la rabbia t’accieca per accidia

Che tu renuntii, & rinnieghi il batteſimo

Portando à ogni morto ogn’hora inuidia.

Poi maladici tutto il chriſtianeſimo,

Et ſtai conſtante nella tua perfidia,

Pero che queſto male ogn’altro ſupera,

Chel tigne, cuoce, ti ſtroppia & uitupera.

XLI.
Difformita de gli amalati.

Deh conſidera bene i modi tutti

Delle traſformation di queſto male,

Certi uiſi ſguaffati, ſtorti, brutti,

Diſformi totalmente al naturale,

Altri con pelle in ſull’oſſa redutti,

Come tratti di tomba di ſpedale

Doue poi ſi diſcerne i piu ualenti

Senza occhi, ſenza naſo, &  ſenza denti.

XLII.
La peſte eſſer minor male. Reſolutione.

O dolce ſanita quanto ſei cara?

Incognita à qualunque ti poſſiede,

La pefte di tal male, è manco amara,

Quanto da un che è cieco, à un che uede

O morte tanto piu diuenti auara,

quanto un piu il tuo aiuto aſpetta, o chiede

O Dio, ſe ſenza fine è tua clementia

O morte o ſanita o patientia.

XLIII.
Penſieri crudeli.

Quante uolte ho penſato d’ammazzarmi

Con crudelta per qualche ſtrano modo

Precipitarmi dalto, attoſſicarmi,

Darmi con un pugnale, acuto, & ſodo

Poi mi parea pur male il diſperarmi,

Et mandarne col corpo lalma infrodo

Coſi cambiauo il mio crudo conſeglio

Con dir forſe ſtaro ſta notte meglio.

XLIV.
Speranza uana.

Ma queſta ſperanzaccia ſecca, & tarda,

Che mai non uiene, a chi n’ha di biſogno,

Per che le zoppa fallace, & bugiarda,

Vedi ſe in dirne mal mene uergogno

Nel prometterti ben ſi fa gagliarda,

Ma poi la uenuta e ſempre un ſogno

Tanto cimburiaſſa con ſue ſcorte,

Per fin che à ſtente, ci conduce à morte.

XLV.
Varie ſorti di queſto male.

E queſto mal di piu uarie ragioni,

Et troua anchora uarie ſanguinira

Pero al medicarlo non t’apponi,

Che un ne ſana uno, & tre ne ſtroppiara

Et ſe ce de’ rimedii che ſian buoni,

Stan tanto occulti, che nissun gli ſa

Che ſe qualcun ſapeſſe ben curarlo,

Farebbe plu che non fe in Francia Carlo.

XLVI.
Consolationi.

Qualcun mi dice ſpera che guarrai

Ch’io ho uiſto un di te piu forte attratto

Hauer piu piaghe piu doglie & piu guai

Pure e guarrito, ben libero affatto

Allhora è ch’io non credo guarir mai,

Guarda comparation propria da matto,

Che m’allega un guarito, & nessun morto

Et credo anchor ch’io ne pigli conforto.

XLVII.
Perdute ſperanze di guarire.

Sui tu perch’io ne poſſo ragionare

Perche io lho prouato, & prouo anchora

Et non credo mai piu ſan ritornare,

Tanto m’affligie conſuma, & deuora,

Et ſe ben peggio anchor potrei ſtare

Foco che non è ſpento arde, & lauora

Facci pur il ſuo corſo, per ch’io ueggio,

Ch’io ne uo ogni di di male in peggio.

XLVIII.

Hor uede in che ſperanza io mi ritrouo

Ben ch’io uegga qualcun, che ſia guarito

Tanto in queſto dolor creſco, & renouo

Che par ch’io habbia in lui bono appetito

Ne per uiltade, à dir queſto mi mouo

Ch’io ho un cor, che non è mai inuilito,

Ma per ogni guarito cento morti,

N’ho uiſti, & queſti ſono i mei conforti.

XLIX.
Opinion del auttore.

Non mi par eſſer di trenta anni uecchio

Perche trent’anni anchor potrei ſtentare

E incio perſeuerando m’apparecchio

Douer mie profezie certificare,

Chi puo, non porge al mio clamor l’orecchio

Douermi o ſanitade o morte dare,

Et reſiſter non poſſo à tanto duolo

Che al mondo ſe trouato un Iobbe ſolo.

L.
Patientia di Iobbe.

Vdito ho dir che queſto antiquo Iobbe

In queſto mal fu molto patiente,

Qualche ſperanza di guarir cognobbe,

Che a me ne reſta il dubbio nella mente.

Se monſtra afflitione à ſpalle gobbe,

Non hebbe doglia alcuna ſi mordente

Benche gli habbia il ſignal di qualche bolla

Chi dice doglie, io credo che ſa uolla

LI.

Sofferſe perder Iobbe ogni ſuſtanzia,

Cognoſcendo di Dio l’immortal gloria

Perſe i figlioli, hebbe ſomma conſtantia

Per riportarne come ſe uittoria

Stinguendo del nimico l’arrogantia

Con la uirtu di Dio ſempre in memoria

Et, uiſta el diauol tanta patientia,

Penſo di farli nuoua uiolentia.

LII.

Coſi eleſſe queſto mal crudele,

Penſa lettor ſe glie un mal da cani,

Dio per moſtrar che Iobbe era fedele,

Diſſe à ſathan il do nelle tue mani,

Salua l’alma per me ſenza querele,

El reſto afliggie in tutti e modi ſtrani;

Allhor ſathan con tal mal pien di uitio,

Diede à Iobbe amariſſimo ſupplitio.

LIII.
Origin del male

Donque queſto mal uenne dal demonio,

El non ci han colpe le genti franciose.

Et ſe glie ſopra ogni altro mal idonio,

Fu che in queſto ogni studio il diauol [p]ose.

Eſſer tene poſſo io bon testimonio,

Che ſo per proua tutte queſte coſe,

Si che non ti admirar ſe glie gran male,

Che diſceſe dal diauol infernale.

LIV.
Dubitatio di fede. Tentatione.

S’io ho mai ne la fede dubitato

Di queſto ne puoi eſſer piu che certo,

Et ſ’io ſon ſuto da i demon tentato

Piu che mai alcun ſanto nel diſerto.

S’io mi ſon con ſuperbo sdegnio irato

Parendomi hauer troppo el mal ſofferto,

In queſto credo hauer errato tanto

Che non le mendarebbe eterno pianto.

LV.
Similitudine

Se poca patientia io ho hauuta

Penſa per te quando tu perdi à gioco,

Et che ti uiene una rabbia minuta

Che tutto el mondo cacciareſti à foco.

Coſi conſtantia, eſſendo in me perduta,

Et fortezza, anchor lei poteua poco

Di ſperanza ogni uena ſecca & morta,

Et ſol diſperatione era mia ſcorta.

LVI.
Di far diete. Nota.

S’io ho fatte diete de la bocca

Et d’altre coſe al mio parer nociue,

Stato el mio corpo ineſpugnabil rocca.

Schifando cibi, & uiuande cattiue,

Poi trouo queſta como l’altre ſciocca

Che chi dee morir muor, chi uiuer deue

Salſumi, agrumi, legumi, & cacumi,

Non hanno obſtato ch’io non mi conſumi.

LVII.
Nocomenti di disordini.

Un giorno di diſordin che tu facci

Non baſta à riguardarſi poi un’anno

Che per tutto ſon teſi de ſuoi lacci,

Di renderti l’uſura con tuo danno,

Tu gridi, tu beſtemmi, & tu minacci,

Vedendo andar tue carni à ſaccomano,

Hor con ferro, hor con fuoco, hor acque forti,

Et coſi pati ogni di mille morti.

LVIII.
Violentia del male

O quanti gentilhuomin ſon ſtroppiati,

Che non le ualſo teſor, ne amici,

O quanti ne ſon morti diſperati,

Che ſperauan ſanando eſſer felici!

O quanti ſon quei che ci ſon reſtati,

Che non guarendo diuentan mendici

Et io ſo il primo, à far la uia à tutti,

Che conſumo mia uita in pianti & lutti.

LIX.
Desiderii de morte

Ecci qualcun che ſta peggio di me,

Et bramando io la morte, penſa tu,

Quel che quel pouer huom uorria per se,

Che non si puo uoltar ne in giu, ne in ſu,

Perche piu anni in letto è ſtato, & è,

Et uiuo non iſpera uſcirne piu

Et ſe quattro parole è ’l ſuo diſcorſo

Con cinque chiama morte per ſoccorſo.

LX.
Sdegno contro gli eſſertatori.

Quando un mi dice porta in patientia

Mi da con un pugnale attoſſicato

Perche tanti anni, tanta uiolentia,

In pace piu che Iobbe ho ſopportato,

Et mai non uiene al di queſta clementia

Ne mai ſi purga queſto mio peccato.

Si che quando un me dice porta in pace,

Quanto una pugnalata  mi dispiace.

LXI.
Eſtremita di uita.

Quante uolte mi ſon redutto à tale

Che libera ho hauuto ſol la lingua

Et ringratiauo el ciel di manco male,

Potendo farla di lamenti pingua,

O carro di miſeria triumfale

Che non è chil tuo foco ardente estingua

Si che frequentemente ognun ti honori

Concilio, & accademia, de dolori.

LXII.
Gratia del male.

Solo una gratia ha queſto atroce male

Che tu non ſe da ognun refiutato,

Come per peſte, o altro accidentale,

Quando tu ſe da tuoi abbandonato,

Queſto poco ſubſidio tanto uale,

Chel ci caua di mente il diſperato,

Che ſe queſto ci fuſſe in disfauore

Tuttti c’impiccheremo per dolore.

LXIII.
Conſueto prouerbio d’un Seneſe.

Molti ſi marauiglian chel mammina

Diceſſe  hauer ognun ſue fantaſie

Pur ſ’appicco da ſe per men ruina,

Et per chiarirti le ſue profetie,

Non trouando à ſuoi guai piu medicina,

Vn tratto uolſe uſcir di chacherie,

Coſi de fine à ſuoi mondani affanni,

Pero giuſto non è che tul condanni.

LXIV.

Guarda ſe gliè mal peſſimo, & ribaldo

Che alcun ripoſo in lui non troua loco,

Se ſtai nel letto el temperato caldo

Ti fa uenire le doglie aſſai non poco,

Eſcine perche al duol non puoi ſtar ſaldo,

Moſtri le membra à uno ardente foco

Quel ti fa paſſar uia un puo il dolore,

Se torni in letto ogni doglia è maggiore.

LXV.
Inquiete del male

Quante uolte una ruuida ſchiauina

Ho diſteſa in ſul duro mattonato,

Per fuggir de le doglie la ruina

Sopra una pietra el capo hauer poſato.

Et coſi dalla ſera alla mattina,

Niſſun occhio dal ſonno eſſer ſerrato

Pero mi lamentauo hor piano hor forte

Et uiueuo à diſpetto della morte.

LXVI.
Eſperimento.

Tal uolta per dormir la notte un poco

Mi inebriai la ſera molto bene,

Et fra’l caldo del uino e quel del foco,

A forza addormentauo le mie pene,

Ma era breue di dormire il gioco

Chel  sonno à queſto mal non appartiene,

Pur ogni piccol ſpatio di ripoſo

Mi facea tutto un giorno ſtar gioioſo.

LXVII.
Utile allegrezza al male.

Fra  le altre coſe me molto giouato

Lo ſforzarmi di ſtare allegramente,

Trouarmi con compagni in qualche lato

Non penſando à futur manco al preſente male.

Far un ragionamento dolce & grato,

Dal qual malinconia ſtia molto abſente,

Et ſpeſſe uolte col ſuono, & col canto,

Ho riſtagnato à flebili occhi el pianto.

LXVIII.
Perſuaderſi de ingannare il male

Et coſi dopo un lungo lamentarmi

Qualcun m’ha uiſto taluolta cantare,

Et prouiſar, ſonando elegri carmi,

Credendomi col canto il duol ceſſare,

Ecco in un tratto io ſento ſaettarmi

Che ſpeſſo el duol mi fa uerſo cambiare

Si che s’io canto appreſſo ho tanti mali

Ch’io ne diſgratio tutti li ſpedali.

LXIX.
Multitudine de amalati.

Ecco la mudtitudin de l’unguenti,

Ecco i dodeci tribu deſignati,

Ecco e gran pianti & lo ſtridor de denti

De li ſpirti afflitti & tribulati,

Ecco gli eterni horridi tormenti

Perche non ſian ne la piſcina entrati,

Ecco che pochi ſe ne puon ſaluare,

Non poſſendo la fimbria toccare.

LXX.
Lite contra del male.

Sette anni piatito ho coi cimiteri,

Ed à diſpetto mio ho uinto el piato,

Perche miei teſtimon ſon tanto ueri

Che gli han uoluto ſtare à ſindicato

E amici ſenſi pare eſſer ſi fieri,

Che non uogliono intrar ne lo ſcauato

Ma ſpero un di dar giu queſta ſententia,

Sol con l’hauer non molta patientia

LXXI.
Continuatione del male.

Tu ſperi un giorno, una ſemmana, un meſe

Un’anno, due, quattro, ſei, e otto

Speſſo raddoppian le doglie, e le ſpeſe

Et ſempre ue qualche magagna ſotto,

Poco ti ual cambiare aria o paeſe

Che gliè delle tue carni ingordo & giotto

Si che ua doue uoi, chel non ti ſegua

Chel ti da prima morte, & poi la triegua.

LXXII.
Inuidie à morti & uiui tormentati.

Io porto inuidia à tutti e giuſtitiati,

A molti che uiſti ho tagliare à pezzi

Altri da morte ſubbito  aſſaltati,

Mi par che habbino hauuto troppi uezzi

A galeotti, a ſchiaui incatenati,

Venduti, & reuenduti per uil prezzi,

Perche mi par che la lor paſſione

Non ſia da far con me comparatione.

LXXIII.
Diſperatione.

Chiamo tal notte mille uolte il diauolo,

E altrettante ſubitunea morte

Baſtemio undeci apoſtoli, & ſan pauolo,

Et ogni gerarchia de l’alta corte,

Tal hor per men d’un fiſtuco, di cauolo

Me amazzarei, ma il braccio non è forte

Et perdo ſi de la ragione il lume

Che potendo ir mi bottarei n’un fiume.

LXXIV.
Reuolutione.

Reprendomi con dir guarda che  facci

Del diauol non ti guidino alla rete

Penſa che à Dio diſperation diſpiacci

Che l’anima va poi al fiume Lete]

Chi dell’anime uol noccioli schiacci

d’andar inciel non ho troppa gran sete

Che se queſto dolor mi dura eterno

No credo che sia peggio nell’inferno.

LXXV.

Queſto dolore eſtremo, incomprenſibile,

Sel fuſſe ſempre ad un modo durabile

Di ſopportarlo non ſaria poſſibile

Perche lè paſſione ineſtimabile.

So cheti pare aſſai quel che è uiſibile,

Et à me molto piu che l’ho palpabile,

Et ueggo ogni remedio tanto debile

Che ſempre ogni occhio ſta pel pianto flebile.

LXXVI.

O Dio che bella coſa è ſanita,

Per la qual ſprezzi ogun robba, et uirtu

Senza denari e mezza infirmita

Vuol dir qualcun che non intende piu,

Vn ſan camporta ogni calamita,

El teſor un inferno el graua giu

Chiama piu la robba che ſe ſteſſo,

A ſua poſta ſi butti in un ceſſo.

LXXVII.
Viuace et ferma ſperanza.

Se tu ſe pouer’huom ſenza niente,

Alloggia tuoi penſieri alla uerdura,

Fa fra te ſteſſo un giardin con la mente

Et di quel che ti piace amplo miſura

Et ſe difficulta non ui conſente

Accomoda, &  accreſceui uentura,

Che queſto mondo falſo, cieco & rio,

Hier d’un’altro, hoggi tuo, el doman mio.

LXXVIII.
Faceta ſtanza

Come guadagnera morte una pelle,

Et anchor quella non è ſchietta tutta

Arruoti pur la falce, o [le] maſcelle

Che l’oſſo non è buon la carne è ſtrutta

Unto non ci ſara da far fritelle,

Guarda ſe queſta preda è bella, o brutta,

Se gia la non mi uuol per ſua lanterna

Quando il uento le ſpegne la lucerna.

LXXIX.
Burlar di morte.

Se morte haueſſe il mal franceſe un poco

Noi haremo da lei ogni buon patto.

Ma perche non le duol uuol di noi gioco,

Et con noi ſcherza, qual col ſorcio il gatto.

Ma ſe un di me l’acoſto in qualche loco

Io glie l’appicchero forſe di fatto

Et quando poi la prouera il tormento

Non ci fara morir piu tanto à ſtento.

LXXX.

A me ſi conuerria piu preſto piangere,

Et io mi ſfogo con cianciare & ridere,

Perche mi ſento da le doglie frangere

Che mi fan di & notte urlare, & ſtridere

Et non mi gioua dir noli me tangere

Ch’io temo un di non m’habbino à uccidere

Et non conoſco à queſto alcun rimedio

Se non ci pon diſperatione aſſedio.

LXXXI.
Dubbio giouamento dell’eſſercizio.

Dice qualcun, fa pur grande eſſercitio

Che queſto à molti ho ueduto giouare

Ma quando el male inuecchiato è nel uitio

Tu puoi ben a tuo modo eſſercitare,

Che ſpeſſo ti dara maggior ſupplitio,

Ma tu uorreſti ogni coſa prouare,

Sperando che qualcuna te ne gioui

Et da tutti gabbato ti retroui.

LXXXII.
Contratar li induſtrioſi.

Ecci qualcun che ſe molto ingegnato

Di fuggir queſto mal, per non lo hauere,

Viuendo ſottilmente, ſe guardato

Et beuuto non ha col mio bicchiere,

Et pur al fin ce rimaſto incappiato,

Ne gli ſon ualſe le ſottil maniere

Si chel ſi puo ben un pezzo fuggire,

Ma poi pur uiene, à chi debba uenire.

LXXXIII.
Vari difetti.

El male in bocca, el rimenar de denti,

El fiato al profumier tolto ha l’odore,

El parlare rauco, accio che tu non ſenti

Quando e ragiona d’importante amore,

Et non conoſci à geſti, o agli acenti

Se fa’l ſoprano, il baſſo, alto, o’l tenore

Et lugola non ha pero ſi uanta

Romperſi ben in gorgia quando el canta.

LXXXIV.

Se tu domandi alcun com’el ſi ſente

El ſi tocca la teſta, o gamba, o braccio.

Et dice queſto poco ſolamente

M’offende, e il reſto nulla mi da impaccio

Ma non ſa del futuro accidente

Che al guarir non daria ſi largo ſpaccio

Da indi a qualche di ſe tul ritroui,

Ti moſtrera ſei guidareſchi nuoui.

LXXXV.
Dubio di guarire.

Forſe qualcun mi ſente anchor mi crede

Senza hauerlo com’io tanto prouato

Ma che piu replicar quel che ſi uede.

Di leon in agniel mi ſon cambiato.

A queſto mal ſanita mai non riede,

A chi la torna ſi po dir beato

Ne mai tal mal ſua malignita perde.

Dogni ſtagion qualche tronco ne uerde.

LXXXVI.
Inſatiabilita di dolori.

Fra gli amici, compagni, & fra i parenti:

In ogni loco douunque io arriuo.

Altro non u’e da far che i mei lamenti.

Et monſtrar queſto mal quanto e nociuo.

Et per li uarii fuoi tanti accidenti,

Sol di lui penſo, di lui parlo & ſcriuo.

Per modo che non ſolo à chi maſcolta,

Ma rincreſco à me ſteſſo, alcuna uolta.

LXXXVII.
Odio contra gli innamorati.

Quando io ſento un che ſi duol de lamore:

Et la moſtarda al naſo ſu mi ſale,

O dio cambia con lui el mio dolore.

Accio che ſi lamenti d’altro male.

Fagli prouare il gallico langore.

Et à me di Cupido ogni ſuo ſtrale,

Che dolerſi d’amore e coſa ſtolta

Che l’ho prouato ancho io piu duna uolta.

LXXXVIII.
Il medeſimo.

Pero mi ſdegno forte fra me ſteſſo

Quando io ſento un che damor ſi lamenta

Perche libero arbitrio glie conceſſo

De uitar quella coſa chel tormenta.

Quale è che uegga un ſuo gran danno eſpreſſo

Che laſciarſel uenir ce da & conſenta.

Chi l’ha nol puo ſchifar, ch’il uol nol troua

Queſto è lo sdegnio che dentro à me coua.

LXXXIX.
Contra le paſſioni de amore.

Vorrei la paſſion de mille amanti

Et mille amanti haueſſen ſol la mia,

Amor ſi placa con denar contanti,

Chi non ne pare in tutto careſtia.

Poi mill’altre luſinghe, & finti pianti.

Spezzan d’amore ogn’indurata uia.

Ma queſto è quel martel che mai non ceſſa

Et ſpeſſo medicandol piu t’oppreſſa.

XC.
Il medeſimo.

Chi proua amor, dice che ſempre ha pene

Non mangia, o dorme, ne puo ripoſare.

Prouar, & pur dormiuo molto bene.

Ne ſatiar mi poteuo di mangiare,

Ma queſto mal ti ha l’amor de le ſchiene.

Et chi nol crede, à me poſſa prouare

Beffe mi fo quando un d’amor ſi lagna

Ch’io per me ho l’amor ne le calcagna.

XCI.
Ragioni contra de amore.

El duol d’amor pur qualche uolta paſſa

Di queſto ne riman perpetuo ſegnio,

Queſto lorgoglio, & la ſuperba abbaſſa

In queſto puo diſperation, & sdegnio

queſt’è quel che ogni membro ti fracaſſa,

Queſto perturba ogni tranquillo ingegnio

Si che ti duol tanto dell’amore,

Non ha prouato il francioſo dolore.

XCII.
Deſiderio di tutti i mali amoroſi in cambio di queſto.

Tirimi amor tutte le ſue quadrella

Conſentirei con lui far queſto patto,

Mai piu guardar niſſuna coſa bella

Et perder la dolcezza di quello atto

ſpandeſſe in me pur ogni ſua facella

Et al fin mi caſtraſſe come un gatto,

Poi mi vietaſſe il ragionare anchora,

Saria men male, che queſto che m’accora.

XCIII.

Sarebbe ſtolta ogni camparatione,

De guai d’amor con le doglie francioſe

Per ch’io n’ho fatto eſpreſſo paragone,

Queſte ſon mille uolte piu noioſe.

Amor da pur qualche conſolatione

Queſto ti da le ſpine, & non le roſe

Si che ſel mal d’amor peggio è che queſto,

Dammi il tuo, tolle il mio & dammi el reſto.

XCIV.
Felicità de gli anti nati.

Quanto felici fur noſtri anti nati

Che per ogni poſtribul ſi ſfamorno,

Senza timor gia mai d’eſſer ueſſati.

Da queſto mal pien di danno, & di ſcorno

Et noi col lume in man ci ſian gabbati.

Come ſi uede ogn’hor giorno per giorno

Che qualcun te ne moſtra il ſegnio in fronte

Desser di francia paladino o conte.

XCV.
De la priuata dulcitudine.

Cognoſco alcun chel ſuo fratel carnale

Se partito da lui tutto sdegnato

Qualcun’altro, che è poi manco beſtiale.

El mezo, o poco men, ſe n’ha ſerbato

Alcunaltro che corre al manco male.

Che ſol per turbation l’ha trarformato.

Ma di queſti una parte al mio parere,

Son priui dun dolciſſimo piacere.

XCVI.
Il mal fa l’huomo aſtrologo.

Senza ſtudiar nell’altra Aſtrologia

So beniſſimo i termini de la luna.

Pero che ſempre mai la imbaſciaria

Due o tre giorni auanti in me s’aduna.

Et per farmi piu grata compagnia

Due o tre giorni po ſi racumuna,

Et mutation di tempi, o di biſeſto.

Io gli ſo per lo ſenno, & per lo teſto.

XCVII.

Vdito hai donque che sel ciel deſtina

Che un habbia hauer nel mondo ſempre male

Fuggi ſe ſai, per qual uia uoi camina

Schifar non puoi la tua ſorte fatale,

A me queſta è troppo aſpra diſciplina

O ciel piu daltri, che mio partiale.

Ma fia che uol non mi uo diſperare,

Che chi m’ha dato el mal mel puo leuare.

XCVIII.
Argomentatione a fortiori.

Ma ſe glie uer che ciaſcun tribulato

Fia tanto amico ſu del ſaluatore,

Donque mi  ſerba in ciel un degnio lato,

Per riſtorarmi di tanto languore.

Parmi eſſer gia fra martiri accettato.

Se non che glie piu longo el mio dolore.

Ma forſe intrando ne la loro ſchiera.

Portato inanzi a tutti la bandiera.

XCIX.
Speranza.

Altra gratia dal ciel piu non impetro

Ch’io mi ueggo la palma preparata,

Io ſento ſpalancar la porta à Pietro.

Io odo ogni armonia, ſoaue, & grata.

Io ueggo molti far reſtare in dietro

Accio che ſia la mia prima intrata.

Già mi par ogni gratia in ciel fruire,

Se patientia mi uorra ſeguire

C.
Similitudine.

Sofferſe Dio per noi gran paſſione

Aſpra, & accerba, & dura, ma fu breue

Far lo pote per che era, & il patrone

Che puo far ogni coſa, o graue, o leue

Pur morir preſi o fu ſua intentione,

Come fa chi ſuperchio mal riceue,

Tal io allui ſempre ho pregato queſto,

Li piaccia al manco farmi morir preſto

CI.
Altra ſimilitudine

Quando Longin gli diede nel coſtato,

Che creſe abbreuiar ſua aſpra morte,

Fu per premio da lui ralluminato

Et poi redutto alla ſuperna corte.

Donque ſel fai gli mal tanto glie grato,

(Mi ſpiace à dir) chio gli daria piu forte.

O Signor mio aduerte à mei dolori,

Ben ch’io non ſia de tuoi crucifiſſori.

CII.

E poſſibil ch’io ſia ſi tuo nimico

Che oltra a queſto mal ſi diſpietato.

Signor di robba, & di gratia mendico.

Per fino à queſto di ſempre ſon ſtato

Se del futur di ſpeme mi nutrico

Temo che non ſia peggio chel paſſato,

Coſi perdendo ogni ſuſſidio in terra

Come uoi ch’io reſiſta à tanta guerra!

CIII.

De l’altre malattie ch’io n’ho hauute,

Da compiacerne i compagni & uicini

Et patientemente ſoſtenute.

Perche ſpeme ui haueua i ſuoi confini;

Cioè ch’in breue o morte, ouer ſalute

Ti tornaua, e partiti eran diuini;

Ma in queſto mal la ſpeme che tu ci hai

E di non poter creder guarir mai.

CIV.

Forſe qualcun dira queſto Straſcino

Ha ſtraſcinato qua mille uerſacci.

Per proua ſappi ch’io ſon indiuino

Ne uo che eſperientia ti diſpiacci

Et s’io offendo l’amico, o’l uicino,

E menencreſcie, & ſcuſa ſe ne facci

Ma ſe molti prouaſſen la mia doglia,

Mi ſcuſarieno aſſai di miglior uoglia.

CV.

Pero lettor ſe qui ce qualch’errore

Non t’ammirar, perch’io ſon ignorante,

Et chi è di ſcientia al tutto fuore,

Equiperar non può Petrarca, o Dante.

A me baſta ſ’io ſfogo il mio dolore,

Del reſto è men di ogni hom ch’io ſto conſtante

Et ſe ce coſa che piaccia, o diſpiaccia

Penſi chel mal Francioſo dir mil faccia.

CVI.
Obliuion di poeſie.

Oppreſſi da tal mal gia molti auttori

Non han potuto far quel che ho fatto io,

Per che conſtretti da mortal dolori

Han poſtergato Calliope, & Clio,

Et piu preſto accecati ne furori

Hanno offeſo il pietoſo & alto Dio,

Et le lor poeſie poſte da parte,

Che queſta è pegior guerra, che di Marte.

CVII.

Pieta, Clementia, Caritade, & Pace,

Miſericordia & Morte han fatto lega,

Per conſeruarmi in queſto duol rapace,

Niſſuna al mio pregar ſi uolta o piega,

Donque ogni ſpeme mia ueggo fallace,

Poi che ogni gratia, el ſuo ualor mi niega

El ciel mie orationi, & preghi, & uoti,

Non mi par che gli aſcolti, o che gli noti.

CVIII.

Io ho tanto inuocato el ſommo Dio,

E la ſua cara madre & tutti e Santi,

Et tanto ho frequentato el pregar mio,

Ch’io ſon rincreſciuto à tutti quanti,

Pero che un gran signor quant’è piu pio

Manco ſi uuol rauolgerſeli auanti

Perche lui fa quel che ſi debba fare

Et col troppo pregar tu ’l ſai ſdegnare.

CIX.

Ma credo ch’io ſaro tanto importuno

Che per gran prontitudin mi ſia detto

Coſtui aſſorderebbe ogni comuno

Perchè domanda ſenza alcun rispetto,

Dio à far gratia non è mai digiuno

Dira un dì ua che sia benedetto

Che ſe la gratia fatta non ti ſia,

Sempre haremo d’intorno queſto Arpia

CX.
Le uirtu diuine ſenza potentia.

Queſta ſperanza & queſta patientia,

Queſta fortezza, & queſta humilitade,

Queſta conſtantia & queſta obedientia 

Miniſtran ſol per me calamitade.

Queſto tanto aſpettar la lor clementia,

Me ha poſto inſemi breue eſtremitade

Queſte uirtu che in cielo han tanta poſſa

Non mi tran pero il duol delle mie oſſa.

CXI.
Preghi à Dio

O ſignor mio tu non ſareſti quello

Che potreſti dar tregua o patto, o pace

Et s’io ti ſon pel peccare mio ribello,

Del peccator la morte non ti piace

Et meritando io pur queſto flagello

Abbreuialo chel duol tropo tenace

Che un longo male & longa paſſione

Mal ſi puo ſcuoter da diſperatione

CXII.

Giuſto ſignor poi chel corpo è gia perſo

Sieti racomandata al manco l’alma.

Veggo la barca mia gir à trauerſo

Ne piu credo ueder bonaccia, o calma

Però che queſto ſpirto è gia ſummerſo.

Et ſol tu poi ſgrauar mia mortal ſalma

Et ben chel duol hor ſia duro à ſoffrire.

In bocca col tuo nome uo morire.

CXIII.
Renderſi in colpa

Dolce ſignor, s’io diſſi mai parola

Che offendeſſe tua ſanta maeſtade,

Io ne riprendo la lingua, & la gola

Et chieggo a te perdon per tua pietade

Et poi domando ancho una gratia ſola,

Laqual non mi negar per tua bontade

Da tuoi nemici che ſempre ho da torno,

Mi ſalua & fa che reſtin con iſcorno.

CXIV.

Ogni notte le turbe dell’inferno,

Mi uengano in el letto à uiſitare

Et conoſcendo in me fragil gouerno

Non ſi ſon mai reſtate di tentare,

Sempre l’ho rimandate con iſcherno,

Et per queſto non reſtan di tornare,

O ſignor qui biſogna il tuo aiuto,

Se tu non uoi che lalma uada a Pluto.

CXV.

Signor poi ch’io ho detto el mio biſogno,

Per hora non ti uo piu affannare,

Et ſe chiedendo aſſai non mi uergogno

Perdonami la forza mel fa fare,

Et ſe cercando ſanitade io ſogno,

Sia fatto pur di me quel ch’à te pare.

Hor uo finire la ſtoria al tuo honore,

Per manco tedio d’ogni ſuo lettore.

C XVI.

Per proua & non per hauer iſtudiato

Hor tutti queſti colpi all’alphabeto,

Et ſe pur di qualcun mi ſon ſcordato

Corregami chi uuol ch’io ſtaro queto

Baſta ch’io non ti ſon di fe mancato,

Cio è di non ti far longo decreto,

Che non ſi narrerebbe in mille carte,

Di queſto mal la milleſima parte.

CXVII.

O quanti colpi ci ſaranno agiunti

Perche ad ogni hom par il ſuo mal piu crudo

Parmi hauerne prouati tanti punti,

Che à penſarui in un tratto io tremo et ſudo

Et s’io non ho i dolor d’ognun traſunti

Laſſo ſpatio alla hiſtoria, et non concludo

Queſto ſia detto per la parte mia,

Dal mal franceſe ci ſcampi Maria.

I. - CXVIII.

Hor perche queſta hiſtoria era imperfetta,

Ci ho fatta da qui inanzi una poſtilla

Ne per queſto l’affermo per corretta,

Che ſempre ci è d’error qualche ſcintilla

Ma pur aggiunta ci ho gualche coſetta

Secondo i fior, che queſto mal diſtilla

Che n’ha di uarie ſorte in abondantia,

Da trarne  ſugo di mortal ſuſtantia.

II. - CXIX.

Se brutto ti pareſſe il mio ſuggetto,

Penſa ben quel che à me pareua il male

Io preſi l’uno & l’altro al mio diſpetto,

Quantunque fuſſe coſa uniuerſale,

Ne mi par poco eſſerne uſcito netto,

Che al ciel uolato parmi eſſer ſenza ale,

Si che ſ’io ne cantai d’ogni ben priuo

Cantarne hor ſan mi è molto meno a ſchiuo.

III. - CXX.

I ſuggetti di guerre, ouer d’amore,

Son preſi tutti, o poco ce da dire

Ne quali eſſer ſi puo gran frappatore,

Ma in queſto (ſe ben uuoi) non poi mentire,

Adunque ſarei io perfetto autore,

Se un tema amaro ſapeſſi addolcire,

Ma in queſto ſtil le ſtanze & rime dulci

Fur ſol conceſſe Luigi de pulci.

IV. - CXXI.
Franchezza d’animo.

Tutti quei che han paura della morte,

Non leghin mai queſta mia operetta,

Ma a chi le ten ſempre aperte le porte,

Per iſcudo una al petto ſe ne metta,

Con la qual potra ſtar ſecuro & forte,

Che non lo offenderebbe la ſaetta,

Et fidiſi di me, per ch’io ſon ſtato,

Otto anni morto, & poi reſuſcitato.

V. - CXXII.
Longhezza del male.

Nota chel fior della giouentu,

Da gli anni uinticinque, a i trentatre,

Mi duro queſto male, & poi non piu

Perche ſfamato hormai ſi era di me,

Poi nel partir tanto diſcreto fu

Che un piccol ſegno mi laſſo di fe,

Et reſtai con la prima ſanita,

Che chi mi uede appena il credera.

VI. - CXXIII.
Gabbamento di ſe ſteſſo.

Molti ſi uantan d’eſſer ben guariti

Di bolle, piaghe, di gomme, et di doglie,

Parte il fan per non eſſere ſcherniti,

Parte che pur uorrieno anchor tor moglie.

Poi ſon di guidare, chi piu forniti,

Che non è primauera d’herbe & foglie

Tal ſa la nimpha, el galante, & lo ſpoſo,

C’ha ſempre dentro al core un tarlo aſcoſo.

VII. - CXXIV.

Chi mi diceſſe ſe guarito tu?

Riſponderei, à me mi par che ſi,

Chi mi diceſſe tornaraiti piu?

Non ſaprei gia che riſpondermi qui,

Queſto mal ſempre ua da giu à ſu,

Et non ſi reſta mai la notte o ’l di,

Poco di lui mi fido, perche gliè,

Un mal che, raro, o mai oſſerua fe.

VIII. - CXXV.
Il medico del autore.

Un maeſtro Simon da Ronciglioni

Fu meco aduenturato piu che dotto,

Con ſuoi argenti uiui & untioni,

Mi guari che languito haueua anni otto

Molti ſon di contrarie oppinioni

Che l’unger mandi gli huomini al di ſotto,

Ma io colſi l’alchimia, queſto tratto,

Di ſette uolte che unger mi era fatto.

IX. - CXXVI.

Io gli ſaro in eterno obligato;

Tanto mi trouo ſan, gagliardo et ſchietto,

Et ſommene in tal modo aſſecurato,

Che mi torni piu mal non ho ſospetto,

Se pur tornaſſe ſara il mal tornato,

Ma facci altro camin ch’io nol aſpetto

Perche s’io uo negar d’hauerlo hauuto,

Sto tanto ben, che mi ſara creduto.

X. - CXXVII.
Falſa imaginatione

Gia deſiai di ſtar guarito un’anno

Un meſe, una ſemmana,un giorno, un’ora

Immaginando perpetuo il mio danno,

Fu falſo imaginar ch’io nol dico hora

Otto anni ſtetti in quello eſtremo affanno

Et ſon altri otto ch’io guarii ancora

S’io moriſſe doman me ne dorrebbe,

Ma pur manco difficil mi ſaprebbe.

XI. - CXXVIII.

Perche non mi ſi ſcordin certe coſe,

De le piu neceſſarie à queſta impreſa,

Io mi trouai gia con le man raſpoſe,

Portando ſempre i guanti per difeſa,

S’io toccaua la mano all’amoroſe,

Diceua ſaluo il guanto alla difteſa,

Che non ueniſſe ſtauo in gran paura,

Qualche Zingana à dirmi la uentura.

XII. - CXXIX.

Se per caſo, mi fuſſe biſognato,

Cauarmi i guanti, in preſentia di quelle

Mi ſarei per uergogna diſperato,

A moſtrar le mie man ſcoglioſe, & belle

Et ſai che ero in quel tempo inamorato,

Pero buttaua li ſcogli, & la pelle,

Ma di queſto un segreto ti uo dire

Buon ſegno e quel per chi deue guarire.

XIII. - CXXX.
Comparatione del male incognito alle gotte.

Similmente hebbi mal ſotto ogni piede

Di piu dolore; ma men uituperoſo

Perche ſe tu non uoi, neſſun tel uede

Fra la gente uai dritto di naſcoſo,

Ma come l’huomo poi à caſa riede,

Va piu ſtorto et piu zoppo, che un gottoſo

Et diſputa ſu ogni hor fra genti dotte,

Qual mai ſia peggio o ’l franzeſe, o le gotte

XIV. CXXXI.
Univerſali di questo male.

Ben ch’io non habbia delle gott’inditio,

Fo ſopra queſto una concluſione,

Ma non ſi intenda per fermo giuditio,

Ch’io diro ſol la mia oppenione,

El mal franzeſe è di piu benefitio,

Perche compiace à tutte le persone;

Femine, maſchi grandi, & piccolini,

Religioſi, ricchi, & contadini.

XV. - CXXXII.
Differentie

Rare uolte uedrete le podagre,

A un che non ha il modo à gouernarſi,

Ma il francioſo alle moſche piu magre

Si fonda in modo che non puo ſpiccarsi,

Con quelle ſue piagaccie acerbe & agre,

Che inducon ſolo l’huomo à diſperarſi,

Le gotte ſon con piu dilicatura,

Ma il mal franceſe è pien d’ogna bruttura.

XVI. - CXXXIII.
Conclusione.

Del refto io credo che ſieno aderenti,

Piglia pur qual tu uoi, tutto è gran male,

Le gotte danno ſpatio à i lor tormenti,

Tal uolta un meſe, o due queſto aſſai uale

Ma queſti ſon continui aſſiſtenti,

Dunque lor paſſione è più mortale,

Ma come io diſſi queſta la rimetto,

In chi n’ha piu di me giudicio retto.

XVII. - CXXXIV.
Contra chi non ſi guarda.

Qualcun fa di guardarſi poca ſtima

Dicendo fra ſe ſe ſteſſo ſel mi uiene,

El non è ſi maligno come prima,

Ma perdonimi lui, che nol fa bene,

Ch’io ti uoglio anchor questo dire in rima

Accio che tu proueda alle tue pene,

Chi fa diete, e purgarſi à baſtanza,

El mal non ha poi in lui tanta poſſanza.

XVIII. - CXXXV.

Et queſto è che non par cotanto atroce

Ma gliè di quella ſtirpe, & di quel ſeme

Et per propietade aſſai piu nuoce,

A un che l’ha, quanto piu ’l prezza, o teme.

Allhor ſi fa ſopra colui feroce,

Quando malinconia lo affligge & preme

Da chi non l’ha, uuol eſſere ſtimato

Ma da chi l’ha, non cura eſſer prezzato.

XIX. - CXXXVI.
Haſtutia di homini.

Pero ueggo qualcun che aſſai s’ingegna,

D’hauerlo preſto, per uscir di noia,

Et piu fuogliato e che una donna pregna

Di paſſare il paeſe di Savoia

Poi come l’ha non teme più che uegna,

Et naſcoſto il tien car piu che una gioia

Et che ſia il uer, ſempre niega d’hauerlo,

Perche non gli ſia tolto, ha car di tenerlo.

XX. - CXXXVII.

Qualcun non ſa come ſe l’habbia preſo

Et pur, ne e ben coperto tutto quanto,

A coſtui certo gliè dal ciel diſceſo,

Per ſomma gratia di spirito ſanto

Et tienſi ſatisfatto, & non offeſo,

E indegno eſſer gli par d’hauerne tanto

Et prega Dio e la ſuprema corte,

Che gliel laſſi fruire infino à morte.

XXI. - CXXXVIII.

Son certi che hanno aſdegno, che à lor fia

Recordata la morte coſi ſpeſſo,

Queſta mi pare una eſtrema pazzia,

Cercar fuggir quel che ſempre hai preſſo.

Mentre che mi duro tal malattia,

Harei uoluto ognihor di morte un meſſo

Et ſentiuomi el cor tutto allegrare,

Sentir di morte ſpeſſo ragionare.

XXII. - CXXXIX.

Non creſcie, & non iſcema, un’hor la uita,

A recordarla rar, ſpeſſo, o non mai

Credo ch’ella ſi ſia da me fuggita,

Perche otto anni di lei mi beffeggiai,

Certo da me ſi tien forte ſchernita,

Fuggendo, dice non mi giugnerai

Laſſa pur che ti paſſi queſta furia,

Che un di ſon per ualermi dogni ingiuria.

XXIII. - CXL.

Se mentre che mi fu il mal repentino;

Haueſſi letto el regno de la morte,

Compoſto per quel buon Pietro Aretino

Mi ſaria parſo hauere ottima ſorte,

Non ſol già ſtato harei ſuo ſtil diuino,

Ma mi ſaria il dolor parſo men forte,

Perche l’afflitto non ha coſa accetta,

Piu che parlar, di quel che gli diletta.

XXIV. - CXLI.

Ho uiſto alcun da queſto mal ueſſato

De la diuinita, far un macello.

Cominciandoſi al padre immaculato

Al figliol, al ſpirito ſanto poi con quello

Contra di Maria uirgin ſi infiammato

Che arricciar mi faceua ogni capello,

Tal ch’io fuggiuo i ſuoi ragionamenti

Contra del ciel troppo aſpri, & delinquenti.

XXV. - CXLII.

Otto anni fui da queſto mal afflitto

Che in Roma è quaſi noto à ogni gente,

Sappi lettor per ben ch’io habbia ſcritto,

Ch’io baſtemiaſſi tanto atrocemente.

Che per gran ueriſimil te l’ho ditto.

Ma non è uer: mai baſtemiai niente;

Gli altri peccati Dio non mi perdoni.

S’io baſtemiai, o chiamai mai demoni

XXVI. - CXLIII.
Fama di queſta opera.

Hor ſe tu metti queſto mio libretto.

Intur una famoſa libraria,

Di paleſe, o naſcoſto ſara letto,

Piu che la Biblia, o libro che ui ſia.

Di ſtil, ſo che glie plusque imperfetto.

Pero ne ſo diuitia, & corteſia,

A molti afflitti, che me n’han preghato.

Et per ſol queſto à ſtampa l’ho mandato.

XXVII. - CXLIV.

Io lo fei gia ſtampar un’altro tratto.

Hor ci ho aggiunto piu ſtanze che trenta

Et non ho pur à mezi ſatiſfatto.

Che di nouo anchor ce chi si lamenta

Laſſo una faccia in bianco, non la imbratto

Per che ogn’un poſſa dir come ſi ſenta.

Parline che n’ha hor piena notitia,

Ch’io per me non ho piu ſua amicitia.

XXVIII. - CXLV.

Qualcun m’ha detto come tu la ſtampi.

Io non tene darei piu un quatrino.

Se in una coſa minima tu in ciampi.

Ogn’un la piglia pel peggior camino

S’a dalcun par chel mio foco l’uampi.

Ha manco forza poi che un lumicino.

Non hauendo io cagion d’offender nemo,

Però di reprenſion non curo, o temo.

XXIX. - CXLVI.

Voglian dir molti che le coſe impreſſe

Perdan in tutto la reputatione.

Perder la potrei io, quando io l’haueſſe.

Dunque io ſon for di tal confuſione.

Vo che qualcun ſi ſtratulli con eſſe

Pigliando la mia buona intentione.

Prima uo d’ignorantia eſſer damnato,

Che eſſer de uerfi mei, auaro, o ingrato

XXX. - CXLVII.

Anzi un di uo, per fatisfare à molti,

Stampar di me ſciocchezze, una gran parte

Ogn’un brami d’hauer mei uerfi ftolti

Tal che un di n’empiro ducento carte,

Per che mei motti al contrario riuolti,

A interpretargli, biſogna poca arte.

Pur io mi sgrauaro d’un grande affanno:

Di darne copia tutto quanto l’anno.

XXXI. - CXLVIII.

Hor perche queſto male e tanto ſtrano

Io ui eſorto à ſchifarlo, infino à morte

Chi lauoraſſe ’l podere à ſua mano

Saria in tal caſo el peccato men forte

Per che chil piglia non tornando ſano,

Baſtemmia tanto Dio & la ſua corte,

Che glie magior peccato, et con piu ingiuria

Che non è ogni punto di luſſuria.

XXXII. - CXLIX.

Non me ne fido ben ch’io ſia ciarmato,

Che un’altra uolta el potrei ripigliare

S’io mi fuſſi (come hor) prima guardato

Non l’harei preſo, ma laſſato andare,

Baſta che eſſer non uoglio ſcredentiato,

Che s’io cercaſſe il potria ritrouare.

Poi del uecchio, o del nuouo non ſaprei.

S’el fuſſe, & coſi forſe errar potrei.

XXXIII. - CL.

Da Carlo in qua chiamato è mal francioſo;

Io trouo che glie molto piu antiquo.

Quando Chriſto guari Simon lebbroſo

Era di queſto mal peſſimo iniquo.

Non trouando mai hora di ripoſo.

Moſtro il corpo à Gieſu coſi obliquo,

Si che à ſanar queſto male aſpro & rio,

Ci biſognio la parola di Dio.

XXXIV. - CLI.

Chi ſapeſſe guarir del mal franceſe,

Sarebbe magior Re, chel Re de francia

Perche ſaria ſignor di piu paeſe,

Senza operar in guerra, ſpada, e lancia,

Ma remedii ſon dubii, el mal paleſe.

Ventura habbia al guarir chel reſto è ciancia.

Queſto mal una coſa ha ſol perfetta:

Che non ti fa morir mai troppo in fretta.

XXXV. - CLII.
Incredulità del legno d’India

Se il legno d’India ne guarriſſe affatto,

Non curarei d’hauere un’altra uolta

Il mal franceſe, ma con queſto patto:

Di poter laſſar ir la beſtia ſciolta.

Forſe qualcun mi giudichera matto.

Ma à me non parebbe coſa ſtolta.

Cauarſi de le uoglie alla ſecura.

Senza hauer (com’io ho) ſempre paura.

XXXVI. - CLIII.
Genealogia di questo male

Ce tal che un buono ſcotto pagarebbe,

Sol per ſaper la genealogia

Del primo origin, che queſto mal hebbe

Et io tel diro hor per corteſia.

Nacque multiplico, ſi ſparſe & crebbe.

Di certa alchimia, di negromantia,

Pero inuiſibil ua diſconoſciuto.

Hor donde, & come il uenne l’hai ſaputo.

XXXVII. - CLIV.

Grato lettor chi diſſe mal francioſo,

Diſſe un mal grande et queſto habbil per certo,

Che mai hara l’Italia alcun riposo

Mentre che quello inferno reſta aperto.

Hor fuſſe il parer mio falſo e dubioſo,

Come io ſaro ſenza dottrina, e ſperto

A predir quel che qualcun mai non crede

Lor fin che apertamente il danno uede.

XXXVIII. - CLV.

Dico che nel principio queſto male

Franzese intitulato fu per ſegno

Di troncare alla bella Italia l’ale.

Et far tutto un del noſtro, et pel lor regno.

Ei come à queſto ogni remedio e frale.

Simil à queſto mal non gioua ingegno

Che ſpeſſo credi & parti eſſer ſanato,

Poi piu che mai ti retroui ſtroppiato.

XXXIX. - CLVI.

In Francia el chiaman male Italiano,

Perche queſta calunnia par lor grande,

O uero el chiaman mal Napolitano

Per reuocarlo all’Italice bande

Et recordanſi ben del garigliano,

Doue guſtaro l’acerbe uiuande.

Dunque fin che l’Italia ha qualche male

Da ſpennechiar taluolta à Galli l’ale.

XL. - CLVII.

Non uenghin piu, che ce tante cantine,

Tante foſſe da gran che non ſon piene,

Tante ciſterne, chiauicche, & ruine,

Et altri lochi dallogiarli bene,

Che ui ſtaria piu galli & piu galline

Che non ſon nati, & pur dir mel conuiene

Che ſe ci fanno qualche coſa ſtrana,

Ne pagan ſempre il frodo & la dogana.

XLI. - CLVIII.

A giara d’Adda, à Rauenna, à Milano,

In molti lochi han fatto al uince perde

Pur non di manco, e non par loro ſtrano,

Per che la ſpeme lor ſempre è piu uerde

Et cercan ſol morir con l’arme in mano,

Che ogni altra fama al mondo ſi diſperde.

Pria le guerre in Italia eran da ciancia,

Se non ueniua l’inſtruttion di Francia.

XLII. - CLIX.

Ci hanno inſegnato à guerreggiar di uerno,

Di notte, ai freddi, ai uenti, all’acque, al ſole,

Et andarien fin giu dentro in inferno

Ad una obedientia di parole,

Et con aſtuto, & prudente gouerno,

Voglian ueder chi obſta, o chi non uuole,

Che tenghin Monarchia di qua da monti:

Adunque il mal franceſe e per piu conti.

XLIII. - CLX.
Eſcuſatione de l’autore

Hor ſe par ad alcun chel mio clamore

In qualche parte maculi e Francioſi,

Riſpondo che gliè tutto in lor fauore,

Perche ſempre gli fo uittorioſi.

Io gli tro d’ogni impreſa con honore,

Poi non ſon (come noi) tanto ſdegnoſi,

Al pitore & poeta, ſi concede,

Dir quel che uuole, et tu quel che uoi crede.

XLIV. - CLXI.
Diuerſe affettioni.

Dir non ſi puo ne la bugia, ne il uero,

Che quel che piace alluno, allaltro ſpiace

Perche ce chi uuol bianco & chi uuol nero

Coſi ſempre ti troui contumace,

Niſſuno è mai tanto integro, & ſincero,

Che ſia del mundan uiuer ben capace,

Si che ſe troui qui d’error diuitia,

Sappi che ſono error ſenza malitia.

XLV. - CLXII.

Per che conto io che ſon minimo uerme,

Parlar uoglio in diſpregio di niſſuno

Ma glie ben uer che le mie membra inferme

Fanno anco il ſenſo d’ogni ben digiuno

Se di dir male io poteſſi aſtenerme,

Harei trouato il remedio opportuno,

Ma dico mal di chi mi uiene à bocca,

Et ſpeſſe uolte al maggiorengo tocca.

XLVI. - CLXIII.
Laude del Re di Francia.

Hor laſciamo ir queſte ciancie da parte.

In queſta nuoua, & glorioſa impreſa

Vedrai il Re Franceſco: un nuouo Marte.

Come buon difenſor di ſanta chieſa,

Moſſo da ſpontan zel per diuina arte,

Glie queſta aſpiration dal ciel diſceſa.

Adunque e ſurga Dio, è ſuoi amici

Et diſſipentur eius inimici

XLVII. - CLXIV.
Glorie del Papa Leon.

Hor ecco che immortal gloria s’accende,

Per Leon ſanto, decimo paſtore

Che sopra ogn’altra fama, al cielo aſcende

Tanto fa queſta impreſa con feruore.

Et Dio che ſuoi fedel ſempre difende,

Difenda noi, da l’infidel furore.

Accio chel nome ſuo glorificato

Per tutto el mondo ſia ſempre eſaltato.

XLVIII. - CLXV.

Quei uerſi hor ſi uedran fumo di paglia

Gite ſuperbi & miſeri chriſtiani,

Conſumando l’un l’altro, & non ui caglia

Chel ſepulcro di Chriſto e in man de cani

Pur che la tregua, et pace, tenga et uaglia

Ch’ognun ne douria al ciel alzar le mani;

Vedren de principiati alti diſegni  

Riportarne i triomphi a i noſtri regni.

XLIX. CLXVI.

Io non uoglio eſſer piu proliſſo hormai,

Che quel ch’io ti poteuo dar t’ho dato,

El rimediare à tuoi futuri guai

Se queſta hai letta, ben te l’ho inſegnato,

Se à te non par che n’habbia detto aſſai,

Di el reſto tu nello ſpatio laſciato.

Se un’accidente ce ch’io non ho detto,

Senza eſſer Papa mel riſerbo in petto.

L. - CLXVII.

Ogni iſtoria, ogni libro che ſi ſtampa

Ha per decreto priuilegio, o gratia

Queſto non gia, perche s’ alcun ce inciampa

Di conſumarlo ognihor mai non ſi ſatia,

Et col ſuo gran feruor l’hom tanto auampa

Tormenta, affligge, affanna, rode et ſtratia

Per che ſe in prime in noi tal male egregio

Con gran diſgratia, & ſenza priuilegio.

LI. - CLXVIII.

Eccoti qui Straſcin bello, & guarito,

De la ſemenza del gallico male

In uera ſanita reſtituito,

Che gia parue la Morte naturale.

O clemente ſignor che hai eſaudito

La prece uil, dun peccator mortale,

De concedemi anchor ch’io non ſia ingrato

Di tanto beneficio, à me donato.

FINIS.

CAPITOLO AGGIVNTO

de uno impregionato.

Poffa chel ciel da Fortuna à torto

Qui ma condutto in tanta ſcuritade

Che meglio aſſai ſaria fuſſe morto,

Priuo d’honore, priuo de libertade

Da Dio e da tutto el mondo abandonato

Stentando miſeria la mia etade

Piangendo uo qual ſpirito dannato

In queſto infernal centro che piu uolte

Bagnato ho el uiſo e con ſoſpiri fugato

Laffo tal che per lachrime molte

Humido è fatto è freddo per ſoſpiri

Ch’io ſpando ogn’hora e non è chi m’aſcolta.

E ſe la uien che tal’hora m’adiri

E ciaſcun dolor è sì caldo e cocente

Che me fanno bruſar i mei martiri

Tal’hora poi acceſo d’un deſio ardente

De uſcir in liberta ſento ſtratiarme

El cuor in terra cade, in mannente

Qui uengan d’intorno à conſolarme

Rati ragni bigati ſcorpioni

Con tanta puzza che ſento disfarmi

Cimeſi puleſi pedochi e moſchoni

Anchora me fanno un cerchio d’intorno

Ch’io ſon proprio un Daniel tra leoni

Quiui non dimora notte o giorno

Quiui ſi ueda mai luna ne ſole

Quiui miſeria tien ſuo ben adorno

Quiui è chi ſe lamenta è chi fe duole

E per men male ogn’hom bramata morte

Tirando el ciel à terra con parole

O miſerabel uita ò dura ſorte

De noi incarcerati e de uita ſpenti

Per morte no, ma per forte porte

Ben miſeri ben laſſi ben dolenti

Se ti morendo ſenza morte ogn’hora

E ſenza uita uiuendo in tormenti

Non una pena è quella che n’accora

Ma mille e mille in queſta tomba oſcura

Che hor n’agiaza hor ne bruſa e diuora

Tal che da compaſſion in fin le mura

Ne lachrimar intorno à noftri cridi

E ſpiomban li ſaſſi da la calza dura

Ne mai ſe ſentian laſſi in tanti ſtridi

Chiaman Iddio ma el diauol da l’inferno

E ſolo in lui par che ciaſcun, ſe confidi

Anzi, tutti ſian poſti in ſuo gouerno

Quiui el ſegio ſuo doue a lamenti

Gemiti con ſuſpiri è pianto eterno

O che debbo dir del ſtratio è portamento

Che fano de noi meſchini i guardiani

Che non ſolo à dirlo ma a penſar me ſpauento

Queſti ladri rapazi impii e inhumani

Ch’ogni zorno ſi porta l’acqua el pane

E dentro el getta come fuſſe cani.

Queſti ſon gente imperiti e ſtrani,

Schiaui greci fachini e albaneſi

Più crudi che ſono tigri inhumani

Come è coſtume de li lor paeſi

Nei quali tutti ſian cani, onde glie forza

La ſtirpa aſſomegliar doue ſon leſi.

Queſti ognhora roban & eſmorza

El uiuer de noi poueri preſcmeri

E con menazze anchor à tacer ne ſorza

Queſti hanno le onge à guisa de ſparuieri

E umano de rapina, oue che uano

De ſcala, e de rampin non fa meſtieri

E ſe aduien come à ciaſcun humano

Ch’alcun ſ’inferma laſſo in queſti lochi

Appreſſo idio po aſſai ſ’el mor chriſtiano

Perche ſti ladri ſempre tengon li occhi

Intenti alla ſua morte per ſpogliarlo

Ne uedan l’hora che la morte,

Ne alcun de loro che poſſando trarlo

De mal de morte pur ſpudando in terra

Spudar uoleſſe ſol per aiutarlo,

Ma piu preſto el uorria puor ſotterra

Onde piu uolte, anzi chel mora in fine

De la ſua pouerta fanno gran guerra.

Queſto è ’l dolor, queſte ſon le ruine

Che habiamo da coſtor, in tanti affanni

Tal che coniuen ch’ogniun ſi decline

Per queſti perfidi e rapaci tiranni.

Stampato in Vinegia per Nicolo

d’Aristotile detto Zoppino,

del mese di Novembrio

M D X X I X

Indice Biblioteca Progetto Cinquecentoo

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 31 dicembre 2008