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Edizione di riferimento:
Il Torquato Tasso di Jacopo Cabianca, canti XII, Venezia, Tipografia del Commercio 1898.
Quando all'itale genti era il Comune,
E stetter leggi e cittadine imprese,
Le nostre Muse non andar digiune
Dell'affetto che inspira il suo paese:
E tra il cozzo dell'armi e le fortune
Famosa voce risonar s'intese,
Imprecando ai tiranni alta e sì franca
Che per volger di secoli non manca,
E il vate ghibellin seder fu visto
Magistrato del popolo, e le sorti
De' cittadin librare ed all'acquisto
Di libertà chiamarli e ad esser forti;
Poi quando de' fratelli un odio tristo
In lui volle puniti i proprii torti,
Un inno sciolse quel cantor sovrano
A cui la terra e il ciel posero mano.
Passò quel tempo: Italia anco una volta
L'ultima pugna ha combattuta e giacque:
Entro del suo vessillo ella è sepolta
Presso il Ferruccio e da quel giorno tacque;
Nè per ventura e per etate molta
Dal magnanimo grembo un figlio nacque.
Acciocchè dell' Europa in mezzo i troni
Ascoltata e temuta ella ragioni.
Nuova Giulietta, nel suo chiuso avello
A lungo sonno reclinò la testa;
Ride il suo volto, il crin di fiori è bello,
È ancor vestita in abito di festa:
Ma la dormente ad un Romeo novello
Prega e sospira invan: nessun la desta,
O le pone la mano entro le chiome,
E i popoli scordar quasi il suo nome.
Ecco perchè quella divina corda
Che de' padri fremè sotto le dita,
Manca a Torquato e la sua lira è sorda
All'armonie cui libertà diè vita.
De' cortigiani fra la turba ingorda
Anch'egli è cortigiano, e l'avvilita
Anima ovunque a sè d'intorno guardi
Solo ai forti inchinar vede i codardi.
Mentre Napoli è servo e Milan giace
Sotto l'ibera schiavitute inchino.
Godono l'altre d'infeconda pace
Terre che serran l'Alpe e l'Apennino;
Ed al paese di città ferace
Principi e duchi infrenano il destino;
E lor piacevol torna in bella mostra
« Ferir torneamenti e correr giostra »
Qui Filiberto, folgore di guerra,
Cinge oggi il crin di pacifica uliva,
E in miti studii alla sabauda terra
Accresce fama e le bell'arti avviva:
Là di quante il piacer gioie disserra,
E d'ogni pompa cui ricchezza arriva,
E di cacce e di musiche si appaga
Per tutta Europa splendido il Gonzaga.
Firenze il sen delle sue rose adorno
Dall'antica mutò viril sembianza;
E di quale si fosse in altro giorno
Nè pure una memoria oggi le avanza;
Ai molli cittadin ridono intorno
Boboli ed Arno tutti in gioia e in danza:
E la sorte che un dì volse le spalle
Gira or costante alle Medicee palle.
Alta una quercia dalle larghe foglie
Del piccolo Metauro adombra il lido,
E sotto il rezzo de' suoi rami accoglie
D'eletti spirti in sicurezza il nido:
Ad Atene nell'arti e in amor toglie
L'Adriaca donna il vanto a Cipri e a Guido,
Mentre scordata dell'Odrisia luna
Si culla ai freschi della sua laguna,
Dell'itale città fulgido lume.
Per ogni cortesia famosa e grande,
E per incanto di gentil costume
Splende Ferrara. A lei sono ghirlande
Fertilissime terre, e regal fiume
Qual mare il Po d'intorno le si spande;
A lei sorridon lunghe pompe ed agi
E delizia di ville e di palagi.
Forte natura i cittadin suoi veste
Di virile bellezza, e più che altrove
In questi egregi cavalieri, in queste
Leggiadre donne amor fa le sue prove.
Sire del vago loco Alfonso d'Este
Tutto d'un solo cenno ordina e move:
Liberale, magnifico, gentile,
In Italia non ha forse un simíle.
Ma insazïabil fasto; alte, secrete
Ambizïose voglie; ardente brama
Di nome universale, e più che sete
Di gloria, in lui necessità di fama.
Sotto i superbi tetti ed alle liete
Regali mense a suoi compagni ei chiama
Ciascuno che per lettere od ingegno
Di bella rinomanza ha colto il segno.
Però la man che grazïosa ei stende
Non è pia con l'umìle, ed anzi pesa
Tanto che a suo capriccio abbietto il rende
E il facile favor cambia in offesa.
E pur la turba vil, che altrui si vende,
A quella stupida esca è così presa,
Che predica d'aitar degno e d'incensi
Ogni potente purchè un pan dispensi.
Allor Ferrara in chiari studii emerse
Sovra dell'altre e in ogni splendid'arte:
Qui Portico novello il Pigna aperse,
E svolse qui Montecatin le carte, [1]
In che il sofo d'Egina amor coverse
Di un casto velo e alzollo in quella parte
Ove sciolto de' sensi, lo volea
Solo un riflesso dell' eterna idea.
Cento poeti in rispettoso coro
Fan di plausi echeggiar le aurate sale;
Ma tai non son che non incresca a loro
La gloria di colui che senza eguale
Cantò d'Orlando e quel superbo alloro,
Che ombreggia sull'avel dell'immortale,
E sì vivo risplende e tanto verde
Che a ogni altro lauro la freschezza perde.
Nè a que' giorni tra noi era venuta
D'oltramonte l'usanza ed il mal vezzo,
Che solo plausi al forestier tributa
E sente pel nostrale odio e disprezzo;
Ne l'itala favella era scaduta
Che di parlarla non valesse il prezzo,
Nè in faccia all'altre ella arrossia meschina,
Ella che Dante incoronò regina!
E voi di questo sol raggio migliore
Allora, o donne, i fidi lari vostri
Non aveste a dispetto e il vostro core
E le gioie ed i baci erano nostri.
O chiaro esempio ed unico d'amore
Che vi celebri al mondo e che vi mostri
A questa età che, delirando, sogna
E del cielo natio sente vergogna.
Del bel numero voi siete le prime.
Lucrezia e Lëonora [2], augusta prole
Della Franca Renata, in cui sublime
Appare ogni virtù che il mondo cole;
Nè chi contempla a voi può dir s'estime
O il volto meglio, o gli atti e le parole,
Onde il vostro servir è fra le cose
Più desïate al mondo e avventurose,
Comune in loro il dolce canto e il vago
D'armoniosi accordi magistero,
Comune l'eccellenza onde con l'ago
San figurare in pinte sete il vero:
Lucrezia tien della materna imago,
Gode il piacere e docile all'impero
Serve d'amor, cui, la più giovin suora
O sdegna di obbedire, o poco onora.
Tengono il loco più vicino a quelle
Le Sanvitali [3]; amabile egualmente
Della madre è la figlia, e due sorelle
Per maraviglia le chiama la gente:
Così ridono in ciel pari due stelle
L'una al meriggio e l'altra all'orïente;
Così a quella che mezzo apre le foglie
La rosa tutta schiusa il bel non toglie.
Ecco Marfisa d'Este, eccole presso
L'amica Stella, che dal nome accusa
Lo splendore del volto, e onor del sesso
Tarquinia del Panaro illustre musa: [4]
Quale una luce che da un foco stesso
In tre rapidi rai corre diffusa;
Tali in queste soavi anime elette
Appare un sol voler che le tien strette.
A Livia [5], come tra le fraghe [6] il latte,
Ridon gli avorii dell'aperta bocca,
E amore, o Bendiddio, sta fra le intatte
Nevi del tuo bel seno e frecce scocca:
Nè il tempo che ogni cara opra combatte
Al fulgido auro de' tuoi crini tocca,
Vaghissima Giglioli [7], o alla severa
Voluttà del tuo sguardo, alma Guerriera!
Antica di Torquato conoscenza
Laura [8] è fra queste; quel leggiadro e vago
Miracolo d'ingegno e d'avvenenza
Nato là dove il Mincio si fa lago.
Perchè il core di lei non può star senza
Del suo poeta, e in lui soltanto è pago;
Nè per saperlo men costante cessa
O dall' amore o dalla fè promessa.
Queste per dame e amiche a sè vicino
Tien Leonora e in esse si consola,
Dopo che disposata a quel d'Urbino
Andò Lucrezia ed ella in corte è sola.
Dell' età sua già volge il corso chino
Verso il settimo lustro, e non invola
Grazie a quel viso che recenti serba
Tracce d'una beltà più fresca e acerba.
Virgineo serto alle sue bionde chiome
Ella mantien e nel proposto è forte,
Onde quanti in Italia han possa e nome
Invano la richiesero in consorte.
Ma qual ragione abbia il rifiuto, o come
Chiamar si possa è dubbia voce in corte;
Altri virtute, altri lo dice orgoglio,
Che duro intorno il cor le alzi uno scoglio.
Dall'età, che più docile risponde,
Crebbe quella sdegnosa a intatta fede
E delle culte al paro arti gioconde,
Per che la donna ogni bellezza eccede,
Mettea radici nel suo cor profonde
Una religïon cui tutto cede,
E che delle sue forze paurosa
Dubita sempre e in sè fidar non osa.
Che se talvolta, siccome al gentile
Secolo è costumanza, ella sedea
Colle sue donne in crocchio e lor simíle
A dispute amorose contendea,
Allor diverso colorìa lo stile
Dal suo pensiero ed in mentita idea,
Come di fola e di piacevol gioco,
Di te rideasi, o Amore, e del tuo foco!
Ma tu, d'incontro a cui vano è il cimento,
Nè forza vai che combattendo basti,
Tu che vigor novello ed alimento
Nella lotta ritrovi e ne' contrasti,
Invincibile iddio, tu de' suoi cento
Spregi ti ridi, e de' pensier suoi casti,
E solo, armato di saette e d'arco,
La superba nemica attendi al varco !
E già il viso che a un tratto le s'imbianca,
A un tratto brucia come fiamma ardente;
Già la parola incerta che le manca
A mezzo il dir e la distratta mente
E la persona languidetta e stanca
E la pupilla or mesta ora lucente,
Amor, de' servi tuoi ecco il costume,
Ecco i sicuri indizii, ecco il tuo nume!
Sovente da lontan della cittade
Fuggia Madonna, cui soavi e liete
Tornavan le delizie e la beltade
Che informa le campagne erme e secrete:
Un gracil naturale la süade
A quel desio di placida quïete,
Ad un' aere più mite, che rintegre
Le forze spesso vacillanti ed egre.
Allor le fresche valli e l'ombre antiche
Di Consaldoli [9] suo le dan ricetto,
Dove di mezzo le fedeli amiche
Di nessuno piacer sente difetto.
Qui di fior s'incoronano e di spiche
E pastorelle in rustical diletto
Passando i giorni nel tranquillo porto,
Dal fasto cittadin trovan conforto.
Così splendido asilo e un tanto riso
Di belle donne ancor Torquato attende,
Che restò dall'Eridano diviso
Per oltre un anno ed oggi vi si rende.
Ma spontaneo ritorna a questo eliso
Di mortali allegrezze, o colle bende
Sovra degli occhi e i piè stretti in catena
Una forza maggior qui lo rimena?
Che volubil pensier, che fiamma nova
All'ardente sua Laura ingrato il rese,
E benchè altrove e da lontano ei mova
Di qual mai donna in altra fè si accese?
Lunga storia è d'amor: onde ne giova
Tornare al dì ch'in pria servizio ei prese
Presso gli Estensi, e venne in questa corte
Rinomanza cercando e miglior sorte,
Dal regal Istro allora al sire d'Este
Giungeva augusta sposa ed all'elette
Nozze tutte plaudeano in lieta veste
Le gioconde del Po rive soggette,
Ed insolite pompe e mille feste
Per l'allegra città s'aveano indette,
E per tutta la notte e il dì banditi
Splendide danze e musiche e conviti.
Agli estranei spettacoli confuso,
Ed alla novitate unica e vaga
Restò Torquato come un uom che illuso
Fosse da sogno o da potenza maga:
E mentre in suo stupor tutto rinchiuso,
Quasi fuori di sè d'intorno vaga,
Un cavalier magnanimo d'aspetto
Lo guida dentro nel regale tetto. [10]
Là gemme ed or, là donne ed anzi Iddie,
(Che non ridon così bocche terrene)
E incantevoli accordi ed armonie
Di cigni innamorati e di sirene:
Ivi onesti piacer, care follie,
Travestimenti e varïate scene,
Ivi risplenda o si dilegui il sole
Sempre veglie d'amor, sempre carole [11].
Nell'albergo gentil distinto loco
E benigne accoglienze festeggiâro
Lui fra tanto splendor negletto e poco
E di nessuno pregio al mondo chiaro:
Così s'ebbe sua parte in ogni gioco
Ai più distinti cavalier del paro,
E come fior ch' innanzi al sol si schiude
Sentì nascere in cor nuova virtude.
Donna sedea del nobile convegno
Lucrezia (mentre l'altra suora un grave
Morbo impediva), e quasi in proprio regno
Arbitra d'ogni cor volgea la chiave.
All'ardita bellezza, al vivo ingegno,
Al favellar di lei grato e soave,
Il Tasso tutto suo fu immantinente
Come da lei tenesse anima e mente. [12]
Nè di vederlo tanto umile e fido
Di certo alla regal donzella increbbe,
Anzi, s'è giusto della fama il grido,
N'andò superba e per diletto l'ebbe:
Però, siccome tra le foglie un nido,
Ne' versi dell'amante occulto crebbe
Il suo bel nome, perchè vuol ch' ei viva
Contento sol d'una mercè furtiva.
Onde quel dì che Urbino gliela tolse
Parve il Tasso venir men della vita,
E amaramente con amor si dolse
Della speranza e della fè tradita,
E qual mai sul morir cigno non sciolse
Tale alzò un canto della sua ferita,
Pregando che la man di quell'infida
Pur essa il fil de' giorni suoi recida.
Intanto ch'ei d'ogni speme caduto
Prova se punge quell'acuta spina,
Ecco da dove il male era venuto
A lui giungere pur la medicina;
Così un naufrago in mar perso e sbattuto
Vede un'onda che addosso gli ruina
E questa che mortale gli appariva,
Salvo invece lo porta in sulla riva.
Non sì tosto il vigor l'ebbe permesso
D'uscir talvolta dalla stanza cheta,
Fu a Lëonora grato esser di spesso
Terza fra la sorella ed il poeta; [13]
E al facil estro in degni carmi espresso
Ella pure plaudì contenta e lieta;
E protettrice al Tasso e amica all'uopo
Di Lucrezia venir non volle dopo.
Ed egli si compiacque in quella pia
Gentilezza e nel viso che ancor triste
Del sofferto travaglio impallidia
Nel color di viole a gigli miste;
E l'alma a un senso di rispetto apria
Il qual, benchè ogni giorno in forza acquiste,
Pur sè stesso giustifica ed onesta
Di riverenza sotto l'umil vesta.
Ma qual seme ch'augel lascia in suo volo
Cader nel campo, ivi negletto giace
In fin che scaldi primavera il suolo
E ne lo faccia germinar vivace;
Al fecondo così tocco del duolo
S'anima il senso che nascosto tace,
E s' accorge Torquato a poco a poco
Quanto egli abbruci d'improvviso foco. [14]
Se non che la ferita, onde il suo core
Gemeva ancora crudelmente aperto,
Per l'intricate vie del nuovo amore
Il mette avanti päuroso e incerto;
Anzi perchè gli aveva il suo Signore
Di seguitarlo in Francia il mezzo offerto,
Seco partì, venuto nella speme
Che il foco suo per lontananza sceme.
Pur quella piaga che al suo ciel lo tolse
Seco portava sanguinante e viva,
Onde la prima scusa ei lieto accolse
Che dal suolo stranier lo dipartiva; [15]
E se verso del Pò tosto non corse
La sete a disfogar di che languiva,
Fu dubbiezza dell'anima che manca
Spesso là dove esser dovria più franca.
Allor presso di sè tosto lo chiama
Il Duca Alfonso con assidui inviti,
Desïoso che il Tasso in bella fama
Cresca le glorie e gli splendori aviti:
Questi obbedisce, e il ciel sa con che brama
Ai primieri ritorni ozii graditi,
E come nel color della lusinga
Alla sua mente l'avvenir si pinga!
Col tornare di lui tornan le belle
Galanti costumanze e le sospese
Dispute e il dotto argomentare e quelle
Di teneri soggetti aspre contese,
Ove altre amiche, altre ad amor rubelle
Ora alla lotta, or sono alle difese,
E Torquato invincibile contrasta [16]
Ad ogni assalto e contro a tutte basta.
Ormai di giovinezza in sul confine
Egli risplende fior d'ogni gagliardo;
Scura la barba, lungo e scuro il crine,
Pallido il viso e tutto ciel lo sguardo;
Atti leggiadri, forme peregrine,
Il favellar modestamente tardo,
Ed anzi tal, che al dubbïoso accento
Fa talvolta la lingua impedimento.
Ma quando dallo spirito gentile
Sorge dell'estro prepotente il nume,
Egli è il ruscel che all'acque dell'aprile
Gonfia tanto alto che dilarga in fiume:
Altra la voce allora, altro lo stile,
Altro degli occhi e del viso il costume,
Così che appar qualunque cosa ei dica,
Quella forza maggior che lo affatica;
E qual se in grigio ciel l'arco dell'Iri
Fra le nebbie distende i color sette
Di rubin, di smeraldi e di zaffiri
Incoronando le montane vette:
Quella luce che brilla in tanti giri
Vien da un raggio di sol ch'ivi riflette,
Specchio così dell'animo scintilla
Il bel cilestro della sua pupilla.
Nell'ore che più caldo il dì percuote
La terra de' suoi rai, sotto d'un folto
Bosco per l'erbe fresce e al sole ignote
Sta delle dame il lieto stuol raccolto:
Ed in silenzio curiose e immote
Tengono al Tasso gli occhi fissi e il volto,
Mentr' ei così della bellezza move
A dir con forme dilettose e nove. [17]
– Bellezza è raggio del divin sorriso
Che in terra or chiaro splende, or men lucente;
Quale il sol da' suoi rai non è diviso
Tale ella e la virtù sono egualmente:
Bellezza è vita, è gioia, è paradiso
Che tutto a se rapisce e onnipossente
Agita e informa, e il suo volere è tanto
Che il ben senza di lei perde ogn'incanto.
– Ella amor generò, nato immortale
Cui movente e compagno il piacer viene :
Per lui nostra natura in pregio sale
E men corrotta nobil loco ottiene:
Ogni opra amore, ogni miracol vale;
Vive di guerre, nutresi di spene;
Dalla capanna umil sino alla reggia,
Dalle tenebre al sol tutto ei pareggia.
– Nè già dal caso o dal destino ei nasce,
Bensì da somiglianza di quel caro
Sentimento, per cui sin dalle fasce
I cori l'uno all'altro si educaro;
Amor talvolta di dolce si pasce,
Dolce che sempre accusa un pò d'amaro,
Dolce cui gli occhi rubano il migliore,
Gli occhi che son principio e fin d'amore. –
Tosto ch'egli al suo dir termine ha messo,
L'ardito coro che gli fa ghirlanda
Aspre battaglie muovegli e allo stesso
Tempo di mille inchieste lo domanda:
Ed Orsina [18], stringendolo più presso,
Sta capitan dell'inimica banda,
E per argomentar quanto ei sia prode
Così talor di questionarlo gode:
– Della donna, o dell' uom quale in amore
Ottenga il vanto, e in chi da prima spenti
Sien gl'instabili affetti, e delle rare
Allegrezze, onde amor ne fa contenti,
Se le rapite tornino più care
Delle concesse, o s'egli più tormenti
Chi invano attende il premio, o chi lo coglie
E minore lo trova alle sue voglie. –
Come forte guerrier cui stanno sopra
D'ostile turba i ripetuti assedi,
Contro d'ogni rival fiero s'adopra
E cento man pare abbia e cento piedi:
Or ritirarsi, ora tornare all'opra,
Ora parare, ora assalir lo vedi,
E del caso giovandosi e dell'arte
Valer contro di tutti e in ogni parte:
Non altrimenti valoroso e invitto
Alle belle inimiche egli si mostra;
Ne miracolo è già se vanta un dritto
A uscir vittorioso della giostra,
Perchè giudice siede del conflitto
Quella vezzosa cui in suo cor si prostra,
Ed ella dispensiera è di corone
Al vincitor dell'onorato agone [19].
Così quale abbia immensa fiamma accesa
Conosce Lëonora e non la sdegna;
Anzi nell'occasion lieta palesa
In che grazie e favor Torquato tegna;
E perchè sua virtù vinta ed offesa
Dall'altezza di lei forse non vegna,
Cortesemente umana in abbandono [20]
Il superbo rigor lascia del trono.
Ai mansueti accenti ed all' onesta
Premura un girar d'occhi incanto cresce,
Una parola che a mezzo si arresta,
Un sospir che dal labbro languido esce :
Nè perchè di tristezza ella si vesta
Men letale il pericolo riesce,
Nè cessan di ferire i cari sguardi,
Benchè li mandi affievoliti e tardi.
Vive però, sull' aspettar, di scarsi
Premii Torquato; e tale un dì l'antica
Sapienza insegnò Tantalo starsi
All'eterno desio che lo affatica,
Nè per aprir dei labbri avidi ed arsi
Tornargli grato il pomo, o l'onda amica;
Che in inganno crudel quasi li tocca
E l'onda e il pomo fuggono alla bocca.
Allor sì fu che l'anima ripiena
Di amorose incertezze in calde rime
Di quel desio che a lagrimar lo mena
L'istoria intesse e i suoi lamenti esprime. [21]
– Fra boscherecce genti è quella scena
E lo stile, dimesso ogni sublime
Abito, suona in quella schietta e pura
Semplicità che piace alla natura.
Principi e cavalieri ad ascoltare
Stanno in silenzio, e tutte gemme ed oro
Cento beltà voluttüose e care
Formano intorno a lui plaudente un coro.
Quale la luna fra le stelle, appare
Leonora egualmente in mezzo a loro,
E coronata vergine s'asside
E dolce parla e dolce guarda e ride.
Messa la sala tutta quanta è a festa,
E di pinto cristal pendono intorno
Sfavillanti doppieri, e fan di questa
Notte al confronto impallidire il giorno.
Nel fondo è il palco che ancor chiuso resta
Dietro d'un padiglion di panni adorno,
E s'alzan questi e alle bramose ciglia
Ecco aprirsi novella maraviglia.
Una campagna in digradanti piagge
Si dilata e per entro occhio vi gira;
Sono monti e capanne e fra selvagge
Ombre un ruscello che via via sospira:
Limpida l'onda nel suo sen ritragge
Il vago paesel che vi si mira;
L'erba fresca a seder par che richiami
E l'aura ascolti susurrar fra i rami.
Il prologo è già detto: in ordin vago
La raccontata favola procede,
E sì viva del ver rende l'imago
Che ciascheduno natural la crede;
E come nuvoletta entro di un lago,
Nel volto ai molti spettator si vede
La passïon dell' animo riflessa,
Che alle varie fortune gl'interessa.
Ma quando il nuncio con turbato viso
D'Aminta raccontò la miseranda
Fine e il lamento onde, a morir deciso,
Un ultimo ricordo a Silvia manda;
È un dolore di tutti, un improvviso
Irromper di singhiozzi in ogni banda;
Nè Leonora più frenar si puote
Dal pianto che le cade a piene gote. –
Però se il Tasso con novel desio
Circonda il crin di rustiche corone,
Non ei l'epica tromba od in obblio
Lascia le imprese del maggior Buglione: [22]
Già vincitore il popolo d'Iddio
Esce oramai dall' ultima tenzone,
E il Duce viene al tempio e qui devolo
« Il gran sepolcro adora e scioglie il voto. »
D'Alfonso la minor delle sorelle
Nelle sue stanze in genïal convegno,
Avea de' cavalieri e delle belle
Chiamato a sè d'intorno il fior più degno.
Pendon dai travi lucide fiammelle
Cui l'oro ed il cristal fanno sostegno,
E ch'entro di Muran gli specchi tersi
Riflettonsi in chiaror mille e diversi,
Sulle pareti delle ricche stanze
Storie d'amor pennelleggiâro i Dossi,
E i volti, e quelle variate danze
Al natural così spirano mossi,
Che colle vere le pinte sembianze
Si possono scambiare, e creder puossi
Ch'esse pure, o miracolo dell'arte !
Al notturno gioir abbiano parte.
Quella Laura che un dì cotanto viva
Fiamma d'amor e sì fecondo affetto
In pria destò, del verde Mincio in riva,
Nel core di Torquato giovinetto,
Appena allor da grave morbo usciva,
Per ch'essa lungamente in reo sospetto
Giacque malata, e della cara vita
Fu presso dell'estrema dipartita.
Come la prima volta era da ch'ella
Si risanò, che di venir godesse
In questa corte dove a damigella
Già la sua vita di passare elesse,
Leonora così che qual sorella
D'in fra tutte quell'una predilesse,
Con musiche e piacer nella sua reggia
Al ritorno di lei plaude e festeggia.
Presso un veron dischiuso, onde movea
Notturna brezza a rinfrescar le sale,
Stava il Guarino [23] e incontro gli sedea
Montecatin che tanto in corte vale.
Eran soli in disparte, e si vedea
Quanto poco di musiche lor cale;
Che gravemente l'un l'altro ragiona,
E ogni parola a mezza voce suona.
Primo fu il sofo che al gentil poeta
Del Pastor fido tal moveva inchiesta:
– Come a quest'ora la Duchessa è lieta,
E fa nel piacer suo bella la festa!
Che ve ne par? – Ma quale mai secreta
Ragion esser dovria che fosse mesta,
– L'altro ripiglia – se nessuno in terra
Affannoso pensier le muove guerra? –
– Vi lodo, o mio Guarin, che non v'alletti
La subita vittoria, ed in tal vista
Vi teniate, che a stento altri sospetti
Quel bene che da voi oggi si acquista:
Pure v'è alcuno che ne' suoi dispetti [24]
Vorrebbe la Duchessa afflitta e trista,
E, come di furor egli si pasce,
Che anch'ella fosse in lagrime ed ambasce. –
Con aria tal che imbarazzata appare
Oli risponde il Guarin: – Se ben comprendo,
Alludete a fortune alte e si rare
Cui di certo io non guardo e non pretendo:
Che s'egli tanto si azzardò levare,
Esempio è in oggi pauroso e orrendo,
E della propria intelligenza paga
L'audacia di un desio che mal si appaga.
– Povero Tasso! – E voi – l'altro ripiglia –
Di lui tenero andate? O gran virtute,
Che a facili perdoni vi consiglia
E a supplicare pel rival salute !
Ma gli sta ben: in mezzo alla famiglia
Di San Francesco e tra le celle mute
Degli agi desïati e de' conforti,
La sua melanconia Torquato porti,
– E pure un dì la vostra Musa avvezza
Ai vaticini la differente piega
Dava agli affetti, e in subita fierezza
Fremea di ciò che il vostro labbro or nega.
« Di due fiamme si vanta e stringe e spezza
Più volte un nodo e con tali arti piega
A suo favore i Dei. » Così ben parmi
Lamentasser del Tasso i vostri carmi. [25] –
Dritto il colpo feriva, onde rispose
Tosto il Guarin – Voi troppo peso date
All'ire subitanee e dispettose,
Con che suolsi istizzir vate con vate :
Lo sdegno de' poeti è fra le cose
Che passano più preste e meno ingrate,
E dileguansi al par d'una scintilla
Che da percossa pietra a un tratto brilla.
– Sin ch'ei fu grande e avventurato ad una
Mi risentii d'invidioso sdegno,
E del lungo sorriso di fortuna
Tenni rancor al prepotente ingegno:
Oggi che il ciel ogni miseria aduna
Sovra Torquato, di pietade è degno;
E come il core il labbro mio ricusa
Al caduto insultar di vana accusa. –
– Al caduto, voi dite? Oh quanta e quale
In suo favor faceste discoperta! –
Così Montecatin che a stento vale
La stizza a simular subita e aperta.
– Al caduto! Per Dio! che un pazzo tale
Minor pietade ed altro titol merta,
E sol potea d'Alfonso la clemenza
Star paga a sì leggera penitenza.
– Dunque in corte voi sol così novello
Siete agli eventi e sol, fra tanti e tanti,
Ignorate com'ei trasse un coltello
Contro di un paggio alla Duchessa avanti?
Ignorate quant'ei si faccia bello
Di sue fortune e superbisca in vanti,
Onde parrian sospette e meno oneste
Le stesse figlie della casa d'Este?
– Veh! che il Duca andò errato, o poco giusto
All'invidia d'altrui facile e chino
Tale per reo sostenne, onde disgusto
Oggi ne viene al cavalier Guarino. –
– Ed io – l'altro interruppelo – all'augusto
Giudizio del signor nostro m'inchino;
Però son certo, ch'egli forte e pio,
Lagno non muoverà del lagno mio.
– Onore alla sventura! Onore a lui
Ch'Italia sommo ed unico saluta!
Altri giudice sia de' falli sui,
Altri pur goda della sua caduta:
Per me non muterò da quel che fui;
E dove la ragion piegasi muta
Al voler di chi puote, il cor fedele
Geme agli affanni ed alle altrui querele. –
Su questi ragionari, alla lor volta
S'avvicina di un tratto la Duchessa
Accennando al Guarin che, tosto sciolta
Ogni altra lite, umile a lei si appressa:
Ella al poeta gentilmente volta
Par gli sorrida e con voce sommessa
Chiedendolo lo venga di tal cosa
Che bramerebbe altrui certo nascosa.
Dietro il prescelto cavalier felice
Guarda Montecatini guarda l'attenta
Turba de' cortigiani e indagatrice
Un qualche indizio indovinar si attenta:
Perchè diversamente ognun ne dice,
E in mille modi quel favor commenta;
Mentre que' due movendo a lento passo
Seguono i lor parlari basso basso.
L'ora era tarda, onde licenza diede
La Duchessa di andarsene: ed intanto
Che la brigata a poco a poco cede,
Ella che avea l'amica Laura accanto,
Con insistente pressa la richiede
Che seco resti della notte alquanto:
Laura obbedisce a ciò che l'altra vuole,
Nè molto andò che rimaneansi sole.
Quale talvolta a primavera il cielo,
Che d'azzurro ridea lucido e terso,
S'intristisce di subito in un velo
Di nebbia e par da quel di pria diverso;
Tal Lëonora, cui di mortal gelo
Il bel viso un sudore avea cosperso,
In un tratto si fè pallida e tarda
All'aspetto di Laura che la guarda.
Dalle sue labbra disparito è il riso
Cui poco innanzi ognuno ambiasi a gara:
Il languid'occhio immobilmente fiso
Accenna ad un'idea torbida e amara,
E mentre volge a Laura il mesto viso
Si scorge ben che dall'amica cara
Un refrigerio di pietà domanda,
E confidente a lei si raccomanda.
Ma vistala restar senza parola
Ed ella incominciava – Or dove assorto
Vaga il tuo fido spirto ed a me invola
D'una schietta amistade il pio conforto? –
E l'altra a lei – Se mi credete sola
Co' miei pensier, mi giudicate a torto,
O Signora; ambedue n'agita adesso
L'istessa cura ed un affanno istesso. –
– Torquato! – Lëonora a mezza voce
Quel nome appena proferiva e vinta
Dallo spasimo interno che la cuoce
Ebbe del dir ogni potenza estinta:
– Torquato, – Laura ripigliò veloce –
Il cantor di Goffredo e dell'Aminta:
Ben voi lo nominaste e facil era
A lui pensare in così lieta sera. –
Quel dir suonava così ardito e vivo,
Che ogni accento per l'altra era di troppo;
Onde all'impeto primo e fuggitivo,
Come acqua grossa che rompe ogn'intoppo,
Da suoi begli occhi si disciolse un rivo
Di lagrime che al cor fatto avean groppo,
E pianse e mosse lenta alla risposta
Che molta pena il favellar le costa.
– Quando de' cortigiani, a me vicina,
L'infida turba gli atti ed il colore
Del viso m'osservava, e alla meschina
Il secreto rubar volea del core;
Allora desïata medicina
Il tuo sguardo veniva al mio dolore...
Questa m'intende, io meco ripetea,
Nè come gli altri è traditrice e rea. –
– E tu, Laura, con lor?... Tu pure indegna
Mi credi di pietà?... Ma se sapessi
In qual mi tenga servitude indegna
Il giudizio del mondo, e qual mi oppressi
Religïon che in cor arbitra regna
Ed incatena i miei pensieri stessi;
Se tutto il mio dolor ti fosse aperto
Meco saresti più benigna al certo!
– Io non sono di me: chè core e mente
Della lor libertà scema e dispoglia
Arcana forza, ed è così possente
Che all'incontro di lei manca ogni voglia:
Per questo irresoluta e diffidente
Così mi movo come al vento foglia,
E in un voto sentito e pauroso
Mille volte vorrei, mille non oso.
– Tel confesso: al desio modesto e tardo
Del timido amatore io feci invito,
E d'un sorriso, d'un avido sguardo
Lo animai, lo affidai, lo resi ardito:
In que' momenti, il giuro, ogni riguardo
Di rispetto mortale era fuggito,
E mi parea che fossemi bastato
Il cor per dirgli – Io t'amo, o mio Torquato!
– Ma non sì tosto egli da me partia
E meco solamente ero ridutta,
Che a que' dolci pensier la fantasia
Moveva assalto e disperata lutta.
Anch' essa l'ombra della madre mia,
Severa in volto e corrucciata tutta,
M'appariva nel sonno e in aspri detti
Cercavami ragion di questi affetti.
– Allora dubbiosa, allor pentita
De' miei rimorsi mi faceva scudo,
E al rivederlo più che l'infinita
Sua brama ed il suo amor metteami a nudo
Io più ingiusta il punìa d'una mentita
Indifferenza ed in rigor ben crudo,
Studiava a isterilir sin quella speme
Cui vita diedi ed alimento insieme. –
Siccome reo che sua discolpa dica
Ed attento riguardi que' che stanno
Per giudicarlo, a discoprir se amica
Da lor sentenza, o pur ne aspetti un danno;
La Duchessa così, che a gran fatica
Svelato aveva il suo pietoso affanno,
Stassi di Laura interrogando gli occhi,
Per saper quanto il suo dolor la tocchi.
Non però di pietà, ma solo vede
Nel volto dell' amica un senso certo
Di malfidenza, il quale o poco crede,
O nel suo giudicar rimane incerto.
E tal l'ascolta dir, – Di scarsa fede
Non mi accusate se vi mostro aperto
Ogni pensiero, e se diversamente
Del vostro questo cor giudica e sente.
– Dite di amar! Ma sol di voi sin ora,
Sol del vostro dolor cura vi prende?
Dite di amar! Ah non così, Signora,
L'anima a quella passïon si accende
Che di un tratto la brucia e la divora,
Che non più sua ma ben d'altrui la rende,
E con l'amato ben tal la confonde
Quale in due cori un solo cor risponde! –
Seguia ma l'interruppe a mezzo il dire
La Duchessa. – A Torquato è dunque vero
Che amante fosti, ed al tuo sdegno e all'ire
Spento forse non è l'ardor primiero? –
Perchè l'altra – Degg' io forse mentire,
O degli affetti miei farvi mistero?
Amai Torquato e l'amo ancor; ma tale
È l'amor mio che non vi son rivale.
– Quando, tre lustri or sono, il primo ei s'ebbe
E degli affetti miei l'ultimo, e in lui
Tanta mente conobbi e qual sarebbe
Un altro dì famoso, allora io fui
Che a qui venir lo spinsi e me ne increbbe:
Ma il suo lieto avvenire, i vanti sui
Anteposi al mio duol volonterosa:
Sacrifizio ed amor sono una cosa.
– Un anno dopo il rivedea, mutato
Quanto e infedel! Alla sorella vostra
Servitore amoroso era Torquato,
E se gli ricordai la fede nostra,
Egli, scherzando del tempo passato,
Di rimorsi neppur mi fece mostra,
E in tuon diverso dall'antico stile
Mi disse bella e mi chiamò gentile.
– Poteva allora in una lotta estrema
Anch'io parte riaver di ciò che amai;
Ma il vero amor non si divide o scema,
E dividere un core io disdegnai
Con altra donna, avesse un dïadema
Splendido e bel quanti ne furon mai,
E stessero d'innanzi i piedi suoi,
In cara servitù, prenci ed eroi!
– In quella vece l'adorai siccome
Essere al mondo il più perfetto e grande:
Vivere alla sua gloria ed a quel nome
Che d'ogni parte nobile si spande;
Ed intessere io stessa alle sue chiome
O di mirto, o di allôr cento ghirlande,
E mai per me non domandar mercede;
Ecco gli obblighi miei e la mia fede!
– Ma perchè d'un inutile passato
Rimpiangiamo tra noi, se intanto oppresso
D'ogni travaglio, in carcere, Torquato
Geme d'un duol che toglielo a sè stesso?
Oh di quest' uomo che vi ha tanto amato,
Che gloria, libertade e tutto ha messo
Per voi sola in obblio, di lui che feste?
Quale a tanta virtù premio rendeste?
– Sulla vostra corona era un'eletta
Gemma, e l'avete sotto i piè calpesta
Come dal crin di vizzi fior si getta
Una ghirlanda al fine della festa.
Vostro fratello, nella sua vendetta,
Un'innocente vittima ha richiesta,
Voi saziaste quelle brame ingorde;
Nè tanta slealtà pur vi rimorde. –
Mentre che Laura alla Duchessa move
Accusa vïolenta e sì gagliarda,
Questa come all'udir di cose nove
Maravigliata e stupida la guarda,
E quasi poco a lei l'orecchio giove
In quella percezion confusa e tarda
Chiama a soccorso la virtù visiva
Per sicurarsi ch'è pur desta e viva.
Poco dopo ripiglia. – Io mal comprendo,
L'immensa colpa onde il tuo dir m'accusa:
Qui sotto certo v'ha un mister tremendo
E qualunque ch'ei sia non mel ricusa.
Il ciel ne ascolta e a testimon lo prendo
Che a molti torti miei non chieggo scusa,
Nè per menzogna inutile nascondo
Ciò che tu sai, ma certo ignora il mondo.
– Anche il Guarin, quando poc'ora avante
Mi hai visto intrattenerlo, o Laura mia,
Del Tasso mi diceva e a quali e quante
Minacciose fortune esposto ei sia:
Io di tutto saper feci sembiante,
E come allor promettergli l'udia
Favore ed amistà, grazie glien resi;
Ma nulla inver del suo racconto intesi.
– Perchè in tanta miseria oggi scaduto
Torquato sia, qual dentro il monastero
Voler lo chiuda, io non lo so, che muto
Meco ogni labbro, o pur non è sincero.
Per amore d'Iddio vieni in aiuto
Tu alla povera amica, aprile il vero;
E poscia avrai di condannarmi un dritto,
Ma che conosca in prima il mio delitto. –
In quel suo lamentar così dipinta
L'anima traspariva e in tal pietade,
Che al verace dolor Laura per vinta
Ai ginocchi di lei supplice cade:
Sente che il troppo amor l'avea sospinta
A insultarla d'ingiusta crudeltade,
Giacchè in colei, che di rigore incolpa,
La pochezza del cor vale ogni colpa.
Poi, come Laura ancora è genuflessa,
Leonora in tal atto l'abbracciava
Che a sedere per forza ne l'ha messa
Sopra il cuscin che sotto i piè le stava:
China di tal maniera la Duchessa
E faccia unita a faccia l'ascoltava:
L'altra allora incomincia, e a passo a passo
Gl'ignorati dolor narra del Tasso.
– Povero amico nostro! Egli sì pura
Anima e tutto schietto e confidente
Ciascun credea di una gentil natura,
E onorato così com'ei si sente!
In sin d'allor che in prima a queste mura
Cercò ricovro e stette fra la gente
Del vostro Cardinal, s'era Torquato
A un uom di corte in amistà legato. [26]
– E tanta fede in lui credeva e posto
Tale gli aveva un delicato amore,
Che nulla per l'amico avea nascosto
D'allegrezza pur fossegli; o dolore.
Quasi tesoro in certa man deposto
Ogni mistero gli schiudea del core:
Che il vaso troppo pien da qualche banda
È pur necessità trabocchi e spanda.
– E come ch'ei talor, forse indiscreto,
Ma per piacer e non per boria od arte,
Confidava il desio del suo secreto,
A calde rime od a vergate carte,
Scritte in pria non le avea che tutto lieto
Chiamar voleane quell'amico a parte
E a lui spesso dicea – Se moro io mai,
Questi versi d'amor tu abbrucerai!–
– Ma quel tristo che fu della semenza
Di che al mondo Cam nacquero e Giuda,
Gli mostrò per crudele esperïenza
Quanto un onesto cor spesso s'illuda:
Perch' egli che s'avea la conoscenza
Di dove il Tasso ogni suo scritto chiuda,
In un momento ch'il sapea lontano,
Tutti glieli rapì con ladra mano.
– Montecatin voi conoscete e l'ire
Onde in odiar Torquato a niuno cede,
Ed a voi torna inutile ridire
Come del Duca nostro arbitro ei siede:
Or fu proprio costui che alle sue mire
Avea del traditor compra la fede, [27]
E giova immaginar con che sottili
Arti condusse dell'intrigo i fili.
– Il Tasso, conosciuta ogni sua trama,
Tosto ragion ne chiede al disleale,
E come prode cavalier lo chiama
In campo chiuso a una tenzon mortale:
Fugge l'altro l'incontro, che per fama
Sapea quanto Torquato in arme vale;
E poi sperando che nessun lo scopra
Co' suoi fratei gli corse armato sopra.
– Nuova di ciò certo a voi giunse in Corte,
Che ne parlâr quando l'amico nostro
La disugual tenzon vinse da forte,
E in contro cinque il suo valore ha mostro:
Sull'Arno il traditor campato a morte
Ricoverossi, e allora il fratel vostro
In tanto e tal favore il Tasso tenne
Che mai di maggior ben non gli sovvenne.
– Pure al poeta riuscì per grave
Quel misfatto, e n'andò d'animo perso:
Il natural di lui mite e soave
Da quell'ora si fè tutto diverso.
Una sfidanza che ogni cosa pave
E ciascuno sospetta irato o avverso;
Una melanconia nera e vorace
Mai da quel giorno lo lasciâro in pace.
– E perchè affranta di paure in lui
Volga sempre al peggior la fantasia,
Non si ristanno gl' inimici sui
D'ogni arte che più vile e iniqua sia.
Questo infedele rotti i suggelli, altrui
Le sue lettere mostra e quel lo spia,
E ne numera i passi e ne raccoglie
Ogni detto e lo informa alle sue voglie.
– Oserò dunque tanto e a voi sorella
E principessa svelerò l'arcano
E per quai colpe dall' età novella
Fia detto Alfonso ingiusto ed inumano?
Il giudizio di Dio tutti flagella
Egualmente, sia l' umile o il sovrano,
E Nemesi immortal l'istoria scrive,
E ciò che nota senza tempo vive.
– Di Belriguardo negli splendidi orti
Seco Alfonso a que' di Torquato vuole;
E tal gli è pio d'affetti e di conforti
Qual con lui da gran tempo esser non suole. [28]
E quasi amico che all'amico porti
Un ristoro di provvide parole,
Gli domanda ragion perchè i nascosi
Suoi patimenti in lui fidar non osi.
– Il Tasso, in cui nessun sospetto e nullo
Vive timore, non si accorge e vede
Che a un raggiro infernal fatto trastullo,
Sovra ardente vulcano ha messo il piede;
Di che, come faria certo un fanciullo,
Si abbandona inesperto all'altrui fede,
E del suo cor svolgendogli ogni piega
Nessun de' suoi pensieri al Duca nega.
– Dice che quando a questa corte mosse
La prima volta, nell'età fiorita,
Tale un senso provò come si fosse
Rinnovellato a una seconda vita;
Che invan volle fuggire, invan provosse
Torsi dal cor l'impresa folle e ardita;
Della sua servitù si accorse appena
Ed era indissolubil la catena.
– Indi com'uomo che d'un ben ragiona
In che beato e assai miglior si sente,
Voi nominava che gentile e buona
Non isdegnaste quell'omaggio ardente:
Onde l'alma vi offerse e la persona
Per servire e adorarvi unicamente;
Ch'ei della gloria sua tanto si giova
In quanto grazie appo di voi ritrova.
– Così scriva d'amore, o canti e dica
Del suo Rinaldo e de' famosi eroi,
Voi sempre musa, inspiratrice, amica,
Agli onorati studii e ai versi suoi:
Voi la forte Sofronia, o la pudica
Magnanima Clorinda e Silvia voi;
Silvia che al gran dolor del fido Aminta
Cesse alla fine impietosita e vinta.
– Come barbaro tigre, che dell'ugna
Lasci la preda sua scappar di fuora,
Sicuro poi che, in brevissima pugna,
La ripiglia a suo grado e la divora:
Tale anche il Duca, a cui nulla ripugna
Se la vendetta meglio egli assapora,
Con empia gioia mille indugi accatta
A prolungar la facile disfatta.
– E alfin gli dice – Un uom che umile e abbietto
A impossibile meta i voli estolle,
Non può esser che scemo d'intelletto
E non è che pazzia ciò ch'egli volle:
Fa dunque tu ch'ogni opra, ed ogni detto
Pazzo t'accusi, e curati per folle;
Di San Francesco il chiostro all'uopo è buono,
E una vita, ch'è mia, così ti dono. –
– Ivi costretto ei venne: ivi egli dura
Ad un supplizio che non ha il secondo,
E sè stesso rinnega e quella pura
Intelligenza ond'è fra i pochi al mondo.
O nobil core, o eletta creatura
D'ogni miseria se' caduto in fondo;
E colui che ti vuol tutto infelice
Teco giusto e magnanimo si dice! –
All'orribile vero, alle tremende
Parole cadde dell'amica in braccio
Svenuta Lëonora, e a lei si prende
Non altrimenti che tien forte un laccio;
Sull'orlo agli occhi una lagrima pende
E impietrata ristà come di ghiaccio,
E la bocca è sì fredda e scolorita,
Che stimar si potria chiusa alla vita.
Cura non è che Laura non dispensi
Alla donna regale, e a farle core
Le parla di speranze e vuol che pensi
Che a nulla gioverà tanto dolore:
Ma la Duchessa ritornata ai sensi,
– Amica – tosto esclama – oh per l'amore
Che a lui sì lungo e degnamente hai posto
Il salva, o amica, il salva ad ogni costo! –
Fu allor che l'altra incerta e timorosa
Le risponde che un mezzo era dal quale
Salvezza uscir potria, ma che non osa
Dirlo e da sola all' opra è disuguale.
Lëonora al vederla peritosa
Cresce e raddoppia nel desio mortale;
– Perchè t'arresti, perchè mai – le chiede –
Nel periglio vacilla la tua fede?
– Dove a salvarlo fosse alcun partito
E tu il conosca, oh dimmelo una volta! –
E Laura a lei – Risplende a voi nel dito
Possente gemma, e sulla gemma è scolta
Un'aquila, suggello riverito
E somigliante all'altro, onde talvolta
Vostro fratello la soggetta gente,
Mostrandolo, si rende obbedïente.
– Cedete a me l' anello: alta è la notte
E facilmente della gemma al lampo
Le stanche guardie, nell'error condotte,
Non metteranno alla sua fuga inciampo:
Tutto ho disposto, appena che sien rotte
Le sue catene, al desiato scampo;
Così sarà, prima che il sol riluca,
Un'altra colpa risparmiata al Duca. –
Toltosi Leonora il cerchio d'oro
All' amica da pria non l'ebbe steso
Che, siccome faria ladro a un tesoro,
Avidamente quella ebbelo preso:
Poscia mute guardaronsi ed il loro
Animo meglio dal tacer è reso;
Insin che Laura, alla partenza presta,
A lei moveva un'ultima inchiesta.
– Quale di voi, quale d'amor supremo
Pegno gli recherò che vi ricordi? –
– Quale? e non vedi come dentro io gemo
Od ai singulti miei gli orecchi hai sordi?
Ch'ei sia felice ecco il mio voto estremo,
E che lungi da me, di me si scordi. –
Tacque e alla porta ella fissò gli sguardi
Quasi volesse dir – Perchè ritardi? –
– Chi mi sa dire quante sien le stelle
Ch' ardon la notte intorno il firmamento?
Mi son provato qualche volta in quelle,
Ma raddoppiar pareano ogni momento,
E così farsi tremolanti e belle
Che poche io n' ebbi numerate a stento,
E gli occhi persi in quel mar di scintille
Per ciascheduna ne vedeano mille,
– Allo stellato ciel rassomiglianti
Dell'amorosa mia son le bellezze:
Posson parlarne tanti versi e tanti
E non varranno a raccontarne mezze:
A quell'aria, a quegli unici sembianti
Non son, non saran mai le genti avvezze,
Che quando ne la veggon capitare
Si domandan tra lor – Che te ne pare? –
– Pur quel mio amore non ha gioia alcuna,
Non ha tesor ch'i' non conosca appieno ;
Dagli occhi azzurri, alla sua chioma bruna,
Dal capo ai piedi e dalla bocca al seno.
Chi mi sa numerare ad una ad una
Tutte quante le stelle in ciel sereno,
Da me saprà, purchè discreto ei sia,
Ogni bellezza dell' amica mia. –
Così la montanina eco risponde
Di un giovanetto alla selvaggia musa
Là dove, dentro le gole profonde
Degli alti Albruzzi, una valletta è chiusa.
Dal bosco intanto un fremito di fronde
L'avvicinarsi della pioggia accusa ;
Tace il resto di tenebre vestito
Da che il sole da molte ore è fuggito.
Stanno il garzone ed il suo padre intesi
Di querciuoli d'intorno una catasta,
Onde la fiamma, che dai legni accesi
Forma il carbon, non sia per acque guasta :
E benchè l'aria tutta nebbia pesi,
Pure il foco, che scappa dalla vasta
Pira, abbastanza di chiaror dispensa
A illuminar la notte umida e densa.
Guarda al figliuolo il vecchio, e a poco a poco
Vistolo grave e sonnolento farsi
E del cantar, già divenuto fioco,
Alla metà di subito arrestarsi:
– Animo – gli diceva – attizza il foco;
Ricomponi i carbon d'attorno sparsi,
E la stanchezza gli occhi tuoi non tenti
Così che neghittoso t'addormenti.
– Su via, su via: la mezzanotte è presta;
E tu dunque non sai che questa è l'ora
O mio figliuolo, proprio l'ora è questa
Che ogni spirto infernal chiama di fuora.
Ascolta la campana che li desta;
E infin che canti il gallo in sull'aurora,
Li caccia intorno alle orride congreghe;
E son folletti ed orchi sono e streghe. –
E il figlio allora – Non ti occorse mai
D'incontrarli ? – cui l'altro a mezza voce :
Holli incontrati sì, ma ne scampai
Facendo il segno della santa croce. –
Dì su, dunque, dì su – Degli anni assai
Passaro già da quella notte atroce;
E pure ancor non la mi uscì di mente,
E la veggo così come presente.
– Nel bosco del Falcon, ch'è qui d'appresso
A tramontana, e della grotta al loco,
Circa il Santo Natal, erasi messo
Alle cataste della legna il foco.
Venia la terza notte ed uno spesso
Scuro faceva e nevicava un poco:
Ed alla guardia del carbon rimaso
Io mi stava, e con me solo Tommaso.
– Maso il beccaio – Oh sì l'ho conosciuto! –
– Bravo, quel desso, e avea portato seco
Una vernaccia che la lingua a un muto
E gli occhi avrebbe ritornati a un cieco.
Come il dolce liquor n'era in aiuto
Contro del ciel che ci guardava bieco,
E senza i baci suoi ne avria lasciati
Immobili lassuso e assiderati!
– E Tommaso rideva ei del folletto,
E dicea di sua nonna persuasa
Che l'uom che va a mogliera oh! il poveretto
Tutte le streghe si conduce a casa.
Di bicchiere in bicchier, di detto in detto
Non era goccia più di vin rimasa,
E il sonno cominciava ad aggravarse,
E le parole a diventar più scarse.
– L'amico alfin si addormentò: supino
Parmi ancora di averlo innanzi gli occhi,
Colle sue man che gli facean cuscino
Sotto del capo, e alzati ambo i ginocchi:
Ed io pur mi restava a capo chino
Quando suonò la mezzanotte e i tocchi
Della campana, con lenti intervalli,
Correvano pei monti e per le valli.
– Ancora se ne udian gli ultimi botti,
E d'improvviso per l'aria si move
Un fragore, un rombazzo d'interrotti
Suoni e di voci spaventose e nove.
Or un caval che di gran furia trotti,
Ora il rumor dell'acqua quando piove,
Ed ora somigliava in modo strano
Urla di belve e furia d'uragano.
– Bada, figliuolo mio, non venga manco
Il foco e il vento non lo sperda o stracci .....
Or, come ti dicea, fu allor che almanco
Cento diavoli ho visti, e che visacci!
Come di capre, o di pecore un branco,
A cui per entro un lupaccion si cacci,
Tal fuggivan gli spiriti sbandati
Chi di qua, chi di là per tutti i lati.
– Ned era tocca dalle orrende zampe
La terra ancor, ch'ivi s'apria una buca,
E ne uscivano fuor tali le vampe
Quali da zolfanel che a scuro luca.
In avvenir così Dio me ne scampe,
Come di mezzo loro ecco che sbuca
Un päuroso demone, che a sciolta
Corsa precipitava alla mia volta.
– Un lungo muso di bertuccia avea
Con due occhi di brage e una gran coda
Di capron, che tra i piedi gli scendea
Sei braccia uscendo in là puntuta e soda.
Le man pareano uncini e le battea
A modo d' uom che in visibilio goda,
E rideva, rideva il maledetto
Che giuntomi vicin mi strinse al petto.
– Io più freddo del ghiaccio, io m'era fatto
Per morto e lungo lungo in terra steso:
Quando quel mostro a cavalcion di un tratto
Mi si mise a seder ..... orrido peso!
Sì che il respiro mi mancava affatto .....
–Padre, padre! – Che occorse? – Ho bene inteso
Là basso un susurrar. – Quale spavento?
Son le foglie che secche agita il vento.
– Lo crederesti? all'infernale scena
Chiuder gli occhi voleva, e gli occhi aperti
Per forza rimanean ..... voleva a piena
Gola gridare, e appena usciano incerti
Rantoli quai da un moribondo, appena .....
– Padre, padre! – Che occorse? – Oh non avverti
Un uom là basso, un uom? – Va, ti rinfranca;
È la luna che un vecchio albero imbianca.
– Al ricordar quanto rideasi grosso
Quello spietato e che boccacce orrende
Egli muover godea standomi addosso,
Ancora un raccapriccio al cor mi prende:
Oh! vivere cent'anni ed oltre io posso .....
– Padre, padre, chi mai, chi ne difende?
Eccolo: non lo vedi: egli n' è presso .....
È l'orco certamente – è desso – è desso! –
In questo dir sugli occhi ambo si caccia
Le man per non veder, e in piedi sorto,
Manda un acuto grido fra le braccia
Del padre abbandonandosi per morto,
E questi non sa ben se parli o taccia,
Che quando da vicino ebbesi scorto
Veramente d'un uomo la figura
Si sentì raddoppiar nella paura.
Se non che d'improvviso a fargli core
Udì suonare queste voci umane:
– Per l'amor di Gesù, oh per l'amore
Della madre di Lui, datemi un pane! –
A que' nomi santissimi il pastore
Tranquillo da infernal possa rimane,
E mentre cerca rinfrancare il figlio,
Anch'egli leva allo straniero il ciglio.
Un uomo, anzi di un uomo il simulacro
Sui piè malfermi innanzi lui vacilla;
Ha curva la persona, il viso macro,
E smorta ed infossata la pupilla.
Della fiamma al calor, qual da lavacro
Usciti, il crine e la sua barba stilla
Umide gocce che il notturno gelo
Avea rappreso in cristallino velo.
Quanto di via, quanto patì d'affanno!
Come d'addosso le già ricche vesti
Cadono a lembi e lacero ogni panno
A spruzzi e fango appar! Come i molesti
Lunghi sentier rotti i calzari e gli hanno
I piedi tutti insanguinati e pesti,
Per che le man sovra un reciso legno
Deve posare e farsene sostegno!
Il buon vegliardo a lui d'incontro sorto,
Scordando ogni timor, la man gli stese
E in atto pien d'amore e di conforto
Di seguitarlo gli dicea cortese.
Così, lasciato al suo figliuol di corto
Ogni pensiero delle legna accese,
Guidò l'estraneo dove a pochi passi
Sotto umil tetto la famiglia stassi:
E là povera mensa e di selvaggia
Felce apprestaro a lui rozzo giaciglio,
Ed egli appena di quel cibo assaggia
Che un dolce sonno gli fè basso il ciglio;
E quale pioggia che sull'erbe caggia,
Lui dalle strade affranto e dall' esiglio,
Beatissimamente per brev'ora
Di riposato obblio lene ristora.
Sul primo albore lo stranier, ridesti
Gli occhi e goduto un mattinal ristoro,
Prega acciocchè mutar colle sue vesti
Volesser que' pastori i panni loro:
E come ad essi obbedienti e presti
Una grata offerta moneta d'oro,
La disdegnaro, che mercè lor viene
Dall'allegrezza di aver fatto il bene.
Indi partissi: e fu nelcasolare
Per lungo tempo di quell'uom parlato,
E dell' aria pietosa e delle care
Sembianze onde a ciascun parve sì grato:
E piansero di lui che nelle amare
Vie dell' esiglio forse avea cacciato
Politica fortuna, e al natio tetto
Tolto de' suoi nemici ira e dispetto.
Anzi dopo d'allor quando raccolta
A' suoi salteri è quella gente pia,
Il vecchio della casa indir si ascolta
Pel lontano stranier l'Ave Maria:
E tutti insiem ripetere a una volta,
Che propizia la Vergine gli sia,
E salvo dai pericoli e contento
In patria lo riduca a salvamento.
Lungo intanto la strada che conduce
Verso Sorrento il pellegrin cammina,
E nel viaggio tal desio gli è duce,
Che il sole all'occidente si avvicina
Quando distinse nell'ultima luce
La città colorarsi e la marina:
E a quell' aspetto si fermò d'un tratto;
Tanto il cor gli battea subito e ratto.
Poco di là, senza curar di scorta,
Per la città di pratica si mette
Sin che, accosto del mar, presso una porta
Di superbo palagio, egli ristette.
Sovra del limitar, tra mesta e assorta,
Stava una donna di fattezze elette;
Ed egli a lei – Dite, o gentil, la suora
Qui di Torquato Tasso abita ancora? –
Non spandesi più presto entro dell'ossa
Elettrica scintilla, che sorpresa
La donna e sino in mezzo l'alma scossa,
All'inchiesta restò tanto inattesa:
Onde visibilmente allor commossa;
– Se la domanda vostra ho bene intesa,
A me – gli rispondea – della sorella
Di Torquato chiedete, ed io son quella. –
– Dessa? – e di fuor togliendosi dal petto
Un largo piego – Oh fui ben male accorto! –
L'altro esclamava – A voi di quel diletto
Vostro fratello una lettera io porto. –
E la donna – Una lettera hai tu detto!
Dunque non mi tardar questo conforto;
Non vedi quanto di dolor mi costa
Attendere più a lungo una risposta? –
Qui dalle man, senz' altro, impetuosa
La lettera gli strappa e vi si adopra
A romperne i suggelli, e senza posa
Cogli occhi e più con l'anima vi è sopra.
Ma l'altro al pari d'uom che ad una cosa
Intende e studia che nessun lo scopra,
Non sa come levar lo sguardo fiso
Della leggente dal commosso viso,
Anzi quale talor limpido un lago
Per entro le distese acque tranquille
Ripete un ciel di sera e l'andar vago
Dei nuvoletti e i loro color mille:
Tale appunto il pastor rendeva imago,
Che dentro il raggio delle sue pupille
Come in fido cristal brilla ritratto
Di quella donna ogni mutabil atto.
Ed ella intanto sta leggendo, e quasi
Di traveder incerta ancor si fosse
A legger torna, e quando de' rimasi
Suoi dubbii finalmente assicurasse,
Gli occhi allora del vero ahi! persuasi
Verso del cielo, lagrimando, mosse,
E il cielo stesso a testimonio vuole
Dell'ingiusto martir onde si duole.
Nè poterono appena le interrotte
Parole uscir che – O mio Torquato – esclama –
Le tue sventure al colmo oh! son ridotte,
Se dubitar tu puoi sin di chi t'ama!
Notte e giorno a te pensa, e giorno e notte
La tua Cornelia a te sospira e chiama,
E del suo caro sposo e del figliuolo
Dimentica, per te vive e in te solo.
– E tu, crudel, tu sospettarla infida,
E dove unicamente amor si serra,
Temer d'agguati e creder si divida
I tradimenti che ti fanno guerra!
Il tuo povero core oh! non ti grida
Che la fede mancar può sulla terra,
Ma che l'amor d'una sorella dura
Onnipossente più della sventura?
– Ma voi, pastor [29], voi mi guardate e al pianto
Si compone e al dolor la faccia vostra:
Oh! certo avete una sorella e tanto
La memoria di lei viva si mostra....
Ma che mai dico!.... Mi venite accanto....
Quel guardo è il guardo della madre nostra,
È questo il viso.... i movimenti suoi....
Torquato, a che più tormentar mi vuoi? –
Nè ancor finiva l'angustiato accento
Che l'un dell'altra si trovava in seno,
E fu d'inesprimibile contento
E di tal gioia quell'amplesso pieno
Che le lagrime e i baci ad un momento
Non sepper riconoscere più freno,
E valsero a que' due come parola
Che tutto esprime e ogni dolor consola.
Quella pietà che lenemente porta
Alle ferite un farmaco d'amore,
E mansüeta sempre e sempre accorta
Blandendo molce l'inasprito core:
L'affezïon di madre che conforta
Al figliuolin malato di dolore,
E pazïente, tenera, gioconda
Tenta ogni via che meglio gli risponda;
Ed il cielo sereno e la marina
Che guarda tanto azzurro e tanto verde,
E le memorie dell'età bambina,
Cui nulla al mondo cancella o disperde;
Queste le cure son, la medicina
Onde Cornelia l'animo non perde
Di ritornare nel diletto infermo
Spirti tranquilli ed un voler più fermo.
Come quei che da su d'una montagna
All'alba guardi il sottoposto piano,
Più che il nascente sole in ciel guadagna
Più distingue gli oggetti e a mano a mano,
Dove scura giaceva la campagna,
Come fuori d'un lucido oceano,
Vede spuntar foreste ed acque e messi
E castella e capanne in mezzo ad essi:
Così Torquato che a ogni istante e in ogni
Parte ove volge gli occhi, o il passo avanza,
Sembra che solo del passato agogni
Riviver nella cara rimembranza.
O soavi memorie! o grati sogni
Freschissimi d'amore e di speranza,
A cui rinnovellato egli saluta
Siccome a fida cosa e conosciuta!
Il natio tetto, il giardinetto aprico,
E dell'acque e del vento l'armonia,
Alla vista somiglian di un amico,
Ad una voce spesso udita in pria.
Oh quante volte, sotto l'elce antico,
Colla madre sedette e quella pia
Agli ultimi rintocchi della sera,
De' morti gl' insegnava la preghiera!
Ed ora dell'amore e dell'avversa
Inimica fortuna il tradimento,
O doloroso, piangi e tutto versa
Nell' amata sorella il tuo lamento!
La pietade del mondo è assai diversa,
E non ha dall'amor vita e alimento,
Anzi ricambia di crudele orgoglio
Il confidente altrui franco cordoglio.
Ma un core che dinnanzi il tuo s'affretta,
E dove ogni secreto è ben nascosto;
Una man che alla tua rimane stretta;
Un seno in che a posarti hai sempre un posto;
È soave rugiada, è fresca auretta
Che refocilla nel cocente agosto,
È un santo dono onde il buon Dio d'appresso
Ogni dolor la medicina ha messo!
Di tal modo Torquato il suo martire
Confida alla sorella, e quasi pieno
Calice che trabocchi, al pianto e all'ire,
In sdegnoso piacer rallenta il freno,
E di spesso così quel sovvenire
Vivo gli vien, che il vero è poco meno,
E ne' passati spasimi divaga
E sente sanguinar l'antica piaga.
Una sera godean tra i lauri e i mirti
L'ore fresche, e Cornelia a bella spene
Volgeva del fratel gl'infermi spirti,
Allor che interrompendo egli la viene:
– E come – le dicea – come all'udirti
In gratissimo error mi risovviene
Della gentil, che in mezzo ogni sconforto
A me fu stella e benedetto porto.
– Ella, o Cornelia mia, Laura si chiama,
E tu, cortese, quel suo nome impara
E vicino del mio guardalo, e l'ama
Siccome cosa riverita e cara.
Mentre che un'altra donna ogni mia brama
Tanto spietata rispingeva e avara,
Costei, benchè talor le fossi ingrato,
Mai non s'ebbe di me dimenticato.
– Or m'ascolta: io mi stava prigioniero;
Che il Duca Alfonso per condanna ingiusta
Di San Francesco dentro il monastero
Sostenuto m'aveva in cella angusta [30].
Mi chiamavano il pazzo; e pazzo in vero
Mi riputava io stesso, e già la frusta
Addosso mi sentia sonar feroce,
Onde piangea con disperata voce.
– Quando una notte m'ebbi a un tratto inteso
L'uscio schiavar...., ei cede e si spalanca:
Così che dalla paglia, ov'era steso,
Per riguardar mi sollevai sull'anca.
Da prima al raggio d'un fanale acceso
Credea di travedere un'ombra bianca,
Se non che in breve il fruscio d'una vesta
La verità mi fece manifesta.
– Una donna.... in tal sito, ed a quest'ora
E in abito che par esca d'un ballo?....
Così meco diceva e come fuora
De' sensi mi tenea per tratto in fallo:
Però quella awanzavasi ed ancora
Ne separava breve un intervallo,
Ed io Laura conobbi, e già la mia
Bocca il suo nome a profferir s'apria:
– Ma in gola mi restò quel grido spento
Ed incerto ammutii, ch'ella levando
Il roseo dito alla metà del mento,
D'un subito tacer mi fè comando;
E me che fra stupore e turbamento
Attonito la stava riguardando,
Prese per l'una delle mani, e seco
Fuori condusse di quel carcer cieco.
Al suo passaggio ritraeansi a un tratto
Obbedienti e mutole le scolte,
Nè con più riverenza od umil atto
Al Duca stesso si sariano volte.
Io tosto a seguitarla m' era fatto,
Sperando le catene alfin disciolte,
E palpitava il cor, quando serrassi
A noi dietro quell'uscio e il ciel mostrossi.
– Nè certo m'apponea. Di fuor bardato
Stava un cavallo, e di salirvi in sella
Laura m'impose, ond'io lo feci e a lato
Pedestre guida mi si pose anch'ella.
Lucido il firmamento era e stellato,
E la mia donna mi tenea favella,
Nè per inchieste e supplicanti cenni
Altro da lei fuor che un silenzio ottenni.
– Giunti eravamo ormai presso la porta
Della città per d'onde al Pò s'arriva,
E incontro noi, del venir nostro accorta,
De' soldati si fè la comitiva:
Ma non appena la mia dolce scorta
A lor si volse, e subito s'apriva
L'imposta ond'io movea per la campagna,
E anch' ella a passo a passo mi accompagna.
– Nè molto andammo per la via concessa,
Che, giunti ove nessun più ne vedea,
Laura arrestommi e come s'era messa
Sovra de' piedi e al collo mi stringea,
Così piano all'orecchio, – La Duchessa
l'impone di partir – ella dicea –
Fuggi e alla gloria tua vivi onorato;
Nè più mi ricercar! fuggi, o Torquato. –
– Che viva alla mia gloria? Ahimè! t'inganni!....
E tu non sai che insieme alla fortuna
Contro me congiuraro i miei tiranni,
Nè onore mi lasciâr, nè gloria alcuna?
Qual solerte cultor pe' suoi tard'anni
A gran fatica un qualche aver s'aduna,
Ed io, che a povertà tormi sol chiedo,
Sperai vita miglior dal mio Goffredo.
– Folle speranza!.... Alfonso egli.... il crudele
Che tanto sotto ogni mortal mi ha posto,
Ei rapisce i miei versi ed infedele
Ritornarmeli nega ad ogni costo.
Invano, supplicante di querele,
Cercai stancar il barbaro proposto,
Ch'egli risponde a me, ch'umile il prego,
Con fallaci speranze e sta sul niego.
– Ma quel poema è tutto mio..... vi ho messo
L'anima, il cor, la vita..... è tutto mio.....
Chi mel rapisce, me toglie a me stesso
Ed al diritto offende e insulta a Dio.
Ma cui favello? Forse il Duca adesso,
Ne' superbi dispetti ingiusto e rio,
La mia Gerusaleme al foco getta
E in lei compie ed in me la sua vendetta.
– Italia! o patria mia, che non m'ascolti ?
Guarda la fiamma come cresce e fuma.....
Spegnila..... e pensa, se di me non duolti,
Che una tua gloria Alfonso arde e consuma. –
Qui la forza abbandonalo! stravolti
Muovonsi gli occhi; una convulsa spuma
Gorgoglia dalle labbra, e quasi meno
Alla sorella s'abbandona in seno.
Ella mite gli parla e meglio accorta
I riluttanti spiriti riduce
Tra soavi memorie, e seco i porta
Ai begli anni infantili e lor vien duce,
E colà dove ogni allegrezza è morta,
Una quiete piove ed una luce
Che fra il gioir dei domestici lari
Altra e miglior felicità gl'impari.
Ma forse la pietade e tante cure
Lo torneranno a riposata vita?
E risanossi veramente, o pure
Sulla margine è chiusa la ferita?
Chi può fidar che lungo, tempo dure
Il sereno a gennaio e che finita
Sia nel mar, che riposa, ogni bufera,
Quando il scirocco sovra l'onde impera?
Anche al Vesuvio par talor che manchi
L'antica fiamma: il suo cratèr si estolle
Senza nebbia di fumo, e su pe' fianchi
Verdeggiano arboscelli ed erba molle:
Silenzio menzogner! che non mai stanchi
Ardon gli eterni fochi e il zolfo bolle,
Onde la calma che ogni sguardo illude
Esterminio e sgomenti altri racchiude.
A due soli pensieri anima e mente
Sacrati ha il Tasso, e misero, e giocondo
Sempre per fidi gli ebbe ed egualmente
Diletti più che ogni altra cosa al mondo:
Nè l'un più vivo, o l'altro men possente,
Nè primo questo, o quello era il secondo;
Ma entrambo, indivisibili compagni,
Non han rivale che su lor guadagni.
Tal fur veduti, orrendo mostro, errare
Pel mondo due fratei [31], l'uno congiunto
Con l'altro corpo e muoversi e spirare
Le non divise aure vitali a un punto:
Non il dolore, nè le gioie care
O senso ed appetito ebber disgiunto;
Tutto comune in lor, che nati insieme
Toccare insiem doveano all'ore estreme.
Il suo Goffredo e la crudel che stretto
Entro d'ingiusta servitù lo tiene,
Ecco i pensieri ed il supremo affetto
In che pose Torquato ogni sua spene.
Ora per ambidue egli è costretto
A sospirare delle stesse pene,
Che parimenti al misero poeta
L'ira d'Alfonso e l'una e l'altro vieta.
Di tal modo nel Tasso appena cede
La novità del vivere mutato,
Siccome prigionier che sempre vede
Eguali oggetti dal cancel ferrato,
Tale egli ancora a poco a poco riede
Alla memoria dell'antico stato,
E quel pensiero vïolentemente
Gli occupa suo malgrado e core e mente.
Nè più la solitudine egli agogna,
Ma concitato, torbido, scontento,
Della passata fuga altri rampogna
E già vorrebbe abbandonar Sorrento.
Ei non vede, non pensa, egli non sogna
Che Ferrara e la corte e ogni momento,
Quale l'inferma fantasia lo mena,
Tal corre in mezzo alla bramata scena.
Or crede esservi giunto: e come ascolta
Festeggiarlo ciascuno in caro invito,
Ed ogni invidia ormai tacer sepolta
E mutolo il Guerino ed invilito!
Amor, lo stesso amore un'altra volta
A sorridergli torna e già pentito
Alla sua fè quella mercede ottiene,
Che sa di dolce più che tarda viene.
Ora gli par che in quella vece l'abbia
La Duchessa obblïato e tanto il frodi
D'ogni suo bene che al rivale, oh rabbia!
Corone ella dispensi e plausi e lodi.
Vedela allor dalle odïose labbia
Pendere tutta attenta, e in grati modi
Sorridere così di quel sorriso,
Che gioia aggiungerebbe al Paradiso.
Allor per mille messi irrequïeto
A Lëonora ed agli amici scrive, [32]
Supplicando che sia rotto il divieto
Onde lontano dalla corte ei vive.
E benchè alcuno non lo faccia lieto
D'una breve speranza ov'egli arrive,
Ciò nulla ostante nel desio raddoppia
Ed alla brama anche il puntiglio accoppia.
Questi varii pensieri al cor d'intorno
Senza tregua giammai, senza rimedio,
In lunghissime angustie e notte e giorno
Gli ponno un duro e disperato assedio;
Ognora più quel placido soggiorno
E le cure e l'amor gli sono a tedio;
Disfarsene vorrebbe e ad ogni patto
Dall'increscevol vita essere tratto.
Il mare, il cielo, la natura, a cui
Di quiete doveva ogni contento,
Mutaro aspetto e fatti orridi e bui
Raccappriccio gli mettono e spavento.
Gli par che irrida ai lunghi mali sui
Quella serenità di firmamento;
E nell'impeto cieco ei non perdona
Alla sorella tanto mite e buona.
Ond'ella spesso a quell'ingrato esclama:
– Perchè dunque, crudele al tuo riposo,
Nieghi ascoltare chi ti prega e brama
Almeno a te medesimo pietoso?
Per me non già t'imploro e non ti chiama
Per l'util proprio il mio diletto sposo;
Benchè al nostro dolor nessun s'agguagli,
Vedendo quelle pene in che travagli.
– Ma dimmi almen; coloro che per tanto
Sacrifizio ti dan tale un compenso,
Valgono essi l'affetto; il nostro pianto
E questo che mi strugge affanno immenso?
Oh! lo so ben che a tua sorella accanto
Il mondo ingannator non t'arde incenso,
Ma per quel fumo di gloria mendace
Qui trovi vero amor, qui vivi in pace.
– Torquato, non offenderti, se inetto
A giudicar di gloria è il mio pensiero:
È l'orizzonte mio breve, ristretto,
E nïente più in là domando e spero.
Lo sposo, il figlio, ed il fratel diletto,
Questi a me sono l'universo intero;
Nè speranza, nè voto mi consiglia
A piacer che non sia della famiglia.
– Oh! qui libera almen piangere io posso
Ed altri meco il mio dolor divide,
Nè un occhio indifferente mi sta addosso
E le lagrime conta e mi deride. –
Cessa, o Cornelia, e non sperar che mosso
Ei sia giammai perchè tu pianga o gride:
Necessità lo spinge, e per la china
Capovolto e precipite il mina.
Ritorna indietro, o sconsigliato, e meglio
Che al tuo Rinaldo a te bisogna il lampo
Di quello scudo adamantin che il veglio
Per lui temprava all'incantato stampo:
Innanzi gli occhi tuoi, qual luce in speglio,
Baleni il vero e a tuo supremo scampo,
Senz'altro larve, in natural sembiante
Vedi l'amata corte a te davante.
Qui ciascuno a ubbidir, ciascuno è nato
A venerare in servitù la sola
Divinità del giorno: ogni onorato
Sentimento è prodigio in questa scuola,
Dove si fa dell'anima mercato
Ed a mentir fu data la parola;
Dove sempre fortuna ha pronto un giogo:
Oggi sul trono, all' indoman sul rogo! –
Ma niun pensiero quel perduto frena,
Anzi a rapida fuga egli si mette,
E nel folle desio che attorno il mena
Soltanto sull'Eridano ristette.
Era Ferrara allor di feste piena
E di genti fervea molte ed elette,
Che il Duca a nuove nozze si prepara
E ognun facea di celebrarle a gara.
Però nella cittade e nella corte
Sol per Torquato un freddo accoglimento, [33]
Per lui soltanto un silenzio di morte,
Che i dubbii gli raddoppia e lo sgomento:
Appena il Duca guardalo, ed accorte
Sembran di lui le auguste suore a stento,
Esse che tanto grazïose un giorno
Festeggiare soleano al suo ritorno.
Temendo d'ingannarsi in un fallace
Gioco della malata fantasia,
Dapprima il Tasso sopportava in pace
Gli acerbi insulti della sorte ria.
Se non che presto l'incertezza tace,
E, visto come ognun contro gli sia,
Irrompe dispettoso e nello sdegno
Non riconosce più legge o ritegno.
Allor tanti servigi indarno spesi,
La servitù devotamente cieca.
Allora i lunghi e in ogni modo offesi
Nobili studii suoi condanna e impreca: [34]
Alfonso ingiusto e accusa discortesi
I cortigiani ed a lor colpa reca
L'odiosa inclemenza, onde al suo danno
E cielo e terra congiurati stanno.
Così vagando la sfrenata mente
Di paura in paura e d'ira in ira,
Dispettosa, intrattabile, furente
Incontro il cielo e gli uomini delira.
D'ogni parte un'offesa, in ogni gente
Un inimico, od un rivale ei mira,
E insulti, scherni, tradimenti sogna
E se ne duole e alla vendetta agogna.
Un giorno più che ciascun altro affranto
Da rei sospetti che gli fanno guerra,
Uscì per una via che, al Pò d'accanto,
De' boschi fra le cupe ombre si serra.
Da un pezzo il sol fuggito e in nero manto
La notte era calata in sulla terra,
Nè il doloroso se n'è punto accorto,
Tanto venia ne' suoi pensier assorto.
Or taciturno avanza, ora levando
Alta la voce all'acque, alla campagna
Narra le sue fortune e il miserando
Caso perchè senza sperar si lagna.
Alla mesta parola a quando a quando
Un disdegnoso gemito accompagna,
E fuor dell'alma d'ogni fè scaduta
Un grido manda e chiama – O Dio, m'ajuta! –
Come fanciul che indifferente e crudo
Appena disbocciato un fior raccoglie,
E se ne gode con barbaro ludo
Ad una ad una separar le foglie,
Nè cessa se da pria povero e ignudo
Non resti il gambo delle vaghe spoglie,
Che a un breve soffio vanno rotte e sparte
Disordinatamente in ogni parte:
Tal dell'esperïenza al tocco ingrato
Col fuggir d'ogni illusione presta,
Non altro intorno sè vede Torquato
Ghe qualche foglia scolorita e pesta:
Nulla di ciò ch'egli ebbe in prima amato,
Nulla della sua fede oggi gli resta,
E in mezzo un cimiter, senza speranza,
Ultimo de' suoi cari ei soprawanza.
Intanto coll'andar venia men franca
La furia del dolor ch'è quasi estinto:
Ed al fiaccarsi della mente stanca
Anche il corpo riman languido e vinto,
Quale paleo [35] che rotëando manca
Allo star della sferza che l'ha spinto;
Ond'egli ogni vigor perde d'un tratto
Dall' incessante lamentar disfatto.
Allor quasi per morto in sui ginocchi
Fu forza all'infelice abbandonarse;
All'infelice che volgendo gli occhi
Intorno non sa ben raffigurarse
Quale altra ingrata prova ora gli tocchi:
Ed il lungo cammino e tante sparse
Lagrime e le tenèbre e il nuovo loco
Delle sue fantasie sospetta un gioco.
È una notte d'aprile: un venticello
Corre sull'acque e in lene alito desta
La fredda terra, cui il tempo novello
Mette d'erbe e di fior splendida vesta:
Brilla il cielo sereno e in mezzo a quello
Come lampada d'or la luna resta,
Misteriosa d'una luce pura
Contemplando gli amor della natura.
Dove il Tasso arrestossi un'isoletta
Entro il fiume stendea brevi le sponde:
Cui d'Este i prenci, che l'avean diletta,
Di palagi adornarono e di fronde:
E perchè di colà l'occhio prospetta
Ridente spazio di campagna e di onde
A indizio di vaghissimo piacere
Nominaro quel sito, Belvedere.
Tondeggia il piccol loco in bruna massa
E dal filo degli alberi, ond' è spesso,
Sul lucido orizzonte alto trapassa
La cima d'un pioppo, o d'un cipresso:
Un' ombra di colà lunga si abbassa
Sulla corrente in tremulo riflesso,
Ora divisa a spruzzi, ora più bruna
Tra l'onde inargentate dalla luna.
A lungo il Tasso senza senso giacque,
Insin che la frescura e l'armonia,
Onde il fiume regal travolve l'acque,
Poter sulla domata fantasia,
Tanto che mite una calma rinacque
La nera a raddolcir melanconia;
È come in vita ritornasse a un punto,
Ei riconosce il loco ov'era giunto.
E l'isola distingue e nota un lume
Fiammeggiare nel bosco: ond' è che in forse
Di quel chiaror, ch'ivi arde oltre il costume,
Bramosia di venirvi al cor gli corse:
Se non che d'improvviso in mezzo il fiume
Un battel che il fendea, rapido scôrse:
Nè quella novità prima avvertiva
Che un uom vide balzare in sulla riva.
Perchè il Tasso sui piedi erasi messo
Quando che dritto capitava a lui
Lo sconosciuto, ed in parlar sommesso;
– O cavaliere – gli diceva – a vui
Da Belvedere son venuto espresso:
Colà vi attende una persona, cui
Nulla si può negar. Questo è il momento,
E vale ogni ritardo un pentimento. –
Benchè resti il poeta un po' sospeso
All'ignote sembianze ed al racconto,
Pur subito dal cor consiglio preso
Breve gli rispondea: – Eccomi in pronto. –
Già la vita pel Tasso è orribil peso,
Nè d'inganni o pericoli tien conto;
E una volta a finir con quell'amara
Incertezza, la morte anche gli è cara.
Dove tra i saliceti era il battello,
Sul terminar della risposta, ei scende:
E senza indugio tanto presto e snello
Quel piccolo naviglio il largo prende,
Che rassomiglia al volo d'un augello
Quando d'un tratto in giù l'etere fende,
E in mezzo il verde e la campagna cala
Velocissimamente a un batter d'ala.
Appena sulla riva il Tasso è sceso,
A lui rivolto l'incognito duce
Gli vien significando com' è atteso
Là presso, ove splendea pallida luce:
Ond'egli a quella volta il cammin preso,
Senz'altra compagnia, vi si conduce,
E pensa al fatto, ma per quanto indaghi
Non sa trovar ragion che ne lo appaghi.
Un solco di chiaror tremulo e fioco
Che dalla porta semichiusa uscia,
Rompendo quella notte, accenna il loco
Abitato, ed il Tasso ivi venia.
Già tocca il limitare e, a poco a poco
Spinto l'uscio, cogli occhi avidi spia
Per dentro, dove tal persona ei vede
Che incerto agli occhi suoi quasi non crede.
In cerchio gira l'attico tempietto
Cui vedesi nel mezzo d'un'antica
Dïana il simulacro; in quell'aspetto
Quando ferocemente ella pudica,
Al troppo curïoso giovanetto
Cangiò forme e natura, e a gran fatica.
Si crederia di sentimento privo
Quel marmo che sdegnoso e par sia vivo.
Su dorato doppiero arde una face
La breve stanza a rischiarare e dove
Dall'apposita parte il chiaror tace,
Per le lunghe ombre che la statua piove,
Donna egli vede che a sedersi giace,
Nè sono a lui quelle sembianze nove,
Anzi un tal colpo gliene viene al core
Che talvolta per meno anche si muore.
Quella, così seduta in veste scura,
È quella Lëonora. Immoto il volto,
In atto di sollecita paura
L'occhio vivacemente all'uscio vôlto;
I labbri semichiusi; la figura
Attenta qual di chi resta in ascolto:
Altro indizio non dava ella di vita
Nell'aspettar immobile e rapita.
Quanto è mutata! Come acerba e presta
La sventura fè oltraggio al vago viso,
Nido d'amor, dove ogni cara e onesta
Gioia, dove apparia sì dolce il riso!
Torquato a rivederla tutta mesta
Da proprii affanni si sentì diviso,
E, cadendo in ginocchio, restò senza
Parole, tanta fu la riverenza.
Elëonora a quel rumor riscossa
Non s'accorse da pria dell'infelice,
Che in volto tosto divenuta rossa
A lui fa cenno della mano, e dice
In una voce languida e commossa:
– Non così: solamente a Dio si addice
E a santi suoi l' umìl atto che fate:
Amico, io ve lo chieggo, orsù vi alzate.
– Molto diversamente, o mio poeta,
Ci rivediamo in questo loco: un giorno
Voi qui beato di una vita cheta,
E d'ogni gioia e d'ogni vanto adorno.
Era Lucrezia e Alfonso, era una lieta
Turba d'amici che applaudiva intorno,
E stava ogni gentile anima vinta
Ai sospiri d'Olindo e a que' d'Aminta.
– Col mutar della sorte il vostro core
Mutava..... Oh fuvvi un tempo, e non lontano;
Allora il mio piacer era in favore
Presso di voi, pareva anzi sovrano.....
Ma lasciatemi dire! Al vostro errore
Invan cercate patrocinio; invano
Mendicate difesa..... è senza scusa:
Tutto innanzi di me, tutto vi accusa.
– Perchè rompeste i miei divieti, e quale
Quale dunque ragion vi ha ritornato
Qui dove un astro, a voi sempre fatale,
Spande un influsso periglioso e ingrato?
Se de' proprii tormenti a voi non cale
A che scordar gli altrui? A che, Torquato,
Dimenticar che fida in sin la morte,
Veglia un'amica sulla vostra sorte? –
– Duchessa, – a lei Torquato – un breve ascolto
Datemi almeno. Se qualcun ridutto
In profonda prigion fosse e sepolto
All'äer vivo, a questo sol ch'è tutto,
E lontano, lontano, incerto molto
Gli arridesse uno scampo in tanto lutto,
Per timor d'un periglio credereste
Che dalla mortal prova egli si arreste?
– Mai no: questo infelice, o mia Signora,
Purchè tornarsi alla luce gradita,
A nulla bada; ed una volta fuora
Del carcere in piacer lascia la vita.
Son io, son io quel desso che addolora
Per l'allegrezza che gli fu rapita,
E l'infamia gli costi, i ceppi, insino
La morte, vuol mutar l'empio destino.
– So da lunga stagion che d'ogni banda
I nemici mi stan contro, ed a farli
Più audaci la ragion mi si domanda
Degli stessi pensier ch'io scriva o parli.
Povero a me! che tanta e miseranda
Fortuna ancor non basta a disarmarli,
E il don più grande de' tuoi doni, o Dio,
Voglion rapirmi, l'intelletto mio!
– Mi si vuol forsennato, e della mente
E del retto pensar così smarrito,
Che ormai favola reso della gente
Son per le vie scansato e mostro a dito.
E pur cui feci insulto? A cui volente
Recai danno od ingiuria, e qual ferito
Qual uomo ho morto io dunque e a quale offesi
Perchè tanto sul capo odio mi pesi? –
All'angustie di lui tutta pietosa
La timida Duchessa invan si adopra
Acciocchè dal vederla dolorosa
L'animo suo Torquato non discopra:
Ma per voler non può tenere ascosa
Quell'improvvisa lagrima che sopra
Alle guance cadea lucente e rada
Qual sovra giglio goccia di rugiada.
Onde alla fin tra mesta e tra soave
In lento dir così gli fa risposta:
– Povero amico, il vostro lagno è grave
E d'udirlo sa Dio quanto mi costa!
Pur troppo è ver che in voi fatto non ave
L'antica fantasia punto di sosta,
Anzi più sempre indomita e tiranna
A mortali incertezze or vi condanna.
– Quai delitti sognate, o chi vi deve
Di vïolenza domandar ragione?
I lunghi studii e questo aëre greve.
Senza fallo, son essi la cagione
Da che il fiaccato spirito riceve
Facili impressioni, e tal si pone
Di spesso fuori del costume umano.
Ch'altri il sospetta od ammalato o strano.
– Oh ! l'amor di voi stesso oggi vi ha reso
Diffidente e crudele sì che del molto
Affanno vostro indispettito e offeso
Alle miserie altrui negate ascolto.
Però non siete il solo, e tutto il peso
Della sventura non è in voi raccolto:
Havvi talun che soffre.... e da molt'anni
Soffre in silenzio immeritati affanni.
– E quel povero cor se lo vedeste
A che prove tormenti aspre e crudeli!
Condannato a mentire in gioie e in feste,
Sin le lagrime sue convien che celi:
Un amico non ha cui, nelle meste
Ore, la disperata alma disveli;
E a Dio non osa domandar soccorso:
Quel dolore è per lui più che un rimorso.
– Fosse ei così dal vostro core udito,
Ed una volta almen voi l'ascoltaste:
O poeta – ei diria – come invilito
Cedi innanzi il destino, e a te non baste!
Non sai tu che dai fulmini è colpito
Quell'albore che al ciel drizza le vaste
Chiome? Non sai che nella fiamma ardente
L'oro non brucia ma divien lucente?
– Sorgi una volta e ti mostra qual sei ;
Mantieni il posto dove Iddio t'ha messo:
E, per volger di tempi iniqui e rei,
Non diffidar del cielo, o di te stesso.
Vivi all'arte divina e trova in lei
L'obblio di que' dolor che t'hanno oppresso;
Canta e degno all' Italia e al mondo intero
Compi il sacro poema, o nuovo Omero! –
D'un lucido tramonto a somiglianza
Que' sognati trionfi al ricordare,
Nel rosato color della speranza,
Eleonora sorridente appare:
Non cangia però il Tasso di sembianza
Per ascoltar quelle parole care:
Anzi fastidïoso, e con più mesta
Querela di tal modo a dir si appresta.
– Un tempo anch'io troppo pieghevol fui
Intera a collocare ogni mia fede
Nell'avvenir di questi plausi a cui
Lo spirto vostro, o regal Donna, crede.
Anch'io sperai che alfine i servi sui
Consolerebbe Alfonso di mercede,
E da un lungo martir fora stancato
Il rigore degli uomini e del fato:
– Perciò seguendo un subito consiglio
Di mio proprio voler, in vista amica,
Io posi fine al necessario esiglio,
E, grave ancor della catena antica,
Umiliato come a padre un figlio
Chiesi al Duca perdono, e all'inimica
Fortuna, che mi strazia, in voce grama,
Pace, gridai, non altri onori o fama.
– In quella vece a insopportabil peso
D'inäudite prove, a nuovo pianto
Io son venuto e mortalmente offeso
Adesso vivo al mio dolor soltanto.
Disprezzato, reietto, vilipeso
Ho perduto gli amici; in ogni canto
Un tradimento e trovo in ogni faccia
Un insulto crudele, una minaccia.
– Io prego, e sol per me non ha parola
Il mondo di compianto e di conforto:
Ciascuno al venir mio presto s'invola
Quale al contatto di un leproso, o in torto
Occhio mi guarda; e la mia vista sola,
Siccome funeral bara di un morto,
Che mette raccappriccio ovunque passa,
Altrui dolente e disgustato lassa.
– Iddio, sol vede Iddio qual mi si appresta
Orrida lotta, e nella mia sciagura
Quanto a patire avrò per disonesta
Fortuna, onde saria morte men dura.
Ecco, o Duchessa, la gioconda festa
Che al viver mio tranquille ore assicura,
Questa è la data fede, i lieti giorni,
« Questi i bramati miei alti ritorni ! » –
A tal lamento che parea trabocchi
Di furor disperato, Lëonora
Restò; come un dolor dentro la tocchi
Il qual non possa in pianto uscir di fuora;
E se lo sdegno permettesse agli occhi
Veder di quanto affanno ella si accora,
Certo il Tasso tenore avria mutato
Anzi che seguitar più fiero e ingrato.
– Voi che sembrate al mio destin sì paga,
Oh! conoscete voi quanto profonde
Sien del cor le ferite, e per qual piaga
Lagrime a un tempo e vivo sangue ei gronde?
Il fratel vostro regalmente paga
I miei lunghi servigi, e sa ben donde
Possa dritto ferir, e con quale arme
Mortal colpo nell'anima portarme!
– Egli perchè mi gitta un pane in gola
E di suo servo mi chiamò all'onore ;
Egli credesi ormai, per questa sola
Ragion, di tutto me fatto signore;
Ed i pensieri scruta, e alla parola,
Che libera ha donato il Creätore,
Impone un duro freno e sì l'aggrava
Che il corpo vuole e in un l'anima schiava.
– Che s'egli non m'uccide è che di corte
Angosce l'ira sua non si accontenta,
Ma lunghi vuol gli spasimi di morte
E lunghi più che la vendetta è lenta.
Vivo ei mi lascia e vivo ad una sorte
Di cui l'idea soltanto mi spaventa;
Vivo ma d'ogni dignità scaduto
Son fatto terzo fra Solone e Bruto. [36]
– Mentre altri i furti suoi gode sicuro
E stassi in pace nel mio proprio seggio;
In mezzo il vile gregge d'Epicuro, [37]
Suïcida al pensier tacermi io deggio;
Io da ciascun dimenticato e oscuro
Piangere e paventar sempre del peggio;
Io confessare in faccia all' universo,
Che il dono m'ho dell'intelletto perso!
– E sapete perchè? Perchè gli pesa
Ch' il Tasso sempre obbedïente e fido
Si desti alfine e dall'anima offesa
Mandi tant'alto e disperato un grido,
Che alla sua voce d'ogni parte intesa.
Dall' Alpi al mar, dall'uno all'altro lido
Sorga l'Italia, e gli cerchi ragione
Di tanti insulti e della mia prigione! –
Fremean queste parole e parean l'eco
Della posterità che non s inganna,
Quando incorona i martiri ed al cieco
Obblio e all'imprecanti ire condanna
L'insolenza dei forti! – E pure al bieco
Aspetto di Torquato non si affanna
Elëonora, anzi motivo piglia
Da quel disdegno, e tal ne lo consiglia.
– Torquato, vi sta bene il volto iroso,
E il dispetto del cor: pur se qual dite
V'è contro Alfonso ingrato e dispettoso,
Dal suo sdegno perchè voi non fuggite?
Qui nell' onore, nel vostro riposo,
Qui nella stessa vita oggi patite
Di sicuro periglio, e in questa prova
Contro di mio fratel nessun vi giova.
– Qual mai terra, o città del bel paese
Non brameria che scerla vi piacesse,
Per modo ch'ella dall' ingiuste offese
Il suo poeta a ristorar valesse?
La regina dell'Arno a voi cortese,
Manda profferte e nobili promesse,
Ed a ragion que' Duchi esulteranno
Se qui si piangerà del nostro danno.
– Voi chiama a placidi ozii e a dì felici
Emanuële dal Sabaudo soglio;
E Roma dalle sue sette pendici
Trïonfatore aspetta in Campidoglio!
Che se fede serbate ai vecchi amici,
Con quanto di allegrezza e qual orgoglio
Lucrezia, mia sorella, oggi v'imita
A riposati studii e ad altra vita!
– Per lunga esperïenza in pregio avete
Le delizie d'Urbino, e benedetti
Que' conforti vi sono..... – Oh sospendete
Così iniquo giudizio! – in questi detti
Egli l'interrompea – Se non volete
Passarmi il core de' vostri sospetti,
E far che al sommo de' miei mali giunto,
Lasci la vita e la speranza a un punto!
– Ch' io viva in altro affetto, e questo core,
Che ad un solo desio sospira e sogna,
Possa mai palpitar d'un altro amore,
È menzogna maggior d'ogni menzogna!
Cessi alla fin l'inutile pudore,
E la lunga paura e la vergogna.....
E da miei labbri conosciate tutto,
Di che il cor vostro v'avrà forse istrutto.
– V'amo, o Signora..... Affannosa parola,
Che tanti anni in me stesso ho seppellita,
Uscisti finalmente! Io v'amo, e sola
Sulla terra v'ho amata e per la vita!
Oh m'educaste a troppo eletta scuola,
E fu tanto mortal la mia ferita,
Onde per tempo o per lusinghe care
Nè mutarsi potè, nè risanare!
– Sconsigliato! Credea nel sogno mio
Ch'arbitra solamente la fortuna
Non sia delle corone, ma che Iddio
N'abbia serbato all'intelletto alcuna;
E un cor fedele, un nobile desio
Non sieno manco di una regia cuna:
Credeva amor, ch'ogni grandezza vale,
Il povero ed il re facesse eguale.
– Adesso che il mio core ho posto a nudo
E chiamato mi sono in fallo tanto,
Condannatemi alfine e sia pur crudo
Il patimento e senza requie il pianto.
A che dunque tacete?... O ciel! m'illudo?
O in altro errore un infernale incanto
Insin nell'agonia dell'ultim'ora
Trova piacere ad ingannarmi ancora?
– No..... non è errore il mio; non son bugiarde
Le soavi apparenze e il vivo segno
D'improvvisa pietà che in faccia v'arde
E nulla, o Donna, s'assomiglia a sdegno!
Vuoi mi guardate..... caramente tarde
Le luci lagrimose in questo indegno
Servo vostro stan fisse, e in mite raggio
Sorridono al suo cor fede e coraggio.
– La vostra man la mia stringe e la serra
Contro del cor..... oh com'ei batte spesso
Questo adorato core! ed io che in terra
Mi credea l'infelice, e il solo oppresso!
Dunque voi pure della stessa guerra,
Angelo di bontà, voi dello stesso
Affanno doloraste ed io, crudele!
Vi feci insulto delle mie querele.
– Sento il profumo delle vostre chiome
Aleggiarmi sul viso, e parmi sia
Uno soltanto il respir nostro, e come
Colla vostra fuggir l'anima mia.
Eleonora, in terra non ha nome,
Non ha nome la gioia che m' india..... –
Nè valse a proseguir, che in quell' immenso
Piacer lo spirto solo aveva un senso.
Se non che dalla breve estasi muta
Ecco destarli un mormorio: le tende
Della porta levarsi e conosciuta
Voce esclamare : – Alfonso ne sorprende, –
La Duchessa a quel grido fu veduta
Volgersi imperïosa, e tal le splende
Fiamma negli occhi, e così in volto è fatta
Da non mentire la superba schiatta;
E il suo poeta al sen strinse d'un tratto,
Quasi scudo di sè far gli volesse,
E sul fronte di lui, con rapid'atto,
Reclinata la bocca, un bacio impresse;
Ma al passïonato impeto disfatto
Ogni spirto vital oltre non resse;
Ed il pudore dell'amor più forte
La fece fredda a immagin della morte.
Che cor fu il tuo, Torquato, in quell'abbraccio.
Primo e supremo alla tua fè contento,
Quando il suo viso freddo più del ghiaccio,
Sul tuo ricadde senza movimento?
II tempo stringe, ond'ei dal caro laccio
Cercando pur di svincolarsi a stento,
Casto e tremante l'adorata amica
Depose ai piedi della statua antica:
E rispettosamente un'altra volta
Nell' adorata donna il guardo fiso
Sentì ch'ogni speranza eragli tolta
Di rivederla fuor che in Paradiso.
Del core allora ogni virtù raccolta
Esce del tempio, e visto all' improvviso
Il Duca innanzi ognun, gli vien d'appresso
E gli favella con parlar sommesso.
– Colà svenuta Elëonora resta,
Ed io sono, o Signore, ai cenni vostri. –
A questo dir Alfonso il passo arresta
In cera d'uomo che pietà dimostri;
Poi vôlto a' cortigian: – È manifesta
La sua follia: – diceva. – Or dunque ai chiostri
Di Sant'Anna costui di qua sia tratto:
Lo affido a voi. Povero Tasso! È matto.
Note
_____________________________
[1] Più di tutti, lumi della letteratura ferrarese erano Giambattista Pigna e Antonio Montecattino, l'uno poeta, oratore ed istorico di molta fama, l'altro valorosissimo tra i peripatetici ed i platonici filosofi – Serassi, pag. 437.
[2] Lucrezia ed Eleonora d'Este figlie di Renata di Francia e sorelle d'Alfonso Duca di Ferrara, la prima nata nel 1534, l'altra di un anno più giovane della sorella.
[3] Donna Eleonora Sanvitale, sposa di Giulio, e la matrigna di lei Barbara Sanseverino, contessa di Sala, donne bellissime e celebrate dal Tasso.
[4] Donna Marfisa d'Este, Tarquinia Molza e Ginevra, delle quali si può vedere il dialogo del Tasso, intitolato – La Molza ovvero Dell'amore.
[5] Livia contessa d'Arco, nella quale –
– Gli occhi ed ì denti le più belle sono
Delle altre parti. (Rime del Tasso, son. 804).
Lucrezia Bendidio, celebrata ed amata dal Pigna, le cui canzoni in onore di lei furono commentate dal Tasso. –
La contessa Camilla Guerriera, lodata in un sonetto e in una canzone dal Tasso.
[6] fraghe: fragole (ndr).
[7] Laura Pigna Ziglioli, di cui Torquato cantava :
L'or delle vostre chiome terso e schietto
Io non posso pulir colle mie rime. Son. 493.
[8] Laura Peperara era venuta a quel tempo come damigella d'onore alla Corte di Ferrara.
[9] Consaldoli. Luogo di delizia de' Duchi di Ferrara presso il Po, molto amato dalla Duchessa Eleonora, e dove ella condusse per undici giorni Torquato. – Ser. pag. 232.
[10] Così il medesimo Tasso descrive la sua venuta alla Corte di Ferrara nell'Aminta, facendo parlare Tirsi.
. . . . . Ed io ne andai. . . .
. . . . . . . . nella cittade.
E come volle il del benigno, a caso
Passai per là dov'è il felice albergo.
Quindi uscian fuor voci canore e dolci
E di cigni e di ninfe e di sirene,
Di sirene celesti . . . . . . .
. . . . . . . Era sull'uscio,
Quasi per guardia delle cose belle,
Uom d'aspetto magnanimo e robusto
. . . . . . . . . . . . . .
E con fronte benigna insieme e grave,
Con regal cortesia, invitò dentro
Ei grande e in pregio me negletto e poco.
Oh che sentii! che vidi allora! Io vidi
Celesti dee . . . . . . . . . .
. . . . . . . Ed in quel punto
Sentii me far di me stesso maggiore.... ec.
(Vedi Aminta, atto primo.)
[11] carole: balli d'epoca con movimenti combinati ed intrecciati di più persone. (ndr)
[12] Lucrezia fu la prima delle due sorelle che il Tasso conobbe alla Corte di Ferrara, ed ella gli addimostrò subito tanta amorevolezsa che parve volesse in un sol punto compensarlo delle lodi ch' egli le avea prodigate nel suo Rinaldo. Donna Eleonora era in quell'epoca inferma, ed appena migliorò nel suo stato, Lucrezia medesima ebbe cura di presentarle Torquato, il quale ci fa avvertiti che la grazia di quest'ultima (allora trentenne) si fece incontro alla sua servitù, e che quando Lucrezia toglieva le salubri acque della Villa, egli passava molte ore del giorno in secretis con lei, leggendole il suo poema. Certo fu allora, quando amore soltanto di furto poteva pascere i suoi servi,
Che di vederlo al cor già non le increbbe.
Tasso, Canzone – (Amor tu vedi).
Fatto sta che i più ostinati a negare gli amori del poeta con Eleonora (come ben osserva il Guasti) si riducono, dopo un volume di ragionamenti, ad ammetterlo fortunato con Lucrezia; ed essi che vorrebbero scomunicato chiunque pur sospetti che una donna di trentacinque anni, libera di sè, potesse amare il più bello ed illustre cavaliere della sua Corte, non trovano scandalo alcuno di concedere che la sorella di lei mancasse, con questo stesso uomo, alla fede giurata al marito.
[13] Degli amori di Torquato e di Eleonora fu tanto affermato e tanto negato che a tutto dire la sarebbe materia di un grosso volume. Per me non so darmi pace vedendo tante anime innocenti, come quella del Serassi, non volere ammettere tra la Duchessa ed il poeta la più piccola amorosa corrispondenza, quasi che la memoria di lei non fosse per questo solo titolo viva e famosa, e la sorella del principe di Ferrara si avesse disonorato amando il nipote dei Signori di Pesaro. Io ricorderò sempre un illustre mio amico, il quale mi diceva ch'egli, ne' trambusti del 1831, avea potuto in Modena esaminare quegli archivii secreti e v'avea trovato tali documenti che mettono fuori di questione quegli amori. Ed anche senza violare il secreto di archivii tanto gelosi, mi sia permesso di riportare un sonetto or non ha molto dissotterrato nella Biblioteca particolare della Duchessa di Parma, e del quale (per grazioso permesso) ho potuto in questo mio lavoro pubblicare il Facsimile. Quel brav'uomo di Cesare Guasti (Lettere del Tasso, vol. 3, pag. XXX) si limita a chiamarlo un molto curioso documento: a me pare qualche cosa di più; giacchè o que' versi, così commentati, sono apocrifi ed allora non è a curarsi di loro, o sono veramente, come dai giudici i più competenti viene ritenuto, scritti di pugno del Tasso e di Eleonora, ed in questo caso io direi fosse bella e giudicata la causa di quella donna che confessa di pentirsi assai di aver nutrito le fiamme altrui colle speranze e col diletto. Ecco il sonetto del quale alla prima pagina è il fac-simile.
“ Dubio crudele.
A l'Ill. et Ecc. Sign. Duchessa Leonora d'Este.
Io vidi un tempo di pietoso affetto Giudicio che allora lo meritava.
La mia nemica ne' sembianti ornarsi
E l'alte fiamme di cui subito arsi Come la paglia che presto arde et presto si estingue
Nutrir colle speranze e col diletto. Di che appunto si pente assai
Ora, non so perchè, la fronte e il petto Et osa dire di non saperlo
Usa di sdegno e di furore armarsi,
E con guardi ver me turbati e scarsi
Guerra m'indice ond'io sol morte aspetto. Solite jattantie delli amanti
Ah non si fidi alcun perchè sereno
Volto l'inviti e piano il calle mostri Ciò accade a chi devia da quello indicatoli
Amor, nel regno tuo spiegar le vele
Così l'infido mar placido il seno
Scopre a'nocchier incauti: e poi crudele Come il poeta che non sa gover' se stesso et meno
frenare cioè la lingua et penna.
Gli affonda e perde tra gli scogli e i mostri Ingiusto è il poeta attribuendo ad altri ciò ch'è tutta sua colpa
Cioè i Co.
« Mentre il sig. Torquato corteggiava la Sanvitale scrisse questo sonetto; sembra che lo rispingesse la sign. Duchessa Leonora colle osservazioni che vi si leggono scritte di sua man propria, giacché fra le carte sequestrate al Tasso io rinvenni il presente »
Queste righe sono di colui che fu incaricato di se questrare le carte di Torquato.
[14] Così il Tasso nella canzone – Mentre che a venerar movon le genti – descrive la prima volta che s'incontrò nella Duchessa Leonora.
E certo il primo di ch' il bel sereno
Della tua fronte agli occhi miei si offerse
E vidi armato spaziarvi amore:
Se non che riverenza allor converse
E meraviglia in fredda selce il seno,
Ivi peria con doppia morte il core.
[15] A mezzo il dicembre del 1571, il Tasso tornò di Francia in Italia pieno di lodi e vuoto di favori. Si trattenne per alcuni mesi a Roma ed ammesso definitivamente fra gen tiluomini della Corte di Ferrara con provvisione di lire 58 e soldi 16 marchesani al mese (franchi 400:56) vi giunge ai primi di maggio e viene lietamente accolto dal Duca. Al che allude il Tirsi dell'Aminta (II.)
Egli mi disse, allor che suo mi fece –
Tu canta or che se' n' ozio. Vedi Lettere del Tasso disposte per ordine di tempo ed illustrate da Cesare Guasti Firenze – Le Monnier – 1852. Vol. I, pag. 25, 26.
[16] Fu a quel tempo celebre la difesa di cinquanta conclusioni amorose, che il Tasso prese a sostenere per tre giorni pubblicamente nell'Accademia ferrarese, divenuta in quell'incontro un quasi mirabil teatro di belle donne e cortesi cavalieri. – Ser., pag. 144.
[17] In queste e nelle susseguenti ottave si allude ad alcune delle conclusioni sostenute dal Tasso. Veggasi nella edizione di Venezia (1738) delle opere di Torquato Tasso il Vol. 8 – pag. 464 – e particolarmente le conclusioni amorose sotto i numeri – 1, 2, 3, 4, 5, 7, 10 36, 37, 13, 18, 41, 28, 29, 22, 49, 50.
[18] In queste conclusioni ebbe lunghe contese col Tasso e gli fu nelle dispute non picciola avversaria la signora Orsina Bertolia Cavaletti, donna nelle filosofie e nelle lettere di grande estimazione. – Serassi, pag. 144.
[19] Torquato riuscì vittorioso in queste dispute amorose. E chi – scriv'egli – poteva superare un poeta innamorato e con quali armi, sedendo ivi fra gli altri quasi giudice la sua donna medesima, dalla quale poteva assai cortesemente riportare la palma nell'amorose questioni! – Ser., pag. 144.
[20] Ben essa il legge (l'amore di Torquato) e con soavi affetti
Mi affida, e forse perchè ardisca e parle
Di sua divinità parte si spoglia. (Tasso, son. 7.)
[21] Nell'inverno del 1572-73, il Tasso compose l'Aminta, che (almeno al dire del Serassi pag. 494) fu recitato in Ferrara nella successiva primavera.
[22] Fu nell'agosto del 1574 che mise mano all'ultimo canto del Poema – Guasti, Vol. I, pag. 26.
[23] Battista Guarino, già amicissimo del Tasso in Padova, non vedeva di buon animo la soverchia aura che questi godeva a Ferrara; e tal rottura fra i due illustri poeti par fosse cagionata un po' da emulazione di lettere, un po' da gelosia di donne. – Il Montecatino era successo al Pigna nell'uffizio di segretario del Duca, e di lui scrive il Tasso, che il successore del morto gli era successore anche nella malevolenza verso di lui. – Ser. 243.
[24] Il 17 giugno (1577) il Tasso, preso da grave umor melanconico, offese un servitore di Corte; onde il poeta fu in un camerino di cortile incarcerato: ma subito dopo posto in libertà fu dal Duca con grande amorevolezza condotto a Belriguardo, da dove l'undici di luglio lo rimandò perchè fosse custodito nel convento de' frati di San Francesco – Guasti, Lett. del Tasso, Vol. I, pag. 228-29.
[25] Sono famosi questi versi co' quali il Guarino rimprovera al Tasso la sua instabilità amorosa – dove altri credono ch'egli alludesse alla corte ch'egli ed il Tasso facevano nel medesimo tempo alle due sorelle d'Este, altri che delle due fiamme l'una fosse la Duchessa Eleonora, l'altra la Contessa di Scandiano.
[26] Un amico del Tasso, col quale avea tutte le sue cose ed anche insino a' pensieri fatti comuni, e da cui non del tutto guardava ogni secreto de' uoi amori, con una chiave falsa sottrasse alcune gelose scritture del poeta e le pubblicò, a ciò mosso particolarmente dal Montecatino e dal Giraldini inimici, del Tasso. – Vedi Manso, Vita del Tasso.
[27] vedi nota precedente (ndr)
[28] Ne' fatti occorsi a Belriguardo e nella terribile condanna per la quale il povero poeta fu obbligato di dover vivere e confessarsi demente, io seguitai l'opinione del prof. Rosini, nel suo Saggio sugli amori del Tasso, pag. 59 ec.; opinione che già fu quella del Quadrio e del Baruffaldi. Certo che il Tasso, rivolgendosi in una canzone all'anima del padre del Duca Alfonso – scrisse –
Alma grande d'Alcide, io so che miri
L'aspro rigor della regal tua prole,
Che con insolite arti, atti e parole
Trar da me cerca onde con me s' adiri,
le quali insolite arti atti e parole, panni si riferiscano al modo col quale il Duca lo aveva trattato a Belriguardo.
[29] Intorno ai 20 di luglio del 1577, fugge Torquato da Ferrara, e scansando le città ed ogni luogo abitato si conduce per la parte dell'Abruzzo nel regno di Napoli sino a Sorrento, dove dimorava la Cornelia sua sorella, e si presenta a lei sotto le mentite spoglie di un pastore. – Guasti, Lett. del Tasso, V. I, pag. 230.
[30] Il Duca Alfonso trattenne presso di sé il manoscritto del Goffredo e molti altri scritti del Tasso, e per quante istanze gliene fossero fatte negava di renderglieli.
[31] I fratelli Siamesi.
[32] Torquato, dopo un breve soggiorno presso sua sorella, ritorna col pensiero e co' desiderii a Ferrara, e dopo un vano carteggiare col Duca Alfonso e con le sorelle Lucrezia ed Eleonora (carteggio che non c'è pervenuto, o sta riposto tuttavia negli archivii) risolve: essere consiglio non solo necessario ma generoso (come scriveva poi al Duca d'Urbino) il ritornare colà ond'era partito, e la vita nelle mani del Duca Alfonso liberamente rimettere. – Guasti, Vol. I, pag. 231.
[33] Il Duca Alfonso passava in quei giorni a seconde nozze con Margherita Gonzaga, ed al Tasso parvero buona congiuntura quelle nozze per ritornare in Corte.
[34] Il Tasso scontento di lì a poco della Corte e del Duca, ch'era seco assai indurato e fomentata da queste ugge cortigiane l'infermità che covava da molto tempo, si butta a dire ogni vituperio di quanti credeva o causa o ministri della sua sciagura « maledicendo (dice il Serassi) la passata sua servitù. » – Guasti, Lett. del Tasso, Vol. I, pagina 240.
[35] palèo: oggetto che i ragazzi fanno girare per gioco (ndr)
[36] Oltreché io stimava che l'essere terzo tra Bruto e Solone non fosse cosa d'esempio vergognoso. – Lett. del Tasso, Vol. I, pag. 276.
[37] So che il Duca consentì che altri s' usurpasse la possessione delle mie composizioni già a lui dedicate.... Egli avrebbe voluto ch' io non avessi aspirato a nessuna laude d'ingegno, a nessuna fama di lettere, e che fra gli agii, i comodi, i piaceri menassi una vita molle, delicata ed oziosa, trapassando quasi fuggitivo dall'onore dal parnaso, dal liceo, dall'accademia agli alloggiamenti di Epicuro .... Lett. del Tasso, Vol. I, pag. 282.
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