Giuseppe Bonghi

Biografia di Giovanni Boccaccio

© 2000

L'infanzia

Giovanni Boccaccio è nato a Certaldo (o a Firenze, secondo una ipotesi secondaria che ebbe scarso credito quando fu esposta e che oggi non ha più peso) nel mese di giugno o luglio del 1313, fuori del matrimonio, frutto di una relazione giovanile. Il padre fu Boccaccio (detto Boccaccino) di Chellino, un mercante facoltoso di Certaldo, agente della potente compagnia dei Bardi, e la madre una donna che si ipotizza di umili origini tanto che, Chellino non avrebbe potuto sposare, senza mettere a rischio il suo futuro e l'ingresso nella ristretta cerchia dei grandi mercatanti fiorentini che in quegli anni stavano accumulando enormi ricchezze. Una luce leggendaria circonda i natali di Boccaccio: si dice perfino che sia nato a Parigi dagli amori con una gentildonna e perfino con una figlia di re, una certa Jeanne, una leggenda riportata da molti biografi e raccolte di biografie anche dell'Ottocento; una leggenda, o forse addirittura la realtà; ma questo non si può provare, stante la mancanza di documenti inequivocabili, anche se viene accreditata dallo stesso Giovanni in alcuni indizi autobiografici disseminati qua e là nelle sue opere, insieme al fatto che il padre effettivamente aveva soggiornato a Parigi nel primo trimestre del 1313 alloggiato presso la chiesa di Saint-Jacques-la-Boucherie, e lo stesso Giovanni "sembra riferire a ricordi o a impressioni dirette o indirette del padre quanto narra nel De casibus (IX 21) sul rogo dei Templari (12 maggio 1310) e sul supplizio di Giacomo di Molay (18 o 19 marzo 1314)" (Branca). Al di là comunque delle favole o della realtà sul luogo di nascita del Boccaccio, resta il fatto che mai lo scrittore accenna alla madre, che viene sempre ignorata anche dai documenti ufficiali che riguardano la sua famiglia.

Della madre, quindi, nulla sappiamo, smentendo il famoso detto, che vuole certa la madre e incerto il padre; ma del padre sappiamo che senza esitazione riconosce ufficialmente e porta a casa il piccolo Giovanni, tenendolo nella sua famiglia dove vivrà assieme agli altri fratelli con pari diritti forse già prima di unirsi in matrimonio nel 1319 con Margherita dei Mardoli parente della famiglia Portinari (che ci ricorda la Beatrice di Dante che era andata sposa appunto a Folco dei Portinari). Questo matrimonio, dal quale nasce ben presto il fratellastro Francesco (1320), dovette rappresentare davvero una delusione per il piccolo Giovanni, se è vero che i rapporti col padre non saranno mai privi di un certo atteggiamento rancoroso, secondo alcuni critici; e questo atteggiamento porta come frutto a una qualche avversione per il genitore e per ciò che rappresenta, tanto più che cerca di avviarlo alla professione mercantile per la quale non si sente affatto portato (d'altro canto bisogna notare anche come in certe opere è presente una sorta di venerato rispetto per il padre).

Il Nostro trascorre l'infanzia in uno dei centri della vita mercantile fiorentina (V. Branca), il quartiere fiorentino di San Pier Maggiore (Gonfalone delle Chiavi), il quartiere in cui si inurbavano tutti coloro che erano  "di Campi, di Certaldo e di Fegghine" e quindi anche la comunità proveniente dalla Valdelsa, dove fin dal 1313-1314, presumibilmente al ritorno da Parigi e con le migliorate condizioni economiche, si era trasferito Boccaccino, che ottiene la cittadinanza fiorentina il 16 maggio 1320 in un periodo di grandi successi economici e sociali, tanto che lo vediamo Priore nel bimestre dal 15 dicembre 1322 al 14 febbraio 1323 subito dopo console dell'Arte del Cambio, carica che terrà anche nella seconda metà del 1324.

Già a sei anni Giovanni conosce i primi rudimenti del leggere e dello scrivere e ben presto viene affidato alle cure di un buon maestro, Giovanni di Domenico Mazzuoli da Strada, padre del poeta Zanobi che aveva un solo anno più di Giovanni, con il quale manterrà rapporti di cordiale amicizia sia a Napoli che a Firenze, dal quale riceve i primi rudimenti culturali e forse quell'amore per Dante così importante lungo tutta la sua vita: Dante, pur esule, dominava già la cultura fiorentina del tempo. Zanobi verrà fatto incoronare poeta dall'Acciauoli, gran Siniscalco del re di Napoli.

Sono anni sicuramente un po' difficili: da un lato un non perfetto accordo con la matrigna e il contrastato sentimento che nasce nell'animo di ciascun bambino di vivere con una donna che non è la propria madre e che per quanto faccia molto per capire non potrà mai arrivare a sentire dentro il proprio bambino, come solo una madre può fare; dall'altro lato un padre un po' troppo preso dagli affari della "mercatanzia". E quando ci si dedica troppo all'accumulazione di soldi, inevitabilmente si finisce col tralasciare la famiglia e coll'obbligare gli altri a fare e ad agire, magari contro il proprio carattere e il proprio sentire.

Adolescenza a Napoli.

Mentre il fanciullo dimostrava una vivissima inclinazione per la poesia e progrediva nello studio dei latino sotto la guida di Giovanni Mazzuoli da Strada, il padre ne voleva invece fare un mercante; e forse con l'intenzione di renderlo esperto in tale professione, più che per allontanarlo dai maltrattamenti della matrigna, lo mandò, appena giovinetto, a Napoli nel 1325 secondo alcuni o più verosimilmente nel 1327, in autunno, quando vi si trasferisce il padre stesso, forse dopo aver venduto la casa di San Pier Maggiore. Proprio a Napoli i Fiorentini avevano costituito un importante centro di affari e lì troviamo Boccaccino il 30 novembre di quell'anno come collaboratore e associato dei Bardi che avevano monopolizzato gli affari economici del Regno insieme ai Peruzzi e agli Acciaiuoli. E sempre a Napoli Boccaccino era già conosciuto per aver ricoperto incarichi pubblici nominato da Carlo Duca di Calabria, e figlio di Roberto re di Napoli, chiamato ad assumere nel 1326 la Signoria di Firenze.

A Napoli ovviamente Boccaccino era in continue relazioni con la corte, tanto che, per prestazioni di carattere finanziario resi al re Roberto d'Angiò, fu da questo insignito negli anni 1328 e 1329 degli titoli di consiliarius, cambellanus, mercator, familiaris et fidelis noster, che pur essendo soltanto onori-fici, dimostrano comunque a quale grado di stima era giunto, e quindi a quale livello poteva situarsi l'accettabilità della presenza sua e del giovane Giovanni presso la Corte. Con ciò, facilmente si spiega l'insistenza di Boccaccino nel volersi trarre dietro, sulle proprie orme, l'intelligente e promettente figliuolo, senza troppo badare alla particolare vocazione del giovinetto, che comunque per le sue doti e per la sua inclinazione alla letteratura non mancò occasione di farsi apprezzare a corte dove ha la possibilità di ampliare notevolmente il campo della propria esperienza intellettuale e culturale.

Comunque il giovane Boccaccio trascorre sei inutili anni nel commercio e nel frattempo, a diciotto anni (1331) viene avviato agli studi di diritto canonico, intrapresi di mala voglia e solo per obbedire alla volontà paterna, col rammarico, che gli durerà tutta la vita, di aver perduto l'occasione di divenire un buon poeta, senza riuscire per di più né commerciante né canonista (De genealogiis, XV, 10). Tra i suoi maestri presso lo Studio napoletano ha avuto probabilmente Cino da Pistoia, (1330-31) giurista e poeta toscano, l'ultimo degli stilnovisti che esercita su di lui un influsso notevole sicuramente più nel campo della letteratura che in quello degli studi giuridici. È a questo punto che si dedica completamente allo studio delle "lettere", sotto la guida e col consiglio dei più autorevoli eruditi della corte napoletana come l'esperto di mitologia Paolo da Perugia, bibliotecario del re e molto versato nella mitologia, come ricorderà più tardi con riconoscenza lo stesso Boccaccio nel De genealogiis, l'astronomo Andalò del Negro (morto nel 1354), lo storico Paolo Minorita e di amici come Dionigi da San Sepolcro, Barbato da Sulmona, Giovanni Barrili ed altri, nella vita gioiosa e signorile della Corte angioina della città di Napoli che era diventata un punto d'incontro obbligato della civiltà italo-francese con quella arabo-bizantina e che tanto influsso avrà sulla sua formazione culturale e artistica.

A Napoli conosce pure, in vari tempi, il giureconsulto Giovanni Barrili, Dionigi da Borgo S. Sepolcro e il notaio regio Barbato da Sulmona, tutti amici fedeli e ammiratori del Petrarca: inoltre, sotto la guida dei monaco calabrese Barlaam, comincia lo studio della lingua greca, da lui sfoggiata nei titoli delle proprie opere e nella creazione dei nomi dei suoi personaggi, e lo continua a Firenze, sotto la direzione di un altro calabrese, Leonzio Pilato, lettore in quello Studio e primo traduttore dei poemi omerici, quando qualche anno, come vedremo, dopo sarà ospite a Firenze dello stesso Boccaccio. Con queste fruttuose relazioni, naturalmente si accrescevano in lui l'innata tendenza alla poesia e l'ardore per l'antica sapienza, quando un avvenimento straordinario sopraggiunse a fargli troncare senz'altro gli odiati studi legali. Invece che dagli studi giuridici e canonici, maggior profitto e diletto egli trae certamente, oltre che dalla lettura degli antichi poeti, tra i quali Virgilio, Ovidio e Stazio erano i prediletti.

Nella città partenopea Boccaccio trovò un ambiente per molti versi adatto al suo temperamento e favorevole alle sue inclinazioni, e poté giovarsi di un'esperienza umana e sociale, oltre che culturale (importante fu l'approccio con la cultura greco-antica), che influì in modo fondamentale sulla sua formazione come uomo e come artista. Lo stesso incantevole paesaggio della baia di Napoli, con la costiera amalfitana, riempiva gli occhi e l'animo del giovane assetato di bellezza e di vitalità e che nel cuore aveva pur sempre un'altra bellezza paesaggistica, diversa ma altrettanto importante come quella di Firenze.

La natura di una gente accesa ed esuberante, una corte reale in cui alla vita gaia e spensierata si univa una aristocratica raffinatezza e gentilezza, accompagnate da un vivo amore per l'arte e la cultura, un re Roberto d'Angiò che conservava in sé una lunga tradizione partenopea di mecenatismo: tutto apriva nel cuore del giovane Boccaccio un mondo lungamente sognato, in cui avrebbe potuto espandersi quella sua gioia di vivere, quel suo bisogno di vita in cui occupavano un posto importante il sentimento dell'amore, la visione della bellezza, la concezione della gentilezza del comportamento umano e la luce che promana dagli studi e dall'arte.

Fiammetta

Su questo sfondo, nell'ambito di una quotidianità dominata da un lato da avidi entusiasmi culturali e dall'altro da esperienze di vita felici proprio perché giovanili, quando toccava i ventitré anni ed era a Napoli già da circa otto anni, la mattina del sabato santo 30 marzo 1331, nella chiesa di S. Lorenzo incontra una gentildonna; così nel Filocolo descrive l'incontro:

Quegli che dopo lui rimase successore nel reale trono, lasciò appresso di sé molti figliuoli: tra' quali uno, nominato Ruberto, nella reale dignità constituto, rimase integramente con l'aiuto di Pallade reggendo ciò che da' suoi predecessori gli fu lasciato. E avanti che alla reale eccellenza pervenisse, costui, preso del piacere d'una gentilissima giovane dimorante nelle reali case, generò di lei una bellissima figliuola; ben che volendo di sé e della giovane donna servare l'onore, con tacito stile, sotto nome appositivo d'altro padre teneramente la nutricò, e lei nomò del nome di colei che in sé contenne la redenzione del misero perdimento che avvenne per l'ardito gusto della prima madre. Questa giovane, come in tempo crescendo procedea, così di mirabile virtù e bellezza s'adornava, patrizzando così eziandio ne' costumi, come nell'altre cose facea; e per le sue notabili bellezze e opere virtuose più volte facea pensare a molti che non d'uomo ma di Dio figliuola stata fosse.

Avvenne che un giorno, la cui prima ora Saturno avea signoreggiata, essendo già Febo co' suoi cavalli al sedecimo grado del celestiale Montone pervenuto, e nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si celebrava, io, della presente opera componitore, mi ritrovai in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che per deificare sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata; e quivi con canto pieno di dolce melodia ascoltava l'uficio che in tale giorno si canta, celebrato da' sacerdoti successori di colui che prima la corda cinse umilemente essaltando la povertade e quella seguendo. Ove io dimorando, e già essendo, secondo che 'l mio intelletto estimava, la quarta ora del giorno sopra l'orientale orizonte passata, apparve agli occhi miei la mirabile bellezza della prescritta giovane, venuta in quel luogo a udire quello ch'io attentamente udiva: la quale sì tosto com'io ebbi veduta, il cuore cominciò sì forte a tremare, che quasi quel tremore mi rispondeva per li menomi polsi del corpo smisuratamente; e non sappiendo per che, né ancora sentendo quello che egli già s'imaginava che avvenire gli dovea per la nuova vista, incominciai a dire: "Ohimè! o che è questo?"; e forte dubitava non altro accidente noioso fosse. Ma dopo alquanto spazio rassicurato, un poco presi ardire, e intentivamente cominciai a rimirare ne' begli occhi dell'adorna giovane; ne' quali io vidi dopo lungo guardare, Amore in abito tanto pietoso, che me, cui lungamente a mia instanza aveva risparmiato, fece tornare disideroso d'essergli per così bella donna suggetto. E non potendomi saziare di rimirare quella, così cominciai a dire: - Valoroso signore, alle cui forze non poterono resistere gl'iddi, io ti ringrazio, però che tu hai dinanzi agli occhi miei posta la mia beatitudine: e già il freddo cuore, sentendo la dolcezza del tuo raggio, si comincia a riscaldare. Adunque io, il quale ho la tua signoria lungamente temendo fuggita,ora ti priego che tu, mediante la virtù de' begli occhi ove sì pietoso dimori, entri in me con la tua deitade.Io non ti posso più fuggire, né di fuggirti disidero, ma umile e divoto mi sottometto a' tuoi piaceri. Io non avea dette queste parole, che i lucenti occhi della bella donna sintillando guardarono ne' miei con aguta luce, per la quale luce una focosa saetta, d'oro al mio parere, vidi venire, e quella, per li miei occhi passando, percosse sì forte il cuore del piacere della bella donna, che ritornando egli nel primo tremore ancora trema; e in esso entrata, v'accese una fiamma, secondo il mio avviso, inestinguibile, e di tanto valore, che ogni intendimento dell'anima ha rivolto a pensare delle maravigliose bellezze della vaga donna.

È la donna ch'egli immortalerà sotto il finto nome di Fiammetta, per la quale scrive un grande romanzo d'amore, il Filocolo, che contiene appunto le varie e inebrianti avventure d'amore della sua prima gioventù. Se ne innamora appassionatamente, la corteggia senza posa, la incensa e loda le sue bellezze con una grande abbondanza di sonetti e di canzoni, e lei, a differenza di Monna Beatrice e di Madonna Laura, gli concede poco dopo i suoi favori. L'umile ma attraente (non tanto fisicamente quanto intellettivamente e culturalmente) figliuolo del mercante certaldese poteva dirsi orgoglioso di tanta conquista, giacché l'amata era, come abbiamo accennato, con qualche probabilità di verità, la nobildonna Maria dei conti di Aquino, figlia naturale, si diceva, del re Roberto, press'a poco della stessa età del Boccaccio, ma ahimè già sposata a un gentiluomo napoletano. Ma il vero nome di questa donna resta, comunque, avvolto in un alone di mistero, non esistendo nei documenti ufficiali riguardanti la famiglia d'Aquino, cercati ed esaminati attentamente dai critici, nessuna donna col nome di Maria. L'amore, in un primo momento corrisposto, finirà per volontà di lei e il finale sarà angoscioso per il Boccaccio, che ne resterà segnato per sempre.

Fiammetta, dunque, rende beato per alcuni anni il suo appassionato adoratore, sia a Napoli che a Baia, luogo di villeggiatura del patriziato partenopeo. La donna, non solo gli facilita l'accesso alla corte del re Roberto, ma, quel che più conta, eccita in lui la nobile ambizione di distinguersi dalla schiera di ammiratori e cortigiani per imporsi all'attenzione colla sola e vera arma che possiede e per la quale aveva già riscosso qualche ammirazione: la poesia: la sua vicinanza, dobbiamo presumere con una certa concretezza, lo esorta a dedicarsi tutto alle lettere e lo ispira a comporre la serie dei suoi romanzi e poemi giovanili, dal Filocolo al Filoslralo, dal Teseida all'Ameno, dalla Fiammella allA^morosa Visione.

Ma la corrispondenza d'affetto, così facilmente conseguita, non sarà esente da gelosie, da preoccupazioni, da sospetti, da problemi (lei sposata, lui "straniero" a Napoli) di cui si sente l'eco dolorosa e vibrante nel sonetto LXXII, in cui esprime il dolore per un amore ormai finito e l'impotente rabbia contro Baia, la stazione marina che accoglie la nobiltà di Napoli che coi suoi licenziosi costumi ha pervertito la mente casta e pura della sua donna, facendola volare verso altri amori e ha dato a lui una condizione dolorosa di vita che durerà per sempre, ingannato dalla folle credenza che mai sarebbero venute meno le virtù della sua donna e dalla follia di pensare che un amore possa durare per sempre: è da questo disinganno che nasce un accorato sospiro: quanto sarebbe stato meglio essere ciechi di fronte a lei e non vedere la sua abbagliante bellezza:

Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,

boschi selvaggi le tua piagge sieno,

e le tua fonti diventin veneno,

né vi si bagni alcun molto né poco:

in pianto si converta ogni tuo gioco,

e suspetto diventi el tuo bel seno

a' naviganti: il nuvolo e 'l sereno

in te riversin fumo, solfo e fuoco;

ché hai corrotto la piú casta mente

che fosse 'n donna, con la tua licenza,

se 'l ver mi disser gli occhi non è guari;

laond'io sempre viverò dolente,

come ingannato da folle credenza:

or foss'io stato cieco non ha guari!

La bella e forse disinvolta gentildonna napoletana, nel generale decadimento dei costumi e dei princìpi morali in quell'epoca, determinato da una crisi abbastanza profonda dei valori tradizionali, visibile soprattutto negli ozi di Baia, era passata forse ad altri amori, o, più verosimilmente, era stata costretta a tenere un atteggiamento più decoroso e meno libertino e a troncare lo scandaloso rapporto col giovane fiorentino. Ed è nel sonetto LXXIII che esprime tutto il suo disinganno augurandosi che i suoi occhi, che lo hanno portato a innamorarsi di Fiammetta legando il suo cuore all'amorosa prigione di un amore che ha cancellato ogni sua libertà, possano col piano respingere la vista di lei tanto che non possano essere più traditi da un altro amore:

O miseri occhi miei piú ch'altra cosa,

piangete omai, piangete, e non restate:

voi di colei le luci dispietate

menasti pria nell'anima angosciosa,

ch'ora disprezza; voi nell'amorosa

pregion legaste la mia libertate;

voi col mirarla piú raccendavate

il cor dolente, ch'or non truova posa.

Dunque piangete, e la nemica vista

di voi spingete col pianger piú forte,

sí ch'altro amor non possa piú tradirvi.

Questo desia e vuol l'anima trista,

perciò che cose grave piú che morte

l'ordisti già incontro nel seguirvi?

Dunque piangete, e la nemica vista

di voi spingete col pianger più forte,

si ch 'altro amor non possa più tradirvi.

Questo desia e vuol l'anima trista,

perciò che cose grave più che morte

l'ordisti già incontro nel seguirvi?

Quanto tempo dura l'idillio amoroso fra Maria e Giovanni? Tutto è avvolto nel segreto, e i numerosi indizi lasciati nelle sue opere dal nostro autore, non aiutano certo a sollevare il velo di mistero che si stende su tutto, per cui anche avanzare un'ipotesi diventa praticamente impossibile: perfino la data del primo incontro e dell'inizio dell'amore varia, dal 1331 (i critici più accreditati) al 1336 (enc. Treccani): aveva 18 o ventitrè anni il Boccaccio al momento del fatidico incontro? Seguendo alcuni critici che hanno ipotizzato in tre anni circa la durata della relazione amorosa: è finito tutto nel 1334 o nel 1339?

L'unica cosa certa è che la presenza di Fiammetta nelle opere e nello spirito di Boccaccio durerà per tutta la vita, anche per una sottomessa e letteraria imitazione dei suoi due grandi maestri, Dante e Petrarca. Riteniamo comunque che Fiammetta non sia la "sublimazione di diverse e appassionate esperienze d'amore giovanile" (V. Branca), una sublimazione che ha creato "una delle figure più affascinanti della nostra letteratura (id.), ma l'espressione di un amore così potente e coinvolgente che resterà vivo per tutta la vita fra illusioni e delusioni, tanto che il Boccaccio non amerà mai nessun'altra donna come lei, per cui i suoi rapporti con le altre saranno solo fugaci, anche se non privi di una certa importanza come quello del 1349 che gli darà una figlia, Violante, che morirà in tenera età e lascerà un dolore struggente e incolmabile nel suo animo.

Certo gli anni fra il 1331 e il 1340 sono stati per la formazione culturale, sociale e spirituale del Nostro anni cruciali, che possiamo sintetizzare in questi fondamentali elementi:

-   inizio e fine dell'amore per Fiammetta,

-   scrittura delle prime opere letterarie (Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Rime),

-   nascita e rafforzamento di grandi amicizie, o ritenute tali (come quelle per Nelli, Acciaiuoli ed altri),

-   difficoltà finanziarie delle compagnie economiche, tra cui quella dei Bardi,

-   richiamo a Firenze da parte del padre.

Giovinezza

Il richiamo paterno

Agli affanni prodotti dall'amore, preoccupazioni d'altro genere non tardano ad aggiungersi e gravare sull'innamorato poeta, giacché gli affari del padre, che si era separato dalla compagnia dei Bardi, così prosperi fino a quel momento, stavano subendo improvvisamente un tracollo (la stessa Compagnia dei Bardi e dei Peruzzi sta attraversando gravi difficoltà e sarà costretta a fallire nel 1345 per l'insolvenza del re d'Inghilterra). Pertanto Boccaccino, caduto quasi in povertà e rimasto nel frattempo vedovo (Margherita dei Mardoli, che apparteneva a una famiglia ricca e autorevole, muore nel 1338 o '39), finisce col richiamare presso di sé, a Firenze, il figlio improduttivo, che a Napoli era diventato solo una spesa insostenibile. Per questo, nel dicembre 1340, come confermano alcuni documenti, con suo grande dolore, Giovanni deve abbandonare Napoli. Non è un ritorno alle origini e alla propria patria, ma un abbandonare il luogo che lo aveva visto crescere e maturare, un distaccarsi da affetti radicati e profondi ai quali colla mente ricorrerà sempre con struggente nostalgia. Tenterà, nel corso degli anni, di ristabilirsi a Napoli, ma sempre, come affermerà lui stesso, la fortuna gli sarà nemica.

Dopo tredici anni di soggiorno napoletano, da adolescente e discepolo immaturo diventato uomo esperto dei costumi del mondo, studioso di cultura e ricco di erudizione, poeta e prosatore, eccolo dunque a Firenze, dov'egli, si consola come può con l'arte sua, continuando a scrivere altre opere in volgare, come l′Ameto, la Fiammetta, l′Amorosa Visione, il Ninfale Fiesolano, la Commedia delle Ninfe (Ninfale d'Ameto) che per la prima volta contiene una dedica a un personaggio vero e storicamente accertato: Niccolò di Bartolo del Buono, quasi a dimostrare la sua volontà di entrare a far parte in modo integrante della cultura e della società fiorentina, abbandonando le velleità di un ritorno a Napoli, impossibile in quel momento per i contrasti tra fiorentini ed Angioini.

Intanto la sua fama di letterato si diffonde, e mentre si affeziona sempre più a Firenze, non gli mancano di tanto in tanto occasioni per fare qualche viaggio.

Poche e non sempre sicure o complete le notizie di questo decennio, che comunque presenta una vita domestica abbastanza serena, allietata nel 1344 dalla nascita del fratellastro Jacopo (il padre era convolato a seconde nozze, al più tardi all'inizio del 1343, con una Bice de' Bostichi che compare come sua moglie già in un documento del 21 maggio di quell'anno), dalla nascita nel 1348 della figlia Floriana avuta da una relazione con una donna del tutto sconosciuta, come sconosciuti sono gli altri suoi amori, più o meno importanti, compreso quello provato nel 1353-1354 per una donna che lo rifiuterà, un rifiuto da cui nascerà probabilmente l'opera Il Corbaccio. Ma oltre a Floriana poche e incerte notizie abbiamo intorno ad altri figli, almeno quattro, come si può leggere in Vittore Branca [1], due maschi (Mario e Giulio, presenti nell'Ecloga XIV: ma sono nomi veri o trasformati come quello di Violante?) e due femmine di cui non si conosce nulla: e i due maschi avevano già qualche anno quando nel '44 o '46 scrive il Ninfale fiesolano.

Nel novembre 1341 incontra l'amico Acciaiuoli, inviato per trattative politiche a Firenze (che dopo la sconfitta subita dai Pisani il 2 ottobre 1341 aveva chiesto aiuto proprio a Roberto d'Angiò e questi aveva mandato una ambasciata altamente rappresentativa di cui faceva parte anche Gianni Barile, uno dei maggiori nobili di Napoli) e soprattutto per la fondazione della Certosa di Val d'Ema, che sorgerà proprio su un terreno che viene donato dagli Acciaiuoli e il Boccaccio fu uno dei procuratori per il trasferimento dei beni ai due priori dell'Ordine che ne prendono possesso il 13 febbraio 1342; Boccaccino cerca di resistere alle difficoltà economiche facendosi aiutare dal figlio che, pur non avendo passione per l'arte della mercatura, stava diventando un personaggio abbastanza conosciuto nell'ambiente fiorentino; nel 1346 si reca a Ravenna, presso Ostasio da Polenta; l'anno seguente lo vediamo ospite di Francesco degli Ordelaffi, a Forlì, dove conosce il latinista Checco di Melletto; e forse, al seguito dell'Ordelaffi, fa un veloce viaggio a Napoli, quando Fiammetta ormai non c'era già più, e di qui riparte per Firenze ai primi del 1348 quando comincia a infuriare quella peste che mieterà molte vittime, tra cui tanti suoi parenti e amici, tra cui la matrigna Bice dei Bostichi.

È la terribile pestilenza, così potentemente descritta nell'introduzione alla prima giornata del Decameron:

Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e 'l marito, di due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne contenieno. E infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quatro bare, dà portatori portate, di dietro a quella: e, dove un morto credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o otto e tal fiata più. Né erano per ciò questi da alcuna lagrima o lume o compagnia onorati; anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre; per che assai manifestamente apparve che quello che il naturale corso delle cose non avea potuto con piccoli e radi danni a' savi mostrare doversi con pazienza passare, la grandezza de 'mali eziandio i semplici far di ciò scorti e non curanti.

Alla gran moltitudine de 'corpi mostrata, che a ogni chiesa ogni dì e quasi ogn'ora concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo proprio secondo l'antico costume, si facevano per gli cimiterii delle chiese, poi che ogni parte era piena, fosse grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i sopravegnenti: e in quelle stivati, come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno infino a tanto che la fossa al sommo si pervenia.

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Che più si può dire (lasciando stare il contado e alla città ritornando) se non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l'esser molti infermi mal serviti o abbandonati né lor bisogni per la paura ch'aveono i sani, oltre a centomilia creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti, che forse, anzi l'accidente mortifero, non si saria estimato tanti avervene dentro avuti? O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri per adietro di famiglie pieni, di signori e di donne, infino al menomo fante rimaser voti! O quante memorabili schiatte, quante ampissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ipocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' lor parenti, compagni e amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenaron con li lor passati!

E a Firenze si trova l'anno seguente, a causa della morte del padre, avvenuta verso la fine del 1349 e che l'anno prima era sfuggito alla peste. Da ora in poi, anche per i nuovi obblighi verso la famiglia, dovendo accudire ai fratellastri e al patrimonio di famiglia, prende stabile dimora a Firenze e comincia ad amare la città come la sua vera patria, dopo la passione per Napoli, e ne resterà sempre meno insoddisfatto sul piano dell'esistenza quotidiana in genere, anche se su quello della vita politica resteranno profonde le sue riserve morali, per cui non accetterà mai le mutevoli vicissitudini dell'instabile politica democratica fiorentina, perché troppo tendente da ormai oltre cento anni a sacrificare l'interesse del popolo per quello di una ristretta oligarchia. Comunque, in questa perenne incertezza il lievitare continuo della sua reputazione, gli permette di ricevere dai propri concittadini frequenti incarichi e onori, alcuni dei quali graditissimi al suo cuore di poeta, altri perché gli permettono di far fronte alle sue difficili condizioni economiche. E quando al potere ci sono i Guelfi, che gli sono avversi, non viene comunque mai toccato o messo in discussione, ma semplicemente messo da parte e non gli vengono affidati importanti incarichi politici.

Fra l'agosto e il settembre del 1350 lo troviamo ambasciatore in Romagna per conto del Comune fiorentino (non si sa con quali compiti), e negli stessi giorni si reca a Ravenna con l'incarico, adempiuto certo con lieto animo, ricevuto da parte dei Capitani d'Or S. Michele, di consegnare dieci fiorini d'oro a Beatrice, figlia di Dante Alighieri, religiosa nel monastero di S. Stefano dell'Uliva, un "dono probabilmente sollecitato dallo stesso Boccaccio", che voleva essere anche un omaggio alla memoria del Grande Esule scomparso da quasi trentanni.

La fama di cui ormai gode gli frutta da parte dei Fiorentini parecchi incarichi pubblici, che egli esegue "con quella serietà e quello scrupolo che gli venivano dalla sua retta coscienza d'uomo e di cittadino, piuttosto che da un vivo interessamento alla vita politica, di fronte alla quale si mantenne sempre un po' come uno spettatore, chiuso com'era nei suoi interessi di letterato: posizione che anticipa quella di tanti letterati del Rinascimento e che è confermata anche dall'appunto mosso da lui all'Alighieri per essersi troppo lasciato assorbire e trasportare dalla passione politica." [2]

Nel 1351 fa parte autorevole dell'ufficio dei Camerlenghi del Comune, e viene inviato a Napoli come rappresentante della Repubblica nei negoziati con la regina di Napoli, e svolge le trattative col suo grande amico dei tempi del soggiorno napoletano, il Siniscalco Niccolò Acciaiuoli, per la cessione della città di Prato; infine, nel mese di dicembre, veniva inviato ambasciatore nel Tirolo presso il duca Lodovico di Baviera, per proporgli un'alleanza contro Giovanni Visconti. Contemporaneamente attende a scrivere e terminare il Decameron, iniziato con ogni probabilità fin dal 1348, di cui vengono divulgate in un primo tempo le prime tre giornate, e finito nel '53. A quarant'anni aveva raggiunto, con il suo capolavoro, la maturità artistica e il culmine della sua carriera letteraria.

Nel 1354 viene inviato ad Avignone presso il Papa Innocenzo VI (il cardinale francese Etienne Aubert) e la sua ambasceria ha un sicuro successo tanto che resterà impressa nell'animo del Pontefice. Tornato da Avignone il Comune fiorentino lo manda ai primi di luglio nella sua Certaldo a contrastare Fra Moriale, una specie di capitano di ventura senza scrupoli, organizzando la resistenza dei certaldesi: Fra Moriale verrà poi preso e fatto decapitare da Cola di Rienzo. Queste ambascerie gli procurano non pochi vantaggi economici tanto che può permettersi di regalare al Petrarca il prezioso codice delle Enarrationes in Psalmos di Sant'Agostino che commuove profondamente il poeta aretino

Verso la metà degli Anni Cinquanta, un profondo turbamento comincia a insinuarsi nel suo animo; quella serenità e quella calma, che gli avevan fruttato, da parte dell'Acciaiuoli, il nome di Johannes tranquillitatum, quasi ch'egli fosse insensibile alla sventure umane, si vennero offuscando, di modo che certi avvenimenti, che per l'innanzi gli avrebbero appena tratto sulle labbra un arguto sorriso, ora lo irritano e lo deprimono. Così il rifiuto oppostogli da una vedova fiorentina (siamo nel 1354, e il Boccaccio, abituato ai successi amorosi, non si era forse reso conto di non esser più giovane) lo punge sul vivo; e mentre in passato egli si sarebbe agevolmente consolato dello smacco, questa volta non sa frenare la delusione che lo porta fino alla collera che gli nasconde il proprio torto; onde, sull'esempio dello scolare Rinieri della celebre novella da lui poco prima composta, sfoga il suo malumore con l'arma pericolosa della vendetta, scrivendo il Corbaccio. In questo libello, con pungenti sarcasmi e con violenza inaudita, egli non s'accontenta di assalire la vedova che lo aveva respinto, ma travolge tutto il sesso femminile nella stizzosa acerbità della sua satira, piacevole comunque a leggersi per la vivacità dello stile e per alcuni gustosi quadretti del costume fiorentino.

L'amicizia col Petrarca

Se nel 1341, per il richiamo paterno da Napoli, non aveva potuto conoscere di persona il Petrarca, già da lui sinceramente ammirato come un genio, allorché il poeta si recava alla corte del re Roberto, alla vigilia dell'incoronazione in Campidoglio, Boccaccio nell'autunno dell'anno 1350, ha la gioia di salutare e accogliere nella sua Firenze, di passaggio per quella città e diretto da Parma a Roma, nell'occasione del giubileo. Così Vittore Branca racconta l'incontro nella sua "Vita di Boccaccio":

Il Petrarca si era mosso dunque all'inizio dell'autunno da Parma per avviarsi pellegrino al Giubileo romano: e ecco fuori le porte di Firenze, in una giornata fredda di primo ottobre ... , si vide ... venire incontro il Boccaccio e offrirgli il dono tradizionale di un anello e fargli dolce violenza per averlo ospite nella sua casa di Borgo Sant'Iacopo ... Attorno a lui il Boccaccio chiamò in quei giorni il fior fiore della cultura fiorentina: anzi tutti Zanobi da Strada, già corrispondente dell'ospite e già nominato segretario dei nuovi sovrani di Napoli (4 novembre '49), il pio e sensibile priore dei Santi Apostoli Francesco Nelli, il giovane e coltissimo Lapo da Castiglionchio che rivelò al maestro le Istituzioni quintilianee e alcuni testi ciceroniani. Ascoltavano, questi clienti devoti, dal nuovo Virgilio dell'Africa e delle egloghe, dal nuovo Livio del De viris, dal poeta coronato in Campidoglio che ritornava a Roma in veste di peccatore penitente e di pellegrino, riflessioni poetiche e morali, notizie letterarie e erudite, cenni e citazioni da testi classici riscoperti e reinterpretati. E ascoltavano anche, come ricorda il Nelli, «carmina ... vocem illam venerandam atque tremendam, motus animi disertissima lingua interprete, extollentem». ... E difatti da Roma, dove era giunto poco dopo la metà di ottobre (il 16 era a Bolsena), il Petrarca, quasi a stabilire una primogenitura nell'affetto e nella stima umana e letteraria,indirizzò «Johanni Bocchaccii de Certaldo discipulo suo» le espressioni epistolari di gratitudine e di amicizia anche per tutta quella piccola società culturale fiorentina. La «familiare» del 2 novembre fu la prima di quelle lettere all'amico che punteggeranno assidue i ventiquattro anni seguenti.Forse ancora presso il Boccaccio, rinnovando la festa di quei suoi «devoti» fiorentini, il Petrarca sostò in dicembre nel ritorno da Roma, anche per incontrare le autorità del Comune e forse per discutere con loro dei beni già confiscati a suo padre. Rientrato poi nella sua casa di Parma, l'Epifania del '51 indirizzò difatti ancora al Boccaccio, con commossa gratitudine, la splendida risposta al suo carme.

 Da allora si stringe fra i due Grandi della nostra Letteratura un'affettuosa amicizia, che durerà fino alla morte, importante per entrambi, ma proficua soprattutto per il Boccaccio, di nove anni più giovane, che molto aveva da apprendere dallo spirito meditativo e austero e dalla cultura dell'insigne amico, ch'egli del resto non si stancherà mai di chiamare e considerare, con devota umiltà, suo maestro, suo pater magister.

Profonda perciò è la sua contentezza, quando, alcuni mesi dopo, all'inizio del 1351, gli viene affidato dal Comune fiorentino un delicato incarico: recarsi a Padova dal Petrarca, come latore di una lettera della Signoria, con cui si prometteva al grande Poeta la restituzione dei beni paterni e gli si offriva una cattedra nello Studio fiorentino. Alla proposta Petrarca oppone un rifiuto netto e ragionato, non esente da qualche dubbio: più importante era la sua cara indipendenza, che sempre e dovunque, da Avignone a Milano, dai Papi ai Visconti, sempre era stata rispettata; ma andando a Firenze si sarebbe sottomesso alla disinvolta volubilità dei politici dominanti: e che fosse volubile lo dimostravano gli ultimi cento anni di storia cittadina. Anche se tale proposta non viene accettata, essa però offre ai due grandi artisti l'occasione per approfondire la reciproca conoscenza.

Il Boccaccio ammirava nel Petrarca non solo il carattere morale, ma la dottrina e la genialità poetica, ne rispettava la chiarezza dell'ingegno e della espressione delle idee, per il quale nulla era «ambiguo e oscuro» ma ogni cosa era chiara e spiegabile. Egli riconosceva il Petrarca come suo maestro, come si esprimerà nella lettera a Niccolò Orsini del 1372, affermando di dovergli molto di quanto valeva. L'amicizia del Petrarca ha avuto, quindi, una importanza notevole sull'uomo Boccaccio, non tanto sull'artista, che proprio in quegli anni stava componendo il suo capolavoro. Dopo il 1354 coll'avanzare dell'età, colla crisi economico-familiare, colla morte di una amatissima figlioletta (Violante, che aveva forse appena 5 anni) avuta in una relazione con una donna sconosciuta, colla sua vita da single, come si direbbe oggi, Boccaccio ha bisogno di trovare una condizione sociale e mentale senza difficoltà economiche e da uomo saggio, visto che ormai è diventato il personaggio centrale della cultura e dell'arte letteraria in Firenze e dintorni.

L'amicizia tra i due scrittori è stata sempre schietta e nobile oltre che salda per tutta la durata della loro vita, e si è basata sul comune amore per la poesia e per gli studi eruditi, oltre che su una reciproca stima personale. Poche volte i due poeti hanno avuto l'occasione di incontrarsi, ma ogni incontro era pieno di tutto ciò che l'amicizia e l'amore per lo studio poteva mettere in comune tra due uomini, fino a creare un percorso di vita ideale, per molti aspetti comune e diverso. E durante i lunghi periodi durante i quali erano costretto a restare lontani, la loro comunanza era rinsaldata dalle lettere reciproche e dal reciproco scambio di libri che spesso il Boccaccio copiava per l'amico. Lo spirito pensoso e razionale, ma anche intimo e tormentato del Petrarca ha influito sulla crisi interiore che lentamente stava maturando nell'anima del certaldese. quando

Le lettere che scriveva all'amico Petrarca trattava anche di quotidiani avvenimenti, oltre che degli studi, e rivelano la complessa maturità e spiritualità dell'autore; esse creavano nell'anima di Boccaccio un'eco profonda, specialmente quando questi dalla seconda metà degli anni Cinquanta in poi, cominciò a ripiegarsi in se stesso e ad essere più sensibile al tema della vanità e della instabilità delle cose umane; le lettere del Petrarca toccavano, insieme a questi temi, anche un austero senso della vita e della morte che gli dava la capacità di non temere i colpi della fortuna avversa. E questi stessi temi erano arricchiti da altri altrettanto importanti, come la passione per gli studi e i giudizi spesso acuti su autori antichi e moderni, e i consigli e i suggerimenti su avvenimenti quotidiani o su personaggi del tempo che Boccaccio avrebbe incontrato nelle sue ambascerie fiorentine: da tutto questo possiamo ricavare il fermento di un'anima alla perenne ricerca sia di sapienza che di quella verità che introduce a una vita che non può essere quella che viviamo quotidianamente.

Il Petrarca si presentava al Boccaccio, quindi, non solo come un grande poeta e una guida sicura negli studi, ma anche come maestro di vita, che con il suo anelito verso una superiore umanità, con il suo spirito meditativo e il suo religioso tormento (il dissidio interiore) spingeva l'autore del Decameron verso una concezione austera della vita e a trovare quell'equilibrio sempre così difficile da realizzare anche per il Petrarca tra elementi terreni ed elementi spirituali.

I due amici si incontreranno ancora negli anni 1359, 1363, 1368.

Un decennio tra pubblico e privato e la visita del Ciani.

Il 2 novembre 1360 Papa Innocenzo VI, presso in quale in Avignone Boccaccio era stato ambasciatore di Firenze nel 1354, concedeva "al diletto figlio Giovanni dato da Boccaccio di Certaldo, chierico fiorentino" ampia dispensa perché potesse ricevere "tutti gli ordini... e il beneficio ecclesiastico"; Boccaccio era quindi già chierico e, avendo studiato diritto canonico, ottiene una concessione ampia e onorifica, un beneficio di non piccola importanza, anche se nessun documento diretto ci attesta la cosa.

Sempre nel 1360, forse all'inizio dell'estate, giunge a Firenze Leonzio Pilato, dall'orrido aspetto e dalla faccia con la barba ispida, dall'aspetto che apparentemente sembra distratto, come distratto sembrava sul rispetto delle più elementari norme morali e di comportamento. Boccaccio, col suo solito candido entusiasmo per la cultura, lo invita e lo ospita in casa sua, e capisce che era veramente dottissimo nella lingua greca e conosceva la storia greca e le favole come se fosse un grande archivio; Briga allora per farlo nominare lettore di greco nello Studio fiorentino (1360-62), e facendosi arrivare, con non lieve spesa, un codice da Padova, lo spinge a tradurre i poemi d'Omero, seguito dall'ammirazione degli amici del circolo fiorentino e approfittando per proprio conto della favorevole occasione per approfondire volonterosamente la scarsa conoscenza che aveva di quella lingua, e per arricchire di nuove citazioni il suo trattato De genealogiis. Il 18 ottobre iniziano le lezioni, che dureranno per circa due anni fino all'ottobre 1362, ma ben presto di leva un coro di critiche anche abbastanza aspro, soprattutto rivolte al fatto che quelle lezioni erano inservibili per coloro che volevano commerciare con l'oriente; ma l'autorità del Boccaccio riesce a tenere "fermo il carattere culturale e letterario dell'iniziativa (Branca)". Ed era comunque una autorità politicamente non ben ferma in quei tempi dopo che la faziosità della Parte Guelfa sin dal 1358 aveva conquistato il potere effettivo sulla città facendo approvare una legge iniqua fonte di turbamenti civili, contro la quale invano nel 1360 ci fu una specie di colpo di mano che, una volta scoperto, portò alla morte parecchi nobili cittadini e all'esilio altri, fra cui alcuni amici (come Niccolò di Bartolo del Buono cui aveva dedicato la Comedia delle Ninfe e Pino de' Rossi al quale invierà La famosa Epistola consolatoria tra la fine del 1361 e l'inizio dell'anno seguente) dello stesso Boccaccio che fino al 1365 non avrà nessun incarico pubblico.

Erano, quindi, anni intensi di studio da un lato, e di dolore dall'altro, che avevano messo a dura prova il suo spirito, agitato da preoccupazioni religiose, come ci è attestato da alcune sue egloghe latine di questo periodo, e dai suoi rapporti con la Chiesa che abbiamo appena accennati. In questo contesto un fatto ancor più grave viene a sconvolgere l'equilibrio del suo spirito: nella primavera del '62, va a fargli visita a Firenze, in gran mistero, il monaco Gioacchino Ciani, il quale, da parte del certosino senese Pietro Petroni, morto qualche anno prima in odore di santità, si faceva premura d'informarlo di certe rivelazioni avute da quel sant'uomo, prima di morire: per esse, lo spensierato scrittore avrebbe dovuto aspettarsi la morte entro poco tempo e quindi avrebbe dovuto prepararvisi seriamente, rinunziando alle seduzioni della poesia profana, per dedicarsi tutto ad argomenti più elevati di religione e di morale. Il povero Boccaccio rimane come fulminato da questo avviso, ch'egli, nel turbamento dell'animo suo, non dubitava fosse ispirato dalla misericordia divina; la paura della morte lo invade a tal punto, che viene tentato di dare alle fiamme tutte le sue carte e di finirla con la gloria di questo mondo. Fortunatamente, ha la prudenza di consigliarsi col suo grande amico Petrarca che gli risponde con tale nobiltà e opportunità di argomenti, da dissipare ogni timore e farlo persistere negli studi prediletti.

Tuttavia, d'allora in poi, il pensiero della morte, sentita come cosa naturale e inevitabile, e degli studi concepiti come un continuo perfezionamento dell'anima, rimane come un pensiero costante nella mente del Boccaccio, che si convince sempre più a seguire l'esempio del Petrarca dedicandosi quasi del tutto a studi umanistici e di erudizione. Per questo, fatta eccezione per i pochi scritti volgari in onore di Dante, da lui sempre profondamente sentito e venerato, egli non scrive più che in latino, cominciando dal Bucolicum carmen, per venire al De casibus illustrium virorum, al De claris mulieribus, al trattato mitologico De genealogiis e al dizionario geografico De montibus.

maturità

Le opere di erudizione della maturità.

In queste opere, il Boccaccio cerca di penetrare a fondo nel pensiero, nella storia, nella religione e nell'arte del mondo pagano, mettendo a disposizione di tutti le fatiche sostenute per comprenderlo, e ordinando metodicamente le molte cognizioni acquistate, senza dimenticare per altro i fatti più notevoli e i personaggi più rappresentativi dei proprio tempo.

Il Bucolicum carmen, che riunisce insieme le sedici egloghe composte in diverse occasioni, secondo lo stile ormai consolidato comune a tutta la poesia bucolica, da Virgilio in poi, di adombrare avvenimenti personali sotto le artificiose sembianze della vita pastorale; per questo le egloghe appaiono piene di allusioni per noi oscure, di gravi dubbi religiosi, di calde espressioni d'entusiasmo verso il Petrarca che gli aveva ispirato l'ambizione di meritarsi il nome di poeta.

Più originale, più suggestivo e drammatico è il volume in nove libri De casibus illustrium virorum, dove Boccaccio immagina che le ombre di grandi personaggi infelici, da Adamo al Duca d'Atene e al Petrarca, gli apparivano in sogno descrivendogli le proprie sventure e come, dalla più alta felicità, siano caduti nelle più insopportabili sciagure: questa dolorosa storia aneddotica avrebbe dovuto acquistare nelle intenzioni dell'autore un'efficacia altamente educativa.

Pure morale è il fine che l'autore si propone di conseguire col De claris mulieribus, dedicato ad Andreina contessa d'Altavilla, sorella del siniscalco Acciaiuoli: una lunga serie di biografie di donne illustri, dai tempi antichi fino alla regina Giovanna di Napoli, composta sull'esempio e a complemento dell'opera petrarchesca De viris illustribus, e non priva di una certa acutezza e leggerezza dettate dal suo amore per la vita nella rappresentazione di certe figure femminili (la papessa Giovanna, la storia di Paolina romana), in cui risorge col suo arguto sorriso l'impenitente peccatore del Decameron.

Molto più importante di questa fortunata operetta è l'ampia enciclopedia De genealogiis deorum, dedicata a Ugo IV re di Cipro, che ne aveva espresso più volte il desiderio, e costata molti anni di accurate ricerche. Il copioso materiale mitologico, tratto da numerosi scrittori latini sacri e profani, e persino dai poemi omerici, viene diligentemente distribuito e disciplinato in quindici libri, nei quali il Boccaccio costruisce per ogni divinità l'albero genealogico e tenta di spiegare il recondito significato deimiti per tre diverse vie:

1 - come deificazioni di persone reali,

2 - come rappresentazioni di fenomeni della natura,

3 - come allegoria d'un ammaestramento morale.

Questo eclettismo esegetico conduce inevitabilmente a risultati incerti, e anche a inesattezze ed errori; ma non bisogna dimenticare che si tratta d'un primo e audace tentativo di compilare un'enciclopedia della scienza mitologica, con mezzi ancora imperfetti; e perciò quel che v'ha di manchevole è imputabile ai tempi, mentre ci sembrano altamente encomiabili, non solo il concepimento d'un così vasto disegno, ma il grande sapere classico posta a disposizione di tutti e la scrupolosa cura di giungere, in materia così ardua, a soluzioni concrete. Particolarmente importanti sono gli ultimi due libri, poiché qui, più spesso che altrove, l'autore parla di sé, delle sue opinioni e relazioni personali, per cui la trattazione si fa più viva e interessante.

Allo stesso scopo di facilitare la lettura e la comprensione delle opere classiche, è ispirato il dizionario geografico De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, de nominibus maris, composto per svagarsi, durante la faticosa compilazione dell'opera principale. In esso vengono registrati alfabeticamente, nelle diverse sezioni, i nomi dei monti, dei laghi, dei fiumi ecc., con informazioni più o meno copiose e minute, secondo l'importanza che l'affetto dei compilatore attribuiva ai diversi luoghi.

Gli avvenimenti della maturità

Mentre attende a disseppellire i monumenti letterari e le glorie dell'antichità, le strettezze della povertà lo costringono ad assicurarsi un'esistenza meno disagiata; in queste preoccupazioni si innesta la visita del Cioni, come abbiamo visto. In questa occasione riceve dal Petrarca una lettera piena di alte ed equilibrate parole in cui si sente tutta la saggezza di un personaggio che a lungo ha meditato sui problemi della vita e della fede e che quindi appartiene a un mondo più sereno e meno legato alla tumultuosità delle vicende terrene, anche perché non assillato da problemi economici per l'amicizia di illustri personaggi di cui gode. Nella lettera dopo aver cercato di liberare il Boccaccio dall'incubo del mortale annuncio del Cioni, lo prepara a una saggia e pacata considerazione della morte con l'esortazione a non abbandonare gli studi, che sono il vero conforto della vecchiaia, con grande delicatezza lo invita ad andare ad abitare con lui; ed era un invito che mirava a liberare l'amico dalla precaria condizione economica in cui si trovava.

Per ragioni di altrettanto profonda delicatezza Boccaccio ricusa il generoso invito e preferisce dirigersi a Napoli, presso Niccolò Acciaiuoli, che lo aveva chiamato e fatto invitare dal comune amico Francesco Nelli (che morirà di peste nel 1363), già priore della chiesa dei Santi Apostoli a Firenze, ed ora spenditore del gran siniscalco (che era appunto l'Acciaiuoli): ritorna così a Napoli nell'ottobre del '62, con la speranza di trovare una sistemazione decorosa (simile a quella del Petrarca col Duca di Milano); ma il cattivo trattamento ricevuto anche questa volta dal vanitoso mecenate e dallo stesso Nelli, lo fa ben presto pentire di aver intrapreso a cuor leggiero un così lungo viaggio; il Boccaccio, che aveva un altissimo senso della dignità, si sente profondamente offeso non solo come persona abituata a una vita decorosa, ma anche come letterato e uomo di studio che si vede trattato allo stesso modo di un qualunque parassita: accolto in una stanza polverosa e sporca, piena di ragnatele e dimenticato per quasi tre mesi dall'Acciaiuoli e dal Nelli, come dimenticato addirittura fu a Tripergoli, una località vicino Baia, dove l'Acciaiuoli aveva una villa dove, quando tutti lasciarono la villa per tornare a Napoli, rimase solo, chiuso fuori dall'abitazione, con un fante e con le suoi poche e povere cose (soprattutto libri), "sanza le cosenecessarie al vivere e sanza niuno consiglio", come scriverà in una infuocata e risentita lettera dirimprovero a Francesco Nelli.

Indignatissimo ai primi di marzo del 1363 abbandona, dopo soli sei mesi, Napoli, per raggiungere a Venezia (nel Palazzo Molin sulla Riva degli Schiavoni che il Maggior Consiglio aveva assegnato allo scrittore che si era impegnato a creare e incrementare la pubblica biblioteca con delibera del 4 settembre 1362) il suo Petrarca, dove giunge alla fine di giugno e dopo essere passato ad ammirare ancora una volta la bellissima biblioteca di Montecassino. Dopo tre mesi di dolce vita in comune, confortato dallo studio e da elevate conversazioni, se ne torna, non più a Firenze, ma nella solitudine di Certaldo, donde scriverà un'erudita e lunghissima Epistola consolatoria a messer Pino de' Rossi, esiliato da congiura contro lo stato.

Ormai, per le opprimenti angustie della povertà, che aveva ricominciato a soffrire proprio in quegli anni, e anche per desiderio di quiete operosa, Boccaccio riscopre il paesello dei padri che comincia a riscuotere tutte le sue simpatie; e da Certaldo non si muoverà più, se non per andare di tanto in tanto a Firenze, a seconda delle parti politiche dominanti, chiamatovi a coprire qualche ufficio pubblico, ch'egli, del resto, da quei reggitori ambiziosi e turbolenti accettava mal volentieri, e più per avere occasione di qualche guadagno, che per cupidigia di onori, dai quali l'animo suo ormai rifuggiva. Così nell'agosto 1365, correndo voce che l'imperatore Carlo IV si accinge a venire in Italia, il Comune Fiorentino gli affida, come a personalità di alto prestigio, un incarico molto difficile e delicato: ambasciatore ad Avignone presso il Papa Urbano V, che era quel Guglielmo di Grimoard che Boccaccio già conosceva, per tentare con ogni mezzo di scongiurare quella minaccia, e, dopo aver liberato Firenze da ogni calunnia e provato la sua fedeltà alla Chiesa, non a parole, ma ricordando gli aiuti anche recenti e i sacrifici sopportati per il Pontificato, documentandoli con fatti registrati nelle «cronache», offrirgli una solenne scorta d'onore, qualora si decidesse a rientrare in Roma, ben più sostanziosa di quella attesa dall'Imperatore Carlo IV, formata da cinque galee armate e, come «fedelissima scorta», cinquecento barbute (soldati con corazza ed elmo detto barbuta) con lo stemma del Comune. Lasciata controvoglia Firenze (soprattutto per motivi di salute) il 21 agosto, facendo tappa a Genova per un'altra missione ufficiale presso il Doge per le vessazioni di questi contro la famiglia Grimaldi, arriva prima della fine del mese ad Avignone; il soggiorno è piacevole, allietato dai numerosi amici e conoscenti che ritrova, come Francesco Bruni (era il segretario apostolico), che subito, senza farlo attendere, lo introduce presso il Papa aiutato anche da Philippe de Cabassoles amico del Petrarca e già Gran Cancelliere della Corteangioina di Napoli fra il 1343 e il 1347. L'ambasceria ottiene un grande successo, tanto che Firenze glidarà altri importanti incarichi. Nel mese di Novembre può rientrare in patria, ritirandosi a Certaldo dovelo raggiunge la notizia della morte dell'odiato-amato Niccola Acciaiuoli (avvenuta l'8 novembre)Due anni dopo, viene di nuovo mandato come ambasciatore a Viterbo e a Roma, sempre presso Urbano V, che gli rivolge grandi lodi per aver saputo compiere il suo mandato così brillantemente.

Quello stesso anno 1367, dopo essere stato a Ravenna, decide di giungere fino a Venezia, sperando di trovarvi il Petrarca, che però è assente, trovandosi a Pavia, dove si era recato su invito del suo mecenate, il Visconti Duca di Milano; lo accolgono cordialmente la figlia del poeta, Francesca, col marito Francescuolo da Brossano, e a Venezia lo raggiunge la notizia che Urbano V era arrivato in Italia:

Nella primavera infatti Urbano V, rompendo indugi e resistenze dei cardinali e dei dignitari, dei principi e del Re di Francia, era partito da Avignone; e, dopo una sosta a Marsiglia, sbarcato in Italia si era fermato a Viterbo (9 giugno '67). La fausta notizia era certo pervenuta al Boccaccio a Venezia; e, al suo ritorno, dai dirigenti della politica fiorentina dovette esser messo al corrente dei particolari della difficile vicenda e essere consultato sull'argomento, dati i felici contatti avuti da lui due anni prima col Pontefice e con la sua Corte. Forse già in questi colloqui nacque nella Signoria l'idea di inviare a congratularsi con Urbano V a nome del Comune fiorentino una persona così autorevole e notoriamente gradita: ché per i rapporti indiretti e diretti a Napoli e a Avignone, per le comuni alte amicizie da Francesco Bruni a Filippo di Cabassoles , per i sogni generosi di nuove crociate (che facevano esaltare al Boccaccio re Ugo di Cipro e facevano incoraggiare a Urbano V il figlio di Ugo, Pietro), per il ritorno a Roma e la politica italiana, il pio e austero Urbano V appare veramente il papa più conosciuto e amato dal Boccaccio.

La Signoria però attese a inviare la sua ambasceria quando, dopo l'estate, il Papa si trasferì a Roma (16 ottobre); e difatti ai primi di novembre si procedette alla nomina del Boccaccio (cui fu aggiunto Giacomino Giani). Dovette partire immediatamente e svolgere questa sua missione nel corso del novembre, se già del primo dicembre è il «breve» di congedo del Papa alla Signoria, con alti elogi dell'ambasciatore. Questi non si era limitato probabilmente all'ufficiale incarico gratulatorio, ma si era nuovamente reso interprete del pensiero della Signoria sull'inopportunità di una discesa dell'Imperatore in Italia; e aveva personalmente ancora sollecitato una larga concessione di indulgenze per i certaldesi che avessero contribuito a riparare la chiesa dei Santi Michele e Iacopo. Certamente anche questa volta l'aiutò Francesco Bruni, col quale dovette, come due anni prima, intrattenersi familiarmente e col quale parlò di un giovane amico, Coluccio Salutati, allora cancelliere a Todi e che pochi mesi dopo sarà collaboratoredel Bruni stesso. È naturale incontrasse anche alla Corte prelati e dignitari coi quali aveva intrecciato o intrecciava allora rapporti amichevoli, e il valoroso difensore del Pontefice nel soggiorno viterbese, Niccolò Orsini (che vedremo a lui legato devotamente negli anni seguenti.

Ma non lungo dovette essere il soggiorno romano se già il 20 dicembre il Boccaccio era ritornato in patria, come indica in una epistola Coluccio Salutati, che fervidamente lo ringraziavadi avergli scritto da Roma col Bruni e si scusava di non aver compiuto una visita di omaggio ( Ep., I 19). Probabilmente la brevità della dimora a Roma fu determinata sia dalla semplicità della missione, sia dai doveri che a Firenze il Boccaccio aveva assunto in quei mesi: era stato infatti nominato, per il quadrimestre novembre '67 febbraio '68, ancora all'ufficio della Condotta per verificare il servizio e le assenze dei mercenari.

Forse, aumentato il numero delle milizie per la temuta discesa di Carlo IV, si volle ricorrere a chi già nel '55 e nel '65 aveva in circostanze simili fatte esperienze positive e era per le sue recenti missioni politicamente al corrente della situazione generale.

Per tale incarico il Boccaccio dovette restare quell'inverno quasi stabilmente a Firenze e tornare a vivere a Certaldo solo nella primavera (probabilmente nel marzo)[3].

Né qui si arrestano i viaggi del Boccaccio. Nonostante il ricordo della brutta accoglienza ricevutadall'Acciaiuoli, Napoli lo tenta ancora una volta nel '70, ed egli vi si trasferisce. Ma viene ancora unavolta deluso da un amico di giovinezza, Niccolò di Montefalcone, e ricusa le offerte fattegli dal conteUgo di Sanseverino, a nome proprio e della regina Giovanna, ancorché confermate dal terzo marito dellasovrana, Giacomo di Maiorca; per la stessa delusione, non acconsente a stabilirsi presso il conte palatinoNiccolò Orsini, nelle terre che questi possiede tra Roma e la Toscana. Le offerte non lo lusingano più, nélo fanno soffrire come nel 1362 le illusioni perdute di una decorosa sistemazione: preferisce il ritornonella sua dolce terra di Certaldo, dove infatti lo ritroviamo nel 1371, oppresso dal bisogno, ma tuttointento a compiere i suoi poderosi lavori di erudizione.

E proprio una lettera del gennaio 1371, indirizzata da Napoli a Niccolò da Montefalcone, ci fa conoscere una nuova delusione subita dal Boccaccio nei riguardi di un altro amico. Egli si era recato a Napoli, "lasciando indignato la patria Firenze", non si sa per quale ragione, e là aveva incontrato appunto Niccolò da Montefalcone, il quale, amico di gioventù e allora abate (o semplice monaco?) del monastero Santo Stefano del Bosco in Calabria fondato dal celebre S. Bruno di Calabria, lo aveva invitato presso il  suo convento. Niccolò gli aveva descritto «l'amena solitudine dei boschi» di cui diceva circondato il suo convento, «l'abbondanza dei libri, i limpidi fonti, la santità del luogo e le cose confortevoli e l'abbondanza di ogni cosa e la benignità del clima», tanto che il Boccaccio aveva avuto «non solo il desiderio di vedere» quel luogo, ma anche forse un piccolo desiderio di rifugiarvisi «se la necessità lo avesse richiesto». Ma all'improvviso Niccolò dopo tante affettuosità scompare silenziosamente e il Boccaccio, profondamente deluso, gli rivolge amare parole tra le quali si affaccia la triste riflessione che egli «è povero e i poveri non hanno amici». È vero che nel frattempo al Boccaccio pervengono offerte di ospitalità da parte di illustri personaggi, come Ugo di Sanseverino, Giacomo di Maiorca e Niccolò Orsini, conte di Nola, che l'avrebbe voluto suo ospite in uno dei castelli che possedeva tra Roma e la Toscana; ma egli, probabilmente per non affrontare nuove delusioni, rifiuta tutto con cortesia e anche con affetto e torna in Toscana e forse subito a Certaldo, che abbandonerà solo nell'ottobre del '73 per recarsi a Firenze.

Gli studi, il carteggio col Petrarca e quello con Mainardo Cavalcanti, che già lo aveva soccorso a Napoli nel soggiorno del '62, che si era recato in Toscana per sposarsi, sono le sue più importanti occupazioni, insieme a una grave malattia nella seconda metà di agosto del 1372, con violenti attacchi di febbre e dolori lancinanti che gli fanno credere di essere ormai giunto agli estremi giorni della sua vita; ma un medico riesce a risolvere la situazione con energici salassi. Il Boccaccio sente, comunque, a circa sessanta anni di età, questa malattia come l'annuncio di una fine ormai prossima.

Il passare degli anni, insieme alle ristrettezze economiche che non gli permettono un confortevole tenore di vita soprattutto nei mesi invernali, influisce negativamente sulla sua salute, per cui il gaio autore del Decameron si riduce in tale stato, da non poter fare altro che dolersi continuamente delle sofferenze, che non gli danno mai tregua. Colpito gravemente dalla scabbia e da altre infermità, ne rimane rattristato e spossato. Con deliberazione definitiva del 25 agosto 1373, il Comune fiorentino, in seguito ad una petizione di autorevoli cittadini del giugno di quell'anno, gli affida l'incarico di leggere pubblicamente e commentare tutti i giorni la Divina Commedia nella chiesa di S. Stefano di Badia per un anno e con un compenso di cento fiorini d'oro da pagarsi in due semestralità. Nel nome di Dante, ritrova subitamente il suo coraggio e il suo entusiasmo, e si sottopone volonteroso alla grave fatica; ma il commento, viene interrotto dal Boccaccio, all'incirca poco una sessantina di lezioni, che lo conducono solo fino al diciassettesimo verso del canto XVII dell'Inferno. La causa di tale interruzione sarebbe da ricercare non solo nei malanni, che tormentavano il poeta nell'ultimo periodo della vita, ma anche nell'opposizione di alcuni importanti e dotti personaggi che non ritenevano degno e lecito svelare al volgo le «parti occulte» della sublime opera di Dante. Testimonianza di ciò sono due lettere all'amico e "mecenate" Mainardo Cavalcanti e quattro sonetti (CXXII-CXXV) che, secondo l'opinione comune, si è propensi ad assegnare con sicurezza al Boccaccio.

Nei quattro sonetti s'intuisce quello che deve essere stato il conflitto interiore del Boccaccio che, dopo essersi lasciato indurre a leggere Dante per «vana speranza e vera povertade», per i «prieghi» degli amici e soprattutto per il suo reverente amore verso l'Alighieri, finì - certo per questo amore e per questa reverenza - col dar ragione a chi lo riprovava e col sentir «disdegno» verso se stesso, che aveva «aperti al vulgo indegno» gli alti «concetti » dell'Alighieri (son. CXXIII). Riportiamo, per documentazione, i quattro sonetti con una traduzione in prosa:

CXXII

S'io ho le Muse vilmente prostrate

nelle fornice del vulgo dolente,

e le lor parte occulte ho palesate

alla feccia plebeia scioccamente,

non cal che piú mi sien rimproverate

sí fatte offese, perché crudelmente

Appollo nel mio corpo l'ha vengiate

in guisa tal, ch'ogni membro ne sente.

Ei m'ha d'uom fatto un otre divenire,

non pien di vento, ma di piombo grave

tanto, ch'appena mi posso mutare.

Né spero mai di tal noia guarire,

sí d'ogni parte circondato m'have;

ben so però che Dio mi può aiutare.

Se ho umiliato le muse nel gettandole nel fango del volgo e ho rivelato le parti occulte scioccamente alla feccia plebea, non importa più che mi rimproveriate queste offese, perché crudelmente Apollo le ha vendicate nel mio corpo tanto che ogni mia fibra ne risente. Egli mi ha fatto diventare come un otre, non pieno di vento, ma pesante come il piombo, tanto che appena mi posso muovere. Né spero di poter guarire da questo malanno tanto si è diffuso nel mio corpo; però so bene che Dio mi può aiutare.

CXXIII

Se Dante piange, dove ch'el si sia,

che li concetti del suo alto ingegno

aperti sieno stati al vulgo indegno,

come tu di', della lettura mia,

ciò mi dispiace molto, né mai fia

ch'io non ne porti verso me disdegno:

come ch'alquanto pur me ne ritegno,

perché d'altrui, non mia, fu tal follia.

Vana speranza e vera povertate

e l'abbagliato senno delli amici

e gli lor prieghi ciò mi fecer fare.

Ma non goderan guar di tal derrate

questi ingrati meccanici, nimici

d'ogni leggiadro e caro adoperare.

Se Dante piange, dovunque egli sia, perché i concetti del suo alto ingegno sono stati svelati al volgo indegno, come tu affermi, dalla mia lettura, ciò mi dispiace molto, né potrà accadere che smetterò di sdegnarmi contro me stesso, anche se un poco mi trattengo perché questa follia non fu mia ma di altri. Questo me lo fecero fare una vana speranza e una vera povertà e lo sbagliato intendimento degli amici e le loro preghiere. Ma questi ingrati ignoranti, nemici d'ogni leggiadro lavoro, non godranno di queste rivelazioni.

CXXIV

Già stanco m'hanno e quasi rintuzzato

le rime tua accese in mia vergogna;

e quantunque a grattar della mia rogna

io abbia assai nel mio misero stato,

pur ho tal volta, da quelle sforzato,

risposto a quel che la tua penna agogna,

la qual non fu temperata a Bologna,

se ben ripensi il tuo aspro dettato.

Detto ho assai che io cruccioso sono

di ciò che stoltamente è stato fatto,

ma frastornarsi non si puote omai.

Però ti posa ed a me dà perdono,

ch'io ti prometto ben che 'n tal misfatto

piú non mi spingerà alcun giammai.

Le tue rime, accese per mia vergogna, mi hanno già stancato e quasi umiliato, e quantunque nel mio misero stato io abbia da pensare a tante cose tristi, pure talvolta, forzato proprio da quelle, ho risposto a ciò che desiderano le tue parole, che certamente non sono state affinate a Bologna se pensi bene alle cose aspre che hai scritto.

Ho dotte molte volte che sono dolente delle cose che sono state fatte stoltamente, ma ormai non si possono annullare. Per questo fermati, e donami il tuo perdono, perché io ti prometto che nessun altro potrà spingermi più a compiere un tale misfatto.

CXXV

Io ho messo in galea senza biscotto

l'ingrato vulgo, e senza alcun piloto

lasciato l'ho in mar a lui non noto,

ben che sen creda esser maestro e dotto:

onde el di su spero veder di sotto

del debol legno e di sanità voto;

né avverrà, perch'ei sappia di nuoto,

che non rimanga lì doglioso e rotto.

Ed io, di parte eccelsa riguardando,

ridendo, in parte piglierò ristoro

del ricevuto scorno e dell'inganno;

e tal fiata, a lui rimproverando

l'avaro senno ed il beffato alloro,

gli crescerà e la doglia e l'affanno.

Ho messo in una nave senza cibo (= in un'impossibile impresa) il volgo ingrato e l'ho lasciato senza nocchiero in un mare a lui sconosciuto, benché si crede di essere dottore e maestro: e spero di vedere la nave sottosopra e senza salvezza; né accadrà, benché sappia nuotare, ch'egli rimanga dolente e stanco. Ed io, guardando tutto dall'alto, ridendo, in parte sarò vendicato per l'umiliazione ricevuta e per l'inganno; e talvolta, rimproverandogli lo scarso senno e la poesia schernita, gli crescerà il dolore e l'affanno.

La morte

Dopo il 1371 le condizioni di salute del Boccaccio vanno peggiorando di giorno in giorno e a questo contribuivano non poco le amarezze per una condizione di vita difficile in cui la povertà la faceva da padrona; dalla fine del 1373, come bbiamo visto, non gli mancano neppure biasimi e aspre critiche, fra le quali si distinguevano quelle di Lapo da Castiglionchio, un personaggio di discreta ultura che apparteneva al partito Guelfi che in quegli anni dominava la politica fiorentina, che lo accusava di prostituire le Muse dando in pasto il Poema Sacro al volgo ignorante: e questi rivali erano o persone che avevano una concezione gelosamente aristocratica della Letteratura o temevano irriverenze e deviazioni di carattere teologico e religioso: comunque temevano di perdere dalle mani il filo della gestione del potere che si sarebbe oltremodo complicata per la diffusione della cultura in seno al ceto medio.

Cosicché, stremato di forze, avvilito d'animo, e convinto anche lui che non era opera saggia somministrare tale capolavoro a quegli «ingrati meccanici, nemici d'ogni leggiadro e caro adoperare», a un certo punto decide che è giusto smettere la lettura del Poema dantesco. Siamo nei primi mesi del 1374.

Il convincimento, comunque, non avrebbe potuto arrivare per mezzo dell'avversione di un Lapo da Castiglionchio o altri consimili personaggi minori, ma per mezzo di un autorevole personaggio, sia sul piano della cultura che su quello del livello sociale cui apparteneva, e doveva essere veramente  importante se sentiamo nei sonetti una sorta di rispetto e una certa progressiva remissività nei suoi  confronti.

Le sue condizioni di salute, intanto, peggiorano notevolmente e impegnano allo stremo il suo già magro patrimonio, tanto che in gennaio deve vendere il podere di Pulicciano per 120 fiorini d'oro. Ormai si può permettere di muoversi e di camminare solo con gravi stenti e difficoltà; alcuni pietosi amici si prendono cura di trasportarlo a Certaldo, di accudirlo con grande affetto.

Il ritiro di Certaldo gli permette, se non altro, di superare indenne la pestilenza del 1374. Il 28 agosto fa stendere da ser Tinello da Passignano il suo definitivo testamento, in cui si ricorda anche della "servente povera e ignorante Bruna Gango da Montemagno" mentre si stringevano intorno a lui gli amici superstiti della gioventù. Poche sono le notizie che abbiamo intorno ai suoi ultimi mesi di vita; e fra queste gliene giunge una che, per colmo di amarezza, arriva con un ritardo di tre mesi: il 19 ottobre gli giunge una lettera di Francescuolo da Brossano, che contiene il triste annunzio che il suo Petrarca si era spento nella sua solitaria casetta di Arquà sui colli Euganei, nella notte fra il 18 e 19 luglio. Per l'amico scomparso scrive il sonetto CXXVI col quale si chiude il suo canzoniere:

Or sei salito, caro signor mio,

nel regno, al qual salire ancor aspetta

ogn'anima da Dio a quell'eletta,

nel suo partir di questo mondo rio;

or se' colà, dove spesso il desio

ti tirò già per veder Laüretta;

or sei dove la mia bella Fiammetta

siede con lei nel cospetto di Dio.

Or con Sennuccio e con Cino e con Dante

vivi, sicuro d'etterno riposo

mirando cose da noi non intese.

Deh, s'a grado ti fui nel mondo errante,

tirami drieto a te, dove gioioso

veggia colei che pria d'amor m'accese.

Non molti mesi dopo, il 21 dicembre 1375, anche il Boccaccio si spegne, e, come aveva disposto per testamento, il suo corpo viene sepolto nella chiesa dei SS. Michele e Iacopo, mentre la sua libreria finisce nelle mani di fra Martino da Signa, nel convento di S. Spirito a Firenze.

Due ammiratori ne piangono la grave perdita: Franco Sacchetti e Coluccio Salutati. Mentre quest'ultimo componeva in versi l'epitaffio che si legge tuttora sul cenotafio di Certaldo, l'altro vedeva tristemente, con la scomparsa del Boccaccio, la fine d'ogni poesia:

Or è mancata ogni poesia,

e vote son le case di Parnaso;

po' che morte n'ha tolto ogni valore.

Questo l'epitaffio del Salutati, che qualcuno, però, dice scritto dallo stesso Boccaccio, ma pensiamo che sia una delle tante idee strane .

HAC SUB MOLE IACENT CINERES AC OSSA JOHANNIS,

MENS SEDET ANTE DEUM MERITIS ORNATA LABORUM

MORTALIS VITAE; GENITOR BOCCACIUS ILLI,

PATRIA CERTALDUM, STUDIUM FUIT ALMA POESIS

Sotto questa pietra giacciono le ceneri e le ossa di Giovanni,

l'anima sta davanti a Dio ornata dei meriti e dei travagli

della vita mortale, Boccaccio fu il suo genitore,

Certaldo la sua patria, la poesia fu la sua occupazione prediletta.

Con questo alto e disinteressato amore per la poesia, si identifica pure la sua semplice e pura reverenza per Dante e Petrarca, che della Poesia gli apparivano come la più alta realizzazione; ed è con questa semplicità, che ci porta alle radici della vera essenza dell′uomo in quanto uomo che vive quotidianamente in mezzo agli uomini  e che è portatore con le sue azioni del bene e del male, senza nascondersi dietro paraventi filosofici o religiosi; e in questo senso anticipa già l′avvento dell′umanesimo che ribalta la concezione medioevale dell′uomo e della vita quotidiana e del rapporto col soprannaturale.

E certamente a quei fiorentini, più inclini all'amore per la cultura che per la politica, che alla morte di Dante e poi del Petrarca vedevano seguire, a così breve distanza, anche quella del Boccaccio - la terza delle tre grandi corone - doveva sembrare nella tristezza dell'ora, e non a torto, che ogni luce d'arte e di poesia stesse tramontando per sempre, giacché non appariva chi potesse degnamente sostituirli: tanti artigiani ma nessun artista. L′arte della poesia cominciava a cedere il posto all′arte della pittura, della scultura e dell′architettura insieme all′arte del pensiero che avrebbe rigenerato filosofia e storia e politica e diritto. Finisce l′epoca del Medioevo e comincia quella dell′Umanesimo

Il carattere

Alieno dalle turbolenze delle fazioni e dai bassi intrighi della politica, ch'egli sinceramente deplorava, il Boccaccio si era dimostrato un cittadino per bene e aveva servito con disinteresse e intelligenza la propria patria, tutte le volte che n'era stato richiesto e che gli interessi dei tempi e delle parti politiche lo avevano reso necessario, andando poi a nascondere la sua povertà e i penosi acciacchi della vecchiaia nella dolce solitudine di Certaldo. La modestia e la sua dirittura morale sono stati sempre lontani da ogni forma di presunzione e allo stesso tempo esenti dall'invidia.Fervido ammiratore di Dante e del Petrarca, egli mai ha tralasciato qualche propizia occasione per onorarli, mentre in tutti i suoi scritti non si trova una parola di ostentazione per sé stesso e per l'opera propria, che pure è stata grande e piena di meriti duraturi. Le sole parole di rimprovero, ch'egli due volte si è permesso di rivolgere coraggiosamente al poeta aretino, sono state cagionate dal fatto, ingiusto e doloroso all'animo suo, di saperlo stabilito a Milano alla corte di Giovanni Visconti, grande nemico dei Fiorentini, e di non vederlo partecipe della propria illimitata ammirazione per l'Alighieri. E appunto, per indurre l'amico a meglio conoscere, ad apprezzare, ad amare l'esule glorioso, si faceva premura di mandargli un esemplare della Commedia, accompagnando il dono con una calda epistola latina di elogio per l'autore, la quale non rimase senza risposta. Ma, del proprio Decameron, egli forse non ha mai fatto il più piccolo accenno, nei frequenti colloqui e nella loro ininterrotta corrispondenza epistolare, se il Petrarca, nel tradurre in latino il racconto di Griselda, dichiarava di aver conosciuto il libro per caso, e solo in quell'anno, che doveva essere per lui l'ultimo della vita.

Invece, nella scoperta dell'antichità e nel fervido amore per le lettere latine, i due amici hanno proceduto sempre d'accordo, scambiandosi libri, informazioni e suggerimenti d'ogni genere, con una collaborazione assidua e cordiale che non sarebbe mai venuta meno.

Per quanto riguarda l'abilità nell'uso e nella comprensione della lingua di Virgilio e di Cicerone, nell'originalità del pensiero e nelle eleganze formali della poesia, il Boccaccio si è sentito sempre un discipulus, trattando il Petrarca come un pater magister anche se fra i due non c'erano che nove anni di differenza.

L'arte del Boccaccio

La fama del Boccaccio, meglio che all'opera sua infaticabile di precursore dell'Umanesimo, e di compilatore di dotte scritture latine, ormai sorpassate dall'avanzamento degli studi e certo inferiori di merito a quelle del Petrarca, rimane durevolmente affidata alle sue opere in volgare, le quali rivelano con maggiore spontaneità e originalità le qualità del suo ingegno e certa sua modernità di tendenze. Boccaccio era dotato d'un temperamento impetuoso e generoso, facile alla collera, ma altrettanto facile a calmarsi, d'una fantasia agilissima, di uno spirito d'osservazione a cui nulla sfuggiva, con una particolare disposizione a cogliere mirabilmente il lato più drammatico, passionale e ridicolo d'ogni persona. Con lo studio assiduo e nello speciale ambiente in cui ha trascorso i suoi anni migliori, quelli della fanciullezza, ha coltivato queste felici attitudini; per cui ne è venuto fuori un singolarissimo impasto di arguzia fiorentina e di accomodante epicureismo napoletano, quella vivissima disposizione all'indulgenza un po' beffarda e alla spassosa giocondità, che lo rendono un descrittore malizioso e arguto della società, ma poco austero e pungente, adatto a maneggiare l'arma delicata del riso e dell'ironia, che divertono, piuttosto che la sferza della satira, che flagella e corregge i costumi.

Studium fuit alma poesis, è scritto sulla sua tomba da Coluccio Salutati (Stignano in Valdinievole 1331 - Firenze 1406), che raccoglie e valorizza l'eredità di Petrarca e dello stesso Boccaccio; ma, in realtà, se della poesia è stato un fervente e fin troppo prolifico cultore, quasi mai ha raggiunto però le vette, cui eran giunti Dante e Petrarca, come egli stesso ebbe più volte a riconoscere sinceramente: e non già per aver perduto, a causa dell'ostinata avversione paterna, i suoi anni migliori dietro al commercio o agli studi legali, ma solo perché al mondo poetico di lui hanno fatto difetto le elevatissime idealità dell'Alighieri, e l'abito alla finissima analisi interiore, che ebbe il Petrarca insieme alla grande capacità di utilizzare il particolare e tecnicissimo mezzo linguistico.

Tuttavia, è riuscito ad affermare in modo meraviglioso la propria individualità di scrittore, in quel mondo della realtà, dominata dall'intelligenza umana, ch'egli più profondamente sentiva e di cui diventa in vario modo il pittore originale, meglio nella prosa che nella poesia, e in questa, solo dove occorresse raccontare, descrivere, rappresentare contrasti di affetti e lotte interiori. Così, in Boccaccio, lasciato ai propri istinti fin dalla tenera età e cresciuto in una città gaudente e voluttuosa come Napoli, dove l'attaccamento alla vita terrena e la facile sottomissione alle leggi di natura si affermano e trionfano gioiosamente sul triste mistero della morte, si afferma la grandezza artistica della narratività; ond'egli, più ancora dell'Alighieri e del Petrarca, si trascinerà dietro le future generazioni, con i suoi romanzi e in parte coi suoi poemi, ma soprattutto col suo capolavoro, in cui la commedia umana, anche al di là delle intenzioni dell'autore, si pone accanto agli altri due grandi fiorentini.

Note

____________________________

[1] Vittore Branca, Giovanni Boccaccio - profilo biografico, Sansoni Firenze 1977.

[2] Carlo Grabher, Giovanni Boccaccio, UTET, Torino 1941

[3] Vittore Branca, op. cit.

 by prof. Giuseppe Bonghi

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Ultimo aggiornamento: 10 luglio 2001

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