Ruggero Bonghi

LE STRESIANE

Dialoghi

di

ALESSANDRO MANZONI

con

ANTONIO ROSMINI

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DEDICA

Lettera al Signor marchese Gustavo di Cavour

Le dico in verità, che dopo riletto il mio dialogo sulle bozze di stampa, non avrei avuto l'ardire di usare del permesso che le avevo chiesto di dedicarglielo, se non avessi saputa a prova la bontà sua e non avessi avuta una grandissima voglia di darle un attestato della stima e dell'affetto che mi legano a lei. Oltre di che ho detto fra me e me, con chi potrei parlar meglio di questa mia infelicissima creatura se non col Marchese, che l'ha vista nascere? Di fatti lei sa, quale fosse l'occasione di scrivere di questi dialoghi[1]. Un giorno il Rosmini, dopo aver discorso col Manzoni sull'unità e moltiplicità dell'idea, espose come per ischerzo alcune quistioni metafisiche difficilissime e tra le altre questa: se l'atto creativo sia necessario o libero, accennando come dal crederlo o l'uno o l'altro pareva che venissero fuori conseguenze del pari assurde e non accettabili. Quando dopo alcuni giorni si rividero, il Manzoni espose al Rosmini una certa sua maniera di risolvere quella quistione. Fu saggiata e da lui stesso poi rigettata per insufficiente. Pure, lui ed il Rosmini e lei non smisero di discorrerne, proponendo a vicenda ragioni ed obbiezioni, e in somma chiacchierando come loro sanno fare. Mi parve bene di scrivere quello che avevo udito; e come scrivendo si è meno liberi di saltare, mi convenne aggiungere di molte cose, e mi venne fuori un dialogo, che avrei potuto intitolare Dell'antinomie che sorgono dall'applicazione della nozione di necessità e di libertà all'atto creativo. Se non che con questo s'era piuttosto sgombrato il cammino che raggiunta la meta: lei e il Manzoni cercarono di far parlare il Rosmini; ma il Rosmini si ostinò a non voler dire nulla. Cosa fare? Il piccolo cervelletto mio si era messo in moto, e non si voleva chetare. Perciò scrissi altri due dialoghi[2] tutti di capo mio e ne' quali di reale non c'era nulla, introducendo per interlocutori le stesse persone, cioè dire, il Rosmini, il Manzoni, lei e un giovine napoletano, che non le voglio dire chi sia. Quantunque ci fosse un grande ardire a servirsi di que' gran nomi, pure come pensava di scrivere solo per uso mio[3] non ci vedevo gran rischi. E poi ci trovavo de' vantaggi: l'uno d'avere davanti, nello scriver dialoghi, delle persone vive e vere, e che si conoscono appieno; l'altro di poter trovare occasione negl'intermezzi delle discussioni di dipingere l'eccellenti qualità d'animo del Rosmini e del Manzoni e l'intima amicizia che gli lega e l'osservanza dell'uno per l'altro. Son sicuro, Marchese mio, che parecchi de' loro tratti, che a me paiono bellissimi e rari, ad altri parranno deboli e fuor di moda: pazienza! non voglio stare a persuadergli. Invece, vi dirò in breve la conchiusione alla quale, pensando arrivai di per me solo. Il che è tanto più necessario che il mio buon Mamiani[4], che ha avuta la cortesia di chiedermi qualcosa da stampare nel secondo volume degli Atti dell'Accademia e al quale, per non aver altro, ho mandati questi dialoghi, si è risoluto di pubblicare l'ultimo che è quello in cui fo sviluppare al Manzoni, con un discorso quasi continuo, la soluzione finale del quesito, facendogli adoperare per dati e concessi alcuni punti già messi in sodo e dimostrati prima.

Adunque, Marchese mio, pensando e ripensando, m'è parso che la sussistenza dell'essere non si può intendere se non come un atto di cui non si trova ragione né cagione al di fuori di esso; e a cui perciò, per via d'analogia con quello che succede in noi, non si sarebbe potuto dare altro nome se non quello di arbitrario. Ora - mi son detto - perché quest'atto sorga, ci bisogna a principio non un minimo dell'essere come vogliono gli Hegeliani, ma un massimo, ciò è dire una totalità d'essere. Questa totalità deve avere, oltre alla sua sussistenza, ma però nella sua sussistenza, un certo organismo suo proprio che ne sia la vita. L'atto per cui ha quest'organismo, fa realmente tutt'uno con quello per cui sussiste: perché l'essere si deve già porre col solo sussistere in quest'organismo; altrimenti, non potrebbe sussistere. Ora, questo atto, diremo, secondo, l'ho chiamato generativo, come al primo ho dato il nome di atto dell'essere: e ho creduto che, come questo atto dell'essere non si può concepir meglio che come arbitrario, così il secondo si deve ritenere per necessario. Ho poi studiato quell'organismo; e l'ho trovato esistente in una triplicità: e che nel primo termine l'ente sia come reale, nel secondo come ideale, nel terzo come sintesi o bene, ma che coesistessero in tutti i tre. Ed ho anche visto, o mi è parso, che l'ente primo non si possa chiamar compiuto, se non come e in quanto sintesi o bene, in quanto, cioè si riassume nel terzo termine. Ammessa che questa sia la natura preesistente dell'infinito, non ho dovuto fare grande sforzo per persuadermi quale deve essere quella del finito, e come si deva concepire l'atto creativo. Mi sono prima capacitato che l'atto per cui sussiste il finito, sia davvero creativo, e non gli si possa dare nome che l'indichi meglio. Accettato questo, non m'è parso difficile di riconoscere, che l'atto per cui sussiste il finito, sia anche esso arbitrario, quantunque ci corra un divario grandissimo da esso a quello dell'infinito: ed è che questo non ha né cagione né ragione fuori di sé e non ammette la possibilità di non essere, mentre quello, se non ha ragione, ha però cagione fuori di sé, e, per la natura stessa intrinsecamente e necessariamente contingente del finito, può non essere. Se non che se il finito sussiste per un atto arbitrario dell'ente infinito, il suo organismo però è anch'esso necessario: e deve ripresentare, colle condizioni proprie del finito, quello della natura infinita. In quanto alla libertà, non sorge nel finito se non dove nell'infinito; cioè al punto, in cui ci si fa la sintesi della natura reale e dell'ideale, il che equivale a dire che sorge nella natura razionale. La libertà, adunque appartiene all'organismo dell'essere così infinito come finito ed è necessario che vi sia: e non essendo l'uno e l'altro compìti ed interi se non come liberi, le loro relazioni morali sono determinate dalla natura e dalle condizioni della libera elezione, per quanto sia diversa la maniera in cui questa competa, s'eserciti e s'attui nelle due nature.

Questa, mio caro Marchese, è la somma del tutto. Giudichi lei e giudichino gli altri. A me non bisogna aggiungere se non questo solo. Non voglio già dire, che questo dialogo che si pubblica, mi paja il peggiore degl'altri[5] - sarebbe una smorfia d'autore - ma dirò bensì ed è il vero, che tutti e quattro[6] i dialoghi sono imperfetti di molto e bisognosi di molti rattoppi e rimedi. L'autore lo sa, e se pubblica questo, non sa perché vi si sia deciso. Ha voluto però lasciare un segno della sua opinione: ed è stato che, in luogo d'una dimostrazione che il primo inteso, l'inteso essenziale, quello in cui consiste l'intelligenza prima, non possa essere una serie[7], ma deve essere qualcosa d'unico e di semplice, si vedono invece tanti puntini[8]: eppure la dimostrazione c'era e non gli pareva pessima. Ma perché chi gli venisse la strana voglia di leggere, non si scordi che cosa legge, gli ha messo lì que' puntini avanti agli occhi che glielo ricordino.

Addio, Marchese, a rivederla a Stresa al suo ritorno da Evian. Mi voglia un po' di bene e mi creda

  Torino, 1° Agosto 1854      
      Tutto suo

        Ruggero[9] Bonghi
 

    Note

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[1] Ed, '55, p. 3: « di questi dialoghi »; Morando, p. 148: « il dialogo ».

[2] Nel volume Le Prime Armi (1894), dove questa Lettera è ristampata insieme con il Dialogo, il Bonghi pone una piccola nota: « Questi poi, credo, son persi; giacché non furono stampati, e manoscritti non li ritrovo ». Giustamente osserva il Morando: « Il bello è che i persi, nel caso, non sarebbero stati questi due ultimi, ma i due primi: giacché l'unico pubblicato, il presente, è il quarto ». Per le riserve sopra l'attendibilità dell'affermazione « tutto di capo mio », si vedano ancora le già citate osservazioni del Prini.

[3] Il « solo per uso mio » è contraddetto col rivolgersi, in questo quarto Dialogo, ad un « Proto » ed a « lettori miei ».

[4] Nella Lettera del Bonghi al Rosmini, da Torino, nel 1853, quando è impegnato a concorrere per la Cattedra di Logica, si legge: « Il Mamiani vorrebbe quella cattedra per sé: e non gliela voglion dare »; sta in « Nuova Antologia », giugno 1944, p. 77.

[5] Ed. '55, p. 6: « degl'altri »; Morando, p. 150: « dei tre ».

[6] Ed. '55, p. 6: « tutti e quattro »; Morando, p. 150: « tutti e tre ».

[7] Cfr. anche: Ms. f. 413, per il commento ad Aristotele, De Anima, Lib. III, cap. VI, parag. 3; e il già citato chiarimento col Rosmini, in data 25 ott.: Ms. f. 467.

[8] Ed. '55' p. 15: riporta dieci righi con puntini di sospensione.

[9] Ed. '55, p. 6: « Ruggiero »; Morando, p. 150: « Ruggero ».

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Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011