Giuseppe Bonghi

Biografia di Niccolò Machiavelli

(1469-1527)

l'infanzia, dal 1469 al 1498; 

il segretariato, dal 1492 al 1512; 

il letterato, dal 1513 al 1527.

 

Machiavelli è indubbiamente uno dei più straordinari personaggi sia della storia del mondo che della  letteratura italiana: della storia perché ha lasciato una impronta indelebile nel campo dello studio dell'organizzazione politica e giuridica del principato e della repubblica (Il Principe e i Discorsi sulla prima deca di Tito Livio), separando la scienza (e filosofia) politica dalla filosofia morale, attraverso la conoscenza della realtà dei fatti storici (verità effettuale); della nostra letteratura perchè la novella Belfagor e la commedia La Mandragola sono due grandi capolavori, tanto che, come in molti affermano, se egli si fosse dato alla scrittura letteraria, avrebbe impresso sicuramente una svolta al teatro italiano, come Molière in Francia. Inevitabile quindi una più approfondita disamina della sua vita nei tre periodi che l'hanno caratterizzata.

Machiavelli, come dice il De Sanctis, con la sua scienza politica, teorizza l'emancipazione dell'uomo dagli influssi degli elementi soprannaturali e fantastici creati dai potenti, pur in grande anticipo sui tempi (fino all'Illuminismo quest'influsso sarà tangibile nella pratica quotidiana sia politica che religiosa ed economica), non solo perché 

- al concetto di una superiore provvidenza (o Fortuna) che regge le cose umane affianca il concetto dell'uomo creatore della storia, con la potenza del suo spirito e della sua intelligenza, ma soprattutto perché 

- al concetto di ubbidienza alle “auctoritates”, che tutto predispongono e ordinano e legiferano e capiscono e comprendono e spiegano e dicono tutto quel che si ha da fare e pensare e credere e amare e sentire e vedere e ascoltare, ecc. ecc., sostituisce l'osservazione della realtà e l'esperienza quotidiana; 

- alla  “morale”, con le sue regole sterili che nessuno segue, sostituisce le regole della pratica politica quotidiana, che con la morale religiosa nulla hanno a che fare;

- al concetto di feudo sostituisce il moderno STATO svincolato dal potere religioso;

- al concetto di Chiesa universale sostituisce il concetto di una Chiesa subordinata allo STATO, anche se in modo ancora poco chiaro.

Le riflessioni di Machiavelli maturano e si sviluppano nella sua esperienza quotidiana, che diventa la sua “verità effettuale”, sia come uomo che come politico che svolge la sua azione all'interno di Firenze con la segreteria della seconda Cancelleria, e all'esterno come inviato speciale della Repubblica o di accompagnatore dell'orator, cioè dell'ambasciatore, o con un incarico impegnativo che, in mancanza di un titolo onorifico come quello di orator, impegnava ben più a fondo tutta la sua persona, perché non sostenuto fino in fondo dalla Repubblica fiorentina.

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Abbiamo diviso la biografia machiavelliana in 3 sezioni, che rispecchiano le tre epoche della sua vita, che presentano una forte caratterizzazione individuale, tanto da non permettere  una formulazione diversa  dei periodi della sua vita.

Machiavelli è l’uomo della realtà quotidiana, che va analizzata e capita perché in essa troviamo la fonte di tutti gli atteggiamenti umani, del perché delle loro azioni della strada dei loro pensieri, dei fondamente della loro personalità, della forza e/o della debolezza delle loro decisioni, del rispetto che sanno incutere negli altri e del rispetto con cui affrontano i problemi. Per Machiavelli capire le cose era era una prassi quotidiana: ogni suo giudizio, ogni parere che dava era basato su ciò che aveva imparato alla scuola della vita. Il potere per lui non poteva essere un esercizio solamente di forza, perché la vita non era composta di sola forza, ma di una serie complessa di elementi che andavano ragionati giorno per giorno. E quella prassi quotidiana era allo stesso tempo l’atto preparatorio e quello conclusivo delle sue decisioni o dei suoi consigli a chi le decisioni doveva prenderle.

Abbiamo individuato tre epoche nella sua vita ben distinte e caratterizzate.

l'epoca dell'infanzia, le prime letture, i primi maestri, dal 1469 al 1498;

l'epoca del segretariato, le ambasciate, le relazioni dal 1492 al 1512;

l'epoca del letterato, le grandi opere, Firenze e i Medici, dal 1513 al 1527.

Machiavelli è indubbiamente uno dei più straordinari personaggi sia della storia del mondo che della letteratura italiana: della storia perché ha lasciato una impronta indelebile nel campo dello studio dell'organizzazione politica e giuridica del principato e della repubblica (Il Principe e i Discorsi sulla prima deca di Tito Livio), separando la scienza (e filosofia) politica dalla filosofia morale, attraverso la conoscenza della realtà dei fatti storici (verità effettuale); della nostra letteratura perchè la novella Belfagor e la commedia La Mandragola sono due grandi capolavori, tanto che, come in molti affermano, se egli si fosse dato alla scrittura letteraria, avrebbe impresso sicuramente una svolta al teatro italiano, come Molière in Francia. Inevitabile quindi una più approfondita disamina della sua vita nei tre periodi che l'hanno caratterizzata.

l'infanzia (1469-1498)

Niccolò Machiavelli nasce a Firenze il 3 maggio 1469 da Bernardo e Bartolomea de' Nelli "ad hore 4", come possiamo leggere nel Libro dei battesimi conservato nell'Archivio dell'Opera di Santa Maria del Fiore, e viene battezzato il giorno successivo. La famiglia paterna apparteneva all'antica piccola nobiltà fiorentina, che aveva dominato in Val di Pesa e in Val di Greve e per qualche tempo su Montespertoli prima di cadere sotto l'egemonia del comune fiorentino; trasferitasi a Firenze, si allea con la parte Guelfa del Sesto d'Oltrarno, e purtroppo era la parte perdente, tanto che dovette abbandonare Firenze nel 1260 dopo la rotta di Montaperti, come ricorda anche Giovanni Villani nella sua Cronica. I Machiavelli raggiunsero alti gradi dell'ufficio di governo della città (tennero per tredici volte l'ufficio di Gonfalone di Giustizia e in vari tempi per 53 volte il Priorato); ma già dagli ultimi decenni del Trecento cominciò un lento declino. Lo stemma di famiglia aveva quattro chiodi (“mali clavelli”, chiodi cattivi per chi li offendesse), agli estremi della croce d'argento in campo azzurro. Anche la madre (di cui si diceva che avesse una buona cultura e sapesse comporre poesie) apparteneva a una famiglia abbastanza distinta, proveniente dagli antichi conti di Borgonuovo di Fucecchio, noti fin dal decimo secolo (ebbe l'onore di ricoprire una volta con Francesco di Nello l'ufficio di Gonfaloniere e per cinque volte la carica del Priorato).

Correva l'anno in cui Lorenzo il Magnifico divenne signore di Firenze dando vita ad un'epoca di straordinario splendore: in quegli anni Firenze ospitò e dette vita a intellettuali grandissimi, come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, artisti fra i più grandi mai esistiti come Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, e artisti di grandezza assoluta le cui opere sono l'orgoglio dei più importanti musei del mondo come Raffaello e Botticelli; Firenze fu senza paragone “la sede più importante del moderno spirito italiano ed anzi europeo” e “il primo fra gli stati del mondo moderno” (Burckhardt).

Il padre di Niccolò, Bernardo, era un uomo di legge, giureconsulto e tesoriere della Marca oltre che possessore di poderi che curava personalmente; godeva in Firenze di una buona notorietà e partecipava ai circoli umanistici e culturali della città. Per accrescere i mezzi economici fondamentali per vivere un'esistenza dignitosa, era dovuto andare a servizio di vari comuni della zona. Questa “ristrettezza” economica iniziale peserà non poco sulla vita di Niccolò sia quando entrerà nella vita politica come segretario della Repubblica, che in seguito, con la perdita dell'incarico e il suo allontanamento decretato dai Medici.

Fu anche per esplicita volontà di Bernardo che il figlio Niccolò potè avere un'ampia e approfondita formazione culturale umanistica. E per conseguirla, il giovane Machiavelli studiò con più profitto di molti suoi coetanei, mettendo bene a frutto le sua grandi attitudini intellettive: conobbe il latino e un poco di greco e soprattutto i grandi scrittori della lingua del Trecento fiorentino; ma soprattutto lesse i classici e visse attentamente la vita del suo tempo, comprendendo che non si può risalire al passato senza intendere e vivere intensamente il presente, perché l'uomo del presente è l'uomo di sempre pur nella diversità delle circostanze e delle apparenze in cui si manifestano le sue azioni.

Machiavelli vive in una città di mercanti e di banchieri, nella quale corrono le notizie politiche ed economiche provenienti da tutto il mondo, notizie che vengono variamente commentate per capire i risvolti che certi fatti hanno o potrebbero avere su Firenze. Uno degli “amici” (e si dice anche maestro dal 1494) di quegli anni è senza dubbio Marcello Virgilio Adriani, che sarà segretario della Repubblica, in particolare dei Dieci di Balìa, col quale in qualche modo collaborerà, soprattutto quando viene inviato in legazione: le lettere dei Dieci Magnifici domini sono firmate Marcellus. Della sua giovinezza si sa poco o nulla, come poco si sa dei suoi maestri o dei suoi studi; qualche notizia ce l'offre Bernardo Machiavelli nel suo Libro di ricordi: nel 1476 comincia a studiare aritmetica e latino, e dal 20 marzo (Ricordo questo dì detto di sopra come insino adì 5 del presente cominciò Nicolò mio andare a imparare da ser Battista di F[i]lippo da Poppi. Insègnali il donatello; per lo insegnamento tiene scuola nella chiesa di San Benedetto dallo Studio.), e ricordiamo per inciso che con la parola donatello, da Elio Donato, un grammatico del IV secolo, viene indicato il testo di grammatica; dal novembre 1481 passa alla scuola del latinista ser Pagolo da Ronciglione, col quale approfondisce la lettura degli autori latini. Possiamo facilmente immaginare che sono questi gli anni in cui studiò approfonditamente la storia romana e quella greca e i grandi scrittori antichi.

In pochi anni perde entrambi i genitori: nel 1496 gli muore la madre e quattro anni dopo, il 10 maggio 1500, il padre. Nel 1497 patrocina a nome di “tutta la famiglia de' Machiavegli, cives florentini” una causa relativa al possesso del podere di Fagna, e quindi alla rivendicazione di relativi prelievi fiscali, che da qualche tempo erano passati nelle mani della potente famiglia fiorentina dei Pazzi. Fagna era una Pieve molto rispettabile e ricca e si trovava nella zona del Mugello, a pochi chilometri a nord di Firenze e passerà in seguito tra le proprietà dei marchesi Rangoni di Modena. Della lite conserviamo una lettera al cardinale Giovanni Lopez, che avrebbe dovuto dirimere la questione, in cui troviamo già riflessi i caratteri della prosa del grande Machiavelli del Principe: Tucte le cose che dagli huomini in questo mondo si posseggono, el più delle volte, anzi sempre, quelle da duoi donatori dependere se è per experientia conosciuto; da Dio prima, iusto di tucto retribuitore; secondo, o per iure hereditario, come da' parenti nostri, o per donatione come dagli amici, o per commodità di guadagno prestataci, come da' mercatanti ne' loro fedeli minixtri. Et tanto più merita d'essere stimata la cosa che si possiede, quanto da più degno donatore depende.

Il Machiavelli fu testimone oculare di molti fatti salienti della sua città: arresti, condanne, esilii, esecuzioni capitali come quelle dell'arcivescovo Salviati e Iacopo Poggio Bracciolini, che vide pendere dalle finestre di Palazzo Vecchio:

L'Arcivescovo intanto, entrato dal Gonfaloniere, sotto colore di volergli alcune cose per parte del Papa riferire, gli cominciò a parlare con parole spezzate e dubie; in modo che l'alterazione che dal viso e dalle parole mostrava generorono nel Gonfaloniere tanto sospetto che a un tratto, gridando, si pinse fuora di camera, e trovato Iacopo di messer Poggio, lo prese per i capegli e nelle mani de' suoi sergenti lo misse. E levato il romore tra i Signori, con quelle armi che il caso sumministrava loro, tutti quegli che con l'Arcivescovo erano saliti da alto, sendone parte rinchiusi e parte inviliti, o subito furono morti, o così vivi, fuori delle finestre del Palagio gittati; intra i quali l'Arcivescovo, i duoi Iacopi Salviati e Iacopo di messer Poggio appiccati furono. (Machiavelli, Istorie fiorentine).

o la morte di Lorenzo il Magnifico:

che di aprile, nel 1492, morì, l'anno quarantaquattro della sua età. Né morì mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in Italia, con tanta fama di prudenza, né che tanto alla sua patria dolesse. E come dalla sua morte ne dovesse nascere grandissime rovine ne mostrò il cielo molti evidentissimi segni: intra i quali, l'altissima sommità del tempio di Santa Reparata fu da uno fulmine con tanta furia percossa, che gran parte di quel pinnacolo rovinò, con stupore e maraviglia di ciascuno. Dolfonsi adunque della sua morte tutti i suoi cittadini e tutti i principi di Italia: di che ne feciono manifesti segni, perché non ne rimase alcuno che a Firenze, per suoi oratori, il dolore preso di tanto caso non significasse. Ma se quelli avessero cagione giusta di dolersi, lo dimostrò poco di poi lo effetto; perché, restata Italia priva del consiglio suo, non si trovò modo, per quegli che rimasono, né di empiere né di frenare l'ambizione di Lodovico Sforza, governatore del duca di Milano. Per la quale, subito morto Lorenzo cominciorono a nascere quegli cattivi semi i quali, non dopo molto tempo, non sendo vivo chi gli sapesse spegnere, rovinorono, e ancora rovinano, la Italia. (Machiavelli, Istorie fiorentine)

o l'entrata in Firenze di Carlo VIII nel 1494 e l'ascesa di fra Girolamo Savonarola, priore del convento di San Marco, avversario dei Medici e ostile al Papa Alessandro VI, che nelle sue infuocate prediche denunziò i corrotti costumi del Clero e della Curia papale annunciando sulla Chiesa che sarebbero arrivati i castighi di Dio; Firenze si divise in due, da un lato i piagnoni seguaci del frate, e dall'altra i Palleschi, amici dei Medici insieme agli arrabbiati (fautori delle famiglie aristocratiche) e ai compagnacci (giovani gaudenti che rifiutavano l'austerità dei costumi imposti dal frate). Quando le prediche del Savonarole divennero troppo violente, il Papa lo scomunicò minacciando contro Firenze l'interdetto, che avrebbe avuto tragiche conseguenze economiche, in quanto scioglieva tutti i debitori italiani e stranieri da ogni impegno. Allora una grande folla assaltò il convento di San Marco e costrinse il frate a consegnarsi nelle mani della Signoria, che lo sottopose a un primo processo inquisitorio e a un secondo alla presenza di commissari pontifici, accusato di impostura ed eresia, condannato ad essere impiccato insieme a due confratelli e arso nella piazza della Signoria, dinanzi a tutto il popolo: l'esecuzione avvenne il 23 maggio 1498, e una scritta commemorativa sulla Piazza della Signoria segna ancor oggi il punto esatto dove fu eretto il patibolo.

Machiavelli rimase estraneo all'ammirazione popolare per il frate domenicano, che anche Francesco Guicciardini ammirò:

Ma la quistione e differenzia resta circa la bontà della vita in che è da notare che se in lui fu vizio, non vi fu altro che el simulare causato da superbia ed ambizione; perché chi osservò lungamente la vita ed e' costumi sua, non vi trovò uno minimo vestigio di avarizia, non di lussuria, non di altre cupidità o fragilità, ed in contrario una dimostrazione di vita religiosissima, piena di carità, piena di orazioni, piena di osservanzia, non nelle corteccie ma nella medolla del culto divino: e però nelle esamine sua, benché e' calunniatori con ogni industria lo cercassino, non vi si trovò in queste parte da notare uno minimo difettuzzo. Le opere fatte da lui circa l'osservanzia de' buoni costumi furono santissime e mirabile, né mai in Firenze fu tanta bontà e religione, quanta a tempo suo; la quale doppo la morte sua scorse in modo, che manifestò ciò che si faceva di bene essere stato introdotto e sustemato da lui. Non si giucava piú in publico, e nelle casa ancora con timore; stavano serrate le taverne che sogliono essere ricettaculo di tutta la gioventú scorretta e di ogni vizio, la soddomia era spenta e mortificata assai; le donne, in gran parte lasciati gli abiti disonesti e lascivi; e' fanciulli, quasi tutti levati da molte disonestà e ridutti a uno vivere santo e costumato; ed essendo per opera sue sotto la cura di fra Domenico ridutti in compagnie, frequentavano le chiese, portavano e' capelli corti, perseguitavano con sassi e villani gli uomini disonesti e giucatori e le donne di abiti troppo lascivi; andavano per carnasciale congregando dadi carte, lisci, pitture e libri disonesti, e gli ardevano publicamente in sulla piazza de' Signori faccendo prima in quello dí, che soleva essere dí di mille iniquità, una processione con molta santità e divozione; gli uomini di età tutti vòlti alla religione, alle messe, a' vespri, alle prediche, confessavansi e communicavansi spesso; ed el dí di carnasciale si confessava uno numero grandissimo di persone; facevasi molte elemosine, molte carità. Confortava tutto dí gli uomini che, lasciate le pompe e vanità, si riducessino a una simplicità di vivere religioso e da cristiani, ... (Guicciardini, Storie fiorentine).

Gerolamo Savonarola, dopo la cacciata dei Medici da Firenze (grazie anche a Carlo VIII) e la restaurazione della Repubblica, aveva cercato di realizzare dal '94 al '98 un governo insieme democratico e teocratico; ma il suo tentativo non raggiunse lo scopo ed egli pagò il fallimento con la morte. Una lettera di Machiavelli indirizzata al Ricci contiene l'analisi del comportamento del Savonarola e alla fine una valutazione critica sprezzante del suo operato che tendeva solo a “secondare i tempi colorendo le sue bugie” in modo da spaventare i nemici e tenere stretti a sé i seguaci: gli appare in embrione la figura del “profeta disarmato”, di colui che non può servirsi della forza per far credere i suoi seguaci, ma solo delle parole, che presto si disperdono nell'aria.

A cinque giorni dall'esecuzione del Savonarola, forse grazie anche all'appoggio di Marcello Virgilio Adriani, professore nello Studio fiorentino, suo maestro di latino e forse greco che nel frattempo era divenuto capo della prima cancelleria, Machiavelli viene candidato all'ufficio di secondo cancelliere (o segretario) della Repubblica di Firenze, in sostituzione di Alessandro Braccesi, seguace del frate domenicano. Per avere l'ufficio occorreva avere capacità diplomatiche e competenze nelle materie umanistiche (conoscenza perfetta del latino, della storia antica e della filosofia morale dei classici, capacità stilistica e retorica).

Il 19 giugno viene eletto a quella carica (die 15 mensis junii 1498 in Consilio Octuaginta Virorum pro secunda Cancellaria loco ser Alexandri Braccesi, privati a dicto Officio, ex plurimis nominatis et scrutinatis, iuxta formam legis de materia disponentis, remanserunt electi infrascripti quatuor [] Missis singulariter ad partitum in Consilio Majori suprascriptis … qui sub die 15 ejusdem remanserunt electi in Consilio Octuaginta, prefatus Nicolao de Machiavellis, obtento legitime partito, habuit majorem numero fabarum nigrarum. Et sic juxta formam legis remansit electus pro dicta secunda cancellaria loco dicti ser Alexandri Braccesi et pro residuo temporis electionis ipsius ser Alexandri cum eodem salario…), un'elezione che sarebbe dovuta durare solo un mese per un salario di 192 fiorini annui) e, poiché la seconda cancelleria s'occupava soprattutto della corrispondenza relativa all'amministrazione dello Stato, Machiavelli come capo di questa sezione era anche considerato uno dei sei segretari del primo cancelliere e come tale viene ben presto assegnato, il 14 luglio, al Consiglio dei Dieci della guerra (o di libertà e di pace): il comitato responsabile per le relazioni estere e diplomatiche della Repubblica (Die 14 julii 1498. Item dicti Domini simul adunati [] deliberaverunt quod Nicolaus Domini Bernardi de Machiavellis eorum Cancellarium inserviat usque ad per totum mensem augusti prox. Fut. Officio Decem Libertatis Civitatis Florentiae.). Questi uffici gli daranno modo di radunare un vastissimo materiale storico e politico che costituirà l'ossatura di tutte le sue opere. Manterrà entrambe le cariche sino al 7 novembre 1512, anche se la seconda avrebbe dovuto avere la durata di un solo mese, per quattordici anni e cinque mesi. (liberamente tratto da Galarico; in corsivo i due decreti di nomina da “Deliberazioni de' Signori e Collegi dal 1494 al 1502”, provenienti dal Protocollo esistente nelle Riformagioni).

Il Segretario fiorentino (1498-1512)

Così Niccolò diviene il “Segretario fiorentino” per antonomasia, pur rimanendo una certa confusione sul suo ruolo effettivo perché di fatto una divisione netta tra prima e seconda cancelleria non esisteva, anche se gli stipendi erano notevolmente diversi: 330 fiorini annuali per la prima e 192 per la seconda. Comincia così la carriera diplomatica del Machiavelli (compirà ben 23 missioni diplomatiche) proprio nel momento in cui la politica italiana era cambiata dal momento in cui Carlo VIII era sceso in Italia: con la discesa del re francese e successivamente di Luigi XII i governi della penisola cessarono di formare un sistema indipendente, divenendo quasi semplici satelliti dei regni di Francia e Spagna, mentre tutti i problemi interni venivano discussi e decisi sotto l'influsso della politica straniera; i contrasti tra i vari governi non venivano più trattati nei senati e nelle piazze italiane, ma nelle anticamere di Luigi di Francia e Ferdinando di Spagna. La prosperità degli stati della penisola dipendeva più dall'abilità degli ambasciatori che dall'azione politica di coloro cui era affidata l'amministrazione della cosa pubblica e gli interessi delle grandi e potenti famiglie locali.

L'ambasciatore doveva compiere uffici molto delicati; “era un avvocato alla cura del quale erano affidati i più cari interessi dei clienti, una spia investita di carattere inviolabile. Invece di consultare, con modo riservato ed ambiguo, la dignità di coloro che rappresentava, doveva cacciarsi in tutti gli intrighi della corte in cui risiedeva, riscoprire e lusingare ogni debolezza del principe e dei favoriti che governavano il principe, e degli staffieri che governavano i preferiti. Doveva far complimenti ed essere di giovamento alla bella e corrompere con doni il confessore, lusingare o supplicare, ridere o piangere, assecondare ogni capriccio e sopire ogni sospetto, far tesoro di ogni indizio, osservare tutto e tutto sopportare”. (Macaulay, 1868)

Nel marzo 1499 Machiavelli compie la sua prima missione: viene inviato presso Jacopo d'Appiano, signore di Piombino per sorvegliare l'arruolamento delle truppe mercenarie; nel successivo mese di luglio viene inviato presso Caterina Riario Sforza, contessa di Forlì, e madre del futuro Granduca Cosimo I, per indurla a partecipare alla guerra contro Pisa; dal 1° settembre 1499 fino al luglio dell'anno seguente, ha una legazione presso il campo militare che opera contro Pisa segue le truppe fiorentine e manda un breve rapporto al Consiglio dei Dieci: Discorso fatto al magistrato dei Dieci sopra le cose di Pisa. Proprio durante questo periodo, all'inizio del 1500, al soldo di Firenze, i francesi avevano mandato un corpo di 8000 mercenari guasconi, sotto il comando di Beaumont, per l'espugnazione di Pisa; i guasconi, visti vani i tentativi disordinati di espugnazione della città, all'improvviso di ammutinarono e se ne andarono; si ribellò anche il corpo degli Svizzeri, che con insulti e minacce estorse al commissario fiorentino Luca degli Albizi 1300 ducati.

Anche per il comportamento del corpo dei guasconi, Machiavelli nel mese di luglio, insieme a Francesco della Casa, viene inviato presso Luigi XII per esprimere il risentimento della Repubblica fiorentina generato dall'ammutinamento delle truppe francesi. Pur fallendo nello scopo principale (ottenere validi aiuti contro Pisa) intesse un'abile trama diplomatica col fine di ridare prestigio e importanza strategica alla Repubblica fiorentina attraverso un'azione volta a “diminuire e' potenti, vezegiare li sudditi, mantenere li amici e guardarsi da' compagni, cioè da coloro che vogliono avere equale autorità”, come scrive in una delle lettere che quotidianamente inviava a Firenze al Consiglio di Balia, anticipando concetti che esprimerà nel III capitolo del Principe in cui analizza proprio gli errori della condotta di Luigi XII in Italia.

Nel febbraio 1502 viene inviato a Pistoia, lacerata da lotte intestine. Un'esperienza su cui scrive due promemoria: Ragguaglio delle cose fatte dalla Repubblica Fiorentina per quietare le parti di Pistoia e il De rebus pistoriensibus, che propongono i principali temi del pensiero politico machiavelliano: impedire il frazionamento municipalistico del territorio dominato da Firenze e ostacolare qualsiasi tentativo unificatore delle regioni centro-settentrionali dell'Italia, nel pieno rispetto del sentimento che mirava esclusivamente alla sicurezza della Repubblica fiorentina che perseguiva quale segretario della seconda cancelleria, mantenere l'ordine pubblico.

Nello stesso anno, in giugno, Cesare Borgia, nominato duca di Valentinois da Luigi XII, e perciò chiamato Duca Valentino, dopo aver conquistato Faenza il 25 aprile e compiuto così la conquista della Romagna, si impadronisce del Ducato di Urbino, scatenando una campagna militare contro i piccoli signori marchigiano-romagnoli, con l'azione politica del padre Papa Alessandro VI (che nomina il figlio duca di Romagna) e l'appoggio delle milizie francesi, attraversando da padrone i territori della Repubblica fiorentina, timorosa delle armi di re Luigi. I piccoli signorotti locali si coalizzano nella Lega della Magione, località presso Perugia, dove fu tenuta la riunione il 9 ottobre 1502, alla quale parteciparono anche alcuni nobili della campagna romana:

 “Congregornosi adunque alla Magione, in quel di Perugia, il cardinale Orsino (il quale dopo la partita del re, temendo di ritornare a Roma, si era stato a Monteritondo), Pagolo Orsino, Vitellozzo, Giampagolo Baglione e Liverotto da Fermo, e per Giovanni Bentivogli Ermes suo figliuolo, e in nome de' sanesi Antonio da Venafro ministro confidentissimo di Pandolfo Petrucci; dove, discorsi i pericoli loro sí evidenti, e l'opportunità che avevano per la ribellione dello stato d'Urbino e perché al Valentino abbandonato da loro restavano pochissime genti, feciono confederazione a difesa comune e a offesa di Valentino e a soccorso del duca d'Urbino, obligandosi a mettere tra tutti in campo settecento uomini d'arme e novemila fanti… Nella quale confederazione, avendo grandissimo rispetto a non irritare l'animo del re di Francia … Ricercorono oltre a questo il favore de' viniziani e de' fiorentini, offerendo a questi la restituzione di Pisa, la quale dicevano essere in arbitrio di Pandolfo Petrucci per la autorità che avea co' pisani; ma i viniziani stetteno sospesi aspettando di vedere prima la inclinazione del re di Francia, e i fiorentini ancora, per la medesima cagione e perché avendo l'una parte e l'altra per inimici temevano della vittoria di ciascuno…”. (Guicciardini, Storie fiorentine)

La coalizione contro il Duca fallisce sia per l'indecisione e l'ingenuità dei vari partecipanti, sia perché viene a mancare l'aiuto sperato di Venezia (quasi timorosa del re francese e soprattuto del Papa e quindi della loro alleanza che si sarebbe potuta ritorcerle contro) e di Firenze per motivi puramente politici. Poiché il Valentino stava già istigando Arezzo e la Val di Chiana a ribellarsi a Firenze, questa si vide costretta a contattarlo in modo da rallentarne l'ascesa e cercare di rimandare a tempi più propizi la soluzione del problema. Dopo essersi riconciliato con i condottieri ribelli (che avevano partecipato alla Dieta della Magione), dando dimostrazione di grane disponibilità umana ed economica, il Valentino, dopo averli rassicurati tanto ampiamente da arrivare quasi ad ingraziarseli, facendo loro dimenticare in gran parte i contrasti del recente passato, invita a Senigallia i partecipanti alla Dieta per celebrarvi la ratifica dei nuovi accordi, il 31 dicembre 1302, dove li fa invece catturare e strangolare.

 Venne il dí ordinato Valentino a Sinigaglia, al quale si feciono incontro Pagolo Orsino e il duca di Gravina, Vitellozzo e Liverotto da Fermo, e da lui raccolti con grandissime carezze l'accompagnorono insino alla porta della città, innanzi alla quale si erano fermate tutte le genti del Valentino in ordinanza. Nel qual luogo volendo essi licenziarsi da lui, per ridursi agli alloggiamenti loro che erano di fuora, insospettiti già per vedere che avea maggiore gente di quella che credevano avesse, gli ricercò venissino dentro perché aveva di bisogno di ragionare con loro; il che non potendo ricusare, benché con l'animo già quasi indovino del futuro male, lo seguitorno nel suo alloggiamento, e con lui ritirati in una camera, dopo poche parole, perché, sotto scusa di volere pigliare altre vesti, si partí presto da loro, furono da genti che sopravenneno nella camera fatti tutti a quattro prigioni; e in uno tempo medesimo mandati a svaligiare i loro soldati. E il dí seguente, che fu l'ultimo dí di dicembre, acciò che l'anno mille cinquecento due terminasse in questa tragedia, riservando gli altri in prigione, fece strangolare in una camera Vitellozzo e Liverotto

Machiavelli è presente ai fatti e al suo ritorno a Firenze scriverà l'operetta Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, riprendendo, con qualche piccolo mutamento, una lettera inviata ai dieci di Balìa.

In questo quadro politico, nell'ottobre 1502 il vescovo Soderini, fratello di Pier Soderini Gonfaloniere di Firenze dal 1498, si reca ad Urbino per incontrare Cesare Borgia; con deliberazione del 5 ottobre Machiavelli viene inviato a Imola (che affianca il Soderini nella sua azione politica) per incontrare il duca Valentino con finalità sia politiche:

fare ogni officio di buoni amici; e che per tale cagione ti abbiamo mandato in posta a sua Eccellenzia, parendoci che la importanzia della cosa ricerchi così; e per significarli di nuovo, come in questi movimenti de' vicini nostri, noi siamo per avere ogni rispetto a le cose sua, e averle nel medesimo grado che le abbiamo sempre aùte, respetto al reputare tutti li amici di Francia, nostri amici, e dove si tratti dello interesse loro, trattarsi ancora del nostro

che economiche:

 E dopo questo primo parlare o in questa prima audienzia o da poi, ringrazierai con ogni efficacia la sua Eccellenzia del beneficio conferito a' nostri mercanti, el quale noi reputiamo conferito in noi e come cosa pubblica, della liberazione di quelli panni ritenuti a' mesi passati ad Urbino; de' quali ci è oggi nuova in questi mercanti, che sono stati consegnati a' mandati loro con amorevole dimostrazione, mostrando avere ancora di tal cosa commissione particulare; descendendo da poi, quando tu ne arai buona occasione, ad ricercare in nome nostro dalla sua Eccellenza sicurtà e salvacondutto, per li paesi e stati suoi, per le robe dei nostri mercanti che andassino e venissino di Levante...

È durante questi incontri che il Nostro ha quelle impressioni che caratterizzeranno il protagonista del Principe, che appare un audace e spietato statista, dotato di eccezionali capacità politiche prima ancora che militari, freddamente determinato a crearsi uno stato e genialmente incamminato sulla strada della creazione di una milizia personale e cittadina, scartando le milizie ausiliarie e mercenarie, infide e spesso traditrici, comunque più legate al soldo che a rischiare la vita per chi le ha ingaggiate. Machiavelli resta molto colpito dal personaggio, tanto che chiede al suo coadiutore di cancelleria, Biagio Buonaccorsi, una copia delle Vite di Plutarco per cercarvi evidentemente un termine di paragone col Valentino che si impone come personaggio quasi mitizzato, una figura che incarna bene il “principe” dotato di quella virtù che permette di prendere le decisioni opportune al momento opportuno, tenendo presente il fine principale che ogni principe deve sempre tenere bene a mente: mantenere il principato. Machiavelli ravvisa nel Valentino il principe che poteva incarnare la vera capacità politica di comando e dominio delle situazioni che man mano si venivano creando in modo fluido e quasi inafferrabile. Ma un'estrema malignità di fortuna toglierà di mezzo un personaggio che non aveva avuto il tempo di mettere radici nella situazione politica italiana, pur avendo capito che uno dei mezzi per poter trionfare su coloro che ti vogliono togliere il potere è quello di avere truppe personali e non mercenarie o ausiliarie o miste.

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Nell'autunno 1501 Machiavelli si sposa con Marietta Corsini, figlia di Lodovico, di origini popolane, e l'anno dopo, mentre è in procinto di partire per la legazione presso il Duca Valentino, in appoggio a Francesco Soderini, ha il primo figlio, una femmina, cui viene imposto il nome di Primavera (o Primerana, come riportano altri). Le notizie su Monna Marietta sono abbastanza scarse, e le abbiamo soprattutto attraverso le lettere che i suoi amici gli scrivono: il 14 ottobre 1502 Agostino Vespucci scrive: uxor tua duos illos aureos accepit, opera Leonardi affinis et amantis tui. E subito dopo gli scrive Biagio Buonaccorso, in una lettera che accompagna l'invio di panni puliti (i legati della Repubblica dovevano farseli mandare da casa) che la moglie, un po' adirata per la lontananza del marito e operché questi le scrive troppo poco, gli prepara: Monna Marietta mi ha mandato per il suo fratello ad domandare quando tornerete; et dice che la non vuole scrivere, et fa mille panie, et duolsi che voi li promettesti di stare 8 dì et non più; sì che tornate in nome del diavolo, ché la matrice non si risentissi, ché saremo impacciati insieme con frate Lanciolino.

E i primi tempi sono un po' difficili, vuoi perché Machiavelli comincia ad essere inviato troppo spesso fuori Firenze, vuoi per il carattere dei due sposi, vuoi per la salute cagionevole di Primavera, che comunque il Nostro cerca di proteggere preparandole un futuro non minaccioso di difficoltà e stenti. D'altronde lo stipendio che guadagna come cancelliere è abbastanza misero e non permette spese qualche volta pazze, e questo lo sappiamo bene attraverso una lettera scrittagli il 21 ottobre dal collega e amico Biagio Bonaccorsi quando Machiavelli si compra una sorta di soprabito col cappuccio (tipico dell'epoca, comune sia alle donne che agli uomini, e chiamato popolarmente uchettone): E' mi duole non vi havere servito in tutto, perché mona Marietta vostra ha saputo di questo uchettone, et fa mille pazie. Et se voi non havessi allogato la putta sua sì bene, come havete starebbe di mala vogla; ma desiderrebbe intendere le circumstantie della dota: il donamento et altre cose è ad ordine, et tutte le cornachie di Sardigna verranno ad honorarla et accompagnarla honorevolmente. Sono tutti problemi concreti, che una volta risolti metteranno il matrimonio sulla giusta via.

Il matrimonio fu felice? certamente non le sarà molto fedele: nelle sue lettere parla spesso di amori fugaci (alla sfuggiasca) o anche tenaci e persistenti nel tempo, come quello per la Riccia o per la cantante Barbara Salutati, che porterà con il suo coro a cantare alla rappresentazione della Mandragola che il Guicciardini voleva far rappresentare a Faenza (o a Bologna), per la quale lo stesso lui stesso avrebbe preparato le canzonette; la relazione con la “Bàrbera” durerà in pratica fino alla sua morte. Rispondere alla domanda non è facile, perché non ho in mano una documentazione sufficiente; certo qualche dubbio viene leggendo certe lettere inviate a Niccolò, soprattutto nel primi tempi della loro unione; ma risulta anche che Machiavelli non si lamentò mai apertamente della moglie, una donna schiva e modesta, dotata di una grande ragionevolezza, che ha i piedi ben piantati per terra e bada bene alla realtà delle cose e della vita quotidiana, che è capace di restare nell'ombra sia quando le cose vanno bene che quando vanno male. Donna Marietta fa molte difficoltà, ma imparerà presto a stare sola in Firenze, mentre il marito è impegnato lontan in Italia e spesso oltre le Alpi.

Nel 1503, mentre si trova a Roma in legazione per la elezione del nuovo Papa, Marietta partorisce il secondo figlio, e questa volta è un maschio, il 10 novembre, e gli viene imposto, come da tradizione, il nome di Bernardo, quello del padre di Niccolò, morto come abbiamo detto nel 1500. A Roma Niccolò vive in grande ambascia non solo perché sta diventando padre per la seconda volta e si spera di un figlio maschio per cui vorrebbe trovarsi a Firenze, ma soprattutto perché in città infuria il colera e molti ne muoiono: egli stesso non sta bene e rivela nelle sue lettere a Firenze i suoi timori, tanto che gli amici Francesco del Nero prima (Verèbemi voglia di dire che voi non fusse Nicholò, essendovi in tanto prosternato et invilito per una chosa che aviene a ogn'omo 100 volte in vita. In e chasi simili, chi è più diligiente fa uno pocho di purghagione achomodate, et poi vi pensa tanto quanto basta. Non vorrei, in vostro servigio, Totto m'avessi mostrata la vostra, né anchor voi aresti voluto; ma lui à facto l'uficio in questo di savio, a fine che io possa amonirvi chome si conviene, ché avete aùto uno figliuolo, che a me in questo anno possa avenire non credo chosa, non sendo di molto peso, m'abi a turbare, ché non fu mai il più bello naccherino, né il più vivo. ) e il fratello Totto (non dicho che non sia bene riguardarsi, ma non si disperare però d'un chaso che avenga chome è avenuto a voi, ma stare di buono animo, e fare pensiero di non avere per nessuno modo avere male: e chi fa a questo modo e riguardasi, per nessuno modo è da pensare che gli abia male veruno. E però state di buono animo, ché lo invilire è chosa da fanculli o da donne.) gli scrivono per confortarlo.

La notizia della nascita del figlio l'abbiamo, oltre che dalla solita lettera di Biagio Buonaccorsi, anche da Monna Marietta, in una tenerissima e breve lettera affronta tutti i temi della loro vita quotidiana, dalla lontananza di Niccolò al suo orgoglio di essere sua moglia, dal morbo che sta infestando Roma alla richiesta di avere da lui più lettere e alla letizia della nascita del bambino, che “visto che somigla a voi parmi bello”, che è una profonda dichiarazione del suo amore per Niccolò:

Firenze, 24 novembre 1503

Spettabili viro Nicholò di Messer Bernardo Machiavelli. In Roma.

 Al nome di Dio a dì 24.

Carissimo Nicholò mio. Voi mi dilegiate ma non n'avete ragione, ché più rigollio arei se voi fussi qui: voi che sapete bene chome io sto lieta quando voi non siete qua giù; e tanto più ora che m'è stato detto chostassù è si gran morbo, pensate chome io sto chontenta, che e' non trovo riposo né dì né note. Questa è la letizia ch'i' ò del bambino. Però vi prego mi mandiate letere un poco più speso che voi non fate, ché non ò ante se non tre. Non vi maravigliate se io non v'ò scripto, perché e' non ò potuto, ch'ò auto la febre insino a ora: non sono adirata. Per ora el bambino sta bene, somiglia voi: è bianco chome la neve, ma gl'à el capo che pare veluto nero, et è peloso chome voi; e da che somiglia voi, parmi bello; et è visto che pare che sia stato un ano al mondo; et aperse li ochi che non era nato, e mese a tumore tuta la casa. Ma la bambina si sente male. Ricordovi el tornare. Non altro. Iddio sia co' voi, e guardevi.

Mandovi farseto e dua camice e dua fazoleti e uno sciugatoio, che vi ci cucio.

Vostra Marieta in Firenze

Da Mona Marietta Machiavelli avrà altri cinque figli, oltre i citati Primavera e Bernardo:

– Guido (n. 1511)

– Lodovico 1504, che morirà nel 1530 in battaglia a difesa di Firenze contro le soldatesche del Principe d'Orange

– Piero (1514-1564), scrittore mediocre

– Totto (n. 1525) ultimo figlio

– e un'altra femmina, Baccina, (diminutivo familiare di Bernarda), che si sposerà con Giovanni de' Ricci;

– nel primo testamento, del 1511, la nomina usufruttuaria di tutti i suoi beni (pagae hujusmodi creditorum Montis, seu fructus, redditus, et proventus hujusmodi bonorum immobilium pleno jure pertineant, et spectent, et pertinere et spectare debeant, ultra dotes suas praedictas, dictae, et ad dictam Dominam Mariettam ejus tantum vita durante, et ea stante vidua, et vitam vidualem, et honestam servante) dopo averla ricordata in modo affettuoso (uxori suae dilectae).

Nella primavera del 1503, con deliberazione del 26 aprile, con lo scopo di ottenerne l'assenso a partecipare a una lega contro Pisa, viene mandato a Siena presso Pandolfo Petrucci che sempre era stato incline a fare il doppio gioco, parteggiando sia per la Repubblica fiorentina che per i Pisani; il Petrucci alla fine di gennaio si era allontanato da Siena con salvacondotti e lettere speciali del Duca Valentino che si voleva impadronire anche di quella città, rifugiandosi a Lucca, dove pochi giorni dopo il Valentino inviò cinquanta uomini armati per ucciderlo, senza riuscirvi, perché questi furono trattenuti a Cascina dal Commissario fiorentino; scampato il pericolo, rientrò nella sua Siena il 29 marzo con l'aiuto del re di Francia e della Repubblica fiorentina alla quale si era obbligato a restituire il comune di Montepulciano.

Nel mese di giugno viene incaricato da Pier Soderini di organizzare le forze militari per mettere fine proprio alla lotta contro Pisa e per domare la situazione esplosiva delle ribellioni della Valdichiana e di Arezzo.

Il 18 agosto muore improvvisamente Alessandro VI, sembra avvelenato per errore in un ennesimo complotto da lui stesso organizzato insieme al figlio Cesare ai danni del Cardinale Adriano Castellesi di Corneto di cui avrebbe voluto incamerare i cospicui beni da utilizzare per la continuazione e il completamento dell'impresa del Valentino nella conquista della Toscana e forse anche della secolarizzazione dello stato della Chiesa. Invitato dal Cardinal Castellesi nella sua villa, per errore gli viene data dal servitore quella stessa coppa di vino avvelenata che era stata destinata al padrone di casa. Il collegio dei cardinali venne a patti col Duca Valentino, temendone un colpo di mano, pur sapendo che giaceva a letto gravemente ammalato di malaria ma con molti uomini pronti alle armi: gli venne promesso il mentenimento dello Stato di Romagna e il titolo di Gonfaloniere della Chiesa in cambio del suo allontanamento da Roma. Il 22 settembre viene eletto Papa, coi voti dei cardinali spagnoli amici del Duca, Francesco Todeshini Piccolomini, già malato gravemente di gotta, che prenderà il nome di Pio III, che per paura sarebbe rimasto neutrale fra il Valentino e i suoi rivali. Ma per colmo di sfortuna, e di sventura, del Valentino, che si era recato a Nepi, a una cinquantina di chilometri a nord di Roma, vicino Civita Castellana per guarire, anche il suo successore avrà vita breve e morirà il 18 ottobre, dopo soli ventisei giorni di pontificato.

Due giorni dopo la scomparsa del Papa, il cardinale Giuliano della Rovere, persona di grande prestigio, aveva riunito in una specie di preconclave in Vaticano i prelati spagnoli e Cesare Borgia garantendogli le stesse promesse fattegli due mesi prima dal collegio cardinalizio con l'aggiunta della nomina a Capitano generale della Chiesa. Dietro lauti compensi il cardinale si assicurò anche l'appoggio della restante parte del collegio. Il 31 ottobre si apre il Conclave e Giuliano vi entra “già Papa”, come scrisse il Castiglioni, venendo eletto già al primo scrutinio. Prende il nome di Giulio II. È l'elezione che segna la fine del Valentino, che non è ancora guarito dalla grave malattia che lo aveva colpito e reso quasi in fin di vita e quindi impossibilitato a influire in maniera decisiva nell'elezione del nuovo papa. Giulio II, che non aveva dimenticato i passati torti, usa gli stessi mezzi del Borgia, si rimangia il patto stretto da poche settimane, e si vendica degli affronti subiti sotto Alessandro VI e dell'esilio decennale cui era stato costretto, facendololo ricercare per tenerlo sotto controllo fino alla soluzione finale. Abbandonato a se stesso, senza più appoggi, Cesare Borgia è costretto a fuggire e verrà arrestato dopo qualche mese da Consalvo di Cordoba gran capitano delle truppe spagnole a Napoli. Prigioniero prima a Napoli, poi in Spagna, riesce a fuggire e a trovare rifugio presso il cognato re di Navarra, ma trova la morte nella sua ultima impresa sotto il castello di Viana.

Ad assistere all'elezione del nuovo pontefice nell'autunno di quel 1503 il governo fiorentino decide di mandare Machiavelli (Magnifici Decemviri dederunt infrascripta mandata Niccolao de Machiavellis electo ab eis in mandatarium Reipublicae Florentinae pro stando in civitate Romana, ut patet de eius electione in libro Deliberationum dictorum Decem, sub die 21 dicti mensis. ). Partito il 23 ottobre, ritorna in Firenze il 21 dicembre; e nelle lettere che quotidianamente invia a Firenze, ci offre uno spaccato della vita presso la Curia romana nei primi anni del Cinquecento, gli intrallazzi, i raggiri, le piccole congiure, le promesse fatte e non mantenute; è in questa occasione che muta parere sulla “virtù” del duca Valentino e sulle sue capacità politiche, condanna le ragioni che lo avevano portato all'accordo col futuro Papa di cui gli è noto el naturale odio che sua Santità li ha sempre portato, e non può sì presto avere smenticato lo esilio, nel quale è stato dieci anni; infine giudica con parole sferzanti il suo atteggiamento fiducioso:

el Duca si lascia trasportare da quella sua animosa confidenza; e crede che le parole d'altri sieno per essere più ferme che non sono sute le sue, e che la fede data de' parentadi debba tenere, perché dicono essere confermato el parentado tra Fabio Orsino e la sirocchia di Borgia, e così la figliuola del Duca essersi maritata al Prefettino. Io non vi posso dire altro delle cose sue, né determinarmi ad un fine certo: bisogna aspettare el tempo, che è padre della verità;

sottolineandone gli errori sul piano della condotta politica, che gli faranno perdere quel poco di credito e di “respecto” che ancora possedeva e che dieci anni dopo verranno ripresi nel capitolo VII del Principe: Per tanto el duca, innanzi ad ogni cosa, doveva creare papa uno spagnolo, e, non potendo, doveva consentire che fussi Roano e non San Piero ad Vincula. E chi crede che ne' personaggi grandi e' benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s'inganna. Errò, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione dell'ultima ruina sua.

A seguito della sconfitta francese sul Garigliano (28 dicembre 1503) all'inizio del 1504 Machiavelli viene di nuovo inviato in Francia, come accompagnatore del regolare ambasciatore Niccolò Valori, in qualità di emissario particolare del Gonfaloniere Pier Soderini, che il 22 settembre 1502 era stato eletto “Gonfaloniere Perpetuo della Repubblica Fiorentina”, e che tanto si fidava dei suoi giudizi politici. La legazione del Machiavelli era originata dal il timore che i Fiorentini nutrivano a proposito di Consalvo di Cordoba, che, dopo aver sconfitto i Francesi sul Garigliano ed espugnata Gaeta assicurando il regno di Napoli al re di Spagna, non intervenisse a mutare la situazione di Firenze rimettendo sul trono di Milano gli Sforza eliminando la potenza francese in Italia

Al 1504 deve farsi risalire la composizione dei Capitoli per una compagnia di piacere, nei quali si fa menzione del David di Michelangelo come già collocato in piazza della Signoria vicino al Palazzo Vecchio.

Machiavelli ha ormai acquistato una posizione di prestigio all'interno delle istituzioni cittadine, anche per l'appoggio del Gonfaloniere; dopo aver costatato il fallimento delle milizie mercenarie nella guerra contro Pisa, fa alla Signoria, e quindi a Pier Soderini, una proposta rivoluzionaria: costituire una milizia popolare. Il Consiglio Maggiore lo autorizza alla fine del 1505 a cominciare il reclutamento nel vicariato del Mugello e nel Casentino, evitando l'arruolamento cittadino per impedire che uomini armati potessero far da soli e conquistare il potere nella città. I ceti borghesi non avevano intenzione di arruolarsi per non lasciare i propri affari o per evitare di lasciarli in mano ad altri; per questo le truppe erano costituite prevalentemente da contadini e da salariati, che con le armi avrebbero potuto guadagnare di che vivere. Questa situazione destava molte preoccupazioni nelle poche famiglie che gestivano il potere della città: dare le armi in mano al popolo, infatti, significava andare controcorrente e poneva importanti interrogativi, come, in primo luogo, quello della disponibilità a combattere di persone che non vi erano abituate e venivano oltretutto ritenute prive di motivazioni ed interessi sufficienti e, in secondo luogo, quello di una possibile destabilizzazione politica di Firenze.

Nel dicembre 1505 viene istituita la magistratura dei Nove Ufficiali dell'ordinanza e della milizia fiorentina, della quale Machiavelli viene nominato Segretario: “cominciò el gonfaloniere, sanza fare consulta, colla autorità della signoria a fare scrivere pel contado, come in Romagna, in Casentino, in Mugello e ne' luoghi piú armigeri, quegli che parevano atti a questo esercizio, e messigli sotto capi, cominciò el dí delle feste a fare esercitare e ridursi in ordinanza al modo svizzero” (Guicciardini). Tra gennaio e marzo 1506 Machiavelli viene dunque impegnato dal Soderini al reclutamento in Mugello e nel Casentino. Durante il Carnevale avviene per le vie cittadine la prima sfilata delle nuove truppe; i fanti erano vestiti di “un farsetto bianco, un paio di calze alla divisa bianche e rosse, e una berretta bianca, e le scarpette, e un petto di ferro e le lance” (Guetta).

La Milizia nel 1509 si comporterà bene durante l'assedio di Pisa, mentre il 10 marzo di quello stesso anno Machiavelli incontra i Pisani a Piombino per trattare una onorevole resa, firmata da Virgilio Adriani e appunto Machiavelli che può entrare alla testa dei suoi battaglioni in Pisa dopo una guerra durata 15 anni. La Milizia, più che un ritorno al Medioevo, come ha affermato qualche critico, deve essere vista come una necessità dello stato moderno che si deve avvalere delle sue forze interne per provvedere alla sua esistenza piuttosto che servirsi delle forze mercenarie.

Nel 1506 segue come osservatore la spedizione di Giulio II per riconquistare Perugia contro Giampaolo Baglioni e Bologna contro Giovanni Bentivoglio (nascono da questa missione i Ghiribizzi scripti in Perugia al Soderino, in cui troviamo il principio che bisogna guardare il fine e non il mezzo e che la politica non è buona o cattiva ma utile o dannosa); in dicembre è a Roma in legazione presso papa Giulio II che si è già ripreso molti territori facenti parte un tempo dello Stato pontificio e che ora ha intenzione di cacciare i francesi dall'Italia: cosa che comincerà a fare a partire dal 1510. Firenze da un lato vuole mantenere la propria neutralità e dall'altro non può dimenticare i benefici avuti dai francesi; comunque non crede che il papato sia in grado di realizzare il progetto. Nello stesso anno il Nostro pubblica il suo primo scritto: il Decennale primo, una composizione in terzine, scritta in 15 giorni, che abbraccia gli ultimi dieci anni della storia fiorentina (1494-1504). Nella dedica si legge: “Leggete, Alamanno (Alamanno Salviati, ndr), poi che voi lo desiderate, le fatiche d'Italia di dieci anni, e la mia di quindici dì”.

Nel 1508 scrive il Rapporto delle cose della Magna che porta la data del 17 giugno, al rientro dalla legazione, che lo aveva impegnato sin dal 17 dicembre dell'anno precedente, come osservatore in appoggio a Francesco Vettori, presso Massimiliano d'Asburgo che si proponeva di scendere in Italia, confidando nell'appoggio del papa, che nel frattempo era impegnato a creare una coalizione contro Venezia che rifiutava di ridare alla Chiesa alcuni territori dello Stato Pontificio. Machiavelli fu inviato nonostante molte e decise opposizioni, come afferma lo stesso Guicciardini nelle Storie Fiorentine:

"E fu eletto per opera del gonfaloniere, che vi voleva uno di chi e' si potessi fidare, el Machiavello, el quale mettendosi in ordine per andare, cominciorono a gridare molti uomini da bene, chi e' si mandassi altri, essendo in Firenze tanti giovani da bene atti a andarvi ed e' quali era bene che si esercitassino. E però mutata la elezione, fu deputato Francesco di Piero Vettori con commessione generale e da intendere e scrivere, non da praticare e conchiudere".

Il Rapporto verrà condensato nel Discorso sopra le cose dell'Alemagna e sopra l'imperatore e infine ripreso nel 1512 col titolo di Ritratto delle cose della Magna.

Intanto Giulio II, asceso al pontificato anche col fermo proposito di recuperare alla Chiesa tutte le sue terre, non si limita a lanciare l'interdetto contro Venezia, il rivale più agguerrito, ma aderisce alla Lega firmata a Cambrai il 10 dicembre 1508, alla quale partecipano, insieme agli stati italiani timorosi dell'espansionismo veneziano, anche i re di Francia Luigi XII e di Spagna Ferdinando il Cattolico insieme all'imperatore Massimiliano d'Austria, senz'altro il più pericoloso non solo per la sua vicinanza ma soprattutto per la sua volontà di avere uno sbocco sul mare Adriatico (Massimiliano pensa di sottrarre a Venezia i porti di Trieste e Fiume). La Lega infligge ai Veneziani la rovinosa disfatta di Agnadello (14 maggio 1509), durante la quale muore anche il comandante delle truppe veneziane Roberto da Sanseverino. Con la perdita di molta parte del territorio della Terraferma (nella quale era penetrato colle sue forze l'imperatore, mettendo a ferro e fuoco le terre di Verona Vicenza Padova Bassano Feltre), Venezia è ad un passo dalla perdita della sua indipendenza, ma viene salvata sia dalla eroica fedeltà delle popolazioni contadine e cittadine, sia dall'abile azione diplomatica messa in atto dai suoi governanti che riescono, mediante accordi separati, a dividere il fronte dei coalizzati. Venezia comunque dopo questa sconfitta, pur riuscendo a recuperare gran parte dei territori perduti, dovrà dire addio al sogno di diventare una grande potenza di terraferma.

Machiavelli, subito dopo la descritta entrata in Pisa alla testa della sua Milizia, il 10 novembre 1509 viene inviato al campo dell'Imperatore: le tappe di questa legazione sono prima Mantova e poi Verona, e a Verona si deve recare con due o tre cavallari colla somma del pagamento che si ha a fare in quel luogo all'Imperatore o a suo legittimo mandato, per il secondo termine o seconda paga di quanto se gli è promesso, per i capitoli fatti ultimamente, accordi presi in Verona con l'Imperatore che in cambio di soldi assicurava alla Repubblica tutti i suoi possessi e si impegnava a non recare offesa o assalti militari al territorio attuale e alla libertà e indipendenza dello stato. I Fiorentini si erano impegnati a pagare 40.000 ducati in quattro rate da pagarsi nei mesi di ottobre, novembre (il 25 scadeva la rata di 10.000 ducati o fiorini d'oro, oggetto di questa legazione, che verrà consegnata al tesoriere dell'Imperatore), gennaio e febbraio.

Durante questa legazione nella lettera (che riportiamo per intero) inviata ai Dieci di Balìa a Firenze, Machiavelli fa un rapporto sulle condizioni della gente nel territorio di Verona in cui mette in risalto l'eroismo dei contadini veneti contro i Tedeschi e il loro attaccamento alla patria “marchesca” (marchesco da Marco):

 Magnifici Domini, etc. Poi che io arrivai qui ho scritto due volte alle signorie vostre a' ventidue e ventiquattro, le quali avrà presentate a quelle il Zerino. Nè è occorso altro di momento, se non che si vede tuttavia ingrossare questo luogo di gente. E ieri vennero mille guasconi da Peschiera, e oggi sono arrivati dugento uomini d'arme, pure Francesi; e a Peschiera si dice è assai gente a piè e a cavallo, le quali devono venir qua infra due dì con il Gran Mastro, al qual tempo ci si aspetta anche l'Imperatore; dopo la venuta de' quali si dice che passeranno avanti a purgare i peccati di Vicenza. Ed è questa gita aspettata con desiderio dai soldati, per la speranza della preda e per la debolezza del luogo, dove sperano con poca fatica e meno pericolo fare grandissimo guadagno. Nè s'intende che i Viniziani la fortifichino, nè che facciano alcuno straordinario provvedimento: ma stannosi con le loro genti all'intorno di quella città in certe castelletta: e costoro attendono a rubare il paese, e saccheggiarlo, e vedesi e sentesi cose miserabili senza esempio, di modo che negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire, e vendicarsi, che sono diventati più ostinati e arrabbiati contro a' nemici de' Viniziani che non erano i Giudei contro a Romani: e tutto dì occorre che uno di loro preso si lascia ammazzare per non negare il nome viniziano. E pure iersera ne fu uno innanzi a questo vescovo, che disse che era marchesco e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare, nè promesse di camparlo, nè d'altro bene lo possè trarre di questa opinione; dimodochè, considerato tutto, è impossibile che questi re tenghino questi paesi con questi paesani vivi. Se persa Vicenza costoro sono per fare altro o con che convenzioni, e il re di Francia venga sì gagliardo a questa impresa, io non lo so. Rimettomene a quello che ne avrà scritto Francesco Pandolfini il quale, per esser più antico qua, e appresso ad uomini più liberali, ne deve aver ritratto qualche particolare. Il vescovo di Gursa, come io intendo, non è con l'Imperatore, ma è ito più addentro nella Magna a procacciare danari. Raccomandomi a vostre signorie. Quae bene valeant.

Ex Verona, die 26 novembris, 1509.

Machiavelli torna a Firenze il 2 gennaio 1510 e subito si trova nel mezzo di uno spregiudicato cambiamento di fronte. Giulio II, che aveva ottenuto le terre della Romagna che facevano parte dello stato pontificio, prima che se ne appropriasse il Duca Valentino, si riappacifica con i Veneziani e promuove una Lega, da lui stesso detta “Santa”, alla quale invita Svizzeri, Inglesi e Spagnoli: Venezia si viene così a trovare tra due fuochi, da un lato Giulio II con la sua politica spregiudicata, e dall'altro i Francesi e l'imperatore, senza la possibilità di poter attuare una politica equidistante e senza il coraggio, dimostrato più volte nel corso della loro storia, e anche in quegli anni proprio rendendoli così invidiati dal Machiavelli perché avevano la fortuna di perdere nelle battaglie e di vincere nei negoziati, riacquistando diplomaticamente più di quanto avevano perso militarmente: “Fu un tempo cosa quasi che fatale alla repubblica veneziana perdere nella guerra, e negli accordi vincere, e quelle cose che nella guerra perdevano, la pace dipoi molte volte duplicatamente loro rendeva”.

Lo stesso avviene con l'Imperatore Massimiliano: “secondo l'ordine della fortuna loro fecero un accordo con i Tedeschi, non come perdenti, ma come vincitori; tanto fu per loro la repubblica onorevole”. La fortuna dei veneziani era l'effetto del loro coraggio e della loro tenacia, di quel non temere il peso e i pericoli della guerra; per questo i nemici venivano a patti con Venezia temendo la sua potenza e la forza del suo radicamento nel territorio. Il Machiavelli fiorentino, innamorato della sua “patria” non poteva ammettere l'intrinseca forza di Venezia che derivava anche dalla solidità di un Governo garantito nella sua esistenza e continuazione da una serie di norme tanto rigide quanto difficili da manomettere.

Firenze, avendo un governo politicamente debole e mutevole, soprattutto nella prima metà del Cinquecento, per effetto delle lotte intestine tra le varie fazioni, è costretta a barcamenarsi fra i vari potenti in modo da subire il meno possibile, disposta anche a pagare 40000 ducati all'Imperatore perché questi riconosca l'integrità dello stato fiorentino come nel caso dell'accordo di Verona. Così nel giugno 1510 Machiavelli si mette in viaggio per la Francia, inviato dai Dieci di Balìa con l'incarica di farsi mediatore tra le ambizioni di Papa Giulio II e la potenza della Francia; si reca a Blois per incontrare Luigi XII e invia a Firenze una serie di lettere che sono un chiaro esempio della sua fredda lucidità di giudizio e della sua considerazione sempre più frequente di inserire i fatti in una concezione politica più generale. In esse il Machiavelli invita la repubblica a prendere una chiara decisione in favore o del Papa o della Francia per evitare di restare vittima e comunque preda del vincitore, chiunque fosse stato. Ma il suo consiglio resterà inascoltato e Soderini persisterà in una politica di equidistanza tra papato e Francia. Tornato a Firenze, nel mese di ottobre a Firenze scrive il Ritratto delle cose di Francia.

Nel mese di Agosto 1511 si diffonde la notizia che Giulio II è gravemente malato; allora Pier Soderini, quasi raccogliendo il vecchio consiglio di Machiavelli, decide di appoggiare i cardinali filofrancesi, confidando in una loro vittoria; ma il papa guarisce inaspettatamente, e Machiavelli viene subito chiamato per parare l'ira del papa e il 10 settembre è inviato a Milano e quindi in Francia per cercare di impedire o almeno di rimandare l'effettuazione del concilio che si sarebbe dovuto tenere a Pisa. Ma la situazione precipita: sentendosi attaccato Giulio II agisce tempestivamente con la solita irruenza e lancia il 23 settembre l'interdetto contro Pisa e Firenze;

 Sopravenne in questo mezzo il primo dí di settembre, dí determinato a dare principio al concilio pisano; nel quale dí i procuratori de' cardinali venuti a Pisa celebrorono in nome loro gli atti appartenenti ad aprirlo. Per il che il pontefice, sdegnato maravigliosamente co' fiorentini che avessino consentito che nel dominio loro si cominciasse il conciliabolo (il quale con questo nome sempre chiamava), dichiarò essere sottoposte allo interdetto ecclesiastico le città di Firenze e di Pisa, per vigore della bolla del concilio intimato da lui; nella quale si conteneva che qualunque favorisse il conciliabolo pisano fusse scomunicato e interdetto, e sottoposto a tutte le pene ordinate severamente dalle leggi contro agli scismatici ed eretici. (Guicciardini, Storia d'Italia, Lib. 10, cap. 5)

Il concilio, voluto dal re di Francia, con l'intento di far deporre il papa con l'accusa di simonia, comincia a Pisa, tra l'ostilità generale sia dei pisani che della stessa signoria di Firenze che non consentì il passaggio e lo stazionamento non solo delle truppe francesi ma anche dei soldati al seguito dei vari cardinali, all'interno del territorio della repubblica. Ma dopo appena due sedute, anche a seguito di un fortuito tumulto scoppiato a causa di un francese che aveva fatto insolenti apprezzamenti su una meretrice, si decide nella seconda seduta di trasferire il concilio, chiamato sprezzantemente dal papa conciliabolo, a Milano, dove avrà vita non meno difficile:

fatta il dí seguente la [seconda] sessione, nella quale statuirno che il concilio si trasferisse a Milano, si partirno con grandissima celerità, innanzi al quintodecimo dí della venuta loro: con somma letizia de' fiorentini e de' pisani, ma non meno essendone lieti i prelati che seguitavano il concilio;. Affrettano i preparativi per la partenza, lamentandosi "per la mala qualità degli edifici e per molte altre incomodità procedute dalla lunga guerra, non era atto alla vita dilicata e copiosa de' sacerdoti e de' franzesi, e molto piú perché, essendo venuti per comandamento del re contro alla propria volontà, desideravano mutazione di luogo e qualunque accidente per difficultare, allungare o dissolvere il concilio. Ma a Milano i cardinali, seguitando per tutto il dispregio e l'odio de' popoli, arebbono avute le medesime o maggiori difficoltà." (Guicciardini, cit., lib. 10, cap. 7).

Non resta che lo scontro armato. L'11 aprile 1512 a Ravenna, in una grandissima battaglia, e senza dubbio delle maggiori che per molti anni avesse veduto Italia, i Francesi sconfiggono le truppe della Lega Santa, ma il comandante delle truppe francesi, Gastone di Fois, vi trova la morte. La morte di Fois e le gravi perdite subite, insieme al timore di un intervento dell'imperatore al fianco del papa, neutralizza gli effetti della vittoria; successivamente sia la tregua con l'imperatore che la paura di un intervento sul territorio francese degli inglesi che con le navi cominciavano a infestare le coste della Normandia e della Bretagna, spinge Luigi XII a richiamare in Francia un forte contingente di truppe, lasciando indebolito lla parte rimanente dell'esercito di stanza in Italia. Nel Concilio Lateranense, che proprio in quei giorni aveva aperto con la sua solenne presenza per contrastare il concilio pisano, il papa ammonisce il re francese a lasciare libero il cardinale dei Medici, tenuto prigioniero a Milano.

A nulla valgono le ambascerie e le legazioni, i tentativi di rabbonire il Papa e di fermare i francesi che tornano in patria presi anche dai loro problemi e dalla paura di un attacco inglese: Firenze resta in balia del papa e il 29 agosto le raccogliticce milizie comunali radunate dal Machiavelli, vili ed inesperte, nulla possono contro le truppe spagnole comandate dal vicerè che, superata Prato dopo averla conquistata e saccheggiata, entrano facilmente in città, dopo aver abbattuto la “porta detta del serraglio” con l'uso di due soli cannoni, dei quali uno si rompe subito e l'altro dopo pochi colpi non spara più con la forza necessaria: duemila, secondo Guicciardini, sono i morti senza combattere, mentre gli spagnoli cominciano a mettere a sacco la città, per fortuna subito frenati dalle truppe pontificie al seguito di Giovanni de' Medici. Il 31 agosto il Gonfaloniere Pier Soderini è costretto a dimettersi, in cambio della vita e di un un salvacondotto, col quale col quale raggiunge prima le case di Paolo Valori, aiutato dal Machiavelli e da Francesco Vettori che lo stesso Machiavelli aveva trattenuto prima che scappasse per i campi per non farsi trovare presente in quel momento cruciale, e poi il territorio di Siena per dirigersi poi su Ancona e quindi verso Ragusa in Dalmazia e addirittura in Turchia, fuggendo in pratica dall'Italia avvertito dal fratello cardinale che il Papa stava tramando di ucciderlo per impossessarsi dei suoi beni , e dei suoi denari che, si diceva, non erano pochi.

È la fine della Repubblica e quindi il ritorno dei Medici, che Guicciardini così racconta:

 “Paolo Vettori e Antonio Francesco degli Albizi, giovani nobili, sediziosi e cupidi di cose nuove… la mattina del secondo dí dalla perdita di Prato, che fu l'ultimo dí di agosto, entrati con pochi compagni in palazzo, dove, per il gonfaloniere che si era rimesso ad arbitrio del caso e della fortuna, non era provisione né resistenza alcuna, e andati alla camera sua, lo minacciorono di torgli la vita se non si partiva del palazzo, dandogli in tale caso la fede di salvarlo. Alla qual cosa cedendo egli, ed essendo a questo tumulto sollevata la città, scoprendosi già molti contrari a lui e nessuno in suo favore, fatti per ordine loro congregare subito i magistrati che secondo le leggi avevano sopra i gonfalonieri amplissima autorità, dimandorno che lo privassino legittimamente del magistrato, minacciando che altrimenti lo priverebbeno della vita: per il quale timore avendolo contro alla propria volontà privato, lo menorno salvo alle case di Paolo, donde la notte seguente bene accompagnato fu condotto nel territorio de' sanesi; e di quivi, simulando di andare a Roma con salvocondotto ottenuto dal pontefice, preso occultamente il cammino d'Ancona, passò per mare a Raugia… Levato il gonfaloniere del magistrato, la città mandò subito imbasciadori al viceré, col quale per opera del cardinale de' Medici facilmente si compose: perché il cardinale si contentò che degli interessi propri non si esprimesse altro che la restituzione de' suoi… (e)… venne subito in Firenze alle case sue; ove, parte con lui parte separatamente, entrorno molti condottieri e soldati italiani, non avendo i magistrati, per la vicinità degli spagnuoli, ardire di proibire che non vi entrassino. Dipoi il dí seguente, essendo congregato nel palagio publico per le cose occorrenti un consiglio di molti cittadini, al quale era presente Giuliano de' Medici, i soldati, assaltata all'improviso la porta e poi salite le scale, occuporono il palagio.” (Guicciardini, Storia d'Italia, Libro 11, capitolo 4)

Rovesciato il governo repubblicano, con quello che avevano sempre avversato la Repubblica per propri interessi, i Medici il 16 settembre, rientrati con tutti gli onori in Firenze, dopo 18 anni di esilio, essendo stati cacciati nel 1494, riprendono il potere in un momento di confusione politica e sociale, nel quale Machiavelli si dà da fare svolgendo un'opera di pacificazione e cercando di chiarificare ai partigiani della Casa medicea quali erano in effetti gli obiettivi di coloro che volevano mettere in cattiva luce la Repubblica e trovare qualcosa con cui accusare Pier Soderini, una analisi rimasta nota col titolo Ai Palleschi, scritta verso la fine di ottobre. Ma per Machiavelli le cose precipitano: i nemici della Repubblica hanno vinto e lui rimane sul campo l'unico capro espiatorio. L'8 novembre 1512 il Consiglio dei Magnifici Domini avalla una decisione della signoria medicea che decide di sollevarlo dall'incarico, privandolo nel contempo di ogni beneficio:

 “Die 8 novembris 1512. Praefati Magnifici et excelsi Domini et Vexillifer simul adunati, etc., absente magnifice Domino Paulo de Vectoris, uno ex dictis Magnificis Dominis collegii domi aegrotante, vigore cuiuscumque auctoritatis, potestatis, eiusdem per quaecumque statuta ad ordinamente Populi et Comunis Florentiae concessae et attributae et omni meliori modo etc., servatis servandis etc., et obtento partito inter eos per omnes fabas nigras, cassaverunt, privaverunt et totaliter amoverunt Nicolaum domini Bernardi de Machiavellis ab et de officio Cancellarii secundae Cancellariae prefatorum Magnificorum et excelsorum Dominorum Florentiae, et ab et de officio sive exercitio, quod ipse Nicolaus hactenus habuit et exercuit sive habere et exercere consuevit in Cancellaria, sive pro computo Cancellariae Magistratus Decem Libertatis et Pacis Excelsae Reipublicae Florentinae; ipsumque Nicolaum pro casso, privato, et totaliter amoto ab et de hujusmodi Officiis, sive exercitiis, et quolibet eorum habendum esse, et habere de caetero voluerunt, decreverunt, et mandaverunt. Mandantes etc.

 Il 10 viene condannato a un anno di confino (che trascorrerà presso San Casciano) all'interno del dominio e territorio fiorentino con l'obbligo di non oltrepassarne il confine e al pagamento di una cauzione ingentissima: mille fiorini d'oro, che gli saranno forniti da tre amici rimasti sconosciuti:

 Die 10 mensis novembris 1512. Item dicti DD. Et Vexillifer simul adunati etc., juxtis de causis moti, ut dixerunt, et servatis servandis etc. deliberaverunt, et deliberando relegaverunt amoverunt Nicolaum domini Bernardi de Machiavellis, civem Florentinum, olim unum ex cancellariis dictorum Dominorum, in territorio et dominio Florentino per unum annum continuum prox. Fut. Ab hodie; quae confinia servare teneatur et debeat, nec de dicto dominio et territorio Florentino exeat nec exire debeat sub poena eorum indignationis; et quod pro observantia supradictorum, et dictae relegationis debeat dare et det dictis Magnificis et Excelsis DD. Eosdem fidejussores, sive expromissores, quos hodie ob similem causam dederat, ut apparet manu ser Antonii de Bagnone, qui se sub dicta eadem poena flor. 1000 largorum, et eodem modo videlicet flor. 333 ½ largorum pro quolibet, in forma valida se obligent, quod praedictos fines in totum servabit; alias de eorum solvere, ut supra, Communi Florentiae quantitatem praedictam, cui dicta poena applicari debeat, et sic eam tali casu applicuerunt. Mandantes etc..

E infine il 17 gli viene ingiunto di non mettere più piede in Palazzo Vecchio:

 Die 17 mensis Novembris 1512. Item dicti Magnifici et Excelsi DD. Et Vexillifer simul radunati etc. deliberaverunt fieri praeceptum et praecipi Nicolao dom. Bernardi de Machiavellis, olim cancellario secundae Cancellariae dictorum Magnificorum et Excelsorum DD., et. Blasio Bonaccursi olim Coadjutori Domini Marcelli, quatenus per unum annum proximum futurum a die notificationis hujus deliberationis, et praecepti non intrent, nec ingredi possint palatium praefatorum Magnificorum, et Excelsorum Dominorum, sub poena eorum indignationis etc. Mandantes etc..

Non si conoscono i motivi per cui viene allontanato dai Medici dalle sue mansioni, tanto più che la sua onestà è comprovata proprio dal non essersi arricchito col suo incarico, come avrebbero fatto molti; quante volte si era lamentato durante le frequenti legazioni e commissioni, alcune molto importanti (ben 25 fino al 1513) della scarsità di denaro che la Repubblica gli dava e che spesso non gli permetteva di vivere nemmeno con il decoro che gli spettava. Riportiamo, come esempio della scarsità di remunerazione per le spese correnti, il finale di una lettera inviata ai Magnifici Domini, i Dieci di Balìa, durante la sua Legazione a Mantova, durante la guerra contro Venezia, in un momento, quindi, anche di grave pericolo:

 Pertanto di nuovo le prego mi dieno licenza, e mai non mancherà, quando l'Imperatore torni in qua, o per altra cagione, farmi ricavalcare di nuovo. Pure, quando vostre signorie deliberassero altrimenti mi mandino con Marcone tavolaccino, apportatore presente, Ardingo cavallaro, perchè mi bisogna uno che sappia il paese, e acciocchè io abbia uno da potere spedire, fatta che fosse la risoluzione di della Dieta, che prima non potrete aspettare, nè avere mie lettere, se già vostre signorie non volessero spendere in mandare in su e in giù cavallari, come facevano a tempo di Francesco Vettori. E così mi mandino tanti danari che io possa dare le spese, almeno due o tre mesi, a tre cavalli che noi saremo, e anche da poter barattare cavallo, quando mi mancasse, perchè in que' luoghi non si trova chi serva altrui d'un soldo. Di nuovo mi raccomando a vostre signorie, e le pregio mi rispondino, e rimandino Marcone subito. Erami scordato dire, come de' cinquanta ducati, che io ebbi costì, mi resta solo otto ducati, che sono tanti quanti danari io ho.

Il Machiavelli non è un eroe politico e neanche un partigiano e non si è mai schierato decisamente a favore di nessuna parte politica, legandovi le proprie sorti. Gli nocque certamente la grande amicizia dimostratagli da Pier Soderini che per dieci anni dha mantenuto il suo incarico di Gonfaloniere perpetuo dimostrando un carattere pieno di tentennamenti , dubbi e incertezze, timoroso certamente in modo eccessivo dell'eventuale male che decisioni non ben ponderate avrebbero potuto arrecare alla Repubblica: ma forse ponderava un po' troppo; su questo piano forse gli nocquero i suoi consigli allo stesso Soderini perché assumesse più energici provvedimenti atti a consolidare lo stato della città e il governo; o forse il suo impiego presso la Seconda Cancelleria, pur non essendo molto ben remunerato, faceva gola a uno dei tanti servi che seguono il carro del padrone vincitore.

L'allontanamento dall'incarico gettò il Machiavelli in una condizione quasi insostenibile: l'alta aristocrazia, che aveva il vero potere politico nelle mani, creando signori e papi e appoggiando re e imperatori, aveva eliminato l'anello debole e insignificante nella sua “povertà” di mezzi economici e di forza politica oltre che di appoggi, ma comunque l'unico in grado di capire veramente nel profondo l'atteggiamento mentale e morale (o amorale, che è lo stesso) dei potenti, l'unico che pensava da “grande” fra tanti piccoli e che in qualche modo bisognava eliminare prima che divenisse troppo scaltro e potente e potesse diventare un reale pericolo per i loro eterni maneggi. Anche amici come Francesco Vettori, potenti e riveriti, fecero orecchi da mercante, e quella col Vettori era un'amicizia nata e diventata profonda durante l'ambasceria che i due tennero presso l'Imperatore nel 1507-8 e mantenuta viva anche col ritorno a Firenze. Machiavelli si sentì di essere suo malgrado dalla parte perdente, lui che non era mai stato favorevole a nessuna nessuna parte.

Proprio contro il regime aristocratico, e a favore di un regime più popolare, si era schierato, pur tra tante cautele, il Machiavelli segretario usando un influsso politico che indubbiamente era cresciuto con la nomina di Pier Soderini a Gonfaloniere. Il suo favore per il popolo era determinato soprattutto dalla consapevolezza che l'appartenenza a una classe sociale trovava la sua origine solamente nella ricchezza, e la ricchezza in quanto tale era il gran male dei popoli, causa della sua ascesa ma soprattutto della sua rovina, come avvenne in Roma dalla legge dei Gracchi in poi, e mai della sua stabilità.

E se qualcuno svillaneggiava Machiavelli definendolo il “mannerino” di Soderini (come riferisce lo storico contemporaneo Cerretani; col termine mannerino veniva indicato un individuo di bassa estrazione sociale che fa lavori servili per un altro che si trova in una condizione sociale migliore e in senso infamante e spregiativo è indicato il montone castrato, incapace quindi di agire da sè e di produrre qualcosa di valido e duraturo), lo faceva comunque con un senso di malcelata invidia, sapendo che l'incorrotto Machiavelli poteva essere attaccato solo con la maldicenza.

il letterato

1513-1527

 Costretto a vivere fuori di Firenze, ma all'interno dei confini della Repubblica, e a non potersi muovere se non con un permesso speciale della magistratura degli Otto di Pratica, che dal 1502 si riunisce nel Palazzo del Bargello, si ritira in uno dei suoi piccoli poderi, quello della Potesteria di San Casciano nel quartiere detto di Sant'Andrea in Percussina, località La Strada, nella villa detta L'Albergaccio (che nel testamento del 27 novembre 1522 lascerà alla moglie Marietta Corsini figlia di Ludovico Corsini), ma spesso è chiamato ad andare in quel Palazzo Vecchio che così solennemente gli era stato proibito di frequentare, per spiegare tutto ciò che era pertinente al lavoro che vi aveva svolto e che aveva ancora conseguenze sul presente.

 Nel febbraio 1513 viene scoperta la congiura di Agostino Capponi e Pietropaolo Boscoli contro il nuovo governo mediceo, coll'intento di ammazzare il Cardinale Giovanni mentre era in viaggio per Roma dove si sarebbe recato per il Conclave: vengono presi i capi e uno di essi smarrisce una lista di venti nomi; fra essi si trova, al settimo posto, quello del Machiavelli, che viene sospettato di avervi preso parte e arrestato il 12 febbraio e torturato “con sei tratti di corda”. Il fratello Totto Machiavelli si affretta a scrivere agli amici a Roma, soprattutto a Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica che, conoscendolo bene, era sicuro della sua innocenza, ma non poteva fare niente; l'arresto di Niccolò era il maggior dolore che l'amico aveva provato sino a quel momento: quando intesi voi esser preso, perché subito giudicai che senza errore o causa avessi ad avere tortura, come è riuscito. Duolmi non vi havere potuto aiutare, chome meritava la fede havevi in me, e mi dette dispiacere assai quando Totto vostro mi mandò la staffetta, et io non vi poto' giovare in choxa alchuna. Fecilo chome fu creato il papa, et non li domandai altra gratia che la liberatione vostra, la quale ho molto charo fussi seguita prima.

 E sicuro allo stesso modo doveva essere anche l'ancora Cardinale Giovanni perché partendo da Firenze aveva dato ordine che Machiavelli venisse liberato, soprattutto dopo aver ricevuto e letto il sonetto del recluso, nel quale "dando alle proprie sofferenze e paure nella prigione un tono sguaiatamente faceto, gli parlava dei sei tratti di fune, della sozzura, del puzzo, dell'orrore di udire da presso «ora pro eis»" (Ettore Janni), ed era un tono comunque non privo di risentimento contro coloro che erano stati gli attori del suo male, e che lui conosceva benissimo, perché benissimo aveva imparato a distinguere il comportamento “interessato” degli individui da quello “disinteressato”, e benissimo sapeva che chi gli voleva male pensava innanzitutto al proprio interesse, come dimostra la citata breve relazione ai “Palleschi”.

 Il tempo trascorso nel carcere del “Bargiello” (il Palazzo del Bargello, ora fra i più grandiosi musei al mondo di scultura, forse il più importante, era diventato solo dal 1502 sede dell'amministrazione della giustizia in Firenze) ha provocato nell'animo di Machiavelli una ferita che invano ha cercato di curare con la sua razionalità e sottomissione a quella Fortuna che governa le azioni umane e che lascia agli uomini quel tanto che questi ne sanno afferrare con la propria “virtù”. Per completare il quadro di questo periodo riportiamo i due sonetti che Machiavelli scrisse in carcere indirizzandoli a Giuliano di Lorenzo dei Medici:

A Giuliano di Lorenzo de' Medici

Io ho, Giuliano, in gamba un paio di geti

con sei tratti di fune in su le spalle:

l'altre miserie mie non vo' contalle,

poiché così sí trattano e' poeti!

 Menon pidocchi queste parieti

bolsi spaccati, che paion farfalle;

né fu mai tanto puzzo in Roncisvalle,

o in Sardigna fra quegli alboreti,

 quanto nel mio sì delicato ostello;

con un romor, che proprio par che 'n terra

fùlgori Giove e tutto Mongibello.

 L'un si incatena e l'altro si disferra

con batter toppe, chiavi e chiavistelli:

un altro grida è troppo alto da terra!

 Quel che mi fe' più guerra,

fu che, dormendo presso a la aurora,

cantando sentii dire: - Per voi s'òra. -

 Or vadin in buona ora;

purché vostra pietà ver me si voglia,

buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia.

 II

 In questa notte, pregando le Muse,

che con lor dolce cetra e dolci carmi

dovesser visitar, per consolarmi,

Vostra Magnificenzia e far mie scuse,

 una comparse a me, che mi confuse,

dicendo: - Chi se' tu, ch'osi chiamarmi? -

Dissigli il nome; e lei, per straziarmi,

mi batté al volto e la bocca mi chiuse,

 dicendo: - Niccolò non se', ma il Dazzo,

poiché ha' legato le gambe e i talloni, -

e sta' ci incatenato come un pazzo.

 Io gli volevo dir le mie ragioni;

lei mi rispose, e disse: - Va al barlazzo,

con quella tua commedia in guazzeroni. -

 Dàtegli testimoni,

Magnifico Giulian, per l'alto Iddio,

come io non sono il Dazzo, ma sono io.

legenda: geti = striscia di cuoio utilizzata per legare le zampe degli uccelli di rapina; pidocchi bolsi spaccati = pidocchi grossi e flosci; delicato ostello = carcere del Bargello; si disferra = gli vengon tolti i ferri; per voi s'ora = per voi si prega: preghiere per i condannati a morte; Dazzo = Andrea Dazzi, discepolo di Marcello Virgilio Adriani, Segretario della Prima Cancelleria; Va al barlazzo = va in malora; in guazzeroni = rozza, grossolana, disadorna (il guazzerone è la veste succinta usata dai contadini).

Machiavelli viene liberato dopo 22 giorni di prigione (6 marzo), compreso nell'elenco dell'amnistia data in occasione dell'elezione al Papato dello stesso cardinale Giovanni col nome di Leone X. Così esprime il 13 marzo, in maniera dolente e molto riservata, all'uscita dal carcere del Bargello i suoi sentimenti all'amico fiorentino Francesco Vettori che era oratore (cioè ambasciatore straordinario) già dai tempi della Repubblica presso il Papa e che non era stato sollevato dall'incarico:

 Magnifice vir. Come da Pagolo Vettori harete inteso, io sono uscito di prigione con la letitia universale di questa città, non obstante che per l'opera di Pagolo et vostra io sperassi il medesimo; di che vi ringrazio. Né vi replicherò la lunga historia di questa mia disgrazia; ma vi dirò solo che la sorte ha fatto ogni cosa per farmi questa ingiuria: pure, grazia di Iddio, ella è passata. Spero non incorrere più, sì perché sarò più cauto, sì perché i tempi saranno più liberali, et non tanto sospettosi.

 Voi sapete in che grado si truova messer Totto nostro. Io lo raccomando a voi et a Pagolo generalmente. Desidera solo, lui et io, questo particulare: di essere posto in tra i familiari del papa; et scritto nel suo rotolo, et haverne la patente; di che vi preghiamo.

 Tenetemi, se è possibile, in memoria di N. S., che, se possibile fosse, mi cominciasse a adoperare, o lui o suoi, a qualche cosa, perché io crederrei fare honore a voi et utile a me. Die 13 Marzii 1513.

 Vostro Niccolò Machiavelli, in Firenze

Provata la sua innocenza, si ritira nella villa a San Casciano. Col passare delle settimane e dei mesi, in Machiavelli diminuisce sempre più la speranza di tornare alla vita politica attiva: il passato come segretario sembra definitivamente chiuso; per quanti sforzi facesse in seguito di ritornare a vedersi assegnato un posto di una qualche importanza, sempre le sue aspettative resteranno vane o daranno negli ultimissimi anni frutti ben poveri e miseri. E qualche volta, in quest'ultimo decennio della sua vita, certo per celia, unirà alla sua firma la scritta “quondam segretario”.

 Rimane praticamente fuori dalla vita attiva, e risponde alle lettere dei suoi amici e di Francesco Guicciardini, di Francesco Vettori, solo “per parere vivo”; ma col passare del tempo il suo animo si chiude anche agli amici più cari, non tanto perché le sue lamentele o le sue richieste non trovavano sbocchi o addirittura potesse riceverne in cambio un danno, quanto perché, come ebbe già a dichiarare, è divenuto più cauto nei suoi atteggiamenti, nell'espressione dei suoi sentimenti e nella descrizione della sua vita. Come a esempio possiamo leggere la lettera n. 204 dell'epistolario, indirizzata a Francesco Vettori, del 29 aprile di cui possediamo anche la minuta: nella lettera inviata scompare completamente la parte iniziale, che riportiamo, molto personale e gustosa, prima di addentrarsi nell'analisi delle cose di Francia rispondendo a una richiesta dell'amico:

 Io nel mezo di tucte le mia felicità non hebbi mai cosa che mi dilectassi tanto quanto e ragionamenti vostri, perché da quelli sempre imparavo qualche cosa; pensate adunque, trovandomi hora discosto da ogn'altro bene, quanto mi sia suta grata la lectera vostra, alla quale non mancha altro che la vostra presenzia et il suono della viva voce; et mentre la ho lecta, che la ho lecta più volte, ho sempre sdimenticato le infelici conditioni mia, et parmi essere ritornato in quelli maneggi, dove io ho invano tante fatiche durate et speso tanto tempo. Et benché io sia botato non pensare più ad cose di stato né ragionarne, come ne fa fede l'essere io venuto in villa, et havere fuggito la conversazione, nondimanco, per rispondere alle domande vostre, io sono forzato rompere ogni boto, perché io credo essere più obligato alla antica amicitia tengo con voi, che ad alcuno altro obligo io havessi facto ad alcuna persona; maxime faccendomi voi tanto honore, quanto nel fine di questa lettera mi fate, che, ad dirvi la verità, io ne ho preso un poco di vanagloria, sendo vero quod non parum sit laudari a laudato viro. Dubito bene che le cose mie non vi habbino ad parere dello antico sapore, d'il che voglio mi scusi lo havere col pensiero in tucto queste pratiche adbandonate, et appresso non ne intendere delle cose che corrono alcuno particulare. Et voi sapete come le cose si possono bene iudicare al buio, et maxime queste; pure ciò che io vi dirò sarà o fondato sopra 'l fondamento del discorso vostro, o in su' presupposti miei, e quali se fieno falsi voglio me ne scusi la preallegata cagione.

questo inizio, come abbiamo detto, scompare, sostituito da altre considerazioni più formali, messe in fondo alla lettera come per togliere loro importanza:

Io so che questa lettera vi ha ad parere uno pescie pastinaca, né del sapore vi credevi. Scusimi lo essere io alieno con l'animo da tutte queste pratiche, come ne fa fede lo essermi riducto in villa, et discosto da ogni viso humano, et per non sapere le cose che vanno adtorno, in modo che io ho ad discorrere al buio, et ho fondato tutto in su li advisi mi date voi.

Lontano dalla vita politica attiva, è lontano anche dalla conoscenza corrente dei fatti, per cui non gli resta che approfondire lo studio della storia, soprattutto antica, e dei classici.

 Dalla fine del 1512 il suo più grande desiderio è quello di riguadagnare un posto nella politica attiva del tempo, cercando di mantenere vivi il ricordo e la presenza sua non solo nell'ambiente culturale e politico fiorentino, ma anche nell'ambito letterario. Rimane comunque viva la speranza di poter rientrare nelle grazie dei nuovi padroni, ma le sue domande d'impiego rimarranno inascoltate, come inascoltate saranno le voci che sommessamente si levano in suo favore. Cerca di reagire con una certa forza morale alla nuova situazione che si è venuta a creare, ma intimamente si rende conto che nulla più potrà essere come prima. Come sua abitudine trascorreva alcune ore al giorno seduto allo scrittoio, per scrivere lettere e rapporti e memoriali e anche opere letterarie, di teatro, e di poesia.

 Nel 1513 scrive Il Principe, in pochi mesi; il 10 dicembre così scrive all'amico Francesco Vettori, in cui mette in evidenza il metodo (studio delle azioni degli antichi per ricavarne delle regole generali) e il contenuto (natura del principato e conquista e mantenimento del potere:

Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto i panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. E, perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono.

L'opuscolo (nel senso di piccolo trattato, ma l'uso di questa parola in Machiavelli denota quanto egli intenda farsi piccolo e umile per riavere la fiducia di chi dispone del potere offrendo i propri servigi e tutto quelli che sa, la sua esperienza, una vita trascorsa tra lo studio dei classici e le legazioni politiche), scritto fra i mesi di luglio e dicembre, e più verosimilmente tra ottobre e novembre, è piccolo come mole, ma grandissimo come teorizzazione politica e conseguenze nei secoli futuri. Dedicandolo a Lorenzo II dei Medici (detto Lorenzino), Machiavelli spera d'ingraziarsi le simpatie dei Medici; ma questi l'accoglie con una certa freddezza e un distacco che delude molto il Nostro; ed è un atto che gli fa capire quanto sia ben lontano il momento di poter tornare, se tornerà, alla politica attiva, anche se non immagina nemmeno che anche a Roma c'era chi brigava contro di lui, tanto da riuscire a far porre un preciso veto dallo stesso Papa ad utilizzare Machiavelli in qualsiasi tipo di incarico politico, pur riconoscendo la sua intelligenza, preparazione e soprattutto affidabilità. Questa nuova coscienza gli fa accettare con maggiore serenità l'attività letteraria in alternativa a quella politica; ed anche sulla via della letteratura era in ogni modo portato, per “il suo spirito penetrante e ricco di immaginazione, un senso acuto della lingua e dello stile (Gilbert)”, tanto da restare amaramente deluso quando Ariosto non lo inserirà nell'elenco dei poeti e dei personaggi importanti di quegli anni presenti nelle ottave 11-18 del canto 46° del suo Orlando Furioso.

 Dal 1513 al 1519 lavora ai Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, trattato sulle Repubbliche, che sotto certi aspetti è più importante del Principe. I Discorsi sono un commento ai primi dieci libri dell'opera Ab urbe condita di Tito Livio e trattano della più grande esperienza che un popolo abbia mai fatto e lasciato come ammaestramento per le generazioni future soprattutto sul piano del Diritto. Le due opere sono legate insieme, e quasi non esiste distinzione tra il Machiavelli repubblicano e il Machiavelli monarchico del Principe, perché molti nessi in comune hanno i concetti fondamentali delle due opere. Sia il contenuto che l'impostazione dei Discorsi risente della frequentazione degli Orti Oricellari, riunioni che avvenivano nei giardini di palazzo Rucellai a Firenze, da quando, diminuita la rigidità del confino, Machiavelli potè cominciare a rimettere piede in Firenze.

 Nel 1514 scrive il Decennale secondo, che si ferma ai fatti del 1509 e del 1517, come testimonia anche una lettera dello stesso Machiavelli scritta in quell'anno a Ludovico Alamanni, è l'Asino (da qualcuno intitolato anche Asino d'oro), un poemetto in terza rima che si ispira un po' ad Apuleio e un po' a Dante e contiene un fondo di amarezza dovuta alla irrimediabile caduta delle illusioni che seguirono i dolorosi eventi del 1512. La donna che guida Machiavelli (una Duchessa come Virgilio per Dante è stato Duca o una nuova Beatrice) è una donna moderna e terrena, legata alle cose quotidiane:

 “Ma perché via passar la notte sento,

 vo' che pigliam qualche consolazione…”

lontane da quella spiritualità che caratterizza la Beatrice di Dante. Non solo, ma per converso laddove Dante mira verso il cielo e la beatitudine eterna, Machiavelli scende sempre più sulla terra per capire che:

 “non dà l'un porco a l'altro porco doglia,

 l'un cervo a l'altro: solamente l'uomo

 l'altr'uom amazza, crucifigge e spoglia…”!

 Nel 1515 Francesco I di Francia conquista Milano e sigla la pace con Leone X. L'anno successivo muore, dopo lunga malattia, Giuliano e gli succede Lorenzo II dei Medici detto Lorenzino, che diviene Capitano generale dei fiorentini e, successivamente, nel mese di ottobre, Duca d'Urbino:

 “Acquistato con l'armi quello stato, che insieme con Pesero e Sinigaglia, membri separati dal ducato di Urbino, non era di entrata di piú di venticinquemila ducati, Leone, seguitando il processo cominciato, ne privò per sentenza Francesco Maria, e di poi ne investí nel concistorio Lorenzo suo nipote; aggiugnendo, per maggiore validità, alla bolla espedita sopra questo atto la soscrizione della propria mano di tutti i cardinali. Co' quali non volle concorrere Domenico Grimanno vescovo di Urbino, e molto amico di quel duca: donde temendo lo sdegno del pontefice partí, pochi dí poi, da Roma; né vi ritornò mai se non dopo la sua morte”. (Guicciardini, cit. lib 12, cap. 21).

Proprio a lui Machiavelli dedica Il Principe, ma, come, narrano certi aneddoti del tempo, Lorenzino fu attratto soprattutto dal regalo di una coppia di cani che accompagnava il dono dell'operetta politica.

 In quegli stessi anni comincia a frequentare, nei giardini del Palazzo di Cosimo Rucellai in via della Vigna Vecchia, i cosiddetti Orti Oricellari, una compagnia di giovani di elevata condizione sociale e culturale, che si stringe intorno al “vecchio segretario”.

 Nei mesi di gennaio-febbraio del 1518, secondo studi approfonditi sull'argomento, Machiavelli compone la “Commedia di Callimaco e Lucrezia”, cioè La Mandragola, che viene data alle scene per la prima volta durante le rappresentazioni teatrali organizzate per le nozze di Lorenzo de' Medici (detto Lorenzino) con Margherita de La Tour d'Auvergne nel settembre dello stesso anno (le altre commedie rappresentate per quelle nozze furono il Falargho e la Nutrice o Pisana di Filippo Strozzi).

 La fortuna della Mandragola fu rapida e suscitò grande ammirazione e interesse; le rappresentazioni più importanti furono date nel 1520, durante il carnevale di Venezia del 1522 "allorché la prima recita fu sospesa per l'eccessivo affollamento del teatro, e sempre nella stessa città nel 1526". Alla fine del 1525 Machiavelli compose le Canzoni che chiudono i cinque atti della Commedia, per le rappresentazioni del Carnevale di Modena del 1526 patrocinate da Francesco Guicciardini e cantate da “Barbera” Salutati, come abbiamo già ricordato.

 Del 1518 è probabilmente, secondo alcuni, ma la datazione è molto controversa, la novella Il demonio che prese moglie, una favola meglio conosciuta col titolo di Belfagor Arcidiavolo, col quale anche noi l'abbiamo riportata nella nostra Biblioteca elettronica; venne pubblicata col nome del suo autore per la prima volta nel 1549, anche se già quattro anni prima Antonio Blado l'aveva stampata nella raccolta delle Rime e prose volgari di Monsignor Giovanni Brevio, in un testo che conteneva molti errori, “ben lontano dalla finezza e dall'arguzia dell'originale. Il furto del Brevio fu subito avvertito e già nel 1547 Anton Francesco Doni dichiarava di voler denunziarlo, ma fu preceduto nelle sue intenzioni da Battista Giunti, che restituì al Machiavelli la novella” (Gaeta). Belfagor è un diavolo che scende sulla terra per prendere moglie e capire quale è la condizione degli uomini che si sono sposati e che tanto si lamentano delle donne da rappresentare appunto come un inferno la vita matrimoniale; sulla terra, una volta sposato, Belfagor non vedrà l'ora che passino in fretta i dieci anni concessigli da Plutone, il Diavolo supremo degli Inferi, finché scappa. La novella è costruita con quella razionalità che contraddistingue il Machiavelli, che individua un problema e mette in chiaro anche la soluzione. Qualche critico ha creduto di individuare nella moglie di Belfagor la mogli stessa di Machiavelli, ma crediamo che questa idea sia tanto sciocca da non meritare alcun commento: basta leggere l'unica lettera che possediamo di monna Marietta.

 Di questi stessi anni probabilmente è il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, in cui cerca di dimostrare (attraverso il dialogo con Dante) che la lingua usata non ha origini “curiali” ma deriva tutta da quella usata quotidianamente dai fiorentini.

 Nel mese di gennaio del 1519, alla morte dell'imperatore Massimiliano, Carlo di Spagna acquisisce il dominio familiare degli Asburgo e il 28 giugno cinge la corona imperiale. In Italia il 4 maggio muore Lorenzo II de' Medici, cui il Machiavelli aveva dedicato l'edizione definitiva del Principe. Gli subentra nel governo della città il cardinale Giulio dei Medici, che a nome di papa Leone X, chiede allo scrittore un parere sul futuro assetto della città di Firenze e sulla situazione politica generale; Machiavelli gli invia la relazione Discursus florentinarum rerum post mortem iunioris Laurentii Medices, che segna un timido ritorno dello scrittore alla vita politica; se non altro la morte di Lorenzino lo aveva tolto da quell'emarginazione totale che tanto lo affliggeva: la nuova situazione gli dava la speranza di poter ancora fare qualcosa per la sua Firenze, sulla quale si stavano addensando tempi cupi e difficili. Nel Discursus Machiavelli ribadisce il concetto della politica come scienza autonoma, mentre la vita dello stato è vista come lotta fra tre qualità di uomini che sono in tutte le città, cioè primai, mezzani e ultimi.

 Nel mese di giugno comincia a scrivere il trattato Dell'arte della guerra, che verrà portato a compimento l'anno dopo: è il primo testo teorico di arte militare dell'epoca moderna e lo resterà fino a von Clausewitz che tra il 1832 e il 1837 scriverà il trattato Dell'arte della Guerra, in cui afferma che la razionalità del capo e il coraggio della fanteria restano fattori decisivi. L'originalità dell'opera consiste proprio nell'interpretazione dell'arte militare, nel superamento del sistema feudale che privilegiava la cavalleria per arrivare alla nuova concezione della milizia territoriale o popolare teorizzando una riforma delle istituzioni militari. Il grande scrittore francese Montaigne nei suoi Saggi pone il Machiavelli con questa sua opera vicino a Polibio e Cesare come grande autorità in campo militare.

 Nel 1520, in luglio, viene inviato a Lucca per tutelare gli interessi di alcuni mercanti fiorentini coinvolti in un grave fallimento e qui scrive la Vita di Castruccio Castracani, che è la favola esemplare del principe virtuoso o razionale; la visita a Lucca desta un particolare interesse in Machiavelli per la tipologia delle magistrature che la reggono e il modo eleggere il Consiglio generale dei settantadue e e il Consiglio dei Trentasei e ogni singolo funzionario che viene prima eletto e poi destinato a un ufficio: risultato è il Sommario delle cose della città di Lucca. Lentamente ricomincia a prendere una certa posizione all'interno della politica della città.

 Il primo novembre sotto la spinta di Lorenzo Strozzi, uno degli amici della compagnia degli Orti Oricellari, e per interessamento del cardinale Giulio de' Medici, succeduto nella guida della vita politica di Firenze alla morte di Lorenzino, ebbe la nomina a servire nello Studio per due anni e, fra l'altro, l'incarico di redigere annalia et cronacas florentinas, con uno stipendio di 57 fiorini l'anno, la metà di quanti anni prima ne prendeva come cancelliere (che in seguito subirà un aumento fino a 100 fiorini l'anno, e quando le presenterà a papa Clemente a Roma, questi gli darà un sussidio di altri cento ducati perché le continui). Anche se lo stipendio era scarso, l'incarico era comunque prestigioso, perché riceveva l'onore di essere lo storico ufficiale della città, incarico che prima di lui avevano ricoperto altri primi cancellieri, come Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini.

 “Ma c'era un inghippo: era pacifico che le sue storie fossero scritte alla maniera di Livio, cioè con un fine etico, quello di fornire un modello del buon cittadino. Sceso ormai in basso e per poco risalito, Machiavelli fu preso da crisi di coscienza (come risulta dalla testimonianza del Giannotti e dalla sua corrispondenza col Guicciardini. - Vedi ad es. la lettera del 30 agosto del 1524: ‘ingegnerommi di fare in modo che, dicendo il vero, nessuno si possa dolere’, ndr -). Come poteva il repubblicano Machiavelli elogiare i Medici? Cominciò con lo strutturare in maniera complicata gli otto libri delle Istorie fiorentine, riducendo agli ultimi quattro la storia medicea; parlò di politica estera piuttosto che di politica interna; evitò accuratamente i giudizi sul governo dei Medici; ed infine elogiò Cosimo e Lorenzo, ma come uomini, non come capi di una dinastia. Come ne I Discorsi, così anche nelle Istorie ricalca lo schema della introduzione de Il Principe, con la stessa rivendicazione di dignità e di autonomia di giudizio. E già nel I libro fa il contrario di quel che doveva essere fatto: non si pèrita di sostenere la tesi che il papato è causa delle invasioni straniere e abbonda in uno spirito di laicità. Ma troppi fatti sono qui riassunti insieme… Così con molta noia cronachistica le storie vanno avanti”. (Tommaso Albarani).

 Nel 1521, per desiderio del cardinale Giulio, viene inviato dagli "Otto di Pratica" al capitolo dei Frati Minori riunito a Carpi, per ottenere la separazione dei conventi dell'Ordine del territorio di Firenze, creandone una provincia autonoma che si sarebbe potuta governare meglio, da quelli del resto della Toscana, mentre Francesco Guicciardini era governatore di Modena: le avversità della fortuna prendono indubbiamente un aspetto molto ironico, se pensiamo a quanto egli amasse e apprezzasse i frati così ben rappresentati da fra' Timoteo nella Mandragola. Per giunta, i consoli dell'Arte della Lana, approfittando di quella legazione, mentre si trova già a Carpi, gli affidano anche la commissione di scegliere un buon frate predicatore; la notizia gli viene portata da un certo frate Ilarione, confidente del cardinal de' Medici: il compito effettivo di Machiavelli è solo quello di consegnare una lettera al ministro generale, frate Francesco da Potenza e dirgli che la formazione della provincia fiorentina è desiderata dal cardinale, anche perché il cardinale e la Signoria “desiderano de' frati sentire buon odore, e non malo, come insino a ora hanno fatto”. E nulla è più comico di questo ambasciatore che si presenta al Capitolo generale dei francescani dopo aver creato la figura di fra Timoteo.

 Era un incarico indubbiamente ridicolo e meschino per un uomo della levatura intellettiva e politica come Machiavelli; eppure era un incarico importante, perché non solo segnava il ritorno dell'ex segretario alla vita politica attiva, pur se minimale, ma segnava un suo ritornare a sentirsi vivo e utile in qualche modo per Firenze.

 Il primo dicembre 1521, pochi giorni dopo aver elevato Carlo V al ruolo di Difensore della Fede Cattolica contro le nuove idee religiose che in quegli anni stavano dilagando ad opera di Martin Lutero, attiva già dal 1517 con l'affissione delle sue 95 tesi sulla parta della cattedrale di Wittenberg, muore a soli 46 anni Leone X, tanto improvvisamente che circolò la voce che fosse stato avvelenato, tanto che fu arrestato il suo coppiere Bernabò Malaspina e il maestro delle cerimonie di corte, Paride Malaspina, invano insistette presso i medici per l'autopsia. Il 27 dicembre viene eletto il vescovo di Tortosa, Adriaan Florensz che prende il nome di Adriano VI e viene incoronato il 31 agosto 1522 sulla scalinata di San Pietro, senza alcuna pompa, mentre in Roma si diffonde la peste; ma il suo pontificato ha vita troppo breve, per poter lasciare un segno tangibile nella caotica vita politica europea del tempo, mentre sempre più si diffondeva l'eresia luterana. Dopo aver cercato di imporre ai prelati una vita più dedita alle cose spirituali che a quelle terrene, non supera una breve malattia e muore improvvisamente il 14 settembre 1523. Il 19 novembre viene eletto Giulio de’ Medici, già candidato contro Adriano VI, che viene incoronato il successivo giorno 26 prendendo il nome di Clemente VII, salutato con entusiasmo dalla folla, ma dimostrandosi incapace di risolvere con decisione i difficili problemi che affliggevano il papato. Intanto nel 1524 Signore di Firenze diventa Ippolito de’ Medici, figlio naturale di Giuliano di Nemours

 Tra la fine del 1524 e i primi giorni del 1525 compone la Clizia, una commedia, forse commissionata, sul modello della Casina di Plauto, e probabilmente viene corretta in occasione del matrimonio di Maria di Filippo Strozzi con Lorenzo Ridolfi ed ha quasi un sapore autobiografico, perché in essa Machiavelli rappresenta il suo amore per Barbara Raffacani Salutati (che verrà condannata dalla Chiesa ad essere sepolta fuori del sagrato). La prima rappresentazione della commedia avviene il 13 gennaio 1525 nella villa suburbana di Jacopo di Filippo Falconetti, con le scene e le prospettive di Bastiano da Sangallo.

 Intanto gli eventi politici assumono una piega negativa per le forze francesi in Italia. Il 24 febbraio Francesco I viene sconfitto dalle truppe imperiali a Pavia, fatto prigioniero e portato in Spagna: verrà liberato nel gennaio 1526 accettando le dure condizioni della pace di Madrid colla rinuncia a tutti i diritti sull'Italia; ma, non rispettando gli accordi, ritorna in Italia arrabbiato per lo smacco subito e riapre le ostilità organizzando nel mese di maggio la Lega di Cognac insieme a Firenze, Milano, Venezia e al papa Clemente VII che invano con una infruttuosa ambasceria Carlo V aveva cercato di attirare nella sua orbita.

 Alla fine del mese di maggio Machiavelli si reca a Roma per offrire a Clemente VII le Istorie fiorentine; il Vettori lo aveva sconsigliato di venire a Roma a presentarle di persona, forse divenuto sospettoso di quella corte di preti, anche se lo stesso papa ne aveva espresso il desiderio; ma l'opera era ben degna di quella solennità che il papa dava alla presentazione. E dell'incontro Machiavelli approfitta bene, esponendo al papa un suo progetto di truppe nazionali, mostrando la necessità di contrapporre una forte milizia italiana agli eserciti stranieri accampati nella pianura padana. Il papa si mostra interessato al progetto machiavelliano e chiede un parere tecnico al Guicciardini che svolge le funzioni di presidente pontificio della Romagna.

 A Firenze si pensa alla difesa: nel giugno ‘26 viene istituita una nuova magistratura, quella dei Cinque Procuratori delle mura e Machiavelli viene nominato segretario con l'incarico di sovrintendere alle fortificazioni della città. Si getta nel lavoro con la solita passione e con l'abilità delle sue conoscenze, anche se più teoriche che pratiche.

 Intanto nell'estate del 1526 le truppe della Lega assediano il castello di Milano (in quel mentre gli armati dello Stato pontificio hanno come luogotenente generale Francesco Guicciardini) e Machiavelli segue le operazioni di guerra delle truppe della lega di Cognac. In questo momento di relativa calma viene inviato dal Guicciardini a sollecitare dai capi della lega una più decisa condotta di guerra contro Carlo V. Ma nel frattempo le truppe della Lega devono abbandonare l'assedio del castello di Milano, proprio per gli errori politici del papa, che nel mese di maggio si deve umiliare col cardinale Pompeo Colonna che aveva sguinzagliato per Roma le sue soldataglie facendosi interprete del risentimento della Curia contro l'operato del papa, che a questo punto non può più tirarsi fuori dalla politica filofrancese. Ma all'inizio del '27 si trova solo, senza aiuti militari quando il duca di Ferrara si schiera al fianco di Carlo V, con i Lanzichenecchi in marcia verso Roma, che neanche il comandante Carlo di Borbone riusciva a tenere a freno. Il 6 maggio 1527 15.000 uomini assatanati saccheggiano Roma; così racconta Guicciardini (cit., lib. 18, cap. 8:

 Entrati dentro, cominciò ciascuno a discorrere tumultuosamente alla preda, non avendo rispetto non solo al nome degli amici né all'autorità e degnità de’ prelati, ma eziandio a’ templi a’ monasteri alle reliquie onorate dal concorso di tutto il mondo, e alle cose sagre. Però sarebbe impossibile non solo narrare ma quasi immaginarsi le calamità di quella città, destinata per ordine de’ cieli a somma grandezza ma eziandio a spesse direzioni; … Impossibile a narrare la grandezza della preda, essendovi accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercatanti; ma la fece ancora maggiore la qualità e numero grande de' prigioni che si ebbeno a ricomperare con grossissime taglie: accumulando ancora la miseria e la infamia, che molti prelati presi da' soldati, massime da' fanti tedeschi, che per odio del nome della Chiesa romana erano crudeli e insolenti, erano in su bestie vili, con gli abiti e con le insegne delle loro dignità, menati a torno con grandissimo vilipendio per tutta Roma; molti, tormentati crudelissimamente, o morirono ne' tormenti o trattati di sorte che, pagata che ebbono la taglia, finirono fra pochi dí la vita. Morirono, tra nella battaglia e nello impeto del sacco, circa quattromila uomini. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali (eziandio del cardinale Colonna che non era con l'esercito), eccetto quegli palazzi che, per salvare i mercatanti che vi erano rifuggiti con le robe loro e cosí le persone e le robe di molti altri, feciono grossissima imposizione in denari: e alcuni di quegli che composeno con gli spagnuoli furono poi o saccheggiati dai tedeschi o si ebbeno a ricomporre con loro. … Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine: non potendo se non dirsi essere oscuri a' mortali i giudizi di Dio, che comportasse che la castità famosa delle donne romane cadesse per forza in tanta bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignergli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de' santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de' soldati (che furno le cose piú vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie, fusse asceso il sacco a piú di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.

Una guarnigione imperiale penetra in Castel Sant'Angelo e tiene prigioniero papa Clemente per sette mesi fino al 6 dicembre, quando comincia, dopo lunghi negoziati, l'evacuazione della fortezza; il giorno dopo, colla compiacenza di alcuni ufficiali, potrà fuggire travestito da venditore ambulante, rifugiandosi prima a Orvieto e poi a Viterbo, da cui farà ritorno a Roma solo nell'ottobre dell'anno dopo.

 La caduta di Clemente VII provoca a Firenze la caduta dei Medici. Il 18 maggio una sollevazione popolare rovescia il governo mediceo e ristabilisce la costituzione repubblicana. Machiavelli, che si era recato a Civitavecchia per ispezionare la flotta di Andrea Doria, torna precipitosamente a Firenze, ma si trova di fronte a una generale ostilità, determinata non solo dalla sua collaborazione coi Medici, anche se di scarsa rilevanza, ma anche dalle interpretazioni faziose che si cominciano a dare del Principe, raccogliendo quasi una generale avversione, perché, come scrive Giovan Battista Busini in una sua lettera a Benedetto Varchi, “pareva che quel suo Principe fosse stato un documento da insegnare al Duca di tor loro tutta la roba e a’ poveri tutta la libertà; ai piagnoni pareva che e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talché ognuno lo odiava”.

 Machiavelli viene escluso da tutte le cariche della nuova repubblica il 21 giugno, quando ormai nulla più poteva interessargli delle cose di questo mondo e la sua opera veniva affidata alla storia.

 La missione presso Francesco Guicciardini fu l'ultima azione importante della sua vita. Tornato, come abbiamo detto, a Firenze tra la fine di maggio e i primi giorni di giugno del 1527, pochi giorni dopo per un medicamento semplicissimo di cui soleva far uso per i suoi frequenti mali allo stomaco, morì tra feroci dolori il 22 giugno, munito dei soccorsi spirituali della Chiesa ed assistito dai sacerdoti fino agli ultimi momenti della sua esistenza. Le sue ultime ore ci sono raccontate dal figlio Pietro in una lettera inviata a Francesco Nelli professore nello Studio di Pisa: “Carissimo Francescho. Non posso far di meno di piangere in dovervi dire chome è morto il dì 22 di questo mese Nicholò nostro padre di dolori di ventre, cagionati da uno medicamento preso il dì 20. Lasciossi confessare le sue peccata da frate Mateo, che gl’a’ tenuto compagnia fino alla morte. Il padre nostro ci a’ lasciato in somma povertà, come sapete. Quando farete ritorno qua su vi dirò molto a bocha. O’ fretta e non vi dirò altro, salvo che a voi mi raccomando. MDXXVII. Vostro parente. Pietro Machiavelli.” (Firenze 22 giugno 1527).

 Così muore quasi all'improvviso il Machiavelli, repubblicano cacciato dai Medici e mediceo cacciato dalla repubblica, ma di per sé fiorentino attaccato alla libertà della sua città, per la quale aveva vissuto e sofferto. Muore lasciando i cinque figli in una povertà maggiore di quella che aveva ereditato da suo padre.

 Ma certamente Machiavelli lascia di sé un ricordo abbastanza buono, tanto da superare ben presto quelle avversioni che lo avevano afflitto in vita. “Si racconta, scrive Ettore Janni, che nella cappella ove egli fu sepolto in Santa Croce, più tardi si seppellissero persone d'una certa compagnia che ne aveva curati i restauri, e si continuasse questa promiscuità anche dopo il seppellimento di messer Bernardo, il primogenito. Questa parve sconvenienza a un frate guardiano, che andò a farne parola al canonico Niccolò Machiavelli figlio di Bernardo. Ma il canonico, tranquillo, gli rispose: - Deh! Lasciateli fare. Mio padre era amico della conversazione, e quanti più morti andranno a trattenerlo tanto maggior piacere ne avrà. - Erano bene il nipote e il figlio di messer Niccolò.

Bibliografia essenziale e consultata per la compilazione della biografia:

Riccardo Bruscagli, Niccolò Machiavelli, La Nuova Italia editrice, Firenze 1975

Gilbert Felix, Pensiero politico e storiografia a Firenze nel Cinquecento, Piccola biblioteca Einaudi, Torino 1970 (trad. di Franco Salvatorelli, dall'originale pubblicato nel 1965 dalla Princeton University Press

Alessandro Guetta, Invito alla lettura di Machiavelli, Mursia, Milano  1991

Ettore Janni, Machiavelli, Cogliati di Martinelli, Milano 1927, poi Dall'Oglio Milano 1989

Niccolò Machiavelli, Opere complete, con molte correzioni e giunte rinvenute sui manoscritti originali, volume unico, Fratelli Pedone editore, Francesco Lao tipografo, Palermo 1868, con una introduzione dello storico inglese Tommaso Babington Macaulay

Niccolò Machiavelli, Il teatro e tutti gli scritti letterari, a cura di Franco Gaeta, Feltrinelli, Milano 1965

Niccolò Machiavelli, Il Principe e pagine dei Discorsi e delle Istorie, a cura di Luigi Russo, Sansoni, Firenze 1967

Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni, Firenze 1971

Niccolò Machiavelli, Lettere a Francesco Vettori e a Francesco Guicciardini, a cura di Giorgio Inglese, B.U.R. Rizzoli, Milano1989

Niccolò Machiavelli, Il Principe, con una introduzione di Piero Melograni, B.U.R Rizzoli, Milano 1991

Niccolò Machiavelli, La Mandragola e il Principe, a cura di Gian Mario Anselmi - Elisabetta Menetti - Carlo Varotti, Bruno Mondadori, Milano 1993

Niccolò Machiavelli, Mandragola Clizia, Prefazione di Riccardo Bacchelli - Introduzione e cura di Ettore Mazzali, I classici, Universale economica Feltrinelli, Milano 1995

Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971

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Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2011