Jacopo Cabianca

Il Torquato Tasso

CANTI DODICI

Edizione di riferimento:

Il Torquato Tasso di Jacopo Cabianca, canti XII, Venezia, Tipografia  del  Commercio 1898.

CANTO NONO

SANT’ANNA.

I.

Sono aspri i giorni del villan che dura

Vita infelice e di continuo stento:

Egli è ne’ campi colla notte scura,

Ed alla pioggia il dì consuma e al vento:

Pur della messe, che lenta matura,

Dopo assiduo sperar, giunge il momento,

Ed al sudor del provvido bifolco

Una volta risponde almeno il solco,

II.

Nascoso in mezzo il cupo loco immondo,

Al sol, ch’è fonte delle gioie umane,

Della terra nel viscere profondo

Dimenticato il minator rimane:

Ma quando egli alla fin esce del mondo

All’äer vivo, e di un atteso pane

La moglie e i macri figliuolin disfama,

Al patito dolor grato si chiama.

III.

Anch’ ei, lo schiavo, che la fronte oppressa

Curva di sotto del bastone e tace,

Lo schiavo anch’ei colle tenèbre cessa

Dagli stenti inumani e torna in pace;

Ed, in quell’ora al riposo concessa,

Riede sull’ali del pensier vivace

Alla patria negata, e in lene obblio

Ricanta la canzon del ciel natio.

IV.

Così, alla fin dell’opra sua, ritrova

Ciascuno giornaliero una mercede;

Ma quei che in lunga, combattuta prova

Pose l’ingegno, l’anima e la fede

E col sudor dell’intelletto giova,

Come quaggiù rimeritar si vede?

Qual premio ha mai che degnamente agguagli

I giorni consumati e i suoi travagli?

V.

E pur molti anni e vita arida e trista

E veglie e pianto gli valsero in prima

Quello che il secol dalla corta vista,

Feconditate e facil estro estima.

Tra l’ozio ed il torpore oh! non si acquista

Del sacro monte la famosa cima,

Nè si tocca lassù sedendo in piuma,

Ma per fatica e studio che consuma.

VI.

Però mentre il buffone e l’impudica

Mima alla regal mensa si asside,

E in lieti crocchi desïata amica

La danzatrice puttaneggia e ride,

L’uom di mente e di core un pan mendica,

O spesso col più vil servo il divide,

E in lungo stento, tra miseria ed onta,

La libertà dell’intelletto sconta.

VII.

E sorte gli è se il vulgo, che contende

Alla ragione indagatrice, e il vero

Copre e intenèbra di fallaci bende,

Non gli sia contra, e inverecondo e fiero

Voglia tra il rogo ed il martir che ammende

L’impeto generoso del pensiero;

Perchè l’ esempio a giovamento insegni

Qual premio aspetta i troppo ardenti ingegni.

VIII.

Così dovunque il sol lucido irraggia

Questa umana famiglia e la nutrica,

Terra non ha, sia pur gentile e saggia,

Che ingrata a’ figli suoi non maledica.

Nè in te, perchè altra sia cruda e selvaggia,

O Italia, scema questa colpa antica,

Onde noi tutti, siam patrizii o plebe,

Il sacro rinnoviamo odio di Tebe.

IX.

Odio mortal che ne ha distrutti, e come

In fra nemici a eterne ire ne invoglia!

Il lauro ch’orna le famose chiome

De’ nostri, Itala mano insulta e sfoglia:

Itala crebbe e porta Italo nome

Ogni sventura ed ogni nostra doglia;

E se il mondo a dileggio oggi ne mostra,

Non già d’altrui, ma sol la colpa è nostra,

X.

Oh! la vergogna abbia pur fine, oh cessi

Una volta, per Dio, questa maligna

Rivalitate! Ardiam, ardiam noi stessi

Nell’ ausonio terren questa gramigna;

Deboli e forti, ed insolenti e oppressi

Amor rannodi e volontà benigna,

Onde scordati i cittadini insulti,

L’antica madre de’ suoi figli esulti! –

XI.

Sant’ Anna! nome che spavento lassa,

E le miserie di quaggiù raccoglie,

Anzi le vince tutte quante e passa

Pianto a pianto aggiungendo e doglie a doglie!

Quivi una gente dolorosa e lassa,

Come da dentro dell’inferne soglie,

Di grida disperate il cielo assorda:

Il mondo non le ascolta, o se le scorda.

XII.

Fra i molti alcun, pria che alla vita uscito,

Istupidì dal suo concepimento

Ne’ visceri materni; altri ha patito

Della ragion per subito spavento. [1]

Il corpo loro è obeso, intorpidito,

Privo di volontà, di movimento:

E sin la bocca inoperosa e vana

Dimenticossi ogni parola umana.

XIII.

Chi piange ognora, e chi, per sciocca festa,

In fantastiche gioie ebro si culla;

Onde l’idea nell’uno è sempre mesta,

Ride invece nell’altro e si trastulla.

D’odio, d’amore in lor senso non resta,

Che ogni memoria del passato è nulla;

E l’oggi ed il doman per essi è senza

O desiderio, o almen reminiscenza.

XIV.

Contro i vegnenti sovra i piè feroce

Minacciando il frenetico si drizza:

E, qual cane al guinzaglio, se ne cuoce

E in se disfoga la rabbiosa stizza.

Dal gonfiato suo collo esce la voce,

Anzi un urlo, e dagli occhi il sangue schizza,

Insin che tutto un fremito l’invade,

E si dibatte e come morto cade.

XV.

Ahi gl’infelici, in Dio nostri fratelli!

E ad essi una famiglia avrà sorriso,

E avranno amato, e i nostri affanni e quelli

Gaudii, che noi proviamo, avran diviso!

Ebbero onori e stato e furon belli

Di giovinezza e di un leggiadro viso,

Ed or compagni allo stupido bruto

Ogni umana fattezza hanno perduto.

XVI.

Amor tradito, ed amistà delusa,

Invidia che manduca assenzio e fiele,

Necessità che a ogni speranza è chiusa,

Gelosia che si nutre di querele,

Lussuria che nessun pasto ricusa,

Fortuna instabil sempre ed infedele,

Hanno il dolente loco popolato

D’ogni tormento e d’ogni tormentato.

XVII.

Ma per costoro che nei passi amari

Violenza d’altrui spesso ha condutto,

Gran bisogno saria di miti e cari

Modi a raccor meno infelice un frutto;

D’una pietà che lor venisse a pari,

E d’un amore apparecchiato a tutto,

Cui pazïenza e soavi parole

Balsamo fosser ch’ogni duol console.

XVIII.

Invece la pietà qui, giace morta,

E la man, che a mercè dovriasi aprire,

Inesorabil s’alza e seco porta

Le catene e i flagei [2] ministri all’ire;

Onde gli afflitti, cui nessun conforta,

Penan d’ogni dolor sino al morire;

E di lui, che colpì tanta sciagura,

Men che d’inutil bestia altri si cura.

XIX.

Questi compagni dolorosi, o Tasso,

Questa è la stanza tua, anzi il covile

Dove per te, dimenticato e lasso,

Fortuna mai non muterà di stile.

Ahi! come e quanto se’ caduto al basso,

O tu de’ cavalieri il più gentile,

A quai miserie estreme, a quanto lezzo

L’empio destino t’ha condotto in mezzo!

XX.

A te seriche vesti, argenti ed ori

Piaceano e trine e lini bianchi e tersi,

E la barba coltissima e d’odori

I fluenti capei molli e cospersi:

A te il profumo de’ recenti fiori

O stretti in mazzo, o per l’erbetta spersi,

E le notti ed i dì goduti e spesi

In liete veglie, in conversar cortesi.

XXI.

A te la mensa splendida e condita

Di vivande in sapor vario soavi,

E generosi i vini e più gradita

La vendemmia pareva a te degli avi.....

Povero Tasso! la tua mesta vita

Serbata è a giorni miserandi e gravi

Per cui la morte, onde tanto si trema,

A te sorriderà gioia suprema.

XXII.

Giace in ferri Torquato entro una scura

Angusta, sconsolata, umida cava,

Dove neppure un’ora il sol misura,

Tanto lunga la notte ivi si aggrava.

Stillan luride gocce dalle mura,

E la lumaca, dall’immonda bava,

E striscia in mezzo della calce fessa

Lo scorpïone che lento s’appressa.

XXIII.

Del marcido terren da un canto stanno

Poche e fetide paglie, e sui pungenti

Stecchi disteso tutto buchi un panno,

Vana difesa dagl’inverni algenti:

Una tavola rotta; un rozzo scanno

E appena a dissetar le labbra ardenti

Una brocca di verdi acque ripiena,

Più desolata fan l’orrida scena.

XXIV.

Tutta la prima notte e il successivo

Giorno qui dentro stette e nulla avverte,

Che giace il corpo d’ogni moto privo

E lo spirto del par stupido e inerte: [3]

Alle seconde tenebre per vivo

Si scosse e in giro le pupille incerte

Volgendo vorria pur trovar maniera

Quella notte a spiegar cotanto nera.

XXV.

Come qui giunse? ne perde la traccia:

Ora ove sta? Se levasi a sedere

Stentando sol le addolorate braccia

Vale ad alzar e un suon di ceppi il fere;

Che se d’intorno sè, palpando, caccia

A tentoni le man senza vedere,

Cessa in ribrezzo subito dall’opra,

Che pargli a un serpe aver toccato sopra.

XXVI.

Acerba, spaventosa, vïolenta

Incontro lui ogni memoria fassi ;

Nè quella foga per quïete allenta,

Ma pensiero a pensiero urtando vassi:

Qual sulle ruïnose acque del Brenta

Alberi vedi, armenti e sterpi e sassi

Miseramente capovolti e sparsi

Rompere l’un sull’altro e accavallarsi.

XXVII.

Nel turbinar di quelle fantasie

L’alma sconvolta dal feroce duolo,

Non ne segue una sola che le sie

Tra le tenebre guida e segni il polo.

Talor crede sognare, e che le pie

Aurette del mattin caccin lo stuolo

De’ feroci fantasimi, che gli hanno

Messo sì lungo assedio e tanto affanno.

XXVIII.

Un sogno? e il messaggero..... ed il barchetto,

La foresta, l’altar chiuso ai profani,

E quel gentil della duchessa aspetto,

E i pii conforti..... gli svelati arcani.....

Il grido..... Alfonso..... i nodi che lo han stretto.....

Oh in breve ora il mutar d’eventi strani!

Oh di misteri il cieco labirinto,

Dove il pensier si perde e resta vinto!

XXIX

Ma veramente una prigione è questa,

O la palpabil notte e più di tutto

L’abbandono crudel che lo funesta,

L’ambascia ond’è per stupido ridutto,

Non sono una ragione manifesta

Ch’ ogni laccio terreno è in lui distrutto,

E che morto fra morti è giudicato

Dal giudizio di Dio come un dannato?

XXX.

Ecco gli par sotterra esser disceso,

U’ le speranze in eterno son mute;

E delle colpe sotto il grave peso

Invano supplicare a chi lo aiute;

Colle sue orecchie non ha forse inteso

Il lamento delle anime perdute,

E l’ululato dell’inferne genti,

E il suon de’ ferri e lo stridor dei denti?

XXXI.

Così via via quell’infelice oppresso

Al tristo ver ombre e sospetti mesce,

E più che il sangue bolle, e ardito e spesso

Dal vital centro al cerebro riesce,

Fuori di senno per febbrile eccesso

Più nel delirio e ne’ spaventi cresce;

E piange, grida, si lamenta e prega,

Nè parola, o pensier ordina e lega.

XXXII.

Quando l’arida febbre alfin diè loco

Ad un languor più lucido e pacato,

Nel prigioniere torna a poco a poco

La conoscenza del suo duro stato,

E benchè vegga a qual terribil gioco

L’abbia un’empia fortuna condannato,

Pur ciascun’ora che sonar dee prima

Di libertade annunziatrice estima.

XXXIII.

Se oggi non è, sarà domani..... e un giorno

Passa, nè la prigion già si disserra:

Forse al settimo dì..... ma fa ritorno

Il dì settimo e i ceppi esso non sferra.

Tra un mese..... un anno..... ed alla terra intorno

La colma luna, e intorno al sol la terra

In suo vïaggio lentamente gira,

E il Tasso ancor a libertà sospira.

XXXIV.

Cui non pregava? A chi, gramo e meschino

Non affidò la sua speranza vaga,

Lamentando il rigor di quel destino

Che così ingiusto crudelmente il paga?

Al Tosco Duca, al principe d’Urbino

Narra le sue sventure e ai due Gonzaga,

E chiama aiuto al successor di Piero

E al Sir augusto del romano impero [4].

XXXV.

Nè a te, Napoli sua, gli affanni ei tace

Della carcere, o a te, patria seconda,

D’onde gli avi e fu il padre e cui ferace

Bagna del Brembo alpin la limpida onda!

Al figlio vostro, che sì basso giace,

Oh! soccorrete voi, e dall’immonda

Caverna, che da tanti anni lo chiuse,

All’Italia rendetelo e alle Muse!

XXXVI.

– Ahimè! misero me! – così egli esclama

Dolorando dall’anima talora; – [5]

Io non aveva altro conforto o brama

Delle fatiche e de’ miei studii, in fuora

Che lasciando quaggiù sicura fama

Io tutto non morissi all’ultim’ora,

Ma ne’ tempi avvenir illustre e bello

Co’ miei scritti vivessi oltre l’avello.

XXXVII.

– Ora infermo e già vecchio, ora ridutto

Sotto tutti i mortali e quale io sono

In questo stato vergognoso e brutto

Ho messi gloria e onori in abbandono;

Felice me se dopo il lungo lutto

M’avessi almen la libertade in dono,

E mi fosse di vivere concesso

Obblïato dagli altri e da me stesso!

XXXVIII.

– Che se questo, che gli uomini protegge,

Universal diritto altri mi fura,

Possa io vivere almen sotto la legge

Che alle belve, e agli augei fece natura!

Va pe’ campi pur libera la gregge,

E guarda al cielo e spira l’aria pura,

E contenta al ruscel chiede ristoro

Di quella sete ond’io consumo e moro

XXXIX.

– Ma più delle catene e più d’assai

D’ogn’altro ben che m’è negato o tolto,

M’offende il non saper de’ lunghi guai

Quando il fin giungerà; m’offende molto

Lo starmi solo, e sempre solo, e mai

Mai d’un amico non vedere il volto,

Mai non bearmi al riso delle genti,

O ricambiare altrui saluti e accenti.

XL.

– La barba e il crine ho sordidi e d’addosso

Mi cascano le vesti a brano a brano;

Ond’ io me stesso ravvisar non posso

Tanto mutai d’ogni sembiante umano!

Oh, se colèi cui nullo affetto ha mosso,

E che di molto amore ho amato invano,

S’ella vedesse la tristezza mia

Pietosa certo al mio dolor saria! –

XLI.

Vano lamento! suon fiacco e perduto

Che nessuna nel mondo eco ridesta,

Nel mondo dove isterilito e muto

Non conosce ogni cor che gioia e festa!

Guai pe’ vinti quaggiù! guai pel caduto

Cui fuor della miseria altro non resta!

De’ lieti al disparir giorni felici

Qual nebbia al sole dileguâr gli amici.

XLII.

Guai pel caduto, oh guai! Siccome addosso

Al morente leon piombano a cento

I corvi a dispolpar insino all’osso

Lui che vivo mettea tanto spavento:

Così coll’ire di un vile molosso,

D’insolenza feroce e d’ardimento

Sta la rea turba, e offese e insulti aduna

Su lui che s’ebbe iniqua la fortuna.

XLIII.

Nata ad un parto coll’invidia gialla

Quaggiù è una gente cui l’error fu padre;

Ogni affetto magnanimo in lei falla,

E natura e sentir d’opre leggiadre:

E perchè sovra i piè zoppa traballa,

E gli occhi ha guerci e le parole ladre

Insulta a chi fa dritto il suo cammino,

E guarda il cielo ed ha il parlar divino.

XLIV.

Di qui il maligno, cui l’onor, la pace

E l’altrui bene come peso grava;

Di qui l’adulator sempre mendace

Ed il pedante dall’anima schiava;

Ne l’ingorda di lor sete mai tace,

Che col velen della nascosta bava

Muovono i tristi insidïosa guerra

A quel ch’è grande ed infelice in terra.

XLV.

Ogni scherno, ogni oltraggio, ogni più indegno

Tradimento, ed i ceppi e sin la fame

Tornano in lor vantaggio, e tutto è degno

A sazïar l’invereconde brame.

Nè basta già ch’altri sia fatto segno

Delle miserie, e lo si vuole infame,

E stan le accuse e la calunnia pronte

Ad avvilir la generosa fronte.

XLVI.

Era a que’ giorni un fremito di festa

Per tutta Italia ed un sonar di lodi

A quell’epica tromba, che le gesta

Cantò del pio Goffredo e de’ suoi prodi;

E benchè intera la splendida vesta

Del poema non brilli, e ai vaghi modi

Talor necessità sia d’altra lima,

Miracolo d’ingegno ognun lo estima.

XLVII.

Ma come da uno stagno umido e immondo

Per l’orizzonte un vapor fosco ascende

Ed al lucido sol, face del mondo,

D’invidïose tenebre contende:

Così dall’Arno, Erostrato secondo,

Surse un cotal [6] cui tanta lode offende

E che nel suo livor non ha mai posa

Per demolire l’opera famosa.

XLVIII.

Ogni bellezza, stupido blasfema!

E poesia gli nega e tutto ei libra

E al vaglio Aristotelico il poema,

Gelato scrutatore agita e cribra:

Nè per pudore dall’insulto scema,

E se de’ colpi, che alla cieca ei vibra,

Il poeta a ferir dritto non giunge,

Contro dell’uomo insolentisce, e il punge.

XLIX.

E tu, raggio divino d’intelletto,

Tu Galileo, al sole immoto, al cielo

Discoperto, e perchè torti al diletto

Delle stelle per te senza alcun velo?

I veggenti occhi tuoi non hanno letto

In fronte a lui, che dell’ingiusto telo

Della critica offendi, una scintilla

Quale da Iddio direttamente brilla?

L.

Ma il dardo stesso in te sarà ritorto,

E tu della ferita, ond’altri or geme,

Sanguinerai, o troppo tardi accorto

Che van l’ingegno e la sventura insieme!

Così ten sovverrà quando, oh gran torto!

La superstizïon, che tutto teme,

Te pur fra le catene avrà ridutto :

Amaro seme porta amaro il frutto.

LI.

Da prima dell’invidia al nuovo morso

Non lamentò Torquato e, offeso a torto,

Gli duol che il nappo dell’ amaro sorso

Da un amico infedel fossegli porto:

Ed abbenchè meschin d’ogni soccorso

Della sua povertà pigli sconforto,

Pur ei perdona al menzogner che ingrato

Da’ suoi versi lucrò splendido stato.

LII.

Ma quando un giorno alfin se gli appalesa

Il tradimento e la sleale guerra,

Onde ferito da una doppia offesa

È il padre suo [7], cui già coprìa la terra,

Qual nube a lungo immobile e distesa

Saette poscia e grandine disserra,

Tale la concitata ira repressa

Si destò a un tratto e non mentì a sè stessa.

LIII.

– In me – egli grida – in me questa vorace

Rabbia, alfin saziate: eccovi il petto;

Ferite pur, ferite ove vi piace,

Io mai lamento muoverò, nè detto:

Ma il padre mio, ch’egli riposi in pace

Quel capo caramente a me diletto,

Cui cedo io volentieri e plausi e vanti [8]

E che in virtù ne passa tutti quanti!

LIV.

– È pur delitto nel turbato avello

La santa profanar polve sepolta,

Ma la gloria rapir, questo suggello

Ad una vita faticosa e colta,

Rapir la gloria ad un estinto, a quello,

Cui sulla terra ogni difesa è tolta,

Oh! questo è sacrilegio, è maledetta

Colpa che grida innanzi a Dio vendetta.

LV.

– Se Orlando è pur famoso e ovunque il canto

Del Ferrarese Omero oggi si spande,

Perchè Amadigi non può stargli a canto

E il padre mio perchè sarà men grande?

Forse l’italo alloro è scarso tanto

Che povero non basti a due ghirlande,

O in questa terra, d’ogni bello attrice,

Sarà l’ingegno un’araba fenice? –

LVI.

Nè solo è il Tasso alla tenzon; ma tutta

Venne in campo l’Italia ed a’ suoi fianchi

Cento e cento guerrieri nella lutta

Scesero valorosi e non mai stanchi.

Dall’Arno invan faville e fumo erutta

Quel ciurmador da frottole e da banchi;

Che il lauro di Torquato è sempre verde

E per nembi e per tuon foglia non perde.

LVII.

E pur la sua Gerusalemme, il solo

Desio che a tutti gli altri ha posto in cima,

Or gli è cagion di pentimenti e duolo,

Nè più in pregio la tien come da prima:

E qual padre rinnega il suo figliuolo

Se non più suo ma adulterin lo estima,

Anche il Tasso così grida anatèma,

E vuol rinnovellato il suo poema.

LVIII.

Forse più che di tutto avea disdegno

Ch’alle venture età per grande e giusto

Viva ne’ versi suoi quegli che, indegno

Il fè d’oltraggi e di catene onusto:

Certo però che al provocato ingegno,

Fu qual cote all’acciar l’alto disgusto,

Ond’ egli ritentò l’epica tromba

A celebrar la conquistata tomba. [9]

LIX.

Ma se in alma gentil, costante e bella

Vive l’imago del primiero amore,

Nè tempo o lontananza la cancella

E al cessar della vita anch’essa muore;

Così del Tasso all’armonia novella

Applaude Italia, ma non sa dal core

Torsi d’Armida il lusinghiero incanto,

Nè scordare il piacer del primo canto.

LX.

Però non solo quell’ardito ingegno

A poetico vol l’ali discioglie.

Che in difficili studii a dotto segno

La penna indrizza e le severe voglie;

Nè del sofo d’Egina [10] altri più degno

L’immaginosa eredità raccoglie,

O sa con tanto core e miglior arte

Quelle dolci follie narrare in carte. [11]

LXI.

Or, come antico padre, alla famiglia

Sapïenza domestica ragiona;

Or argomento dall’amore ei piglia;

Or dal poema ch’epico risuona:

E ad alti sensi nobiltà consiglia,

E degli spirti, sia malvagia, o buona, [12]

La natura descrive, o scherza un poco

Delle gioconde maschere e del gioco.

LXII.

E pur a modo d’uom che un cane ha morso

Ed il veleno per le vene n’abbia,

Dal sonno stesso non trova soccorso

Ma un alimento di novella rabbia;

O qual sarebbe d’acqua un breve sorso

D’un moribondo alle assetate labbia,

Tal da’ studii gli vien breve una calma,

Che lascia ancor più sconfortata l’alma.

LXIII.

Come la verità de’ suoi tormenti

Al poeta non basti, e quasi il gioco

Dell’invida fortuna e gl’insolenti

Casi e il rigor degli uomini sien poco,

Altri deliri e orribili spaventi

Gli si aggiungon così che foco a foco,

Ed una coscïenza egra e fallace

Gli toglie in lunghi scrupoli ogni pace.

LXIV.

Perchè di troppo scrutatrice e ardita

Oltre a nostra virtù s’alzò la mente,

E legger volle là dove le dita

Di Dio segnâr la notte ed il nïente?

Perchè corse il pensier nell’infinita

Regione de’ misteri, e prepotente

Osò spiegar ciò che il buio circonda,

Ed è un vasto ocèan senza mai sponda?

LXV.

Tal chiedesi Torquato, e una risposta

Disperata, terribile ed oscura

Gli fa parere ogni grazia discosta,

Ed i peccati suoi senza misura:

Ond’ei di un sacerdote ai piè si accosta,

Ed in colpa si chiama e lo scongiura

Di un perdono che ottiene, e non gli basta

A torlo dall’errore ove contrasta.

LXVI.

Come al tonfo di un sasso entro dell’onde

Piccol cerchio si fa che, qual per brezza,

Poi ride in giro e tanto si diffonde

Che contro delle rive urta e si spezza:

Tale nel Tasso ogni pensiero asconde

Mortal seme di dubbii e d’incertezza,

Seme che cresce in pianta e tutta occupa

L’anima e aduggia sotto l’ombra cupa.

LXVII.

E un Dio gli appar tra i fulmini ed il tuono

Che squassa inesorabile flagello,

E a cui ministri nella vita sono

Pianto e miserie, e il foco oltre l’avello:

Allora, sfiduciato di perdono,

Si accusa impenitente e per rubello

Fra incertezze, rimorsi e pentimento

Spera e dispera allo stesso momento.

LXVIII.

Tale per tutto il dì, poi come cala

La notte, madre d’ombre e di paure,

Ed ha con sè di vipistrel sull’ala

Uno stuol di fantastiche figure,

Più tristamente disperato ammala,

Nè v’ ha forza o ragion che il rassicure,

A modo di pastor ch’ode pel fosco,

Da lontano il leon ruggir nel bosco.

LXIX.

Invano allora supplicando ei move

All’inchiesta di povera lucerna,

Che di un dubbio chiarore almen lo giove

In quella oscurità che pargli eterna,

Dov’egli vede, in forme orride e nove,

Mostri e folletti andar per la caverna,

E muover salti e menar ridde intorno

Sin che li caccia il rinascente giorno.

LXX.

Talvolta desto in subita paura

Pargli udire un rumor d’aspre favelle,

E d’ali uno stridor su per le mura

E voci chiocce e suon di man con elle;

E vede lente dalla terra scura

Levarsi vagolando atre fiammelle,

E cento facce paurose ed ebre

Rischiarar quelle mobili tenèbre.

LXXI.

Ne’ sogni irrequieti, allor ch’ei dorme,

Fastidïoso sul petto gli pesa

Uno spirto seduto, e nelle forme

Di un immane caval se gli appalesa:

Nè sa gittarlo, o contro dell’enorme

Ospite ritrovar scampo e difesa,

Che in strani abbracciamenti ognor più grosso

Quel demonaccio gli procombe addosso.

LXXII.

Tenta alzarsi..... nol può: grida..... ma in gola

Manca rotta la voce; ansante è il petto,

E per tutto un sudor tale gli cola,

Qual dagli ultimi affanni ei sia distretto.

Poi quando il sogno reo col dì s’invola

Così egli giace disfrancato e inetto,

Che dal male di gocciola gli sembra

Offese e istupidite abbia le membra.

LXXIII.

Onde qual chi da subito periglio

Trova lo scampo in una fuga presta,

Egli anelante dal crudel giaciglio

Si lancia fuor senza pensier di vesta,

E per torsi da quella, che sul ciglio

Tanto gli pesa tenebra molesta,

Cerca un filo di luce che l’illuda,

Presso il breve pertugio della muda [13].

LXXIV.

A quelle ferree sbarre ei tiensi stretto,

E la fronte addossandovi e la faccia,

Un refrigerio prova anzi un diletto

Nel tocco del metallo che lo agghiaccia:

E se mai vede sull’opposto tetto

Un gatto [14] che sua via notturno faccia,

Invidia all’animal gli occhi lucenti,

Che immagin danno di carboni ardenti.

LXXV.

Oh quante volte del natio suo mare

Sognava le armonie quell’alma stanca,

Cui lontano lontan Sorrento appare

E di Cornelia sua la casa bianca!

Lucido è il sol; l’onde tranquille e chiare

E il fresco venticela che lo rinfranca,

Ai sensi disgustati un novo porta

Primaverile odore e li conforta.

LXXVI.

E te, ombra adorata, ei chiama spesso

Dell’estinta sua madre..... Oh! nel profondo

Carcere il figlio tuo non vedi adesso,

Tu che bello il volevi e tutto mondo,

Nol vedi in panni laceri ed oppresso

Dalla rabbia degli uomini e del mondo?

Oh! teco alfin lo prendi e al corpo ignudo

Il tuo bianco lenzuol sia veste e scudo!

LXXVII.

Intanto il Tasso davicino a morte

La prigionia condussero e gli affanni,

Che alla sua vita come lima forte,

Rodeano mortalmente da tanti anni,

E dir si può che sol poche ore e corte

Restin per insultarlo a’ suoi tiranni,

Ed una vita libera e serena

Gli apra l’avel che rompe ogni catena.

LXXVIII.

Una febbre ardentissima nel letto

Da un mese il tiene, nè rimette o cessa

Per modo tal che al desolato aspetto

Ogni speme di vita ormai s’ è smessa.

Già lui, perduto il ben dell’intelletto,

Da quattro notti così il male oppressa

Che, quasi corpo istupidito e inerte,

Nè voce più, nè medicina avverte. [15]

LXXIX.

Però se il corpo suo torpido langue,

Si affatica il cervel d’aspra battaglia,

E al ribollire dell’acceso sangue

In mille visïon desto travaglia.

Nè mostra più colori al sole un’angue,

O più leggera muovesi una paglia,

Di quel che in mille fantasie distratta

L’egra sua mente delirante è fatta.

LXXX.

Fu in questa dello spirto e della vita

Ultima pugna, che il febbrile eccesso

In tale sogno l’alma ebbe rapita,

Che sogno e verità parean l’istesso.

Dopo aver faticato a una salita,

A Torquato sembrava essersi messo

Per dentro interminabile pianura,

Ned’era giorno ancor, nè notte scura.

LXXXI.

Ei seguitava nell’andar che un vento

Alle spalle cacciavalo in avanti.

Con sì ratta virtù di movimento

Come avessero l’ali i piedi erranti :

E per ville e città, traverso cento

Schiere di lingua varie e di sembianti,

Senza tregua o riposo il pellegrino

Seguiva rapidissimo il cammino.

LXXXII.

E là, dimezzo quella gente folta

Siccome fiotti in tempestoso mare,

Un grido solo da per tutto ascolta

Di lagni e di dolori alto sonare.

E dovunque a veder la faccia ha volta

Uno stesso spettacolo gli appare,

E pompe trïonfali e plausi al forte,

Ed al giusto patiboli e ritorte.

LXXXIII.

Oh quanti e quanti in suo viaggio ei vede

Martiri della patria e dell’ amore,

Martiri del pensiero e della fede

Cui l’ingegno fu colpa e il troppo core!

E qual la jena, che il suo pasto chiede,

Rabida invidia starsi, e star l’errore

E il popolo egualmente in tutti i luoghi

Plaudere il sangue ed attizzare i roghi.

LXXXIV.

Nel legger dentro que’ delitti occulti

Di Torquato gemea l’anima bella,

Ed al vederli avventurosi e inulti

Al creator suo giudice si appella,

Perchè quaggiù la prepotenza esulti

E alla forza virtù sia fatta ancella,

E tra i nati d’un padre empii fratelli

La rabbia di Cain si rinnovelli.

LXXXV.

Intanto sempre più venia sospinto

Egli per entro di quel mondo ignoto,

Quando l’aër in tenebre dipinto

Si oscurò a un tratto e fecesi un tremuoto. [16]

Il sole, al pari di un gran faro estinto,

Pende dal cielo, e nell’inerte vuoto

Visibilmente la luna e le stelle

Ardon di sangue e sono in lutto anch’elle.

LXXXVI.

È vento ed uragan, tuoni e saette;

Onde il poeta sbigottito e anelo,

Ogni virtù perduta, al suol cadette

E di morte sentì corrersi il gelo.

Poi quando le pupille, che ristrette

Di paura chiudeva, aperse al cielo

Lucido il vide e all’orizzonte in fondo

Un’alba scintillar nuova pel mondo.

LXXXVII.

Dove giacean disseminati e mesti

D’ogni martire i corpi, ecco repente

Correre uno splendor, e que’ ridesti

Alla vita tornar novellamente:

E le aperte ferite e gl’inonesti

Solchi delle catene una lucente

Aureola circondar e sovra loro

Arder di mille stelle un cerchio d’oro.

LXXXVIII.

Come fragore d’acque e come tuono

Indi una voce andossi sollevando

Da que’ che avean patito, e udinne il suono

La terra e il ciel l’udì. – Insino a quando, [17]

Insino a quando, o gran Dio, per cui sono

Giustizia e verità, starai posando,

E l’ora tarderà della vendetta

Che terra e ciel da tanto tempo affretta?

LXXXIX.

– Invano l’opra nostra e la favella

Al vero e a libertate ebbimo volta;

Invan per quell’amor che ne affratella

Versammo, a dissetar la gente stolta,

Insino a tutto il nostro sangue, ch’ella

Ne abbeverò d’assenzio alla sua volta:

E tu, gran Dio, a chi ne fu crudele

Mesci egual coppa e ne raddoppia il fiele! –

XC.

Stetter le voci, ed ecco spalancarsi

I firmamenti e d’angeli uno stuolo,

Le corrusche squassando aste, mostrarsi

Dai cieli aperti e in giù spiegare il volo;

E insieme a loro sulla terra apparsi

Guerra, cordoglio e fame e peste e duolo,

Onde sovra ogni parte e in ogni sito

Il giudizio di Dio fosse compito.

XCI.

Nel suo febbrile immaginar seguia

Quelle varie fortune il buon Torquato,

Godendo ch’ogni ben quaggiù non sia

Al violento e al despota serbato:

Ma un angelo in quel mentre a lui venia

E, presolo per mano e sollevato

Della terra, così sel tien vicino

Come madre che abbraccia il suo bambino,

XCII.

Dopo rapido spazio erano fuori

Di que’ spirti dal popol circonfuso,

E in un etere puro di splendori

Rattamente salian sempre più in suso:

Un’armonia spandevasi di cori

Per entro a que’ zaffiri, ed oltre l’uso

Mortal sonava così dolce e nova

Che il Tasso una gran pace in cor ne prova.

XCIII.

Nè in prima l’occhio suo, che tardo apriva,

A poco a poco tanto dì sofferse,

Che in mezzo il cerchio della luce viva

Sfolgorante una donna discoperse:

In fido atto d’amore a quella diva

Erano le felici alme converse,

E contemplando l’adorato viso

In lui solo gioiano un Paradiso,

XCIV.

L’onda della freschissima marina,

Il pallore gentil della vïola,

Il ciel che s’inzaffira alla mattina

Son vaghi nel color della sua stola.

S’inchinano le stelle e il sol s’inchina

A lei che piacque al suo fattore sola,

E la luna superba a tanto incarco

A sgabello dei piè curvasi in arco,

XCV.

Mentre che fisi nel divin sembiante

L’anima tien Torquato e tiene gli occhi,

Ecco gli par che delle luci sante

Ella lo guardi e della man lo tocchi:

Ond’egli allor per riverenza avante

Le cade tramortito in sui ginocchi,

E colla voce, che dal cor gli uscia,

Salutolla esclamando – Ave Maria –

XCVI.

Il sonno e l’alta visïon sen vanno,

Ma non però che al povero malato

Tutto una larva sembri od un inganno

Ciò che dormente lo facea beato.

Ormai della mortal febbre l’affanno,

Come fosse un miracolo, è cessato,

Ed egli a ciaschedun, che il credea morto,

Di maraviglie è oggetto e di conforto.

CANTO DECIMO

LA BUONA AMICA.

I.

Santa amistà! benchè d’invereconde

Maschere la tua faccia altri ricopra,

Ed in parecchi, che il tuo manto asconde,

Diversa sia dalle parole l’opra;

Benchè nel nome tuo s’apran profonde

Piaghe, nè il tempo vi passi mai sopra;

Non io ti chiamo desiderio e sogno,

Ma di questa mortal vita bisogno,

II.

Che se l’etade seco il meglio porta

Di ciò ch’è caramente più diletto;

Se gran parte di noi da prima è morta

Che la tomba ne chiuda ad ogni affetto,

Anticipato avel non disconforta

Quel fra gli umani cui tu scaldi il petto;

E perchè in te, santa amistà, tien fede

Sino all’ ultimo spiro egli ama e crede.

III.

Poco di te gli avventurosi sanno.

Anzi, di mezzo la mollezza e gli agi,

Invece tua, con desïato inganno,

Sta l’adulazïon ne’ lor palagi:

Ma se il core tormenta nell’affanno.

Se giungon la miseria e i dì malvagi,

Allora è il tempo de’ tuoi dolci uffici:

Ti ha creata il Signor per gl’infelici!

IV.

Può bene Alfonso di più reo servaggio

Opprimere Torquato, e il sole e l’etra

Anco negargli, e di pagato oltraggio

Disfrondare l’allôr della sua cetra:

Però dove del dì non giunge il raggio,

Onnipossente l’amistà penetra,

E sulle piaghe della sorte avversa

Un vitàle d’amor farmaco versa,

V.

Tal degli amici la pietosa cura

A lui confortatrice in tante pene,

Entro l’orror della prigione oscura

Scende il peso a lenir delle catene.

Ed allorchè de’ guardïan la dura

Legge men fiera od oculata viene,

Procaccia che ristoro alcun gli giunga,

Nè la necessità sempre lo punga.

VI.

Così invece dei panni disonesti

E della paglia, ove giacea il meschino,

Benefica una man di nuove vesti

Lo giova e di ospitai coltre di lino:

E l’ammuffato pane ed i molesti

Cibi in grate vivande, e cangia in vino

L’acqua corrotta, cui per dissetarsi,

Spesso i labbri appressò bramosi ed arsi.

VII.

Nè corre dì che il memore poeta

Nelle sue preci confidenti a Dio

Il riverito nome non ripeta

Di qualchedun che a’ suoi tormenti è pio.

Gloria ed onori e vita lunga e lieta

Prega ai Gonzaga, e al Grillo, ed al natio

Suo Brembo benedice, e a que’ che tolto

Dal carcere il vorriano ov’ è sepolto.

VIII.

Egli spesso arrestar gode il pensiero

Nella sua Laura [18], che veduto in vano

Venirle ogni altro mezzo, a un cavaliere,

Caro ad Alfonso, diede core e mano;

Perch’ei che vive tutto al suo piacere,

Possa tornare il Duca giusto e umano,

E fedeli ambidue nel lor proposto

Studino di salvarlo ad ogni costo.

IX.

Ma del poeta suo perchè in aiuto

Lëonora non venne? Ahi! che la serra

Il calato sepolcro ove par muto

Diventi ogni desio di questa terra.

Che se Torquato a un ultimo tributo

Lagrimando la voce or non disserra,

Pose certo alle sue labbra suggello

La santa riverenza d’un avello.

X.

Nè contro il lungo immeritato duolo,

E l’empia tirannia che il tiene oppresso

Vien degli amici il pio conforto solo:

Ch’anzi un fedele spirito [19] di spesso

Nella muta prigion calasi a volo,

E arcano gli rimane ospite appresso,

Malgrado tante sbarre e de’ custodi

I vigilanti sguardi e i ferrei nodi.

XI.

Appena un breve giorno entro la stanza

Per l’angusto pertugio il sol misura,

In rilucente striscia ecco una danza

D’atomi vorticosi entro l’oscura

Notte agitarsi, e dar forma e sembianza

Di mezzo loro a una gentil figura,

Che a poco a poco il grazïoso aspetto

Rivestendosi vien di un giovinetto.

XII.

Della persona nobile e del viso

Egli si atteggia dentro un panno bianco,

Ed in luce dorata il crin diviso

A lunghe anella mostra oltre del fianco:

Tanta piena allegrezza ha nel sorriso,

Ch’ogni altra gioia al paragone è manco,

E intorno, nunciator del suo venire,

Di profumi si spande un grato olire,

XIII.

Il lasso prigionier non così tosto

I fidi indizii dell’amico avverte

E se lo vede, agli altri occhi nascosto.

Per lui solo vestirsi in forme certe,

Che come in mezzo un miglior mondo posto

Scorda gli affanni e le pene sofferte,

E quasi ai sensi d’improvviso tolto

Al suo visitator tutto è rivolto.

XIV.

Ned’altrimenti in mezzo le persone,

Nel naturale conversar, si ascolta,

Che il soggetto del dir quegli propone,

Questi replica poscia alla sua volta:

Di quel che il Tasso, quasi altrui ragione,

S’ode da solo favellar talvolta,

Quando all’inchiesta rispondendo, e quando

Di sottili questioni argomentando.

XV.

E ben di non comuni alti subbietti

L’amato spirto ragionar gli deve,

S’egli rivolto a quegli occulti detti

Segueli tutti e avidamente i beve;

E a un modo stesso i circostanti oggetti

Nel lucido cristal specchio riceve,

Come l’interior senso palese

Viengli al colore delle guance accese.

XVI.

Anzi ciascun che alla mirabil prova

Stette per testimon del fatto strano,

Benchè l’udito ed il veder nol giova

A indovinar chi sia l’ospite arcano,

Pure sentendo come il Tasso mova

A que’ discorsi ragionato e piano,

Quasi vegga il celeste messaggero,

Anch’ei tenne il miracolo per vero.

XVII.

Intanto gli anni in quel noioso inferno

Passano e sette volte il sole in cielo

Volse al leone e sette volte il verno

Di gelati vapor gli fece velo;

Nè per Torquato dal crudel governo

La fortuna mutò sia caldo o gelo,

Nè, cessata la barbara condanna,

Al poveretto si schiuse Sant’ Anna.

XVIII.

Pur finalmente il Duca, o che ritorno

Faccia a sensi più giusti, od abbia in tedio

Che da tutta l’Italia, in ciascun giorno,

Per liberarlo gli si ponga assedio,

Al Tasso permettea muoversi intorno [20]

Ed al malato umor cercar rimedio,

Purchè, lasciando a sera ogni brigata,

Torni contento alla prigione usata.

XIX.

Era l’anno in que’ dì che per la via,

Campanini agitando e cimbanelli,

Con saltellante piè va la follia

E lo spasso e il piacer le son fratelli.

Notte e giorno un cantare, un’allegria

E giochi e feste e giubili novelli,

Notte e giorno un menar di danze in tondo

E in maschere e in tripudii un caro mondo.

XX.

Di qual bolgia di Stige e d’Acheronte

Uscinne mai quel popolo confuso,

O quali fantasie subite e pronte

La faccie immaginar, gli abiti e l’uso?

Altri i piedi al caprone, altri la fronte

Tolsero al cervo, oppure al cane il muso:

Chi zuffola col serpe e chi col gatto

Miagola o ragghia come ciucco affatto.

XXI.

Uomini e donne cui l’etate è fresca,

O cui festivo umor non tolgon gli anni,

Ciascuno in gran piacer mettesi in tresca,

E canchero e malan venga agli affanni!

Ned’altrimenti vanno i pesci all’esca,

Che corron tutti ai mascherati panni,

E il popolo, che soffre, un giorno almanco

Gitta la soma che gli grava il fianco.

XXII.

Dei palagi ai balcon, sovra i pendenti

Tappeti e delle Fiandre i pinti arazzi

Guardano dame e cavalieri attenti

All’allegrezza di que’ giorni pazzi;

E così l’onda delle spesse genti

S’agita e si dibatte ai be’ sollazzi,

Che par della Giudecca [21] la contrada,

De’ venti allo spirar campo di biada.

XXIII.

Spesso tra chi a guardar è in giù rivolto

E que’ che per la via passan soggetti,

Ardon aspre battaglie e lungo e molto

Contendere di nobili dispetti:

E freschi fiori, e gialli aranci, e un folto

Grandinare di zuccheri e confetti

Ministran l’armi, ed ogni gente all’opra

Diversamente forza e ingegno adopra.

XXIV.

Tra gli altri spettator Torquato siede

In questi giorni, e con gentil premura

In lui ciascuno riverir si vede

All’alta maestà della sventura.

Ma come indarno primavera riede

A tornar verde la morta natura,

Nel poeta il poter della bellezza

Il ghiaccio del dolor così non spezza.

XXV.

Povero Tasso! A lui del sole i rai,

Uso al bujo com’è, fan quasi insulto;

E tanto egli ascoltò d’urla e di guai

Ch’estraneo sembra ad ogni dir più culto.

Gli stessi piedi, fatti tardi ormai

Dal breve spazio ove giacea sepulto,

In più largo confin mostransi stanchi,

Come che loro ogni potenza manchi.

XXVI.

E pur d’intorno a lui vola uno sciame

Di vaghe donne folleggianti in giro,

E cortesia non è che nol richiame

Ai begli anni che rapidi fuggiro.

Oh i vivi sguardi! Oh! le sentite brame

Onde vorrian cessar il suo martiro

Con l’assidua pietà, che par riceva

Miglior virtute dalle figlie d’Eva !

XXVII.

Nel rimirar in sì leggiadro loco

Quell’infelice squallido e disfatto

Tanto che ogni conforto era di poco,

A Prometeo il pensier corre d’un tratto.

Anch’ei quel primo rubator del foco

Inimico di Giove erasi fatto

Per amor de’ mortali, e al duro scoglio

Pagava il fio dell’indomato orgoglio.

XXVIII.

E a quel dolente d’infiniti mali

Messaggere dell’aura lisciano accanto

Le vaghe ocëanine, e d’immortali

Conforti eran pietose al suo gran pianto:

Esse molcean col ventilar dell’ali

L’aspro martirio, ed ei narrava intanto

L’orrida fame dell’augel rapace,

E quanto ai numi la vendetta piace.

XXIX.

Se non che della sera al primo squillo

Il poeta, già stanco, a cui riesce

Di troppo quel tumulto, a più tranquillo

Luogo sospira e sol soletto n’esce.

Già il continuo rumor che dipartillo,

Sempre più lontanandosi decresce,

E del festante popolo la pressa

Si dirada, ed alfin d’un tratto cessa.

XXX.

Ed egli seguitando il suo cammino

Senza una meta, va sbadatamente

Tardo, triste, nojato, a capo chino

E in nessuno pensier ferma la mente;

Ma come del Serafico vicino

Alla chiesa trovossi, in cor si sente

Desiderio d’entrar le sacre soglie,

E colà dentro i passi egli raccoglie.

XXXI.

Uscita del Signor dalla dimora

La turba de’ fedeli è poco avante,

Ed in leggeri nuvoletti ancora

Degl’incensi il profumo vagolante

Attorno il tempio spandesi ed odora,

Mentre in dubbio chiaror giaccion le sante

Are e i vasti piloni, onde soffolte

Con acuto girar s’alzan le vôlte.

XXXII.

Il sol dall’ occidente obbliquo e terso

Penetra dentro i finestron del coro,

Correndo sui leggiadri archi e attraverso

De’ trafori il flessibile lavoro,

E in tremulo splendor brilla diverso

Fra l’agitarsi di una nebbia d’oro,

A seconda che pingesi quel raggio

De’ vetri incolorati nel passaggio.

XXXIII.

Sol di tutti i viventi un’alma pia,

Rimasa sopra gli organi, si piace

L’eco destar a un’ultima armonia

Nel vasto tempio che deserto giace:

L’ora ed il sito e il suon che fugge via

Per l’aër pieno d’una santa pace,

Parlan d’amor, di fede una parola,

Ed il core l’intende e si consola.

XXXIV.

Nè prima chini il Tasso ebbe i ginocchi

E dalla bocca una preghiera mossa,

Che come ingrata memoria lo tocchi

A un tratto si sentì l’alma commossa,

E un impeto di lagrime dagli occhi

Irruppe fuor in piena così grossa,

Che si diria ch’egli, infelice tanto,

Mai non si avesse disfogato in pianto

XXXV.

E pur sospetto di peggior fortuna

A sua tranquillitate or non offende,

Nè del passato rimembranza alcuna

Tornalo in mezzo di più ree vicende;

Ed anzi adesso d’un bambino in cuna

La cheta anima sua l’immagin rende,

Che nulla affatto delle cose avverte

In un muto languor torpida e inerte.

XXXVI.

Ma un bisogno di lagrime, una nova

Irresistibil forza che le spreme,

Un senso arcano ora Torquato prova,

Che dolce pargli ed affannoso insieme:

Però di tanto al mestissimo giova

Ciascuna stilla che dagli occhi geme,

Di quanto refrigerio è la rugiada

Al fior che a mezza state arido cada.

XXXVII.

Egli ancora piangea quando ascoltosse

Chiamar distintamente, ed all’accento

Conosciuto ed amato si riscosse

Tra maraviglia e subito sgomento:

Laura gli stava avanti, e d’onde fosse

Da prima capitata, o in qual momento

Render conto a sè stesso ei non potea,

Già tutto assorto dalla mesta idea.

XXXVIII.

Scesa intanto la notte, ognor più densa

Tenebra s’era fatta nella chiesa,

Dove un pallido raggio arde e dispensa

Piccola lampa al Sacramento accesa:

Pur del Tasso nel cor l’occhio compensa

Al difetto di luce, e l’inattesa

Amica sua distinta ei raffigura,

Nè d’inganno o d’ error sente paura.

XXXIX.

Così di quella voce al noto suono

Conoscenza e vigore a un tratto acquista,

E sorgendo sui piedi, in abbandono

Lascia ogni altro pensier che lo rattrista.

È dessa la sua Laura!..... oh quanti sono

Quanti lunghi anni da che non l’ha vista!

Come nell’apparir della cortese

Gli torna ogni suo obbligo palese!

XL.

– Unica donna! – egli al vederla esclama:

– Oh grazie a voi che in tanto amor m’aveste,

Che alla mia libertate, alla mia fama

Sin di voi stessa il sacrifizio feste!

Ch’io mi vi prostri ai piedi, e qual si chiama

Devotamente a un angelo celeste,

A voi saluti e preghi e benedica,

Sorella mia, mia salvatrice e amica! –

XLI.

Quello che disse egli compia, ma tosto

La donna l’interruppe – Oh cessi, cessi

Ogni antica memoria, ogni proposto,

Che ne richiami a giorni in obblio messi.

Ora meglio è d’assai ch’entrambi al posto

Abbandonato ritorniam: gli stessi

Grati pensier, la stessa cura, o Tasso;

Ne invita accanto dell’amato sasso. –

XLII.

Qui confuso il poeta: – Io non saprei

Di che mi favelliate: alla ventura

Entrai la chiesa, e se dagli occhi miei

Il pianto scorre, la ragion m’è oscura.

Ma voi perchè vestite a bruno, e quei

Fiori, che stan su questa sepoltura,

A qual fin li spargete o chi si onora? –

E Laura gli risponde – Elëonora! –

XLIII.

Un silenzio mortal tenne d’appresso

Al nome riverito, e alfine uscendo

A dire il Tasso incominciava – Adesso

Delle lagrime mie l’ordine intendo:

Così pietoso il ciel m’avea concesso

Di starle accanto, ed io giustizia rendo

All’ incognito senso di conforto,

Onde tutto di me non era morto. –

XLIV.

In questo dire, come sovrappreso

Da reo pensiere, si ammutì Torquato,

E la faccia chinò sotto del peso

Di un dolore mortale e rassegnato.

Poi qual uom che fra sè parli, fu inteso

Lamentando esclamar – Dimenticato!

Ella m’avea dimenticato, oh anch’ella! –

Nè della bocca uscìagli altra favella.

XLV.

Laura al caro infelice in molto affetto

Stese la man – Di Dio possa il perdono

Consolarmi – dicea – se al suo cospetto

Terrene affezioni io vi ragiono.

Troppo correste facile al sospetto,

E le lagrime vostre ingiuste or sono:

Ella scordarsi, e il sacrifizio immenso

Ripagarvi di povero compenso?

XLVI.

– Non è, non è così. Nel suo dolore

Elëonora pianse inesaudita,

E fu di compassion prezzo e d’amore

Fin l’ultimo sospir della sua vita.

Oh mi bastasse a raccontarvi il core

Quanto sofferse e di quale ferita,

E potessi eguagliare a soli accenti

La penosa agonia de’ suoi tormenti!

XLVII.

– Poscia che la prigion v’ebbe a lei tolto,

Tornar dovette l’infelice in corte,

Lieto il labbro fingendo e lieto il volto

Quando in mezzo del core avea la morte;

E dieci e dieci lune entro sepolto

Tenne l’alto dolor l’anima forte,

Nè il mondo, che a pietà mai non s’aperse,

Nel mesto occhio una lagrima scoverse.

XLVIII.

– E pur soffria di quel dolor che in terra

La donna a disfidar vale soltanto,

Dolore che nell’anima si serra

Muto, sublime, rassegnato, santo:

Che non si cangia mai per lunga guerra

Sin che palpita il core e gli occhi han pianto,

Dolor che lento lento si consuma,

E quale ambra non vista olezza e fuma. –

XLIX.

Mentre Laura così lo rende istrutto,

Ad altra vita sentesi rinato;

Il carcere affannoso, il lungo lutto,

L’ingiustizia degli uomini e del fato,

L’abbandono, il dolor, gli affanni, tutto

Ciò che sofferse, il Tasso ha ormai scordato;

Lëonora lo amò..... questo gl’importa;

Ogni altra ricordanza è per lui morta.

L.

Di quella pietra genuflesso accanto

Dove la salma del suo ben riposa,

Non può cessar dal volontario pianto,

E dal baciarla come santa cosa.

Ei così lungamente, e poi che alquanto

Da quell’impeto primo ebbe di posa,

– O Laura – prega – se contento Iddio

Faccia del vostro core ogni desio:

LI.

– Se dell’affetto che le avete posto

Ella piena lassù grazie vi guardi,

Nulla oramai, nulla mi sia nascosto

Di ciò che al benedetto angiol riguardi.

Qual ricordo per me ella vi ha imposto?

Il nome mio sovra i suoi labbri tardi

Per la morte, sonò l’ultimo? Oh! dite,

E all’ardente mia brama il cielo aprite -

LII.

Quella donna gentil seder lo fece

Vicino e in suono rispettoso e basso

Incominciò. – Propizia alla mia prece

Tu mi sii, Lëonora; ecco il tuo Tasso:

Dall’iniqua prigion alfin gli lece

Piangendo riposar sovra il tuo sasso;

Alfin si scorda de’ suoi giorni mesti,

Sicuro della fè che gli tenesti!

LIII.

– Pochi mesi volgevansi d’allora

Che foste prigioniero, ed un mortale

Languor così disfece Lëonora

Che medicina incontro non gli vale.

Della sera al venir sulla stessa ora

Un calore febbril ratto l’assale,

Affinendo il vigor della persona,

Che più il letto dappoi non abbandona.

LIV.

– Il febbraio così tra morte e vita

Al suo decimo sol giunse oramai:

Fatto era buio, e la stanza romita

Si rischiarava d’una lampa ai rai:

Ogni altra damigella è già partita,

Sola io vicin le rimanea, che mai

La notte e il giorno non avea cessato,

Grata infermiera, di vegliarle a lato.

LV.

– Ed ecco io veggo la persona stanca

A fatica levarsi in su del letto,

E cercarmi cogli occhi e della manca

A me accennare e quasi dir – ti aspetto. –

Nè in prima qual potea meglio e più franca

M’avvicinai, ch’ella le mani stretto

Mi prende e colle sue messele insieme

Contra del core in lungo atto le preme.

LVI.

– Attorno il collo in un supremo abbraccio

Allor mi si gettava, e in quell’addio

Le labbra sue, che pareano di ghiaccio,

Lungamente restar sul viso mio.

Volle parlar, ma il duol l’era d’impaccio,

Così che piangevamo ed ella ed io:

– Laura – alfin disse, e la sua voce poca

Sempre più divenia languida e roca.

LVII.

– Laura parlar mi lascia..... io sarò corta:

Una preghiera a farti ancor mi avanza;

Che a te piaccia venire, ov’io sia morta,

Fedele abitatrice in questa stanza.

Oh lo strano pensier! Pur mi conforta

Abbandonarti con questa speranza,

Che qui, dove durai sì lunga prova,

Gente non venga indifferente e nova. [22]

LVIII.

– Lo farai, non è vero? mi consola

Della promessa tua, me la ripeti:

Per te, mia dolce amica, oh per te sola

Un mistero non han queste pareti.....

E se l’avello tutto non invola,

A te verrò ne’ sogni tuoi segreti,

E tu, scordando che rival ti fui,

M’amerai sempre e parlerem di lui! –

LIX.

– Tacque e sotto le coltri allor prendea

Grosso volume di vergate carte,

Ove della sua man già trascrivea

Il Goffredo, l’Aminta e a parte a parte

Tutti i vostri poemi; e quanto avea

Sul caro libro di lagrime sparte!

Che la scrittura impallidita ed usa

Visibilmente il lungo pianto accusa.

LX.

– Colle scarne sue mani appena svolto

Poche pagine s’ebbe e non vi lesse,

Che agli occhi spenti era il vedere tolto,

E fu necessità le racchiudesse.

Allor l’udia, ogni vigor raccolto,

– O Laura – proseguir – se ti piacesse

In ciò giovarmi che l’occhio mi nega.....

Poi starsi in atto di chi ascolta e prega.

LXI.

– Io senza più, dalle sue man raccolsi

L’adorato volume, e benchè vinta

Da immenso duol obbedïente tolsi

Dal bel principio a leggere l’Aminta.

Però non così in prima il labbro sciolsi,

Che d’affannosa desïanza spinta,

Le pupille volgea secretamente

Dalle pagine care alla morente.

LXII.

– Ed a seconda che di faccia in faccia

Avanzando venia nella lettura,

Come al nascente sol fugge ogni traccia

Della notte e il color muta natura,

Così scompare dalla mesta faccia

Ogni ombra di dolor che la fè scura;

Ed in quel mentre giunta al primo coro

Io cominciava – O bella età dell’oro! –

LXIII.

– Nè il successivo verso ancor ripresi,

Ed ecco come per subito incanto

A un tratto Leonora uscire intesi

In melodia di dolcissimo canto:

E proprio dove la canzon sospesi,

Ivi ella stessa ripigliarla e tanto

Di passione mettere in quel dire,

Che non parea voce mortal di udire.

LXIV.

– Ride il suo volto d’ineffabil calma,

Negli occhi semispenti arde un baleno,

Quasi che amore anticipasse all’alma

Quel contento che in Dio soltanto è pieno.

Strette le braccia insiem palma su palma

Premon le schiuse man contro del seno,

A contener nel vïolente eccesso

Il core che scappar vuole a sè stesso.

LXV.

– Ed ella intanto i modulati lai

Verso per verso a fil di labbra move;

Ed era al terminar giunta oramai

Allor che uscendo in armonie più nove,

(Nè immaginar mi so come ed in quai

Parti del core quegli accenti trove)

Amiam – ripiglia – Amiam, che non ha tregua

Cogli anni umana vita e si dilegua. –

LXVI.

– Quale un freddo coltel dentro mi desse

Per le vene, sentii tale un ribrezzo

Quando due volte alle parole stesse

Tornar l’ho udita con più flebil vezzo:

Anzi parea ricominciar volesse,

Però la voce le mancò di mezzo

E chiusi gli occhi immobile restosse

Non altrimenti che una statua fosse.

LXVII.

– Io mi credea che ella dormisse all’atto

In che quïeta reclinò la testa:

E ben dormia, ma il sonno era sì fatto

Che nulla di quaggiù l’avria più desta:

I suoi dolor cessarono d’un tratto,

E qual colomba scappa alla tempesta,

Tale ella in Dio ricoverò sicura,

In Dio che della nostra altra ha misura. [23]

LXVIII.

Laura disse, e movean poscia di fuore

Da San Francesco taciturni e lenti,

Come chi troppe ricordanze ha in core

Per distrarne il pensiero in vani accenti.

Dal vecchio campanil battean quattr’ore:

Rare e guardinghe intorno uscian le genti,

Quando i due, pareggiati a un passo stesso,

Al palazzo ducal giunsero presso.

LXIX.

A modo di guerrier nella sua bruna

Armatura, parea vasto e merlato

Sulla gran piazza al raggio della luna,

Staccarsi per larghe ombre il fabbricato:

Non rompe que’ silenzii voce alcuna,

E solamente a passo misurato

Lunghesso il ponte del Castel si ascolta

Ad intervalli camminar la scolta.

LXX.

In cima del torrion, sovra un’ antenna,

La famosa bandiera agita il vento,

E il grande augello dalla negra penna

Le sta nel mezzo e come al volo attento.

Qui giunti, Laura a quel vessillo accenna

Che sul cielo azzurrin splendea d’argento,

E una luce immortal le corre in viso,

E in tai detti prorompe all’improvviso.

LXXI.

– Tempo forse verrà che la superba

Bandiera, di lassù vindice abbassi,

E come sotto della falce l’erba

Dell’ingrato tiranno il regno passi:

E la bella città, che tante serba

Generose memorie e bronzi e sassi,

Vegga deserti i suoi palagi e rade

Orme segnar le mute sue contrade.

LXXII.

– Ma pur che resti pietra al duro ostello

In che patisti di sì lunga guerra,

Da ogni parte, ov’è in pregio il grande e il bello,

Moveran peregrini a questa terra;

E così come riverito avello

Che tesoro di sante ossa rinserra,

Parleran quelle mura alte parole

Sin che un core gentil riscaldi il sole.

LXXIII.

– E non perchè il ducal serto alle chiome

Recinse, o perchè nacque in regia cuna,

Ma solo pe’ tuoi versi al tuo gran nome

Verrà, o Torquato, Lëonora ad una:

Ignori il mondo qual ti ho amato e come,

Nè grata a me risponda eco nessuna:

Doman libero andrai: questo ben vale

Il solo vanto che mi fa immortale.

CANTO UNDECIMO

IL   BANDITO.

I.

Un lucido colore alabastrino

Dell’orizzonte orla la parte estrema,

E della notte nel grigio turchino

Perdendosi via via s’infosca e scema:

E qual sulla partenza il pellegrino

Gli addio raddoppia e par più mesto gema,

Così, vicine a disparir, le stelle

Più lucenti scintillano e più belle,

II.

Al crepuscolo incontro alzansi scure

L’aspre giogaie degli Albruzzi e rotte,

Qual merlato Castel, l’ultime alture

Nereggiano più fosche della notte;

E l’eterne de’ boschi ampie verzure

E gli scogli e l’aprirsi delle grotte

E l’entrar delle valli anco ravvolge

Un tenebrìo che la distanza tolge.

III.

Ma al fin per entro la scena indecisa

Prendon spazio gli oggetti, e intorno intorno

Sempre più disegnandosi precisa,

Ogni forma ne appare, ogni contorno.

Vinte intanto e cacciate all’improvvisa

Luce, che nunzia il rinascente giorno,

Si ritirano l’ombre ad intervalli,

Perdendosi nel fondo delle valli,

IV.

In mezzo la montagna, a cavaliere

Di quella via che a Napoli dà passo,

Mirabile e fantastico a vedere,

Quasi immane torron, sorge un gran sasso;

Nè armento pascolar, nè passaggere

Muoversi puote innosservato al basso;

Che a discoprirlo, in ampio spazio vasta,

L’aerea cittadella gli sovrasta,

V.

A quest’ ora per su di quella cresta

Le larghe membra ed il virile aspetto

Si drizzano di un uom, che tutto resta

Entro nero mantel cupo e ristretto.

Ad ampie falde un cappellaccio in testa,

Le mani incrocicchiate ha sul moschetto,

E i vigili occhi, come faro ardenti,

In ogni parte mobili ed attenti.

VI.

Nè il giorno ancora si mostrava affatto,

E fuori delle felci e in mezzo i sparsi

Castagneti qua e là ecco d’un tratto

Un uomo, un altro, e un altro sollevarsi:

Fantasmi si dirian che, a un cenno fatto,

Di sotto terra allor fossero apparsi

Minacciosi, terribili, insolenti,

Con lunghe barbe e armati sino a’ denti.

VII.

Il numero cresceva e appena appena

Ritti sui piedi, avrestili veduti

Accennarsi del capo e in varia scena

Ricambiar delle man moti e saluti :

Ma la lor bocca un tal silenzio frena,

Che più non tacerian se fosser muti;

Mentre guardano tutti a un tempo istesso

Verso lo scoglio che sorgea là presso.

VIII.

E l’uomo di lassù, fattasi croce

Del dito sulla bocca, accenna a loro

Con l’altra mano, in luogo della voce,

Che ponno andarsi al giornalier lavoro.

Allor ciascuno a muoversi veloce,

Però qual Certosin ch’esce dal coro,

E l’un portando dopo l’altro piede,

Silenzïoso e misurato incede.

IX.

A insolite faccende e a barbari usi

Stassi badando quell’ardita gente:

Che ognuno al suo pugnale e agli archibusi

Dapprima guarda attento e diligente;

E la punta ne prova, od agli schiusi

Bacinetti rimette nuovamente

L’infiammabile polve, onde più fresca

A sicuro e mortal colpo rïesca.

X.

Indi l’armi disposte, altri va sopra

Di cavalli uno stuol, che alla foresta

Libero pasce e intorno a lor si adopra

E le selle e le briglie all’uopo appresta;

Altri a veder cosa d’intorno scopra

Sale un’altura ed in orecchi resta

Se gli venisse strepito di genti

Sovra l’accusatrice ala dei venti.

XI.

Ma chi sono costor? onde le strane

Fogge, gli aspetti spaventosi, i grossi

Armamenti? ed ognuno a che rimane

Così che dirlo senza voce puossi?

Oh che voglia il buon Dio rendere vane

Le prave intenzïoni onde son mossi,

E scampi giorno e notte il vïandante

D’incontrarsi giammai nel lor sembiante!

XII.

Al Papa e ai Cardinal Roma s’inchina,

E Napoli e Sicilia allo Spagnuolo:

Ma da Gaeta a Fondi e a Terracina

Pier di Sciarra comanda arbitro e solo.

D’assassinii famoso e di rapina

Di banditi circondalo uno stuolo,

E tutti insieme, ad ogni fè rubelli,

Taglieggiando città vanno e castelli.

XIII.

Era in fatti costui Sciarra [24], che avvolto

Entro un mantello, e fiso alla vedetta,

Di un sol moto s’avea d’intorno tolto

La schiera a’ cenni suoi pronta e subbietta.

Ed ora, come in un pensier raccolto,

Immobile apparia sull’erta vetta,

Guardando uno stranier, che a pochi passi

Sovra la terra addormentato stassi.

XIV.

Di morbido montone un’ ampia pelle

Dal gel notturno l’ospite difende;

E un fascio di selvagge erbe novelle

Di sotto la persona a lui si stende.

Il vestir ricco, onde le membra snelle

Eran coperte, aspetto d’uom gli rende

Costumato alle corti, e dalla gente

Che d’intorno gli sta, ben differente.

XV.

Però patito è in volto, e quella trista

Pallidezza al chiarore mattutino

Ed allo star degli occhi chiusi acquista

Color che al marmo si diria vicino.

Del dormente non sa torsi alla vista

Sciarra che sovra lui standosi chino,

Senza che forse pur egli l’avverta

In tai detti al pensier dà forma certa.

XVI.

– Dormi, o grande infelice, ora che il puoi:

Qui d’un nemico, o d’un tiran non sono

I sicarii, e difesa a’ sonni tuoi

Non è la sospettosa ombra d’un trono.

Ti forma il cielo un padiglion; de’ suoi

Raggi ti scalda il sole, e gioia e dono

D’una natura libera è la pace,

Onde il tuo duolo un breve istante tace.

XVII.

– Dormi pure, o Torquato; al ridestarti

D’inganni non temere o di catene:

E chi, povero illuso, potè farti

Credulo tanto ad un fallace bene,

Che dalla fè degli uomini, dalle arti

Di un potente sperasti ore serene,

Quasi che a un core generoso e franco

La fortuna ed il ciel non vengan manco! –

XVIII.

Qui della man sul corrugato fronte

Passò; restando come un uom che lotte

Contro acerbo pensiero, onde men pronte

Le parole gli usciano ed interrotte;

E quale tra i vapor dell’orizzonte

Sanguinosa cometa arde la notte,

Tale un balen d’antico odio e di stizza

In viso a lui subitamente guizza.

XIX.

Ma il Tasso (tale era il dormente appunto),

Gli occhi a un tratto dischiusi, intorno mosse

Stando maravigliato, e come punto

Raffigurar non sappia ove si fosse:

Nè a torsi da quel dubbio ancora è giunto

Che di Sciarra la voce lo riscosse,

Qual gli faceva grazïoso invito

Di ristorarsi a mattinal convito.

XX.

Sovra un ampio macigno, poco stante,

S’apparecchiò la mensa: ivi pan bianco

E ghiotte selvaggine; ivi fumante

Di pinguissima agnella un largo fianco:

Nè al buon Torquato di que’ cibi avante

Il facile appetito viene manco,

Nè si mostra ritroso o s’imbarazza

Di vino una a vuotare e un’altra tazza.

XXI.

Quinci Sciarra sonò d’un fischio, e tratti

Ciascuno d’un bandito per la mano,

Uscir del bosco, come folgor ratti,

Un cavallo morello e un rabicano:

Son piccoli di forme, agili e fatti

Alla montagna e a correre lontano,

Ed in treccia cadente a frange e a trine

Portano giù dal collo il lungo crine.

XXII.

Stero in sella ambidue, che Sciarra vuole

Ei medesmo venir guida del Tasso,

E tra i perigli e le intricate gole

Salvo d’ogni timor ridurlo al basso.

Scambiandosi tra lor molte parole

Muovon que’ cavalieri a passo a passo,

Dei patiti a Sant’Anna aspri travagli.

XXIII.

Narra il poeta di che modo e quanto

Lunga e crudel la prigionia gli venne,

Da poi che Alfonso, di pietoso in vanto,

Fra mezzo i pazzi come pazzo il tenne:

Nè preghiere giovarongli, nè pianto

E nulla tregua per sett’anni ottenne,

Sin che del Duca a scongiurar l’asprezza

Valsero gli altrui voti, o la stanchezza.

XXIV.

– Così – seguiva il Tasso – alfin disciolto

Dalle catene in libertà tornai

E, dall’ ingrata corte il piè rivolto,

Ad altra illusïon m’abbandonai.

Allora per fratel m’ avea raccolto

Il buon Gonzaga, ond’io stimava ormai,

In quiete e lontan da tante offese,

Vivere a’ grati studii e al mio paese. [25]

XXV.

– Vana speranza! giacchè quale in riva

Del Po, fu tal sul Mincio il destin mio;

Onde in breve le feste e la giuliva

Accoglienza scambiarsi in triste obblio:

Allor di servitù l’ anima schiva

Ritentò i passi dell’ esiglio, ed io

Di cittade in città, gramo e tapino,

La mia sdegnosa povertà trascino.

XXVI.

– Qui da Napoli or venni, ove richiesto

Della mia madre avea la a me già tolta

Scarsa fortuna.... – E ti negâr pur questo? –

Lo domandò il bandito alla sua volta.

– Ove è delitto il poter dirsi onesto;

Ove giustizia e fè giace sepolta,

Tu confidi nel dritto, e il tuo richiedi

Al tiran che ti sta sovra co’ piedi?

XXVII.

– Oh tu resta con noi: meglio che altrove

Qui la virtù si riverisce ed ama;

Nè perchè al mondo d’insultarne giove

È peggior dell’altrui la nostra fama.

Ma che ti parlo io mai? Se a glorie nove

La città de’ Pontefici ti chiama

E tu, credulo ognora e ognor tradito,

Tieni ancor fede al menzognero invito!

XXVIII.

– Va dunque: affretta il fortunato giorno,

E quando quell’allôr, che altri ti vanta,

Circonda la tua fronte e a te d’intorno

Una stupida plebe inneggia e canta,

Oh! allora mi dirai se il duro scorno

Terminerà una volta, e se la tanta

Miseria ed il dolor che avrai sofferto,

In gioie muterà l’ambito serto. –

XXIX.

Così Sciarra: ed a lui con voce lenta

Torquato rispondea: – Non io, Signore,

Chieggo al mondo un allôro e non mi tenta

Di plausi passaggeri il breve onore.

Ogni speranza della terra è spenta,

Ed è chiuso oramai per sempre il core

A un suon che vano e sterile rimbomba;

Agli uomini ed a Dio chieggo una tomba.

XXX.

– Ma voi, Sciarra..... – Torquato qui s’arresta,

Che gli corre nell’anima il sospetto

Fosse al bandito quel che a dir gli resta,

Ingrato per sonare e male accetto:

Ma poi che volse a guardarlo la testa

E lo vide restar calmo d’aspetto,

Anch’egli a seguitare animo prese,

E lo sdegnoso in questo dir richiese.

XXXI.

– Così a lungo durare in questa lutta

È impossibile a voi: Come cadrete?

A quale indegno fin sarà ridutta

La vostra disdegnosa alma, se avete

Contro di voi la terra, il cielo e tutta

L’opinïon del mondo, e spinto siete

Da rea necessità per un sentiero,

Ove ogni passo è disperato e fiero?

XXXII.

– Se scordando un passato che addolora,

A que’ che in altro dì v’eran fratei

Oggi stender la man voleste ancora;

Se il mio prego ascoltaste, ed io vorrei.....

– Oh basta – Sciarra l’interuppe allora, –

Basta, per Dio! giacchè agli orecchi miei

Suona ingrato ogni accento di perdono:

È troppo tardi; impenitente io sono. –

XXXIII.

Qui tacque, ed il caval fermando a un tratto

La man prese del Tasso e contro il core

Appoggiavala e il cor battea sì ratto

Come dal seno gli scappasse fuore.

– Qui – proseguiva in suon gramo e disfatto –

Fur sensi di virtude e pace e onore,

E d’ogni colpa scellerato invece

L’ingiustizia degli uomini mi fece.

XXXIV.

– O poeta, ambidue troppo fidenti

Credemmo al mondo, onde presto ne venne

Dolorosa mercè di tradimenti,

E ad ogni volo si tarpar le penne.

Tu d’animo più mite ai duri eventi

Opponesti costanza e ti sostenne

In questa disugual lotta, la fede

Di chi, sempre sperando, al meglio crede.

XXXV.

– Non io così: nè sotto il piè superbo

Degli oppressori chinerò la testa:

Ma offesa per offesa e loro serbo

Un odio lungo che mai non si arresta:

morsi, io morderò fin dentro il nerbo

villano tallon che mi calpesta,

E degl’insulti e dell’affanno mio

Empii e innocenti pagheranno il fio.

XXXVI.

– Tu di Sciarra Colonna udisti al certo

Le gesta nominar e la famiglia,

E come ei fosse per grandezza e merto

De’ principi romani maraviglia.

Molto dalla sua moglie avea sofferto,

Ond’egli amò del popolo una figlia;

Che me produsse e una fanciulla a lui,

E di un lustro divario era fra nui.

XXXVII.

– Sempre presso di sè mi tenne il padre

Che me, d’ogni gentil arte già istrutto,

In Lombardia fra le tedesche squadre,

A militar avea seco condutto.

Di ciò gli altri suoi figli e la lor madre

Molto fremeano, e gran scalpore e lutto

Pubblico ne facean, contenti ai detti,

Che temeano di lui gli alti dispetti.

XXXVIII.

– Ma quando a morte ei venne e in largo stato

Provvide alla mia madre e volle a lei,

In sin ch’ella vivesse, assicurato

Molto censo di averi e di castei;

Allora ogni timor di lui cessato,

A nostro danno insolentir que’ rei,

Nè i vili lor disegni a far compiti

A violenze perdonâro o a liti.

XXXIX.

– Modesta abitazion presso d’Albano

Ne rimanea d’ogni ricchezza, e in quella

Raccolsi, dai feroci odii lontano,

L’ammalata mia madre e la sorella.

Ivi sicura ormai dall’inumano

Odio la vita ne correva, e bella

Oltre ogni dir faceasi d’ora in ora,

Sui quindici anni la mia dolce suora.

XL.

– Soleva a guadagnar vita men dura

Alla città vicina uscir io spesso,

E col ritorno della notte scura

Alla famiglia rivenir d’appresso.

Una volta, badando alla ventura,

S’era già fatto tardi e un tempo messo

Di continua pioggia e di gran vento,

Ond’io nell’avanzar venia più lento.

XLI.

– Attraverso una selva lungamente

Quella strada correva, ed io, di molto

Ormai tardato, rivolgeva in mente

Con che piacer m’avria la madre accolto;

Quando un vasto splendor subitamente

Penetrò dentro di quel bosco folto

E, qual per nubi in occidente sparse,

Parve il cielo d’un tratto incolorarse.

XLII.

– Onde mossi all’ aperto; e oh vista rea!

Oh spettacolo crudo! all’infiammato

Chiaror poco lontano, io distinguea

Alzarsi la mia casa e in ogni lato

Una fornace, un gran vulcano ardea

Dove madre e sorella avea lasciato,

E fuor del tetto e de’ balconi un denso

Vapore usciva ed un incendio immenso.

XLIII.

– Io corro; mi precipito, veloce

Entro il cortile e chiamo tutti quanti

A nome i miei con disperata voce

Nessun risponde e allora avanti, avanti.

Mi accieca il fumo, in van l’ardor mi cuoce;

Crollan le travi sotto i piè fumanti,

E giungo alfin a una romita stanza

Ove mi guida un’ultima speranza.

XLIV.

– La porta è chiusa; scassinata cede,

E n’esce un’afa ardente dall’ interno,

Sicchè m’è forza indietreggiar col piede

Quasi abbruciato da un vampo d’inferno.

Pur torno all’opra; vi penetro e fede

Voglio io stesso negare a ciò che scerno

Al debol raggio di quel tizzo acceso,

Che a guida fra le mani aveami preso.

XLV.

L’angusta cameretta aura riceve

D’una finestra e là mia madre ho scorta

Addossata restar contro del breve

Pertugio e il viso volgere alla porta;

E anch’ essa, dentro di quell’aër greve,

L’adorata sorella, in faccia smorta,

Giacerle fra le braccia, ond’io mi spingo

Alla lor volta ed ambe al sen le stringo.

XLVI.

– Morte e dannazïon! Non altrimenti

Che l’ombra vana di un fantasma fosse,

non serrai ne’ vuoti abbracciamenti

Che un mucchio inerte di ceneri e d’osse!

fumo ahi! soffocolle e delle ardenti

Mura il calor le calcinava e cosse,

E..... – ma un tumulto di voci confuse

A ogni parola le sue labbra chiuse

XLVII.

In quel mentre uno stuolo di banditi

A Sciarra ed a Torquato intorno stero,

E la montagna e i circostanti siti

Sonar d’un grido di vittoria fero.

Fra lor, stretti da corde e sbigottiti

Stavan molti famigli e un cavaliero,

E un ordin li seguia di mule carche

Di pesanti forzier, di sacchi e d’arche.

XLVIII.

E udiasi il prigioniere da lontano

Furïoso gridar – A quale schiatta

Di ladri e d’infedeli io venni in mano,

E a qual mai gente disgustosa e matta!

Un Colonnese, un principe romano

A tal maniera s’incatena e tratta?

Così di colpi e di minacce orrende

In mezzo i suoi un cavalier si offende? –

XLIX.

Come a Sciarra sonar quelle beffarde

Parole, la sua man corse al pugnale,

E a somiglianza d’aquila che guarde

La desïata preda e batta l’ale,

Negli occhi uno splendor torbido gli arde,

Gli corre in volto un ribrezzo mortale,

E tien così fra i denti un labbro stretto,

Che ne schizza di fuori il sangue netto.

L.

Fiso intanto il poeta ne seguia

L’agitarsi convulso e il turbamento,

Fra sè cercando indovinar qual sia

Ragion di quel furor celato a stento:

E non appena il prigionier finia

Dal vanitoso, stupido lamento,

Tanto alto sollevò Sciarra un ruggito,

Che urlo pareva di leon ferito.

LI.

E gittato il cappel, fattosi come

Gigante, dritto sulle staffe alzossi,

E dalla fronte le corvine chiome

Cacciate addietro allo stranier mostrassi:

E un motto mormorò rapido un nome

Che da lontano intendere non puossi,

Ma che tremendo dello sconosciuto

Penetrò dentro il core e il rese muto.

LII.

Non avvi pallidezza o lividore

In faccia d’uom da quattro giorni estinto,

Che possa somigliar a quel colore

Onde il suo volto si mostrò dipinto.

Scappan le luci dall’occhiaia fuore,

E tal si trova sgomentato e vinto

Che forza gli sarebbe al suol cadesse

Dove la mano altrui nol sostenesse.

LIII.

Allora Sciarra quell’esterrefatto,

Come fosse un bambin, alza da terra

Ed a traverso del cavallo a un tratto

Ferocemente lo distende e serra:

Nè più mortale un fulmine e più ratto

Dall’urto delle nubi si disserra,

Di quello ch’egli, standogli di sopra,

Metta a compire la terribil opra.

LIV.

Percosso di novella maraviglia

Nulla intendendo di quel primo occorso,

L’attonito poeta si consiglia

Qual possa al prigionier recar soccorso;

E sospettoso ben alzò le ciglia

Quando che vide a disperato corso

Partir quel duce e insieme a lui lo stuolo,

Ed egli senza più trovossi solo.

LV.

– Perchè a tal modo dileguaro, e dove

Va dritto il lor cammin? – Tal si domanda

Torquato e l’occhio aguzza e il guardo move

Tra attonito ed incerto in ogni banda.

Se non che un grido subito il commove,

Che in terribile suon l’eco rimanda

Di montagna in montagna e scroscio pare

Di tuono, o mugghio d’agitato mare.

LVI.

Cento passi di là forse distante

Era un piccolo colle, e di su quello

Una cedua pineta verdeggiante

Che il dorso si diria di un praticello.

Ivi in mezzo antichissimo e gigante

Un arbore dispiega il vasto ombrello,

E in mille guise tormentati e monchi

Al cielo leva i secolari tronchi.

LVII.

Nè molto fu che là presso appariro

I banditi correndo ad una posta,

E attorno il sito mettendosi in giro

Come in tëatro spettator si apposta.

Sciarra, primo d’ognun, sprona deliro

A guadagnare la selvaggia costa

E al collo del cavallo d’attraverso

Sempre porta con se quell’uom rinverso.

LVIII.

Delle ceppaie tra il dumoso [26] intrico

Ove nessuna via segna sua traccia,

Velocissimamente ch’io nol dico

A salti e a balzi il suo cavallo ei caccia;

E giunto sotto dell’arbore antico

Si arresta a un tratto, e rivolta la faccia

A’ suoi compagni, della mano alzata

Impazïente accenna alla brigata.

LIX.

Sei d’infra quelli d’un’erculea possa

Obbedïenti gli vennero presso,

Nè da’ suoi labbri la parola è mossa

Che compita può dirsi a un punto stesso.

Un d’infra loro al vecchio pin si addossa;

Sulle spalle di lui l’altro s’è messo,

E via via di tal modo insino al sesto

Disponesi a un momento tutto il resto.

LX.

Poi che l’ultimo giunse ove quel netto

Tronco s’informa e i primi rami stende,

Calvalcioni colà si tiene stretto

Ed ai comandi del suo duca attende.

Questi abbrancato alla metà del petto

L’uomo, che innanzi resupin gli pende,

Tanto il tien sollevato che con franca

Mano un bandito pe’ capei lo abbranca.

LXI.

Così dall’un passato all’altro in braccio

Al supremo egli venne che si piega

Ad afferrar la vittima, e d’un laccio

Contro del pino l’assicura e lega:

Dato in tal modo a lor bisogna spaccio [27]

E sordi al lamentar di lui che prega,

Discendono i banditi e a mano a mano

Si riducon dall’arbore lontano.

LXII.

Intanto Sciarra molti avea reciso

Rami stillanti di resina fresca,

E lor dà foco, ond’essi all’improvviso

Tutti ne divampâr qual fracid’esca.

Nè dubbio è lungamente od indeciso

A che partito il suo voler rïesca,

Che i suoi compagni appena usciti ei scôrse

Fuor dell’ermo boschetto, entro vi corse.

LXIII.

Colla persona tutta curva e bassa

Ad infernal galoppo egli si sbranca

E le ardenti resine agita e squassa

Con urla di trionfo a dritta e a manca:

Una striscia di fiamme, ovunque passa,

Gli s’alza dietro e il vento le rinfranca,

Così che dentro e d’ogn’intorno il loco

Immagin dà di un ocëan di foco.

LXIV.

Da prima un fumo sul pineto accenso

Allargandosi ondeggia e in alto ascende

E in mezzo un nugol cinericcio e denso

Il tronco e la sua vittima comprende:

E questa un grido manda, un grido immenso

Di paura e dolor che l’aria fende,

E le mani ed i piè liberi scuote

Tal che all’aure un mulin volge le ruote.

LXV.

Intanto come serpe a mille code

Turbinando la fiamma avida e rossa

Ora par che in sottil lingua si snode,

Or che si spanda dilatata e grossa.

Un sordo crepitio, un mugghio s’ode

Romoreggiar per l’arïa commossa,

Mentre dal vento cacciato d’intorno

Il fumo oscura, come nube, il giorno.

LXVI.

Ma quando dal di sotto un calor grande

Invade il vecchio pino, ecco che ratto

Pel vasto ombrello un incendio si spande

Onde ne avvampa tutto quanto affatto;

E qual vulcano che dal grembo mande

Fulmini, pietre e zolfo liquefatto,

Tal piovon di lassuso a mille a mille

Ardenti rami e ceneri e scintille.

LXVII.

Di tal maniera quella fiamma ingorda,

Colà dove il meschino in ceppi giace

Arse ad un punto e consumò la corda

Ond’ ei sciolto piombò nella fornace.

Un urlo disperato il cielo assorda,

Poi tutto quanto come prima tace,

Ed appena qua e là pel bosco fuma,

Qualche tizzon che in breve si consuma.

LXVIII.

È la parola a render troppo lenta,

Ed il ratto pensiero esprime appena

Quanto subitamente vïolenta

Al Tasso si mostrò l’orrida scena.

E non tosto un desio nobile il tenta

Di salvar quella vittima, che piena

L’opra infame conobbe e scarso e vano

Del core ogni ardimento e della mano.

LXIX.

Perchè forte imprecando all’omicida,

Da quel loco a fuggir volse il cavallo,

E un secolo gli par che si divida

Dal loco infame di cotanto fallo.

Già s’avea dal cammin, che al basso guida,

Scostato per brevissimo intervallo,

Quando sullo svoltare della via

Sciarra osservò che incontro gli venia.

LXX.

Per quella vista da ribrezzo colto

Indietreggiò Torquato, ed alla voce

Del primo impeto suo porgendo ascolto,

Colla destra all’acciar corse veloce.

Sciarra lo guarda immobile: il suo volto

Ha perduto oramai l’aria feroce

E sconfortato come la persona,

Il suo parlar a mezza voce suona.

LXXI.

– Quell’uom, che ho morto – tal egli favella –

Quell’uomo nacque da mio padre stesso,

Ed ei mia madre uccise e mia sorella

Col foco, e il foco lo divora adesso.

Il mondo mi condanni e all’opra fella

Chiami giustizia e al sanguinoso eccesso;

Poco men cale: ormai son vendicato;

Cogli uomini il mio compito è saldato.

LXXII.

– Ora e per sempre addio, che vinto e stanco

Della vita a miglior quïete agogno:

E tu, se mai ten sovverrà, tu almanco

Prega il cielo per me: ne ho gran bisogno! –

Ei disse appena e gli sparì dal fianco

Come vapor la notte e come sogno:

Ne più dal Tasso, o da nessun fu udito

Al mondo favellar di quel bandito. -

CANTO DUODECIMO

SANT’ ONOFRIO.

I.

Quale straniero l’amor suo non pose

Nella terra d’Italia, e cui non piacque?

Dal fremito dell’alme generose

La sua eletta favella in prima nacque,

E dai cedri impregnate e dalle rose

Son fresche l’aure sue, son chiare l’acque,

E tutto tutto nella patria mia

È un sorriso, un incanto, un’armonia.

II.

Miratela! L’Italia è ancor qual era

Disotto l’ali d’un miglior destino:

Ancora il sol fa da mattina a sera

Ne’ campi di zaffiro il suo cammino:

L’Alpi intorno le si alzano a barriera,

E il frugifero sen parte Appennino,

Ancora su’ due mari ella s’asside

Siccome a specchio, e vi si guarda e ride.

III.

Ma questa terra dove il primo maggio

Tra i fiori e i frutti eternamente dura,

Dove l’animator celeste raggio

Inspirava ogni bello alla natura,

Ahi! solo questa terra ebbe in retaggio

La discordia, l’affanno e la sventura:

Lagrimate su lei: merita pianto

Ella che bella ed infelice è tanto!

IV.

E pure se talvolta in sulla faccia

Di questa infelicissima balena

Un raggio di speranza, o avvien che taccia

Il ricordare dell’ antica pena,

Diresti allor che splendida si faccia

In un’eterna gioventù serena,

Ed esca ormai la terza volta in guerra

Dall’ignoranza a riscattar la terra,

V.

Qui arte e poesia; qui core e ingegno

E onnipotenza d’opre e di pensiero:

Qui tutto quanto un popolo fa degno

Di glorïosa libertà e d’impero:

E benchè a sozze ingiurie invido segno,

Sembri Italia sì bassa allo straniero,

Pur, d’ogni bello, o creator fecondo,

Primogenita tua la dice il mondo!

VI.

E tal Roma [28] apparì nel lieto giorno

Che il buon Torquato all’Aventin rimena,

Quando per festeggiare il suo ritorno,

Come mare ondeggiante in folta piena,

Facea gran pressa ad ogni via d’intorno

Di mille genti l’animata scena,

Ed il sole autunnal senz’alcun velo

Usciva limpidissimo pel cielo.

VII.

Parve quel dì dal sepolcral lenzuolo

La gran donna del Tevere ridesta,

Dell’aquile animose al primo volo

E alle prische memorie alzar la testa,

Quando vittorïoso un suo figliuolo

In Campidoglio conducea la festa,

E al piede vincitore erano scanno

Lo Scita, il Gallo e l’ultimo Britanno.

VIII.

Su per gli archi sconvolti e le colonne

Gli spettatori si aggruppano attenti,

E loro da vicin le amate donne

Co’ vispi fanciullini al sen pendenti.

Oh quanta leggiadria tra quelle gonne!

Quanto sole d’Italia in quelle genti,

Cui retaggio indiviso è sempre il bello

Che cantò Dante e pinse Raffaello!

IX.

Tanto popol venia di festeggianti

Che sul Tebro l’egual mai non fu visto:

Veniva a piene mani intorno e avanti

Spargendo lauro a mille fior commisto:

L’aria ovunque diceva in mille canti

Que’ che il sepolcro liberar di Cristo,

E ripeteano i colli da lontano

« Canto l’armi pietose e il Capitano. »

X.

Però quando di mezzo il corteo folto,

Che al sovrano cantor era di scorta,

Guardar le turbe a quel pallido volto,

Alla sembianza sconsolata e smorta;

E vider lui che non porgeva ascolto

Alla letizia d’ogni parte sorta,

Un senso di pietà tale le vinse

Che ogni plaudente fremito si estinse.

XI.

E un lamento si udiva con dimesse

Voci girar fra tutte le persone,

Narrando come per sett’ anni ei stesse,

Colpevole d’amor, in rea prigione:

E le sparute guance a’ solchi impresse

Invoca e i mesti sguardi a testimone,

E quella fronte ove scolpiti stanno

Il tedio, lo squallore e il disinganno.

XII.

Frattanto in Campidoglio all’ immortale

Trionfo ogni apparecchio era ormai pieno,

E solo ognun chiedea dall’invernale

Umido sole un altro dì sereno:

Ma alla vita del Tasso era fatale

Non gustar mai dell’allegrezza il pieno,

Ed egro ei cade e di vigor deserto

Sì presso a corre il desïato serto.

XIII.

Di silenzii e di fresche ombre romito

Sta un cenobio [29] sul Pincio. E fu veduto

Un piovoso mattin verso quel sito

Muovere il Tasso solitario e muto.

Il faticoso vertice salito

Suonò la porta, e al fraticel venuto,

O Padre – supplicò – fatemi degno

Di star fra voi; che qui a morire io vegno.

XIV.

Accolsero que’ buoni il gran mendico

Con ospitale gioia, e a lui d’accanto

Come a fratello ed a diletto amico

Vegliar con lunghe cure ed amor santo:

E la schietta pietade e il loco aprico

Sul primo tempo il ristoraro alquanto,

Quando egli i giorni spendere e le sere

Amava in pii colloquii ed in preghiere.

XV.

Che se talvolta un ultimo sorriso

Di poesia sovra del mesto spira, [30]

E commossa da un fremito improvviso

Rompe i silenzii l’ozïosa lira,

È quella un’armonia di paradiso

Che a Dio l’innamorata alma sospira,

È un gran d’incenso che, presso la bara

Ei con man vacillante arde sull’ara.

XVI.

Così cantò di lui che pria dispose

Nell’immenso pensier tutto il creato,

E sul caosse dell’informi cose

Alitò a mano a mano un vital fiato,

E come, poichè il lungo ordine pose,

S’ ebbe al settimo giorno riposato,

E guardando la terra, il cielo e l’acque

Vide che ciò era buono e si compiacque.

XVII.

Nei primi dì del giovanetto mondo

Monarca della terra egli saluta

L’uomo, quell’uomo cui, di sangue mondo,

Era colpa e vergogna sconosciuta:

Allora forse in quel pensier giocondo

E nelle gioie dell’età perduta,

Potè scordar quanto il facesse gramo

L ingrato seme che sortì d’Adamo.

XVIII.

In quest’opra gradita, in questa piena

Söavitade d’inspirati versi

Il malato cantor si rasserena

E spera dì tranquilli o manco avversi.

Ei del tramonto nell’ora serena

Sotto l’aperto ciel gode sedersi,

E tutto contemplare a parte a parte

Quanto quivi potêr natura ed arte.

XIX.

Là dove il dorso mollemente china

In brevissima valle il Pincio altero,

Quasi sulla metà della collina

Poggia di Sant’Onofrio il monastero;

Ed il terren, che attorno lo confina,

S’allarga coltivato in un verziero,

Cui di sua mano in variate aiuole

L’industre fraticello inaffia e cole.

XX.

Tra la corona delle antiche piante

S’innalza il colle sempre verde e vivo:

Qui l’arancio, qui il lauro e l’olezzante

Cedro fan bello eternamente il clivo:

Là in mezzo del cipresso nereggiante

Biancheggiando contrasta il terso ulivo,

Della pace ambidue simbolo bello,

In terra l’uno e l’altro nell’avello.

XXI.

Poi dove in breve pian si avvalla il monte,

Una quercia nel ciel puro frondeggia,

E colle cime dell’annosa fronte

L’Itala terra da lontan vagheggia.

Nata dal vivo pomice una fonte

Fra l’erbette in sentier fresco vaneggia,

E cadendo lì presso in lista azzurra,

Con suono melanconico susurra.

XXII.

È la stagion quando ai tepidi vanni [31]

D’un venticel d’aprile annunziatore,

Del lungo verno si dispoglia i panni

La terra ridestata a un nuovo amore;

E qual fanciulla che a quattordici anni

S’apre a un ignoto palpito del core,

Ella così d’incontro all’aër caldo

Mostra vago colore di smeraldo.

XXIII.

Disseminati in mezzo alla verzura,

Come vezzo di perle in nero crine,

Cento bianchi palagi e cento mura

Ingemman del Soratte [32] le colline.

E sul bigio confin della pianura

Le montagne dei Lazio e le Sabine

In armonia di vaporose tinte

Or alto or basso spiccano dipinte.

XXIV.

Quinci al disotto per metà nascosa

Appar l’augusta Roma entro d’un raggio,

E il circo e i tanti ponti e la famosa

Onda che sembra d’oro in suo passaggio;

Quindi del sole il vivo addio si posa

Sul diruto de’ Cesari retaggio,

Quasi aureola di luce che inghirlande

I santi avanzi di chi fu sì grande.

XXV.

Così giocondamente a quel seduto

Il diverso spettacolo si affaccia,

E mentre par che in quella vista muto

Ogni umano travaglio in lui si taccia,

Ei nell’occidental caldo saluto

Gode fissare la pallida faccia,

Cercando nel fuggevole splendore

Il raggio di quel sol che mai non muore.

XXVI.

Una volta che i suoi occhi quaggiuso

Tornar dai campi dell’eterna luce,

Molta gente avvisando, oltre dell’ uso,

Lungo il cammino che al Tarpeo conduce,

Alla pressa del popolo confuso

Ei domandò quale ragion sia duce,

Nè seppe in pria che l’aspettata festa

Per coronarlo al nuovo dì si appresta:

XXVII.

Che dell’ annunzio sorridente e come

Incredulo di là tolto lo sguardo

– D’ un altro allôr – dicea, d’un altro nome

Sì vicino al morir, sospiro ed ardo:

Non toccherà queste canute chiome

Lauro mortal; ei giunge troppo tardo:

Meglio è d’assai, che, giusti almen con le ossa,

Lo depongano un dì sulla mia fossa.

XXVIII.

E tu fa almen, gran Dio, che meco io porti

Questa speranza, ed alle mie parole

Vinta e pentita degli antichi torti

Sia madre Italia alfin della sua prole!

Ami i suoi figli, ch’ultimi conforti

Le restano i suoi figli e questo sole....

Ma i caduchi pensier troppo m’han tolto:

Or del cielo parlatemi: vi ascolto. –

XXIX.

Consolatore intanto a lui d’appresso

Sta Cinzio Aldobrandino alto e possente

Della porpora onor cui il peso spesso

Della tiara commendò Clemente. [33]

Egli a quell’egro di dubbiezza oppresso

Vien consigliere mite e confidente,

Ed a lui, che il timor talvolta prostra,

Un certo premio e un miglior tempo mostra.

XXX.

Non altrimenti col figliuol diletto

Vigile madre tutta amore e cura,

Aldobrandin raddoppia nell’affetto

E in questo dir pietoso il rassicura.

– È giusto, è natural che nel cospetto

Tremi del suo Fattor la creatura;

Ma dove ch’ella paurosa manca

Ivi è pronta la fè che la rinfranca.

XXXI.

– È Dio misericorde: Ei non ha dato

La libera ragion per farne servi,

Ne scende collo sguardo inesorato

A scrutar dentro le midolle e i nervi.

Cogli umili di cor mite e pacato,

Chiama i ribelli a sè, doma i protervi:

La sua legge è d’amore e di perdono

E tutti, o giusti o rei, figli gli sono. –

XXXII.

Al parlar di quel saggio a poco a poco

Torna il dubbioso spirito più forte,

Ma non così ch’ogni timor dia loco

E in sicuro sperar si riconforte:

Talvolta anzi vorria ch’ardesse il foco

Ogni suo scritto, e dopo della morte

Non restasse di lui rima che accuse

Facili sensi e men pudiche muse.

XXXIII.

A questo fin con Cinzio egli si adopra,

E il supplica ministro al duro uffizio,

Acciocchè tanto error non gli stia sopra

Al momento dell’ultimo giudizio.

Quel pio l’ascolta e come in cor dall’opra

Rifugge e abborre il disperato esizio,

Così lo lascia dir e quando tace:

– Oh torna – gli risponde – oh torna in pace!

XXXIV.

– Padre di figli avventurosi e bei,

Nè puoi volerli a un cenno tuo distrutti,

E tu medesmo condannar non dei

Ciò ch’è caro retaggio ormai di tutti.

In Dio dunque ti affida, perchè quei

Che a ciascuna stagion diede i suoi frutti,

Ei perdona all’errore onde talvolta

La giovinezza è temeraria e stolta.

XXXV.

– Se tutto ciò che dell’umano sente

Struggere si dovesse, ed alla terra

Sol lasciare il perfetto, ogni parente

All’istesso suo sangue faria guerra.

Nostra natura è fragile; sovente

A mal suo grado si smarrisce ed erra,

Ma la rinfranca e tornala gagliarda

La penitenza, che non vien mai tarda.

XXXVI.

– Credimi, o buon Torquato, al nostro orgoglio

Esempio e scola sono i falli altrui,

E soccorre al nocchier guardar lo scoglio

Ove altri perigliò prima di lui,

Così d’ogni peccato io ti discioglio.

Ed a te vengo in nome di Colui

Che per la potestà che tien da Dio

Sulle colpe e gli error spande l’obblio. –

XXXVII.

Questa religïon mite e soave

E tanta carità l’han persuaso,

Onde di ciò che gli parea sì grave

Dubbio o sgomento alcun non gli è rimaso.

Ed or com’uomo che di nulla pave

Guarda serenamente al proprio occaso,

Nè del passato, che dietro si lascia,

Rimordimento cruccialo od ambascia.

XXXVIII.

Oh! l’ora del morir non è sì trista

Come il vulgo lo narra, e agli occhi nostri

Non si presenta in paurosa vista

Colei che agguaglia i rozzi panni e gli ostri:

Quale talvolta strane forme acquista

Oggetto che da lungi a noi si mostri,

Così allo sguardo dell’antica colpa

Orrida appar la morte e senza polpa.

XXXIX.

Ma chi visse quaggiù, nè sotto il piede

Schiacciò il fratel, nè ricambiò le offese,

Ed al suo creatore tenne fede,

E all’orifiamma del natio paese;

La morte egli venir tranquillo vede,

Quasi un’amica che bramando attese,

Per ricondurlo in placido ritorno

A quella patria donde mosse un giorno.

XL.

Non altrimenti peregrin sull’ora

Della partenza il suo baston ripiglia,

Abbandonando l’ospital imora

Che tanti anni gli fu quale famiglia;

Ei sulla porta accompagnarlo fuora

Vede gli amici con umide ciglia,

E son que’ voti al suo pellegrinaggio

Viatico d’amore e di coraggio.

XLI.

No, per morte da noi non si separa

Il nostro amor, ma nella fredda stanza

Ei pur, in parte più sicura e cara,

Ne vien compagno e a mille doppii avanza.

Benedetto quel Dio che sulla bara

Ha seminato il fior della speranza,

E rallegrò le sepolcrali zolle

Col santo effluvio delle sue corolle!

XLII.

Così la cameretta ove giacea

Nell’ ultimo travaglio il moribondo,

Non più misera e angusta gli parea

Ma bella e spazïosa oltre del mondo.

Intanto il semichiuso occhio si bea

In mezzo un trasparente aër giocondo,

E s’accostuma vigoroso e pronto

Al sole eterno che non ha tramonto.

XLIII.

Oh le amate sembianze! oh i noti volti

Che dentro il mar di quella luce nova

Gli sorridono e a lui fisi e raccolti

Come gli fan di salutarlo a prova!

Adesso più non gli verranno tolti,

Nè fortuna sarà che lo rimova

Dai lunghi e desïati abbracciamenti

Requie dolce e suprema a’ suoi tormenti.

XLIV.

Il padre suo, la sua madre, sospiro

Di tanti anni e desio vivo e infinito,

Li vede a sè vicini ed il respiro

Ed il grato parlar gli viene udito.

Essi giocondi e bellissimi in giro

Volgon gli occhi amorosi e fangli invito,

Perchè sicuramente a loro in braccio

Voli lontan d’ogni terreno impaccio.

XLV.

Terza di mezzo della attesa festa

Appar colei che (egli tanta guerra,

Melanconicamente in volto onesta

E bella qual giammai non parve in terra.

Di stelle una ghirlanda ha sulla testa,

In man la palma del martirio serra,

E a lui la mostra come premio certo

Di chi ha in lungo dolor quaggiù sofferto.

XLVI.

Ne sospetto del mondo, nè paura

Adesso è che il tormenti e lo persegua,

Ch’ ogni tema d’affanni e ogni altra cura

Nel moribondo ha finalmente tregua:

A lui Sant’ Anna e l’antica sventura

Sembrano sogni che il mattin dilegua,

E del tiran la stupida minaccia

Fumo che il vento a sè dinnanzi caccia.

XLVII.

E ciò tutto che amò, ciò che costante

Si tenne a lui ne’ dì scarsi e infelici,

Nè per fortuna mutò di sembiante

Ma giovollo di cari e schietti uffici;

Eccoli tutti a lui tornar davante,

Ed in grate accoglienze e in detti amici

Accommiatarsi con l’ultimo addio

Dal benedetto peregrin d’Iddio.

XLVIII.

Ma più vicin del letto e presso, presso,

L’ amica sua, la sua Laura ei si vede

Con quel sorriso e quell’affetto istesso

Ond’ ella gli serbò sì lunga fede.

In qual piacer, in quanta gioia adesso

Alle memorie del passato riede,

E lei dovunque trova e sempre e sola

Che il sorregge, lo guida e lo consola!

XLIX.

Qual misterïoso angelo che vegli

Sulla sua creatura, tal fu quella

Donna per lui che del suo amore fegli

Sacrifizio e l’amò più che sorella:

Ed or così crede vederla ch’egli,

Come fosse presente a lei favella,

E risponder l’ascolta, e in lunga calma

Ogni parola scendegli nell’alma.

L.

Anzi una notte quando a venir manco

E presso conosceasi al dipartire,

Veduto il fraticel, che il veglia, stanco

Reclinare la testa e s’addormire,

Egli, a fatica, levasi sul fianco,

E inanimito d’un gentil desire,

Queste parole sovra un foglio tenta

Vergar con mano vacillante e lenta. [34]

LI.

– O Laura, mia fedele e sola amica,

Di cui l’imago ancora in core io porto,

Che penserete voi quando vi dica

Inaspettata voce – il Tasso è morto? –

Ed in breve sarà, che mi affatica

Fastidïoso mal senza conforto,

E seco quasi rapido torrente,

Trascina questa mia vita dolente.

LII.

– Or più tempo non è, ned’io lamento

L’umana ingratitudine e la dura

Ostinata fortuna, che il contento

Han di trarmi mendico in sepoltura.

E pur credea che non miseria e stento,

Ma a me venisse una mercè sicura

Dalla gloria, onde in onta a ogni rivale,

Questo secol per me vivrà immortale.

LIII.

– Addio Laura! Il gentil cui deste il core

E tutto vi appartien così mi scusi,

Nè il supremo saluto di chi muore

D’irriverenza o di peccato accusi!

Di ciò che m’ ebbi caro, il vostro amore

Sol quaggiù mi rimane, e qual lo chiusi

Lungamente nel cor, tale ei vien meco

E senza tema innanzi a Dio lo reco.

LIV.

– Oh la parola mia ve ne potesse

Ringraziare abbastanza e dirvi quanto

Il vostro affetto di virtù mi desse,

Quel vostro affetto così puro e santo t

Voi pregate per me, che quell’istesse

Preghiere io renderovvi ove da tanto

In sua immensa bontà mi faccia Iddio.

O Laura, o amica, addio, per sempre addio.

LV.

All’alba intanto sovra lui che giace

Cinzio de’ morti intuona la preghiera,

E lo apparecchia in rassegnata pace

A contemplar la novissima sera.

Questi accenti venian siccome face

Fra l’orror d’una via selvaggia e nera:

Il Romeo, che la pesta avea perduta

Grato a quel raggio da lontan saluta.

LVI.

– Beato lui che sin dai teneri anni

Soltanto nel suo Dio fidanza pose,

E guardò come larve e come inganni,

Volgersi avanti le terrene cose!

Fosse lieto, o durasse negli affanni

Sempre certa mercede a lui rispose;

Sempre pronta una man larga e fedele

Lo ristorò di balsamo e di mele.

LVII.

– Oh beato chi amò, chi tutte aperse

Ai pusillo le braccia e al derelitto,

E le vergogne altrui mite coverse,

E perdonando si scordò del dritto.

Il tempo bello, che all’ amor converse,

Nel libro eterno un cherubino ha scritto,

E alla sua gloria esaltalo il Signore;

Che per amore in ciel si rende amore.

LVIII.

– Beato lui che in questa triste valle

Fè di angoscie e di lagrime tesoro,

E i felici lasciò dopo le spalle

In mezzo l’abbondanza e i sogni d’ oro:

Egli che venne per diverso calle,

Nel giudizio di Dio non fia con loro;

Che le gioie del ciel miete alla fine

Chi seminò nel pianto e nelle spine. –

LIX.

Di quel diletto moribondo accanto

Tutta de’ fraticei la turba pia,

Con bassa voce, lentamente intanto

Nelle preghiere Aldobrandin seguìa;

Ed al cessar dell’ inspirato canto

Sorge religïosa salmodia:

– Deh fa, o Signore, che l’eterna face

A lui risplenda e ch’ei riposi in pace. –

LX.

Così l’egro bevea l’ultima stilla

Del nappo che il dolore avea ripieno;

E qual fiamma mancando disfavilla

Se l’oliva vital [35] vengale meno,

Tale ancora la languida pupilla

Un breve riflettea raggio sereno:

E Aldobrandino seguitando allora,

Quell’agonia di santa speme infiora.

LXI.

– Giunto del nero pelago alla riva,

Oh la canzone del ritorno intuona,

E al banchetto immortai lieto conviva

Ti cingi d’impassibile corona!

La gioia di quaggiuso è fuggitiva,

Come lampo che abbaglia e ne abbandona:

Quella d’Iddio rimane eternamente;

Egli il promise, ed Egli sol non mente.

LXII.

– Muori contento, che il morir del pio

Mattutina quïete rassomiglia:

E desto schiuderai nel sen d’Iddio.

Tra gli osanna degli angeli le ciglia.

Oh non senti una speme, un pien desio,

Una gioia che in terra è maraviglia?

Quell’ ebbrezza dì gaudio, ella è il sorriso

Che all’incontro ti manda il paradiso.

LXIII.

– Ecco lo stanco spirito anelante

AI bacio del suo padre ecco che vola.

Schiudetegli le porte anime sante,

E. rivestito della bianca stola.

Al Signor conducetelo d’avante,

Al Signor che perdona e che consola t

Che nella luce dell’ eterna face

Eternamente egli riposi in pace.

LXIV.

Così alfine, o Torquato, a miglior vita

Venir potesti dalle angoscie umane.

Tranquillo nella gioia alta, infinita

Che non conosce sera, nè domane.

Dal suo lungo martirio è al ciel fuggita

L’anima tua immortale e a noi rimane

Di te l’esempio ed il tuo nome bello

Che non teme nemici oltre all’ avello.

LXV.

E parleran delle patite prove

Per molti anni le genti e sempre fia

La tua memoria benedetta, dove

Che spira gentilezza e cortesia :

Per che sin che su noi dal cielo piove

Questo sorriso di melanconia,

Ogni vergin pietosa, ogni bel core

Co’ versi tuoi s’intenderà d’amore.

LXVI.

Ed oggi ancor che sol ne’ marmi vive

Colei, che donna fu somma d’impero,

E sconta delle avite orgie lascive,

E del nefando sonno il vitupero,

Oggi ancora movendo dalle rive

Canta del pio Goffredo il gondoliero;

E si compiace nella rea fortuna

Sol de’ tuoi versi e della sua laguna.

LXVII.

Ma quale, o Tasso, (e l’Italia ammenda

Lo scorno a torsi della tua sventura?

Quale marmo, o qual mai tela stupenda

Alle vegnenti età ti raffigura;

Onde colui che d’oltramonti scenda

A vagheggiar quantunque può natura,

Sappia che in vesti vedovili ed adre

Questa terra a’ suoi figli ancora è madre?

LXVIII.

Ahi! mentre il fasto e cippi e statue mostra

Ch’ ai fortunati traditori egli erse,

Angusta tomba nella santa chiostra

L’immortale tuo cenere coperse!

E appena in questo dì la terra nostra,

Poichè il rimorso i gravi occhi le aperse,

Ti pone illustre monumento [36], e sconta

Il silenzio di due secoli e l’onta.

LXIX.

Ma tu no non venire, o disdegnoso,

U’ il tardo pentimento oggi ti appella;

E tolto dall’ avel del tuo riposo

Altra non consolar tomba novella !

La pietra, sotto cui dormi famoso,

D’ ogni altero sepolcro è assai più bella ;

E basta ad eternare un umil sasso,

Che scolpito vi sia – Qui giace il Tasso. –

O figlie del mio cor, Lina, Antonietta

E tu dagli amorosi occhi, Lucia,

O ciascheduna a me tutta diletta

E ben supremo della vita mia!

Suoni nel vostro nome benedetta

L’ultima rima e il vostro nome sia

Quel bacio sovra cui, mentre altri il sugge,

Beatamente l’anima si fugge.

Come il tempo passò! Fra quanti e quai

Liete e meste fortune a me d’accanto

Stette questo poema, e i labbri mai

Non sepper modulare un altro canto!

Io col Tasso ho vissuto e seco amai,

E seco spesso dolorando ho pianto

La speme ingannatrice e i rapidi anni

Ove più del piacer valser gli affanni.

Ed or che presso il termine veloce

Corre l’onda del verso e i rivi io chiudo

Contro l’ingiusto obblio, che a tutti nuoce,

Chi al poeta verrà campione e scudo?

Non suona maestosa la mia voce

E come fiore alpin, su gambo ignudo,

Va basso basso il poveretto ingegno

Nè della palma del trionfo è degno.

Che se, dilette mie, perenne viva

La mia memoria oltre l’avello e poi

Ch’io più non sia di me si parli e scriva;

– Fu mite, onesto; amò la patria e i suoi : –

Se non morrà quest’eco fuggitiva

Contento io mi terrò solo per voi,

Giacchè quel nome che si cole ed ama

Rifiorisce nel cor per bella fama.

E quando la gentil che a me compagna

E madre è a voi d’amor santo, verace,

Per entro la funerëa campagna

Vi guiderà dove il mio corpo giace,

Voi, col lamento di chi in duol si lagna,

Non piangete di me, che sarò in pace

Aspettando quel dì, che al seno mio,

Care immortali, vi ritorni Iddio.

L’autore si riserba ogni diritto di proprietà sul presente lavoro,

a norma delle leggi vigenti.

Note

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[1] Vedi La Classification des désordres intellectuels d’après l’irritation et l’induration cérébrales, dans la Phy siologie de l’homme aliène: par Scipion Pinel.

[2] flagei per: flagelli, strumenti di tortura (ndr)

[3] Torquato rimase per alquanti giorni a Sant’Anna come insensato e stupido adatto. – Serassi, pag. 284.

[4] Il Tasso invocò invano a intercessori della sua libertà l’Imperatore d’Austria, il Pontefice, i Principi di Mantova e d’Urbino e le città di Napoli e di Bergamo. – Serassi, pag. 291 ec.

[5] Vedi la lettera del Tasso al Gonzaga.

[6] Il cavaliere Leonardo Salviati, famoso per le acerbe ed ingiuste critiche mosse contro la Gerusalemme. Anche il Galileo, giovine allora, prese parte in quella lotta contro del Tasso, e la posterità accusò l’Accademia della Crusca di quel peccato che già (scrive il di lei istoriografo il Zannoni) emendarono i nostri maggiori, e che noi non avremmo potuto, come quello di nostra origine, ereditare. – Guasti, Vol. 4, pag. II.

[7] Nessuna cosa il Tasso scontrò nelle chiose della Crusca, dalle quali si sentisse offendere maggiormente, che da quelle che toccavano suo padre, e perciò si credette in obbligo di prendere la di lui difesa, ed egli dettava la sua famosa Apologia dal carcere, più che a difendere il proprio poema, a rimettere in onore l’Amadigi del padre suo. – Guasti, Vol. 3, pag. XIV.

[8] Perchè io gli cedo volentieri in tutte le maniere di componimento, ne potrei sostenere che in alcuna di esse alcuno gli fosse anteposto – Vedi Torquato Tasso, sua Apologia.

[9] Torquato, poco soddisfatto del primo poema della Geru salemme liberata studiò a rifarlo sotto il titolo di conquistata – e scrisse – di essere tanto affezionatissimo a questo nuovo lavoro, quanto sentiasi alieno dal primo come i padri dai figliuoli ribelli e sospetti d’esser nati d’adulterio – Serassi, p. 460.

[10] sofo d’Egina: Platone (ndr)

[11] I dialoghi pubblicati dal Tasso durante la sua prigionia furono: Il messaggero, Il Gonzaga o del piacere onesto, Il padre di famiglia, La Molza o dell’amore, Delle maschere, Della nobiltà, Del poema epico. Vedi Serassi.

[12] Intorno la istoria dei folletti e dei fantasmi che atterriva no il Tasso, veggasi il Serassi, p. 376, 377, 378.

[13] il breve pertugio della muda: reminiscenza del canto del Conte Ugolino (ndr)

[14] È celebre il sonetto del Tasso ad un gatto che vedeva dalla sua prigione, ed al quale invidiava la lucentezza de gli occhi.

[15] Della malattia mortale del Tasso e come gli appariva la beata Maria e lo risanasse d’un punto, parla il Serassi, p. 380.

[16] Ed ecco si fece un gran tremuoto e il sole divenne nero, come un sacco di pelo e la luna divenne tutta di sangue – Cap. 6, Apoc. trad. Diodati, ver. 13.

[17] E gridarono con gran voce dicendo : in fin a quando, o Signore, che sei il Santo e il verace, non fai tu giudizio e non vendichi tu il nostro sangue sopra costoro che abitano sopra la terra? Cap. 6, v. 10, ut supra.

[18] Nel Carnovale del 1582, Laura Peperara si decise final mente a maritarsi, e sposò il conte Annibale Turco, uomo molto innanzi nelle grazie del Duca, che destinò 10 mila ducati di provvisione a lei, al marito ed alla suocera. – Guasti, Vol. 3, p. XXIX.

[19] Il Tasso sosteneva di veder chiaramente uno spirito buono che gli appariva, e seco disputava di altissime dottrine, come racconta il Manso.

[20] Nel Carnovale del 1584, fu concesso al Tasso di uscire per qualch’ora di Sant’Anna, insieme a due suoi amici, per vedere spettacoli e maschere: lo che diede motivo al suo dialogo – Il Gianluca ovvero delle maschere. – Serassi, pag. 328-29.

[21] La Giudecca è bellissima e principale contrada di Ferrara.

[22] Di fatti in una lettera di Orazio Urbani al Granduca di Toscana 7 febbraio 1582, si legge – che il Duca aveva assegnato a Laura un appartamento in corte, ch’era quello dove abitava madama Leonora – Guasti, Vol. 3, p. XXIX.

[23] In una lettera di Orazio Urbani, ambasciatore al Granduca di Toscana presso la Corte di Ferrara – così sta scritto sotto il 20 febbraio 1580 (stile fiorentino) « siamo oggi qua tutti in grandissimo cordoglio e corrotto, essendo finalmente piaciuto al Signore Iddio di cavare Madama Leonora del suo sì lungo e mortal travaglio per darle la vita eterna, il che seguì hier mattina poco dopo le 47 ore.

E sotto dì 27 dello stesso mese: Mi sono condoluto, al solito, come da per me della morte di madama, felice memoria, il corpo della quale fu sepulto di notte privatissimamente, essendo stata così la sua volontà; della quale pregò il signor Duca in voce, ed anche che il corpo non dovesse essere sparato, sì come non è stato. – Guasti, Lettere del Tasso, Vol. 3, p. XXVIII.

[24] Torquato in viaggio per Napoli dovette, giunto a Mola di Gaeta, sostarsi alquanto per timore di Marco Sciarra, famoso bandito il quale con gran numero de’ suoi in festava que’ confini: ma ciò conosciuto da quel masnadiere, egli mandò ad offrire al poeta non pure il passo libero, ma compagnia ed albergo per lo viaggio. – Serassi, p. 461-462.

[25] Torquato liberato dalla prigione esce di Ferrara e si ricovera alla Corte di Mantova ; ma ivi pure non trovando che indifferenza, va attorno per l’Italia e si riduce finalmente a Napoli, per attendere al ricupero de’ beni materni. – Vedi Serassi e il Manso.

[26] dumoso: pieno di rovi, pruni e simili (ndr)

[27] Dato in tal modo a lor bisogna spaccio: data loro la possibilità di allontanarsi (dall’albero), da spacciare, togliere di mezzo (ndr)

[28] Torquato liberato dalla prigione esce di Ferrara e si ricovera alla Corte di Mantova; ma ivi pure non trovando che indifferenza, va attorno per l’Italia e si riduce finalmente a Napoli, per attendere al ricupero de’ beni materni. – Vedi Serassi e il Manso.

[29] Al primo d’aprile (1594) Torquato sentendo che il suo male aggravava si fa condurre nel monastero di Santo Onofrio tra i frati del beato Gambacorta da Pisa. Cadeva quella mattina una foltissima pioggia, sicché vedutasi da que’ padri la carrozza del Cardinal Cinzio colà su di quel tempo salire, immaginarono non dover ciò senza cagione avvenire: perlocchè il priore con molti degli altri si fecero all’uscio dove Torquato assai disagiato della persona smontava, e veggendoli disse – Che quivi era venuto a morir tra loro – Manso – Vita del Tasso – citato dal Guasti, Lett. del Tasso, Vol. V, pag. 487.

[30] Torquato negli ultimi giorni della sua vita avea ripreso a comporre il suo poema del Mondo Creato.

[31] vanni: ali: qui sta per folate, soffi, refoli (di vento)(ndr)

[32] Il monte Soratte si trova nel Comune di Sant’Oreste a circa 45 Km a Nord di Roma. Esso si erge solitario nella Valle del Tevere di cui costituisce il rilievo piu alto. (ndr)

[33] Torquato fu negli ultimi momenti confortato dal Cardinale Cinzio Aldobrandino, che gli portò la Papale benedizione, e al quale egli mostrò desiderio, che tutte le copie delle sue opere fossero raccolte e date alle fiamme. – Serassi, 498-499.

[34] È questa l’ultima lettera che il Tasso da Sant’ Onofrio scrisse e pochi giorni dopo – ai 25 aprile – abbandonava quella terra infelice su cui aveva vissuto anni cin quantauno, un mese e quattordici giorni. – Guasti, Lett. del Tasso, Vol. V, pag. 188.

[35] oliva vitale: Cristo-Eucarestia (ndr - v. Beato Alberione))

[36] Da trent’anni si sta lavorando in Roma una statua del Tasso co’ danari mendicati con una sottoscrizione per tutta l’Europa. Tributo tardo e veramente meschino!

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011