Ruggero Bonghi

LE STRESIANE

Dialoghi

di

ALESSANDRO MANZONI

con

ANTONIO ROSMINI

01

Questo primo Dialogo è stato pubblicato per la prima volta da Giuseppe Morando ne Le Stresiane di Ruggero Bonghi, che fanno parte di una pubblicazione che portava il titolo  Per Antonio Rosmini nel primo centenario della sua nascita, 24 marzo 1879, dove sono raccolti saggi di vari autori scritti per quella celebrazione.

C'è motivo di credere che il Dialogo sia stato scritto nella nottata tra il 23 e il 24 agosto, considerando che il giorno 24, appunto, facendo riferimento ad una questione linguistica, conclude con le parole: «così mi diceva il Manzoni», quasi a naturale continuità con la nota iniziata il 23 e interrotta per stendere questo Dialogo.

 

Interlocutori: Rosmini, Manzoni, Bonghi. Stresa, Villa Bolongaro.

22 agosto 1852

PRIMO DIALOGO

Rosmini - E quel dialogo delle idee[1], Manzoni mio, quando ci vorrà metter mano?

Manzoni - Ci bisogna lei a' fianchi per andare avanti così in questo come in ogni altro scritto di filosofia, che fossi tentato di far [2]. È vero che lei me n'ha data una traccia[3], ma non basta. Bisognerebbe aver digerito tutta la materia assai meglio che non l'ho digerita io: poi la forma verrà da sé.

Rosmini - Son sicuro[4], che troverebbe modo di dar atti e vita di persone a tutti i sistemi contemporanei di Filosofia. Farà un gran bene, pure d'averne voglia.

Manzoni - Se lo vorrei!... Ma dica un po': eravamo restati ch'io non mi capacitavo affatto, come si potesse ridurre l'idea di specie a quella di genere e mostrare che fanno tutt'uno.

Rosmini - Ma ci ha un comune, sì o no, tra le une e le altre?

Manzoni - Certo sì; ma un diverso ancora, che le divaria.

Rosmini - Sì: ma che è questo diverso, se non una limitazione di quel comune?

Manzoni - Come?

Rosmini - Che è, infatti, quel comune tra tutte le idee, se non l'essere?

Manzoni - Nessun dubbio.

Rosmini - E ch'è la differenza, che diversifica tutte quelle idee tra loro se non una limitazione per la quale ciascuna piglia tanto dell'essere e non più?

Manzoni - Ha ragione.

Bonghi - Non mi pare: la limitazione è essere o non essere?[5]

Rosmini - Non essere.

Bonghi - Come limita se è nulla?

Rosmini - Appunto perché nulla.

Bonghi - Come a dire - appunto perché nulla? - Giochiamo a gatta cieca?

Rosmini - No davvero. Che significa, dite un po' voi medesimo, che l'idea sia limitata, se non questo solo: che la ha dell'essere una tanta parte, e non oltre? [6] Ora in sin dove ne ha, è, sì o no?

Bonghi - Sì.

Rosmini - Dunque, dove comincia a mancarne[7], non è. Ora è limitata, in quanto le manca dell'essere, è vero?

Bonghi - Non posso negare.

Rosmini - Dunque, in quanto limitata, non è.

Bonghi - Ma perché è limitata?

Rosmini - Altra. quistione.

Bonghi - E mela sciolga.

Rosmini - Prontissimo a servirvi. Ci ha niente, ditemi, nell'essere, che lo determini ad essere illimitato piuttosto che limitato? Voglio dire, quando pensate l'essere, pensate ancora necessariamente il limite? E siete così obbligato a pensarlo col limite o senza?

Bonghi - Certo no: l'essere e il limite non sono concetti inclusi l'uno nell'altro.

Rosmini - Dunque, col pensar l'uno, non pensate l'altro. L'uno, l'essere, a ripetervelo altrimenti, si può concepire col limite o senza?

Bonghi - Sì.

Rosmini - Ci ha dunque nell'essere la possibilità della limitazione e dell'illimitazione: o meglio, ci ha indifferenza all'una e all'altra.

Bonghi - Vero.

Rosmini - Per conseguenza, l'essere può venir limitato, e così diventare innumerevoli idee senza cessare di esser uno e lo stesso.

Bonghi - Sì; ma che il possa, non vel negavo né forse vel dimandavo. Volevo sapere come il sia.

Rosmini - Ma lo sapete già.

Bonghi - Come saperlo se lo dimando?

Rosmini - Non ci guardate: ma vi basta di voltar gli occhi.

Bonghi - Sì, ma in quale direzione? Se non me lo mostrate...

Rosmini - Nell'idea dell'essere, m'avete conceduto non ci sia nulla, che ripugni alla limitazione?

Bonghi - Concedutissimo: ed è inutile rifarsi da capo.

Rosmini - Anzi utilissimo. Né niente che l'inchiuda necessariamente?

Bonghi - Niente.

Rosmini - E però...

Bonghi - E però, l'essere ideale resterebbe in eterno come l'asino di Buridano, irresoluto vo' dire, in sempiterno, tra il limitarsi o no. Poniamo per un poco, che all'essere come idea meramente, possa spettare la facoltà di risolversi e di limitarsi.

Rosmini - Anzi questa stessa impossibilità di risolversi mai o di limitarsi, messa di riscontro al fatto della pluralità dell'idee, che non si può negare, mostra che quella facoltà che voi volete supporre per un poco nell'essere ideale, in effetti gli manca[8]. E che però ci voglia altro che pensi il limite in lui, vo' dire, nell'essere ideale.

Bonghi - Dio, per avventura.

Rosmini - Appunto. E lo pensi in un ordine, graduando la quantità dell'essere, come per una rimozione continua ed interminabile[9] del limite.

Bonghi - Lasciamo star questo; Iddio, dunque, pensa il limite dell'essere, e così il limite diventa attuale, di meramente possibile ch'egli era: e le idee così si fanno più, restando una sola. Non è vero?

Rosmini - Precisissimamente.

Bonghi - Or questo limite, che Iddio pensa, ha una realità o no. Se non l'ha, il pensiero di Dio è illusorio: se l'ha, dunque Iddio pensando quel limite, ha pensato i reali; e dunque ancora quel limite, a ciascun dei punti a' quali si ferma, risponde ad un reale: e dunque, in terzo luogo, se il limite in tanto è pensato, in quanto un reale gli corrisponde, non si può dir che sia nulla né che non sia[10].

Rosmini - A precipizio, figliuol mio. Avrei fatto meglio d'incagliarvi per via: non avreste sprecato cammino.

Bonghi - Sprecato? Dite voi: a me par d'averlo speso.

Rosmini - Vedremo chi di noi ha ragione. Cominciamo. Che vuol dire con quella tesi cornuta: il limite ha una realtà o no?

Bonghi - Qualcosa, certo.

Rosmini - A me pareva nulla. Stavamo parlando del limite pensato, o sbaglio?

Bonghi - Del pensato appunto.

Rosmini - Dunque non eravamo giunti al reale.

Bonghi - No: ma vi son giunto solo io e d'un salto.

Rosmini - A rischio di rompersi il collo. Iddio pensa il limite nell'essere: e se, dopo ch'egli ce l'ha pensato, l'essere si spezza, per così dire, in un numero infinito d'idee limitate, il pensier suo non è punto illusorio: egli pensa i molti, a usare una frase platonica, e i molti già sono.

Bonghi - Come pensati, sì: ma in Dio il pensare è fare, e il suo pensiero è creazione. S'egli pensa il molteplice, il molteplice, dopo pensato da lui, non deve già solo essere in quanto ideale, ma in quanto reale ancora.

Rosmini - Par dunque, che non abbiate altro bisogno di me.

Bonghi - Altro: se l'era un'obbiezione che le facevo.

Rosmini - Strano: credevo che fosse una riprova!

Bonghi - Ma il busillis sta a dimostrare, che il sia davvero.

Rosmini - Non vedete da voi, che per dimostrarmi l'assunto, avete introdotto nel discorso vostro un'altra cosa, cioè dire, una determinazione intorno all'essenza del pensiero divino? Prima dicevate che, perché il limite era pensato nell'essere, doveva essere reale: ora, pur ora, avete detto ch'egli può essere meramente pensato, e che non per questo il pensiero di lui, del limite, vo' dire, nell'essere [11], sarebbe illusorio: e che invece quando si volesse conchiudere dal pensiero divino del limite alla realtà dei limitati bisognerebbe ricorrere all'essenza stessa di Dio?

Bonghi - Avete ragione: ma non vedo che danno vi porti questo bisticcio nel quale mi son messo, al ragionamento, precipitato a dir vostro, che avevo fatto prima.

Rosmini - Non gran danno è vero: pure una confusione di meno è sempre tanto di guadagnato. In effetti, ora siamo a questo punto: che si potrebbe bensì solamente pensare l'essere ideale limitato in infiniti modi, senza che ci fossero reali limitati corrispondenti, e senza che però quel pensare fosse illusorio: ma che Iddio, per la sua natura tutta direi unita e fusa, pensando il limite crea il limitato reale: e che però il limitato ideale esige, per lui, il limitato reale. Non penserebbe, a dirla altrimenti, la moltiplicità ideale se non per creare ad un tempo la reale: anzi, perché gli è pure quello ch'egli è, non potrebbe pensar quella senza crear questa insieme [12]. Ora così a due dei vostri dunque è fatta ragione, e sgombrato il passo; e il terzo salta come una casa in cui scoppii un barile di polvere.

Bonghi - Scoppii pure, quanto sa e può: il mio dunque non salta. O salti pure: salterà sempre in piè e davanti a voi. Eccovelo: se il limite risponde, per qualche ragione, ad un reale, ed il reale è, dunque il limite è.

Manzoni - Le risponderò io, se si contenta.

Rosmini - Faccia: che gliene avrò grado.

Manzoni - Posso fare il forte: perché mi basta, anzi mi soprabbasta di ripetere quello che ha detto lei poco fa.

Rosmini - Vero: ma potrebbe senza questo [13].

Manzoni - Vogliamo dargliela vinta?

Rosmini - Per me, no davvero, non vorrei.

Manzoni - Non dicevo, o meglio, non volevo dire, di mandargliela buona affatto, affatto: ma le dimandavo, se le pareva che le ragioni della difesa sarebbero state danneggiate, se ci fossimo messi per la via per la quale vuole ire per forza lui, senza fargli vedere prima che l'è sbagliata, e che però varrebbe meglio di sceglierne un'altra? Mi spiego.

Bonghi - Gliene sarò obbligatissimo: perché mi pareva proprio di non capire ed il rispetto m'impediva di dirle ch'era lei che non si spiegava.

Manzoni - Oh! meno rispetto, amico mio: ora non parla più col maestro, ma col condiscepole. Come si sia, ecco quello che le voglio dire. Lei vuol sostenere, che il limite è, tanto quanto l'essere ch'è limitato: altrimenti, che l'essere limitato è essere, non pure in quanto ha dell'essere, ma ancora in quanto ne ha tanto e non più. Ora insin che l'era paruto, che il pensiero del limite fosse illusorio, quando non fosse insieme pensiero d'un limitato reale, poteva tenere per argomentare quel modo che ha tenuto da ultimo, ripetendo il suo terzo dunque. Ma dopo che il maestro qui (ed è inutile che ricalcitri e faccia segno che il nome non gli spetta: a ciascuno il suo), dopo che il maestro le ha dimostrato, che la verità del pensiero del limite non ha niente che fare, o meglio non ha quella connessione che lei credeva colla realità dei limitati, che importa di dire: se il limite risponde ad un reale ed il reale è, dunque il limite è? Non fa nulla, se risponda o no ad un reale. Posto che il pensiero del limite sia vero appena ch'egli è, se il limite è essere, gli si può dire che sia essere, tanto se è meramente pensato, quanto se sia ancora reale: tuttoché nell'un caso non gli si direbbe nel medesimo senso che nell'altro. In somma, l'idea è, la cosa reale è: quella come idea, questa come cosa, gli è vero: ma l'una e l'altra sono. Se il limite, nel giro dell'essere ideale, si può dire che sia, basta: già è; non serve, per non voler dire altro, di cercare se sia ancora nel giro dell'essere reale. Se il limite, nel giro dell'ideale, vale non-essere, non importa, quando non vogliate dirgli altro, cercare, se il sia nel giro del reale. Ora lei sbalza dall'un ordine all'altro, sa perché? Scusi: ma glielo dovrò dire, con quella libertà che usano gli scolari. Perché il maestro le ha già dimostrato che nel giro dell'ideale valeva non-essere: però lei si appiccica al reale, per trovare tra l'uno e l'altro quello che non trova nell'uno né che spera di trovare nell'altro. Ma voglio tagliarle le gambe io: almeno, l'impertinenza dello scolare non mi manca e la presunzione...

Bonghi - Basta, che quanto a merito, n'ha come un maestro.

Manzoni    Ah, mi paga di cortesie: ed io, la ricompenserò entrando in materia. Mi dica: non le par tanto essenziale ad un reale di esser uno, quanto ad un altro di esser più?

Bonghi - Come a dire?

Manzoni - Il reale increato, che crea, Dio, vo' dire, il reale infinito, può essere altro che uno?

Bonghi - Non altro.

Manzoni - E il creato può esser uno ancor esso?

Bonghi - Perché no?

Manzoni - Non avrebbe risposto così, se avessi detto un po' meglio quel che volevo dire. Che Dio avesse potuto creare un solo altro reale, non ha dubbio, o almeno non fa al nostro proposito di dubitarne, invece fa questo: questa creatura, così unica [14], avrebbe potuto essere infinita?

Bonghi - No: perché ripugna che un infinito sia pensato e così creato da qualcosa fuori. di sé. L'infinito si deve assolvere in se medesimo, e, come dice Dante, rigirarsi sé in sé. L'infinito si pensa e si genera: almeno non include contradizione che lo faccia: l'include bensì che possa pensare e generare altro da sé che sia infinito come sé[15].

Manzoni - Sta bene. Or, se la creatura non può essere infinita, non può dunque esaurire in sé tutto l'essere.

Bonghi - L'è una proposizione identica con quella, da cui pare di volerla conchiudere.

Manzoni - E se non può, resta dunque fuori di lei una parte di essere?

Bonghi - Chi ne dubita?

Manzoni - Ideale, o reale?

Bonghi - Del primo solo, se parla d'una creatura meramente pensata: del secondo ancora, se d'una sussistente e reale.

Manzoni - A maraviglia. Quel tanto d'essere, sia ideale sia reale, che ne resta fuori, esaurirebbe, unito al primo, tutto quanto l'essere?[16]

Bonghi - Certo no.

Manzoni - E perché?

Bonghi - Perché sarebbero sempre due tanti di essere determinati e finiti, ed anco, per così dire, infiniti tanti di questa sorte non esauriscono l'infinito.

Manzoni - Adunque il reale finito [17] ha in sé, ha intrinseca, ha nei visceri la pluralità, o meglio la possibilità della pluralità: e l'ha tanto nei visceri, che Iddio, che pure è un medico laureato in tutte le facoltà di medicina, un chirurgo che ha delle tanaglie altro che inglesi, Iddio, vede, non gliela può cavare di corpo[18].

Bonghi - Ebbene?

Manzoni - Ebbene, non le pare, che può bensì esistere, come reale creato, un solo essere, ma per quanto sia grande e grosso non può impedire che non ce ne possa essere altri?

Bonghi - Adunque?

Manzoni - Adunque è così essenziale all'essere creato il poter esser più, come all'increato il dover esser uno?

Bonghi - E il mio limite?

Manzoni - Abbia pazienza, un momentino. I reali creati e limitati sono essere in quanto sono o in quanto non sono?

Bonghi - Bella! in quanto sono.

Manzoni    E, in quanto sono, hanno dell'essere o non ne hanno?

Bonghi - Hanno.

Manzoni - E ne hanno, in quanto ne hanno o in quanto ne mancano?

Bonghi - Mi verrebbe voglia di risponderle in quanto ne mancano!

Manzoni - Ma sarebbe voglia di donna gravida, e, come lei non par che sia, non ci guardo, e credo che m'abbia risposto: in quanto ne hanno.

Bonghi - Creda.

Manzoni - Or bene: il limite, l'hanno per causa di quell'essere che hanno, ed insin dove l'hanno, o per colpa di quell'essere di cui mancano e da quel punto che cominciano a mancarne?

Bonghi - Per colpa di questo.

Manzoni - E rispetto a questo sono non-essere?

Bonghi - Non-essere.

Manzoni - E per questo hanno il limite?

Bonghi - Sì.

Manzoni    Dunque il limite della cosa comincia, dove comincia il non-essere della cosa?

Bonghi - Debbo confessarlo[19].

Manzoni - Dunque limite e non-essere valgono il medesimo?

Bonghi - Purtroppo.

Manzoni - Dunque limite dell'essere è il nulla: e perciò v'ha cose limitate, perché ci ha cose che tengono assai più del nulla che dell'essere: come son tutte le finite. E come n'avrebbe potuto o voluto dubitare, se si fosse ricordato di quella bella pagina delle meditazioni di sant'Agostino?

Bonghi - Ha ragione: e non dico altro[20].

Rosmini - Benissimo, Manzoni mio. Pure, per conforto di quel giovine, voglio dire che in questi contorni girano questioni astrusissime e malagevoli assai. E benché tutto questo che s'è detto sia vero, pure non è tutto, anzi è assai poco (rispetto) a quello che si deve dire.

Bonghi - Respiro. Mi dica un po', su, le quistione[21].

Rosmini - Per contentarvi, eccovene tre, che vi darebbero da rodere per un pezzo. Dicevate che Iddio pensa il limite nell'essere?

Bonghi - Sì.

Rosmini - Ora, a quanti punti, a quante fermate si può posar questo limite, e così quanti pensabili e poi reali distinti può fare?

Bonghi - Ad infinite, starei per dire, ed infiniti.

Rosmini - E gli pensa tutti Iddio? Se gli pensa, certo gli pensa ab eterno ed in eterno, attualmente sempre e tutti: or se il fa, ci ha dunque un numero attuale infinito, ch'è assurdo perché è assurdo un numero che non possa essere aumentato d'una unità, e l'infinito numero non potrebb'essere [22]: se poi nol fa, la scienza sua è dunque incompiuta.

Bonghi - Questa è l'una: e l'altra?

Rosmini - Quando gli ha pensati, gli ha voluti pensare, o gli ha dovuti?

Bonghi - Gli ha voluti.

Rosmini - Dunque poteva non volerlo.

Bonghi - Sì.

Rosmini - Adunque Iddio è libero?

Bonghi - Certo.

Rosmini - E la libertà sua è intera; né se è libero per una parte, può essere non libero per un'altra, sendo egli un atto unico per essenza e semplicissimo?[23]

Bonghi - Senza dubbio.

Rosmini - Vuol dire che in lui è libero tutto?

Bonghi - Pare.

Rosmini - Anche la sua esistenza?

Bonghi - Come?

Rosmini - Di guisa che potrebbe, per l'essenza sua[24], annientarsi?

Bonghi - Oibò.

Rosmini - Se non può, dunque non è libero in questo.

Bonghi - Parrebbe.

Rosmini - E perché?

Bonghi - Perché un essere che non può qualcosa ha tanto limitata la potenza quanto la libertà[25].

Rosmini - E perché vi pare che Iddio non possa?

Bonghi - Perché l'essere suo stesso è necessario: non può egli non essere[26].

Rosmini - Ma non ci ha in Dio che un atto solo e semplicissimo[27].

Bonghi - S'è detto poco fa [28].

Rosmini - Sarebbe altro quest'atto da quello per cui è?[29]

Bonghi - Non altro [30].

Rosmini - Or s'egli è necessario questo, e se non ce ne può essere un altro, l'atto creativo o non è o è questo stesso?

Bonghi - Come si farebbe a negarvelo?

Rosmini - Poiché noi siamo, anzi il finito, come si sia, è, non si potrà dire che quell'atto non sia, ma che sia il medesimo coll'atto dell'essenza divina, dato e non concesso, che in questo caso meriterebbe ancora il nome di creativo?

Bonghi - Ebbene sarà il medesimo.

Rosmini - Adunque il finito non poteva non esser pensato e creato; è di necessità che lo fosse.

Bonghi - Oibò: che sarebbe dunque la contingenza del creato?

Rosmini - Questi due oibò sono i poli, amico mio, della seconda quistione, e sono agghiacciati: non vi si può dimorare, senza che vi si ghiacci il sangue e morire. Bisogna trovare una zona temperata, nella quale possa convivere la libertà assoluta di Dio, colla necessità assoluta dell'essenza sua e della verità.

Bonghi - Paese nuovo a scoprire. M'indichi il terzo viaggio.

Rosmini - Avete detto che il limite è non-essere e nulla [31].

Bonghi - Me l'avete fatto dir voi e il Manzoni 32].

Rosmini - E abbiamo [33] fatto bene, mi pare. Ora, perché pure tal cosa ha tanto di essere, e tal'altra tanto?

Bonghi - Perché Dio ha voluto così.

Rosmini - Avete ragione: volevo dir come?

Bonghi - Come Iddio ha fatto che tal cosa abbia tanto di essere, e tale altra tanto?

Rosmini - Appunto. Che è ciò che ferma una cosa a tal punto, una cosa più in là, un'altra più in qua? Come circoscrive quei più o meno tanti di essere, ideale o reale, che spartisce tra le varie idee e le cose? [34]

Bonghi - Ditemelo un po' voi.

Rosmini - Volevate saper solo le quistioni: non vi debbo altro.

Bonghi - Servitor suo. Usciamo a pigliar un po' d'aria, chè questa metafisica rischia di soffocarci!

Rosmini - Invece, caro mio, ci leva, direbbe chi volesse dir bene[35], in più spirabil aere.

Bonghi - Sono ancor io di quest'avviso: pure mi concedano che non è però buono alla respirazione e fa talor male ai polmoni. Io mi struggo poi di viverci dentro, bene o male che faccia, a questo corpicciuolo. Tanto che, di grazia, ditemi un po', maestro mio [36], ancor questo. La possibilità della pluralità e della limitazione che s'include nella possibilità universale e indifferente dell'essere, non le pare che sia appunto quella diade ideale dei Platonici, della quale si parlava l'altro giorno?[37]

Rosmini - Sì; e andiamo via.

      Note

_______________________

[1] Ms. f. 235v.: «sull'idea». 

[2] Ms. ibid.: «Ci bisogna Rosmini a' lati per andare oltre in filosofia». 

[3] Lettera del Rosmini al Manzoni, Stresa 13 novembre 1850. 

[4] Ms. ibid.: «E appunto per questo mi parrebbe che vi si dovesse mettere. Io son sicuro». 

[5] Ms. ibid.: «La limitazione è o non è». 

[6] Ms. ibid.: «Perché che vuol dire che l'idea sia limitata, se non questo solo che la ha dell'essere una tanta parte, e non oltre»; periodo molto corretto e il Morando, p. 41, confonde «oltre» con «altre».

[7] Ms. f. 236: «mancarne»; Morando, p. 41: «mancare».

[8] Ms. f. 237: il testo, dalla parola «Buridano» fino a «però ci vuole altro», manca.

[9] Ms. f. 237; Morando, p. 41: «indeterminabile».

[10] Ms. ibid.: aveva scritto nella prima e nella seconda stesura, e successivamente annullato: «E se non si può dire che non sia, quel che si sia che limitando l'essere, differenzia e moltiplica le idee, non si può neppur dire che non sia. E se è, dunque è né più né meno di ciò che le accomuna. E infine, per conchiuderla, il limite è, e non si potrebbe dir che non fosse».

[11] Ms. f. 238v.: «dell'essere»; Morando, p. 42, punteggia con un esclamativo mentre in ambedue i manoscritti c'è un chiaro interrogativo finale.

[12]  Ms. f. 238v.: il testo da «anzi» a «insieme» manca. 

[13] Ms. f. 239: invece delle prossime otto battute, da: « Manzoni Vogliamo dargliela vinta? » a: « Bonghi    Come a dire?», il testo è costituito dalle due seguenti: «Manzoni  In somma, è tanto essenziale ad un reale di esser uno, quanto ad un altro di esser più. Bonghi Capisco: pure desidero che ci spieghi meglio ». 

[14] Ms. f. 239: manca «così unica». 

[15] Ms. f. 239v: «Bonghi  No: perché se fosse stata, Iddio non avrebbe potuto pensarla. O meglio avrebbe sempre pensato sé, pensando lei; e però avrebbe sempre ricreato sé medesimo, volendo crear lei». 

[16] Ms. ibid.: «Manzoni Ora a questo resto di essere ideale non gli si potrebbe far rappresentare un altro reale?   Bonghi Certo sì.    Manzoni E quest'altro reale unito col primo esaurirebbero tutto l'essere?»

[17] 17 Ms. f. 239v.: «creato».

[18] Morando, p. 43 nota: «Nel Ms. bonghiano a questo punto [cfr. f. 240] sono due osservazioni a matita; l'una del torinese prof. Giammaria Bertini, acuto ingegno e dotto filosofo, amicissimo del Bonghi, l'altra del sen. Gaetano Negri: Questo lo torrei via [Bertini]; No, davvero. Io lo lascerei [Negri]».

[19] Ms. f. 240v.: battuta sostituita: «Bonghi  Appunto: e dunque dirà lei, il limite non è. Obbligatissimo»; mancano le successive quattro battute; segue con «Rosmini  Benissimo, Manzoni», ecc.

[20] Morando, p. 44 nota: «Che il limite sia, e sia qualcosa, c'induce a dirlo la speciale natura della nostra mente, i cui due difetti essenziali saranno additati argutamente dal Manzoni sul finire della Terza Stresiana. Uno di questi è, che, siccome noi non intendiamo se non l'essere, esprimiamo ogni cosa come se fosse, anche il non essere, il male, il nulla, e li andiamo pescando nell'ente».

[21] Questa battuta è stata saltata nella rielaborazione, ce lo testimonia la fretta che ha fatto confondere al Bonghi medesimo la battuta successiva come detta dal Manzoni, invece era originariamente del Rosmini, come conferma la successiva schermaglia. Riportiamo quindi secondo quella che ci è sembrata la «logica» originaria del Dialogo (cfr. Ms. ff. 240v.-241). 

[22] Ms. f. 241: manca da «ch'è assurdo» a «non potrebb'essere».

[23] Ms. ibid.: manca da «né se è libera » a «semplicissimo». 

[24] Ms. f. 241v.: manca «per l'essenza sua». 

[25] Ms. f. 241v.: da questa battuta, e per le undici successive, il testo ha subìto notevole rielaborazione: «Bonghi Perché un essere che non può qualche cosa, ha tanto limitata la libertà quanto la potenza. Non ha arbitrio di fare quel che non può. Rosmini Or perché sembra che Iddio non possa?» 

[26] Ms. ibid..: «Bonghi  Perché l'essenza sua stessa è necessaria, ed egli non può non essere, come non può non fare il bene». Morando, p. 45: «Bonghi  Perché l'essenza sua tutta...»

[27] Ms. ibid.: «Rosmini  Ed il molteplice era bene pensarlo e crearlo, o no?»

[28] Ms. ibid.: «Bonghi  Bene certo ».

[29] Ms. f. 241v.: «Rosmini  Adunque non poteva non pensarlo e non crearlo».

[30] Ms. ibid.: manca questa battuta e le cinque successive; riprende da: «Bonghi  Oibò: che sarebbe dunque...»

[31] Ms. f. 242: manca «e nulla».

[32] Ms. ibid.: «Me l'ha fatto dire il Manzoni».

[33] Ms. ibid..: «ha».

[34] Ms. ibid.: manca da «Come circoscrive» a «le cose».

[35] Ms. f. 242: « direbbe il Manzoni ».

[36] 36 Ms. 242v.: « ditemi, Rosmini ».

[37] 7 Ms. ibid.: manca: « della quale si parlava l'altro giorno ». Se, come ho sostenuto, il Dialogo è stato scritto di getto nella notte tra il 23 e il 24 agosto, l'affermazione è attendibile perché «l'altro giorno» è appunto il 22 agosto, giorno della conversazione cui si riferisce nel Diario al foglio 235. A metà pagina (f. 242v.) finisce il Dialogo e segue immediatamente «24 agosto».

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Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011