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Edizione di riferimento:
Il Torquato Tasso di Jacopo Cabianca, canti XII, Venezia, Tipografia del Commercio 1898.
Sono aspri i giorni del villan che dura
Vita infelice e di continuo stento:
Egli è ne’ campi colla notte scura,
Ed alla pioggia il dì consuma e al vento:
Pur della messe, che lenta matura,
Dopo assiduo sperar, giunge il momento,
Ed al sudor del provvido bifolco
Una volta risponde almeno il solco,
Nascoso in mezzo il cupo loco immondo,
Al sol, ch’è fonte delle gioie umane,
Della terra nel viscere profondo
Dimenticato il minator rimane:
Ma quando egli alla fin esce del mondo
All’äer vivo, e di un atteso pane
La moglie e i macri figliuolin disfama,
Al patito dolor grato si chiama.
Anch’ ei, lo schiavo, che la fronte oppressa
Curva di sotto del bastone e tace,
Lo schiavo anch’ei colle tenèbre cessa
Dagli stenti inumani e torna in pace;
Ed, in quell’ora al riposo concessa,
Riede sull’ali del pensier vivace
Alla patria negata, e in lene obblio
Ricanta la canzon del ciel natio.
Così, alla fin dell’opra sua, ritrova
Ciascuno giornaliero una mercede;
Ma quei che in lunga, combattuta prova
Pose l’ingegno, l’anima e la fede
E col sudor dell’intelletto giova,
Come quaggiù rimeritar si vede?
Qual premio ha mai che degnamente agguagli
I giorni consumati e i suoi travagli?
E pur molti anni e vita arida e trista
E veglie e pianto gli valsero in prima
Quello che il secol dalla corta vista,
Feconditate e facil estro estima.
Tra l’ozio ed il torpore oh! non si acquista
Del sacro monte la famosa cima,
Nè si tocca lassù sedendo in piuma,
Ma per fatica e studio che consuma.
Però mentre il buffone e l’impudica
Mima alla regal mensa si asside,
E in lieti crocchi desïata amica
La danzatrice puttaneggia e ride,
L’uom di mente e di core un pan mendica,
O spesso col più vil servo il divide,
E in lungo stento, tra miseria ed onta,
La libertà dell’intelletto sconta.
E sorte gli è se il vulgo, che contende
Alla ragione indagatrice, e il vero
Copre e intenèbra di fallaci bende,
Non gli sia contra, e inverecondo e fiero
Voglia tra il rogo ed il martir che ammende
L’impeto generoso del pensiero;
Perchè l’ esempio a giovamento insegni
Qual premio aspetta i troppo ardenti ingegni.
Così dovunque il sol lucido irraggia
Questa umana famiglia e la nutrica,
Terra non ha, sia pur gentile e saggia,
Che ingrata a’ figli suoi non maledica.
Nè in te, perchè altra sia cruda e selvaggia,
O Italia, scema questa colpa antica,
Onde noi tutti, siam patrizii o plebe,
Il sacro rinnoviamo odio di Tebe.
Odio mortal che ne ha distrutti, e come
In fra nemici a eterne ire ne invoglia!
Il lauro ch’orna le famose chiome
De’ nostri, Itala mano insulta e sfoglia:
Itala crebbe e porta Italo nome
Ogni sventura ed ogni nostra doglia;
E se il mondo a dileggio oggi ne mostra,
Non già d’altrui, ma sol la colpa è nostra,
Oh! la vergogna abbia pur fine, oh cessi
Una volta, per Dio, questa maligna
Rivalitate! Ardiam, ardiam noi stessi
Nell’ ausonio terren questa gramigna;
Deboli e forti, ed insolenti e oppressi
Amor rannodi e volontà benigna,
Onde scordati i cittadini insulti,
L’antica madre de’ suoi figli esulti! –
Sant’ Anna! nome che spavento lassa,
E le miserie di quaggiù raccoglie,
Anzi le vince tutte quante e passa
Pianto a pianto aggiungendo e doglie a doglie!
Quivi una gente dolorosa e lassa,
Come da dentro dell’inferne soglie,
Di grida disperate il cielo assorda:
Il mondo non le ascolta, o se le scorda.
Fra i molti alcun, pria che alla vita uscito,
Istupidì dal suo concepimento
Ne’ visceri materni; altri ha patito
Della ragion per subito spavento. [1]
Il corpo loro è obeso, intorpidito,
Privo di volontà, di movimento:
E sin la bocca inoperosa e vana
Dimenticossi ogni parola umana.
Chi piange ognora, e chi, per sciocca festa,
In fantastiche gioie ebro si culla;
Onde l’idea nell’uno è sempre mesta,
Ride invece nell’altro e si trastulla.
D’odio, d’amore in lor senso non resta,
Che ogni memoria del passato è nulla;
E l’oggi ed il doman per essi è senza
O desiderio, o almen reminiscenza.
Contro i vegnenti sovra i piè feroce
Minacciando il frenetico si drizza:
E, qual cane al guinzaglio, se ne cuoce
E in se disfoga la rabbiosa stizza.
Dal gonfiato suo collo esce la voce,
Anzi un urlo, e dagli occhi il sangue schizza,
Insin che tutto un fremito l’invade,
E si dibatte e come morto cade.
Ahi gl’infelici, in Dio nostri fratelli!
E ad essi una famiglia avrà sorriso,
E avranno amato, e i nostri affanni e quelli
Gaudii, che noi proviamo, avran diviso!
Ebbero onori e stato e furon belli
Di giovinezza e di un leggiadro viso,
Ed or compagni allo stupido bruto
Ogni umana fattezza hanno perduto.
Amor tradito, ed amistà delusa,
Invidia che manduca assenzio e fiele,
Necessità che a ogni speranza è chiusa,
Gelosia che si nutre di querele,
Lussuria che nessun pasto ricusa,
Fortuna instabil sempre ed infedele,
Hanno il dolente loco popolato
D’ogni tormento e d’ogni tormentato.
Ma per costoro che nei passi amari
Violenza d’altrui spesso ha condutto,
Gran bisogno saria di miti e cari
Modi a raccor meno infelice un frutto;
D’una pietà che lor venisse a pari,
E d’un amore apparecchiato a tutto,
Cui pazïenza e soavi parole
Balsamo fosser ch’ogni duol console.
Invece la pietà qui, giace morta,
E la man, che a mercè dovriasi aprire,
Inesorabil s’alza e seco porta
Le catene e i flagei [2] ministri all’ire;
Onde gli afflitti, cui nessun conforta,
Penan d’ogni dolor sino al morire;
E di lui, che colpì tanta sciagura,
Men che d’inutil bestia altri si cura.
Questi compagni dolorosi, o Tasso,
Questa è la stanza tua, anzi il covile
Dove per te, dimenticato e lasso,
Fortuna mai non muterà di stile.
Ahi! come e quanto se’ caduto al basso,
O tu de’ cavalieri il più gentile,
A quai miserie estreme, a quanto lezzo
L’empio destino t’ha condotto in mezzo!
A te seriche vesti, argenti ed ori
Piaceano e trine e lini bianchi e tersi,
E la barba coltissima e d’odori
I fluenti capei molli e cospersi:
A te il profumo de’ recenti fiori
O stretti in mazzo, o per l’erbetta spersi,
E le notti ed i dì goduti e spesi
In liete veglie, in conversar cortesi.
A te la mensa splendida e condita
Di vivande in sapor vario soavi,
E generosi i vini e più gradita
La vendemmia pareva a te degli avi.....
Povero Tasso! la tua mesta vita
Serbata è a giorni miserandi e gravi
Per cui la morte, onde tanto si trema,
A te sorriderà gioia suprema.
Giace in ferri Torquato entro una scura
Angusta, sconsolata, umida cava,
Dove neppure un’ora il sol misura,
Tanto lunga la notte ivi si aggrava.
Stillan luride gocce dalle mura,
E la lumaca, dall’immonda bava,
E striscia in mezzo della calce fessa
Lo scorpïone che lento s’appressa.
Del marcido terren da un canto stanno
Poche e fetide paglie, e sui pungenti
Stecchi disteso tutto buchi un panno,
Vana difesa dagl’inverni algenti:
Una tavola rotta; un rozzo scanno
E appena a dissetar le labbra ardenti
Una brocca di verdi acque ripiena,
Più desolata fan l’orrida scena.
Tutta la prima notte e il successivo
Giorno qui dentro stette e nulla avverte,
Che giace il corpo d’ogni moto privo
E lo spirto del par stupido e inerte: [3]
Alle seconde tenebre per vivo
Si scosse e in giro le pupille incerte
Volgendo vorria pur trovar maniera
Quella notte a spiegar cotanto nera.
Come qui giunse? ne perde la traccia:
Ora ove sta? Se levasi a sedere
Stentando sol le addolorate braccia
Vale ad alzar e un suon di ceppi il fere;
Che se d’intorno sè, palpando, caccia
A tentoni le man senza vedere,
Cessa in ribrezzo subito dall’opra,
Che pargli a un serpe aver toccato sopra.
Acerba, spaventosa, vïolenta
Incontro lui ogni memoria fassi ;
Nè quella foga per quïete allenta,
Ma pensiero a pensiero urtando vassi:
Qual sulle ruïnose acque del Brenta
Alberi vedi, armenti e sterpi e sassi
Miseramente capovolti e sparsi
Rompere l’un sull’altro e accavallarsi.
Nel turbinar di quelle fantasie
L’alma sconvolta dal feroce duolo,
Non ne segue una sola che le sie
Tra le tenebre guida e segni il polo.
Talor crede sognare, e che le pie
Aurette del mattin caccin lo stuolo
De’ feroci fantasimi, che gli hanno
Messo sì lungo assedio e tanto affanno.
Un sogno? e il messaggero..... ed il barchetto,
La foresta, l’altar chiuso ai profani,
E quel gentil della duchessa aspetto,
E i pii conforti..... gli svelati arcani.....
Il grido..... Alfonso..... i nodi che lo han stretto.....
Oh in breve ora il mutar d’eventi strani!
Oh di misteri il cieco labirinto,
Dove il pensier si perde e resta vinto!
Ma veramente una prigione è questa,
O la palpabil notte e più di tutto
L’abbandono crudel che lo funesta,
L’ambascia ond’è per stupido ridutto,
Non sono una ragione manifesta
Ch’ ogni laccio terreno è in lui distrutto,
E che morto fra morti è giudicato
Dal giudizio di Dio come un dannato?
Ecco gli par sotterra esser disceso,
U’ le speranze in eterno son mute;
E delle colpe sotto il grave peso
Invano supplicare a chi lo aiute;
Colle sue orecchie non ha forse inteso
Il lamento delle anime perdute,
E l’ululato dell’inferne genti,
E il suon de’ ferri e lo stridor dei denti?
Così via via quell’infelice oppresso
Al tristo ver ombre e sospetti mesce,
E più che il sangue bolle, e ardito e spesso
Dal vital centro al cerebro riesce,
Fuori di senno per febbrile eccesso
Più nel delirio e ne’ spaventi cresce;
E piange, grida, si lamenta e prega,
Nè parola, o pensier ordina e lega.
Quando l’arida febbre alfin diè loco
Ad un languor più lucido e pacato,
Nel prigioniere torna a poco a poco
La conoscenza del suo duro stato,
E benchè vegga a qual terribil gioco
L’abbia un’empia fortuna condannato,
Pur ciascun’ora che sonar dee prima
Di libertade annunziatrice estima.
Se oggi non è, sarà domani..... e un giorno
Passa, nè la prigion già si disserra:
Forse al settimo dì..... ma fa ritorno
Il dì settimo e i ceppi esso non sferra.
Tra un mese..... un anno..... ed alla terra intorno
La colma luna, e intorno al sol la terra
In suo vïaggio lentamente gira,
E il Tasso ancor a libertà sospira.
Cui non pregava? A chi, gramo e meschino
Non affidò la sua speranza vaga,
Lamentando il rigor di quel destino
Che così ingiusto crudelmente il paga?
Al Tosco Duca, al principe d’Urbino
Narra le sue sventure e ai due Gonzaga,
E chiama aiuto al successor di Piero
E al Sir augusto del romano impero [4].
Nè a te, Napoli sua, gli affanni ei tace
Della carcere, o a te, patria seconda,
D’onde gli avi e fu il padre e cui ferace
Bagna del Brembo alpin la limpida onda!
Al figlio vostro, che sì basso giace,
Oh! soccorrete voi, e dall’immonda
Caverna, che da tanti anni lo chiuse,
All’Italia rendetelo e alle Muse!
– Ahimè! misero me! – così egli esclama
Dolorando dall’anima talora; – [5]
Io non aveva altro conforto o brama
Delle fatiche e de’ miei studii, in fuora
Che lasciando quaggiù sicura fama
Io tutto non morissi all’ultim’ora,
Ma ne’ tempi avvenir illustre e bello
Co’ miei scritti vivessi oltre l’avello.
– Ora infermo e già vecchio, ora ridutto
Sotto tutti i mortali e quale io sono
In questo stato vergognoso e brutto
Ho messi gloria e onori in abbandono;
Felice me se dopo il lungo lutto
M’avessi almen la libertade in dono,
E mi fosse di vivere concesso
Obblïato dagli altri e da me stesso!
– Che se questo, che gli uomini protegge,
Universal diritto altri mi fura,
Possa io vivere almen sotto la legge
Che alle belve, e agli augei fece natura!
Va pe’ campi pur libera la gregge,
E guarda al cielo e spira l’aria pura,
E contenta al ruscel chiede ristoro
Di quella sete ond’io consumo e moro
– Ma più delle catene e più d’assai
D’ogn’altro ben che m’è negato o tolto,
M’offende il non saper de’ lunghi guai
Quando il fin giungerà; m’offende molto
Lo starmi solo, e sempre solo, e mai
Mai d’un amico non vedere il volto,
Mai non bearmi al riso delle genti,
O ricambiare altrui saluti e accenti.
– La barba e il crine ho sordidi e d’addosso
Mi cascano le vesti a brano a brano;
Ond’ io me stesso ravvisar non posso
Tanto mutai d’ogni sembiante umano!
Oh, se colèi cui nullo affetto ha mosso,
E che di molto amore ho amato invano,
S’ella vedesse la tristezza mia
Pietosa certo al mio dolor saria! –
Vano lamento! suon fiacco e perduto
Che nessuna nel mondo eco ridesta,
Nel mondo dove isterilito e muto
Non conosce ogni cor che gioia e festa!
Guai pe’ vinti quaggiù! guai pel caduto
Cui fuor della miseria altro non resta!
De’ lieti al disparir giorni felici
Qual nebbia al sole dileguâr gli amici.
Guai pel caduto, oh guai! Siccome addosso
Al morente leon piombano a cento
I corvi a dispolpar insino all’osso
Lui che vivo mettea tanto spavento:
Così coll’ire di un vile molosso,
D’insolenza feroce e d’ardimento
Sta la rea turba, e offese e insulti aduna
Su lui che s’ebbe iniqua la fortuna.
Nata ad un parto coll’invidia gialla
Quaggiù è una gente cui l’error fu padre;
Ogni affetto magnanimo in lei falla,
E natura e sentir d’opre leggiadre:
E perchè sovra i piè zoppa traballa,
E gli occhi ha guerci e le parole ladre
Insulta a chi fa dritto il suo cammino,
E guarda il cielo ed ha il parlar divino.
Di qui il maligno, cui l’onor, la pace
E l’altrui bene come peso grava;
Di qui l’adulator sempre mendace
Ed il pedante dall’anima schiava;
Ne l’ingorda di lor sete mai tace,
Che col velen della nascosta bava
Muovono i tristi insidïosa guerra
A quel ch’è grande ed infelice in terra.
Ogni scherno, ogni oltraggio, ogni più indegno
Tradimento, ed i ceppi e sin la fame
Tornano in lor vantaggio, e tutto è degno
A sazïar l’invereconde brame.
Nè basta già ch’altri sia fatto segno
Delle miserie, e lo si vuole infame,
E stan le accuse e la calunnia pronte
Ad avvilir la generosa fronte.
Era a que’ giorni un fremito di festa
Per tutta Italia ed un sonar di lodi
A quell’epica tromba, che le gesta
Cantò del pio Goffredo e de’ suoi prodi;
E benchè intera la splendida vesta
Del poema non brilli, e ai vaghi modi
Talor necessità sia d’altra lima,
Miracolo d’ingegno ognun lo estima.
Ma come da uno stagno umido e immondo
Per l’orizzonte un vapor fosco ascende
Ed al lucido sol, face del mondo,
D’invidïose tenebre contende:
Così dall’Arno, Erostrato secondo,
Surse un cotal [6] cui tanta lode offende
E che nel suo livor non ha mai posa
Per demolire l’opera famosa.
Ogni bellezza, stupido blasfema!
E poesia gli nega e tutto ei libra
E al vaglio Aristotelico il poema,
Gelato scrutatore agita e cribra:
Nè per pudore dall’insulto scema,
E se de’ colpi, che alla cieca ei vibra,
Il poeta a ferir dritto non giunge,
Contro dell’uomo insolentisce, e il punge.
E tu, raggio divino d’intelletto,
Tu Galileo, al sole immoto, al cielo
Discoperto, e perchè torti al diletto
Delle stelle per te senza alcun velo?
I veggenti occhi tuoi non hanno letto
In fronte a lui, che dell’ingiusto telo
Della critica offendi, una scintilla
Quale da Iddio direttamente brilla?
Ma il dardo stesso in te sarà ritorto,
E tu della ferita, ond’altri or geme,
Sanguinerai, o troppo tardi accorto
Che van l’ingegno e la sventura insieme!
Così ten sovverrà quando, oh gran torto!
La superstizïon, che tutto teme,
Te pur fra le catene avrà ridutto :
Amaro seme porta amaro il frutto.
Da prima dell’invidia al nuovo morso
Non lamentò Torquato e, offeso a torto,
Gli duol che il nappo dell’ amaro sorso
Da un amico infedel fossegli porto:
Ed abbenchè meschin d’ogni soccorso
Della sua povertà pigli sconforto,
Pur ei perdona al menzogner che ingrato
Da’ suoi versi lucrò splendido stato.
Ma quando un giorno alfin se gli appalesa
Il tradimento e la sleale guerra,
Onde ferito da una doppia offesa
È il padre suo [7], cui già coprìa la terra,
Qual nube a lungo immobile e distesa
Saette poscia e grandine disserra,
Tale la concitata ira repressa
Si destò a un tratto e non mentì a sè stessa.
– In me – egli grida – in me questa vorace
Rabbia, alfin saziate: eccovi il petto;
Ferite pur, ferite ove vi piace,
Io mai lamento muoverò, nè detto:
Ma il padre mio, ch’egli riposi in pace
Quel capo caramente a me diletto,
Cui cedo io volentieri e plausi e vanti [8]
E che in virtù ne passa tutti quanti!
– È pur delitto nel turbato avello
La santa profanar polve sepolta,
Ma la gloria rapir, questo suggello
Ad una vita faticosa e colta,
Rapir la gloria ad un estinto, a quello,
Cui sulla terra ogni difesa è tolta,
Oh! questo è sacrilegio, è maledetta
Colpa che grida innanzi a Dio vendetta.
– Se Orlando è pur famoso e ovunque il canto
Del Ferrarese Omero oggi si spande,
Perchè Amadigi non può stargli a canto
E il padre mio perchè sarà men grande?
Forse l’italo alloro è scarso tanto
Che povero non basti a due ghirlande,
O in questa terra, d’ogni bello attrice,
Sarà l’ingegno un’araba fenice? –
Nè solo è il Tasso alla tenzon; ma tutta
Venne in campo l’Italia ed a’ suoi fianchi
Cento e cento guerrieri nella lutta
Scesero valorosi e non mai stanchi.
Dall’Arno invan faville e fumo erutta
Quel ciurmador da frottole e da banchi;
Che il lauro di Torquato è sempre verde
E per nembi e per tuon foglia non perde.
E pur la sua Gerusalemme, il solo
Desio che a tutti gli altri ha posto in cima,
Or gli è cagion di pentimenti e duolo,
Nè più in pregio la tien come da prima:
E qual padre rinnega il suo figliuolo
Se non più suo ma adulterin lo estima,
Anche il Tasso così grida anatèma,
E vuol rinnovellato il suo poema.
Forse più che di tutto avea disdegno
Ch’alle venture età per grande e giusto
Viva ne’ versi suoi quegli che, indegno
Il fè d’oltraggi e di catene onusto:
Certo però che al provocato ingegno,
Fu qual cote all’acciar l’alto disgusto,
Ond’ egli ritentò l’epica tromba
A celebrar la conquistata tomba. [9]
Ma se in alma gentil, costante e bella
Vive l’imago del primiero amore,
Nè tempo o lontananza la cancella
E al cessar della vita anch’essa muore;
Così del Tasso all’armonia novella
Applaude Italia, ma non sa dal core
Torsi d’Armida il lusinghiero incanto,
Nè scordare il piacer del primo canto.
Però non solo quell’ardito ingegno
A poetico vol l’ali discioglie.
Che in difficili studii a dotto segno
La penna indrizza e le severe voglie;
Nè del sofo d’Egina [10] altri più degno
L’immaginosa eredità raccoglie,
O sa con tanto core e miglior arte
Quelle dolci follie narrare in carte. [11]
Or, come antico padre, alla famiglia
Sapïenza domestica ragiona;
Or argomento dall’amore ei piglia;
Or dal poema ch’epico risuona:
E ad alti sensi nobiltà consiglia,
E degli spirti, sia malvagia, o buona, [12]
La natura descrive, o scherza un poco
Delle gioconde maschere e del gioco.
E pur a modo d’uom che un cane ha morso
Ed il veleno per le vene n’abbia,
Dal sonno stesso non trova soccorso
Ma un alimento di novella rabbia;
O qual sarebbe d’acqua un breve sorso
D’un moribondo alle assetate labbia,
Tal da’ studii gli vien breve una calma,
Che lascia ancor più sconfortata l’alma.
Come la verità de’ suoi tormenti
Al poeta non basti, e quasi il gioco
Dell’invida fortuna e gl’insolenti
Casi e il rigor degli uomini sien poco,
Altri deliri e orribili spaventi
Gli si aggiungon così che foco a foco,
Ed una coscïenza egra e fallace
Gli toglie in lunghi scrupoli ogni pace.
Perchè di troppo scrutatrice e ardita
Oltre a nostra virtù s’alzò la mente,
E legger volle là dove le dita
Di Dio segnâr la notte ed il nïente?
Perchè corse il pensier nell’infinita
Regione de’ misteri, e prepotente
Osò spiegar ciò che il buio circonda,
Ed è un vasto ocèan senza mai sponda?
Tal chiedesi Torquato, e una risposta
Disperata, terribile ed oscura
Gli fa parere ogni grazia discosta,
Ed i peccati suoi senza misura:
Ond’ei di un sacerdote ai piè si accosta,
Ed in colpa si chiama e lo scongiura
Di un perdono che ottiene, e non gli basta
A torlo dall’errore ove contrasta.
Come al tonfo di un sasso entro dell’onde
Piccol cerchio si fa che, qual per brezza,
Poi ride in giro e tanto si diffonde
Che contro delle rive urta e si spezza:
Tale nel Tasso ogni pensiero asconde
Mortal seme di dubbii e d’incertezza,
Seme che cresce in pianta e tutta occupa
L’anima e aduggia sotto l’ombra cupa.
E un Dio gli appar tra i fulmini ed il tuono
Che squassa inesorabile flagello,
E a cui ministri nella vita sono
Pianto e miserie, e il foco oltre l’avello:
Allora, sfiduciato di perdono,
Si accusa impenitente e per rubello
Fra incertezze, rimorsi e pentimento
Spera e dispera allo stesso momento.
Tale per tutto il dì, poi come cala
La notte, madre d’ombre e di paure,
Ed ha con sè di vipistrel sull’ala
Uno stuol di fantastiche figure,
Più tristamente disperato ammala,
Nè v’ ha forza o ragion che il rassicure,
A modo di pastor ch’ode pel fosco,
Da lontano il leon ruggir nel bosco.
Invano allora supplicando ei move
All’inchiesta di povera lucerna,
Che di un dubbio chiarore almen lo giove
In quella oscurità che pargli eterna,
Dov’egli vede, in forme orride e nove,
Mostri e folletti andar per la caverna,
E muover salti e menar ridde intorno
Sin che li caccia il rinascente giorno.
Talvolta desto in subita paura
Pargli udire un rumor d’aspre favelle,
E d’ali uno stridor su per le mura
E voci chiocce e suon di man con elle;
E vede lente dalla terra scura
Levarsi vagolando atre fiammelle,
E cento facce paurose ed ebre
Rischiarar quelle mobili tenèbre.
Ne’ sogni irrequieti, allor ch’ei dorme,
Fastidïoso sul petto gli pesa
Uno spirto seduto, e nelle forme
Di un immane caval se gli appalesa:
Nè sa gittarlo, o contro dell’enorme
Ospite ritrovar scampo e difesa,
Che in strani abbracciamenti ognor più grosso
Quel demonaccio gli procombe addosso.
Tenta alzarsi..... nol può: grida..... ma in gola
Manca rotta la voce; ansante è il petto,
E per tutto un sudor tale gli cola,
Qual dagli ultimi affanni ei sia distretto.
Poi quando il sogno reo col dì s’invola
Così egli giace disfrancato e inetto,
Che dal male di gocciola gli sembra
Offese e istupidite abbia le membra.
Onde qual chi da subito periglio
Trova lo scampo in una fuga presta,
Egli anelante dal crudel giaciglio
Si lancia fuor senza pensier di vesta,
E per torsi da quella, che sul ciglio
Tanto gli pesa tenebra molesta,
Cerca un filo di luce che l’illuda,
Presso il breve pertugio della muda [13].
A quelle ferree sbarre ei tiensi stretto,
E la fronte addossandovi e la faccia,
Un refrigerio prova anzi un diletto
Nel tocco del metallo che lo agghiaccia:
E se mai vede sull’opposto tetto
Un gatto [14] che sua via notturno faccia,
Invidia all’animal gli occhi lucenti,
Che immagin danno di carboni ardenti.
Oh quante volte del natio suo mare
Sognava le armonie quell’alma stanca,
Cui lontano lontan Sorrento appare
E di Cornelia sua la casa bianca!
Lucido è il sol; l’onde tranquille e chiare
E il fresco venticela che lo rinfranca,
Ai sensi disgustati un novo porta
Primaverile odore e li conforta.
E te, ombra adorata, ei chiama spesso
Dell’estinta sua madre..... Oh! nel profondo
Carcere il figlio tuo non vedi adesso,
Tu che bello il volevi e tutto mondo,
Nol vedi in panni laceri ed oppresso
Dalla rabbia degli uomini e del mondo?
Oh! teco alfin lo prendi e al corpo ignudo
Il tuo bianco lenzuol sia veste e scudo!
Intanto il Tasso davicino a morte
La prigionia condussero e gli affanni,
Che alla sua vita come lima forte,
Rodeano mortalmente da tanti anni,
E dir si può che sol poche ore e corte
Restin per insultarlo a’ suoi tiranni,
Ed una vita libera e serena
Gli apra l’avel che rompe ogni catena.
Una febbre ardentissima nel letto
Da un mese il tiene, nè rimette o cessa
Per modo tal che al desolato aspetto
Ogni speme di vita ormai s’ è smessa.
Già lui, perduto il ben dell’intelletto,
Da quattro notti così il male oppressa
Che, quasi corpo istupidito e inerte,
Nè voce più, nè medicina avverte. [15]
Però se il corpo suo torpido langue,
Si affatica il cervel d’aspra battaglia,
E al ribollire dell’acceso sangue
In mille visïon desto travaglia.
Nè mostra più colori al sole un’angue,
O più leggera muovesi una paglia,
Di quel che in mille fantasie distratta
L’egra sua mente delirante è fatta.
Fu in questa dello spirto e della vita
Ultima pugna, che il febbrile eccesso
In tale sogno l’alma ebbe rapita,
Che sogno e verità parean l’istesso.
Dopo aver faticato a una salita,
A Torquato sembrava essersi messo
Per dentro interminabile pianura,
Ned’era giorno ancor, nè notte scura.
Ei seguitava nell’andar che un vento
Alle spalle cacciavalo in avanti.
Con sì ratta virtù di movimento
Come avessero l’ali i piedi erranti :
E per ville e città, traverso cento
Schiere di lingua varie e di sembianti,
Senza tregua o riposo il pellegrino
Seguiva rapidissimo il cammino.
E là, dimezzo quella gente folta
Siccome fiotti in tempestoso mare,
Un grido solo da per tutto ascolta
Di lagni e di dolori alto sonare.
E dovunque a veder la faccia ha volta
Uno stesso spettacolo gli appare,
E pompe trïonfali e plausi al forte,
Ed al giusto patiboli e ritorte.
Oh quanti e quanti in suo viaggio ei vede
Martiri della patria e dell’ amore,
Martiri del pensiero e della fede
Cui l’ingegno fu colpa e il troppo core!
E qual la jena, che il suo pasto chiede,
Rabida invidia starsi, e star l’errore
E il popolo egualmente in tutti i luoghi
Plaudere il sangue ed attizzare i roghi.
Nel legger dentro que’ delitti occulti
Di Torquato gemea l’anima bella,
Ed al vederli avventurosi e inulti
Al creator suo giudice si appella,
Perchè quaggiù la prepotenza esulti
E alla forza virtù sia fatta ancella,
E tra i nati d’un padre empii fratelli
La rabbia di Cain si rinnovelli.
Intanto sempre più venia sospinto
Egli per entro di quel mondo ignoto,
Quando l’aër in tenebre dipinto
Si oscurò a un tratto e fecesi un tremuoto. [16]
Il sole, al pari di un gran faro estinto,
Pende dal cielo, e nell’inerte vuoto
Visibilmente la luna e le stelle
Ardon di sangue e sono in lutto anch’elle.
È vento ed uragan, tuoni e saette;
Onde il poeta sbigottito e anelo,
Ogni virtù perduta, al suol cadette
E di morte sentì corrersi il gelo.
Poi quando le pupille, che ristrette
Di paura chiudeva, aperse al cielo
Lucido il vide e all’orizzonte in fondo
Un’alba scintillar nuova pel mondo.
Dove giacean disseminati e mesti
D’ogni martire i corpi, ecco repente
Correre uno splendor, e que’ ridesti
Alla vita tornar novellamente:
E le aperte ferite e gl’inonesti
Solchi delle catene una lucente
Aureola circondar e sovra loro
Arder di mille stelle un cerchio d’oro.
Come fragore d’acque e come tuono
Indi una voce andossi sollevando
Da que’ che avean patito, e udinne il suono
La terra e il ciel l’udì. – Insino a quando, [17]
Insino a quando, o gran Dio, per cui sono
Giustizia e verità, starai posando,
E l’ora tarderà della vendetta
Che terra e ciel da tanto tempo affretta?
– Invano l’opra nostra e la favella
Al vero e a libertate ebbimo volta;
Invan per quell’amor che ne affratella
Versammo, a dissetar la gente stolta,
Insino a tutto il nostro sangue, ch’ella
Ne abbeverò d’assenzio alla sua volta:
E tu, gran Dio, a chi ne fu crudele
Mesci egual coppa e ne raddoppia il fiele! –
Stetter le voci, ed ecco spalancarsi
I firmamenti e d’angeli uno stuolo,
Le corrusche squassando aste, mostrarsi
Dai cieli aperti e in giù spiegare il volo;
E insieme a loro sulla terra apparsi
Guerra, cordoglio e fame e peste e duolo,
Onde sovra ogni parte e in ogni sito
Il giudizio di Dio fosse compito.
Nel suo febbrile immaginar seguia
Quelle varie fortune il buon Torquato,
Godendo ch’ogni ben quaggiù non sia
Al violento e al despota serbato:
Ma un angelo in quel mentre a lui venia
E, presolo per mano e sollevato
Della terra, così sel tien vicino
Come madre che abbraccia il suo bambino,
Dopo rapido spazio erano fuori
Di que’ spirti dal popol circonfuso,
E in un etere puro di splendori
Rattamente salian sempre più in suso:
Un’armonia spandevasi di cori
Per entro a que’ zaffiri, ed oltre l’uso
Mortal sonava così dolce e nova
Che il Tasso una gran pace in cor ne prova.
Nè in prima l’occhio suo, che tardo apriva,
A poco a poco tanto dì sofferse,
Che in mezzo il cerchio della luce viva
Sfolgorante una donna discoperse:
In fido atto d’amore a quella diva
Erano le felici alme converse,
E contemplando l’adorato viso
In lui solo gioiano un Paradiso,
L’onda della freschissima marina,
Il pallore gentil della vïola,
Il ciel che s’inzaffira alla mattina
Son vaghi nel color della sua stola.
S’inchinano le stelle e il sol s’inchina
A lei che piacque al suo fattore sola,
E la luna superba a tanto incarco
A sgabello dei piè curvasi in arco,
Mentre che fisi nel divin sembiante
L’anima tien Torquato e tiene gli occhi,
Ecco gli par che delle luci sante
Ella lo guardi e della man lo tocchi:
Ond’egli allor per riverenza avante
Le cade tramortito in sui ginocchi,
E colla voce, che dal cor gli uscia,
Salutolla esclamando – Ave Maria –
Il sonno e l’alta visïon sen vanno,
Ma non però che al povero malato
Tutto una larva sembri od un inganno
Ciò che dormente lo facea beato.
Ormai della mortal febbre l’affanno,
Come fosse un miracolo, è cessato,
Ed egli a ciaschedun, che il credea morto,
Di maraviglie è oggetto e di conforto.
Santa amistà! benchè d’invereconde
Maschere la tua faccia altri ricopra,
Ed in parecchi, che il tuo manto asconde,
Diversa sia dalle parole l’opra;
Benchè nel nome tuo s’apran profonde
Piaghe, nè il tempo vi passi mai sopra;
Non io ti chiamo desiderio e sogno,
Ma di questa mortal vita bisogno,
Che se l’etade seco il meglio porta
Di ciò ch’è caramente più diletto;
Se gran parte di noi da prima è morta
Che la tomba ne chiuda ad ogni affetto,
Anticipato avel non disconforta
Quel fra gli umani cui tu scaldi il petto;
E perchè in te, santa amistà, tien fede
Sino all’ ultimo spiro egli ama e crede.
Poco di te gli avventurosi sanno.
Anzi, di mezzo la mollezza e gli agi,
Invece tua, con desïato inganno,
Sta l’adulazïon ne’ lor palagi:
Ma se il core tormenta nell’affanno.
Se giungon la miseria e i dì malvagi,
Allora è il tempo de’ tuoi dolci uffici:
Ti ha creata il Signor per gl’infelici!
Può bene Alfonso di più reo servaggio
Opprimere Torquato, e il sole e l’etra
Anco negargli, e di pagato oltraggio
Disfrondare l’allôr della sua cetra:
Però dove del dì non giunge il raggio,
Onnipossente l’amistà penetra,
E sulle piaghe della sorte avversa
Un vitàle d’amor farmaco versa,
Tal degli amici la pietosa cura
A lui confortatrice in tante pene,
Entro l’orror della prigione oscura
Scende il peso a lenir delle catene.
Ed allorchè de’ guardïan la dura
Legge men fiera od oculata viene,
Procaccia che ristoro alcun gli giunga,
Nè la necessità sempre lo punga.
Così invece dei panni disonesti
E della paglia, ove giacea il meschino,
Benefica una man di nuove vesti
Lo giova e di ospitai coltre di lino:
E l’ammuffato pane ed i molesti
Cibi in grate vivande, e cangia in vino
L’acqua corrotta, cui per dissetarsi,
Spesso i labbri appressò bramosi ed arsi.
Nè corre dì che il memore poeta
Nelle sue preci confidenti a Dio
Il riverito nome non ripeta
Di qualchedun che a’ suoi tormenti è pio.
Gloria ed onori e vita lunga e lieta
Prega ai Gonzaga, e al Grillo, ed al natio
Suo Brembo benedice, e a que’ che tolto
Dal carcere il vorriano ov’ è sepolto.
Egli spesso arrestar gode il pensiero
Nella sua Laura [18], che veduto in vano
Venirle ogni altro mezzo, a un cavaliere,
Caro ad Alfonso, diede core e mano;
Perch’ei che vive tutto al suo piacere,
Possa tornare il Duca giusto e umano,
E fedeli ambidue nel lor proposto
Studino di salvarlo ad ogni costo.
Ma del poeta suo perchè in aiuto
Lëonora non venne? Ahi! che la serra
Il calato sepolcro ove par muto
Diventi ogni desio di questa terra.
Che se Torquato a un ultimo tributo
Lagrimando la voce or non disserra,
Pose certo alle sue labbra suggello
La santa riverenza d’un avello.
Nè contro il lungo immeritato duolo,
E l’empia tirannia che il tiene oppresso
Vien degli amici il pio conforto solo:
Ch’anzi un fedele spirito [19] di spesso
Nella muta prigion calasi a volo,
E arcano gli rimane ospite appresso,
Malgrado tante sbarre e de’ custodi
I vigilanti sguardi e i ferrei nodi.
Appena un breve giorno entro la stanza
Per l’angusto pertugio il sol misura,
In rilucente striscia ecco una danza
D’atomi vorticosi entro l’oscura
Notte agitarsi, e dar forma e sembianza
Di mezzo loro a una gentil figura,
Che a poco a poco il grazïoso aspetto
Rivestendosi vien di un giovinetto.
Della persona nobile e del viso
Egli si atteggia dentro un panno bianco,
Ed in luce dorata il crin diviso
A lunghe anella mostra oltre del fianco:
Tanta piena allegrezza ha nel sorriso,
Ch’ogni altra gioia al paragone è manco,
E intorno, nunciator del suo venire,
Di profumi si spande un grato olire,
Il lasso prigionier non così tosto
I fidi indizii dell’amico avverte
E se lo vede, agli altri occhi nascosto.
Per lui solo vestirsi in forme certe,
Che come in mezzo un miglior mondo posto
Scorda gli affanni e le pene sofferte,
E quasi ai sensi d’improvviso tolto
Al suo visitator tutto è rivolto.
Ned’altrimenti in mezzo le persone,
Nel naturale conversar, si ascolta,
Che il soggetto del dir quegli propone,
Questi replica poscia alla sua volta:
Di quel che il Tasso, quasi altrui ragione,
S’ode da solo favellar talvolta,
Quando all’inchiesta rispondendo, e quando
Di sottili questioni argomentando.
E ben di non comuni alti subbietti
L’amato spirto ragionar gli deve,
S’egli rivolto a quegli occulti detti
Segueli tutti e avidamente i beve;
E a un modo stesso i circostanti oggetti
Nel lucido cristal specchio riceve,
Come l’interior senso palese
Viengli al colore delle guance accese.
Anzi ciascun che alla mirabil prova
Stette per testimon del fatto strano,
Benchè l’udito ed il veder nol giova
A indovinar chi sia l’ospite arcano,
Pure sentendo come il Tasso mova
A que’ discorsi ragionato e piano,
Quasi vegga il celeste messaggero,
Anch’ei tenne il miracolo per vero.
Intanto gli anni in quel noioso inferno
Passano e sette volte il sole in cielo
Volse al leone e sette volte il verno
Di gelati vapor gli fece velo;
Nè per Torquato dal crudel governo
La fortuna mutò sia caldo o gelo,
Nè, cessata la barbara condanna,
Al poveretto si schiuse Sant’ Anna.
Pur finalmente il Duca, o che ritorno
Faccia a sensi più giusti, od abbia in tedio
Che da tutta l’Italia, in ciascun giorno,
Per liberarlo gli si ponga assedio,
Al Tasso permettea muoversi intorno [20]
Ed al malato umor cercar rimedio,
Purchè, lasciando a sera ogni brigata,
Torni contento alla prigione usata.
Era l’anno in que’ dì che per la via,
Campanini agitando e cimbanelli,
Con saltellante piè va la follia
E lo spasso e il piacer le son fratelli.
Notte e giorno un cantare, un’allegria
E giochi e feste e giubili novelli,
Notte e giorno un menar di danze in tondo
E in maschere e in tripudii un caro mondo.
Di qual bolgia di Stige e d’Acheronte
Uscinne mai quel popolo confuso,
O quali fantasie subite e pronte
La faccie immaginar, gli abiti e l’uso?
Altri i piedi al caprone, altri la fronte
Tolsero al cervo, oppure al cane il muso:
Chi zuffola col serpe e chi col gatto
Miagola o ragghia come ciucco affatto.
Uomini e donne cui l’etate è fresca,
O cui festivo umor non tolgon gli anni,
Ciascuno in gran piacer mettesi in tresca,
E canchero e malan venga agli affanni!
Ned’altrimenti vanno i pesci all’esca,
Che corron tutti ai mascherati panni,
E il popolo, che soffre, un giorno almanco
Gitta la soma che gli grava il fianco.
Dei palagi ai balcon, sovra i pendenti
Tappeti e delle Fiandre i pinti arazzi
Guardano dame e cavalieri attenti
All’allegrezza di que’ giorni pazzi;
E così l’onda delle spesse genti
S’agita e si dibatte ai be’ sollazzi,
Che par della Giudecca [21] la contrada,
De’ venti allo spirar campo di biada.
Spesso tra chi a guardar è in giù rivolto
E que’ che per la via passan soggetti,
Ardon aspre battaglie e lungo e molto
Contendere di nobili dispetti:
E freschi fiori, e gialli aranci, e un folto
Grandinare di zuccheri e confetti
Ministran l’armi, ed ogni gente all’opra
Diversamente forza e ingegno adopra.
Tra gli altri spettator Torquato siede
In questi giorni, e con gentil premura
In lui ciascuno riverir si vede
All’alta maestà della sventura.
Ma come indarno primavera riede
A tornar verde la morta natura,
Nel poeta il poter della bellezza
Il ghiaccio del dolor così non spezza.
Povero Tasso! A lui del sole i rai,
Uso al bujo com’è, fan quasi insulto;
E tanto egli ascoltò d’urla e di guai
Ch’estraneo sembra ad ogni dir più culto.
Gli stessi piedi, fatti tardi ormai
Dal breve spazio ove giacea sepulto,
In più largo confin mostransi stanchi,
Come che loro ogni potenza manchi.
E pur d’intorno a lui vola uno sciame
Di vaghe donne folleggianti in giro,
E cortesia non è che nol richiame
Ai begli anni che rapidi fuggiro.
Oh i vivi sguardi! Oh! le sentite brame
Onde vorrian cessar il suo martiro
Con l’assidua pietà, che par riceva
Miglior virtute dalle figlie d’Eva !
Nel rimirar in sì leggiadro loco
Quell’infelice squallido e disfatto
Tanto che ogni conforto era di poco,
A Prometeo il pensier corre d’un tratto.
Anch’ei quel primo rubator del foco
Inimico di Giove erasi fatto
Per amor de’ mortali, e al duro scoglio
Pagava il fio dell’indomato orgoglio.
E a quel dolente d’infiniti mali
Messaggere dell’aura lisciano accanto
Le vaghe ocëanine, e d’immortali
Conforti eran pietose al suo gran pianto:
Esse molcean col ventilar dell’ali
L’aspro martirio, ed ei narrava intanto
L’orrida fame dell’augel rapace,
E quanto ai numi la vendetta piace.
Se non che della sera al primo squillo
Il poeta, già stanco, a cui riesce
Di troppo quel tumulto, a più tranquillo
Luogo sospira e sol soletto n’esce.
Già il continuo rumor che dipartillo,
Sempre più lontanandosi decresce,
E del festante popolo la pressa
Si dirada, ed alfin d’un tratto cessa.
Ed egli seguitando il suo cammino
Senza una meta, va sbadatamente
Tardo, triste, nojato, a capo chino
E in nessuno pensier ferma la mente;
Ma come del Serafico vicino
Alla chiesa trovossi, in cor si sente
Desiderio d’entrar le sacre soglie,
E colà dentro i passi egli raccoglie.
Uscita del Signor dalla dimora
La turba de’ fedeli è poco avante,
Ed in leggeri nuvoletti ancora
Degl’incensi il profumo vagolante
Attorno il tempio spandesi ed odora,
Mentre in dubbio chiaror giaccion le sante
Are e i vasti piloni, onde soffolte
Con acuto girar s’alzan le vôlte.
Il sol dall’ occidente obbliquo e terso
Penetra dentro i finestron del coro,
Correndo sui leggiadri archi e attraverso
De’ trafori il flessibile lavoro,
E in tremulo splendor brilla diverso
Fra l’agitarsi di una nebbia d’oro,
A seconda che pingesi quel raggio
De’ vetri incolorati nel passaggio.
Sol di tutti i viventi un’alma pia,
Rimasa sopra gli organi, si piace
L’eco destar a un’ultima armonia
Nel vasto tempio che deserto giace:
L’ora ed il sito e il suon che fugge via
Per l’aër pieno d’una santa pace,
Parlan d’amor, di fede una parola,
Ed il core l’intende e si consola.
Nè prima chini il Tasso ebbe i ginocchi
E dalla bocca una preghiera mossa,
Che come ingrata memoria lo tocchi
A un tratto si sentì l’alma commossa,
E un impeto di lagrime dagli occhi
Irruppe fuor in piena così grossa,
Che si diria ch’egli, infelice tanto,
Mai non si avesse disfogato in pianto
E pur sospetto di peggior fortuna
A sua tranquillitate or non offende,
Nè del passato rimembranza alcuna
Tornalo in mezzo di più ree vicende;
Ed anzi adesso d’un bambino in cuna
La cheta anima sua l’immagin rende,
Che nulla affatto delle cose avverte
In un muto languor torpida e inerte.
Ma un bisogno di lagrime, una nova
Irresistibil forza che le spreme,
Un senso arcano ora Torquato prova,
Che dolce pargli ed affannoso insieme:
Però di tanto al mestissimo giova
Ciascuna stilla che dagli occhi geme,
Di quanto refrigerio è la rugiada
Al fior che a mezza state arido cada.
Egli ancora piangea quando ascoltosse
Chiamar distintamente, ed all’accento
Conosciuto ed amato si riscosse
Tra maraviglia e subito sgomento:
Laura gli stava avanti, e d’onde fosse
Da prima capitata, o in qual momento
Render conto a sè stesso ei non potea,
Già tutto assorto dalla mesta idea.
Scesa intanto la notte, ognor più densa
Tenebra s’era fatta nella chiesa,
Dove un pallido raggio arde e dispensa
Piccola lampa al Sacramento accesa:
Pur del Tasso nel cor l’occhio compensa
Al difetto di luce, e l’inattesa
Amica sua distinta ei raffigura,
Nè d’inganno o d’ error sente paura.
Così di quella voce al noto suono
Conoscenza e vigore a un tratto acquista,
E sorgendo sui piedi, in abbandono
Lascia ogni altro pensier che lo rattrista.
È dessa la sua Laura!..... oh quanti sono
Quanti lunghi anni da che non l’ha vista!
Come nell’apparir della cortese
Gli torna ogni suo obbligo palese!
– Unica donna! – egli al vederla esclama:
– Oh grazie a voi che in tanto amor m’aveste,
Che alla mia libertate, alla mia fama
Sin di voi stessa il sacrifizio feste!
Ch’io mi vi prostri ai piedi, e qual si chiama
Devotamente a un angelo celeste,
A voi saluti e preghi e benedica,
Sorella mia, mia salvatrice e amica! –
Quello che disse egli compia, ma tosto
La donna l’interruppe – Oh cessi, cessi
Ogni antica memoria, ogni proposto,
Che ne richiami a giorni in obblio messi.
Ora meglio è d’assai ch’entrambi al posto
Abbandonato ritorniam: gli stessi
Grati pensier, la stessa cura, o Tasso;
Ne invita accanto dell’amato sasso. –
Qui confuso il poeta: – Io non saprei
Di che mi favelliate: alla ventura
Entrai la chiesa, e se dagli occhi miei
Il pianto scorre, la ragion m’è oscura.
Ma voi perchè vestite a bruno, e quei
Fiori, che stan su questa sepoltura,
A qual fin li spargete o chi si onora? –
E Laura gli risponde – Elëonora! –
Un silenzio mortal tenne d’appresso
Al nome riverito, e alfine uscendo
A dire il Tasso incominciava – Adesso
Delle lagrime mie l’ordine intendo:
Così pietoso il ciel m’avea concesso
Di starle accanto, ed io giustizia rendo
All’ incognito senso di conforto,
Onde tutto di me non era morto. –
In questo dire, come sovrappreso
Da reo pensiere, si ammutì Torquato,
E la faccia chinò sotto del peso
Di un dolore mortale e rassegnato.
Poi qual uom che fra sè parli, fu inteso
Lamentando esclamar – Dimenticato!
Ella m’avea dimenticato, oh anch’ella! –
Nè della bocca uscìagli altra favella.
Laura al caro infelice in molto affetto
Stese la man – Di Dio possa il perdono
Consolarmi – dicea – se al suo cospetto
Terrene affezioni io vi ragiono.
Troppo correste facile al sospetto,
E le lagrime vostre ingiuste or sono:
Ella scordarsi, e il sacrifizio immenso
Ripagarvi di povero compenso?
– Non è, non è così. Nel suo dolore
Elëonora pianse inesaudita,
E fu di compassion prezzo e d’amore
Fin l’ultimo sospir della sua vita.
Oh mi bastasse a raccontarvi il core
Quanto sofferse e di quale ferita,
E potessi eguagliare a soli accenti
La penosa agonia de’ suoi tormenti!
– Poscia che la prigion v’ebbe a lei tolto,
Tornar dovette l’infelice in corte,
Lieto il labbro fingendo e lieto il volto
Quando in mezzo del core avea la morte;
E dieci e dieci lune entro sepolto
Tenne l’alto dolor l’anima forte,
Nè il mondo, che a pietà mai non s’aperse,
Nel mesto occhio una lagrima scoverse.
– E pur soffria di quel dolor che in terra
La donna a disfidar vale soltanto,
Dolore che nell’anima si serra
Muto, sublime, rassegnato, santo:
Che non si cangia mai per lunga guerra
Sin che palpita il core e gli occhi han pianto,
Dolor che lento lento si consuma,
E quale ambra non vista olezza e fuma. –
Mentre Laura così lo rende istrutto,
Ad altra vita sentesi rinato;
Il carcere affannoso, il lungo lutto,
L’ingiustizia degli uomini e del fato,
L’abbandono, il dolor, gli affanni, tutto
Ciò che sofferse, il Tasso ha ormai scordato;
Lëonora lo amò..... questo gl’importa;
Ogni altra ricordanza è per lui morta.
Di quella pietra genuflesso accanto
Dove la salma del suo ben riposa,
Non può cessar dal volontario pianto,
E dal baciarla come santa cosa.
Ei così lungamente, e poi che alquanto
Da quell’impeto primo ebbe di posa,
– O Laura – prega – se contento Iddio
Faccia del vostro core ogni desio:
– Se dell’affetto che le avete posto
Ella piena lassù grazie vi guardi,
Nulla oramai, nulla mi sia nascosto
Di ciò che al benedetto angiol riguardi.
Qual ricordo per me ella vi ha imposto?
Il nome mio sovra i suoi labbri tardi
Per la morte, sonò l’ultimo? Oh! dite,
E all’ardente mia brama il cielo aprite -
Quella donna gentil seder lo fece
Vicino e in suono rispettoso e basso
Incominciò. – Propizia alla mia prece
Tu mi sii, Lëonora; ecco il tuo Tasso:
Dall’iniqua prigion alfin gli lece
Piangendo riposar sovra il tuo sasso;
Alfin si scorda de’ suoi giorni mesti,
Sicuro della fè che gli tenesti!
– Pochi mesi volgevansi d’allora
Che foste prigioniero, ed un mortale
Languor così disfece Lëonora
Che medicina incontro non gli vale.
Della sera al venir sulla stessa ora
Un calore febbril ratto l’assale,
Affinendo il vigor della persona,
Che più il letto dappoi non abbandona.
– Il febbraio così tra morte e vita
Al suo decimo sol giunse oramai:
Fatto era buio, e la stanza romita
Si rischiarava d’una lampa ai rai:
Ogni altra damigella è già partita,
Sola io vicin le rimanea, che mai
La notte e il giorno non avea cessato,
Grata infermiera, di vegliarle a lato.
– Ed ecco io veggo la persona stanca
A fatica levarsi in su del letto,
E cercarmi cogli occhi e della manca
A me accennare e quasi dir – ti aspetto. –
Nè in prima qual potea meglio e più franca
M’avvicinai, ch’ella le mani stretto
Mi prende e colle sue messele insieme
Contra del core in lungo atto le preme.
– Attorno il collo in un supremo abbraccio
Allor mi si gettava, e in quell’addio
Le labbra sue, che pareano di ghiaccio,
Lungamente restar sul viso mio.
Volle parlar, ma il duol l’era d’impaccio,
Così che piangevamo ed ella ed io:
– Laura – alfin disse, e la sua voce poca
Sempre più divenia languida e roca.
– Laura parlar mi lascia..... io sarò corta:
Una preghiera a farti ancor mi avanza;
Che a te piaccia venire, ov’io sia morta,
Fedele abitatrice in questa stanza.
Oh lo strano pensier! Pur mi conforta
Abbandonarti con questa speranza,
Che qui, dove durai sì lunga prova,
Gente non venga indifferente e nova. [22]
– Lo farai, non è vero? mi consola
Della promessa tua, me la ripeti:
Per te, mia dolce amica, oh per te sola
Un mistero non han queste pareti.....
E se l’avello tutto non invola,
A te verrò ne’ sogni tuoi segreti,
E tu, scordando che rival ti fui,
M’amerai sempre e parlerem di lui! –
– Tacque e sotto le coltri allor prendea
Grosso volume di vergate carte,
Ove della sua man già trascrivea
Il Goffredo, l’Aminta e a parte a parte
Tutti i vostri poemi; e quanto avea
Sul caro libro di lagrime sparte!
Che la scrittura impallidita ed usa
Visibilmente il lungo pianto accusa.
– Colle scarne sue mani appena svolto
Poche pagine s’ebbe e non vi lesse,
Che agli occhi spenti era il vedere tolto,
E fu necessità le racchiudesse.
Allor l’udia, ogni vigor raccolto,
– O Laura – proseguir – se ti piacesse
In ciò giovarmi che l’occhio mi nega.....
Poi starsi in atto di chi ascolta e prega.
– Io senza più, dalle sue man raccolsi
L’adorato volume, e benchè vinta
Da immenso duol obbedïente tolsi
Dal bel principio a leggere l’Aminta.
Però non così in prima il labbro sciolsi,
Che d’affannosa desïanza spinta,
Le pupille volgea secretamente
Dalle pagine care alla morente.
– Ed a seconda che di faccia in faccia
Avanzando venia nella lettura,
Come al nascente sol fugge ogni traccia
Della notte e il color muta natura,
Così scompare dalla mesta faccia
Ogni ombra di dolor che la fè scura;
Ed in quel mentre giunta al primo coro
Io cominciava – O bella età dell’oro! –
– Nè il successivo verso ancor ripresi,
Ed ecco come per subito incanto
A un tratto Leonora uscire intesi
In melodia di dolcissimo canto:
E proprio dove la canzon sospesi,
Ivi ella stessa ripigliarla e tanto
Di passione mettere in quel dire,
Che non parea voce mortal di udire.
– Ride il suo volto d’ineffabil calma,
Negli occhi semispenti arde un baleno,
Quasi che amore anticipasse all’alma
Quel contento che in Dio soltanto è pieno.
Strette le braccia insiem palma su palma
Premon le schiuse man contro del seno,
A contener nel vïolente eccesso
Il core che scappar vuole a sè stesso.
– Ed ella intanto i modulati lai
Verso per verso a fil di labbra move;
Ed era al terminar giunta oramai
Allor che uscendo in armonie più nove,
(Nè immaginar mi so come ed in quai
Parti del core quegli accenti trove)
– Amiam – ripiglia – Amiam, che non ha tregua
Cogli anni umana vita e si dilegua. –
– Quale un freddo coltel dentro mi desse
Per le vene, sentii tale un ribrezzo
Quando due volte alle parole stesse
Tornar l’ho udita con più flebil vezzo:
Anzi parea ricominciar volesse,
Però la voce le mancò di mezzo
E chiusi gli occhi immobile restosse
Non altrimenti che una statua fosse.
– Io mi credea che ella dormisse all’atto
In che quïeta reclinò la testa:
E ben dormia, ma il sonno era sì fatto
Che nulla di quaggiù l’avria più desta:
I suoi dolor cessarono d’un tratto,
E qual colomba scappa alla tempesta,
Tale ella in Dio ricoverò sicura,
In Dio che della nostra altra ha misura. [23] –
Laura disse, e movean poscia di fuore
Da San Francesco taciturni e lenti,
Come chi troppe ricordanze ha in core
Per distrarne il pensiero in vani accenti.
Dal vecchio campanil battean quattr’ore:
Rare e guardinghe intorno uscian le genti,
Quando i due, pareggiati a un passo stesso,
Al palazzo ducal giunsero presso.
A modo di guerrier nella sua bruna
Armatura, parea vasto e merlato
Sulla gran piazza al raggio della luna,
Staccarsi per larghe ombre il fabbricato:
Non rompe que’ silenzii voce alcuna,
E solamente a passo misurato
Lunghesso il ponte del Castel si ascolta
Ad intervalli camminar la scolta.
In cima del torrion, sovra un’ antenna,
La famosa bandiera agita il vento,
E il grande augello dalla negra penna
Le sta nel mezzo e come al volo attento.
Qui giunti, Laura a quel vessillo accenna
Che sul cielo azzurrin splendea d’argento,
E una luce immortal le corre in viso,
E in tai detti prorompe all’improvviso.
– Tempo forse verrà che la superba
Bandiera, di lassù vindice abbassi,
E come sotto della falce l’erba
Dell’ingrato tiranno il regno passi:
E la bella città, che tante serba
Generose memorie e bronzi e sassi,
Vegga deserti i suoi palagi e rade
Orme segnar le mute sue contrade.
– Ma pur che resti pietra al duro ostello
In che patisti di sì lunga guerra,
Da ogni parte, ov’è in pregio il grande e il bello,
Moveran peregrini a questa terra;
E così come riverito avello
Che tesoro di sante ossa rinserra,
Parleran quelle mura alte parole
Sin che un core gentil riscaldi il sole.
– E non perchè il ducal serto alle chiome
Recinse, o perchè nacque in regia cuna,
Ma solo pe’ tuoi versi al tuo gran nome
Verrà, o Torquato, Lëonora ad una:
Ignori il mondo qual ti ho amato e come,
Nè grata a me risponda eco nessuna:
Doman libero andrai: questo ben vale
Il solo vanto che mi fa immortale.
Un lucido colore alabastrino
Dell’orizzonte orla la parte estrema,
E della notte nel grigio turchino
Perdendosi via via s’infosca e scema:
E qual sulla partenza il pellegrino
Gli addio raddoppia e par più mesto gema,
Così, vicine a disparir, le stelle
Più lucenti scintillano e più belle,
Al crepuscolo incontro alzansi scure
L’aspre giogaie degli Albruzzi e rotte,
Qual merlato Castel, l’ultime alture
Nereggiano più fosche della notte;
E l’eterne de’ boschi ampie verzure
E gli scogli e l’aprirsi delle grotte
E l’entrar delle valli anco ravvolge
Un tenebrìo che la distanza tolge.
Ma al fin per entro la scena indecisa
Prendon spazio gli oggetti, e intorno intorno
Sempre più disegnandosi precisa,
Ogni forma ne appare, ogni contorno.
Vinte intanto e cacciate all’improvvisa
Luce, che nunzia il rinascente giorno,
Si ritirano l’ombre ad intervalli,
Perdendosi nel fondo delle valli,
In mezzo la montagna, a cavaliere
Di quella via che a Napoli dà passo,
Mirabile e fantastico a vedere,
Quasi immane torron, sorge un gran sasso;
Nè armento pascolar, nè passaggere
Muoversi puote innosservato al basso;
Che a discoprirlo, in ampio spazio vasta,
L’aerea cittadella gli sovrasta,
A quest’ ora per su di quella cresta
Le larghe membra ed il virile aspetto
Si drizzano di un uom, che tutto resta
Entro nero mantel cupo e ristretto.
Ad ampie falde un cappellaccio in testa,
Le mani incrocicchiate ha sul moschetto,
E i vigili occhi, come faro ardenti,
In ogni parte mobili ed attenti.
Nè il giorno ancora si mostrava affatto,
E fuori delle felci e in mezzo i sparsi
Castagneti qua e là ecco d’un tratto
Un uomo, un altro, e un altro sollevarsi:
Fantasmi si dirian che, a un cenno fatto,
Di sotto terra allor fossero apparsi
Minacciosi, terribili, insolenti,
Con lunghe barbe e armati sino a’ denti.
Il numero cresceva e appena appena
Ritti sui piedi, avrestili veduti
Accennarsi del capo e in varia scena
Ricambiar delle man moti e saluti :
Ma la lor bocca un tal silenzio frena,
Che più non tacerian se fosser muti;
Mentre guardano tutti a un tempo istesso
Verso lo scoglio che sorgea là presso.
E l’uomo di lassù, fattasi croce
Del dito sulla bocca, accenna a loro
Con l’altra mano, in luogo della voce,
Che ponno andarsi al giornalier lavoro.
Allor ciascuno a muoversi veloce,
Però qual Certosin ch’esce dal coro,
E l’un portando dopo l’altro piede,
Silenzïoso e misurato incede.
A insolite faccende e a barbari usi
Stassi badando quell’ardita gente:
Che ognuno al suo pugnale e agli archibusi
Dapprima guarda attento e diligente;
E la punta ne prova, od agli schiusi
Bacinetti rimette nuovamente
L’infiammabile polve, onde più fresca
A sicuro e mortal colpo rïesca.
Indi l’armi disposte, altri va sopra
Di cavalli uno stuol, che alla foresta
Libero pasce e intorno a lor si adopra
E le selle e le briglie all’uopo appresta;
Altri a veder cosa d’intorno scopra
Sale un’altura ed in orecchi resta
Se gli venisse strepito di genti
Sovra l’accusatrice ala dei venti.
Ma chi sono costor? onde le strane
Fogge, gli aspetti spaventosi, i grossi
Armamenti? ed ognuno a che rimane
Così che dirlo senza voce puossi?
Oh che voglia il buon Dio rendere vane
Le prave intenzïoni onde son mossi,
E scampi giorno e notte il vïandante
D’incontrarsi giammai nel lor sembiante!
Al Papa e ai Cardinal Roma s’inchina,
E Napoli e Sicilia allo Spagnuolo:
Ma da Gaeta a Fondi e a Terracina
Pier di Sciarra comanda arbitro e solo.
D’assassinii famoso e di rapina
Di banditi circondalo uno stuolo,
E tutti insieme, ad ogni fè rubelli,
Taglieggiando città vanno e castelli.
Era in fatti costui Sciarra [24], che avvolto
Entro un mantello, e fiso alla vedetta,
Di un sol moto s’avea d’intorno tolto
La schiera a’ cenni suoi pronta e subbietta.
Ed ora, come in un pensier raccolto,
Immobile apparia sull’erta vetta,
Guardando uno stranier, che a pochi passi
Sovra la terra addormentato stassi.
Di morbido montone un’ ampia pelle
Dal gel notturno l’ospite difende;
E un fascio di selvagge erbe novelle
Di sotto la persona a lui si stende.
Il vestir ricco, onde le membra snelle
Eran coperte, aspetto d’uom gli rende
Costumato alle corti, e dalla gente
Che d’intorno gli sta, ben differente.
Però patito è in volto, e quella trista
Pallidezza al chiarore mattutino
Ed allo star degli occhi chiusi acquista
Color che al marmo si diria vicino.
Del dormente non sa torsi alla vista
Sciarra che sovra lui standosi chino,
Senza che forse pur egli l’avverta
In tai detti al pensier dà forma certa.
– Dormi, o grande infelice, ora che il puoi:
Qui d’un nemico, o d’un tiran non sono
I sicarii, e difesa a’ sonni tuoi
Non è la sospettosa ombra d’un trono.
Ti forma il cielo un padiglion; de’ suoi
Raggi ti scalda il sole, e gioia e dono
D’una natura libera è la pace,
Onde il tuo duolo un breve istante tace.
– Dormi pure, o Torquato; al ridestarti
D’inganni non temere o di catene:
E chi, povero illuso, potè farti
Credulo tanto ad un fallace bene,
Che dalla fè degli uomini, dalle arti
Di un potente sperasti ore serene,
Quasi che a un core generoso e franco
La fortuna ed il ciel non vengan manco! –
Qui della man sul corrugato fronte
Passò; restando come un uom che lotte
Contro acerbo pensiero, onde men pronte
Le parole gli usciano ed interrotte;
E quale tra i vapor dell’orizzonte
Sanguinosa cometa arde la notte,
Tale un balen d’antico odio e di stizza
In viso a lui subitamente guizza.
Ma il Tasso (tale era il dormente appunto),
Gli occhi a un tratto dischiusi, intorno mosse
Stando maravigliato, e come punto
Raffigurar non sappia ove si fosse:
Nè a torsi da quel dubbio ancora è giunto
Che di Sciarra la voce lo riscosse,
Qual gli faceva grazïoso invito
Di ristorarsi a mattinal convito.
Sovra un ampio macigno, poco stante,
S’apparecchiò la mensa: ivi pan bianco
E ghiotte selvaggine; ivi fumante
Di pinguissima agnella un largo fianco:
Nè al buon Torquato di que’ cibi avante
Il facile appetito viene manco,
Nè si mostra ritroso o s’imbarazza
Di vino una a vuotare e un’altra tazza.
Quinci Sciarra sonò d’un fischio, e tratti
Ciascuno d’un bandito per la mano,
Uscir del bosco, come folgor ratti,
Un cavallo morello e un rabicano:
Son piccoli di forme, agili e fatti
Alla montagna e a correre lontano,
Ed in treccia cadente a frange e a trine
Portano giù dal collo il lungo crine.
Stero in sella ambidue, che Sciarra vuole
Ei medesmo venir guida del Tasso,
E tra i perigli e le intricate gole
Salvo d’ogni timor ridurlo al basso.
Scambiandosi tra lor molte parole
Muovon que’ cavalieri a passo a passo,
Dei patiti a Sant’Anna aspri travagli.
Narra il poeta di che modo e quanto
Lunga e crudel la prigionia gli venne,
Da poi che Alfonso, di pietoso in vanto,
Fra mezzo i pazzi come pazzo il tenne:
Nè preghiere giovarongli, nè pianto
E nulla tregua per sett’anni ottenne,
Sin che del Duca a scongiurar l’asprezza
Valsero gli altrui voti, o la stanchezza.
– Così – seguiva il Tasso – alfin disciolto
Dalle catene in libertà tornai
E, dall’ ingrata corte il piè rivolto,
Ad altra illusïon m’abbandonai.
Allora per fratel m’ avea raccolto
Il buon Gonzaga, ond’io stimava ormai,
In quiete e lontan da tante offese,
Vivere a’ grati studii e al mio paese. [25]
– Vana speranza! giacchè quale in riva
Del Po, fu tal sul Mincio il destin mio;
Onde in breve le feste e la giuliva
Accoglienza scambiarsi in triste obblio:
Allor di servitù l’ anima schiva
Ritentò i passi dell’ esiglio, ed io
Di cittade in città, gramo e tapino,
La mia sdegnosa povertà trascino.
– Qui da Napoli or venni, ove richiesto
Della mia madre avea la a me già tolta
Scarsa fortuna.... – E ti negâr pur questo? –
Lo domandò il bandito alla sua volta.
– Ove è delitto il poter dirsi onesto;
Ove giustizia e fè giace sepolta,
Tu confidi nel dritto, e il tuo richiedi
Al tiran che ti sta sovra co’ piedi?
– Oh tu resta con noi: meglio che altrove
Qui la virtù si riverisce ed ama;
Nè perchè al mondo d’insultarne giove
È peggior dell’altrui la nostra fama.
Ma che ti parlo io mai? Se a glorie nove
La città de’ Pontefici ti chiama
E tu, credulo ognora e ognor tradito,
Tieni ancor fede al menzognero invito!
– Va dunque: affretta il fortunato giorno,
E quando quell’allôr, che altri ti vanta,
Circonda la tua fronte e a te d’intorno
Una stupida plebe inneggia e canta,
Oh! allora mi dirai se il duro scorno
Terminerà una volta, e se la tanta
Miseria ed il dolor che avrai sofferto,
In gioie muterà l’ambito serto. –
Così Sciarra: ed a lui con voce lenta
Torquato rispondea: – Non io, Signore,
Chieggo al mondo un allôro e non mi tenta
Di plausi passaggeri il breve onore.
Ogni speranza della terra è spenta,
Ed è chiuso oramai per sempre il core
A un suon che vano e sterile rimbomba;
Agli uomini ed a Dio chieggo una tomba.
– Ma voi, Sciarra..... – Torquato qui s’arresta,
Che gli corre nell’anima il sospetto
Fosse al bandito quel che a dir gli resta,
Ingrato per sonare e male accetto:
Ma poi che volse a guardarlo la testa
E lo vide restar calmo d’aspetto,
Anch’egli a seguitare animo prese,
E lo sdegnoso in questo dir richiese.
– Così a lungo durare in questa lutta
È impossibile a voi: Come cadrete?
A quale indegno fin sarà ridutta
La vostra disdegnosa alma, se avete
Contro di voi la terra, il cielo e tutta
L’opinïon del mondo, e spinto siete
Da rea necessità per un sentiero,
Ove ogni passo è disperato e fiero?
– Se scordando un passato che addolora,
A que’ che in altro dì v’eran fratei
Oggi stender la man voleste ancora;
Se il mio prego ascoltaste, ed io vorrei.....
– Oh basta – Sciarra l’interuppe allora, –
Basta, per Dio! giacchè agli orecchi miei
Suona ingrato ogni accento di perdono:
È troppo tardi; impenitente io sono. –
Qui tacque, ed il caval fermando a un tratto
La man prese del Tasso e contro il core
Appoggiavala e il cor battea sì ratto
Come dal seno gli scappasse fuore.
– Qui – proseguiva in suon gramo e disfatto –
Fur sensi di virtude e pace e onore,
E d’ogni colpa scellerato invece
L’ingiustizia degli uomini mi fece.
– O poeta, ambidue troppo fidenti
Credemmo al mondo, onde presto ne venne
Dolorosa mercè di tradimenti,
E ad ogni volo si tarpar le penne.
Tu d’animo più mite ai duri eventi
Opponesti costanza e ti sostenne
In questa disugual lotta, la fede
Di chi, sempre sperando, al meglio crede.
– Non io così: nè sotto il piè superbo
Degli oppressori chinerò la testa:
Ma offesa per offesa e loro serbo
Un odio lungo che mai non si arresta:
morsi, io morderò fin dentro il nerbo
villano tallon che mi calpesta,
E degl’insulti e dell’affanno mio
Empii e innocenti pagheranno il fio.
– Tu di Sciarra Colonna udisti al certo
Le gesta nominar e la famiglia,
E come ei fosse per grandezza e merto
De’ principi romani maraviglia.
Molto dalla sua moglie avea sofferto,
Ond’egli amò del popolo una figlia;
Che me produsse e una fanciulla a lui,
E di un lustro divario era fra nui.
– Sempre presso di sè mi tenne il padre
Che me, d’ogni gentil arte già istrutto,
In Lombardia fra le tedesche squadre,
A militar avea seco condutto.
Di ciò gli altri suoi figli e la lor madre
Molto fremeano, e gran scalpore e lutto
Pubblico ne facean, contenti ai detti,
Che temeano di lui gli alti dispetti.
– Ma quando a morte ei venne e in largo stato
Provvide alla mia madre e volle a lei,
In sin ch’ella vivesse, assicurato
Molto censo di averi e di castei;
Allora ogni timor di lui cessato,
A nostro danno insolentir que’ rei,
Nè i vili lor disegni a far compiti
A violenze perdonâro o a liti.
– Modesta abitazion presso d’Albano
Ne rimanea d’ogni ricchezza, e in quella
Raccolsi, dai feroci odii lontano,
L’ammalata mia madre e la sorella.
Ivi sicura ormai dall’inumano
Odio la vita ne correva, e bella
Oltre ogni dir faceasi d’ora in ora,
Sui quindici anni la mia dolce suora.
– Soleva a guadagnar vita men dura
Alla città vicina uscir io spesso,
E col ritorno della notte scura
Alla famiglia rivenir d’appresso.
Una volta, badando alla ventura,
S’era già fatto tardi e un tempo messo
Di continua pioggia e di gran vento,
Ond’io nell’avanzar venia più lento.
– Attraverso una selva lungamente
Quella strada correva, ed io, di molto
Ormai tardato, rivolgeva in mente
Con che piacer m’avria la madre accolto;
Quando un vasto splendor subitamente
Penetrò dentro di quel bosco folto
E, qual per nubi in occidente sparse,
Parve il cielo d’un tratto incolorarse.
– Onde mossi all’ aperto; e oh vista rea!
Oh spettacolo crudo! all’infiammato
Chiaror poco lontano, io distinguea
Alzarsi la mia casa e in ogni lato
Una fornace, un gran vulcano ardea
Dove madre e sorella avea lasciato,
E fuor del tetto e de’ balconi un denso
Vapore usciva ed un incendio immenso.
– Io corro; mi precipito, veloce
Entro il cortile e chiamo tutti quanti
A nome i miei con disperata voce
Nessun risponde e allora avanti, avanti.
Mi accieca il fumo, in van l’ardor mi cuoce;
Crollan le travi sotto i piè fumanti,
E giungo alfin a una romita stanza
Ove mi guida un’ultima speranza.
– La porta è chiusa; scassinata cede,
E n’esce un’afa ardente dall’ interno,
Sicchè m’è forza indietreggiar col piede
Quasi abbruciato da un vampo d’inferno.
Pur torno all’opra; vi penetro e fede
Voglio io stesso negare a ciò che scerno
Al debol raggio di quel tizzo acceso,
Che a guida fra le mani aveami preso.
L’angusta cameretta aura riceve
D’una finestra e là mia madre ho scorta
Addossata restar contro del breve
Pertugio e il viso volgere alla porta;
E anch’ essa, dentro di quell’aër greve,
L’adorata sorella, in faccia smorta,
Giacerle fra le braccia, ond’io mi spingo
Alla lor volta ed ambe al sen le stringo.
– Morte e dannazïon! Non altrimenti
Che l’ombra vana di un fantasma fosse,
non serrai ne’ vuoti abbracciamenti
Che un mucchio inerte di ceneri e d’osse!
fumo ahi! soffocolle e delle ardenti
Mura il calor le calcinava e cosse,
E..... – ma un tumulto di voci confuse
A ogni parola le sue labbra chiuse
In quel mentre uno stuolo di banditi
A Sciarra ed a Torquato intorno stero,
E la montagna e i circostanti siti
Sonar d’un grido di vittoria fero.
Fra lor, stretti da corde e sbigottiti
Stavan molti famigli e un cavaliero,
E un ordin li seguia di mule carche
Di pesanti forzier, di sacchi e d’arche.
E udiasi il prigioniere da lontano
Furïoso gridar – A quale schiatta
Di ladri e d’infedeli io venni in mano,
E a qual mai gente disgustosa e matta!
Un Colonnese, un principe romano
A tal maniera s’incatena e tratta?
Così di colpi e di minacce orrende
In mezzo i suoi un cavalier si offende? –
Come a Sciarra sonar quelle beffarde
Parole, la sua man corse al pugnale,
E a somiglianza d’aquila che guarde
La desïata preda e batta l’ale,
Negli occhi uno splendor torbido gli arde,
Gli corre in volto un ribrezzo mortale,
E tien così fra i denti un labbro stretto,
Che ne schizza di fuori il sangue netto.
Fiso intanto il poeta ne seguia
L’agitarsi convulso e il turbamento,
Fra sè cercando indovinar qual sia
Ragion di quel furor celato a stento:
E non appena il prigionier finia
Dal vanitoso, stupido lamento,
Tanto alto sollevò Sciarra un ruggito,
Che urlo pareva di leon ferito.
E gittato il cappel, fattosi come
Gigante, dritto sulle staffe alzossi,
E dalla fronte le corvine chiome
Cacciate addietro allo stranier mostrassi:
E un motto mormorò rapido un nome
Che da lontano intendere non puossi,
Ma che tremendo dello sconosciuto
Penetrò dentro il core e il rese muto.
Non avvi pallidezza o lividore
In faccia d’uom da quattro giorni estinto,
Che possa somigliar a quel colore
Onde il suo volto si mostrò dipinto.
Scappan le luci dall’occhiaia fuore,
E tal si trova sgomentato e vinto
Che forza gli sarebbe al suol cadesse
Dove la mano altrui nol sostenesse.
Allora Sciarra quell’esterrefatto,
Come fosse un bambin, alza da terra
Ed a traverso del cavallo a un tratto
Ferocemente lo distende e serra:
Nè più mortale un fulmine e più ratto
Dall’urto delle nubi si disserra,
Di quello ch’egli, standogli di sopra,
Metta a compire la terribil opra.
Percosso di novella maraviglia
Nulla intendendo di quel primo occorso,
L’attonito poeta si consiglia
Qual possa al prigionier recar soccorso;
E sospettoso ben alzò le ciglia
Quando che vide a disperato corso
Partir quel duce e insieme a lui lo stuolo,
Ed egli senza più trovossi solo.
– Perchè a tal modo dileguaro, e dove
Va dritto il lor cammin? – Tal si domanda
Torquato e l’occhio aguzza e il guardo move
Tra attonito ed incerto in ogni banda.
Se non che un grido subito il commove,
Che in terribile suon l’eco rimanda
Di montagna in montagna e scroscio pare
Di tuono, o mugghio d’agitato mare.
Cento passi di là forse distante
Era un piccolo colle, e di su quello
Una cedua pineta verdeggiante
Che il dorso si diria di un praticello.
Ivi in mezzo antichissimo e gigante
Un arbore dispiega il vasto ombrello,
E in mille guise tormentati e monchi
Al cielo leva i secolari tronchi.
Nè molto fu che là presso appariro
I banditi correndo ad una posta,
E attorno il sito mettendosi in giro
Come in tëatro spettator si apposta.
Sciarra, primo d’ognun, sprona deliro
A guadagnare la selvaggia costa
E al collo del cavallo d’attraverso
Sempre porta con se quell’uom rinverso.
Delle ceppaie tra il dumoso [26] intrico
Ove nessuna via segna sua traccia,
Velocissimamente ch’io nol dico
A salti e a balzi il suo cavallo ei caccia;
E giunto sotto dell’arbore antico
Si arresta a un tratto, e rivolta la faccia
A’ suoi compagni, della mano alzata
Impazïente accenna alla brigata.
Sei d’infra quelli d’un’erculea possa
Obbedïenti gli vennero presso,
Nè da’ suoi labbri la parola è mossa
Che compita può dirsi a un punto stesso.
Un d’infra loro al vecchio pin si addossa;
Sulle spalle di lui l’altro s’è messo,
E via via di tal modo insino al sesto
Disponesi a un momento tutto il resto.
Poi che l’ultimo giunse ove quel netto
Tronco s’informa e i primi rami stende,
Calvalcioni colà si tiene stretto
Ed ai comandi del suo duca attende.
Questi abbrancato alla metà del petto
L’uomo, che innanzi resupin gli pende,
Tanto il tien sollevato che con franca
Mano un bandito pe’ capei lo abbranca.
Così dall’un passato all’altro in braccio
Al supremo egli venne che si piega
Ad afferrar la vittima, e d’un laccio
Contro del pino l’assicura e lega:
Dato in tal modo a lor bisogna spaccio [27]
E sordi al lamentar di lui che prega,
Discendono i banditi e a mano a mano
Si riducon dall’arbore lontano.
Intanto Sciarra molti avea reciso
Rami stillanti di resina fresca,
E lor dà foco, ond’essi all’improvviso
Tutti ne divampâr qual fracid’esca.
Nè dubbio è lungamente od indeciso
A che partito il suo voler rïesca,
Che i suoi compagni appena usciti ei scôrse
Fuor dell’ermo boschetto, entro vi corse.
Colla persona tutta curva e bassa
Ad infernal galoppo egli si sbranca
E le ardenti resine agita e squassa
Con urla di trionfo a dritta e a manca:
Una striscia di fiamme, ovunque passa,
Gli s’alza dietro e il vento le rinfranca,
Così che dentro e d’ogn’intorno il loco
Immagin dà di un ocëan di foco.
Da prima un fumo sul pineto accenso
Allargandosi ondeggia e in alto ascende
E in mezzo un nugol cinericcio e denso
Il tronco e la sua vittima comprende:
E questa un grido manda, un grido immenso
Di paura e dolor che l’aria fende,
E le mani ed i piè liberi scuote
Tal che all’aure un mulin volge le ruote.
Intanto come serpe a mille code
Turbinando la fiamma avida e rossa
Ora par che in sottil lingua si snode,
Or che si spanda dilatata e grossa.
Un sordo crepitio, un mugghio s’ode
Romoreggiar per l’arïa commossa,
Mentre dal vento cacciato d’intorno
Il fumo oscura, come nube, il giorno.
Ma quando dal di sotto un calor grande
Invade il vecchio pino, ecco che ratto
Pel vasto ombrello un incendio si spande
Onde ne avvampa tutto quanto affatto;
E qual vulcano che dal grembo mande
Fulmini, pietre e zolfo liquefatto,
Tal piovon di lassuso a mille a mille
Ardenti rami e ceneri e scintille.
Di tal maniera quella fiamma ingorda,
Colà dove il meschino in ceppi giace
Arse ad un punto e consumò la corda
Ond’ ei sciolto piombò nella fornace.
Un urlo disperato il cielo assorda,
Poi tutto quanto come prima tace,
Ed appena qua e là pel bosco fuma,
Qualche tizzon che in breve si consuma.
È la parola a render troppo lenta,
Ed il ratto pensiero esprime appena
Quanto subitamente vïolenta
Al Tasso si mostrò l’orrida scena.
E non tosto un desio nobile il tenta
Di salvar quella vittima, che piena
L’opra infame conobbe e scarso e vano
Del core ogni ardimento e della mano.
Perchè forte imprecando all’omicida,
Da quel loco a fuggir volse il cavallo,
E un secolo gli par che si divida
Dal loco infame di cotanto fallo.
Già s’avea dal cammin, che al basso guida,
Scostato per brevissimo intervallo,
Quando sullo svoltare della via
Sciarra osservò che incontro gli venia.
Per quella vista da ribrezzo colto
Indietreggiò Torquato, ed alla voce
Del primo impeto suo porgendo ascolto,
Colla destra all’acciar corse veloce.
Sciarra lo guarda immobile: il suo volto
Ha perduto oramai l’aria feroce
E sconfortato come la persona,
Il suo parlar a mezza voce suona.
– Quell’uom, che ho morto – tal egli favella –
Quell’uomo nacque da mio padre stesso,
Ed ei mia madre uccise e mia sorella
Col foco, e il foco lo divora adesso.
Il mondo mi condanni e all’opra fella
Chiami giustizia e al sanguinoso eccesso;
Poco men cale: ormai son vendicato;
Cogli uomini il mio compito è saldato.
– Ora e per sempre addio, che vinto e stanco
Della vita a miglior quïete agogno:
E tu, se mai ten sovverrà, tu almanco
Prega il cielo per me: ne ho gran bisogno! –
Ei disse appena e gli sparì dal fianco
Come vapor la notte e come sogno:
Ne più dal Tasso, o da nessun fu udito
Al mondo favellar di quel bandito. -
Quale straniero l’amor suo non pose
Nella terra d’Italia, e cui non piacque?
Dal fremito dell’alme generose
La sua eletta favella in prima nacque,
E dai cedri impregnate e dalle rose
Son fresche l’aure sue, son chiare l’acque,
E tutto tutto nella patria mia
È un sorriso, un incanto, un’armonia.
Miratela! L’Italia è ancor qual era
Disotto l’ali d’un miglior destino:
Ancora il sol fa da mattina a sera
Ne’ campi di zaffiro il suo cammino:
L’Alpi intorno le si alzano a barriera,
E il frugifero sen parte Appennino,
Ancora su’ due mari ella s’asside
Siccome a specchio, e vi si guarda e ride.
Ma questa terra dove il primo maggio
Tra i fiori e i frutti eternamente dura,
Dove l’animator celeste raggio
Inspirava ogni bello alla natura,
Ahi! solo questa terra ebbe in retaggio
La discordia, l’affanno e la sventura:
Lagrimate su lei: merita pianto
Ella che bella ed infelice è tanto!
E pure se talvolta in sulla faccia
Di questa infelicissima balena
Un raggio di speranza, o avvien che taccia
Il ricordare dell’ antica pena,
Diresti allor che splendida si faccia
In un’eterna gioventù serena,
Ed esca ormai la terza volta in guerra
Dall’ignoranza a riscattar la terra,
Qui arte e poesia; qui core e ingegno
E onnipotenza d’opre e di pensiero:
Qui tutto quanto un popolo fa degno
Di glorïosa libertà e d’impero:
E benchè a sozze ingiurie invido segno,
Sembri Italia sì bassa allo straniero,
Pur, d’ogni bello, o creator fecondo,
Primogenita tua la dice il mondo!
E tal Roma [28] apparì nel lieto giorno
Che il buon Torquato all’Aventin rimena,
Quando per festeggiare il suo ritorno,
Come mare ondeggiante in folta piena,
Facea gran pressa ad ogni via d’intorno
Di mille genti l’animata scena,
Ed il sole autunnal senz’alcun velo
Usciva limpidissimo pel cielo.
Parve quel dì dal sepolcral lenzuolo
La gran donna del Tevere ridesta,
Dell’aquile animose al primo volo
E alle prische memorie alzar la testa,
Quando vittorïoso un suo figliuolo
In Campidoglio conducea la festa,
E al piede vincitore erano scanno
Lo Scita, il Gallo e l’ultimo Britanno.
Su per gli archi sconvolti e le colonne
Gli spettatori si aggruppano attenti,
E loro da vicin le amate donne
Co’ vispi fanciullini al sen pendenti.
Oh quanta leggiadria tra quelle gonne!
Quanto sole d’Italia in quelle genti,
Cui retaggio indiviso è sempre il bello
Che cantò Dante e pinse Raffaello!
Tanto popol venia di festeggianti
Che sul Tebro l’egual mai non fu visto:
Veniva a piene mani intorno e avanti
Spargendo lauro a mille fior commisto:
L’aria ovunque diceva in mille canti
Que’ che il sepolcro liberar di Cristo,
E ripeteano i colli da lontano
« Canto l’armi pietose e il Capitano. »
Però quando di mezzo il corteo folto,
Che al sovrano cantor era di scorta,
Guardar le turbe a quel pallido volto,
Alla sembianza sconsolata e smorta;
E vider lui che non porgeva ascolto
Alla letizia d’ogni parte sorta,
Un senso di pietà tale le vinse
Che ogni plaudente fremito si estinse.
E un lamento si udiva con dimesse
Voci girar fra tutte le persone,
Narrando come per sett’ anni ei stesse,
Colpevole d’amor, in rea prigione:
E le sparute guance a’ solchi impresse
Invoca e i mesti sguardi a testimone,
E quella fronte ove scolpiti stanno
Il tedio, lo squallore e il disinganno.
Frattanto in Campidoglio all’ immortale
Trionfo ogni apparecchio era ormai pieno,
E solo ognun chiedea dall’invernale
Umido sole un altro dì sereno:
Ma alla vita del Tasso era fatale
Non gustar mai dell’allegrezza il pieno,
Ed egro ei cade e di vigor deserto
Sì presso a corre il desïato serto.
Di silenzii e di fresche ombre romito
Sta un cenobio [29] sul Pincio. E fu veduto
Un piovoso mattin verso quel sito
Muovere il Tasso solitario e muto.
Il faticoso vertice salito
Suonò la porta, e al fraticel venuto,
O Padre – supplicò – fatemi degno
Di star fra voi; che qui a morire io vegno.
Accolsero que’ buoni il gran mendico
Con ospitale gioia, e a lui d’accanto
Come a fratello ed a diletto amico
Vegliar con lunghe cure ed amor santo:
E la schietta pietade e il loco aprico
Sul primo tempo il ristoraro alquanto,
Quando egli i giorni spendere e le sere
Amava in pii colloquii ed in preghiere.
Che se talvolta un ultimo sorriso
Di poesia sovra del mesto spira, [30]
E commossa da un fremito improvviso
Rompe i silenzii l’ozïosa lira,
È quella un’armonia di paradiso
Che a Dio l’innamorata alma sospira,
È un gran d’incenso che, presso la bara
Ei con man vacillante arde sull’ara.
Così cantò di lui che pria dispose
Nell’immenso pensier tutto il creato,
E sul caosse dell’informi cose
Alitò a mano a mano un vital fiato,
E come, poichè il lungo ordine pose,
S’ ebbe al settimo giorno riposato,
E guardando la terra, il cielo e l’acque
Vide che ciò era buono e si compiacque.
Nei primi dì del giovanetto mondo
Monarca della terra egli saluta
L’uomo, quell’uomo cui, di sangue mondo,
Era colpa e vergogna sconosciuta:
Allora forse in quel pensier giocondo
E nelle gioie dell’età perduta,
Potè scordar quanto il facesse gramo
L ingrato seme che sortì d’Adamo.
In quest’opra gradita, in questa piena
Söavitade d’inspirati versi
Il malato cantor si rasserena
E spera dì tranquilli o manco avversi.
Ei del tramonto nell’ora serena
Sotto l’aperto ciel gode sedersi,
E tutto contemplare a parte a parte
Quanto quivi potêr natura ed arte.
Là dove il dorso mollemente china
In brevissima valle il Pincio altero,
Quasi sulla metà della collina
Poggia di Sant’Onofrio il monastero;
Ed il terren, che attorno lo confina,
S’allarga coltivato in un verziero,
Cui di sua mano in variate aiuole
L’industre fraticello inaffia e cole.
Tra la corona delle antiche piante
S’innalza il colle sempre verde e vivo:
Qui l’arancio, qui il lauro e l’olezzante
Cedro fan bello eternamente il clivo:
Là in mezzo del cipresso nereggiante
Biancheggiando contrasta il terso ulivo,
Della pace ambidue simbolo bello,
In terra l’uno e l’altro nell’avello.
Poi dove in breve pian si avvalla il monte,
Una quercia nel ciel puro frondeggia,
E colle cime dell’annosa fronte
L’Itala terra da lontan vagheggia.
Nata dal vivo pomice una fonte
Fra l’erbette in sentier fresco vaneggia,
E cadendo lì presso in lista azzurra,
Con suono melanconico susurra.
È la stagion quando ai tepidi vanni [31]
D’un venticel d’aprile annunziatore,
Del lungo verno si dispoglia i panni
La terra ridestata a un nuovo amore;
E qual fanciulla che a quattordici anni
S’apre a un ignoto palpito del core,
Ella così d’incontro all’aër caldo
Mostra vago colore di smeraldo.
Disseminati in mezzo alla verzura,
Come vezzo di perle in nero crine,
Cento bianchi palagi e cento mura
Ingemman del Soratte [32] le colline.
E sul bigio confin della pianura
Le montagne dei Lazio e le Sabine
In armonia di vaporose tinte
Or alto or basso spiccano dipinte.
Quinci al disotto per metà nascosa
Appar l’augusta Roma entro d’un raggio,
E il circo e i tanti ponti e la famosa
Onda che sembra d’oro in suo passaggio;
Quindi del sole il vivo addio si posa
Sul diruto de’ Cesari retaggio,
Quasi aureola di luce che inghirlande
I santi avanzi di chi fu sì grande.
Così giocondamente a quel seduto
Il diverso spettacolo si affaccia,
E mentre par che in quella vista muto
Ogni umano travaglio in lui si taccia,
Ei nell’occidental caldo saluto
Gode fissare la pallida faccia,
Cercando nel fuggevole splendore
Il raggio di quel sol che mai non muore.
Una volta che i suoi occhi quaggiuso
Tornar dai campi dell’eterna luce,
Molta gente avvisando, oltre dell’ uso,
Lungo il cammino che al Tarpeo conduce,
Alla pressa del popolo confuso
Ei domandò quale ragion sia duce,
Nè seppe in pria che l’aspettata festa
Per coronarlo al nuovo dì si appresta:
Che dell’ annunzio sorridente e come
Incredulo di là tolto lo sguardo
– D’ un altro allôr – dicea, d’un altro nome
Sì vicino al morir, sospiro ed ardo:
Non toccherà queste canute chiome
Lauro mortal; ei giunge troppo tardo:
Meglio è d’assai, che, giusti almen con le ossa,
Lo depongano un dì sulla mia fossa.
E tu fa almen, gran Dio, che meco io porti
Questa speranza, ed alle mie parole
Vinta e pentita degli antichi torti
Sia madre Italia alfin della sua prole!
Ami i suoi figli, ch’ultimi conforti
Le restano i suoi figli e questo sole....
Ma i caduchi pensier troppo m’han tolto:
Or del cielo parlatemi: vi ascolto. –
Consolatore intanto a lui d’appresso
Sta Cinzio Aldobrandino alto e possente
Della porpora onor cui il peso spesso
Della tiara commendò Clemente. [33]
Egli a quell’egro di dubbiezza oppresso
Vien consigliere mite e confidente,
Ed a lui, che il timor talvolta prostra,
Un certo premio e un miglior tempo mostra.
Non altrimenti col figliuol diletto
Vigile madre tutta amore e cura,
Aldobrandin raddoppia nell’affetto
E in questo dir pietoso il rassicura.
– È giusto, è natural che nel cospetto
Tremi del suo Fattor la creatura;
Ma dove ch’ella paurosa manca
Ivi è pronta la fè che la rinfranca.
– È Dio misericorde: Ei non ha dato
La libera ragion per farne servi,
Ne scende collo sguardo inesorato
A scrutar dentro le midolle e i nervi.
Cogli umili di cor mite e pacato,
Chiama i ribelli a sè, doma i protervi:
La sua legge è d’amore e di perdono
E tutti, o giusti o rei, figli gli sono. –
Al parlar di quel saggio a poco a poco
Torna il dubbioso spirito più forte,
Ma non così ch’ogni timor dia loco
E in sicuro sperar si riconforte:
Talvolta anzi vorria ch’ardesse il foco
Ogni suo scritto, e dopo della morte
Non restasse di lui rima che accuse
Facili sensi e men pudiche muse.
A questo fin con Cinzio egli si adopra,
E il supplica ministro al duro uffizio,
Acciocchè tanto error non gli stia sopra
Al momento dell’ultimo giudizio.
Quel pio l’ascolta e come in cor dall’opra
Rifugge e abborre il disperato esizio,
Così lo lascia dir e quando tace:
– Oh torna – gli risponde – oh torna in pace!
– Padre di figli avventurosi e bei,
Nè puoi volerli a un cenno tuo distrutti,
E tu medesmo condannar non dei
Ciò ch’è caro retaggio ormai di tutti.
In Dio dunque ti affida, perchè quei
Che a ciascuna stagion diede i suoi frutti,
Ei perdona all’errore onde talvolta
La giovinezza è temeraria e stolta.
– Se tutto ciò che dell’umano sente
Struggere si dovesse, ed alla terra
Sol lasciare il perfetto, ogni parente
All’istesso suo sangue faria guerra.
Nostra natura è fragile; sovente
A mal suo grado si smarrisce ed erra,
Ma la rinfranca e tornala gagliarda
La penitenza, che non vien mai tarda.
– Credimi, o buon Torquato, al nostro orgoglio
Esempio e scola sono i falli altrui,
E soccorre al nocchier guardar lo scoglio
Ove altri perigliò prima di lui,
Così d’ogni peccato io ti discioglio.
Ed a te vengo in nome di Colui
Che per la potestà che tien da Dio
Sulle colpe e gli error spande l’obblio. –
Questa religïon mite e soave
E tanta carità l’han persuaso,
Onde di ciò che gli parea sì grave
Dubbio o sgomento alcun non gli è rimaso.
Ed or com’uomo che di nulla pave
Guarda serenamente al proprio occaso,
Nè del passato, che dietro si lascia,
Rimordimento cruccialo od ambascia.
Oh! l’ora del morir non è sì trista
Come il vulgo lo narra, e agli occhi nostri
Non si presenta in paurosa vista
Colei che agguaglia i rozzi panni e gli ostri:
Quale talvolta strane forme acquista
Oggetto che da lungi a noi si mostri,
Così allo sguardo dell’antica colpa
Orrida appar la morte e senza polpa.
Ma chi visse quaggiù, nè sotto il piede
Schiacciò il fratel, nè ricambiò le offese,
Ed al suo creatore tenne fede,
E all’orifiamma del natio paese;
La morte egli venir tranquillo vede,
Quasi un’amica che bramando attese,
Per ricondurlo in placido ritorno
A quella patria donde mosse un giorno.
Non altrimenti peregrin sull’ora
Della partenza il suo baston ripiglia,
Abbandonando l’ospital imora
Che tanti anni gli fu quale famiglia;
Ei sulla porta accompagnarlo fuora
Vede gli amici con umide ciglia,
E son que’ voti al suo pellegrinaggio
Viatico d’amore e di coraggio.
No, per morte da noi non si separa
Il nostro amor, ma nella fredda stanza
Ei pur, in parte più sicura e cara,
Ne vien compagno e a mille doppii avanza.
Benedetto quel Dio che sulla bara
Ha seminato il fior della speranza,
E rallegrò le sepolcrali zolle
Col santo effluvio delle sue corolle!
Così la cameretta ove giacea
Nell’ ultimo travaglio il moribondo,
Non più misera e angusta gli parea
Ma bella e spazïosa oltre del mondo.
Intanto il semichiuso occhio si bea
In mezzo un trasparente aër giocondo,
E s’accostuma vigoroso e pronto
Al sole eterno che non ha tramonto.
Oh le amate sembianze! oh i noti volti
Che dentro il mar di quella luce nova
Gli sorridono e a lui fisi e raccolti
Come gli fan di salutarlo a prova!
Adesso più non gli verranno tolti,
Nè fortuna sarà che lo rimova
Dai lunghi e desïati abbracciamenti
Requie dolce e suprema a’ suoi tormenti.
Il padre suo, la sua madre, sospiro
Di tanti anni e desio vivo e infinito,
Li vede a sè vicini ed il respiro
Ed il grato parlar gli viene udito.
Essi giocondi e bellissimi in giro
Volgon gli occhi amorosi e fangli invito,
Perchè sicuramente a loro in braccio
Voli lontan d’ogni terreno impaccio.
Terza di mezzo della attesa festa
Appar colei che (egli tanta guerra,
Melanconicamente in volto onesta
E bella qual giammai non parve in terra.
Di stelle una ghirlanda ha sulla testa,
In man la palma del martirio serra,
E a lui la mostra come premio certo
Di chi ha in lungo dolor quaggiù sofferto.
Ne sospetto del mondo, nè paura
Adesso è che il tormenti e lo persegua,
Ch’ ogni tema d’affanni e ogni altra cura
Nel moribondo ha finalmente tregua:
A lui Sant’ Anna e l’antica sventura
Sembrano sogni che il mattin dilegua,
E del tiran la stupida minaccia
Fumo che il vento a sè dinnanzi caccia.
E ciò tutto che amò, ciò che costante
Si tenne a lui ne’ dì scarsi e infelici,
Nè per fortuna mutò di sembiante
Ma giovollo di cari e schietti uffici;
Eccoli tutti a lui tornar davante,
Ed in grate accoglienze e in detti amici
Accommiatarsi con l’ultimo addio
Dal benedetto peregrin d’Iddio.
Ma più vicin del letto e presso, presso,
L’ amica sua, la sua Laura ei si vede
Con quel sorriso e quell’affetto istesso
Ond’ ella gli serbò sì lunga fede.
In qual piacer, in quanta gioia adesso
Alle memorie del passato riede,
E lei dovunque trova e sempre e sola
Che il sorregge, lo guida e lo consola!
Qual misterïoso angelo che vegli
Sulla sua creatura, tal fu quella
Donna per lui che del suo amore fegli
Sacrifizio e l’amò più che sorella:
Ed or così crede vederla ch’egli,
Come fosse presente a lei favella,
E risponder l’ascolta, e in lunga calma
Ogni parola scendegli nell’alma.
Anzi una notte quando a venir manco
E presso conosceasi al dipartire,
Veduto il fraticel, che il veglia, stanco
Reclinare la testa e s’addormire,
Egli, a fatica, levasi sul fianco,
E inanimito d’un gentil desire,
Queste parole sovra un foglio tenta
Vergar con mano vacillante e lenta. [34]
– O Laura, mia fedele e sola amica,
Di cui l’imago ancora in core io porto,
Che penserete voi quando vi dica
Inaspettata voce – il Tasso è morto? –
Ed in breve sarà, che mi affatica
Fastidïoso mal senza conforto,
E seco quasi rapido torrente,
Trascina questa mia vita dolente.
– Or più tempo non è, ned’io lamento
L’umana ingratitudine e la dura
Ostinata fortuna, che il contento
Han di trarmi mendico in sepoltura.
E pur credea che non miseria e stento,
Ma a me venisse una mercè sicura
Dalla gloria, onde in onta a ogni rivale,
Questo secol per me vivrà immortale.
– Addio Laura! Il gentil cui deste il core
E tutto vi appartien così mi scusi,
Nè il supremo saluto di chi muore
D’irriverenza o di peccato accusi!
Di ciò che m’ ebbi caro, il vostro amore
Sol quaggiù mi rimane, e qual lo chiusi
Lungamente nel cor, tale ei vien meco
E senza tema innanzi a Dio lo reco.
– Oh la parola mia ve ne potesse
Ringraziare abbastanza e dirvi quanto
Il vostro affetto di virtù mi desse,
Quel vostro affetto così puro e santo t
Voi pregate per me, che quell’istesse
Preghiere io renderovvi ove da tanto
In sua immensa bontà mi faccia Iddio.
O Laura, o amica, addio, per sempre addio.
All’alba intanto sovra lui che giace
Cinzio de’ morti intuona la preghiera,
E lo apparecchia in rassegnata pace
A contemplar la novissima sera.
Questi accenti venian siccome face
Fra l’orror d’una via selvaggia e nera:
Il Romeo, che la pesta avea perduta
Grato a quel raggio da lontan saluta.
– Beato lui che sin dai teneri anni
Soltanto nel suo Dio fidanza pose,
E guardò come larve e come inganni,
Volgersi avanti le terrene cose!
Fosse lieto, o durasse negli affanni
Sempre certa mercede a lui rispose;
Sempre pronta una man larga e fedele
Lo ristorò di balsamo e di mele.
– Oh beato chi amò, chi tutte aperse
Ai pusillo le braccia e al derelitto,
E le vergogne altrui mite coverse,
E perdonando si scordò del dritto.
Il tempo bello, che all’ amor converse,
Nel libro eterno un cherubino ha scritto,
E alla sua gloria esaltalo il Signore;
Che per amore in ciel si rende amore.
– Beato lui che in questa triste valle
Fè di angoscie e di lagrime tesoro,
E i felici lasciò dopo le spalle
In mezzo l’abbondanza e i sogni d’ oro:
Egli che venne per diverso calle,
Nel giudizio di Dio non fia con loro;
Che le gioie del ciel miete alla fine
Chi seminò nel pianto e nelle spine. –
Di quel diletto moribondo accanto
Tutta de’ fraticei la turba pia,
Con bassa voce, lentamente intanto
Nelle preghiere Aldobrandin seguìa;
Ed al cessar dell’ inspirato canto
Sorge religïosa salmodia:
– Deh fa, o Signore, che l’eterna face
A lui risplenda e ch’ei riposi in pace. –
Così l’egro bevea l’ultima stilla
Del nappo che il dolore avea ripieno;
E qual fiamma mancando disfavilla
Se l’oliva vital [35] vengale meno,
Tale ancora la languida pupilla
Un breve riflettea raggio sereno:
E Aldobrandino seguitando allora,
Quell’agonia di santa speme infiora.
– Giunto del nero pelago alla riva,
Oh la canzone del ritorno intuona,
E al banchetto immortai lieto conviva
Ti cingi d’impassibile corona!
La gioia di quaggiuso è fuggitiva,
Come lampo che abbaglia e ne abbandona:
Quella d’Iddio rimane eternamente;
Egli il promise, ed Egli sol non mente.
– Muori contento, che il morir del pio
Mattutina quïete rassomiglia:
E desto schiuderai nel sen d’Iddio.
Tra gli osanna degli angeli le ciglia.
Oh non senti una speme, un pien desio,
Una gioia che in terra è maraviglia?
Quell’ ebbrezza dì gaudio, ella è il sorriso
Che all’incontro ti manda il paradiso.
– Ecco lo stanco spirito anelante
AI bacio del suo padre ecco che vola.
Schiudetegli le porte anime sante,
E. rivestito della bianca stola.
Al Signor conducetelo d’avante,
Al Signor che perdona e che consola t
Che nella luce dell’ eterna face
Eternamente egli riposi in pace.
Così alfine, o Torquato, a miglior vita
Venir potesti dalle angoscie umane.
Tranquillo nella gioia alta, infinita
Che non conosce sera, nè domane.
Dal suo lungo martirio è al ciel fuggita
L’anima tua immortale e a noi rimane
Di te l’esempio ed il tuo nome bello
Che non teme nemici oltre all’ avello.
E parleran delle patite prove
Per molti anni le genti e sempre fia
La tua memoria benedetta, dove
Che spira gentilezza e cortesia :
Per che sin che su noi dal cielo piove
Questo sorriso di melanconia,
Ogni vergin pietosa, ogni bel core
Co’ versi tuoi s’intenderà d’amore.
Ed oggi ancor che sol ne’ marmi vive
Colei, che donna fu somma d’impero,
E sconta delle avite orgie lascive,
E del nefando sonno il vitupero,
Oggi ancora movendo dalle rive
Canta del pio Goffredo il gondoliero;
E si compiace nella rea fortuna
Sol de’ tuoi versi e della sua laguna.
Ma quale, o Tasso, (e l’Italia ammenda
Lo scorno a torsi della tua sventura?
Quale marmo, o qual mai tela stupenda
Alle vegnenti età ti raffigura;
Onde colui che d’oltramonti scenda
A vagheggiar quantunque può natura,
Sappia che in vesti vedovili ed adre
Questa terra a’ suoi figli ancora è madre?
Ahi! mentre il fasto e cippi e statue mostra
Ch’ ai fortunati traditori egli erse,
Angusta tomba nella santa chiostra
L’immortale tuo cenere coperse!
E appena in questo dì la terra nostra,
Poichè il rimorso i gravi occhi le aperse,
Ti pone illustre monumento [36], e sconta
Il silenzio di due secoli e l’onta.
Ma tu no non venire, o disdegnoso,
U’ il tardo pentimento oggi ti appella;
E tolto dall’ avel del tuo riposo
Altra non consolar tomba novella !
La pietra, sotto cui dormi famoso,
D’ ogni altero sepolcro è assai più bella ;
E basta ad eternare un umil sasso,
Che scolpito vi sia – Qui giace il Tasso. –
O figlie del mio cor, Lina, Antonietta
E tu dagli amorosi occhi, Lucia,
O ciascheduna a me tutta diletta
E ben supremo della vita mia!
Suoni nel vostro nome benedetta
L’ultima rima e il vostro nome sia
Quel bacio sovra cui, mentre altri il sugge,
Beatamente l’anima si fugge.
Come il tempo passò! Fra quanti e quai
Liete e meste fortune a me d’accanto
Stette questo poema, e i labbri mai
Non sepper modulare un altro canto!
Io col Tasso ho vissuto e seco amai,
E seco spesso dolorando ho pianto
La speme ingannatrice e i rapidi anni
Ove più del piacer valser gli affanni.
Ed or che presso il termine veloce
Corre l’onda del verso e i rivi io chiudo
Contro l’ingiusto obblio, che a tutti nuoce,
Chi al poeta verrà campione e scudo?
Non suona maestosa la mia voce
E come fiore alpin, su gambo ignudo,
Va basso basso il poveretto ingegno
Nè della palma del trionfo è degno.
Che se, dilette mie, perenne viva
La mia memoria oltre l’avello e poi
Ch’io più non sia di me si parli e scriva;
– Fu mite, onesto; amò la patria e i suoi : –
Se non morrà quest’eco fuggitiva
Contento io mi terrò solo per voi,
Giacchè quel nome che si cole ed ama
Rifiorisce nel cor per bella fama.
E quando la gentil che a me compagna
E madre è a voi d’amor santo, verace,
Per entro la funerëa campagna
Vi guiderà dove il mio corpo giace,
Voi, col lamento di chi in duol si lagna,
Non piangete di me, che sarò in pace
Aspettando quel dì, che al seno mio,
Care immortali, vi ritorni Iddio.
Note
_____________________________
[1] Vedi La Classification des désordres intellectuels d’après l’irritation et l’induration cérébrales, dans la Phy siologie de l’homme aliène: par Scipion Pinel.
[2] flagei per: flagelli, strumenti di tortura (ndr)
[3] Torquato rimase per alquanti giorni a Sant’Anna come insensato e stupido adatto. – Serassi, pag. 284.
[4] Il Tasso invocò invano a intercessori della sua libertà l’Imperatore d’Austria, il Pontefice, i Principi di Mantova e d’Urbino e le città di Napoli e di Bergamo. – Serassi, pag. 291 ec.
[5] Vedi la lettera del Tasso al Gonzaga.
[6] Il cavaliere Leonardo Salviati, famoso per le acerbe ed ingiuste critiche mosse contro la Gerusalemme. Anche il Galileo, giovine allora, prese parte in quella lotta contro del Tasso, e la posterità accusò l’Accademia della Crusca di quel peccato che già (scrive il di lei istoriografo il Zannoni) emendarono i nostri maggiori, e che noi non avremmo potuto, come quello di nostra origine, ereditare. – Guasti, Vol. 4, pag. II.
[7] Nessuna cosa il Tasso scontrò nelle chiose della Crusca, dalle quali si sentisse offendere maggiormente, che da quelle che toccavano suo padre, e perciò si credette in obbligo di prendere la di lui difesa, ed egli dettava la sua famosa Apologia dal carcere, più che a difendere il proprio poema, a rimettere in onore l’Amadigi del padre suo. – Guasti, Vol. 3, pag. XIV.
[8] Perchè io gli cedo volentieri in tutte le maniere di componimento, ne potrei sostenere che in alcuna di esse alcuno gli fosse anteposto – Vedi Torquato Tasso, sua Apologia.
[9] Torquato, poco soddisfatto del primo poema della Geru salemme liberata studiò a rifarlo sotto il titolo di conquistata – e scrisse – di essere tanto affezionatissimo a questo nuovo lavoro, quanto sentiasi alieno dal primo come i padri dai figliuoli ribelli e sospetti d’esser nati d’adulterio – Serassi, p. 460.
[10] sofo d’Egina: Platone (ndr)
[11] I dialoghi pubblicati dal Tasso durante la sua prigionia furono: Il messaggero, Il Gonzaga o del piacere onesto, Il padre di famiglia, La Molza o dell’amore, Delle maschere, Della nobiltà, Del poema epico. Vedi Serassi.
[12] Intorno la istoria dei folletti e dei fantasmi che atterriva no il Tasso, veggasi il Serassi, p. 376, 377, 378.
[13] il breve pertugio della muda: reminiscenza del canto del Conte Ugolino (ndr)
[14] È celebre il sonetto del Tasso ad un gatto che vedeva dalla sua prigione, ed al quale invidiava la lucentezza de gli occhi.
[15] Della malattia mortale del Tasso e come gli appariva la beata Maria e lo risanasse d’un punto, parla il Serassi, p. 380.
[16] Ed ecco si fece un gran tremuoto e il sole divenne nero, come un sacco di pelo e la luna divenne tutta di sangue – Cap. 6, Apoc. trad. Diodati, ver. 13.
[17] E gridarono con gran voce dicendo : in fin a quando, o Signore, che sei il Santo e il verace, non fai tu giudizio e non vendichi tu il nostro sangue sopra costoro che abitano sopra la terra? Cap. 6, v. 10, ut supra.
[18] Nel Carnovale del 1582, Laura Peperara si decise final mente a maritarsi, e sposò il conte Annibale Turco, uomo molto innanzi nelle grazie del Duca, che destinò 10 mila ducati di provvisione a lei, al marito ed alla suocera. – Guasti, Vol. 3, p. XXIX.
[19] Il Tasso sosteneva di veder chiaramente uno spirito buono che gli appariva, e seco disputava di altissime dottrine, come racconta il Manso.
[20] Nel Carnovale del 1584, fu concesso al Tasso di uscire per qualch’ora di Sant’Anna, insieme a due suoi amici, per vedere spettacoli e maschere: lo che diede motivo al suo dialogo – Il Gianluca ovvero delle maschere. – Serassi, pag. 328-29.
[21] La Giudecca è bellissima e principale contrada di Ferrara.
[22] Di fatti in una lettera di Orazio Urbani al Granduca di Toscana 7 febbraio 1582, si legge – che il Duca aveva assegnato a Laura un appartamento in corte, ch’era quello dove abitava madama Leonora – Guasti, Vol. 3, p. XXIX.
[23] In una lettera di Orazio Urbani, ambasciatore al Granduca di Toscana presso la Corte di Ferrara – così sta scritto sotto il 20 febbraio 1580 (stile fiorentino) « siamo oggi qua tutti in grandissimo cordoglio e corrotto, essendo finalmente piaciuto al Signore Iddio di cavare Madama Leonora del suo sì lungo e mortal travaglio per darle la vita eterna, il che seguì hier mattina poco dopo le 47 ore.
E sotto dì 27 dello stesso mese: Mi sono condoluto, al solito, come da per me della morte di madama, felice memoria, il corpo della quale fu sepulto di notte privatissimamente, essendo stata così la sua volontà; della quale pregò il signor Duca in voce, ed anche che il corpo non dovesse essere sparato, sì come non è stato. – Guasti, Lettere del Tasso, Vol. 3, p. XXVIII.
[24] Torquato in viaggio per Napoli dovette, giunto a Mola di Gaeta, sostarsi alquanto per timore di Marco Sciarra, famoso bandito il quale con gran numero de’ suoi in festava que’ confini: ma ciò conosciuto da quel masnadiere, egli mandò ad offrire al poeta non pure il passo libero, ma compagnia ed albergo per lo viaggio. – Serassi, p. 461-462.
[25] Torquato liberato dalla prigione esce di Ferrara e si ricovera alla Corte di Mantova ; ma ivi pure non trovando che indifferenza, va attorno per l’Italia e si riduce finalmente a Napoli, per attendere al ricupero de’ beni materni. – Vedi Serassi e il Manso.
[26] dumoso: pieno di rovi, pruni e simili (ndr)
[27] Dato in tal modo a lor bisogna spaccio: data loro la possibilità di allontanarsi (dall’albero), da spacciare, togliere di mezzo (ndr)
[28] Torquato liberato dalla prigione esce di Ferrara e si ricovera alla Corte di Mantova; ma ivi pure non trovando che indifferenza, va attorno per l’Italia e si riduce finalmente a Napoli, per attendere al ricupero de’ beni materni. – Vedi Serassi e il Manso.
[29] Al primo d’aprile (1594) Torquato sentendo che il suo male aggravava si fa condurre nel monastero di Santo Onofrio tra i frati del beato Gambacorta da Pisa. Cadeva quella mattina una foltissima pioggia, sicché vedutasi da que’ padri la carrozza del Cardinal Cinzio colà su di quel tempo salire, immaginarono non dover ciò senza cagione avvenire: perlocchè il priore con molti degli altri si fecero all’uscio dove Torquato assai disagiato della persona smontava, e veggendoli disse – Che quivi era venuto a morir tra loro – Manso – Vita del Tasso – citato dal Guasti, Lett. del Tasso, Vol. V, pag. 487.
[30] Torquato negli ultimi giorni della sua vita avea ripreso a comporre il suo poema del Mondo Creato.
[31] vanni: ali: qui sta per folate, soffi, refoli (di vento)(ndr)
[32] Il monte Soratte si trova nel Comune di Sant’Oreste a circa 45 Km a Nord di Roma. Esso si erge solitario nella Valle del Tevere di cui costituisce il rilievo piu alto. (ndr)
[33] Torquato fu negli ultimi momenti confortato dal Cardinale Cinzio Aldobrandino, che gli portò la Papale benedizione, e al quale egli mostrò desiderio, che tutte le copie delle sue opere fossero raccolte e date alle fiamme. – Serassi, 498-499.
[34] È questa l’ultima lettera che il Tasso da Sant’ Onofrio scrisse e pochi giorni dopo – ai 25 aprile – abbandonava quella terra infelice su cui aveva vissuto anni cin quantauno, un mese e quattordici giorni. – Guasti, Lett. del Tasso, Vol. V, pag. 188.
[35] oliva vitale: Cristo-Eucarestia (ndr - v. Beato Alberione))
[36] Da trent’anni si sta lavorando in Roma una statua del Tasso co’ danari mendicati con una sottoscrizione per tutta l’Europa. Tributo tardo e veramente meschino!
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