Jacopo Cabianca

Il Torquato Tasso

CANTI DODICI

Edizione di riferimento:

Il Torquato Tasso di Jacopo Cabianca, canti XII, Venezia, Tipografia  del  Commercio 1898.

 CANTO QUINTO

LA CORTE DI ALFONSO SECONDO.

I.

Quando all'itale genti era il Comune,

E stetter leggi e cittadine imprese,

Le nostre Muse non andar digiune

Dell'affetto che inspira il suo paese:

E tra il cozzo dell'armi e le fortune

Famosa voce risonar s'intese,

Imprecando ai tiranni alta e sì franca

Che per volger di secoli non manca,

II.

E il vate ghibellin seder fu visto

Magistrato del popolo, e le sorti

De' cittadin librare ed all'acquisto

Di libertà chiamarli e ad esser forti;

Poi quando de' fratelli un odio tristo

In lui volle puniti i proprii torti,

Un inno sciolse quel cantor sovrano

A cui la terra e il ciel posero mano.

III.

Passò quel tempo: Italia anco una volta

L'ultima pugna ha combattuta e giacque:

Entro del suo vessillo ella è sepolta

Presso il Ferruccio e da quel giorno tacque;

Nè per ventura e per etate molta

Dal magnanimo grembo un figlio nacque.

Acciocchè dell' Europa in mezzo i troni

Ascoltata e temuta ella ragioni.

IV.

Nuova Giulietta, nel suo chiuso avello

A lungo sonno reclinò la testa;

Ride il suo volto, il crin di fiori è bello,

È ancor vestita in abito di festa:

Ma la dormente ad un Romeo novello

Prega e sospira invan: nessun la desta,

O le pone la mano entro le chiome,

E i popoli scordar quasi il suo nome.

V.

Ecco perchè quella divina corda

Che de' padri fremè sotto le dita,

Manca a Torquato e la sua lira è sorda

All'armonie cui libertà diè vita.

De' cortigiani fra la turba ingorda

Anch'egli è cortigiano, e l'avvilita

Anima ovunque a sè d'intorno guardi

Solo ai forti inchinar vede i codardi.

VI.

Mentre Napoli è servo e Milan giace

Sotto l'ibera schiavitute inchino.

Godono l'altre d'infeconda pace

Terre che serran l'Alpe e l'Apennino;

Ed al paese di città ferace

Principi e duchi infrenano il destino;

E lor piacevol torna in bella mostra

« Ferir torneamenti e correr giostra »

VII.

Qui Filiberto, folgore di guerra,

Cinge oggi il crin di pacifica uliva,

E in miti studii alla sabauda terra

Accresce fama e le bell'arti avviva:

Là di quante il piacer gioie disserra,

E d'ogni pompa cui ricchezza arriva,

E di cacce e di musiche si appaga

Per tutta Europa splendido il Gonzaga.

VIII.

Firenze il sen delle sue rose adorno

Dall'antica mutò viril sembianza;

E di quale si fosse in altro giorno

Nè pure una memoria oggi le avanza;

Ai molli cittadin ridono intorno

Boboli ed Arno tutti in gioia e in danza:

E la sorte che un dì volse le spalle

Gira or costante alle Medicee palle.

IX.

Alta una quercia dalle larghe foglie

Del piccolo Metauro adombra il lido,

E sotto il rezzo de' suoi rami accoglie

D'eletti spirti in sicurezza il nido:

Ad Atene nell'arti e in amor toglie

L'Adriaca donna il vanto a Cipri e a Guido,

Mentre scordata dell'Odrisia luna

Si culla ai freschi della sua laguna,

X.

Dell'itale città fulgido lume.

Per ogni cortesia famosa e grande,

E per incanto di gentil costume

Splende Ferrara. A lei sono ghirlande

Fertilissime terre, e regal fiume

Qual mare il Po d'intorno le si spande;

A lei sorridon lunghe pompe ed agi

E delizia di ville e di palagi.

XI.

Forte natura i cittadin suoi veste

Di virile bellezza, e più che altrove

In questi egregi cavalieri, in queste

Leggiadre donne amor fa le sue prove.

Sire del vago loco Alfonso d'Este

Tutto d'un solo cenno ordina e move:

Liberale, magnifico, gentile,

In Italia non ha forse un simíle.

XII.

Ma insazïabil fasto; alte, secrete

Ambizïose voglie; ardente brama

Di nome universale, e più che sete

Di gloria, in lui necessità di fama.

Sotto i superbi tetti ed alle liete

Regali mense a suoi compagni ei chiama

Ciascuno che per lettere od ingegno

Di bella rinomanza ha colto il segno.

XIII.

Però la man che grazïosa ei stende

Non è pia con l'umìle, ed anzi pesa

Tanto che a suo capriccio abbietto il rende

E il facile favor cambia in offesa.

E pur la turba vil, che altrui si vende,

A quella stupida esca è così presa,

Che predica d'aitar degno e d'incensi

Ogni potente purchè un pan dispensi.

XIV.

Allor Ferrara in chiari studii emerse

Sovra dell'altre e in ogni splendid'arte:

Qui Portico novello il Pigna aperse,

E svolse qui Montecatin le carte, [1]

In che il sofo d'Egina amor coverse

Di un casto velo e alzollo in quella parte

Ove sciolto de' sensi, lo volea

Solo un riflesso dell' eterna idea.

XV.

Cento poeti in rispettoso coro

Fan di plausi echeggiar le aurate sale;

Ma tai non son che non incresca a loro

La gloria di colui che senza eguale

Cantò d'Orlando e quel superbo alloro,

Che ombreggia sull'avel dell'immortale,

E sì vivo risplende e tanto verde

Che a ogni altro lauro la freschezza perde.

XVI.

Nè a que' giorni tra noi era venuta

D'oltramonte l'usanza ed il mal vezzo,

Che solo plausi al forestier tributa

E sente pel nostrale odio e disprezzo;

Ne l'itala favella era scaduta

Che di parlarla non valesse il prezzo,

Nè in faccia all'altre ella arrossia meschina,

Ella che Dante incoronò regina!

XVII.

E voi di questo sol raggio migliore

Allora, o donne, i fidi lari vostri

Non aveste a dispetto e il vostro core

E le gioie ed i baci erano nostri.

O chiaro esempio ed unico d'amore

Che vi celebri al mondo e che vi mostri

A questa età che, delirando, sogna

E del cielo natio sente vergogna.

XVIII.

Del bel numero voi siete le prime.

Lucrezia e Lëonora [2], augusta prole

Della Franca Renata, in cui sublime

Appare ogni virtù che il mondo cole;

Nè chi contempla a voi può dir s'estime

O il volto meglio, o gli atti e le parole,

Onde il vostro servir è fra le cose

Più desïate al mondo e avventurose,

XIX.

Comune in loro il dolce canto e il vago

D'armoniosi accordi magistero,

Comune l'eccellenza onde con l'ago

San figurare in pinte sete il vero:

Lucrezia tien della materna imago,

Gode il piacere e docile all'impero

Serve d'amor, cui, la più giovin suora

O sdegna di obbedire, o poco onora.

XX.

Tengono il loco più vicino a quelle

Le Sanvitali [3]; amabile egualmente

Della madre è la figlia, e due sorelle

Per maraviglia le chiama la gente:

Così ridono in ciel pari due stelle

L'una al meriggio e l'altra all'orïente;

Così a quella che mezzo apre le foglie

La rosa tutta schiusa il bel non toglie.

XXI.

Ecco Marfisa d'Este, eccole presso

L'amica Stella, che dal nome accusa

Lo splendore del volto, e onor del sesso

Tarquinia del Panaro illustre musa: [4]

Quale una luce che da un foco stesso

In tre rapidi rai corre diffusa;

Tali in queste soavi anime elette

Appare un sol voler che le tien strette.

XXII.

A Livia [5], come tra le fraghe [6] il latte,

Ridon gli avorii dell'aperta bocca,

E amore, o Bendiddio, sta fra le intatte

Nevi del tuo bel seno e frecce scocca:

Nè il tempo che ogni cara opra combatte

Al fulgido auro de' tuoi crini tocca,

Vaghissima Giglioli [7], o alla severa

Voluttà del tuo sguardo, alma Guerriera!

XXIII.

Antica di Torquato conoscenza

Laura [8] è fra queste; quel leggiadro e vago

Miracolo d'ingegno e d'avvenenza

Nato là dove il Mincio si fa lago.

Perchè il core di lei non può star senza

Del suo poeta, e in lui soltanto è pago;

Nè per saperlo men costante cessa

O dall' amore o dalla fè promessa.

XXIV.

Queste per dame e amiche a sè vicino

Tien Leonora e in esse si consola,

Dopo che disposata a quel d'Urbino

Andò Lucrezia ed ella in corte è sola.

Dell' età sua già volge il corso chino

Verso il settimo lustro, e non invola

Grazie a quel viso che recenti serba

Tracce d'una beltà più fresca e acerba.

XXV.

Virgineo serto alle sue bionde chiome

Ella mantien e nel proposto è forte,

Onde quanti in Italia han possa e nome

Invano la richiesero in consorte.

Ma qual ragione abbia il rifiuto, o come

Chiamar si possa è dubbia voce in corte;

Altri virtute, altri lo dice orgoglio,

Che duro intorno il cor le alzi uno scoglio.

XXVI.

Dall'età, che più docile risponde,

Crebbe quella sdegnosa a intatta fede

E delle culte al paro arti gioconde,

Per che la donna ogni bellezza eccede,

Mettea radici nel suo cor profonde

Una religïon cui tutto cede,

E che delle sue forze paurosa

Dubita sempre e in sè fidar non osa.

XXVII.

Che se talvolta, siccome al gentile

Secolo è costumanza, ella sedea

Colle sue donne in crocchio e lor simíle

A dispute amorose contendea,

Allor diverso colorìa lo stile

Dal suo pensiero ed in mentita idea,

Come di fola e di piacevol gioco,

Di te rideasi, o Amore, e del tuo foco!

XXVIII.

Ma tu, d'incontro a cui vano è il cimento,

Nè forza vai che combattendo basti,

Tu che vigor novello ed alimento

Nella lotta ritrovi e ne' contrasti,

Invincibile iddio, tu de' suoi cento

Spregi ti ridi, e de' pensier suoi casti,

E solo, armato di saette e d'arco,

La superba nemica attendi al varco !

XXIX.

E già il viso che a un tratto le s'imbianca,

A un tratto brucia come fiamma ardente;

Già la parola incerta che le manca

A mezzo il dir e la distratta mente

E la persona languidetta e stanca

E la pupilla or mesta ora lucente,

Amor, de' servi tuoi ecco il costume,

Ecco i sicuri indizii, ecco il tuo nume!

XXX.

Sovente da lontan della cittade

Fuggia Madonna, cui soavi e liete

Tornavan le delizie e la beltade

Che informa le campagne erme e secrete:

Un gracil naturale la süade

A quel desio di placida quïete,

Ad un' aere più mite, che rintegre

Le forze spesso vacillanti ed egre.

XXXI.

Allor le fresche valli e l'ombre antiche

Di Consaldoli [9] suo le dan ricetto,

Dove di mezzo le fedeli amiche

Di nessuno piacer sente difetto.

Qui di fior s'incoronano e di spiche

E pastorelle in rustical diletto

Passando i giorni nel tranquillo porto,

Dal fasto cittadin trovan conforto.

XXXII.

Così splendido asilo e un tanto riso

Di belle donne ancor Torquato attende,

Che restò dall'Eridano diviso

Per oltre un anno ed oggi vi si rende.

Ma spontaneo ritorna a questo eliso

Di mortali allegrezze, o colle bende

Sovra degli occhi e i piè stretti in catena

Una forza maggior qui lo rimena?

XXXIII.

Che volubil pensier, che fiamma nova

All'ardente sua Laura ingrato il rese,

E benchè altrove e da lontano ei mova

Di qual mai donna in altra fè si accese?

Lunga storia è d'amor: onde ne giova

Tornare al dì ch'in pria servizio ei prese

Presso gli Estensi, e venne in questa corte

Rinomanza cercando e miglior sorte,

XXXIV.

Dal regal Istro allora al sire d'Este

Giungeva augusta sposa ed all'elette

Nozze tutte plaudeano in lieta veste

Le gioconde del Po rive soggette,

Ed insolite pompe e mille feste

Per l'allegra città s'aveano indette,

E per tutta la notte e il dì banditi

Splendide danze e musiche e conviti.

XXXV.

Agli estranei spettacoli confuso,

Ed alla novitate unica e vaga

Restò Torquato come un uom che illuso

Fosse da sogno o da potenza maga:

E mentre in suo stupor tutto rinchiuso,

Quasi fuori di sè d'intorno vaga,

Un cavalier magnanimo d'aspetto

Lo guida dentro nel regale tetto. [10]

XXXVI.

Là gemme ed or, là donne ed anzi Iddie,

(Che non ridon così bocche terrene)

E incantevoli accordi ed armonie

Di cigni innamorati e di sirene:

Ivi onesti piacer, care follie,

Travestimenti e varïate scene,

Ivi risplenda o si dilegui il sole

Sempre veglie d'amor, sempre carole [11].

XXXVII.

Nell'albergo gentil distinto loco

E benigne accoglienze festeggiâro

Lui fra tanto splendor negletto e poco

E di nessuno pregio al mondo chiaro:

Così s'ebbe sua parte in ogni gioco

Ai più distinti cavalier del paro,

E come fior ch' innanzi al sol si schiude

Sentì nascere in cor nuova virtude.

XXXVIII.

Donna sedea del nobile convegno

Lucrezia (mentre l'altra suora un grave

Morbo impediva), e quasi in proprio regno

Arbitra d'ogni cor volgea la chiave.

All'ardita bellezza, al vivo ingegno,

Al favellar di lei grato e soave,

Il Tasso tutto suo fu immantinente

Come da lei tenesse anima e mente. [12]

XXXIX.

Nè di vederlo tanto umile e fido

Di certo alla regal donzella increbbe,

Anzi, s'è giusto della fama il grido,

N'andò superba e per diletto l'ebbe:

Però, siccome tra le foglie un nido,

Ne' versi dell'amante occulto crebbe

Il suo bel nome, perchè vuol ch' ei viva

Contento sol d'una mercè furtiva.

XL.

Onde quel dì che Urbino gliela tolse

Parve il Tasso venir men della vita,

E amaramente con amor si dolse

Della speranza e della fè tradita,

E qual mai sul morir cigno non sciolse

Tale alzò un canto della sua ferita,

Pregando che la man di quell'infida

Pur essa il fil de' giorni suoi recida.

XLI.

Intanto ch'ei d'ogni speme caduto

Prova se punge quell'acuta spina,

Ecco da dove il male era venuto

A lui giungere pur la medicina;

Così un naufrago in mar perso e sbattuto

Vede un'onda che addosso gli ruina

E questa che mortale gli appariva,

Salvo invece lo porta in sulla riva.

XLII.

Non sì tosto il vigor l'ebbe permesso

D'uscir talvolta dalla stanza cheta,

Fu a Lëonora grato esser di spesso

Terza fra la sorella ed il poeta; [13]

E al facil estro in degni carmi espresso

Ella pure plaudì contenta e lieta;

E protettrice al Tasso e amica all'uopo

Di Lucrezia venir non volle dopo.

XLIII.

Ed egli si compiacque in quella pia

Gentilezza e nel viso che ancor triste

Del sofferto travaglio impallidia

Nel color di viole a gigli miste;

E l'alma a un senso di rispetto apria

Il qual, benchè ogni giorno in forza acquiste,

Pur sè stesso giustifica ed onesta

Di riverenza sotto l'umil vesta.

XLIV.

Ma qual seme ch'augel lascia in suo volo

Cader nel campo, ivi negletto giace

In fin che scaldi primavera il suolo

E ne lo faccia germinar vivace;

Al fecondo così tocco del duolo

S'anima il senso che nascosto tace,

E s' accorge Torquato a poco a poco

Quanto egli abbruci d'improvviso foco. [14]

XLV.

Se non che la ferita, onde il suo core

Gemeva ancora crudelmente aperto,

Per l'intricate vie del nuovo amore

Il mette avanti päuroso e incerto;

Anzi perchè gli aveva il suo Signore

Di seguitarlo in Francia il mezzo offerto,

Seco partì, venuto nella speme

Che il foco suo per lontananza sceme.

XLVI.

Pur quella piaga che al suo ciel lo tolse

Seco portava sanguinante e viva,

Onde la prima scusa ei lieto accolse

Che dal suolo stranier lo dipartiva; [15]

E se verso del Pò tosto non corse

La sete a disfogar di che languiva,

Fu dubbiezza dell'anima che manca

Spesso là dove esser dovria più franca.

XLVII.

Allor presso di sè tosto lo chiama

Il Duca Alfonso con assidui inviti,

Desïoso che il Tasso in bella fama

Cresca le glorie e gli splendori aviti:

Questi obbedisce, e il ciel sa con che brama

Ai primieri ritorni ozii graditi,

E come nel color della lusinga

Alla sua mente l'avvenir si pinga!

XLVIII.

Col tornare di lui tornan le belle

Galanti costumanze e le sospese

Dispute e il dotto argomentare e quelle

Di teneri soggetti aspre contese,

Ove altre amiche, altre ad amor rubelle

Ora alla lotta, or sono alle difese,

E Torquato invincibile contrasta [16]

Ad ogni assalto e contro a tutte basta.

XLIX.

Ormai di giovinezza in sul confine

Egli risplende fior d'ogni gagliardo;

Scura la barba, lungo e scuro il crine,

Pallido il viso e tutto ciel lo sguardo;

Atti leggiadri, forme peregrine,

Il favellar modestamente tardo,

Ed anzi tal, che al dubbïoso accento

Fa talvolta la lingua impedimento.

L.

Ma quando dallo spirito gentile

Sorge dell'estro prepotente il nume,

Egli è il ruscel che all'acque dell'aprile

Gonfia tanto alto che dilarga in fiume:

Altra la voce allora, altro lo stile,

Altro degli occhi e del viso il costume,

Così che appar qualunque cosa ei dica,

Quella forza maggior che lo affatica;

LI.

E qual se in grigio ciel l'arco dell'Iri

Fra le nebbie distende i color sette

Di rubin, di smeraldi e di zaffiri

Incoronando le montane vette:

Quella luce che brilla in tanti giri

Vien da un raggio di sol ch'ivi riflette,

Specchio così dell'animo scintilla

Il bel cilestro della sua pupilla.

LII.

Nell'ore che più caldo il dì percuote

La terra de' suoi rai, sotto d'un folto

Bosco per l'erbe fresce e al sole ignote

Sta delle dame il lieto stuol raccolto:

Ed in silenzio curiose e immote

Tengono al Tasso gli occhi fissi e il volto,

Mentr' ei così della bellezza move

A dir con forme dilettose e nove. [17]

LIII.

– Bellezza è raggio del divin sorriso

Che in terra or chiaro splende, or men lucente;

Quale il sol da' suoi rai non è diviso

Tale ella e la virtù sono egualmente:

Bellezza è vita, è gioia, è paradiso

Che tutto a se rapisce e onnipossente

Agita e informa, e il suo volere è tanto

Che il ben senza di lei perde ogn'incanto.

LIV.

– Ella amor generò, nato immortale

Cui movente e compagno il piacer viene :

Per lui nostra natura in pregio sale

E men corrotta nobil loco ottiene:

Ogni opra amore, ogni miracol vale;

Vive di guerre, nutresi di spene;

Dalla capanna umil sino alla reggia,

Dalle tenebre al sol tutto ei pareggia.

LV.

– Nè già dal caso o dal destino ei nasce,

Bensì da somiglianza di quel caro

Sentimento, per cui sin dalle fasce

I cori l'uno all'altro si educaro;

Amor talvolta di dolce si pasce,

Dolce che sempre accusa un pò d'amaro,

Dolce cui gli occhi rubano il migliore,

Gli occhi che son principio e fin d'amore. –

LVI.

Tosto ch'egli al suo dir termine ha messo,

L'ardito coro che gli fa ghirlanda

Aspre battaglie muovegli e allo stesso

Tempo di mille inchieste lo domanda:

Ed Orsina [18], stringendolo più presso,

Sta capitan dell'inimica banda,

E per argomentar quanto ei sia prode

Così talor di questionarlo gode:

LVII.

– Della donna, o dell' uom quale in amore

Ottenga il vanto, e in chi da prima spenti

Sien gl'instabili affetti, e delle rare

Allegrezze, onde amor ne fa contenti,

Se le rapite tornino più care

Delle concesse, o s'egli più tormenti

Chi invano attende il premio, o chi lo coglie

E minore lo trova alle sue voglie. –

LVIII.

Come forte guerrier cui stanno sopra

D'ostile turba i ripetuti assedi,

Contro d'ogni rival fiero s'adopra

E cento man pare abbia e cento piedi:

Or ritirarsi, ora tornare all'opra,

Ora parare, ora assalir lo vedi,

E del caso giovandosi e dell'arte

Valer contro di tutti e in ogni parte:

LIX.

Non altrimenti valoroso e invitto

Alle belle inimiche egli si mostra;

Ne miracolo è già se vanta un dritto

A uscir vittorioso della giostra,

Perchè giudice siede del conflitto

Quella vezzosa cui in suo cor si prostra,

Ed ella dispensiera è di corone

Al vincitor dell'onorato agone [19].

LX.

Così quale abbia immensa fiamma accesa

Conosce Lëonora e non la sdegna;

Anzi nell'occasion lieta palesa

In che grazie e favor Torquato tegna;

E perchè sua virtù vinta ed offesa

Dall'altezza di lei forse non vegna,

Cortesemente umana in abbandono [20]

Il superbo rigor lascia del trono.

LXI.

Ai mansueti accenti ed all' onesta

Premura un girar d'occhi incanto cresce,

Una parola che a mezzo si arresta,

Un sospir che dal labbro languido esce :

Nè perchè di tristezza ella si vesta

Men letale il pericolo riesce,

Nè cessan di ferire i cari sguardi,

Benchè li mandi affievoliti e tardi.

LXII.

Vive però, sull' aspettar, di scarsi

Premii Torquato; e tale un dì l'antica

Sapienza insegnò Tantalo starsi

All'eterno desio che lo affatica,

Nè per aprir dei labbri avidi ed arsi

Tornargli grato il pomo, o l'onda amica;

Che in inganno crudel quasi li tocca

E l'onda e il pomo fuggono alla bocca.

LXIII.

Allor sì fu che l'anima ripiena

Di amorose incertezze in calde rime

Di quel desio che a lagrimar lo mena

L'istoria intesse e i suoi lamenti esprime. [21]

– Fra boscherecce genti è quella scena

E lo stile, dimesso ogni sublime

Abito, suona in quella schietta e pura

Semplicità che piace alla natura.

LXIV.

Principi e cavalieri ad ascoltare

Stanno in silenzio, e tutte gemme ed oro

Cento beltà voluttüose e care

Formano intorno a lui plaudente un coro.

Quale la luna fra le stelle, appare

Leonora egualmente in mezzo a loro,

E coronata vergine s'asside

E dolce parla e dolce guarda e ride.

LXV.

Messa la sala tutta quanta è a festa,

E di pinto cristal pendono intorno

Sfavillanti doppieri, e fan di questa

Notte al confronto impallidire il giorno.

Nel fondo è il palco che ancor chiuso resta

Dietro d'un padiglion di panni adorno,

E s'alzan questi e alle bramose ciglia

Ecco aprirsi novella maraviglia.

LXVI.

Una campagna in digradanti piagge

Si dilata e per entro occhio vi gira;

Sono monti e capanne e fra selvagge

Ombre un ruscello che via via sospira:

Limpida l'onda nel suo sen ritragge

Il vago paesel che vi si mira;

L'erba fresca a seder par che richiami

E l'aura ascolti susurrar fra i rami.

LXVII.

Il prologo è già detto: in ordin vago

La raccontata favola procede,

E sì viva del ver rende l'imago

Che ciascheduno natural la crede;

E come nuvoletta entro di un lago,

Nel volto ai molti spettator si vede

La passïon dell' animo riflessa,

Che alle varie fortune gl'interessa.

LXVIII.

Ma quando il nuncio con turbato viso

D'Aminta raccontò la miseranda

Fine e il lamento onde, a morir deciso,

Un ultimo ricordo a Silvia manda;

È un dolore di tutti, un improvviso

Irromper di singhiozzi in ogni banda;

Nè Leonora più frenar si puote

Dal pianto che le cade a piene gote. –

LXIX.

Però se il Tasso con novel desio

Circonda il crin di rustiche corone,

Non ei l'epica tromba od in obblio

Lascia le imprese del maggior Buglione: [22]

Già vincitore il popolo d'Iddio

Esce oramai dall' ultima tenzone,

E il Duce viene al tempio e qui devolo

« Il gran sepolcro adora e scioglie il voto. »

CANTO SESTO

ELEONORA E LAURA.

I.

D'Alfonso la minor delle sorelle

Nelle sue stanze in genïal convegno,

Avea de' cavalieri e delle belle

Chiamato a sè d'intorno il fior più degno.

Pendon dai travi lucide fiammelle

Cui l'oro ed il cristal fanno sostegno,

E ch'entro di Muran gli specchi tersi

Riflettonsi in chiaror mille e diversi,

II.

Sulle pareti delle ricche stanze

Storie d'amor pennelleggiâro i Dossi,

E i volti, e quelle variate danze

Al natural così spirano mossi,

Che colle vere le pinte sembianze

Si possono scambiare, e creder puossi

Ch'esse pure, o miracolo dell'arte !

Al notturno gioir abbiano parte.

III.

Quella Laura che un dì cotanto viva

Fiamma d'amor e sì fecondo affetto

In pria destò, del verde Mincio in riva,

Nel core di Torquato giovinetto,

Appena allor da grave morbo usciva,

Per ch'essa lungamente in reo sospetto

Giacque malata, e della cara vita

Fu presso dell'estrema dipartita.

IV.

Come la prima volta era da ch'ella

Si risanò, che di venir godesse

In questa corte dove a damigella

Già la sua vita di passare elesse,

Leonora così che qual sorella

D'in fra tutte quell'una predilesse,

Con musiche e piacer nella sua reggia

Al ritorno di lei plaude e festeggia.

V.

Presso un veron dischiuso, onde movea

Notturna brezza a rinfrescar le sale,

Stava il Guarino [23] e incontro gli sedea

Montecatin che tanto in corte vale.

Eran soli in disparte, e si vedea

Quanto poco di musiche lor cale;

Che gravemente l'un l'altro ragiona,

E ogni parola a mezza voce suona.

VI.

Primo fu il sofo che al gentil poeta

Del Pastor fido tal moveva inchiesta:

– Come a quest'ora la Duchessa è lieta,

E fa nel piacer suo bella la festa!

Che ve ne par? – Ma quale mai secreta

Ragion esser dovria che fosse mesta,

– L'altro ripiglia – se nessuno in terra

Affannoso pensier le muove guerra? –

VII.

– Vi lodo, o mio Guarin, che non v'alletti

La subita vittoria, ed in tal vista

Vi teniate, che a stento altri sospetti

Quel bene che da voi oggi si acquista:

Pure v'è alcuno che ne' suoi dispetti [24]

Vorrebbe la Duchessa afflitta e trista,

E, come di furor egli si pasce,

Che anch'ella fosse in lagrime ed ambasce. –

VIII.

Con aria tal che imbarazzata appare

Oli risponde il Guarin: – Se ben comprendo,

Alludete a fortune alte e si rare

Cui di certo io non guardo e non pretendo:

Che s'egli tanto si azzardò levare,

Esempio è in oggi pauroso e orrendo,

E della propria intelligenza paga

L'audacia di un desio che mal si appaga.

IX.

– Povero Tasso! – E voi – l'altro ripiglia –

Di lui tenero andate? O gran virtute,

Che a facili perdoni vi consiglia

E a supplicare pel rival salute !

Ma gli sta ben: in mezzo alla famiglia

Di San Francesco e tra le celle mute

Degli agi desïati e de' conforti,

La sua melanconia Torquato porti,

X.

– E pure un dì la vostra Musa avvezza

Ai vaticini la differente piega

Dava agli affetti, e in subita fierezza

Fremea di ciò che il vostro labbro or nega.

« Di due fiamme si vanta e stringe e spezza

Più volte un nodo e con tali arti piega

A suo favore i Dei. » Così ben parmi

Lamentasser del Tasso i vostri carmi. [25]

XI.

Dritto il colpo feriva, onde rispose

Tosto il Guarin – Voi troppo peso date

All'ire subitanee e dispettose,

Con che suolsi istizzir vate con vate :

Lo sdegno de' poeti è fra le cose

Che passano più preste e meno ingrate,

E dileguansi al par d'una scintilla

Che da percossa pietra a un tratto brilla.

XII.

– Sin ch'ei fu grande e avventurato ad una

Mi risentii d'invidioso sdegno,

E del lungo sorriso di fortuna

Tenni rancor al prepotente ingegno:

Oggi che il ciel ogni miseria aduna

Sovra Torquato, di pietade è degno;

E come il core il labbro mio ricusa

Al caduto insultar di vana accusa. –

XIII.

– Al caduto, voi dite? Oh quanta e quale

In suo favor faceste discoperta! –

Così Montecatin che a stento vale

La stizza a simular subita e aperta.

– Al caduto! Per Dio! che un pazzo tale

Minor pietade ed altro titol merta,

E sol potea d'Alfonso la clemenza

Star paga a sì leggera penitenza.

XIV.

– Dunque in corte voi sol così novello

Siete agli eventi e sol, fra tanti e tanti,

Ignorate com'ei trasse un coltello

Contro di un paggio alla Duchessa avanti?

Ignorate quant'ei si faccia bello

Di sue fortune e superbisca in vanti,

Onde parrian sospette e meno oneste

Le stesse figlie della casa d'Este?

XV.

– Veh! che il Duca andò errato, o poco giusto

All'invidia d'altrui facile e chino

Tale per reo sostenne, onde disgusto

Oggi ne viene al cavalier Guarino. –

– Ed io – l'altro interruppelo – all'augusto

Giudizio del signor nostro m'inchino;

Però son certo, ch'egli forte e pio,

Lagno non muoverà del lagno mio.

XVI.

– Onore alla sventura! Onore a lui

Ch'Italia sommo ed unico saluta!

Altri giudice sia de' falli sui,

Altri pur goda della sua caduta:

Per me non muterò da quel che fui;

E dove la ragion piegasi muta

Al voler di chi puote, il cor fedele

Geme agli affanni ed alle altrui querele. –

XVII.

Su questi ragionari, alla lor volta

S'avvicina di un tratto la Duchessa

Accennando al Guarin che, tosto sciolta

Ogni altra lite, umile a lei si appressa:

Ella al poeta gentilmente volta

Par gli sorrida e con voce sommessa

Chiedendolo lo venga di tal cosa

Che bramerebbe altrui certo nascosa.

XVIII.

Dietro il prescelto cavalier felice

Guarda Montecatini guarda l'attenta

Turba de' cortigiani e indagatrice

Un qualche indizio indovinar si attenta:

Perchè diversamente ognun ne dice,

E in mille modi quel favor commenta;

Mentre que' due movendo a lento passo

Seguono i lor parlari basso basso.

XIX.

L'ora era tarda, onde licenza diede

La Duchessa di andarsene: ed intanto

Che la brigata a poco a poco cede,

Ella che avea l'amica Laura accanto,

Con insistente pressa la richiede

Che seco resti della notte alquanto:

Laura obbedisce a ciò che l'altra vuole,

Nè molto andò che rimaneansi sole.

XX.

Quale talvolta a primavera il cielo,

Che d'azzurro ridea lucido e terso,

S'intristisce di subito in un velo

Di nebbia e par da quel di pria diverso;

Tal Lëonora, cui di mortal gelo

Il bel viso un sudore avea cosperso,

In un tratto si fè pallida e tarda

All'aspetto di Laura che la guarda.

XXI.

Dalle sue labbra disparito è il riso

Cui poco innanzi ognuno ambiasi a gara:

Il languid'occhio immobilmente fiso

Accenna ad un'idea torbida e amara,

E mentre volge a Laura il mesto viso

Si scorge ben che dall'amica cara

Un refrigerio di pietà domanda,

E confidente a lei si raccomanda.

XXII.

Ma vistala restar senza parola

Ed ella incominciava – Or dove assorto

Vaga il tuo fido spirto ed a me invola

D'una schietta amistade il pio conforto? –

E l'altra a lei – Se mi credete sola

Co' miei pensier, mi giudicate a torto,

O Signora; ambedue n'agita adesso

L'istessa cura ed un affanno istesso. –

XXIII.

– Torquato! – Lëonora a mezza voce

Quel nome appena proferiva e vinta

Dallo spasimo interno che la cuoce

Ebbe del dir ogni potenza estinta:

– Torquato, – Laura ripigliò veloce –

Il cantor di Goffredo e dell'Aminta:

Ben voi lo nominaste e facil era

A lui pensare in così lieta sera. –

XXIV.

Quel dir suonava così ardito e vivo,

Che ogni accento per l'altra era di troppo;

Onde all'impeto primo e fuggitivo,

Come acqua grossa che rompe ogn'intoppo,

Da suoi begli occhi si disciolse un rivo

Di lagrime che al cor fatto avean groppo,

E pianse e mosse lenta alla risposta

Che molta pena il favellar le costa.

XXV.

– Quando de' cortigiani, a me vicina,

L'infida turba gli atti ed il colore

Del viso m'osservava, e alla meschina

Il secreto rubar volea del core;

Allora desïata medicina

Il tuo sguardo veniva al mio dolore...

Questa m'intende, io meco ripetea,

Nè come gli altri è traditrice e rea. –

XXVI.

– E tu, Laura, con lor?... Tu pure indegna

Mi credi di pietà?... Ma se sapessi

In qual mi tenga servitude indegna

Il giudizio del mondo, e qual mi oppressi

Religïon che in cor arbitra regna

Ed incatena i miei pensieri stessi;

Se tutto il mio dolor ti fosse aperto

Meco saresti più benigna al certo!

XXVII.

– Io non sono di me: chè core e mente

Della lor libertà scema e dispoglia

Arcana forza, ed è così possente

Che all'incontro di lei manca ogni voglia:

Per questo irresoluta e diffidente

Così mi movo come al vento foglia,

E in un voto sentito e pauroso

Mille volte vorrei, mille non oso.

XXVIII.

– Tel confesso: al desio modesto e tardo

Del timido amatore io feci invito,

E d'un sorriso, d'un avido sguardo

Lo animai, lo affidai, lo resi ardito:

In que' momenti, il giuro, ogni riguardo

Di rispetto mortale era fuggito,

E mi parea che fossemi bastato

Il cor per dirgli – Io t'amo, o mio Torquato!

XXIX.

– Ma non sì tosto egli da me partia

E meco solamente ero ridutta,

Che a que' dolci pensier la fantasia

Moveva assalto e disperata lutta.

Anch' essa l'ombra della madre mia,

Severa in volto e corrucciata tutta,

M'appariva nel sonno e in aspri detti

Cercavami ragion di questi affetti.

XXX.

– Allora dubbiosa, allor pentita

De' miei rimorsi mi faceva scudo,

E al rivederlo più che l'infinita

Sua brama ed il suo amor metteami a nudo

Io più ingiusta il punìa d'una mentita

Indifferenza ed in rigor ben crudo,

Studiava a isterilir sin quella speme

Cui vita diedi ed alimento insieme. –

XXXI.

Siccome reo che sua discolpa dica

Ed attento riguardi que' che stanno

Per giudicarlo, a discoprir se amica

Da lor sentenza, o pur ne aspetti un danno;

La Duchessa così, che a gran fatica

Svelato aveva il suo pietoso affanno,

Stassi di Laura interrogando gli occhi,

Per saper quanto il suo dolor la tocchi.

XXXII.

Non però di pietà, ma solo vede

Nel volto dell' amica un senso certo

Di malfidenza, il quale o poco crede,

O nel suo giudicar rimane incerto.

E tal l'ascolta dir, – Di scarsa fede

Non mi accusate se vi mostro aperto

Ogni pensiero, e se diversamente

Del vostro questo cor giudica e sente.

XXXIII.

– Dite di amar! Ma sol di voi sin ora,

Sol del vostro dolor cura vi prende?

Dite di amar! Ah non così, Signora,

L'anima a quella passïon si accende

Che di un tratto la brucia e la divora,

Che non più sua ma ben d'altrui la rende,

E con l'amato ben tal la confonde

Quale in due cori un solo cor risponde! –

XXXIV.

Seguia ma l'interruppe a mezzo il dire

La Duchessa. – A Torquato è dunque vero

Che amante fosti, ed al tuo sdegno e all'ire

Spento forse non è l'ardor primiero? –

Perchè l'altra – Degg' io forse mentire,

O degli affetti miei farvi mistero?

Amai Torquato e l'amo ancor; ma tale

È l'amor mio che non vi son rivale.

XXXV.

– Quando, tre lustri or sono, il primo ei s'ebbe

E degli affetti miei l'ultimo, e in lui

Tanta mente conobbi e qual sarebbe

Un altro dì famoso, allora io fui

Che a qui venir lo spinsi e me ne increbbe:

Ma il suo lieto avvenire, i vanti sui

Anteposi al mio duol volonterosa:

Sacrifizio ed amor sono una cosa.

XXXVI.

– Un anno dopo il rivedea, mutato

Quanto e infedel! Alla sorella vostra

Servitore amoroso era Torquato,

E se gli ricordai la fede nostra,

Egli, scherzando del tempo passato,

Di rimorsi neppur mi fece mostra,

E in tuon diverso dall'antico stile

Mi disse bella e mi chiamò gentile.

XXXVII.

– Poteva allora in una lotta estrema

Anch'io parte riaver di ciò che amai;

Ma il vero amor non si divide o scema,

E dividere un core io disdegnai

Con altra donna, avesse un dïadema

Splendido e bel quanti ne furon mai,

E stessero d'innanzi i piedi suoi,

In cara servitù, prenci ed eroi!

XXXVIII.

– In quella vece l'adorai siccome

Essere al mondo il più perfetto e grande:

Vivere alla sua gloria ed a quel nome

Che d'ogni parte nobile si spande;

Ed intessere io stessa alle sue chiome

O di mirto, o di allôr cento ghirlande,

E mai per me non domandar mercede;

Ecco gli obblighi miei e la mia fede!

XXXIX.

– Ma perchè d'un inutile passato

Rimpiangiamo tra noi, se intanto oppresso

D'ogni travaglio, in carcere, Torquato

Geme d'un duol che toglielo a sè stesso?

Oh di quest' uomo che vi ha tanto amato,

Che gloria, libertade e tutto ha messo

Per voi sola in obblio, di lui che feste?

Quale a tanta virtù premio rendeste?

XL.

– Sulla vostra corona era un'eletta

Gemma, e l'avete sotto i piè calpesta

Come dal crin di vizzi fior si getta

Una ghirlanda al fine della festa.

Vostro fratello, nella sua vendetta,

Un'innocente vittima ha richiesta,

Voi saziaste quelle brame ingorde;

Nè tanta slealtà pur vi rimorde. –

XLI.

Mentre che Laura alla Duchessa move

Accusa vïolenta e sì gagliarda,

Questa come all'udir di cose nove

Maravigliata e stupida la guarda,

E quasi poco a lei l'orecchio giove

In quella percezion confusa e tarda

Chiama a soccorso la virtù visiva

Per sicurarsi ch'è pur desta e viva.

XLII.

Poco dopo ripiglia. – Io mal comprendo,

L'immensa colpa onde il tuo dir m'accusa:

Qui sotto certo v'ha un mister tremendo

E qualunque ch'ei sia non mel ricusa.

Il ciel ne ascolta e a testimon lo prendo

Che a molti torti miei non chieggo scusa,

Nè per menzogna inutile nascondo

Ciò che tu sai, ma certo ignora il mondo.

XLIII.

– Anche il Guarin, quando poc'ora avante

Mi hai visto intrattenerlo, o Laura mia,

Del Tasso mi diceva e a quali e quante

Minacciose fortune esposto ei sia:

Io di tutto saper feci sembiante,

E come allor promettergli l'udia

Favore ed amistà, grazie glien resi;

Ma nulla inver del suo racconto intesi.

XLIV.

– Perchè in tanta miseria oggi scaduto

Torquato sia, qual dentro il monastero

Voler lo chiuda, io non lo so, che muto

Meco ogni labbro, o pur non è sincero.

Per amore d'Iddio vieni in aiuto

Tu alla povera amica, aprile il vero;

E poscia avrai di condannarmi un dritto,

Ma che conosca in prima il mio delitto. –

XLV.

In quel suo lamentar così dipinta

L'anima traspariva e in tal pietade,

Che al verace dolor Laura per vinta

Ai ginocchi di lei supplice cade:

Sente che il troppo amor l'avea sospinta

A insultarla d'ingiusta crudeltade,

Giacchè in colei, che di rigore incolpa,

La pochezza del cor vale ogni colpa.

XLVI.

Poi, come Laura ancora è genuflessa,

Leonora in tal atto l'abbracciava

Che a sedere per forza ne l'ha messa

Sopra il cuscin che sotto i piè le stava:

China di tal maniera la Duchessa

E faccia unita a faccia l'ascoltava:

L'altra allora incomincia, e a passo a passo

Gl'ignorati dolor narra del Tasso.

XLVII.

– Povero amico nostro! Egli sì pura

Anima e tutto schietto e confidente

Ciascun credea di una gentil natura,

E onorato così com'ei si sente!

In sin d'allor che in prima a queste mura

Cercò ricovro e stette fra la gente

Del vostro Cardinal, s'era Torquato

A un uom di corte in amistà legato. [26]

XLVIII.

– E tanta fede in lui credeva e posto

Tale gli aveva un delicato amore,

Che nulla per l'amico avea nascosto

D'allegrezza pur fossegli; o dolore.

Quasi tesoro in certa man deposto

Ogni mistero gli schiudea del core:

Che il vaso troppo pien da qualche banda

È pur necessità trabocchi e spanda.

XLIX.

– E come ch'ei talor, forse indiscreto,

Ma per piacer e non per boria od arte,

Confidava il desio del suo secreto,

A calde rime od a vergate carte,

Scritte in pria non le avea che tutto lieto

Chiamar voleane quell'amico a parte

E a lui spesso dicea – Se moro io mai,

Questi versi d'amor tu abbrucerai!–

L.

– Ma quel tristo che fu della semenza

Di che al mondo Cam nacquero e Giuda,

Gli mostrò per crudele esperïenza

Quanto un onesto cor spesso s'illuda:

Perch' egli che s'avea la conoscenza

Di dove il Tasso ogni suo scritto chiuda,

In un momento ch'il sapea lontano,

Tutti glieli rapì con ladra mano.

LI.

– Montecatin voi conoscete e l'ire

Onde in odiar Torquato a niuno cede,

Ed a voi torna inutile ridire

Come del Duca nostro arbitro ei siede:

Or fu proprio costui che alle sue mire

Avea del traditor compra la fede, [27]

E giova immaginar con che sottili

Arti condusse dell'intrigo i fili.

LII.

– Il Tasso, conosciuta ogni sua trama,

Tosto ragion ne chiede al disleale,

E come prode cavalier lo chiama

In campo chiuso a una tenzon mortale:

Fugge l'altro l'incontro, che per fama

Sapea quanto Torquato in arme vale;

E poi sperando che nessun lo scopra

Co' suoi fratei gli corse armato sopra.

LIII.

– Nuova di ciò certo a voi giunse in Corte,

Che ne parlâr quando l'amico nostro

La disugual tenzon vinse da forte,

E in contro cinque il suo valore ha mostro:

Sull'Arno il traditor campato a morte

Ricoverossi, e allora il fratel vostro

In tanto e tal favore il Tasso tenne

Che mai di maggior ben non gli sovvenne.

LIV.

– Pure al poeta riuscì per grave

Quel misfatto, e n'andò d'animo perso:

Il natural di lui mite e soave

Da quell'ora si fè tutto diverso.

Una sfidanza che ogni cosa pave

E ciascuno sospetta irato o avverso;

Una melanconia nera e vorace

Mai da quel giorno lo lasciâro in pace.

LV.

– E perchè affranta di paure in lui

Volga sempre al peggior la fantasia,

Non si ristanno gl' inimici sui

D'ogni arte che più vile e iniqua sia.

Questo infedele rotti i suggelli, altrui

Le sue lettere mostra e quel lo spia,

E ne numera i passi e ne raccoglie

Ogni detto e lo informa alle sue voglie.

LVI.

– Oserò dunque tanto e a voi sorella

E principessa svelerò l'arcano

E per quai colpe dall' età novella

Fia detto Alfonso ingiusto ed inumano?

Il giudizio di Dio tutti flagella

Egualmente, sia l' umile o il sovrano,

E Nemesi immortal l'istoria scrive,

E ciò che nota senza tempo vive.

LVII.

– Di Belriguardo negli splendidi orti

Seco Alfonso a que' di Torquato vuole;

E tal gli è pio d'affetti e di conforti

Qual con lui da gran tempo esser non suole. [28]

E quasi amico che all'amico porti

Un ristoro di provvide parole,

Gli domanda ragion perchè i nascosi

Suoi patimenti in lui fidar non osi.

LVIII.

– Il Tasso, in cui nessun sospetto e nullo

Vive timore, non si accorge e vede

Che a un raggiro infernal fatto trastullo,

Sovra ardente vulcano ha messo il piede;

Di che, come faria certo un fanciullo,

Si abbandona inesperto all'altrui fede,

E del suo cor svolgendogli ogni piega

Nessun de' suoi pensieri al Duca nega.

LIX.

– Dice che quando a questa corte mosse

La prima volta, nell'età fiorita,

Tale un senso provò come si fosse

Rinnovellato a una seconda vita;

Che invan volle fuggire, invan provosse

Torsi dal cor l'impresa folle e ardita;

Della sua servitù si accorse appena

Ed era indissolubil la catena.

LX.

– Indi com'uomo che d'un ben ragiona

In che beato e assai miglior si sente,

Voi nominava che gentile e buona

Non isdegnaste quell'omaggio ardente:

Onde l'alma vi offerse e la persona

Per servire e adorarvi unicamente;

Ch'ei della gloria sua tanto si giova

In quanto grazie appo di voi ritrova.

LXI.

– Così scriva d'amore, o canti e dica

Del suo Rinaldo e de' famosi eroi,

Voi sempre musa, inspiratrice, amica,

Agli onorati studii e ai versi suoi:

Voi la forte Sofronia, o la pudica

Magnanima Clorinda e Silvia voi;

Silvia che al gran dolor del fido Aminta

Cesse alla fine impietosita e vinta.

LXII.

– Come barbaro tigre, che dell'ugna

Lasci la preda sua scappar di fuora,

Sicuro poi che, in brevissima pugna,

La ripiglia a suo grado e la divora:

Tale anche il Duca, a cui nulla ripugna

Se la vendetta meglio egli assapora,

Con empia gioia mille indugi accatta

A prolungar la facile disfatta.

LXIII.

– E alfin gli dice – Un uom che umile e abbietto

A impossibile meta i voli estolle,

Non può esser che scemo d'intelletto

E non è che pazzia ciò ch'egli volle:

Fa dunque tu ch'ogni opra, ed ogni detto

Pazzo t'accusi, e curati per folle;

Di San Francesco il chiostro all'uopo è buono,

E una vita, ch'è mia, così ti dono. –

LXIV.

– Ivi costretto ei venne: ivi egli dura

Ad un supplizio che non ha il secondo,

E sè stesso rinnega e quella pura

Intelligenza ond'è fra i pochi al mondo.

O nobil core, o eletta creatura

D'ogni miseria se' caduto in fondo;

E colui che ti vuol tutto infelice

Teco giusto e magnanimo si dice! –

LXV.

All'orribile vero, alle tremende

Parole cadde dell'amica in braccio

Svenuta Lëonora, e a lei si prende

Non altrimenti che tien forte un laccio;

Sull'orlo agli occhi una lagrima pende

E impietrata ristà come di ghiaccio,

E la bocca è sì fredda e scolorita,

Che stimar si potria chiusa alla vita.

LXVI.

Cura non è che Laura non dispensi

Alla donna regale, e a farle core

Le parla di speranze e vuol che pensi

Che a nulla gioverà tanto dolore:

Ma la Duchessa ritornata ai sensi,

– Amica – tosto esclama – oh per l'amore

Che a lui sì lungo e degnamente hai posto

Il salva, o amica, il salva ad ogni costo! –

LXVII.

Fu allor che l'altra incerta e timorosa

Le risponde che un mezzo era dal quale

Salvezza uscir potria, ma che non osa

Dirlo e da sola all' opra è disuguale.

Lëonora al vederla peritosa

Cresce e raddoppia nel desio mortale;

– Perchè t'arresti, perchè mai – le chiede –

Nel periglio vacilla la tua fede?

LXVIII.

– Dove a salvarlo fosse alcun partito

E tu il conosca, oh dimmelo una volta! –

E Laura a lei – Risplende a voi nel dito

Possente gemma, e sulla gemma è scolta

Un'aquila, suggello riverito

E somigliante all'altro, onde talvolta

Vostro fratello la soggetta gente,

Mostrandolo, si rende obbedïente.

LXIX.

– Cedete a me l' anello: alta è la notte

E facilmente della gemma al lampo

Le stanche guardie, nell'error condotte,

Non metteranno alla sua fuga inciampo:

Tutto ho disposto, appena che sien rotte

Le sue catene, al desiato scampo;

Così sarà, prima che il sol riluca,

Un'altra colpa risparmiata al Duca. –

LXX.

Toltosi Leonora il cerchio d'oro

All' amica da pria non l'ebbe steso

Che, siccome faria ladro a un tesoro,

Avidamente quella ebbelo preso:

Poscia mute guardaronsi ed il loro

Animo meglio dal tacer è reso;

Insin che Laura, alla partenza presta,

A lei moveva un'ultima inchiesta.

LXXI.

– Quale di voi, quale d'amor supremo

Pegno gli recherò che vi ricordi? –

– Quale? e non vedi come dentro io gemo

Od ai singulti miei gli orecchi hai sordi?

Ch'ei sia felice ecco il mio voto estremo,

E che lungi da me, di me si scordi. –

Tacque e alla porta ella fissò gli sguardi

Quasi volesse dir – Perchè ritardi? –

CANTO SETTIMO

FRATELLO E SORELLA.

I.

– Chi mi sa dire quante sien le stelle

Ch' ardon la notte intorno il firmamento?

Mi son provato qualche volta in quelle,

Ma raddoppiar pareano ogni momento,

E così farsi tremolanti e belle

Che poche io n' ebbi numerate a stento,

E gli occhi persi in quel mar di scintille

Per ciascheduna ne vedeano mille,

II.

– Allo stellato ciel rassomiglianti

Dell'amorosa mia son le bellezze:

Posson parlarne tanti versi e tanti

E non varranno a raccontarne mezze:

A quell'aria, a quegli unici sembianti

Non son, non saran mai le genti avvezze,

Che quando ne la veggon capitare

Si domandan tra lor – Che te ne pare? –

III.

– Pur quel mio amore non ha gioia alcuna,

Non ha tesor ch'i' non conosca appieno ;

Dagli occhi azzurri, alla sua chioma bruna,

Dal capo ai piedi e dalla bocca al seno.

Chi mi sa numerare ad una ad una

Tutte quante le stelle in ciel sereno,

Da me saprà, purchè discreto ei sia,

Ogni bellezza dell' amica mia. –

IV.

Così la montanina eco risponde

Di un giovanetto alla selvaggia musa

Là dove, dentro le gole profonde

Degli alti Albruzzi, una valletta è chiusa.

Dal bosco intanto un fremito di fronde

L'avvicinarsi della pioggia accusa ;

Tace il resto di tenebre vestito

Da che il sole da molte ore è fuggito.

V.

Stanno il garzone ed il suo padre intesi

Di querciuoli d'intorno una catasta,

Onde la fiamma, che dai legni accesi

Forma il carbon, non sia per acque guasta :

E benchè l'aria tutta nebbia pesi,

Pure il foco, che scappa dalla vasta

Pira, abbastanza di chiaror dispensa

A illuminar la notte umida e densa.

VI.

Guarda al figliuolo il vecchio, e a poco a poco

Vistolo grave e sonnolento farsi

E del cantar, già divenuto fioco,

Alla metà di subito arrestarsi:

– Animo – gli diceva – attizza il foco;

Ricomponi i carbon d'attorno sparsi,

E la stanchezza gli occhi tuoi non tenti

Così che neghittoso t'addormenti.

VII.

– Su via, su via: la mezzanotte è presta;

E tu dunque non sai che questa è l'ora

O mio figliuolo, proprio l'ora è questa

Che ogni spirto infernal chiama di fuora.

Ascolta la campana che li desta;

E infin che canti il gallo in sull'aurora,

Li caccia intorno alle orride congreghe;

E son folletti ed orchi sono e streghe. –

VIII.

E il figlio allora – Non ti occorse mai

D'incontrarli ? – cui l'altro a mezza voce :

Holli incontrati sì, ma ne scampai

Facendo il segno della santa croce. –

Dì su, dunque, dì su – Degli anni assai

Passaro già da quella notte atroce;

E pure ancor non la mi uscì di mente,

E la veggo così come presente.

IX.

– Nel bosco del Falcon, ch'è qui d'appresso

A tramontana, e della grotta al loco,

Circa il Santo Natal, erasi messo

Alle cataste della legna il foco.

Venia la terza notte ed uno spesso

Scuro faceva e nevicava un poco:

Ed alla guardia del carbon rimaso

Io mi stava, e con me solo Tommaso.

X.

– Maso il beccaio – Oh sì l'ho conosciuto! –

– Bravo, quel desso, e avea portato seco

Una vernaccia che la lingua a un muto

E gli occhi avrebbe ritornati a un cieco.

Come il dolce liquor n'era in aiuto

Contro del ciel che ci guardava bieco,

E senza i baci suoi ne avria lasciati

Immobili lassuso e assiderati!

XI.

– E Tommaso rideva ei del folletto,

E dicea di sua nonna persuasa

Che l'uom che va a mogliera oh! il poveretto

Tutte le streghe si conduce a casa.

Di bicchiere in bicchier, di detto in detto

Non era goccia più di vin rimasa,

E il sonno cominciava ad aggravarse,

E le parole a diventar più scarse.

XII.

– L'amico alfin si addormentò: supino

Parmi ancora di averlo innanzi gli occhi,

Colle sue man che gli facean cuscino

Sotto del capo, e alzati ambo i ginocchi:

Ed io pur mi restava a capo chino

Quando suonò la mezzanotte e i tocchi

Della campana, con lenti intervalli,

Correvano pei monti e per le valli.

XIII.

– Ancora se ne udian gli ultimi botti,

E d'improvviso per l'aria si move

Un fragore, un rombazzo d'interrotti

Suoni e di voci spaventose e nove.

Or un caval che di gran furia trotti,

Ora il rumor dell'acqua quando piove,

Ed ora somigliava in modo strano

Urla di belve e furia d'uragano.

XIV.

– Bada, figliuolo mio, non venga manco

Il foco e il vento non lo sperda o stracci .....

Or, come ti dicea, fu allor che almanco

Cento diavoli ho visti, e che visacci!

Come di capre, o di pecore un branco,

A cui per entro un lupaccion si cacci,

Tal fuggivan gli spiriti sbandati

Chi di qua, chi di là per tutti i lati.

XV.

– Ned era tocca dalle orrende zampe

La terra ancor, ch'ivi s'apria una buca,

E ne uscivano fuor tali le vampe

Quali da zolfanel che a scuro luca.

In avvenir così Dio me ne scampe,

Come di mezzo loro ecco che sbuca

Un päuroso demone, che a sciolta

Corsa precipitava alla mia volta.

XVI.

– Un lungo muso di bertuccia avea

Con due occhi di brage e una gran coda

Di capron, che tra i piedi gli scendea

Sei braccia uscendo in là puntuta e soda.

Le man pareano uncini e le battea

A modo d' uom che in visibilio goda,

E rideva, rideva il maledetto

Che giuntomi vicin mi strinse al petto.

XVII.

– Io più freddo del ghiaccio, io m'era fatto

Per morto e lungo lungo in terra steso:

Quando quel mostro a cavalcion di un tratto

Mi si mise a seder ..... orrido peso!

Sì che il respiro mi mancava affatto .....

–Padre, padre! – Che occorse? – Ho bene inteso

Là basso un susurrar. – Quale spavento?

Son le foglie che secche agita il vento.

XVIII.

– Lo crederesti? all'infernale scena

Chiuder gli occhi voleva, e gli occhi aperti

Per forza rimanean ..... voleva a piena

Gola gridare, e appena usciano incerti

Rantoli quai da un moribondo, appena .....

– Padre, padre! – Che occorse? – Oh non avverti

Un uom là basso, un uom? – Va, ti rinfranca;

È la luna che un vecchio albero imbianca.

XIX.

– Al ricordar quanto rideasi grosso

Quello spietato e che boccacce orrende

Egli muover godea standomi addosso,

Ancora un raccapriccio al cor mi prende:

Oh! vivere cent'anni ed oltre io posso .....

– Padre, padre, chi mai, chi ne difende?

Eccolo: non lo vedi: egli n' è presso .....

È l'orco certamente – è desso – è desso! –

XX.

In questo dir sugli occhi ambo si caccia

Le man per non veder, e in piedi sorto,

Manda un acuto grido fra le braccia

Del padre abbandonandosi per morto,

E questi non sa ben se parli o taccia,

Che quando da vicino ebbesi scorto

Veramente d'un uomo la figura

Si sentì raddoppiar nella paura.

XXI.

Se non che d'improvviso a fargli core

Udì suonare queste voci umane:

– Per l'amor di Gesù, oh per l'amore

Della madre di Lui, datemi un pane! –

A que' nomi santissimi il pastore

Tranquillo da infernal possa rimane,

E mentre cerca rinfrancare il figlio,

Anch'egli leva allo straniero il ciglio.

XXII.

Un uomo, anzi di un uomo il simulacro

Sui piè malfermi innanzi lui vacilla;

Ha curva la persona, il viso macro,

E smorta ed infossata la pupilla.

Della fiamma al calor, qual da lavacro

Usciti, il crine e la sua barba stilla

Umide gocce che il notturno gelo

Avea rappreso in cristallino velo.

XXIII.

Quanto di via, quanto patì d'affanno!

Come d'addosso le già ricche vesti

Cadono a lembi e lacero ogni panno

A spruzzi e fango appar! Come i molesti

Lunghi sentier rotti i calzari e gli hanno

I piedi tutti insanguinati e pesti,

Per che le man sovra un reciso legno

Deve posare e farsene sostegno!

XXIV.

Il buon vegliardo a lui d'incontro sorto,

Scordando ogni timor, la man gli stese

E in atto pien d'amore e di conforto

Di seguitarlo gli dicea cortese.

Così, lasciato al suo figliuol di corto

Ogni pensiero delle legna accese,

Guidò l'estraneo dove a pochi passi

Sotto umil tetto la famiglia stassi:

XXV.

E là povera mensa e di selvaggia

Felce apprestaro a lui rozzo giaciglio,

Ed egli appena di quel cibo assaggia

Che un dolce sonno gli fè basso il ciglio;

E quale pioggia che sull'erbe caggia,

Lui dalle strade affranto e dall' esiglio,

Beatissimamente per brev'ora

Di riposato obblio lene ristora.

XXVI.

Sul primo albore lo stranier, ridesti

Gli occhi e goduto un mattinal ristoro,

Prega acciocchè mutar colle sue vesti

Volesser que' pastori i panni loro:

E come ad essi obbedienti e presti

Una grata offerta moneta d'oro,

La disdegnaro, che mercè lor viene

Dall'allegrezza di aver fatto il bene.

XXVII.

Indi partissi: e fu nelcasolare

Per lungo tempo di quell'uom parlato,

E dell' aria pietosa e delle care

Sembianze onde a ciascun parve sì grato:

E piansero di lui che nelle amare

Vie dell' esiglio forse avea cacciato

Politica fortuna, e al natio tetto

Tolto de' suoi nemici ira e dispetto.

XXVIII.

Anzi dopo d'allor quando raccolta

A' suoi salteri è quella gente pia,

Il vecchio della casa indir si ascolta

Pel lontano stranier l'Ave Maria:

E tutti insiem ripetere a una volta,

Che propizia la Vergine gli sia,

E salvo dai pericoli e contento

In patria lo riduca a salvamento.

XXIX.

Lungo intanto la strada che conduce

Verso Sorrento il pellegrin cammina,

E nel viaggio tal desio gli è duce,

Che il sole all'occidente si avvicina

Quando distinse nell'ultima luce

La città colorarsi e la marina:

E a quell' aspetto si fermò d'un tratto;

Tanto il cor gli battea subito e ratto.

XXX.

Poco di là, senza curar di scorta,

Per la città di pratica si mette

Sin che, accosto del mar, presso una porta

Di superbo palagio, egli ristette.

Sovra del limitar, tra mesta e assorta,

Stava una donna di fattezze elette;

Ed egli a lei – Dite, o gentil, la suora

Qui di Torquato Tasso abita ancora? –

XXXI.

Non spandesi più presto entro dell'ossa

Elettrica scintilla, che sorpresa

La donna e sino in mezzo l'alma scossa,

All'inchiesta restò tanto inattesa:

Onde visibilmente allor commossa;

– Se la domanda vostra ho bene intesa,

A me – gli rispondea – della sorella

Di Torquato chiedete, ed io son quella. –

XXXII.

– Dessa? – e di fuor togliendosi dal petto

Un largo piego – Oh fui ben male accorto! –

L'altro esclamava – A voi di quel diletto

Vostro fratello una lettera io porto. –

E la donna – Una lettera hai tu detto!

Dunque non mi tardar questo conforto;

Non vedi quanto di dolor mi costa

Attendere più a lungo una risposta? –

XXXIII.

Qui dalle man, senz' altro, impetuosa

La lettera gli strappa e vi si adopra

A romperne i suggelli, e senza posa

Cogli occhi e più con l'anima vi è sopra.

Ma l'altro al pari d'uom che ad una cosa

Intende e studia che nessun lo scopra,

Non sa come levar lo sguardo fiso

Della leggente dal commosso viso,

XXXIV.

Anzi quale talor limpido un lago

Per entro le distese acque tranquille

Ripete un ciel di sera e l'andar vago

Dei nuvoletti e i loro color mille:

Tale appunto il pastor rendeva imago,

Che dentro il raggio delle sue pupille

Come in fido cristal brilla ritratto

Di quella donna ogni mutabil atto.

XXXV.

Ed ella intanto sta leggendo, e quasi

Di traveder incerta ancor si fosse

A legger torna, e quando de' rimasi

Suoi dubbii finalmente assicurasse,

Gli occhi allora del vero ahi! persuasi

Verso del cielo, lagrimando, mosse,

E il cielo stesso a testimonio vuole

Dell'ingiusto martir onde si duole.

XXXVI.

Nè poterono appena le interrotte

Parole uscir che – O mio Torquato – esclama –

Le tue sventure al colmo oh! son ridotte,

Se dubitar tu puoi sin di chi t'ama!

Notte e giorno a te pensa, e giorno e notte

La tua Cornelia a te sospira e chiama,

E del suo caro sposo e del figliuolo

Dimentica, per te vive e in te solo.

XXXVII.

– E tu, crudel, tu sospettarla infida,

E dove unicamente amor si serra,

Temer d'agguati e creder si divida

I tradimenti che ti fanno guerra!

Il tuo povero core oh! non ti grida

Che la fede mancar può sulla terra,

Ma che l'amor d'una sorella dura

Onnipossente più della sventura?

XXXVIII.

– Ma voi, pastor [29], voi mi guardate e al pianto

Si compone e al dolor la faccia vostra:

Oh! certo avete una sorella e tanto

La memoria di lei viva si mostra....

Ma che mai dico!.... Mi venite accanto....

Quel guardo è il guardo della madre nostra,

È questo il viso.... i movimenti suoi....

Torquato, a che più tormentar mi vuoi? –

XXXIX.

Nè ancor finiva l'angustiato accento

Che l'un dell'altra si trovava in seno,

E fu d'inesprimibile contento

E di tal gioia quell'amplesso pieno

Che le lagrime e i baci ad un momento

Non sepper riconoscere più freno,

E valsero a que' due come parola

Che tutto esprime e ogni dolor consola.

XL.

Quella pietà che lenemente porta

Alle ferite un farmaco d'amore,

E mansüeta sempre e sempre accorta

Blandendo molce l'inasprito core:

L'affezïon di madre che conforta

Al figliuolin malato di dolore,

E pazïente, tenera, gioconda

Tenta ogni via che meglio gli risponda;

XLI.

Ed il cielo sereno e la marina

Che guarda tanto azzurro e tanto verde,

E le memorie dell'età bambina,

Cui nulla al mondo cancella o disperde;

Queste le cure son, la medicina

Onde Cornelia l'animo non perde

Di ritornare nel diletto infermo

Spirti tranquilli ed un voler più fermo.

XLII.

Come quei che da su d'una montagna

All'alba guardi il sottoposto piano,

Più che il nascente sole in ciel guadagna

Più distingue gli oggetti e a mano a mano,

Dove scura giaceva la campagna,

Come fuori d'un lucido oceano,

Vede spuntar foreste ed acque e messi

E castella e capanne in mezzo ad essi:

XLIII.

Così Torquato che a ogni istante e in ogni

Parte ove volge gli occhi, o il passo avanza,

Sembra che solo del passato agogni

Riviver nella cara rimembranza.

O soavi memorie! o grati sogni

Freschissimi d'amore e di speranza,

A cui rinnovellato egli saluta

Siccome a fida cosa e conosciuta!

XLIV.

Il natio tetto, il giardinetto aprico,

E dell'acque e del vento l'armonia,

Alla vista somiglian di un amico,

Ad una voce spesso udita in pria.

Oh quante volte, sotto l'elce antico,

Colla madre sedette e quella pia

Agli ultimi rintocchi della sera,

De' morti gl' insegnava la preghiera!

XLV.

Ed ora dell'amore e dell'avversa

Inimica fortuna il tradimento,

O doloroso, piangi e tutto versa

Nell' amata sorella il tuo lamento!

La pietade del mondo è assai diversa,

E non ha dall'amor vita e alimento,

Anzi ricambia di crudele orgoglio

Il confidente altrui franco cordoglio.

XLVI.

Ma un core che dinnanzi il tuo s'affretta,

E dove ogni secreto è ben nascosto;

Una man che alla tua rimane stretta;

Un seno in che a posarti hai sempre un posto;

È soave rugiada, è fresca auretta

Che refocilla nel cocente agosto,

È un santo dono onde il buon Dio d'appresso

Ogni dolor la medicina ha messo!

XLVII.

Di tal modo Torquato il suo martire

Confida alla sorella, e quasi pieno

Calice che trabocchi, al pianto e all'ire,

In sdegnoso piacer rallenta il freno,

E di spesso così quel sovvenire

Vivo gli vien, che il vero è poco meno,

E ne' passati spasimi divaga

E sente sanguinar l'antica piaga.

XLVIII.

Una sera godean tra i lauri e i mirti

L'ore fresche, e Cornelia a bella spene

Volgeva del fratel gl'infermi spirti,

Allor che interrompendo egli la viene:

– E come – le dicea – come all'udirti

In gratissimo error mi risovviene

Della gentil, che in mezzo ogni sconforto

A me fu stella e benedetto porto.

XLIX.

– Ella, o Cornelia mia, Laura si chiama,

E tu, cortese, quel suo nome impara

E vicino del mio guardalo, e l'ama

Siccome cosa riverita e cara.

Mentre che un'altra donna ogni mia brama

Tanto spietata rispingeva e avara,

Costei, benchè talor le fossi ingrato,

Mai non s'ebbe di me dimenticato.

L.

– Or m'ascolta: io mi stava prigioniero;

Che il Duca Alfonso per condanna ingiusta

Di San Francesco dentro il monastero

Sostenuto m'aveva in cella angusta [30].

Mi chiamavano il pazzo; e pazzo in vero

Mi riputava io stesso, e già la frusta

Addosso mi sentia sonar feroce,

Onde piangea con disperata voce.

LI.

– Quando una notte m'ebbi a un tratto inteso

L'uscio schiavar...., ei cede e si spalanca:

Così che dalla paglia, ov'era steso,

Per riguardar mi sollevai sull'anca.

Da prima al raggio d'un fanale acceso

Credea di travedere un'ombra bianca,

Se non che in breve il fruscio d'una vesta

La verità mi fece manifesta.

LII.

– Una donna.... in tal sito, ed a quest'ora

E in abito che par esca d'un ballo?....

Così meco diceva e come fuora

De' sensi mi tenea per tratto in fallo:

Però quella awanzavasi ed ancora

Ne separava breve un intervallo,

Ed io Laura conobbi, e già la mia

Bocca il suo nome a profferir s'apria:

LIII.

– Ma in gola mi restò quel grido spento

Ed incerto ammutii, ch'ella levando

Il roseo dito alla metà del mento,

D'un subito tacer mi fè comando;

E me che fra stupore e turbamento

Attonito la stava riguardando,

Prese per l'una delle mani, e seco

Fuori condusse di quel carcer cieco.

LIV.

Al suo passaggio ritraeansi a un tratto

Obbedienti e mutole le scolte,

Nè con più riverenza od umil atto

Al Duca stesso si sariano volte.

Io tosto a seguitarla m' era fatto,

Sperando le catene alfin disciolte,

E palpitava il cor, quando serrassi

A noi dietro quell'uscio e il ciel mostrossi.

LV.

– Nè certo m'apponea. Di fuor bardato

Stava un cavallo, e di salirvi in sella

Laura m'impose, ond'io lo feci e a lato

Pedestre guida mi si pose anch'ella.

Lucido il firmamento era e stellato,

E la mia donna mi tenea favella,

Nè per inchieste e supplicanti cenni

Altro da lei fuor che un silenzio ottenni.

LVI.

– Giunti eravamo ormai presso la porta

Della città per d'onde al Pò s'arriva,

E incontro noi, del venir nostro accorta,

De' soldati si fè la comitiva:

Ma non appena la mia dolce scorta

A lor si volse, e subito s'apriva

L'imposta ond'io movea per la campagna,

E anch' ella a passo a passo mi accompagna.

LVII.

– Nè molto andammo per la via concessa,

Che, giunti ove nessun più ne vedea,

Laura arrestommi e come s'era messa

Sovra de' piedi e al collo mi stringea,

Così piano all'orecchio, – La Duchessa

l'impone di partir – ella dicea –

Fuggi e alla gloria tua vivi onorato;

Nè più mi ricercar! fuggi, o Torquato. –

LVIII.

– Che viva alla mia gloria? Ahimè! t'inganni!....

E tu non sai che insieme alla fortuna

Contro me congiuraro i miei tiranni,

Nè onore mi lasciâr, nè gloria alcuna?

Qual solerte cultor pe' suoi tard'anni

A gran fatica un qualche aver s'aduna,

Ed io, che a povertà tormi sol chiedo,

Sperai vita miglior dal mio Goffredo.

LIX.

– Folle speranza!.... Alfonso egli.... il crudele

Che tanto sotto ogni mortal mi ha posto,

Ei rapisce i miei versi ed infedele

Ritornarmeli nega ad ogni costo.

Invano, supplicante di querele,

Cercai stancar il barbaro proposto,

Ch'egli risponde a me, ch'umile il prego,

Con fallaci speranze e sta sul niego.

LX.

– Ma quel poema è tutto mio..... vi ho messo

L'anima, il cor, la vita..... è tutto mio.....

Chi mel rapisce, me toglie a me stesso

Ed al diritto offende e insulta a Dio.

Ma cui favello? Forse il Duca adesso,

Ne' superbi dispetti ingiusto e rio,

La mia Gerusaleme al foco getta

E in lei compie ed in me la sua vendetta.

LXI.

– Italia! o patria mia, che non m'ascolti ?

Guarda la fiamma come cresce e fuma.....

Spegnila..... e pensa, se di me non duolti,

Che una tua gloria Alfonso arde e consuma. –

Qui la forza abbandonalo! stravolti

Muovonsi gli occhi; una convulsa spuma

Gorgoglia dalle labbra, e quasi meno

Alla sorella s'abbandona in seno.

LXII.

Ella mite gli parla e meglio accorta

I riluttanti spiriti riduce

Tra soavi memorie, e seco i porta

Ai begli anni infantili e lor vien duce,

E colà dove ogni allegrezza è morta,

Una quiete piove ed una luce

Che fra il gioir dei domestici lari

Altra e miglior felicità gl'impari.

LXIII.

Ma forse la pietade e tante cure

Lo torneranno a riposata vita?

E risanossi veramente, o pure

Sulla margine è chiusa la ferita?

Chi può fidar che lungo, tempo dure

Il sereno a gennaio e che finita

Sia nel mar, che riposa, ogni bufera,

Quando il scirocco sovra l'onde impera?

LXIV.

Anche al Vesuvio par talor che manchi

L'antica fiamma: il suo cratèr si estolle

Senza nebbia di fumo, e su pe' fianchi

Verdeggiano arboscelli ed erba molle:

Silenzio menzogner! che non mai stanchi

Ardon gli eterni fochi e il zolfo bolle,

Onde la calma che ogni sguardo illude

Esterminio e sgomenti altri racchiude.

LXV.

A due soli pensieri anima e mente

Sacrati ha il Tasso, e misero, e giocondo

Sempre per fidi gli ebbe ed egualmente

Diletti più che ogni altra cosa al mondo:

Nè l'un più vivo, o l'altro men possente,

Nè primo questo, o quello era il secondo;

Ma entrambo, indivisibili compagni,

Non han rivale che su lor guadagni.

LXVI.

Tal fur veduti, orrendo mostro, errare

Pel mondo due fratei [31], l'uno congiunto

Con l'altro corpo e muoversi e spirare

Le non divise aure vitali a un punto:

Non il dolore, nè le gioie care

O senso ed appetito ebber disgiunto;

Tutto comune in lor, che nati insieme

Toccare insiem doveano all'ore estreme.

LXVII.

Il suo Goffredo e la crudel che stretto

Entro d'ingiusta servitù lo tiene,

Ecco i pensieri ed il supremo affetto

In che pose Torquato ogni sua spene.

Ora per ambidue egli è costretto

A sospirare delle stesse pene,

Che parimenti al misero poeta

L'ira d'Alfonso e l'una e l'altro vieta.

LXVIII.

Di tal modo nel Tasso appena cede

La novità del vivere mutato,

Siccome prigionier che sempre vede

Eguali oggetti dal cancel ferrato,

Tale egli ancora a poco a poco riede

Alla memoria dell'antico stato,

E quel pensiero vïolentemente

Gli occupa suo malgrado e core e mente.

LXIX.

Nè più la solitudine egli agogna,

Ma concitato, torbido, scontento,

Della passata fuga altri rampogna

E già vorrebbe abbandonar Sorrento.

Ei non vede, non pensa, egli non sogna

Che Ferrara e la corte e ogni momento,

Quale l'inferma fantasia lo mena,

Tal corre in mezzo alla bramata scena.

LXX.

Or crede esservi giunto: e come ascolta

Festeggiarlo ciascuno in caro invito,

Ed ogni invidia ormai tacer sepolta

E mutolo il Guerino ed invilito!

Amor, lo stesso amore un'altra volta

A sorridergli torna e già pentito

Alla sua fè quella mercede ottiene,

Che sa di dolce più che tarda viene.

LXXI.

Ora gli par che in quella vece l'abbia

La Duchessa obblïato e tanto il frodi

D'ogni suo bene che al rivale, oh rabbia!

Corone ella dispensi e plausi e lodi.

Vedela allor dalle odïose labbia

Pendere tutta attenta, e in grati modi

Sorridere così di quel sorriso,

Che gioia aggiungerebbe al Paradiso.

LXXII.

Allor per mille messi irrequïeto

A Lëonora ed agli amici scrive, [32]

Supplicando che sia rotto il divieto

Onde lontano dalla corte ei vive.

E benchè alcuno non lo faccia lieto

D'una breve speranza ov'egli arrive,

Ciò nulla ostante nel desio raddoppia

Ed alla brama anche il puntiglio accoppia.

LXXIII.

Questi varii pensieri al cor d'intorno

Senza tregua giammai, senza rimedio,

In lunghissime angustie e notte e giorno

Gli ponno un duro e disperato assedio;

Ognora più quel placido soggiorno

E le cure e l'amor gli sono a tedio;

Disfarsene vorrebbe e ad ogni patto

Dall'increscevol vita essere tratto.

LXXIV.

Il mare, il cielo, la natura, a cui

Di quiete doveva ogni contento,

Mutaro aspetto e fatti orridi e bui

Raccappriccio gli mettono e spavento.

Gli par che irrida ai lunghi mali sui

Quella serenità di firmamento;

E nell'impeto cieco ei non perdona

Alla sorella tanto mite e buona.

LXXV.

Ond'ella spesso a quell'ingrato esclama:

– Perchè dunque, crudele al tuo riposo,

Nieghi ascoltare chi ti prega e brama

Almeno a te medesimo pietoso?

Per me non già t'imploro e non ti chiama

Per l'util proprio il mio diletto sposo;

Benchè al nostro dolor nessun s'agguagli,

Vedendo quelle pene in che travagli.

LXXVI.

– Ma dimmi almen; coloro che per tanto

Sacrifizio ti dan tale un compenso,

Valgono essi l'affetto; il nostro pianto

E questo che mi strugge affanno immenso?

Oh! lo so ben che a tua sorella accanto

Il mondo ingannator non t'arde incenso,

Ma per quel fumo di gloria mendace

Qui trovi vero amor, qui vivi in pace.

LXXVII.

– Torquato, non offenderti, se inetto

A giudicar di gloria è il mio pensiero:

È l'orizzonte mio breve, ristretto,

E nïente più in là domando e spero.

Lo sposo, il figlio, ed il fratel diletto,

Questi a me sono l'universo intero;

Nè speranza, nè voto mi consiglia

A piacer che non sia della famiglia.

LXXVIII.

– Oh! qui libera almen piangere io posso

Ed altri meco il mio dolor divide,

Nè un occhio indifferente mi sta addosso

E le lagrime conta e mi deride. –

Cessa, o Cornelia, e non sperar che mosso

Ei sia giammai perchè tu pianga o gride:

Necessità lo spinge, e per la china

Capovolto e precipite il mina.

CANTO OTTAVO

ELEONORA E TORQUATO.

I.

Ritorna indietro, o sconsigliato, e meglio

Che al tuo Rinaldo a te bisogna il lampo

Di quello scudo adamantin che il veglio

Per lui temprava all'incantato stampo:

Innanzi gli occhi tuoi, qual luce in speglio,

Baleni il vero e a tuo supremo scampo,

Senz'altro larve, in natural sembiante

Vedi l'amata corte a te davante.

II.

Qui ciascuno a ubbidir, ciascuno è nato

A venerare in servitù la sola

Divinità del giorno: ogni onorato

Sentimento è prodigio in questa scuola,

Dove si fa dell'anima mercato

Ed a mentir fu data la parola;

Dove sempre fortuna ha pronto un giogo:

Oggi sul trono, all' indoman sul rogo! –

III.

Ma niun pensiero quel perduto frena,

Anzi a rapida fuga egli si mette,

E nel folle desio che attorno il mena

Soltanto sull'Eridano ristette.

Era Ferrara allor di feste piena

E di genti fervea molte ed elette,

Che il Duca a nuove nozze si prepara

E ognun facea di celebrarle a gara.

IV.

Però nella cittade e nella corte

Sol per Torquato un freddo accoglimento, [33]

Per lui soltanto un silenzio di morte,

Che i dubbii gli raddoppia e lo sgomento:

Appena il Duca guardalo, ed accorte

Sembran di lui le auguste suore a stento,

Esse che tanto grazïose un giorno

Festeggiare soleano al suo ritorno.

V.

Temendo d'ingannarsi in un fallace

Gioco della malata fantasia,

Dapprima il Tasso sopportava in pace

Gli acerbi insulti della sorte ria.

Se non che presto l'incertezza tace,

E, visto come ognun contro gli sia,

Irrompe dispettoso e nello sdegno

Non riconosce più legge o ritegno.

VI.

Allor tanti servigi indarno spesi,

La servitù devotamente cieca.

Allora i lunghi e in ogni modo offesi

Nobili studii suoi condanna e impreca: [34]

Alfonso ingiusto e accusa discortesi

I cortigiani ed a lor colpa reca

L'odiosa inclemenza, onde al suo danno

E cielo e terra congiurati stanno.

VII.

Così vagando la sfrenata mente

Di paura in paura e d'ira in ira,

Dispettosa, intrattabile, furente

Incontro il cielo e gli uomini delira.

D'ogni parte un'offesa, in ogni gente

Un inimico, od un rivale ei mira,

E insulti, scherni, tradimenti sogna

E se ne duole e alla vendetta agogna.

VIII.

Un giorno più che ciascun altro affranto

Da rei sospetti che gli fanno guerra,

Uscì per una via che, al Pò d'accanto,

De' boschi fra le cupe ombre si serra.

Da un pezzo il sol fuggito e in nero manto

La notte era calata in sulla terra,

Nè il doloroso se n'è punto accorto,

Tanto venia ne' suoi pensier assorto.

IX.

Or taciturno avanza, ora levando

Alta la voce all'acque, alla campagna

Narra le sue fortune e il miserando

Caso perchè senza sperar si lagna.

Alla mesta parola a quando a quando

Un disdegnoso gemito accompagna,

E fuor dell'alma d'ogni fè scaduta

Un grido manda e chiama – O Dio, m'ajuta! –

X.

Come fanciul che indifferente e crudo

Appena disbocciato un fior raccoglie,

E se ne gode con barbaro ludo

Ad una ad una separar le foglie,

Nè cessa se da pria povero e ignudo

Non resti il gambo delle vaghe spoglie,

Che a un breve soffio vanno rotte e sparte

Disordinatamente in ogni parte:

XI.

Tal dell'esperïenza al tocco ingrato

Col fuggir d'ogni illusione presta,

Non altro intorno sè vede Torquato

Ghe qualche foglia scolorita e pesta:

Nulla di ciò ch'egli ebbe in prima amato,

Nulla della sua fede oggi gli resta,

E in mezzo un cimiter, senza speranza,

Ultimo de' suoi cari ei soprawanza.

XII.

Intanto coll'andar venia men franca

La furia del dolor ch'è quasi estinto:

Ed al fiaccarsi della mente stanca

Anche il corpo riman languido e vinto,

Quale paleo [35] che rotëando manca

Allo star della sferza che l'ha spinto;

Ond'egli ogni vigor perde d'un tratto

Dall' incessante lamentar disfatto.

XIII.

Allor quasi per morto in sui ginocchi

Fu forza all'infelice abbandonarse;

All'infelice che volgendo gli occhi

Intorno non sa ben raffigurarse

Quale altra ingrata prova ora gli tocchi:

Ed il lungo cammino e tante sparse

Lagrime e le tenèbre e il nuovo loco

Delle sue fantasie sospetta un gioco.

XIV.

È una notte d'aprile: un venticello

Corre sull'acque e in lene alito desta

La fredda terra, cui il tempo novello

Mette d'erbe e di fior splendida vesta:

Brilla il cielo sereno e in mezzo a quello

Come lampada d'or la luna resta,

Misteriosa d'una luce pura

Contemplando gli amor della natura.

XV.

Dove il Tasso arrestossi un'isoletta

Entro il fiume stendea brevi le sponde:

Cui d'Este i prenci, che l'avean diletta,

Di palagi adornarono e di fronde:

E perchè di colà l'occhio prospetta

Ridente spazio di campagna e di onde

A indizio di vaghissimo piacere

Nominaro quel sito, Belvedere.

XVI.

Tondeggia il piccol loco in bruna massa

E dal filo degli alberi, ond' è spesso,

Sul lucido orizzonte alto trapassa

La cima d'un pioppo, o d'un cipresso:

Un' ombra di colà lunga si abbassa

Sulla corrente in tremulo riflesso,

Ora divisa a spruzzi, ora più bruna

Tra l'onde inargentate dalla luna.

XVII.

A lungo il Tasso senza senso giacque,

Insin che la frescura e l'armonia,

Onde il fiume regal travolve l'acque,

Poter sulla domata fantasia,

Tanto che mite una calma rinacque

La nera a raddolcir melanconia;

È come in vita ritornasse a un punto,

Ei riconosce il loco ov'era giunto.

XVIII.

E l'isola distingue e nota un lume

Fiammeggiare nel bosco: ond' è che in forse

Di quel chiaror, ch'ivi arde oltre il costume,

Bramosia di venirvi al cor gli corse:

Se non che d'improvviso in mezzo il fiume

Un battel che il fendea, rapido scôrse:

Nè quella novità prima avvertiva

Che un uom vide balzare in sulla riva.

XIX.

Perchè il Tasso sui piedi erasi messo

Quando che dritto capitava a lui

Lo sconosciuto, ed in parlar sommesso;

– O cavaliere – gli diceva – a vui

Da Belvedere son venuto espresso:

Colà vi attende una persona, cui

Nulla si può negar. Questo è il momento,

E vale ogni ritardo un pentimento. –

XX.

Benchè resti il poeta un po' sospeso

All'ignote sembianze ed al racconto,

Pur subito dal cor consiglio preso

Breve gli rispondea: – Eccomi in pronto. –

Già la vita pel Tasso è orribil peso,

Nè d'inganni o pericoli tien conto;

E una volta a finir con quell'amara

Incertezza, la morte anche gli è cara.

XXI.

Dove tra i saliceti era il battello,

Sul terminar della risposta, ei scende:

E senza indugio tanto presto e snello

Quel piccolo naviglio il largo prende,

Che rassomiglia al volo d'un augello

Quando d'un tratto in giù l'etere fende,

E in mezzo il verde e la campagna cala

Velocissimamente a un batter d'ala.

XXII.

Appena sulla riva il Tasso è sceso,

A lui rivolto l'incognito duce

Gli vien significando com' è atteso

Là presso, ove splendea pallida luce:

Ond'egli a quella volta il cammin preso,

Senz'altra compagnia, vi si conduce,

E pensa al fatto, ma per quanto indaghi

Non sa trovar ragion che ne lo appaghi.

XXIII.

Un solco di chiaror tremulo e fioco

Che dalla porta semichiusa uscia,

Rompendo quella notte, accenna il loco

Abitato, ed il Tasso ivi venia.

Già tocca il limitare e, a poco a poco

Spinto l'uscio, cogli occhi avidi spia

Per dentro, dove tal persona ei vede

Che incerto agli occhi suoi quasi non crede.

XXIV.

In cerchio gira l'attico tempietto

Cui vedesi nel mezzo d'un'antica

Dïana il simulacro; in quell'aspetto

Quando ferocemente ella pudica,

Al troppo curïoso giovanetto

Cangiò forme e natura, e a gran fatica.

Si crederia di sentimento privo

Quel marmo che sdegnoso e par sia vivo.

XXV.

Su dorato doppiero arde una face

La breve stanza a rischiarare e dove

Dall'apposita parte il chiaror tace,

Per le lunghe ombre che la statua piove,

Donna egli vede che a sedersi giace,

Nè sono a lui quelle sembianze nove,

Anzi un tal colpo gliene viene al core

Che talvolta per meno anche si muore.

XXVI.

Quella, così seduta in veste scura,

È quella Lëonora. Immoto il volto,

In atto di sollecita paura

L'occhio vivacemente all'uscio vôlto;

I labbri semichiusi; la figura

Attenta qual di chi resta in ascolto:

Altro indizio non dava ella di vita

Nell'aspettar immobile e rapita.

XXVII.

Quanto è mutata! Come acerba e presta

La sventura fè oltraggio al vago viso,

Nido d'amor, dove ogni cara e onesta

Gioia, dove apparia sì dolce il riso!

Torquato a rivederla tutta mesta

Da proprii affanni si sentì diviso,

E, cadendo in ginocchio, restò senza

Parole, tanta fu la riverenza.

XXVIII.

Elëonora a quel rumor riscossa

Non s'accorse da pria dell'infelice,

Che in volto tosto divenuta rossa

A lui fa cenno della mano, e dice

In una voce languida e commossa:

– Non così: solamente a Dio si addice

E a santi suoi l' umìl atto che fate:

Amico, io ve lo chieggo, orsù vi alzate.

XXIX.

– Molto diversamente, o mio poeta,

Ci rivediamo in questo loco: un giorno

Voi qui beato di una vita cheta,

E d'ogni gioia e d'ogni vanto adorno.

Era Lucrezia e Alfonso, era una lieta

Turba d'amici che applaudiva intorno,

E stava ogni gentile anima vinta

Ai sospiri d'Olindo e a que' d'Aminta.

XXX.

– Col mutar della sorte il vostro core

Mutava..... Oh fuvvi un tempo, e non lontano;

Allora il mio piacer era in favore

Presso di voi, pareva anzi sovrano.....

Ma lasciatemi dire! Al vostro errore

Invan cercate patrocinio; invano

Mendicate difesa..... è senza scusa:

Tutto innanzi di me, tutto vi accusa.

XXXI.

– Perchè rompeste i miei divieti, e quale

Quale dunque ragion vi ha ritornato

Qui dove un astro, a voi sempre fatale,

Spande un influsso periglioso e ingrato?

Se de' proprii tormenti a voi non cale

A che scordar gli altrui? A che, Torquato,

Dimenticar che fida in sin la morte,

Veglia un'amica sulla vostra sorte? –

XXXII.

– Duchessa, – a lei Torquato – un breve ascolto

Datemi almeno. Se qualcun ridutto

In profonda prigion fosse e sepolto

All'äer vivo, a questo sol ch'è tutto,

E lontano, lontano, incerto molto

Gli arridesse uno scampo in tanto lutto,

Per timor d'un periglio credereste

Che dalla mortal prova egli si arreste?

XXXIII.

– Mai no: questo infelice, o mia Signora,

Purchè tornarsi alla luce gradita,

A nulla bada; ed una volta fuora

Del carcere in piacer lascia la vita.

Son io, son io quel desso che addolora

Per l'allegrezza che gli fu rapita,

E l'infamia gli costi, i ceppi, insino

La morte, vuol mutar l'empio destino.

XXXIV.

– So da lunga stagion che d'ogni banda

I nemici mi stan contro, ed a farli

Più audaci la ragion mi si domanda

Degli stessi pensier ch'io scriva o parli.

Povero a me! che tanta e miseranda

Fortuna ancor non basta a disarmarli,

E il don più grande de' tuoi doni, o Dio,

Voglion rapirmi, l'intelletto mio!

XXXV.

– Mi si vuol forsennato, e della mente

E del retto pensar così smarrito,

Che ormai favola reso della gente

Son per le vie scansato e mostro a dito.

E pur cui feci insulto? A cui volente

Recai danno od ingiuria, e qual ferito

Qual uomo ho morto io dunque e a quale offesi

Perchè tanto sul capo odio mi pesi? –

XXXVI.

All'angustie di lui tutta pietosa

La timida Duchessa invan si adopra

Acciocchè dal vederla dolorosa

L'animo suo Torquato non discopra:

Ma per voler non può tenere ascosa

Quell'improvvisa lagrima che sopra

Alle guance cadea lucente e rada

Qual sovra giglio goccia di rugiada.

XXXVII.

Onde alla fin tra mesta e tra soave

In lento dir così gli fa risposta:

– Povero amico, il vostro lagno è grave

E d'udirlo sa Dio quanto mi costa!

Pur troppo è ver che in voi fatto non ave

L'antica fantasia punto di sosta,

Anzi più sempre indomita e tiranna

A mortali incertezze or vi condanna.

XXXVIII.

– Quai delitti sognate, o chi vi deve

Di vïolenza domandar ragione?

I lunghi studii e questo aëre greve.

Senza fallo, son essi la cagione

Da che il fiaccato spirito riceve

Facili impressioni, e tal si pone

Di spesso fuori del costume umano.

Ch'altri il sospetta od ammalato o strano.

XXXIX.

– Oh ! l'amor di voi stesso oggi vi ha reso

Diffidente e crudele sì che del molto

Affanno vostro indispettito e offeso

Alle miserie altrui negate ascolto.

Però non siete il solo, e tutto il peso

Della sventura non è in voi raccolto:

Havvi talun che soffre.... e da molt'anni

Soffre in silenzio immeritati affanni.

XL.

– E quel povero cor se lo vedeste

A che prove tormenti aspre e crudeli!

Condannato a mentire in gioie e in feste,

Sin le lagrime sue convien che celi:

Un amico non ha cui, nelle meste

Ore, la disperata alma disveli;

E a Dio non osa domandar soccorso:

Quel dolore è per lui più che un rimorso.

XLI.

– Fosse ei così dal vostro core udito,

Ed una volta almen voi l'ascoltaste:

O poeta – ei diria – come invilito

Cedi innanzi il destino, e a te non baste!

Non sai tu che dai fulmini è colpito

Quell'albore che al ciel drizza le vaste

Chiome? Non sai che nella fiamma ardente

L'oro non brucia ma divien lucente?

XLII.

– Sorgi una volta e ti mostra qual sei ;

Mantieni il posto dove Iddio t'ha messo:

E, per volger di tempi iniqui e rei,

Non diffidar del cielo, o di te stesso.

Vivi all'arte divina e trova in lei

L'obblio di que' dolor che t'hanno oppresso;

Canta e degno all' Italia e al mondo intero

Compi il sacro poema, o nuovo Omero! –

XLIII.

D'un lucido tramonto a somiglianza

Que' sognati trionfi al ricordare,

Nel rosato color della speranza,

Eleonora sorridente appare:

Non cangia però il Tasso di sembianza

Per ascoltar quelle parole care:

Anzi fastidïoso, e con più mesta

Querela di tal modo a dir si appresta.

XLIV.

– Un tempo anch'io troppo pieghevol fui

Intera a collocare ogni mia fede

Nell'avvenir di questi plausi a cui

Lo spirto vostro, o regal Donna, crede.

Anch'io sperai che alfine i servi sui

Consolerebbe Alfonso di mercede,

E da un lungo martir fora stancato

Il rigore degli uomini e del fato:

XLV.

– Perciò seguendo un subito consiglio

Di mio proprio voler, in vista amica,

Io posi fine al necessario esiglio,

E, grave ancor della catena antica,

Umiliato come a padre un figlio

Chiesi al Duca perdono, e all'inimica

Fortuna, che mi strazia, in voce grama,

Pace, gridai, non altri onori o fama.

XLVI.

– In quella vece a insopportabil peso

D'inäudite prove, a nuovo pianto

Io son venuto e mortalmente offeso

Adesso vivo al mio dolor soltanto.

Disprezzato, reietto, vilipeso

Ho perduto gli amici; in ogni canto

Un tradimento e trovo in ogni faccia

Un insulto crudele, una minaccia.

XLVII.

– Io prego, e sol per me non ha parola

Il mondo di compianto e di conforto:

Ciascuno al venir mio presto s'invola

Quale al contatto di un leproso, o in torto

Occhio mi guarda; e la mia vista sola,

Siccome funeral bara di un morto,

Che mette raccappriccio ovunque passa,

Altrui dolente e disgustato lassa.

XLVIII.

– Iddio, sol vede Iddio qual mi si appresta

Orrida lotta, e nella mia sciagura

Quanto a patire avrò per disonesta

Fortuna, onde saria morte men dura.

Ecco, o Duchessa, la gioconda festa

Che al viver mio tranquille ore assicura,

Questa è la data fede, i lieti giorni,

« Questi i bramati miei alti ritorni ! » –

XLIX.

A tal lamento che parea trabocchi

Di furor disperato, Lëonora

Restò; come un dolor dentro la tocchi

Il qual non possa in pianto uscir di fuora;

E se lo sdegno permettesse agli occhi

Veder di quanto affanno ella si accora,

Certo il Tasso tenore avria mutato

Anzi che seguitar più fiero e ingrato.

L.

– Voi che sembrate al mio destin sì paga,

Oh! conoscete voi quanto profonde

Sien del cor le ferite, e per qual piaga

Lagrime a un tempo e vivo sangue ei gronde?

Il fratel vostro regalmente paga

I miei lunghi servigi, e sa ben donde

Possa dritto ferir, e con quale arme

Mortal colpo nell'anima portarme!

LI.

– Egli perchè mi gitta un pane in gola

E di suo servo mi chiamò all'onore ;

Egli credesi ormai, per questa sola

Ragion, di tutto me fatto signore;

Ed i pensieri scruta, e alla parola,

Che libera ha donato il Creätore,

Impone un duro freno e sì l'aggrava

Che il corpo vuole e in un l'anima schiava.

LII.

– Che s'egli non m'uccide è che di corte

Angosce l'ira sua non si accontenta,

Ma lunghi vuol gli spasimi di morte

E lunghi più che la vendetta è lenta.

Vivo ei mi lascia e vivo ad una sorte

Di cui l'idea soltanto mi spaventa;

Vivo ma d'ogni dignità scaduto

Son fatto terzo fra Solone e Bruto. [36]

LIII.

– Mentre altri i furti suoi gode sicuro

E stassi in pace nel mio proprio seggio;

In mezzo il vile gregge d'Epicuro, [37]

Suïcida al pensier tacermi io deggio;

Io da ciascun dimenticato e oscuro

Piangere e paventar sempre del peggio;

Io confessare in faccia all' universo,

Che il dono m'ho dell'intelletto perso!

LIV.

– E sapete perchè? Perchè gli pesa

Ch' il Tasso sempre obbedïente e fido

Si desti alfine e dall'anima offesa

Mandi tant'alto e disperato un grido,

Che alla sua voce d'ogni parte intesa.

Dall' Alpi al mar, dall'uno all'altro lido

Sorga l'Italia, e gli cerchi ragione

Di tanti insulti e della mia prigione! –

LV.

Fremean queste parole e parean l'eco

Della posterità che non s inganna,

Quando incorona i martiri ed al cieco

Obblio e all'imprecanti ire condanna

L'insolenza dei forti! – E pure al bieco

Aspetto di Torquato non si affanna

Elëonora, anzi motivo piglia

Da quel disdegno, e tal ne lo consiglia.

LVI.

– Torquato, vi sta bene il volto iroso,

E il dispetto del cor: pur se qual dite

V'è contro Alfonso ingrato e dispettoso,

Dal suo sdegno perchè voi non fuggite?

Qui nell' onore, nel vostro riposo,

Qui nella stessa vita oggi patite

Di sicuro periglio, e in questa prova

Contro di mio fratel nessun vi giova.

LVII.

– Qual mai terra, o città del bel paese

Non brameria che scerla vi piacesse,

Per modo ch'ella dall' ingiuste offese

Il suo poeta a ristorar valesse?

La regina dell'Arno a voi cortese,

Manda profferte e nobili promesse,

Ed a ragion que' Duchi esulteranno

Se qui si piangerà del nostro danno.

LVIII.

– Voi chiama a placidi ozii e a dì felici

Emanuële dal Sabaudo soglio;

E Roma dalle sue sette pendici

Trïonfatore aspetta in Campidoglio!

Che se fede serbate ai vecchi amici,

Con quanto di allegrezza e qual orgoglio

Lucrezia, mia sorella, oggi v'imita

A riposati studii e ad altra vita!

LIX.

– Per lunga esperïenza in pregio avete

Le delizie d'Urbino, e benedetti

Que' conforti vi sono..... – Oh sospendete

Così iniquo giudizio! – in questi detti

Egli l'interrompea – Se non volete

Passarmi il core de' vostri sospetti,

E far che al sommo de' miei mali giunto,

Lasci la vita e la speranza a un punto!

LX.

– Ch' io viva in altro affetto, e questo core,

Che ad un solo desio sospira e sogna,

Possa mai palpitar d'un altro amore,

È menzogna maggior d'ogni menzogna!

Cessi alla fin l'inutile pudore,

E la lunga paura e la vergogna.....

E da miei labbri conosciate tutto,

Di che il cor vostro v'avrà forse istrutto.

LXI.

– V'amo, o Signora..... Affannosa parola,

Che tanti anni in me stesso ho seppellita,

Uscisti finalmente! Io v'amo, e sola

Sulla terra v'ho amata e per la vita!

Oh m'educaste a troppo eletta scuola,

E fu tanto mortal la mia ferita,

Onde per tempo o per lusinghe care

Nè mutarsi potè, nè risanare!

LXII.

– Sconsigliato! Credea nel sogno mio

Ch'arbitra solamente la fortuna

Non sia delle corone, ma che Iddio

N'abbia serbato all'intelletto alcuna;

E un cor fedele, un nobile desio

Non sieno manco di una regia cuna:

Credeva amor, ch'ogni grandezza vale,

Il povero ed il re facesse eguale.

LXIII.

– Adesso che il mio core ho posto a nudo

E chiamato mi sono in fallo tanto,

Condannatemi alfine e sia pur crudo

Il patimento e senza requie il pianto.

A che dunque tacete?... O ciel! m'illudo?

O in altro errore un infernale incanto

Insin nell'agonia dell'ultim'ora

Trova piacere ad ingannarmi ancora?

LXIV.

– No..... non è errore il mio; non son bugiarde

Le soavi apparenze e il vivo segno

D'improvvisa pietà che in faccia v'arde

E nulla, o Donna, s'assomiglia a sdegno!

Vuoi mi guardate..... caramente tarde

Le luci lagrimose in questo indegno

Servo vostro stan fisse, e in mite raggio

Sorridono al suo cor fede e coraggio.

LXV.

– La vostra man la mia stringe e la serra

Contro del cor..... oh com'ei batte spesso

Questo adorato core! ed io che in terra

Mi credea l'infelice, e il solo oppresso!

Dunque voi pure della stessa guerra,

Angelo di bontà, voi dello stesso

Affanno doloraste ed io, crudele!

Vi feci insulto delle mie querele.

LXVI.

– Sento il profumo delle vostre chiome

Aleggiarmi sul viso, e parmi sia

Uno soltanto il respir nostro, e come

Colla vostra fuggir l'anima mia.

Eleonora, in terra non ha nome,

Non ha nome la gioia che m' india..... –

Nè valse a proseguir, che in quell' immenso

Piacer lo spirto solo aveva un senso.

LXVII.

Se non che dalla breve estasi muta

Ecco destarli un mormorio: le tende

Della porta levarsi e conosciuta

Voce esclamare : – Alfonso ne sorprende, –

La Duchessa a quel grido fu veduta

Volgersi imperïosa, e tal le splende

Fiamma negli occhi, e così in volto è fatta

Da non mentire la superba schiatta;

LXVIII.

E il suo poeta al sen strinse d'un tratto,

Quasi scudo di sè far gli volesse,

E sul fronte di lui, con rapid'atto,

Reclinata la bocca, un bacio impresse;

Ma al passïonato impeto disfatto

Ogni spirto vital oltre non resse;

Ed il pudore dell'amor più forte

La fece fredda a immagin della morte.

LXIX.

Che cor fu il tuo, Torquato, in quell'abbraccio.

Primo e supremo alla tua fè contento,

Quando il suo viso freddo più del ghiaccio,

Sul tuo ricadde senza movimento?

II tempo stringe, ond'ei dal caro laccio

Cercando pur di svincolarsi a stento,

Casto e tremante l'adorata amica

Depose ai piedi della statua antica:

LXX.

E rispettosamente un'altra volta

Nell' adorata donna il guardo fiso

Sentì ch'ogni speranza eragli tolta

Di rivederla fuor che in Paradiso.

Del core allora ogni virtù raccolta

Esce del tempio, e visto all' improvviso

Il Duca innanzi ognun, gli vien d'appresso

E gli favella con parlar sommesso.

LXXI.

– Colà svenuta Elëonora resta,

Ed io sono, o Signore, ai cenni vostri. –

A questo dir Alfonso il passo arresta

In cera d'uomo che pietà dimostri;

Poi vôlto a' cortigian: – È manifesta

La sua follia: – diceva. – Or dunque ai chiostri

Di Sant'Anna costui di qua sia tratto:

Lo affido a voi. Povero Tasso! È matto.

Note

_____________________________

[1] Più di tutti, lumi della letteratura ferrarese erano Giambattista Pigna e Antonio Montecattino, l'uno poeta, oratore ed istorico di molta fama, l'altro valorosissimo tra i peripatetici ed i platonici filosofi – Serassi, pag. 437.

[2] Lucrezia ed Eleonora d'Este figlie di Renata di Francia e sorelle d'Alfonso Duca di Ferrara, la prima nata nel 1534, l'altra di un anno più giovane della sorella.

[3] Donna Eleonora Sanvitale, sposa di Giulio, e la matrigna di lei Barbara Sanseverino, contessa di Sala, donne bellissime e celebrate dal Tasso.

[4] Donna Marfisa d'Este, Tarquinia Molza e Ginevra, delle quali si può vedere il dialogo del Tasso, intitolato – La Molza ovvero Dell'amore.

[5] Livia contessa d'Arco, nella quale –

– Gli occhi ed ì denti le più belle sono

Delle altre parti. (Rime del Tasso, son. 804).

Lucrezia Bendidio, celebrata ed amata dal Pigna, le cui canzoni in onore di lei furono commentate dal Tasso. –

La contessa Camilla Guerriera, lodata in un sonetto e in una canzone dal Tasso.

[6] fraghe: fragole (ndr).

[7] Laura Pigna Ziglioli, di cui Torquato cantava :

L'or delle vostre chiome terso e schietto

Io non posso pulir colle mie rime. Son. 493.

[8] Laura Peperara era venuta a quel tempo come damigella d'onore alla Corte di Ferrara.

[9] Consaldoli. Luogo di delizia de' Duchi di Ferrara presso il Po, molto amato dalla Duchessa Eleonora, e dove ella condusse per undici giorni Torquato. – Ser. pag. 232.

[10] Così il medesimo Tasso descrive la sua venuta alla Corte di Ferrara nell'Aminta, facendo parlare Tirsi.

.   .    .    .    .  Ed io ne andai.   .   .   .

.   .    .    .    .    .    .    .  nella cittade.

E come volle il del benigno, a caso

Passai per là dov'è il felice albergo.

Quindi uscian fuor voci canore e dolci

E di cigni e di ninfe e di sirene,

Di sirene celesti .    .    .    .    .    .    .

.    .    .    .    .    .    .    Era sull'uscio,

Quasi per guardia delle cose belle,

Uom d'aspetto magnanimo e robusto

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .   

E con fronte benigna insieme e grave,

Con regal cortesia, invitò dentro

Ei grande e in pregio me negletto e poco.

Oh che sentii! che vidi allora! Io vidi

Celesti dee .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

.    .    .    .    .    .    .     Ed in quel punto

Sentii me far di me stesso maggiore.... ec.

                                                     (Vedi Aminta, atto primo.)

[11] carole: balli d'epoca con movimenti combinati ed intrecciati di più persone. (ndr)

[12] Lucrezia fu la prima delle due sorelle che il Tasso conobbe alla Corte di Ferrara, ed ella gli addimostrò subito tanta amorevolezsa che parve volesse in un sol punto compensarlo delle lodi ch' egli le avea prodigate nel suo Rinaldo. Donna Eleonora era in quell'epoca inferma, ed appena migliorò nel suo stato, Lucrezia medesima ebbe cura di presentarle Torquato, il quale ci fa avvertiti che la grazia di quest'ultima (allora trentenne) si fece incontro alla sua servitù, e che quando Lucrezia toglieva le salubri acque della Villa, egli passava molte ore del giorno in secretis con lei, leggendole il suo poema. Certo fu allora, quando amore soltanto di furto poteva pascere i suoi servi,

Che di vederlo al cor già non le increbbe.

              Tasso, Canzone – (Amor tu vedi).

Fatto sta che i più ostinati a negare gli amori del poeta con Eleonora (come ben osserva il Guasti) si riducono, dopo un volume di ragionamenti, ad ammetterlo fortunato con Lucrezia; ed essi che vorrebbero scomunicato chiunque pur sospetti che una donna di trentacinque anni, libera di sè, potesse amare il più bello ed illustre cavaliere della sua Corte, non trovano scandalo alcuno di concedere che la sorella di lei mancasse, con questo stesso uomo, alla fede giurata al marito.

[13] Degli amori di Torquato e di Eleonora fu tanto affermato e tanto negato che a tutto dire la sarebbe materia di un grosso volume. Per me non so darmi pace vedendo tante anime innocenti, come quella del Serassi, non volere ammettere tra la Duchessa ed il poeta la più piccola amorosa corrispondenza, quasi che la memoria di lei non fosse per questo solo titolo viva e famosa, e la sorella del principe di Ferrara si avesse disonorato amando il nipote dei Signori di Pesaro. Io ricorderò sempre un illustre mio amico, il quale mi diceva ch'egli, ne' trambusti del 1831, avea potuto in Modena esaminare quegli archivii secreti e v'avea trovato tali documenti che mettono fuori di questione quegli amori. Ed anche senza violare il secreto di archivii tanto gelosi, mi sia permesso di riportare un sonetto or non ha molto dissotterrato nella Biblioteca particolare della Duchessa di Parma, e del quale (per grazioso permesso) ho potuto in questo mio lavoro pubblicare il Facsimile. Quel brav'uomo di Cesare Guasti (Lettere del Tasso, vol. 3, pag. XXX) si limita a chiamarlo un molto curioso documento: a me pare qualche cosa di più; giacchè o que' versi, così commentati, sono apocrifi ed allora non è a curarsi di loro, o sono veramente, come dai giudici i più competenti viene ritenuto, scritti di pugno del Tasso e di Eleonora, ed in questo caso io direi fosse bella e giudicata la causa di quella donna che confessa di pentirsi assai di aver nutrito le fiamme altrui colle speranze e col diletto. Ecco il sonetto del quale alla prima pagina è il fac-simile.

Dubio crudele.

A l'Ill. et Ecc. Sign. Duchessa Leonora d'Este.

Io vidi un tempo di pietoso affetto                         Giudicio che allora lo meritava.

La mia nemica ne' sembianti ornarsi

E l'alte fiamme di cui subito arsi                             Come la paglia che presto arde et presto si estingue

Nutrir colle speranze e col diletto.                       Di che appunto si pente assai

Ora, non so perchè, la fronte e il petto                 Et osa dire di non saperlo

Usa di sdegno e di furore armarsi,

E con guardi ver me turbati e scarsi

Guerra m'indice ond'io sol morte aspetto.            Solite jattantie delli amanti

Ah non si fidi alcun perchè sereno

Volto l'inviti e piano il calle mostri                      Ciò accade a chi devia da quello indicatoli

Amor, nel regno tuo spiegar le vele

Così l'infido mar placido il seno

Scopre a'nocchier incauti: e poi crudele            Come il poeta che non sa gover' se stesso et meno

                                                                                       frenare cioè la lingua et penna.

Gli affonda e perde tra gli scogli e i mostri                 Ingiusto è il poeta attribuendo ad altri ciò ch'è tutta sua colpa

Cioè i Co.

« Mentre il sig. Torquato corteggiava la Sanvitale scrisse questo sonetto; sembra che lo rispingesse la sign. Duchessa Leonora colle osservazioni che vi si leggono scritte di sua man propria, giacché fra le carte sequestrate al Tasso io rinvenni il presente »

Queste righe sono di colui che fu incaricato di se questrare le carte di Torquato.

[14] Così il Tasso nella canzone – Mentre che a venerar movon le genti – descrive la prima volta che s'incontrò nella Duchessa Leonora.

E certo il primo di ch' il bel sereno

Della tua fronte agli occhi miei si offerse

E vidi armato spaziarvi amore:

Se non che riverenza allor converse

E meraviglia in fredda selce il seno,

Ivi peria con doppia morte il core.

[15] A mezzo il dicembre del 1571, il Tasso tornò di Francia in Italia pieno di lodi e vuoto di favori. Si trattenne per alcuni mesi a Roma ed ammesso definitivamente fra gen tiluomini della Corte di Ferrara con provvisione di lire 58 e soldi 16 marchesani al mese (franchi 400:56) vi giunge ai primi di maggio e viene lietamente accolto dal Duca. Al che allude il Tirsi dell'Aminta (II.)

Egli mi disse, allor che suo mi fece –

Tu canta or che se' n' ozio. Vedi Lettere del Tasso disposte per ordine di tempo ed illustrate da Cesare Guasti Firenze – Le Monnier – 1852. Vol. I, pag. 25, 26.

[16] Fu a quel tempo celebre la difesa di cinquanta conclusioni amorose, che il Tasso prese a sostenere per tre giorni pubblicamente nell'Accademia ferrarese, divenuta in quell'incontro un quasi mirabil teatro di belle donne e cortesi cavalieri. – Ser., pag. 144.

[17] In queste e nelle susseguenti ottave si allude ad alcune delle conclusioni sostenute dal Tasso. Veggasi nella edizione di Venezia (1738) delle opere di Torquato Tasso il Vol. 8 – pag. 464 – e particolarmente le conclusioni amorose sotto i numeri – 1, 2, 3, 4, 5, 7, 10 36, 37, 13, 18, 41, 28, 29, 22, 49, 50.

[18] In queste conclusioni ebbe lunghe contese col Tasso e gli fu nelle dispute non picciola avversaria la signora Orsina Bertolia Cavaletti, donna nelle filosofie e nelle lettere di grande estimazione. – Serassi, pag. 144.

[19] Torquato riuscì vittorioso in queste dispute amorose. E chi – scriv'egli – poteva superare un poeta innamorato e con quali armi, sedendo ivi fra gli altri quasi giudice la sua donna medesima, dalla quale poteva assai cortesemente riportare la palma nell'amorose questioni!Ser., pag. 144.

[20]                           Ben essa il legge (l'amore di Torquato) e con soavi affetti

Mi affida, e forse perchè ardisca e parle

Di sua divinità parte si spoglia. (Tasso, son. 7.)

[21] Nell'inverno del 1572-73, il Tasso compose l'Aminta, che (almeno al dire del Serassi pag. 494) fu recitato in Ferrara nella successiva primavera.

[22] Fu nell'agosto del 1574 che mise mano all'ultimo canto del Poema – Guasti, Vol. I, pag. 26.

[23] Battista Guarino, già amicissimo del Tasso in Padova, non vedeva di buon animo la soverchia aura che questi godeva a Ferrara; e tal rottura fra i due illustri poeti par fosse cagionata un po' da emulazione di lettere, un po' da gelosia di donne. – Il Montecatino era successo al Pigna nell'uffizio di segretario del Duca, e di lui scrive il Tasso, che il successore del morto gli era successore anche nella malevolenza verso di lui. – Ser. 243.

[24] Il 17 giugno (1577) il Tasso, preso da grave umor melanconico, offese un servitore di Corte; onde il poeta fu in un camerino di cortile incarcerato: ma subito dopo posto in libertà fu dal Duca con grande amorevolezza condotto a Belriguardo, da dove l'undici di luglio lo rimandò perchè fosse custodito nel convento de' frati di San Francesco – Guasti, Lett. del Tasso, Vol. I, pag. 228-29.

[25] Sono famosi questi versi co' quali il Guarino rimprovera al Tasso la sua instabilità amorosa – dove altri credono ch'egli alludesse alla corte ch'egli ed il Tasso facevano nel medesimo tempo alle due sorelle d'Este, altri che delle due fiamme l'una fosse la Duchessa Eleonora, l'altra la Contessa di Scandiano.

[26] Un amico del Tasso, col quale avea tutte le sue cose ed anche insino a' pensieri fatti comuni, e da cui non del tutto guardava ogni secreto de' uoi amori, con una chiave falsa sottrasse alcune gelose scritture del poeta e le pubblicò, a ciò mosso particolarmente dal Montecatino e dal Giraldini inimici, del Tasso. – Vedi Manso, Vita del Tasso.

[27] vedi nota precedente (ndr)

[28] Ne' fatti occorsi a Belriguardo e nella terribile condanna per la quale il povero poeta fu obbligato di dover vivere e confessarsi demente, io seguitai l'opinione del prof. Rosini, nel suo Saggio sugli amori del Tasso, pag. 59 ec.; opinione che già fu quella del Quadrio e del Baruffaldi. Certo che il Tasso, rivolgendosi in una canzone all'anima del padre del Duca Alfonso – scrisse –

Alma grande d'Alcide, io so che miri

L'aspro rigor della regal tua prole,

Che con insolite arti, atti e parole

Trar da me cerca onde con me s' adiri,

le quali insolite arti atti e parole, panni si riferiscano al modo col quale il Duca lo aveva trattato a Belriguardo.

[29] Intorno ai 20 di luglio del 1577, fugge Torquato da Ferrara, e scansando le città ed ogni luogo abitato si conduce per la parte dell'Abruzzo nel regno di Napoli sino a Sorrento, dove dimorava la Cornelia sua sorella, e si presenta a lei sotto le mentite spoglie di un pastore. – Guasti, Lett. del Tasso, V. I, pag. 230.

[30] Il Duca Alfonso trattenne presso di sé il manoscritto del Goffredo e molti altri scritti del Tasso, e per quante istanze gliene fossero fatte negava di renderglieli.

[31] I fratelli Siamesi.

[32] Torquato, dopo un breve soggiorno presso sua sorella, ritorna col pensiero e co' desiderii a Ferrara, e dopo un vano carteggiare col Duca Alfonso e con le sorelle Lucrezia ed Eleonora (carteggio che non c'è pervenuto, o sta riposto tuttavia negli archivii) risolve: essere consiglio non solo necessario ma generoso (come scriveva poi al Duca d'Urbino) il ritornare colà ond'era partito, e la vita nelle mani del Duca Alfonso liberamente rimettere. – Guasti, Vol. I, pag. 231.

[33] Il Duca Alfonso passava in quei giorni a seconde nozze con Margherita Gonzaga, ed al Tasso parvero buona congiuntura quelle nozze per ritornare in Corte.

[34] Il Tasso scontento di lì a poco della Corte e del Duca, ch'era seco assai indurato e fomentata da queste ugge cortigiane l'infermità che covava da molto tempo, si butta a dire ogni vituperio di quanti credeva o causa o ministri della sua sciagura « maledicendo (dice il Serassi) la passata sua servitù. » – Guasti, Lett. del Tasso, Vol. I, pagina 240.

[35] palèo: oggetto che i ragazzi fanno girare per gioco (ndr)

[36] Oltreché io stimava che l'essere terzo tra Bruto e Solone non fosse cosa d'esempio vergognoso. – Lett. del Tasso, Vol. I, pag. 276.

[37] So che il Duca consentì che altri s' usurpasse la possessione delle mie composizioni già a lui dedicate.... Egli avrebbe voluto ch' io non avessi aspirato a nessuna laude d'ingegno, a nessuna fama di lettere, e che fra gli agii, i comodi, i piaceri menassi una vita molle, delicata ed oziosa, trapassando quasi fuggitivo dall'onore dal parnaso, dal liceo, dall'accademia agli alloggiamenti di Epicuro .... Lett. del Tasso, Vol. I, pag. 282.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011