Lord George Byron

Lamento di Torquato Tasso

POEMETTO

Tradotto dal professor Michele Leoni

Edizione di riferimento:

Veglie di Torquato Tasso, scoperte e pubblicate da G. Compagnoni, coll'aggiunta del canto di Lord Byron tradotto da Michele Leoni, presso Borroni e Scotti, Milano 1854.

I.

Lunghi anni (Ahi quanto ad affannata salma

Ed allo spirto di sublime alunno

Del canto è duro il tollerar!) lunghi anni

Di calunnie, d'oltraggi e di non vera

Demenza e pene e solitudin stretta,

E l'aspro verme che l'ingegno lima

Quando d'acre e di luce impazïente

Sete il petto divampa: e la ferrata

Grata abborrita, che del sole al raggio

Mentre con la trist'ombra il varco implica,

Per la grama pupilla con acuta

E grave pena al cèrebro penètra;

E nuda schiavitù, che dalle immote

Porte sogghigna, ove non altro passa

Che fioco lume ed insoave cibo,

Onde sì lungo è '1 tempo ch' i' mi pasco

Solo, che più l'amaro suo non m'ange.

Starmi così poss'io, quasi rapace,

Selvaggia belva a desco in questo speco

Fatto già mio covile, e forse tomba.

La carne è inferma; e lo sarà più ancora

Col mal crescente: ma soffrir pur deggio.

Poichè lottai coll'agonia, di speme

Uscir più omai non vo'. Di questa chiusa

Angusta chiostra a sormontar le mura,

Le piume alfin rinvenni. Il Santo Avello

Al servaggio sottrassi: eroi divini

Finsi, ed eteree cose; e in Palestina

Libero, a gloria della sacra guerra,

All'infiammato spirto il vol disciolsi

Per lui che Dio fu in terra ed ora è in cielo.

All'alma ed alle membra Ei lena infuse,

Onde vaglia il perdon quanto soffersi.

A rimembrar come all'odrisia rabbia

Tolto fu di Sïonne il sacro avanzo

E culto ottenne, il cor pentito io volsi.

II.

Ma la piacevol opra, che per anni

Tanti fu mio sostegno, a riva è giunta.

Se l'estrema tua pagina col pianto

Mi è forza cancellar, sappi che stilla

Trarne il dolor non può. Ma tu, fattura

Di fresca età, dell'alma mia tu figlia,

Che ognor con riso e gioco a me d'intorno,

M'innamoravi di tua dolce forma,

Tu ancor svanisti; e teco ogni diletto.

Qual per colpo novel già infranta canna

Son io così percosso: e in cor ne piango.

Sì tu pur mi lasciasti. Or che mi resta?

Altre vi han pene; e soffrirò: ma come?

Nol so: darammi, a sofferir bastante

L'innata forza dello spirto aita.

Saldo sinora io fui, perchè rimorsi

Non ebbi, nè cagion. Pover di senno

Mi appellaro: o perchè? Che allor delira

Er'io nel cor, quando a cotanta altezza.

Erger la troppo inegual fiamma ardìa:

Forsennata giammai non fu la mente.

Errai: ma dell'error più grave forse

La pena fu, che me per duol non spense.

Perchè bella tu fosti, ed io non cieco,

La colpa nacque, che mi tolse al mondo.

Ma non rileva. Incrudelisca e frema

Il punitor: che ognor tua cara imago

Puote il pensier moltiplicar. Vien manco

Fatto pago l'amor, non l'infelice,

Che fè mantien. D'ogni vicenda in preda

Esser ben può : ma suo vigor non perde.

Come rapidi al mar corrono i fiumi,

Ogni affetto in un sol del par si mesce:

Ma, oimè! nè fondo ha questo mar, nè lido.

III.

Odi sopra il mio capo i furibondi

E lunghi lai di spirti e salme in ceppi!

Odi i colpi, e i crescenti urli, e le tronche

Blasfeme voci! Altro, ben altro affanna

Che mental febbre chi lassù percuote.

Punto al cèrebro da perpetuo sprone.

Ogni avanzo di luce tra impotenti

Strazj smarrisce: che di que' tiranni

Solo è il piacer da crudeltà nutrito.

Da manigoldi e vittime son cinto:

Tra clamori e sospir queste sì lunghe

Ore così passai: compiuta forse

Tra sospiri e clamor sarà la vita.

Ebben, compiasi dunque: e avrò riposo.

IV.

Pazïente sinor, deh il sia pur anco!

Tutto obbliar volea: coprì l'obblio

La metà sola: e questa ancor rivive.

Come scordato io son, perchè non posso

Altrui scordar! Ma qual da me perdono

Il disumano aver potria, che in questo

Carcer mi spinse d'infiniti guai.

Ve' non è il riso d'allegrezza figlio,

Nè il pensier della mente: e non linguaggio

La parala, nè l'uom figura umana,

Ed eco al maledir fanno le grida,

Alle percosse i pianti, e un proprio inferno

Ha il prigionier? Chè ben qui molti sono

Ma chiuso ognun da garrula parete,

Che dall'insanie ripercote il grido.

Tutti udir ponno, ed all'altrui dimando.

Niun qui pon mente, niun, fuor che sol uno

E il più infelice: ma per tale al certo

Irrequieta compagnia non nato:

Pur tra i contagi e le demenze astretto.

Qual mai perdono aver potria l'indegno,

Che qua mi trasse, ed oscurò mia fama,

E dell'ingegno altier, cui periglioso

Finse all'idea, contrastò l'uso, e 'l corso

Miglior turbò de' gloriosi giorni?

Avverrà mai che quest'amaro pianto

In lui si volga, e 'l duro sforzo apprenda,

Che il silenzio mi costa, e quella fredda

Necessità, che ogni successo atterra?

No: il superbo mio cor vendetta sdegna.

Poichè del prence perdonai gli oltraggi,

Morir vorrei. Sì, del mio sir germana,

D'ogni asprezza per te si spoglia il petto:

Che tutto ove tu sii presso si molce.

Odia il fratel, non io: ben sei tu sorda

Alla pietade, io nell'amar costante.

V.

Benigno il guardo ad un amor deh volgi,

Che disperar non sa! La miglior parte

Pur di me sempre egli è, benchè non pago.

Siccome lampo nell'ammanto involto

Di tetra nube pria che spinta fugga

La celeste saetta, entro i più cupi

Del sen recessi taciturno giace.

Allo scontro così del caro nome

Il vivido pensier fuor della salma

Si disprigiona, e a lui davante un breve

Momento affaccia le passate cose:

Dispajon elle; ma l'istesso io sono.

Scevra d'ambizïon crebbe la fiamma:

Mio basso stato e tua regal fortuna

M'eran pur conti, e ben vid' io che un vate

Farsi a te non potea d'amor consorte!

Onde mi tacqui, nè mandai sospiro:

Adeguava l'affetto ogni contento:

E se palese il fêro unqua gli sguardi,

Dal tuo silenzio, ahimè! n'ebber la pena,

Nè già men dolsi. Eri per me tu diva

Imago in urna di cristallo chiusa,

Che di lunge adorar solea divoto,

E imprimer baci sulla sacra terra.

Non perchè d'alto sangue eri tu nata,

Ma di gloria, per man d'amor vestita,

E di nova beltà, che i lumi abbaglia:

No, non abbaglia: reverenza inspira

Quasi nume sovrano, alma del cielo:

Eppur ne piove dal sembiante altero

Dolcezza tal, che ogni dolcezza eccede.

Il genio tuo (nè ben so come) avea

Del mio l'impero: a te davante immota

Stavasi la mia stella, e se baldanza

Fu in me l'amar, benchè di speme ignudo.

Non lieve or provo del fallir la pena:

Pur sempre al mio cor sei tu la più cara.

Obbrobrio fora la fatal prigione

Al nome mio, se qui per te non fossi.

Quell'amor, che di ceppi il piè mi strinse,

Ne scemò in parte il pondo, e lena diemmi

A soffrir quel che resta, ancor che duro.

Volger così con indiviso petto

Poss' io ver te lo sguardo e l'aspra guerra

Vincer del mio non menzognero affanno.

VI.

Maraviglia non è. Dal dì ch'io nacqui,

Ebbra d'amor fu l'alma mia, per tutto

Il creato trasfusa. Un dolce incanto

Eran per me le inanimate cose,

Un paradiso i solitarj fiori

E le natie lor piagge. Ivi all'orezzo

Di folte piante mi pascea di sogni.

Mentre fuggian non avvertite l'ore.

Eran del mio vagar frutto le grida

Del savio mastro. Ecco (ei dicea, l'annosa

Fronte ver me scuotendo), ecco lo stame,

Onde si forma il reo: tal fia di questo

Ozïoso garzone un dì la sorte.

Breve la scola, pronta era la sferza:

Ned io piangea: ma tacito dall'imo

Petto lo maledìa: quindi all'usato

Recesso i' fea ritorno, e là, non visto,

Al pianto il fren sciogliea: nè di fantasmi

Era men fabbro che del sonno in grembo.

Ma di strani tumulti e dolci pene

Col crescer dell'età fu l'alma ingombra.

Un desir solo il cor m'empiea: ma vago

E incerto sino al dì che il sospirato

Oggetto alfin rinvenni. Eri tu quella.

Io tutto allor fui di me fuore: immerso

Tutto rimasi in te: nullo era il mondo;

Tolta mi fu dal tuo poter la terra.

VII.

Solitudin mi piacque, è ver; ma questa

Lungi da uman consorzio amara cella,

Solo in mezzo ad insani, e a' lor tiranni,

La libertate del pensier mi toglie.

E se in tal compagnia più lustri innante

Speso avess'io, sino all'estremo giorno

Saria come la lor mia mente offesa.

Ma chi mai delirante ancor me vide?

Assai qui più che su deserta spiaggia

Il naufrago nocchier per me si pena.

È il mondo a lui scoverto: il mio qui chiuso:

E angusto il loco è sì, che quello appena

Raddoppia che fia dato al mio feretro.

Che sebben quel sì mora, almen le luci

Sollevar puote ed accusarne il cielo:

Il letto che sovrasta, a me ciò vieta:

Nè il vorrei pur, s'anco mi fosse aperto.

VIII.

Sento talora che mia mente langue,

Ma con tal senso che fralezza mostra:

Insoliti splendori attorno miro,

Ed uno strano dèmone, che in mille

E mille guise il viver mio tormenta.

E d'uom libero e sano il ben m'invola:

E con doglia maggior, poichè, per lunga

Stagion, pungente cura il cor mi afflisse,

E del carcer l'angustia, e s'altra ancora

Vil pena esser mai può, che il prode attristi,

Nimico mio credea da pria l'uom solo;

Ma seco or forse anco gli spirti han lega.

Mi abbandona la terra, il ciel m'obblia:

In me d'aita privo, e dalle pene

Consunto e dallo sdegno, altre e più fiere

Arti così tentar potrà l'inferno,

Di vittoria securo. Ohi perchè in questa

Fornace mai posto è mio spirto a prova

Quasi acciar nella fiamma, onde si tempra?

È forse perchè amai? Sì, tale oggetto,

Che per vederlo e non l'amar, dovea

O più o men esser che mortal, ch'io stesso.

IX.

Vivi i miei sensi fur; più non son quelli ;

Che gl' induraro i guai se altro io non era

Da quel di pria, già frante in questi ferri

Avrei le tempie, come i raggi frange,

Quasi a mio scherno, il sol. Se tanto io soffro,

E quel più che a spiegar lingua non basta,

È sol perchè con volontaria morte

L' infame nota avvalorar non volli,

Che qui mi avvinse, nè scolpir profonda

La pazza illusion sovra il mio nome,

E mendicar pietade, e far suggello

De' miei nemici alla crudel sentenza.

No; fia mia gloria eterna: e tempio un giorno

Diverrà questa cella, ed inni e culto

Avrà dal Peregrin. Mentre, o Ferrara,

De' tuoi prenci al cader che fia non lunge,

Vote l'ampie tue sale, avrai sol vanto

Dalla corona mia, dal carcer fama,

Sarai d'abitatori allor deserta.

E tu, Leonora, in cui vil già parve

Ch'uom tal ch'io son, te amar potesse, e cara

Esser li spiacque a chi è minor de' regi,

Vanne: e al german di' tu, che delle pene

Ad onta e dei lunghi anni e d'alcun'ombra

D'insania forse, cui poteo la mente

Trar dal contagio del presente abisso,

L' indomito mio cor sempre t'adora.

Di' lui che quando di sue feste e giochi

Non più custodi, fia sol quest'una.

Quest'una parte a eternità sacrata.

E tu quando il folgor, ch'eccelsa cuna

E beltà crea, fia dileguato il lauro,

Dividerai, che ombreggerà mia tomba,

I nomi nostri a separar possente

Morte non fia, come niun mai, me vivo,

Trarti dal cor potrà. Sì; noi congiunti

Vuol per sempre il destin: ma troppo ahi tardi!

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Tasso

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011