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Adunque, Marchese mio, pensando e ripensando, m'è parso che la sussistenza dell'essere non si può intendere se non come un atto di cui non si trova ragione né cagione al di fuori di esso; e a cui perciò, per via d'analogia con quello che succede in noi, non si sarebbe potuto dare altro nome se non quello di arbitrario. Ora - mi son detto - perché quest'atto sorga, ci bisogna a principio non un minimo dell'essere come vogliono gli Hegeliani, ma un massimo, ciò è dire una totalità d'essere. Questa totalità deve avere, oltre alla sua sussistenza, ma però nella sua sussistenza, un certo organismo suo proprio che ne sia la vita. L'atto per cui ha quest'organismo, fa realmente tutt'uno con quello per cui sussiste: perché l'essere si deve già porre col solo sussistere in quest'organismo; altrimenti, non potrebbe sussistere. Ora, questo atto, diremo, secondo, l'ho chiamato generativo, come al primo ho dato il nome di atto dell'essere: e ho creduto che, come questo atto dell'essere non si può concepir meglio che come arbitrario, così il secondo si deve ritenere per necessario. Ho poi studiato quell'organismo; e l'ho trovato esistente in una triplicità: e che nel primo termine l'ente sia come reale, nel secondo come ideale, nel terzo come sintesi o bene, ma che coesistessero in tutti i tre. Ed ho anche visto, o mi è parso, che l'ente primo non si possa chiamar compiuto, se non come e in quanto sintesi o bene, in quanto, cioè si riassume nel terzo termine. Ammessa che questa sia la natura preesistente dell'infinito, non ho dovuto fare grande sforzo per persuadermi quale deve essere quella del finito, e come si deva concepire l'atto creativo. Mi sono prima capacitato che l'atto per cui sussiste il finito, sia davvero creativo, e non gli si possa dare nome che l'indichi meglio. Accettato questo, non m'è parso difficile di riconoscere, che l'atto per cui sussiste il finito, sia anche esso arbitrario, quantunque ci corra un divario grandissimo da esso a quello dell'infinito: ed è che questo non ha né cagione né ragione fuori di sé e non ammette la possibilità di non essere, mentre quello, se non ha ragione, ha però cagione fuori di sé, e, per la natura stessa intrinsecamente e necessariamente contingente del finito, può non essere. Se non che se il finito sussiste per un atto arbitrario dell'ente infinito, il suo organismo però è anch'esso necessario: e deve ripresentare, colle condizioni proprie del finito, quello della natura infinita. In quanto alla libertà, non sorge nel finito se non dove nell'infinito; cioè al punto, in cui ci si fa la sintesi della natura reale e dell'ideale, il che equivale a dire che sorge nella natura razionale. La libertà, adunque appartiene all'organismo dell'essere così infinito come finito ed è necessario che vi sia: e non essendo l'uno e l'altro compìti ed interi se non come liberi, le loro relazioni morali sono determinate dalla natura e dalle condizioni della libera elezione, per quanto sia diversa la maniera in cui questa competa, s'eserciti e s'attui nelle due nature.
Questa, mio caro Marchese, è la somma del tutto. Giudichi lei e giudichino gli altri. A me non bisogna aggiungere se non questo solo. Non voglio già dire, che questo dialogo che si pubblica, mi paja il peggiore degl'altri[5] - sarebbe una smorfia d'autore - ma dirò bensì ed è il vero, che tutti e quattro[6] i dialoghi sono imperfetti di molto e bisognosi di molti rattoppi e rimedi. L'autore lo sa, e se pubblica questo, non sa perché vi si sia deciso. Ha voluto però lasciare un segno della sua opinione: ed è stato che, in luogo d'una dimostrazione che il primo inteso, l'inteso essenziale, quello in cui consiste l'intelligenza prima, non possa essere una serie[7], ma deve essere qualcosa d'unico e di semplice, si vedono invece tanti puntini[8]: eppure la dimostrazione c'era e non gli pareva pessima. Ma perché chi gli venisse la strana voglia di leggere, non si scordi che cosa legge, gli ha messo lì que' puntini avanti agli occhi che glielo ricordino.
Addio, Marchese, a rivederla a Stresa al suo ritorno da Evian. Mi voglia un po' di bene e mi creda
| Torino, 1° Agosto 1854 | ||||
| Tutto suo Ruggero[9] Bonghi |
Note
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[1] Ed, '55, p. 3: « di questi dialoghi »; Morando, p. 148: « il dialogo ».
[2] Nel volume Le Prime Armi (1894), dove questa Lettera è ristampata insieme con il Dialogo, il Bonghi pone una piccola nota: « Questi poi, credo, son persi; giacché non furono stampati, e manoscritti non li ritrovo ». Giustamente osserva il Morando: « Il bello è che i persi, nel caso, non sarebbero stati questi due ultimi, ma i due primi: giacché l'unico pubblicato, il presente, è il quarto ». Per le riserve sopra l'attendibilità dell'affermazione « tutto di capo mio », si vedano ancora le già citate osservazioni del Prini.
[3] Il « solo per uso mio » è contraddetto col rivolgersi, in questo quarto Dialogo, ad un « Proto » ed a « lettori miei ».
[4] Nella Lettera del Bonghi al Rosmini, da Torino, nel 1853, quando è impegnato a concorrere per la Cattedra di Logica, si legge: « Il Mamiani vorrebbe quella cattedra per sé: e non gliela voglion dare »; sta in « Nuova Antologia », giugno 1944, p. 77.
[5] Ed. '55, p. 6: « degl'altri »; Morando, p. 150: « dei tre ».
[6] Ed. '55, p. 6: « tutti e quattro »; Morando, p. 150: « tutti e tre ».
[7] Cfr. anche: Ms. f. 413, per il commento ad Aristotele, De Anima, Lib. III, cap. VI, parag. 3; e il già citato chiarimento col Rosmini, in data 25 ott.: Ms. f. 467.
[8] Ed. '55' p. 15: riporta dieci righi con puntini di sospensione.
[9] Ed. '55, p. 6: « Ruggiero »; Morando, p. 150: « Ruggero ».
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Ediz. 2003 Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011 |