Ruggero Bonghi

LE STRESIANE

Dialoghi

di

ALESSANDRO MANZONI

con

ANTONIO ROSMINI

02

SECONDO DIALOGO

Nel manoscritto, a metà pagina del foglio 245v., appostavi la data del 30 agosto, il Bonghi inizia la stesura di questo secondo Dialogo. Essa sarà più volte interrotta e rielaborata, frammista a note di Diario, per la presenza sul lago di numerosi amici. Oltre i già noti interlocutori, in questo Dialogo interviene anche il marchese Gustavo di Cavour. Già conosciuto dal Bonghi nel suo primo soggiorno a Torino (1850), la loro amicizia si era rafforzata nell'estate dello stesso anno perché anche il Marchese era ospite del Rosmini a Villa Bolongaro, durante i riposi estivi dai suoi impegni ginevrini. Frequenti riferimenti a questa comune amicizia si possono trovare nell'epistolario tra Bonghi e Rosmini, del 1851, nel periodo del secondo soggiorno del Bonghi a Torino e successivamente a Parigi.

Il Marchese è fratello del più noto Camillo Benso conte di Cavour. Egli aveva contribuito a diffondere in Francia il pensiero del Rosmini con un suo scritto intitolato Fragments de Philosophie. Insieme al fratello Camillo si interessò alla pubblicazione delle Stresiane, per l'amicizia col Mamiani, e si adoperò per la nomina del giovane Bonghi alla cattedra di Logica nell'Università di Torino. Si giustifica in questo contesto di rapporti la lettera dedicatoria al Marchese, del 1854, anno di pubblicazione della Quarta Stresiana; si veda il testo più avanti (p. 181).

Il Bonghi segnala l'arrivo del Marchese a Stresa, nell'estate del 1852, nel suo Diario del 14 luglio:

« Quest'oggi è venuto a Stresa il Marchese Cavour che è persona gentilissima e coltissima. Ha questionato molto coll'Abb. R. sul matrimonio, né s'intenderanno mai. Il R., a senso mio, ha torto; ma non si può parlargliene che si riscalda e soffre»[1].

Di queste animate discussioni sul matrimonio troviamo eco in una lettera, da Stresa, 4 agosto 1852, scritta dal Bonghi alla Collegno e da lei commentata nel suo Diario[2]. Dal Diario del Bonghi sappiamo ancora che il Marchese si tratterrà a Stresa fino ai primi giorni di ottobre, se è vera la conclusione della Terza Stresiana nella quale saluta donna Teresa prima di ripartire per Ginevra.

Non si conosce il motivo che lo fa essere assente al precedente Dialogo. Il Bonghi ne prende spunto per far dire al Rosmini: « [...] ripropongo la questione chè, se non sbaglio, il Marchese non c'era quando io la dissi due giorni f a ». E lo stesso Bonghi si impegna a riesporla: «per provare se l'ho afferrata io» e, ancora, «per conchiudere il discorso di prima e poiché non volete conchiuderlo voi, dovete lasciarlo conchiudere a m ». Il Rosmini «tace» meno del solito e il Manzoni, col pretesto del suo «intoppo nella lingua» stimola gli interventi del Marchese e del Bonghi che, facendolo dire dagli interlocutori, si fa questo simpatico autoritratto:

« Manzoni: È un cert'uomo [riferendosi al Bonghi] che non direbbe mai un sì, quando gli paresse no, per qualunque rispetto al mondo e quel che è più, ha tanta voglia di dir no che per fargli dire un sì bisogna che non se ne possa fare a meno; non so come il Rosmini se ne contenti.

Bonghi: La ringrazio, Manzoni, anche della seconda lode che rassomiglia ad un biasimo; e ne la ringrazio più che della prima, che mi loda troppo. Al Rosmini, poi, credo piaccia la franchezza, non è vero?

Rosmini: Certo; e però vi scelgo ad avversario. Ditemi però de' no spiattellati, quando vi pare che abbia torto.

Bonghi: Non temete per questo: che vi servirò a dovere ».

La vivacità e cordialità del tono di questi Dialoghi sgombra il campo da certi dubbi che suscitano i Colloqui del Tommaseo [3].

Questo secondo Dialogo ha inizio a Villa Bolongaro, come si può dedurre dal Diario del Bonghi che, in data 31 agosto, riporta:

« Il Manzoni venne jer sera a dormire qui. Stette a parlare sino all'undici col Rosmini e con me. Non può dormir solo in istanza: ed ha bisogno d'un letto fatto in un certo modo. Ritornò a Lesa alle dieci del mattino. Raccolgo queste fra le tante cose che disse »[4].

 

A questo passo fa seguire una serie di aneddoti su « gente che spropositasse parlando », ma la notte precedente, appena lasciata la compagnia del Manzoni é del Rosmini, si era premurato di dare inizio alla stesura di questo Dialogo.

La stesura è problematica, sottoposta a frequenti rifacimenti, come risulta anche dal Diario del 4 settembre:

« Rifaccio la dimostrazione della natura dell'individuazione; perché quella parte di dialogo, scritta il 30 agosto, nella quale l'ho dimostrata, non mi pare né ben condotta né concludente »[5].

Così pure nel Diario del 10 settembre:

 

« Jeri ho letto parecchie cose per prepararmi all'ultima parte del mio dialogo, Secrétan, il Kant, il Rosmini. Verso le tre è venuto il Manzoni che ha pranzato e dormito qui »[6].

 

Stesura disturbata, quindi, e distratta anche da quella nota di vivacità sul lago per l'arrivo dei Collegno, degli Arconati e di numerosi altri amici con i quali le visite si scambiano ripetute. Questa certa « confusione » deve indubbiamente aver contributo a non far render conto al Bonghi che il Dialogo, iniziato a Villa Bolongaro, si conclude invece a Villa Stampa, a Lesa, come risulta sia dai riferimenti al panorama sia da una precisa sollecitazione del Rosmini:

«[...] quella striscia di oro pallido che fascia un po' più su l'orizzonte, e che ci ricorda che il sole è ito a dormire e noi dobbiamo tornare a Stresa»[7].

 

 

Interlocutori: Manzoni, Rosmini, Bonghi, Marchese di Cavour.

 Stresa, iniziato a Villa Bolongaro il 30 agosto 1852. Lesa, concluso a Villa Stampa l'11 settembre 1852.

 

Manzoni - Sa, Rosmini, ho pensato a quella quistione di jer l'altro[8], e chi sa, guardi un po' per caso, ci avessi trovato il bandolo.

Rosmini - Bonghi, Marchese, fatevi in qua: sentiamo Manzoni che dice.

Manzoni - Oh no, no: volevo dire a lei. Col maestro ci è più libertà: si ha più l'ardire degli spropositi.

Rosmini - Ah! via: che spropositi davvero! Né io sono il maestro, e lei dice cose eccellenti e da poterle udire tutti.

Manzoni - Ma vedranno, sarà una cosa che non varrà nulla.

Rosmini - Non può essere se l'è detta da lei. Pure lasciamo stare i complimenti: ho voglia anch'io di sentire quel che lei ha pensato. E perché gli altri sappiano a che domanda vuol fare risposta lei, ripropongo la quistione; chè, se non sbaglio, il Marchese non c'era quando io la dissi due giorni fa. Il nodo, adunque, sta in questo: che se diciamo tutto essere necessario nell'essenza divina, c'incagliamo da un lato, perché non possiamo più asserire la contingenza del mondo, quando Iddio, ch'è un'essenza semplicissima, operi necessariamente tutto quel ch'egli operi: se invece diciamo che il mondo sia contingente, incagliamo dal lato opposto, perché contingente vuol dire che potess'essere e non essere; di guisa che l'atto divino che l'avesse posto, avrebbe potuto essere e non essere: e in Dio ci sarebbe qualcosa di contingente.

Bonghi - In somma, ripeto per provare se l'ho afferrata io, o Iddio crea il mondo per un atto necessario, e il mondo allora ancor'esso è necessario: o il mondo invece è contingente, ed allora ancora l'atto di Dio è contingente. Ora alla soluzione del Manzoni[9].

Manzoni - È una vergogna di dover parlare di filosofia innanzi a lei e a tanti altri: ma pure, animo; ecco. Il mondo ha due maniere di essere, l'una come pensato, l'altra come reale. Or come pensato è necessario e ab eterno: ma come è pensato? Come è, o come non è? Certo come è. Dunque è pensato ab eterno[10] come contingente, perché, che vuol dire contingente, se non qualcosa che non ha in sé la ragione d'essere, e che altro è il mondo, se non appunto il complesso di tutto ciò che non ha in sé la ragion d'essere? Or tutto ciò che non l'abbia in sé questa ragione, ha bisogno, sempre, ha incluso sempre nel suo concetto, che, se deve esser reale, una volontà lo faccia essere, lo realizzi, preferendo ch'esso sia un reale, piuttosto che esso nol sia. Adunque il pensiero del mondo è necessario: ma è pensiero di cosa, che non può esser reale, senza che una volontà libera qual sia lo riduca nell'atto della realità. Il contingente adunque, come pensato, da capo, è necessario: ma ha ab eterno e necessariamente questa magagna, che senza un principio volontario libero, che voglia fargli la cortesia di farlo vivere, non è buono a farsela da sé. Non può dunque non essere stato libero Iddio a creare il contingente: perché se egli non fosse stato libero, il contingente non sarebbe quel ch'egli è. Ma sa il caso?

Bonghi - Che?

Manzoni - Che parlando, parlando, mi sono accorto d'aver scambiata la quistione.

Bonghi - Come?

Manzoni - E già. Non si domandava se Iddio fosse stato libero o no di creare il mondo: ma come quest'atto, se libero, si possa conciliare coll'essenza sua ch'è tutta necessaria: se non libero, colla contingenza del mondo. Ora, io dicevo, che, poiché è contingente il creato, l'atto creativo dev'esser libero. Sì, ma se gli è contingente!

Bonghi - Ma non ha lei detto ancora, che valore abbia il dar di contingente a una cosa?

Manzoni - Sì: di non avere in sé ragion d'essere.

Bonghi - Ora il creato ha in sé ragion d'essere?

Manzoni - No: altrimenti il concetto sarebb'altro[11] da quel ch'egli è: e noi parliamo del concetto nostro presente del creato.

Bonghi - Sta bene: dunque non resta dubbio che il creato sia contingente e che però l'atto di Dio che l'ha fatto, sia libero.

Manzoni - Ma che monta? libero vuol dire che poteva non farlo: or se poteva non farlo, ci ha qualcosa in Dio d'accessorio, qualcosa che non appartiene all'essenza sua, che le si attacca, come alga marina ad un guscio d'ostrica. E qui già un intoppo grave: perché in Dio è tutto essenza: anzi egli è tutta un'unica[12] essenza. E così, un altro intoppo da rompercisi il muso: credo Cousin dicesse: on ne peut pus faire sa part au scepticisme: si deve dire il medesimo nel caso nostro: on ne peut pas faire sa part à l'accident nella natura divina. Il ladro piglierebbe tutto, perché Dio non è che un atto semplicissimo; e se l'accidente vi s'insinua da qualche lato, diventa tutto accidentale quell'atto: assurdo di assurdo.

Bonghi - Dunque...

Manzoni - Dunque la mia soluzione non scioglie nulla. O certo non scioglie il nodo che voleva. Così resta in numerosa ma in pessima compagnia: chè delle soluzioni che sciolgano non so che numero ci sia; ma, credo, che adunate a conversazione, non empirebbero tutte queste sedie che empiamo noi[13]. E la mia, oltre a quel peccato che ho scoverto appena dopo avervela detta, n'ha un altro che scovro ora che ho finito di confessarvi il primo.

Bonghi - Un altro?

Manzoni - Un altro. Il pensiero del contingente, dicevo io, è necessario. Confusione: bisogna distinguere: necessario come?

Bonghi - S'ajuti lei.

Manzoni - Come pensabile, sl; come pensato, no.

Bonghi - Ajuti ora me.

Manzoni - Ecco: ma badino loro, che non inciampichi per via: non vorrei rifarmi da capo. Il contingente, in quanto pensabile; pensato o no che sia davvero, ha una necessità Intrinseca di poter essere pensato, e pensato una volta, s'arrabbii pur ehi vuole, non potrà fare che non sia, in una mente in cui tutto è atto, pensato sempre. Ma pensato una volta, badi: senza questa volta non ce ne ha un pensiero attuale, ma ci ha solo una pensabilità, una possibilità di pensiero del contingente: non un pensiero di contingente, non un contingente pensato.

Bonghi - Conchiuda.

Manzoni - Conchiudo che non avevo detto bene. Quello che è necessario, è la pensabilità del contingente; la quale è necessaria, come ogni altra possibilità. Ora io avevo assunto come necessario il pensiero del contingente: il quale non è, più che la realità del contingente stesso. Chè, come il contingente non ha ragione d'esser reale più che di non essere, così non l'ha d'esser pensato più che di non essere. Se ci vuole una volontà, perché sia reale, ce ne vuole una perché sia pensato.

Marchese di Cavour - Insomma, lei è sempre l'uomo dei Promessi Sposi e del Discorso sul Romanzo storico. Ma ora, come non si tratta di Promessi Sposi, e che son solo a giudicare, voglio contentarla e parteggiare per le sue obbiezioni contro alla sua opera. Si sta sempre con lei.

Rosmini[14] - E anch'io starò per il Manzoni che obbietta contro al Manzoni che snoda. Mentr'egli diceva in che modo voleva sciogliere la quistione, io vedevo da me che qualcosa mancava, e la mira non era pigliata giusta. Ma come so che uomo egli sia, m'aspettava a vedergli fare quello che ha fatto. So che la verità lo fa spietato contro di lui medesimo: e che ha una certa vista acuta che gli basta guardare un po' fisso per vederla[15].

Manzoni - Sì: e restare poi al bujo. Chè ora, tra quella che avevo visto prima e quella che ho visto dopo, non ci vedo più nulla. Anzi la matassa mi s'è arruffata più che mai tra le mani. Trovi ora lei, Rosmini, il bandolo per ravviarla.

Rosmini - Ma...

Manzoni - Ma che?

Rosmini - Non è il momento oggi.

Bonghi - E voglio dire anch'io la mia!

Rosmini - Dica: saggierò io.

Bonghi - Saggiate pure: voglio salvar del Manzoni quanto più posso e a suo malgrado: mi terrò alle sue parole, come Cinegiro alla nave[16]. Colle braccia, colle mani, coi denti: avrete a ridurmi in pezzi. La pensabilità del contingente è necessaria: non è vero?

Rosmini - Sì.

Bonghi - Di che necessità?

Rosmini[17] Dite voi.

Bonghi - Logica, pare a me.

Rosmini - Che vuol dire?

Bonghi - Di quella necessità, voglio dire, che consiste nell'assenza di ogni contradizione. Il pensiero del contingente non è contradittorio: dunque il contingente è necessariamente pensabile o possibile che torna al medesimo. O ch'ei ci sia o che non ci sia una mente, quello che non implica è necessariamente tale che debba poter esser pensato da lei quando ci fosse: e se mai non potesse, non sarebbe mente, o almeno [sarebbe] imperfetta.

Rosmini - Che mostra, che non ci ha che la mente perfetta, la divina, in cui ogni pensabile possa divenir pensiero; perché parecchi pensabili possono trascendere intelletti finiti: che non torrebbe lor nulla della pensabilità loro intrinseca.

Bonghi - Nulla: ma non importa al caso mio. Dimando: quando si chiede se l'atto creativo sia necessario o libero, di che necessità si parla? Di questa logica? E domando a tutti e tre perché voglio cautelarmi contro tutti: sia pure scortesia, ma così mi pare.

Rosmini - Non di questa, certo: qui non si parla d'un atto possibile puramente o pensabile che possa avere una necessità[18] logica. Stanteché la possibilità o pensabilità dell'atto creativo è necessaria, senza nessun dubbio, tanto che quasi non val la pena di dirlo. Si parla d'un atto reale effettivo: e la necessità logica non esce dal giro dell'idealità.

Manzoni - Ed ha da spaziare. Poi, se si dicesse che l'atto creativo sia necessario d'una necessità logica, si distruggerebbe l'atto stesso: il che avrebbe il solo vantaggio di dar della scure in sul piè alla nostra quistione: con questo, però, che ne darebbe sul capo a noi stessi, e saremmo spacciati anche noi, i questionanti, presenti ed avvenire, ch'è un incomodo che compensa quel vantaggio. In fatti, se l'atto creativo ha una necessità logica, crea tanto, quanto le premesse che ci cacc ian di corpo la conclusione: e qui non ci ha un atto, dall'una all'altra: ci ha un fatto che una mente vede.

Marchese di Cavour - E in una mente resta. È una visione intellettiva d'un nesso ideale, che potrà essere anco reale, ma che non però sarebbe, anche così, inteso in quanto reale. Di guisa che se l'atto creativo fosse di questa fatta, non sarebbe[19] dei reali il suo effetto, non sarebbe un reale il suo principio, né noi uomini saremmo questi uomini che sentiamo e viviamo, né Iddio sarebbe il Dio vivente.

Manzoni - E noi saremmo solo dei pensati in un altro intelletto, come sono delle conclusioni o delle[20] premesse o dei termini d'un sillogismo.

Rosmini - Anzi neppure questo. Perché l'intelletto mancherebbe. Se la creazione fosse necessaria d'una necessità logica, vuol dire che ripugna il contrario, e non altro: vuol dire che posta un'idea, ne debba risultare un'altra idea, posto[21] un mezzo termine tra loro, che si chiamasse creazione e fosse ancora un'idea. Non aveva detto il mio avversario che la pensabilità o possibilità o necessità logica sia indipendente dalla tempera o dall'esistenza d'una mente? Dunque, quando si dice che l'atto creativo sia necessariamente logico, si esclude che potesse non essere, ma non s'include[22] che dovess'essere in una mente. Questo sviluppo ideale, che si chiama creante, creazione, e creato, si è fatto: chi l'ha visto? Nessuno: perché si è fatto? Non si sa: come si è fatto? Non si può dire: dove si è fatto? In aria, per dir così. Anzi potrei dimostrare, e facilmente, che chi dicesse che l'atto creativo sia logicamente necessario, non solo non dice con questo che s'abbia a compire in una mente, ma esclude che si possa compire in una mente. È come una visione corporea senz'occhi, che immagina. La mente infatti è un reale.

Bonghi - Caro il mio Rosmini, questo dopo. N'ho assai di quel che m'hanno detto sulla mia dimanda, e non voglio altro.

Rosmini - Dunque lasciate dire.

Bonghi - No. Bisogna conchiudere il discorso di prima, e poiché non volete conchiuderlo voi, dovete lasciarlo conchiudere a me. Se non è una necessità logica, quella di cui si parla quando si cerca se l'atto creativo è necessario, sarà forse una fisica?

Rosmini - Poiché volete andar così in punta di piedi, vi voglio seguire in punta di calcagna. Che intendete, voi, per necessità fisica?

Bonghi - Bella! quello che intendete voi.

Rosmini - Avete letto forse nei miei libri, quello che intendo io?

Bonghi - O ce l'ho letto, o ce l'avrei dovuto leggere. Necessità fisica è quella a cui sottostà il reale in quanto reale.

Rosmini In quanto reale, che viene ad atti o che resta ravvolto in sé?[23]

Bonghi - Non in quanto s'attua né in quanto non s'attua, ma in quanto è principio di atti, e naturato a seguire un ordine certo e determinato nell'effettuargli.

Rosmini - Come?

Bonghi - Mi vuol far la scuola e n'ha il diritto. Vuol saper dunque se so il come? Eccomi a Voi. Non come da sé, ma come la sua natura vuole che risponda a qualcosa d'estrinseco a lui, che opera su lui. Tal causa, tal'azione sovr'esso, tale atto suo: cambia la causa, l'azione; l'atto suo cambia. Nel reale, in quanto reale, non ci ha che una virtualità di venire all'atto in tal modo o in tal'altro, a seconda di ciò che ve lo chiama. La virtualità [è] sua, l'attività è sua, la determinazione è sua: ma la ragione di questa determinazione non è in esso: e il nesso che ci ha tra il suo determinarsi e l'efficiente estrinseco che lo determina, è stabilissimo a un tempo e variabilissimo[;] stabilissimo in quanto alla sua forma e modulo generali, variabilissimo in quanto ai modi suoi particolari che potranno essere or questi or quegli, ed altri sempre ed altri.

Rosmini - Dunque un reale anche infinito non si determinerebbe da sé, quando non fosse altro che reale?

Bonghi - No, pare a me.

Rosmini - E Iddio?

Bonghi - Non è un reale solo: o meglio è un reale la cui natura è compìta[24] come solo può essere in un infinito, che è a dire integrandosi, anzi integrata, anzi intera ab eterno con altre due. Se non che qui noi parliamo per ipotesi, distinguendo e segregando i caratteri dell'essere, che pure non istanno così segregati, e sarebbero assurdi se potessero stare.

Rosmini - Bene. La distinzione concederete che fosse necessaria.

Bonghi - Necessaria insin che vuole; ma la supponevo.

Rosmini - Meglio non supporre.

Bonghi - Insomma, ripeto: la necessità fisica è quella a cui sottostà un mero reale in quanto tale. Or questo, dico io, fosse anche infinito, anzi più quando fosse infinito e però fosse solo, non si muoverebbe mai, non verrebbe ad atto mai; cieco come una talpa e sonnolento come un ghiro, dormirebbe e starebbe accovacciato sotterra altro che sei mesi dell'anno.

Rosmini - Se dice il perché, da capo, troverà una verità per via che vi gioverà di raccogliere.

Bonghi - Come mi è paruto sempre che Atalanta fosse una bacchettona ipocrita a lagnarsi tanto di aver perduto alla corsa per essersi chinata a raccogliere i pomi d'oro! Guardate, se non si fosse chinata, sarebbe restata colle beffe lei; con quel suo modo di correre alla disperata, non avrebbe pescato un marito mai. Bel frutto di vittoria per una donna, e per Atalanta poi che non si voleva far monaca. Che discorsaccio inutile! Torno a casa: e raccolgo la verità che stavo cercando nel cervello, mentre vi sparlavo d'Atalanta. Non è questa?

Rosmini - Quale?

Bonghi - Non era poi difficile. Deve dunque essere, che il mero reale, e l'idea, sono egualmente disadatti, non dirò solo a creare, ma a produrre in qualunque modo, a generare, a divenir comecchessia. Il primo, perché ha sibbene il principio del muoversi, ma gli manca il fine e così il perché: all'altra non mancherebbe il fine in un senso, perché potrebb'esser fine, insino a certo punto, essa stessa, ma le manca il principio. L'idea non si può muovere, venire all'atto: il mero reale non ha un perché muoversi.

Manzoni - Di guisa che, se, per assurdo ma pure per un reale assurdo[25] che parecchi non veggono, ci fosse stato un reale infinito o un'idea sola[26] a principio, non solo noi non ne sapremmo nulla, ma non ci potrebb'essere nessuno che ne sapesse qualcosa.

Bonghi - Appunto: e conchiudiamo.

Rosmini - Conchiudete voi.

Bonghi - Mi levo dunque in piè e conchiudo. Quando si parla o di necessità o non necessità dell'atto creativo, se non si può voler[27] parlare di necessità logica, non si può tampoco di necessità fisica. Me lo concedono?

Manzoni - Sì.

Bonghi - E per compenso, io voglio dir più netto il mio perché.

Rosmini - Dio mio! Per una ragione semplicissima, che l'atto creativo, così nel caso che sottostesse ad una necessità fisica, come nell'altro che soggiacesse ad una logica, non ci sarebbe né punto, né poco. E non solo l'atto creativo, nel senso proprio che gli diamo noi cristiani, ma qualunque atto produttivo; per cui un reale o un'idea diventasse altra in tutto o in parte o generasse o facesse altro.

Bonghi - Vi ringrazio delle parole che m'avete risparmiato. Scusate se non m'affretto, e con un'improntitudine soverchia tenga loro altri a discuter così di cose che sanno già. Quanto alla fretta credo che certe quistione metafisiche, tant'alte che vi dànno i capogiri, se s'imballassero e spedissero bisognerebbe scriverci su: Posa piano. E poi, io voglio mi sia[28] fatta la scuola: quanto più dura, tanto più imparo. E poi e poi mi pare d'aver fatto presto. In due passi sono al termine del viaggio.

Rosmini - Vedo: ma forse intopperete.

Bonghi - Forse. Ora certo non resta che una terza maniera di necessità, ed è quella che ha la legge rispetto alla volontà libera, che ha obbligo d'eseguirla[29]. La chiamano morale!

Manzoni - Ebbene?

Bonghi - Così è necessario l'atto creativo.

Manzoni - Adunque non è libero?

Bonghi - Sì.

Manzoni Come, se è necessario?

Bonghi - Perché non è necessario che moralmente.

Manzoni - Ma necessario sempre!

Bonghi - Ma moralmente sempre.

Manzoni - Che vuol dir questo?

Bonghi - Vuol dire che è necessario solo per un essere, il cui principio d'attività è una volontà libera. Se Iddio non fosse infinitamente libero, la creazione del mondo non sarebbe necessaria; l'è, perché Iddio è libero. Infatti, una necessità morale ha rispetto ad una natura morale o no?

Manzoni - Morale: non altra.

Bonghi - E che vuol dire natura morale, se non appunto una natura reale[30] e intellettiva, i cui atti debbono metter capo in un principio intrinseco a lei, personale e libero? Ci ha moralità senza libertà? No. Dunque, se l'atto creativo è necessario moralmente, come dico io, in tanto gli è tale, in quanto spetta ad una volontà libera il porlo.

Manzoni - Ma, carissimo amico mio, necessità e libertà son parole che giocano insieme come i muli: e non so se poi, nonostante le sue parole, possa metterci davvero tra mezzo ed abbracciarle.

Bonghi - Forse no: ma non m'importerebbe: soffocherei sempre il mio avversario. Egli mi dice: l'atto creativo è necessario? E la contingenza del mondo se ne va colle gambe all'aria. Ed io: lasciamo la contingenza; di che maniera di necessità quell'atto è necessario? Morale, concedo. Dunque è necessità ad un essere che sia libero, e insin dove è libero, e in quanto la sua volontà il pone liberamente. Ma se è libero, non è necessario. Anzi, ripiglio io, se non fosse libero, non sarebbe moralmente necessario. Di quella necessità, dite, che ha una legge rispetto alla volontà libera[31] a cui è obbligatoria? Di quella. Così ci sarà una legge obbligatoria alla volontà divina? No. E la libertà[32] di Dio sarà eteronoma? No. O nell'atto di Dio ci sarà duplicità, la legge e l'attività libera che le obbedisce? No... E così tanti altri no e no e no, quanti ce ne bisognerebbero per non bestemmiare, e che mostrarei poi legittimi, quando il mio avversario avesse zittito: per il momento starei fermo su quel punto e su quello solo, che l'atto creativo intanto può essere moralmente necessario, in quanto l'attività che lo pone, è libera: e se questa non fosse libera, quell'atto, da capo, non potrebb'esser moralmente necessario. Resterebbe poi a mostrare, che sia davvero moralmente necessario, quando mi fossi persuaso che, non che una fossa, scavo un letto alla libertà divina, dimostrandolo: e mostrarlo non solo dalle conseguenze erronee, che dal contrario si trarrebbero a danno dall'essenza divina, ma dall'intrinseca indole stessa della natura divina e del suo atto.

Manzoni - Ma...

Marchese di Cavour - Ma... Scusi se l'ho interrotto. Parli pure.

Manzoni - Dica, dica lei.

Marchese di Cavour - Poiché permette, ecco quello che volevo dire. Prima che questo giovane amico nostro si metta a dimostrare questi altri punti che pare a lui restino soli a mettere in chiaro...

Bonghi - Altro che soli!

Marchese di Cavour - No?... Insomma restano; prima dunque che lei continui, io vorrei provare ad aprire un altro guado a questa libertà di Dio: il suo mi par stretto, tuttoché gliel'acconsenta. È una libertà, sì, quella che dice lei; ma non d'arbitrio non arbitraria. Ora, se anco ci fosse una libertà d'arbitrio in Dio, una non determinata dalla necessità morale, non ci basterebbe di aver conciliato solo questa colla contingenza del mondo; ci bisognerebbe con l'altra.

Bonghi - Non accetterei senza beneficio d'inventario parecchie espressioni che lei usa. Per esempio quel determinata dalla necessità...

Marchese di Cavour - Potrebb'essere. Insomma, volevo dire che io per me ammetto che Iddio, volendo pur creare, dovesse creare l'ottimo mondo possibile.

Bonghi - E scusi ancora: tuttoché non trovi ad appuntar nulla, pure vorrei osservare che anche quel dovesse non è parola esatta, sebbene noi uomini non ne abbiamo un'altra da mettere invece. Sarà però sempre bene di ricordarsi che il dovere è una di quelle parole equivoche, che sotto lo stesso suono dànno senso diverso quando son dette di Dio e quando son dette dell'uomo.

Marchese di Cavour - Vero: e l'accortezza sua mi dà gusto.

Bonghi - A me pare dovergliene chiedere scusa.

Marchese di Cavour - No: ma mi lasci arrivare al mio concetto. Adunque, che Iddio abbia creato l'ottimo mondo possibile, per me non ha dubbio; e perché non trovi a ridire lei, badi che dico l'ottimo possibile e non l'ottimo tra i possibili. Il Rosmini, non si sa in quale opera, credo[33], nella Teodicea, ha a senso mio dimostrato perfettamente quanto ci possa essere di falso in quest'ultima formola ch'è la Leibniziana. Falso, non perché ne[34] potesse risultare un[35] diverso concetto intorno a qual sia l'ottimo mondo possibile, ma falso[36] in sé, per il concetto che dà dell'intelligenza e della scienza divina.

Bonghi - Vero: e in che consista quell'errore di quella formola si vedrebbe, pare a me, chiarissimamente, quando si trattasse la seconda quistione che propose il Rosmini insieme con quella che discutiamo ora.

Marchese di Cavour - Quale?

Bonghi - Se tutti i pensabili sono distinti nella mente divina.

Marchese di Cavour - Il nodo sta in questo, che a dir tutti si pone un numero attuale infinito, e a non dir tutti pare che si faccia incompiuta la scienza divina.

Bonghi - E non le pare, che a risolvere davvero questa quistione si riuscirebbe a vedere anche meglio la differenza di quelle due formole, e l'errore di quella di Leibnizio?

Marchese di Cavour - Forse sì: ma forse non ci vuol tanto. Il pensiero s'ha a portare in un tratto nell'ottimo schema dell'universo, che concordi più colla bontà sua guidata dalla sua sapienza; non ha bisogno di smucchiare tutti i disegni possibili d'un universo e misurandogli col metro o pesandogli col litro o anche solo sguardandogli a una o più riprese, di scegliere il meglio[37].

Bonghi - Tanto più che di possibili non ce n'ha che un solo.

Marchese di Cavour - Come?

Bonghi Lasciamo stare: che non importa ora.

Marchese di Cavour - Scioglie, insomma, in bene altre e più ampie proporzioni, quel problema che sciolgono i matematici: di qual sia la curva più breve: che non hanno bisogno di cercare e misurare tutte le curve, ma ci vanno per una via più dritta.

Bonghi - E trovano che sia la cicloide.

Marchese di Cavour - Appunto. Or dunque tutto questo l'ammetto e ammetto che sin qui non cada altra libertà se non quella detta dal nostro amico. Ma qui, qui, a questo punto, proprio resto solo, e mi pare che resti sola la libertà divina.

Bonghi - Bisognerà pure che non la facciamo cascare: che è il punto questo più importante: noi non ci siamo ancora.

Marchese di Cavour - Ora dovendo essere fatti noi e tanti altri, mi parrebbe che per farci ci voglia qualcos'altro, che non è determinato nello schema mondiale: e in cui la libertà di Dio[38] è più intera ancora e d'arbitrio.

Bonghi Che sarebbe quest'altro?

Marchese di Cavour - Quello che fa me di me, e lei di lei, e questa sedia di questa sedia, e questo tavolino di questo tavolino.

Bonghi Insomma?

Marchese di Cavour - Quello in che sta la realità propria ed individua di ciascuna cosa.

Bonghi - Ed è?

Marchese di Cavour - È questo qualcosa d'impenetrabile, d'impermeabile al nostro intelletto[39] che chiamiamo materia, in cui s'appunta il nostro sentimento per avvivarla o no e che riopera sopra di esso. E di più, questo sentimento stesso, in quanto nostro, vostro o loro, questo noi, voi, quegli, che fa la personalità mia o altrui, ha alcuna necessità di sorgere, di venire a galla qui o là? No di certo. Un principio infinito con un termine infinito, che né l'uno né l'altro è Dio, perché ciascuno ha l'infinità in un solo senso, per un solo verso, e tutti e due son creati, questo principio vo' dire si sostanzia si personifica o non si personifica in tanti punti, a tante fermate?

Bonghi - Fa sosta, come dicesse, a tante poste: perché a questa piuttosto che a quella?

Marchese di Cavour - Così. Sono, direbbe il Fichte, tanti points d'arrêts dans l'infini questi principii, distinguendosi, segregandosi, sgretolandosi, mi si permetta la parola, in tanti modi. Ora qui non mi pare che la determinazione di queste fermate s'inchiuda già nello schema ideale del mondo; Iddio potrebbe scambiarle tutte, senza che questo schema fosse turbato. Perché di chiunque altro non avrebbe potuto fare il Manzoni, non di chiunque altro fatto, ma di chiunque altro da fare?

Bonghi - E perché questo me, che gli è me, non gli ha fatto far capolino in un altro corpo, o a questo corpo che è il mio non gli ha fatto far da cercine o da bavaglino a un altro me? Non è vero?

Marchese di Cavour - È il mio concetto: e non ci vedo ragioni che mel dimostri falso.

Bonghi - Insomma, poniamo che dovesse creare il suo cuoco e il suo cuoco fosse eccellente.

Marchese di Cavour - Allora?

Bonghi - E voi gli aveste ordinati dei pasticcini. Il cuoco vostro avrebbe ad ogni modo a fare dei pasticcini, né cuoco, com'egli è, vostro, ed eccellente non potrebbe non volergli fare ed eccellenti. Solamente e voi gli lascereste la libertà ed egli resterebbe libero di comprare la farina e le uova da un bottegaio o dall'altro, tanto più che nel caso nostro la qualità sarebbe la stessa.

Marchese di Cavour - Il paragone è bizzarro: pure calza sino a un certo punto. Or ci avrebbe lei difficoltà a concedere a Dio questa maniera di libertà?

Bonghi - Parecchie: pure mi pare d'aver parlato troppo io: e come non posso desiderare che d'imparare da lei o dagli altri, vediamo un po' che cosa dice Rosmini.

Rosmini - Di guisa che lei, signor Marchese, non ammetterebbe il principio degli indiscernibili di Leibnizio?

Bonghi - Infatti, secondo la sua opinione, ce n'ha a poter esser non solo due ma infiniti: quando Iddio avrebbe potuto scambiare questo me mio con un altro, senza che fosse guastato nulla nello schema dell'universo.

Marchese di Cavour - Ebbene no, non l'ammetto: o almeno non l'ammetto in questo senso, che non ci possan essere innanzi alla mente divina degli identici perfettissimi prima che Dio si sia risoluto di crear l'uno o l'altro. Mi pare, che in quest'atto stesso, a un de' suoi capi, ci resti tanto di soprappiù che la volontà divina non trova norma nell'ottimo prescelto, e però si risolva d'arbitrio.

Manzoni - Ma giusto?

Marchese di Cavour - Certo.

Manzoni - Dunque la norma ci è[40].

Rosmini - Il Manzoni, con questa piccola dimanda, ha voluto scavare un'altra fossa alla sua dottrina: se n'è accorto, signor Marchese?[41]

Manzoni - Le pare? Non solo se ne sarà accorto ora il Marchese, ma l'avrà prevista da un buon pezzo, anzi ci avrà già la sua risposta. Pure, caro il mio Rosmini, se non mi vuole far pentire di quella paroletta gittata là a caso, la lasci stare, almeno per ora: e continui a zappar l'orto al luogo di prima. Chè mi pare che non si possa in nessun luogo meglio seppellire e cantare il requie[42] a questa dottrina dell'individuazione indeterminata. Quando ci si sia mostrato assurdo che l'individuazione sia nel modo che suppone quella dottrina, è fatto tutto. Potremo subito intonare sit terra levis, e tornare a casa.

Rosmini - Farò a modo suo. Adunque, per dirla, ho lungamente dubitato io stesso, che potesse esser vero quello che sostiene ora il Marchese. Perché, facevo io da me a me, in luogo di quell'Adamo spirato lì nel Paradiso terrestre e di quell'Eva che gli ha presentato il frutto e l'ha persuaso a mangiarne, perché non avrebbe potuto Iddio fare un altro Adamo ed un'altra Eva, che non avessero punto punto differito da' due che fece davvero, se non solo in questo, che i loro me fossero stati diversi da quei che furono? Che cosa ha determinato questa meità, uso una parola che ho proposta nella Psicologia e che mi par necessaria per rendere l'Ichheit de' Tedeschi, questa meità, dico, d'Adamo, perché non potesse essere un'altra? Che ha di necessariamente me tutto quello che non è proprio me in me[43], perché non potesse individuarsi, personificarsi in un io diverso da questo me in cui si personifica ora?

Marchese di Cavour - Appunto questo perché manca.

Rosmini - Non manca veramente quando ci si pensi e ci si ripensi su con grande ostinazione. A me pare averlo trovato. Pure ci ho avuto due grandi difficoltà, e saranno quelle che m'impediranno forse di convincere davvero il Marchese della mia ragione.

Manzoni - Quali difficoltà, di grazia?

Rosmini - Due, come le dico. L'una generale ad ogni meditazione intorno alla realità. Ed è chiaro che vi dev'essere bujo assai, e assai impossibile di camminarvi altro che a tentoni. Chè, mi dica, può parlarsi mai del reale, senz'averlo percepito intellettivamente prima e così pensato in idea? No, senza dubbio. Ora percependolo, non solo gli si aggiunge qualcosa che non è propriamente suo, ma [qualcosa] che è di natura affatto contrapposta alla sua. E ponete pure che il reale non potess'essere, se non fosse pensato in una mente sempre, non sarà già reale, in quanto pensato, e per sapere quello ch'egli sia in quanto mero reale, bisogna, scordarvi di quello ch'egli è in quanto reale pensato. Così pensato ha qualcosa di universale, di necessario, di possibile e d'infinito. Gli è tutto rubato; perché son caratteri questi della forma del pensiero, e non della materia sua: il reale, pensato una volta, gli ha, e appunto perché non si può concepire un'entità intera e compita, illimitata o limitata, che non gli abbia in qualche modo, appunto, voglio dire, per questo, il reale, se non fosse pensato, non potrebb'essere neppur reale: ma questo però non fa che come reale gli abbia. Insomma, in quanto al reale spetta questo nome reale, non gli ha: dunque, checché possa essere della necessità di avergli poi o prima comechessia, quando vogliate parlare di esso solo, non dovete darglieli. Or guardate che difficoltà sia questa, parlare di una cosa, della quale non si può discorrer giusto, senza scordarsi di quel che fa che potete parlarne: che è tutto ciò, che gli avete aggiunto nel concepirla.

Manzoni - Voglio sperare che l'altra difficoltà sia piccola al paragone.

Rosmini - Ahimè! No; pure non è forse egualmente grave. Sta in questo, che noi parlando dell'animale, sia meramente sensitivo, sia intellettivo e libero, sogliamo farne, per nostro commodo certe anatomie le quali, ch'è peggio, hanno fondamento vero nella natura, e però ci agevolano più una illusione.

Manzoni - Quella di parlar poi di ciascuna delle parti come se fosse un tutto che stesse da sé?

Rosmini - Appunto. Distinguiamo per via d'esempio anima da corpo, e sta bene: poi chiaccheriamo dell'anima come se fosse tutta una creatura, senza pensare che divisa e scompagnata dal corpo è un astratto, che può avere tanta realità, quanto un albero che non sia fico o melo, o pero o qualcos'altro.

Marchese di Cavour - Veggo che con tutto questo s'è premunito assai bene contro quell'effetto così probabile delle discussioni, nelle quali è tanto raro che i discutenti riescano a persuadersi l'un l'altro. Quando non fossimo più felici ora, non si potrebbe neppur sapere di chi sia stata la colpa. Potrebb'essere della materia stessa del discorso ch'è tutta nodi. Pure voglia provare.

Rosmini - E si contenta ch'io provi per via d'interrogazioni a questo giovine? così forse uscirà il discorso più netto, ed avrò più libertà io stesso d'indirizzarlo a mio modo.

Marchese di Cavour - Mi contento certo.

Manzoni - Non concede poi troppo. È un cert'uomo [il giovane Bonghi] che non direbbe mai un sì, quando gli paresse no, per qualunque rispetto al mondo: e quel che è più, ha tanta voglia di dir no che per fargli dire un bisogna che non ne possa fare a meno; non so come il Rosmini se ne contenti.

Bonghi - La ringrazio, Manzoni, anche della seconda lode che rassomiglia a un biasimo; e ne la ringrazio più che della prima, che mi loda troppo. Al Rosmini, poi, credo piaccia la franchezza, non è vero?

Rosmini - Certo; e però vi scelgo ad avversario. Ditemi però de' no spiattellati, quando vi pare che abbia torto.

Bonghi - Non temete per questo: chè vi servirò a dovere[44].

Rosmini - Or cominciamo...

Bonghi - Donde volete.

Rosmini - Che fretta! Da una cosa alla quale non mi dovete rispondere voi. Prego il Marchese di dirmi, se le parrà che basti quando avrò dimostrato che l'ipotesi di quei due individui uguali nel pensiero di Dio, tra i quali egli scelga d'arbitrio per creare l'uno o l'altro, è assurda sia che si parli di creature personali, sia di meramente sensitive.

Marchese di Cavour - Mi pare che non potrei esigere altro.

Rosmini - Dunque cominciamo.

Bonghi - Dalle personali.

Rosmini - Appunto: ma non anticipi sulle mie dimande: altrimenti rischieremo di fare parecchie confusioni e di doverci poi rifare da capo parecchie volte.

Bonghi - Come la penale è forte, non dubitate, che non trasgredirò la legge volontariamente mai.

Rosmini - Bene. Che cosa dunque costituisce una persona?

Bonghi - Morale?

Rosmini - No; naturale, che è la radice, o meglio il letto dell'altra.

Bonghi - La coscienza dell'io.

Rosmini - Spieghiamoci meglio. Quando avete la prima volta detto io, avete avuta a un tempo la coscienza di voi o no?

Bonghi - Certo.

Rosmini - Dunque io val coscienza di per sé solo.

Bonghi - Senza dubbio.

Rosmini - Dunque quella frase coscienza dell'io vale: coscienza d'una coscienza che si chiama io.

Bonghi - Concedo.

Rosmini - Esprime dunque una riflessione almeno di secondo grado, e potrebbe esprimerne una d'un grado qualunque.

Bonghi - Come?

Rosmini - Dicendo io, m'avete concesso, dite una tal coscienza: non è vero?

Bonghi - E coscienza vuol dire il principio intellettivo che si piega sopra sé per conoscersi come principio d'un atto.

Rosmini - Adunque ogni coscienza è una[45] riflessione?

Bonghi - Purché non s'intenda che ogni riflessione sia un'astrazione.

Rosmini - Perfettamente. Or che è quella coscienza, che chiamate io? Pensandovi su, dietro quel che m'avete detto, potrete cacciarne le mani da voi.

Bonghi - Pare anche a me. Consiste, direi, in quella cognizione che piglia di sé il principio intellettivo in quanto proprio ad una natura ed incomunicabile ad altra.

Rosmini - Adunque quella coscienza che è l'io, sarà, poniamo una riflessione di primo grado: e la coscienza di quella coscienza sarà di secondo?

Bonghi - Ma come dice che possa anco essere di altro grado qualunque?

Rosmini - Forse vi pare impossibile di riavere coscienza di questa seconda coscienza, o voglio dire, di riconoscerla con un terzo atto riflessivo? O piuttosto credete che avreste, con questo terzo atto, una cognizione diversa da quella che col secondo, vo' dire altro che una coscienza dell'io?

Bonghi - Né l'un né l'altro.

Rosmini - Adunque...

Bonghi - Avete ragione.

Rosmini - E quelli i quali credono che in quelle parole vi sia un'espressione spontanea d'un pensiero diretto...

Bonghi - Errano in grosso: gli è un'espressione riflessa d'un fatto riflesso.

Rosmini - Ora arriviamo a quello che c'importa e che ne fa il fondo. Quell'atto intellettivo, col quale percepite voi e mediante cui dite io, chi il fa?

Bonghi - Bella! io.

Rosmini - Con questo però, che non sapete di farlo voi.

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Il che non fa, che potrebbe farlo altri che voi.

Bonghi - No certo.

Rosmini - Adunque voi eravate, e non potevate non essere anteriormente a quell'atto? Solamente non eravate a voi.

Bonghi - Altrimenti quell'atto o non si sarebbe potuto fare, o sarebbe stato inutile a fare.

Rosmini - Mi piacete. Ora ditemi: che cos'eravate prima?

Bonghi - Non so.

Rosmini - Poniamo, un sentimento. Sapete, è la dottrina mia, che non potremmo dimostrar qui: ma vedrete da voi stesso, che qualunque cosa foste stato avanti, non varierebbe nulla il resto del discorso. Qualcosa dovevate essere: poniamo, un sentimento. Dimando ora, uno qualunque, o uno determinato?

Bonghi - Uno determinato.

Rosmini - Ma non dubitate, rispondendo così, di saltare a piè pari la quistion del Marchese?

Bonghi - No: perché il Marchese parla d'individui possibili, nei quali crede che possa essere vago e determinabile ancora, dove noi parliamo qui d'un individuo sussistente. Non è vero, signor Marchese, che lei non ci ha difficoltà, e che nel caso nostro non si possa rispondere altro che determinato?

Marchese di Cavour - Certo non altro. Anche il Fichte, credo, risponderebbe così, postagli la quistione in questo modo.

Rosmini - Adunque andiamo avanti senza paura d'esser colti alle spalle. Dicevamo, dunque, che fosse prima un certo tal sentimento determinato, che vuol dire proprio questo, che ora chiamate io, ed incomunicabile ed inconfondibile con altro?

Bonghi - Sì.

Rosmini - Se però questo sentimento non fosse stato questo qualcosa di proprio che diciamo, e se non avesse avuto il sussidio d'un principio intellettivo, non avreste voi mai potuto dir io?

Bonghi - No.

Rosmini - Né se fosse stato un sentimento qualunque?

Bonghi - Neppure.

Rosmini - Adunque, a torre da voi tutto quello che v'aggiungete dicendo io, tutto quello che, sendo pure in voi, non è però propriamente ciò per cui dite io, resteremo con questo checchessia che noi, ripensando, chiamiamo io.

Bonghi - Appunto.

Rosmini - E sarà?

Bonghi - Quel proprio del sentimento per cui è il vostro e non l'altrui; e che posso indicarvi così, ma non credo che né voi né io potremmo definir meglio.

Rosmini - Forse; ma non importa ora. M'importa bensì di dimandarvi se voi poteste pensar voi, pensandovi altro che in questo proprio del sentimento vostro?

Bonghi - Impossibile.

Rosmini - E potreste pensare me, o il Manzoni o il Marchese, se non pensando, per ciascuno, il proprio del sentimento suo?

Bonghi - No.

Rosmini E quando aveste pensato questo lor proprio; avreste a far altro a pensarli come tanti me individuali?

Bonghi - No: perché in ciascuno di questi me, in quanto me, non c'è altro.

Rosmini - Dunque, se non pensaste questo lor proprio, non li pensereste punto, e se pensaste questo lor proprio gli pensereste tutti?

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Or perché non potreste pensar due di loro, come affatto eguali?

Bonghi - Non vedo perché non potrei.

Rosmini - In questo caso, che pensereste d'affatto uguale in loro?

Bonghi - Quel proprio, per cui ciascuno di loro non è l'altro.

Rosmini - E che può esserci d'uguale in questo proprio?

Bonghi - Veramente a pensarci su, nulla, mi pare ora.

Rosmini - Perché?

Bonghi - Perché questo proprio che gli differenzia è un che semplicissimo, e pure è quel solo che gli fa persone.

Rosmini - E però, volete dire, se fosse eguale tra i due individui, quei due farebbero uno?

Bonghi - Necessariamente, mi pare, quando quel checché di proprio, che facesse persona l'uno, fosse eguale a quel checché di proprio che facesse persona l'altro. In che, in quanto persone, si distinguerebbero, se in quello in cui sono persone non si distinguono?

Rosmini - Ma si distinguerebbero numericamente, non specificamente?

Bonghi - Come?

Rosmini - In modo che siano bensì due persone distinte come esistenti, ma però pensate con una stessa idea specifica piena, come possibili?

Bonghi - Non mi pare.

Rosmini - Non è: ma bisogna dir la ragione.

Bonghi - Guidatemi voi.

Rosmini - Pure non avete che a insistere su quello che avete detto.

Bonghi - Mostratemelo.

Rosmini - L'idea specifica piena contiene, è vero, tutto quello che bisogna ad integrar la cosa di cui è specie, con questo che le manca solo di sussistere come reale?

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Ora nel caso nostro, che è tutto quello che basta ad integrare il che della specie della persona?

Bonghi - Il proprio di quel sentimento, che è il suo.

Rosmini - Ora, se questo proprio c'è, la persona c'è, e la sua specie piena c'è: se questo proprio manca, la persona e la sua specie mancano.

Bonghi - Or bene, dicono, Iddio pensa due di questi proprii, di queste persone, tra cui poi fa reale quella che gli piace.

Rosmini - Non usciamo dai termini: che Dio possa vedere infinite persone possibili, e realizzare piuttosto questa che quella, è quistione diversa: è quistione che riguarda lo schema ideale dell'universo e il modo in cui lo determina Dio. Or non si disputa di questo tra il Marchese e noi: ma bensì che Dio, determinato questo schema, possa poi nel realizzarlo scegliere d'arbitrio fra individui affatto eguali che gli si presentassero innanzi per venir messi all'esistenza. Non è vero, Marchese?

Marchese di Cavour - Appunto.

Rosmini - Or dunque, non m'avete a dir voi che Dio possa pensare parecchi di questi proprii, di queste persone: e scegliere tra questi parecchi in quanto[46] possibili. E altra quistione. Son tutti diversi: gli può dunque distinguere, e se scelga poi o no anco tra i diversi, lo direte poi voi se vi pare. Ora stiamo a vedere se possa avere dinanzi alla mente due persone affatto eguali, di guisa che non trovi in loro, rispetto alla esecuzione del suo disegno creativo, nessuna differenza: onde, per non restare in bilico, si risolva d'arbitrio a crear l'uno piuttosto che l'altro.

Bonghi - Ma l'ipotesi è assurda.

Rosmini - Bravo: ma perché?

Bonghi - Non state a' patti: dovete interrogare voi. Rosmini Avete ragione. Ditemi dunque: penserebbe Iddio, in questo caso, le due persone o no?

Bonghi - Certo.

Rosmini - Or come le penserebbe due e non una?

Bonghi - Riferendole ad uno spazio diverso.

Rosmini - Qui non ci ha spazio: non ci ha che due me, e solo pensati.

Bonghi - O, se vi par meglio, ad un tempo diverso.

Rosmini - Qui non ci ha tempo: non ci ha ancora che me.

Bonghi - Infine, all'atto diverso per il quale sussisterebbero.

Rosmini - Non sussistono, in quanto me: e, quand'anche fosse, non sussistono ancora.

Bonghi - Non capisco che pretendiate dal mio me, ora.

Rosmini - Pretendo, che o trovi la differenza nei me stessi. o mi conceda che non si possono distinguere.

Bonghi - Ma nei me stessi non posso, quando si suppone che siano affatto eguali.

Rosmini - Perché non essendo, come me, se non sola una cosa, sendo eguali in questa, sarebbero affatto identici, e però non distinguibili l'uno dall'altro.

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Ma ci ha più e meglio.

Bonghi - Che?

Rosmini - Dire due me uguali è un controsenso.

Bonghi - Come?

Rosmini - Come? vel dirò io. Quando dite: ecco due fichi eguali, che cosa intendete?

Bonghi - Che non vi ha nulla nell'idea specifica piena dell'uno, che non si trovi nell'idea specifica piena dell'altro.

Rosmini - Che è il caso d'un'eguaglianza perfetta. Orbene, quando dite due io eguali, vorreste dire che non ci sia nell'idea specifica piena dell'uno niente che non istia ancora nell'idea specifica piena dell'altro?

Bonghi - Ciò è un assurdo, il vedo da me. Infatti, nell'idea specifica piena dell'uno non ci ha che questo: quel proprio per cui è , e per noi non ha da far niente coll'altro.

Rosmini - E che essenzialmente lo differenzia dall'altro, e in cui l'altro, se vuole esser altro, non ha da aver niente di comune, non che di uguale con lui.

Bonghi - E per non portarci la battuta a vicenda, potremmo finirla, perché ci accordiamo perfettamente.

Rosmini - Sì; e conchiudere, che dire che ci sia in Dio il concetto di due me uguali, dei quali possa tor l'uno o l'altro senza dirsi il perché, è contradittorio.

Bonghi - E passare ad altro.

Rosmini - No: v'ho tenuto così sulla corda, e su una corda così sottile, per farvi approfondir meglio la materia, e perché la quistione ha molto maggior rilievo rispetto alla creazione delle persone; non perché ce ne fosse bisogno a concludere quello che volevamo.

Bonghi - Iddio vi benedica: ora dobbiamo dunque rifarci da principio?

Rosmini - Neppure. Ci tocca vedere, che è falso ancora che Dio possa distinguere quei due me uguali per un rispetto diverso che avessero collo spazio e col tempo.

Bonghi - Diacine! Gli avessimo a toglier troppo! Ma forse ci lascia cantare, né poi se ne dà pena: Egli s'è beato e ciò non ode[47].

Rosmini - No: ode. Ma il caso è che non gli si può toglier nulla. Quello che noi per via di ragione retta e di raziocinio giusto gli neghiamo, restaura nella mente nostra il concetto della sua natura in quell'infinità ch'egli ha nella sua sussistenza e nell'intelletto di coloro che ne hanno l'intuito. Quando noi gli attribuiamo qualcosa che non gli spetta, non le diamo già nulla, ma le togliamo tutto: chè questo qualcosa, che par un più ed è un meno, se mai l'avesse lui, turberebbe la purità infinita e consenziente della sua essenza, anzi vorrebbe annientarla per via d'una lotta interna ed inconciliabile. E l'essenza non possiamo, chè è troppo su: ma l'idea, in quanto l'abbiamo e che si può dir nostra, possiamo pur renderla contradittoria. E quanti non lo fanno e non lo hanno fatto: e per quanto diverse vie e diversi motivi! E come la scienza si duole tutta d'una falsità qualunque che si mescoli nel concetto, di quello che pure è il primo ed essenziale conoscibile. Manco male, che quel concetto ha il rimedio in sé stesso d'ogni deturpazione che se ne fa; chè, come semplicissimo ch'egli è, non può fare, per piccola che paja la macchia, che non si macchi tutto, per infinito ch'ei sia, quell'essere che rappresenta: di guisa che, se nol nettate subito o togliete via quell'imbratto, vi vien meno tra le mani e si dilegua.

Bonghi - ... Stiamo mille miglia lontano dalla quistione nostra.

Rosmini - Sì: ma vicinissimo ancora: chè non s'è lontano da nulla quando si parla di Dio. E chi sa, tutto quello ch'è detto ci farà più liberi e più franchi a cercare quello che resta.

Bonghi - Anzi certamente: e però andiamo pure, chè la via lunga, per dirla con Dante, ne sospigne[48].

Rosmini - La farò breve, il più che potrò: pure in queste materie le scorciatoie non accorciano sempre. Ditemi un po': l'io, non è vero? l'abbiamo scomposto così: un principio intellettivo che percepisce, un sentimento ch'è percepito: e poi, ch'è il proprio fondo di questo che diciamo io, una tal condizione di questo sentimento, per cui è così proprio d'un essere, e singolare, che è chiuso ad ogni paragone con un altro, tanto che non ha con un altro altra relazione se non d'essere tanto dissimile da un altro, quanto l'altro è dissimile da lui. Ora voi vedete che, tuttoché questa proprietà incomunicabile del sentimento dia un concetto diverso da quello che dà il mero sentimento, pure è cosiffatta, che non potrebbe essere campata in aria, ma che, voglio dire, debba pure essere attribuzione di un sentimento. E vedete ancora che non si può veramente senz'essa dire poi io, ma pure sola non basta a farlo dire. Ci bisogna, per questo una intellività[49], se il Manzoni mi permette la parola che pure non credo sia fiorentina, una intellettività, adunque, nella natura che si pronuncierà poi io.

Manzoni - Non si può dir meglio: e le condono la parola.

Rosmini - Or voglio provare col mio avversario, se lo studio dei modi d'individuazione d'un puro principio intellettivo e poi d'un principio di puro sentimento, ci porti alla stessa conseguenza, che là considerazione di quello ch'esige il pensiero d'una persona. Abbiamo visto che quella è già tutta tale e determinata nel pensiero di quel quid che la personifica, e che nissuno potrebbe scambiarla con un'altra eguale, perché quest'altra manca, e l'essenza della persona è una disuguaglianza. Ora mano ai ferri, e non più preamboli, amico mio: un principio intellettivo deve intendere qualcosa, o no?

Bonghi - Qualcosa, mi pare.

Rosmini - E di che natura? Una particolare o una universalissima?

Bonghi - Una particolare vuol dire tutta determinata?

Rosmini - Appunto.

Bonghi - Allora questa no.

Rosmini - E perché?

Bonghi - Perché ne resterebbe impedito a intendere un'altra; e ogni principio intellettivo ne deve poter intendere infinite.

Rosmini Donde lo ritraete?

Bonghi - Dal suo nome.

Rosmini E come?

Bonghi - Che non si chiama principio intellettivo d'un tale inteso: ma principio intellettivo in genere, che vuol dire indifferente a un inteso o all'altro.

Rosmini - Resta dunque che intenda a principio qualcosa d'universalissimo, e di capace a modificarsi in ogni altra idea meno universale.

Bonghi - Appunto: ma mi disdico. Perché dovrebbe intendere attualmente qualcosa, e non essere solo in potenza a intenderla?

Rosmini - Sarebbe allora o non sarebbe?

Bonghi - Sarebbe.

Rosmini - Ed essere vale atto o non-atto?

Bonghi - Atto.

Rosmini Ora essere in potenza vuol dire non essere o nulla assoluto?

Bonghi - No, di certo: neppure Hegel l'intende così.

Rosmini - Dunque essere in potenza vale avere già un atto?

Bonghi - Sì: ma un atto incoato e rudimentale che quasi tocchi il non essere.

Rosmini - Quasi, dite?

Bonghi - Già, a un pelo.

Rosmini - A un pelo di una lunghezza infinita, chè tra l'essere e il non essere ci ha l'infinito di mezzo, e più, se ci fosse più.

Bonghi - È vero: ma non so che faccia al caso nostro.

Rosmini - Fa che non valicherete mai, non troverete mai guado dall'essere al non-essere o da questo a quello. Fa che il principio intellettivo sia potenziale quanto si voglia, se è, è in un atto sempre, per incompiuto, iniziale, ch'e' possa essere. Fa che si salga quanto più su vi paja e piaccia, principio intellettivo varrà una duplicità sempre, e coesistente sempre.

Bonghi - Or quale e come?

Rosmini - Due dimande ad una volta: e pur dovete risponder voi.

Bonghi - Sì: ma voi interrogare.

Rosmini - Bene. La duplicità, non è quella appunto che avete detto prima e poi negata: d'un che che intende, e d'un qualcosa ch'è inteso? Or se il principio intellettivo ha ad avere un atto sempre, ci deve sempre essere in lui, per quanto minimo si voglia, un che che intenda attualmente, ed un qualcosa che attualmente è inteso. Se non che, se quest'atto vuol essere davvero inizialissimo e così in potenza più ampia e più capace di una varietà più smisurata d'altri atti susseguenti, ha a constare de, due suoi termini essenziali, , ma ridotti al meno possibile. Ed il meno possibile dell'inteso, e qui riesciamo da capo allo stesso punto, deve essere quello che ha meno di determinazione e che così ha meno di comprensione e più d'estensione; e il meno possibile dell'intendente deve essere quel tanto di reale che basti all'intuizione di quell'indeterminato massimo, e non più.

Bonghi - V'acconsento tutto.

Rosmini - E potreste fare che questo massimo indeterminato fosse altro che l'essere in quanto mero pensato? Sapete che dico così.

Bonghi - So: e mi parrebbe difficile di rispondere altrimenti, quando la dimanda sia fatta nel modo che l'avete fatta voi.

Rosmini - E fosse anche altro: non varierebbe però la dimanda che mi resta a fare. Se segregaste in quell'atto iniziale quel tanto a cui diamo il principio dell'intendere, da quello che fate inteso in quell'atto, che vi resterebbe?

Bonghi - Mi pare un branco di mosche.

Rosmini - Quel principio sarebbe ancora, o non sarebbe più?

Bonghi - Non sarebbe più.

Rosmini - Perché gli mancherebbe la condizione essenziale del suo essere in atto?

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Che era?

Bonghi - Un inteso.

Rosmini - E questo?

Bonghi - Neppur egli sarebbe.

Rosmini - Perché gli mancherebbe quello a cui essenzialmente si riferisce: chi l'intenda?

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Or non ci sia altro che questo inteso universale ed indeterminato, l'essere, poniamo, e, perch'egli possa essere, che ci sia un principio che l'intenda. Ce ne potrebb'esser due, di questi?

Bonghi - Non mi pare.

Rosmini - Perché?

Bonghi - Non mi pare: e per ora non veggo altro se non ch'ei non mi pare.

Rosmini - Né vi par certo che basti. Pure la ragione è chiara. Il primo principio, che fosse posto in atto dall'inteso, senza questo non sarebbe: è vero?

Bonghi - Sì.

Rosmini - Or l'altro, per il supposto, non dovrebb'avere altro atto che questo stesso: intender l'inteso: non è così?

Bonghi - Così.

Rosmini - In che dunque si distinguerebbero i due?

Bonghi - In nulla.

Rosmini - O questo qualcosa in cui, poniamo, si distinguessero, come potrebbe essere in atto, quando non sono che principii intellettivi, e come tali attuati tutti dall'inteso e solo da questo?

Bonghi - Non potrebbe, questo checché differenziale, essere in atto per nessun modo.

Rosmini - Dunque non sarebbe per nessun modo.

Bonghi - Non sarebbe.

Rosmini - E i due principii, non essendo distinti in nulla, sarebbero uno.

Bonghi Così.

Rosmini - Però parecchi esseri, i cui principii intellettivi si attuassero per via dello stesso inteso, non ci potrebbero essere?

Bonghi - No; se non fossero altro che principii intellettivi.

Rosmini - Già s'intende. E gli uomini non appartengono alla stessa specie di intelligenze?

Bonghi - Sì.

Rosmini - Ma non si potrebbe, nella tempera della loro intelligenza trovare un modo del moltiplicargli?

Bonghi - No.

Rosmini - E principii puri intellettivi, come potrebbero essere più?

Bonghi - Avendo ciascuno un inteso diverso, e formando così ciascuno un'intelligenza di diversa specie.

Rosmini - Il che non essendo per gli uomini, bisogna, per mostrare come siano più, ricorrere ad altro?

Bonghi - Di certo.

Rosmini Ricorriamo a quell'altro che avevamo trovato nell'analisi dell'io.

Bonghi - Al sentimento?

Rosmini - Appunto. Or qui non ci ha parimente una duplicità essenziale[50] di due coesistenti?

Bonghi - Di quel che sente, volete dire, e di quel ch'è sentito?

Rosmini - Tanto che, scompagnati l'uno dall'altro, né l'uno né l'altro è; ed accompagnati, l'uno e l'altro a un tempo, sono?

Bonghi - Mi pare.[51]

Rosmini - Or ponete un sentito, unico, uniforme. A quanti principii basterebbe a dar forma ed atto di realità?

Bonghi - Ad uno; e per lo stesso discorso di. poco fa.

Rosmini - Che ci dispenseremo di ripetere. Or poiché il principio intellettivo e il senziente hanno atto di realità dai e nei loro termini, ogni lor determinazione deve venire parimenti ad atto per un'innovazione nel termine?

Bonghi - Senza dubbio.

Rosmini - E se hanno ad esser più, bisogna che più siano i termini, e così a più principii diano atto?

Bonghi - Sicuramente.

Rosmini - Ora abbiamo visto che il principio intellettivo non c'era modo a moltiplicarlo senza cambiare specificamente l'inteso: e che questa sua sola maniera di moltiplicarsi, però, non era di nessun uso per noi uomini che siamo della stessa specie.

Bonghi - S'è visto: e dunque?

Rosmini - Dunque si dovrebbe provare, se si può trovare nel sentito o altrimenti in noi come esseri senzienti, la ragione della pluralità nostra.

Bonghi - Provate.

Rosmini - Ajutatemi. Perché l'inteso non poteva farsi più intesi in guisa da dar atto a più intendenti?

Bonghi - Perché limitato e diviso perdeva la qualità che lo faceva adatto ad informare ed attuare una mente.

Rosmini - Che era?

Bonghi - L'universalità della sua estensione[52].

Rosmini - Per la quale?

Bonghi - Non ci ha inteso che fosse fuori di lui.

Rosmini - E di comprensione gli era?

Bonghi - Minimo.

Rosmini - Di guisa che ogni limite doveva torgli di estensione e accrescerlo di comprensione, e trapassare così in una specie più o meno data?[53]

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Or se il sentito fosse infinito allo stesso modo, ciò è dire che contenesse tutti i sentiti possibili in sé, e tutti gli sentisse e gli contenesse con un atto unico, sarebbe a ragion diversa dall'inteso?

Bonghi - Non mi pare.

Rosmini Non potrebbe informare più esseri, senza farsi diverso di specie a ciascuno?

Bonghi - Non potrebbe.

Rosmini - E così questi parecchi esseri senzienti farebbero ciascuno una specie, come quei parecchi esseri intelligenti di poco fa?

Bonghi - Non ne dubito.

Rosmini - Dunque un simile sentito non servirebbe a spiegare la pluralità nostra, che siamo della stessa specie?

Bonghi - No certo.

Rosmini - E perché?

Bonghi - Per il modo in cui giacerebbero i sentiti in lui, che è quello stesso, tuttoché di cose diversissime, in cui l'inteso abbraccia gl'intesi nel suo seno.

Rosmini - L'avete detto poeticamente ma giusto. Or ditemi: se il sentito fosse tale che si potesse spartire in parti, le quali ciascuna fossero fuori dell'altre e formassero tanti tutti distinti, non avrebbe una natura d'estensione contraria a quella del sentito e dell'inteso di poco fa?

Bonghi - Senza dubbio. In quell'estensione ideale o reale infinita tutto era in tutto: in questa, tutto è fuori di tutto. Rosmini - Pure questa è ancor'essa infinita?

Bonghi - Necessariamente: ma d'un'infinità diversa.

Rosmini - In che?

Bonghi - Ditelo voi.

Rosmini - In questo che avete già detto e che vi volevo far ripetere: che ogni sua parte sta fuori dell'altre. Or vedete termine alle sue parti?

Bonghi - In guisa che vi sia qualcuna delle sue parti che gli faccia di confine ad occidente o a settentrione, ad oriente o a mezzogiorno?

Rosmini - Così.

Bonghi - Oh no: per confinare bisogna che vi sia qualcosa al di là, da cui si sconfini ciò che resta al di qua. Se ci ha nulla al di là... l'estensione continua; e quella parte che dicevamo non è l'ultima.

Rosmini - Or mi sapreste dire che cosa sia l'estensione illimitata, di cui ciascuna parte sta fuori dell'altra?

Bonghi - Lo spazio.

Rosmini - Lo spazio, adunque, dev'essere quel sentito comune di più esseri senzienti che abbiano ad appartenere alla stessa specie?

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Perché egli solo è cosiffatto che si possa partire in tutti[54] sentiti, termini distinti di principii senzienti diversi.

Bonghi - Vero.

Rosmini - Ma che una cosa possa essere, vuol dire che sia?

Bonghi - No, senza dubbio.

Rosmini - Dunque a dire che lo spazio possa esser diviso in più spazii, non vale già che si divida davvero così?

Bonghi - Ancora, no.

Rosmini - E potrebbe da sé?

Bonghi - Come?

Rosmini - Diventando senz'altro, da sé, per una sua necessità intrinseca, più piccolo o più grande?

Bonghi - Non mi pare possibile. Non vedo nulla nel concetto d'un sentito illimitato, unico, che lo faccia limitato e più.

Rosmini - Dunque abbiamo ad assumere qualcosa d'estrinseco, che ponga i limiti in quest'isterminato e così generi la pluralità dei senzienti?

Bonghi - Sì.

Rosmini - Qui ci manca la deduzione a priori; e dobbiamo, dietro l'esperienza, affermare che questo qualcosa che limita il sentito comune è ciò che chiamiamo materia.

Bonghi - Appunto.

Rosmini - Eccoci in porto. Intanto dunque avete più esseri corporei distinti, in quanto ponete dei limiti, che costituiscano a ciascuno dei termini diversi. Unico termine vale unico principio: più principii, più termini. -

Bonghi - Vedo e non vedo.

Rosmini - Virate di bordo e vedrete. Quei due enti uguali, che, per avviso del Marchese, pensava Iddio, eran due o uno?

Bonghi - Diamine: due.

Rosmini - Dunque erano due principii, sia pur solo pensati, i quali aveano atto in due termini, sia pur solo pensati? Bonghi Appunto.

Rosmini - Or che potevano avere di eguale?

Bonghi - Questo che né come principii, né come termini, insomma com'enti, non avevano nella rispettiva idea specifica nulla in cui differisse l'uno dall'altro.

Rosmini - Neppur lo spazio che avrebbero occupato?

Bonghi - Ah questo no; ma si può dire che questo non l'occupassero ancora.

Rosmini - Non si tratta se l'occupassero: si parla di enti a creare, e non creati già. Vi dicevo dello spazio che avrebbero occupato. Non potevate intendere da voi, che volevo dire, che il pensargli distinti, quei due enti, include già il pensargli occupanti uno spazio diverso?

Bonghi - Potevo davvero.

Rosmini - Or, dov'è quella perfetta uguaglianza che dicevate? E non ci ha invece una disuguaglianza essenziale, se in tanto possono esser pensati in quanto sono allogati in spazii diversi, e non allogati accidentalmente, ma per cagione stessa del loro essere, stante che il loro essere sia attuato mediante un termine e questo termine sia unico, singolo, vario a ciascun principio che l'informa e vi s'informa?

Bonghi - Insomma...

Rosmini - Insomma, lo spazio, tale o tale, limitato qui o qua, così o così, è già dato nel pensiero dell'individuo corporeo, e non resta a dare. Non si può dire che Iddio pensi due individui corporei, perfettamente eguali, e poi crei l'uno o l'altro, potendo star l'uno dove sta l'altro. Non può, pensando qui l'uno, pensare qui stesso l'altro. Potrà creargli tutti e due: potrà crearne un solo: ma non crea già d'arbitrio l'uno in luogo dell'altro, per non trovar differenza dal crear l'uno o l'altro[55]. Se son pensati come individui, già hanno il posto, il termine, ciascuno diverso. Adunque non si può dire che Iddio, determinato lo schema ideale dell'universo, cioè lo schema di tutte le creature formanti il creato, resti poi libero per ciascuna di loro di creare effettivamente e realmente piuttosto l'una che l'altra delle tante che per ciascuna gli si presentano indifferenti al pensiero. Per ciascuna non gliesene può presentare che una sola: e ciascuna, o ch'ei sia principio puro intellettivo, o che principio sensitivo corporeo, o che l'uno e l'altro ad un tempo, ha determinata in sin nel primo atto che la pensa, tutto quel che forma la sua individuazione. Questa non resta che ad effettuare e realizzare: non ci ha più scelta. O Iddio ha libertà di scelta nel fissare lo stesso schema, o non l'ha di più. Ma per quello...

Marchese di Cavour - Io concedevo che non vi fosse. Dunque non resterebbe luogo alla libertà d'arbitrio.

Bonghi - Non resterebbe. Ma mi voglion permettere ch'io riassuma in poco tutto il discorso del Rosmini?

Manzoni - Non sarà che bene.

Bonghi - Eccolo di sotto in su. Un principio senziente intanto esiste in quanto ha un termine in cui ha il suo atto. Se il termine fosse unico, il principio sarebbe unico. Ma i principii son più; dunque anche i termini hanno a esser più, ma connaturati sempre con un principio, di guisa, che né si posson pensare come reali, né si posson fare reali, tenendoli in disparte. Che è quello che per gli enti corporei moltiplica i termini? La materia, checché essa sia, limitando lo spazio. Essa moltiplica così gl'individui senza variare la specie: stanteché la specie del sentito resti sempre la stessa, qual che sia la circoscrizione che gli si fa attorno. Dove dell'inteso non è così: ogni limitazione che gli si faccia, varia di specie; perché non può variar che di questo, e varia effettivamente. Dunque degli esseri intellettivi, che appartenessero alla stessa specie e fossero più, sarebbero un assurdo: perché l'inteso unico non può dare realità che ad un essere unico. Resta dunque, che se ne hanno a far più, e noi uomini siamo più, si deve accoppiare quel principio intellettivo a sentimenti diversamente terminati e così moltiplicati e diversi. Così ci sarà più esseri senzienti e più intellettivi, stanteché, essendo questi perché sono più, ed essendo più per essere senzienti corporei, in tanto saranno intellettivi in quanto da ciascun loro sentimento germoglia, per la presenza di un intelligibile indeterminatissimo, un atto intellettivo. Ora in quanto più, ciascuno ha un sentimento terminato altrimenti e altrove che l'altro, e però proprio a sé. Questo quid del sentimento, in un essere senziente, è il principio dell'identità del suo essere: ma, in uno che sia a un tempo intellettivo, è ancora il piedestallo dell'io.

Rosmini - Ora, continuate, solo in un io sta un'individuazione perfetta, perché assoluta in sé, pensata in sé: dove nel principio senziente l'individuazione non è compita, mancando la cognizione di quel proprio, che forma il sentimento suo distinto da quello d'un altro.

Bonghi - E, che in tanto lo forma, ripiglierò, in quanto lo forma distinto, e in tanto lo forma distinto, in quanto lo attua in un termine diverso. Però, nel pensiero dell'io, e poi di quel proprio ch'è un io incoato[56] che resta incoato, in un essere meramente senziente, e si compie in uno che è ancora intellettivo nel pensiero vo' dir di quest'io e di questo proprio, già è tutta data e determinata l'individuazione.

Rosmini - Mi consolo molto che m'abbiate capito così bene.

Bonghi - Ed io mi consolo più che voi m'abbiate fatto capire. E per dirvela, poi, mi consolo tanto d'aver capito, quanto d'aver parlato di simili materie. Parecchie volte in vita mia, ma forse mai come questa, ho sentito così bene quello che Platone dice nel Filebo[57]. Quando a una mente giovine si apre la vista delle regioni alte ed apriche della filosofia, è pigliata come da ebbrezza, e vi s'innamora. Non vorrebbe mai stare che non ci pensasse; e le par così bella la prospettiva che vorrebbe obbligar tutti a guardarla. E ci si fissa tanto, che basta che conosca uno, che per dargli prova d'amicizia, vorrebbe mettersi subito a imbandirgli un po, di metafisica. Badino, però, questo è quel che dice Platone: non è già ch'io voglia fare com'egli dice, non si spaventino. Pare che a' tempi suoi i giovani fossero più semplici, e gli attempati più pazienti; ora noi, anche quando siamo Metafisici, abbiamo il naso più lungo e non parleremmo più di filosofia ad uno, senza che sapessimo per cosa certa che ci ha gusto e non ci vorrà dare del seccagginoso per il viso. Ad ogni modo, però, tra noi, io voglio pur dire, che a me, quegli i quali pronunciano che le quistioni metafisiche lasciano fredda la mente e agghiadato il cuore, non le hanno assaggiate mai e non le intendono. Perché non dicono la mente ed il cuore loro? A me invece la riscaldano quanto una lirica. E trovo, che parrà più strano a que' tali, che l'ingegno lirico ha grandissima affinità col metafisico. Ma loro altri sono d'una cortesia smisurata: m'interrompano un po', e sopratutto m'interrompa Lei, signor Marchese, che deve pur dire se è persuaso o no.

Manzoni - Dimanda dura[58].

Marchese di Cavour - Dura davvero: e di quelle a cui non sapete come rispondere. Le direi che non sono convinto? Mi bisognerebbe dargliene una ragione, e, a dirla, non l'ho. Per confessarmi convinto, poi, non avrei a trovare intoppi quanti ne trovo nell'accettar questa dottrina che mi propone l'abate. E a dirne uno, uno grosso, come si fa ad accordare[59] questa dottrina dell'individuazione tutta già determinata e fatta sin dacché l'individuo è pensato, accordarla vo' dire, col domma della predestinazione? E mi dicano, chi sono gli eletti di Dio?

Manzoni - Quos prædestinavit?

Marchese di Cavour - Ante prævisa omnia merita?

Bonghi - Così dicono.

Marchese di Cavour - Orbè, come potranno dire che Dio predestini anteriormente ad ogni previsione di merito, se non può pensare un individuo, per così dir, vago, e gittarlo, poi, qui o là, ad arbitrio, nel grembo della materia, e saldargliela, così, intorno intorno, a guisa d'alga, che appiccicandosi all'ostrica, si connaturasse con lui e lo distinguesse da un altro? Se appena pensa un individuo, ha già in mente l'individuo tale, bello e fatto, come farà a non prevederne i meriti e a predestinarlo in conseguenza?

Manzoni - Non si può negare, che la via che il Marchese vuol scegliere per diradare questa nebbia che ci circonda rispetto alla natura e al modo dell'individuazione, non sia, la via voglio dire, assai ingegnosa.

Bonghi - Il Marchese non mostra una via, pare a me; fa un'obbiezione e gagliarda.

Manzoni - Mostra una via, e mi meraviglio che non la veda lei, e pure non manca d'arguzia lei. Se fosse in un luogo buio e ci dovesse vedere una cosa, né potesse trasportarla altrove, come farebbe, dica un po'? Forse che uscirebbe al chiaro del giorno? Gli occhi le diventerebbero più inabili che non erano a discernere checchessia all'oscuro. Invece, credo, andrebbe in un luogo ancor più muto di luce, a dirla con Dante; e quando gli occhi ci si fossero assuefatti, allora tornerebbe al buio di prima, e chi sa, forse le parrebbe men buio e potrebbe scorgerci quel che voleva. Or così fa il Marchese: noi abbiamo una questione buia alle mani, e come ci vediamo poco anzi nulla, il Marchese ce ne para avanti un'altra più buia, per avvezzarci senza dubbio.

Marchese di Cavour - Ah lei vuol ridere: e ci ha tanta grazia!

Manzoni - No. Scusi, volevo dire: come faremo a sapere il modo che Iddio predestina, se non sappiamo ancora il modo che crea? Quando i teologi ci dicono quelle cose che ci ha fatte dir lei, non ci fanno capire già, né poco né molto, quel che sia proprio l'atto di Dio, ma ci pongono, come a dire, certe barriere, e ci gridano: Buona gente, pensate, correte pure; ma badate: se trascorrete oltre, il premio della corsa è perduto.

Bonghi - Della corsa loro, almeno.

Manzoni - E che pure è quella alla quale vorremmo vincer noi. Bel lucro davvero, quando s'è pure e si vuol esser Cristiani, di trovarsi alle mani un frutto vietato, che non si può mangiare senza finir d'essere Cristiani. 1 dommi ci fanno quest'uso a noi che cerchiamo l'intelletto della fede e la fede per l'intelletto, che son frasi, credo, di sant'Agostino e di sant'Anselmo, e che son bellissime, certo, o che sien loro o che d'altri: quest'uso, adunque, che non c'impediscono già assolutamente di trapassargli, ma ci avvisano che, al di là, non troviamo più loro. E noi Cristiani sappiamo che non troviamo né loro né altro. E tutti ormai, Cristiani o no, dovrebbero saperlo. Ogni volta che la speculazione è trascorsa al di là, ha dovuto incrocicchiar l'ali e stramazzare a terra. Gli uomini hanno creduto, parecchie volte, che con solo un altro colpo d'ali che avessero dato, avrebbero toccato Iddio col dito: l'hanno dato l'altro colpo, di gran cuore; e qualcosa l'hanno toccato: ma gli era invece, scusino la parola, sterco. E questa, Marchese, è una digressione inutilissima, della quale le chiedo perdono. Mi pare di averlo già detto il perché io non mi volevo far indurre da lei ad entrare in quest'altro labirinto della predestinazione. Non m'assicuro che sia un modo d'uscire da quello in cui ci troviamo della creazione.

Bonghi - Bel filo d'Arianna in vero! E poi poniamo pure che noi non riuscissimo a coordinare insieme queste due dottrine; e che l'una, quella che trattiamo ora, l'avessimo appurata per modo che non potesse stare in altra guisa da quella in cui a noi fosse paruto che debba stare. Or che vorrebbe dire, se l'altra della predestinazione non fossimo riusciti a conciliarla, e che pure vedessimo, anco speculativamente, che la deve esser vera, ma come se lo sa lui [Iddio]? In questo caso avremmo due veri, e non riusciremmo a comprendergli tutti e due insieme. Pazienza: non avremmo però ragione di negar l'uno né l'altro.

Rosmini - Vero: ma quando si capisse l'uno, si capirebbe anche l'altro. E a me pare, che a negare la possibilità di quella individuazione indeterminata, che il Marchese proponeva, si giovi al domma della predestinazione: se ne faccia più agevole quella tanta intelligenza che possiamo averne.

Bonghi - Come?

Rosmini - Ah il come è lungo a dire. Per ora potreste voi ribadire quella dimostrazione che abbiamo fatta insieme per due altri puntelli di argomenti. E mi meraviglio che il Manzoni si sia scordato di quel suo aggettivo giusto...... [60]

Manzoni - A proposito, appunto. Volevo dire, e forse non dicevo nulla di buono, che a dire arbitrio in Dio, ci pare di dir qualcosa e non diciamo nulla. Noi possiamo operare d'arbitrio, perché arriviamo a un punto, in cui la legge morale non determina più per lo appunto l'atto che dobbiamo fare. Ci manca allora, sia un comando sia un divieto: di guisa che avendoci a risolvere, o lo facciamo dietro uno stimolo sensitivo, o sendo un'azione che abbiamo a far noi in quanto esseri razionali restiamo in bilico e, per uscirne, ci risolviamo d'arbitrio. E sarebbe pure malagevole a dire se sia anche questo un arbitrio puro davvero; o se qualcosa ci risolva che non sappiamo discernere neppur noi. Per via d'esempio: sto in piè, né mi par d'essere stanco; mi verrà in mente di sedere; potrei pensare un mille anni se mi debba sedere o no; non c'è nulla che mi comandi o mi divieti di farlo; dopo pensato un po', vedendo che non ne esco a salvamento, mi dirò: - Sta pure in piè, e non pensare altro. Qui ci pare esserci decisi d'arbitrio; ma forse ci avea una disposizione nel corpo nostro, di cui non sappiamo renderci conto e che ci ha fatto preferire di restare in piè[61]. Un altro caso. Ho un fine buono o cattivo a raggiungere: ci ho due vie e non veggo differenza di sorta dall'una all'altra. Che non la veda io non vuol dire che non ci sia: se quelle due, anzi, non avessero nessuna differenza non si distinguerebbero e come fareste a dire che le son due? Differenza forse non ce n'ha quanto a quel fine proprio che vogliamo attignere; ma ce ne sarà qualcuna nei tanti altri rispetti che avranno quegli atti diversi che dovremo eseguire tenendo l'una via piuttosto che l'altra; a questi divarii, che non derivano dalla mera relazione di quegli atti con quel fine, noi non ci guardiamo; però non possiamo mettergli a calcolo nella scelta. Pure anche qui sarebbe difficile a concludere recisamente, che, per non guardargli, non gli vediamo; ne potremo aver forse un'intuizione diretta, e non saper d'averla; e questa far peso nella nostra deliberazione e noi non accorgerci che il faccia; vedremmo scender giù un piattino della bilancia, e non sapremmo perché, ma non per questo il perché non ci sarebbe.

Bonghi - Ma l'è un'obbiezione questa, che si potrebbe fare contro ad ogni atto libero.

Manzoni - No: se nol ponete dove non è necessario di porlo, e però non è chiaro che ci sia. Il dubbio se ci sia atto libero, puro, comincia dove quest'atto libero, se ci fosse, non sarebbe un atto morale. Chè, tuttoché non ogni atto morale sia libero, pure ci ha degli atti morali che non saprebbero essere altro che liberi; e sa quali? Quegli che danno il tracollo quando nei due piattelli della bilancia ci ha roba di natura così diversa, che, per quanto s'aumenti la quantità dell'una, non si farà mai soprappesare sull'altra. Allora bisogna un principio che trovi in sé, e non in sé come natura, ma in sé come volontà, una forza sufficiente a dare quel tracollo, rigettando o no quello che ci ha nel piattello fornito dai sensi, e ritenendo o no ciò che è stato posto dalla mente nell'altro. Voglio dire, uscendo di metafora, che si risolva a seguire o no la legge, che è norma oggettiva, e sprezzare o no ogni instigazione sensibile, che è sempre un movente soggettivo. Quando usciamo da questo caso, e si tratta di una decisione fatta tra due moventi soggettivi, o tra due norme oggettive, resta dubbio, se ci sia più libertà, non che arbitrio.

Bonghi - Non ho che dire.

Manzoni - Del resto, comechessia di questo, qual che sia la realità di questo arbitrio anche in noi, certo questi casi ed altri simili ci accadono, o par che ci accadano, perché noi siamo nature bipedi e zoppe. Non siamo esseri puramente intellettivi, e tuttoché il principio o il fonte dell'intelligenza nostra sia infinito, non però siamo intelligenze infinite; di guisa che non troviamo il riscontro, la conferma od il divieto in una legge puramente intellettiva, la cui comprensione intera e specificata appartiene ad una intelligenza infinita. Però - se non dico bene, Rosmini, m'interrompa - in quanto quella sorgente dell'intelligenza nostra e la legge che, facendoci intellett ivi ci propone, sono infinite, ogni atto nostro intellettivo si appunta in un infinito, ed ogni atto nostro morale ha valore infinito: ma perché non siamo noi stessi intelligenze infinite, e solo questo, perciò non possiamo fare che ogni atto nostro sia morale, sia conforme alla legge, trovi il suo esempio, il suo modello, la sua necessità nella legge. Potremmo bensì indirizzargli tutti, per via d'una intenzione, per così dire, sommaria, a un fine morale; ma questo non vuol dire che, ciascuno da sé, possa esser morale. Oltre che, sempre in noi accadono parecchi atti che non ci appartengono in quanto uomini, ma in quanto animali e piante, e i quali non hanno a far nulla colla legge che ci luce nell'intelletto. Or ponete invece una intelligenza infinita, che sia, come ha ad essere, una realità ancora ed una moralità infinita. Potrete più pensare che si appiatti dovechessia un atto in lei, che non sia quale la natura sua morale lo esige? Poniamo che non lo esigesse; allora sarebbe posto dalla natura sua in quanto solo reale, o solo intellettiva? Adunque non sarebbe infinito in ogni aspetto della sua natura: chè queste due ultime[62] sarebbero un'uscita, un'applicazione, che la morale non avrebbe. Quanti assurdi! Un'infinità adunque avrebbe più infinità d'un'altra infinità, si prolungherebbe più in là di questa! E poniamo pure che fosse, sarebbero dunque più infiniti in Dio, ed, o la sua natura sarebbe contradittoria o sarebbero più Dii. Non voglio dire, con questo, che noi non possiamo affermare che Dio faccia un tale atto, specialmente, come natura reale, tal altro come intellettiva, tal altro come morale: solamente, che faremmo male a intendere che ne faccia nessuno senza essere l'uno e l'altro e l'altro insieme. Or qui, con quest'arbitrio puro nella materia della creazione, avremmo un atto in cui la natura morale non darebbe quell'indirizzo che sola lei può dare, e verrebbe meno, sapete quando? quando si trattasse di determinare appunto quell'atto che s'inizia in lei. Che vorrebb'egli dire, infatti, che Dio individua qui o là per arbitrio? Vorrebbe dire, e non mi pare che possa dire altro, che Iddio, dovuto pensare lo schema del mondo, e tutte idealmente le cose e le persone, che vi deva metter dentro, si trovi oramai solo, e senza più dietro quell'ombra e quella seccaggine di quella necessità morale che l'avea obbligato a pensare su quest'inezia di mondo. Restato dunque solo Iddio, e colle mani in cintola, per finirla pure una volta, caccierebbe giù dentro alla materia qualcuno dei tanti individui a creare che gli si affollano innanzi per ciascuno di quegli che ha pensato; e caccierebbe l'uno o l'altro senza sapere come e perché, ma perché così gli pare e piace. Ora certo gli pare così e piace; ma gli può parere e piacere altro, di quello che effettivamente gli piace e pare? Che vorrebbe dire se questo potess'essere? Potrebbe voler dire altro, se non che non è diretto dall'esigenza della sua natura morale in compiacersi di questo piuttosto che di quello? Vedete dunque che qual che sia il modo dell'individuazione, non potrà esser fatto d'arbitrio, e deve esser fatto di quella stessa necessità o di quella stessa libertà, colla quale ha formato il pensiero del mondo.

Bonghi - Benissimo, Manzoni mio, non si poteva dir meglio; ma si può dire anche altro. Lei ha escluso questo concetto d'arbitrio dall'atto divino, mostrandolo incompatibile colla natura morale infinita di Dio: io credo che si possa anche escludere pensando alla natura dell'atto stesso divino. In Dio non ci ha che un atto solo, realmente: uno e semplicissimo. Però quando noi diciamo: Iddio crea liberamente o per una necessità morale il pensiero attuale dell'universo: poi, d'arbitrio, lo realizza così o così; noi facciamo delle distinzioni nell'atto creativo, alle quali sappiamo che realmente non corrisponde nulla, o almeno non quello a cui sogliono corrispondere le distinzioni degli atti umani. Quelle distinzioni adunque, in quel caso, non ci fanno intender nulla; ci aumentano solo la somma di ciò che non intendiamo.

Manzoni - È vero; ma l'obbiezione va più su che lei non vorrebbe. Riesce a mostrare che quello che lei diceva, prima che entrassimo nella quistione che ha proposta il Marchese...

Bonghi - Quel bisticcio, vuol dire, che Dio crea liberamente perché moralmente necessitato a creare?

Manzoni - Appunto.

Bonghi - Ebbene?

Manzoni - Ebbene, quel bisticcio non è altro se non che quel che dice lei, un bisticcio; insino a che non si sia mostrato come necessità e libertà s'aggioghino insieme. Altrimenti quel bisticcio aumenta, per usare le sue parole, solo la somma delle nostre ignoranze.

Bonghi - Ma pure in noi necessità morale e libertà coesistono.

Manzoni - E più o meno capiamo come. L'ho poco men che detto poco fa: ci sentiamo stimolati dai sensi, e inclinati a porre un atto. Allo stesso tempo, vediamo avanti a noi la legge che ci prescrive un altro atto in quel caso solo ci divieta quello a cui i sensi c'invitano. Qui vediamo che non ci ha nulla nella legge, né nell'invito del senso, che ci determini necessariamente. La legge solo ci si presenta come legge, però c'imprime come un sentimento d'obbligo a seguirla; ma per esserci lei presente e per sentirla noi obbligatoria, non ci genera però senza meno l'atto che lei comanda. In questo differisce la necessità morale dalla logica o dalla fisica, che nella logica posto un concetto, per esempio, è posto insieme uno che vi s'includa; nella fisica, messa la causa piena d'un effetto in opera, l'effetto non può mancare; dove nella morale, l'atto a cui essa obbliga non basta che sia obbligatorio per esser fatto. Dite due premesse, dite a un tempo la conseguenza; urtate una palla contro l'altra, l'altra si muove; trovate per via un povero, voi agiato, vi vedete obbligato a fargli l'elemosina, ma dal vederlo al farla ci ha un gran tratto, e l'importanza, per voi, è del farla. Dunque noi non capiamo necessità morale, se nord come una necessità che non determina ipso facto un ente reale; e che però lascia possibile l'atto contrario a quello che quell'ente farà in ossequio suo. Però a necessità morale poniamo per correlativa la libertà, che certo non è alle altre due necessità. Infine, tanto ci crediamo d'avere in noi un principio libero delle determinazioni nostre, in quanto, tratti da un lato dai sensi, dall'altro imperati dalla legge, vediamo non esserci nulla né nel primo né nella seconda che per sé direttamente produca un atto volontario personale necessariamente, e che per porlo abbiamo a risolverci noi, liberamente, tra quelle due allettazioni, o meglio tra quell'allettazione e quell'imperio. Or togliete via tutto questo, come s'ha a togliere in Dio, che vi resta? O applicatelo a Dio, quanti assurdi non rampollan su, quanti inciampi non avrete tra i piedi? Ecco quello che volevo dire contro a ciò che lei chiama il suo bisticcio, quando un infelicissimo ma[63], che doveva cominciare il mio discorso, m'ha scompigliato e affaticato tanto, che il Marchese ha avuto tempo di non accorgersi ch'io volevo parlare, ed io che mi si presentava una fortunata occasione di far parlare altri in luogo mio. Credevo che volesse proprio farla quell'obbiezione[64], che avevo in mente: ma per fortuna ne aveva un'altra che ci ha fatto sentire il Rosmini sopra un problema altissimo di filosofia. E così ora come tante altre volte[65], ho a benedir Dio di quest'intoppo nella lingua che m'ha messo: chi sa quanti spropositi m'ha cansato; e almeno quest'ultimo, che ho pure voluto dire, è venuto a vita, così, una mezz'ora dopo.

Rosmini - Altro che sproposito! Ha detto perfettamente bene.

Manzoni - Bene; Iddio sia lodato. E veda, con questa approvazione lei mi dà cuore di continuare. Che vorrà dire questa necessità morale in Dio? Abbiamo visto, che vale un'obbligazione. Che è l'obbligazione senza qualcuno che è obbligato? Niente, mi pare, Iddio s'obbliga ed è l'obbligato. E perché s'obbliga? La moralità, che è una forma della sua essenza, l'esige, direte. Adunque non s'obbliga; è obbligato dall'essenza sua. Ma lui non è che l'essenza sua. Vedete dunque come in Dio ci sfugge sempre quella duplicità, che il concetto dell'obbligazione dimanda sempre.

Bonghi - Ci ha altro?

Manzoni - Altro. Se la necessità morale, infinita com'è lei, è sentita, intrinseca che sia o estrinseca, da una natura intellettiva infinita, non lascia più adito, come quando luce dinanzi a un intelletto finito, alla possibilità del contrario. Il contrario è possibile per un essere che sia finito, che abbia altri motivi d'operazione, e che possa non operare moralmente. Iddio è morale per essenza: un atto morale non è un accidente in lui, che non ha accidenti, ma l'essenza sua stessa. In lui non è possibile, né che non faccia un atto che sia morale, né che ne faccia uno che non sia; e per quello che ho detto più su contro il Marchese, non è tampoco possibile che ci sia un atto che in lui o per lui non sia morale. Dunque la necessità morale, quando infinita è la natura che ne sente l'obbligazione ed infinitamente ed essenzialmente buona, è una necessità che piglia lo stesso carattere della fisica e della logica; non può non produrre l'effetto al quale è ordinata. E così dove troveremo scampo per la libertà divina? Non ne resta mica; e manca, non che il fiore, il terreno dove potrebbe pullulare. Ancora...

Bonghi - Ancora?

Manzoni - Ancora, se permette. Lasciamo stare la guerra tra necessità morale e libertà. Pigliamo questa sola, e basta a darci fastidii grossi e poco meno che senza rimedio. È libero Iddio di essere o no? È libero d'intendersi o no? È libero d'amarsi o no?

Bonghi - Non libero, direi, ma necessitato.

Manzoni - Bene; è libero poi di creare il mondo o no?

Bonghi - Libero, dicono.

Manzoni - Dicono ed è. Ma se il dicano o nol dicano, non fa al caso; stiamo, per così dire, esaminando ora le volte che abbiamo a dar di capo nel muro, sia che si dica sia che non si dica. Adunque, per ripigliare, è libero nella creazione del mondo. Or Iddio non è che un atto e semplicissimo. Come è necessità qui, libertà lì, se non c'è né qui né lì, e dev'essere o tutto questo o tutto quello?

Bonghi - Anche questa l'è dura.

Manzoni - E quest'altra. Iddio crea liberamente, dite. Sia. O non intendiamo quel che diciamo o vogliamo dire, così, che poteva non creare. Dunque ci ha un atto che poteva non essere in Dio: il che vale: che gli è accidentale in lui. E ora mi ricordo che questo s'è detto anche più su, e che anzi quest'obbiezione è stata il punto di partenza della quistione nostra.

Bonghi - Volevo appunto avvisarla.

Manzoni - Un'altra cosa, però, non s'è detta oggi: credo l'abbia detta jeri l'altro il Rosmini, quando a lei, che gli domandava delle quistioni, propose questa della creazione tra altre tre. Ed è: sia pur che quest'atto creativo sia libero e che Dio potesse non farlo, ch'è il solo modo in cui noi accoppiamo a questa parola di libero un concetto del quale possiamo renderci conto. Come in Dio, però, non ci ha altro che un atto, non ci sarà che questo libero col quale anche crea: e dico anche perché con questo stesso dev'essere[66]. Or se gli è tale rispetto al creato che può non essere, sarà tale anche rispetto all'esistenza stessa di Dio. Dunque Iddio potrà non essere e così non conoscere e non amarsi, per contrario di quello che lei ha accordato poco tempo fa. Or così, non solo sarà accidentale che egli sia, ma che sia com'egli è. E qui quanti altri rigiri e capitomboli saremmo costretti a fare è inutile che gliel dica io: infiniti, alla lettera.

Bonghi - Lo vedo da me: ma credevo e credo, che si cansassero, dicendo che Dio fosse necessitato moralmente a creare, e che però fosse libero, perché necessitato moralmente non può essere che un ente libero.

Manzoni - Gli cansate; è vero, ma per urtare in quegli altri che vi dicevo un poco fa, e che consistono in questo, che mettiamo parole insieme, senza badare se esprimano, poi, un concetto che abbiamo davvero[67] o no. È inutile ripetergli uno per uno, né spicciolare quegli che nascono dallo scompagnare, viceversa, il concetto di necessità morale da quello di libertà. Prima ci accade di non capirlo più, non concependolo noi che coordinato coll'altro, e poi ne nascono due assurdi contraria a quelli che abbiam visto sorgere dalla libertà scompagnata dalla necessità. Vo, dire, che l'atto creativo sarebbe necessario, e a Dio tanto essenziale il mondo quanto sé medesimo. Per concludere, di queste due parole, necessità e libertà, chi voglia parlare di Dio, non sa che farne: unite o divise, c'impacciano e ci lasciano con nulla di nulla in testa. D'altra parte non ne abbiamo altre; e un Dio, la cui esistenza e la cui essenza, trinitaria insieme ed unitaria, non fossero necessarie ed il cui atto creativo non fosse libero, oltre che non sarebbe il Dio nostro cristiano, non sarebbe Dio.

Rosmini - Chi aggruppa meglio i nodi, li sa sgruppar meglio; non è vero?

Manzoni - Dicono, ma non pare che sarebbe il caso di ora. Almeno, per oggi, io non veggo altro se non che non ci veggo nulla.

Marchese di Cavour - Ha pigliato dunque la via per la quale diceva che volevo condurli io. Ci ha posti affatto al bujo per aguzzarci gli occhi.

Manzoni - Ma c'è pure chi ci vede chiaro e non ha bisogno d'assuefarsi: pure fa il cocciuto e non vuol parlare.

Rosmini E se pure volesse, mancherebbe il tempo. Non vedono come quelle cime dei monti di Bussino[68] già si possono poco distinguere dal cielo col quale confinano? Se non fosse quella striscia d'oro pallido che fascia un po, più su l'orizzonte e che ci ricorda che il sole è ito a dormire e noi dobbiamo tornare a Stresa?

Bonghi - Che importa il Bussino, se così discosto? Non vede come spiccano bene quelle verdi colline d'Ispra che occupano il primo piano del quadro? Mai la vista di queste spiaggie è più bella che sul far della sera. Questa luce così fusa e mite pare che convenga loro meglio che non l'abbagliante e pieno splendore del sole. Mi dica un po', Manzoni: non dovrei, dietro al Bussino, scovrire quella sega - o non la chiama così? - del Resegone?[69]

Manzoni - Appunto: io ne veggo appena appena qualche dente abbozzato e sfumato in quel poco di nebbia.

Bonghi - E in ispirito, o magnetizzato[70] chi sa, vedrebbe Lecco a traverso quei monti e Renzo a braccietti con Lucia?

Manzoni - Ah, ah! Se potessi vedere cose che non son più, non guarderei già lì, per dar forma ai miei deliri di giovine!

Bonghi - E dove?

Manzoni - Più in qua, à destra, tra quelle valli che fanno i monti d'Ispra. Vede quel villaggetto, , dove gl'indico?

Bonghi - Sì.

Manzoni - È Messago[71]. Guardi ancora più in là, a destra sempre. Ci ha un caseggiato bianco, così nitido che quasi luccica. L'ha fissato?

Bonghi Ebbene?

Manzoni - Ebbene, amico mio, lo chiamano Casciago, ed io credo sia quel Cassiciacum, di cui parla sant'Agostino nelle sue Confessioni[72]. Lì doveva esser la villa di quel suo amico Verecondo, che si voleva far cristiano sì, ma nel solo modo in cui non poteva. La diede a prestito, come sa, ad Agostino, ad Alipio, a Romaniano, i quali lì requieverunt ab oestu seculi in Deo, e, pregando, ottennero a Verecondo di volersi far cristiano cristianamente, e si prepararon loro al battesimo[73]. In quel luogo adunque, sant'Agostino scrisse i libri contro gli Accademici e pensò tanto di Dio. Orbè: quando io volessi immaginare di vedere qualche cosa che non vedo, guarderei a quel caseggiato bianco, e non al Resegone.

Rosmini E guardi spesso, questa sera e dimani. Son sicuro che il pensiero di quell'uomo straordinario le aggiungerà lena a trovare il capo di questo nodo che ha così bene imbrogliato quest'oggi: Bisogna, in quistioni siffatte, portare quell'ardire e quell'umiltà che aveva quell'anima ardente e docile dell'Ipponese. E mi dica: quando non si richiede altro che umiltà ed ardire, ha bisogno il Manzoni di chicchessia che l'aiuti?

Manzoni - Povero me; che sta a dire?

Marchese di Cavour - Niente altro che il vero.

Rosmini - E come al vero non si ha ad aggiunger niente, chè tutto lo disadorna e gli è superfluo, dopo questa verità, che pure non era faticosa a trovare, io le dico felice sera ed apro la via.


 

[1] Ms. f. 113V

[2] M. Provana di Collegno, op. cit. pp. 39, 353 sg.

[3] N. Tommaseo, Colloqui col Manzoni, annotati da T. Lodi, Firenze 1928; ripubblicati da C. Giardini, op. cit.

[4] Ms. f. 261v.

[5] Ms. f. 265v

[6] Ms. f. 289v.

[7] Ms. f. 298v.

[8] Considerato che la conversazione cui fa riferimento è del 22 agosto, jer l'altro » va preso in senso lato. Nel Diario manoscritto l'intero Dialogo occupa i seguenti fogli: 245v.-256; 256v.-261v. (successivamente rielaborati); 265v.-273v.; 274v.-278; 278v. (poi annullato); 279-284; 290-299v.

[9] Ms. f. 246: annullata una battuta: « Rosmini - E come Dio non è che un atto, ne verrebbe che Iddio stesso fosse contingente. Ora alla soluzione del Manzoni ».

[10] Ms. f. 246v.; Morando, p. 52: manca «ab eterno».

[11]  Ms. f. 247: « sarebb'altro »; Morando, p. 53: «sarebbe tutt'altro».

[12] Ms. f. 247; Morando, p. 53: manca «unica», forse perché sovrapposta.

[13] Ms. f. 247v.; Morando, p. 53: manca «che empiamo noi».

[14] Ms. ff. 248-248v.: ha annullato: «Manzoni - E chi sa che, tenendo dietro al mio Rosmini, possa anche dirle perché la pensabilità del contingente sia necessaria, e di che necessità».

[15] Ms. f. 248v.: aveva scritto: «quando s'avvede di non aver detto giusto, cada il mondo, lo confessa più volentieri lui, che nol...»

[16] Cinegiro, fratello di Eschilo, combatté a Maratona, dove volle fermare una nave nemica col braccio che gli fu tagliato (Erodoto, VI, 114).

[17] Morando, p. 54: «Manzoni»; ma nel Ms. f. 249 è indiscutibile e chiarissima una «R.», cioè «Rosmini».

[18] Morando, p. 55: «possibilità»; Ms. f. 249v.: « necessità », chiaramente leggibile. Segue una battuta annullata: « M. DI c. E ancor'io acconsento: perché s'è discusso che la pensabil ità dell'atto creativo non sia necessaria di una necessità logica ».

[19] Ms. f. 250: « sarebbero »; Morando, p. 56: « sarebbe ». Segue l'inizio annullato di una battuta del R. sostituita con una del M.

[20] Ms. ibid.: « delle conclusioni o delle premesse » per lasciar intendere come, tanto le conclusioni, che le premesse e i termini di un sillogismo possano esistere come « pensati in un altro intelletto »; Morando, p. 56: « conclusioni di premesse ».

[21] Ms. ibid.: « posto »; Morando, ibid.: « dato ».

[22] Ms. ibid.: « s'include »: netto il differente uso di inclusione od esclusione e di conclusione o conchiusione; Morando, ibid.: « s'inchiude ».

[23] Ms. f. 251: chiaramente espresso l'interrogativo finale che manca nel Morando, p. 57.

[24] Ms. f. 25 M: « compìta »; Morando, p. 57: « completa ».

[25] Ms. f. 252: « ma pure per un reale assurdo » è aggiunto nell'interlinea; Morando, p. 58: manca.

[26] Ms. ibid.: « sola »; Morando, ibid.: « solo ».

[27] Ms. f. 252v.: « voler » è sovrapposto a un « intender » cancellato; Morando, p. 58: manca.

[28] Tutto il periodo è molto corretto. A matita sopra il « mi sia », sovrapposto a « esser fatta », non cancellato, si trova una nota a matita, e la grafia ci sembra del seri. Negri: « Questa correzione di chi è? »

[29] Ms. f. 252bis: « d'eseguirla »; Morando, p. 58: « di seguirla ».

[30] Ms. f. 252bis: « reale »; Morando, p. 59: « morale ».

[31] Ms. f. 252bisv.: « libera »; Morando, p. 59: manca.

[32] Ms. ibid.: « volontà » è cancellato e di seguito, quindi senza ripensamenti in tempi successivi, sostituita con « libertà ».

[33] Ms. f. 253v.: « non si sa in quale opera, credo » è chiaramente riportato; Morando, p. 60: manca.

[34] Ms. f. 253v.; Morando, p. 60: « ne » manca.

[35] Ms. ibid.; Morando, ibid.: « un » manca.

[36] Ms. f. 254: « falso » è chiaramente espresso; Morando, p. 6o: « falsa » e « in sé » manca.

[37] Ms. f. 253v.: in questa frase risultano diverse discordanze, solo formali, con l'edizione Morando.

[38] Ms. f. 254v.: « di Dio »; Morando, p. 62: « divina ».

[39] Ms. f. 254v.: « intelletto »; Morando, p. 62: « concetto ».

[40] Da questo punto - come rileva anche il Morando - nel manoscritto del Bonghi il dialogo è prima cancellato e poi rifatto; e una nota del 4 settembre (per errore scambiato con agosto): « Rifaccio la dimostrazione della natura dell'individuazione, perché quella parte di dialogo scritta il 30 agosto, nella quale l'ho dimostrata, non mi pare né ben condotta né concludente ». Il rifacimento occupa i fogli 256-261v. (divenuto 265v. per la nostra numerazione) come si premura di annotare lo stesso Bonghi a fondo del foglio 256: « Scancellato sino a p. 262 ».

[41] Ms. f. 265v.: risultano annullate cinque righe che avrebbero continuato la battuta del Rosmini, ma il Bonghi annulla e sostituisce l'interlocutore facendo però riprendere al Manzoni lo stesso concetto che avrebbe sviluppato il Rosmini: tentativo di render più vivace la conversazione?

[42] Ms. f. 266: risulta da tre rifacimenti sovrapposti.

[43] Ms. f. 266: Nel manoscritto tutte queste prime sottolineature non risultano. Nella Lettera a Giulio Carcano, Stresa 23 luglio 1856, il Bonghi si lamenta per la mancanza di un termine idoneo a tradurre l'Ichheit per esprimere la nozione astratta dell'io: « Metti che a te paresse di doverla enunciare di per sé sola questa nozione, con un segno unico; ti bisognerà pure o scrivere "meismo" col Rosmini o escogitare di per te una parola che ti garbi meglio » (Premessa alla I ed. di Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia, ristampa in volume delle Lettere Critiche a Celestino Bianchi, Milano 1856; ripubblicato in F. Torraca, op. cit., p. 226 e in E. Villa, op. cit., p. 39.

[44] In prima stesura quest'elogio al Bonghi era del Marchese di Cavour, ma immediatamente corretto, tanto che « La ringrazio Manzoni » è sovrapposto a « La ringrazio Signor Marchese ».

[45] Ms. f. 268v.: « è una »; Morando, p. 67: « vuol dire ».

[46] 39 Ms. f. 271v.: da « questi proprii » a « parecchi in quanto possibili » manca nel Morando, p. 70, per probabile salto di rigo.

[47] Inferno, vii, vv. 94-96: - « ma ella s'è beata e ciò non ode: /con l'altre prime creature lieta/volve sue spera e beata si gode ».

[48] Ms. f. 273v.: Fin qui la cancellatura e il rifacimento (cfr. nota 33). Il pezzo seguente del Dialogo porta la data 6 agosto, invece di 6 settembre: Ms. f. 274v.: « 6 agosto. Dialogo. [Continuazione: vedi 4 agosto] » [sic]. Il 7 il Bonghi se ne accorge e corregge.

[49] Ms. f. 273v.: « intellività » [sic].

[50] Ms. f. 278: « essenziale »; Morando, p. 75: « iniziale ».

[51] A questo punto il Bonghi cancella una trentina di battute molto rielaborate e ne riscrive la stesura più leggibile al f. 279.

[52] Ms. f. 279v.: riporta le due battute che qui seguono; Morando, p. 76: mancano.

[53] Ms. ibid.: « data »; Morando, p. 76: « limitata ».

[54] Ms. f. 280v.: « tutti »; Morando, p. 77: « tanti ».

[55] Ms. f. 282: da « Potrà creargli » a « crear l'uno o l'altro » manca nel Morando, p. 79.

[56] Ms. f. 283: Una cancellatura non consente di stabilire se la ripetizione di « incoato » sia voluta o no.

[57] Il Bonghi deve essere stato molto colpito da questo passo del Filebo, già riportato nella stesura annullata dal f. 261.

[58] Ms. f. 284: A questo punto il Dialogo è interrotto per alcune note di Diario (7-11 settembre) e riprende al f. 290. Vedasi quanto è riportato, nell'introduzione a questo Dialogo, in data 10 settembre.

[59] Ms. f. 290: « Dialogo. [Continuazione: vedi 3 settembre] »; non si confonde più con agosto. Ms. ibid.: « accordare »; Morando, p. 82: « adottare ».

[60] Cfr. qui, p. 93, al rigo che precede la nota 33.

[61] Ms. f. 292: si presentano periodi molto rielaborati. A riprova della problematicità dell'argomento si trovano due foglietti di ulteriori precisazioni ed aggiunte che in seguito sono stati mal incollati: al bordo dx anziché al sx e il 2° sopra al 1°; presentano però segni di riferimento ben interpretabili.

[62] Ms. f. 293v.; Morando, p. 86: « chè queste due sarebbero »; manca « ultime ».

[63] Cfr. qui, p. 89.

[64] Ms. f. 296: « quell'obbiezione »; Morando, p. 88: « quell'osservazione ».

[65] Ms. ibid. « altre »; Morando, ibid.: aggiunge « volte ».

[66] Ms. f. 297v. « con questo stesso dev'essere »; Morando, p. 91: « con questo tutto dev'essere ».

[67] Ms. f. 298: « che abbiamo davvero »; Morando, p. 91: manca.

[68] Ms. f. 298v.: « quelle cime dei monti di Bussino » è sovrapposto a « tutta la linea dei monti d'Ispra »; Morando, p. 93 nota 1: « Alcuni amici lombardi, interrogati da me, m'hanno suggerito possa trattarsi qui del Bisbino, monte sulla sponda del lago di Como vicino a Moltrasio, che pare, nella posizione dei nostri interlocutori, debba appunto vedersi dinanzi al Resegone di Lecco. Tanto più che il Bisbino ha fama, specialmente come indicatore del tempo, e ha dato origine al proverbio: "Quando il Bisbino si mette il mantello, il cittadino porti l'ombrello". C'è chi ha pensato anche a quella parte della Brianza che è tra il Lambro e l'Olona, detto el Busin: ma è troppo bassa e affatto piana. Il meglio è ancora il Bisbino, sebbene sia un monte, non più monti, come ha frainteso il Bonghi ».

[69] Ms. ibid.: Tutta la battuta del Bonghi è rielaborata su una prima stesura: « Bonghi Pure mai è più bella la vista di questi luoghi, che all'ora in cui siamo e mai è più bella Lesa. Se non fossi così cieco, dovrei scovrire dietro al Bussino, quella sega, non è il vero, Manzoni, del Resegone? »

[70] Morando, ibid., nota 2: « Quest'allusione al magnetismo ha colorito storico, poiché infatti di magnetismo s'interessavano assai il Rosmini e il Manzoni. Molte esperienze fatte dal conte Stampa, figliastro del Manzoni, in presenza loro, sono narrate in questo Diario medesimo del Bonghi ».

[71] Ms. f. 299: « Messago » [Menago?]; Morando, p. 93: - « Masnago ».

[72] A questo proposito, Gaetano Negri, nella sua Memoria letta nell'adunata del 15 luglio 1896 al Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, osserva: « La corrispondenza del Cassiciacum di sant'Agostino con Casciago, villaggio tra Varese e Laveno, è stata la prima volta affermata dal Manzoni, nel 1845, in una lettera da lui scritta al Poujoulat, autore francese di una storia di sant'Agostino. Tutti gli scrittori di antichità milanesi avevano sempre sostenuto che il Cassiciacum dovesse ritrovarsi in Cassago, paesello del Comasco. Il Manzoni dimostra con sottili ragioni linguistiche che Cassiciacum non avrebbe mai potuto diventar Cassago, ma doveva necessariamente diventar Casciago, e l'opinione del Manzoni ebbe il valido appoggio del Flecchia, il quale riprodusse l'interessante lettera manzoniana nella sua Dissertazione sopra i nomi locali dell'Italia superiore. La lettera del Manzoni è, lo ripeto, interessante, non solo perché determina precisamente una località tanto importante nella storia del pensiero cristiano, ma anche perché dimostra come fosse scrupoloso il Manzoni in ogni ricerca ch'egli facesse, e come, in ogni sua cosa, si riveli quell'acuta e squisita dialettica che era propriamente il tratto caratteristico della sua fisonomia intellettuale ». [Memorie, cit., p. 11].

[73] Sant'Agostino, Confessioni, Libro IX, cap. 3.

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Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011