Ruggero Bonghi

LE STRESIANE

Dialoghi

di

ALESSANDRO MANZONI

con

ANTONIO ROSMINI

03

TERZO DIALOGO

Di questo terzo dialogo è inventata tutta l'ambientazione, come afferma lo stesso Bonghi nella lettera dedicatoria al Marchese Gustavo di Cavour, pubblicata insieme al quarto dialogo:

« ... scrissi altri due dialoghi tutti di capo mio e ne' quali di reale non c'era nulla ».

Ma le idee nella loro sostanza sono da attribuire ai quattro interlocutori

In questo Dialogo "Bonghi" compare "Ospite Napoletano", così fattosi chiamare dal Manzoni in questo Dialogo e nelle prime battute del successivo; ma quando Bonghi, nel 1854, ne curerà la pubblicazione non userà più questo appellativo, ma semplicemente il proprio cognome: per questo motivo abbiamo ritenuto di usare solo il suo vero cognome.

La stesura di questo terzo Dialogo ha inizio sotto la precisa data del 22 settembre. In data 23-24 dello stesso mese viene interrotta per la trascrizione di alcuni appunti di Diario:

« Questi giorni ho scritto un pochino ogni dì, del dialogo: e poi ho perduto un gran tempo ad andar su e giù, giù e su senza saper troppo che fare. Sono svogliato assai, e fo molto meno di quel che potrei e che dovrei. Se continuo a questo modo, mi parrà malagevole di restar qui l'inverno. Il 23, al tornare da Lesa, dov'era andato a far visita alla Manzoni, e che trovai per via, che veniva a Stresa, m'incontrai qui col Casati, ch'era venuto a far visita al Rosmini »[1].

Il Manzoni parte il 12 settembre. Tornerà il 16 ottobre. Aveva dormito a Villa Bolongaro la notte tra il 10 e l'11 settembre[1]. In questo primo periodo di settembre, non si fa cenno nel Diario ad un qualche incontro a Lesa da parte dei quattro interlocutori. Pertanto è inventata tutta l'ambientazione. Quanto il Bonghi, afferma nella già ricordata lettera dedicatoria al Marchese:

« ... scrissi altri due dialoghi tutti di capo mio e ne' quali di reale non c'era nulla ».

Questa affermazione va tuttavia ritenuta vera soltanto per quanto riguarda l'ambientazione e la sceneggiatura dei due ultimi Dialoghi e non per la sostanza delle idee attribuite ai loro interlocutori; si vedano, a questo proposito, le ragioni proposte dal Prini nel capitolo Storicità delle « Stresiane ».

L'Ospite Napoletano è lo stesso Bonghi, così fattosi chiamare dal Manzoni in questo Dialogo e nelle prime battute del successivo; ma quando Bonghi, nel 1854, ne curerà la pubblicazione non userà più questo appellativo, ma semplicemente il proprio nome: Bonghi.

La stesura di questo terzo Dialogo ha inizio sotto la precisa data del 22 settembre. In data 23-24 dello stesso mese viene interrotta per la trascrizione di alcuni appunti di Diario:

« Questi giorni ho scritto un pochino ogni dì, del dialogo: e poi ho perduto un gran tempo ad andar su e giù, giù e su senza saper troppo che fare. Sono svogliato assai, e fo molto meno di quel che potrei e che dovrei. Se continuo a questo modo, mi parrà malagevole di restar qui l'inverno. Il 23, al tornare da Lesa, dov'era andato a far visita alla Manzoni, e che trovai per via, che veniva a Stresa, m'incontrai qui col Casati, ch'era venuto a far visita al Rosmini »[2].

Interlocutori: Rosmini, Manzoni, Marchese di Cavour, Bonghi (Ospite Napoletano).

Ambientato a Villa Stampa Lesa. Fine settembre 1852. Si conclude in data 30 settembre.

Rosmini - Come va, Manzoni?

Manzoni - Così, così, caro il mio Rosmini[3].

Rosmini - Come? non bene affatto?

Manzoni - Non potrei dire. Un poco di lombaggine mi dà qualche fastidio: piccolo è vero, ma pure. È un acconto che piglia Domeneddio; una fortuna: il danno è ch'ei non ha a pagare il sabato e non ha fretta, né dimanda il saldo quaggiù[4]. E lei, Marchese, l'aria di Stresa e la compagnia e le chiacchierate filosofiche, come le fanno alla salute?

Marchese di Cavour - Grazie, a maraviglia. Pensi: come potrebb'essere altrimenti? L'aria dà appetito, la compagnia vi tranquilla l'animo, e le chiacchierate vi fanno digerire.

Manzoni - E del suo ospite napoletano, Rosmini, che cosa n'è? Restato forse a Stresa?[5]

Rosmini - No: è venuto con noi. Non so che cosa faccia. Per tutto il tragitto non ha parlato. Deve forse essere rimasto giù con qualcheduno.

Bonghi - No: son qui, son[6] qui! eccomi: andavo ruminando a passi tardi, e lenti, per le scale. Ebbene, Manzoni, abbiamo guardato spesso a Casciago?

Manzoni - In medias res?

Bonghi - Son fatto così io. Se non ci volesse altro per fare poemi epici, mi pare che potrei farne parecchi, io.

Manzoni - Per fortuna, ci vuole altro.

Bonghi - E tutto l'altro mi manca.

Manzoni - E ringraziatene Iddio.

Bonghi - Oh! perché?

Manzoni - Perché non fareste nulla di buono.

Bonghi - Come? se avessi tutte le qualità?

Manzoni - Ve ne mancherebbe sempre una.

Bonghi - E quale poi?

Manzoni- Quella di non esser nato a' tempi d'Omero, o pur pure a quelli di Virgilio.

Bonghi - Avrei gran voglia di proporle una filastrocca di perché. Ma gli è un tranello. Abbiamo guardato spesso a Casciago?

Rosmini- Sarà meglio, Manzoni, di rispondergli sì o no. Perché gli è fitto, fitto, sa: e potrebbe lei scansare la dimanda venti volte, che la rifarebbe quaranta.

Bonghi - E il Marchese, se io mancassi, mi tenterebbe il gomito per farmela rifare centoventi. Non ho mai conosciuto uomo al mondo che più del Marchese goda discorrere di metafisica.

Marchese di Cavour- Se non fosse lei[7].

Bonghi - Oh no: a me non piace di discorrere di metafisica più che d'altro. Mi basta che ci sia luogo a contraddire, e qualcosa da contraddire; e tiro avanti.

Marchese di Cavour- E il luogo c'è sempre: però lei non manca mai di contraddire.

Bonghi - Appunto per questo. Voglio esser messo tra l'uscio e il muro; di guisa che io debba o affogare o dir sì.

Rosmini- Pur che non contraddiciate per contraddire, ma perché l'assunto che si voglia provare non vi paja ancora provato bene, fareste opera utile.

Bonghi - Non son davvero sicuro del modo e del perché io contraddico. Lascio poi ai miei avversarii di saggiare le mie obbiezioni: se loro pajon salde, che le ribattano: se no, tant'è: fiato sprecato e dovevo sprecarlo in qualche modo.

Rosmini- Non si dovrebbe in nessun modo: le parole perdute e gittate a caso, son più che perdute e gittate a caso.

Bonghi - Ah so, so: ma io non guardo poi tanto pel sottile, né vado tanto su. Così mi piace; e chi non vuol si scinda.

Rosmini- Non posso approvarvi.

Bonghi - Tanto peggio. Insomma, in Grecia, a, tempi di Socrate[8] e di Platone, ci doveva esser parecchi fatti a modo mio, parecchi Menecrati che pensavano[9]. E se non camminarono loro, fecero camminar gli altri: che poi è qualcosa, e un merito più che piccolo. In quelle scuole s'obbiettava a tutto e da ogni parte, e si trovava da ogni parte risposta ad ogni obbiezione. La scienza era un discorso perpetuo, e i tanti pensieri che vi si urtano e incrociano, erano tante persone. Che vita a quei dì era la speculazione! Un fuoco di linea che non smetteva mai. Restavano pochi vivi sul campo' ma quei pochi a prova di bomba. Vero, che i negatori, gli obbiettatori restavano tra' morti: ma così morti servivano ancora: davano testimonianza della natura salda dei pochi superstiti. A questo modo le scienze speculative fecero tanti progressi in così breve spazio, che credo abbiano avanzato più nel tempo che corre da Socrate ad Aristotele che non in tutto quello, ch'è corso poi da Aristotele a noi.

Rosmini- Se ne può dubitare: ad ogni modo voi sareste restato tra' morti.

Bonghi - Probabilmente: e voglio restarci ancor'ora. Come allora all'umanità importava che sopravvivesse Socrate e non Ippia, così ora le importa che sopravviva Manzoni o voi, e non io. Ebbene, il mio Manzoni, mi vuol dire se ha guardato a Casciago?

Manzoni - Mi deve far testimonianza, che se non ho risposto prima, non è stata mia la colpa. Se non fosse entrato in altri discorsi, le avrei detto sin da principio, che signor sì: ho guardato spesso a Cassiciaco: né m'è costato molta fatica: non posso guardar fuori del balcone o a traverso i vetri senza vederlo.

Bonghi - E poi?

Manzoni- E poi niente altro.

Rosmini- Ah, ora piglio le parti del mio ospite. Nient'altro è troppo poco: e non deve essere il vero.

Manzoni- Poniamo che non fosse, e che avessi pensato qualcosa. Varrebbe la pena di dirla? E a lei, Rosmini, sta bene di dimandarla?

Rosmini- E l'uno e l'altro. Via, dica un po', che cosa ha pensato su di quella quistione di ieri?

Manzoni- Niente di quello che avrebbe pensato sant'Agostino.

Marchese di Cavour- Ma tutto ciò che può pensare il Manzoni: e ci contentiamo di questo.

Manzoni- Io sono uno scolare: e qui c'è il maestro.

Rosmini- Ah via! Pure, se il maestro dicesse di parlare, che farebbe lo scolare?

Manzoni- Direbbe che da scolare non può se non recitare la lezione: e che la lezione appunto non gliel'hanno ancora data ad imparare. Stampi l'Ontologia; e vedrà poi se lo scolare saprà renderle conto della libertà di Dio e della contingenza del mondo[10].

Marchese di Cavour- No, pare a me; lo scolare direbbe: - Poi che ho confessato di aver pure pensato qualcosa, ecco quel che ho pensato, e ve lo dico, Maestro; a patto però, che nel caso ch'io non dica nulla, voi mi diciate in qual modo io debba dire, e perché debba dir così.

Manzoni- Ebbene, sì; a questo patto accetto. E poiché questo giovine napoletano dice d'avere un gran prurito di contraddire, io voglio dargliene occasione, e proporre, discorrendo con lui, i miei pensieri.

Bonghi - E vedrete che poi questo giovine non è quel ch'egli dice, e che è più ragionevole che non si fa. Ha una certa stortaggine di mente, che gli pare che ad aver ragione a questo mondo, s'abbia torto, e però si dà e si fa quanto più torto sa e può colle parole.

Manzoni- Credo ancor'io. Ma ora ho pigliato l'abbrivo, e non mi posso più tenere; tanto che incaglio più colla lingua, e non riesco a dire: rispondetemi.

Bonghi - A che?

Manzoni- A questo, a cui non credo che troverete a dir no. Se noi non fossimo, potremmo parlar di Dio?

Bonghi - Diamine! e come?

Manzoni- Bene. Ne parliamo perché siamo, dunque?

Bonghi - Sì: e perché non troviamo che in noi l'essere si assolva di modo, che ci paja di non poter non essere.

Manzoni- Buona, aggiunta, che avrei fatto io. In fatti se noi ci sapessimo esseri necessarii non andremmo a busca d'altro?

Bonghi - No, certo.

Manzoni- E perché, se noi sappiamo di non esser così, né vediamo cosa quaggiù che sia così, cerchiamo un essere che non sia noi né altro di questo mondo, e che, per contrario di noi e del mondo, trovi in sé la ragione di cominciare e di continuare ad essere?

Bonghi - Anticaglie, Manzoni mio! Chi vi dice che voi sappiate di non esser necessario, e non invece che crediate solo di saperlo: e siate per la natura vostra obbligato a crederlo?

Manzoni- Chi mel dice? Nessuno, ma che importa? Volete che ragioniamo colla natura nostra o con un,altra che non sappiamo qual sia?

Bonghi - Colla nostra.

Manzoni- Ora, se colla nostra, ci abbiamo a servire della nostra razionalità e tenere per legittimi i risultati che abbiamo coll'uso retto delle sue facoltà determinate dalle sue leggi. Ditemi un po', se mai fossero sostanzialmente illegittimi come fareste a saperlo? Ragionereste, per appurarlo, o no? E ragionando, vi servireste della legge della ragione vostra o dell'altrui? Della vostra, per non potere altro. Or se concludeste, che i lavori della vostra raziocinativa[11] non hanno valore, come con un ragionamento, che non avrebbe più valore degli altri, riuscireste a sapere che gli altri non valgono?

Bonghi - Ma cogli altri, io voleva affermare qualcosa di cose che son fuori della ragione stessa; dove con questo io non tratto che del valore stesso del ragionamento, e non esco dall'esame subbiettivo della ragione.

Manzoni- E se la ragione fosse essenzialmente obbiettiva?

Bonghi - Allora noi...

Manzoni- Allora, non farebbe nulla al caso nostro?

Bonghi - Farebbe. Ora che quella obbiettività non è dimostrata, niente impedisce che possa io pretendere che la natura della nostra percezione è tale che ci abbiamo a percepir contingenti; e che questo non vuol dire che noi siamo così; di più, che la natura della nostra ragione[12] è poi tale, che per una delle idee che la costituisce, non sa arrestarsi al pensiero del contingente, e vuol trascendere al necessario.

Manzoni- Orbè, questo mi basta. Noi non stiamo qui a rintracciare la teorica della cognizione; e a vedere quanto e quale e sin dove sia l'uso che noi possiamo fare della ragione nostra per giudicare di quel che non è la ragione stessa. Basta a me, che legge nostra sia di dovere, come lei dice con frase tutta kantiana come la dottrina da cui cava l'obbiezione, trascendere al necessario: se poi del necessario, a cui arriviamo, siamo o no autorizzati ad affermar l'esistenza, come io credo, o se no, come crede il Kant, non m'importa qui. È altra quistione che richiede altri ragionamenti. Né stiamo qui a dimostrare, che questo necessario, di cui abbiamo bisogno, non sia questo stesso noi che percepiamo come contingente, e sia invece un ente che non è noi, anzi distintissimo da noi. Ancora questo è altro dubbio, a cui bisognano altri ingegni per ismuoverlo, e che noi teniamo per rimosso qui. Noi, e mi piace che mi diate l'occasione di dirlo, perché non paja manchevole troppo il mio discorso, noi pigliamo per ipotesi il Dio del cristiano, e supponiamo, però, che una scala, qual ch'essa sia, ci debba essere per affermarne l'esistenza. Il primo nostro, che non è forse il primo della scienza, è il Dio nostro: e ci proviamo solo a vedere, come si debba intendere quello che se ne può intendere, perché le sue relazioni col mondo non riescano contradittorie; e chi sa, forse ci riuscirà a un tempo di mostrare che Iddio, se non fosse come i Cristiani lo vogliono, non sarebbe nulla. Ma vi darei sempre, in questo caso, un dippiù: per ora questo concetto di Dio, che io credo scientificissimo, lo pigliamo come dato; non facciamo quistione, propriamente, s'ei sia vero, ma, posto ch'ei sia, come faccia ad esser vero, apparendoci una fonte inesausta di contradizioni. Non ci tocca, però, se non di far toccar con mano che le contradizioni sono apparenti.

Bonghi - E però, volete dire, la mia obbiezione non vale nulla?

Manzoni- Non dico che non valga; dico che ha quel difetto, che hanno la più parte delle obbiezioni che si fanno, soprattutto, nel discorrere. Non toccano la vera quistione che si tratta, ma un'altra o più su o più giù. E forse la colpa è stata mia, che l'ho pigliata troppo ab alto. Volevo venire giù bel bello e voi mi avete sbarrata la via.

Bonghi - E voi, per fortuna, saltata la barriera; andate dunque avanti.

Manzoni- Grazie della licenza. Quell'ente necessario, dunque, che la ragione va cercando, e che noi supponiamo che possa trovare in modo ragionevole dovrem dire che l'abbia raggiunto, la ragione, quando avesse trovato un essere che non avesse in sé la ragion piena dell'esser proprio?

Bonghi - Non mi faccia di queste dimande: se s'è mossa perché le mancava un essere in cui fosse, questa ragion piena, come vuole che si possa credere in porto quando non ne [avesse trovato] neanche un altro in cui neppure c'è?

Manzoni- Non lo voglio punto: anzi son contentone che non lo voglia neppur lei. Quest'ente necessario dunque è perché è.

Bonghi - Appunto.

Manzoni- Né ci ha altro perché all'esser suo, se non l'esser suo.

Bonghi - Vale il medesimo.

Manzoni- Or chi gliel'ha fatto l'esser suo?

Bonghi - Chi gliel'avrebbe potuto fare senz,esser prima; e chi sarebbe stato prima e l'avrebbe fatto senza essere il perché dell'esser suo?

Manzoni- Dunque voi dite che dare una causa d'un essere è dare il perché o la ragione d'un essere?

Bonghi - Di certo.

Manzoni- E intendete quel che dite?

Bonghi - Diacine!

Manzoni- Intendete, che causa è un primo che genera nell'ordine delle cause[13] e ragione un primo che spiega nell'ordine delle idee?

Bonghi - Appunto così.

Manzoni- Dunque quell'essere è causa e ragione di sé?

Bonghi - Senza dubbio.

Manzoni- E ci ha niente o nessuno che fuor di lui il faccia causa e ragion di sé?

Bonghi - Che gli dia, vuol dire, questo esser causa e ragion di sé?

Manzoni- Così.

Bonghi - Allora non ci può essere.

Manzoni- E perché?

Bonghi - Perché questo che gli darebbe l'esser causa e ragion di sé, sarebbe una causa appunto e una ragione di lui, fuori di lui.

Manzoni- E abbiamo convenuto che egli sia causa e ragion di sé. Ora vogliamo dire che, perch'egli è causa e ragion propria, è per sé, e perché non ha da nulla quest'esser causa e ragion propria, è da sé?

Bonghi - Non ci ho difficoltà.

Manzoni- Bene. Or ditemi, in quanto causa è egli diverso da quello ch'egli è in quanto causato; o in quanto perché, [è egli diverso] da quello di cui è il perché? E a fin di non gittare sopra alle spalle un peso che v'ho promesso di portare io sulle mie, se fosse due, sarebb'egli causa e ragion di sé?

Bonghi - Evidentemente no; sarebbe cagion d'altro, quando come causa fosse altro da quello ch'egli è come causato.

Manzoni- E di più tornerebbe da capo la quistione rispetto a quel ch'egli è come causa. Chè si potrebbe domandare se come causa sia o no.

Bonghi - Certo è.

Manzoni- Or se è, quest'esser suo, quest'esser anco causa, deve essere causato comecchessia? E se è causato in modo che esca da lui la causalità propria, siamo da capo e non abbiamo più[14] essere che cercavamo. Se poi è causato da lui stesso, o come causato è egli il medesimo che come causa, o abbiamo troppi più enti necessarii che non ci bisogna, e, per questo stesso, nessuno. Infatti, come causato sarebbe uno, e come causa altro[15]: se non che dovendo sempre essere causa di sé e causato da sé, avremmo sempre nell'uno e nell'altro, un sé causa e un sé causato; se questi, da capo' fosser diversi, ancora in ciascuno vi sarebbero altri due, e in ciascuno di questi altri due ancora altri due, e non la finiremmo più; e che è peggio, saremmo obbligati a finirla per averne uno; altrimenti n'avremmo sempre una metà. E quest'uno non l'avremmo se non quando cessassimo di diversificare il sé causa dal sé causato.

Bonghi - Che è quello che avremmo dovuto fare sin dal principio.

Manzoni- Ma lei è una persona ragionevolissima: e non lo trovo punto refrattario né contradicente per sistema.

Bonghi - Lo vedete voi stesso: mi calunniavo o mi calunniano.

Manzoni- Se non si calunniasse da sé, non lo calunnierebbero gli altri. Pure, comecchessia, mi par dunque di concludere che nell'ente primo e necessario deve esserci una identità perfetta di lui come causa con lui come causato. Se è così... ma, meglio, riassumiamo. Egli è causa di sé, non è vero?[16]

Bonghi - Sì.

Manzoni- Che vuol dire, che l'atto, per il quale è posto l'esser suo, lo pone lui.

Bonghi - Così.

Manzoni- E l'atto in quanto è posto, o in quanto causato, è identico coll'atto in quanto pone o che causa?

Bonghi - Appunto.

Manzoni- E se non ponesse quell'atto, l'esser suo non sarebbe posto; e l'esser suo non è posto, se non perché egli pone quell'atto?

Bonghi - Di conseguenza.

Manzoni- E però l'atto dell'esser suo non ha ragione che nell'atto dell'esser suo?

Bonghi - Benone.

Manzoni- Or come chiameremo un atto che non ha causa né perché d'essere se non in sé, la cui causa e ragione è esso stesso atto che è?

Bonghi - Ecco l'imbroglio. Proviamo. I nostri atti noi non li possiamo nominare se non necessarii o liberi. Vedete, mo' se il chiamereste necessario.

Manzoni- Necessario, nel caso nostro, vorrà dire d'una necessità fisica?

Bonghi - Di certo. Qui la [necessità] logica non ha che fare, e la [necessità] morale avrà da far poi.

Manzoni- Sta bene. E intrinseca?

Bonghi - Ancora, perché nel caso nostro non ci ha niente di estrinseco.

Manzoni- Sta meglio. Vuol dire una necessità che derivi dalla natura reale d'un essere?

Bonghi - Non altro.

Manzoni- Dunque se chiamassimo necessario quell'atto, vorremmo intendere che la natura dell'essere necessario esige ch'egli ponga l'atto per cui è?

Bonghi - Appunto.

Manzoni- Or se l'ente necessario non è che quest'atto per cui è, dov'è questa natura che esige ch'egli ponga quest'atto senza cui non è? Che è che l'esige? Da che l'esige? Un nulla da un nulla? Pagatore insolubile d'un esattore fantastico.

Bonghi - Ma quest'atto stesso, che si pone da sé, non è una natura, già posto?

Manzoni- Sì: ebbene?

Bonghi - Ebbene, chiamandolo necessario vorremo dire che egli si ponga in modo che non potrebbe non porsi.

Manzoni- Guardi, Rosmini; il suo ospite vuole scambiarmi il puttino in cuna, come dicono nel suo Tirolo.

Rosmini- E com'io dissi una sera, in una casa a Milano, contro uno che mi voleva cambiare le carte in mano; c'era molta gente che ne rise assai, ed io ne rido ancora.

Bonghi - Sì; ma io non ostante non veggo come possiate rimproverarmi d'avere scambiata la quistione.

Marchese di Cavour- Mi pare, a me, se il Manzoni permette, che lei la scambia in questo, che dove si parlava puramente e semplicemente dell'atto solo, in quanto si pone, lei ha parlato testé del modo, nel quale si pone l'atto ponendosi. Or lei dice che questo modo sia d'essere necessario: come vuole: non si tratta se egli si possa porre in modo, che potesse non essere o in modo che non potesse non essere: ma si parla dell'atto semplice, che pone sé, e in tanto è in quanto si pone. Niente altro si domanda; non deve, vorrà dire il Manzoni, rispondere ad altro.

Manzoni- Evviva il Marchese; m'ha proprio rubate le parole. E a vedermele prese da lei, mi persuado che l'eran buone da dire.

Bonghi - Allora, se le pare, provi se quest'atto si possa dir libero.

Manzoni- Libero? E che vorrem dire chiamandolo libero?

Bonghi - Che, per esempio, ceda ad una necessità morale nel porlo, l'ente che il pone, quell'atto.

Manzoni- Ceda? Dunque è un ente già che cede? Ad una necessità morale? Ci ha qualcosa dunque a cui quest'ente cede? Or come cede nel por l'atto, s'egli non è che quest'atto, e se però non è, non essendo posto ancor l'atto? Come qualcos'altra l'obbliga, se né egli è né altro ci è fuori e prima di lui?

Bonghi - Potrebbe intendersi libero, nel senso che niente ci sia che costringa a porlo. Di guisa che l'ente stesso che il pone, quest'ente si determini per sé a porlo.

Manzoni- Contradizione in termini. Se l'ente stesso che il pone non è, come quel che non è si determina a convertirsi dal non essere all'essere?

Bonghi - Potrebbe intendersi che il principio del por l'atto è nell'ente stesso che il pone, e che però si debba chiamare libero, perché non ci ha dirittura nulla, né nell'atto stesso né fuori, che necessiti[17] fisicamente a porlo.

Manzoni - Questo, in sostanza, è quello che lei diceva prima. Forse la risposta anche su data non bastava. Debbo ribadirla, però, o persuadermi che non vale. Mi dica: s'avvede che intendendo libero così, scompagna il concetto di libertà da quello di necessità morale?

Bonghi - Sì.

Manzoni- E resta più il medesimo di prima?

Bonghi - Davvero no.

Manzoni- Anzi resta più il concetto di libertà? quando a noi non appare che come un correlativo essenziale di necessità morale?

Bonghi - Forse non resta.

Manzoni- E poniamo che resti: non sareste però a cavallo.

Bonghi - Davvero, veggo che sono a piedi: comincia da un buon pezzo a dolermi tutta la persona, e sentirsi come stracca. Non so dove voglia andare a parare, lei.

Manzoni- Siamo a riva tra poco, è vero che poi ci converrà fare ancora un viaggio più lungo. Pensi, se l'è stanca lei, che cosa dev'esser di me. Ma io ho un conforto: son sicuro di poter poi sapere in fine, precisamente, il numero delle minchionerie che avrò detto. Non è vero, Rosmini?

Rosmini - Non burli e continui.

Manzoni- Continuerò per obbedienza. Io non voglio rifare la stessa obbiezione che in sostanza ho fatto prima, che ciò è dire, che qui si ritorna col fantasma d'un ente il quale sia prima d'aver posto un atto, d'un ente come siamo noi. Infatti noi ci diciamo liberi, perché, essendo già, pure in certi casi non troviamo né nella natura nostra, né nelle cose che ci determini ad operare in un modo o nell'altro, e però ci determiniamo da noi, per una facoltà curiosa che sta in questo di non poter esser determinata necessariamente a seguire nessun motivo di azione, ma di doverne pure, determinando da sé, seguirne uno. Or qui nel caso dell'ente nostro, non pure mancano i due motivi di natura diversa, ma manca l'ente che sia libero di seguir l'uno o l'altro. Chè noi non vogliamo sapere d'un atto che si faccia da un ente che già sia, ma d'un atto per il quale è un ente che non è altro. Dunque quando lo dicessimo libero, trasferiremmo la parola da un ordine al quale appartiene e nel quale la concepiamo, ad un altro superiore ed anteriore, nel quale non abbiamo nessun mezzo d'accertarci se abbia valore o no. Parliamo, in somma, a caso a dir libero l'atto per cui Dio è, e che è lui. Tutto questo, come le ho anticipato a principio, non glielo voglio dire, o piuttosto non glielo volevo dire, perché oramai gliel'ho detto. Quello che le voglio dire per istrangolarla amichevolmente e legarla al punto che voglio io, è che... Qui giace Nocco, diceva il padre Cesari: non so più quel che è. Era una sottigliezza assottigliatissima, e l'ho spersa per via... Ah sì, l'ho trovata: no, no, è un'altra. Non troverò mai più il bandolo. In somma, tal sia di lei, pigliatevi quest'altra. Quell'atto di cui stiamo parlando da un gran pezzo, ha ragione sufficiente di essere o no?

Bonghi - Altro che sufficiente.

Manzoni- Volete forse dire, che come quell'atto adegua tutto l'essere, e che è da sé e per sé, non solo ha ragion sufficiente di essere e l'ha intrinseca a sé, ma è ancora la ragion sufficiente di ogni altra cosa; e che non vi sia ragion sufficiente per cui, cosa sia, che non sia anco ragion sufficiente per cui egli è.

Bonghi - Appunto.

Manzoni- Or così ci ha una ragion sufficientissima, piena, per cui quell'atto sia. Che voglio dire con questo? Ditemi un po': la ragion sufficiente di essere è altro che l'esser suo?

Bonghi - No: e per un ragionamento simile a quello, per cui abbiamo detto che come causa non è diverso da come causato.

Manzoni- E intanto è ragion sufficiente di sé, in quanto è causa di sé?

Bonghi - Direi.

Manzoni- Di guisa che l'atto dell'esser suo è la ragion sufficiente dell'atto dell'esser suo?

Bonghi - Per conseguenza.

Manzoni- Né ci ha nell'atto dell'esser suo, come ragion sufficiente, altro da quello che ci ha nell'atto dell'esser suo, come effetto adeguato? e viceversa?

Bonghi - Sia.

Manzoni- Or bene: come sarà libero quest'atto? Dicevate in ultimo, per aver principio nell'ente stesso che il pone. Ma nell'ente non può aver principio, perché sendo l'atto, in quanto posto, affatto identico all'atto in quanto pone e sendo l'uno ragione sufficientissima dell'altro, e l'altro dell'uno, l'atto che pone non ha mai potuto essere scompagnato dall'atto che è posto, né quello iniziare in sé questo.

Bonghi - Questa sottigliezza che v'è venuta a mente non dev'essere certo quella che v'è sfuggita: perché questa torna a un medesimo con quel discorso che non mi volevate fare, e che poi m'avete fatto prima di dirlo. Ad ogni modo io voglio uscirne, e consentirvi che questo benedettissimo atto non si può chiamare né necessario né libero.

Manzoni- E farete bene: così necessità come libertà son concetti più determinati e determinanti del bisogno: son parole spettanti ad altri ordini di essere o meglio a questo stesso; ma in un rispetto diverso da quello in cui l'abbiamo guardato sin qui. Almen mi pare: e mi pare che faremmo bene a fare una fermata qui. Avrebbe altro nome da poter dare all'atto che è Dio, fuor di questi due che ci hanno fatta cattiva prova? Potrebb'essere di no: ineffabile nomen eius.

Bonghi - Pure forse io l'avrei.

Manzoni- Ed anch'io l'ho, se non sbagliò assai: ma ho tanta paura or di dire uno sproposito, che me ne sto, e suono piuttosto a raccolta.

Bonghi - Non è ancora il tempo di suonare. Per me paura non ne ho: chè a uno sproposito, poi, non ci guardo. Ma non vorrei dar gusto al Marchese.

Marchese di Cavour- Come gusto?

Bonghi - Sì, gusto matto. La parola che mi gira ora per il cervello, le andrà a sangue molto. E le parrà che tutto quel chiasso che facemmo ier l'altro contro a una sua opinione, era tutto a vuoto.

Manzoni- Dica su la parola.

Bonghi - Io chiamerei dunque quell'atto... si facciano la croce...

Manzoni- Dica su, dica su.

Bonghi - Arbitrario.

Manzoni- L'avete detta: l'è quella che volevo dir io, ma me ne stavo; perché, perché, a dirgliela, i calunniatori e gli adulatori l'hanno guasta questa parola.

Bonghi - Quello stesso che pare a me: ma pruoviamo se rivettandola e mondandola ci potesse servire a qualcosa.

Manzoni- Io le direi, da principio, che noi non abbiamo esempi del concetto puro dell'arbitrio, e che però questo concetto, nella sua purità, non può essere stato tratto dall'esperienza.

Bonghi - Parrà duro a sentire, che non ci siano stati al mondo atti d'arbitrio lampanti come un fuoco di bengala. Parrebbe che ce ne sia stati troppi.

Manzoni[18] - Troppi e nessuno. Ad ogni modo, per non parlare in aria, ditemi un po': quando dite voi: Il ministro di Grazia e Giustizia ha fatto, exempligrazia, un atto d'arbitrio?

Bonghi - Lo dico spesso, ed ogni volta che ne fa, e lo dico così di lui come de' suoi confratelli. Pensi quante volte l'avrò dovuto dire! Potrei recitare tutti i j'ai vu di Voltaire e in sin l'ultimo verso:

J'ai vu ces maux et je n'ai pas vingt ans.

Manzoni- Ebbene, tutte le volte che l'avremo detto, non abbiamo inteso quel che volevamo dire, o ad ogni modo non abbiam già detto davvero quel che intendevamo di voler dire.

Bonghi - Possibilissimo.

Manzoni- Infatti alle prove. Noi diciamo talora un atto arbitrario quando l'agente non è stato, nel farlo, indirizzato da nessuna delle norme che doveva. Poniamo: un ministro avrebbe ad essere indirizzato, insin dove si può, da tutti quegli stracci schiccherati che si chiaman leggi, e poi, dove la legge manca, dalla norma morale, che non manca a nessuno. Or il ministro, per esempio, non si brighi in un caso né delle une né dell'altra; e nomini ad un ufficio uno, che ci aveva meno diritti di tanti altri o forse che non ne aveva punto: e il faccia in barba a tutti i fedelissimi sudditi, sapendo che, né per questo il favore del Principe gli verrà meno, né i sudditi faranno una rivolta. Noi, per isfogo, qui grideremmo subito: Arbitrio! E ben sì: gli è arbitrio; ma perché? Non perché il Ministro si sia risoluto a caso, ma perché risolvendosi ha pigliato licenza da quelle norme, che hanno a dirigere lui ministro. Però ha fatto un atto che in lui, come ministro, non ha ragione; che è fuori affatto del suo giro; ma che non però non ha nessuna ragione al mondo ed è fuori di ogni giro. Il povero ministro gli è uomo; ed avrà parecchie passioni come gli uomini sogliono: una di queste gli avrà determinato quell'atto, che noi chiamiamo arbitrario. Or non è davvero così; ma gli è rispetto a un ordine a cui si doveva conformare e non s'è conformato: ma non che essere in sé arbitrario, quella passione che gliel'ha fatto fare, per poco non era il poverino neppur libero di non seguirla. Ancora: tal'altra volta diciamo arbitrario, o potrem dire, un atto d'un arbitro in un giudizio arbitrale. E qui ha altro senso. L'arbitro nel dare il suo lodo segue una norma: ma, secondo i casi, o non apparente o non dimostrabile o almeno non riducibile a quelle norme che in quella maniera di giudizii si soglion seguire. Se non che, dato il suo lodo, s'ha ad eseguire perché dato, e non per le ragioni che l'avessero potuto far dare[19]. Certe altre volte ci pare a noi di fare degli atti arbitrarii: quando pontano igualmente, come dice Dante, due motivi della stessa natura, ma che pure son due distinti: allora non troviam modo di uscire dall'impiccio e di venire all'azione, altro che determinandoci, così a casaccio, senza saper né come né perché[20], nell'un modo piuttosto che nell'altro. Badate, se quei due motivi fossero non pure distinti, ma diversi, se appartenessero affatto a due ordini di cose disparatissimi e senza paragone tra sé, allora non potrebbero pontare igualmente: come farebbero se manca una misura, alla quale ragguagliare l'uno e l'altro? Se fossero così, e si facesse decisione fra i due, l'atto decisorio, scusi la parola, non si chiamerebbe arbitrario, ma libero, che è meglio e più. In che dunque, dica un po', crederebbe che stesse la differenza tra arbitrario e libero, sì che il primo atto s'avesse solo a chiamar propriamente arbitrario e il secondo libero?

Bonghi - Direi in questo, che nel primo atto, sendo i due motivi perfettamente equilibrati, non ci ha proprio nissuna ragione estrinseca sufficiente per cui sia posto: di guisa che l'atto arbitrario, prima d'essere, non ha ragion d'essere, e dopo posto non l'ha ancora che in sé; gli è perché è posto, ed è posto perché gli è [21], dove l'atto libero ha sempre una ragione d'esser posto, ragione estrinseca a lui, ragione sufficientissima, ma solo non necessitante. Così, dopo posto, non ha solo in sé la ragione di sé: ma l'ha ancora nella norma che è stata seguita ponendolo.

Manzoni- Non è ancor chiara la cosa. Sa il caso posto dal Buridan?

Bonghi - Dell'asino che posto tra due fasci di fieno ad egual distanza, e senza nessuna predisposizione a voltarsi più da una banda che dall'altra si morrebbe di fame prima di toccar l'uno o l'altro? Ci ha versi di Dante...

Manzoni- Basta: glieli condono[22]. Or se in luogo di quell'asino ci fosse un uomo, credereste che si morrebbe di fame?

Bonghi - Quando non fosse un asino credo di no.

Manzoni- E perché?

Bonghi - Perché farebbe un raziocinio che gli mostrerebbe che se non si mettesse a mangiare, diremo noi, l'un dei pani qual sia, si ridurrebbe in istato di non poter mangiare né l'un né l'altro.

Manzoni- Sì: ma il raziocinio gli mostrerebbe che debba mangiarne uno: ma quale? qui sta il busillis.

Bonghi - Però per risolversi gli bisognerebbe un'energia, tutta particolare, che consiste nel porre un atto, senza che di quest'atto ci sia altra ragione che l'atto stesso che è posto.

Manzoni- Perché, guardi la ragione non ne può stare neppure nell'energia che lo pone; senza questa non potrebb'essere posto, ma non però per questa è posto. Se per questa semplicemente fosse posto, sarebbe posto con questa, e però non sarebbe da porre.

Bonghi - Appunto.

Manzoni- Or non crederebbe lei, come la penso io, che questo caso con tutti gli altri simili, che si potessero pensare, sia meramente immaginario ed ipotetico?[23]

Bonghi - Davvero, credo: tutte le condizioni che dovrebbero riscontrarsi, perché quel caso dell'asino di Buridan s'avverasse nel fatto son tante e tali, che non mi pare quel caso potesse mai aver luogo. E son più ancóra in una natura più complicata, come l'uomo, di guisa che, se mai asino al mondo si è trovato in quel cattivo passo, non credo ci si sia mai trovato o debba trovarcisi mai un uomo.

Manzoni- r qual le pare un vero caso d'arbitrio? quest'ultimo che abbiamo detto o gli altri due più su?

Bonghi - Certo l'ultimo.

Manzoni- Di guisa che quando dice arbitrio ad un atto di ministro o ad un lodo d'arbitro, non si attiene perfettamente al concetto dell'arbitrario?

Bonghi - Parrebbe.

Manzoni- Avevo dunque detto giusto io, quando ho biasimato me e lei di dir altro in quei casi che non vorremmo?

Bonghi - E ha accennato anche come e per quali passi noi trascorriamo a dire arbitrio in quei casi. Come quelli sono atti compìti senza riguardo alla norma che l'operante nel farli dovrebbe avere, noi gli chiamiamo arbitrarii, tuttoché non determinati né aventi ragione puramente in sé stessi, e neppure attuati dall'energia semplice e sola dell'agente.

Manzoni- Appunto per questo. Ora mi dica: non le pare questa energia sì pura, in cui l'atto per sé stesso e da sé sorge, la radice della libertà?

Bonghi - Perfettamente; infatti la libertà è qualcosa, che spunta da quell'energia, che non potrebbe senza lei pullulare come l'albero senza il germe, e che pure non è lei, come non è il germe l'albero.

Manzoni- Poi cercavamo, se si ricorda, una parola ed un concetto, che essendo meno ricco e sviluppato di quello di libertà, potesse convenir meglio all'atto divino, che è perché è, e non ha ragione che in sé stesso. Or non avremmo trovato l'uno e l'altra, dicendolo arbitrario? Qui abbiamo qualcosa di più rudimentale che libero; qualcosa che non ci esprime altro che un'energia propria dell'essere: qualcosa che non dà altra ragione a un atto per esser posto, che d'esser posto.

Bonghi - Sì; ma ci resterebbero ancora parecchie difficoltà. Prima, noi concepiamo libero come corrispettivo di necessario morale e come contrapposto di necessario fisico. Però libero diciamo a un atto che avrebbe potuto non essere, almeno che a noi appare come qualcosa che non avesse dovuto essere senza meno. Or pare che questa possibilità del contrario s'includa anche più nel concetto d'arbitrario. Come si farà dunque a dar questo nome all'atto per cui Iddio è, quando quest'atto avendo in sé stesso ragion sufficientissima e piena di esser posto, non avrebbe potuto non esser posto?

Manzoni- Lasciamo stare, per ora, quello che il concetto di libero include necessariamente: lo vedremo poi se le piace. Che qualcosa sia contenuto nel concetto di libero, non vuol dir già che sia ancora nel concetto d'arbitrario; stanteché questo sia meno; non è vero?

Bonghi - Sì, vero.

Manzoni- Dunque per sapere quello che necessariamente s'include in quest'ultimo concetto, non è bisogno anzi non conclude a nulla di sapere quello che s'include nel primo.

Bonghi - Vero ancora.

Manzoni- Di più abbiamo a fare astrazione di quello che noi sogliamo aggiungere a questo concetto nei tanti casi particolari, in cui l'usiamo. Abbiamo visto che non l'usiamo mai nel senso suo più schietto ed essenziale; in quello che si trova in tutti gli altri, ma con qualcos'altro di più; e che in questo senso suo così puro e primigenio, non abbiamo l'occasione di usarlo mai.

Bonghi - Me ne ricordo; e non voglio contrastarvelo ora.

Manzoni- Sia lodato Iddio. Or adunque proviamo, se nel concetto d'un atto il quale è posto da un'energia d'un essere, senza altra ragione sufficiente d'esser posto, se non se l'atto stesso che si pone, sia incluso o no il concetto della possibilità del contrario?

Bonghi - Ma parrebbe che no.

Manzoni- Certo no: quello che è possibile sia il contrario[24], e il termine dell'atto; la contrarietà riguarda la determinazione dell'atto, non l'atto stesso. Ci ha i due pani: posso pigliar l'uno piuttosto che l'altro: vero: ma o ch'io piglio l'uno o ch'io piglio l'altro, l'atto è identico. Guardi bene che il mio atto non ha mai ragione dal pane: ha ragione in sé solo. L'atto libero... ma no: di questo direm poi, se vorremo.

Bonghi - Ma non potremmo dire dell'atto libero il medesimo che ha detto lei testé dell'arbitrario?

Manzoni- Non credo si possa: del resto ora lasciamo in pace l'atto libero. Continuiamoci coll'arbitrario. Consente che la possibilità[25] del contrario, rispetto a questo, non vale che è possibile a fare in sé per contrario a quel che è fatto, ma solo ch'ei possa appuntarsi in un termine contrario a quello, in cui s'appunta?

Bonghi - Consento: e poi?

Manzoni- E poi concede, che l'atto di Dio non ha un termine fuori di sé?

Bonghi - Sì; e poi?

Manzoni- E poi ha a conceder per forza, che dunque rispetto all'atto stesso, in quanto è posto, non ci ha possibilità di contrario, vo' dire, non si può che non sia posto: sendoci una ragion piena sempre e sufficientissima di porlo, ne' termini contrarii in cui si possa e si debba appuntare?

Bonghi - Concludiamo ora un po'!

Manzoni- Dovrei ora non voler concludere io: ma insomma concludiamo, per contentarla; che dunque l'atto, per cui Dio è, non si può dire né necessario né libero: non gli si può dare che la designazione di arbitrario, quando questa parola si riduca al senso suo essenziale, di atto che non ha ragion di essere che in sé quando sia. Insomma s'ha a ridurre la parola, per poter essere legittimamente usata, al senso di un'energia pura dell'essere, per la quale è, e...[26]

Bonghi - Piano: un inciampo. Noi concepiamo in un essere che faccia quest'atto, l'essere in cui sta quest'energia di porlo, come anteriore all'atto ch'ei fa. Ora in Dio...

Manzoni- In Dio, ch'era quello che le stavo per dire, abbiamo a fare ameno di concepir l'essere, la cui energia compie l'atto, come anteriore all'atto compìto. E perché dobbiamo farne a meno, l'abbiam detto a principio. Che ci sia malagevole, gliel'acconsento; anzi le dico più, credo che davvero davvero ci sia impossibile. Noi percepiamo[27] sempre e però concepiamo soli atti secondi. Mi spiego: altro è percepire in fieri un atto, altro percepirlo fatto. In fieri noi non percepiamo e non concepiamo se non solo gli atti secondi che facciamo noi. Noi sentiamo, e però possiamo capire, tuttoché ci voglia pure sforzo grandissimo, come dall'imo fondo nostro sorgano a galla e piglino essere. Or tutti questi atti secondi suppongono il primo: e di questo primo non abbiamo sentimento e concetto che come fatto. L'atto per cui noi siamo, non lo sentiamo in quanto ci produce l'essere: ma in quanto ce l'ha prodotto già. E questo per una ragion semplicissima: che nol facciamo noi. Sa dove sta l'errore vero[28] di quel sottilissimo uomo ch'era Gian Teofilo Fichte?

Bonghi - Son tutto orecchi per sentirlo; che è una pessima disposizione per capirlo: ma pure proverò!

Manzoni- Scherza lei: fa bene: avesse a rider di me che pretendo insegnarglielo?

Bonghi - Mi maraviglio.

Manzoni- Per me, non mi maraviglio che di me, che sto a chiacchierare da tanto tempo' mentre il Rosmini e il Marchese tacciono. Pure ho una scusa: l'hanno voluto.

Bonghi - Vuol poi dir di quest'errore?

Manzoni- Ah, ecco. Ha confuso l'atto per cui noi siamo, con l'atto con cui siamo noi.

Bonghi - Bella! E la differenza?

Manzoni- Sta in questo, che l'atto per cui noi siamo, non è nostro, e l'altro è nostro. Però anco gli animali sono: e pure non son loro. Con questo ha confuso un atto primo con uno secondissimo: ché non solo bisogna essere per esser sé, ma ci bisogna qualcos'altro di più. Basta: se n'è parlato, mi ricordo, jeri. Ora ripigliamo il discorso nostro. In Dio per capirlo, dovremmo intendere, che l'atto che abbiamo a intendere è quel primo appunto che non sappiamo né possiamo intendere neppure in noi: e, che è peggio, non dobbiamo pensarlo né in fieri né fatto, ma che sia, senza né esser mai stato cominciato, né mai finito di fare. Se mai potessimo comprender questo, allora non ci sarebbe più difficoltà, di capire come in quest'atto che è, l'essere essendo l'atto stesso che è, non è punto anteriore all'atto. E che neppur l'energia, la quale concepiamo come qualcosa d'intermedio tra l'essere in cui sta e l'atto che fa, neppur essa, in quell'atto divino che è e non si fa, né poggia altrove, neppur essa si distingue dall'atto. Allora, chi sa? capiremmo davvero, che in quell'atto, esser posto, energia d'esser posto, ed esser ponente, è tut& il medesimo. Allora, allora... se non che quest'allora trascende la mente nostra. Noi siamo tra due lacci scorsoi: o ci affoga l'uno, o ci affoga l'altro, e, che è più strano, per non lasciarci affogare né dall'uno, né dall'altro, dobbiamo stringergli tutti e due. L'un laccio, che non possiamo negare che Dio sia: l'altro, che, affermatolo, non possiamo capir come sia. Speculando troviamo modo di afferrare in che modo debba essere per essere: ma ci scappa il meglio.

Bonghi - Che è?

Manzoni- In che modo faccia ad essere quel che deve essere per essere. Così ora diciamo che l'atto ch'è Dio non sia da chiamare né necessario né libero, e abbia piuttosto a dirsi arbitrario senza però capir meglio com'egli sia, sendo arbitrario. Del resto, qualcos'altra forse potremmo dirla: vogliam provare?

Bonghi - Mi lasci guardare un po' fuori alla finestra: poiché lei ha pescato tutto questo guardando spesso a Cassiciaco, voglio provare se potessi, con una occhiata o due, attingervi io la pazienza di continuarla a sentire. Non dico che m'annoj: ma che vuole? mi stracca: mi fanno male le tempia. Un pochin d'aria[29].

Marchese di Cavour- Burla: non è punto stanco, sa: e niente gli dispiacerebbe più che d'esser preso alla lettera.

Manzoni - Né io gli vorrò dare questo dispiacere. A lei, Marchese, questa parola d'arbitrio ha dovuto darle gusto. Non è vero ?

Marchese di Cavour- Poco, a dirla schietta. Quando io attribuiva a Dio una libertà d'arbitrio, non che intendere qualcosa di meno che libertà morale, volevo dire qualcosa di più. Or lei non pure m'ha negato questo senso, ma, ch'è peggio, m'ha addirittura negato che insin nell'uomo ci sia altra libertà che la morale.

Manzoni- Vero: ho preteso, che arbitrio non sia ancora libertà e che, se ci vogliamo intendere, e non mescolare l'essenza delle cose, dobbiamo distinguere e separare affatto quelle due parole.

Marchese di Cavour- E dire, se l'ho intesa bene, che arbitrio sia quella facoltà di porre un atto, che non abbia addirittura nessuna ragione sufficiente fuori dell'atto stesso, e neppure l'energia stessa dell'essere che lo pone: dove libertà valga un'altra facoltà di porre un atto di cui ci ha una ragion sufficiente fuori dell'atto stesso, ma non piena, non necessitante a modo di una forza fisica.

Manzoni- Appunto. E guardi ancora: ho distinto così dall'un atto come dall'altro, il giudizio che nell'arbitrario mostra, la necessità di porlo, senza indicarlo, e nel libero l'indica e lo determina. Così, segregato l'atto stesso, e rimondato da ogni parte, mostrato come la possibilità del contrario non gli è intrinseca, ho infin concluso che il miglior modo di rappresentarci l'atto divino, è d'intenderlo posto per una energia simile a quella per cui noi crediamo poter esser posto in noi l'atto d'arbitrio.

Marchese di Cavour- Se non che, arrivata a questo punto s'è accorta, come l'atto divino non ci restava meno oscuro per questo, essendoci affatto impossibile di concepire l'essere e l'energia e l'atto suo affatto unificati.

Manzoni- Perfettamente. Son sicuro, ora, che ho detto male; pure, certo, avrò detto chiaramente. Tuttoché non sia una prova di gran chiarezza, quando si è riesciti a farsi intendere da lei.

Marchese di Cavour- Cortesissimo sempre il Manzoni.

Rosmini- Resterebbe ora, non è vero, Marchese, ch'egli ci dicesse quel qualcos'altro che aveva a dire?

Manzoni- Bell'aiuto mi dà davvero lei, Rosmini mio; non dovrebbe dire piuttosto, lei, quello che le pare di ciò che m'ha fatto dire sin qui?

Rosmini- Dopo' poi, a compito finito, faremo i conti.

Bonghi - Sì, sì: dopo. Or è meglio continuare. Io son tutto rifatto, e prontissimo ancora a farle da mannichino.

Manzoni- Pessimo. Non credo che un pittore si contenterebbe di lei per mannichino: si muove sempre!

Bonghi - Ah, ah! basta che se ne contenti lei: che fa vivere le sue figure e non le dipinge solo.

Manzoni- Del resto, quel qualcos'altro, che le ho promesso, è assai poca cosa.

Bonghi - Sempre buona.

Manzoni- Si riduce a dimandarle perché lei m'abbia detto che l'asino non farebbe quell'atto d'arbitrio di risolversi tra i due mucchi di fieno, e l'uomo il farebbe tra due pagnotte.

Bonghi - Ma gliel'ho detto.

Manzoni- Ripeta, di grazia.

Bonghi - L'asino non può far quel giudizio, che se non si risolvesse a mangiar l'un dei mucchi se ne morrebbe.

Manzoni- Scusi, non mi par che colga. Questo giudizio all'uomo indica a quale delle due pagnotte deve mordere?

Bonghi - No, di certo.

Manzoni- Dunque non è per il giudizio che l'uomo piglia l'uno piuttosto che l'altro dei due pani.

Bonghi - Ma è dietro il giudizio che pure ne piglia l'uno.

Manzoni- È, dunque, e non è.

Bonghi - Bah! Vuol dire, che senza il giudizio non potrebbe, tuttoché noi faccia per il giudizio.

Manzoni- Benissimo. E mi sa dire che nome darebbe ad un animale il quale possa far dei giudizii o dei raziocinii?

Bonghi - Di razionale: mi tiri il braccio.

Manzoni- E a uno che non ne possa fare?

Bonghi - Di sensitivo meramente: mi asciughi la fronte. Se mi continua a fare di queste dimande non potrò durarla più.

Manzoni- Abbia pazienza. Non vorrebbe dunque dire, che un animale, se razionale, potrebbe fare un atto d'arbitrio; se sensitivo meramente, no?

Bonghi - Non farei che ripetere quel che ho già detto.

Manzoni- Tanto meglio: ci avrà meno difficoltà. Or sarebbe a dire il perché!

Bonghi - E per essere generoso glielo dico io. Un essere sensitivo ha un'attività, sì, ma che risponde direttamente alle forze che operano su lei. Ne integra, sì, anzi ne fa possibile l'azione: ma non le trascende. Ora tutte queste forze son tutte estrinseche a lei: l'attività sua consiste nel sentirle e giovarsene. Guardi: non voglio che l'attività sensitiva animale sia come una forza bruta che tanto dà quanto riceve: no: modifica immensamente l'efficienza delle forze che operano in lei: ma ogni suo atteggiamento risponde, secondo una ragione di proporzione determinatissima, ad una causa estrinseca a lei: non so se dico bene, o, insino, se dico nulla: né voglio, per non sprecare tempo, saperlo neppure, ma mi pare, ora certo, che si potrebbe dire, che la proporzione dell'effetto alla causa nelle forze brute è in ragione aritmetica; e tra forze animali e brute o animali ed animali, è in ragione geometrica. Comecchessia, non è un caso medesimo per l'essere razionale: in lui l'intendere è causa intrinseca a lui di modificazione del sentire: e però, causa indipendente da tutte l'altre, brute o animali; causa di un atteggiamento diverso dell'attività intrinseca dell'esser suo.

Manzoni- Bene, mi pare. Pure non potrebbe dire più brevemente così: L'essere è atto; se è meramente sensitivo, non ha atti secondi, senza la condizione di atti o esseri diversi operanti in lui: se è ancora intellettivo, ha in sé stesso la condizione e il motivo d'altri atti?

Bonghi - Sì: ma o si dica nell'un modo o nell'altro; il perché manca sempre.

Manzoni- Forse non manca se ci bada bene. In un essere puramente sensitivo, mi dica un po', qual sarebbe la causa d'un altro atto, che non fosse cagionato da qualcosa d'estrinseco?

Bonghi - Nessuna certo, se, come diceva jeri il Rosmini, all'essere sensitivo, per aver atto e però per essere, abbisogna di sentire: se però consiste d'un principio e d'un termine, e non ha altra realità, se non quella che a vicenda comunica al termine e gli è comunicata da esso. Or accettato questo, come io fo, come potrebbe atteggiarsi altrimenti il principio che sente, senza una diversificazione e immutazione del sentito? E se, come si disse ancora, il termine è esteso, da che può essere modificato se non da forze operanti nell'esteso e però estrinseche tutte, da quella in fuori che operi nell'esteso primitivo e lo fa sentito al senziente e che però è estrinseca al senziente?

Manzoni- Un secentista, caro mio, le direbbe, che non si potrebbe infilzar meglio il filo proprio nella cruna dell'altrui pensiero, di quello che fa lei. Ma mi dica, non si disse qualcosa di simile rispetto all'atto intellettivo?

Bonghi - Sì: che abbia il suo essere dall'obbietto che l'informa?

Manzoni- Or sia. Quando l'atto intellettivo e il sensitivo coesistono in un essere, non deve poter esser il primo cagione di mutazione nell'altro?

Bonghi - Sì, ma per una via diversa da quella per cui il senziente era immutato dal sentito.

Manzoni- Vuol dire?

Bonghi - Che in quest'ultimo caso, la forza che operava sul senziente, lo faceva mediante una immutazione nel sentito: dove l'atto intellettivo deve immutare il senziente direttamente, e per mezzo suo, se è il caso, immutare il sentito.

Manzoni- Mi viene a proposito. Ma ad ogni modo, l'atto intellettivo e il sensitivo son due?

Bonghi - Certo.

Manzoni- Dunque sarà sempre estrinseca al Sensitivo quella forza che l'immuterà?

Bonghi - Sì: ma sempre intrinseca all'essere che s'immuta: stanteché l'essere che intende sia quel medesimo che sente.

Manzoni- Sta bene; ma non abbiamo detto noi, che quell'arbitrio non si farebbe senz'essere razionale, e pure non si fa perché sia?

Bonghi - Sì: e poi?

Manzoni- Che importa ch'ei si sia intellettivi, se l'intelletto non può motivar l'atto com'è?

Bonghi - Mi vuole imbrogliare per forza: ma le parrà duro anche a lei. Non abbiamo detto che l'atto intellettivo potendo esser causa sul sensitivo, e sendo causa intrinseca all'essere in cui è causa, troviamo qui la fonte d'una attività diversa dalla sensitiva? Un'attività propria, indipendente: che non sta in nessuna proporzione colle forze che operano su lei? Che è forza da sé, e trova in sé tanto quanto basta a porre atti: senza nessuna dipendenza da altro?

Manzoni- Tutto questo non l'avevate detto prima così esplicitamente: e lo dite ora?

Bonghi - E non le dimando se dico bene: perché è lei che m'aiuta colle dimande in modo, che n'ha quelle risposte che vuole.

Manzoni- Or quest'attività propria, che risulta dal connubio dei due atti intellettivi e sensitivi in un essere uno, come vorremo chiamarla? Razionale, non è vero?

Bonghi - Già: però ho dato del razionale a quell'ente che nell'energia propria trovava di porre un atto, senza nessuna ragion sufficiente che l'atto stesso.

Manzoni- Pure dicevamo che non lo pone perché razionale, ma nol potrebbe porre, se non fosse razionale. Mi par che questo si debba intender così.

Bonghi - Come?

Manzoni- Un momentino, che trovi il modo di dirvelo. Così, dicevo. Che quell'atto non è per l'intellettività dell'ente né per la sensitività che è posto, né per l'una e l'altra insieme, ma perché l'una e l'altra accoppiate gli generano un'attività sui generis, avente in sé tutto quello che le bisogna per uscire ad atti secondi, causa, in somma, intera e piena.

Bonghi - Così, sì.

Manzoni- Or non abbiamo anche visto, che la facoltà dell'arbitrio sia la radice della libertà morale? Anzi, per non aggirarci troppo, volete concedermi, che morale si chiama l'accordo del reale coll'ideale, e si chiami morale e libero l'atto, per cui quest'accordo sia voluto per una determinazione propria, non coatta né necessitata, dall'agente?

Bonghi - Sì, gliel concedo a un tratto: perché so, che altrimenti gliel'avrei a concedere a tratti: bisticcio che non vale un quattrino.

Manzoni- Anzi vale: ma io non lo pagherei, perché fa contro me. Comecchessia, risponda ora alla mia dimanda.

Bonghi - Se la facoltà d'arbitrare sia la radice della libertà morale?

Manzoni- Sì.

Bonghi - Certo, che s'è detto, ed io non ci ho più dubbi ora che prima.

Manzoni- Adunque l'atto di quella facoltà, o quell'atto decisorio, che non ha ragione altrove che in sé, è uno che non può aver luogo in un essere, che non sia intellettivo e sensitivo e morale: e che pure non si può chiamare né intellettivo, né sensitivo, né morale.

Bonghi - Senza dubbio.

Manzoni- Vuol sentirne una? Un quarto d'ora fa io avevo in mente di proporle una strana metamorfosi.

Bonghi - Ed era?

Manzoni- Di diventar pappagalli. Non sapevo come dimostrarle un assunto, e le volevo dir di accettare per buona una tratta del Rosmini. Sa lei, che egli, se non l'ha ancora scritto, pure dice spesso che l'essere non è intero e compìto, se oltre all'essere sensitivo, non è intellettivo ancora e morale. Io dunque volevo dirle: stiamocene a questa sentenza: e le avrei detto, pensavo, ma poi ci avevo scrupolo, che la dimostrazione era lunga, e che valeva meglio farne a meno. Poi, una parola dietro l'altra, tira lei e tiro io, siamo riusciti a trovar la dimostrazione prima della tesi. Infatti non siamo venuti a dire, che un essere non può mettere un atto veramente proprio, senza essere sensitivo, intellettivo, morale a un tempo? E che vuole altro dire questo se non che, quando una di queste condizioni gli manca, è deficiente l'essere, come quello che devetrovare fuori di sé la causa d'un'attività sua?

Bonghi - Ora faremmo bene, mi pare, di terminar di vagare e tornare a casa.

Manzoni- Ci saremo in due svoltate. Tanto poco abbiamo vagato! Abbiamo a tenere questa conclusione[30], che un atto che non abbia ragione altrove che in sé, non possa esser posto se non in un ente sensitivo, intellettivo, morale ad un tempo: e pure non gli è posto, perché ei sia sensitivo o intellettivo o morale.

Bonghi - E poi?

Manzoni- Un salto mortale. Dobbiamo vedere che cosa ci diventi tra mani questa conclusione, quando s'ha ad applicare ad un ente, in cui l'atto, per cui è, è quello ch'egli è; e il porsi di quest'atto è il medesimo che l'esser posto: né ci ha di mezzo, tra il porsi e l'esser posto, nulla; neppure l'energia dell'essere, che è posto con quest'atto e pone quell'atto, e non è se non codest'atto che sta.

Bonghi - Il salto è mortale davvero, e ch'è peggio, è verso su. Se non ha una scala di seta, il caso è desiderato[31].

Manzoni- La scala c'è, ma dura e lunga. Vuol provare?

Bonghi - Poiché ci sono!

Manzoni- Bene. Mi dica un po': quest'ente di cui abbiamo parlato da ultimo è un essere o l'essere?

Bonghi - Parrebbe, l'essere. Ma spieghiamoci un po'. Lei dimanda se quest'ente necessario sia un ente che sia e si pensi come uno fra molti; o che sia e si pensi come uno e tutto insieme?

Manzoni- Così.

Bonghi - Se adegui, a dirla altrimenti, una parte dell'essere o tutto?

Manzoni- Appunto.

Bonghi - Ebbene, tutto, di certo.

Manzoni- E perché?

Bonghi - Ah, il perché poi... direi come voleva far lei tempo fa, è lungo a dire.

Manzoni- Ma l'artifizio è scoverto; e bisognerà pure che uno di noi s'arrischi; altrimenti i Maestri qui arriccieranno il naso.

Bonghi - Se è poi così, lo dica lei.

Manzoni- Eccomi: gliene voglio dar quattro dei perché.

Bonghi - Tanto meglio.

Manzoni- Se adeguasse solo una parte dell'essere, vorrebbe dire, l'atto dell'essere posto appartiene intrinsecamente a una parte dell'essere sì e ad un'altra no?

Bonghi - Non altro.

Manzoni- Ora perché?

Bonghi - Questo perché poi certo manca.

Manzoni- Né può non mancare. O nessuna parte dell'essere può esser posta come necessariamente reale, o così ben l'una come l'altra. Chè nell'essere, in quanto tale, non ci ha differenza di sorta dall'una parte all'altra, sì che niente può competere all'una parte piuttosto che all'altra.

Bonghi - Questa dev'essere la prima ragione.

Manzoni- Ed eccole la seconda. Se una parte dell'essere solo fosse posta, l'altra o sarebbe posta o no. Se non fosse posta, non sarebbe, perché in questo porsi dell'essere, il porsi è l'essere stesso. Dunque sarebbe posta ancor essa?

Bonghi - Sì.

Manzoni- Or perché l'una e l'altra sarebbero poste parti e non tutto? Certo la prima è posta parte: perché è posta la seconda è posta ancora la prima?

Bonghi - Senza dubbio.

Manzoni- Or se l'essere è uniforme, egualissimo, perché la prima si è posta parte sin qui, e la seconda parte sin qui?

Bonghi - Quest'altro perché manca ancora.

Manzoni- E deve pure per forza mancare. Le voglio dire, se permette, questa stessa altrimenti.

Bonghi - Dica pure.

Manzoni- Essere una parte d'essere, non vuol dire se non d'essere nulla rispetto ad un'altra parte d'essere? O le pare forse che voglia dir altro?

Bonghi - Non fiatavo.

Manzoni- Bene. Or questo nulla o è nulla addirittura, o è occupato eziandio da una parte d'essere, che è nulla rispetto alla prima?

Bonghi - Di certo.

Manzoni- E mi dica: potrebbero queste due parti adeguare l'essere che è infinito?

Bonghi - È risaputo ed evidentissimo che l'infinito non è esauribile da parti.

Manzoni- O bisogna dimostrare che l'essere è infinito?

Bonghi - La miglior prova è pensarlo e provare di trovargli termini uscendo dall'essere.

Manzoni- Adunque, quella parte seconda d'essere, non sarà solamente nulla rispetto alla prima, ma rispetto ancora ad una terza: e questa terza rispetto alla seconda e a una quarta.

Bonghi - E così vedo da me in sine fine.

Manzoni- Ora la catena infinita bisognerebbe compirla tutta per averne un anello: quando quest'uno non è se non a condizione che un altro sia, e quest'altro se non un altro, e così via via.

Bonghi - Di guisa che ci mancherebbe in eterno quell'ente necessario, di cui bisogniamo ab aeterno.

Manzoni- Appunto. Ma sa? di questi perché indiretti non gliene voglio dar più: mi schiudono in mano a migliaia come gli amori di Anacreonte. Gliene voglio dar due che valgono per tutti e a un tratto. In quest'atto in cui l'essere è posto, o l'essere è posto tutto o nulla. Infatti non è altro che il sono dell'essere: ora se non è posto tutto, quel sono è bugiardo, e vale sono e non sono a un tempo: perché, come afferma in sé non altro che l'essere, e che l'essere è semplicissimo, se non l'afferma tutto, non l'afferma punto. Di più questi concetti di tutto e parte coi quali ci stiamo avviluppando, non hanno a fare proprio niente qui. Sono posteriori all'essere e suppongono una moltiplicità potenziale. Ora l'essere, concetto e cosa, è semplicissimo; non è altro che l'essere: non ha nessuna moltiplicità potenziale per sé: di guisa che è più che tutto e parte: è un tutto, non in quanto correlativo di parte, ma che, per esser lui, fa che ci possan esser poi tutti correlativi a parte.

Bonghi - Non l'ha detta molto chiara: ma mi pare d'aver capito; e poi obbligarla a dichiarar meglio questo suo ultimo perché, non farebbe al discorso nostro, mi pare. Mi basta: e tiri pure avanti.

Manzoni- Sì, così va meglio. Abbiamo da ire ancora un pezzo, e non ci si può fermar per via.

Bonghi - E sia. Per ora, dunque, quell'ente necessario è l'essere, e non un essere.

Manzoni- Sì, se intendiamo un essere, come ha detto lei, rispetto a parecchi altri esseri: ma se col dire un essere volessimo indicare solo una proprietà, una determinazione, una particolarità, per cui un ente non si mescoli e si confonda con un altro, e quando altro non ci fosse, non si potesse almeno mescolare e confondere con quest'altro quando ci fosse, se, dico, volessimo intender così, l'ente necessario s'avrebbe a poter chiamare un essere, o no?

Bonghi - Allora mi pare sì: e mi pare, allo stesso modo, che si possa chiamar tutto, quando si riuscisse a non pensare il tutto come contentivo di parti.

Manzoni- Sta bene: ma non basta. Noi ne potremmo già dare, da quel che abbiamo detto, una prova più diretta. L'essere è infinito, non è vero?

Bonghi - Vero.

Manzoni- E semplicissimo?

Bonghi - Ancora.

Manzoni- Dunque l'atto suo, col quale è posto e che è l'essere stesso, è infinito?

Bonghi - Sì.

Manzoni- E non è che infinito?

Bonghi - Certo.

Manzoni- Or l'infinito è il finito?

Bonghi - C'è diversità d'essenza.

Manzoni- Pure comunicano nell'essere?

Bonghi - Sì: ma l'essere infinito è l'essere che sta per sé: e il finito quello che sta per altro. L'infinito ha ragion di sé: il finito non l'ha. E tante altre distinzioni essenziali, le quali non vi bisogna dire né provare perché si ritraggono dai discorsi fatti sin qui: quando ci si voglia pensare su un po'. Che è una volontà che la cortesia sua deve almeno supporre in me.

Manzoni- Piuttosto riconoscere, vuol dire. Or bene, se ci ha questa diversità d'essenza dall'infinito al finito, e se l'atto dell'essere è infinito, codest'atto posto infinito, distingue da sé con questo stesso ogni finito?

Bonghi - Certo.

Manzoni- E l'infinito è uno, o può esser più?

Bonghi - Uno, se non le piacciono le contradizioni in termini.

Manzoni- Se uno, ogni altro essere, che ci potesse mai esser, sarebbe finito?

Bonghi - È una conseguenza.

Manzoni- Di guisa, che l'atto dell'essere infinito è distinto[32] dall'atto d'ogni essere finito?

Bonghi - Appunto.

Manzoni- O, che, vale il medesimo, l'essere infinito non si mescola né confonde con verun essere finito?

Bonghi - Vale lo stesso.

Manzoni- E non ci ha altri da lui che esseri finiti?

Bonghi - Le ripeto che no.

Manzoni- Ed io le dico, che quell'ente necessario adunque non pure è l'essere ma un essere.

Bonghi - Non potrei negarlo.

Manzoni- Ancora un'altra dimanda. L'essere, in quell'atto in cui è posto, si specifica?

Bonghi - Che intende dire?

Manzoni- È posto, voglio dire, in un senso sì e in un senso no?

Bonghi - E dove e come e chi distingue i sensi?

Manzoni- Adunque è posto in tutti i sensi?

Bonghi - È posto niente altro che come essere.

Manzoni- In qualunque modo però l'essere mai possa essere, è già in quel primo atto per cui è. Ora mi vuol dire in quanti modi può mai essere?

Bonghi - Se si contenta, in tre.

Manzoni- Come soggetto, vuol dire, come oggetto, e come accordo o sintesi dell'un coll'altro?

Bonghi - Sì, così volevo dire: è la dottrina[33] del Rosmini, che del resto in questa parte si potrebbe dimostrare universale.

Manzoni- Non basterebbe: e ci vorrebbe la prova, sempre.

Bonghi - Vero: ma non potrebbero accettare per prova quella storia che abbiamo fatto, o meglio, che ha fatta lei, dell'essere finito, in cui s'è mostrato ch'egli è sensitivo, intellettivo e morale? Ora che altro è l'essere sensitivo, se non l'essere soggetto di sensazioni, e l'intellettivo se non l'avere un oggetto e il poter fare di sé oggetto a sé e intendersi, e l'esser morale se non come soggetto accordar sé a tutto l'oggetto che s'intende?

Manzoni- È un vero guajo. che per parlar di Dio bisogna parlar di tutto; e che dopo parlato di tutto, bisogna che ripigliate e neghiate tutte le vostre parole per riparlar di Dio. È il caso nostro. Però se il discorso nostro non si muovesse tra questi due argini non sarebbe discorso di Dio, e varrebbe anche meno di quello che in ogni caso varrà. Perché noi possiamo concludere dall'esser finito all'infinito, bisogna mostrare che quella tal condizione del primo gli deriva dall'essere e non dalla finità: e poi vedere come nell'infinità questa condizione si trasformi. Mi saprebbe dunque dir ragione per cui quella triplicità di soggetto, di oggetto e di connubio dell'un coll'altro si mostri dedotta dall'essere e non dalla finità?

Bonghi - Ahimè, ahimè. Se continua a questo modo dovrò da capo ricorrere alla finestra, e starci più tempo ancora che la prima volta!

Manzoni- Rosmini, vorrebbe dirlo lei in poche parole?[34]

Rosmini - A dir no, questa volta, parrebbe scortesia.

Bonghi - Manco male; dica sì, dunque[35].

Rosmini - L'idea è?

Bonghi - Ah! non mi vuol dar riposo. Sì, è.

Rosmini - La cosa è?

Bonghi - Ancora, è.

Rosmini - Ci è altro, a cui diciate è, che non sia né cosa né idea?

Bonghi - No.

Rosmini - E ci potrebb'essere?

Bonghi - Ahimè! Forse neppure.

Rosmini- Certo no. Che varrebbe essere, se non valesse né realità né idealità? Che cos'è il non sussistente né pensabile?

Bonghi - A dirittura, nulla.

Rosmini- Dunque l'essere è cosa e idea. Ancora, potrebbe l'essere come cosa contrastare coll'essere come idea? o altrimenti, nell'essere, ch'è semplicissimo, l'essere come cosa non deve invece concordare perfettamente coll'essere come idea?[36] Se l'essere è semplicissimo, quest'accordo non debb'esser tanto, che riesca una unificazione compiutissima dell'essere cosa coll'essere idea? E quest'accordo non è la moralità dell'essere? È la perfezione di quest'accordo, che è una unificazione, che vale altro se non che la moralità non si genera nell'essere infinito, ma è sin da che egli è?

Manzoni- Con quest'ultima giunta ci ha dato anco più che non avevo dimandato. Io volevo solo, che ci mostrasse come questa triplicità è nell'essere, e però non gli deriva dalla finità. Come questa triplicità poi sia nell'infinito, mi contentavo di andarlo cercando nell'infinito. Lei già ci ha detto, come sia la forma morale: ch'è già un passo: però grazie duplicate. Ci resta poco altro, amico mio: animo! Noi dicevamo che il soggetto o l'essere come sussistente è sensitivo; dico bene?

Bonghi - Sì.

Manzoni- E che il sensitivo consiste d'una duplicità di principio che sente e di termine ch'è sentito?

Bonghi - Lo ripetevo poco fa.

Manzoni- Ora l'essere infinito, come sussistente avrà questa duplicità?

Bonghi - No: all'infinito manca il corrispettivo, perché dovrebb'essere infinito; e d'infinito non ce n'ha due.

Manzoni- L'infinito essere, come sussistente, non avrà bisogno d'un termine a cui comunichi e da cui abbia la realità?

Bonghi - No, di certo.

Manzoni- Adunque non si potrà chiamare sensitivo. E si potrà chiamare sentimento infinito? No, no; non entriamo in un altro gineprajo: se si possa o no deve esser cosa da risolversi con assai parole: lasciamo stare. Mi dica invece: l'essere è ancora idea?

Bonghi - S'è detto col Rosmini.

Manzoni- L'idea può stare senza mente?

Bonghi - No: di certo. Di chi[37] sarebbe idea, e in che?

Manzoni- Dunque l'idea ha una relazione essenziale con una mente?

Bonghi - Glielo dicevo.

Manzoni- E mente vale un soggetto intelligente, reale?

Bonghi - Sì.

Manzoni- Però l'essere come idea preesige l'essere come cosa?

Bonghi - Di certo.

Manzoni- E l'essere come cosa ha ad essere mente, perché l'essere come idea possa essere?

Bonghi - Glielo concedo.

Manzoni- Ma l'essere come mente dimanda l'essere come idea?[38]

Bonghi - Perché?

Manzoni- Perché? Che furbaccio! Pure lo trovo. L'essere come mente sarà in atto o no?

Bonghi - In atto: si ragiona dell'atto dell'essere.

Manzoni- La mente in atto intende qualcosa o no?

Bonghi - Certo: altrimenti sarebbe solo in potenza a intendere: perché il pensiero, senza il pensato, è vuoto; e meramente potenziale, non è ancora.

Manzoni- È strano, lei. Mi dimanda tanti perché e poi si vede che li sa, lei. Adunque, l'essere come mente dimanda l'essere come idea?

Bonghi - Ora sì.

Manzoni- E la mente è il soggetto: l'idea oggetto suo?

Bonghi - Certo.

Manzoni- Dunque l'essere come soggetto dimanda l'essere come oggetto?

Bonghi - Non glielo nego.

Manzoni- E l'essere come soggetto preesigeva l'essere come oggetto?

Bonghi - Preesigeva.

Manzoni- Sa che cosa stiamo dicendo ora?

Bonghi - Parecchi articoli del simbolo di S. Atanasio.

Manzoni- Ma non tutti ancora, e però non diciamo ancora il vero. Par proprio, che così in filosofia, come in teologia, e così nella vita teoretica come nella pratica: Quicumque vult salvus esse, opus est ut teneat Catholicam fidem e che visi quisque integram inviolatamque servaverit, senza nessun dubbio s'invischierà in una rete inestricabile d'errori. Continuiamo dunque a dire: chè qui mi par d'essere più sostenuto ed ho più coraggio di parlare. Mi dica ora lei: L'essere non è semplicissimo?

Bonghi - S'è detto.

Manzoni- Dunque non si può spaiare: l'essere come idea, vo' dire, è ancora e necessariamente quell'identico essere che è essere come cosa. Adunque l'essere soggetto è quello stesso che è essere come oggetto, e viceversa: pure l'essere come oggetto in quanto tale, non è l'essere come soggetto, in quanto tale.

Bonghi - Unus ergo Pater, non tres Patres: unus ergo Filius, non tres Filii, et tamen... per ora non due Dii, ma un Dio.

Manzoni- Ma se l'essere come idea, in quanto è, è quell'identico essere, che è l'essere come reale; e se l'essere, coll'atto suo per cui è, non pure è l'essere, ma un essere: l'essere, tanto come idea quanto come cosa, è un essere. O non dico bene?

Bonghi - Bene: a parer mio.

Manzoni- Ora per poter dire interi i versetti del Simbolo, ripeta dell'essere, in quanto compenetrazione ed unificazione del soggetto e dell'oggetto, quel medesimo che s'è detto dell'essere come soggetto e dell'essere come oggetto. Vedrà, che questa unificazione si fa tanto nel primo quanto nel secondo; di guisa che si deve dire che proceda tanto dal primo quanto dal secondo, o si effettui, a dire altrimenti, tanto nel primo quanto nel secondo. Che però, allo stesso modo che l'essere non poteva essere il primo senza essere il secondo, così non può né l'un né l'altro senz'essere ancora il terzo. E che, come l'atto per cui l'essere è, è necessario, tanto è necessario come essere soggetto quanto come essere oggetto e quanto come l'uno e l'altro. E vedrà tante altre cose bellissime, quanto è inutile di snocciolarle per poter dire quel poco che ci resta: e che infine è questo.

Bonghi - Chè?

Manzoni- Si ricorda che un atto che sia dello stess'ordine di quello per cui l'essere infinito si pone, non poteva esser posto se non da un ente sensitivo, intellettivo e morale ad un tempo?

Bonghi - Sì.

Manzoni- E come queste tre condizioni si trasfondano nell'infinito?

Bonghi - Sì.

Manzoni- Ora non siamo venuti da un'altra parte alla stessa conclusione? Che l'essere, in quanto posto debb'essere posto nei tre suoi modi che sono reale, ideale e morale? E che questi modi valgono appunto gli altri tre, e ricevono, rispetto all'infinito, la stessa trasformazione di significato?

Bonghi - Ebbene?

Manzoni- Ebbene: la conchiusione è evidente. All'atto del porsi dell'essere noi non abbiamo potuto dare né del libero né del necessario: perché ci è paruto che trascendesse libertà e necessità. In vece nei modi dell'essere posto, abbiamo vista una necessità, che veniva dalla natura stessa dell'essere posto. Or non dovremmo concludere, che l'atto dell'essere, in quanto all'esser posto assolutamente, non ha ragione che in sé, e però si può chiamare arbitrario: dove, rispetto al modo in cui si pone, è necessario? Insomma, ecco due affermazioni: l'essere è, e l'essere è in questo modo. Se dimandate perché l'essere sia, non ci ha risposta, non perché non ci sia ragion sufficiente dell'esser suo, ma perché la non è altra dall'esser suo. Invece, l'essere è in un tal modo: e perché? si può dire. Perché l'essere non può essere altrimenti che in questo modo: e si dimostra che non possa nel modo che abbiamo fatto.

Bonghi - Ecco una conclusione: ce ne sarà qualcun'altra?

Manzoni- Sicuro. L'altra sarà il frutto dell'aver tentate due vie per riescire ad un punto. Abbiamo visto dall'una parte, che l'ente per porsi ha da essere reale, ideale e morale: e non può esser posto che ideale, reale e morale. Adunque non si può dire, che l'ente diventa ideale e morale, sendo solo reale a principio. Se è, è già tutto. Non potrebb'essere se non fosse tutto, e se divenendo, potesse divenire altro che nulla. Che è la miglior confutazione d'un errore, ch'è il fondo di quasi tutte le filosofie eterodosse da Talete[39], sino ad Hegel. Ammettono l'ente primo come qualcosa di potenziale che si vada attuando: e lor pare di progredire a misura che riescono ad attenuarlo. Invece nell'ente primo non ci ha potenza: è tutto atto ed infinito tutto, non che atto infinito[40]. Ponga dunque che l'ente si andasse, come dicono, divenendo: certo non potrebbe divenire se non quel che non fosse ancora; chè non abbisogna, senza dubbio, farsi quello che è. Or noi abbiamo dimostrato, e lei ha esaurito i suoi perché, che l'essere non sarebbe a dirittura, se non fosse tutto: e che il tutto suo è d'essere sussistenza infinita, intelligenza infinita e moralità infinita. Se non fosse in tutti tre questi modi, non sarebbe in nessuno: e se in tutti e tre non adeguasse tutto l'essere, non gli conterebbe in nessuno. E come in tutti e tre è tutto, in tutti e tre sussiste e s'intende: né ha bisogno d'altro né per sussistere né per aver coscienza di sé.

Bonghi - In somma, non è il meno principio, ma il più.

Manzoni- Appunto. Noi potremmo parlare a lungo di questo; ma mi pare che devieremmo: ed io, a dirgliela, temo d'essere assai indiscreto col Rosmini e col Marchese. Queste digressioni a me non competono: e ho davvero torto di farle: mi convien solo di recitar giù la lezione e non altro; lezione davvero non imparata, ma che recito per imparare.

Bonghi - Non vogliono perdonare a questo disertore?

Marchese di Cavour- Mi par soverchio, davvero, di accertarvelo: e così credo paja al Rosmini, che si tace.

Rosmini - Stavo per dire il medesimo: ma le son di quelle del Manzoni: bisogna lasciargliele dire.

Manzoni- Avrò, del resto, a chiacchierare poco altro.

Bonghi - A dirla, non le credo.

Manzoni- Per finire, volevo aggiungere questa parte del mio pensiero.

Bonghi - Allora sì.

Manzoni- Ecco, non ho che a dimandarle questo: se, voglio dire, la natura dell'ente primo sia compìta o no, quando abbia queste tre forme nella loro infinità?

Bonghi - Di certo.

Manzoni- Or quale delle tre è logicamente ultima?

Bonghi - La morale senza dubbio.

Manzoni- Dunque la natura divina s'integra, scusi la parola, nella forma morale?

Bonghi - Sì.

Manzoni- Ed è a principio già tutto?

Bonghi - S'è detto.

Manzoni- Dunque già è a principio tutte e tre le forme?

Bonghi - Ancora sì.

Manzoni- Or poniamo che ci fosse un essere diverso, avrebbe a esser finito, non è vero?

Bonghi - Due infiniti non ci possono essere.

Manzoni- Né però avere la ragion sua d'essere in sé?

Bonghi - No.

Manzoni- Perché?

Bonghi - Ah! ora è lei col perché. Pure è facile a risponderle. Perché nell'essere stesso, come s'è già mostrato, non ci ha fine per sé, non ci ha termine; perciò, ove ci sia un essere a cui qualcosa sia termine, bisogna trovar fuor di lui il perché l'abbia.

Manzoni- E i finiti posson aver ragion sufficiente l'uno dall'altro?

Bonghi - No, perché, come ha detto lei, più sopra, se i finiti fossero ragioni sufficienti a vicenda, la serie loro dovrebb'essere finita: che non può essere.

Manzoni- Dunque la ragion sufficiente dei finiti è appunto quell'infinito del quale abbiam discorso sinora?

Bonghi - Non ce n'ha altro.

Manzoni- Adunque, del modo in cui saranno i finiti, in cui l'essere, vogliam dire, avrà termine moltiplice, bisognerà trovar la ragione sufficiente nella forma morale dell'infinito, e per essa nell'intellettiva e nella reale? Stanteché la morale sia la sintesi delle altre due, e quella per cui l'infinito integrandosi è un essere tutto in sé: e distinto da altro?

Bonghi - Bene: e che altro?

Manzoni- Nient'altro che questo. I finiti sono possibili o no?

Bonghi - Di certo: altrimenti non potrebbero esser mai: e poi?

Manzoni- Vuol dire solo, che non include in sé contradizione, ch'e' siano?

Bonghi - Certo.

Manzoni- Né è possibile che mai il concetto dell'esser loro sia diventato da contradittorio non contradittorio?

Bonghi - No.

Manzoni- E ab aeterno non contradittorio: e il finito è ab aeterno possibile?

Bonghi - Ab aeterno.

Manzoni- E assolutamente possibile?

Bonghi - Mi par questa assolutezza non possa convenire alla possibilità loro. E perché non mi dimandi lei il perché, glielo dico io, che viene proprio a proposito. La possibilità loro si riferisce essenzialmente ad un'altra; perché senza un ente che imponga all'essere un termine, sono impossibili. Dunque la possibilità loro suppone la possibilità dell'infinito.

Manzoni- E questa è assoluta?

Bonghi - Questa sì perché non ne suppone altra.

Manzoni- Ma: dica perché non ne suppone altra? Perché non sbuffi glielo dirò io. Pure l'avrebbe potuto ripescare tra le cose dette prima. L'essere è necessariamente come idea e come reale: che vuol dir altro se non che l'essere è necessariamente la possibilità propria, e, come, in quanto idea, e non meno di quello ch'egli sia in quanto reale e viceversa, però è sempre in ciascuna delle tre forme una possibilità sussistente. Chè idea d'una cosa non è altro che il pensiero d'una: e il pensiero, non altro che la pensabilità[41] attuale sua: e pensabilità e possibilità è tutt'uno. Ora, diceva, per ritornare in cammino, che la possibilità del finito è relativa. E le ho detto perché l'è assoluta quella dell'infinito: perché, per ripeterlo, l'è essenzialmente in atto e sussistente. Ora perché avrà ad esser relativa quella del finito?

Bonghi - Per la ragion contraria. Perché il finito, tuttoché possibile, pure, sol perché possibile, non sussiste.

Manzoni- Dove l'infinito sussiste?

Bonghi - Già.

Manzoni- Di guisa che per questo e perché l'essere è semplicissimo, nell'infinito la possibilità sua è la sussistenza sua, e viceversa?

Bonghi - Così.

Manzoni- E nel finito, per contrario, la possibilità si divaria dalla sussistenza?

Bonghi - Così: infine?

Manzoni- Infine, la possibilità o pensabilità è già pensiero attuale?

Bonghi - No di certo.

Manzoni- E nella pensabilità del finito s'include che sia pensato in atto?

Bonghi - Non s'include.

Manzoni- Né ci è altro di necessario che la pensabilità del finito?

Bonghi - Non altro.

Manzoni- Adunque il pensiero attuale del finito non è più necessario che la sussistenza sua?

Bonghi - Che vuol dire che non è punto.

Manzoni- Ora perché è necessaria la pensabilità sua?

Bonghi - Certo, perché la forma intellettiva dell'essere infinito è tale, sì tale che non esclude la pensabilità dell'essere in verun modo?

Manzoni- Bene. Ma da questa necessità non s'induce l'altra né dell'essere pensato attualmente, né che sia fatto, molto meno, sussistere. Perché insomma, l'infinito dice: l'essere, in un modo distinto da quel ch'io sono, sia. E badi: perché dica l'essere in modo distinto e determini il modo, lo sappiamo: deriva dal modo del suo essere. Ci domandiamo solo qui perché dica sia.

Bonghi - Davvero nol so: e non ci vedo punto.

Manzoni- Forse neppure io: ma tentando insieme, vedremo forse qualcosa: poi dimanderemo agli altri per assicurarci che non sia un fantasma. Per ora, non avremmo fatto, mi pare, nulla, se avessimo messo il dito proprio al punto in cui la quistione si duplica. Sapremmo, quando venissimo oramai a parlare della quistion del finito, in che angolo, per così dire, o, forse meglio, aspetto dell'atto dell'essere infinito, dovremmo cercar la soluzione delle due quistioni, le quali insomma ci potremmo proporre intorno all'essere finito. Chè noi non possiamo dimandarne, se non, o il perché abbia l'atto dell'essere, o il perché l'abbia in un modo. Questo perché ultimo l'abbiamo a cercare nel modo dell'esser divino[42], l'atto potremmo dire nell'atto dell'essere divino, ma non vogliamo dirlo ancora, perché mancherebbe di prova sufficiente. Né, se le pare, la prova mi par da dare, prima d'aver studiato un pochino meglio l'altro perché. Che noi abbiamo detto la forma morale essere quella in cui s'integra l'atto dell'essere infinito e necessario, e che avendo già questa o insidendo![43] per usare una parola dantesca, già in questa, che è la sintesi delle altre due, riguarda, come a dire, ogni ente diverso e finito. Di guisa che, per trovare il perché del modo dell'essere finito, dobbiamo penetrare e investigare e comprender meglio questa forma ultima (e anche ultima è parola inesatta) che non abbiam fatto sinora.

Bonghi - Diceva che in due voltate eravamo a casa: camminiamo, pare, da un pezzo, e non vediamo ancora la ventarola.

Manzoni- Vero. Ma non però le ho promesso ora il falso. Da che gliel'ho detto, sin qui, siamo venuti sempre avanti per una strada: ora imboccheremo l'altra, e, dopo un buon tratto, darete di capo nella vostra porta. Però, prima di metterci per quest'altra, dovremmo fermarci per un po', a fine di non trovare impedimenti poi per la via. Parlando dell'essere necessario, abbiamo dovuto, come le dicevo, usare certe parole, a cui se non facessimo una tara, ci troveremmo i conti sbagliati. E che la tara si dovesse lor fare a parecchie, si ritraeva dallo stesso discorso nostro: dicevamo che l'ente s'integra nella forma morale, che questa è ultima, e pure dal discorso risultava che quell'ente non si può integrare, perché gli è già intero a principio, né in lui non ci ha niente di ultimo, perché non ci ha niente di primo. La sua natura è una e più, senz'essere in nessun rispetto più l'uno che l'altro: è ordinata, senza che l'ordine stia nella serie, o risulti dalla combinazione del più: è viva da ogni parte, senza che la vita l'avvivi[44] in qualche parte dove non vivesse da sé: è organata, senza che ci sia organi, i quali abbiano rispetto d'instrumento, e qual cosa che abbia rispetto con loro di manubrio, o meglio di movente d'un manubrio. In somma, di Dio; noi possiamo dire tutto quello che indica essere in qualunque via, purché prescindiamo da tutto ciò per cui l'essere in quel modo è in quel modo. Dura condizione, è vero: ma durum sed scriptum: scritto nella finità della nostra mente e nell'inadeguatezza[45] del nostro linguaggio. La mente nostra... vuol sapere come vive la mente nostra? Credevo che fosse immagine adeguata, e pure non è: volevo dirle, che la vita sua fosse, come quella di un nanettino, a cui venisse la vita dallo stare abbracciato ad un gigante. Che caricatura, non è vero? Faccia conto che il nostro intendere sia a quest'immagine. Un principio finito, il quale diventi intellettivo per la intuizione d'un infinito essere: infinito, sì, ma essere dimezzato, perché termine dell'intendere non può essere che un inteso e l'inteso è idea: ora l'essere per sé, non pure è idea, ma cosa ancora, e l'essere idea non si scompagna mai dall'essere cosa, anzi è l'uno e l'altro insieme. Questo essere solo ideale, per cui ed in cui è l'intellettiva nostra, ne fa l'imperfezione e cagiona, che ogni volta che abbiamo a trascendere ed integrare l'essere ci costa grandissimo sforzo. Guardi poi che ha ad essere delle parole? Queste, qualunque sia l'origine del linguaggio, le facciamo una per una noi: ed hanno perennemente questi due difetti. L'uno che deriva loro dall'esprimere i concetti di enti finiti: l'altro dall'essere fatte da enti finiti, sì, ma intellettivi. Per il primo, esprimiamo il finito ed ogni sua relazione per via positiva, e l'infinito invece ed ogni suo aspetto per via negativa; ora, ragionando, troviamo che gli è appunto al contrario: il finito essere una negazione, l'infinito invece una affermazione intera ed assoluta. Che volevo dire poi? Ah! il secondo difetto, invece, che faccia. Poco men che l'inverso. Come noi non intendiamo che l'essere, esprimiamo ogni cosa come se fosse: anco il non essere, il male, e il nulla: e gli andiamo pescando nell'ente. Una gran parte degli errori della filosofia derivano da questi due difetti essenziali del linguaggio nostro convertiti[46] in essenze delle cose.

Rosmini - Bravissimo, il mio Manzoni: non poteva dir meglio di quel che ha fatto.

Manzoni - Guarda! Credevo di meritare un rimprovero!

Rosmini - E perché poi?

Manzoni - Perché non volevo dir questo che ho detto: gran cosa, che Iddio m'ha messo quest'intoppo sulla lingua per non farmi battere la campagna, e darmi tempo di ripigliar sempre il cammino di casa: e pure a mal grado mio e suo, mi faccio trasportare sempre via. Ora, per esempio, io volevo solo accennare di queste inesattezze inevitabili, e poi riparare in qualche modo a tutte le obbiezioni che mi si potessero fare contro una distinzione[47] di cui ci siamo serviti così spesso. Quella, sa, dell'essere e del modo dell'essere. Certo, prima d'andar oltre, bisognerebbe...

Teresa Manzoni - Alessandro...

Marchese di Cavour- Oh! la signora Teresa: come va?

Teresa Manzoni - Oh grazie: sempre a un modo: si tira.

Marchese di Cavour- Parrebbe pure che stia benino quest'oggi.

Teresa Manzoni - Parrebbe; ma se sapesse... in somma si tira: non posso dir più. Non son uscita prima, per desiderio che ne avessi: chè l'ero debole assai e stavo un pochino gittata sul letto. Pure mi son tratta fuori. Alessandro, te l'avevo detto che il Rosmini bisognava rimandarlo presto: non vedi l'aria che fa?

Manzoni- Ma no: ci lasci parlare ancora un poco: si è cominciato pur ora.

Teresa Manzoni - Ma se ti dico che fa vento assai ed è bujo. A che ora vuoi farlo andar via? Tu resteresti a chiacchierare sino a mezzanotte, che ti parrebbe sempre d'aver cominciato un quarto d'ora fa.

Manzoni- Che calunnia?

Teresa Manzoni - Sa, Rosmini, io non le ho fatto mandare la carrozza che con questo patto: che la facesse ritornar presto a Lesa. Vorrei ritenerla qui, io, qui: eh! sempre: Alessandro non sta di buona voglia, se non quando ha amici da parlare: e poi lei! Ma per il tempo, sa, è così umido, non vorrei s'ammalasse. Non me ne consolerei, se credessi che averla tenuta troppo a lungo avesse dovuto aver lei, non che altro, un doloretto di testa.

Rosmini - Sempre cortesissima, la signora Teresa, delle cure che si piglia per la mia salute.

Manzoni- Ma ancora un pochino, poi, non ci sarebbe niente di male.

Teresa Manzoni- Ma no, ma no, ti dico: i cavalli sono all'ordine: via, parlerai domani.

Manzoni- Non c'è via. Sa, voglio dirlo all'orecchio a lei, sa il nome che ho dato a mia moglie?

Bonghi - Quale?

Manzoni- Il comitato di salute pubblica.

Bonghi - Ha sentito, la signora Teresa, quel che m'ha detto?

Teresa Manzoni - Ho sentito.

Bonghi - Veda come la rimeritano delle cure e delle pene che si piglia.

Teresa Manzoni - Che vuole? Noi donne ci siamo assuefatte a queste ingratitudini.

Rosmini- A rivederla, signora Teresa, domani.

Teresa Manzoni - Se il tempo permette.

Marchese di Cavour- Le presento i miei complimenti, e se mai non riuscissi a vederla un'altra volta, se ha comandi a dare per Ginevra, parto diman l'altro.

Teresa Manzoni - Ah parte? Dunque non la vedremo più? Son davvero dispiacentissima. La ringrazio molto della sua cortesia. Grazie: non ho nulla a volere da Ginevra: altro che la faccia ripartir presto e ritornare sul lago. Addio, dunque: al piacere di rivederla.

Marchese di Cavour- Si ritiri intanto: non venga più in là, se non vuol mostrare d'avere poca fede a' suoi precetti.

Rosmini- Vero: basta sin qui. Addio: addio.

Bonghi - Il Manzoni ci accompagna un pochetto?

Teresa Manzoni - In sin giù alle scale; Alessandro, e non più oltre: torna subito in su, fammi grazia.

Bonghi - E se vuole, le dirò io. Noi altri uomini ci manca il senso comune. Stavamo a cicalare dell'essere: senza pensare che, all'essere, l'umido non gli fa nulla, e noi poverini ci pigliamo dei raffreddori[48].

Note

________________________

[1] La partenza del Manzoni è confermata in una Lettera del Rosmini al Tommaseo, Stresa 9 settembre 1852: « Il Manzoni ch'è ancora qui, se ne va in Toscana a trovare le figlie ma, spero, tornerà qui ancora prima del verno » (Cfr. v. MISSORI, Niccolò Tommaseo e Antonio Rosmini, carteggio edito e inedito, vol. III, contributo del CNR' Milano 1967-69; il passo citato in vol. II, p. 379 nota 4).

[2] Nel Diario manoscritto, l'intero Dialogo occupa i due seguenti gruppi di fogli: 321v.-339; 351-377v.; per errore di numerazione, dopo il f. 351, il Bonghi fa seguire il f. 360.

[3] Ms. f. 321v.: «Sempre bene, e quando vedo lei bene, farei », cancellato. 

[4] Ms. ibid.: « Domeneddio; e non c'è da dolersi d'altro se non che sia così ». 

[5] Ms. ibid.: « E del vostro ospite napoletano; non so: è venuto con voi. Dev'essere restato giù a parlare con qualcuno ». 

[6] Ms. ibid.: i due « son » sovrapposti a « è ». 

[7] Ms. f. 322v.: aveva scritto: « Qui non si tratta di godere: ma di profittare; quando con il Rosmini e il Manzoni... » 

[8] Ms. f. 323: « Socrate » è sovrapposto ad « Aristot. » non finito e cancellato. 

[9] Morando, p. 104 nota 2: « Menecrate, accademico, personifica il gusto della contraddizione. E il Bonghi in questo luogo si dipinge ».

[10] Morando, p. 105 nota 1: « Appunto la Teosofia, i cui primi tre volumi contengono l'Ontologia che discute le presenti questioni». 

[11] Ms. f. 325: « raziocinativa »; Morando, p. 106: « razionalità ».

[12] Ms. f. 325: « La natura della nostra ragione »; Morando, p. 106: « la nostra ragione ». 

[13] Ms. f. 326v.: « cause »; Morando, p. 108: « cose ».

[14] Ms. f. 327v.: « più »; Morando, p. 108: « qui ».

[15] Ms. f. 327v.; Morando, p. 108: « altro » manca. 

[16] Ms. f. 328: Al bordo sx, una nota a matita: « Spinoza » sembra, ancora una volta, della grafia del sen. Negri. 

[17] Ms. f. 330: « necessiti »; Morando, p. 110: « determini ». 

[18] Ms. f. 332v.: La battuta del Manzoni è stata sovrapposta: era scritto: « Duro: ma forse si troverà ».

[19] Ms. f. 333v.; Morando, p. 114 nota: « Trovo nel Diario in data 5 novembre: "Si chiama arbitrio in un giudice il decidere un caso con una teorica fatta a proposito di quel caso, e non determinata da una legge anteriore. Però ogni legge repressiva sulla stampa è arbitraria. La legge non determina mai proprio la decisione: di quel caso che si presenta: e anche questo è scelto a punire tra altri mille, che accadono, senza che ci sia ragione di punir esso piuttosto che un altro. Così diceva il Manzoni: ma non mi pare d'aver colto bene". L'11 novembre, poi, dopo una visita del Manzoni a Stresa, registra: "Arbiter viene da ad e bito: e vale lo stesso che adveniens, adiens; pigliò il significato che ha per la stessa analogia che noi diciamo un terzo a un testimonio, a uno che decide tra altri due". Faccio notare che a Stresa, come s'è anche visto nel Dialogo sulla lingua, era presente il Devit, autore del Lexicon Forcellinianum, il quale appunto alla voce Arbiter dà questa etimologia; vedasi pure alle voci Ad, Beto, Bito. Essa è, poi, confermata dal Curtius che fa descrivere la parola arbiter dal prefisso ad dissimilato in ar e dalla radice ba (cfr. greco βαίνω e βάτηρ in Esichio) che ha dato il verbo bitere. Plauto [Mercator, 464] ha ad portum ne bitas [Curculio, 142]. S'incontrano anche forme dei composti abitere [Epidicus, 304], adbitere [Captivi, 604], interbitere [Mostellaria], prwterbitere [Epidicus, 433], rebitere [Captivi, 380, 409, 696, 747]. Altri esempi si hanno nei frammenti di Pacuvio e Pomponio ». (Cfr. c. CURTIUS, Grundzüge der Griech Etymologie, 5 Aufl. 1879, p. 473).

[20] Seguono dodici righi molto rielaborati e infine annullati.

[21] Ms. f. 334: Periodo molto rielaborato. 

[22] Paradiso, iv' vv. 1-6: « Intra duo cibi, distanti e moventi/D'un modo, prima si morrìa di fame/Chi liber uomo l'un recasse ai denti.// Sì si starebbe un agno intra duo brame/Di fieri lupi, egualmente temendo;/Sì si starebbe -in cane intra duo dame ». 

[23] Ms. 334v.: annullato: « Manzoni - Ma quell'asino avrebbe quell'energia e potrebbe porre quell'atto? » 

[24] Ms. f. 336v.; Morando, p. 117: « quello che è possibile ora al contrario ». 

[25] Ms. f. 336v.; Morando, p. 118: « probabilità ». 

[26] Al margine sx una postilla indecifrabile: « V. Olimp.[ ? ] », « sant'Agostino [ ? ] » 

[27] Ms. f. 337v.; Morando, p. 118: « Noi concepiamo sempre e concepiamo soli atti secondi». 

[28] Ms. ibid.:« vero » è nell'interlinea sovrapposto ad una prima stesura: « del sottilissimo Giorgio », pensava forse ad Hegel?, poi annullato e precisato con: « ch'era Gian Teofilo Fichte »; in effetti il nome del Fichte qui viene italianizzato dal Bonghi richiamandosi più al greco: Teofilo, che al latino: Amadeus, ma non tradisce il senso del nome: Gottlieb, che fu dato a battesimo del Fichte. 

[29] Ms. f. 339: a questo punto il Dialogo viene interrotto da note di Diario (dal 23 settembre al 30 settembre). Al f. 351 si premura di annotare, a centro pagina: « 30 settembre-Dialogo-[Continuazione] ». 

[30] Ms. f. 363v.; Morando, p. 124: « condizione ». 

[31] 2Ms. f. 363v.: «desiderato» è annullato con inchiostro azzurro e corretto con «disperato» (lezione accettata dal Morando, p. 124), ma la grafia sembra del sen. Negri. La correzione non si giustifica: il Bonghi vuol dire al Manzoni che è suo desiderio « salire » come, in effetti, avviene. 

[32] Ms. f. 366v.: « è distinto »; Morando, p. 127: manca. 

[33] Ms. f. 367: prima di «dottrina» ha cancellato «opinione» e la sovrapposta «sentenza». 

[34] Ms. f. 367v.: battuta d'invito al silenzioso Rosmini, sovrapposta ad una precedente del Manzoni: «Vuole che glielo dica io un po'?»

[35] Ms. f. 368: con l'intervento del Rosmini, il Bonghi cancella nove battute: stessi concetti, ma meglio espressi nel rifacimento. 

[36] Ms. f. 368v.: periodo molto rielaborato. 

[37] Ms. f. 369: è chiaramente « chi »; Morando, p. 129: « che ».

[38] Ms. f. 368: «idea»; Morando, p. 129, «reale»: sostituzione che si conferma ingiustificabile per lo sviluppo del discorso. 

[39] Ms. f. 371V: « Talete » è sovrapposto a « non so chi ».

[40] Ms. f. 37M: risulta annullato: « Non guardate alla poca precisione della frase che userò: sarebbe malagevole nella lingua umana di far a meno di prima e di poi ». Una successiva stesura nell'interlinea dice: « Non guardi troppo per sottile alla precisione delle parole: di Dio non si può parlar preciso: e dire poi come bisogna sfrondar le parole, per non far loro dir troppo, o piuttosto, troppo poco ». Il tutto è poi annullato con unico tratto. Il testo qui riprodotto è quello che riprende dal termine della correzione. 

[41] Ms. f. 373v.: « pensabilità »; Morando, p. 135: «possibilità ».

[42] Ms. f. 374v.: « l'atto potremmo dire nell'atto dell'essere divino »; Morando, p. 136: manca. 

[43] Morando, p. 136: « Insidenza o insessione sono parole usate sempre dal Rosmini parlando appunto dell'essere e delle forme dell'essere ». La sottolineatura è del Morando. 

[44] Ms. f. 375: « l'avvivi »; Morando, p. 136: « l'arrivi ». 

[45] Ms. f. 375v.: « nell'inadeguatezza »; Morando, p.136:« nell'indegnatezza ». 

[46] Ms. f. 376: « convertiti »; Morando, p. 137: « convertibili ». 

[47] Ms. f. 376v.: « distinzione »; Morando, p. 137: « distrazione ».

[48] Ms. f. 377v.: il Dialogo è così precisamente databile: iniziato il 22 settembre, ripreso a più tappe per la presenza di più amici sul lago, e, dopo necessari approfondimenti di temi aristotelici, finalmente il 30 settembre risulta concluso.

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Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011