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[1 4]
Anche questo Dialogo, come il precedente, non è trascritto da una singola conversazione, precisabile nel tempo, come i primi due, ma se ne immagina la scena nel parco di Villa Bolongaro. Nel periodo di tempo relativo a questo Dialogo, in effetti, Manzoni, Rosmini e Bonghi si sono realmente incontrati in più conversazioni. Unico interlocutore assente dovrebbe essere il Marchese di Cavour che, secondo quanto si afferma nella conclusione del precedente Dialogo, è ripartito per Ginevra nei primi giorni di ottobre; ma, all'inizio di questo Dialogo, il Manzoni è « meravigliato e consolato di trovarlo ancora a Stresa »[1]. Le difficoltà a datare con precisione questo Dialogo nascono da alcune note del Diario dello stesso Bonghi:
« 1° Dicembre: Ho finito questa mattina la mia Quarta Stresiana che è scritta tutta nel mese d'ottobre. Non ho fatto altro »[2].
Il fatto che a dicembre avverta il bisogno di annotare di aver terminato la stesura di un lavoro iniziato già in ottobre e che, contrariamente agli altri Dialoghi, non risulta mai interrotto nella successione delle pagine, conferma l'ipotesi di un certo numero di pagine lasciate in bianco per questo lavoro, come già riscontrato in altri periodi del Diario. Allora è accettabile il fatto che questa Stresiana sia stata scritta « tutta nel mese d'ottobre », ma solo se ci si riferisce al gruppo di fogli che la contengono, tra la data del 22 e del 25 ottobre[3]. Ciò è confermato da altri passi, gli stessi dai quali sappiamo che la stesura procede sofferta e rielaborata per tutto il mese di novembre. Già alla data del 25 ottobre si legge:
« Ho fatto leggere al Rosmini il principio del mio quarto dialogo »[4].
La conferma più diretta nei primi giorni di novembre:
« Il dialogo continuerò a scriverlo nel mese di ottobre, per non interromperlo e riprenderlo in troppi luoghi »[5].
Per confermare che gli incontri col Rosmini e col Manzoni, in questo periodo, sono veramente avvenuti, bastano, fra i molti, questi pochi ma significativi passi:
« 25 ott. -
Jeri al giorno è venuto il Manzoni
a pranzo qui ed è restato tutta [notte] a dormire, e poi stamane infino alle 9 »[6];
« 1, 2, 3 nov. -
Jeri al giorno fummo a far visita
al Manzoni, che aveva pigliato un po' d'infreddatura »;
« Jeri al giorno venne Manzoni e,
al solito, restò qui la sera: è andato via questa mattina alle 10 »;
« Ho avuta una quistione col
Rosmini e il Manzoni sul modo di studiare la storia della filosofia, [ ... ] mi
pare ancora di aver ragione' [ ... ] è strano come il Rosmini capisca così poco
Aristotile »[7].
« 19 nov. -
Sono stato col Manzoni quasi tutti
e quattro questi ultimi giorni. Il 16 venne qui; il 17 lo riaccompagnai col
Rosmini a Lesa e pranzai da lui. È tornato qui il 18 alle undici, con Stefano
che volle fare il ritratto al Rosmini. Stefano andò via verso sera, e Manzoni è
tornato a Lesa stamane alle dieci. Non potrei notar qui tutte le cose acute e
simpatiche che ha dette, specie sulla lingua; spero di ricordarmele »;
« 24 nov. - Il Manzoni è andato via questa
mattina. L'ho accompagnato insieme col Rosmini: questi sino alle Sale; io sino a
Lesa: dove sono restato un'ora, e poi sono ritornato a Stresa a piedi, com'ero
andato »;
« Il Manzoni, prima di andar via,
come parte domani per Milano, s'ha chiamato il Rosmini e s'ha fatto dare la
benedizione. Il Rosmini ce l'ha detto a tavola »;
e non andrebbe tralasciato, se non
per il fatto che occuperebbe troppe righe, quel simpatico « fatterello », che il
Bonghi si premura di annotare in questa pagina: del Manzoni che mette in pratica
i consigli di un contadino « che, quando gli accadeva di non poter trovare
qualcosa, recitava un
Pater a sant'Antonio, e sempre, prima che avesse finito, trovava quello che
cercava ». Da queste pagine del Diario bonghiano traspare la semplicità
del Manzoni che da grande narratore esperimenta su se stesso le situazioni
vissute dai personaggi del suo romanzo. E il Bonghi sembra contagiato da questa
passione per il descrittivo. In questo Dialogo è minore che nei precedenti la
vivacità dialogica. C'è quasi un attardarsi compiaciuto nella descrizione degli
ambienti e degli atteggiamenti dei personaggi. C'è, però, più che negli altri
Dialoghi, un approfondimento dei temi contenuti negli scritti rosminiani; una
ricerca di chiarificazioni a tu per tu, per quell'attardarsi lungo il percorso
da Stresa a Lesa e per quel fermarsi « qualche ora » in più col Manzoni; o nel
domandarsi se il Rosmini « faccia il Figliuolo coeterno al Padre ».
Di questo quarto Dialogo e della
lettera dedicatoria al Marchese di Cavour viene qui riproposto il testo
manoscritto riscontrato con l'edizione, curata dallo stesso Bonghi, per i tipi
del Regio Istituto de' Sordi-Muti, Genova 1855. Le discordanze tra questa
edizione e il testo manoscritto, facente parte del
Diario, saranno indicate nelle
note precedute da: Ed.
'55.
Interlocutori:
Rosmini,
Manzoni, Bonghi, Marchese di Cavour.
Ambientato fittiziamente a Villa Bolongaro, Stresa.
Fine ottobre
1852.
« La bella giornata ch'è oggi! Si
studia e s'ha lena ch'è un gusto. Ve' come spiccano le colline su quell'azzurro
di cielo. Questa poca d'aria che spira, pare che raddoppi la vita[8] ». Così mi dicevo mentre colla penna in
mano e che continuava a correre sulla carta, rivolto sulla seggiola con mezza la
persona, me ne stavo a guardare fuori per la finestra che mi s'apriva dietro le
spalle. E al pensiero della natura che doveva tutta sorridere all'ora del
tempo e la dolce stagione, mi levai da sedere e mi affacciai
alla finestra per vedere tutta e contemplare a bell'agio quella scena di
paradiso che si distende quasi a circolo in faccia a Stresa. E cominciavo a
scorrere collo sguardo su per quelle cime di monti e ad abbassar gli occhi giù
per quelle loro miti e verdi pendici, e dentro alle acque del lago chiare e
limpide ed azzurre, come il cielo, rivedevo cime e pendici, case e borgate,
tutto ciò in somma, che adorna spiagge umili e basse. Non so s'io sia il
millesimo primo a ripetere che niente dispone meglio l'animo a lasciarsi portare
a una certa onda del pensiero, quanto l'aspetto delle acque appena increspate
d'un lago e delle barche che senza sforzo di braccia e di remi vanno a seconda
d'un'aura dritta e leggiera che gonfia le vele. Io, dunque, pensavo e guardavo,
e chi sa quanto avrei continuato a sprecare il mio tempo così, se il rumore di
una carrozza che veniva dalla parte di Stresa[9] non m'avesse come svegliato. Appena che
i cavalli ebbero fatto capolino oltre il canto della chiesa parocchiale che
confina con una parte il mio universo, m'accorsi che gli eran quelli del
Manzoni. Ora, sapete cosa vuol dire la carrozza del Manzoni che mostri di
volersi fermare avanti al cancello di casa Rosmini? Uno scender giù a precipizio
di chi l'ha vista per il primo, un picchiare all'uscio della stanza del Rosmini,
un dirgli che il Manzoni è lì, e un continuare giù per le scale, senza aspettare
altro, e poi un venir fuori sulla loggia e giù da capo per quei sei o sette
scalini che mettono al cancello, di maniera che ci sia il tempo, prima, di
spiegare il predellino a don Alessandro o di dargli la mano mentre cala e,
secondo, o stringersela e accompagnarlo o fargli un inchino rispettoso e correre
avanti a spalancargli l'uscio a vetri della sala. Qui s'incontra il Rosmini che
è già sceso anche lui, e chiunque voi siate, il Manzoni si scorda di voi e gli
si gitta nelle braccia e cominciando con un « caro il mio Rosmini » continua con
dimandargli se sta bene come l'ultima volta che l'ha visto e solo dopo consumato
tutto, direi, il primo servito della conversazione, si ricorda da capo che s'è
in tre e che bisogna parlare in tre.
Questa volta toccò a me di venire
giù in fretta, come di fare quelle altre cose che ho detto: e però d'essere
ecclissato nella sala e tornare a ricomparire quando i due, andando e
discorrendo, furono entrati in salotto. Però come ci fummo e appena eravamo
diventati davvero tre, ci spiacque di trovarci lì dentro, il tempo era così
bello e così mite che faceva vergogna e fastidio di restare fra quattro mura. Di
maniera che senza dircelo, un passo dietro l'altro, uscimmo fuori del salotto, e
ripassando per la sala e girando a destra, ci trovammo a scender giù per le
scale che mettono al giardino. Qui s'ha il gusto, chi si fosse dispiaciuto
d'essere stato dimenticato nella sala, di vedere come il Manzoni si scordi
persino del Rosmini e si metta a ragionar colle piante. A quel punto, bisogna,
se volete parlar con lui, parlare almeno pel primo quarto d'ora cogli alberi;
altrimenti non vi darebbe retta se non per cortesia. Il Rosmini che lo sa, si
mette o si lascia mettere, appena uscito nel giardino, sul discorso degli alberi
e per lo più di un magnifico cipresso che alza il capo fra tutti i suoi
confratelli, e parenti più o meno lontani che gli fanno siepe intorno, e
veramente attira gli occhi a sé appena che s'è in posto di vederlo: codesto
cipresso, voglio dire, fa da ciamberlano ed introduce il discorso. Questa volta
fu il Rosmini che volgendosi al Manzoni e indicando con la mano:
« Ho poche volte - disse, - visto
un così bell'albero in vita mia ».
« Quel cupressus distycha
vuol dire - rispose il Manzoni, - davvero, è venuto molto bene. Sono alberi
che vogliono acqua; e qui così poco distante dal lago, deve averne trovata
subito. Come starebbe bene a piantare di questi cipressi lungo la spiaggia! Mi
dica: matura i semi? »
Il Rosmini che non ne sapeva nulla,
non rispondeva. A me pareva d'averne visto de' polloni nei vasi; ma so tanto di
botanica quanto basta a scambiare un pollone di cipresso con uno d'abete, di
pino o di ginepro. Il Manzoni, intanto, era giunto a' piè dell'albero e toccava
l'estrema punta d'un ramoscello tenerissimo, a cui aderivano tanti bocciuoletti
a forma di piccole uova o spajati o a due a due o a gruppi sopra un solo
picciuolo.
«Ed ecco i fiori - diceva, -
matureranno in primavera; intanto per il verno...»
Ma qui sopravvenne il Marchese di
Cavour che il Rosmini aveva fatto avvisare dall'Antonio, il barbiere di Siviglia
della casa. Il Manzoni appena ebbe fatte le meraviglie e si fu consolato di
trovarlo ancora a Stresa e soddisfatto alle dimande ed alle risposte che usano:
« Per il verno - continuò, -
lavoreranno a potere sbucciare a tempo loro, così chiusi in questi sepali che
paion ora saldati insieme e s'apriranno in calice di qui a un anno. Ma guarda,
guarda più su come è carico di stroboli, le sue frutta e i suoi semi di
quest'anno. Quanti n'ha! »
« In cento anni - ripresi io, -
basterebbe a coprire di cipressi così larghi e ombrosi tutta la superficie della
terra; e così bene che non ci sarebbe spazio per mettersi all'ombra ».
« Cento anni! - mi rispose, -
dimanda[10] troppo. Gregorio Fontana, gran
matematico, come sa, ha fatto questo calcolo, che con i soli semi di una
pianticella dell'iosciamo, dando a ciascuno individuo lo spazio d'un
piede quadrato, in quattro anni non ci sarebbe più posto per altro ».
« E non ha detto - ripigliai, - il
Fontana, che è questo principio così potente di vita che feconda e moltiplica a
questo modo? »
Il Rosmini sorrise, il Manzoni non
m'udì; giacché era davanti a una bella paulonia, anch'essa tutta
straccarica di semi. E squadrandola con l'occhio:
« Ecco - diceva, - è restata lì;
non va più su. Queste paulonie rassomigliano alla civiltà russa come
russo è il nome che portano; vengono su alte a un tratto e poi ferme lì; non si
va avanti ». Ed io, accennando a tanti semi: « mi vorrebbero dire - ripresi, - o
il Manzoni o il Rosmini, o il Marchese, che è tutto questo vigore che vive nella
pianta sia cupressus distycha o paulonia o quella aucuba
screziata che è qui, o quel maligno lauro che è lì oltre, o questo delicato
corbezzolo che è nel mezzo? » Questi nomi mi venivano a mente, guardando
gli alberi avanti ai quali passavamo per andarci a sedere nel piccolo boschetto
che quelli e tanti altri formano insieme con le camelie e le magnolie e i
rododendri e le ortensie. Nel mezzo ci ha una radura con un tavolo di pietra e
parecchi seggi attorno. Quando fummo seduti, il Rosmini:
« Hanno sentito - disse al Manzoni
e al Marchese, - la domanda dell'ospite? »
« Sentito - rispose il primo, - e
fatto le orecchie di mercante, che è la migliore risposta, mi pare ».
« Bisogna, di certo, salire molto
più su della cima degli alberi per trovarla » soggiunge il Marchese.
« Anzi - ripigliò a dire sorridendo
il Rosmini, - bisogna farsi sotto a' loro piedi; giacché sono l'estreme
boccuccie delle radici quelle con cui la pianta succhia la vita; non è il vero,
Manzoni? »
Manzoni -
Sì; ma come la mostra nell'estrema
punta della cima, credo che per capire davvero cosa sia, bisognerebbe restare
nel tronco[11].
Bonghi[10] -
Insomma la dirò grossa io, né
m'importa che tutti loro mi si scaglino contro e mi diano sulla voce. Questa
potenza così rigogliosa, così varia e così unica della vita vegetativa, è
quella, mi pare, che dà gran colore a una filosofia che non è la vostra[13]. Il principio, dicono, della vita, è
unico; ed è la vita stessa. Quello che in noi sente e ragiona, sente solo
nell'animale, vive nella pianta; e in noi, nell'animale, nella pianta, come
finiti che siamo e che sono, è, non pure essenza, ma fenomeno. Appare nella
foglia, nel frutto, nel tronco, nel ramo, nelle radici, nel fiore; son varii
momenti di una vita unica diversamente graduata, sviluppata e intensa. Questa,
come sanno, è il midollo[14] di un gran numero di sistemi
speculativi; e credo che i filosofi ci lavoreranno tanto attorno e ci
ritorneranno su tante volte che finiranno col farle pigliare almeno tante forme
e figure, quante pretendono e bisognerebbe certo che ne pigliasse quel principio
loro unico della vita.
Manzoni -
È così facile l'illusione ed è così
grande il guadagno che si ripromettono! È una chiave che aprirebbe tutte le
porte, se riuscisse ad aprirne una sola; o meglio, se a una a una riuscisse ad
aprirne una qualunque. Certo, Rosmini, non le pare che questo principio unico
sarebbe abile di trasformarsi in ogni cosa se prima avesse ragione di
trasformarsi in una sola[15] e se la sua natura non le impedisse,
ammesso per assurdo[16] che ci fosse, una ragione di
trasformarsi in qualunque cosa?
Rosmini -
Perfettamente; oltre di che
l'ipotesi è destruttiva di ogni morale, e, ch'è tutt'uno, della parola di
Cristo.
Bonghi -
Lasciamo stare. Vuol dire, Manzoni,
per la prima condizione che mette alla verità di quel sistema, che non dovrebbe
mancare a quello che vogliono che divenga, una ragione sufficiente di mettersi a
divenire?
Manzoni -
Appunto.
Bonghi -
Ricordo che una simile obbiezione
fa Aristotile a parecchi sistemi greci anteriori a lui, quantunque io poi non
sappia come farebbe lui stesso a cansarla nel suo. I primi principii di Talete,
dic'egli, di Anassimandro, d'Empedocle e di parecchi altri di quelli a cui dà
nome di fisiologi, fanno mirabilia; ma non si vede un perché si mettano a farne.
Vero; ma forse si potrebbe dire che la stessa lor natura ha dentro di sé questa
necessità di divenire.
Rosmini -
E si risponderebbe che questa
natura è supposta arbitrariamente. Sarebbe, sì, una ragione di quello che
seguirebbe in lei; ma una tale che ne dimanda un'altra per essere ammessa. Poi,
questa natura o questa necessità di divenire altro è tutt'uno col principio o
altro da lui? Se è tutt'uno, si domanda su qual fondamento e perché affermate
come prima una natura dimezzata ed imperfetta? Se è altro, adunque il principio
vostro non è uno e ha già una duplicità in sé, duplicità della quale non date
conto, giacché l'uno dei termini non implica l'altro. Ed in ogni caso, questa
necessità di diventare, per un principio assolutamente primo, non che essere
arbitrariamente supposta, è assurda.
Bonghi -
Oh! E perché?
Rosmini -
Perché non ci ha verso di
concepirla in un ente primo[17]. E se restassi qui, vedo agli occhi che
mi fate che non avrei detto il perché che mi dimandate. Ve lo spicciolerò dunque
per farvi piacere, se il Manzoni e il Marchese permettono.
Il Manzoni e il Marchese, non che
permettere, si meravigliarono che si chiedesse loro il permesso, e pregarono il
Rosmini di continuare. E il Rosmini ripigliando il discorso:
« È pur chiaro - disse, - il
perché, anzi i perché; ce n'ha due: almeno ne veggo già due a quest'ora. O
questo principio sa d'essere necessitato a diventare o nol sa. Poniamo che nol
sappia. Non ha dunque l'idea dell'altro in cui s'ha a trasformare. Quest'altro
perciò non è ancora né come cosa né come idea: di maniera ch'è assolutamente
nulla. Ora di dove verrebbe al principio quella necessità di trasformarsi in un
nulla assoluto? A me pare impossibile di concepirlo. Direte, che l'altro
esiste nel principio a guisa di germe. Tant'è: distinto o non distinto? Se
distinto: prima m'avrete a dire come sia distinto: e poi, è il germe che
si svilupperebbe in albero: lo stesso, poniamo, diventerebbe lo stesso; non
sarebbe il principio per sé che diventasse altro da sé. Se non distinto, siamo
da capo: allora è nulla: perché il germe se non è distinto, non è ancora germe e
neppure un germe di germe. A ogni potenza determinata bisogna un atto distinto
da ogni altro. E potete regredire quanto più vi piace nell'ordine delle potenze;
se volete una potenza di tal cosa e non di tal'altra[18], vi bisogna supporre già un tale atto e
non un tale altro. Altrimenti avrete una potenza generalissima che per essere
indeterminata a tutto, non è davvero germe di nulla. Lascio stare che
quest'espressione di germe - la quale, quantunque metaforica, avrebbe in
quel sistema e nel caso nostro un uso proprio - fa appunto contro quegli che
l'adoperano. Il Manzoni ha ancora nelle mani il cono d'una paulonia
schiacciato ed aperto. Ciascuno di que' minuti corpiccioli neri è un seme o
germe. Ora mi dicano, cosa c'è di comune tra quel corpicciuolo così mingherlino,
e quest'albero a larghe foglie pomposo che ci sta davanti? È in sé più compìto
l'uno che l'altro?[19] Non so come potreste rispondere di sì; o
che sia più compìto l'albero. Forse perché il seme si trasforma fino a che non
sia venuto in albero? Falso; giacché l'albero si trasforma da capo ogni anno
fino a che non abbia riprodotto de' semi. Adunque, tanta perfezione e compitezza
è nel seme quanta nell'albero, e quanta in tutte le forme intermedie per le
quali trapassano, l'uno nella generazione dell'albero, l'altro nella
rigenerazione del seme. Non c'è una deficienza o un vuoto in nessuna di queste
forme per se stessa che la obblighino a passare a un'altra per compiersi. Ma,
dite, ciascuna di quelle forme è pure ordinata all'altra: tanto che dell'altra
che segue, trovate la ragione in quella che precede. La trovate voi, non lo
nego; s'ha a sapere se la trovi ciascuna di esse sia rispetto a quella da cui
viene, sia rispetto all'altra a cui va. Ora, cosa le pare? Ciascuna di quelle
forme sa la ragione di quella che segue e intende l'altra che l'ha preceduta,
come ragione di sé? »
Bonghi -
Certo no.
Rosmini -
Dunque, ciascuna di quelle forme
non ha niente dell'altra; ed è tutta chiusa e raccolta e compìta in sé. Perché
di quelle due forme l'una sia coordinata e posta per ragione dell'altra, ci
bisogna una mente che le comprenda tutte e due e le connetta. E perché tutte
quante stanno in una perpetua relazione tra sé, non basta che la mente ne
comprenda due, ma bisogna che le comprenda tutte. La serie delle forme che si
mostrano dal seme all'albero e viceversa, bisogna che sia vista tutta insieme,
perché sia serie. Senza questo è cumulo, quando pur fosse; è disordine, è
sconnessione. Ora, torniamo a noi. Se tutte quante le forme successive e
temporanee del primo principio stanno come germi in lui, bisogna che egli le
intenda tutte a un tratto in tutte le trasformazioni, che piglieranno quando a
mano a mano, di germi diventeranno rampolli e piante. Di maniera che o stanno
come cose morte ed esaurite, o se ci hanno a stare come germi, hanno a essere
intesi ed abbracciati con un atto unico nell'intera serie del loro sviluppo.
Perciò, per accettare la metafora del germe dovremmo ricorrere all'altra parte
del nostro dilemma, e dire che il primo principio intenda e sappia la necessità
in cui si trova, per sua natura, di divenire.
Marchese di Cavour - Ma l'altra parte del dilemma strangola.
Manzoni -
E con tanti cappi, mi par di
vedere, quanti basterebbero a soffocare tutti i filosofi che volessero provare a
metterci il collo.
Rosmini -
Già di certo. Una volta che si è
obbligata questa gente a confessare che il primo principio è per sé
intelligenza, s'è dato loro come d'una mazza ferrata sulla testa. E restano
abbattuti dal colpo di maniera che non ne rinvengono più; appena s'avveggono che
Iddio ha gli occhi, non ci veggono più loro. Il ragionamento ha una scorciatoia;
potrebbe correr così. Ogni intellezione o altrimenti ogni atto d'intelligenza
pone una dualità di un intelligente e di un inteso. Ora, poniamo un'intelligenza
prima: dovrà avere una intellezione prima; altrimenti non sarà un'intelligenza
in atto, ma una possibile meramente; e una possibile, si badi, non potrebbe
essere se non posteriore a una in atto; perché un'intelligenza possibile non
vorrebbe dire se non una intelligenza pensata, essendo il possibile e il
pensabile termini convertibili[20]. Ma come deve essere quella intellezione
prima in cui si origina e sta l'intelligenza? Di certo, perché sia prima e
costitutiva, dev'essere essenziale: voglio dire, già s'intende, che non
dev'essere accidentale: e mi spiego meglio. Questo inteso, perché l'intellezione
sia a quella maniera, bisogna che sia così fatto che il principio che intende,
non potrebb'essere ridotto in atto da altro e viceversa. Dovrà adunque essere
un'intellezione assoluta; vo' dire tale che posto l'inteso, e posto anche il
principio intellettivo, e posto questo è posto anche quello. Ora, nessuna entità
intesa che si realizzi in una serie di forme successive, può tener luogo di
cotesto inteso primitivo. E per più cagioni, tra le quali ne voglio scegliere
una che forse è la più sottile; ma che per ciò stesso deve piacer più al
Manzoni, al Marchese e al mio ospite partenopeo[21] che sareste tutti e tre capaci, se i
ragni dimenticassero il modo di ordire le loro tele, a rimetterlo loro in
cervello. Ecco dunque il mio argomento sottile. Per l'ipotesi stessa, la serie
non può essere realizzata che in un solo e nel primo dei suoi termini. Ora come
intesa, ha a esser compresa tutta; senza che non è neppur serie, anzi, come ho
detto e mi par dimostrato più, non è a dirittura. Dunque ci sarebbe sproporzione
e disuguaglianza tra l'inteso e il principio reale intellettivo, e questo
sarebbe da meno come reale che come intellettivo. Ora, con questo squilibrio,
non potremmo più avere quell'intellezione assoluta, che dicevamo, né però
quell'intellezione prima ed essenziale e constitutiva che si dimandava. Bisogna
dunque che il principio, in quanto intellettivo, intenda non una serie, ma un
tutto compìto, semplice, senza parti, e che questo tutto sia, come essenza,
tutt'uno con lui: altrimenti, non ci ha assolutezza in quella intellezione
prima, che è la stessa intelligenza prima. La serie e la successione è esclusa
dal principio, sia come realità, sia come inteso[22] se il principio è intelligente: e se non
è, non ci può né potrà mai essere né serie né successione; dove, ripeto, quando
fosse intelligente, se la serie non è in lui per sé, può almeno nutrirsi qualche
speranza che possa poi essere di una qualche maniera concepita da lui. E si
ricordino quello che ho detto loro a principio; che la necessità del divenire in
un ente primo sia assurda. Di fatto, non si potrebbe attribuire se non a un
principio che fosse così compiuto e assoluto che non potrebbe più divenire.
Giacché non ho pur ora mostrato che la natura dell'ente primo è tale da
escludere da sé, perfino come inteso primo essenziale, la serie o la
successione? Questa filosofia adunque si soffoca da sé medesima, come gli
scorpioni, nell'opinione del volgo, si uccidono colla lor propria coda.
Marchese di Cavour - Qui si potrebbe subito, crederei,
attaccare un'altra prova. Lei, Manzoni, diceva che al sistema panteista
bisognava adempiere due condizioni perché, comunque inteso, potesse pretendere
di esser vero: la seconda era, se non isbaglio, che il primo principio potesse
pur pigliare l'una qualunque di quelle forme successive.
Manzoni accennò di sì colla testa e
il Marchese continuò: « Ora, è evidente che se il primo principio dev'essere
intelligente e se non può essere così se non a quella maniera che ha detto il
Rosmini, non potrà di certo, in questo caso, ridursi e sfigurarsi in una
qualunque altra forma. Giacché questa, come l'è un adito o trapasso ad un'altra,
dovrebb'essere necessariamente incompiuta, essendo quell'altra che dovrà
seguire, mossa già e principiata in essa. Adunque così l'intero diverrebbe
parte; il perfetto imperfetto: il pieno voto; il più meno; l'assoluto relativo;
l'illimitato limitato; l'infinito finito; l'estemporaneo successivo; l'eterno
passeggiero; l'immutabile mutabile; e così via via: in somma, l'essere non
essere. Questa conversione non e possibile per nessun verso; non ci sarebbe
né un modo né un perché ».
Bonghi -
Devo molti ringraziamenti al
Rosmini e al Marchese. L'ho capita, e mi pare che sia come dicono loro due. Ma
che vogliono? Abyssus abyssum invocat, ed io ho un gran gusto di
passeggiare sull'orlo dei precipizj. Insomma, mi pare che questo che ha detto
lei, Rosmini, ora, torni al medesimo di ciò che dicevamo jer l'altro con lei,
sig. Manzoni.
Il Manzoni che fin'allora colle
gambe a cavalcioni, col busto piegato in avanti ed appoggiato sulle braccia
incrociate e posate sulle ginocchia, col viso tutto teso e col naso
affilato, colle ciglia inarcate e così sporgenti in fuori e raccostate che nel
profondo solco che facevano sulla fronte, pareva che tutta la mente si
raccogliesse, aveva attentamente guardato e udito parlare il Rosmini, si rivolse
di subito a me quando l'ebbi nominato, e « Una bella scoverta - mi disse, - mi
ha fatta. Certo che ciò che il Rosmini ha detto dianzi, si riduce a quello che
jer l'altro dicevo io; che l'Ente primo, cioè, ha l'essere in tre modi, come
soggetto, come oggetto, e come sintesi reale dell'un coll'altro e bisogna che
sia a principio così per essere. Il Rosmini non ha parlato ora del terzo modo,
perché non faceva al caso. Ma bensì n'ha discorso come intelligenza, che è a
dire come oggetto; e come reale, che vale come soggetto: e dimostrato che da
qualunque di queste due forme[23], si cominci, si riesce necessariamente
all'altra come coesistente. Ma lo sapevo io, che questo vale al medesimo di ciò
che dicevo jer l'altro io: ma a dirmelo mi pare che sia come un ricordare a
Lazzaro, che quelle poche. miche di pane di cui si ciba, sono di quelle che
cadono dalla tavola imbandita dall'Epulone».
Rosmini -
Chiedo scusa; che lei consenta con
me in filosofia non vuole già dire che lei la impari da me: ma bensì che lei,
pensando da sé, s'è incontrata nel pensier mio, e gli ha aggiunta così la
maggiore riprova che potesse desiderare. Sono io che devo ringraziare lei,
perché confortando dell'autorità del suo intelletto e della sua buona fede le
mie povere ostinate speculazioni, ha aggiunto loro quel credito di cui
bisognavano.
Manzoni -
Ah, Rosmini, non dica...
Rosmini -
Devo dire, perché è così il vero, e
perché la sua modestia è tanta che glielo fa sconoscere, quando è in favor suo.
Del resto jer l'altro ci dette appunto una tal pruova della verità di queste mie
parole, che le diventano inutili[24]. Mi dica: potrebbe lei affermare, in
coscienza, che tutte quelle belle cose che ha detto jer l'altro, le ha imparate
da me?
Manzoni -
Per parecchie, certo, potrei; per
altre forse no, ed è appunto questa la ragione che mi fa dubitare se ho fatto
bene a dirle. E poniamo che fossero vere, ci avrei tanto merito quanto un albero
ad esser venuto su per le cure assidue di chi gli ha innaffiate le radici,
tagliati i rimettiticci soverchi e levato via ogni anno il secchericcio.
Il Rosmini sorrise, e poi: « Lei è
troppo ingegnoso - soggiunse, - contro di sé: e ci vorrebbe un altro Manzoni per
ribatterla. Manco male che non fa bisogno, perché sarebbe tanto creduto chi
dicesse: il Manzoni in filosofia si contenta di ripetere, quanto chi parlasse
de' Promessi sposi come una miseria o del Cinque maggio come un
delirio, e poniamo ancora che avesse l'autore per sé ».
Il Manzoni si tacque; che è
l'ultima risposta che sogliono dare quelli a cui la lode propria fa dispiacere
davvero, e son pochi molto: né fino a ora ne ho conosciuti più di due o tre, e
tutti italiani: in Francia la modestia è pianta che quasi non viene più tra gli
uomini di lettere e di scienze: e tanto son persuasi che la sia loglio e da
ardere, che, per venir bene, s'innaffiano da sé medesimi[25]. Del resto, è una digressione: allora
non pensai a questo, ma bensì a chinarmi verso il Manzoni e a dirgli: « Il
burlato son io. Quando cominciai a farle quella dimanda, che ha dato occasione
alle parole che le ha dette il Rosmini, io non voleva annunciarle solamente
quella scoverta, la quale, a senso suo, ha la barba lunga. Volevo solo farmene
uno scalino per passare a ricordarle che il discorso di jer l'altro non era
finito, e come la dottrina esposta dal Rosmini ne rinforzava sopra certi punti i
fondamenti, mi pareva che potessimo con più sicurezza rimetterci ad elevare gli
ultimi piani ».
E il Manzoni: « Vedo - mi rispose,
- che lei fa da buttafuori ».
« Faccia conto - ripresi io. - Si
ricorda, che noi eravamo restati lì, che bisognava distinguere nell'essere
finito il modo del finito ch'egli ha e l'atto della sussistenza per cui è; s'era
detto, ma non dimostrato, che quello è necessario come ogni modo dell'essere, e
questo arbitrario, come ogni atto per cui l'essere è. Lei voleva cominciare dal
chiarirmi quale sia questa necessità che appartiene al modo finito dell'essere,
e se sia quella medesima che s'attribuisce al suo modo infinito, il quale deve
essere in una triplicità, come ha appunto ripetuto lei stessa qualche minuto fa.
Ora a quel punto c'interruppe donna Teresa per cagione dell'umido e per paura
dei raffreddori: e davvero, al tornare a Stresa era così bujo il tempo e così
pizzicante l'aria che dobbiamo avere obbligo alla cortesissima, garbatissima e
cautissima moglie sua. Ora, qui, a quest'ora, con questo bel sole d'agosto, tra
l'ombre degli alberi, senza aver né caldo né freddo, mi pare che neppure donna
Teresa ci potrebbe rimproverare di chiacchiericcio soverchio e spensierato: e
che con tutto il rispetto che le dobbiamo, potremmo in buona pace e col suo
beneplacito rimettere a ordine le faccende del Creatore e del creato »[26].
Tutti e tre risero a questo
discorso ed io continuando: « Ora ridono, veda, e non aprono bocca il Rosmini e
il Marchese: ma in questi due giorni hanno riparlato tra sé di quel discorso che
io posso chiamar nostro come la mosca diceva sua la fatica che facevano a tirare
un carro que' due bovi tra l'orecchie de' quali svolazzava[27]. Dunque, dicevo, hanno riparlato spesso
di quel discorso e mi hanno pregato di farglielo continuare a ogni costo la
prima volta che ci fossimo rivisti ».
« Hanno gusto, pare - disse il
Manzoni, - a vedere altri andare a tentoni per le vie per le quali corrono loro
».
E il Rosmini, rompendo la parola: «
Che ci corra io - disse, - certo no: non so del Marchese: ma credo che e lei ed
io e chi si sia andiamo tutti a tentoni; giacché la luce di Dio abbaglia per
tutte le vie che conducono a lui, da una sola in fuori, per la quale non si
conosce, ma s'ama. Dunque veda, che per questo non si distingue dagli altri: e
sa in che si vantaggia lei? Che non inciampica; e son pochi. A ogni modo, tutti
quanti noi qui, e tutti quelli che hanno fede nel Verbo che fa conoscere il
Padre, quand'anche inciampicassero, non cadrebbero: c'è per loro un braccio
sempre pronto, il quale, prima che tocchino terra, gli afferra e gli rimette in
piè. Coloro che per un illusorio orgoglio di potere andar soli, rifiutano
l'aiuto della fede, vogliono avviar l'uomo senza bastone e senza scorta, per
erte molto più ripide di quelle del Monte Bianco, o per ghiacciaie assai più
rotte e dirupate di quelle del Monte Rosa. Lei, Manzoni mio, ha bastoni e
scorta: e poiché non ricusa il lume, vede le cime, e fa carità a mostrarle
altrui ».
« A loro, eh! » disse il Manzoni.
« A noi - riprese il Rosmini -
crede lei che non deva né possa mostrarle? Siamo lontanissimi
dall'accordarglielo ma, per uscirne, vada avanti lei: ci rifaremo da capo se si
troverà che bisogni ritracciar meglio la via ».
« A questo patto - rispose il
Manzoni, - eccomi ».
« Davvero - aggiunse il Marchese, -
qui c'era per lei una necessità se non fisica, certo morale e logica di scendere
a patti. Il panteismo si confuta bensì col mostrare, come il Rosmini ha fatto,
la natura dell'intelligenza dell'ente primo ed assoluto. Ma con questo non si
levano tutte le difficoltà di ogni genere. Quelle di un certo ordine sì, ma ce
ne sono appunto altrettante di una contraria natura. Appunto quelle che
c'incagliano da più giorni e di cui dobbiamo sgombrare la via, se vogliamo
sperare - e forse è troppo, - che gli uomini, non tornino perpetuamente a
cercarne un'altra ».
Manzoni -
Troppo davvero. E a ogni modo, non
sarei già io lo spazzino. Comunque, io avevo poco altro a dire, e quel poco ve
lo vorrò dire a un tratto e da me, affinché voi vi risolviate a farne quell'uso
che vi parrà; e sarà, scommetterei, di metterlo da banda come ciarpe da buttar
via.
Il Manzoni stette sopra pensiero
uno o due minuti, e poi: « Ecco - disse; - quando in filosofia si vuol cercare
un primo, vale a dire Iddio, il più grande intoppo, mi pare, è qui. Un primo,
già s'intende, ha ad esser semplice: che se fosse due, già bisognerebbe un terzo
che unisse i due e codesto terzo sarebbe il primo. Ora, il semplice noi non
l'otteniamo se non assottigliando man mano l'oggetto attuale del pensiero. Mi
spiego. Il pensiero ha sempre un oggetto attuale, così il pensiero del filosofo
come quello di un uomo del volgo: e l'oggetto pensato da cui quello incomincia e
in cui questo s'arresta, non è pure attuale, ma reale. Se non che - e qui, mi
pare, bisogna insistere - questo oggetto, quantunque sia reale, non è però reale
in quanto pensato, ma bensì in quanto [poniamo] percepito e sentito. Ed è
chiaro: tanto poco il pensato deve per sé essere reale, che invece la maggior
parte forse di quelle cose che hanno pensato gli uomini, non eran reali: i
centauri, ponete, le silfidi, Venere, Giunone e via via. E per restare più in
metafisica, il pensiero, sì, ha d'avere un oggetto, ma questo, in quanto tale e
non altro, non è se non pensato o inteso, non sussistente e vivo. Ora, questo
che davvero ognuno sa quando comincia a filosofare, uno risica di scordarselo
per via; e perché l'oggetto attuale, presente del pensiero da cui si parte, è
reale e sussistente, si figura che per quanto l'assottigli, lo sminuzzi, resterà
sempre reale e sussistente. Il filosofo perciò, esercitando un lavoro d'analisi
sull'oggetto attuale che è o parte o tutta la coscienza propria, e spogliatolo e
levatogli tutto quello che gli pare appiccicato, e ridottolo alla forma sua
essenziale, se lo ripropone davanti per vedere se è già un semplice e può essere
un primo. E tante, volte si rifà da capo fino a che trovi questo oggetto
veramente puro, semplice, primo. Ora, in questo viaggio si pericola e per via e
in porto. Per via così, se non mi sbaglio. C'è un punto nel viaggio in cui i
viveri mancano e bisognerebbe approdare e provvedersene. Non si fa e si muor di
fame poi in una regione agghiadata. La metafora non è tanto metafora quanto
parrebbe alla prima. L'oggetto primo del pensiero era sussistente e reale, è
vero, ma ripeto non era così perché pensato. Ora, per mancanza di aver posto
mente a ciò, si suppone e, che è peggio, implicitamente, che fino a che si
continua a pensare e ad avere un oggetto, ci si mova sempre tra reali e
sussistenti. Falso: c'è un punto nel quale l'assottigliamento di quell'oggetto è
tanto che, per poco che l'assottigliate più oltre, gli togliete insieme e senza
accorgervene l'atto del sussistere, e in luogo d'un reale, che avevate,
fin'allora, penserete quind'innanzi un ideale mero e puro. E tanto è più agevole
l'illusione che trapassando dal reale all'ideale fate bensì un salto mortale ed
a piè giunti; ma non trapassate però con questo dall'essere al non essere.
L'idea che è l'oggetto vero ed essenziale del pensiero, dove il reale può bensì
esserlo ma per accidente e perché connesso coll'idea, l'idea è anco essa ma d'un
modo affatto diverso dal reale. Che ci corra una gran differenza dall'essere
come cosa o sussistente, all'essere come idea o pensato, non credo che lo neghi
recisamente nessuno; pure come noi pensiamo tanto l'essere cosa in quella
maniera che ho detto, quanto l'essere idea, questa differenza la travediamo
forse altrettante volte quante la vediamo. Di più, l'essere cosa o idea,
sussistenza o pensato, è atto sempre; ma atto diversissimo, da quando è l'uno, a
quando è l'altro: né credo che nessuno - e abbia pure filosofato tutta la vita -
sia riuscito a persuadersi che tanto e altrettanto è lui quanto tutte le idee
che gli passino per la cima dei capelli. Pure, anche qui, questa diversità
immensa, immensissima, ci è così impossibile di sconoscerla guardandola in viso,
quanto agevole di perderla d'occhio voltandole sopra pensiero le spalle. Tutti
questi, dicevo, e forse parecchi altri sarebbero i naufragi in alto mare: in
porto altre secche. Si sminuzzi pure quanto si vuole: nel pensiero resta una
dualità sempre, il contenente e il contenuto, il pensante e il pensato[28]. Se non che a misura che il contenuto si
fa più piccolo, pare che vi si dilegui; s'arriva a un punto in cui vi deve
proprio parere dileguato affatto. Se non che a quel punto voi pensate ancora,
solo perché, il contenuto davvero, davvero non iscema ed è a quel punto
quell'annientamento stesso progressivo e continuo che n'avete fatto[29]. Di questo non v'accorgete; né, per la
via in cui siete, ve ne potete accorgere; avendo sottratto, non vi può parere
che pensiate malgrado vostro la sottrazione come una somma: perciò vi pare che
il pensiero vostro sia vuoto, eppure sia. Ora, come sarebbe senza un pensato?
Non potete certo. E pure non c'è. Adunque, voi vi dite: nel pensiero primo c'è
un pensato, ma non come diverso dal pensiero; il pensato è il pensiero stesso e
però, come tutt'uno con esso ed inerente che gli è, il pensiero è inconsapevole
del suo pensato, o, meglio, sel pone come oggetto; perciò è assoluto e davvero
primo questo pensiero, uno semplicissimo e puro. E qui le illusioni non
finiscono, anzi raddoppiano. Dicevo, nel pensiero c'è una duplicità continua ed
essenziale: ora aggiungo, nel contenente ce n'è un'altra e perpetua anch'essa,
quantunque non perpetuamente effettiva e reale e perciò possibile ad annientare
in un pensante primo ed attuale. La duplicità è questa: nel pensiero c'è l'atto
che è il pensiero stesso, e un principio reale a cui quest'atto appartiene.
Adunque, la realtà non appartiene al pensiero in quanto tale, ma in quanto ci ha
necessariamente ad essere un ente di cui il pensiero sia atto e che sia reale.
Ora, come assottigliando la materia si riesce ad assorbirla nella forma, voglio
dire, si riesce ad annullare il pensato nel pensiero, così trovato questo
pensiero semplice ed assoluto, si comincia a procacciare di levargli via ogni
soggetto a cui inerisca come atto. Il che è tanto più agevole che la distinzione
tra il pensante e l'atto suo o il pensiero che vogliam dire, dev'essere
necessariamente rispetto al pensante primo meramente logica: che se fosse così
reale in ogni natura d'essere come è in noi, non si troverebbe un ente assoluto,
il cui essere fosse, come dicevamo jer l'altro, l'atto stesso dell'esser suo. La
distinzione tra natura e atto si perime necessariamente nell'infinito: e ne
leggevo appunto una dimostrazione bellissima in san Tommaso, la quale non vale
la pena di ricordare a nessun di voi. Mi basti dire che questa distinzione si
deve, mi pare, perimere, risolvendo l'atto dell'agente nella natura sua: ma non,
come fanno quei filosofi de' quali parliamo, sottraendo affatto la natura e
l'agente e lasciando l'atto campato in aria. Se non che questi filosofi, dopo
annullata male quella dualità di cui parlavo dianzi ed identificato l'atto col
contenuto del pensiero, non possono levar di mezzo quest'altra distinzione se
non appunto nel secondo modo; vo' dire sottraendo il pensante, e lasciando in
piè il pensiero. Così questo pensiero non reale perché non soggetto, non ideale
perché non oggetto, sospeso tra cielo e terra e con in corpo soggetto ed
oggetto, diventa il primo assoluto in ogni ordine sia reale, sia ideale.
Parecchi filosofi hanno naufragato chi a quello, chi a questo di tutti i cattivi
passi che ho segnato: l'Hegel[30], a tutti, quantunque venuto l'ultimo, e
ha fatto fortuna. Mi dica, il mio Rosmini, non meriterei, dopo tutto questo, una
buona fitta di bastonate?
Rosmini -
Che idea! e perché poi? se non
poteva dir meglio.
Manzoni -
Le pare? Ma certo potevo non dire a
dirittura parecchie delle cose che ho dette. A ogni modo volevo mostrare i
pericoli, che devono, a parer mio, schivare i filosofi nella ricerca di un
primo. I pericoli son tutte queste illusioni; e per non farsele[31], non bisogna lasciarsi trascinare al
lavoro analitico del pensiero proprio; e come non serve di mettersi per un
cammino, che non riesce, si deve sceglierne un altro. Ho dimenticato, nel
discorrere di que' filosofi, un punto; anzi non l'ho dimenticato; ma mi convien
ora dargli un altro aspetto qui per poter continuare il discorso mio. Dicevo che
la distinzione tra la natura e l'atto del pensante si perime nell'infinito: e
questo non perché la prima si sottrae, ma perché il secondo è l'essenza stessa
della prima. Dicevo poi che la duplicità del contenente e del contenuto nel
pensiero è perpetua ed essenziale, e non vien mai meno. Le son cose che non
abbisognano di dimostrazione e per quella parte che la richiedono, abbiamo fatto
il dover nostro l'altro giorno col suo ospite, e mostrato perfino, quanto e come
potevamo, di che maniera siano nell'infinito. Ora, voglio dire, caviamone
questo: che, dunque, un ente pensato non può stare senza un ente pensante; e
come il pensato è idea, e il pensante è sussistente, si può dire quel medesimo
così: l'idea non può essere se non preesiste un sussistente che la pensi. E,
guardi, si può dire anche l'inversa; che l'ente pensante, cioè, richiede un
pensato, e cavarne conseguenze vere e belle; ma come non farebbero ora al caso
nostro, le lascio da parte almen per ora e torno a quello che dicevo: l'idea non
è se non ci esista un reale di cui sia idea.
Ch'è una sentenza la quale, quando
uno si ricordi che l'essere, idea o cosa, è atto, si può anche esprimere a
questa maniera: l'essere non può avere l'atto dell'idealità se non ha già avuto
prima l'atto della realità[32]. Ora, unite questa conchiusione con
quell'altra di più su: che l'oggetto del pensiero, in quanto tale, non è reale,
ma idea, e ne trarrete, mi pare, quella bellissima norma di metodo che, poiché
il primo assoluto dev'essere un reale, non potete affidarvi senz'altro all'opera
del pensiero per ritrovarlo, ma bisogna invece affissare il pensiero nell'ente
in quanto reale, dargli per contenuto e per oggetto l'ente reale per sé, e
procacciare, se potete, di trovare che cosa sia un ente primo quando sia reale.
Dovete pensare, in somma, il reale per trovare il primo reale; il che si può,
perché del reale si ha l'idea come d'ogni altra cosa, ed ogni idea è pensabile.
Ora, così non avrete ad assottigliar nulla: e vi basta insister bene su questo
che il primo, non avendo causa, è atto proprio, per convincervi, mi pare, senza
meno, che in lui l'essere ha ad esser primo e non dimezzato: altrimenti, vi
dite, l'atto che è quell'ente, non potrebb'essere. Ora, così abbiamo fatto
l'altro giorno; poi per volergli dare un nome a quest'atto, siamo andati
cercando, se in noi esseri finiti ce ne sia uno che rappresenti in qualche modo
quel tanto d'energia, senza il quale l'ente non potrebbe esser reale. E così,
cercando, dopo esclusa la qualificazione di necessario che suppone una natura
già sussistente e che necessiti, e l'altra di libero, che dimanda già una
duplicità o meglio triplicità, dove per ora non abbiamo se non un ente reale
assoluto, abbiamo scelta una parola, - e l'avete pronunciata voi perché io non
ardivo - quella con cui si chiama l'atto, per cui è richiesta la somma energia
dell'esser nostro; l'abbiamo chiamato, voglio dire, arbitrario.
Bonghi -
A proposito, interrupp'io, c'è chi
non se ne contenta. D. Pagani, che è giunto, pochi giorni sono,
dall'Inghilterra...
E qui il Manzoni m'interruppe alla
sua volta, e volgendosi al Rosmini: « Ah! è arrivato - disse, - quel buon D.
Pagani! Come va? »
« Meglio, grazie - rispose
sorridendo il Rosmini, - meglio ogni giorno. Già basta che tocchi l'Italia per
rifarsi tutto.».
« Ci ho tanto gusto - ripigliò il
Manzoni, - voglio sperare che in breve risani, e sia in caso di coltivare la
vigna, dove l'ha messo il Signore. Altro che Metafisica!! »
« Ma sì - ripresi io, - come qui
siam tutti convertiti, il Pagani, qui a Stresa, rumina anche lui filosofia
teoretica: senza che non avrei avuta ora occasione di nominarglielo. D. Pagani,
dunque, dice che a chiamare arbitrario l'atto essenziale dell'ente reale primo
ed assoluto, si farebbe gridar le pietre non che altro, e che alle orecchie pie
suonerebbe male. Io ho risposto che delle pietre non c'è a pigliarsene pena
perché non sentono; e in quanto alle orecchie pie niente vieta che si turino da
sé colle mani. Ma sono di quelle mie che in casa non mi vogliono mandar buone, e
che neppure lei vorrà accettare, quantunque questa almeno sia detta più in favor
suo che per mio conto ».
« Non l'accetto no - mi rispose il
Manzoni; - una verità, poniamo che ci fosse, la quale scandalezzasse la miglior
parte del mondo, non si dovrebbe dire. Pure io credo che a dirgli tutte quelle
ragioni che dicemmo jer l'altro, e a mostrargli tutte le cautele che adoperammo
a cansare le cattive interpretazioni, forse, chi sa, si sarebbe persuaso ».
« Io glie ne ho dette - ripresi, -
ma risponde ma... »
« Ricantargliele - disse lui, - in
questo caso: il ma si deve o voltare in un argomento o
nascondersi ».
« Ritornerebbe, ci scommetto, colle
orecchie pie: ora, le orecchie non c'è verso di persuaderle ».
« Lei burla, lei - riprese il
Manzoni, - e potrebbero le orecchie pie aver ragione. Non ch'io dica di voler
ritirare quella parola; ma ci si deve lavorare attorno in modo che non si
scandalizzi nessuno. Davvero, non scandalizza, se non perché gli si appiccica un
senso falso, e che non è 'l proprio, mi pare, e per certo non quello nel quale
vogliamo usarla noi. Quando, dopo le nostre dichiarazioni, paresse ancora
scandalosa la parola, allora vorrebbe dire che non ci sia modo di astrarne,
pronunciandola, due idee accessorie dalle quali noi volevamo che la si
separasse: e in questo caso sarebbe da buttarla via, perché non avete che fare,
per esprimere un pensiero, di una parola che non sapesse esprimerlo se non male.
Meglio, in questo caso, che quel pensiero resti innominato. Le aggiunte, che si
fanno per il solito e che noi vorremmo che non si facessero, per ridirgliele più
nette, erano, se si ricorda, che noi, quando diciamo atto arbitrario,
pensiamo un giudizio antecedente e che avrebbe potuto non farsi. Ora,
quest'antecedenza del giudizio e questa possibilità del contrario, chi voglia
pensare un atto arbitrario assoluto, n'ha a fare di meno: e perché si deva e
come si possa, l'abbiamo detto troppo a lungo per doverlo ripetere. Ora, quando
in atto prattico assolutamente non si potesse, - e davvero non mi pare che non
si possa - il rimedio sarebbe uno solo, quello di non applicarglielo questo
nome. Il che a noi poi non farebbe né poco né molto danno: ci basta la cosa, ci
basta, vo' dire, che quell'atto primo della sussistenza dell'essere, che è
questa sussistenza e questo essere stesso - meglio ridire[33] parecchie volte lo stesso che
fraintendere una - quell'atto, dunque, richiede una pienezza dell'essere. Ora,
che questa pienezza si triplichi e come triplicandosi resti una, è un vero che
si può più mostrare che dimostrare e l'abbiamo fatto jer l'altro noi, stamane il
Rosmini, ed è un tal vero a cui si può arrivare per vie infinite. Comunque,
questa triplicità unizzata della natura dell'essere non si può credere altro che
necessaria, e si dirama come dire nell'ente-soggetto e nell'ente-oggetto per
riassumersi nell'ente-moralità. La è il modo dell'essere, come quell'atto è la
sussistenza stessa dell'essere. Ora nell'ente-moralità, sintesi e compimento
degli altri due, si doveva, se si ricordano, studiare l'ente primo per trovarci
le soluzioni che si possono proporre intorno al modo dell'essere: giacché
quell'ente, non avendo tutta la compitezza dell'esser proprio se non nella forma
della moralità, non può riferirsi ad altri esseri che non siano lui e che pure
vengano da lui, se non con tutto sé, cioè dire appunto come morale. Nella forma
morale sua, dicevamo, si compie, anzi non c'è momento che non sia già compita la
generazione sua propria: perciò, se altra sorta d'essere dovrà o potrà aver
luogo che ne dipenda, dovrà riferirsi all'ente primo come a ente morale, e non
come a mero oggetto o mero soggetto. Ora, ci ha altra sorta d'essere oltre
l'infinito? Proviamo.
E non mi sgridino, di grazia, e non
dicano che ci s'è detto già l'altro giorno che quest'altra sorta c'è, ed è il
finito. Vorrei, se è possibile non essere condannato per equivoco: e se, per
caso, le cose che io dico fossero belle e buone, c'è un proverbio greco, non è
vero, lei... »
Ed io, a cui il Manzoni si
rivolgeva, gli soggiunsi subito: « Ah sì: δίς ϰαὶ τρὶς τὰ ϰαλὰ ».
« Che vuol dire - ripigliò il
Manzoni, - mi pare, due e tre volte le cose belle ».
« Giusto - diss'io. - Ora, quel
proverbio mi scusa se le mie parole hanno valore, ed io le ripeto; se poi non
l'hanno, allora la colpa è loro che mi hanno cominciato a far chiacchierare e
non possono rovesciarla sopra di me. Come gli zoppi hanno un prurito di camminar
sempre, così basta incagliare, come fo io, ad ogni due parole per voler essere
un cicalone. Tutto è per iscusarmi dell'aver parlato già molto, e del molto
ancora che dovrò parlare senza posa. Ora, continuerò a raccoglier materia per il
perdono, continuando a peccare ».
Donna Teresa osserva, che suo
marito tante volte si burla da sé e di così buona voglia e di quello che dice e
di quel suo difetto della lingua, che talora uno che sta a conversare con lui,
in ispecie se lo conosce da poco, si sconcerta affatto e non sa che viso fare.
Non potete ridergli, dice sempre donna Teresa, in viso come ve ne verrebbe
voglia perché non ci sarebbe creanza: non potete dirgli che il p, l'r, l'm, il c
non gli siano de' gran nemici, perché nel fatto lo travagliano molto: non potete
affermargli, aggiungo io com'è il vero, che non potrebbe discorrer meglio [chi
nol sa, sappia che per l'aggiustatezza della frase, la novità del concetto, la
finezza delle osservazioni, e per quella virtù rarissima, che non so se abbia
nome, ma che consiste nel non dar mai nel vuoto e non aver bisogno, per
continuare il discorso, di fornirlo d'inezie, o, come dicono mirabilmente
gl'inglesi, di non-sensi, per tutte queste qualità, dunque, e per parecchie
altre non ci è forse conversazione che piaccia più e valga meglio di quella del
Manzoni], non potete affermarglielo, dicevo, perché con un ah! ah! vi tronca la
parola, e pare che vi scongiuri di non lodarlo mal suo grado. Però, in quei
casi, o bisogna risolversi a dire delle scipitaggini, o starsi zitto e lasciar
passare. Ora, siccome né il Rosmini, né il Marchese, né io, vi prego di credere,
diciamo delle scipitaggini, ci stemmo zitti, e il Manzoni continuò:
« Noi dicevamo jer l'altro:
l'essere può ancora sussistere come finito, e ponevamo la finità come uno stato
possibile dell'essere. E dicevamo ancora e diciamo che ci è una triplicità di
modi nell'essere come infinito, e che quella triplicità spetti all'essere in
quanto essere, sia finito sia infinito: anzi, dal trovarla nel finito salivamo a
provare che la sia anche nell'infinito. Ricamiamo ora su questo canovaccio.
Certo, il finito è una
determinazione possibile dell'essere, vo' dire che niente ripugna, che l'essere
possa anche avere limitazione e finità, però a quella condizione che dicevamo
jer l'altro, che l'infinito già sia: giacché - e anche questo lo ripetiamo -
l'essere non può porsi o sussistere da sé ed a principio se non come infinito.
Perciò l'infinità è e non è anch'essa una determinazione dell'essere: l'è,
quando si pensa per contrapposto della finità: non l'è poi, quando si pensa
com'è in sé, anteriore non pure realmente ma logicamente a ogni limite
nell'essere. E che si possa e si deva pensare così, non se ne può dubitare, chi
si persuada di quello che abbiamo anche dimostrato, mi pare, che il finito non è
nell'infinito neppure come il seme, che di qui a mille anni servirà a piantare
una paulonia, si potrebbe dire che sia in quello che tengo ora nelle mani. Ora,
l'infinità, intesa di quella maniera in cui non si può chiamar modo, è
l'essere stesso: e perciò tutte le distinzioni essenziali che si possono trovare
in essa, e le son tre, raccogliendo ciascuna in sé tutto quanto l'essere
semplicissimo e non capace di divisioni essenziali, fanno tre soggetti, e non
tre modi, in una natura unica, e non in tre nature diverse. Invece la finità,
comunque faccia ad esistere, è una determinazione dell'essere sempre, perché il
limite è accidentale e non per sé aderente all'essere: e ha la ragion di sé
fuori di sé. Di maniera, che il limite comunica l'accidentalità propria
all'essere, e lo fa essenzialmente passaggero e peribile in quella limitazione
che ne fa un finito e un tal finito, quantunque, questo non arguisca, che non
possa esistere un tale essere finito, l'anima umana, per mo' d'esempio, a cui,
per fargli perdere quel limite che lo costituisce finito e un tal finito,
bisognerebbe, per sformarlo ed annichilarlo, un atto di non minor potenza ed
assolutezza di quello col quale è stato formato e creato, per via che gli manchi
un principio intrinseco di dissoluzione: di maniera che se si dimostrasse che
quell'atto d'annichilazione sia impossibile, sarebbe dimostrato a un tempo che
quell'essere così fatto sia immortale. Questa è una digressione, ma una
necessaria per quelli che captant in verbum: i quali il Rosmini sa quanti
e quali siano, quantunque se ne scordi sempre.
Ora, avanti. La finità, adunque, è
una determinazione dell'essere, possibile, come idea e come cosa, quando
l'infinità sia ritenuta essere la sussistenza stessa dell'essere; pensata
attualmente e reale, quando...: e fermi lì fino a che non sia trovata la
risposta: cosa per cui qui, come così spesso, basta fare la domanda bene. Noi
abbiamo visto che all'essere è essenziale d'essere in tre forme, e che queste
nell'infinito fanno altrettanti soggetti. Poiché queste sono essenziali
all'essere, non può il finito sussistere senza avere anch'esso quelle tre forme.
Se non che, essendo il finito per sé una determinazione, non può averle come
l'infinito che non lo è per sé. Ora, come deve averle? Bella e difficile
quistione, che non spetta a me di trattare, dovendo come scolare, digredire il
meno possibile, e stancare la pazienza de' miei uditori e maestri il meno
possibile. Comunque deva averle, certo è che il dare la finità all'essere
equivarrà a un dargli quelle tre forme, nel modo in cui n'è capace il finito.
Adunque, all'essere non bisogna o non compete essenzialmente di pigliare la
determinazione finita: ma quando l'essere finito deva aver atto ideale o reale,
è forza che l'abbia con quelle tre forme; giacché è necessario all'essere di
triplicarsi. Voglio dire, è forza che nel finito ci sia qualcosa, comunque e
qualunque cosa sia, che corrisponda all'infinito soggetto, qualcos'altro che
corrisponda all'infinito oggetto, e qualcos'altro infine che corrisponda
all'infinito morale. Non ci è via: o mangiar questa minestra o saltar questa
finestra. Qui abbiamo, adunque, una vera necessità fisica o di natura che
vogliamo dire. Il finito è in tre forme, perché la natura dell'essere richiede
così; necessità fisica, la quale non avevamo nell'infinito: perché lì non c'era
natura antecedente, e qui, per il finito, c'è. Né fa al caso che non sia in
questa anteriorità come natura del finito: basta che sia come natura
dell'essere, e che anche il finito sia essere ».
Ora, a questo punto io davvero
troppo impaziente, interruppi: « E tutte queste ragioni lasciano il tempo che
trovano - dissi, - perché questa è una necessità conseguente alla esistenza del
finito; ora, noi cerchiamo di questa esistenza stessa, perché sia e come ».
Il Manzoni che quel giorno -
giacché non è sempre uguale - avea più del solito a combattere co' principii di
periodo, dopo un pochino di sforzo, che pareva che volesse dir qualcosa e non
riuscisse a buttarla fuori, per entrare di lato dove non poteva di faccia.
« Eccola punita - ricominciò a
dire. - Se non mi avesse interrotto, non l'avrei affaticata tanto per farle
sapere che quello che mi ha come obbiettato lei, lo volevo dire io; ma lo volevo
dire dopo averle aggiunto che quella necessità fisica è anche logica: vo' dire
che non è necessario solo realmente che il finito sia in tre forme, ma ancora
idealmente, o altrimenti che questa triplicità di forme è una necessità che non
si fonda solo nella natura essenziale dell'essere, ma che deriva anche dal
concetto dell'essere. Di maniera che non solo l'essere finito non può essere
fatto sussistere in una sola delle forme corrispondenti alle infinite, ma
neppure può esser pensato attualmente in una sola di quelle. Il che non dimanda
dimostrazione, almeno per chi bada che la distinzione della necessità fisica e
della logica sta per un intelletto che non abbraccia tutta la realità; ma non
per uno che l'abbraccia e la penetra tutta. Per quello, la distinzione è
effettiva: per questo no. Quello vede nel cader d'una pietra una necessità
fisica meramente: e nella connessione della conchiusione colle premesse una pura
mente logica. Ma l'intelletto assoluto avanti a cui sta l'essenza ultima della
pietra, anzi, per cui la pietra non sussiste, se non perché pensata da lui,
comprende la gravità, che la porta al basso, non solo come un fatto necessario,
ma come una conclusione necessaria della essenza di essa. Il non cadere della
pietra, per lui, sarebbe un assurdo: per noi, il cadere è un fatto. Ora, noi
parlavamo di come deva essere il finito per via della preesistenza
dell'infinito: ora, quella stessa necessità di realizzare in sé quelle tre
forme, la quale chiamiamo fisica per rispetto alla sussistenza triplice
dell'essere, dovremo chiamarla logica rispetto all'intellezione, che l'essere ha
di sé in tutte e tre. Insomma, il finito, perché egli è essere, ha una necessità
di avere tutte e tre le forme che ineriscono essenzialmente all'essere: e questa
necessità è fisica, in quanto l'essere sussiste, e logica, in quanto l'essere si
pensa. Non so se riesco a spiegarmi. Proviamo così. Il finito è fatto sussistere
per un atto non suo: ora, quest'atto è una natura antecedente rispetto al
finito: come natura è la sussistenza dell'essere nelle sue tre forme essenziali:
come pensiero, è l'intellezione dell'essere in quelle stesse tre forme: ora, il
finito, che è pure essere, in quanto sussiste, trova in quell'atto, come natura,
una necessità fisica di avere tutte e tre quelle forme, ed in quanto è pensato,
trova in quell'atto stesso come pensiero, la necessità logica di esser pensato
in tutte e tre quelle stesse forme. Mi sono spiegato? »
Mentre il Manzoni parlava così, il
Rosmini aveva aguzzati sempre più gli occhi, cacciato fuori il mento e strette
l'una contro l'altra le due mascelle, e rivolto un po' in su tutto il viso, come
suol fare quando concede tutta la sua attenzione. Il Marchese invece, pigliato
il bastone, e rizzatoselo davanti, e intrecciatevi su le mani, ed appoggiatovi
il mento, stava come suole chi ha molta curiosità, con mezza la persona uscita
fuori della panca, ed inchinato, quanto più poteva, verso il Manzoni. Io
ascoltavo con tutta quella serietà di cui son capace, che non è molta, ritto in
piè in quel momento, e collé braccia dietro le spalle, e puntellato ad un
albero. Alla domanda: mi son spiegato? volli coprire colla voce mia un audace
che masticava tra i denti il Rosmini e che avrebbe spaventato il Manzoni, e
lesto lesto « Sicut et in quantum » risposi. A ogni modo, non vi vorrei
obbligare a insistere ancora su questo punto; non è la quistione. E qui
sorridendo d'un cotal riso che voleva dire: « non se n'esce, mi lasceranno nella
peste », feci per sedermi e visto a terra un ramuscello secco sottile e puntuto
mi chinai per pigliarlo. E quando me l'ebbi trovato tra le mani, mi venne in
mente di mettermi a disegnare sul terreno a grosse letteraccie da scatola quel
rispettabile testo latino: tradidit mundum disputationibus eorum[34].
Il Manzoni non badava punto a me.
Per fortuna, io non ero tra' piedi all'infinito, e lui appena domandato se s'era
spiegato bene, s'era messo, senza attendere la risposta, a girare lì intorno e
non vedeva altro se non quello che vedeva lì. Però dopo due o tre minuti
pigliandosi tanta pena dei miei atti, quanta se non fossi stato mai, ricominciò
a dire così:
« Ci siamo ora. Anzi, guarda, non
ci siamo ancora. Ci resta da vedere, prima di sciogliere il nodo, se oltre alla
necessità fisica e alla logica, ci sia anche una necessità morale che il finito
abbia quelle tre forme. Ora, mi pare che ci sia.
Come l'essere sussiste tutto per un
atto solo, s'intende tutto per un altro atto unico, così s'ama tutto per un
altro atto unico. E la distinzione di questi tre atti, come l'estensione di
ciascun d'essi a tutto l'essere, fa la triplicità de' suoi atti nell'unità della
natura. Adunque, come perché l'essere sussiste in tre forme, ha ad avere, anche
finito tre forme, e per intendersi in quelle stesse tre dev'esser pensato, anche
se finito, in quelle tre, così per l'amarsi che fa in quelle tre, è giuocoforza
che, anche finito, sia oggetto dell'amor suo in quelle tre. Di più, la forma
morale è compimento e sintesi, ultimazione delle altre due; senza la quale
l'essere mancherebbe di unione e sarebbe distratto in due, soggetto e oggetto.
Ora che nell'essere unico e semplice ci sia una partizione violenta e
inconciliabile, è assurdo: ed è assurdo in quanto è essere, non in quanto è
infinito. Perciò se il finito dovrà aver nome di essere c'è necessità che anche
in esso, quantunque in modo differentissimo, si faccia un'unione dell'essere
soggetto e dell'essere oggetto. Il che - e sia detto di passaggio - accade in
noi esseri razionali, i quali, come sensitivi, siamo enti-soggetti, come
intellettivi diventiamo oggetti a noi medesimi e possiamo di tutto il creato
farci un oggetto pensandolo, e per questo stesso, per la natura, vo' dire, della
nostra realità e della nostra intelligenza, siamo creature morali, non già, di
certo, poste in un atto pieno perfetto di moralità, ma potenziali e capaci di
svolgerci in una serie di atti. Ora questa necessità che ha il finito di essere
in tre forme, non perché sussista, non perché s'intenda, ma perché si ami e sia
amabile, come la chiameremo noi? Per me, la chiamerei morale per distinguerla
dalle due prime, ed aggiungerei, a scanso di equivoci, che questa qualificazione
le si dà, perché è una necessità che deriva dalla forma morale dell'essere.
Vedremo poi il partito che se ne può cavare.
Ora poi, ci siamo davvero. C'è
dunque necessità fisica, logica, morale che il finito, essendo pure essere,
abbia quelle tre forme: le abbia, però, come può e non come sono nell'infinito.
Ebbene, se si guarda un po' fisso, si troverà - e vedo che risulta dalla
definizione, ed è così quasi inutile a dire esplicitamente - in somma, si
troverà, che tutte quelle differenze, per quanto paiano innumerevoli, le quali
passano tra la maniera in cui l'infinito ha quelle tre forme e quella in cui le
ha il finito, scaturiscono da questa fonte, che l'essere nel primo ha la sua
essenza e sussistenza da sé, e nel secondo l'ha dal limite, che non si può dare
da sé. Di fatto, appunto perché bisogna che, poiché ci è finito, ci sia limite,
avviene che dove nell'infinito c'è solo distinzione, nel finito c'è divisione; e
perciò, che il finito sia essenzialmente moltiplice come l'infinito è
essenzialmente uno. Di più, nell'infinito, l'essere come soggetto, sussisteva;
l'essere come oggetto, sussisteva; l'essere come moralità, sussisteva: ora nel
finito, per cagion del limite, l'essere come oggetto, non può sussistere, né
l'essere come moralità: e bisogna che queste due forme le abbia bensì, ma non
come finite sussistenti, giacché così non possono essere. E perché? Perché
l'essere-oggetto è l'essenzialmente pensato, e l'essere-moralità,
l'essenzialmente morale: ora, il finito, per essenza sua, non può essere né
essenzialmente pensato né essenzialmente morale; di maniera che non c'è potenza
né al mondo né sopra il mondo, che, finito com'esso è, potesse, lasciandolo
finito, come pur deve, farne un pensato ed una moralità essenziale. Invece,
l'essere come soggetto, è bensì nell'infinito anch'esso un soggetto tale per
essenza e sussistente per sé; ma niente impedisce che ci sian de' soggetti
finiti, i quali quantunque non sussistano per sé, pure siano soggetti per
essenza[35].
E, non tentenni il capo - continuò
a dire, rivolgendosi a me; - è pur chiaro quello che dico, l'essere come
soggetto infinito, sussiste per sé, gli è vero, come le altre due forme: ma ci
corre una gran differenza. Un ente finito essenzialmente soggetto può sussistere
quantunque non possa per sé: mentre un essere-oggetto o un essere-moralità non
può sussistere finito, perché non potrebbero per sé, e quelle due forme non
possono sussistere che per sé. E perché?[36] Malanno ai perché! e che ne direbbe, se
rispondessi che non lo so? È un fatto: chi ci guarda, lo vede: e per ora non mi
bisogna altro e me ne contento. Pure lo volete un perché? Mi maraviglio come non
lo vediate di per voi. Di fatti, non è forse chiaro, che l'essere-oggetto e
l'essere-amore - cioè l'essere come idea e l'essere come atto di una certa
specie - non può esentarsi dalla condizione di dovere stare in una mente o in un
agente se non al patto di adeguare tutta la pienezza dell'essere, di contenere
tutto l'essere in sé? Lasciatemi pure conchiudere che non c'è se non l'essere
come soggetto, che possa sussister finito: e che questo deve realizzare, come
può, in sé la forma oggettiva dell'essere e la morale. Non si parli ora di che
maniera le realizzi; chè non ci serve: e si continui a vedere, come può essere
da soggetto, sia pensato sia sussistente.
In due modi. Di fatti poniamo
all'essere pensato un limite: di maniera che non sia già pensato tutto quanto
l'essere, ma un tal essere, descritto e costituito da un tal limite. Può ora il
finito reale e sussistente riferirsi in due modi e non più a questo finito
ideale o pensato, e dovrà in tutti e due, se l'atto, per cui diventa
effettivamente pensato e reale, non è deficiente e monco. I due modi, di certo,
sono o che il finito sussistente adegui tutto il finito pensato o che non
l'adegui. Se l'adegua, ecco che non ci potrà esser più d'uno di questi finiti,
giacché tutta la virtù e la operosità ideale è come dire esaurita in quel solo
reale; se non l'adegua, ce ne potrà esser più, ma cosa vuol dire adeguare o no?
Il limite posto all'essere in
quanto pensato, ne fa una specie: poniamo quella dell'uomo: l'idea
dell'uomo o di qualunque altra cosa è l'essere limitato così o così. Ora l'idea,
segregata un po' e considerata a parte dalla fonte in cui vive, ha una
comprensione più o meno ricca sì, però capace di più o meno variazioni, ma
finita sempre: senzaché mancherebbe di determinazione e si dileguerebbe
nell'essere. Che potrà fare il finito reale, che deve corrispondere a quell'idea
ch'è esso stesso non sussistente, ma meramente pensato? O esaurire tutta in sé
la comprensione dell'idea, nella quale maniera ci sarà un solo individuo che sia
inteso in essa o con essa secondo chi intende[37]; o non esaurirla tutta in sé: nel qual
secondo caso ci sarà molti individui, ciascuno dei quali comunicherà nell'idea
coll'altro, quantunque veruno di essi non rappresenti l'idea con quegli stessi
elementi e quella stessa comprensione che la rappresenta un altro. Questi ultimi
apparterranno tutti a una specie; i primi saranno ciascuno una specie. E se de'
primi si può dire che non ce ne sarà più di uno per ciascuna specie, si potrà
de' secondi trovare quanti ce ne deva essere per ciascuna specie? Si potrà
forse; ma non m'importa.
M'importa bensì dire, che per i
primi il limite ideale e il reale è il medesimo, o per dirla altrimenti, cade al
medesimo punto nell'essere come pensato e nell'essere come reale. Di maniera che
basta quella realità che compete all'essere soggetto per attuarne la
sussistenza. La condizione generica della lor natura sussistente, vo' dire, si
potrà chiamare dello stesso nome, che nell'essere soggetto per sé. Certo, farà
immensa differenza; giacché loro non sussistono per sé, e l'essere soggetto sì:
ma sarà differenza nella ragione e nella virtù e nella dignità della
sussistenza, smisurata davvero, ma che pure non cade nella qualità generica
della sussistenza stessa. Mi spiego meglio, perché qui camminiamo, lo vedo,
sopra carboni ardenti. Ponete per via di esempio, che l'ente assoluto-soggetto
si possa o si deva credere di natura spirituale: ebbene, saranno anche
meramente spirituali questi esseri reali finiti: e la differenza dall'uno
agli altri, dal creatore a' creati, sarà, certo, di essenza, ma non perché
quello sia spirito e questi no, bensì perché l'uno l'è in un grado e d'un modo
troppo diverso da quello che lo son gli altri.
I quali altri certo non saremo noi,
e perciò lasciamogli stare. Noi, appunto perché diciamo noi, e ci chiamiamo
uomini e c'intendiamo appartenere alla stessa specie, non solo allo stesso
genere, siamo di quelli che ce ne vogliono parecchi, parecchi assai, per
esaurire - e chi sa se ci riesciremmo - una specie. Guardiamo prima a una
condizione comune, essenziale agli uni e agli altri, e poi a una particolare a'
secondi.
Dicevamo che la moltiplicità è
intrinseca al finito: cosa vuol dire? Forse, che non ci possa essere un solo
finito sussistente com'era a principio quello così grande e glorioso che alcuni
santi Padri supposero e chiamarono l'angelo sapienza? Oibò: non vuole di
certo dir questo. Non implica punto che un soggetto finito sia fatto sussister
solo: implicherebbe bensì ch'e' fosse tale, che il sussister suo escludesse che
altri finiti simili a lui, ma distinti da lui, potessero sussister mai. La
moltiplicità, dunque, potrebbe essere non attuale, ma solamente potenziale o
possibile; ma comunque ci dovrebb'essere. Però, qui abbiamo un altro mezzo per
mostrare, che questa moltiplicità deva proprio essere attuale e reale; vo' dire,
che una volta che un finito sia fatto esistere, ne devano essere fatti esistere
insieme con lui, non solo dirò parecchi altri, ma quanti altri ne richiede la
natura preesistente dell'essere infinito e del suo atto. E prima, la pienezza ed
infinità dell'atto in cui si radica il finito, richiede che il suo effetto sia
pieno, e ritragga della causa quanto più può. Perciò da questa parte la
moltiplicità sia ideale, sia reale, o a dirla altrimenti, sia delle specie, sia
degl'individui potrebb'essere smisurata, innumerevole; giacché nella sua casa è
tanta potenza quanta ne basterebbe a non esaurirsi mai; se non fosse, che ogni
moltiplicità deve esser numero, e il numero si deva sempre, per grosso e lungo
che sia, poter numerare. E appunto, perché può esser sempre più grosso e più
lungo, ci bisogna, che nell'essere uno il quale crea il moltiplice, ci sia
qualcosa, o meglio qualche attributo, che determini quel numero a tanto e non
più. E malgrado che io ne abbia, dovrò pure più in là accennare, quale sia
l'attributo dell'ente che determina il numero degli enti creati da lui; e che la
sua potenza infinita, concepita da sé e in astratto, non potrebbe determinar
mai. E di qui potrei ritrarre un'altra prova contro i sistemi che fanno del
primo reale un ente dimezzato e in via; ma lasciamola stare: parlo co' maestri
».
« Due maestri - interruppi io, - ed
uno scolare impertinente ».
« Il quale - riprese il Manzoni,
vorrà permettermi di non dargli soddisfazione. Mi faccia dire, di grazia, che se
il finito deve necessariamente poter essere moltiplice - e lo deve essere
attualmente per la potenza dell'atto che lo crea - ha ancora a essere uno, come
può, stante l'unità dell'atto dal quale dipende. Ora, non ho bisogno di
dimostrare, che l'unità nella moltiplicità non può stare se non sotto forma di
ordine, e che però tutta la moltiplicità finita, per le varie ragioni dette,
dev'essere ordinata. Quest'ordinamento importa una certa qualsiasi comunione tra
i varii gradi degli enti finiti - ne abbiamo fin'ora trovati due - e tra
gl'individui che si comprendono sotto ciascuno. Ora questa comunione implica per
qualunque modo un certo numero più o men grande di atti, in ciascun ente,
condizionato a un certo tal altro numero in un altro. Altrimenti, ciascuno
starebbe per sé, e il mondo finito non sarebbe universo; gli mancherebbe l'uno
quando ogni ente stesse da sé astratto e scisso da ciascun altro. Un ordinamento
sì, ma quale? Con quello che sappiamo finora, non si può dire: forse più in là,
cercando se ci è verso di determinare il numero degl'individui che deve
somministrare una stessa specie, piglieremo due colombi a una fava. Ora caviamo
un'altra conseguenza. L'avere ciascun ente a compire un certo numero di atti,
condizionato a quelli di un altro, vuol dire che né l'uno né l'altro sussista da
principio in atto intero ed ultimato. Però, se in parte è in atto perché
sussiste, in parte è in potenza, perché è capace di altri atti; i quali non
integrino davvero l'atto del suo sussistere, che è semplicissimo e già è, ma
bensì gli sviluppino, gli amplifichino, gli attuino le sue facoltà, e co' quali
adempia a' suoi uffici e al suo fine.
Questa successione di atti secondi,
che si disegna sopra un atto primo unico e perdurante di sussistenza, dà la
prima condizione, comune, come dicevamo, a tutti gli enti finiti. Voglio dire,
fa che esistano nel tempo; che non vale altro se non successione in una
durata. Perciò, com'è assurdo parlare di enti finiti, mi si permetta la parola,
estemporanei, così è assurdo ragionare dell'ente infinito applicandogli
qualunque dei concetti, delle espressioni, delle frasi, che importino tempo.
L'infinito, tutto in atto, non ha la vita propria condizionata ad una
successione di atti: il finito sì, ed o non deve sussistere o deve così.
L'altra condizione particolare a
quell'ordine di finiti, che non formano ciascuno una specie, ma si raccolgono
innumerevoli sotto una specie, è una fortuna, davvero, per me e per loro che non
abbia bisogno di dedurla ed esporla. Posso in fatti servirmi, qui, a visiera
calata, del Rosmini, al quale ho certo rubato molto fin qui, ma di nascosto, e
di maniera forse, che non vorrebbe ripeterlo per suo. Ma qui non ho bisogno di
giocare a gatta cieca. Non ha detto proprio lui qualche giorno fa, discorrendo
col suo ospite, per abbattere una proposizione del Marchese, che più individui
razionali, comunicanti nella specie, e pure distinti nell'individualità, non ci
potrebbero essere se non esistesse lo spazio, e qualcosa che limitasse lo
spazio, voglio dire la materia? Di maniera che non devono poter essere
intelligenze pure, ma intelligenze unite a' corpi, qualunque d'altronde deva
essere il modo dell'unione? Ora, io non voglio dire o piuttosto dimostrare come,
ammessa per quest'ordine di finiti la necessità della materia e del corpo, ne
segua per l'infinità potente dell'atto creativo, che la materia se può deve
pigliare tutte le altre forme di cui sarà capace; e, per dirla altrimenti, che
dovendo pure esser creata per servire a utilizzare tutto un ordine di enti
razionali finiti, i quali sono il fine necessario dell'atto infinito, perché
soli, comunque, raccolgono in sé quella triplicità di forme che costituisce
l'essere e gli è essenziale, dovendo, ripeto, servire a questo e perciò essere,
deve, se l'atto che la crea non è mancante, pigliare davvero tutte le forme,
abbigliarsi, come dire, di tutte le maniere che saprà e potrà, oltre di quella
nella quale, se non avesse potuto o dovuto essere, non ci sarebbe stata causa e
ragione di crearla. Di fatti, cosa m'importerebbe qui di dimostrare, che la vita
meramente animale e la vegetativa e perfino la materia bruta non avrebbero
ragion d'essere, se non fosse che la materia, essendo stata necessaria a dare
l'atto di realità agli enti razionali corporei, poteva fornire quest'ufficio,
senza prima essersi, come dire, provata e saggiata nei gradi inferiori
dell'essere? E poi varrebbe la pena di dimostrarlo? Non abbiamo detto che gli
era necessario che il finito avesse tutte e tre le forme, se doveva essere; e
che non poteva averle se non in una natura intellettiva, e che questa non può
avere sussistenza se non in due modi, e in uno non può avere realità senza la
materia; e che l'atto, che crea il finito, è infinito e non esauribile, e perciò
impotente a far meno di quanto può fare; e che in fine tutto ciò che
nell'infinito sta unito e connesso essenzialmente, nel finito deve essere, ma
come può, e unito e connesso non può: che perciò nell'infinito il reale, come
tutt'uno coll'ente oggettivo e col morale, non può sussister solo; e nel finito
invece può stare da solo, purché non sia tutto il finito soltanto reale ed
escluso da ogni comunicazione con le altre due forme dell'essere. Ora, con tutto
ciò, la dimostrazione che non volevamo fare, non ha più bisogno di esser fatta
».
Mi dispiace che a questo punto io
deva interrompere il discorso del Manzoni, e così il piacere che provano,
suppongo io, quelli che si son messi a leggerlo così come io l'ho potuto tenere
a mente. Ma fu interrotto davvero a questo punto e non potrei, quando voglia
essere storico fedele, lasciarglielo continuare: è verità vecchia, e perciò
scipita, che, quando uno presenta i fatti, non è libero, e bisogna che gli
racconti come davvero furono, non come li vorrebbe[38]. La piccola importanza dell'incidente
che io non ho voluto trascurare qui, mostra quanto io sia fedele narratore; e
quanta fede quindi meriti anche in cose maggiori[39].
Si ricordano che io seduto e col
capo tra le gambe m'ero messo a disegnare per terra certi grossi scarabocchi
greci pieni di malizia. In questa postura, vidi poco dopo colla coda dell'occhio
sorgere alla mia destra una grossa macchia nera, larga come una spanna e in
forma di un mezzo giro: insomma, un gherone d'una sottana d'un prete. Per quella
stessa ragione che chi ha una lettera dalla posta, sta per un pezzo a guardare
la soprascritta per riconoscervi di chi sia il carattere, a malgrado della
curiosità che avrebbe di sapere quello che ci sta dentro, io cercava
d'indovinare la persona dentro quella sottana da quel poco che ne scoprivo. Dopo
averci lavorato un pezzo e non esserci riuscito, vedendo che quella macchia nera
si faceva avanti a ogni fin di periodo del Manzoni e poi si ritirava, levai
finalmente la testa; e fissai gli occhi in viso al prete. Era un giovanetto con
la faccia un po' pallida, ma non ammalata, con gli occhi un po' stanchi, ma
pieni di un sentimento dolce e pacato: colla fronte spiegata, come d'uomo
tranquillo; colle labbra pronte a un sorriso, e come di persona contenta, ma non
gaia. S'era levato il cappello, e lo teneva sul petto colle mani; e guardava
fisso al Rosmini, aspettando, pareva, il momento di potergli parlare: un momento
che tante volte gli era parso arrivato, quante scappato. Quando io l'ebbi visto,
glie lo feci trovare io interrompendo, e:
« Abbate - dissi, - guardate lì;
c'è uno che vi vuole ». E il Rosmini voltatosi dov'io indicavo, e sorridendo:
« Ah! voi - disse a quel
giovinetto, - volete parlare con me? »
« Sì, Padre » rispose; e dopo
avermi ringraziato con un inchino e con un sorriso, quel giovine prete si fece
avanti e con una voce dolce e tanto bassa che appena s'udiva:
« Mi manda, Padre - cominciò a
dire, - il mio superiore. Vado a Intra a fare la scuola. Vuole lei, Padre mio,
commettermi nulla per i suoi figliuoli di là? »
« Niente, figlio mio - rispose a
voce chiara e colla persona distesa il Rosmini: pure dando, non so come, all'una
e all'altra un tuono diverso da quello che le usa dare, quando parla o sente
parlare di metafisica, - niente altro se non quello che dico a voi e che potrete
ripetere, nel nome del Signore, a' compagni vostri. Amate sempre Iddio e il
prossimo: e fate il bene senza aspettarvi premio né lode dagli uomini, ma perché
è bene. Cristo ci ha dato de' precetti per ogni occasione e condizione della
vita nostra; voi che insegnerete a' fanciulli, ricordatevi che egli gli ama,
perciò siate dolce e paziente: che egli gli propone ad esempio nostro, perciò
non insuperbite se sapete più di loro, anzi ricordatevi che quello che potreste
imparare da loro, è più e varrebbe meglio di ciò che loro insegnate. Addio,
figliuol mio, andate pure ».
Il giovine s'inginocchiò e: « Padre
- disse, - la benedizione ».
Il Rosmini, rizzatosi in piè e
levato il berretto, recitò una preghiera in latino, lo segnò colla croce, e
l'accomiatò un'altra volta. A questo, il Manzoni voleva prender la mano del
Rosmini e baciargliela: e l'altro non dovette fare poco sforzo per impedirnelo.
« E perché - diceva il Manzoni, -
non farmegliela baciare quella mano? Chi sa, anzi mi par certo che a far questo
mi deva sentire un poco di quella contentezza che lei ha sparso sull'animo di
quel giovine prete. E le parole che gli ha dette! tanto più belle che non sono
sue, e di quelle che uno, nel dirle all'altro, le ridice a sé stesso, e non a sé
né all'altro in nome della propria virtù e del proprio ingegno, ma in nome d'uno
che val più dell'altro, più di sé, più di tutti e di tutto. Anzi che dico, le
dice? È quello stesso così grande che le diceva dentro all'animo del suo
figliuolo, al suo ed al mio, mentre lei le pronunciava: e nel dirle lui, ce ne
ridava l'intelligenza e il sentimento. Questa è metafisica divina: è metafisica
insegnata ogni giorno ed assicurata nell'animo de' discepoli dalla parola e
dall'impressione viva del maestro che insegna ». E così continuò per un pezzo il
Manzoni, che è cristiano di cuore. Io non ridirò tutto quello che disse lui e
che gli risposero il Rosmini e il Marchese, perché non serve al discorso che
s'era cominciato; e di cui mi resta a recitare assai più che non vorreste. Dirò
solo che dovete al Marchese, lettori miei[40], se vi tocca di sentire il resto; perché
fu lui che dopo che si era parlato un pezzo di religione e di religiosi,
richiamò il Manzoni alla materia che trattava prima. Pigliò occasione da una
parola detta dal Rosmini, che tutto un certo ordine di cose - non so di quali, e
credo di tutte - fosse determinato dall'atto stesso della creazione
dell'universo: al che il Marchese, rinforzando:
« Appunto - rispose, - ma il caso è
sapere il come di questa determinazione. Il Manzoni, prima che quel suo giovine
prete arrivasse - così continuò rivolgendosi al Rosmini - ci avea dimostrato che
nella costituzione dell'essere finito c'è qualcosa di necessariamente
determinato dalla natura stessa dell'essere; voglio dire che solo perché il
finito è essere, ci è qualcosa in lui, di cui non può fare a meno, qualche
condizione che deva necessariamente adempire. Già, a dirla altrimenti, la natura
dell'essere che preesiste al finito, determina fisicamente, in qualità di natura
preesistente, qualcosa in ogni natura d'essere, quantunque diversissima da lei,
anzi opposta, non che non identica a lei. Questo sta bene; almeno a me non pare
che stia male. Ma il Manzoni stesso nello scovrendo e deducendo le condizioni
necessarie della costituzione del finito, da quelle che le derivano dalla natura
preesistente dell'essere, è passato a quelle che dipendono dalla sua finitezza:
voglio dire, che da quella necessità a cui il finito è soggetto perché essere, è
passato a queste a cui è soggetto perché finito: e qui ha messo il dito su due,
che gli tagliano, al finito ve', le gambe. Intendo quelle due ultime annoverate,
e per trovar le quali si son dovute annoverare le altre; il tempo, cioè, e lo
spazio. Ora - e qui si rivolse al Manzoni, - ha lei riflettuto a quello che
richiedono il tempo e lo spazio? »
« Ci ho tanto riflettuto - rispose
il Manzoni, - che ho un grandissimo gusto di vedere che ci ha pensato anche lei,
e che così peneremo poco a trovarci d'accordo ».
« Poco, spero - ripigliò il
Marchese, - e con questo vantaggio per me, che bisognerà venire nella mia
opinione, in quella cioè che esposi pochi giorni fa e che il Rosmini mi oppugnò
».
« E fece bene - disse il Manzoni, -
a senso mio: poniamo che la vostra opinione tornasse in campo, resterebbe sempre
esclusa rispetto a quel punto dell'individuazione, per il quale fu esclusa
l'altro giorno ».
« Vero - soggiunse il Marchese, -
ma sempre bisognerà venir lì: che l'atto creativo è pur d'arbitrio assoluto:
perché non ci ha verso, che si trovi nella successione che dà il tempo e
nell'esteso infinito che è lo spazio, un istante e un dove tali
che abbiano qualcosa di diverso da un altro istante e da un altro dove
qualunque; e che però presentandosi alla bontà ed all'intelligenza divina
con una nota lor propria e distinta, la determinino necessariamente sia a
presceglierli sia a rigettarli, come il primo della successione ed il luogo
dell'essere del finito[41] ».
« Abbiate - diss'io qui
interrompendo, - compassione dei pusilli. Vogliate chiarire con un po' più di
parole quest'ultimo punto ». E la vanità qui m'obbliga ad aggiungere che di
questo schiarimento io non avevo bisogno: ma volevo sapere, se il Marchese la
intendesse come la intendevo io. Ed era così; dappoiché la sua risposta fu
questa:
« Ma l'ultimo punto è tanto chiaro
che non potrebb'essere più, e perciò sarebbe impossibile di schiarirlo. Supponga
un foglio di carta bianca, e che lei deva farci su un punto nero: c'è egli nel
foglio di carta qualcuno dei tanti punti bianchi in cui può mentalmente
dividerlo, che gli possa gridare: ohè, voi che volete fare un punto nero, fate
nero me; che son più bello e ci son più adatto. Ora, fate conto che il tempo sia
il foglio di carta per lungo e lo spazio per largo. Dove Dio ha a mettere questo
punto? Né nel tempo né nello spazio, poniamo ancora solamente ideali, trova
niente che lo determini, lo induca - e la parola è abusiva, ma pure - a mettere
piuttosto lì che là questo punto che è tutto il finito ».
« Ed aggiunga - riprese il Manzoni,
- che né il tempo né lo spazio sono anteriormente al finito, mentre il foglio di
carta bianca era prima del punto nero. È impossibile non che di dire, di
concepire che all'Ente infinito stesse davanti il tempo e lo spazio prima del
finito. E del tempo si dimostra in due parole. Prima che una creatura finita
fosse, non c'era chi potesse porre nella durata un atto che, essendo primo
rispetto a un secondo, occupasse un istante primo rispetto a un secondo. Di
maniera che il tempo è, se il finito è: altrimenti non c'è né punto né poco[42]. In quanto allo spazio, abbiamo visto
che è una condizione essenziale d'un ordine di finiti: e che la sua ragion
d'essere è in ciò, che senz'esso questi finiti non potrebbero sussistere: e il
non sussistere loro arguirebbe una deficienza nell'atto creativo, arguirebbe che
questo non proceda da una natura infinita per realità e potenza: vedremo poi,
come possiamo aggiungere per bontà, e come in questa giunta troveremo
tutto quello che ancora ci manca. Ora, ci basta conchiudere che dunque, se
questi finiti non fossero, lo spazio sarebbe un tempo senza che avesse un perché
dell'esser suo. Di più - e mi servo qui alla palese di quello che si è detto
l'altro giorno contro lei, Marchese, - questi finiti non possono né essere
pensati né sussistere senza allogargli collo stesso atto in cui sono pensati o
fatti sussistere, in uno spazio ideale e reale. Di maniera che è così assurda la
preesistenza logica o reale dello spazio a quella de' finiti, come il contrario
».
« Ma bravo - riprese il Marchese; -
lei abbonda nel senso mio. E per contentezza voglio dire proprio come lei.
Ebbene, sì: i finiti nel primo atto, come lei dice, devono essere allogati nello
spazio. Sta bene: ma appunto quello che lei stessa ha detto dello spazio e del
tempo, fa inferire che l'atto con cui il tempo è cominciato e lo spazio occupato
non può avere nessuna ragione fuori di sé: e perciò deve chiamarsi, se vogliamo
essere consentanei, arbitrario. E come la sussistenza del finito è questo stesso
cominciare nel tempo e ad allogare nello spazio, l'atto stesso, con cui l'Ente
infinito crea e fa sussistere il finito, deve pigliar nome, perché ha natura, di
arbitrario ».
« Vuol dire - riprese il Manzoni, -
un atto, che non potrebbe venire da un Ente che non fosse reale, intellettuale,
morale, ma che pure non ne viene per questo solo ch'esso Ente esista, né perché
abbia giudicato che si deva fare, o perché, fatto, potrebbe resultarne
all'operante lode di buono o di cattivo? »
Marchese di Cavour - Appunto.
Manzoni -
E per usare parole più adatte a
Dio, un atto, che ha, sì, luogo in una natura intellettuale o morale, ma che non
ritrova tutto il perché proprio né in essa in quanto intellettuale né in essa in
quanto morale.
Marchese di Cavour - Perfettissimamente.
Manzoni -
Di fatti, nel caso nostro, che si
tratta di creare la successione nella durata e il pieno nello spazio - e
badiamo, che la durata non si crea perché già è; chè se l'essere infinito ha
durata e non successione, onde la durata è essenziale all'essere, mentre la
successione non è; e invece lo spazio è creato anch'esso, perché, come abbiamo
detto, non ha che fare colla natura dell'essere infinito ed è creato insieme con
quel tanto di essere corporeo che lo riempie in una parte sì e in una parte no -
adunque, dicevo io, nel caso nostro, alla successione non si può dar principio
che con atto d'assoluto arbitrio; giacché, qualunque siano le ragioni della
creazione del finito - e le vedremo dopo - non ce n'è nessuna che possa e deva
far prevalere il consiglio di cominciare, piuttosto ora che un istante dopo, la
successione. Che è una verità tale e tanta, che non c'è espressione, credo, che
noi potessimo usare per dirla, la quale non sia ridicola ed assurda. Strana
condizione non della verità stessa, ma nostra, che parecchie cose noi non si
possa dirle se non imperfettamente e male, e appunto per non poterle dire se non
così, crediamo, che è impossibile che stiano così. Tanto è scarso il
linguaggio e tanto fioco: giacché una citazione dantesca è di rito. Così,
appunto per questo la mia frase di poco fa è meravigliosamente sbagliata: senza
che io che m'avveggo che la è sbagliata, sappia trovare un modo di raddrizzarla.
Dicevo, piuttosto ora che un istante dopo. Ma Dio buono, che vuol dire quest'ora
con questo dopo, prima che la successione sia cominciata! Tanto
dev'essere assoluto e d'arbitrio l'atto che inizia la successione, che appena
vogliamo trovargli una ragione fuori di sé, c'inviluppiamo in una contraddizione
in termini. Dite il medesimo dello spazio. È assurdo che esso sia finito, vo'
dire ch'esso sia circoscritto da confini; perché i confini non possono dividere
se non uno spazio da un altro: di maniera che lo spazio continuerebbe sempre
così al di qua come al di là di essi. Dall'altra parte, è egualmente assurdo che
qualcosa di corporeo lo riempisca tutto: perché in questo caso, lo spazio
sarebbe confinato. Dunque l'ente assoluto infinito deve creare un infinito, non
eguale a sé, il che sarebbe impossibile, ma un infinito minimo,
rudimentalissimo, di mera estensione, ed allogare, creandolo, in una parte di
esso, il finito corporeo. Anche qui, qualunque siano le ragioni del creare il
finito corporeo, non se ne troverà mai nessuna per allogarlo in un posto anzi
che in un altro: e quest'allogarlo non è accidentale al finito corporeo, ma
essenziale, anzi quest'allogare stesso nello spazio è un creare quel finito: né
lo spazio si crea divisamente e a parte da quell'allogamento; né, molto meno,
quest'allogamento si fa prima che sia creato lo spazio. Di maniera che per la
successione come per il pieno nello spazio è la stessa necessità di metter capo
in un atto assoluto di arbitrio.
Marchese di Cavour - Non vorrò già io fargli delle
obbiezioni.
Manzoni -
Tanto meglio. All'atto, dunque,
creativo, spetta la stessa denominazione, che all'atto essenziale dell'essere
per cui l'essere è. Sono atti d'arbitrio tutteddue. In fatti, sono un atto solo;
perché in Dio non ci è né ci può essere duplicità di atti. Pure quell'uno e
identico atto, in quanto è creativo del finito, è diversissimo da sé stesso in
quanto fondamento e sussistenza dell'infinito.
« E, oh come? » diss'io,
interrompendo al solito. Ed avverto i lettori, che da che aveano ricominciato a
parlare il Marchese e il Manzoni, io m'ero rimesso a cassare co' piedi quelle
lettere che aveva disegnato sul terreno: perché mi pareva, che la conclusione
poi ci era, e che avevo torto a supporre che non ci sarebbe stata. Quest'avviso
non è senza malizia e non vuol rimanere senza frutto; se qualcuno a quel punto
fosse stato tentato a scriversi dentro al cervello quelle parole, le cominci ora
a cassare anche lui: hoc est in votis, ed è di que' voti audaci.
Comunque, il Manzoni mi rispose così:
« Il come si ricava
dalla stessa dottrina esposta, signor mio. Numerate sulle dita, se vi piace, le
differenze che passano da un rispetto di quell'atto all'altro. Quell'atto in
quanto sussistenza stessa dell'essere, non pure non ha ragione fuori di sé, ma
si cagiona in sé stesso: mentre in quanto è atto creativo, non ha bensì ragione
fuori di sé, né nel finito che crea, e né nella natura propria dell'Ente da cui
proviene, ma però non ha cagione in sé in quanto creativo, bensì in sé stesso
come fondamento e sussistenza dell'essere assoluto; e per spiegarmi, se è
possibile, meglio, l'atto per cui l'essere è, noi l'abbiamo chiamato arbitrario,
perché non lo potevamo chiamare né necessario né libero, e perché ci si presenta
come un atto assoluto d'un essere che non ha né ragione né cagione fuor di sé, e
non è che l'essere stesso di cui è l'atto. Invece l'atto creativo, non potendo
chiamarlo neppure né necessario né libero, perché consistendo nella creazione
della successione nella durata e del pieno nello e collo spazio, non ha ragione
né cagione intera d'esser posto né nella natura intellettuale né nella reale né
nella morale dell'Ente infinito; non potendo, dicevo, chiamarlo né necessario né
libero, lo chiamiamo anche arbitrario, convenendogli, rispetto all'energia
dell'agente, la stessa definizione che all'atto essenziale e fondamentale
dell'essere. Ora, quantunque questi due atti s'identifichino e s'unizzino
nell'unità logica della definizione e nella semplicità dell'Ente a cui
appartengono, pure si diversificano rispetto al termine, e perciò non si
confondono l'uno coll'altro. A dirla altrimenti, perché in Dio que' due atti non
generano duplicità, pure non si può né deve dire, che Iddio in tanto è creatore
del finito, in quanto è, o viceversa. È un unico o medesimo atto, ma non è
creativo del finito, in quanto è l'essere di Dio, né è l'essenza di Dio in
quanto creativo. E perché? Perché in quanto è l'essere di Dio, non ha né ragione
né cagione fuori di sé, ma, in quanto creativo, non ha in vero ragione, ma bensì
cagione nell'esser di Dio. E di più, perché, in quanto è l'esser di Dio, non ha
per nessun mezzo e sotto nessun rispetto cagione fuori di sé; dove in quanto è
creativo, non l'ha bensì in quanto inizia la successione e alloga nello spazio,
ma può averla per altri versi e sotto altri rispetti. E ancora, perché, in
quanto è l'essere di Dio, si termina in sé medesimo, dove in quanto è creativo
si termina in un diverso da sé ».
« Le ripeto - dissi io, - ad uno ad
uno i tre suoi perché, e per un quarto perché, particolarissimo, che non
li capisco. Il primo perché dunque è, che codesto atto in quanto è
l'esser di Dio, non ha né ragione né cagione fuori di sé, dove in quanto è
creativo, non ha bensì ragione, ma ha però cagione fuori di sé ».
« Ed io - riprese il Manzoni, - ve
lo schiarirò, secondo il poter mio, questo primo perché. L'atto
essenziale dell'essere, che è l'essere stesso, se avesse cagione fuori di sé,
supporrebbe un altro essere che lo cagioni: e questo altro un altro e via via:
insino a che si desse di capo in un essere tale, il cui atto non avesse cagione
fuori di sé, fosse, a dirla altrimenti, causa sua. Quest'ultimo solo sarebbe
quello di cui parliamo; e degli altri, per eccellenti che fossero, non avremmo
che farne qui. L'atto creativo del finito, invece, suppone già l'infinito
sussistente ed è tutt'uno coll'atto d'essere dell'infinito, sì per le altre
ragioni dette e sì perché, se fosse un altro, sarebbe un secondo, e perciò
supporrebbe già cominciata quella successione, che non comincia se non per via
dello stesso atto creativo. Se l'atto dell'essere in quanto creativo non avesse
cagione nell'essere stesso in quanto è, il finito non sarebbe creato, perché
coesisterebbe coll'infinito stesso, dentro all'infinito stesso e sarebbe
infinito. Il che non abbiamo bisogno, spero, di dimostrare da capo, quanto e
come sia assurdo ».
« No: davvero - risposi, - al
secondo... »
« Del secondo - m'interruppe il
Manzoni, - me ne dispensi; avremo occasione di riparlarne a lungo, quando dovrò
ripigliare tutti quei fili che ho lasciati spezzati in varie parti della mia
chiacchierata ».
« E sia - ripigliai; - al terzo
dunque. Era questo: che l'atto d'essere non ha termine fuori di sé, dove il
creativo l'ha ».
« È chiaro - mi disse il Manzoni; -
e ne discendono bellissime conseguenze. Il finito, abbiamo visto, non si può né
confondere né mischiare coll'infinito. Il limite che costituisce il primo,
ripugna alla natura del secondo. Dunque, il finito è una natura diversa
dall'infinito, e l'infinito, creando il finito, pone un diverso da sé: e perciò
si dice davvero che crei, perché non si può dire che crei sé stesso. Invece,
dell'atto d'essere non c'è un termine diverso dall'essere stesso di cui è l'atto
e che è quello stesso atto; se fosse diverso, avremmo già due atti, l'uno dei
quali fosse la cagione dell'altro e dovremmo via via procedere tanto che
raggiungessimo quell'unico atto in cui il principio e il termine
s'identificassero; ora, qui come più su, quest'uno solo farebbe al caso nostro,
e quegli altri che eran termini d'un atto d'un principio che non erano loro, non
erano quelli che cercavamo. Dunque, è così necessario che l'atto d'essere non
abbia termine fuori di sé, come che il creativo l'abbia; senza ciò né il primo
sarebbe quello ch'egli è, né il secondo creerebbe nulla. Ora, vedete la
conseguenza che se ne trae. L'altro giorno mostrammo come quest'identità
perfettissima del principio e del termine nell'atto d'essere, fa che l'essere a
cui l'atto appartiene, non possa non essere, essendo questo essere, non qualcosa
di diverso, ma l'atto stesso. Mentre la diversità del termine nell'atto
creativo, e l'identità reale o logica di quest'atto con l'altro, fa che l'essere
che è posto creando, potrebbe non essere. Infatti se l'essere infinito è tutto
nell'atto per cui è, ed essendo tutto, è tutto l'essere, dov'è la necessità e il
bisogno per lui di dare, a quest'atto stesso per cui è, un termine diverso da sé
e fargli così, a quello stesso atto, pigliar nome ed efficienza di creativo? Se
questo termine non fosse diverso, allora l'infinito lo porrebbe insieme con sé
stesso; ma il finito, l'abbiamo visto, non pure è diverso, ma sostanzialmente
diverso dall'infinito. Di maniera che l'essere, che è posto mediante l'atto
creativo, potrebbe non essere: dal che non si dovrebbe indurre, che l'atto
creativo potesse non essere in Dio. L'atto creativo, spieghiamoci, è lo stesso
dell'atto dell'essere di Dio; di maniera che non si può affermare più dell'uno
che dell'altro che potrebbe non essere: ciò è dire, non si può né dell'uno né
dell'altro. Solamente quel termine diverso all'atto unico di Dio, può non esser
posto; e di certo, se non si ponesse, quest'atto unico non piglierebbe, come fa
mediante la posizione di quel termine, nome ed efficienza di creativo. Siete
soddisfatto? »
« Sì » risposi io.
« Ora lasciatemi, dunque, dire -
rispose il Manzoni, - un'altra cosa. Il Marchese, sei giorni fa, voleva cavare
una prova dell'individuazione vaga dal domma della predestinazione. Ed io gli
risposi con certi giri un po' maliziosi - e me ne pento, - che come questa
faccenda della predestinazione era anche più buja dell'altra della natura
dell'atto creativo, non poteva servirci punto né poco a capire la materia
dell'individuazione né a determinare se l'atto creativo fosse libero o
necessario. Così mi sbrigai di una obbiezione; ora, credo di potere far meglio,
di poterla sciogliere. La predestinazione, diceva il Marchese, è fatta ante
omnia praevisa merita. Dunque se gli enti razionali corporei non avessero
una individuazione indeterminata prima di pigliare certi corpi o certi altri,
non potrebbero essere predestinati, senza che i meriti ne fossero previsti e
diventassero, come dire, la maggiore di un sillogismo di cui la predestinazione
loro a un regno di gloria o di dannazione fosse la conclusione... »
« Chiedo scusa » interruppe il
Marchese.
« So quello che vuol dire -
ripigliò il Manzoni, - che la sua obbiezione, cioè, si poteva esporre più
cristianamente che non ho fatto. Ma non fa al caso. Io non voglio scioglierla,
dimostrando perché e come quella ipotesi dell'individuazione a quel modo non
basterebbe a spiegare il domma della predestinazione, ma solamente che questo
domma non ha bisogno punto di quell'ipotesi per essere spiegato. Però, in
qualunque modo e per male che avessi esposto la sua obbiezione, l'esporla meglio
non leverebbe né aggiungerebbe forza al mio argomento: che è questo. Se l'atto
creativo è un atto assoluto di arbitrio e consiste, per quella parte che
c'importa qui, nell'allogamento nello spazio degli enti corporei, è evidente che
per quelli di questi enti che sono razionali e morali, la loro predestinazione
risulta dall'atto stesso che gli alloga e gli crea e gl'individua. Perché con
questo sono disposti ed ordinati così nella successione dei tempi, come nel
luogo e nella circostanza dello spazio. Ed in questa disposizione stessa ed
ordine è dato e determinato il loro avvenire mondano e sopramondano. Ora come
quest'atto del creargli a dirittura ed allogargli non ha ragione nell'essere in
quanto morale, quantunque non potrebbe aver luogo in un essere che non fosse
morale, perciò non può avere per ragione della determinazione propria un fine
morale. Di maniera che non ha riguardo ai meriti né a' demeriti dei predestinati
alla salute o alla perdizione: ed è interamente arbitrario, come l'atto creativo
stesso, col quale è tutt'uno. Che gliene pare, Marchese? »
« Crederei » cominciò a dire il
Marchese, ma una grossa scampanellata che avea cominciato da un pezzo, gli ruppe
la parola in bocca, giacché ci fece levar tutti e muovere verso casa. Era il
segno del desinare; e come l'Antonio pensava che chi discorre di metafisica può
avere abbastanza perso il cervello da non più sentire la fame, s'era messo fuori
dell'uscio sul pianerottolo della scalea del giardino e faceva fare al battaglio
di un campanello che aveva nelle mani, i più fieri e disperati sgambetti che
sapesse. Né smise prima che ci ebbe visti venire fuori del boschetto e
accelerare il passo da uomini ben capaci dell'importanza del caso. Che l'abate
Rosmini e il Manzoni e il Marchese dovessero trovare la zuppa fredda era come
un'offesa direttissima che gli avrebbero fatta; era un pigliarsela a lui
personalmente il non affrettarsi di maniera, che la zuppa non fosse dovuta
trovarsi fredda. Perciò aveva ragione il valentuomo di non smettere prima di
assicurarsi che quello schiaffo non gli si voleva dare. Appena rassicurato,
corse subito a mettersi in ordine; e dopo alcuni momenti d'impazienza e di
tentazioni di maledire la filosofia, aprì il viso ad un riso benevolo
quando ci vide spuntare sulla soglia della camera da pranzo.
« Il credereste? - vi direbbe
Antonio, - lì, e la zuppa c'era, si fermarono ancora un poco a chiacchierare ».
Infine si mossero e, sia benedetto Iddio, si sedettero a tavola.
Proto[43] mio, voglio aver compassione di te. Tu
hai a comporre, e perciò, ch'è peggio, a leggere per forza questo mio scritto.
Chi sa quanto l'allungherei, se volessi raccontare a te e ridire a me tutto
quello che s'è detto a dritto o a torto durante il desinare. Io dovrei
cominciare dal presentarti varie persone che tu non conosci, e il nominartele
non basterebbe a fartele conoscere. Dovrei cominciare dal descriverti quattro
nuovi caratteri, e che è più, di preti: e tu di solito sei rosso di questi
giorni: e piglieresti tutto in mala parte. Io vorrei lodare, e tu crederesti che
io volessi biasimare: io vorrei mostrarti certe belle, ingenue, sincere, pie,
eccellenti pieghe dell'animo umano, e tu, uso a trattare con gente che non le
crede né le stima perché non le ha né spera d'averle[44], tu Proto mio, rideresti, ed io
imbizzirei, e ci bisticcieremmo. Lasciamo stare, Proto mio. Tanto più che
non ci sarebbe verso di raccontarti per lungo e con un po' di seguito una
conversazione, che, come tra molti, andò a salti, e, come in una società nella
quale c'è alcuni riputati superiori di molto agli altri, cadde parecchie volte a
terra, e fu ricolta non sempre con garbo. Vuoi provare? Ma no, di grazia,
saltiamo al caffè, anzi a una mezz'ora dopo il caffè, quando tutti noi ci
ricordammo che sarebbe stata un'eccellente maniera di digerire il continuare il
discorso del boschetto. A un punto fummo tutti sopra al Manzoni, perché finisse
di dire quel tanto che mancava all'esposizione della sua dottrina su quell'atto
creativo. Se vi ricordate, non parlo più a te, Proto mio, ma a' miei lettori
immaginari, il Manzoni m'avea detto che avrebbe schiarito quel suo secondo
perché insieme con parecchi altri dubbii che sorgevano qual da uni, qual
dall'altra delle sue proposizioni e quale dal complesso di tutte. Pareva in
fatti che qualcosa mancasse: e cosa fosse questo qualcosa, lo direi io, se non
l'avesse detto lui per introdursi nel discorso.
« Fra le tante cose - cominciò
dunque a dire, - che mancano a quello che ho detto e delle quali non m'accorgo,
ce n'è una che salterebbe agli occhi di tutti e perciò salta anche a' miei. Che
l'atto per cui Iddio crea a dirittura il finito, sia e deva essere
necessariamente arbitrario, cioè a dire tale che non se ne possa trovar ragione
determinante al di fuori, ve lo concediamo - fo conto che mi si dica così, -
pure, mi s'aggiunga, altro è che Iddio volendo fare che sussista l'essere nel
modo finito, non possa emetter quell'atto stesso che lo faccia sussistere dietro
una ragione che lo determini a porlo qui ed ora - quantunque deva pure,
ponendolo, porlo necessariamente qui o qua, e dar principio al tempo - altro è
che non abbia ragione di volerlo porre. Spieghiamoci altrimenti; giacché qui si
cammina sulle uova, e non se n'ha a schiacciare nessuno. Supponiamo che Iddio
avesse davvero qualche ragione di voler porre quest'atto creativo: questa
ragione non ispiegherebbe già tutto questo atto, perché non basterebbe, per le
condizioni stesse del finito, a determinare il qui e l'ora, i
quali hanno pure ad essere necessariamente determinati in quell'atto: siamo
d'accordo, non basterebbe; ma noi non vogliamo negarvi che non basta, né però
che quest'atto sia o no arbitrario; ma solo pretendiamo di sapere, se Iddio,
ponendo quest'atto arbitrario, voglia farlo o no, e, come non è dubbio che
voglia, se abbia una ragione di volerlo. E ci pare, aggiungono sempre loro, che
questa ragione ci deva essere: perché è impossibile di concepire un volere senza
una ragione, o altrimenti senza un fine: giacché il fine o l'oggetto è la
ragione del volere. E voi non potete fare a meno di concederci che Dio voglia
porre quell'atto, quantunque nel volerlo - noi ripetiamo da capo che in questo
siamo d'accordo - non trovi già determinato tutto l'atto stesso: e non potete
negarcelo, perché avete, non che detto, dimostrato due giorni fa che un atto
arbitrario non può aver luogo, se non in una natura intellettuale e morale, e
richiede precedente a sé un giudizio che determini il fine che si vuole e che si
deve attignere. Ora, per l'atto essenziale dell'essere, avete mostrato che
questo giudizio non si può neppure logicamente pensare che preceda; perché è
assurdo che Iddio sia perché trova buono di essere: sarebbe l'un via uno, perché
trovasse buono d'essere e lo volesse, bisognerebbe che già fosse. Ma rispetto a
questo stesso atto, in quanto si considera come creativo, la cosa, non può star
così: e l'avete confessato voi stesso col vostro secondo perché della
distinzione di que' due rispetti di quell'unico atto. Quel perché era
oscuretto anzi che no; e ce lo dovete chiarire ora; pure se ne ricavava, di
certo, questo; che dell'atto creativo c'è una cagione, un fine di porlo fuori
dell'atto stesso, mentre dell'atto essenziale dell'essere non c'è né ci può
essere: né ci verrete avanti con sofismi - continuano sempre questi nemici della
pace mia - a dire che in Dio non ci può essere un giudizio, un volere, una
determinazione d'un fine; perché questi sono tanti atti e in Dio non c'è se non
un atto solo; di maniera che a parlare di tutti quegli atti si ragiona da
uomini, e perciò male, di Dio. Ce lo sapevamo: noi si parlava come si poteva:
parlerete meglio voi, uomo di lettere - non mi risparmiano neppure le ingiurie -
troverete voi modo, di spiegarci come si trovi un fine al volere, che si deve
supporre in Dio, di creare il finito, senza generare molteplicità nella sua
natura. Toccherà a voi - e qui ingrossava la voce - di dirci tutto questo senza
uscire dall'unità viva e concreta di Dio.
Marchese di Cavour - Certo, che i nemici suoi non si potranno
chiamare scontenti della maniera in cui li tratta. Ha messo ad esporre le
difficoltà loro tanta cura e chiarezza, quanta a persuaderci della sua dottrina
e forse più.
Manzoni -
Quel forse più è
malizioso, Marchese mio, e quella sua dottrina frizza anch'essa; a ogni
modo, procaccierò nel rispondere di metterci altrettanta cura e chiarezza. Io do
loro ragione, di quello che dicono. La pretensione è giusta; e quello che
vogliono sapere, si deve dire. Ma affinché sia chiarito e perché mi si faccia la
quistione e come sia legittima e quale risposta vi si possa dare, bisogna che mi
faccia un poco ab alto. E perché non potrei dimostrare per l'appunto la
rettitudine di tutti i miei passi senza restar troppo per via, bisogna che mi
concedano tutti ch'io pigli per ammesse e sicure parecchie proposizioni delle
quali avrò bisogno qua e là; e le quali mi paion tutte ricavate dalla filosofia
del mio maestro e dimostrare tutte ne, suoi libri. Anzi, voglio che me lo
concedano a questo patto, che se qualcuno di voi ci trovasse da ridire, me
l'avverta poi un'altra volta: io gli prometto di gittarmi insieme con lui sopra
il mio maestro che è qui, e costringerlo a spiegarlo meglio, lo so che lo saprà
fare, perché è uno che nelle difficoltà e nelle obbiezioni ci gongola; e se la
svigna sempre, e vi sa persuadere, che appunto per quello che dite voi, ha
ragione lui.
Il Rosmini sorrise; e tutti noi
altri e il Marchese concedemmo al Manzoni quel pochissimo che dimandava; dopo di
che egli potette ricominciare così[45]:
« L'ente è il contrario del nulla;
perciò il concetto di ente involge il concetto di un atto, e
l'atto con cui un ente è, è il contrario di quello con cui un ente si annulla ».
Capitolo primo dell'ultimo libro della Psicologia dell'abate Antonio
Rosmini, prete Roveretano. « Ora - dico io, - quest'atto costituisce quell'ente
in uno stato di resistenza contro qualunque ente, che operasse sopra di esso per
annientarlo. Lo fa quel tale ente che è, e in quanto quel tale, ripugnante a un
altro; ora, quest'atto può essere in due gradi: in uno è essenziale a ogni
maniera di enti, nell'altro a soli certi ordini di enti. Voglio dire: o può
solamente essere posto lì a resistere e a ripugnare all'annullamento proprio, o
ancora a svolgere, lui come primo, una serie di atti secondi nell'ente, che
sussiste per esso. Se non che l'una cosa e l'altra non la può fare, se non gli
se ne dà il motivo: vo' dire, a parlare più precisamente e da barbassore, che,
senza che un altro ente operi sopra di esso, non potrebbe lui estrinsecare ed
effettuare l'una o l'altra delle sue attribuzioni; perché in questo caso,
quell'estrinsecazione mancherebbe di causa e di ragione sufficiente. Di maniera
che posso qui, a man salva, rubacchiare come poco fa, quel ricco prete amico
nostro, e dirgli colla Teodicea in mano, che un'attuazione singolare,
determinata di un atto che costituisce un ente reale, non si dà né si può dare
senza che qualche altro ente reale operi sopra di esso, e la cagioni ».
« Mi ricordo - diss'io, - che il
Rosmini mi disse appunto questo per provarmi, che quando si parlava di Dio
creatore, non si poteva intendere di Dio come ente meramente reale ».
« Sta bene - rispose il Manzoni, -
ma non ne siamo ancora lì. Noi altri, uomini gravi, andiamo a passo a passo,
quando la lingua per me, e il non saper cosa dire per me e per tutti quelli del
mio peso, non ci obblighino a fare de' salti, o a restare un pochino per aria.
Dicevo dunque... quello che dicevo; ora continuo col dire che di quell'atto in
quel secondo grado ho data una definizione generica, ciò è dire che compete a
molte e molte specie di enti: tutte quelle che... ma credo di non essere in caso
di affermar proprio e giusto, quali tra tutte le specie d'enti che sono a questo
mondo, siano escluse dall'avere un atto costitutivo, che si raccolga sotto
questa definizione. Certo, tutte le animali - e noi, per conseguenza - ci siamo
inclusi; giacché quell'atto particolare che costituisce ciascuno degl'individui
che appartengono a ciascuna di quelle specie, è tale che, data una causa, si
sviluppa in parecchi atti secondi, così essenziali, come accidentali; che è una
distinzione, che non m'importa qui e che perciò lascio stare: chi ha voglia di
saperla meglio, ricorra dove ricorro io in simili casi.
Fin qui abbiamo parlato dell'ente
generale, ciò è in astratto, senza determinare se volevamo parlare dell'ente
finito o dell'infinito; i quali però, come ho dimostrato - assumo superbiam,
- si diversificano essenzialmente, e perciò, anche quel pochissimo che si
può dire in comune, si deve e pensare e dire diversissimamente. Pure, poiché
abbiamo distinto due atti e l'uno per via della potenza di svilupparsi in una
serie di atti secondi, è evidente che con questo abbiamo inteso parlare del
finito. Del nostro discorso, rispetto all'infinito, non possiamo ritenere se non
ciò solo che abbiamo ricavato dall'essenza del reale e non da una condizione del
finito: vo' dire, che l'ente meramente reale non può uscire ad atti secondi,
senza qualcos'altro che cooperando sopra di esso gli cagioni di venire all'atto.
Evviva me! ho detto uno sproposito. Questa è invece una formola che conviene
unicamente al finito: come s'avrà a esprimere, di maniera che convenga
all'infinito? Così, mi pare: l'infinito, se fosse meramente reale, resterebbe in
un atto perpetuo unico ed immanente, incapace di generazione ab intra e
di creazione ab extra ».
« Diacine! - interruppi io, - s'è
detto l'altro giorno: sarebbe sordo come un ghiro e cieco come una talpa ».
« Abbia un pochino di pazienza: se
s'è detto - mi rispose il Manzoni, - tanto meglio: ripeto e ci sarà meno intoppi
».
« Tanto più - riprese il Rosmini,-
che se dice lo stesso, va però per un'altra via: il ridirlo così equivale a una
riprova ».
« Evviva - soggiunse l'altro, - il
Rosmini che viene in aiuto a' miei capelli bianchi contro l'impazienza di que'
capelli biondi, che non si voglion chetare. Grazie; e ripiglio.
Mi pare che da quello che ho detto,
si traggano come essenziali queste due conseguenze che paiono contradittorie, e
che pure son vere tutteddue: la generazione dell'essere come oggetto,
dall'essere come soggetto, e la coeternità loro[46]. In fatti, se l'essere come soggetto o
cosa non fosse coeterno coll'essere come oggetto o idea, o altrimenti, se
l'essere meramente reale sussistesse davvero solo per un istante sarebbe
disadatto a generare altro mancando necessariamente nell'infinito quel
qualcos'altro, la cui azione abbiamo detto necessaria, perché il reale si attui
in un atto secondo. E guardate bene: non state a dire che questo qualcos'altro
abbisogna soltanto al finito e appunto per questo, ch'egli deve uscire in un
atto secondo; mentre all'infinito, che è perenne in un atto solo ed unico, non
farebbe di bisogno. Guardateci bene; vi parrebbe di dire una ragione: e sarebbe
un sofismaccio. Quando avete supposto che per un istante l'essere in una forma
preceda all'essere in un'altra, vi siete già tagliate le braccia: quest'altra
forma d'essere non potrebbe essere posta dalla prima se non in un altro e così
in un secondo istante; dunque, con un atto distinto numericamente da quello che
sussisteva solo dapprima, e perciò secondo. Di maniera che non ci è verso: il
mistero qui c'è e ci deve essere; la conciliazione delle due proposizioni noi
non la sappiamo né possiamo pensare: non sappiamo né sapremmo scorger mai come
le due forme dell'essere siano coeterne e l'una non ostante si generi
dall'altra. E appunto perché è un mistero, dicono, non ne vogliam sapere!
Insipidi - rispondo io, - ne accettate de' più buj e per forza ogni giorno.
Ditemi un po' perché la china-china spezzi la febbre? Ma un perché vero e
definitivo ve', non uno a posticcio, e che ne dimandi un altro. De' posticci ne
ho parecchi anch'io. Ma tra i misteri naturali o fisici e questi speculativi c'è
questo divario, che gli uni ci pare di essere proprio atti a capirli, e gli
altri vediamo benissimo, perché non possiamo capirli. Quegli sono tutto bujo:
questi invece, quantunque punti oscurissimi, sono pure circonfusi di una luce,
inaccessibile sì, ma splendidissima. Quegli son tenebrosi davvero: per ficcar
lo viso al fondo, per dirla con Dante, non vi discerniamo veruna
cosa: per questi, ci accade il medesimo, ma perché son luminosi tanto che ci
abbagliano. E anche qui, in questo mistero noi vediamo benissimo perché ci sia
così duro di affisare l'occhio in quella generazione infinita: quantunque,
vedendo che non possiamo, non riusciamo già a potere ».
« Già, già - interruppi io, - se
uno ci domanda se le premesse di un raziocinio siano nate prima o dopo della
conchiusione, noi gli ridiamo sul viso: perché intendiamo benissimo, che
nell'ordine delle idee non ha luogo una relazione di tempo. Se uno ci dimanda se
il padre sia nato prima del figliuolo, noi gli ridiamo anche sul viso; ma per la
ragion contraria, perché i reali non sappiamo pensarli se non in una relazione
di tempo, e nel caso che ci si propone, è evidente che questa relazione è di
priorità per l'uno e di posteriorità per l'altro. Ora, l'essere realissimo di
Dio è insieme oggettivo, o, quantunque la parola non riesca propria, ideale. E
la forma oggettiva, quantunque reale, non sta colla soggettiva in una relazione
di tempo più di quello che ci stiano i termini d'un raziocinio, o i due termini
e la copula d'un giudizio ».
« Benedette - ripigliò il Rosmini,
- le digressioni: questa volta non si può fare a meno di dar ragione al Manzoni.
L'ultima proposizione che ha gittata lì, non voglio dire che non sia vera: ma
certo merita di essere girata e rigirata molto, tastata per ogni verso, perché
non ci si mescoli qualche errore. E non pare poi che sia proprio necessaria al
discorso che sta facendo ».
« Davvero, non è - riprese il
Manzoni. - Non è, lo so bene, ma mi vendico alla meglio. Non vuol parlare lei;
quando Ella parlasse, tutti ci taceremmo. Quell'Ontologia non la stampa:
que' quaderni che me n'ha dato a leggere, gli ha scritti con un inchiostro così
bianco, e ci ha fatto tante cancellature e sgorbii e rimesse e chiamate che ho
dovuto smettere[47]. Io mi vendico, io. Gitto lì delle
proposizioni che però mi pajono vere; chi sa, con questo mezzo, la tirerò una
volta o l'altra nella rete e la farò parlare. Ecco, io mi fermo: potrebbe far
lei a quest'ultima mia asserzione tutte quelle tare e rattoppi che diceva ».
« Un'altra volta - rispose il
Rosmini, - ora, ho troppo premura di sentir parlare lei ».
« È la bellezza d'una settimana che
mi dice così » riprese il Manzoni.
« E che lei - dissi io, - non ha
finito di mettere a ordine questa creazione ».
« Qui invece - ripigliò il
Marchese, - non gli si può dar torto, mi pare ».
« Ebbene - soggiunse il Manzoni, -
staremo a vedere se, prima d'arrivare, mi fermo per via o cambio strada, altro
che per forza maggiore.
Ritengo di tutto il discorso
precedente queste due conchiusioni: che l'essere infinito sussistente deva,
perché ente, essere un atto: l'altra che se non fosse che un mero reale,
quest'atto sarebbe incapace di generazione ab intra e di creazione ab
extra. Codest'atto sarebbe puramente un infinito di resistenza, senza che ci
potess'essere nulla contro cui resistere: ed essendo tutto chiuso e raccolto
nell'ente, si potrebbe dire che l'essere, in quel grado e condizione, sarebbe
semplicemente essere in sé. Dico si potrebbe, perché non vorrei risolutamente
affermare che si possa: anzi affermerei al contrario che non si possa altro che
così per intenderci, e sarebbe un esprimersi, a guardarci bene, molto poco
esatto. In fatti, il sé richiede una natura intellettiva che si ripieghi sopra
sé stessa come natura reale, e perciò implica già una duplicità della quale qui
non abbiamo alcun fondamento. Chi se ne vuol persuadere, ricorra ancora alla
spezieria Rosmini, al vasetto col titolo Psicologia. Del resto,
tra me, il Marchese e quel biondo lì non se ne può far quistione: il Rosmini ce
lo dimostrò che non si potea meglio, sette o otto giorni sono ».
Rosmini -
Vede che non son poi sempre così
difficile a parlare, come lei diceva poco fa.
Manzoni -
Sì: ma di quelle cose che ha già
scritte. Del resto avanti. Fo mio pro di un'altra conchiusione, dimostrataci jer
l'altro dal Rosmini stesso; e sulla quale ho insistito poco fa io stesso. Ed è,
che l'essere infinito oggetto, è coeterno e coesistente coll'essere infinito
soggetto, quantunque generato da questo. Che vorrà dire quest'essere oggetto?
L'abbiamo già detto fin dove si può dire. È come un riverbero, sussistente
anch'esso, dell'infinito soggetto nel quale questo mira ed intende sé. Ora, a
questo punto, avendo già questa duplicità, noi possiamo dire e quello che due
minuti fa si accennava con poca proprietà e anche un'altra cosa che non s'è
punto detta. Afferrato, colto, trovato questo sé, che non si può
afferrare né cogliere, né pensare così, se non in un reale che s'intende, noi
possiamo dire così che l'essere, in quanto puro soggetto reale, sia in sé,
come che in quanto oggetto, sia a sé. Quell'in sé
indica la soggettiva insidenza dell'essere che s'intende, quell'a sé
indica l'oggettiva presenza dell'essere ch'è inteso. Ma - e risulta da
ciò che abbiamo già detto - non si può dire che sia in sé prima, e poi
diventi a sé, anzi non si può dir l'uno, se non insieme
coll'altro. E badiamo: l'a sé e l'in sé dell'essere fanno due
sé diversi, perché il sé consistendo in un atto intellettivo e
percettivo, ad una natura reale, varia quando varia il rispetto di quello a
questa; e varia per questo che l'essere è in sé, quando ha l'intellezione
di sé nell'essere a sé, di maniera che l'atto per cui
s'intende, s'inizia in questo secondo, quantunque termini in quello che genera[48]: mentre l'essere a sé ha
l'atto dell'intellezione propria iniziato e terminante in sé stesso. Ora, come
può aver luogo, direte voi, che un atto d'intellezione iniziato nell'a
sé dell'essere costituisca l'essere in sé? Benissimo, rispondo io;
quando ammettete, come pure dovete, che l'essere è uno, e l'atto della
sussistenza è uno e semplicissimo, e perciò varii la persona sì, ma la natura
no. Del resto qui rasento una digressione ed una lunga: e mi contento piuttosto
di parlare così a sbalzi che di venir meno alla mia promessa.
Noi si diceva, che l'essere come
soggetto, sussista, e l'essere come oggetto, sussista: e che i sé siano
due, uno per ciascuna forma di essere, quantunque la sussistenza sia unita,
comune a tutteddue le forme. Ora, quando, nel generare, l'ente soggetto intende
il sé proprio, e pone il sé dell'essere oggetto con quello stesso
atto, l'essere non pure ha la forma dell'in sé e dell'a sé,
ma ne ha necessariamente una terza. Di fatti, se l'ente, come dicevamo, è atto,
non solo si deve intendere come ente, ma si deve altresì come atto. Che importa
questo? Importa che essendo infinito ed eterno, deve intendersi come
abbracciante in un atto unico e sempiterno tutta quanta la pienezza dell'essere.
Importa che intenda tutta questa pienezza dell'essere come sua, anzi come la
vita sua, di cui ha il principio in sé. Intendendosi come vita propria, si pone
come vita propria: e poiché questo porsi così è subordinato o meglio vien
logicamente dopo l'intendersi che fa per il mezzo dell'essere oggetto, perciò
questa terza forma dell'essere procede dalla prima per mezzo della seconda[49]. Ora, in questa terza forma l'essere non
è in sé come nella prima, non è a sé come nella
seconda, ma per sé; c'è, voglio dire, come consapevole
della sua perfetta indipendenza da altro, come assoluto iniziamento e compimento
della vita propria; né fa bisogno, non ch'altro, di dire, dopo tutto quello che
si è detto che l'essere non è per sé, se non nello stesso atto per
cui e con cui ed in cui è in sé e a sé.
Da questo stesso dobbiamo cavare
due altre conseguenze; e forse di maggior rilievo per noi. Il padre - serviamoci
pure di questo linguaggio consacrato e più chiaro di qualunque altro che
potessimo surrogarvi noi - nell'intendersi, intende come propria, si diceva, la
pienezza dell'essere: ora, con questo necessariamente s'ama. Infatti, essere e
bene son concetti e parole che si convertono come nulla e male. Non è il luogo
di dimostrarlo qui: chi non ne fosse capacitato, ricorra dove ho già detto che
bisogna ricorrere in simili casi[50]. A me basta che poiché l'essere è bene,
nell'intendersi e porsi che fa il padre con pienezza dell'essere, s'intende e si
pone come bene. Ora, un atto di una natura reale e consapevole, che termina e
s'acqueta nel bene, è atto d'amore: infinito qui, perfetto e compiuto, come
sarebbe finito, almen nel principio, imperfetto e incompiuto in una natura
finita. Di fatti, amore è questo e non altro: l'aderire a qualcosa come a bene,
coll'atto proprio. Così il padre nell'intendersi come pienezza dell'essere,
s'intende come bene: ch'è a dire, si ama. Vedete qui dunque come abbiamo una
terza forma dell'essere, e una terza persona, un sé diverso. Avevamo un
sé soggetto e un sé oggetto: qui abbiamo un sé in cui
l'essere non pure è soggetto come nella seconda, ma è l'uno e l'altro insieme; e
l'ente, in questa terza forma, è posto da un atto dell'ente nella prima, dal
sé soggetto, illustrato, se possiamo parlare così, e fecondato dal sé
oggetto, che egli stesso genera e in quello che lo genera.
L'altra conseguenza poi è questa.
Cosa è libertà? Andiamo il più avanti che si può. Diciamo, per
principiare dall'ente finito, così. Di certo, parecchi hanno negato che ci sia;
ma nessuno ha affermato che potesse, in ogni caso, essere altrove, che in una
natura reale e intellettiva. Agli animali parecchi hanno data intelligenza:
libertà, ch'io sappia, nessuno. Senza cercare qui i fondamenti di questa
dottrina comune, chè non c'importa qui di trovarli, accettiamola pure. S'ha egli
a dire, che perché agli animali sia negata libertà, si voglia loro negare
un'attività propria ed intima qualunque? No, di certo. Né io potrei negargliela.
Diceva sul cominciare che ogni ente è atto, e che quest'atto che costituisce
l'ente, è in un gran numero di enti un principio intimo, intrinseco di
un'attività spontanea, determinata e limitata così o così. Ora, in quell'ente in
cui quest'attività già è, quando gli si aggiunga l'intelligenza, oltre allo
spuntargli un'altra attività che si termina nell'inteso primitivo e forma
l'intelletto, gli diventa possibile d'intendere come proprio quell'atto che lo
constituisce, e come tutta sua quell'attività nuova che gli si è sviluppata, e
come sua, in parte, quella vecchia che aveva già. E perché questa in parte e
quella tutta? Non fa nodo il perché. Non è chiaro che quella, la quale anch'essa
è essenzialmente razionale, può essere come dire, incorporata e padroneggiata da
un'altra dello stesso ordine: mentre l'altra, essendo di erdine affatto diverso
e preesistendo, non può? Se questa differenza togliesse o aggiungesse nulla alla
mia conchiusione, forse dovrei chiarirla di più: ma, come ammessa o negata mi
torna il conto sempre, mi basterà di averla detta. O tutta o in parte, questo
intender come sua l'attività propria, fa sorgere nell'ente reale intellettivo
una terza facoltà superiore, che è quella del poter dirigere come cose
appartenenti a sé, le attività che covano in lui. Questa potestà di dirigere è
la libertà, ed è così necessario, che un ente razionale l'abbia, come che l'ente
sia atto. Ora, paulo maiora canamus. Un salto mortale, amici miei, e
dietro me pur troppo. Cosa deve essere tutto questo nell'ente infinito? Bisogna
far semplice ed uno quello che nel finito era moltiplice e più, e lo troveremo.
Nell'infinito ente non vi ha che un atto unico; e questo è tutto: quest'atto è
la pienezza sua dell'essere, è la vita sua, è il bene suo. Nell'intenderlo come
suo, intende come sua la pienezza dell'essere, come sua la vita, come suo il
bene; ovvero - giacché nell'infinito si può invertire l'ordine de' termini -
nell'amarsi, intende come suo l'atto proprio; che è dire s'intende e si pone
libero. Ora, come, intendendosi così, s'assolve la terza forma dell'essere,
rispetto a questa ed in questa è libero Iddio.
Ora - e sia benedetto Iddio e lo
benediranno anche più loro che io - mi pare di poter conchiudere. Iddio,
nell'amarsi come bene, ama, dicevamo, tutto l'essere; perché tutto l'essere è
bene. Ora, l'essere può avere limiti e pigliare così il modo della finitezza e -
ripetiamo - nol potrebbe né idealmente né realmente se l'infinito già non
preesistesse. Pure Iddio, in quanto è essere e perciò bene, cioè nell'atto del
porsi nella terza forma, o, per usare anche qui il linguaggio cristiano, nel
porsi come spirito, ama anche l'essere limitato, che è essere anch'esso. Con
amarlo, lo crea? No. L'amore si consuma tutto in lui, e si compie, si soddisfa
senza uscire dal cerchio dell'infinito divino: ora, il finito è un diverso dal
divino, è un essenzialmente diverso; pure, nell'amarlo com'essere e bene, trova
una ragione sufficiente dell'atto creativo[51]. Ma come l'ama, direte voi, se non è, e
se è, a che bisogna crearlo? V'arresterei subito mostrandovi dove siete davvero
intoppato. Il finito è qualcosa che, per sua essenza, deve esser creato, giacché
l'essenza sua è di non potere stare da sé, e di dovere necessariamente
sussistere per altro: non gli si aggiunga con pensiero nient'altro, se non si
vuole errare. Ora, con quella obbiezione voi gli aggiungete questo: che perché
non può stare da sé, dunque il divino infinito deve esser prima di esso. Ora, in
questo prima, direbbe, Rosmini mio, il suo padre Cesari, e nol direi io,
giace Nocco. Il divino infinito non dev'essere un istante prima del
finito, né questi un istante dopo dell'altro: solo il primo è eterno e il
secondo temporaneo. Queste dimande: se il finito sia coeterno coll'infinito, se
sia prima o dopo, se né prima né dopo, sono tutte senza senso perché si fondano
sopra un concetto assurdo, che è piuttosto un'apparenza di pensiero che un
pensiero: voglio dire che ci si concepisce l'eternità, come una successione
d'istanti.
Iddio, dunque, - mi rifò da capo -
nell'amarsi come essere, ama anche l'essere diverso da sé nel modo e
nell'essenza, il finito. Ma perché ama l'essere perché bene, perciò ama l'essere
finito come e in quanto bene. Di maniera che non lo crea, se non per questo,
perché è bene e in quanto può esser bene. Dunque, se è amato e creato come tale,
cesserebbe ogni ragione di amarlo e crearlo, quando la somma di tutti gli atti
dell'essere finito non desse una quantità di bene, né se potendo darne una
massima, ne desse una minima. Che un ente che crei una tal cosa perché bene, si
contenti che frutti un minimo invece di un massimo di bene, non potrebbe
derivare se non dall'impotenza in cui fosse di farglielo rendere massimo, che è
per Dio un caso assurdo[52]. Di sorte che qui troviamo una norma,
che finisce di determinare il finito creato in quelle parti e condizioni, le
quali, considerando la sola natura reale dell'infinito, restavano indeterminate
e, per così dire, vaghe. E questa norma è: il finito dev'esser creato di maniera
che dia la maggior somma di bene possibile. Questa è necessità morale, cioè
derivante dall'essere come bene: dove quelle altre che si noveravano stamane nel
boschetto derivano dalla costituzione e dall'infinità stessa dell'essere come
essere.
Ora sì, vediamo chiaro quel mio
secondo perché della differenza dell'atto creativo dall'atto stesso
dell'essere; questo è tutto assoluto e senza ragione né cagione altro che in sé:
mentre l'atto creativo è bensì assoluto ed arbitrario affatto nel principio di
dove sgorga, ma appena spicciato, è determinato nella sua attuazione dalla
natura reale e morale dell'infinito preesistente.
Si vede ancora come l'atto
creativo, che è tutt'uno nella fonte coll'atto dell'essere, è insieme tutt'uno
nel processo coll'atto della generazione ab intra delle forme personali
dell'essere, e pure è diversissimo dall'uno e dall'altro. In fatti, nel processo
è necessario come questo. Oltre di che trova la sua ragione nel compimento dello
stesso atto generativo; perché senza l'amore, Iddio non amerebbe il finito né lo
creerebbe; di più, se non si ponesse come libero, non intenderebbe l'atto suo
costitutivo dell'essere se non solo come un infinito di resistenza, non anche
come un infinito d'attività. Di maniera che a quel punto s'intende e si pone,
non creando già in atto, ma come capace di creare in atto. Cosa, del resto,
anche chiara per un altro verso. Se non intendesse l'attività propria come sua,
e come cosa di cui è padrone lui - che equivale a dire se non fosse libero - non
potrebbe fare quell'atto assoluto d'arbitrio, che è l'atto creativo; il quale
trascende, è vero, la libertà, ma però richiede, come s'è detto tante volte, una
natura morale e intellettiva; ciò è a dire una natura che conosce come sua,
tratta come tale, l'attività propria. La necessità della libertà divina per
l'emissione dell'atto creativo si dimostra anche per la corrispettività
essenziale in cui la libertà sta colla necessità morale; la quale, come abbiamo
visto, determina da ultimo, dà l'ultima mano alla necessaria costituzione del
finito. Se non che di questa abbiamo parlato già tante volte, che mi par inutile
di ritornarci su ora[53].
Se non che tutto questo dimostra
piuttosto che l'atto della generazione ab intra deve precedere l'atto di
creazione ab extra, che non quella tesi che ho posta: ciò è a dire che
questi due facciano tutt'uno. Di questo ho piuttosto accennata che fatta la
dimostrazione; pure bisogna farla. E dico male farla: perché la dimostrazione
davvero non vuole esser fatta. Giacché è pronta sempre ed è sempre quella:
l'unicità essenziale e semplicissima dell'atto divino; il difficile è di trovare
un verso d'intenderla. Quell'atto, per essere unico, non esclude che sia
distinto in più; come la natura divina, per essere una, non esclude che sia
realissimamente distinta in tre persone. Pure questi due ordini e specie di
distinzioni, quantunque sottostiano a una stessa condizione - voglio dire, di
non distruggere né sminuire l'unità - pure, mi pare, son diversi. Quando
distinguiamo le persone, parliamo di una triplicità di forme reali nella natura
divina: quando distinguiamo l'atto dell'essere dal generativo e dal creativo,
bisogna farlo senza escire dalla unità reale di un solo atto, che è quello per
cui tutto l'essere sussiste. Di maniera che la difficoltà è maggiore qui che lì:
e chi sa? ci riuscirebbe forse più facile di abbracciare con un pensiero unico
la triplicità delle forme nell'unità della natura divina, che di capire quella
triplicità di atti nell'unicità dell'atto della sussistenza essenziale
dell'essere. E pure la distinzione, se non vogliamo mescolar tutto ed
imbrogliarci peggio, s'ha a fare; e distinguendo non sperdere né sperperare
l'unità dell'atto. Ora, mi pare che così si potrebbe. Un atto unico è quello
della sussistenza dell'essere, in quanto si appunta nell'essere come tale; è
il generativo[54], in quanto si appunta nella triplicità
delle forme ab intra della natura divina; è il creativo in quanto
si termina in un diverso dalla natura divina. Nel primo rispetto è
assolutissimo, vuol dire, che è senza cagione e senza ragione fuori di sé: nel
secondo è assoluto nel principio di dove sgorga, ma è necessario nel processo,
perché la costituzione dell'essere è necessaria. Per spiegarmi meglio,
l'infinito non può sussistere - primo aspetto - che in una triplicità reale di
forme. Secondo aspetto: la natura stessa dell'essere sussistente richiede quella
triplicità di forme, che è attuata da quello stesso atto in quanto generativo
ab intra. Infine - nel terzo aspetto - in quello di creativo, quell'atto è
ancora assoluto e tutto d'arbitrio nel suo principio; pure nel suo processo, è
determinato parte dalla natura infinita già sussistente tutta dell'essere
infinito, parte dalla sua terza forma o di bene. Di maniera che la prima forma o
quella dell'essere in sé piglia parte a codest'atto creativo, in quanto
lo pone; la seconda (e questo non l'ho detto prima né voglio dimostrarlo ora
perché non serve) ci ha parte in quanto è quella in cui è posto idealmente e per
cui è realmente fatto il finito, e la terza infine ci ha parte in quanto è
quella che dà, amando, la cagione di porlo. Differisce, dunque, dall'atto dell'essere
il creativo, in quanto questo è determinato dal generativo e quello no.
Differisce quello dell'essere dal generativo, in quanto questo ha cagione in
quello e ragione nella natura necessaria dell'essere, mentre quello dell'essere
non ha cagione né ragione in nulla. Differisce il generativo dal creativo in
quanto non solo questo ha cagione di sé nell'atto dell'essere, nel che
non si divariano; ma anche ha ragione di sé non nella natura dell'essere, come
il generativo, ma nel generativo stesso. Di sorta che l'aspetto di creativo è il
terzo di quell'atto unico e riverbera parte il primo, parte il secondo. Infine
quest'atto, in quanto è creativo, differisce da sé in quanto è quello
dell'essere o il generativo, in ciò che è l'importanza del tutto: che, cioè,
come atto dell'essere e generativo, si compie e s'assolve nella natura divina,
mentre in quanto creativo, s'assolve e si compie in un termine diverso da Dio e
dall'infinito. E questa differenza fa nientemeno che questo: che mentre ne,
primi due aspetti non ha effetto o termine che si divarii dalla causa o
principio, nel terzo l'effetto e il termine non pure si divaria, ma è d'essenza
contraria a quella della sua causa o principio. E perciò, mentre in quanto atto
dell'essere e atto generativo - essendo quello che è fatto, identico di natura
con quello che fa - è necessario; in quanto invece è creativo, l'effetto, per
essere diverso dall'efficiente, e per le tante altre cagioni allegate, è
contingente.
« Ahi ahi - interruppi io, - qui mi
duole il capo ».
« È naturale - disse il Marchese, -
non vede che il Manzoni glielo stringe con una tanaglia? »
« Eh! non importa, figliuol mio -
mi soggiunse il Manzoni, - impari così a non stuzzicare la gente, e soprattutto
poi, quelli che hanno la lingua lesta come i pari miei. Mi dispiace, che ho poco
altro da stringergliela quella testolina: avessi cominciato prima a far così;
chè m'avrebbe punzecchiato meno. Ora poi, volere o non volere, bisogna
inghiottirsi l'ultimo boccone: e ci siamo. L'è tanto l'ultimo che l'è proprio
l'ultimo: ed è poi la definizione di quest'atto creativo che ci ha data tanta
noia, e la conchiusione di tutto[55]. Vo, dire, l'atto creativo è l'atto
dell'essere di Dio non in quanto costituisce la natura divina, ma in quanto pone
un atto diverso da Dio e contingente. È posto d'arbitrio assoluto: ma nel suo
processo e nel suo effetto è determinato parte dalla natura preesistente
dell'infinito tutta insieme, parte dalla terza sua forma che è l'amore, in cui
trova la ragione sufficiente dell'esser posto ». E qui levatosi in piè e
appoggiati i pugni sopra la tavola, e sorridendo al Rosmini, al Marchese e a me:
« Dixi - conchiuse, - e se c'è buona fede a questo mondo, ora alle
signorie loro conviene di pagare ciascuna il suo: che qui siamo convenuti di
desinare a lira e soldo. E sì che m'hanno fatto parlare un pezzo e la parte mia
non è stata la più piccola; al contrario ».
A questo punto il Marchese fece un
sorriso, e si passò la mano per i capelli. Evidentemente aspettava che il
Rosmini parlasse per parlare poi lui. Intanto il Rosmini aveva cavata di tasca
una tabacchiera tonda che alterna nel servizio del suo naso con una a bauletto
[e l'una delle due è smarrita sempre]: e tiratone una buona presa, e rimessala
in tasca, e pigliata dall'altra la pezzuola, l'avea prima sciorinata, e dopo,
ripiegatone dentro un grosso angolo, si era soffiato il naso. A questo punto,
gli uscì di bocca un ma, che pareva che fosse principio di un discorso
che cercasse da che parte principiare. Se non che mentre egli raccoglieva la sua
pezzuola in forma d'un semele e che noi si aspettava che continuasse, l'Antonio
aveva dato di mano a quel fiero campanello di cui ho avuta pur troppo occasione
di parlare già. Scampanellava questa volta anche più che non avesse fatto per il
desinare: si trattava nientemeno che del rosario, e si correva maggiori rischi
che della zuppa fredda. Tutti però si levarono e si avviarono alla cappella,
promettendosi di riparlare la mattina delle cose detteci dal Manzoni. Se non che
la mattina la carrozza del Manzoni venne più presto del solito a ripigliarlo: e
per quanto lui avesse voglia di restare e noi di ritenerlo un altro poco, pure
non si seppe risolvere di non andar via subito. Si faceva coscienza di far
perdere la mattinata al Rosmini; che è il tempo nel quale studia più e meglio.
Al Rosmini, diceva lui, il tempo è sempre poco per quello che gli domandiamo; ed
io pur troppo gliene fo perder tanto, scritto, stampato e a voce.
Il Rosmini sapeva ben dirgli che il
tempo non si perdeva a stare con lui: il caso era di persuadergliene. In somma,
dicendosi che sapeva ben lui quello che si facesse; che le ore sue erano carta
monetata, e quelle del Rosmini tutto oro[56], si mise in carrozza e partì. Di maniera
che per allora non si potette sapere cosa il Rosmini e il Marchese pensassero di
tutta quella metafisica[57] del Manzoni.
fefЄЭefe
Note
[1] Ms. f. 419.
[2]
Ms. f. 542.
[3]
Ms. ff. 417v.-467v.
[4]
Ms. f. 468v.
(ex
466v.)
[5]
Ms. f. 494 (ex 492).
[6]
Ms. f. 468 (ex 466).
[7]
Ms. f. 504v
[8]
Ms. f. 417v.:
richiama una pagina del 29 giugno 1852 (Ms. f. 73).
[9]
Ed. '55, p. 8: « dalla
parte di Stresa »; Ms. f. 418: « dalla parte di Lesa »:
accettabili ambedue le versioni: per chi raggiunge Villa
Bolongaro, venendo da Lesa, passa per il centro di Stresa.
[10]
Ms. f. 419: periodi molto rielaborati.
[11]
Ms. f. 420:
« Il danno è che, a ir più su della cima, incima la scala: a
metter le radici all'aria, si seccano; e a restar sul tronco, si
resta come un tronco »; Ed. 55, p. 11: manca.
[10]
Ms. f. 420: « Bonghi
»; Ed. '55, p. 11: « Bonghi »; Morando, p.
153: « Ospite
».
[13]
Ms. ibid.: «
ad una filosofia falsa ».
[14]
Ms. ibid.: «
il midollo »; Ed. '55, p. 1r: « Scorza »; Morando,
p. 153: « sostanza ».
[15]
Ms. f. 420v.:
« di trasformarsi in una sola »; Ed. '55, p. 1
r : idem; Morando, p. 153: « di trasformarsi in ogni cosa
».
[16]
Ms. ibid.: «
supposto che una ragione ci fosse ».
[17]
1° Ms. f. 421: «
Perché non la potete attribuire se non a un ente così
compìto, che sia più in caso di diventare ».
[18]
Ms. f. 421: «
tal'altra »; Ed. '55, idem; Morando, p. 154: «
tutt'altra ».
[19]
10 Ms. f. 422: « È
in sé più compìto l'uno che l'altro? »; Ed. '55, idem; Morando, p. 15.1:
manca.
[20]
Ms. f. 423: risultano intere frasi discordanti per forma e diversa
esemplificazione.
[21]
Ms, f. 423v.;
Morando, p. 156; Ed. '55, p. 15: manca da: «
che sareste tutti e tre capaci » fino a « essenziale e
costitutiva che si dimandava ». Dunque trattasi dei « tanti
puntini » di sospensione di cui il Bonghi fa cenno alla fine
della Lettera al Marchese (cfr. qui, p. 181). In
effetti è l'omissione volontaria di una dimostrazione che, in un
primo tempo « non gli pareva pessima », ma della cui validità
egli era rimasto poi in dubbio.
[22]
Ms. f. 424: «
successione »; Ed. '55, p. 15: «inteso ».
[23]
Ms. f. 425: « forme »;
Ed. '55, p. 17 e Morando, p. 157: «
formole »; si ripropone qui la prima versione perché il
discorso verte intorno alle forme dell'essere.
[24]
Ms. f. 425v.: «
che le diventano inutili »; Ed. '55, p. 17: idem; Morando,
p. 157: « che avrei potuto persino
risparmiarmele ».
[25]
18 Ms. f. 426 e Ed. '55,
p.. 18: da « e tanto son persuasi » fino a «
s'innaffiano da sé medesimi »; Morando, p. 158: vi sostituisce, e non si sa da dove prenda: « più piccoli sono, e
più hanno la sensazione di essere grandi ».
[26]
Le allusioni al «
bel sole d'agosto » ossia: « come se fosse d'agosto », nei mesi
di ottobre e novembre, periodo nel quale, su testimonianza dello
stesso Bonghi, va collocato questo Dialogo, e quelle al
rimprovero di « donna Teresa » per un « chiacchiericcio
soverchio e spensierato » svoltosi all'« umido e freddo» (cfr.
conclusione del Dialogo precedente) vanno realmente attribuite,
più che ai mesi corrispondenti, alle mutevoli condizioni
atmosferiche del clima lacustre.
[27]
Si è già accennato
a questa simpatica smentita a Dialoghi scritti « tutti di capo
mio ». Il riferimento ai trascorsi « due giorni » e a « jer
l'altro » è da prendere con cautela: iniziato il 22 ottobre, il
Dialogo subirà rifacimenti per tutto novembre.
[28]
Ed. '55, p. 22: aggiunge:
« Il pensante e il pensato »; non sul Ms.
[29]
Ed. '55.
ibid.; Morando,
p. 160: modificato tutto il periodo; Ms. f. 429: ancor più chiaro: « Se non che a misura che il contenuto si fa
più piccolo, par che si dilegui, e s'arriva a un punto in cui
riescite a crederlo dileguato affatto. Se non che a quel punto
pensate ancora, voi, perché il contenuto invero non manca, ed è
a quel punto, quell'annientamento stesso progressivo'e continuo
che n'avete fatto ».
[30]
Morando, p. 161
nota: « Non dell'Hegel ma della sua scuola scrive il Bonghi
nel suo Diario: "14 luglio. Gli Hegeliani sono i
Frugoniani della filosofia. Mi veniva in mente, leggendo una
sguaiatissima ed insensatissima scrittura dello Spaventa sopra
Giordano Bruno". Questa comparazione degli Hegeliani ai
Frugoniani doveva parer molto giusta al Bonghi, perché torna a
ripeterla il 17 luglio ».
[31]
Ed. '55
e Morando, p. 161:
« farsele »; Ms. f. 430: chiaramente: « bersele ».
[32]
Ms. f. 430v. e Ed. '55, p. 24:
riportato da: « se non ha » fino a «
della realità »; Morando, p. 162: manca.
[33]
Ms. f. 432: «
ridire »; Ed. '55, p. 26 e Morando, p. 163:
« sentire ».
[34]
Ms. f. 436v.:
riporta ancora: « Ad ogni modo, niente di più insipido del
mio riso e del mio testo: mettermi a ridere e a scrivere a quel
modo, quando avevo parlato per non far sentire quell'audace
dimesso del Rosmini. Allora dunque, come tante altre volte, mi
sarebbe riuscito perfettissimamente di trovarmi d'aver fatto
proprio io quello che ero risoluto di non far succedere, se il
Manzoni avesse badato a me »; Ed. '55: manca; Morando, p.
167, riporta in nota; il Ms. si presenta con molte
correzioni.
[35]
A. Rosmini, Teosofia,
nn. 327 sg.
[36]
Ms. f. 438: riporta ancora: « E che non possono se non per sé, si vede dalla
definizione stessa di quel che sono: dove dalla definizione
dell'essere subbietto non si ricava, che non potrebbe se non
sussistere che per sé, ma solo, che come primo, non potrebbe
sussistere se non per sé: il che non [ha] a che fare col finito,
che non è un primo. Or, qui, dimanderebbe lei: e perché in una
definizione si vede quello e in un'altra questo? »
[37]
Ms. f. 438v.: «
secondo chi intende »; Morando, p. 170 e Ed. '55, p. 35:
manca.
[38]
È una smentita al
contenuto della Lettera al Marchese di Cavour: secondo
cui scriveva « per proprio conto ». Nel Ms. f. 442 risulta ancora, e non riportato nell'Ed. '55: « Verità ripetuta
chi sa quante volte: e però del gran numero di tutte quelle che
da tutti son viste ed incomodano tutti: di guisa che tutti le
gridano agli altri, e nessuno se le ricorda in tempo utile ».
[39]
Ms. ibid.:
affermazione scritta di primo getto, non ampliata né corretta: è
molto probabile che si riferisca ad un fatto realmente avvenuto.
[40]
Ms. f. 443v.:
altra smentita: i «lettori » eran previsti già dalla prima
stesura!
[41]
Ms. f. 444v.:
da « il primo » a « del finito »; Ed. '55, p. 43: « come
i proprii primi di successione e di posto dell'essere finito »;
Morando, p. 175: « come i proprii momenti di successione
e di luoghi dell'essere creato ».
[42]
Ms. f. 446 (ex
448): per errore di numerazione il Ms. riporta il f. 448
dopo il f. 445v.; c'è però continuità di contenuto.
[43]
Questo riferimento
al « Proto », già ricordato, smentisce « Dialoghi » scritti « ad
uso mio ».
[44]
Ms. f. 454 (ex
452): da « perché » fino a « d'averle »; Ed. '55' p. 51:
manca.
[45]
Ms. f. 456 (ex
454): significativo rileggere questo rigo cancellato: «
Ecco il rosario delle varie proposizioni: quadrata la cosa son
troppe. Faccia conto che tornino tre... »
[46]
Ms. f. 457v.:
risulta ancora: « O, come diciamo nel Credo, la
generazione del Figliuolo dal Padre, e la coeternità del
Figliuolo col Padre. In fatti se il Figliuolo non fosse coeterno
col Padre, o altrimenti... » Come si può notare, nella
pubblicazione il Bonghi evita questo esplicito riferimento al Credo,
per un discorso più fondato su « Soggetto » e «
Oggetto ». Il brano ricorda quel già accennato dubbio: « Anche
il Ros.[mini] sbaglia perché pare che non faccia il Figliuolo
coeterno col Padre » (Diario, 25 nov. 1852; Piccolo, p. 165);
questa osservazione conferma che il
Dialogo è stato sicuramente rielaborato fino a tutto il mese di
novembre.
[47]
Morando, p. 186
nota: « Il modo con cui il Bonghi parla qui della Teosofia,
e l'identità di certe pagine di questi dialoghi
con certe pagine di essa, persuadono che i quaderni nominati li
leggesse lui stesso e se ne giovasse ».
[48]
41 Morando, p. 187
nota: « Il che è qui oggetto del verbo genera. Sarebbe più chiaro se dicesse
in quello ch'egli genera. Del resto a questo luogo nella stampa pubblicata dal Bonghi è
occorso qualche errore, e il manoscritto se ne divaria ». Ma è
sufficiente riportare il brano del Ms., in cui, tra l'altro, si
continua il linguaggio del Credo, e tutto si chiarisce!
Il Bonghi aveva infatti scritto, ma non riportato sulla
pubblicazione: « Or qui varia; perché l'essere è in sé avendo
l'intellezione di sé nel Figliuolo, di guisa che l'atto per cui
s'intende, s'inizia nel Figliuolo ch'è generato tuttoché si
termini nel Padre che genera: dove l'essere a sé ha
l'atto dell'intellezione propria iniziato e terminante in sé. Or
come può aver luogo, direte voi, che un atto d'intellezione
iniziato nel Figliuolo si appunti sul sé del Padre? »
[49]
Segue altro
periodo, non riportato sulla stampa, che ripropone il linguaggio
del Credo.
[50]
Ms. f. 461: « né bisogna chi abbia gambe da andare a quella spezieria di
poco fa, la quale, del resto, fornisce in cotesto questa stessa
ricetta e le dà corso nello stesso modo, che ci ha da che al
mondo s'ha questo solletico di appurare che cosa è il male, in
che è, da che si pensa al mondo; a me basta... »
[51]
A. Rosmini, Teosofia,
n. 51.
[52]
A. Rosmini, Teodicea,
Lib. III, per la legge del minimo mezzo.
[53]
Ms. f. 464v.: «
Ci basta aver assignato quel luogo dell'atto creativo, se si
può dire così, a cui bisogna chiamare in vita per campare così
l'una coll'altra »; il brano non è riportato nell'Ed. '55..
[54]
Nella nota del
Morando, p. 191, c'è una chiarificazione dei concetti di processione
(derivazione di una persona dall'altra nella
Trinità) e generazione (processione del Figlio dal
Padre); ricordando come il Bonghi l'abbia già usate
correttamente in altri luoghi, qui sottolinea: « È certo che il
Manzoni, in bocca al quale son messi questi discorsi, si sarebbe
attenuto all'espressione precisa, scrupolosissimo, com'era,
della sua fede ».
[55]
Ms. ff. 466v.-467:
questo periodo, dopo molte rielaborazioni, era stato
annullato anche sul manoscritto; ma è stato reinserito nell'Ed.
'55.
[56]
Questa frase è
testualmente riportata in data 25 ottobre: per indicare
che era stata detta dal Manzoni, come per altre frasi, usa
riportare tra parentesi: « M ».
[57]
Ms. f. 467v.:
dopo « metafisica » risulta ancora: « del Manzoni »,
riportato anche nell'Ed. '55, p. 68, e non invece
nel Morando. Non risulta stampato invece il seguente
brano col quale si chiude il Dialogo nel Ms.: « Di certo so che
a me parve buona, e che così desidero che paja a voi, lettori
miei. E ho tanta voglia d'essere d'accordo con voi che, se
volete, il vostro beneplacito rendetemelo a patto ch'io non ve
ne riparli più mai ». Se il Marchese di Cavour fosse stato
l'unico interlocutore assente nel periodo di tempo in cui è
immaginato il quarto Dialogo (e nessuno può negare che da
Ginevra a Stresa può anche esser temporaneamente rientrato) la
sua partecipazione al Dialogo è limitata a sporadici interventi
e su un problema già ampiamente trattato (il libero arbitrio)
nei Dialoghi in cui il Marchese c'era. Queste ultime riflessioni
ridanno un senso alle apparenti contraddizioni tra quel che il
Bonghi afferma nella lettera dedicatoria come scritto « tutto di
capo mio », ed il reale svolgersi delle conversazioni che danno
corpo alle Stresiane. Considerata la complessità delle
tematiche, la spigliatezza con la quale il Bonghi le sviluppa,
la reale e viva presenza degli interlocutori, la innegabile
documentazione sui loro scritti, non pare lecito pensare che la
stesura di queste Stresiane sia una « pura finzione
letteraria ».
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© 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail Ultimo aggiornamento: 03 gennaio 2004 |