Ruggero Bonghi

L'ufficio del principe in uno stato libero

(1893)

Edizione di riferimento

Nuova Antologia - Scienze, Lettere ed Arti, terza serie, volume quarantatreesimo, della raccolta volume cxxvii - Roma direzione della Nuova Antologia via del Corso, n. 466 1893

I.

Ero lontano, lontano da questa patria mia; e a un Principe, che io solevo vedere di frequente, tornavo a far visita un giorno che il suo primo ministro usciva dalla sala in cui io entravo. Quando io mi fui avvicinato, benevolo, com'egli m'era: Bonghi, mi disse sorridendo, ha visto quel ministro che andava via? Sì, — risposi; ebbene, egli mi ha detto, che non si può dare che il popolo, un giorno o l'altro, non voglia la repubblica; e che quel giorno io debba cedere al desiderio, che me ne sarà espresso, anzi esser sollecito a fare i bagagli e prender la via dell'esilio. — Ed Ella, ripresi io, se l'ha lasciato dire? — Si strinse nelle spalle. — Ebbene, io ripigliai, se fossi stato presente, e avessi potuto interloquire: No, dolce ministro, gli avrei osservato: Ella sbaglia, e in due modi sbaglia; primo punto, il Principe non dovrebbe cedere, prima almeno che fosse chiaro, che, come succede da secoli, e soprattutto in questo secolo, non s'intitoli popolo un gruppo qualsisia di scellerati o di pazzi cui piaccia chiamarsi così; sin allora — e ci corre — ha non solo diritto, ma obbligo di resistere, e non per sè, ma soprattutto per noi; secondo punto, io non vedo prossima la repubblica in questo Stato; giacchè molto potrebbe danneggiarlo, e in niente giovargli; e d'altra parte a me par di vedere nell'andamento delle società moderne, nei contrasti che le dilacerano, nella moltiplicità e nella contrarietà di voglie delle varie classi delle loro cittadinanze, un bisogno, non già di minor potere e di minor dignità in cima, ma di maggiore dignità e potere.

Sono passati molti anni, e mi par così tuttora. Però, nel mio secondo punto il supposto era questo; che nella monarchia il capo serbasse maggior dignità e potere che in una repubblica; se così non fosse stato, il mio argomento non rimaneva ritto. Ora v'ha una scuola — e potente — che vuole sì, o almen dice di volere il Principe, ma a patto che sia spoglio di ogni potere, e per ciò, di conseguenza, spoglio di ogni dignità, agli occhi del popolo, che gli si concede di continuare a chiamare suo. Questa scuola è nata in Francia, se mal non mi appongo, e ha espressa tutta la sua dottrina nella massima famosa: il Re regna e non governa, massima assai men chiara di come vuol parere che sia, e intrinsecamente fallace. Politici, quali di alto ingegno, ma non ancora sperimentati, quali di basse voglie e di acute ambizioni l'hanno divulgata in Italia, e fatta passare per l'evangelio del regime costituzionale.

E l'hanno intesa e procurato che s'intendesse così. Sta, sì, sul vertice dello Stato un uomo a cui suo padre ha trasmesso il diritto di starvi, e che lo trasmetterà al suo figliuolo; ma vi sta per godersi il meglio che gli riesce, una lista civile, la più meschina, che sia possibile di accordargli, ma pur tale, che gli basti a vivere più splendidamente di qualsiasi cittadino o almeno della molto maggior parte; e vi sta altresì, per firmare i decreti, che gli sian presentati da un otto o più persone, ch'egli stesso è parso di designare, ma che in realtà ha designato a lui la metà più uno dei deputati eletti dal paese. Queste otto o più persone, i ministri, guadagnan così tutto quello che il Principe perde. Il potere regio dimagra di tanto di quanto il potere ministeriale si impingua.

Strana cosa; ma non la sola strana quaggiù. Le Costituzioni sono state fatte soprattutto contro il potere ministeriale: cioè contro gli abusi, le violazioni di legge, gli arbitrii, che i ministri persuadevano il Principe a commettere o commettevano di per sè. Principi, che per il proprio istinto abbiano fatto il male, ve n'è stati, ma pochi; ve n'è stati assai più, che si son lasciati indurre a farne, o che non si sono accorti, che si faceva in lor nome. Ministri, che ve gli abbiano indotti per malvagità d'animo per angustia di mente, ve n'è stati assai più; e poichè farne a meno non si poteva, si è sentita la necessità di contenerli, di dove le Costituzioni son nate. Perciò in queste è stato possibile di dichiarare responsabili i ministri, e irresponsabile il Principe; due finzioni, del resto, così la responsabilità dei primi, come l'irresponsabilità del secondo; giacchè come si sperimenta in pratica la prima, e come si difende in pratica la seconda? Due dinastie in Francia sono state sbalzate di seggio dai cattivi consigli e dalla condotta dei lor ministri. Più o meno che i Principi v'avessero consentito, poichè i ministri si erano fatti lor garanti, dovevano essi rimanere incolumi; invece, n'hanno pagato il fio essi e soli.

Come ciò sia succeduto, si spiega. L'usurpazione dei ministri è proceduta di pari passo con quella della Camera elettiva. È piaciuto a questa, che quelli diventassero prepotenti, poichè uscivano dal suo seno, e ciascun deputato poteva sperare d'essere del lor numero. Ma v'ha altresì, per essere giusti, una ragione, se non più fondata, più alta. Insieme col prevalere della Camera elettiva, pareva prevalesse sempre più nel movimento del governo la spinta popolare. O pochi, o molti, o tutti i cittadini che gli elettori fossero, i deputati provenivano direttamente, i ministri indirettamente da loro. Il Principe rispetto ai deputati diventava un indice, che si ferma su un quadrante al segno, che un meccanismo interno impone. Ma è grande errore, smentito da tutta quanta la storia dei regimi elettivi antichi e moderni, il figurarsi che eletti ed elettori sieno tutt'uno, e guadagnino di potere questi, quando ne guadagnano quelli; e il popolo — il popolo tutto, il popolo per davvero — cresca in potenza, quanto ne crescono i suoi delegati. Si potrebbe persin dire in certi limiti il contrario. A ogni modo la usurpazione del potere ministeriale sul regio era già compiuta, prima che fossero introdotti i suffragi larghi, per non dire del suffragio universale. La borghesia l'ha fatta, l'ha principiata e compiuta; l'ha abbozzata e le ha dato l'ultima mano. Come il Principato ha attenuato e poco meno che annientato le aristocrazie nei primi tempi dell'evo moderno, così la borghesia ha poco meno che attenuato e annientato il Principato nei secoli posteriori. E l'una e l'altra hanno operato con proprio danno; come suol succedere, quando s'è nell'operare istrumenti piuttosto di un istinto cieco, che di una volontà veggente. Ma se le aristocrazie sono quatriduane [1], e nessuna voce sarebbe abbastanza forte per evocarle dalla tomba, non è così del Principato.

È sfinito e dissanguato, almeno nelle nazioni latine, ma non è ancora esanime; poichè, se io ho avuto ragione nelle osservazioni che citavo dianzi, ha nella condizione presente della società nostra un ufficio proprio.

Un gran giureconsulto inglese, — il maggiore forse, — dice, che al magistrato esecutivo, com'egli chiama il Re, bisogna guardarsi di stremare tanto il potere che non gliene resti abbastanza per servire da freno ai senatori e ai deputati, lords and commons, come la costituzione richiede. Giacchè questo è politicamente il primo ufficio del Principe: vigilar bene che nè Senato, nè Camera elettiva esorbitino dalla cerchia dei diritti o trasandino i doveri che lo Statuto accorda o prescrive all'uno e all'altra. Questo ufficio il Principe l'adempie mediante i ministri, ma appunto sopra questi è la maggiore vigilanza sua.

Nella scelta dei ministri il Principe non è quell' indice che dicevo dianzi. L'indicazione della maggioranza dei deputati non dev'essere necessariamente obbedita da lui. Deve, per prima cosa, interpretarla; giacchè non è sempre chiara; anzi nei paesi in cui i partiti non sono solidamente costituiti, nè chiaramente divisi — come è, per esempio, nel nostro, anzi si può dire che sia oramai poco meno che in tutti — l'indicazione è di solito oscura ed incerta, e lascia al Re non poca libertà di scelta; e lo costringe a molto uso del criterio suo [2]. Certo, perchè un Ministero vi sia — o come si suol dire un Gabinetto — un nucleo di uomini da cui dipenda la condotta del governo e se ne sentano responsabili — bisogna che il Principe si contenti di designare uno solo cui commetta di trovarsi i compagni. Ma non ha obbligo di accettare tutti quelli, che quest'uno gli presenti. La cura della buona riputazione del suo governo deve premere, in realtà, più a lui che a quest'uno; anzi a questo può premere poco, e parere di maggior interesse l'associarsi chi soprattutto nel momento gli giovi, anche se abbia moralmente poco credito o punto. Ed è naturale, quindi, che il Principe debba avere riguardo al carattere morale della persona nello scegliere quello, cui dà incarico di formare il Ministero. Giacchè egli non può essere costretto a ciò a cui nessun privato patirebbe d'esser costretto; mettersi a' fianchi, per dirigere gli affari dello Stato, uno la cui presenza l'offenda. Oggi fanno grave rimprovero al Presidente della Repubblica Francese di essersi rassegnato a tenere per ministri persone, di cui conosceva la corruttela, per lo meno i corrotti modi di governo. Un Principe non ne sarebbe censurato meno. Se un Presidente di Repubblica ne può esser trascinato a dimettersi, un Principe, pur mantenendo il posto, ne scemerebbe, non senza pericolo, di stima.

Quest'alta sorveglianza morale sullo Stato è, si può dire, il principale ufficio del Principe in un Governo parlamentare. Il potere ministeriale non deve tiranneggiarlo tanto, ch'egli in realtà ne resti spogliato. Ai ministri, che gli consigliassero di svestirsene, può ben rispondere senz'altro: Vade retro, Satana. Che i ministri sieno o no sudici importa, certo, a essi e al paese, ma importa assai più, sto per dire, al Principe. I ministri potrebbero risentirne soltanto un danno passeggiero, se pure lo risentirebbero; sostenuti, come sono, da partiti politici, vengono amnistiati da questi, se li servono bene; invece il Principe è perpetuo, rivive, appena morto, nel suo successore, e la macchia, una volta contratta, s'espande sulla dinastia, e le affievolisce quella virtù secreta, che misteriosamente la sostenta di secolo in secolo.

Ed è per questo ch'egli deve vigilare la condotta di quelli, alla cui nomina ha apposto l'onorata firma sua. Il sindacato politico di essi può spettare solo alla Camera dei deputati e al Senato; ma il sindacato morale spetta anche a lui. Poichè ogni decreto porta, oltre la firma del ministro, la firma sua, egli nè deve nè può permettere, che il decreto serva non a eseguire, ma a violare, non espressamente soltanto, ma surrettiziamente la legge. Al ministro ciò può garbare nell'interesse proprio o per sodisfazione di qualsisia impegno suo; ma il Principe deve mostrare di non avere altro interesse se non quello del paese; e non prende impegni di sodisfare vantaggi o ambizioni di privati.

Questa vigilanza alta, pura, costante a tutela della moralità della condotta dei poteri pubblici è tanto più necessaria in uno Stato libero, che questo, non è meno, ma più soggetto a corrompersi di qualunque altro. È soprattutto soggetto a corrompersi lo Stato parlamentare, com'è diventato, per necessità di sviluppo, il nostro, quantunque lo Statuto non lo faccia tale. La differenza dal Governo parlamentare al costituzionale, come il nostro avrebbe dovuto, a norma dello Statuto, rimanere, è semplicemente questa; che in quello la metà più uno dei deputati decide della sorte del Ministero, e i ministri sono responsabili non al Re, ma al Parlamento, o, per parlare più precisamente, alla Camera dei deputati che li designa e li manda via. Ora, questa forma di Governo, cui sono state tributate grandi lodi, e ch'è stata detta superiore a quella degli Stati-Uniti, perchè dà più facile e pronto modo di armonizzare il potere esecutivo col legislativo, ha scoperto negli ultimi tempi grandi magagne. Il desiderio di mutarla si può dir generale; e la mutazione sarebbe già a quest'ora almeno iniziata, se se ne vedesse il modo. La mutabilità dei Ministeri e degl'indirizzi del governo paiono i principali effetti suoi. In realtà, sul continente, il regime parlamentare, di cui godono tre sole grandi nazioni, la Francia, repubblica, l'Italia e la Spagna, monarchie, si è installato senza quelle sbarre di sostegno. Che da un lato e dall'altro lo affiancavano in Inghilterra, e che, del resto, lo assicurano ogni giorno meno; sicchè neanche lì la sua sorte avvenire si può oggi ben prevedere dalla passata. Quando è stato introdotto negli Stati di Europa continentali, s' è creduto che in società — tanto più mobili, e insieme tanto men progressive con passo misurato e sicuro, come sono le tre citate — il regime parlamentare avrebbe avuto gli stessi resultati che in Inghilterra, dove s'era andato lungamente sviluppando durante i secoli. Nei principii, sin quando è durato un certo ardore di vita pubblica, sin quando un'alta aspirazione ha occupato gli animi degli elettori e degli eletti, è parso, che così dovesse essere; ma via via, ai motivi elevati che venivan meno, si son surrogati, in quegli e in questi, motivi men nobili, e le elezioni, le deliberazioni, le discussioni son diventate corrotte; il che vuol dire che gl'interessi delle persone v"hanno prevalso sull'interesse pubblico. Questa via dov'è percorsa tutta, dove ne resta a percorrere. I Ministeri hanno gran parte ad accelerarne il cammino o ad allentarlo; voglio dire gli uomini che sono chiamati a comporli, e la condotta che tengono. Il Principe, quindi, ha un interesse grande, che questi uomini sian conosciuti per moralmente buoni, e moralmente buona, cioè sincera, osservante delle leggi, pura nei suoi motivi sia la loro condotta; e ch'essi non si dirigano solo o principalmente col fine di mantenersi al posto, come i deputati fanno dalla lor parte, ma gli uni e gli altri si diano soltanto pensiero dell'utilità pubblica. Giacchè forse la principal magagna del regime parlamentare è questa: che poichè la sorte dei ministri dipende dai deputati e la sorte dei deputati dagli elettori, i primi non si diano premura d'altro che di sedurre i deputati, e i secondi di sedurre gli elettori.

II.

Nessun altro ufficio del principe mi pare di maggiore importanza di quello, onde ho ragionato sinora. Potrei tralasciare di parlare di quelli che gli sono attribuiti con poche diversità in tutti gli Statuti monarchici moderni. Il nostro non si differisce in un punto sostanziale degli altri, se non per avere di più l'articolo 18: I diritti spettanti alla potestà civile in materia beneficiaria concernenti l'esecuzione delle provvisioni di ogni natura provenienti dall'estero saranno esercitati dal Re. Il complesso dei diritti accordati alla potestà Regia dagli articoli 1, 23, 33, 65 dello Statuto di Carlo Alberto costituiscono quella ch'è detta la prerogativa reale, quella che gli antichi giureconsulti inglesi hanno chiamato libertas o privilegium regis, droit le roy, jus regium coronae. Noi per discorrerne non abbiamo bisogno di raccontarne la storia, che è di tanto interesse, nella storia costituzionale Inglese. Lo sviluppo della libertà popolare, — quando per questa s' intenda la libertà del cittadino contrapposta alla libertà del Principe — in niente si scorge meglio, che nella restrizione progressiva della prerogativa, ridotta via via a quei limiti, in cui gli Statuti continentali l'hanno ammessa ed è necessario che resti.

Ora, non ha dubbio, che questi diritti del potere Regio, che sono il complesso delle condizioni necessarie a fargli compiere il debito suo, e a che il Principe serbi nello Stato quell'alto posto da cui possa sorvegliare e accordare gli altri, questi diritti, dico, egli gli esercita, non direttamente, ma per mezzo dei ministri suoi. Se il Principe gli esercitasse direttamente, sarebbe responsabile del modo in cui lo fa; ed egli non deve avere responsabilità di sorta. Se la massima: il Re regna e non governa può essere frantesa, e frantesa è falsa, è perfettamente vera e certamente fondamentale la massima inglese: il Re non può fare nessun male. Del male sono la fonte ultima, oltre la quale non si passa, soli i ministri che hanno controfirmati i decreti firmati dal Principe. Quella controfirma è il suggello della responsabilità loro. Non appongono quella se non vogliono assumere questa.

Ma ciò non vuol dire, che il Principe non eserciti e non debba esercitare un giudizio suo nell'uso di ciascuno di questi diritti che importano un'azione, una decisione per parte di lui; non vuol dire, che i ministri debbano o possano imporgli la decisione loro, e ch'egli sia salvo da ogni responsabilità morale ed effettiva — responsabilità diversa dalla legale o giuridica, e di cui non v'ha modo di liberare nessuno — nel secondarla. Poniamo appunto quell'articolo 18. Nell'esercitare i diritti della potestà civile in materia beneficiaria, per es., nel nominare a una chiesa di patronato regio, può il Re fare a meno di giudicare da sè, se la persona che gli si propone, sia no degna del posto? Non può; i ministri possono avere un fine politico, egoista, corrotto nel proporgli piuttosto l'uno che l'altro; egli non può. Cotesto diritto gli è attribuito appunto perchè a quell'alto luogo in cui sta, nessuna malaria arriva dal piano. Il medesimo si deve dire dei Senatori. La miglior maniera di comporre il Senato in una monarchia è quella, credo io, a cui il nostro Statuto si attiene, e che, del resto, non ha inventata. Ma, per produrre l'effetto suo, esige che il Principe non si lasci persuadere a nominare senatore chiunque i ministri vogliano. A questi può piacere di mandare in Senato un deputato che li disagi, di cui serva loro il collegio; ovvero un deputato o altra persona che abbia reso loro un servizio, di quelli che non si rendono; o persino uno, che non si possano altrimenti levare di torno, da tante parti gli ha fatti assediare; o persino chi ha dato loro denaro, sia per loro uso, sia per un interesse, che a loro è parso pubblico e non era, o doveva promuoversi per altre vie; insomma, seguire nelle lor proposte motivi falsi o corrotti, o, per dir meglio e più, non abbastanza elevati. Il Principe deve scrutarli e scartarli. E non v'ha, in fe' mia, migliore riforma del Senato di questa, che il Principe sappia che questo è il debito suo, e lo adempia. Allora in Senato non verrebbero se non persone che fossero degne del supremo onore di farne parte; che ne rileverebbero, invece di abbassarne il credito. Perchè il Senato sia qualcosa, bisogna che ciascun Senatore sia qualcuno, ha detto, credo, il Montalembert; il che, se è vero, com'è, non succederà, se non a patto che in ciascuna delle categorie dalle quali può essere scelto un Senatore, si scelga solo ciò ch'essa ha di meglio e di più sopraffino, e che al paese paia tale; il deputato, che dei lunghi e faticosi servigi resi alla patria nella Camera elettiva è oramai stanco, quantunque abbia l'intelletto tuttora vegeto e capace di rendergliene altri più riposati; il magistrato, la cui riputazione non sia annebbiata da nulla, e la cui amministrazione della giustizia abbia dato prova d'intelligenza grande e di probità intatta; il militare, a cui tutto l'esercito guardi; il consigliere rinomato per l'opera prestata o nell'insegnamento nell'amministrazione, con segnalato beneficio pubblico; un accademico di Accademia Regia, di cui questo titolo sia il minore tra quelli che lo raccomandano; un proprietario, a cui la ricchezza non sia stata ragione di ozio, ma di vita operosa e benefica. Quando il Senato sia composto così, con lenta ponderazione e senza nessuna sordidezza di criterio, e si sia molto attenti a non mutarne le maggioranze per ragioni passeggiere e povere; quando un interesse o una bizza dei Ministeri non prevalgano, così nel designar le persone da nominare, come nel determinarne il numero, allora si ridarebbe vigore al Senato, e non si rischierebbe di forzarlo a usare un estremo diritto per salvare la dignità sua.

Ma, mi si risponde, voi dite che il Principe, esercitando questo suo criterio nella scelta dei senatori, non farebbe se non il suo debito; ma se nol fa? Non si può, replico, ragionare dell'ordinamento dei poteri pubblici sul supposto, che nessuno di essi compia il suo debito; bisogna, per forza ragionare sul supposto contrario. D'altronde i Principi farebbero il debito loro, se lor si lasciasse farlo. Ma è evidente che il principio popolare e repubblicano, che travaglia anche a loro insaputa gli animi di coloro che nelle classi politiche dirigenti non lo professano, tende a spogliare i Principi di ogni uso del criterio proprio per poi additarli inutili e licenziarli. Il Principato deve difendersi contro questa tendenza pericolosa; meglio difendersi oggi che domani. Domani potrebbe essere troppo tardi.

Perchè da una parte i ministri restino responsabili e dall'altra il Principe non si assoggetti a ogni lor volere, occorre, di certo, nei primi e nel secondo molta prudenza e temperanza. È più facile trovarle nel Principe che nei ministri, gonfiati dall'aura della Camera. Pure, quando il Principe avesse fermezza, i ministri si può esser sicuri che piegherebbero. Il regime costituzionale — e più ancora il parlamentare — è pieno d'incertezze e questioni di confini tra i diritti rispettivi dei poteri pubblici, incertezze e questioni, delle quali chiede la soluzione soltanto alla equità di animo di coloro che ne sono investiti, e a quella tanta condiscendenza che deve nell'arte politica contemperarsi colle convinzioni. I ministri, per moderare le loro pretensioni, devono avere riguardo all'alto posto che il Re tiene nello Stato, e alla necessaria ingerenza dell'autorità sua, perchè niente vi si disordini e tutto vi si armonizzi; il Re, da parte sua, ha riguardo alla responsabilità che s'addossano i ministri di quella tanta parte di volontà e discrezione sua, che influisce negli atti del Governo. Qui, come in ogni altra cosa umana, la fune troppo tirata si spezza.

Perchè il principe possa adoperare a ragion veduta la parte di volontà e di discrezione che gli appartiene, è necessario circondarlo di un consiglio privato, noto al pubblico e composto di persone non più battute dall'onda politica, avanti negli anni, e insigniti della maggiore onorificenza che al mondo sia, una inalterata e costante stima pubblica.

L'istituzione inglese del Privy Council, antichissima e che meriterebbe da sè sola un lungo discorso, è appunto un Consiglio privato, come a me par desiderabile che ve ne sia uno attorno al Principe. Da esso esce il Gabinetto o il Ministero responsabile che n'è un comitato distinto. Noi avevamo e, credo, abbiamo tuttora i ministri di Stato che non fanno parte del Governo; ma son rimasti un nome senza cosa, una ombra senza corpo. Non si potrebbe dar loro corpo e radunarli a consiglio privato intorno al Re? So che Gabinetti o Ministeri non amano questi Consigli privati del Principe, non gli amano neanche intorno alle varie amministrazioni che dipendono da essi. Pretendono che ne son legati nella loro azione, che, poichè son responsabili, devono operare senza freni, senza pareri importuni, a lor posta. Ma questo è un concetto falso della responsabilità ministeriale, e che non ha luogo, di certo, in Inghilterra. Il supposto, che la Camera elettiva basti a render reale la responsabilità dei ministri soggettandoli a un sindacato continuo, non regge. La maggioranza della Camera elettiva, sinchè dura, covre col voto i ministri, coi quali ha comune la sorte; e la minoranza può bensì sfidarla una prima, una seconda, una centesima volta a votare contro coscienza, sinchè si discrediti; ma non può farlo se non in questioni politiche di grande o almeno, di qualche momento o in questioni amministrative, che ne assumano il carattere. In questioni amministrative piccole, giornaliere, che pure sono di molta importanza allo Stato e ai cittadini, perchè quello proceda bene e questi non ricevano danno, l'azione dei ministri sfugge in realtà al sindacato dei deputati. L'interesse politico abbuia ogni altro. L'eccesso di potere, che si chiede per ragione di una responsabilità teorica, si risolve in una vera irresponsabilità pratica. Ma non voglio indugiarmi in un soggetto che non è propriamente quello che tratto ora. Mi basti conchiudere, che la responsabilità del governo, che i ministri assumono, non è in contradizione col Consiglio privato, che il Principe può ascoltare ove gli occorra, per l'esercizio retto e oculato della sua prerogativa.

In somma, poichè v'ha, ed è da tutti ammessa una prerogativa regia, bisogna pure che il Re, in cui è impersonata, v'abbia qualche cosa a vedere. Non si può intendere, che da lui non si richieda altro, se non di firmare i decreti, che gli si pongono davanti. Deve scrutinare di che natura questi decreti sieno, o giudicarne, prima di dar loro quella efficacia, che solo egli può dare. Se il Principe o non può farlo o trascura, il Principato scema o si annienta. Ora, non è bene che il Principato si svigorisca o si spenga. La società presente non lo richiede, e non lo richiederebbe, credo, la società avvenire. Ai popoli non piace, che il discendente d'una illustre dinastia connaturata colla storia stessa della patria, obbedisca supino e paia comandato a bacchetta da un tal di tale, che nei principii nessuno sa chi sia, e nella fine Principe e cittadini disprezzano apertamente o in cuore quando hanno visto chi egli è. La salvezza delle monarchie, e il progresso tranquillo e costante delle società che ne son rette, richiedono che il Principe si senta più e sia più di quello che i parlamentari esorbitanti vogliono che si senta e sia.

III.

Ma v'ha un ufficio, forse più alto di tutti quelli che ho descritti sinora, per il Principe d'uno Stato libero, un ufficio non politico, ma sociale. Il Gladstone ha avuto, a parer mio, torto di dire che non gliene restasse altro a' giorni nostri, ma ha disegnato quello che gli lasciava, a tratti, com'egli suole, pieni di luce. Io non ho qui davanti il suo libro, e a ricercarlo e tradurlo, perderei più tempo che a scriver di mio.

Si veda in che tempi viviamo! La borghesia, che ha disfatto prima l'aristocrazia e poi la regalità nel principio e nel corso del secolo, talora par putrida, e le plebi operaie paiono talora folli. Ciascuna parte della società cozza contro l'altra. Ciascuna società si mette in assetto di offesa e di difesa contro l'altra. Nessuno grida guerra; ma tutti hanno la guerra nell'anima. Tutti gridano pace; ma pochi hanno la pace nell'anima. Son risorte ostilità che parevano spente da secoli: i fanciulli cattolici, per le vie di Parigi, prendono a sassate i fanciulli ebrei. Di veruna delle distinzioni sociali è perso il desiderio; ma di nessuna è cresciuto il rispetto. Ancora chi ha titolo, si tiene da più di chi ne manca; ancora chi ha titolo vecchio, da più di chi l'ha nuovo: ed è strana cosa ma vera, che chi non ne ha nè vecchio nè nuovo, sente verso chi n'è provvisto un sentimento di ossequio misto di dispetto.

Nessun borghese, che possa esser famigliare con una contessa povera, preferirebbe la dimestichezza di una sua pari ricca. In una società, che si dice ed è democratica, tutti vogliono essere cavalieri; e più son fatti cavalieri, più ne resta a fare. L'uguaglianza perfetta di diritto s'accompagna con una disuguaglianza di fatto maggiore che non si sia mai vista. Niente, si direbbe, può stare come sta, ma se tutti gridano che si debba mutare, nessuno vede con tanta chiarezza, come si possa mutare, da trarsi dietro gli altri.

Su tutto questo caos il Principato galleggia; ma non così, che non corra pericolo di cadervi dentro. Ha anch'esso i suoi nemici; e come e quanti! Il peggio è che non ne ha soltanto fuori di sè, ma in sè stesso; giacchè il peggior suo nemico è il venirgli meno l'animo, l'impicciolirsi come per non lasciarsi scorgere, il non asserire fieramente, ch'esso debba essere quello che la sua natura e il suo grado vogliono o non essere. Sciupa così le simpatie popolari, che scovrono ivi essere l'impotenza più grande, dove la fantasia additava loro la più grande potenza. Il Principe è stato, ha potuto essere in altri tempi rotto a ogni vizio; oggi non può essere. La sua vita di ogni giorno è vista; scrutata da mille occhi. I popoli vogliono in lui un ideale. Di virtù non si può dire, che nel mondo ve ne sia ora più che non ve ne fosse prima; ma, almeno nelle classi popolari, ce n'è più desiderio di prima. Poichè ne vedono meno tra le lor file stesse, sviate da tante seduzioni, e poco appena sopra di loro, si aspettano a vederla in alto, dove le seduzioni non giungono non dovrebbero giungere. Nei secoli anteriori non noceva al Principato che il Principe vivesse malamente; nocerebbe oggi. Ma quella non è la considerazione di maggior momento; è più grave quest'altra. In una società, in cui i malanni delle classi povere non sono forse maggiori che in altri tempi, ma sono sentiti tanto di più, e con tanto maggiore risentimento, è obbligo del Principato d'occuparsi a lenirli tutti. Nessuna opera di beneficenza dev'essere tentata nel paese, cui esso non prenda parte. E prender parte non è solo dar denaro, ma mostrarsi di un pensiero operoso. Compirà così una funzione di grande importanza sociale; attutirà, per quanto può dipendere da lui, una delle più dolorose lacerazioni dell'ora presente.

E l'ufficio sociale del Principe si allarga e si rende insieme più malagevole, quando riguardiamo non solo le classi povere, ma le classi tutte. Non deve essere chiuso a nessuna; ma pure non deve parer di confonderle. V'hanno distinzioni tra esse che fa l'intelletto; altre che fa la virtù; altre che fa l'ufficio; altre che fa, checchè si voglia, la ricchezza; altre infine, checchè si dica, la nascita. Queste due ultime sono piene di gelosie. Il Principato deve segnare la suprema gentilezza, cortesia, eleganza del paese. Quanto v'è di gentile, di cortese, di elegante nella cittadinanza deve aspirare ad avvicinarglisi; egli lo deve attrarre a sè. Deve riuscir così ad impedire, che la volgarità dei modi che porta seco la democrazia, non infetti tutte le relazioni sociali. Con ciò, diventa la principale cagione del vivere e prosperare di molte industrie ed arti, le quali hanno alimento dal lusso, e sono, si può dire, il fiore del lavoro umano. Sono istrumento di civiltà, perchè la bellezza cui danno ornamento e risalto, non è solo abbagliamento degli occhi, ma elevazione e spinta dello spirito.

Però, quest'azione del Principato è assai men facile che non si creda. Noi siamo in questa condizione, soprattutto nei paesi latini, che nobiltà tutti negano che ci sia, ma tutti sentono che la c'è. Fra il negarlo e l'affermarlo ci è parso che ci corresse così poco, che abbiamo fatto in questo rispetto nelle società nostre una confusione ineffabile. L'antichità gloriosa del cognome non può essere trascurata da nessuna nazione, che non sia disposta a scordar la sua storia; ma oggi quest'antichità è nascosta sotto titoli, che possono così contrassegnare essa, come covrire invece non glorie ma vergogne recenti.

Qual grado spetta ai cognomi, ai titoli? Nessuno, si dice; Siam tutti pari; ma in realtà sentiamo che non siam tutti pari, nè vogliamo essere tutti pari. perchè, se volessimo essere tutti pari, cercheremmo ognuno qualcosa che ci distingua? Noi diciamo menzogna, quando affermiamo che davanti a un duca, a un marchese, a un conte, che porti degnamente il suo titolo, a un Colonna, a un Trivulzio, a un Caracciolo, che non lordi non rinvilii il suo cognome, non ci sentiamo nessun solletico dentro. Dimandato una volta da una signora, chi dovesse mettersi alla sua destra, se me o Onorato Caetani, risposi: Secondo il regolamento, me; secondo il senso comune, lui. Non ricordo se il regolamento o il senso comune vincesse; ma ora anche il regolamento direbbe lui.

Per rientrare in via, sinchè questo sentimento dura, non è bene che il Principato lo sprezzi. È sentimento buono e conservativo, e ne sornuotano oramai così pochi di tali. E d'altra parte nelle classi popolari è tuttora vivo; giacchè a queste le ricchezze recenti e presuntuose fanno sdegno e nausea, mentre non gliene fanno le ricchezze antiche e illuminate da grandi ricordi. Pure, se non è utile il parere di averle a sprezzo, non è utile neanche il parere di averle in tanto onore, che alla borghesia non sia dato posto nella Corte o non sufficiente. Se oggi non v'ha nessuna linea ben precisa che divida la nobiltà dalla borghesia, è sentito da questa stessa, e talora suo malgrado, che una distinzione v'è pure. La borghese discorrendo di un nobile guarda in alto; la nobile, discorrendo di un borghese, guarda di fianco. La borghese concepisce il desiderio d'imitare la nobile, assai più spesso che questa non concepisca il desiderio d'imitar lei; la borghese è solleticata dalla visita che la nobile le fa o dall'amicizia che le professa o dalla conversazione in cui l'intrattiene, assai più che non succeda il contrario. Tutto ciò si può negare, ma non si può sopprimere, e porta a concludere, che se al patriziato è consentito dalla borghesia, per consenso espresso o tacito un maggior posto nella Corte, non giova al Principe di sforzare la borghesia a contentarsi di posto troppo minore o di nessuno; non ne resterebbe sodisfatta.

In altri due rispetti va considerato l'ufficio del Principe. In uno è più che sociale; è intrinseco al poter suo; è proprio della sua prerogativa, di cui uno dei principali diritti è ch'egli comanda tutte le forze di terra e di mare. Ciò non vuol dire, ch'egli debba esserne il generale in guerra; perchè potrebbero mancargli a ciò le qualità richieste. Non vuol neanche dire, che debba in pace comandarne le manovre o assistervi. Vuol bensì dire, che delle condizioni dell'esercito e della marina egli debba avere una particolar cura; vuol dire, che se ogni altra parte dell'amministrazione deve esser vigilata da lui, quella militare deve esserlo più specialmente di ogni altra; vuol dire altresì, che le forze di terra e di mare non fanno nessun movimento di valore politico e non di mero ordine, senza comando suo. Io non credo però, che oggi il Principe debba parere o fare il militare egli stesso, e salire nell'esercito o nella marina i gradi di una carriera. Nella compagine delle società attuali il militare ha ancora di certo ed avrà per un tempo più o meno lungo una parte di gran rilievo; ma non ne ha tanta quanta nelle società anteriori. Obbedisce, non impera. La potestà civile lo soverchia assai più che non facesse prima. Le dinastie devono smettere l'apparenza, come la realtà, di essere venute fuori dalla guerra, e intese soprattutto a questa. Devono apparire, come sono, non più capi di bande o di truppe, ma capi di cittadinanze.

Perciò la classe che il Principe deve curare di più, — ed è questo l'ultimo aspetto in cui voglio guardarlo — è quella di coloro per i quali la cultura del paese avanza. In questi soprattutto vive e s'illumina la coscienza pubblica. Questi ne hanno il vero indirizzo, se non nell'oggi, nel domani. Sono il più gran lusso, il più grande ornamento, il miglior fondamento, anzi, del Principato. Gli danno più luce, che non ne ricevono. Il Principe deve mostrare di prendere grande interesse alle arti, alle scienze, alle lettere; e prendervelo davvero, non con elogi casuali e a fior di labbra, ma con profondità di sentimento. Non serve tanto che le protegga, quanto che le ami; e dia prova di stima e di affetto, come a' migliori amici suoi, a quelli che vi eccellono. Ne avrà non solo gloria egli stesso, ma profitto. Si metterà così e sarà visto davvero nel vertice dello Stato.

IV.

Ciò che, nel parer mio, è, soprattutto a' giorni nostri, la forza delle dinastie nei paesi in cui non sono distrutte, è questo; che in esse il paese che reggono sente una continuità di vita. Non son nate oggi; non moion domani. La nazione vi si eterna in una persona sempre viva; vi ricorda il suo passato e vi presenta il suo avvenire. S'aggiunge che niente dimostra, che lo scomparire d'una monarchia di dove era da secoli, renda più felice lo Stato o più sicuro; che vi contemperi o vi rappaci o vi accordi meglio gli elementi di cui si compone. E niente neanche prova o mostra che la monarchia, dov'è rimasta o rimane, ostacoli nessun progresso ragionevole o nessuna libertà utile. Nelle condizioni presenti, al Principe, soprattutto nei paesi latini, è lasciato, come ho mostrato, non troppo potere, ma troppo poco; e questo può esser causa che le monarchie decadano, e, come inutili, periscano. Quando si continui così, potrà parere un giorno a tutti che un Presidente di repubblica possa essere centro di potere esecutivo più forte, e perciò più adatto alle società presenti, che non possa essere un Principe. Il giorno che così paresse a tutti, il Principato perirebbe; e sarebbe, credo, un assai grave danno. Poichè questo è il mio parere, ho scritto come ho fatto; che io parlo per ver dire, e se la mente può errare, il cuore non erra. Nè ho guardato a verun Principato o Principe in particolare; bensì al Principato e al Principe in genere. Persuaso che nei regimi parlamentari siano, non per il testo degli statuti, ma per usurpazione dei ministri, ridotti o poco meno che nulla, ho cercato nel mio pensiero, come possano ridiventar qualche cosa. E se possono, lo debbono; giacchè le classi politiche, che somministrano alle monarchie i ministri, sono tra tutte le più facili a corrompersi, e in breve le più corrotte; e dove acquistino troppa balìa, fanno troppe ruine. E ruine, mi pare, le società nostre ne hanno già ammucchiate abbastanza, perchè oramai si fermino e pongano mano a riedificare.

R. BONGHI.

Note

________________________

[1] quatriduane: di quattro giorni (cioè: se le aristocrazie durano lo spazio di quattro giorni, lo stesso non si può dire del Principe. [ndr]

[2] È mostrato dal Palma in un bello scritto, come in genere sia stato usato bene, dai tre re nostri costituzionali, dalla promulgazione dello Statuto sin'oggi.

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Ottocento

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011