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Edizione di riferimento:
Il Torquato Tasso di Jacopo Cabianca, canti XII, Venezia, Tipografia del Commercio 1898.
Incontra quelle piagge, ove regina,
Tra gli aranci ed i fior, Napoli siede,
Diviso dalla breve onda marina
Ch' entra quel seno e gli susurra al piede,
Di cento colli, in dilatata china,
Un vago digradante ordin si vede,
E l'un giogo sull'altro alzar la fronte,
E perdersi col cielo all'orizzonte,
Qui de' campi Flegrei rotto il terreno:
Qui narran d'altre età Gaëta e Cuma:
Di Baia alle rovine e di Miseno
Muor sospiroso il fiotto in bianca spuma:
Dorme Virgilio a Posilippo in seno;
Mergellina di rose si profuma;
E per l'ampio paese, in ogni canto,
Parlano vecchie istorie e nuovo pianto.
E a te, che levi la turrita cima
Sul verde mar che alle sirene piacque,
A te il saluto dell'itala rima,
Inclita terra, ove Torquato nacque!
Perchè, Sorrento, tu blandivi in prima
I suoi riposi al mormorio delle acque,
E la tenera bocca inebbriavi
Coll'olezzo de' fior, col mel de' favi.
D'infra tutte bellissima e gentile
Gode Sorrento di un tepido cielo;
Qui il sol risplende d'un perenne aprile,
E le sue notti non conoscon velo:
Nè quando la stagion muta di stile
Intristisce il terren per nebbia o gelo;
Ma il cedro eterno tra la verde chioma
Spiega il tesor delle dorate poma.
Contro la gelida Orsa il loco serba
Di altissime montagne una ghirlanda,
Onde ne brina sulla tenera erba,
Nè settentrïonal vento si spanda:
Ivi d'ombre e di secoli superba
Una foresta cresce in ogni banda,
E corrono le facili pendici
Freschi zampilli e linfe irrigatrici.
Così dalle feconde acque d'argento
Ride impinguata la famosa valle,
Dove all'aperto ciel serenan cento
Presepii di giovenche e di cavalle.
Là mugghia, re del folleggiante armento,
Il nero toro dalle larghe spalle;
Quivi il puledro, come amor lo accende,
Si slancia, corre e al zeffiro contende.
Spesso però l'invidïata pace
Si conturba d'un subito e la pura
Lucentezza degli astri, ed è mendace
Tanta serenità della natura.
Ecco una nube, che indistinta giace
Sul cocuzzolo ai monti, ognor più scura
Alzarsi e andar siccome compagnia
Di cavalieri che galoppa via.
Intanto giù per le supreme vette
Un vapor bigio, quasi per iscala
Dalle colline alle valli soggette
Sempre più denso e spazioso cala.
Sovra la terra e l'ocean si mette
Un turbinio degli aquilon sull'ala,
E tutto in suo passaggio agita e volve
Fra l'impeto dell'acque e della polve.
Allora il mare sin dall'ime grotte
Bolle sconvolto e orribilmente fuma:
Urtansi in urlo lungo l'onde rotte;
E sulla cima ai cavallon la spuma
Di un color bianco, per la cupa notte,
Al balenar de' folgori si alluma,
Come lenzuol che un pallido scheletro
Pe' cimiteri si trascini addietro.
Spesse volte al furor degli elementi
La sdegnosa si unisce antica terra,
E ne' visceri suoi l'acque ed i venti
Cozzan feroci in disperata guerra:
Già sotto i piedi traballar tu senti
Il suol che d'ogni parte si disserra,
Mentre d'intorno alla ondeggiante scossa
Torri e palagi van qual canna mossa.
Dal vicino Vesuvio un fumo denso
Allor si spande per l'aperta volta,
E ceneri e lapilli, in fascio immenso,
(Onde Pompeia un dì giacque sepolta)
Van rotëando per l'aëre accenso,
E luce hanno e color dalla disciolta
Lava, che a' rossi vortici per entro
S' agita e bolle nell'ardente centro. –
Gli ultimi giorni eran del marzo, e fiera
Sovra Sorrento, imperversando, mugge
Una equinozïal aspra bufera,
La qual col sole, che nell' onde fugge,
Ben lunge dal cessar, sempre più nera
Pel mare accavallato infuria e rugge:
Che il vento dall' opposta Africa sponda
Sbuffa e flagella la cittade e l'onda.
Ormai le genti päurose e rare
Si ritrassero innanzi alla procella;
Solo per entro di quel buio appare,
Tremolante qua e là, qualche fiammella,
Accesa a Lei che in cielo è Donna, e in mare
Allo sbattuto navigante è stella;
A Lei che madri e spose, a giunte mani,
Chiamali propizia ai poveri lontani.
Una splendida casa il mar prospetta
Con un giardin, che in facile pendice
Fra gli aranci discende e fra l'erbetta
Sino a' scogli che in acqua hanno radice.
Qui, benchè notte sia, venne soletta
Di quel loco la vaga abitatrice,
E un cerchio presso lei di luce viva
Spandesi da un fanal, ch' è sulla riva.
Dal tramonto del giorno in molto affanno
Ella qui stassi e mezzanotte or suona,
Nè s'alza ancora dall' umido scanno,
O il posto per la tarda ora abbandona:
Fa schermo, lunga assai, di rozzo panno
Veste marineresca alla persona,
E il viso e il crine, che ondeggiante scappa,
Appaion soli dall'alzata cappa.
Ned' ella all' aquilone si sgomenta,
O allo scroscio dell'acqua che la batte
Fredda così, continua, vïolenta,
Che son di gelo le sue membra fatte;
Anzi par tanto poco o nulla senta
Dell'uragan che crudo la combatte,
Che nel vederla si diria scolpita
D'insensibile marmo o senza vita,
Ai raggi obbliqui che il fanal concede.
Fresca d'anni ella appare e grazïosa;
E tal ciascun la disse il dì che il piede
A Sorrento volgea quella vezzosa:
Che dal Taro, de' Rossi illustre erede,
Qui venne, tutta amor, del Tasso a sposa,
Mentre quel cavaliere era a governo
Nella casa dei prence di Salerno.
Oh i dì lieti e vissuti! Oh le beate
Ore che in mezzo la festiva corte
Alla donna gentile ed al suo vate,
Senza una nube, sorrise la sorte!t
Nuovo tempo di amore! Avventurate
Gioie d' un ben, che più giocondo e forte
Stringeano una fanciulla e un giovinetto,
Soavi frutti del pudico letto!
Or diverso per lei volge il presente,
E con gioco crudel ben presto il caro
Favore, ond'era invidia della gente,
E le allegrezze in lagrime mutare
Giacchè dello Spagnuol l'impertinente
Prepotenza e il voler sordido e avaro
In rea condizion Napoli han tratto
Ed il reame vilmente disfatto.
Così il sir di Salerno, a lunghi inganni
Oggetto, e ad ire mortalmente nove
Fuggir dovette, e dai sicuri danni
Scampar la vita minacciata altrove.
E mentre in Francia contro i suoi tiranni
Domanda aita, ed arme e genti move,
La sua casa è dispersa, e d'ogni indegno
Oltraggio i servi suoi son fatti segno.
Nè il Tasso allor patì che il suo signore
Movesse solo al disperato esiglio;
Ma seguitar lo volle e a lui col core
S'offerse d'opre amico e di consiglio.
Ei della sposa sua l'alto dolore
Sostenne e i preghi e il lagrimoso ciglio,
Nè mutò dal fermato intendimento
De' suoi bambini al supplice lamento.
Porzia, (tal nome quella donna avea)
Dopo dell'abbandon, ne' suoi diletti
Teneri figliuolini raccogliea
Della vita mestissima gli affetti;
E tutta in loro e tutta nell'idea
Del suo Bernardo, par sempre lo aspetti,
E col pensiere seguitar si piaccia
De' suoi viaggi la diversa traccia.
Fu di gioia a morire in quell'istante
(Ora sono tre dì) quando un fidato
Messagger capitavale davante
Recando un foglio dello sposo amato,
Che le scrivea – Da lei poco distante
Esser giunto ai confini dello stato,
D'onde verrebbe nella notte stessa,
Purchè la via gli avesse il mar concessa. –
Ed ella; sospirando a quel suo caro,
Fu veduta restarsi alla marina
Dalle prime tenèbre al primo chiaro
Che in orïente nuncia la mattina,
E due notti lunghissime passare.
Come e quanto crudeli alla meschina!
Questa è la terza, nè persona ha vista
Che le rechi novella o buona o trista.
Ecco un vento levarsi e per la bruna
Volta mettere il cielo alla bonaccia,
E anch' essa fuor de' nugoli la luna
Uscir mostrando la serena faccia;
Però sull'oceano la fortuna
Di perigli raddoppia e di minaccia,
E l'un sull'altro in rovinosa altezza
Il fiotto accavallandosi si spezza.
Se non che, in quel momento alla bramosa
Da discosto appariva, da discosto
Sull'agitato mar come una cosa
Che mutarsi parea di forma e posto.
Ond' ella attentamente e senza posa
Dello sguardo la seguita, e sì tosto.
In apparenze ben distinte e certe,
In piccolo battello al largo avverte.
Un battello, un battel! La poveretta
Benchè vinta cadesse in sui ginocchi,
Non cessò di guardar, quasi ristretta
Ormai si avesse ogni virtù negli occhi.
Intanto, quale scappa una saetta
Cui l'Indian sull'Orenoco scocchi,
Tale la navicella avanza, avanza,
E guadagnando vien della distanza.
Cogl'inutili remi in man raccolti,
Tanto li caccia impetuoso il vento,
Stan due robusti giovani rivolti
Ad un vegliardo che al timone è attento.
Il numero di loro e sono i volti
Da Porzia conosciuti in un momento;
Ed ella tutte dalla riva scôvre
Di que' pericolanti le manovre.
Misericordia, o Dio ! Starsi da poppa
Vede lo sposo suo sul piccol legno
E ardente cero di resina e stoppa
Alto levar di gran periglio in segno.
Del vento a sostener la furia troppa
Egli si fa dell'una man sostegno
All'albor del barchetto, e l'altra scuote
Volgendo il tizzo in luminose ruote.
E quella fiamma vacillante e mossa
Per entro il buio, che sul mar si stende,
Tra il fumo e le scintille orrida e rossa
Al guardo desioso ora risplende;
Or disparendo, subito s'infossa
Dell' ampio mostro tra le fauci orrende,
Onde parea la nave capovolta
Sotto i marosi rimaner sepolta.
Di un' ambascia mancar, che poco meno
Son gli ultimi travagli della morte^
E svenuta cadere in sul terreno,
E risentirsi da una stretta forte
Tutta abbracciata, e ritrovarsi in seno
Al lagrimato suo caro consorte,
Fu per Porzia un dolore.... un gran contento
Come una visïon, come un momento. –
Nell' industre pensier di quell'atteso
D'olezzanti ginepri era rimasto
In casa per tre notti un foco acceso
Sopra gli alari di un camino vasto;
Là col marito, dalla pioggia reso
Sino dentro delle ossa umido e guasto,
Senza tempo gittar la donna venne
E per via tutta amor ne lo sostenne.
Poichè le fredde vesti ebbegli tolto
E a lungo rasciugatolo e deterso,
Fa con tepidi lini e studio molto
Di tornargli alle membra il calor perso:
Allor la barba, allora il crine incolto
Ricompone in buon ordine, e cosperso
Di grate acque odorose il liscia e abbella,
Onde in sembianza mostrisi novella.
Poscia gli mesce di vendemmia antica
In colma tazza le dorate stille,
E vuol che una e due volte ogni fatica
In essa scordi e il corpo refocille.
Bene spesso a metà dell'opra amica
Affisa in lui le attonite pupille,
E nell' immenso suo piacer le pare,
Estatica d'amor, di trasognare.
Ed egli della via scordati i guasti,
De' figli domandò senza ritardo;
Che veder li vorria tanto che basti
A fissar ne' dormenti almen lo sguardo:
Nè la sposa d'inutili contrasti
Offendeva il piacer del suo Bernardo;
Anzi lo guida alla solinga stanza,
Ove di star con essi ha costumanza.
Eran cosa rapita al paradiso
Que' due fanciulli, e la calma serena
Che lor sorride dolcemente in viso,
Nulla per certo avea d'aria terrena.
Di poco l'uno dall' altra è diviso;
E la face, ch'illumina la scena,
Un non so che sopra i dormenti versa
Di bellezza ineffabile e diversa.
Cornelia, (domandavasi la bella
Primogenita lor di questo nome)
Ha tocco il tredicesimo anno, ed ella
Mostra il bel viso sol, che fra le chiome
Dalla cornice delle bionde anella
Grazioso di fuor scappa, siccome
Farebbe, candidissima a vederla,
In cerchio d'oro orïentale perla.
E quale un giorno figurò Bellino
Alle Vergini sue sovra i ginocchi
In pace soavissima il Bambino
Nudo e vivo così che par lo tocchi;
Con quell'aria, con quel sonno divino
Ove socchiusi pur ridono gli occhi,
Di tre anni minore appar Torquato
Alla vezzosa sorellina a lato.
Dal travolto lenzuolo uscendo fuora
Delicate, lucenti e al tornio fatte,
Torreggiano le membra che colora
Fresca una tinta tra la fraga e il latte:
A chi la guardi sembra che talora
La breve bocca ad un riso si adatte;
Quasi la gioia del paterno affetto
Nel sonno indovinasse il fanciulletto.
Allora il genitor non altrimenti
Ch'entrato un cerchio magico si fosse,
Dal contemplare i cari suoi dormenti
Nè il guardo più, ne la persona mosse.
E se alle labbra mancano gli accenti,
In quella vece due lagrime grosse,
A lui corron sul volto, e gliele spreme
D'ogni affetto più vivo un dolce insieme.
Che se talvolta dagli amati aspetti
Levando gli occhi li rivolge altrove,
A paro col sentir de' primi affetti
Vengono ricordanze e gioie nuove.
Intorno a lui da conosciuti oggetti
Soave voce di conforto move,
E di memorie aspettalo un tesoro
E ciascuna lo chiama in mezzo a loro.
È questo il nuzïal letto, giocondo
Nido, dove alla sua colomba piacque
Far beato di gioia il sitibondo
Amor che in lui da tanti pregi nacque:
Qui nascoso all'invidia e al triste mondo
Nullo secreto alla sua donna tacque;
Qui palpitando per due vite care
Si udì di padre col nome chiamare.
I brevi sdegni e le paci d'amore,
Le lunghe confidenze ed ogni cura,
Ogni speranza e i dì vissuti e le ore
D'affanno palpitanti e di paura,
Tutto il passato sì gradito al core,
Ora in festiva, ora in mesta figura,
Aleggiandogli presso, in vario gioco
Di amate fantasie popola il loco.
Qual dopo un acquazzon da cento bande
Corron rivi di grosse acque al torrente,
Che gonfio fuor de' rotti argini spande,
Per le vaste campagne; similmente
La piena degli affetti è così grande
Che il core separar ei se ne sente,
E qual fil d'acqua all'assetata sabbia,
Più non bastano i baci alle sue labbia.
E quando che alla fine quell'immensa
Prepotenza d'amor si tacque alquanto,
– O gioia – egli esclamava – o ricompensa
Cui nessuna altra vale al mondo tanto!
Una donna che t'ama e vive e pensa
Nel tuo pensiero e il gaudio ha teco e il pianto,
Una donna fedel come la mia
Vince ogni ben che più diletto sia.
– Sorridimi così, così mi guarda . . . . .
Quanto pallida se' dall'aspettarmi!
E pur mi par che la pupilla t'arda
D' una luce più viva, e il viso parmi
Vesta ignote lusinghe. . . . . Oh se mi tarda
Dalla tua bocca udire a raccontarmi
Quanto l'esiglio dell'amato sposo
Eterno ti sembrasse ed affannoso!
– E i figli nostri? Parlami ed avanza
Col bramato tuo dire ogni altra inchiesta:
Or Torquato che fa? cresce a speranza
Ed al bello ed al buon la mente ha desta?
Serba Cornelia della tua sembianza
E ancor delle tue grazie? Oh narra presta,
Narra ogni cosa, e quante volte e come
Sui labbri e in cor vi risuonò il mio nome. –
Porzia a quella d'amor subita pressa;
– Da quando – rispondea – ne fosti tolto
Momento non passò che ad una istessa
Brama non fosse e ad un pensier rivolto.
I figli tuoi con la tua sposa oppressa
D'ogni cordoglio, ti amar sempre e mollo;
E quella (e che sola in vita i tenne
Mai per dubbio o patir manco non venne.
– Allor che tutti e i miei fratelli insieme
Stavano congiurati a farne torto,
Era la tua memoria, era la speme
Di rivederti ogni nostro conforto;
E nel durar di quelle angosce estreme
Il cor già freddo ed alle gioie morto
Per sua consolazione avea soltanto
La speme che tornassi e il nostro pianto.
– Ma che delle mie lagrime ragiono,
Od a qual voto sospirar degg'io?
Se appien felice a te vicina or sono,
E bevo da' tuoi labbri un lungo obblio?
Pure, o Bernardo, d'un immenso dono
Nel duol ci volle consolati Iddio,
Che i nostri figli tanto in bene ei crebbe,
Che meglio desïar non sen potrebbe.
Già son maturi l'anima e l'ingegno
Del nostro figliuoletto e tal la mente,
Che nulla nel parlare o nel contegno
La tenerella etade indica e sente;
Onde presaga di famoso segno,
Maravigliando attonita la gente
L'ascolta, e in ascoltarlo e crede e giura
Un miracolo ci sia della natura.
– Nelle belle virtù, negli atti onesti
Cornelia al fratel suo non vien seconda,
Ed ella ha gli occhi ancor soavi e mesti,
Ancor la chioma più che l'oro bionda.
Vicino alla tua sposa, in mezzo a questi
Nostri tesori qual vita gioconda
Ne aspetterà dovunque ormai ti piace
Teco condurne a sospirata pace!
– Toglimi, oh te ne prego, a questa ria
Fortuna, al vitupero per cui moro;
Che sulla terra un sito non vi sia
Che ne scampi alla rabbia di costoro,
Dove liberamente arda la mia
Anima, e sappia ognun quanto ti adoro;
Dove almen teco, e fosse nell'inferno,
La tua Porzia restar possa in eterno! –
All' animato dir Bernardo stessi
Non così come de' felici è l'uso,
Ma chino il volto, cogli occhi dimessi
E in un mar di pensier tutto racchiuso.
Poi quando lento a risponderle fessi
Tale sembrava nel suo dir confuso
Quale chi sconfessar coi labbri tente
Ciò che per vero nel suo cor consente.
– O mia sposa, o compagna a questa sorte
Troppo crudeli se a te fedele io sia,
Ne attesto il cielo e sol potrà la morte
Separarne quaggiuso, anima mia!
Ma un altro amor del nostro avvi più forte,
Avvi una fede a ciascun' altra in pria,
Per chi la patria ha collocato avanti
Agli amici, a sè stesso e a tutti quanti.
– Non vedi come lo Spagnuolo esulta
Ed in quanta miseria egli ne ha messi?
Rotta ogni legge, ogni baldanza inulta,
E i traditor famosi e i giusti oppressi,
Anche ai principi nostri il vile insulta,
E servi i vuole, o pur tiranni anch'essi:
A lui la forza, a lui l'oltraggio è dritto
E sin d'un lagno egli ne fa delitto!
– Però Francia è con noi – Francia? – ripiglia
Porzia, e un sorriso sulla bocca mesta
Le balena così che rassomiglia
A sol ch' esce dai nugoli in tempesta.
– Francia è con noi! e questo ne consiglia
A resistenza, ed ogni forza è questa?
Tristo chi solo a far da sè non basta,
Quando l'ultima prova a lui sovrasta!
– Francia è con noi ; in lei si vive e spera?
E non ci ha ancora esperïenza istrutti
Ch'ella fede non tien, che menzognera
Promette a tutti per tradirne tutti?
Ahi! troppe volte la fatal guerriera
Dalla cerchia dell' Alpe ai nostri lutti
Discese, e troppe ancor rivalicolla,
De' rubati tesor non mai satolla.
– A nostra libertà mortale e a noi
Fu il sorriso di Francia, e Italia sallo
E sa quanto valesse a' danni suoi
La fè giurata dal vantato Gallo.
Oh te pur benedetta e i figli tuoi,
Magnanima Sicilia, onde il gran fallo
Così scontasti, che alle Franche donne
Fu carestia di vedovili gonne! –
Qui tacque Porzia e d'ogni dir più viva
L'eloquenza degli occhi era e del volto:
Tale del patrio Simoënta in riva,
Nel futuro il veggente occhio rivolto,
Cassandra del destin l'ordine apriva
Al popol suo che le negava ascolto;
– Ed ahi folle – diceva – ahi gente cieca,
Non conoscete ancor la fede Greca? –
Lo sposo a quel parlar, mutato aspetto,
– Oh la divina! – esclama – Il foco ond'ardi,
Così a noi tutti riscaldasse il petto
E sarem men traditi e più gagliardi!
Ma perchè io torni in breve al tuo cospetto
E sia degno di te, perchè i tuoi sguardi
Mi sorridano a lungo, or mi permetti
Che alla mia patria io viva e ad altri affetti.
– Puoi tu voler che, condannato a torto,
Gema Sanseverino in tante offese,
Mentre io, lontan da lui, godo il conforto
Che il suo gran core mi largì cortese?
No, per Iddio: la fede che gli porto
Non muterà fortuna, nè paese;
Mi avranno i lieti dì, mi avranno i rei
Fedele ognora a' giuramenti miei.
– Tu qui rimanti, o cara, e poi che lasso!
Son peregrino dall'onor condutto
Vicino a ritentare il duro passo,
Mi raccomando a te che mi se' tutto!
Oh la mia casa ch' è caduta in basso,
Oh guarda i figli da novello lutto;
Salvali almeno dall'ingiusto scempio,
Che me colpisce per la fè che adempio. –
Di questo e d'altro alla sua donna ei parla,
E perchè d'ogni cosa risoluta
Avesse conoscenza, ad informarla
Segue narrando, come alla venuta,
Oltre il sommo piacer dell'abbracciarla,
Altra e grave ragion egli abbia avuta:
E poscia che non era a lei concesso
Nel duro bando di venirgli appresso;
Egli ha per fermo che il nascente ingegno,
Onde tanto promette il buon Torquato,
Sia senza d'altro indugio, a nobil segno
Ed a spendidi studii indirizzato;
Così nel suo segreto il bel disegno
Seco di trarlo a Roma avea formato,
E solo a riuscir in quel proposto
S'era al periglio della vita posto.
Questo ella sappia, e sappia che al tramonto
D'abbandonar Sorrento è suo consiglio;
Perciò fornito d'ogni cosa e in pronto
Tenga al viaggio l'adorato figlio;
E dia così dell'amor suo buon conto
Aspettando seguirlo nell'esiglio,
E intanto alle virtù Cornelia cresca
E la memoria sua guardi ognor fresca. –
Porzia l'ascolta sbigottita in atto
Di chi a intendere altrui forza si faccia;
Poi quando udì che le saria d'un tratto
Il figliuolo rapito dalle braccia,
Allor come gran torto le sia fatto,
Tra le mani cader lasciò la faccia
E in un singhiozzo diè sì lungo e rotto
Da farne un tigre rimaner sedotto.
Pur si fe' vïolenza, e sciolto a stento
Il faticoso nodo alle parole,
A dire incominciò con quell'accento
Di chi d'immeritata onta si duole.
– Sei tu, tu che mi parli, e ciò che sento
Dalla tua bocca anche il tuo cor lo vuole;
Nè perchè pianga tanto e tanto preghi
Confiderò che il tuo voler si pieghi?
– Ben dispietato! al duolo che mi cuoce
Aggiungere tu puoi l'angoscia estrema;
Acciocchè d'un egual palpito atroce
Per te, pel mio Torquato a un tempo io gema:
E in ogni ora che suona, in ogni voce
Che mi favella una sventura io tema....
Questa prova è di troppo, ed io non basto
A durar nell'orribile contrasto. –
Qui perchè in util suo trabocchi il peso,
Come il materno amor ne la consiglia,
Guida Bernardo ove dal sonno preso
Il giovanetto ancor chiudea le ciglia.
– E guarda – ella soggiunge a quel sospeso –
Quanto il nostro figliuol ti rassomiglia
Non vedi tutte le tue stesse forme
In quell'angelo mio che dolce dorme?
Oh per l'amor che mi hai . . . . oh per l'affetto
Per la fè che mantenni, e che ti porto,
Non separarlo dal materno petto;
Concedimi quest'ultimo conforto.
Guardando il viso di quel mio diletto
Il tuo tardar mi sembrerà più corto;
In lui le veggo e parmi di ascoltarla
La tua stessa favella ov'ei mi parla. [5]
A che dunque lontan dal nostro amore
Vorrai che dietro un menzognero suono
La libertà sagrifichi ed il core
A un mondo ove felici i tristi sono?
Tu sai per lunga prova di dolore
Come il genio è d'Iddio terribil dono,
E quanto sien le lagrime fatali
A chi si leva oltre i confin mortali! –
Supplicando così quella fedele
Con esso lui del dipartir contrasta,
Ed egli impietosito alle querele
Quasi il proposto a mantener non basta;
Amor gli grida perchè ei sia crudele
E gli ripete la preghiera casta,
Quella preghiera che mercè gli chiama
Pel figlio e per colei che tanto l'ama.
Allor la patria, allora il venerato
Prence gli torna in mente, e quanto ad essi
Sia stretto, e come del fanciul Torquato
Vegliar debba agli studii, e a' bei progressi;
Così il consiglio, che languìa fiaccato,
Preso vigore irremovibil fessi,
E a lei che ancóra lagrimante il prega
Di lasciarle il figliuol, crudo, ahi! lo nega.
Intanto al primo sole e a que' parlari
I fanciulli destatisi ad un punto,
Rivolgean curiosamente i cari
Occhi spïando il nuovo sopraggiunto;
Ed abbenchè, del suo ritorno ignari,
Trovinlo in volto conturbato e smunto.
Pur conobbero il padre, e come usciva
Loro dal core gli gridaro – evviva!
Qual colombella rattenuta al laccio,
Cornelia tra bramosa e tra modesta,
Vorria gittarsi al genitore in braccio,
Se non che un senso di pudor l'arresta:
Ma delle coltri dal candido impaccio
Tosto Torquato liberossi, e in festa
Mezzo nudo si lancia, e di un gran salto
Abbraccia il padre quanto val più in alto.
Quegli commosso e con umide ciglia
Teneramente se lo reca al collo,
E strettolo così corre alla figlia,
E i bacia entrambi e non n'è mai satollo.
Imago, nè parola rassomiglia
Al contento di un padre, e chi provollo
Il conosce e lo sa tanto giocondo,
Che lui perduto tutto è morto al mondo. –
Poi che Bernardo in gran secreto uscio
Per la città, ch'era levato il giorno,
Negli apparati del supremo addio
Porzia restava al figlio suo d'intorno.
Oh con quanti sospir, con qual desio
Di un giubberel di seta il fece adorno!
Come al collo gli adatta in giro breve
Candido lin che rassomiglia a neve!
Alle spalle poi vestegli un mantello
Che a fior d'oro trapunse ella con l'ago;
Le chiome gli corregge e lo fa bello
Sì che renda d'un angelo l'imago.
Nè dalle lunghe anella un sol capello
Vuole che scappi inobbediente e vago;
Quasi duri quell'ordine e non basti
L'ala di un venticel perchè si guasti.
– Mai più dunque – gemea tal quella mesta –
Mai più non ti vedrò, mio bel tesoro,
Nè a me solleverai l'amata testa
Cogli occhi azzurri e colle chiome d'oro!
Oh le donne romane, oh quanta festa
Alzeranno vedendoti tra loro;
Come guardando a forme sì leggiadre,
Beata esclameran chi ti fu madre!
– Beate a lor, cui te veder pur lice
E udir le tue parole, e starti avante!
Non a me, non a me, tua genitrice,
Che appena ti possiedo anche un istante !
Chi renderà alla povera infelice
Il riso, i vezzi e le tue grazie tante?
Chi mostreralle le luci serene
Ove abitar soleva ogni suo bene?
– Lassa! senza di te, mio tutto amato,
Qual gaudio troverò che mi conforte,
Se il corpo è fiacco, tristo, esanimato,
E lo spirto di lui non è più forte.
Ned'io la fin di questo duro stato
Altrove invocherò che dalla morte;
E s'ella pur, benchè chiamata spesso,
Mi ritardasse, correrolle appresso. [6] –
Così sfogando l'affannoso core,
Con impeto convulso il figlio abbraccia,
E nel trasporto dell'immenso amore
Non può i labbri staccar dalla sua faccia.
Ed il gentil, che sa per che dolore
Quel cor desolatissimo si taccia,
D'ogni umano parlar ben più loquaci
Ai suoi confonde le lagrime e i baci.
Sparito è il giorno e l'ora s'avvicina
Della partenza: sull'umido lido
Giunse il barchetto e vien dalla marina
Un venticello ai naviganti fido;
La lesta ciurma sovra i remi inchina
Tre volte alzò della partenza il grido,
E questo al core della madre piomba
Qual botto d'agonia ch'apre una tomba.
L'un l'altro appresso, in stretti abbracciamenti,
Cornelia e il fratel suo scendono al mare,
Fra di loro scambiandosi dolenti
Ricordi e baci e parolette care:
I padri vengon dopo a passi lenti
E scorati così che ritrovare
In accento non ponno onde per essi
Almanco parte dell'affanno cessi.
È tutto in pronto: con equabil lena
Spinto il battello sulle lucide onde
Corre e portato dall'auretta piena
Lascia dietro di sè le amate sponde.
Fioca la voce di Cornelia appena
Giunge al fratel che da lontan risponde,
E l'ora buia di veder contende
Le agitate tra lor candide bende.
Come è grata quest' ora in ogni canto
Tace quieta de' mortali l'opra,
E sembra che la notte del suo manto
Le allegrezze domestiche ricopra:
Un molle effluvio, un amoroso incanto
La terra abbraccia e il ciel che le sta sopra,
E la contempla dalla volta bruna
Al raggio delle stelle e della luna.
A quel cielo, a quelle acque, a quelle rive
Un tristissimo vale il Tasso invia,
E nel desio della sua donna vive
Pieno d'affanni e di melanconia;
Ma quando dalle spiagge fuggitive
Al Signor mattinò [7] l'Ave Maria,
Egli l'ascolta e sospirando trema;
Della sua patria essa è la voce estrema.
Esule ei parte. – Oh! delle angosce umane
Quale mai seco l'esule non porta?
L'addolora il presente, e la domane
Più terribile ancor lo disconforta;
Ha fame, e alcuno non gli frange un pane;
Batte, e nessuna man gli apre la porta;
Egli nelle fatiche, egli nel duolo
In tutte le miserie è solo – è solo.
Notte a notte succede, e giorno a giorno,
E viene e torna al suo vïaggio il sole;
Ma il dì non s'alza mai del suo ritorno,
Nè batte l' affrettata ora ch'ei vuole:
Ascolta i lieti popoli d'intorno
Festeggiarsi d'incognite parole,
Che non somiglian d'una voce alcuna
Alla canzon che l'addormiva in cuna.
Chinansi i rami dalle poma oppressi,
Per le valli graniscono le biade;
Ma non per lui maturano le messi
E un frutto sol nel suo panier non cade.
Altri beato di soavi amplessi
All'amore tripudia, alla beltade;
Egli nelle fatiche, egli nel duolo
In tutte le miserie è solo – è solo!
E voi, divine, o che vi piaccia ancora
Quali vi riverir le antiche genti,
Muse chiamarvi, o, come oggi vi onora
Il secol nostro, intelligenze e menti,
Perchè un sorriso d'allegrezza infiora
Questa culla di grami e di dolenti;
E voi, divine, intorno al fanciulletto
Sempre vegliaste e con materno affetto!
Lui tenerello ancor, sul vol delle ali
Con voi rapiste e mollemente in mezzo
Ai vostri paradisi, agl'immortali
Fiori portaste dal beato olezzo.
Colà limpidi cieli, acque vocali,
Ed antri e boschi di perpetuo rezzo,
E verdi erbe e profumi da per tutto,
E a un ramo solo il fior pendente e il frutto.
Quanti al bello già crebbero intelletti
Ed ebber niente e spirito di amore,
Da solo a solo o pure in crocchio stretti
Muovon per la campagna a tutte le ore;
E quel che un tempo amaro ed i diletti
Famosi studii, ove poneano il core.
Amano ancor nella vita seconda,
E un' eguale piacer ne li gioconda.
Bianca la barba e antico d'anni un Greco
Va maestoso innanzi a ciascheduno;
Ed a sua guida un garzoncel vien seco,
Perch' egli della luce è ancor digiuno:
Ma l'arpa tocca dal divino cieco
Canta l'ira d'Achille, e in odio a Giuno
Quell'Itaco sbattuto peregrino,
Che fece in terra e in mar tanto cammino.
Qui Pindaro, d'allor cinta la fronte,
Dalla Dircea faretra i dardi scocca,
Mentre via per l'agon fuggon le pronte
Cavalle, e il carro che terra non tocca:
Ecco il veglio di Teo, Anacreonte,
A cui già bambinello entro la bocca
L'api d'Imetto, se non mente il grido,
Posero in vago errore il dolce nido:
Ecco i due sommi che in tragico manto
E in coturno, levar nudo il pugnale,
Ond' Ecuba e gl'Atrìdi avranno un pianto
Sin che pietade e gentilezza vale;
E quel che primo il declamato canto
Vivo rese e mortal d'attico sale;
E cento insieme a lor vanno d'attorno
Per cui Grecia sonò famosa un giorno.
Ospiti illustri dell'etisie rive
Son compagni a costoro anzi fratelli,
Que' che sul Tebro dalle fonti Argive
Dedusser nuove grazie, estri novelli;
Ed ivi come un dì sulle native
Sponde, olezzano i fior stupendi e belli,
Da che in Grecia e in Italia una natura,
Un sole stesso i frutti suoi matura.
Ma la musa latina, che s'inspira
D'amore ed al sublime il plettro accorda,
Ignora il verso che libero spira,
E lungamente il popolo ricorda.
Del Mantovan l'adulatrice lira
Pel fortunato Augusto ebbe una corda,
E tra i piaceri il Venosin perduto
Scordò la condannata ombra di Bruto.
D'una foresta altissima all'eterne
Ombre, ed in riva d'un novel Giordano
Torquato molte antiche anime scerne
Schive andarsi dalle altre ombre lontano.
Dell'arpe loro sulle corde alterne
Freme una nota che non sa d'umano,
E pare il suon misterioso rubi
Alle armonie degli astri ed ai cherubi.
O montagne del Libano! o vantati
Cedri! o fontane del verde Carmelo,
Dove a' santi colloqui, insiem co' nati
Dell'uom, venian gli abitator del cielo!
Di qua furo i veggenti e furo i vati,
Che rapiti in ispirto e senza velo
Libere genti e un miglior regno han visto,
E profetando salutaro al Cristo.
Nè parlan solo allo svegliato ingegno
Di Torquato Siónne, Atene e Roma:
Ch'ei fa de' studii suoi, più ch'altri, segno
Del natio Sì lo splendido idïoma:
Questo serto di fiori unico e degno
Che olezza, o Italia mia, sulla tua chioma,
E spande intorno a sè tanti profumi,
Che mortal no, ma cosa par dei numi.
Ne' campi di Legnano e fra le deste
Genti già il parlar nostro ebbe la cuna,
Ed i vagiti suoi furon le feste
Onde cento città sursero ad una;
Fornîr le Grazie la sua prima veste,
E tanto il ciel guardollo e la fortuna
Ch'egli un bel giorno s'addormì lattante,
E quando ridestossi era gigante.
A questo del bel dir fonte, che primo
In Arno scese e per le Tosche rive
(Lucido fonte a cui non turba limo
L'acque in eterno cristalline e vive)
Si appressò tosto il giovinetto, e opimo
Di grazia, di beltà fresche e native,
Tal si ritrasse che par tutti n'abbia
I tesori rapiti in sulle labbia.
Come silenzïoso in sè raccolto
Contempla lui che in terra unico ardìo
I dannati cantare, e que' che in molto
Amore penan di lungo desio!
0 come guarda a quell'austero volto
Il qual, benchè s'imparadisi in Dio,
Non perde già dell'infernale tinta
Di che la fronte in prima ebbe dipinta!
Spesso ei cerca un allor che i rami estolle
Spazioso così che gli altri avanza:
Già di Valchiusa sul fiorito colle
Quell'arbor crebbe in celebrata stanza:
Gli amori l'educaro al bacio molle
De' zeffiri e di aprile alla fragranza,
E volando scherzar entro le fronde,
Ove un'eco gentil Laura risponde.
Però talvolta portentoso un mago
A sè rapisce l'alma giovinetta;
E, come ride in variopinta imago
Raggio di sole che un cristal rifletta,
Tal di mille beltà splendido e vago
Si mostra ognor diverso, e ognor diletta;
E canta e pinge con novi colori
« Le donne, i cavalier, l'armi, gli amori »
Con passo or dubbioso, ora più snello,
Entro quelle amenissime contrade
Avanza il Tasso, e col desio novello
Che bolle in cor dalla fidente etade,
Dischiude l'intelletto avido al bello,
Qual rosa ogni suo fiore alle rugiade;
Quel fior bramosamente il succo beve,
E voluttà d'odori indi riceve.
Ma più che in quel travaglio s'innamora,
Più la scena si allarga al desïoso,
Ed incognite terre ad ora ad ora
Gli mostra ed apre un orizzonte ascoso.
E qual vedea dalla felice prora
Maravigliando il Ligure famoso
A poco a poco fuor del mar profondo
Sollevarseli avanti un altro mondo:
Così Torquato. E vede egli lo stile
Nel pensiero incarnarsi e mutar forme;
Non però che col semplice l'umile,
O col sublime scambisi il deforme;
E la gonfia licenza ed il servile
Omaggio, che d'altrui striscia sull'orme,
Egualmente dal bello andar da lunge,
Cui studio e ferma volontà raggiunge.
Vede gli antichi, ora fecondi, or gravi,
D'ogni umana eccellenza il fin toccare;
E, come mele da dorati favi,
Sapïenza e diletto indi stillare;
Vede sempre del cor volger le chiavi
L'arte che tutto informa e non appare,
L'arte che sotto facil verso esprime
Ardui concetti e faticate rime.
E qui regina dell'uman pensiero
Sfavillar la natura ed ogni corda
Da lei tocca rispondere a quel vero,
Che alla bellezza archetipa si accorda:
Onde fuori di lei spesso un mistero,
Un baleno, un rumor vano che assorda,
Una larva che abbaglia e si risolve
Ad ogni soffio in nebbia, in fumo, in polve. –
Ne' studii intanto dove l'uom diventa
Grave ed il giusto libra in sua misura,
Ora in riva del Tebro, ora del Brenta
Pone il giovine Tasso ogni sua cura:
Ma eolia ingrata lance invan lo tenta
La dignitosa Astrea; ch'egli alla dura
Sua legge la bollente anima chiuse,
E vostro nacque, e ognor fu vostro, o Muse!
Strano a narrar! Nell'anima egli prova
Tale una impression non avvertita,
Qual dietro l'esca d'una gioia nova
Soavemente a sè lo volge e invita.
Onde gli par che dentro se gli mova
Un indistinto spirito di vita,
E i vaghi adolescenti anni ad un tratto
Mutin faccia e con loro altro ei sia fatto.
E come all'augellin viene in aiuto,
Maestra d'armonie, sol la natura,
Ed ella al suo garzon timido e muto
La parola insegnò franca e sicura,
Che quai le note di vocal lutto
Ha un suono, una cadenza, una misura,
E ora rapida, or rotta, or lunga, or breve
Dal cuore norma ed abito riceve.
Quel Dio che un grato odor diede alle rose
E al musico usignuol la melodia,
Egli dal bello delle belle cose
Tolse un arcano senso, un' armonia,
Che nella crëatura indi ripose
A destarvi così la poesia:
Spirto gentil che dell' umano e insieme
Serba gran parte del celeste seme.
Tutto che splende in ciel, tutto che nasce
Per la terra e per l'onde a lui favella;
D'affetto e di silenzii egli si pasce,
E la melanconia gli vien sorella:
Sulla fronte gli sta fin dalle fasce
Segno immortal, ne tempo lo cancella;
La sventura e il dolor lo fanno grande;
E perchè oppresso maggior luce ei spande.
All'età di vent'anni, e quando il mondo
Ha un sol colore ed un'imagin lieta.
Come fidente allor, come giocondo
Le sue felicità canta il poeta!
Azzurro il cielo, il venticel secondo,
L'onda del mare mollemente è cheta,
E il giovine nocchier discioglie in festa
E non sospetta pur della tempesta.
Fortunato il mortale a cui sorride
Per questo mare un benedetto raggio,
Raggio d'amore che fra l'onde infide
E le tenebre gli mostri il viaggio,
E se in porto no 'l tragga, almen lo affide
Di virtù, di costanza e di coraggio;
E brilli, senza tempo, astro di pace
A lui che in dubbii sconfortato giace!
Così se dall' età sua giovanile
Serve il Tasso all' amor, qual maraviglia?
L' aura che muove da donna gentile
Nell'alma del poeta rassomiglia
A quella genitrice ôra d'aprile
Che dei fior desta la vaga famiglia;
Nè sentimenti v' han nobili e cari
Che il sorriso di donna non impari.
Entro le mura dell'antica Manto
La grazïosa giovanetta nacque,
Che il nome avea di quella ond'ebber vanto
Le fresche di Valchiusa e limpide acque;
E in adornarla di vaghezze tanto
Lo spirto creatore si compiacque,
Onde a dar fè della divina stanza
Ella tenga di un angelo sembianza.
Nè solamente del celeste coro
L'immortale bellezza era in costei,
O lo splendor dei grandi occhi, o il tesoro
Della eletta persona e de' capei;
Ch' anzi, perchè sembrasse una di loro,
Ogni mite virtù sen venne a lei,
E nel corpo gentil prese suo loco
Come il calore dentro i rai del foco.
Non così mai con tanta gioia aperse
Le torpide pupille un cieco nato,
Che, riguardando alle cose diverse,
Non sa se vegga o ben abbia sognato;
Come, dal primo di che discoverse
La sua fanciulla rimanea Torquato.
Che d'un' arcana voluttà la possa
Per le vene sentissi e dentro l'ossa.
O cara vita! o facili deliri!
Gioie spesso infedeli e sempre corte!
Studii, affetti, dolor, veglie, sospiri,
Tutto scordarsi in un pensier più forte;
Dove l'amata donna il guardo giri
Vedere il cielo e fuor di lei la morte,
E notte e giorno ritrovarsi appresso
In desiato errore un volto istesso;
E agli occhi un raggio, un profumo alle chiome,
Credere eterno alla sua bocca un riso;
Rapire al sol la luce, ai fiori un nome,
Onde fare più bello il suo bel viso;
Amarla sempre, amarla sempre, e come
A messagger che vien dal paradiso,
A lei fidar la vita, a lei soltanto
L'avvenire, la fè, l'anima, il canto;
E uno sguardo, un sorriso, una parola,
E la baciata man, le tocche vesti
A premio domandar, a meta sola,
Che innocente parrebbe anche ai celesti;
Questa a Torquato fu la prima scola,
I palpiti primier furono questi:
Quando un ignoto a lui spirto d'amore
Per mezzo gli occhi gli passò nel core.
Da che quella bellissima si accorse
Di quel garzone, e come e per qual piaga
L'abbia condotto d'ogni gioia in forse,
Tal si mostrò nel suo trionfo paga,
Che al timido amator tosto soccorse,
A lui venendo tra modesta e vaga;
E sul vivo dolor della ferita
Sparse un soave balsamo di vita,
Un intelletto splendido e cortese
Nel suo Torquato riverisce, ed ama
Quel cor che batte alle nobili imprese,
Quell'alma che in ben far pose ogni brama:
All'onore, all'amor del bel paese
Nel suo gentil coraggio ella lo chiama,
E a saperlo felice e glorïoso
Gli darebbe la vita e il suo riposo.
Fra quelle contentezze il lieto amante
Spesso godeasi in varie rime a dire
Del gran piacere e delle gioie tante
Perch'è beato appien il suo servire.
Che se a qualche pensier, per farsi avante,
Nel timido parlar manca l'ardire,
Col vel de' versi poesia lo affida,
Ed all'amica sua dritto lo guida.
Così narra d'amore e delle antiche
Storie, che al tempo far di Carlo Mano:
Narra del prò Rinaldo le fatiche.
E quanto oprò col senno e con la mano:
China le orecchie al suo poeta amiche
La nobile fanciulla, e a mano a mano
Ch'egli l'ordita tela in versi esprime.
Ell'è giudice e musa alle sue rime.
Se non che, mentre ciaschedun lo applaude.
Il genitor di lui che parla esperto,
Al Tasso si diria quasi defraude
Il giusto premio o almen ne scemi il merto.
Giacchè vana quel saggio ogni altra laude
Conosce e grave della gloria il serto;
Ed è perciò che quanto il cor gli basta
Così alle brame del figliuol contrasta.
– Allor che ne guardava in lieti auspici
La fortuna seconda e il ciel sereno.
Era lecito allor come ai felici
Ber delle muse al calice ripieno.
Oggi dispersi e d'ogni ben mendici
Raccor dobbiamo ai mobili estri il freno,
E venir rassegnati, a capo chino,
Dove necessità mostra il cammino.
– Alla tua madre oh santa e benedetta
Memoria di colei che ci amò tanto!
A tua madre nell'ultima distretta
Del separarci non bastava il pianto.
Ella è morta . . . . da lungi è la diletta
Mia figliuola, e vederla e starle accanto
Ne vieta il bando che sì crudo pesa,
E la terra natia ne tien contesa.
– Tu pur lo sai; spezzata in terra giace
L'alta colonna, nobile sostegno,
Onde a noi tutti riposata pace
E il contento venia d'un viver degno.
Oggi di lui stanca la fama tace,
Di lui che s'ebbe onori, altezza e ingegno,
Ed or la vita in mille stenti adopra
Ed un tetto non ha che lo ricopra.
– Quando ricordo quel signore e il molto
Affetto ond'ei ne avea come sua cosa,
Sento l'alma ferita e, quasi tolto
Tutto le fosse, andar grave e pensosa.
M'avessi un dì, m'avessi dato ascolto,
O Prence di Salerno, e la sdegnosa
Mente frenata e gli alti sensi tuoi,
E tu saresti e la tua casa e noi! –
L'ascoltava Torquato, e come visto
A pianger l'ebbe in que' ricordi, allora
Così gli rispondeva: – Anch' io vo tristo
O padre, per l'affanno che ti accora:
Però se il prence rinnegato ha Cristo,
E tutto quanto in cavalier si onora:
La colpa non è tua: che tu sincero
Amico e servo gli parlasti il vero.
– Ed or, dimmi, perchè, tu, nelle corti
Famoso e chiesto da potenti a gara,
Perchè non leggi che funeste sorti
Nell'avvenir che il cielo ne prepara?
In vero a noi cagion d'alti sconforti
È il desiderio della patria cara;
Ma creder giova che ai perduti giorni
Un più mite destino alfin ci torni.
– Certo all' esiglio e a ciò che più ne duole,
Mettere un fin vorrà Cesare invitto:
Esso gl' ingegni e la giustizia cole,
E abbiam per noi la fede e il nostro dritto. –
– Il dritto, o mio figliuolo, è delle scole
Insegnamento, e sta ne' libri scritto:
Ma, nel mondo, il vedere è tanto corto
Che al vincitore è il dritto, al vinto il torto.
– E noi siam vinti Oh la parola dura
Fra quante il labbro ne pronuncia, e vale
Una vita di stento e di paura,
Un scendere, un salir per le altrui scale!
Ond'io vorrei che, in mezzo alla sventura.
Tu pure, se di me punto ti cale,
Volgessi al bene della casa nostra
Questa età che due volte non si mostra:
– Vorrei che l'alma in suo proposto altera,
Non illudesse uno splendor fallace
E dietro un ben, che spesso ne dispera,
Perdesse invan de' lari suoi la pace. –
Torquato udia quella voce severa
Qual chi per dubbio riverente tace:
Poi ricomincia, e argomentando scherza,
Quasi a scampar dalla paterna sferza.
– O sante aule d'Astrea! Per testimone
Voi chiamo, e dite pur se violento
Obbligassi lo spirto alla ragione
E negl' ingrati studii io fossi lento.
Però l'uomo disegna e il ciel dispone;
E mentre il corpo immoto era ed attento,
Quest' alma mia, che non conosce forza,
Toglieasi fuor della terrena scorza.
– In che vita di gioie, in quanta luce
S'allietava beata peregrina,
Che il poeta di Manto avea per duce,
O quel famoso che cantò d'Alcina!
E questa voluttà che mi seduce,
Questa che m'arde in cor fiamma divina,
Tu la conosci, o padre, e suo già fosti,
Nè coll'etade mai te ne discosti.
- Ed or per umiltà nieghi tu stesso
Le chiare opre e l'onor di che risplendi?
E per soverchio affetto in dubbio messo,
Ciò che ti crebbe in vanto a me contendi?
Oh ! mi permetti ch' io ti venga appresso,
E mi consumi de' tuoi stessi incendi:
Che m'arde il core una virtù secreta
E gridar posso: – Anch'io sono poeta. –
– E tale io ti saluto, e colla fioca
Vista, o Torquato mio, già ti discerno
Vittorïoso là, dove si loca
Il merto e non arriva invidia o scherno.
E segui, io vorrei dirti, ed alla poca
Mia fama un lauro aggiungi, un lauro eterno;
Sì che ciascun ti applauda e vegga il mondo
Il genitore a te venir secondo.
– Ma pur troppo, qual fior cresciuto in chiusa
Valle e dal sole e dalle ninfe amato,
Ozii sicuri e mite ama la musa
Tranquillitate di giocondo stato :
Ella, crudele! i favor suoi ricusa
Cui non sorrise in lieti giorni il fato,
Ed all'affanno, che non muta tempre,
Sorda rimane e irrevocabil sempre.
– Un foco è poesia, ma chi lo porta
Brucia di spesso e per dolor ne geme;
Allor che il freddo disinganno ha morta
La giovinezza, e seco ogni altra speme,
Colui che dietro una fallace scorta,
Vede gli anni e la fè spariti insieme,
A Dio se ne richiama e in suo dispetto
Agli studii, alla gloria ha maledetto.
– In chi speri, Torquato?.... – In tutto io spero:
Nel favor de' possenti, in questa viva
Aura di plausi che nel vol primiero
Alla mia musa salutò festiva! –
– Oh quanto e come se' lontan dal vero,
E facile architetto in sulla riva
D'aride sabbie edifichi, ed il vento
Sperderà quelle sabbie in un momento !
– Nulla speranza che lusinghi e nullo
Favore di quaggiù fedel ti resta:
Siccome co' suoi giochi usa il fanciullo,
Ch'or li bacia, or li scorda, or li calpesta;
Il mondo similmente, a suo trastullo
Oggi ti applaude e ti accarezza in festa,
Diman ti uccide; e spesso in quell'inganno
Amore ed amistà del par gli vanno.
– È ver: di rose inghirlandata il crine
Sorride gioventù; ma questa e quelle
Troppo presto avvizziscono, e le spine
Pungono senza requie e niun le svelle:
Non il principio, da lodarsi è il fine
– Oh cessa, mio buon padre! È il cor ribelle
Da questo vero, che ogni ben disperde,
E ove tocca non lascia un fil di verde.
– Ned' io già crederò, ne tu il vorresti,
Che la fè di che tanto m'abbisogna,
Che l'amor, l'amistà, queste celesti
Sorelle, altro non sien che una menzogna!
Possibil mai che del piacer ne resti
La sola illusione di chi sogna,
E che la gloria, ond'eterno si dura,
Sia fior che spunta dalla sepoltura!
– Lasciami al mio bel voto, alla vaghezza
Di questo lauro per che l'alma è presa:
Io non temo di stenti, e la durezza
Di severe fortune a me non pesa;
Se un dì toccando alla sperata altezza
Io compirò la magnanima impresa,
E crescerà pe' miei sudori in fama
L'inclita terra che figliuol mi chiama.
– Tu prega Iddio, che la fiacca virtude
Assicuri di fede e di costanza:
E se prima del tempo egli mi chiude
L'animoso cammin della speranza,
Non senza onore queste membra ignude
Accoglierà la sepolcral mia stanza:
E tu di cor sì giusto e di consiglio,
Al ciel ti loderai forse del figlio. –
Alta è la notte; dall'azzurra volta
Sull'universo tenebroso e muto
Piovon le stelle, tremolanti in folta
Schiera, un sorriso e un umido saluto.
Il rosignuolo sospirar s'ascolta,
E degli amanti gemere il liuto ;
Tutto il resto, che ha vita, o dorme, o tace
Nel riposato obblio di quella pace,
Pure insolito ferve un movimento
Di San Germano entro le antiche mura,
E de' paggi e scudier ciascuno intento
Diversamente all' arti sue procura.
Bruciano pe' cortili a cento a cento
Le torce a rischiarar la notte scura;
Ed ardon tutti in luminosi sprazzi,
Con fantastiche forme, i bei palazzi.
Di questo modo alla silvestre guerra
Nell' armi varie ognun si appresta ed usa:
Altri il falcone impugna, altri disserra
L'ululante dei can turba confusa;
Risponde d'ogni parte e cielo e terra
In un tumulto che i più tardi accusa;
E irrequïeto in mille voci chiede
I larghi campi e le tardate prede.
Ormai giulivo per tre volte il corno
La sospirata dipartenza affretta;
E delle dame e cavalieri intorno
Cresce la turba splendida ed eletta.
Perchè sui primi albor del nuovo giorno
Nelle vicine selve aveva indetta
Una caccia solenne il Nono Carlo,
E i suoi baron chiamati a seguitarlo.
Carlo, di Francia il re, che dei grand'avi
L'ardire e le virtù dimenticando,
Fra le lusinghe di piacer söavi
Spogliò beato la lorica e il brando,
Ed alla madre sua le cure gravi
Ed i pensier del trono abbandonando,
Gode pe' boschi l'ora che gli avanza
Dal tripudio dei canti e della danza.
Così fossero a lui piaciute solo
Le gioie dell' amore e della festa,
O la fuga del mosso caprïolo
Affaticato dentro alla foresta,
Che tutta Francia, in disperato duolo,
A orribil notte non sariasi desta,
Quando in nome di un Dio, padre di tutti,
Vide a scannarsi i figli suoi ridutti.
Dal cielo che d'arancio s'incolora
Guardali più rade e tremule le stelle,
E il primo raggio della bianca aurora
Spande rugiada sulle cose belle.
Nel merlato cortile, alla fresca ora,
I cavalieri battono le selle;
Il re discende ed all'aperto sprona
In mezzo ai cento che gli fan corona.
Per inospiti vepri e stoppie incolte
Quanto occhio può si stende la campagna,
Cui la torbida Senna, in mille volte
Licenziosa, ripartisce e bagna.
Un saliceto, in cedue piante folte,
D' ambe le rive i margini accompagna;
E lontano da quelli orrido, fosco.
Cresce in superbe querce antico bosco.
Molto cammino non avean fornito,
Che giunser, seguitando umido calle.
Dove di molli muschi rivestito
Scende il terreno in paludosa valle:
Qui e là siccome anfiteatro, il sito
Per larghi monticelli alza le spalle ;
E l'acqua d'erbe e di canneti piena
Sta sul dinnanzi a immagine di scena.
Desiderosi della varia giostra
Le dame e i cavalieri a poco a poco
Sovra le sabbie dell'incolta chiostra
Chi di su, chi di giù, prendono loco.
Il sol, che in orïente allor si mostra,
Un raggio manda dell'eterno foco,
Onde la caccia popolosa tanto
Animarsi parea d'un altro incanto.
Ecco ad un abbaiar sordo, interrotto
Ognun sugli occhi e sugli orecchi intento;
Treman le canne qual per entro un fiotto
Impetüoso vi passasse, o il vento,
E in lancio rapidissimo di botto
Alzasi fuori un aïron d'argento,
Cui, festeggianti all'aspettato volo,
Salutan tutti con un grido solo.
Stava sul pugno alla regina eletto
Falcon; candido augel che dalla madre
In faccia le nevose alpi concetto
Piume s'ebbe da ciò bianche e leggiadre:
Solo in rosso color vergato ha il petto.
Le gambe in grigio maculate ed adre,
E de' neri occhi suoi l'orbita schizza
Fuor della testa, che superba drizza.
L'altera cacciatrice al fido augello
Vista concesse e libertade appena,
Ch'ei di subito, uscito del cappello,
La bramata fendeva aura serena,
E visto l'inimico, in verso a quello
Volse delle ali l'impeto e la lena:
Stanno gli spettatori al duro assalto
Silenziosi colla testa in alto.
Ratto siccome il corruscar del lampo
Quel falco all'aïron spazio guadagna,
Onde costui non tenti a certo scampo
L'acqua che fra le lunghe erbe ristagna.
E tal gli pone d'ogni parte inciampo
Col becco acuto e con l'ugna grifagna,
Che di salvezza ormai l'altro deluso,
S' alza e vola fra i nugoli confuso.
Nei campi allor del lucido orizzonte,
Si rinnovella la mortal battaglia;
Ora al tergo, ora al fianco, ora alla fronte
Il laniere instancabile travaglia
La preda sua, che dalle offese pronte
Invan cerca riparo che le vaglia,
E sparge, al tempestar delle percosse,
Il ciel di penne in vivo sangue rosse.
Poi visto che il fuggir poco gli vale
D'un tratto l'aïron dal vol s'arresta
Librandosi sui vanni, e sotto l'ale
Di tal maniera piegando la testa,
Che in su rivolto, a modo di pugnale,
Ascoso tra le piume il becco resta;
Onde il falcon, che addosso gli vien dritto.
Dalla punta mortal resti trafitto.
Ma del periglio dágli tosto indizio
D'alte grida un insolito rumore,
E alla riscossa sua vola propizio
Dal pugno allo strozzier [16] un altro astore [17].
Minacciato così d'un doppio esizio [18]
Il pavido aïron senza vigore
Giù venir si lasciò subitamente,
Come in notte serena astro cadente.
Ne il suol dapprima il poverello tocca,
Che gli avidi levrier con l'inumano
Dente gli stan addosso e dalla bocca
Contendonsi la preda a brano a brano.
Qual sulla neve che tranquilla fiocca,
Fariano mostra i fior del melagrano,
E tale dell'augel la bianca vesta
Del suo sangue apparia vermiglia e mesta.
A quello strazio in verso della terra
Per subito dolor chinar le ciglia
Le damigelle, cui l'anima serra
Una pietà che a gentilezza è figlia.
Ma faticati dalla facil guerra,
Che a gioco fanciullesco rassomiglia,
I cavalieri ormai volgonsi in traccia
Di miglior preda e più famosa caccia.
Qual sciame d'api dalla fredda stanza,
Poichè il raggio del dì fuori lo move
A immelarsi di fiori e di fragranza,
Per tutta quanta la campagna piove,
E uno strepito, un'opra, un'esultanza
Sonando ferve per l'erbette nove,
Mentre l'ali dorate predatrici
Volano a' lor misterïosi uffici;
De' cacciatori speranzosi e lieti
Egualmente la turba allor si spande,
Cogli spiedi, coi lacci e colle reti,
Affacendata tutta in mille bande:
Quale d'essi fra i triboli secreti
Gira spïando le sabbiose lande,
Quale con alte grida intorno batte
Per li forti cespugli e per le fratte.
Al propinquante strepito inatteso,
Delle felci dall'umido giaciglio
Vedi il cervo restar come sospeso
In guardia tutto del vicin periglio;
Che dritto sul davanti, il collo steso,
Le nari aperte, spalancato il ciglio,
Ad ogni consigliera aura domanda
Quale assalto il minacci e da qual banda.
Dalla furia dei can crollan le fronde
Agitate e divise – il cervo s'alza:
S'ode un latrato – un altro gli risponde
Più vicino e distinto – e il cervo balza
Rapidissimamente per là d'onde
Ancor nullo pericolo lo incalza,
E tale se ne va, che a chi lo guardi
Anche gli augelli sembrerien più tardi.
Attenti, o cavalieri; alle vedette:
Ecco là d'attraverso la foresta
Qual baleno, passar bella di sette
Antichi palchi la ramosa testa!
Allalì! Allalì! – Già si rimette
Un'altra volta sull'antica pesta [19];
Allalì! Allalì! – Verso la Senna
Oh non udite? al fiume il corno accenna. –
E ciascheduno alle armonie rivolto
In un misto di voci le saluta,
E via spronando per lo bosco folto
L'incerto calle vagamente muta,
Là dove pare che gli venga ascolto
Il braccheggiar della lanciata muta,
E dove spera che alla preda il chiami
Cupo stormire d'agitati rami.
Pure di tanto novero che in pria
S'era sull'orme di quel cervo messo,
Solo pel bosco un cavalier venia
Ratto così che stringelo d'appresso.
Altri impediti dall'incerta via
Ebber danno e vergogna a un tempo stesso,
Altri volsero dietro e in mille forme
Discorser oltre o si smarrir dall'orme.
Ben venuto, o Torquato, alla regale
Corte di Francia! Chi di te più degno
A suo compagno d'Este il Cardinale
Condur poteva, o con quale altro segno
Mostrare altrui quanto l'Italia vale
Per magnanimo core e per ingegno ?
Giacchè sia colla penna o colla spada
Uomo non v'ha che a te dinnanzi vada.
Ben venuto, o Torquato! – A lui festeggia
Di Brenno il genïal sangue gagliardo;
E nell'umil capanna e nella reggia
Di grate cortesie nessun gli è tardo.
Talvolta d'inspirati estri gareggia
Coll'Italo cantore il buon Ronsardo,
E fa lo stesso re cogli altri a gara
Per onorarlo d'accoglienza cara.
Soave al cor del giovane poeta
Il suon risponde di cotante lodi,
E del paese forestier s'allieta
Le fogge a rintracciar, gli ordini e i modi;
E togliendosi in oggi dalla cheta
Studiosa sua vita, in mezzo ai prodi
Cortigiani venia tentando ei pure
Della caccia le nobili venture.
In quel frammezzo il cervo agile e franco
Nel fiume si lanciò dall'alta sponda,
E come que' che il corso aveva stanco
Gode d'abbandonarsi alla seconda ;
Poi visto i can che non veniano manco
Di seguitarlo per la facil onda,
A trarli in fallo si rivolge a un punto
Verso la riva d'onde prima è giunto.
Nè tosto sovra della sabbia molle
Dalle larghe acque si conosce uscito,
Che intorno corre imbaldanzito e folle,
Alla morte fidando esser fuggito.
Ma incontro lui la breve lancia estolle
Torquato che aspettavalo dal lito,
E giusto com' ei prende la traversa
Nel costato ferito lo rinversa.
Quinci disciolto con leggero salto
Dal suo corsiere e vigoroso e snello,
Senza più indugi, nell'estremo assalto
Sul cervo alzò il micidïal coltello:
D'una man si fa scudo, e l'altra in alto
Appronta sul garretto al colpo bello,
Quando il distorna al cominciar dell'opra
Sonante calpestio che gli vien sopra.
Alla sua parte lungo la riviera
Un cavallo disserrasi a gran corso,
Tutto screziato per la pelle nera
Di quella spuma che gl'imbava il morso.
Agitata dal vento la criniera
Nasconde l'uomo che gli preme il dorso;
E de' sproni così forte lo punge
Che in pochi istanti sovra il Tasso giunge.
Tre piume d'aïron, che parean latte,
Fanno il berretto nobilmente adorno
E in verde panno son le vesti adatte
Del corpo all'agilissimo contorno:
Nella corsa sugli omeri gli batte
Di curvo avorio peregrino un corno,
Dove, d'industre man lento lavoro,
Era impressa una caccia a fila d'oro.
Un subito corruccio allora corse
Sul viso del novissimo venuto,
Che invidïoso, un cavaliere scôrse
L'altero sovrastar cervo abbattuto;
E rimaneasi dispettoso in forse,
Senza far motto o rendere il saluto;
Ma Torquato, che in lui del Re si avvisa,
Studiò tosto a calmar l'ira improvvisa.
E lo pregava – A me, vostro buon servo,
Non permettete mai dolor cotanto;
Voi, di tutti il primier levaste il cervo
E nella corsa gli veniste accanto,
Ond'io qui sono e vigile conservo
Al mio Re della caccia il primo vanto:
Ora a voi d'affrettar – E in così dire
Il coltello presenta al Franco Sire.
E questo in cortesia l'alto dispetto
Volgendo, al cortigiano atto sorrise;
Poscia senz'altro, con mutato aspetto
Il piede dalla staffa in terra mise;
Ed al cervo d'un sol colpo il garretto,
Quale si addice a cavalier, recise,
Mentre che il Tasso a nunziar d'intorno
Tanta vittoria dava fiato al corno.
Alzossi per tre volte, e invan gagliardo
Il nobile animal tre volte giacque;
La testa allora mestamente tardo
Girò guardando la foresta e l'acque :
Forse cercava con l'ultimo sguardo
Gli amati siti dove un giorno nacque,
E quei che tanto esercitò con l'ugna
Pascoli aperti all'amorosa pugna.
Tra i cupi avvolgimenti delle sparte
Piante si allarga un praticel segreto,
Ove natura par dispieghi ad arte
In verde tinta serico tappeto;
Tal si pinge il terren per ogni parte
Seminato di fiori e d'erbe lieto,
Geme un'aria tra i rami e in suono fioco
Di vocal melodia anima il loco.
Mentre anelanti con varie vicende
Corrono i cacciatori al cervo presso,
Il lor ritorno la regina attende
Qui dove il bosco è solitario e spesso:
E insiem con lei sotto le verdi tende,
Onde adorezza il placido recesso,
Della corte folleggiano le dame,
Instabili mutando e giochi e brame.
Quale da questo e quale da quel canto
Volgesi intorno per le amene piagge,
A dispogliar dell'odoroso manto
Gli umidi cespi e le rose selvagge;
Chi il fiore alla ginestra e all'amaranto,
Chi al bianco giglio i calici sottragge,
Per tributare quelle agresti prede
A Caterina che in disparte siede.
Frattanto alcune in grazïosa mostra,
Una schiera intrecciata agile e lieve,
Sovra lo smalto dell'ombrosa chiostra
Muovono il piede ritondetto e breve.
Varia armonia di musiche dimostra
Come partir, come tornar si deve
E quando in pari od in mutata forma
Rotëando girar la rapida orma.
Ma dove alle vezzose un festeggiante
Aspettato rumor le orecchie fere,
E veggon oltre alle intrecciate piante
De' cacciatori ritornar le schiere.
Ogni gioco lasciato, a lor davante
Tutte ad un punto traggonsi leggere,
E poi che molte parolette e grati
Accoglimenti s'ebbero scambiati;
Sul fresco grembo, che facean l'erbette,
Convengono raccolti in copia amica;
E i donzelli ponean le mense elette
Di ben varii sapor studio e fatica;
E vini e frutta quanti fuor ne emette
Dall'almo seno la gran madre antica,
Quanti mai fanno di raccolto lieti
Gl'itali campi e i gallici vigneti.
Pago il desio de' cibi, ecco in giocondo
Cicalio cominciar cento novelle;
Giacchè nessun non è che tanto al mondo
Siccome il cacciator di sè favelle,
E mal patisca di parer secondo
In fatti, in colpi, in opre ardite e belle:
Però ogni dire tacquesi interrotto,
Quando Re Carlo di parlar fè motto.
Come chi dice e di quel dir si gode
Ei torna alla ventura che gli occorse,
E narra quanto generoso e prode
Torquato a lui, che tardo era, soccorse. –
Subito universal voce di lode
Per tanta cortesia d'intorno sorse,
Nè seguendo l'esempio altri s'arresta
Al felice stranier di far gran festa.
Se non che in mente alla Regina corre
Che in sul lasciar la Francia era Torquato,
E gentile com' è, cerca di torre
Il suo poeta dal proposto ingrato:
Ma a soavi conforti invan ricorre,
Invano ogni lusinga ha ormai tentato,
Che nell'alma di lui modesta e schiva
Troppo la brama della patria è viva.
Onde cessando della sua domanda.
Ella tra i molti fior scelse le rose
E in rapido lavoro una ghirlanda
Delle stesse sue man tosto compose:
E fra il plauso, che irrompe d'ogni banda,
Dell'italo cantor sul crin la pose,
Dicendo – Questi fior v'ornin la chioma.
Cui ghirlanda più degna educa Roma.
– E se le donne del paese nostro,
Che san sì dolce ragionar d'amore,
In gioconda mercè v' abbiano mostro
Ogni piacer cui più sospira il core;
Se le chiare fatiche e il nome vostro
In rinomanza levino e in onore,
Voi d'un ultimo verso consolate
Que' che sì mesti nel partir lasciate. –
Umile e vergognoso in tanto merto
Il poeta al regal cenno levosse,
E all' improvviso dir lento e inesperto
Stette com'uom che in grave dubbio fosse:
Poscia dal labbro semichiuso e incerto
Questo saluto ai suoi ospiti mosse,
Qual diarista, in timida misura,
Benevoli gli orecchi si assicura.
– Addio, terra di Francia; o la cortese,
O la nobile terra, un altro addio!
Ora che alle aure del natal paese
La speranza mi guida ed il desio,
Amore che di te tanto mi prese
Vien dolente compagno al partir mio;
E men contento del ritorno io sono
Che provo come pesa un abbandono.
– Addio, terra di Francia. Ovunque io muti
Lontano dal tuo cielo il mio cammino,
A te pur sempre i memori saluti
Riederanno del Tasso peregrino;
E dove un giorno i lidi abbia veduti
Della terra che accolsemi bambino,
Felice appien, ne' grati versi miei,
Di te mi loderò sovente a lei.
– Oh almeno (poscia che al piacer mio deve
Questa pena crudele andar commista)
Almen giunger potessi io, dopo breve
Ora, delle dilette Alpi alla vista!
Forse mi sembreria fatto più lieve
L'affanno che nell'anima mi attrista,
E questo addio verrebbe meno amaro
All'aspetto di un sole a me sì caro.
– E quando al fine prenderò riposo
O Alpi, sulla vostra ultima altura,
Da dove alzate il capo nebuloso
Da lungi a vagheggiar tanta natura,
Come l'avido sguardo desïoso
Ricercherà l'italica pianura
I colli interrogando, i fiumi, il verde
E tanto bello che nel ciel si perde!
– Perchè allora il destino alle mie voglie
Le penne del falcon non acconsente,
Così che dentro le adorate soglie
Io volassi di un vol subitamente:
Od una fossi delle secche foglie
Che portan l'aure in mezzo del torrente,
E scende a valle per le vie più brevi
Sovra la spuma delle sciolte nevi.
– Fuor del tuo seno ogni conforto tace
E soltanto da te la gioia move,
O Italia mia, dove sotterra in pace
Contenti gli avi miei vivono, dove
Si parla la mia lingua e il cor si piace
D' una quiete invan bramata altrove,
Dove a torrenti il sol la vita spande,
E tutto grida – sii famoso e grande!
– Alfin ti rivedrò: già il cor li sente ;
Già brevissimo spazio ne separa
O patria, o desïata lungamente
Terra mia bella, glorïosa e cara!
E tu, grate accoglienze ed il più ardente
D'in fra tutti i tuoi baci a me prepara.
Che come augello da straniero lido
Raccolgo i vanni nel natal mio nido.
– Ecco giuliva ad incontrar mi vola
Una turba d'amici, e quante oneste
Gioie! Quanti saluti! ..... Ahimè! che sola,
Sola una voce mancherà fra queste.
Io non udrò mai più quella parola
D'amore, io non vedrò più quelle feste,
Onde mio padre, colle aperte braccia,
Correami appresso e faccia univa a faccia!
– Ei mi lasciò: copre un antico alloro
Nella terra d'esiglio le sue spoglie,
E cor di figlio sa quanto tesoro
Quella tomba al mio amore invida toglie. [21]
Pender si vede ancor Tarpa sua d'oro
Dell'arbor santo dalle auguste foglie;
L'aura la bacia, e fra le corde muore
Soavemente in un sospir d'amore.
– Ne tu più a lungo al transito del vento
Resterai di tal modo, arpa romita,
Ma le tue corde ad un novel concento
Tocche risponderan dalle mie dita.
Deh! non offenda al nobile ardimento
Fortuna o bramosia troppa di vita,
E per me forse nella fredda fossa
Del mio gran padre esulteranno l'ossa.
– Con altri versi allor, con altra voce
Io canterò di que' famosi eroi,
Che sotto lo stendardo della croce
Sciolser le prore invitte ai lidi Eoi:
E come incontro l'Arabo feroce
Benedisse il Signore i figli suoi,
E quanto oprar col senno e colla lancia
L'itale squadre e i cavalier di Francia. [22]
– O splendide vittorie! O dì famosi,
In cui dall'Etna ardente al freddo polo
Di quest'antica terra i valorosi
S'alzâr concordi come un uomo solo!
Onde pianser dei figli e degli sposi
L'Odrisie donne in lunga ira ed in duolo,
E tutti i battezzati della terra
Uscîr in campo all'invocata guerra.
– Altro tempo verrà: che nel lontano
Avvenire il veggente occhio il saluta:
Nè contro il Perso solo e l'Ottomano,
O chi a stupidi numi are tributa;
Ma contro dell'Error fatto sovrano
Sarà un'ultima pugna combattuta,
Allor che desiosi al gran riscatto
Verran popoli e re stretti in un patto.
– All'esterminio della gente oppressa
Invan colla tirannide fia visto
Il fanatismo star sotto una stessa
Bandiera, e contrastare al santo acquisto.
Sorgerai finalmente, alba promessa,
Quando trionfator ritorni il Cristo,
E in un tempo d'amore e di perdono
Tutti raccolga all'ombra del suo trono!
Sulle ali allor del fulmine il pensiero
Troverà la parola, e il foco e l'onda
Intrecceranno intorno il mondo intero
Una catena a libertà feconda.
Oh quale poesia, qual magistero
D'elette rime sarà che risponda
All'altezza del nobile argomento,
Nel cui solo pensier muto io divento? –
Il Tasso tacque e la foresta intorno
Sonò di plausi e di festanti viva;
Se non che il re si mosse, ed al ritorno
Volgesi insiem con lui la comitiva.
Il sol, che verso la metà del giorno,
Allora dritto de' suoi rai feriva,
Chiama ciascuno al bosco solitario
Di fronzuti sentieri ombroso e vario.
Però siccome l'anima modesta
Süadeva al poeta, egli s'adopra
Perchè lontan dall'assordante festa
Possa venirne ove nessun lo scopra:
E appena l'antichissima foresta
Secreto calle gli schiudea, che sopra
Il cavallo vi drizza e si compiace,
Dopo tanto rumore in quella pace.
Nè molto innanzi va pel verde sito
Che a divagar in grati sogni avvezzo,
Come quell'ora gli faceva invito
E delle frasche il susurrante orezzo,
Sente così lo spirito rapito
Alle dilette fantasie di mezzo,
Cui presta l'ali a più rapido volo
La voluttà di ritrovarsi solo.
Ma non è sol, che al suo cavallo in groppa
Un fedele pensier muove veloce,
E d'intorno una turba gli galoppa
D'eroi segnata della santa croce; [23]
Turba che all'Ottoman parve già troppa,
Quando di Piero alla temuta voce
Attraverso de' mari Europa tutta
In armi corse alla tremenda lutta.
Volge un lustro che studio unico e brama
La sua Gerusalemme era a Torquato:
Vasto poema, donde illustre fama
Ed agi ei spera di tranquillo stato.
La vasta tela ha ordito, e già la trama
A riempierne comincia e il divisato
Suo piano vuol che in grazie e in pregi cresca
Ed al piacere e all' utile riesca.
Dai lidi più lontani e più nascosi,
D'ogni arme, d'ogni lingua un popol misto,
Duce Goffredo ai cavalier famosi,
In Asia venne al glorioso acquisto.
Già Sofronia ed Olindo, amanti e sposi,
Son presso a morte per la fè di Cristo,
E a cogliere impassibili corone
Sotto il nemico acciar spira Dudone.
Intanto nei guerrier, cui il cielo è guida,
Tenta l'inferno le sue prove estreme,
E col sorriso e la beltà d'Armida
Mette fra lor della discordia il seme.
Parte Rinaldo: in sanguinosa sfida
Tancredi e Argante van pugnando insieme,
Sin che la notte, che rapida scese,
I colpi e le mortali ire sospese.
Dormono tutti; solo Erminia desta
Con quell'amor che l'arde insino alle ossa
Avea consiglio onde, sicura e presta
Al piagato suo ben soccorrer possa:
A quell'uopo la bianca sopravvesta
E le altre di Clorinda armi ella indossa,
E movendo a fatica il passo incerto
Sotto il peso novello esce all' aperto.
Nè ancora è in vista alle latine tende,
Che ver Tancredi manda un suo messaggio,
E mentre incerta la risposta attende,
Ahi! la tradisce della luna il raggio;
E, come armato stuol contro le scende,
La bella, ormai scaduta di coraggio,
A corsa rapidissima il cavallo
Spinge lontano dal cristiano vallo.
Quale gazzella che levata in caccia,
Alla fuga si lanci agile e presta,
Spaurita nell'alma e nella faccia
Ella si mette dentro alla foresta:
Il muoversi d'un ramo il cor le agghiaccia.
Ed il fruscio dell'erbe che calpesta
E il suon dell' armi, ond'è gravata i fianchi,
Spaventanla che par quasi ne manchi.
Or dove fia che il suo caval la porti
Mezza morta così dalla paura?
Quale rifugio, o quali altri conforti
La torneranno in libertà sicura?
Forse che per sentieri aspri e ritorti
Ricondurrassi alle lasciate mura,
E quella fuga che l'affanna tanto
Sarà del folle ardir pena soltanto?
O dal periglio la trarrà la nera
Possa d'Ismeno, od invida fortuna
Cacceralla, vezzosa prigioniera.
Entro il campo Cristian? Così dall'una
Corre nell'altra fantasia leggera
La mente di Torquato, e di nessuna
Si appaga, invan mutando ordine e modo
A torsi fuor dell' intricato nodo.
Anch'esso camminando a suo talento,
Abbandonata sul collo la briglia,
Il destrier che non sente avvertimento
Allo sbadato cavalier somiglia:
La foresta attraversa, e lento lento
Ora la dritta, or la sinistra piglia
E, come non è alcun che lo conduca,
Pascola l'erbe e i nuovi rami bruca.
Cavallo e cavaliere alla ventura
Andavano così per la contrada,
Quando ad un tratto quella selva oscura
D'un un praticello in vista si dirada:
E lor d'incontro le candide mura
Sorgon d'una capanna a poca strada;
Onde il destrier nitrisce, ed alle note
Feste Torquato per guardar si scuote.
Quale narraro un dì le antiche carte
Della valle di Tempe, e tale il sito
Al passegger ridea per ogni parte
Cheti riposi e dilettoso invito:
Si mostra il casolar con rustic' arte
Nella sua povertà bello e pulito,
E una vite di fresche ombre conforta
Coi lunghi tralci la socchiusa porta.
Qui sotto delle frasche meriggiando
Dormon le agnelle dalla bianca lana;
Là intorno, intorno, in un murmure blando
Van l'api alidorate alla fontana;
Dove il timo selvatico odorando
Cresce e nereggia in fior la maggiorana,
E l'acqua in un bacino si raccoglie,
E alle frondi che specchia, il verde toglie.
Estatico il poeta intorno mira,
E ciascun degli oggetti manifesti
In brama curïosa a sè lo tira
E non sa dove il guardo o volga o arresti;
Che in ogni parte dolcemente spira
Una serenità di gioie agresti,
E nel giocondo error mobile e paga
Dietro degli occhi l'anima divaga.
Al suo meridïan cibo raccolta
L'umile famigliuola accanto il piede
D'una gran quercia dalla chioma folta
Beatamente, in lieta pace, siede.
Quai giulive canzoni ei non ascolta!
In quanta contentezza non la vede
Stringersi intorno del povero desco
Cui nero pan rallegra e latte fresco!
Colà gli avi antichissimi e la buona
Nuora sedeano, e d'angeli in sembianza
Quattro bambini quai gentil corona
Ove l'un fiore appena l'altro avanza:
Essi dei vecchi alla curva persona
Tengono gli occhi in atto di osservanza,
E obbedienti al par del facil gregge
Che di un cenno il pastor guida e corregge.
A quel gioir domestico e beato,
A tanta pace cui nulla somiglia,
All' improvviso si trovò Torquato
Umidite di lagrime le ciglia:
Egli cui il natio tetto era negato,
Solo de' suoi, lontan dalla famiglia,
In una invidia angustïosa e trista
Si sente desolar per quella vista.
I pastori veduto il cavaliero
Restar da parte in osservarli attento,
Da presso rispettosi gli si fero
Con franco e cordïale accoglimento;
E negli schietti modi e nel sincero
Parlar che d'ogni dono è condimento,
Di latte candidissimo e spumante
Una gran coppa gli recaro avante.
Ed egli il genïal cibo diviso
Con que' cortesi, a favellar si mette
E come meglio sa con grato viso,
Palesa quanto il buon volere accette:
Ma, poi che loro domandato avviso
Del più breve cammino ed ebbe dette
Di molte grazie, sul caval salito
Alla sua via tornò solo e romito.
Se non che nel poeta allor più viva
L'accoglienza venia che in tanti onori
Poco da pria l' ospizio festiva
Nell'albergo de' semplici pastori:
E ripensando a Erminia fuggitiva
Gli par che possa da' suoi lunghi errori,
Dietro la scorta di silvestri canne,
Trarla in salvo fra rustiche capanne.
Qui raso il crine e l'abito dimesso
Guardiana dell'orto e delle agnelle,
Vivrà sotto d'un tetto, a un desco istesso
Pastorella fra le altre pastorelle.
Ma da quel Dio che dentro le si è messo
La sanerà virtù d'erba o di stelle?
O potrà forse per cangiar di vesta
Vivere meno tormentata e mesta?
Amor non cessa; amor non acconsente
Pace o ristoro mai nel suo servaggio:
Misera Erminia! In pianto il sol nascente,
Vedralla in pianto della luna il raggio,
Cercar l'ombre più cupe e il più silente
Loco, dove a ogni sasso e ad ogni faggio
Impietosito delle sue querele,
Il nome imparerà dell'infedele.
Ed ahi! che mentre a novellare imprende
Così Torquato delle pene altrui;
Istorico fedel le sue vicende
Ei ne racconta ed i sospiri sui.
Il poeta ogni suon, che l'arpa rende,
Dapprima indovinò dentro di lui,
E tristo ben se in fredda rima mente
Il pensier che nell'anima non sente!
Senza un conforto mai, senza mercede,
Come Erminia ad amor serve egli pure;
Nè per lungo penare, o molta fede
Son le catene sue rotte o men dure:
« Brama assai, poco spera, e nulla chiede
Ed ella par nol sappia, o non lo cure;
Così che fino adesso egli ha servito
O mal visto, o mal noto, o mal gradito. »
Ma in qual nobile altezza abbia levato
L'amoroso pensier, quale egli sia,
A nessuno lo disse ed ignorato,
Ignorato a sè stesso ei lo vorria.
Come chi in sogno trovasi beato
E teme che quel ben gli fugga via,
Päuroso così egli del vero,
Di speranza si pasce e di mistero.
Oh qui viver con lei da solo a sola,
Lontano dalle corti empie e mendaci;
Qui fuor del mondo, che ogni ben ne invola,
Poterla amare, e testimon de' baci
Il cielo e l'eco più d'ogni parola . . . . .
Oh allor . . . . . Ma presto dai bei sogni audaci
In se riede Torquato, ed è già l'ora,
Se voglia uscire di quel bosco fuora.
Un cammin da nessuna orma segnato
Declinando venia tra sasso e sasso,
Quale si avean per molte acque scavato
L'estive piove che correano al basso:
Onde stando sugli occhi allor Torquato
Per meno rotta via studia il suo passo,
E, come la prudenza a lui consiglia,
Scende e il cavali trae dietro per la briglia.
Ed il cavallo giù per l'erto calle
Seguelo tutto trafelato e ansante
E fa forza del petto e delle spalle
Colle gambe pontandosi davante:
Ma più che verso dell'angusta valle
Venian, più n' era squallido il sembiante,
E per quanto d'intorno occhio si spande
Solo appariano inseminate lande.
Quale per le campagne, ove una volta
I padri combattero orrido marte,
Della gente da molti anni insepolta
Biancheggian l'ossa in questa e in quella parte;
Tale vedeasi a maraviglia molta,
Di natura miracolo, o dell' arte,
Ben cinque immani pietre, in tinta scura,
Giganteggiar per mezzo alla pianura.
Era un tempo, ne' secoli remoti,
E in questa solitudine, ove alcuna
Voce non suona, ebbe preghiere e voti
Il Druidico culto, e colla bruna
Notte mieteano il visco i sacerdoti,
Quando dal bosco la falcata luna
Salia pel cielo e rischiarava appena
Di un incerto chiaror la danza oscena.
Quivi a difesa de' paterni lari
Quanti Garonna e Rodano rinserra
Contro ai Romani sui fraterni acciari
Giuraro insieme guerra – orrida guerra:
Qui libertà contaminò gli altari
Di umani sacrifizii, onde la terra
Ancor le sacre macchie oggi non perde,
Nè per aura d'april mette mai verde.
Mentre Torquato d'un sol guardo abbraccia
Tutto sorpreso quella valle trista,
Avverte un di que' sassi a lui di faccia
Che sovra gli altri per grandezza acquista,
E poi che in cima stendervi le braccia
Una croce di legno gli fu vista,
Colà si volse, di trovar ben certo
Alcuno abitator di quel deserto.
Di fatti non appena il loco appressa,
Una casuccia povera e selvaggia
Gli appar d'incontro a quella parte messa
Che verso il sole occidental s'irraggia.
Due travi dentro della pietra fessa
Appuntellano il tetto onde non caggia,
E secchi rami, ed erbe, e limo scuro
Gli formano di sotto un piccol muro.
Immobilmente sopra rozza panca
Stavasi un eremita, a cui dal mento
I peli misti colla chioma bianca
Cadeano lunghi e gli agitava il vento.
Tristo e siccome di persona stanca.
Era di quel seduto il portamento,
Ed un lungo dolor mostra negli occhi
E nelle mani strette in sui ginocchi,
Al vegliardo con umile saluto
Si avvicina Torquato, ed – Il Signore –
A lui diceva – nel suo santo aiuto
Così v'abbia e vi guardi a tutte l'ore,
Com'io dalla regal caccia perduto
Del diritto cammin vago in errore,
E pregovi, nè il mio pregar sia invano,
Del sentiero che mette a San Germano. –
Col primo suon delle parole il veglio
Al cavaliere sollevò la testa,
E sugli occhi la man pose onde meglio
Raffigurar chi gli movea l'inchiesta.
Intanto come corre luce in speglio
Gli brilla in volto una subita festa,
E surto in piedi alla sinistra accenna,
– Ecco, Signor, – dicendo – ecco la Senna.
– Il campanil che vedesi da lunge
Sia vostra scorta e a bell' agio il cavallo
Drizzatevi, che appena vi disgiunge
Dal regale castel breve intervallo:
Ma se il lungo desio, che il cor mi punge,
Gli antichi orecchi non ha tratto in fallo,
Voi non siete Francese, e non è quella
Che mi parlate la natia favella. –
– Colse al giusto, o buon padre, il tuo sospetto:
Alla Francia son novo e Italia è il mio
Paese – e l'altro – Italia! Oh il benedetto
Nome e il più caro dopo quel d'Iddio!
Però cessar vi piaccia d'ogni detto
Che sia stranier; parlatemi il natio
Linguaggio amato de' miei padri, e ancora
L'ascolti un'altra volta anzi ch'io mora.
– In cortesia, se tanto pur mi lice,
O cavaliere, domandarvi, e quale
Parte della comun patria infelice
S'ebbe il sorriso del vostro natale?
Forse di svergognati ozii nutrice
Napoli, o l'altra che più in arme vale
De' lombardi fortissima contrada,
Agli odii sempre pronta ed alla spada? –
A cui Torquato – Sogno? o mi richiese
Alcun col dolce mio paterno accento,
E un fratello ritrovo e al mio paese
In terra estrania benedire io sento?
È una città, cui il ciel guarda cortese
D'acque e di fronde, e nomasi Sorrento;
Là nacqui, e chiaro d'opere leggiadre
Bernardo Tasso si chiamò mio padre. –
– Si chiamò – l'altro il richiedea – diceste
Ch'ei si chiamò? Ah! dunque il mio Bernardo
Cesse a fortune sì gravose e meste
Ed io rimango, io più dolente e tardo!
Oh le maniere nobilmente oneste,
Così il viso egli avea, così lo sguardo,
E l'anima di lui si risovvenne
Come udito il parlar vostro gli venne.
Quante volte di mezzo alla sventura
De' pericoli corsi e dell'esiglio,
Ti nominava e gli parea men dura
Ogni altra prova nel pensier del figlio!
Ma tu vieni al mio sen, mi rassicura
Nella lotta mortal; chiudimi il ciglio
E le tue man sien pie di cari uffici
A queste ossa da tanti anni infelici!
– Figlio mio, figlio mio, perchè t'arresti
Mentr'io ti stendo incontro ambo le braccia?
Oh non ti offendan le lacere vesti,
L'orrido corpo e la sparuta faccia:
Qual tu mi vedi in questo lutto, in questi
Panni scaduto d'ogni antica traccia,
Vissi giorni migliori ed altro io fui
Ma il Signor mi punì: sia lode a lui!
– Eri bambino, e aver deve l'obblio
Ogni antica memoria in te confusa;
Ma tutto io ti dirò. Son io, son io
Quello che ognun di tante colpe accusa
Empio Sanseverino Oh no! per Dio!
Non fuggirmi; per Dio, non mi ricusa
Questa grazia, quest'ultima pietade. –
Qui tace e umile innanzi i piè gli cade.
Se un'ombra päurosa e minacciante
Avesse visto il Tasso all'improviso
Da sotto della terra uscirgli avante,
Meno attonito in lei sariasi fiso
E senza il raccapriccio onde all'istante
Sin dentro il core si sentì conquiso
Quando del prence di Salerno al nome
Gli si rizzaro per orror le chiome.
Dai primi anni Torquato era cresciuto
Ad una fè così del vero accesa,
Che ciascuno per lui d'affetti è muto
Fuori del grembo alla Romana Chiesa:
Di che il principe appena conosciuto,
Tanto il vederlo molesto gli pesa,
Che senz'altra risposta indietro move
E torce il volto disgustato altrove. [27]
Certo gli pare allor, che in suon di lutto
Una voce così dentro gli frema:
Costui tua madre uccise ed ha ridutto
Il padre tuo nella miseria estrema. –
Ed ecco un grido più forte di tutto,
Anatèma – ripetergli – Anatèma:
Oh guai a chi gli parla; a chi lo tocca,
Perchè scorre velen dalla sua bocca. –
Tant' oltre infatti nel crudel dispetto
L'intollerante spirito era gionto,
Che Torquato oramai la briglia ha stretto
E tiene il piede sulla staffa in pronto;
Se non che allora il povero reietto,
Cui d'immenso dolore è il crudo affronto,
Rapido innanzi del destrier si mette
In atto tal che dubbio non permette.
Nè più sembrava umile e riverente,
Ma altro viso mostrando, altra figura
Tutto di un tratto sfolgorò repente
Nel divino splendor della sventura.
Così se il sol dall'ultimo occidente
Brilla sull'orlo di una nube oscura
Son le tenèbre dissipate e rotte
E l'oro arde e il rubino ov'era notte.
– O tu cui l'ira ed il dispetto or giova
E per religion altri condanni,
Sapessi almeno a che terribil prova,
A qual lotta ho durato, e a quanti inganni!
Fanciullo, la tua vita è ancora nova,
Ma certa scuola apprenderai dagli anni:
Tempo verrà che alfine ti rimembre
Quanto sia dall' april lungi il settembre.
– Nelle speranze che più care s'hanno,
Nell'onore, nel cor sarai trafitto:
Avran per farti iniqua guerra, avranno
Per calunniarti tutti i vili un dritto:
Della tua fede, del tuo lungo affanno,
Sino del genio ti faran delitto,
E nulla a te varrà requie e difesa,
Che tra l'uomo e il destin non è contesa.
– E tu d'appresso all'onorato fine,
Pallido il volto e macra la persona,
Sospirerai per rimbiancato crine
La sterile mercè d'una corona:
Allor saprai se pungano le spine
Che Italia a suoi gran figli in premio dona!
Però l'affanno a cui mi destinasti
Mai non provare; al cielo il mio sol basti. –
Disse e lo scanno onde s'era levato
Raggiunse in tal sembianza, ove dipinto
Stava un dolor che contro iniquo fato
Combattendo durò ma non fu vinto.
Al vaticinio funeral Torquato
Sentissi in core ogni ribrezzo estinto,
E sorger grave e subito un rimorso
Che troppo nello sdegno era trascorso.
Appena il vecchio l'incertezza ed ave
Del cavalier veduto il turbamento,
Si alzò, che l'arrossir quanto sia grave
Conosceva per lungo esperimento;
E in atto che desidera, ma pave,
Viengli d'appresso päuroso e lento,
E nella voglia, che il dubbio ritarda,
Stende la man verso Torquato e il guarda.
E questo gliela stringe, e tutta sparsa
Di generose lagrime la faccia
Tenta parlar, ma la parola è scarsa
Al buon volere e forza gli è che taccia.
Ma il prence, cui nel volto è riapparsa
La prima contentezza, a lui s'abbraccia,
Ed – Oh – gli dice – Oh che il tuo cor non serbe
Memoria più delle parole acerbe!
– Io fui bugiardo e menzognera sorte
Ti minacciai, Torquato, io fui bugiardo;
Che la ribelle volontà è ancor forte,
Nè penitenza il sangue mio fè tardo.
Così il Signor mi degni anzi la morte
Di quel perdono, cui sospiro ed ardo,
Come ti prego ogni destino amico,
E il diletto tuo capo io benedico.
– Che se dovrai nell'infecondo campo
Della vita raccor triboli e stenti,
Non paventar che col balen del lampo
Passa la foga de' terreni eventi.
Tu seguita, malgrado ad ogni inciampo,
Muovendo i passi tuoi oltre possenti,
E in Dio solo confida e ti rinfranca:
Il premio è di colui che non si stanca. –
Qui l'uno all'altro da vicin condutta
I fraterni colloqui incominciaro:
Eran sante memorie; era quel tutto
Che al mondo s'ha di più diletto e caro:
Patria, parenti, ed il comune lutto
E le gioie tradite onde sì avaro
È il cielo per colei, che a molti ancella,
Negli adulteri amplessi ahi! troppo è bella.
Intanto il ciel dall' occidente manda
L'ultimo raggio sulla terra, e splende
Di nuvoletti in mezzo una ghirlanda
Quale di un padiglion dietro alle tende.
Una luce dorata in ogni banda
Lo circonda e pel ciel limpida ascende,
E come col turchino appar commista
Così il color dell' amaranto acquista.
Parea l'incolta landa un mar lucente
Tutto di foco che qua e là si oscura
Per le grandi ombre che calano lente
Da ciascun sasso sovra alla pianura;
E le antiche sembianze aride e spente
Ravviva quella squallida natura,
Che non v'ha parte sì selvaggia e mesta
Che al sorriso del sol non torni in festa.
Nel caro obblio delle amiche parole
Que' due si rimanean quando i riscosse
Da lungi il suono che al fuggente sole
Mandan le squille lentamente scosse.
A quel lagno che par d'uom che si duole,
Si guardarono, e l'un l'altro abbracciosse
E te, o Sorrento, nominare, e intanto
Correan dagli occhi lor rivi di pianto.
Note
_____________________________
[1] Nella primavera del 1539 furono con gran festa celebrate le nozze di Porzia figliuola di Giacomo De' Rossi, sopranominato di Pistoia per lo dominio ch'ebbe di quella città, con Bernardo Tasso, illustre cavaliere e famoso letterato di que' tempi, e primo secretano di Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno – Gli sposi Tasso abitavano a Sorrento un palazzo sulle rive del mare, che, fu già de' Mastrogiudici e dove nacque Torquato agli 11 di marzo del 1544. – Vedi Serassi, pag. 46-47-48-20, edizione di Roma, 1785.
[2] Venne poi l'anno 1547, memorabile per la sollevazione di Napoli e fatale al principe di Salerno per l'ambascieria ch'egli accettò da' sollevati presso l'Imperatore, dalla quale ebbero origine le di lui disavventure e conseguente mente quelle del Tasso suo segretario. – Vedi Ser., loc. cit., pag. 27.
[3] ottave xx e xxi. Bernardo Tasso, benché gl'increscesse oltremodo di dover lasciare la moglie con due piccoli figliuoli, Cornelia e Torquato, l'una di sei, l'altro di poco più di tre anni, partì alla volta d'Augusta, colà chiamatovi dal Sanseverino che v'era Ambasciatore de' Napoletani presso Carlo V. Ma quest'ambasciata riuscita a male, il Sanseverino, minacciato nella libertà e nella vita, fu costretto di fuggire da Napoli e dichiararsi apertamente pel Re di Francia, ond'egli fu dichiarato per ribelle e decaduto di tutti gli stati ed onori; e con lui fu egualmente condannato Bernardo Tasso, che l'aveva seguitato nell'esiglio e che per la confisca de' beni si ritrovò in un momento ridotto alla povertà. – Vedi Ser., pag. 85 e seg.
[4] Verso l'ottobre 1554 Bernardo Tasso, vedendo an dare al peggio le sorti del Principe di Salerno, e disperando ormai di poter tornare nel regno di Napoli, diede ordine che il piccolo Torquato, il quale con la madre e la sorella aveva lasciato nel regno, lo raggiungesse a Roma, onde ivi seguitare l'educazione del figliuoletto, che appena di sette anni era già molto innanzi nello studio delle lettere latine e greche. Questo distacco costò molte lagrime e quasi infinito dolore non meno alla madre che al giovine figliuolo, il quale, parecchi anni dappoi, in questi pietosissimi versi ricordava quell'affannoso abbandono:
Me dal sen della madre empia fortuna
Pargoletto divelse; ah di que' baci
Ch'ella bagnò di lagrime dolenti,
Con sospir mi rimembra e degli ardenti
Preghi che si portar l'aure fugaci,
Ch'io non dovea giunger più volto a volto
Fra quelle braccia accolto
Con nodi così stretti e sì tenaci.
Lasso! e seguii con mal sicure piante
Qual Ascanio o Camilla il padre errante.
T. Tasso. Canzone all'Apennino.
[5] Di questa enfatica espressione si serve Bernardo per ispiegare l'eccesso della brama che avea la sua Porzia di vivere con esso lui – Lett. di Bernardo Tasso, Vol. II pag. 442.
[6] Porzia non potendo più resistere ai dispiaceri che le erano fatti da' suoi parenti, né tollerare più lungamente il desiderio che aveva di rivedere il marito e il suo Torquato, morì (come scrive lo stesso Bernardo) di morte violenta o di soverchio dolore o di veleno essendo morta in 24 ore – Lett. citata, Vol. II pag. 472.
[7] mattinò: recitò l'avemaria (letteralmente significa: recitare il mattutino. (ndr)
[8] Torquato ancora fanciulletto a Napoli, indi a Roma, a Bergamo, a Urbino, attese allo studio della lingua latina e della greca e dell'italiana, e il padre di lui, richiamatolo nel 1559 presso di sé a Venezia, volle che s'applicasse specialmente alla lettura dei classici di tutte e tre le lingue, ma in particolare de' migliori poeti e prosatori italiani, parendogli troppo gran pazzia lo ingegnarsi d'essere cittadino nel paese altrui, e rimanere poi sempre forestiero nel proprio. – Ser., pag. 90.
[9] Torquato venne agli studii di Padova che aveva 16 anni, ed ivi rimase raccomandato al famoso letterato Sperone Speroni. Egli a 18 anni scrisse e pubblicò il suo poema il Rinaldo. – Ser., pag. 96-101 -ecc.
[10] Laura Peperara di Mantova fu molto amata dal giovine Tasso. Ella lo seguitò alla Corte di Ferrara dove fu ricevuta in qualità di damigella presso la Duchessa Eleonora. Questa è veramente la donna che il Tasso amò la prima e caldamente e che tante volte chiama sua – scrive il cav. Rosini – Difatti il poeta medesimo la celebra in moltissime rime; per lei scrisse gran parte del suo canzoniere e, per quanto la costanza possa essere la virtù di un poeta, l'amò molto e lungamente. Così nel carcere di Sant'Anna quando si pentiva di aver servito per molti anni un'altra donna ch'egli chiama sua gioia e tormento, ricordando caramente la sua Laura, esclama:
Questa fu quella il cui soave lume
Di pianger solo e di cantar mi giova....
(Tasso, Rime, T. I.)
[11] Bernardo Tasso contrastò il figliuolo nella poetica vocazione, persuaso dal proprio esempio quanto poco giovino i versi al sostentamento della vita. – Ser., pag. 95.
[12] Il principe di Salerno (Sanseverino), dopo avere invano sollecitato a suo favore il Re di Francia, s'era a quel tempo ridotto a Costantinopoli, dove gli era stato fatto sperare che il Sultano avrebbe messo a sua disposizione considerabili forze. Egli vi svernò, e datosi alla dissolutezza vi perdè ogni considerazione; anzi in Italia s'era a quei giorni sparsa la fama ch'egli apostatando dalla Religione cattolica, avesse cinto il turbante. – Vedi Biografia Universale.
[13] Carlo IX, figlio di Caterina De' Medici e tristamente famoso per le stragi della notte di San Bartolommeo, amava molto la caccia del falcone; onde il Tuano, ricordate le cacce del Duca Francesco d'Alansone, celebra nel suo poema del Falconiere quelle di Arrigo II, ch'era solito cacciare nelle foreste di San Germano. – Vedi Tua no, De re accipitraria – Lib. I, cap. XXXI.
Talia Germani fanum dum sceptra tenebat
Enricus etc.
[14] Sunt etiam queis pura albedine terga renident,
Unicus et toto color est in corpore candor.
Montibus Alpinis aut per juga Pyrenaea
Nasci credibile est; nivis adsiduoque perennis
Intuitu fieri, mater dum concipit ardens,
Ut pulli teneris albescunt undique pennis.
(Tuano, De re accipitraria. Lib. I, cap. XXII.)
[15] Ott. xv e xvi.
Falcones sublime petunt, praedamque sub altis
Nubibus invadunt: rostroque atque ungue fatigant.
Cernuus hic supra prono se corpore praeceps
Mittit, subjectumque adlabens dejicit hostem:
Die premit latera et conanti fervidus instat,
Nunc frontem, nunc terga petens; contracta sed illa
Arrectos ungueis contra distringit, et alto
Sustinet aere se, atque occulta fraude sub alas
Erecti mucronem oris clam cauta recondit
Anxius interea clangenti voce magister,
A rostro ut caveant iterumque iterumque monere
In latus obliqui adversum
(Tuano, loc. cit., lib. II, Cap. XXIV.)
[16] strozziere: colui che custodiva gli uccelli (falconi e simili) per la caccia. (ndr)
[17] astore: specie di falcone ammaestrato (si riferisce al falcone delle Asturie, da cui prende il nome). (ndr)
[18] esizio: letteralmente significa eccidio; qui vuol dire semplicemente morte. (ndr)
[19] Un'altra volta sull'antica pesta: ritorna sul sentiero o sulle orme di prima. (ndr)
[20] Torquato sino dal 1565 aveva lasciato l'Università di Padova ed era passato ai servigii del Cardinale d'Este in qualità di suo gentiluomo; e fu nel 1571 che seguitò quel prelato alla Corte di Carlo IX di Francia. Il giovane poeta fu straordinariamente accarezzato da quel Re e da tutta la Corte, e legossi d'amicizia col famoso Pier Ronsardo. Ma il Tasso poco dopo, accortosi di essere scaduto dalle buone grazie del Cardinale, decise di ripatriare, riportando – scrive M. di Balzac – quel medesimo vestito con che era andato in Francia dopo d'esservisi trattenuto un anno. – Ser., pag. 454 e succ.
[21] Ai 4 dicembre del 1569 morì Bernardo Tasso, con grandissimo cordoglio di Torquato, che cercò in ogni maniera d'onorarne la memoria.
[22] Torquato sino dal tempo ch'era agli studii di Padova aveva concepito il suo avventurato disegno di scrivere un poema sulla conquista di Gerusalemme, fatta dall'armi cristiane, sotto il comando di Goffredo Buglione.
[23] Torquato a cavallo viaggiando e su per gli alberghi, non aveva mai lasciato di comporre e di attendere partico larmente al compimento del suo poema, cui, come scrive il Menagio, aveva accresciuto nel suo cammino di molte stanze – Ser., pag. 157.
[24] Vedi la Gerusalemme liberata al canto primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, ed al famoso principio del settimo canto
Intanto Erminia in fra l'ombrose piante
D'antica selva dal cavallo è scorta ec.
[25] Ott. xxxii e xxxiii. Gli antichi Galli pei sacrifizij preferivano i boschi. Aprivasi in mezzo a questi un'area spaziosa, cinta da querce più fitte ch'essere generalmente non sogliono. Nel cerchio delle querce, uno o due minori cerchii sorgevano di sassi colossali; dentro, qua e colà pietre enormi. – Menin, pag. 784, Storia Universale.
[26] Il principe di Salerno, tornato da Costantinopoli, dopo altri varii tentativi per mettere a rivoluzione il Regno di Napoli, perduta ogni speranza, andò in Francia, dove ben accolto da Enrico II, fu affatto dimenticato dal successore di lui: onde, dopo avere abbandonata la Religione cattolica, trascinò qua e là una vita povera e stentata, e morì senz'averi e senza prole in Avignone. – Vedi Biografia Universale.
[27] Torquato era in Religione di principii un po' severi ed intolleranti: onde egli stesso scrive che il Cardinale d'Este s'era raffreddato con lui nel loro viaggio di Francia, specialmente – per isdegno ch'io volessi far maggior professione di Cattolico di quel che ad alcuni pareva ch' io facessi ec. – Ser. pag. 460, nota 3.
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