Giuseppe Bonghi

Biografia di Bono Giamboni

introduzione

Scarse sono le notizie che abbiamo sulla esistenza di Bono Giamboni, un notaio fiorentino vissuto nella seconda metà del XIII secolo; e le notizie sono inerenti alla sua attività professionale sa un lato e politica dall'altro. Figlio di Giambone del Vecchio (Del Vecchio era uno dei molti rami della famiglia fiorentina Giamboni), come il padre Bono fu più volte giudice del Podestà nella Curia del Sestiere di Por San Piero (negli anni 1261, 1262, 1281, 1282, 1286, 1290, 1291). Gli atti che lo riguardano, abbastanza numerosi, si estendono dal 1261 al 1292. Si può quindi ragionevolmente supporre che la vita di Giamboni si estende dal 1235 circa al 1292, vivendo quindi per quasi sessanta anni

         Il Giamboni, alla professione di notaio e all'impegno politico e civile di giudice, affiancò una feconda attività letteraria intessuta di un genuino interesse che ne fanno uno dei più fecondi "volgarizzatori" del suo tempo. Proprio questa fama ha attenuato la diffusione di una conoscenza del Giamboni come scrittore originale e autonomo. La fama acquistata come "volgarizzatore, è attestata dal fatto che nei codici dei secoli XIV e XV gli sono attribuiti i volgarizzamenti di numerosi testi latini: la critica filologica ha solo in parte confermato tali attribuzioni, per altre si è espressa evidenziando forti riserve e dubbi più o meno fondati.

Al Giamboni sono abbastanza concordemente attribuiti i volgarizzamenti delle Historiae di Paolo Orosio, del De re militari di Paolo Vegezio, del De contemptu mundi di Innocenzo III, della Formula honestae vitae di Martino di Braga, del Tresor di Brunetto Latini; non unanime, ma confortata da critici autorevoli è l'attribuzione al Giamboni di un rifacimento toscano del Fiore di retorica di Fra Guidotto. L'opera più originale, o almeno più autonoma, del Giamboni è L'introduzione alla virtù, un mélange di spunti e temi tratti da opere diverse, quali la Psycomachia di Prudenzio, il De fide spe et charitate e De pugna spirituali di San Bernardo di Chiaravalle e il De consolatione philosophiae di Boe

L'opera di Giamboni, non priva di pregi stilistici, è stata collocata nel quadro dei numerosi volgarizzamenti e rifacimenti di opere francesi e di testi latini, classici e medievali, che caratterizzano l'ultimo scorcio del Duecento e la prima metà del Trecento: attività alla quale era connesso non solo un programmatico proposito di divulgazione, ma anche quello di un progressivo tentativo di dare, o ridare, dignità stilistica e letteraria al "volgare". Solo nella seconda metà del Novecento si è cominciato a dare il giusto peso alla sua produzione "originale" e al Libro de' Vizî e delle Virtudi e al Trattato di Vizi e virtù, intesi anche come Introduzione alla virtù citata sopra.

L'opera di Bono Giamboni si inserisce nello stesso quadro storico-letterario che caratterizza la giovinezza e la preparazione sociale e culturale di Dante Alighieri, che insieme a quella politica avrebbe in seguito formato il fondamento su cui poggia l'idea e la struttura del Convivio".

Di lui scrisse Debenedetti: Se non si trascurasse tanto, come oggidì suol farsi, la nostra prosa delle origini, per correr dietro a poeti e poetucoli, senza dubbio la vita e le opere di B.G, sarebbero meglio note. Perché nel quadro della cultura fiorentina, dopo ser Brunetto, conviene proprio ricordar lui, il nostro Giudice. Traduttore dal latino e dal francese in solenni periodi, apre la schiera dei forti volgarizzatori che difendono mirabilmente il toscano, e preparano l'avvento del Decameron. Uomo di legge e letterato, in Italia, ove il giure e la bella letteratura si sposarono così per tempo, dando così bei frutti, favorisce anch'egli il laicizzarsi della dottrina, il suo divenir popolare. (S. Debenedetti, Bono Giamboni, in "Studi Medievali, IV, 1913, pp. 271-277).

 

Testo di riferimento

Bono Giamboni, Il libro de' Vizî e delle virtudi e il trattato di virtù e di vizi, a cura di Cesare Segre, Giulio Einaudi editore, Torino 1968.

 

Nota:

"Il Trattato di virtù e di vizî fu scoperto dal Barbi nel codice Magl. XXI, 174, cc. 66a-87b, del secolo XV in. Esso è rimasto sinora inedito nella sua completezza, dato che il Barbi ne pubblicò soltanto, e non impeccabilmente, un certo numero di brani. La mia trascrizione è, almeno nelle intenzioni, fedelissima. Mi sono attenuto ai criteri già adottati per il Libro, con le poche differenze imposte dal diverso usus dei copisti".

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Ultimo aggiornamento: 02 settembre 2011