Jacopo Cabianca

Il Torquato Tasso

CANTI DODICI

Edizione di riferimento:

Il Torquato Tasso di Jacopo Cabianca, canti XII, Venezia, Tipografia  del  Commercio 1898.

Alla  magnifica  ed  ospitale

città  di  Ferrara

il  vicentino  Jacopo  Cabianca

intitola

memore  grato  riverente.

 Canto Primo

LA FAMIGLIA.

I. [1]

Incontra quelle piagge, ove regina,

Tra gli aranci ed i fior, Napoli siede,

Diviso dalla breve onda marina

Ch' entra quel seno e gli susurra al piede,

Di cento colli, in dilatata china,

Un vago digradante ordin si vede,

E l'un giogo sull'altro alzar la fronte,

E perdersi col cielo all'orizzonte,

II.

Qui de' campi Flegrei rotto il terreno:

Qui narran d'altre età Gaëta e Cuma:

Di Baia alle rovine e di Miseno

Muor sospiroso il fiotto in bianca spuma:

Dorme Virgilio a Posilippo in seno;

Mergellina di rose si profuma;

E per l'ampio paese, in ogni canto,

Parlano vecchie istorie e nuovo pianto.

III.

E a te, che levi la turrita cima

Sul verde mar che alle sirene piacque,

A te il saluto dell'itala rima,

Inclita terra, ove Torquato nacque!

Perchè, Sorrento, tu blandivi in prima

I suoi riposi al mormorio delle acque,

E la tenera bocca inebbriavi

Coll'olezzo de' fior, col mel de' favi.

IV.

D'infra tutte bellissima e gentile

Gode Sorrento di un tepido cielo;

Qui il sol risplende d'un perenne aprile,

E le sue notti non conoscon velo:

Nè quando la stagion muta di stile

Intristisce il terren per nebbia o gelo;

Ma il cedro eterno tra la verde chioma

Spiega il tesor delle dorate poma.

V.

Contro la gelida Orsa il loco serba

Di altissime montagne una ghirlanda,

Onde ne brina sulla tenera erba,

Nè settentrïonal vento si spanda:

Ivi d'ombre e di secoli superba

Una foresta cresce in ogni banda,

E corrono le facili pendici

Freschi zampilli e linfe irrigatrici.

VI.

Così dalle feconde acque d'argento

Ride impinguata la famosa valle,

Dove all'aperto ciel serenan cento

Presepii di giovenche e di cavalle.

Là mugghia, re del folleggiante armento,

Il nero toro dalle larghe spalle;

Quivi il puledro, come amor lo accende,

Si slancia, corre e al zeffiro contende.

VII.

Spesso però l'invidïata pace

Si conturba d'un subito e la pura

Lucentezza degli astri, ed è mendace

Tanta serenità della natura.

Ecco una nube, che indistinta giace

Sul cocuzzolo ai monti, ognor più scura

Alzarsi e andar siccome compagnia

Di cavalieri che galoppa via.

VIII.

Intanto giù per le supreme vette

Un vapor bigio, quasi per iscala

Dalle colline alle valli soggette

Sempre più denso e spazioso cala.

Sovra la terra e l'ocean si mette

Un turbinio degli aquilon sull'ala,

E tutto in suo passaggio agita e volve

Fra l'impeto dell'acque e della polve.

IX.

Allora il mare sin dall'ime grotte

Bolle sconvolto e orribilmente fuma:

Urtansi in urlo lungo l'onde rotte;

E sulla cima ai cavallon la spuma

Di un color bianco, per la cupa notte,

Al balenar de' folgori si alluma,

Come lenzuol che un pallido scheletro

Pe' cimiteri si trascini addietro.

X.

Spesse volte al furor degli elementi

La sdegnosa si unisce antica terra,

E ne' visceri suoi l'acque ed i venti

Cozzan feroci in disperata guerra:

Già sotto i piedi traballar tu senti

Il suol che d'ogni parte si disserra,

Mentre d'intorno alla ondeggiante scossa

Torri e palagi van qual canna mossa.

XI.

Dal vicino Vesuvio un fumo denso

Allor si spande per l'aperta volta,

E ceneri e lapilli, in fascio immenso,

(Onde Pompeia un dì giacque sepolta)

Van rotëando per l'aëre accenso,

E luce hanno e color dalla disciolta

Lava, che a' rossi vortici per entro

S' agita e bolle nell'ardente centro. –

XII.

Gli ultimi giorni eran del marzo, e fiera

Sovra Sorrento, imperversando, mugge

Una equinozïal aspra bufera,

La qual col sole, che nell' onde fugge,

Ben lunge dal cessar, sempre più nera

Pel mare accavallato infuria e rugge:

Che il vento dall' opposta Africa sponda

Sbuffa e flagella la cittade e l'onda.

XIII.

Ormai le genti päurose e rare

Si ritrassero innanzi alla procella;

Solo per entro di quel buio appare,

Tremolante qua e là, qualche fiammella,

Accesa a Lei che in cielo è Donna, e in mare

Allo sbattuto navigante è stella;

A Lei che madri e spose, a giunte mani,

Chiamali propizia ai poveri lontani.

XIV.

Una splendida casa il mar prospetta

Con un giardin, che in facile pendice

Fra gli aranci discende e fra l'erbetta

Sino a' scogli che in acqua hanno radice.

Qui, benchè notte sia, venne soletta

Di quel loco la vaga abitatrice,

E un cerchio presso lei di luce viva

Spandesi da un fanal, ch' è sulla riva.

XV.

Dal tramonto del giorno in molto affanno

Ella qui stassi e mezzanotte or suona,

Nè s'alza ancora dall' umido scanno,

O il posto per la tarda ora abbandona:

Fa schermo, lunga assai, di rozzo panno

Veste marineresca alla persona,

E il viso e il crine, che ondeggiante scappa,

Appaion soli dall'alzata cappa.

XVI.

Ned' ella all' aquilone si sgomenta,

O allo scroscio dell'acqua che la batte

Fredda così, continua, vïolenta,

Che son di gelo le sue membra fatte;

Anzi par tanto poco o nulla senta

Dell'uragan che crudo la combatte,

Che nel vederla si diria scolpita

D'insensibile marmo o senza vita,

XVII.

Ai raggi obbliqui che il fanal concede.

Fresca d'anni ella appare e grazïosa;

E tal ciascun la disse il dì che il piede

A Sorrento volgea quella vezzosa:

Che dal Taro, de' Rossi illustre erede,

Qui venne, tutta amor, del Tasso a sposa,

Mentre quel cavaliere era a governo

Nella casa dei prence di Salerno.

XVIII.

Oh i dì lieti e vissuti! Oh le beate

Ore che in mezzo la festiva corte

Alla donna gentile ed al suo vate,

Senza una nube, sorrise la sorte!t

Nuovo tempo di amore! Avventurate

Gioie d' un ben, che più giocondo e forte

Stringeano una fanciulla e un giovinetto,

Soavi frutti del pudico letto!

XIX. [2]

Or diverso per lei volge il presente,

E con gioco crudel ben presto il caro

Favore, ond'era invidia della gente,

E le allegrezze in lagrime mutare

Giacchè dello Spagnuol l'impertinente

Prepotenza e il voler sordido e avaro

In rea condizion Napoli han tratto

Ed il reame vilmente disfatto.

XX. [3]

Così il sir di Salerno, a lunghi inganni

Oggetto, e ad ire mortalmente nove

Fuggir dovette, e dai sicuri danni

Scampar la vita minacciata altrove.

E mentre in Francia contro i suoi tiranni

Domanda aita, ed arme e genti move,

La sua casa è dispersa, e d'ogni indegno

Oltraggio i servi suoi son fatti segno.

XXI.

Nè il Tasso allor patì che il suo signore

Movesse solo al disperato esiglio;

Ma seguitar lo volle e a lui col core

S'offerse d'opre amico e di consiglio.

Ei della sposa sua l'alto dolore

Sostenne e i preghi e il lagrimoso ciglio,

Nè mutò dal fermato intendimento

De' suoi bambini al supplice lamento.

XXII.

Porzia, (tal nome quella donna avea)

Dopo dell'abbandon, ne' suoi diletti

Teneri figliuolini raccogliea

Della vita mestissima gli affetti;

E tutta in loro e tutta nell'idea

Del suo Bernardo, par sempre lo aspetti,

E col pensiere seguitar si piaccia

De' suoi viaggi la diversa traccia.

XXIII.

Fu di gioia a morire in quell'istante

(Ora sono tre dì) quando un fidato

Messagger capitavale davante

Recando un foglio dello sposo amato,

Che le scrivea – Da lei poco distante

Esser giunto ai confini dello stato,

D'onde verrebbe nella notte stessa,

Purchè la via gli avesse il mar concessa. –

XXIV.

Ed ella; sospirando a quel suo caro,

Fu veduta restarsi alla marina

Dalle prime tenèbre al primo chiaro

Che in orïente nuncia la mattina,

E due notti lunghissime passare.

Come e quanto crudeli alla meschina!

Questa è la terza, nè persona ha vista

Che le rechi novella o buona o trista.

XXV.

Ecco un vento levarsi e per la bruna

Volta mettere il cielo alla bonaccia,

E anch' essa fuor de' nugoli la luna

Uscir mostrando la serena faccia;

Però sull'oceano la fortuna

Di perigli raddoppia e di minaccia,

E l'un sull'altro in rovinosa altezza

Il fiotto accavallandosi si spezza.

XXVI.

Se non che, in quel momento alla bramosa

Da discosto appariva, da discosto

Sull'agitato mar come una cosa

Che mutarsi parea di forma e posto.

Ond' ella attentamente e senza posa

Dello sguardo la seguita, e sì tosto.

In apparenze ben distinte e certe,

In piccolo battello al largo avverte.

XXVII.

Un battello, un battel! La poveretta

Benchè vinta cadesse in sui ginocchi,

Non cessò di guardar, quasi ristretta

Ormai si avesse ogni virtù negli occhi.

Intanto, quale scappa una saetta

Cui l'Indian sull'Orenoco scocchi,

Tale la navicella avanza, avanza,

E guadagnando vien della distanza.

XXVIII.

Cogl'inutili remi in man raccolti,

Tanto li caccia impetuoso il vento,

Stan due robusti giovani rivolti

Ad un vegliardo che al timone è attento.

Il numero di loro e sono i volti

Da Porzia conosciuti in un momento;

Ed ella tutte dalla riva scôvre

Di que' pericolanti le manovre.

XXIX.

Misericordia, o Dio ! Starsi da poppa

Vede lo sposo suo sul piccol legno

E ardente cero di resina e stoppa

Alto levar di gran periglio in segno.

Del vento a sostener la furia troppa

Egli si fa dell'una man sostegno

All'albor del barchetto, e l'altra scuote

Volgendo il tizzo in luminose ruote.

XXX.

E quella fiamma vacillante e mossa

Per entro il buio, che sul mar si stende,

Tra il fumo e le scintille orrida e rossa

Al guardo desioso ora risplende;

Or disparendo, subito s'infossa

Dell' ampio mostro tra le fauci orrende,

Onde parea la nave capovolta

Sotto i marosi rimaner sepolta.

XXXI.

Di un' ambascia mancar, che poco meno

Son gli ultimi travagli della morte^

E svenuta cadere in sul terreno,

E risentirsi da una stretta forte

Tutta abbracciata, e ritrovarsi in seno

Al lagrimato suo caro consorte,

Fu per Porzia un dolore.... un gran contento

Come una visïon, come un momento. –

XXXII.

Nell' industre pensier di quell'atteso

D'olezzanti ginepri era rimasto

In casa per tre notti un foco acceso

Sopra gli alari di un camino vasto;

Là col marito, dalla pioggia reso

Sino dentro delle ossa umido e guasto,

Senza tempo gittar la donna venne

E per via tutta amor ne lo sostenne.

XXXIII.

Poichè le fredde vesti ebbegli tolto

E a lungo rasciugatolo e deterso,

Fa con tepidi lini e studio molto

Di tornargli alle membra il calor perso:

Allor la barba, allora il crine incolto

Ricompone in buon ordine, e cosperso

Di grate acque odorose il liscia e abbella,

Onde in sembianza mostrisi novella.

XXXIV.

Poscia gli mesce di vendemmia antica

In colma tazza le dorate stille,

E vuol che una e due volte ogni fatica

In essa scordi e il corpo refocille.

Bene spesso a metà dell'opra amica

Affisa in lui le attonite pupille,

E nell' immenso suo piacer le pare,

Estatica d'amor, di trasognare.

XXXV.

Ed egli della via scordati i guasti,

De' figli domandò senza ritardo;

Che veder li vorria tanto che basti

A fissar ne' dormenti almen lo sguardo:

Nè la sposa d'inutili contrasti

Offendeva il piacer del suo Bernardo;

Anzi lo guida alla solinga stanza,

Ove di star con essi ha costumanza.

XXXVI.

Eran cosa rapita al paradiso

Que' due fanciulli, e la calma serena

Che lor sorride dolcemente in viso,

Nulla per certo avea d'aria terrena.

Di poco l'uno dall' altra è diviso;

E la face, ch'illumina la scena,

Un non so che sopra i dormenti versa

Di bellezza ineffabile e diversa.

XXXVII.

Cornelia, (domandavasi la bella

Primogenita lor di questo nome)

Ha tocco il tredicesimo anno, ed ella

Mostra il bel viso sol, che fra le chiome

Dalla cornice delle bionde anella

Grazioso di fuor scappa, siccome

Farebbe, candidissima a vederla,

In cerchio d'oro orïentale perla.

XXXVIII.

E quale un giorno figurò Bellino

Alle Vergini sue sovra i ginocchi

In pace soavissima il Bambino

Nudo e vivo così che par lo tocchi;

Con quell'aria, con quel sonno divino

Ove socchiusi pur ridono gli occhi,

Di tre anni minore appar Torquato

Alla vezzosa sorellina a lato.

XXXIX.

Dal travolto lenzuolo uscendo fuora

Delicate, lucenti e al tornio fatte,

Torreggiano le membra che colora

Fresca una tinta tra la fraga e il latte:

A chi la guardi sembra che talora

La breve bocca ad un riso si adatte;

Quasi la gioia del paterno affetto

Nel sonno indovinasse il fanciulletto.

XL.

Allora il genitor non altrimenti

Ch'entrato un cerchio magico si fosse,

Dal contemplare i cari suoi dormenti

Nè il guardo più, ne la persona mosse.

E se alle labbra mancano gli accenti,

In quella vece due lagrime grosse,

A lui corron sul volto, e gliele spreme

D'ogni affetto più vivo un dolce insieme.

XLI.

Che se talvolta dagli amati aspetti

Levando gli occhi li rivolge altrove,

A paro col sentir de' primi affetti

Vengono ricordanze e gioie nuove.

Intorno a lui da conosciuti oggetti

Soave voce di conforto move,

E di memorie aspettalo un tesoro

E ciascuna lo chiama in mezzo a loro.

XLII.

È questo il nuzïal letto, giocondo

Nido, dove alla sua colomba piacque

Far beato di gioia il sitibondo

Amor che in lui da tanti pregi nacque:

Qui nascoso all'invidia e al triste mondo

Nullo secreto alla sua donna tacque;

Qui palpitando per due vite care

Si udì di padre col nome chiamare.

XLIII.

I brevi sdegni e le paci d'amore,

Le lunghe confidenze ed ogni cura,

Ogni speranza e i dì vissuti e le ore

D'affanno palpitanti e di paura,

Tutto il passato sì gradito al core,

Ora in festiva, ora in mesta figura,

Aleggiandogli presso, in vario gioco

Di amate fantasie popola il loco.

XLIV.

Qual dopo un acquazzon da cento bande

Corron rivi di grosse acque al torrente,

Che gonfio fuor de' rotti argini spande,

Per le vaste campagne; similmente

La piena degli affetti è così grande

Che il core separar ei se ne sente,

E qual fil d'acqua all'assetata sabbia,

Più non bastano i baci alle sue labbia.

 XLV.

E quando che alla fine quell'immensa

Prepotenza d'amor si tacque alquanto,

– O gioia – egli esclamava – o ricompensa

Cui nessuna altra vale al mondo tanto!

Una donna che t'ama e vive e pensa

Nel tuo pensiero e il gaudio ha teco e il pianto,

Una donna fedel come la mia

Vince ogni ben che più diletto sia.

XLVI.

– Sorridimi così, così mi guarda . . . . .

Quanto pallida se' dall'aspettarmi!

E pur mi par che la pupilla t'arda

D' una luce più viva, e il viso parmi

Vesta ignote lusinghe. . . . .  Oh se mi tarda

Dalla tua bocca udire a raccontarmi

Quanto l'esiglio dell'amato sposo

Eterno ti sembrasse ed affannoso!

XLVII.

– E i figli nostri? Parlami ed avanza

Col bramato tuo dire ogni altra inchiesta:

Or Torquato che fa? cresce a speranza

Ed al bello ed al buon la mente ha desta?

Serba Cornelia della tua sembianza

E ancor delle tue grazie? Oh narra presta,

Narra ogni cosa, e quante volte e come

Sui labbri e in cor vi risuonò il mio nome. –

XLVIII.

Porzia a quella d'amor subita pressa;

– Da quando – rispondea – ne fosti tolto

Momento non passò che ad una istessa

Brama non fosse e ad un pensier rivolto.

I figli tuoi con la tua sposa oppressa

D'ogni cordoglio, ti amar sempre e mollo;

E quella (e che sola in vita i tenne

Mai per dubbio o patir manco non venne.

XLIX.

– Allor che tutti e i miei fratelli insieme

Stavano congiurati a farne torto,

Era la tua memoria, era la speme

Di rivederti ogni nostro conforto;

E nel durar di quelle angosce estreme

Il cor già freddo ed alle gioie morto

Per sua consolazione avea soltanto

La speme che tornassi e il nostro pianto.

L.

– Ma che delle mie lagrime ragiono,

Od a qual voto sospirar degg'io?

Se appien felice a te vicina or sono,

E bevo da' tuoi labbri un lungo obblio?

Pure, o Bernardo, d'un immenso dono

Nel duol ci volle consolati Iddio,

Che i nostri figli tanto in bene ei crebbe,

Che meglio desïar non sen potrebbe.

LI.

Già son maturi l'anima e l'ingegno

Del nostro figliuoletto e tal la mente,

Che nulla nel parlare o nel contegno

La tenerella etade indica e sente;

Onde presaga di famoso segno,

Maravigliando attonita la gente

L'ascolta, e in ascoltarlo e crede e giura

Un miracolo ci sia della natura.

LII.

– Nelle belle virtù, negli atti onesti

Cornelia al fratel suo non vien seconda,

Ed ella ha gli occhi ancor soavi e mesti,

Ancor la chioma più che l'oro bionda.

Vicino alla tua sposa, in mezzo a questi

Nostri tesori qual vita gioconda

Ne aspetterà dovunque ormai ti piace

Teco condurne a sospirata pace!

LIII.

– Toglimi, oh te ne prego, a questa ria

Fortuna, al vitupero per cui moro;

Che sulla terra un sito non vi sia

Che ne scampi alla rabbia di costoro,

Dove liberamente arda la mia

Anima, e sappia ognun quanto ti adoro;

Dove almen teco, e fosse nell'inferno,

La tua Porzia restar possa in eterno! –

LIV.

All' animato dir Bernardo stessi

Non così come de' felici è l'uso,

Ma chino il volto, cogli occhi dimessi

E in un mar di pensier tutto racchiuso.

Poi quando lento a risponderle fessi

Tale sembrava nel suo dir confuso

Quale chi sconfessar coi labbri tente

Ciò che per vero nel suo cor consente.

LV.

– O mia sposa, o compagna a questa sorte

Troppo crudeli se a te fedele io sia,

Ne attesto il cielo e sol potrà la morte

Separarne quaggiuso, anima mia!

Ma un altro amor del nostro avvi più forte,

Avvi una fede a ciascun' altra in pria,

Per chi la patria ha collocato avanti

Agli amici, a sè stesso e a tutti quanti.

LVI.

– Non vedi come lo Spagnuolo esulta

Ed in quanta miseria egli ne ha messi?

Rotta ogni legge, ogni baldanza inulta,

E i traditor famosi e i giusti oppressi,

Anche ai principi nostri il vile insulta,

E servi i vuole, o pur tiranni anch'essi:

A lui la forza, a lui l'oltraggio è dritto

E sin d'un lagno egli ne fa delitto!

LVII.

– Però Francia è con noi – Francia? – ripiglia

Porzia, e un sorriso sulla bocca mesta

Le balena così che rassomiglia

A sol ch' esce dai nugoli in tempesta.

– Francia è con noi! e questo ne consiglia

A resistenza, ed ogni forza è questa?

Tristo chi solo a far da sè non basta,

Quando l'ultima prova a lui sovrasta!

LVIII.

– Francia è con noi ; in lei si vive e spera?

E non ci ha ancora esperïenza istrutti

Ch'ella fede non tien, che menzognera

Promette a tutti per tradirne tutti?

Ahi! troppe volte la fatal guerriera

Dalla cerchia dell' Alpe ai nostri lutti

Discese, e troppe ancor rivalicolla,

De' rubati tesor non mai satolla.

LIX.

– A nostra libertà mortale e a noi

Fu il sorriso di Francia, e Italia sallo

E sa quanto valesse a' danni suoi

La fè giurata dal vantato Gallo.

Oh te pur benedetta e i figli tuoi,

Magnanima Sicilia, onde il gran fallo

Così scontasti, che alle Franche donne

Fu carestia di vedovili gonne! –

LX.

Qui tacque Porzia e d'ogni dir più viva

L'eloquenza degli occhi era e del volto:

Tale del patrio Simoënta in riva,

Nel futuro il veggente occhio rivolto,

Cassandra del destin l'ordine apriva

Al popol suo che le negava ascolto;

– Ed ahi folle – diceva – ahi gente cieca,

Non conoscete ancor la fede Greca? –

LXI.

Lo sposo a quel parlar, mutato aspetto,

– Oh la divina! – esclama – Il foco ond'ardi,

Così a noi tutti riscaldasse il petto

E sarem men traditi e più gagliardi!

Ma perchè io torni in breve al tuo cospetto

E sia degno di te, perchè i tuoi sguardi

Mi sorridano a lungo, or mi permetti

Che alla mia patria io viva e ad altri affetti.

LXII.

– Puoi tu voler che, condannato a torto,

Gema Sanseverino in tante offese,

Mentre io, lontan da lui, godo il conforto

Che il suo gran core mi largì cortese?

No, per Iddio: la fede che gli porto

Non muterà fortuna, nè paese;

Mi avranno i lieti dì, mi avranno i rei

Fedele ognora a' giuramenti miei.

LXIII.

– Tu qui rimanti, o cara, e poi che lasso!

Son peregrino dall'onor condutto

Vicino a ritentare il duro passo,

Mi raccomando a te che mi se' tutto!

Oh la mia casa ch' è caduta in basso,

Oh guarda i figli da novello lutto;

Salvali almeno dall'ingiusto scempio,

Che me colpisce per la fè che adempio. –

LXIV. [4]

Di questo e d'altro alla sua donna ei parla,

E perchè d'ogni cosa risoluta

Avesse conoscenza, ad informarla

Segue narrando, come alla venuta,

Oltre il sommo piacer dell'abbracciarla,

Altra e grave ragion egli abbia avuta:

E poscia che non era a lei concesso

Nel duro bando di venirgli appresso;

LXV.

Egli ha per fermo che il nascente ingegno,

Onde tanto promette il buon Torquato,

Sia senza d'altro indugio, a nobil segno

Ed a spendidi studii indirizzato;

Così nel suo segreto il bel disegno

Seco di trarlo a Roma avea formato,

E solo a riuscir in quel proposto

S'era al periglio della vita posto.

LXVI.

Questo ella sappia, e sappia che al tramonto

D'abbandonar Sorrento è suo consiglio;

Perciò fornito d'ogni cosa e in pronto

Tenga al viaggio l'adorato figlio;

E dia così dell'amor suo buon conto

Aspettando seguirlo nell'esiglio,

E intanto alle virtù Cornelia cresca

E la memoria sua guardi ognor fresca. –

LXVII.

Porzia l'ascolta sbigottita in atto

Di chi a intendere altrui forza si faccia;

Poi quando udì che le saria d'un tratto

Il figliuolo rapito dalle braccia,

Allor come gran torto le sia fatto,

Tra le mani cader lasciò la faccia

E in un singhiozzo diè sì lungo e rotto

Da farne un tigre rimaner sedotto.

LXVIII.

Pur si fe' vïolenza, e sciolto a stento

Il faticoso nodo alle parole,

A dire incominciò con quell'accento

Di chi d'immeritata onta si duole.

– Sei tu, tu che mi parli, e ciò che sento

Dalla tua bocca anche il tuo cor lo vuole;

Nè perchè pianga tanto e tanto preghi

Confiderò che il tuo voler si pieghi?

LXIX.

– Ben dispietato! al duolo che mi cuoce

Aggiungere tu puoi l'angoscia estrema;

Acciocchè d'un egual palpito atroce

Per te, pel mio Torquato a un tempo io gema:

E in ogni ora che suona, in ogni voce

Che mi favella una sventura io tema....

Questa prova è di troppo, ed io non basto

A durar nell'orribile contrasto. –

LXX.

Qui perchè in util suo trabocchi il peso,

Come il materno amor ne la consiglia,

Guida Bernardo ove dal sonno preso

Il giovanetto ancor chiudea le ciglia.

– E guarda – ella soggiunge a quel sospeso –

Quanto il nostro figliuol ti rassomiglia

Non vedi tutte le tue stesse forme

In quell'angelo mio che dolce dorme?

LXXI.

Oh per l'amor che mi hai . . . .  oh per l'affetto

Per la fè che mantenni, e che ti porto,

Non separarlo dal materno petto;

Concedimi quest'ultimo conforto.

Guardando il viso di quel mio diletto

Il tuo tardar mi sembrerà più corto;

In lui le veggo e parmi di ascoltarla

La tua stessa favella ov'ei mi parla. [5]

LXXII.

A che dunque lontan dal nostro amore

Vorrai che dietro un menzognero suono

La libertà sagrifichi ed il core

A un mondo ove felici i tristi sono?

Tu sai per lunga prova di dolore

Come il genio è d'Iddio terribil dono,

E quanto sien le lagrime fatali

A chi si leva oltre i confin mortali! –

LXXIII.

Supplicando così quella fedele

Con esso lui del dipartir contrasta,

Ed egli impietosito alle querele

Quasi il proposto a mantener non basta;

Amor gli grida perchè ei sia crudele

E gli ripete la preghiera casta,

Quella preghiera che mercè gli chiama

Pel figlio e per colei che tanto l'ama.

LXXIV.

Allor la patria, allora il venerato

Prence gli torna in mente, e quanto ad essi

Sia stretto, e come del fanciul Torquato

Vegliar debba agli studii, e a' bei progressi;

Così il consiglio, che languìa fiaccato,

Preso vigore irremovibil fessi,

E a lei che ancóra lagrimante il prega

Di lasciarle il figliuol, crudo, ahi! lo nega.

LXXV.

Intanto al primo sole e a que' parlari

I fanciulli destatisi ad un punto,

Rivolgean curiosamente i cari

Occhi spïando il nuovo sopraggiunto;

Ed abbenchè, del suo ritorno ignari,

Trovinlo in volto conturbato e smunto.

Pur conobbero il padre, e come usciva

Loro dal core gli gridaro – evviva!

LXXVI.

Qual colombella rattenuta al laccio,

Cornelia tra bramosa e tra modesta,

Vorria gittarsi al genitore in braccio,

Se non che un senso di pudor l'arresta:

Ma delle coltri dal candido impaccio

Tosto Torquato liberossi, e in festa

Mezzo nudo si lancia, e di un gran salto

Abbraccia il padre quanto val più in alto.

LXXVII.

Quegli commosso e con umide ciglia

Teneramente se lo reca al collo,

E strettolo così corre alla figlia,

E i bacia entrambi e non n'è mai satollo.

Imago, nè parola rassomiglia

Al contento di un padre, e chi provollo

Il conosce e lo sa tanto giocondo,

Che lui perduto tutto è morto al mondo. –

LXXVIII.

Poi che Bernardo in gran secreto uscio

Per la città, ch'era levato il giorno,

Negli apparati del supremo addio

Porzia restava al figlio suo d'intorno.

Oh con quanti sospir, con qual desio

Di un giubberel di seta il fece adorno!

Come al collo gli adatta in giro breve

Candido lin che rassomiglia a neve!

LXXIX.

Alle spalle poi vestegli un mantello

Che a fior d'oro trapunse ella con l'ago;

Le chiome gli corregge e lo fa bello

Sì che renda d'un angelo l'imago.

Nè dalle lunghe anella un sol capello

Vuole che scappi inobbediente e vago;

Quasi duri quell'ordine e non basti

L'ala di un venticel perchè si guasti.

LXXX.

– Mai più dunque – gemea tal quella mesta –

Mai più non ti vedrò, mio bel tesoro,

Nè a me solleverai l'amata testa

Cogli occhi azzurri e colle chiome d'oro!

Oh le donne romane, oh quanta festa

Alzeranno vedendoti tra loro;

Come guardando a forme sì leggiadre,

Beata esclameran chi ti fu madre!

LXXXI.

– Beate a lor, cui te veder pur lice

E udir le tue parole, e starti avante!

Non a me, non a me, tua genitrice,

Che appena ti possiedo anche un istante !

Chi renderà alla povera infelice

Il riso, i vezzi e le tue grazie tante?

Chi mostreralle le luci serene

Ove abitar soleva ogni suo bene?

LXXXII.

– Lassa! senza di te, mio tutto amato,

Qual gaudio troverò che mi conforte,

Se il corpo è fiacco, tristo, esanimato,

E lo spirto di lui non è più forte.

Ned'io la fin di questo duro stato

Altrove invocherò che dalla morte;

E s'ella pur, benchè chiamata spesso,

Mi ritardasse, correrolle appresso. [6]

LXXXIII.

Così sfogando l'affannoso core,

Con impeto convulso il figlio abbraccia,

E nel trasporto dell'immenso amore

Non può i labbri staccar dalla sua faccia.

Ed il gentil, che sa per che dolore

Quel cor desolatissimo si taccia,

D'ogni umano parlar ben più loquaci

Ai suoi confonde le lagrime e i baci.

LXXXIV.

Sparito è il giorno e l'ora s'avvicina

Della partenza: sull'umido lido

Giunse il barchetto e vien dalla marina

Un venticello ai naviganti fido;

La lesta ciurma sovra i remi inchina

Tre volte alzò della partenza il grido,

E questo al core della madre piomba

Qual botto d'agonia ch'apre una tomba.

LXXXV.

L'un l'altro appresso, in stretti abbracciamenti,

Cornelia e il fratel suo scendono al mare,

Fra di loro scambiandosi dolenti

Ricordi e baci e parolette care:

I padri vengon dopo a passi lenti

E scorati così che ritrovare

In accento non ponno onde per essi

Almanco parte dell'affanno cessi.

LXXXVI.

È tutto in pronto: con equabil lena

Spinto il battello sulle lucide onde

Corre e portato dall'auretta piena

Lascia dietro di sè le amate sponde.

Fioca la voce di Cornelia appena

Giunge al fratel che da lontan risponde,

E l'ora buia di veder contende

Le agitate tra lor candide bende.

LXXXVII.

Come è grata quest' ora in ogni canto

Tace quieta de' mortali l'opra,

E sembra che la notte del suo manto

Le allegrezze domestiche ricopra:

Un molle effluvio, un amoroso incanto

La terra abbraccia e il ciel che le sta sopra,

E la contempla dalla volta bruna

Al raggio delle stelle e della luna.

LXXXVIII.

A quel cielo, a quelle acque, a quelle rive

Un tristissimo vale il Tasso invia,

E nel desio della sua donna vive

Pieno d'affanni e di melanconia;

Ma quando dalle spiagge fuggitive

Al Signor mattinò [7] l'Ave Maria,

Egli l'ascolta e sospirando trema;

Della sua patria essa è la voce estrema.

LXXXIX.

Esule ei parte. – Oh! delle angosce umane

Quale mai seco l'esule non porta?

L'addolora il presente, e la domane

Più terribile ancor lo disconforta;

Ha fame, e alcuno non gli frange un pane;

Batte, e nessuna man gli apre la porta;

Egli nelle fatiche, egli nel duolo

In tutte le miserie è solo – è solo.

XC.

Notte a notte succede, e giorno a giorno,

E viene e torna al suo vïaggio il sole;

Ma il dì non s'alza mai del suo ritorno,

Nè batte l' affrettata ora ch'ei vuole:

Ascolta i lieti popoli d'intorno

Festeggiarsi d'incognite parole,

Che non somiglian d'una voce alcuna

Alla canzon che l'addormiva in cuna.

XCI.

Chinansi i rami dalle poma oppressi,

Per le valli graniscono le biade;

Ma non per lui maturano le messi

E un frutto sol nel suo panier non cade.

Altri beato di soavi amplessi

All'amore tripudia, alla beltade;

Egli nelle fatiche, egli nel duolo

In tutte le miserie è solo – è solo!

CANTO SECONDO

L'EDUCAZIONE.

I. [8]

E voi, divine, o che vi piaccia ancora

Quali vi riverir le antiche genti,

Muse chiamarvi, o, come oggi vi onora

Il secol nostro, intelligenze e menti,

Perchè un sorriso d'allegrezza infiora

Questa culla di grami e di dolenti;

E voi, divine, intorno al fanciulletto

Sempre vegliaste e con materno affetto!

II.

Lui tenerello ancor, sul vol delle ali

Con voi rapiste e mollemente in mezzo

Ai vostri paradisi, agl'immortali

Fiori portaste dal beato olezzo.

Colà limpidi cieli, acque vocali,

Ed antri e boschi di perpetuo rezzo,

E verdi erbe e profumi da per tutto,

E a un ramo solo il fior pendente e il frutto.

III.

Quanti al bello già crebbero intelletti

Ed ebber niente e spirito di amore,

Da solo a solo o pure in crocchio stretti

Muovon per la campagna a tutte le ore;

E quel che un tempo amaro ed i diletti

Famosi studii, ove poneano il core.

Amano ancor nella vita seconda,

E un' eguale piacer ne li gioconda.

IV.

Bianca la barba e antico d'anni un Greco

Va maestoso innanzi a ciascheduno;

Ed a sua guida un garzoncel vien seco,

Perch' egli della luce è ancor digiuno:

Ma l'arpa tocca dal divino cieco

Canta l'ira d'Achille, e in odio a Giuno

Quell'Itaco sbattuto peregrino,

Che fece in terra e in mar tanto cammino.

V.

Qui Pindaro, d'allor cinta la fronte,

Dalla Dircea faretra i dardi scocca,

Mentre via per l'agon fuggon le pronte

Cavalle, e il carro che terra non tocca:

Ecco il veglio di Teo, Anacreonte,

A cui già bambinello entro la bocca

L'api d'Imetto, se non mente il grido,

Posero in vago errore il dolce nido:

VI.

Ecco i due sommi che in tragico manto

E in coturno, levar nudo il pugnale,

Ond' Ecuba e gl'Atrìdi avranno un pianto

Sin che pietade e gentilezza vale;

E quel che primo il declamato canto

Vivo rese e mortal d'attico sale;

E cento insieme a lor vanno d'attorno

Per cui Grecia sonò famosa un giorno.

VII.

Ospiti illustri dell'etisie rive

Son compagni a costoro anzi fratelli,

Que' che sul Tebro dalle fonti Argive

Dedusser nuove grazie, estri novelli;

Ed ivi come un dì sulle native

Sponde, olezzano i fior stupendi e belli,

Da che in Grecia e in Italia una natura,

Un sole stesso i frutti suoi matura.

VIII.

Ma la musa latina, che s'inspira

D'amore ed al sublime il plettro accorda,

Ignora il verso che libero spira,

E lungamente il popolo ricorda.

Del Mantovan l'adulatrice lira

Pel fortunato Augusto ebbe una corda,

E tra i piaceri il Venosin perduto

Scordò la condannata ombra di Bruto.

IX.

D'una foresta altissima all'eterne

Ombre, ed in riva d'un novel Giordano

Torquato molte antiche anime scerne

Schive andarsi dalle altre ombre lontano.

Dell'arpe loro sulle corde alterne

Freme una nota che non sa d'umano,

E pare il suon misterioso rubi

Alle armonie degli astri ed ai cherubi.

X.

O montagne del Libano! o vantati

Cedri! o fontane del verde Carmelo,

Dove a' santi colloqui, insiem co' nati

Dell'uom, venian gli abitator del cielo!

Di qua furo i veggenti e furo i vati,

Che rapiti in ispirto e senza velo

Libere genti e un miglior regno han visto,

E profetando salutaro al Cristo.

XI.

Nè parlan solo allo svegliato ingegno

Di Torquato Siónne, Atene e Roma:

Ch'ei fa de' studii suoi, più ch'altri, segno

Del natio Sì lo splendido idïoma:

Questo serto di fiori unico e degno

Che olezza, o Italia mia, sulla tua chioma,

E spande intorno a sè tanti profumi,

Che mortal no, ma cosa par dei numi.

XII.

Ne' campi di Legnano e fra le deste

Genti già il parlar nostro ebbe la cuna,

Ed i vagiti suoi furon le feste

Onde cento città sursero ad una;

Fornîr le Grazie la sua prima veste,

E tanto il ciel guardollo e la fortuna

Ch'egli un bel giorno s'addormì lattante,

E quando ridestossi era gigante.

XIII.

A questo del bel dir fonte, che primo

In Arno scese e per le Tosche rive

(Lucido fonte a cui non turba limo

L'acque in eterno cristalline e vive)

Si appressò tosto il giovinetto, e opimo

Di grazia, di beltà fresche e native,

Tal si ritrasse che par tutti n'abbia

I tesori rapiti in sulle labbia.

XIV.

Come silenzïoso in sè raccolto

Contempla lui che in terra unico ardìo

I dannati cantare, e que' che in molto

Amore penan di lungo desio!

0 come guarda a quell'austero volto

Il qual, benchè s'imparadisi in Dio,

Non perde già dell'infernale tinta

Di che la fronte in prima ebbe dipinta!

XV.

Spesso ei cerca un allor che i rami estolle

Spazioso così che gli altri avanza:

Già di Valchiusa sul fiorito colle

Quell'arbor crebbe in celebrata stanza:

Gli amori l'educaro al bacio molle

De' zeffiri e di aprile alla fragranza,

E volando scherzar entro le fronde,

Ove un'eco gentil Laura risponde.

XVI.

Però talvolta portentoso un mago

A sè rapisce l'alma giovinetta;

E, come ride in variopinta imago

Raggio di sole che un cristal rifletta,

Tal di mille beltà splendido e vago

Si mostra ognor diverso, e ognor diletta;

E canta e pinge con novi colori

« Le donne, i cavalier, l'armi, gli amori »

XVII.

Con passo or dubbioso, ora più snello,

Entro quelle amenissime contrade

Avanza il Tasso, e col desio novello

Che bolle in cor dalla fidente etade,

Dischiude l'intelletto avido al bello,

Qual rosa ogni suo fiore alle rugiade;

Quel fior bramosamente il succo beve,

E voluttà d'odori indi riceve.

XVIII.

Ma più che in quel travaglio s'innamora,

Più la scena si allarga al desïoso,

Ed incognite terre ad ora ad ora

Gli mostra ed apre un orizzonte ascoso.

E qual vedea dalla felice prora

Maravigliando il Ligure famoso

A poco a poco fuor del mar profondo

Sollevarseli avanti un altro mondo:

XIX.

Così Torquato. E vede egli lo stile

Nel pensiero incarnarsi e mutar forme;

Non però che col semplice l'umile,

O col sublime scambisi il deforme;

E la gonfia licenza ed il servile

Omaggio, che d'altrui striscia sull'orme,

Egualmente dal bello andar da lunge,

Cui studio e ferma volontà raggiunge.

XX.

Vede gli antichi, ora fecondi, or gravi,

D'ogni umana eccellenza il fin toccare;

E, come mele da dorati favi,

Sapïenza e diletto indi stillare;

Vede sempre del cor volger le chiavi

L'arte che tutto informa e non appare,

L'arte che sotto facil verso esprime

Ardui concetti e faticate rime.

XXI.

E qui regina dell'uman pensiero

Sfavillar la natura ed ogni corda

Da lei tocca rispondere a quel vero,

Che alla bellezza archetipa si accorda:

Onde fuori di lei spesso un mistero,

Un baleno, un rumor vano che assorda,

Una larva che abbaglia e si risolve

Ad ogni soffio in nebbia, in fumo, in polve. –

XXII. [9]

Ne' studii intanto dove l'uom diventa

Grave ed il giusto libra in sua misura,

Ora in riva del Tebro, ora del Brenta

Pone il giovine Tasso ogni sua cura:

Ma eolia ingrata lance invan lo tenta

La dignitosa Astrea; ch'egli alla dura

Sua legge la bollente anima chiuse,

E vostro nacque, e ognor fu vostro, o Muse!

XXIII.

Strano a narrar! Nell'anima egli prova

Tale una impression non avvertita,

Qual dietro l'esca d'una gioia nova

Soavemente a sè lo volge e invita.

Onde gli par che dentro se gli mova

Un indistinto spirito di vita,

E i vaghi adolescenti anni ad un tratto

Mutin faccia e con loro altro ei sia fatto.

XXIV.

E come all'augellin viene in aiuto,

Maestra d'armonie, sol la natura,

Ed ella al suo garzon timido e muto

La parola insegnò franca e sicura,

Che quai le note di vocal lutto

Ha un suono, una cadenza, una misura,

E ora rapida, or rotta, or lunga, or breve

Dal cuore norma ed abito riceve.

XXV.

Quel Dio che un grato odor diede alle rose

E al musico usignuol la melodia,

Egli dal bello delle belle cose

Tolse un arcano senso, un' armonia,

Che nella crëatura indi ripose

A destarvi così la poesia:

Spirto gentil che dell' umano e insieme

Serba gran parte del celeste seme.

XXVI.

Tutto che splende in ciel, tutto che nasce

Per la terra e per l'onde a lui favella;

D'affetto e di silenzii egli si pasce,

E la melanconia gli vien sorella:

Sulla fronte gli sta fin dalle fasce

Segno immortal, ne tempo lo cancella;

La sventura e il dolor lo fanno grande;

E perchè oppresso maggior luce ei spande.

XXVII.

All'età di vent'anni, e quando il mondo

Ha un sol colore ed un'imagin lieta.

Come fidente allor, come giocondo

Le sue felicità canta il poeta!

Azzurro il cielo, il venticel secondo,

L'onda del mare mollemente è cheta,

E il giovine nocchier discioglie in festa

E non sospetta pur della tempesta.

XXVIII.

Fortunato il mortale a cui sorride

Per questo mare un benedetto raggio,

Raggio d'amore che fra l'onde infide

E le tenebre gli mostri il viaggio,

E se in porto no 'l tragga, almen lo affide

Di virtù, di costanza e di coraggio;

E brilli, senza tempo, astro di pace

A lui che in dubbii sconfortato giace!

XXIX.

Così se dall' età sua giovanile

Serve il Tasso all' amor, qual maraviglia?

L' aura che muove da donna gentile

Nell'alma del poeta rassomiglia

A quella genitrice ôra d'aprile

Che dei fior desta la vaga famiglia;

Nè sentimenti v' han nobili e cari

Che il sorriso di donna non impari.

XXX. [10]

Entro le mura dell'antica Manto

La grazïosa giovanetta nacque,

Che il nome avea di quella ond'ebber vanto

Le fresche di Valchiusa e limpide acque;

E in adornarla di vaghezze tanto

Lo spirto creatore si compiacque,

Onde a dar fè della divina stanza

Ella tenga di un angelo sembianza.

XXXI.

Nè solamente del celeste coro

L'immortale bellezza era in costei,

O lo splendor dei grandi occhi, o il tesoro

Della eletta persona e de' capei;

Ch' anzi, perchè sembrasse una di loro,

Ogni mite virtù sen venne a lei,

E nel corpo gentil prese suo loco

Come il calore dentro i rai del foco.

XXXII.

Non così mai con tanta gioia aperse

Le torpide pupille un cieco nato,

Che, riguardando alle cose diverse,

Non sa se vegga o ben abbia sognato;

Come, dal primo di che discoverse

La sua fanciulla rimanea Torquato.

Che d'un' arcana voluttà la possa

Per le vene sentissi e dentro l'ossa.

XXXIII.

O cara vita! o facili deliri!

Gioie spesso infedeli e sempre corte!

Studii, affetti, dolor, veglie, sospiri,

Tutto scordarsi in un pensier più forte;

Dove l'amata donna il guardo giri

Vedere il cielo e fuor di lei la morte,

E notte e giorno ritrovarsi appresso

In desiato errore un volto istesso;

XXXIV.

E agli occhi un raggio, un profumo alle chiome,

Credere eterno alla sua bocca un riso;

Rapire al sol la luce, ai fiori un nome,

Onde fare più bello il suo bel viso;

Amarla sempre, amarla sempre, e come

A messagger che vien dal paradiso,

A lei fidar la vita, a lei soltanto

L'avvenire, la fè, l'anima, il canto;

XXXV.

E uno sguardo, un sorriso, una parola,

E la baciata man, le tocche vesti

A premio domandar, a meta sola,

Che innocente parrebbe anche ai celesti;

Questa a Torquato fu la prima scola,

I palpiti primier furono questi:

Quando un ignoto a lui spirto d'amore

Per mezzo gli occhi gli passò nel core.

XXXVI.

Da che quella bellissima si accorse

Di quel garzone, e come e per qual piaga

L'abbia condotto d'ogni gioia in forse,

Tal si mostrò nel suo trionfo paga,

Che al timido amator tosto soccorse,

A lui venendo tra modesta e vaga;

E sul vivo dolor della ferita

Sparse un soave balsamo di vita,

XXXVII.

Un intelletto splendido e cortese

Nel suo Torquato riverisce, ed ama

Quel cor che batte alle nobili imprese,

Quell'alma che in ben far pose ogni brama:

All'onore, all'amor del bel paese

Nel suo gentil coraggio ella lo chiama,

E a saperlo felice e glorïoso

Gli darebbe la vita e il suo riposo.

XXXVIII.

Fra quelle contentezze il lieto amante

Spesso godeasi in varie rime a dire

Del gran piacere e delle gioie tante

Perch'è beato appien il suo servire.

Che se a qualche pensier, per farsi avante,

Nel timido parlar manca l'ardire,

Col vel de' versi poesia lo affida,

Ed all'amica sua dritto lo guida.

XXXIX.

Così narra d'amore e delle antiche

Storie, che al tempo far di Carlo Mano:

Narra del prò Rinaldo le fatiche.

E quanto oprò col senno e con la mano:

China le orecchie al suo poeta amiche

La nobile fanciulla, e a mano a mano

Ch'egli l'ordita tela in versi esprime.

Ell'è giudice e musa alle sue rime.

XL.

Se non che, mentre ciaschedun lo applaude.

Il genitor di lui che parla esperto,

Al Tasso si diria quasi defraude

Il giusto premio o almen ne scemi il merto.

Giacchè vana quel saggio ogni altra laude

Conosce e grave della gloria il serto;

Ed è perciò che quanto il cor gli basta

Così alle brame del figliuol contrasta.

XLI. [11]

– Allor che ne guardava in lieti auspici

La fortuna seconda e il ciel sereno.

Era lecito allor come ai felici

Ber delle muse al calice ripieno.

Oggi dispersi e d'ogni ben mendici

Raccor dobbiamo ai mobili estri il freno,

E venir rassegnati, a capo chino,

Dove necessità mostra il cammino.

XLII.

– Alla tua madre oh santa e benedetta

Memoria di colei che ci amò tanto!

A tua madre nell'ultima distretta

Del separarci non bastava il pianto.

Ella è morta . . . .  da lungi è la diletta

Mia figliuola, e vederla e starle accanto

Ne vieta il bando che sì crudo pesa,

E la terra natia ne tien contesa.

XLIII. [12]

– Tu pur lo sai; spezzata in terra giace

L'alta colonna, nobile sostegno,

Onde a noi tutti riposata pace

E il contento venia d'un viver degno.

Oggi di lui stanca la fama tace,

Di lui che s'ebbe onori, altezza e ingegno,

Ed or la vita in mille stenti adopra

Ed un tetto non ha che lo ricopra.

XLIV.

– Quando ricordo quel signore e il molto

Affetto ond'ei ne avea come sua cosa,

Sento l'alma ferita e, quasi tolto

Tutto le fosse, andar grave e pensosa.

M'avessi un dì, m'avessi dato ascolto,

O Prence di Salerno, e la sdegnosa

Mente frenata e gli alti sensi tuoi,

E tu saresti e la tua casa e noi! –

XLV.

L'ascoltava Torquato, e come visto

A pianger l'ebbe in que' ricordi, allora

Così gli rispondeva: – Anch' io vo tristo

O padre, per l'affanno che ti accora:

Però se il prence rinnegato ha Cristo,

E tutto quanto in cavalier si onora:

La colpa non è tua: che tu sincero

Amico e servo gli parlasti il vero.

XLVI.

– Ed or, dimmi, perchè, tu, nelle corti

Famoso e chiesto da potenti a gara,

Perchè non leggi che funeste sorti

Nell'avvenir che il cielo ne prepara?

In vero a noi cagion d'alti sconforti

È il desiderio della patria cara;

Ma creder giova che ai perduti giorni

Un più mite destino alfin ci torni.

XLVII.

– Certo all' esiglio e a ciò che più ne duole,

Mettere un fin vorrà Cesare invitto:

Esso gl' ingegni e la giustizia cole,

E abbiam per noi la fede e il nostro dritto. –

– Il dritto, o mio figliuolo, è delle scole

Insegnamento, e sta ne' libri scritto:

Ma, nel mondo, il vedere è tanto corto

Che al vincitore è il dritto, al vinto il torto.

 XLVIII.

– E noi siam vinti Oh la parola dura

Fra quante il labbro ne pronuncia, e vale

Una vita di stento e di paura,

Un scendere, un salir per le altrui scale!

Ond'io vorrei che, in mezzo alla sventura.

Tu pure, se di me punto ti cale,

Volgessi al bene della casa nostra

Questa età che due volte non si mostra:

XLIX.

– Vorrei che l'alma in suo proposto altera,

Non illudesse uno splendor fallace

E dietro un ben, che spesso ne dispera,

Perdesse invan de' lari suoi la pace. –

Torquato udia quella voce severa

Qual chi per dubbio riverente tace:

Poi ricomincia, e argomentando scherza,

Quasi a scampar dalla paterna sferza.

L.

– O sante aule d'Astrea! Per testimone

Voi chiamo, e dite pur se violento

Obbligassi lo spirto alla ragione

E negl' ingrati studii io fossi lento.

Però l'uomo disegna e il ciel dispone;

E mentre il corpo immoto era ed attento,

Quest' alma mia, che non conosce forza,

Toglieasi fuor della terrena scorza.

LI.

– In che vita di gioie, in quanta luce

S'allietava beata peregrina,

Che il poeta di Manto avea per duce,

O quel famoso che cantò d'Alcina!

E questa voluttà che mi seduce,

Questa che m'arde in cor fiamma divina,

Tu la conosci, o padre, e suo già fosti,

Nè coll'etade mai te ne discosti.

LII.

- Ed or per umiltà nieghi tu stesso

Le chiare opre e l'onor di che risplendi?

E per soverchio affetto in dubbio messo,

Ciò che ti crebbe in vanto a me contendi?

Oh ! mi permetti ch' io ti venga appresso,

E mi consumi de' tuoi stessi incendi:

Che m'arde il core una virtù secreta

E gridar posso: – Anch'io sono poeta. –

LIII.

– E tale io ti saluto, e colla fioca

Vista, o Torquato mio, già ti discerno

Vittorïoso là, dove si loca

Il merto e non arriva invidia o scherno.

E segui, io vorrei dirti, ed alla poca

Mia fama un lauro aggiungi, un lauro eterno;

Sì che ciascun ti applauda e vegga il mondo

Il genitore a te venir secondo.

LIV.

– Ma pur troppo, qual fior cresciuto in chiusa

Valle e dal sole e dalle ninfe amato,

Ozii sicuri e mite ama la musa

Tranquillitate di giocondo stato :

Ella, crudele! i favor suoi ricusa

Cui non sorrise in lieti giorni il fato,

Ed all'affanno, che non muta tempre,

Sorda rimane e irrevocabil sempre.

LV.

– Un foco è poesia, ma chi lo porta

Brucia di spesso e per dolor ne geme;

Allor che il freddo disinganno ha morta

La giovinezza, e seco ogni altra speme,

Colui che dietro una fallace scorta,

Vede gli anni e la fè spariti insieme,

A Dio se ne richiama e in suo dispetto

Agli studii, alla gloria ha maledetto.

LVI.

– In chi speri, Torquato?.... – In tutto io spero:

Nel favor de' possenti, in questa viva

Aura di plausi che nel vol primiero

Alla mia musa salutò festiva! –

– Oh quanto e come se' lontan dal vero,

E facile architetto in sulla riva

D'aride sabbie edifichi, ed il vento

Sperderà quelle sabbie in un momento !

LVII.

– Nulla speranza che lusinghi e nullo

Favore di quaggiù fedel ti resta:

Siccome co' suoi giochi usa il fanciullo,

Ch'or li bacia, or li scorda, or li calpesta;

Il mondo similmente, a suo trastullo

Oggi ti applaude e ti accarezza in festa,

Diman ti uccide; e spesso in quell'inganno

Amore ed amistà del par gli vanno.

LVIII.

– È ver: di rose inghirlandata il crine

Sorride gioventù; ma questa e quelle

Troppo presto avvizziscono, e le spine

Pungono senza requie e niun le svelle:

Non il principio, da lodarsi è il fine

– Oh cessa, mio buon padre! È il cor ribelle

Da questo vero, che ogni ben disperde,

E ove tocca non lascia un fil di verde.

LIX.

– Ned' io già crederò, ne tu il vorresti,

Che la fè di che tanto m'abbisogna,

Che l'amor, l'amistà, queste celesti

Sorelle, altro non sien che una menzogna!

Possibil mai che del piacer ne resti

La sola illusione di chi sogna,

E che la gloria, ond'eterno si dura,

Sia fior che spunta dalla sepoltura!

LX.

– Lasciami al mio bel voto, alla vaghezza

Di questo lauro per che l'alma è presa:

Io non temo di stenti, e la durezza

Di severe fortune a me non pesa;

Se un dì toccando alla sperata altezza

Io compirò la magnanima impresa,

E crescerà pe' miei sudori in fama

L'inclita terra che figliuol mi chiama.

LXI.

– Tu prega Iddio, che la fiacca virtude

Assicuri di fede e di costanza:

E se prima del tempo egli mi chiude

L'animoso cammin della speranza,

Non senza onore queste membra ignude

Accoglierà la sepolcral mia stanza:

E tu di cor sì giusto e di consiglio,

Al ciel ti loderai forse del figlio. –

CANTO TERZO

LA   CACCIA.

I.

Alta è la notte; dall'azzurra volta

Sull'universo tenebroso e muto

Piovon le stelle, tremolanti in folta

Schiera, un sorriso e un umido saluto.

Il rosignuolo sospirar s'ascolta,

E degli amanti gemere il liuto ;

Tutto il resto, che ha vita, o dorme, o tace

Nel riposato obblio di quella pace,

II.

Pure insolito ferve un movimento

Di San Germano entro le antiche mura,

E de' paggi e scudier ciascuno intento

Diversamente all' arti sue procura.

Bruciano pe' cortili a cento a cento

Le torce a rischiarar la notte scura;

Ed ardon tutti in luminosi sprazzi,

Con fantastiche forme, i bei palazzi.

III.

Di questo modo alla silvestre guerra

Nell' armi varie ognun si appresta ed usa:

Altri il falcone impugna, altri disserra

L'ululante dei can turba confusa;

Risponde d'ogni parte e cielo e terra

In un tumulto che i più tardi accusa;

E irrequïeto in mille voci chiede

I larghi campi e le tardate prede.

IV.

Ormai giulivo per tre volte il corno

La sospirata dipartenza affretta;

E delle dame e cavalieri intorno

Cresce la turba splendida ed eletta.

Perchè sui primi albor del nuovo giorno

Nelle vicine selve aveva indetta

Una caccia solenne il Nono Carlo,

E i suoi baron chiamati a seguitarlo.

V. [13]

Carlo, di Francia il re, che dei grand'avi

L'ardire e le virtù dimenticando,

Fra le lusinghe di piacer söavi

Spogliò beato la lorica e il brando,

Ed alla madre sua le cure gravi

Ed i pensier del trono abbandonando,

Gode pe' boschi l'ora che gli avanza

Dal tripudio dei canti e della danza.

VI.

Così fossero a lui piaciute solo

Le gioie dell' amore e della festa,

O la fuga del mosso caprïolo

Affaticato dentro alla foresta,

Che tutta Francia, in disperato duolo,

A orribil notte non sariasi desta,

Quando in nome di un Dio, padre di tutti,

Vide a scannarsi i figli suoi ridutti.

VII.

Dal cielo che d'arancio s'incolora

Guardali più rade e tremule le stelle,

E il primo raggio della bianca aurora

Spande rugiada sulle cose belle.

Nel merlato cortile, alla fresca ora,

I cavalieri battono le selle;

Il re discende ed all'aperto sprona

In mezzo ai cento che gli fan corona.

VIII.

Per inospiti vepri e stoppie incolte

Quanto occhio può si stende la campagna,

Cui la torbida Senna, in mille volte

Licenziosa, ripartisce e bagna.

Un saliceto, in cedue piante folte,

D' ambe le rive i margini accompagna;

E lontano da quelli orrido, fosco.

Cresce in superbe querce antico bosco.

IX.

Molto cammino non avean fornito,

Che giunser, seguitando umido calle.

Dove di molli muschi rivestito

Scende il terreno in paludosa valle:

Qui e là siccome anfiteatro, il sito

Per larghi monticelli alza le spalle ;

E l'acqua d'erbe e di canneti piena

Sta sul dinnanzi a immagine di scena.

X.

Desiderosi della varia giostra

Le dame e i cavalieri a poco a poco

Sovra le sabbie dell'incolta chiostra

Chi di su, chi di giù, prendono loco.

Il sol, che in orïente allor si mostra,

Un raggio manda dell'eterno foco,

Onde la caccia popolosa tanto

Animarsi parea d'un altro incanto.

XI.

Ecco ad un abbaiar sordo, interrotto

Ognun sugli occhi e sugli orecchi intento;

Treman le canne qual per entro un fiotto

Impetüoso vi passasse, o il vento,

E in lancio rapidissimo di botto

Alzasi fuori un aïron d'argento,

Cui, festeggianti all'aspettato volo,

Salutan tutti con un grido solo.

XII. [14]

Stava sul pugno alla regina eletto

Falcon; candido augel che dalla madre

In faccia le nevose alpi concetto

Piume s'ebbe da ciò bianche e leggiadre:

Solo in rosso color vergato ha il petto.

Le gambe in grigio maculate ed adre,

E de' neri occhi suoi l'orbita schizza

Fuor della testa, che superba drizza.

XIII.

L'altera cacciatrice al fido augello

Vista concesse e libertade appena,

Ch'ei di subito, uscito del cappello,

La bramata fendeva aura serena,

E visto l'inimico, in verso a quello

Volse delle ali l'impeto e la lena:

Stanno gli spettatori al duro assalto

Silenziosi colla testa in alto.

XIV.

Ratto siccome il corruscar del lampo

Quel falco all'aïron spazio guadagna,

Onde costui non tenti a certo scampo

L'acqua che fra le lunghe erbe ristagna.

E tal gli pone d'ogni parte inciampo

Col becco acuto e con l'ugna grifagna,

Che di salvezza ormai l'altro deluso,

S' alza e vola fra i nugoli confuso.

XV.

Nei campi allor del lucido orizzonte,

Si rinnovella la mortal battaglia;

Ora al tergo, ora al fianco, ora alla fronte

Il laniere instancabile travaglia

La preda sua, che dalle offese pronte

Invan cerca riparo che le vaglia,

E sparge, al tempestar delle percosse,

Il ciel di penne in vivo sangue rosse.

XVI. [15]

Poi visto che il fuggir poco gli vale

D'un tratto l'aïron dal vol s'arresta

Librandosi sui vanni, e sotto l'ale

Di tal maniera piegando la testa,

Che in su rivolto, a modo di pugnale,

Ascoso tra le piume il becco resta;

Onde il falcon, che addosso gli vien dritto.

Dalla punta mortal resti trafitto.

XVII.

Ma del periglio dágli tosto indizio

D'alte grida un insolito rumore,

E alla riscossa sua vola propizio

Dal pugno allo strozzier [16] un altro astore [17].

Minacciato così d'un doppio esizio [18]

Il pavido aïron senza vigore

Giù venir si lasciò subitamente,

Come in notte serena astro cadente.

XVIII.

Ne il suol dapprima il poverello tocca,

Che gli avidi levrier con l'inumano

Dente gli stan addosso e dalla bocca

Contendonsi la preda a brano a brano.

Qual sulla neve che tranquilla fiocca,

Fariano mostra i fior del melagrano,

E tale dell'augel la bianca vesta

Del suo sangue apparia vermiglia e mesta.

XIX.

A quello strazio in verso della terra

Per subito dolor chinar le ciglia

Le damigelle, cui l'anima serra

Una pietà che a gentilezza è figlia.

Ma faticati dalla facil guerra,

Che a gioco fanciullesco rassomiglia,

I cavalieri ormai volgonsi in traccia

Di miglior preda e più famosa caccia.

XX.

Qual sciame d'api dalla fredda stanza,

Poichè il raggio del dì fuori lo move

A immelarsi di fiori e di fragranza,

Per tutta quanta la campagna piove,

E uno strepito, un'opra, un'esultanza

Sonando ferve per l'erbette nove,

Mentre l'ali dorate predatrici

Volano a' lor misterïosi uffici;

XXI.

De' cacciatori speranzosi e lieti

Egualmente la turba allor si spande,

Cogli spiedi, coi lacci e colle reti,

Affacendata tutta in mille bande:

Quale d'essi fra i triboli secreti

Gira spïando le sabbiose lande,

Quale con alte grida intorno batte

Per li forti cespugli e per le fratte.

XXII.

Al propinquante strepito inatteso,

Delle felci dall'umido giaciglio

Vedi il cervo restar come sospeso

In guardia tutto del vicin periglio;

Che dritto sul davanti, il collo steso,

Le nari aperte, spalancato il ciglio,

Ad ogni consigliera aura domanda

Quale assalto il minacci e da qual banda.

XXIII.

Dalla furia dei can crollan le fronde

Agitate e divise – il cervo s'alza:

S'ode un latrato – un altro gli risponde

Più vicino e distinto – e il cervo balza

Rapidissimamente per là d'onde

Ancor nullo pericolo lo incalza,

E tale se ne va, che a chi lo guardi

Anche gli augelli sembrerien più tardi.

XXIV.

Attenti, o cavalieri; alle vedette:

Ecco là d'attraverso la foresta

Qual baleno, passar bella di sette

Antichi palchi la ramosa testa!

Allalì! Allalì! – Già si rimette

Un'altra volta sull'antica pesta [19];

Allalì! Allalì! – Verso la Senna

Oh non udite? al fiume il corno accenna. –

XXV.

E ciascheduno alle armonie rivolto

In un misto di voci le saluta,

E via spronando per lo bosco folto

L'incerto calle vagamente muta,

Là dove pare che gli venga ascolto

Il braccheggiar della lanciata muta,

E dove spera che alla preda il chiami

Cupo stormire d'agitati rami.

XXVI.

Pure di tanto novero che in pria

S'era sull'orme di quel cervo messo,

Solo pel bosco un cavalier venia

Ratto così che stringelo d'appresso.

Altri impediti dall'incerta via

Ebber danno e vergogna a un tempo stesso,

Altri volsero dietro e in mille forme

Discorser oltre o si smarrir dall'orme.

XXVII. [20]

Ben venuto, o Torquato, alla regale

Corte di Francia! Chi di te più degno

A suo compagno d'Este il Cardinale

Condur poteva, o con quale altro segno

Mostrare altrui quanto l'Italia vale

Per magnanimo core e per ingegno ?

Giacchè sia colla penna o colla spada

Uomo non v'ha che a te dinnanzi vada.

XXVIII.

Ben venuto, o Torquato! – A lui festeggia

Di Brenno il genïal sangue gagliardo;

E nell'umil capanna e nella reggia

Di grate cortesie nessun gli è tardo.

Talvolta d'inspirati estri gareggia

Coll'Italo cantore il buon Ronsardo,

E fa lo stesso re cogli altri a gara

Per onorarlo d'accoglienza cara.

XXIX.

Soave al cor del giovane poeta

Il suon risponde di cotante lodi,

E del paese forestier s'allieta

Le fogge a rintracciar, gli ordini e i modi;

E togliendosi in oggi dalla cheta

Studiosa sua vita, in mezzo ai prodi

Cortigiani venia tentando ei pure

Della caccia le nobili venture.

XXX.

In quel frammezzo il cervo agile e franco

Nel fiume si lanciò dall'alta sponda,

E come que' che il corso aveva stanco

Gode d'abbandonarsi alla seconda ;

Poi visto i can che non veniano manco

Di seguitarlo per la facil onda,

A trarli in fallo si rivolge a un punto

Verso la riva d'onde prima è giunto.

XXXI.

Nè tosto sovra della sabbia molle

Dalle larghe acque si conosce uscito,

Che intorno corre imbaldanzito e folle,

Alla morte fidando esser fuggito.

Ma incontro lui la breve lancia estolle

Torquato che aspettavalo dal lito,

E giusto com' ei prende la traversa

Nel costato ferito lo rinversa.

XXXII.

Quinci disciolto con leggero salto

Dal suo corsiere e vigoroso e snello,

Senza più indugi, nell'estremo assalto

Sul cervo alzò il micidïal coltello:

D'una man si fa scudo, e l'altra in alto

Appronta sul garretto al colpo bello,

Quando il distorna al cominciar dell'opra

Sonante calpestio che gli vien sopra.

XXXIII.

Alla sua parte lungo la riviera

Un cavallo disserrasi a gran corso,

Tutto screziato per la pelle nera

Di quella spuma che gl'imbava il morso.

Agitata dal vento la criniera

Nasconde l'uomo che gli preme il dorso;

E de' sproni così forte lo punge

Che in pochi istanti sovra il Tasso giunge.

XXXIV.

Tre piume d'aïron, che parean latte,

Fanno il berretto nobilmente adorno

E in verde panno son le vesti adatte

Del corpo all'agilissimo contorno:

Nella corsa sugli omeri gli batte

Di curvo avorio peregrino un corno,

Dove, d'industre man lento lavoro,

Era impressa una caccia a fila d'oro.

XXXV.

Un subito corruccio allora corse

Sul viso del novissimo venuto,

Che invidïoso, un cavaliere scôrse

L'altero sovrastar cervo abbattuto;

E rimaneasi dispettoso in forse,

Senza far motto o rendere il saluto;

Ma Torquato, che in lui del Re si avvisa,

Studiò tosto a calmar l'ira improvvisa.

XXXVI.

E lo pregava – A me, vostro buon servo,

Non permettete mai dolor cotanto;

Voi, di tutti il primier levaste il cervo

E nella corsa gli veniste accanto,

Ond'io qui sono e vigile conservo

Al mio Re della caccia il primo vanto:

Ora a voi d'affrettar – E in così dire

Il coltello presenta al Franco Sire.

XXXVII.

E questo in cortesia l'alto dispetto

Volgendo, al cortigiano atto sorrise;

Poscia senz'altro, con mutato aspetto

Il piede dalla staffa in terra mise;

Ed al cervo d'un sol colpo il garretto,

Quale si addice a cavalier, recise,

Mentre che il Tasso a nunziar d'intorno

Tanta vittoria dava fiato al corno.

XXXVIII.

Alzossi per tre volte, e invan gagliardo

Il nobile animal tre volte giacque;

La testa allora mestamente tardo

Girò guardando la foresta e l'acque :

Forse cercava con l'ultimo sguardo

Gli amati siti dove un giorno nacque,

E quei che tanto esercitò con l'ugna

Pascoli aperti all'amorosa pugna.

XXXIX.

Tra i cupi avvolgimenti delle sparte

Piante si allarga un praticel segreto,

Ove natura par dispieghi ad arte

In verde tinta serico tappeto;

Tal si pinge il terren per ogni parte

Seminato di fiori e d'erbe lieto,

Geme un'aria tra i rami e in suono fioco

Di vocal melodia anima il loco.

XL.

Mentre anelanti con varie vicende

Corrono i cacciatori al cervo presso,

Il lor ritorno la regina attende

Qui dove il bosco è solitario e spesso:

E insiem con lei sotto le verdi tende,

Onde adorezza il placido recesso,

Della corte folleggiano le dame,

Instabili mutando e giochi e brame.

XLI.

Quale da questo e quale da quel canto

Volgesi intorno per le amene piagge,

A dispogliar dell'odoroso manto

Gli umidi cespi e le rose selvagge;

Chi il fiore alla ginestra e all'amaranto,

Chi al bianco giglio i calici sottragge,

Per tributare quelle agresti prede

A Caterina che in disparte siede.

XLII.

Frattanto alcune in grazïosa mostra,

Una schiera intrecciata agile e lieve,

Sovra lo smalto dell'ombrosa chiostra

Muovono il piede ritondetto e breve.

Varia armonia di musiche dimostra

Come partir, come tornar si deve

E quando in pari od in mutata forma

Rotëando girar la rapida orma.

XLIII.

Ma dove alle vezzose un festeggiante

Aspettato rumor le orecchie fere,

E veggon oltre alle intrecciate piante

De' cacciatori ritornar le schiere.

Ogni gioco lasciato, a lor davante

Tutte ad un punto traggonsi leggere,

E poi che molte parolette e grati

Accoglimenti s'ebbero scambiati;

XLIV.

Sul fresco grembo, che facean l'erbette,

Convengono raccolti in copia amica;

E i donzelli ponean le mense elette

Di ben varii sapor studio e fatica;

E vini e frutta quanti fuor ne emette

Dall'almo seno la gran madre antica,

Quanti mai fanno di raccolto lieti

Gl'itali campi e i gallici vigneti.

XLV.

Pago il desio de' cibi, ecco in giocondo

Cicalio cominciar cento novelle;

Giacchè nessun non è che tanto al mondo

Siccome il cacciator di sè favelle,

E mal patisca di parer secondo

In fatti, in colpi, in opre ardite e belle:

Però ogni dire tacquesi interrotto,

Quando Re Carlo di parlar fè motto.

XLVI.

Come chi dice e di quel dir si gode

Ei torna alla ventura che gli occorse,

E narra quanto generoso e prode

Torquato a lui, che tardo era, soccorse. –

Subito universal voce di lode

Per tanta cortesia d'intorno sorse,

Nè seguendo l'esempio altri s'arresta

Al felice stranier di far gran festa.

XLVII.

Se non che in mente alla Regina corre

Che in sul lasciar la Francia era Torquato,

E gentile com' è, cerca di torre

Il suo poeta dal proposto ingrato:

Ma a soavi conforti invan ricorre,

Invano ogni lusinga ha ormai tentato,

Che nell'alma di lui modesta e schiva

Troppo la brama della patria è viva.

XLVIII.

Onde cessando della sua domanda.

Ella tra i molti fior scelse le rose

E in rapido lavoro una ghirlanda

Delle stesse sue man tosto compose:

E fra il plauso, che irrompe d'ogni banda,

Dell'italo cantor sul crin la pose,

Dicendo – Questi fior v'ornin la chioma.

Cui ghirlanda più degna educa Roma.

XLIX.

– E se le donne del paese nostro,

Che san sì dolce ragionar d'amore,

In gioconda mercè v' abbiano mostro

Ogni piacer cui più sospira il core;

Se le chiare fatiche e il nome vostro

In rinomanza levino e in onore,

Voi d'un ultimo verso consolate

Que' che sì mesti nel partir lasciate. –

L.

Umile e vergognoso in tanto merto

Il poeta al regal cenno levosse,

E all' improvviso dir lento e inesperto

Stette com'uom che in grave dubbio fosse:

Poscia dal labbro semichiuso e incerto

Questo saluto ai suoi ospiti mosse,

Qual diarista, in timida misura,

Benevoli gli orecchi si assicura.

LI.

– Addio, terra di Francia; o la cortese,

O la nobile terra, un altro addio!

Ora che alle aure del natal paese

La speranza mi guida ed il desio,

Amore che di te tanto mi prese

Vien dolente compagno al partir mio;

E men contento del ritorno io sono

Che provo come pesa un abbandono.

LII.

– Addio, terra di Francia. Ovunque io muti

Lontano dal tuo cielo il mio cammino,

A te pur sempre i memori saluti

Riederanno del Tasso peregrino;

E dove un giorno i lidi abbia veduti

Della terra che accolsemi bambino,

Felice appien, ne' grati versi miei,

Di te mi loderò sovente a lei.

LIII.

– Oh almeno (poscia che al piacer mio deve

Questa pena crudele andar commista)

Almen giunger potessi io, dopo breve

Ora, delle dilette Alpi alla vista!

Forse mi sembreria fatto più lieve

L'affanno che nell'anima mi attrista,

E questo addio verrebbe meno amaro

All'aspetto di un sole a me sì caro.

LIV.

– E quando al fine prenderò riposo

O Alpi, sulla vostra ultima altura,

Da dove alzate il capo nebuloso

Da lungi a vagheggiar tanta natura,

Come l'avido sguardo desïoso

Ricercherà l'italica pianura

I colli interrogando, i fiumi, il verde

E tanto bello che nel ciel si perde!

LV.

– Perchè allora il destino alle mie voglie

Le penne del falcon non acconsente,

Così che dentro le adorate soglie

Io volassi di un vol subitamente:

Od una fossi delle secche foglie

Che portan l'aure in mezzo del torrente,

E scende a valle per le vie più brevi

Sovra la spuma delle sciolte nevi.

LVI.

– Fuor del tuo seno ogni conforto tace

E soltanto da te la gioia move,

O Italia mia, dove sotterra in pace

Contenti gli avi miei vivono, dove

Si parla la mia lingua e il cor si piace

D' una quiete invan bramata altrove,

Dove a torrenti il sol la vita spande,

E tutto grida – sii famoso e grande!

LVII.

– Alfin ti rivedrò: già il cor li sente ;

Già brevissimo spazio ne separa

O patria, o desïata lungamente

Terra mia bella, glorïosa e cara!

E tu, grate accoglienze ed il più ardente

D'in fra tutti i tuoi baci a me prepara.

Che come augello da straniero lido

Raccolgo i vanni nel natal mio nido.

LVIII.

– Ecco giuliva ad incontrar mi vola

Una turba d'amici, e quante oneste

Gioie! Quanti saluti! ..... Ahimè! che sola,

Sola una voce mancherà fra queste.

Io non udrò mai più quella parola

D'amore, io non vedrò più quelle feste,

Onde mio padre, colle aperte braccia,

Correami appresso e faccia univa a faccia!

LIX.

– Ei mi lasciò: copre un antico alloro

Nella terra d'esiglio le sue spoglie,

E cor di figlio sa quanto tesoro

Quella tomba al mio amore invida toglie. [21]

Pender si vede ancor Tarpa sua d'oro

Dell'arbor santo dalle auguste foglie;

L'aura la bacia, e fra le corde muore

Soavemente in un sospir d'amore.

LX.

– Ne tu più a lungo al transito del vento

Resterai di tal modo, arpa romita,

Ma le tue corde ad un novel concento

Tocche risponderan dalle mie dita.

Deh! non offenda al nobile ardimento

Fortuna o bramosia troppa di vita,

E per me forse nella fredda fossa

Del mio gran padre esulteranno l'ossa.

LXI.

– Con altri versi allor, con altra voce

Io canterò di que' famosi eroi,

Che sotto lo stendardo della croce

Sciolser le prore invitte ai lidi Eoi:

E come incontro l'Arabo feroce

Benedisse il Signore i figli suoi,

E quanto oprar col senno e colla lancia

L'itale squadre e i cavalier di Francia. [22]

LXII.

– O splendide vittorie! O dì famosi,

In cui dall'Etna ardente al freddo polo

Di quest'antica terra i valorosi

S'alzâr concordi come un uomo solo!

Onde pianser dei figli e degli sposi

L'Odrisie donne in lunga ira ed in duolo,

E tutti i battezzati della terra

Uscîr in campo all'invocata guerra.

LXIII.

– Altro tempo verrà: che nel lontano

Avvenire il veggente occhio il saluta:

Nè contro il Perso solo e l'Ottomano,

O chi a stupidi numi are tributa;

Ma contro dell'Error fatto sovrano

Sarà un'ultima pugna combattuta,

Allor che desiosi al gran riscatto

Verran popoli e re stretti in un patto.

LXIV.

– All'esterminio della gente oppressa

Invan colla tirannide fia visto

Il fanatismo star sotto una stessa

Bandiera, e contrastare al santo acquisto.

Sorgerai finalmente, alba promessa,

Quando trionfator ritorni il Cristo,

E in un tempo d'amore e di perdono

Tutti raccolga all'ombra del suo trono!

LXV.

Sulle ali allor del fulmine il pensiero

Troverà la parola, e il foco e l'onda

Intrecceranno intorno il mondo intero

Una catena a libertà feconda.

Oh quale poesia, qual magistero

D'elette rime sarà che risponda

All'altezza del nobile argomento,

Nel cui solo pensier muto io divento? –

CANTO QUARTO

IL  VATICINIO

I.

Il Tasso tacque e la foresta intorno

Sonò di plausi e di festanti viva;

Se non che il re si mosse, ed al ritorno

Volgesi insiem con lui la comitiva.

Il sol, che verso la metà del giorno,

Allora dritto de' suoi rai feriva,

Chiama ciascuno al bosco solitario

Di fronzuti sentieri ombroso e vario.

II.

Però siccome l'anima modesta

Süadeva al poeta, egli s'adopra

Perchè lontan dall'assordante festa

Possa venirne ove nessun lo scopra:

E appena l'antichissima foresta

Secreto calle gli schiudea, che sopra

Il cavallo vi drizza e si compiace,

Dopo tanto rumore in quella pace.

III.

Nè molto innanzi va pel verde sito

Che a divagar in grati sogni avvezzo,

Come quell'ora gli faceva invito

E delle frasche il susurrante orezzo,

Sente così lo spirito rapito

Alle dilette fantasie di mezzo,

Cui presta l'ali a più rapido volo

La voluttà di ritrovarsi solo.

IV.

Ma non è sol, che al suo cavallo in groppa

Un fedele pensier muove veloce,

E d'intorno una turba gli galoppa

D'eroi segnata della santa croce; [23]

Turba che all'Ottoman parve già troppa,

Quando di Piero alla temuta voce

Attraverso de' mari Europa tutta

In armi corse alla tremenda lutta.

V.

Volge un lustro che studio unico e brama

La sua Gerusalemme era a Torquato:

Vasto poema, donde illustre fama

Ed agi ei spera di tranquillo stato.

La vasta tela ha ordito, e già la trama

A riempierne comincia e il divisato

Suo piano vuol che in grazie e in pregi cresca

Ed al piacere e all' utile riesca.

VI. [24]

Dai lidi più lontani e più nascosi,

D'ogni arme, d'ogni lingua un popol misto,

Duce Goffredo ai cavalier famosi,

In Asia venne al glorioso acquisto.

Già Sofronia ed Olindo, amanti e sposi,

Son presso a morte per la fè di Cristo,

E a cogliere impassibili corone

Sotto il nemico acciar spira Dudone.

VII.

Intanto nei guerrier, cui il cielo è guida,

Tenta l'inferno le sue prove estreme,

E col sorriso e la beltà d'Armida

Mette fra lor della discordia il seme.

Parte Rinaldo: in sanguinosa sfida

Tancredi e Argante van pugnando insieme,

Sin che la notte, che rapida scese,

I colpi e le mortali ire sospese.

VIII.

Dormono tutti; solo Erminia desta

Con quell'amor che l'arde insino alle ossa

Avea consiglio onde, sicura e presta

Al piagato suo ben soccorrer possa:

A quell'uopo la bianca sopravvesta

E le altre di Clorinda armi ella indossa,

E movendo a fatica il passo incerto

Sotto il peso novello esce all' aperto.

IX.

Nè ancora è in vista alle latine tende,

Che ver Tancredi manda un suo messaggio,

E mentre incerta la risposta attende,

Ahi! la tradisce della luna il raggio;

E, come armato stuol contro le scende,

La bella, ormai scaduta di coraggio,

A corsa rapidissima il cavallo

Spinge lontano dal cristiano vallo.

X.

Quale gazzella che levata in caccia,

Alla fuga si lanci agile e presta,

Spaurita nell'alma e nella faccia

Ella si mette dentro alla foresta:

Il muoversi d'un ramo il cor le agghiaccia.

Ed il fruscio dell'erbe che calpesta

E il suon dell' armi, ond'è gravata i fianchi,

Spaventanla che par quasi ne manchi.

XI.

Or dove fia che il suo caval la porti

Mezza morta così dalla paura?

Quale rifugio, o quali altri conforti

La torneranno in libertà sicura?

Forse che per sentieri aspri e ritorti

Ricondurrassi alle lasciate mura,

E quella fuga che l'affanna tanto

Sarà del folle ardir pena soltanto?

XII.

O dal periglio la trarrà la nera

Possa d'Ismeno, od invida fortuna

Cacceralla, vezzosa prigioniera.

Entro il campo Cristian? Così dall'una

Corre nell'altra fantasia leggera

La mente di Torquato, e di nessuna

Si appaga, invan mutando ordine e modo

A torsi fuor dell' intricato nodo.

XIII.

Anch'esso camminando a suo talento,

Abbandonata sul collo la briglia,

Il destrier che non sente avvertimento

Allo sbadato cavalier somiglia:

La foresta attraversa, e lento lento

Ora la dritta, or la sinistra piglia

E, come non è alcun che lo conduca,

Pascola l'erbe e i nuovi rami bruca.

XIV.

Cavallo e cavaliere alla ventura

Andavano così per la contrada,

Quando ad un tratto quella selva oscura

D'un un praticello in vista si dirada:

E lor d'incontro le candide mura

Sorgon d'una capanna a poca strada;

Onde il destrier nitrisce, ed alle note

Feste Torquato per guardar si scuote.

XV.

Quale narraro un dì le antiche carte

Della valle di Tempe, e tale il sito

Al passegger ridea per ogni parte

Cheti riposi e dilettoso invito:

Si mostra il casolar con rustic' arte

Nella sua povertà bello e pulito,

E una vite di fresche ombre conforta

Coi lunghi tralci la socchiusa porta.

XVI.

Qui sotto delle frasche meriggiando

Dormon le agnelle dalla bianca lana;

Là intorno, intorno, in un murmure blando

Van l'api alidorate alla fontana;

Dove il timo selvatico odorando

Cresce e nereggia in fior la maggiorana,

E l'acqua in un bacino si raccoglie,

E alle frondi che specchia, il verde toglie.

XVII.

Estatico il poeta intorno mira,

E ciascun degli oggetti manifesti

In brama curïosa a sè lo tira

E non sa dove il guardo o volga o arresti;

Che in ogni parte dolcemente spira

Una serenità di gioie agresti,

E nel giocondo error mobile e paga

Dietro degli occhi l'anima divaga.

XVIII.

Al suo meridïan cibo raccolta

L'umile famigliuola accanto il piede

D'una gran quercia dalla chioma folta

Beatamente, in lieta pace, siede.

Quai giulive canzoni ei non ascolta! 

In quanta contentezza non la vede

Stringersi intorno del povero desco

Cui nero pan rallegra e latte fresco!

XIX.

Colà gli avi antichissimi e la buona

Nuora sedeano, e d'angeli in sembianza

Quattro bambini quai gentil corona

Ove l'un fiore appena l'altro avanza:

Essi dei vecchi alla curva persona

Tengono gli occhi in atto di osservanza,

E obbedienti al par del facil gregge

Che di un cenno il pastor guida e corregge.

XX.

A quel gioir domestico e beato,

A tanta pace cui nulla somiglia,

All' improvviso si trovò Torquato

Umidite di lagrime le ciglia:

Egli cui il natio tetto era negato,

Solo de' suoi, lontan dalla famiglia,

In una invidia angustïosa e trista

Si sente desolar per quella vista.

XXI.

I pastori veduto il cavaliero

Restar da parte in osservarli attento,

Da presso rispettosi gli si fero

Con franco e cordïale accoglimento;

E negli schietti modi e nel sincero

Parlar che d'ogni dono è condimento,

Di latte candidissimo e spumante

Una gran coppa gli recaro avante.

XXII.

Ed egli il genïal cibo diviso

Con que' cortesi, a favellar si mette

E come meglio sa con grato viso,

Palesa quanto il buon volere accette:

Ma, poi che loro domandato avviso

Del più breve cammino ed ebbe dette

Di molte grazie, sul caval salito

Alla sua via tornò solo e romito.

XXIII.

Se non che nel poeta allor più viva

L'accoglienza venia che in tanti onori

Poco da pria l' ospizio festiva

Nell'albergo de' semplici pastori:

E ripensando a Erminia fuggitiva

Gli par che possa da' suoi lunghi errori,

Dietro la scorta di silvestri canne,

Trarla in salvo fra rustiche capanne.

XXIV.

Qui raso il crine e l'abito dimesso

Guardiana dell'orto e delle agnelle,

Vivrà sotto d'un tetto, a un desco istesso

Pastorella fra le altre pastorelle.

Ma da quel Dio che dentro le si è messo

La sanerà virtù d'erba o di stelle?

O potrà forse per cangiar di vesta

Vivere meno tormentata e mesta?

XXV.

Amor non cessa; amor non acconsente

Pace o ristoro mai nel suo servaggio:

Misera Erminia! In pianto il sol nascente,

Vedralla in pianto della luna il raggio,

Cercar l'ombre più cupe e il più silente

Loco, dove a ogni sasso e ad ogni faggio

Impietosito delle sue querele,

Il nome imparerà dell'infedele.

XXVI.

Ed ahi! che mentre a novellare imprende

Così Torquato delle pene altrui;

Istorico fedel le sue vicende

Ei ne racconta ed i sospiri sui.

Il poeta ogni suon, che l'arpa rende,

Dapprima indovinò dentro di lui,

E tristo ben se in fredda rima mente

Il pensier che nell'anima non sente!

XXVII.

Senza un conforto mai, senza mercede,

Come Erminia ad amor serve egli pure;

Nè per lungo penare, o molta fede

Son le catene sue rotte o men dure:

« Brama assai, poco spera, e nulla chiede

Ed ella par nol sappia, o non lo cure;

Così che fino adesso egli ha servito

O mal visto, o mal noto, o mal gradito. »

XXVIII.

Ma in qual nobile altezza abbia levato

L'amoroso pensier, quale egli sia,

A nessuno lo disse ed ignorato,

Ignorato a sè stesso ei lo vorria.

Come chi in sogno trovasi beato

E teme che quel ben gli fugga via,

Päuroso così egli del vero,

Di speranza si pasce e di mistero.

XXIX.

Oh qui viver con lei da solo a sola,

Lontano dalle corti empie e mendaci;

Qui fuor del mondo, che ogni ben ne invola,

Poterla amare, e testimon de' baci

Il cielo e l'eco più d'ogni parola . . . . .

Oh allor . . . . . Ma presto dai bei sogni audaci

In se riede Torquato, ed è già l'ora,

Se voglia uscire di quel bosco fuora.

XXX.

Un cammin da nessuna orma segnato

Declinando venia tra sasso e sasso,

Quale si avean per molte acque scavato

L'estive piove che correano al basso:

Onde stando sugli occhi allor Torquato

Per meno rotta via studia il suo passo,

E, come la prudenza a lui consiglia,

Scende e il cavali trae dietro per la briglia.

XXXI.

Ed il cavallo giù per l'erto calle

Seguelo tutto trafelato e ansante

E fa forza del petto e delle spalle

Colle gambe pontandosi davante:

Ma più che verso dell'angusta valle

Venian, più n' era squallido il sembiante,

E per quanto d'intorno occhio si spande

Solo appariano inseminate lande.

XXXII.

Quale per le campagne, ove una volta

I padri combattero orrido marte,

Della gente da molti anni insepolta

Biancheggian l'ossa in questa e in quella parte;

Tale vedeasi a maraviglia molta,

Di natura miracolo, o dell' arte,

Ben cinque immani pietre, in tinta scura,

Giganteggiar per mezzo alla pianura.

XXXIII. [25]

Era un tempo, ne' secoli remoti,

E in questa solitudine, ove alcuna

Voce non suona, ebbe preghiere e voti

Il Druidico culto, e colla bruna

Notte mieteano il visco i sacerdoti,

Quando dal bosco la falcata luna

Salia pel cielo e rischiarava appena

Di un incerto chiaror la danza oscena.

XXXIV.

Quivi a difesa de' paterni lari

Quanti Garonna e Rodano rinserra

Contro ai Romani sui fraterni acciari

Giuraro insieme guerra – orrida guerra:

Qui libertà contaminò gli altari

Di umani sacrifizii, onde la terra

Ancor le sacre macchie oggi non perde,

Nè per aura d'april mette mai verde.

XXXV.

Mentre Torquato d'un sol guardo abbraccia

Tutto sorpreso quella valle trista,

Avverte un di que' sassi a lui di faccia

Che sovra gli altri per grandezza acquista,

E poi che in cima stendervi le braccia

Una croce di legno gli fu vista,

Colà si volse, di trovar ben certo

Alcuno abitator di quel deserto.

XXXVI.

Di fatti non appena il loco appressa,

Una casuccia povera e selvaggia

Gli appar d'incontro a quella parte messa

Che verso il sole occidental s'irraggia.

Due travi dentro della pietra fessa

Appuntellano il tetto onde non caggia,

E secchi rami, ed erbe, e limo scuro

Gli formano di sotto un piccol muro.

XXXVII.

Immobilmente sopra rozza panca

Stavasi un eremita, a cui dal mento

I peli misti colla chioma bianca

Cadeano lunghi e gli agitava il vento.

Tristo e siccome di persona stanca.

Era di quel seduto il portamento,

Ed un lungo dolor mostra negli occhi

E nelle mani strette in sui ginocchi,

XXXVIII.

Al vegliardo con umile saluto

Si avvicina Torquato, ed – Il Signore –

A lui diceva – nel suo santo aiuto

Così v'abbia e vi guardi a tutte l'ore,

Com'io dalla regal caccia perduto

Del diritto cammin vago in errore,

E pregovi, nè il mio pregar sia invano,

Del sentiero che mette a San Germano. –

XXXIX.

Col primo suon delle parole il veglio

Al cavaliere sollevò la testa,

E sugli occhi la man pose onde meglio

Raffigurar chi gli movea l'inchiesta.

Intanto come corre luce in speglio

Gli brilla in volto una subita festa,

E surto in piedi alla sinistra accenna,

– Ecco, Signor, – dicendo – ecco la Senna.

XL.

– Il campanil che vedesi da lunge

Sia vostra scorta e a bell' agio il cavallo

Drizzatevi, che appena vi disgiunge

Dal regale castel breve intervallo:

Ma se il lungo desio, che il cor mi punge,

Gli antichi orecchi non ha tratto in fallo,

Voi non siete Francese, e non è quella

Che mi parlate la natia favella. –

XLI.

– Colse al giusto, o buon padre, il tuo sospetto:

Alla Francia son novo e Italia è il mio

Paese – e l'altro – Italia! Oh il benedetto

Nome e il più caro dopo quel d'Iddio!

Però cessar vi piaccia d'ogni detto

Che sia stranier; parlatemi il natio

Linguaggio amato de' miei padri, e ancora

L'ascolti un'altra volta anzi ch'io mora.

XLII.

– In cortesia, se tanto pur mi lice,

O cavaliere, domandarvi, e quale

Parte della comun patria infelice

S'ebbe il sorriso del vostro natale?

Forse di svergognati ozii nutrice

Napoli, o l'altra che più in arme vale

De' lombardi fortissima contrada,

Agli odii sempre pronta ed alla spada? –

XLIII.

A cui Torquato – Sogno? o mi richiese

Alcun col dolce mio paterno accento,

E un fratello ritrovo e al mio paese

In terra estrania benedire io sento?

È una città, cui il ciel guarda cortese

D'acque e di fronde, e nomasi Sorrento;

Là nacqui, e chiaro d'opere leggiadre

Bernardo Tasso si chiamò mio padre. –

XLIV.

– Si chiamò – l'altro il richiedea – diceste

Ch'ei si chiamò? Ah! dunque il mio Bernardo

Cesse a fortune sì gravose e meste

Ed io rimango, io più dolente e tardo!

Oh le maniere nobilmente oneste,

Così il viso egli avea, così lo sguardo,

E l'anima di lui si risovvenne

Come udito il parlar vostro gli venne.

XLV.

Quante volte di mezzo alla sventura

De' pericoli corsi e dell'esiglio,

Ti nominava e gli parea men dura

Ogni altra prova nel pensier del figlio!

Ma tu vieni al mio sen, mi rassicura

Nella lotta mortal; chiudimi il ciglio

E le tue man sien pie di cari uffici

A queste ossa da tanti anni infelici!

XLVI.

– Figlio mio, figlio mio, perchè t'arresti

Mentr'io ti stendo incontro ambo le braccia?

Oh non ti offendan le lacere vesti,

L'orrido corpo e la sparuta faccia:

Qual tu mi vedi in questo lutto, in questi

Panni scaduto d'ogni antica traccia,

Vissi giorni migliori ed altro io fui

Ma il Signor mi punì: sia lode a lui!

XLVII. [26]

– Eri bambino, e aver deve l'obblio

Ogni antica memoria in te confusa;

Ma tutto io ti dirò. Son io, son io

Quello che ognun di tante colpe accusa

Empio Sanseverino Oh no! per Dio!

Non fuggirmi; per Dio, non mi ricusa

Questa grazia, quest'ultima pietade. –

Qui tace e umile innanzi i piè gli cade.

XLVIII.

Se un'ombra päurosa e minacciante

Avesse visto il Tasso all'improviso

Da sotto della terra uscirgli avante,

Meno attonito in lei sariasi fiso

E senza il raccapriccio onde all'istante

Sin dentro il core si sentì conquiso

Quando del prence di Salerno al nome

Gli si rizzaro per orror le chiome.

XLIX.

Dai primi anni Torquato era cresciuto

Ad una fè così del vero accesa,

Che ciascuno per lui d'affetti è muto

Fuori del grembo alla Romana Chiesa:

Di che il principe appena conosciuto,

Tanto il vederlo molesto gli pesa,

Che senz'altra risposta indietro move

E torce il volto disgustato altrove. [27]

L.

Certo gli pare allor, che in suon di lutto

Una voce così dentro gli frema:

Costui tua madre uccise ed ha ridutto

Il padre tuo nella miseria estrema. –

Ed ecco un grido più forte di tutto,

Anatèma – ripetergli – Anatèma:

Oh guai a chi gli parla; a chi lo tocca,

Perchè scorre velen dalla sua bocca. –

LI.

Tant' oltre infatti nel crudel dispetto

L'intollerante spirito era gionto,

Che Torquato oramai la briglia ha stretto

E tiene il piede sulla staffa in pronto;

Se non che allora il povero reietto,

Cui d'immenso dolore è il crudo affronto,

Rapido innanzi del destrier si mette

In atto tal che dubbio non permette.

LII.

Nè più sembrava umile e riverente,

Ma altro viso mostrando, altra figura

Tutto di un tratto sfolgorò repente

Nel divino splendor della sventura.

Così se il sol dall'ultimo occidente

Brilla sull'orlo di una nube oscura

Son le tenèbre dissipate e rotte

E l'oro arde e il rubino ov'era notte.

LIII.

– O tu cui l'ira ed il dispetto or giova

E per religion altri condanni,

Sapessi almeno a che terribil prova,

A qual lotta ho durato, e a quanti inganni!

Fanciullo, la tua vita è ancora nova,

Ma certa scuola apprenderai dagli anni:

Tempo verrà che alfine ti rimembre

Quanto sia dall' april lungi il settembre.

LIV.

– Nelle speranze che più care s'hanno,

Nell'onore, nel cor sarai trafitto:

Avran per farti iniqua guerra, avranno

Per calunniarti tutti i vili un dritto:

Della tua fede, del tuo lungo affanno,

Sino del genio ti faran delitto,

E nulla a te varrà requie e difesa,

Che tra l'uomo e il destin non è contesa.

LV.

– E tu d'appresso all'onorato fine,

Pallido il volto e macra la persona,

Sospirerai per rimbiancato crine

La sterile mercè d'una corona:

Allor saprai se pungano le spine

Che Italia a suoi gran figli in premio dona!

Però l'affanno a cui mi destinasti

Mai non provare; al cielo il mio sol basti. –

LVI.

Disse e lo scanno onde s'era levato

Raggiunse in tal sembianza, ove dipinto

Stava un dolor che contro iniquo fato

Combattendo durò ma non fu vinto.

Al vaticinio funeral Torquato

Sentissi in core ogni ribrezzo estinto,

E sorger grave e subito un rimorso

Che troppo nello sdegno era trascorso.

LVII.

Appena il vecchio l'incertezza ed ave

Del cavalier veduto il turbamento,

Si alzò, che l'arrossir quanto sia grave

Conosceva per lungo esperimento;

E in atto che desidera, ma pave,

Viengli d'appresso päuroso e lento,

E nella voglia, che il dubbio ritarda,

Stende la man verso Torquato e il guarda.

LVIII.

E questo gliela stringe, e tutta sparsa

Di generose lagrime la faccia

Tenta parlar, ma la parola è scarsa

Al buon volere e forza gli è che taccia.

Ma il prence, cui nel volto è riapparsa

La prima contentezza, a lui s'abbraccia,

Ed – Oh – gli dice – Oh che il tuo cor non serbe

Memoria più delle parole acerbe!

LIX.

– Io fui bugiardo e menzognera sorte

Ti minacciai, Torquato, io fui bugiardo;

Che la ribelle volontà è ancor forte,

Nè penitenza il sangue mio fè tardo.

Così il Signor mi degni anzi la morte

Di quel perdono, cui sospiro ed ardo,

Come ti prego ogni destino amico,

E il diletto tuo capo io benedico.

LX.

– Che se dovrai nell'infecondo campo

Della vita raccor triboli e stenti,

Non paventar che col balen del lampo

Passa la foga de' terreni eventi.

Tu seguita, malgrado ad ogni inciampo,

Muovendo i passi tuoi oltre possenti,

E in Dio solo confida e ti rinfranca:

Il premio è di colui che non si stanca. –

LXI.

Qui l'uno all'altro da vicin condutta

I fraterni colloqui incominciaro:

Eran sante memorie; era quel tutto

Che al mondo s'ha di più diletto e caro:

Patria, parenti, ed il comune lutto

E le gioie tradite onde sì avaro

È il cielo per colei, che a molti ancella,

Negli adulteri amplessi ahi! troppo è bella.

LXII.

Intanto il ciel dall' occidente manda

L'ultimo raggio sulla terra, e splende

Di nuvoletti in mezzo una ghirlanda

Quale di un padiglion dietro alle tende.

Una luce dorata in ogni banda

Lo circonda e pel ciel limpida ascende,

E come col turchino appar commista

Così il color dell' amaranto acquista.

LXIII.

Parea l'incolta landa un mar lucente

Tutto di foco che qua e là si oscura

Per le grandi ombre che calano lente

Da ciascun sasso sovra alla pianura;

E le antiche sembianze aride e spente

Ravviva quella squallida natura,

Che non v'ha parte sì selvaggia e mesta

Che al sorriso del sol non torni in festa.

LXIV.

Nel caro obblio delle amiche parole

Que' due si rimanean quando i riscosse

Da lungi il suono che al fuggente sole

Mandan le squille lentamente scosse.

A quel lagno che par d'uom che si duole,

Si guardarono, e l'un l'altro abbracciosse

E te, o Sorrento, nominare, e intanto

Correan dagli occhi lor rivi di pianto.

Note

_____________________________

[1] Nella primavera del 1539 furono con gran festa celebrate le nozze di Porzia figliuola di Giacomo De' Rossi, sopranominato di Pistoia per lo dominio ch'ebbe di quella città, con Bernardo Tasso, illustre cavaliere e famoso letterato di que' tempi, e primo secretano di Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno – Gli sposi Tasso abitavano a Sorrento un palazzo sulle rive del mare, che, fu già de' Mastrogiudici e dove nacque Torquato agli 11 di marzo del 1544. – Vedi Serassi, pag. 46-47-48-20, edizione di Roma, 1785.

[2] Venne poi l'anno 1547, memorabile per la sollevazione di Napoli e fatale al principe di Salerno per l'ambascieria ch'egli accettò da' sollevati presso l'Imperatore, dalla quale ebbero origine le di lui disavventure e conseguente mente quelle del Tasso suo segretario. – Vedi Ser., loc. cit., pag. 27.

[3] ottave xx e xxi. Bernardo Tasso, benché gl'increscesse oltremodo di dover lasciare la moglie con due piccoli figliuoli, Cornelia e Torquato, l'una di sei, l'altro di poco più di tre anni, partì alla volta d'Augusta, colà chiamatovi dal Sanseverino che v'era Ambasciatore de' Napoletani presso Carlo V. Ma quest'ambasciata riuscita a male, il Sanseverino, minacciato nella libertà e nella vita, fu costretto di fuggire da Napoli e dichiararsi apertamente pel Re di Francia, ond'egli fu dichiarato per ribelle e decaduto di tutti gli stati ed onori; e con lui fu egualmente condannato Bernardo Tasso, che l'aveva seguitato nell'esiglio e che per la confisca de' beni si ritrovò in un momento ridotto alla povertà. – Vedi Ser., pag. 85 e seg.

[4] Verso l'ottobre 1554 Bernardo Tasso, vedendo an dare al peggio le sorti del Principe di Salerno, e disperando ormai di poter tornare nel regno di Napoli, diede ordine che il piccolo Torquato, il quale con la madre e la sorella aveva lasciato nel regno, lo raggiungesse a Roma, onde ivi seguitare l'educazione del figliuoletto, che appena di sette anni era già molto innanzi nello studio delle lettere latine e greche. Questo distacco costò molte lagrime e quasi infinito dolore non meno alla madre che al giovine figliuolo, il quale, parecchi anni dappoi, in questi pietosissimi versi ricordava quell'affannoso abbandono:

Me dal sen della madre empia fortuna

Pargoletto divelse; ah di que' baci

Ch'ella bagnò di lagrime dolenti,

Con sospir mi rimembra e degli ardenti

Preghi che si portar l'aure fugaci,

Ch'io non dovea giunger più volto a volto

Fra quelle braccia accolto

Con nodi così stretti e sì tenaci.

Lasso! e seguii con mal sicure piante

Qual Ascanio o Camilla il padre errante.

T. Tasso. Canzone all'Apennino.

[5] Di questa enfatica espressione si serve Bernardo per ispiegare l'eccesso della brama che avea la sua Porzia di vivere con esso lui – Lett. di Bernardo Tasso, Vol. II pag. 442.

[6] Porzia non potendo più resistere ai dispiaceri che le erano fatti da' suoi parenti, né tollerare più lungamente il desiderio che aveva di rivedere il marito e il suo Torquato, morì (come scrive lo stesso Bernardo) di morte violenta o di soverchio dolore o di veleno essendo morta in 24 ore – Lett. citata, Vol. II pag. 472.

[7] mattinò: recitò l'avemaria (letteralmente significa: recitare il mattutino. (ndr)

[8] Torquato ancora fanciulletto a Napoli, indi a Roma, a Bergamo, a Urbino, attese allo studio della lingua latina e della greca e dell'italiana, e il padre di lui, richiamatolo nel 1559 presso di sé a Venezia, volle che s'applicasse specialmente alla lettura dei classici di tutte e tre le lingue, ma in particolare de' migliori poeti e prosatori italiani, parendogli troppo gran pazzia lo ingegnarsi d'essere cittadino nel paese altrui, e rimanere poi sempre forestiero nel proprio. – Ser., pag. 90.

[9] Torquato venne agli studii di Padova che aveva 16 anni, ed ivi rimase raccomandato al famoso letterato Sperone Speroni. Egli a 18 anni scrisse e pubblicò il suo poema il Rinaldo. – Ser., pag. 96-101 -ecc.

[10] Laura Peperara di Mantova fu molto amata dal giovine Tasso. Ella lo seguitò alla Corte di Ferrara dove fu ricevuta in qualità di damigella presso la Duchessa Eleonora. Questa è veramente la donna che il Tasso amò la prima e caldamente e che tante volte chiama sua – scrive il cav. Rosini – Difatti il poeta medesimo la celebra in moltissime rime; per lei scrisse gran parte del suo canzoniere e, per quanto la costanza possa essere la virtù di un poeta, l'amò molto e lungamente. Così nel carcere di Sant'Anna quando si pentiva di aver servito per molti anni un'altra donna ch'egli chiama sua gioia e tormento, ricordando caramente la sua Laura, esclama: 

Questa fu quella il cui soave lume

Di pianger solo e di cantar mi giova....

(Tasso, Rime, T. I.)

[11] Bernardo Tasso contrastò il figliuolo nella poetica vocazione, persuaso dal proprio esempio quanto poco giovino i versi al sostentamento della vita. – Ser., pag. 95.

[12] Il principe di Salerno (Sanseverino), dopo avere invano sollecitato a suo favore il Re di Francia, s'era a quel tempo ridotto a Costantinopoli, dove gli era stato fatto sperare che il Sultano avrebbe messo a sua disposizione considerabili forze. Egli vi svernò, e datosi alla dissolutezza vi perdè ogni considerazione; anzi in Italia s'era a quei giorni sparsa la fama ch'egli apostatando dalla Religione cattolica, avesse cinto il turbante. – Vedi Biografia Universale.

[13] Carlo IX, figlio di Caterina De' Medici e tristamente famoso per le stragi della notte di San Bartolommeo, amava molto la caccia del falcone; onde il Tuano, ricordate le cacce del Duca Francesco d'Alansone, celebra nel suo poema del Falconiere quelle di Arrigo II, ch'era solito cacciare nelle foreste di San Germano. – Vedi Tua no, De re accipitraria – Lib. I, cap. XXXI.

Talia Germani fanum dum sceptra tenebat

Enricus etc.

[14]                           Sunt etiam queis pura albedine terga renident,

Unicus et toto color est in corpore candor.

Montibus Alpinis aut per juga Pyrenaea

Nasci credibile est; nivis adsiduoque perennis

Intuitu fieri, mater dum concipit ardens,

Ut pulli teneris albescunt undique pennis.

(Tuano, De re accipitraria. Lib. I, cap. XXII.)

[15] Ott. xv e xvi.

Falcones sublime petunt, praedamque sub altis

Nubibus invadunt: rostroque atque ungue fatigant.

Cernuus hic supra prono se corpore praeceps

Mittit, subjectumque adlabens dejicit hostem:

Die premit latera et conanti fervidus instat,

Nunc frontem, nunc terga petens; contracta sed illa

Arrectos ungueis contra distringit, et alto

Sustinet aere se, atque occulta fraude sub alas

Erecti mucronem oris clam cauta recondit

Anxius interea clangenti voce magister,

A rostro ut caveant iterumque iterumque monere

In latus obliqui adversum

(Tuano, loc. cit., lib. II, Cap. XXIV.)

[16] strozziere: colui che custodiva gli uccelli (falconi e simili) per la caccia. (ndr)

[17] astore: specie di falcone ammaestrato (si riferisce al falcone delle Asturie, da cui prende il nome). (ndr)

[18] esizio: letteralmente significa eccidio; qui vuol dire semplicemente morte. (ndr)

[19] Un'altra volta sull'antica pesta: ritorna sul sentiero o sulle orme di prima. (ndr)

[20] Torquato sino dal 1565 aveva lasciato l'Università di Padova ed era passato ai servigii del Cardinale d'Este in qualità di suo gentiluomo; e fu nel 1571 che seguitò quel  prelato alla Corte di Carlo IX di Francia. Il giovane poeta fu straordinariamente accarezzato da quel Re e da tutta la Corte, e legossi d'amicizia col famoso Pier Ronsardo. Ma il Tasso poco dopo, accortosi di essere scaduto dalle buone grazie del Cardinale, decise di ripatriare, riportando – scrive M. di Balzac – quel medesimo vestito con che era andato in Francia dopo d'esservisi trattenuto un anno. – Ser., pag. 454 e succ.

[21] Ai 4 dicembre del 1569 morì Bernardo Tasso, con grandissimo cordoglio di Torquato, che cercò in ogni maniera d'onorarne la memoria.

[22] Torquato sino dal tempo ch'era agli studii di Padova aveva concepito il suo avventurato disegno di scrivere un poema sulla conquista di Gerusalemme, fatta dall'armi cristiane, sotto il comando di Goffredo Buglione.

[23] Torquato a cavallo viaggiando e su per gli alberghi, non aveva mai lasciato di comporre e di attendere partico larmente al compimento del suo poema, cui, come scrive il Menagio, aveva accresciuto nel suo cammino di molte stanze – Ser., pag. 157.

[24] Vedi la Gerusalemme liberata al canto primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, ed al famoso principio del settimo canto

Intanto Erminia in fra l'ombrose piante

D'antica selva dal cavallo è scorta ec.

[25] Ott. xxxii e xxxiii. Gli antichi Galli pei sacrifizij preferivano i boschi. Aprivasi in mezzo a questi un'area spaziosa, cinta da querce più fitte ch'essere generalmente non sogliono. Nel cerchio delle querce, uno o due minori cerchii sorgevano di sassi colossali; dentro, qua e colà pietre enormi. – Menin, pag. 784, Storia Universale.

[26] Il principe di Salerno, tornato da Costantinopoli, dopo altri varii tentativi per mettere a rivoluzione il Regno di Napoli, perduta ogni speranza, andò in Francia, dove ben accolto da Enrico II, fu affatto dimenticato dal successore di lui: onde, dopo avere abbandonata la Religione cattolica, trascinò qua e là una vita povera e stentata, e morì senz'averi e senza prole in Avignone. – Vedi Biografia Universale.

[27] Torquato era in Religione di principii un po' severi ed intolleranti: onde egli stesso scrive che il Cardinale d'Este s'era raffreddato con lui nel loro viaggio di Francia, specialmente – per isdegno ch'io volessi far maggior professione di Cattolico di quel che ad alcuni pareva ch' io facessi ec. – Ser. pag. 460, nota 3.

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Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011