RUGGIERO BONGHI

Camillo Benso di Cavour

Saggio biografico

Edizione di riferimento

Camillo Benso di Cavour di Ruggiero Bonghi, Collana Biblioteca Universale N. 166, a cura di G. Vicenzoni, Casa editrice Sonzogno, Milano, 1924

Testo elettronico preparato in collaborazione con Liberliber - Paolo Alberti.

...Tenacem propositi virum.

Hor.

I.

Il conte Camillo Benso di Cavour nacque dal marchese don Michele Giuseppe e da una ginevrina, Adelaide Susanna Sellon, il 10 agosto 1810. Antica e nobile stirpe era la sua: egregi fatti di guerra e di pace, erano stati cagione che il cognome della sua famiglia ricorresse spesse volte nelle storie del paese, al quale egli doveva maturare così grandi destini.

Il conte Camillo ebbe da’ padri suoi quel sentimento che le razze antiche e nobili, se non degeneri, hanno; quel sentimento intimo ed instintivo della storia patria, di cui sono state una parte, nel quale si fondono i ricordi del passato colle speranze dell’avvenire, e quegli e queste diventano insieme la base su cui l’uomo di Stato, non intento solo a conservare, ma ad innovare, poggia l’edificio e trova l’equilibrio della sua politica. Cotesto sentimento è la cagione per cui suole generalmente accadere che quelli i quali appartengono a famiglie già illustri nella storia d’una nazione, si trovino adatti a continuarla meglio di quelli che escano da famiglie le quali v’hanno a registrare il lor nome per la prima volta.

A’ tempi della giovinezza di Camillo Cavour, il suo cognome non era de’ più amati in Piemonte. Suo padre, una gentile ed onesta persona in qualità di privato, si trovava, come vicario della città di Torino, troppa parte egli stesso d’una amministrazione pettegola, incerta e sospettosa, perchè dell’odio nutrito dal pubblico contro il governo non si versasse una gran parte sopra di lui. Il Vicario, che d’ogni cosa faceva relazione a Carlo Alberto, — spinto ora per un verso, ora per l’altro da’ dubbii della sua mente, dalle opposte qualità della sua indole misteriosa, — non s’accorse di certo, nè riferì poi che gli viveva in casa chi avrebbe con risolutezza cooperato a mettere, e poi avviato il Piemonte per una strada in cui Carlo Alberto, a que’ tempi, non si risolveva ad entrare, quantunque sentisse che da quella in cui era, avrebbe pure una volta ad uscire.

Camillo Cavour, adunque, visse gli anni di sua giovinezza, son per dire, contraddicendo, e i primi tempi della sua vita civile e politica furono un contrasto continuo tra il pubblico e lui; giacchè quello voleva giudicarlo e spiegarne gli atti da ciò che si sapeva e s’esagerava del suo parentado; egli, continuando per la sua via, si teneva sicuro che si sarebbe pur dovuto finire col giudicarlo da lui medesimo. Questo contrasto temperò l’animo all’uomo; e gli dovette, sin da giovane, dar l’abitudine di desiderare con ambizione di gloria il suffragio de’ suoi concittadini, ma di non piegarsi per ottenerlo.

Fu educato, come la più parte della nobile gioventù piemontese, nell’Accademia militare. Ed insieme, per la cagione della istessa intrinsichezza che passava tra suo padre e Carlo Alberto, allora Principe di Carignano, ebbe l’onore d’essere nominato a paggio; onore, del resto, di cui nessun altro s’addiceva meno alla sua indole vigorosa, pronta e recisa sin da fanciullo, e dal cui onere, quindi, fu, a breve andare, liberato da Carlo Felice, che gli diede licenza; giacchè a dieci anni dava già troppi segni che la livrea gl’incresceva; tanto che quando l’ebbe scossa via, gli parve e disse d’essersi tolto il basto. Uscito dal collegio a diciott’anni luogotenente del Genio, non sostenne lungo tempo la disciplina del silenzio e dell’obbedienza. La vivacità sua naturale e la svegliatezza della sua mente, così adatta e lesta al sarcasmo, unita con la fierezza e la consapevole ambizione dell’animo, gli dovevano rendere durissimo l’obbedire a chi e come s’obbediva a que’ tempi, così vicini a noi e che pur paiono così lontani. Di fatto, com’egli era nel trentuno a Genova, a sorvegliare alcuni lavori di fortificazione, fu sentito parlare liberamente: e per punizione spedito di guarnigione al forte di Bard. Si dimise; e parte attese all’agricoltura, parte viaggiò, cercando, oltre Alpi, a quell’ingegno che il Plana gli aveva riconosciuto ed ammirato, un alimento che l’atmosfera serrata e chiusa della sua patria gli negava. Qui, per troppa calma o per moti scomposti e compressi, la vita sociale era ferma, o sobbalzava di tratto in tratto: e quel giovine signore la calma non poteva sopportare, e a’ moti non si poteva risolvere a prender parte: giacchè la sua mente, assuefatta al calcolo, computava le forze dei governi che si difendevano e quelle delle sètte che assaltavano, e non trovava che ci fosse, non ch’altro, possibilità che le forze delle sètte soverchiassero quelle dei governi. Oltre che gli doveva parere che, se i governi andavano per una via pessima, le sètte camminavano per una via, se si fosse potuto, peggiore; non tenendo esse maggior conto del passato, di quello che i governi facessero dell’avvenire.

II.

Dimorò lungamente in Inghilterra, ed ivi, alla maniera dei nobili inglesi, s’educò a forti studî, senza chiudercisi dentro, e ricusare le distrazioni della vita ed i sollazzi del mondo; contrasse amicizie potenti, e sopratutto un affetto ed un’ammirazione, non solo per le instituzioni inglesi, ma per il concetto inglese della libertà, ch’è il vero. Giacchè in Inghilterra non s’intende la libertà come in Francia, dove basta, perchè si sia liberi, che il ministero deva procedere d’accordo con le maggioranze dei deputati spediti a Parigi da una maggioranza più o meno grande d’una classe più o meno larga di elettori; quantunque la mano dello Stato continui a comprimere e reggere del pari la vita dei comuni, delle province, degli individui, del commercio, dell’insegnamento. In Inghilterra invece la società stessa è libera, e lasciata padrona di sè; l’individuo, da solo o associato con altri, v’ha pienissimo il gioco delle facoltà sue, e la società è libera non solo perchè il governo ha a dare ragione di sè ai deputati, ma perchè l’azione sua non si surroga a quella d’ogni altra forza sociale. E questo fu poi il concetto di libertà, che il conte di Cavour portò a suo tempo al governo: quantunque sin oggi [1] le quistioni, ora di finanze, ora di politica, gli abbiano preoccupato l’animo ed impedito di attuarlo in altro che nelle sue conseguenze economiche.

E questo suo amore dell’Inghilterra non fu poi una delle sue minori colpe agli occhi del partito democratico e del retrivo, nel Piemonte, quando egli, ritornato in patria, cominciò a prender parte alla vita politica e ad ascenderne uno dopo gli altri i gradini.

Egli aveva, di fatto, previsto quello che da questo suo affetto all’Inghilterra gliene sarebbe arrivato sul continente. «Da San Pietroborgo a Madrid — scrive egli stesso — in Germania come in Italia, gl’inimici del progresso e i partigiani delle convulsioni politiche considerano del pari l’Inghilterra come il più formidabile dei loro avversarî. I primi l’accusano d’essere il focolare su cui tutte le rivoluzioni si scaldano, il rifugio assicurato, la cittadella, per così dire, e de’ propagandisti e de’ livellatori. Gli altri, pel contrario, forse con maggiore ragione, riguardano l’aristocrazia inglese come la pietra angolare dell’edificio sociale europeo, e come l’ostacolo più grande alle lor mire democratiche. Questo odio che l’Inghilterra inspira a’ partiti estremi, dovrebbe renderla cara agl’intermedi, agli uomini amici del progresso moderato, dello sviluppo graduale e regolare dell’umanità; a quegli, in una parola, i quali, per principio, sono opposti del pari alle tempeste violente ed alla stagnazione della società. E pure non è. I motivi che gli porterebbero a nutrir simpatia verso l’Inghilterra, son combattuti da una folla di pregiudizî, di memorie, di passioni, la cui forza è quasi sempre irresistibile. E non ci ha quindi che pochi uomini sparsi e solitarî, i quali sentano per la nazione inglese quella stima e quell’interesse che deve inspirare uno de’ più gran popoli che hanno onorato l’uman genere, una nazione che ha gagliardamente cooperato allo sviluppo morale e materiale del mondo, e la cui missione di civiltà è ben lontana dall’esser finita» [2].

III.

Nè gli studî e la dimora oltre Alpi restarono senza frutto e senza dar prove di sè. Giacchè il conte Cavour in quel frattempo scrisse francese in varie riviste, sopra le quistioni di maggiore urgenza e rilievo, che si andavano affacciando nel campo delle scienze e de’ fatti. Scrisse come uomo a cui lo scrivere non sarebbe bastato: scrisse da gentiluomo, poco e non cercando, ma accettando, le occasioni, scrisse come persona che ha non solo meditato molto, ma discorso anche molto su quello di cui scrive: come persona che sa le obbiezioni nascose e le palesi, che indovina quelle e non ischiva queste. Nei suoi scritti fa prova d’una mente larga e rigorosa; d’una erudizione adeguata, ma non soverchia, indizio così della mente e della compitezza degli studî fatti sul soggetto stesso, come della deficienza degli studî letterarî non potuti fare al collegio; d’una forza di ragionamento rarissimo; d’una instancabile caccia delle difficoltà del quesito e delle soluzioni possibili; d’una indipendenza di giudizio assoluta. Vi si mostra amico d’ogni progresso politico ed economico: e perciò d’ogni mezzo efficace ed adatto a promuoverlo; ma nemico del pari risoluto d’ogni mezzo violento, perchè, nel suo parere, ogni mezzo violento è inefficace: in somma, vi si mostra della scuola di quegli illustri uomini di Stato inglesi, che, promovendo la libertà, allontanano le rivoluzioni, e de’ quali non si può dire se più amino quelle od avversino queste. La sua dicitura è come la sua mente, netta, chiara, coerente; ma non ha vivezza nè colpi, e lo stile, per il più, manca, quantunque a volte la forza del pensiero dia rilievo ed efficacia alla frase. Anzi, il conte Cavour si può, come scrittore, allegare a prova di quanto sia falsa la massima che lo stile sia l’uomo: giacchè sonvi pochi scrittori in cui l’animo sia più risentito e colorito, e pure si riverberi e s’imprima meno nella parola.

I suoi scritti hanno a soggetto questioni economiche, politiche, agricole o finanziarie [3]: e rispetto alla cognizione dell’uomo e del futuro suo indirizzo politico, due sono i più notevoli: quello Sulle idee comuniste e sulla maniera di combatterle, e l’altro Sullo stato dell’Irlanda ed il suo avvenire. Nell’uno e nell’altro si riconosce quella vasta e compiuta maniera di concepire il soggetto, e di sviscerarlo, che dicevamo sua propria. In lui con lo scienziato e con lo storico si vede già unita quella propria e particolare qualità dell’uomo di Stato, che consiste nell’abbracciare d’una occhiata tutta l’arruffata matassa delle cause e degli effetti sociali, nel non estrarne e considerarne da sè una serie sola; anzi d’ogni fatto di cui si cerca le origini, riconoscere o per una divinazione difficile a ragionare, come accade alla più parte degli uomini di Stato, o per una consapevole e ragionata convinzione, come accade al Cavour, riconoscere, ripeto, in quanto e quale intreccio sia con altri fatti, e quale modificazione nasca in ciascheduno degli elementi sociali da questa sua complicata coesistenza cogli altri. Così, dove parla delle idee comuniste, non ischiva di mostrare quanto arduo sia il contrasto, che si deve sciogliere per confutarle a fil di logica, tra due diritti, i quali paiono inconcussi del pari, quello della vita, e l’altro di proprietà. Egli prova come questo contrasto non sia tra due diritti assoluti, i quali non si potrebbero contraddire, ma bensì tra due dritti relativi, e de’ quali ciascheduno non ha valore che in un certo giro. Crede che, ove la scienza s’imprimesse bene di questa dottrina, essa sarebbe il miglior antidoto del comunismo; giacchè gli torrebbe ogni forza, perchè ammetterebbe la limitazione del diritto che i comunisti negano, e perchè mostrerebbe d’accettare il diritto che i comunisti contrappongono. E fida che dalla scienza la persuasione passerebbe negli animi del volgo; giacchè non gli par da mettere in dubbio e conferma co’ fatti l’utile efficacia delle idee scientifiche nella trasformazione de’ sentimenti volgari. Ma aggiunge, che questa trasformazione non si opererebbe, se i ricchi non l’aiutassero con la beneficenza verso i poveri. «A ciascheduno dunque, conclude, l’opera sua. Il filosofo e l’economista nel chiuso del loro studio confuteranno gli errori del comunismo; ma l’opera loro non sarà feconda, se non in quanto gli uomini onesti praticando il gran principio della benevolenza universale, agiranno sui cuori, mentre la scienza agisce sugli intelletti».

Il Cavour, tutto pratico oggi e tutto intento agli affari, forse ora sorriderebbe se gli si ricordasse che, in questo scritto, fa all’Inghilterra un appunto che non si crederebbe sia potuto mai uscire dalle sue labbra. Dopo esposte le teoriche del Malthus sulla popolazione, che egli accetta, e le conclusioni severe e crudeli che il Malthus ne trae, e ch’egli in parte rigetta, aggiunge, per ispiegare come questi errori si fossero potuti insinuare nella mente del grande economista inglese, che «il Malthus — bisogna pur convenirne — aveva dovuto renderlo affatto nuovo alle speculazioni di alta filosofia, necessarie alla soluzione del problema morale implicito nella questione. Dal Locke e dal Clarke in poi, l’alta metafisica è stata, sino a’ nostri giorni, molto trascurata in Inghilterra, e il genio britannico sembra non avere concessa la sua attenzione e la sua stima che a’ principî filosofici suscettibili d’una applicazione immediata e pratica. Se da ultimo alcuni indizi sembrano palesare, a questo riguardo, un leggiero miglioramento, non si può contestare che le alte verità speculative non fossero a’ tempi del Malthus molto trasandate nella sua patria. Il grande economista non si è dunque accorto punto dell’antinomia contro la quale il suo soggetto lo gettava; non che cercarne la soluzione, non ha sospettato che esistesse» [4].

Nello scritto Sulla condizione dell’Irlanda e sul suo avvenire, il Cavour ha un soggetto più conforme all’indole dell’ingegno suo. Fu letto con molto applauso in Inghilterra, e, certo, io credo che pochi scritti meritino meglio l’approvazione di uomini pratici ed imparziali. Senza sconoscere le grandi piaghe dell’Irlanda, senza negare tutti gli antichi torti dell’Inghilterra, non manca di indicare con quanta lealtà i ministeri inglesi si fossero applicati da alcun tempo in qua a medicare quelle e riparare questi. Ammira e loda O’Connell del nuovo indirizzo dato da lui al partito nazionale irlandese, sviandolo dalle insurrezioni sterili d’effetti buoni, e solo feconde di nuovi danni e di sangue, per avviarlo sulla via regia della resistenza legale e del progresso determinato. Ma questa ammirazione non gli vela la vista, e mostra come l’O’Connell, in quell’agitazione allora iniziata, e che era l’occasione prossima dello scritto del Cavour, in quell’ultima agitazione rimasta senza riuscita, che aveva a scopo la revocazione dell’editto d’unione de’ due Parlamenti promosso dal Pitt nei principî del secolo, O’Connell fosse dissimile da se medesimo e corrompesse il bene già fatto alla sua patria. Le ragioni che il Cavour dà della nessuna utilità di quella rivocazione, anzi del danno che ne sarebbe risultato all’Irlanda stessa, provano una cognizione accurata e pratica delle intenzioni e de’ maneggi dei partiti: come non mostra minore acutezza nel discernere quanto ci fosse di posticcio e di vero, di ipocrita e di sentito nel gridìo universale contro la tirannide inglese; e quanta ignoranza del mirabile edifizio dell’inglese costituzione si manifestasse nei giudizî contraddittorî che si portavano presso di noi, sulle forze reciproche dell’Inghilterra e dell’Irlanda, e sugli effetti di quella lotta, ogni di cui fase pareva ai politici nostri una ruina compiuta, evidente ed irreparabile ora dell’una parte, ora dell’altra. E finisce coll’indicare i veri mezzi che il governo inglese avrebbe potuto adoperare; e son quelli, di fatto, che ha poi applicato e va di mano in mano applicando alla cura di quell’ammalata: la maggiore diffusione dell’istruzione popolare, lo sviluppo del commercio e dell’industria, i lavori pubblici promossi, il sistema inglese della beneficenza legale maggiormente esteso, le leggi sulla proprietà territoriale riformate; e mostra come a procurare ciascheduno di cotesti fini l’unione de’ due paesi dovesse avere maggiore efficacia della loro disunione.

È troppo osservabile in questo scritto il ritratto che il Cavour disegna dell’illustre Pitt, perchè non ci paia bene di metterlo avanti agli occhi de’ nostri lettori. Parecchi sarebbero tentati di credere che molti tratti della fisonomia dello statista inglese convengano a maraviglia a quella dell’italiano. Di fatto, scrive così: «E’ corre, in genere, un giudizio molto falso su questo illustre uomo di Stato. E’ si commette un errore gravissimo rappresentandoselo come il partigiano di tutti gli abusi, di tutte le oppressioni a modo d’un lord Eldon, o d’un Principe di Polignac. Ben altro; il Pitt aveva i lumi del suo tempo: il figlio di lord Chatam non era l’amico del despotismo, nè il campione dell’intolleranza religiosa. Spirito potente e vasto, amava il potere come un mezzo, non come un fine. S’introdusse nella vita politica col fare la guerra all’amministrazione retriva di lord North, ed appena ministro, uno de’ suoi primi atti fu di proclamare la necessità di una riforma parlamentare. Certo, il Pitt non aveva una di quelle anime ardenti che si appassionano per i grandi interessi dell’umanità, che non guardano, quando li vedano pericolare, nè agli ostacoli che loro si frappongono, nè a’ danni che il loro zelo può cagionare. Non era uno di quegli uomini che vogliono riedificare la società da capo a fondo coll’aiuto di concetti generali e di teoriche umanitarie. Ingegno profondo e freddo, spoglio di pregiudizî, non era animato che dall’amore della sua carriera; vide le parti difettose del corpo sociale, e volle correggerle. Se avesse continuato a esercitare il potere in un periodo di pace, di tranquillità, sarebbe stato un riformatore alla maniera del Peel e del Canning, accoppiando l’arditezza e l’ampiezza delle viste dell’uno con la saggezza ed abilità di quelle dell’altro. Ma quando vide spuntare sull’orizzonte l’uragano della rivoluzione francese, con la perspicacia propria delle menti che sovrastanno, previde i guasti de’ principî demagogici, e i pericoli che avrebbero suscitati all’Inghilterra. Si fermò a un tratto ne’ suoi disegni di riforma, per provvedere ai bisogni della crisi che si preparava. Comprese che dinanzi al movimento delle idee rivoluzionarie che minacciavano d’invadere l’Inghilterra, sarebbe stato imprudente di toccare l’arca santa della costituzione, e infiacchire il rispetto ch’ella inspirava alla nazione, applicandosi a ricostruire le parti lese d’un edificio [5] sociale consacrato pure dal tempo. Dal giorno in cui la rivoluzione, soverchiando i confini del paese che l’aveva vista nascere, minacciò l’Europa, il Pitt non ebbe che un oggetto solo davanti a sè: combattere la Francia, con l’impedire alle idee ultra-democratiche di farsi strada in Inghilterra. A questo supremo interesse consacrò tutti i suoi mezzi, a questa sacrificò ogni altra considerazione politica».

La stessa tempera d’animo, la stessa risolutezza di spirito, la stessa pervicacia di proposito, la stessa audacia d’intraprendere, avrebbero — nè egli stesso lo prevedeva — fatto del conte Cavour un uomo di Stato di non minor valore di Guglielmo Pitt. Ma la fortuna sua e le circostanze gli avrebbero permesso di non mettere contrasto tra i primi desideri del suo animo e l’indirizzo dovuto prender poi, tra le intenzioni di libertà e i fatti dovuti eseguire. Il conte Cavour si sarebbe trovato, invece, spinto dall’amore della libertà per la stessa via per la quale era spinto dall’amore della patria; giacchè, ne’ tempi nei quali sarebbe venuto a reggere lo Stato, una previdenza anche minore della sua avrebbe scorto che il Piemonte si sarebbe perso da sè se non si fosse applicato a salvar l’Italia insieme con sè. E la libertà non si doveva tra noi salvare da chi l’avesse potuta opprimere, ma crearla e sostenerla contro chi voleva impedire che nascesse: la libertà, salvezza del Piemonte, era la salvezza dell’Italia, e la salute del Piemonte e d’Italia tornava a salute della dinastia stessa di cui il Cavour avrebbe dovuto esser ministro. Insomma, gli si facevano incontro de’ tempi fortunatissimi, in cui l’uomo di Stato non avrebbe trovato de’ fini contraddittorî, al conseguimento dell’uno de’ quali avrebbe dovuto sacrificar l’altro. La libertà, la patria, il Re, mostravano una stessa strada, nuova, davvero, ma a un occhio sicuro di certa riuscita. Bisognava che de’ pregiudizî non gl’impedissero di rompere parecchie tradizioni: e gli studî e la conoscenza de’ varî popoli avevano nell’animo del Cavour estinti i pregiudizî. Bisognava avere perspicacia sufficiente per iscovrire la meta, e contare, con animo equo e non trepido, le forze che vi avrebbero incagliato ed aiutato nel cammino. Bisognava, scoverto il cammino e la meta, mettersi con animo audace e risoluto all’impresa. E perspicacia, audacia, e risolutezza covavano nell’animo ancor giovenile del Conte; e non mancavano che le occasioni perchè apparissero al mondo.

IV.

Quando il Conte fu da’ suoi viaggi e dai suoi studî ritornato in Piemonte, non fu de’ meno pronti a procurare presso i suoi concittadini la diffusione di quel moto de’ migliori concetti economici e civili, del quale era stato testimone oltre Alpe. A lui questa diffusione doveva parere migliore preparazione a libertà politica, che non l’assaltare di tratto in tratto i governi con successi degni di riso, se il sangue sparso non li avesse fatti degni di pianto. Ebbe mano alla fondazione degli asili infantili, e fece parte della direzione; quantunque dopo alcun tempo ne dovette uscire, pregato di farlo dal presidente Cesare Saluzzo per il bene della società, alla quale avrebbe potuto portar danno e pericolo la sua riputazione di troppo liberale [6]. E fu poi di quegli i quali nel maggio 1842, proposero al Re un disegno di statuto d’un’associazione agraria, di cui fu eletto a presidente il marchese Alfieri di Sostegno, ed il Cavour stesso, già membro di una Commissione superiore di Statistica, nominato consigliere. Ebbe così modo di diffondere quelle precise e variate cognizioni di agricoltura, ch’egli aveva attinte dalla pratica e da’ libri, e per le quali aveva egli il primo introdotti o fatti introdurre nuovi metodi, concimi e coltivazioni in Piemonte e nella Sardegna. Nel giornale di quest’Associazione pubblicò uno scritto contro l’instituzione de’ poderi-modello, nel quale, non ostante la voga momentanea in cui erano, con la sua solita indipendenza di criterio, ne provava inefficace e dannosa l’introduzione, e consigliava mezzi più pratici e di più sicuro effetto pel miglioramento dell’agricoltura. «Caldissimo partigiano dell’istruzione, egli diceva, mosso da ardentissimo desiderio di vederla a propagarsi sotto tutte le forme ed in tutte le classi della società, dichiaro che se i poderi-modello dovessero contribuirvi, io diverrei uno de’ loro più zelanti promotori, qualunque fosse l’opinione mia particolare sul loro merito agrario. Se io li combatto, se io mi vi oppongo, si è perchè li ritengo improprî a questo fine». Parole che attestano il bisogno di difendersi da sospetti i quali potevano cagionare che le sue intenzioni fossero fraintese nel pubblico, e molta destrezza nell’affrontarli e disperderli.

Quantunque il governo si fosse premunito per ogni modo perchè l’Associazione agraria non uscisse dai confini del suo titolo, pure basta che uomini colti siano lasciati riunirsi perchè, a’ tempi come i nostri, la libertà politica diventi l’oggetto più o meno apertamente dichiarato de’ loro discorsi. Uno non dirò de’ più fieri, ma de’ più pertinaci avversarî di quella classe aristocratica piemontese che forniva all’Associazione agraria la maggior parte de’ suoi membri, confessa che «a fronte della più assidua vigilanza, un sottile venticello di politica andava bisbigliando nelle regioni dell’agricoltura, e in più d’una discussione di taglio di boschi si rivelò qualche germe di mal compressa democrazia. Nei banchetti di provincia, dove una volta all’anno raccoglievasi la scienza agronomica, spuntavano di tratto in tratto vivacissimi brindisi, che l’abate Pullini, il revisore, non avrebbe in coscienza approvati» [7].

E parecchi altri segni di rigenerazione prossima si presentivano o si vedevano. La stampa, a mano a mano più audace, quantunque non ancora invadesse i campi della politica; i Congressi e i libri del Gioberti e del Balbo e gli scritti del d’Azeglio; e il governo piemontese applicarsi sempre più a migliorare lentamente l’amministrazione dello Stato ed a tener testa alle pretese dell’Austria; e Carlo Alberto, di tratto in tratto, aprire il cupo animo, e lasciarsi sfuggire di bocca parole d’ira e di sprezzo contro la nemica dell’Italia e della fortuna di Casa Savoia. E poi, la morte di Gregorio XVI, e l’elezione subitanea di Pio IX, il quale, costretto dalle enormezze del governo precedente, le quali egli si sentiva, per bontà di cuore e per impossibilità effettiva di resistere all’ira de’ sudditi, inabile a continuare, persuaso anche da una certa sua vanità naturale di applausi e di lodi, e da certi confusi ed esagerati concetti sui destini del Papato e sull’influenza della religione, principiò, con la più riservata e prudente delle amnistie, un movimento politico, che certo egli non prevedeva, ed ha poi mostrato di non volere, e i cui effetti ultimi non avrebbe previsto nessuno, e non prevediamo con certezza nè vediamo ancor noi.

Carlo Alberto, tenero della dignità di principe e del potere assoluto, fu degli ultimi a cedere a un moto, dal quale egli temeva che, per essere cominciato sotto influenza non sua, dovesse venire piuttosto scapito che guadagno a quella che egli s’era andata acquistando, e, per essere spinto dalle aure e da’ fremiti popolari, s’avesse a diminuire la forza del principato, che poteva sembrare piuttosto rimorchiato che rimorchiatore. Pure, cedere dovette; e data il 30 ottobre del 1847 maggiore larghezza alla stampa, il Cavour fu de’ primi a volerne profittare; ed unitosi con parecchi degli amici, da’ quali si avrà poi a dividere più tardi, col Balbo, col Galvagno e col Santarosa, uscì fuori, il 17 dicembre, con un giornale — il Risorgimento — che aveva per iscopo l’indipendenza d’Italia, l’unione tra’ principi e i popoli, il progresso nella via delle riforme e la lega de’ principi italiani tra di loro; e che proclamava che i più nobili come i più sinceri caratteri del diritto e della forza fossero la calma e la moderazione, due qualità che, secondo la mente del Cavour e de’ suoi compagni, non volevano e non vogliono dire remissione d’animo e fiacchezza di proposito, ma risoluto e imperturbato avanzare verso un fine chiaramente concepito con mezzi proposti ed approvati, non da una fantasia ammalata e delira, ma da una mente sana, e consapevole.

Il 21 dicembre dello stesso anno, il conte Cavour firmò con parecchi altri una supplica al Re di Napoli, che non si risolveva a seguire l’esempio dato prima da Pio IX e da Leopoldo di Toscana, e poi cominciato a seguire da Carlo Alberto. Lo supplicavano a consentire «alla politica della provvidenza, del perdono, della civiltà e della carità cristiana».

Ma il 7 gennaio del 1848 potette dare maggiore e miglior prova della perspicacia della sua mente e della risolutezza del suo spirito. Egli aveva già fermato in mente dove il movimento italiano potesse riposare, e doveva credere che il governo, solo anticipando e prevenendo le richieste avvenire e prevedibili del popolo tumultuante, avrebbe potuto riguadagnare quell’efficacia morale che doveva aver persa coll’accordare, sforzato e a spilluzzico, le riforme che gli si andavano strappando di mano l’una dopo l’altra. Perciò, quando una deputazione venne da Genova e chiedere al Re Carlo Alberto la instituzione della guardia civica e l’espulsione de’ Gesuiti, e i varî direttori e scrittori dei giornali politici venuti su in quei tempi nel Piemonte, il Brofferio del Messaggiere Torinese, il Valerio della Concordia, il Durando dell’Opinione, e il Galvagno, il Santarosa, il Cornero, il Castelli e il Vineis, si furono, sotto la presidenza del marchese Roberto d’Azeglio, raccolti a deliberare, ed ebbero risoluto di appoggiare le proposte di Genova, il Cavour, che, in qualità di direttore del Risorgimento, era presente, si contrappose egli solo, e gridò: «A che servono delle riforme che non concludono, delle dimande che, acconsentite o negate, turbano lo Stato e diminuiscono l’autorità morale del governo? Si chieda la Costituzione. Poichè il governo non si sa reggere sulla base sulla quale si è retto sinora, se ne dia un’altra conforme all’indole dei tempi e a’ progressi della coltura, prima che sia troppo tardi, e tutta l’autorità sociale sia sciolta e precipitata davanti a’ clamori del popolo».

La più parte de’ presenti dissentì; e molti di quegli i quali allora dissentirono, anzi tutti, il Cavour li vide poi nel Parlamento, egli ministro, sostenere che la libertà amassero più di lui. E questo non voglio che sia inteso come un rimprovero a quelle egregie persone. Dovette lor parere o prematura la richiesta, o sospetta l’intenzione della proposta. Alcuni potettero credere che quella Costituzione che preveniva piuttosto che seguisse i desideri popolari, avrebbe quetato l’ardore di questi, avrebbe dato una sosta al moto italiano, gli avrebbe tolto quel carattere di una progressione infinita verso un ideale non bene ancora distinto nelle lor menti, ch’essi vagheggiavano con le accese fantasie.

De’ presenti, non tennero dalla parte del Cavour che l’Azeglio, il Santarosa e il Durando, e per servirmi della frase di uno scrittore democratico, tutti gli uomini dell’aristocrazia; che forse fu la cagione per cui appunto quelli che in questa classe vedevano degl’inimici nascosti o palesi, oppugnarono. Solo il Brofferio acconsentì risolutamente alla proposta audace, unendosi, per la prima e forse per l’unica volta, in questo col Cavour, e ne dette a ragione il voler egli essere sempre di quegli i quali co’ discorsi e co’ desideri si spingano più avanti. Però, questi due uomini divideva prima, e divise poi, l’indole affatto contraria della mente; giacchè al Brofferio l’andare avanti vuol dire il lasciarsi spronare dall’impeto delle frasi senza guardar mai dinanzi, nè intorno, nè dietro di sè; il Cavour non meno pertinace nell’avanzare, vuole aver prima raccolta, co’ fatti e co’ calcoli, convinzione che nel fare il passo non s’entri in un sentiero troppo sdrucciolo, e non si riesca quindi al contrario; e perciò crede che andare avanti non si possa, se uno non si guardi prima dinanzi, indietro ed intorno; e non si lasci all’audacia, alla quale spetta sempre il risolvere, se non quello che non si può concedere alla prudenza.

Fu data commissione al Durando di esporre in una reverente supplica al Re la proposta del Cavour. Raccoltisi da capo i pubblicisti — per dare anche noi agli scrittori di giornali cotesto nome che preferiscono — ad ascoltare la supplica e deliberarla, l’approvavano; quando il Sineo e il Valerio cogli altri della Concordia, sopraggiunti, si opposero fieramente, e furono cagione che ogni cosa sfumasse.

Alcuni giorni dopo, i direttori del Risorgimento, del Messaggiere, e dell’Opinione, perchè certe voci false sparse nel pubblico non allignassero, si risolsero di stampare ne’ loro fogli un ragguaglio de’ casi occorsi nell’adunanza. Ma in Piemonte stesso non poterono; il Gazzera, ottima e liberale persona, non osava, in qualità di revisore, permetterlo. I ragguagli furono pubblicati dalla stampa toscana.

Il Re ebbe certo contezza dell’avvenuto, e se avesse voluto, anche senza che gli assenzienti avessero presentato la supplica, avrebbe potuto seguire il consiglio. Non so se il Cavour facesse capitare nelle mani del Re la supplica firmata da soli quattro, come taluno afferma. Forse non avrebbe giovato: ma forse sì, giacchè il Re, quantunque restio, aveva risoluzioni e motivi difficili a prevedere. Certo che più tardi la Costituzione fu dovuta accordare alle dimande dei municipi, alle grida delle piazze, e all’esempio di Ferdinando di Napoli!

V.

Il Cavour continuò sul Risorgimento a chiarire i suoi concittadini della strana gagliardia ed ampiezza della sua mente come della vigorosa tempera del suo spirito. E a noi ci bisogna intenderlo, e per questo fine raccogliere le sue parole, affinchè d’un uomo, dalle cui mani il governo non è uscito ancora, nè uscirà per un pezzo, noi possiamo non solo spiegarci il passato, ma prevedere l’avvenire.

Quando i timorosi amici di libertà, i quali s’avvolgono in un circolo perpetuo aspettando sempre che i popoli sieno maturi per conceder loro quelle instituzioni che sole sarebbero appunto adatte a maturarli, non sapevano, senza una gioia mista di trepidazione, rallegrarsi della Costituzione conceduta il 27 gennaio 1848 dal re di Napoli, il Cavour si faceva a confortarli mostrando quanta differenza ci corresse tra le condizioni d’Italia e quelle di altri paesi, come la Francia e la Spagna, nei quali la chiamata del popolo alla partecipazione del governo era stata principio di un moto non potuto frenare nè quetare, se non quando tutti i vincoli sociali si furon disciolti, e l’estrema ruina d’ogni cosa ebbe impressa da capo nelle menti e negli animi la necessità d’una autorità sociale fortemente costituita e certamente obbedita. Qui, non riforme sociali a fare, come in Francia; non una rivoluzione religiosa da compiere come in Inghilterra; non un partito retrivo, potente d’interessi e di tradizioni, da dissolvere, come in Ispagna. «Qui non si tratta che di ottenere che quelle le quali, a torto forse, si chiamavano testè classi privilegiate, scambino i vecchi pregiudizî e le distinzioni immaginarie, di cui si credevano fregiate, co’ benefizî reali e stabili che gli ordini nuovi conferiscono a tutti i cittadini. Ad ottenere questo cambiamento non si richieggono misure violente; basta l’azione regolare e benefica delle nuove instituzioni politiche». Cosicchè fidava — e davvero, come i fatti provarono, fidava troppo — che Ferdinando di Napoli, Pio IX e Leopoldo di Toscana avrebbero saputo condurre a compimento «la gloriosa ed impareggiabile loro impresa, fondando su ferme e profonde basi il più splendido edificio de’ tempi moderni, la libertà italiana». Invece, parte non seppero, parte non poterono, parte non vollero; perchè di fatto l’impresa non era loro, e ci erano stati messi, piuttosto che ci si fossero messi da sè. Però, quello che a noi serve in queste parole, è che esse ci attestano — come i fatti provano oggi — quello che allora i partiti negavano; cioè che il Cavour vagheggiasse sin d’allora e con sincero animo quell’edificio di libertà nazionale, di cui ha innalzata così gran parte.

E [8] non teneva che que’ pregiudizî, che si sarebbero dovuti scambiare dalla classe aristocratica cogli utili effettivi delle instituzioni politiche, meritassero che il gran principio delle società moderne, l’eguaglianza civile [9] fosse loro anche in piccola parte sacrificato. Prevalse in quei tempi l’opinione che per agevolare l’unione de’ Lombardi e d’altre provincie d’Italia al Piemonte bisognasse modificare in qualche parte lo Statuto piemontese. Oggi noi, diventati più savi, ci siamo persuasi che la questione dello Statuto è affatto diversa da quella dell’unione al Piemonte, e abbiamo compiuta questa senza toccar quello. Allora, i prudentissimi non la ischivavano, e il ministero Balbo fece, nel discorso d’apertura del primo parlamento, professione di voler esso promuovere quelle mutazioni nella legge statutale che avessero potuto far grandeggiare i destini d’Italia [10]. E il Cavour, discorrendo di quella che sarebbe stata di maggior rilievo — il modo di formazione della Camera alta o del Senato — dichiara apertamente che due devono, per parer suo, essere le Camere legislative, «non per giungere con ciò ad ottenere l’equilibrio dei poteri, ma in vista di un moto continuo, di un non interrotto svolgimento, di un moto, di uno svolgimento ordinati e progressivi; per la qual cosa riputava indispensabile il dividere il potere legislativo fra due assemblee, nell’una delle quali l’elemento popolare, la forza motrice predomini, mentre nell’altra l’elemento conservatore, coordinatore, eserciti una larga influenza». Se non che, per questo non basta «scrivere nello Statuto che ci siano due Camere, bisogna ancora far sì che quella il cui ufficio si è di temperare l’ardore dell’altra, possegga una forza intrinseca tale da opporre efficace resistenza alle passioni violente, alle fazioni incomposte e sovvertitrici dell’ordine». Ora, come il Senato potrebbe averla codesta forza? Non dall’eredità del seggio senatoriale nelle famiglie, come in Inghilterra: giacchè in Italia gli elementi d’una paria ereditaria mancano affatto, e il Cavour, com’egli stesso dice, «accagionato spesso d’essere cieco ammiratore degl’Inglesi, e di sentire in segreto il colpevole pensiero d’introdurre fra noi la parte aristocratica delle loro instituzioni», dichiara «altamente che lo imitare in questo caso la Gran Bretagna sarebbe un errore funesto, sarebbe un deporre nella nostra Costituzione de’ germi sicuri di futura rivoluzione; il tentar di fondare una paria somigliante alla paria inglese sarebbe il colmo della stoltezza». Cosicchè de’ tre modi che restano, e che sono o di concedere la nomina dei senatori al Re, come oggi è disposto dallo Statuto, o di lasciare la proposta agli elettori e la nomina al Re, ovvero di darne la nomina stessa agli elettori, il Cavour prova che quest’ultimo solo può riuscire allo scopo; quando la composizione dei collegi elettorali, dai quali i senatori hanno ad essere nominati, fosse diversa da quella de’ collegi che nominano i deputati, e a’ candidati senatoriali fossero imposte alcune condizioni di eleggibilità, ed aumentata la durata del mandato dell’eletto [11].

Il Cavour, così certo sostenitore di progresso e di libertà, aveva maggior fiducia nell’efficacia naturale delle instituzioni politiche, che non nella violenza, per estirpare alcune congreghe dannose, le quali non isvelte mai sinora che a forza, son sempre ripullulate, perchè la forza stessa adoperata contro di esse ha ridato loro vigore. Quando i Genovesi chiesero l’espulsione dei Gesuiti, il Cavour propose che si chiedesse la Costituzione: giacchè credeva che, «se essi in tempo del dominio assoluto potevano esercitare qualche influenza, possedere qualche impero sull’animo dei governati, se nel regno delle tenebre loro fu dato, mercè i cupi loro raggiri, costituire una specie di potenza nella nazione, rimarrebbero impotenti e disarmati in faccia alla luce». E quando non si riformino, «si estingueranno come si sono estinte le instituzioni che contrastano alla forza irresistibile che spinge i popoli nelle vie dell’avvenire» [12]. Quindi, inteso a riformare le cause, anzichè a riparare gli effetti uno per uno, chiedeva che, quando il tempo fosse venuto di modificare lo Statuto, vi si fosse annunciata la libertà de’ culti; giacchè «un principio di così gran rilievo non si sarebbe potuto introdurre nella costituzione d’un popolo altamente civile per via indiretta; deve essere proclamato come una delle basi fondamentali del patto sociale».

Con questa tempera di mente, non poteva credere che l’uomo di Stato avesse e potesse avere altri mezzi efficaci a promuovere i fini economici e politici della nazione, se non quelli che fossero in accordo colle instituzioni e coll’effettive forze sociali, e colle disposizioni reali e non supposte degli animi. Perciò s’oppose fortemente alla teorica dei mezzi rivoluzionarî, teorica ereditata dalla rivoluzione francese, la quale non persuade le menti se non perchè affascina le fantasie. «Concepire uno scopo, appoggiarsi sopra un’ipotesi, procedere di pensiero in pensiero, formare una concatenazione di elementi prescelti, estrarli dalle realtà che li circondano e li modificano, disprezzar gli ostacoli, irritarsi davanti a loro, abbatterli ed aprirsi un passaggio; ecco tutto il sistema nella sua nudità. È un mondo ideale, architettato nel silenzio del gabinetto sugli istinti buoni e perversi del nostro cuore, e un tratto dell’umana superbia, al quale la natura oppone costantemente o l’impossibilità momentanea, o la punizione del disinganno.

«Gli uomini dalle misure energiche, gli uomini davanti ai quali noi non siamo che miserabili moderati, non sono già nuovi nel mondo: ogni epoca di rivolgimento ha avuto i suoi, e la storia c’insegna che non furon mai buoni se non ora ad accozzare un romanzo, ora a rovinare le cause più gravi dell’umanità. Quanto più disprezzano le vie segnate dalla natura, tanto meno riescono. Noi potremmo pubblicare e spargere a milioni di copie le belle parole di Cormenin sull’indipendenza d’Italia, questo completo sistema d’insurrezione lombarda; ma finchè nel mondo reale esistono le contrarie forze di cui l’illustre scrittore non tenne conto nella sfera ideale del suo progetto, egli avrà scritto delle pagine di una sublimità inimitabile, ed il soldato tedesco seguirà a riposarsi tranquillo in Milano.

«Quando poi non si tratti dell’impossibilità momentanea, si tratta sempre di un trionfo effimero ed illusorio. La moltitudine applaude, il saggio tace; l’evento sopravviene e giustifica le previdenze del saggio. Un momento vi paiono vittoriosi; l’indomani sorge la fredda ragione, sorgono i bisogni inerenti alla specie, sorgono gl’invincibili interessi della famiglia; sorgono tutti come un’ondata, ingoiano il mezzo rivoluzionario, e lo scopo è fallito. Si direbbe che la natura li adeschi e li attenda, per poi beffarsi di loro od avvezzarli a venerarne le leggi.

«Infatti chi ha perduto mai sempre le rivoluzioni più belle e più giuste? La smania de’ mezzi rivoluzionarî, gli uomini che pretesero rendersi indipendenti dalle leggi comuni, e si credettero forti abbastanza per rifarle da capo.

«Era fra le leggi della natura che, dove manchi ordine e pace, ivi il danaro si debba nascondere, e il credito debba sparire. La rivoluzione dell’89 si credette superiore a quesito supremo decreto della Provvidenza, e creò gli assegnati. Era energica e risoluta misura, collocata all’altezza delle circostanze, ma le mancava pur nondimeno di essere all’altezza della natura, e malgrado tutto il suo carattere rivoluzionario, doveva appunto aggravare que’ mali che intendeva guarire.

«L’assegnato tirò dietro a sè il corso forzoso; questo chiamò la legge del minimo; quindi i venditori si ascosero, quindi la guerra al fantasma del monopolio, quindi la fame; e al trar dei conti, il mezzo rivoluzionario nacque, compì il suo corso, morì, lasciando dopo di sè il discredito, la penuria del numerario, la rovina delle fortune, i mali tutti che si voleva evitare con un sol tratto di penna ed a dispetto della natura.

«La natura ha voluto che il cuore umano senta orrore del sangue, e si ribelli a colui che lo versi. Marat e Robespierre pretesero invece avere scoperto il gran mezzo rivoluzionario, allorchè concepirono il pensiero di seppellire nel sangue tutto ciò che venisse a rallentare il corso de’ loro ambiziosi progetti. Caddero migliaia di teste, ma che cosa ne raccolse la rivoluzione francese? Il Direttorio, il Consolato, l’Impero.

«La natura ha voluto che le nazioni conservino le loro autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue, che si amino e non si fondano, che vivano ciascuna da sè e non sieno violentemente accozzate e asservite. Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con ugual facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento, e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle corone, calpesta le masse, ride de’ sapienti, forza a suo modo fino il commercio e l’industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non lo splendore di una meteora, trascorsa la quale doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l’isola di Sant’Elena.

«Una setta iniqua e ignorante si è or ora levata sopra un ipotetico desiderio, vecchio come la storia, e sucido come il più cieco egoismo. Trova contro di sè la scienza, l’affetto, l’individuo, la famiglia, ogni legge fondamentale dell’umana specie... Che importa! Essa ha fede vivissima nel mezzo rivoluzionario, è sicura di trionfare, ed intraprende il 24 di giugno. Il sangue francese scorre a fiumi, la Francia all’orlo d’un abisso si desta, accorre e sopprime la nuova follia. Che cosa è avvenuto? Cercavamo una repubblica democratica e sociale, avevamo in mano il germe di molte idee, che, svolte pacificamente e con mezzi ordinarî, avrebbero probabilmente fruttato qualche nuovo progresso nella scienza; e invece abbiamo raccolto a Parigi lo stato d’assedio, in Piemonte una mediazione lenta e dubbiosa, a Napoli una vergognosa amicizia tra l’inviato repubblicano e il tiranno Borbonico... Attendiamo ancora un momento, e vedremo l’ultimo effetto del mezzo rivoluzionario, Luigi Napoleone sul trono!» [13].

Questa giusta e larga veduta del vero fondamento dell’efficacia de’ mezzi adoperati a ottenere un fine sociale, e questa acuta e profonda censura di quelli che agli spiriti fumosi e fantastici paiono efficacissimi, mentre sono, davvero, di nessuno o di contrario effetto, non era scompagnata nella mente del Cavour da cognizioni precise e da opinioni determinate sull’indirizzo migliore della vita economica della nazione: nel di cui più giusto e prospero sviluppo consiste la riprova delle stesse instituzioni politiche: giacchè, se la libertà non si avesse a tradurre in un maggior benessere comune, sarebbe disperata cosa l’amarla. E il Cavour credeva che «il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico: le condizioni dei due progressi sono identiche. Là dove non è vita pubblica, dove il sentimento nazionale è fiacco, non sarà mai industria potente. Una nazione tenuta bambina d’intelletto, cui ogni azione politica è vietata, ogni novità fatta sospetta e ciecamente contrastata, non può giungere ad alto segno di ricchezza e di potenza, quand’anche le sue leggi fossero buone, paternamente regolata la sua amministrazione».

Così fornito il Cavour, si presentava alla vita pubblica, che egli stesso era stato uno dei più ostinati a voler introdotta pienamente nella sua patria. Sarebbe stato uomo certamente e deliberatamente costituzionale; ma lo Statuto l’avrebbe inteso non come una parola morta ed uno scopo raggiunto, ma come una parola di vita od un mezzo di progresso continuato ed ordinato a raggiungere i fini economici e politici del Piemonte. Se non che cotesti fini non credeva che il Piemonte avrebbe potuto raggiungerli se con esso non li avesse raggiunti l’Italia: anzi la libertà italiana gli pareva dovesse essere l’eredità lasciata dalla generazione nostra alle avvenire. Cosicchè questi fini, a’ quali si sarebbe avviato con mezzi pratici, attinti alla considerazione stessa delle condizioni d’Italia e d’Europa, gli sarebbero parsi più legittimi d’ogni altro dritto che in Italia si volesse contrappor loro. La Costituente stessa italiana, che, nei termini e nei tempi in cui era proposta dal Montanelli, gli pareva un fantasma trasportato dalle piazze al dicastero, credeva però che non fosse impossibile, anzi necessaria ed utile, e presto o tardi si sarebbe dovute avere [14]. Questi fini gli sarebbero, dunque, parsi il vero diritto, avanti a cui i diritti storici avrebbero dovuto cedere, se non ci si fossero potuti conformare. Il Cavour, insomma, sarebbe stato uno di quegli uomini a cui il diritto ideale, verso cui l’umanità s’incammina attraverso la storia, avrebbe illuminata la mente; ma che non avrebbe creduto che si fosse potuto o dovuto riuscire ad attuano sforzando gli effetti, bensì preparando le cause. Uomo di progresso, non sarebbe stato uomo di rivoluzione, se non si vuol chiamare ad arbitrio con questo nome ogni mutazione nella forma della sovranità sociale; giacchè come una mutazione simile diventa di tratto in tratto necessaria, siamo, quando questa necessità è potente e sentita, rivoluzionarî tutti; e il nome perde ogni significato proprio per la troppo larga applicazione.

Ma il Cavour, così tramezzante tra il partito aristocratico, coi di cui capi era legato di parentela e d’amicizia, e il democratico, sarebbe entrato nella vita pubblica senza la fiducia del primo ed inviso al secondo. Era però risoluto di non cedere le sue idee e il suo avvenire nè agli amici suoi, nè a’ suoi avversarî. Entrava nella vita pubblica persuaso, com’egli stesso disse più tardi nel suo discorso sul trattato di commercio da lui concluso colla Francia, che «quando si accetta di prendervi parte in tempi così difficili, bisogna aspettarsi i disinganni più dolorosi. Vi son preparato. Dovessi rinunciare a tutti i miei amici d’infanzia, dovessi vedere i miei conoscenti più intimi trasformarsi in inimici accaniti, non fallirei al dover mio, non abbandonerei mai i principî di libertà a’ quali ho votato me medesimo, del cui sviluppo io ho fatto il mio còmpito, e a cui tutta la mia vita io sono stato fedele» [15].

VI.

Quando, il 22 marzo, i Milanesi ebbero scosso il giogo e fugate, con una facilità che gl’illuse, le schiere austriache, il Cavour scriveva, il 23, nel Risorgimento: «L’ora suprema per la monarchia Sabauda è sonata; l’ora delle forti deliberazioni, l’ora dalla quale dipendono i fati degl’imperi, le sorti de’ popoli. In cospetto degli avvenimenti di Lombardia e di Vienna, l’esitazione, il dubbio, gl’indugi non sono più possibili; essi sarebbero la più funesta delle politiche. — Uomini noi di mente fredda, usi ad ascoltare assai più i dettami della ragione che non gl’impulsi del cuore, dopo di avere attentamente ponderata ogni nostra parola, dobbiamo in coscienza dichiararlo: una sola via è aperta per la nazione, pel governo, pel Re. La guerra! la guerra immediata e senza indugi».

Quantunque così risoluto amatore di libertà e di Italia, il conte di Cavour non fu mandato deputato alla prima Assemblea Piemontese che nelle seconde elezioni; tanto i partiti — e nel 1851 ne menavano ancor vanto [16] — erano stati d’accordo a combatterlo e respingerlo. Venuto poi deputato di Torino, disegnò ogni giorno più e meglio il suo concetto politico; giacchè per il tempo che rimase deputato, seduto sui banchi del centro destro, fieramente si oppose ad ogni moto che, partendo di sinistra o di destra, gli pareva che dovesse riuscire a distruggere del pari, in favore di ubbie repubblicane, o dispotiche, la legge fondamentale dello Stato.

E come a’ que’ tempi le ubbie democratiche prevalevano, il Cavour non ischivò di rendersi impopolare, contrastandole; nè i fischi co’ quali i suoi discorsi erano talora accolti dalle gallerie, o gli applausi che accoglievano i discorsi dei suoi avversarî, gli fecero mutar proposito mai.

Sostenne il ministero Balbo con maggior persuasione della bontà delle intenzioni che non dell’abilità di governo de’ ministri. Sentiva in quante difficoltà si trovassero; ma non per questo schivò di censurarli della loro condotta dubbiosa e discorde rispetto all’accettazione del voto di fusione della Lombardia con quelle condizioni che dal governo provvisorio vi erano state apposte. Il suo primo discorso, il suo Maiden’s speech, come dicono gl’Inglesi, ebbe in parte questa censura ad oggetto [17]. Quando poi il Gioia ebbe proposte alcune leggi eccezionali di polizia perchè il governo avesse maggior balìa di frenare i maneggi de’ partiti ed impedire i disordini, il Cavour, relatore della commissione eletta a discuterle, opinò che la proposta si rigettasse, sostenendo che le leggi già esistenti bastassero, e non parendogli forse utile che le guarentigie accordate dalla Costituzione dovessero così presto esser violate e dichiarate incompatibili colla difesa sociale; il qual suo parere fu assentito dall’Assemblea. E lungamente, nella tornata del 22 luglio, combattè e ragionò contro i progetti finanziari del Revel, mostrandogli con gran copia d’idee e di ragioni, affatto inadeguati, e sostenendo che molto miglior esito avrebbe avuto, come proponeva il Salmour, un prestito all’estero; nè ritirò una sua contro-proposta nè poi gli emendamenti coi quali passo a passo contese il campo, se non proclamando che il sistema di cui il governo era deliberato a servirsi, era affatto erroneo e pregiudizievole allo Stato[18]. Però nella questione stessa, che fu l’occasione prossima per la quale il ministero chiese definitivamente licenza al Re, il Cavour non tenne dalla parte dell’opposizione; la quale, abilmente capitanata dal Rattazzi, ottenne che la Camera, a piccola maggioranza, votasse l’articolo sesto del Progetto di unione, in cui molto improvvidamente si deliberava, che ci sarebbe stata una Consulta lombarda sovrana insino alla chiusura della Constituente.

Un deputato non può seguire, con utile del paese, un indirizzo così indipendente dalle parti, non può stare così disciolto tanto da chi sostiene, quanto da chi oppugna il governo se non quando si senta abile a diventar capo di parte e reggere il governo egli stesso. Questa coscienza il Cavour l’aveva; e al fatto ha provato che egli l’avesse a ragione. Ma quantunque si possa ora giudicare che il suo consiglio fosse il migliore, a que’ tempi codesta sua condotta fu dovuta tenere e tenuta piuttosto abile ed ambiziosa, che non retta e sicura. E se n’accrebbe contro di lui l’odio della parte aristocratica, nè acquistò, a compenso, l’affetto e la fiducia della democratica.

Le cose precipitarono. Appena conosciuta la sconfitta di Custoza, il Cavour corse volontario ad arruolarsi: ma l’armistizio di Milano impedì che partisse. Rimasto in Parlamento, gli parve che s’avesse a sostenere un ministero, come quello che il Re (19 agosto 1848) aveva nominato in quei frangenti, nel quale, col marchese Alfieri a presidente, sedevano il Perrone, il Dabormida, il Revel, il Pinelli, il Buoncompagni, il Merlo e il Santarosa. E gagliardamente lo sostenne colla parola e colla stampa. E fieramente s’oppose a quel turbinio di concetti e di desiderii ardenti e scomposti che trascinarono mezza Italia dietro di sè coll’attrattiva della democrazia. Il Gioberti, piuttosto allucinato che persuaso, nuovo agli uomini e alle cose, e colla segreta ambizione del governo, dette l’autorità del suo nome a sentimenti, come poi si vide, non suoi; e il Cavour — e i giornali avversi credevano che bastasse a contrapporre i due nomi per provare la poco men che risibile audacia sua, — contrastò al Gioberti, e dichiarò, ch’egli facesse cosa indegna dell’ingegno suo soffiando nel foco delle ire partigiane, ed impedendo, con parole men che prudenti e veridiche un cómpito per sè difficilissimo [19]. L’opposizione, spinta da’ suoi principii e da’ suoi desiderii a voler la guerra, dalla necessità delle cose costretta a non volerla, non sapeva davvero cosa si volesse, secondo il Cavour scriveva nel Risorgimento come accade sempre, quando le opposizioni, scontente d’un ministero, non si sentono in grado di surrogarlo. Ma l’opposizione andava a’ versi alle passioni che si chiamano popolari, perchè suscitate abilmente nella parte più schiamazzatrice e torbida delle plebi. E il Cavour, piuttosto che andare cauto nello sfidarle, le provocò spesso contro di sè, esponendosi nella Camera alle grida delle tribune, e di fuori, ai fischi della piazza, a’ sarcasmi e alle calunnie della stampa. Chi, per censurarlo della sua fiducia nell’Inghilterra, chiamava il suo giornale Milord Risorgimento, come egli stesso ricordò poi, non senza risa degli ascoltanti, in un suo discorso [20]: chi gridava che il lord Camillo, direttore del Risorgimento, non fosse paragonabile che col cav. Regli, direttore del Pirata, l’uno abilissimo, a sostenere i ministeri senza cervello, come l’altro a difendere cantanti senza voce e ballerini senza gambe [21]. Ma lo spirito, come il Cavour stesso ebbe a dire, strabocchevole di codesti scrittori non bastava a distoglierlo dal difendere un’amministrazione i cui fini erano retti e la condotta savia.

Con quanta determinazione il Cavour si mettesse all’opera della difesa di quel ministero, pochi tratti della sua vita parlamentare di que’ tempi bastano a dimostrarlo; e a noi non è possibile di trasandarli, come quelli che ci scolpiscono di gran rilievo le risentite fattezze della sua persona. Nella tornata del 20 ottobre 1848, interpellati i Ministri quanto tempo avrebbero ancora soprasseduto alla ripresa della guerra, rispondevano, che avrebbero aspettato o che una occasione si presentasse di romperla, o che la mediazione, offerta da Francia ed Inghilterra, ed accettata da’ ministri precedenti come da loro, fosse rimasta vuota d’effetto. Il Brofferio propose che la Camera dichiarasse, non si dovesse attendere l’esito della mediazione e si venisse a guerra sull’attimo; proposta almen chiara e logica prima che il ministro avesse dichiarate le condizioni dell’esercito, ma profondamente assurda dopo queste dichiarazioni; le quali parevano così esplicite e dolorose al Brofferio stesso, che alcuni anni dopo scriveva egli stesso, che i ministri democratici succeduti, che ripigliavano le offese nel marzo seguente, dovevano averle dimenticate [22]. Se non che la proposta dell’opposizione, guidata dal Rattazzi, avea il merito di essere assurda prima e dopo; giacchè, senz’accettare pace nè rompere guerra, pretendeva che la Camera indicasse ai ministri un giorno, dopo il quale la mediazione s’intendesse risoluta e l’armistizio rotto. Nei momenti che si discuteva, la rivoluzione di Vienna sparpagliava le forze dell’Austria, e si poteva dubitare che occasione migliore non si sarebbe presentata. Bisognava che la Camera avesse spirito profetico per indovinare che l’occasione ci sarebbe stata per quel tempo ch’essa fissava per anticipazione. Pure, la proposta del Brofferio raccolse nella votazione 13 voti, e quella dell’opposizione 58: per fortuna, col ministero votarono settantasette.

E a questo risultato non ebbe poca parte il Cavour con un discorso, la cui somma era questa: che egli era interesse dell’Inghilterra che la mediazione riuscisse, e perciò si doveva aver fede che quella si fosse posta all’opera con leale e sincero animo; che in una nuova rivoluzione della Francia non s’avesse a sperare; che, del resto, le trattative della mediazione non si dovessero interrompere, non perchè molto effetto se ne potesse attendere, ma perchè non sarebbe giovato di alienarsi due potenze amiche, e che, intanto, negl’indugi delle pratiche, delle occasioni più opportune che le presenti non erano, si sarebbero potute presentare, parte perchè le condizioni d’Italia non erano allora tali che ne potesse venire aiuto al Piemonte, parte perchè quelle questioni di razze, che allora agitavano l’impero austriaco, non erano arrivate a scompigliarlo quanto più tardi avrebbero fatto. Si dovesse, concludeva, lasciare «il governo del Re libero di determinare nell’intimo della sua coscienza quale sia l’ora la più opportuna per rompere la guerra. Quell’ora suprema potrà suonare domani, potrà suonare fra una settimana, fra un mese (susurro), ma qualunque volta essa suoni ci troverà, ne son certo, pienamente riuniti e concordi sui mezzi della guerra, come lo siamo già tutti sul principio di essa (applausi)». Il pubblico, che susurrava dalla procrastinazione annunciata possibile d’un mese, n’aspettò poi sei; e la guerra avrebbe avuto forse contrarî effetti se si fosse aspettato, per alcune settimane di più, che l’Ungheria, pronunciando la sua indipendenza, avesse avverate le parole del Cavour.

In quella tornata fu però turbata parecchie volte la dignità della Camera, e gli applausi e i fischi delle tribune interruppero parecchie volte i discorsi degli oratori. Il Cavour, nel più forte della burrasca, si leva in piedi e grida e rimprovera al Gioberti Presidente, di non far rispettare la dignità della Camera (schiamazzi dalla galleria), perchè non vi è libertà dove si permette che gli applausi... (interruzione) dichiaro altamente in faccia al paese, a quelli che cercano di volercene imporre... (nuovi rumori dalla galleria e dalla sinistra).

Il 22 novembre ebbe a difendere la Guardia Nazionale di Torino contro alcune accuse del Brofferio; e poichè le tribune, che avevano con beffe e rumori interrotto il suo discorso, seguitavano, mentre discorreva il ministro degli interni, a strepitare, il Cavour si levò e invitò il vice-presidente Demarchi a farle sgombrare.

Ed il 28 novembre, da capo, ebbe a dar prova di quello che è il più raro dei coraggi, e senza cui non vi ha coscienza che nella vita pubblica non si corrompa. Il Pescatore aveva fatta proposta d’una legge d’imposta progressiva, fantasma che appar benefico da lontano, ma che, considerato da vicino, mostra quanti semi di danno porti nel grembo; e il Cavour s’opponeva. «Voi sapete, o signori, egli diceva, quanto le leggi retroattive sono odiose, quanto esse facciano paura ai capitalisti, a coloro che dispongono del credito. Ma forse il deputato Pescatore mi dirà: non è una legge retroattiva; è una legge nuova che impone un prestito forzato su coloro che posseggono un capitale maggiore di 150.000 franchi estensibile dall’1 al 4 per cento. Ma allora, se questa legge è considerata sotto questo aspetto, questa legge retroattiva sarà ingiusta, contraria al principio dello Statuto perchè colpisce una sola classe di persone arbitrariamente (bisbiglio dalle gallerie). Lo ripeto: i rumori non mi turbano nè punto nè poco; chè ciò ch’io reputo essere la verità, lo dico malgrado i tumulti e i fischi (rumori). Chi m’interrompe non insulta me, ma insulta la Camera, e l’insulto lo divido con tutti i miei colleghi (applausi dal centro e dai ministri). Ora continuo» [23]. E conchiudeva, che non si fosse dovuta ammettere alla discussione la proposta, così applaudita, del Pescatore, se non si fosse provato che non ne dovessero risultare quei danni ch’egli era andato dimostrando [24].

Quanta ira il Cavour concitasse nel partito democratico contro di sè con questa sua fiera baldanza di combatterne la prevalenza, si vide ai fatti; quando, caduto per i casi di Roma e di Toscana e per il continuo contrasto della Camera il ministero Perrone, ed affidata l’amministrazione al Gioberti, questi sciolse la Camera sperando averne una nuova più addetta a lui e a quelli che credeva suoi amici, e n’ebbe una in cui cotesti suoi amici, sotto il coverchio del suo gran nome, ottennero dagli elettori de’ deputati dai quali il Gioberti fu abbandonato, sconosciuto e rinnegato, appena mostrò di non voler cedere al turbinìo delle passioni, e d’intendere a quali condizioni la monarchia costituzionale si potesse reggere in Piemonte e la indipendenza d’Italia essere vinta e guarentita. Il Cavour, in codeste elezioni del gennaio 1849, non fu eletto. Il partito democratico e gli elettori del suo collegio di Torino gli preferirono un tal Pansoya [25]. E il Cavour contrastò con quel mezzo, che gli rimaneva, del giornale, al furore dei sedicenti democratici, i quali non si mostravan tali che di nome, e pareva che credessero che la democrazia dovesse consistere in una imitazione delle violenze e dei soprusi della Rivoluzione di Francia. Quando il Gioberti, con un concetto capace di salvar la patria, come salvò in parte la sua riputazione di uomo politico, risolse di intervenire in Toscana e Roma, e rifare in quella intervenzione il credito del governo e l’unità delle forze, il Cavour approvò e difese; e quando quell’illustre filosofo, abbandonato dai suoi compagni, che rifuggirono dal compromettersi in un’impresa contraria alle smanie del partito, si ebbe a dimettere, il Cavour non derise l’idolo caduto, che gli adoratori piaggiarono prima e calpestarono poi nell’intervallo di pochi giorni.

Ritrattosi il Gioberti, il Piemonte si trovava in condizioni, che nè la guerra avrebbe potuto più fare con forze adeguate ed ordinate, nè la pace, senza gravi turbamenti interiori, accettare; e neanche in quell’incertezza ed aspettativa, che non era guerra nè pace, persistere a lungo senza sciuparsi affatto, e, dissolversi ogni giorno, più tra il contrasto de’ partiti, o fallire per l’enormità delle spese.

La guerra, dunque, era oramai il minor de’ mali; e al ministero Rattazzi non va fatto rimprovero di averla dichiarata, quanto d’aver condotto il paese a termini nei quali era impossibile di sperare che l’avrebbe potuta fare con avvantaggio. Il Cavour, quantunque s’opponesse a quell’amministrazione democratica, e l’accusasse di voler reggere in Piemonte come l’imperatore Nicola a S. Pietroburgo [26], sostenne il partito della guerra, credendo che, dopo venuta meno la mediazione, non ci fosse altro modo di salvar l’onore del Piemonte, e dichiarando che, qualunque fossero le sue ragioni di dissenso co’ ministri d’allora, la dichiarazione di guerra le avrebbe fatte tacer tutte.

Novara recise per allora le speranze di Italia. Una nuova Camera fu dovuta radunare. Il Cavour questa volta parve a’ suoi elettori da preferire al generale Campana, che la Concordia gli opponeva; ma la sua presenza in un’assemblea, nella quale le speranze del 48 abbagliavano ancora gli spiriti, non bastò a rimutar d’animo l’opposizione, la quale incagliava il ministero d’Azeglio, quantunque sentisse di non potere surrogarlo, nè l’avrebbe osato. Parlò parecchie volte per raddirizzare le menti, e persuaderle della dura necessità delle cose; ma non riuscì, e la Camera fu dovuta sciogliere. Le elezioni del 10 dicembre 1849 ne mandarono una, in cui la parte ministeriale, distinta in destra e in centro-destro, prevaleva; la opposizione era stremata di membri, e divisa in se medesima tra alcuni, pochi — un trenta — risoluti a non capir nulla nè allora nè poi, la pura sinistra, e un centro-sinistro composto di uomini, i quali s’intitolavano di governo, e non rinunciando nè al lor passato nè a’ loro concetti, si dichiaravano pronti a fare della necessità virtù e a non osteggiare il governo per sistema, non perchè questo fosse secondo il loro animo, ma perché non vedevano come si potesse per allora mutarlo in meglio. Il paese aveva, dunque, sentita la leale parola del Re, che l’Azeglio gli aveva fatto dirigere con ardire degno d’un uomo di Stato, e colla coscienza sicura sotto l’usbergo del sentirsi pura.

A capo del centro-destro era il Cavour, a capo del sinistro era il Rattazzi [27]: due uomini di levatura diversissima, e il primo troppo superiore al secondo quanto alla larghezza de’ concetti politici, all’intelligenza della libertà e al tatto e previdenza dell’uomo di Stato, ma ambedue abilissimi nella condotta delle parti e delle discussioni parlamentari. Il Rattazzi gli è un oratore dalla parola fluida ed elegante, dal ragionamento stretto e sottile, che nessuna dimostrazione spaventa, nessuna difficoltà arresta; destro a scoprire i vani delle proposte altrui per ficcarvi il cuneo della sua dialettica e scinderle e scioglierle, destro a velare le lacune delle proprie, e nascondere coll’apparenza d’una logica rigorosa la deficienza intrinseca dell’argomento. Quando, il 14 marzo, propose, all’entrata della seconda campagna, una legge sospensiva d’ogni libertà (la qual cosa parve enorme al Cavour), alcuni deputati gli facevano osservare quanti soprusi da questo arbitrio concesso al governo sarebbero potuti nascere; ed egli rispondeva: «Se noi siamo capaci di abusare, non abbiamo bisogno di leggi; la forza l’abbiamo già, e possiamo abusarne sin da ora» [28]; quasi non ci corresse divario tra il sopruso a cui contrasta una legge, e quello cui una legge permette. E il giro del suo argomento non esce dalle forme stesse in cui la quistione gli si presenta; non l’abbraccia, non la sviscera, non la trascende: contrasta od accozza le varie parti del concetto altrui o del proprio, non guarda cotesto concetto nel complesso delle sue relazioni, nella sua origine, ne’ suoi effetti. Il suo ragionamento è una prova o una confutazione, a modo di un avvocato, a cui la tesi da respingere e da appoggiare è data altronde: non è esso stesso una scoperta, od una divinazione, a modo d’un filosofo in cui la vastità della scienza, o d’un uomo di Stato in cui la sicurezza dello sguardo apra e segni la via. Poichè il suo ragionamento non s’alza, la sua parola, limpida, non ha slancio; e poichè la sua logica non cerca l’abbrivo ne’ principî stessi sociali o politici, profondamente meditati o sentiti, la sua parola fluida non ha colore. Fornito di tutte le qualità che fanno l’avvocato eccellente, è un uomo di Stato mediocre; perchè non vi ha qualità che si conciliino meno di quelle che contraddistinguono l’una o l’altra di queste due sorti di capacità umana. Adatto a vincere la più parte delle cause avanti a’ tribunali, lasciato a sè, ha preso o rischiato perdere la causa del suo paese più volte. Abilissimo capo d’una opposizione e oratore abilissimo d’un ministero di cui l’indirizzo principale politico non ispetti a lui, non si è chiarito sin oggi e non è probabile che si chiarisca poi adatto a dirigere la politica del paese egli stesso. Pure, è giusto di riconoscere che il Piemonte dovrà in qualche parte a lui che le instituzioni costituzionali vi siano allignate. Giacchè egli fu dei pochi del suo antico partito a comprendere in quali necessità si ritrovasse il Governo dopo la disfatta di Novara, stante il nuovo vigore ripreso dai retrivi in ogni altra regione d’Europa. Cosicchè condusse e formò i liberali più esagerati della Camera a consigli più temperati, e vi riuscì tanto meglio in quanto egli stesso s’era trovato del numero. E con questo fu cagione che potessero con lui ritornare in parte al governo. Ora, le instituzioni costituzionali non diventano salde se non quando tutti i varî partiti che le accettano, si persuadono che quelle sono abbastanza capaci e duttili per permettere a ciascuno di essi di sperare che deva pur venire per ciascun d’essi la volta del potere.

Uomo di qualità, di mente e di animo affatto diverso è Camillo Cavour. Quello che fa la sostanza dell’eloquenza dell’avvocato, il Cavour lo trascura; giacchè il suo discorso non si dibatte tra le angustie della tesi che vuol sostenere od abbattere, ma s’eleva al di sopra; afferra il concetto della proposta sua od altrui, lo guarda da ogni parte, ne accusa gli effetti, ne cerca l’origine, ne scovre le relazioni. E questa sua maniera di considerare e sviluppare il soggetto suo è tutta pratica; o, voglio dire, è tutta attinta ad una chiara e sentita cognizione della vita politica delle nazioni, e delle varie forze che l’agitano, e che ne allentano od accelerano il corso. Se potessi servirmi di termini che appariranno troppo scientifici e persin pedanteschi alla più parte de’ miei lettori, io direi, che il Cavour prova la differenza tra l’ingegno speculativo e pratico, e l’ingegno astratto e curiale. Il primo consiste nella facoltà d’una sintesi vasta, sicura di se medesima perchè consapevole di tutte le analisi parziali sulle quali si regge; cosicché è pratico insieme, non apparendo la capacità speculativa e la pratica diverse, se non a quelli che non sanno in che l’una e l’altra consista, o che confondono con le qualità della mente alcune qualità dell’animo, come sono l’energia del volere e la prontezza del risolvere, senza le quali l’attitudine pratica della mente non basta a rendere l’uomo adatto al governo. Invece, l’ingegno astratto e curiale sì trascina tra le analisi parziali e le sintesi sottordinate: e non appar logico se non perchè, trascurando nel suo ragionamento ogni altro aspetto della cosa fuori di quello che gli sta davanti in quel punto, par che cammini per una via diretta, e senza temperare punto il vigore della deduzione; quantunque, davvero, il complesso stesso del ragionamento sia illogico tutto, non avendo un riguardo continuo all’effettivo reale intreccio delle complicazioni de’ fatti ed applicando alle intralciate materie sociali una maniera di argomentazione che non è propria se non delle più semplici parti delle matematiche.

Cotesta facoltà di abbracciare con tanta larghezza e giustezza di sguardo il concetto suo, il Cavour l’accompagna con una chiarezza di esposizione e con una copia di cognizioni tanta e tale, che un suo discorso può tener luogo di un trattato sulla materia. E dal complesso, di cui tutte le parti cooperano l’una coll’altra, si genera una persuasione così compiuta nell’animo di chi l’ascolta, che, quando non si abbia o una prevenzione anticipata o dottrine affatto contrarie, riesce molto difficile di non consentire con lui. Di qui deriva la prevalente autorità del Cavour in una assemblea, autorità che egli ha tutta dovuta all’ingegno suo, e la quale si era da principio così poco disposto ad accordargli, come si è stati di poi incapaci a contrastargli.

Ma la sua parola non è fluida nè elegante: la sua voce acre, il suo tono a volte aspro, e, per l’abitudine del potere, diventato poi forse più aspro. Le parole gli s’intoppano in bocca: e quantunque nasconda con una tosse invocata a proposito la difficoltà del trovarle, cotesto suo stento stancherebbe gli uditori, se lo spirito non fosse rilevato dalla speranza, continuamente soddisfatta, d’una idea lucida, che gli brillerà davanti, alla fine d’un periodo, interrotto sempre, e non rotto mai. Giacchè se l’intoppo della sua lingua non riesce a fargli smarrire il filo della frase, vi riescono molto meno le interruzioni dei suoi contraddittori, le quali egli piuttosto provoca che non teme, sicuro della risposta. E la risposta è pronta sempre e franca, ma a volte è derisoria, a volte superba. Egli crede cosa impossibile la risoluzione delle varie imposte nella imposta unica sulla rendita; e rimproverava quelli che la sostenevano, di sostener quello che essi stessi non avrebbero potuto metter in pratica. Si compromise un deputato di presentare nell’anno prossimo una proposta di legge, dalla quale sarebbe apparsa la possibilità dell’attuazione. Non lo fece: e il Cavour gli ricordava di non averlo fatto. Il deputato si scusava di non aver potuto per essere stato assente. «Ebbene, riprendeva Cavour sorridendo, lo farà poi l’anno prossimo». — Un’altra, volta allegava gli scritti politici del Farini, accennando come fossero stati encomiati dalla stampa inglese; e tradotti in inglese da un illustre uomo di Stato: alcune risa l’interruppero: ed egli riprese: «Queste risa non possono muovere che da persone il cui nome non arriva sin là». A una questione delicatissima, un altro voleva che egli rispondesse per un o per un no. «Ed io non voglio — diceva lui — contentarmi di dire un sì o un no; nessuna persona al mondo mi può forzare a ridurre la mia risposta a un monosillabo». E per citare un ultimo fatto, quando un deputato, che il pubblico, forse a torto, riputava d’animo poco saldo al pericolo, si alzò ad accusarlo di non aver egli in un certo caso fatta prova di coraggio, il Cavour, non senza suscitare una grandissima tempesta, rispose: che aveva ben previsto a quanti disinganni, dolori e calunnie si sarebbe esposto entrando nella vita politica; e vi avea preparato l’animo: ma non aveva previsto che gli si sarebbe mai potuto far rimprovero di viltà da chi allora glielo faceva.

La stessa prontezza di mente che l’abilità ad abbracciare tutte le relazioni del suo concetto, gli fa intendere alla prima dove l’avversario vada a conchiudere, e come, e su quali ragioni si fondi, e con quali s’abbia a rispondergli. Perciò, se l’oratore che parla non gode la sua stima o si sciupa in parole, tutta la persona del Cavour diventa impaziente, e i suoi occhi mobilissimi, vivaci a un tempo e stanchi, corrono da una parte all’altra dell’assemblea, ovvero affissa il banco, e colla stecca tormenta e lacera le carte che vi si trovano. Ma a un avversario nuovo o di vaglia fissa gli occhi sul viso; nè li rimuove se non quando o può dire a se medesimo: — questi è vinto e lo riporrò a dormire cogli altri; — o la forza dell’argomento lo costringe per poco a raccogliersi. Un oratore incerto, o inabilmente amico, e che risichi, con una proposta inopportuna, di sviare la maggioranza, è però quello che gli dà maggior noia: nè ha più membro che tenga fermo, nè trova una giacitura in cui possa posare, sinchè il discorso continua, e non gli è data facoltà di chiarire il sunto e ravviare gli animi. Un sorriso continuo gli sta sulle labbra, le più volte, ma non sempre un sorriso di ironia. Dico non sempre, perchè gli affari, davvero, non lo gravano, e di sotto al loro peso egli si move leggermente; perciò, senza difficili e insolite complicazioni, egli non è preoccupato che di rado; nè la sua fronte resta accigliata od il suo sguardo pensoso, se non sin quando ha trovato il modo di sciogliere il gruppo e preso un partito, nel quale — e lo prende subito — resta fermo ed irremovibile. Oltre di che, è d’animo benevolo, e senza rancori. Pronto alla collera, non se ne fa mai trasportare in modo che non sia più in grado di dominarla; e dalla maggiore concitazione passa alla maggior calma subito. Certo del fine suo, e consapevole di potervi e sapervi arrivare, non ha avversarî che quelli i quali per il momento l’impediscano, prontissimo, a servirsi oggi di quelli che l’hanno combattuto ieri, se oggi è il giorno in cui gli possano tornare utili. Così, d’altra parte, non ha amici, a’ quali si creda, come uomo pubblico, in debito di restar legato quando non sieno più acconci a’ suoi fini politici; anzi, a volte, temendo quasi che la sua indole risoluta potrebbe trascinarlo a sostenerli anche a sproposito, va nell’estremo opposto e li abbandona frettolosamente. A compagni nel potere, come accade agli uomini vittoriosi da un pezzo ed assuefatti ad aver ragione, preferisce chi non lo possa adombrare col nome, o resistergli con la forza del volere e con la capacità della mente; del pari che ad instrumento, nell’eseguire, presceglie volentieri uomini nuovi e fatti dominati da lui. Al lavoro e alla spedizione degli affari ha un’attitudine ed una infaticabilità piuttosto unica che rara; quantunque di molte parti dell’amministrazione, la cui importanza gli par minore, non si dia nessun carico se vanno male, convinto, parrebbe, che non può andar bene ogni cosa. Fatticcio della persona, piuttosto pingue e basso, non rivela l’altezza della mente e la determinazione della volontà se non nella fronte spaziosa, nello sguardo vivo e sicuro, in tutto il carattere della fisonomia. La gentilezza continua del tratto e la finezza dello spirito attestano in quali ordini sociali sia nato e abitualmente vissuto: ma della nascita e delle sue dignità, nè l’ambizione, nè la cognizione dei tempi e degli uomini gli permettono di dimostrarsi altero; e di fatti non ha alterigia di nobile, nè sussiego di ministro. La coscienza di se medesimo gli lascia apprezzar meno in se medesimo tutto quello che non è lui.

VII.

Qual concetto si fece il Cavour della condotta che egli nell’assemblea ed il Governo avanti al paese avrebbero dovuto tenere? Sullo scorcio del 1849 i principi restaurati, Luigi Napoleone nominato presidente in Francia, l’Ungheria vinta, l’Austria ridiventata padrona di sè, e la prevalenza dell’opinione moderata nel Piemonte stesso e nell’assemblea accennavano che l’Europa si sarebbe andata avviando per un indirizzo contrario a quello in cui l’avevano spinta le rivoluzioni del 1848. L’Azeglio disse un giorno, che quando si era tirati troppo a destra dall’aura momentanea del partito che tollerava, anzichè amasse, le instituzioni libera, bisognava, perchè queste si reggessero e il governo non fosse spinto a terra, che il ministero s’inclinasse un poco verso sinistra. Questo stesso fu il pensiero del Cavour; che diceva del pari in un’altra occasione, che quando il vento soffia per un verso, è troppo rischioso di abbandonarglisi in preda, e che se il moto verso la reazione può in sui principî essere lentissimo, diventa poi rapido, e trascina con una forza, alla quale non sono più abili a far testa quegli stessi che si erano messi per quella via con tutt’altro proposito. Tra il Cavour però e l’Azeglio, concordi, come si è poi visto, nel fine, non si divariava che nella maggiore o minore inclinazione di codesto angolo di inclinazione o divergenza. L’uno e l’altro sicuri che il loro passato attestava che non avrebbero patteggiato co’ partiti estremi, credevano di poter senza pericolo fare professione sincera di intenzioni liberali, anche quando l’Europa cominciava ad adombrarsene. Per un pezzo camminarono insieme, ma venne un giorno in cui all’Azeglio parve che il Cavour temesse troppo poco di sprigionare i venti e di fare a fidanza con le tempeste, e volesse scordare troppo più del possibile in quell’orrendo concerto del quale a que’ tempi l’Europa si compiaceva; e il più prudente si divise dal più audace, e non si riunì da capo con esso se non quando l’opera dell’audacia ebbe bisogno — e sapeva che ne avrebbe avuto bisogno e contava che l’aiuto non le sarebbe mancato — del concorso di tutti gli amici del Piemonte e d’Italia.

In quella prima sessione il Cavour, deputato, si andò staccando sempre più dalla destra pura, opponendosi nel giornale ad ogni riforma sulla legge della stampa; e sostenendo nell’assemblea contro i più guardinghi la legge sull’abolizione del Foro ecclesiastico proposta dal ministero d’Azeglio; giacchè diceva, che se allo Statuto non si fossero fatti portare quei frutti di libertà, de’ quali doveva essere il seme, avrebbe perso ogni credito e perso con esso ogni credito la Monarchia. E alla fine della sessione tenne un discorso in cui chiarì le condizioni alle quali egli e i suoi amici avrebbero nella sessione prossima sostenuto il ministero; ed erano: l’abolizione de’ comandanti militari, la riforma del bilancio, la determinazione d’un piano finanziario, da cui si ottenesse o si potesse sperare almeno di ottenere in un certo tempo l’equilibrio degli esiti e degl’introiti; l’introduzione de’ principî liberali nella materia daziaria; la collazione delle gabelle accensate, «contrarie a’ principî di giustizia e di moralità, e gravanti il povero»; ed il peso della contribuzione esteso alle proprietà fabbricate. In pari tempo difendeva il ministero dalle accuse direttegli contro da altre parti dell’assemblea; le quali erano o insussistenti, nel parer suo, ovvero mosse da opinioni o non pratiche, o contradditorie, o funeste.

Dopo questo discorso il Cavour avrebbe potuto, come lord Eldon, dimandare a se medesimo, perchè mai egli non era ministro. Nè la dimanda avrebbe ritardato a ricevere una risposta. Morto il Santarosa, fu invitato egli, amicissimo del defunto ministro, nell’intervallo della sessione, a prenderne il posto di ministro di Commercio e Marina.

Dall’ottobre del 1850 sin oggi il Cavour non ha cessato, se non per brevi intervalli, d’essere, sui principî, ministro, e poi il ministro in Piemonte. Quando il suo nome fu proposto a Vittorio Emanuele, il Re, con quel rarissimo senso degli uomini che non è la minore delle sue qualità, rispose a’ proponenti: — Sta bene, ma questi vi leverà di seggio tutti; — la qual cosa davvero importava poco al Presidente de’ ministri d’allora, al d’Azeglio, che del governo accettava il dovere, senza averne l’ambizione.

VIII.

Saremo più brevi nel raccontar la vita del Cavour ministro, di quello che siamo stati nel chiarire i passi per i quali giunse al ministero. Ci basterà, dopo accennate le vicende principalissime della sua vita, per il tempo che è rimasto al governo, raccogliere in poche parole i principî seguiti e gli effetti ottenuti.

Uscito il Nigra dal ministero d’Azeglio, il Cavour cumulò con l’ufficio di ministro del Commercio quello di ministro delle Finanze. In effetto cotesto era un posto al quale le sue cognizioni specialissime e le aspettazioni del paese lo chiamavano. Durò a capo dei due ministeri dall’aprile del 1851 al maggio del 1852, quando il ministero d’Azeglio si disciolse, per aver il Cavour appoggiata, senza l’assenso de’ suoi compagni, la nomina del Rattazzi, capo del centro-sinistro, alla presidenza della Camera rimasta vacante per la morte del Pinelli; nomina la quale rincrebbe agli altri e sopratutto al Galvagno, che rappresentava nel ministero l’indirizzo opposto a quello di cui v’era fautore il Cavour. Il d’Azeglio, chiamato dal Re a comporre un nuovo ministero, ne ricostituì uno, di cui nè il Galvagno nè il Farini nè il Cavour facevano parte. Ma il ministero nuovo non si resse a lungo; le difficoltà insorte con la Chiesa di Roma volevano, per essere se non isciolte, almeno vinte, una politica o più risoluta o più rimessa di quella a cui il ministero d’Azeglio avrebbe voluto acconsentire. Nell’ottobre del medesimo anno il d’Azeglio stesso consigliò al Re di chiamare a capo del governo il conte di Cavour, che in quel frattempo si era, per non essere accusato di brigare, allontanato dal Piemonte; ed aveva raccolte testimonianze di stima e di simpatia dai maggiori statisti inglesi e francesi, e s’era presentato egli stesso ed aveva presentato alla corte di Napoleone III Urbano Rattazzi, che era venuto a raggiungerlo in Parigi.

Il Cavour, adunque, accettato l’invito del Re, compose un ministero, in cui egli fu presidente e ministro di Finanze, e prese a compagni il Dabormida agli Esteri, il San Martino agli Interni, il Lamarmora alla Guerra, il Boncompagni alla Grazia e Giustizia, il Paleocapa a’ Lavori pubblici e il Cibrario alla Pubblica Istruzione, i quali tutti, dal Dabormida e dal San Martino in fuori, avevano presa parte all’amministrazione del d’Azeglio. Ma nello scorcio del 1853, volutosi per ragioni affatto private ritirare il Boncompagni, il Cavour, continuando nell’avviamento già preso, suggellò il patto col centro-sinistro, proponendo a ministro di Grazie e Giustizia il Rattazzi; il quale, quando il San Martino s’ebbe più tardi a dimettere, s’addossò del pari la reggenza provvisoria degl’Interni.

Il Rattazzi, dopo passato ministro stabile degl’Interni verso la fine del maggio 1855, quando fu affidata l’amministrazione della Giustizia al Deforesta, durò al ministero sino al dicembre 1857. Allora la non prevenuta congiura mazziniana di Genova, e le mal sorvegliate elezioni, dalle quali nella nuova Camera era venuto fuori per intrighi e brogli elettorali un nugolo di deputati retrivi, furono cagione che l’ora pubblica gli si suscitasse contro, ond’egli, con giusto criterio e nobile prova d’amor patrio, dette non richiesto le sue dimissioni, affinchè fosse reso più agevole alla parte liberale il governo, e questa avesse maggiore probabilità di vincere nelle elezioni de’ collegi ancor vacanti. E il Cavour, che, oltre la presidenza del Consiglio e le Finanze, reggeva, per la dimissione prima del Dabormida e poi del Cibrario, il ministero degli Esteri, s’assunse quest’ultimo stabilmente, e prese a reggere provvisoriamente quello degli Interni, sgravandosi sul Lanza dell’amministrazione delle Finanze. Tra queste due date del dicembre 1853 e del dicembre 1857 nuove contese sopravvenute col Clero, per via della legge sulla soppressione di alcune comunità religiose, erano state cagione che il Cavour con tutto il ministero chiedesse licenza al Re, affinchè questi fosse libero di provare se con altri ministri avrebbe potuto riuscire a comporle. Nessun’altra amministrazione si era potuta costituire; ed il Re, per nuovo consiglio del d’Azeglio, aveva dovuto richiamare il Cavour, cosicchè codesta breve interruzione non era servita se non a provare che non c’era che egli solo in Piemonte il quale osasse e sperasse di poter tenere e salvare il paese in quella via sulla quale egli l’aveva messo.

Ed egli, dopo l’uscita del Rattazzi dal ministero, continuò, si può dire, solo a reggere, sino alla pace di Villafranca, il governo del Piemonte ed i destini d’Italia, raccogliendo in sè un’immensa fiducia non solo dell’Assemblea, ma di tutti gli Italiani. Nè credo che mai uomo abbia governato con una così sicura fede di tutti nella forza dell’ingegno e dell’abilità sua, in tempi così combattuti e frementi di speranze e di dubbî, di odî e di affetti. Nè il Cavour pareva che amasse di dividere con altri il potere ch’ei raccoglieva smisurato nelle sue mani; anzi mostrava di prediligere ne’ suoi compagni piuttosto degli animi pieghevoli all’obbedienza, che non dei voleri tenaci al comando. Nè forse trovava facilmente chi volesse assumersi parte della responsabilità enorme che allora pesava ed ancor pesa sulle sue spalle. Cosicchè quando Lamarmora partì per l’ultima guerra d’Italia, egli, già presidente del Consiglio e ministro degli Esteri e degl’Interni, anche della Guerra dovette addire a se medesimo l’amministrazione.

La pace di Villafranca non poteva essere accettata da lui, perchè non concordi gli effetti con le promesse, nè col fine dell’indipendenza nazionale, la cui necessità tutta l’Europa riconosceva. Egli stesso, adunque, dimettendosi, consigliò al Re a chiamare il Rattazzi e a dargli incarico di comporre una nuova amministrazione. Di quella fu presidente il Lamarmora, ma il Rattazzi stesso l’effettivo capo politico. Se non che neanche questa volta mostrò questi animo e mente pari alle occasioni. Quantunque, nell’affrontare gl’interessi e le vanità municipali, facesse prova di un coraggio degno d’un uomo di Stato — di un coraggio, devo pur dire, che i ministri che gli succedettero dovrebbero avere ereditato almeno in parte — pure, nel complesso, tenne all’interno una politica violenta sotto un rispetto, e debole sotto un altro, che ebbe per effetto di turbare soverchiamente gli animi de’ Lombardi, e di suscitare i partiti estremi; e, senza impedire, non progredì abbastanza nella soluzione delle gravi questioni che l’Italia, in quel frattempo, presentava; giacché i voti dei popoli di Toscana e dell’Emilia faceva accogliere dal Re, ma non esaudire, e senza indietreggiare a dirittura, non si risolveva ad avanzare; nè mostrava credere che si potesse quello che, di certo, da ottimo italiano ch’egli è, nel segreto dell’animo desiderava. Dalla qual fiacchezza ed esitazione sarebbe poco meno che risultato l’esautoramento del Piemonte nell’indirizzo dei destini di popoli, che non abbandonava nè prendeva con sè.

E molto allora si gridava dai ministeriali contro il Cavour, l’ombra del cui nome e la memoria della cui amministrazione minacciavano tanto più pronta rovina, quanto più gli avvenimenti ingrossavano, al ministero Rattazzi. La paura di scendere dall’una parte, e la voglia di salire dall’altra furono, forse del pari, cagione che gli antichi legami si sciogliessero, e l’amicizia, durata parecchi anni, si raffreddasse. D’altronde, il pubblico, vedendo nessuna cosa risolversi all’esterno, ed ogni cosa poco meno che imbrogliata all’interno, cominciava, con le sue tante voci, nell’assenza dell’Assemblea, la cui troppo prorogata convocazione era una appunto delle accuse contro il Rattazzi, a gridare e chiamare il conte Cavour. Le ragioni che avevano costretto questo a lasciare il ministero, non gl’impedivano ora di ritornarci; giacchè l’iniziativa audace e franca del Farini nell’Emilia e del Ricasoli nella Toscana rimettevano l’Italia e il Cavour in grado di continuare il lor compito. E il Rattazzi quindi ebbe a dimettersi e il Re a richiamare il Cavour.

Il quale non tardò a prender un partito netto e determinato. Temperato il malumore della Francia ed assicuratosi il suo beneplacito con la cessione di Savoia e Nizza, consigliò il Re ad accettare a dirittura i voti dei popoli di Toscana e dell’Emilia, ed a mutare così l’antico e piccolo regno ereditato da’ padri suoi in un nuovo regno, già grande oggi per sè e più grande per le speranze avvenire. Questi, in breve, i casi principali e le vicende dell’uomo; riassumiamo ora in breve ed a gran tratti il concetto politico e l’indirizzo del ministro e i meravigliosi effetti ottenuti.

IX.

I casi del quarantotto avevano lasciata l’Italia stremata di forze, ma accresciuta di riputazione. Il partito liberale v’era stato bensì sopraffatto da capo, ma cogli sforzi dei due più potenti Stati militari d’Europa; ed aveva sentito come sarebbe dipeso da esso stesso, quando non si fosse dissoluto e scisso in se medesimo, se non di vincere, almeno di cadere dopo più fiera battaglia. Il Piemonte, che aveva preso la difesa aperta ed ufficiale dell’indipendenza d’Italia, era riuscito dalla rotta di Novara, diminuito di gloria militare, fiaccato nelle sue forze, esausto nelle sue finanze, deserto d’alleati, lacerato dagl’interni partiti, con un giovane Re, la cui grandezza e lealtà d’animo non erano ancor note, ed a cui dai nemici della monarchia non era risparmiata nessuna calunnia, come dagli uomini del reggimento assoluto non era risparmiato nessun consiglio. Ma la dinastia di Savoia aveva chiaramente asserita avanti all’Italia e all’Europa l’alta sua ambizione; e gl’Italiani avevano potuto vedere al fatto, come il Piemonte solo avesse quella forza ordinata, la quale, se aveva perso, aveva però pur potuto combattere e ritentare le grandi battaglie; una forza ordinata intorno a cui le forze vive dei partiti liberali e popolari delle varie parti della penisola si sarebbero potute, in un caso, aggruppare.

Gli uomini di Stato del Piemonte, che furono dopo il 1848 eletti a reggerne il governo, e sopratutto il d’Azeglio prima e il Cavour poi, si proposero di mantenere intatte le istituzioni liberali, e salvarle dagli assalti di destra e di sinistra, come quelle le quali sole rendevano il Piemonte adatto a formare d’intorno a sè le parti liberali d’Italia; e gli facevano trovare in queste il sostegno e l’equilibrio che aveva smarrito, quando, accettando contro l’Austria una querela mortale, s’era tolta per sempre ogni possibilità di futura alleanza con essa. Così la dinastia di Savoia avrebbe potuto continuare il suo compito, il compito che aveva incominciato da secoli; bensì non più bilanciandosi tra Francia ed Austria, come aveva fatto sin allora, ma sorreggendosi sulla parte più viva ed illuminata delle popolazioni italiane e sulle amicizie che avrebbe tentato di acquistare tra gli Stati liberali d’Europa.

Il Cavour si distinse dall’Azeglio in questo, che credette che le simpatie delle popolazioni italiane fossero una leva di tal possanza, che bisognasse, a mantenerla e rafforzarla, una politica più risoluta di quello che all’Azeglio paresse prudente; e che, per impedire che la reazione, la quale cominciava a strapotere di fuori, prevalesse al di dentro, si dovesse, senza scrupoli e vani rispetti, costituire fortemente il partito liberale, e fonderne al possibile le varie sfumature; staccarsi recisamente dagli amici timidi delle instituzioni costituzionali e del loro sviluppo, e tanto più aderire a’ principî di libertà quanto più l’Europa paresse volerli dimenticare. Nè però il Cavour credeva che in questa difficile manovra si dovesse procedere senza una prudenza abile. Quando l’Impero fu fatto in Francia, e di qui partivano accese calunnie ed invettive contro il futuro alleato d’Italia, quando il generoso ma traviato Orsini tentò il colpo omicida, il Cavour non esitò nè l’una nè l’altra volta a proporre, ed ottenne, che la legge della stampa fosse modificata in maniera che non potesse turbare leggermente le relazioni internazionali dello Stato.

Maggiore ed assoluta fu poi la scissura che, rispetto alle quistioni economiche e politiche, s’aperse tra il Cavour e quegli antichi suoi amici che sedettero sui banchi a destra della Camera. Egli voleva cambiare affatto il piano finanziario dello Stato, credendo che i mezzi che avrebbe potuto offrire l’aumento del bilancio, quando i proventi di cui s’alimentava non avessero mutato di natura e d’origine, non avrebbero mai potuto bastare a supplire alle spese necessitate dalle nuove condizioni del Piemonte. Però, non teneva che, come gli si proponeva da parecchi banchi della sinistra, in questa innovazione si dovesse o si potesse procedere per principî teoretici od assoluti: gli pareva non solo meglio, ma unicamente possibile di attingere, a misura che se ne sentisse il bisogno, alle varie fonti della ricchezza pubblica, cercando non un’assoluta eguaglianza nelle gravezze imposte a ciascuna, ma un’equa e relativa e possibilmente perfetta proporzione per via d’imposte speciali; cosicchè ciascuna di quelle fonti di ricchezza sopperisse per la sua parte ai bisogni dello Stato, senza che nessuna si sentisse esaurire. Così non approvò nè un nuovo assetto dell’imposta fondiaria su un catasto provvisorio, nè accettò di surrogare un’imposta unica sulla rendita alle parecchie e svariate che nutrono i bilanci attivi d’ogni Stato. Perciò andò introducendo con raro coraggio, sfidando così le calunnie delle persone civili come le ire, talvolta persin minacciose, delle plebi, parecchie imposte già in uso oltremonti, con le quali si colpiva le ricchezze investite nei fabbricati urbani, ne’ commerci, nelle industrie. Se non riuscì con questo a colmare del tutto la deficienza de’ proventi rispetto alle spese, vi s’era già avvicinato di molto, prima che la nuova guerra del 1859 scoppiasse; anzi si può dire che quando, come davvero non si deve, non si tenga calcolo delle spese cagionate dalle grandiose opere pubbliche intraprese, il ragguaglio tra l’entrata e l’uscita s’era affatto ottenuto.

Ma il Cavour non credette che queste semplici misure di finanza potessero, non aiutate da profonde modificazioni nelle leggi economiche, produrre il restauro dell’erario pubblico. Gli pareva che si dovessero d’ogni parte stimolare le forze produttive del paese, perchè, aumentata la ricchezza pubblica, questa potesse tollerare più facilmente i nuovi balzelli e gittare maggiori somme nelle casse dello Stato. Nè per produrre questo fine trovò altro mezzo migliore che l’applicare gradualmente il sistema del libero scambio, abbassando a mano a mano le tariffe dei dazî sui vini sulle sete, sui bestiami, e delle poste, e migliorando con delle strade ferrate da ogni parte dello Stato intraprese o promesse, le comunicazioni da provincia a provincia, e dal porto di Genova coi paesi di Germania. È meravigliosa la spinta data, per questo fine, a tutti i rami dell’attività sociale; spinta che la società piemontese seguì con maggiore foga di quello che avrebbe immaginato chi n’era l’autore. Noi non vogliamo nè possiamo esaminare se in alcuna parte dal Cavour si trasmodasse nell’esecuzione d’un concetto pratico e vero; a noi basta dare l’idea dell’uomo. Questo è certo, che nel periodo dei dieci anni la ricchezza pubblica e la floridezza del Piemonte, si sono aumentate di molto; e più avrebbero fatto, se i mancati raccolti del vino e della seta non avessero per più anni combattuto, e non combattessero ancora gli effetti delle riforme economiche del ministro, danneggiando così irreparabilmente i due maggiori proventi del paese, e quelli da’ quali più gran somma di danaro entra e gira per le mani dei cittadini.

E il Cavour si servì di questi suoi concetti economici per principiare a rimettere il Piemonte nel concerto degli Stati europei. Egli temperò il rigore della dottrina economica, perchè aumentassero i vantaggi politici delle riforme che quella inspirava. La diminuzione dei dazî e la rinunzia al proteggere le manifatture devono per se medesime cagionare aumento di prodotto all’erario e sviluppo delle forze naturali dell’industria paesana. Ma il Cavour presentò ai varî Stati d’Europa queste diminuzioni e queste rinuncie, che erano l’effetto dei suoi piani economici, come dei favori accordati al commercio e all’industria di ciascheduno di loro. Perciò il primo periodo della sua operosità ministeriale fu tutto occupato da varie stipulazioni di trattati di commercio con la Svezia, con la Danimarca, col Belgio, con la Francia, con l’Inghilterra, e persino, quando il colpo del 2 dicembre ebbe data in Europa tanta lena e speranza a’ retrivi, coll’Austria.

Ma queste alleanze commerciali non sarebbero alla lunga bastate a torre il Piemonte dalla solitudine in cui esso si trovava nell’Europa, non sostenuto che dalle lontane e non efficaci e, per le mutazioni ministeriali, non sicure simpatie d’Inghilterra. Due nemici aveva già certi e dichiarati, due nemici i quali non aspettavano se non una propizia occasione di compiere la sua rovina, Roma ed Austria. Le necessità stesse della libertà, gli effetti stessi i più semplici, i più naturali, i più inevitabili del concetto moderno dello Stato, mettono in una guerra aperta e continua con Roma qualunque Stato oggi nel mondo riformi se medesimo, e accetti rispetto al giure pubblico civile ed ecclesiastico le conseguenze della scienza e della storia ne’ tre ultimi secoli. Il Cavour sostenne da deputato la riforma del foro ecclesiastico, proposta dal Siccardi, e da ministro, assentendo e difendendo la presentazione della legge sulla soppressione di parecchie comunità religiose, e di quella sul matrimonio, continuò ad asserire l’indipendenza del potere civile, e la necessità di costituire lo stato laico. Pure, anche in questa parte mostrò quella sua propria indipendenza e fermezza di giudizio; giacchè si rifiutò sempre di proporre l’incameramento de’ beni ecclesiastici, parendogli che fosse un provvedimento da cui dovessero tornare effetti contrarî a quelli che se ne auguravano coloro i quali se lo proponevano; giacchè non si potesse argomentare che ne avesse, per prova di logica e di fatti, a resultare altro che una maggior dipendenza del clero da Roma, ed una maggiore scissione di esso dalla società civile, con cui non avrebbe più avuto a comune nessun interesse.

Roma, la quale vedeva per la prima volta ripenetrare in Italia dei concetti e de’ propositi i quali essa sperava che coi Francesi avessero rivalicate per sempre le Alpi, e li vedeva rifarsi avanti accompagnati dalla libertà politica, appunto nel tempo che essa cercava di farli disdire dagli eredi di Giuseppe II, Roma combattè fieramente; e il clero, inspirato da essa, principiò una guerra accanita d’intrighi e di calunnie contro il ministro autore di così spaventose innovazioni. Le si diceva: Ma non avete ammessa in tutta Europa tutto quello che ora noi introduciamo in Piemonte? Ammesso, no, rispondeva, risponde e risponderà Roma; tollerato, sì; ma l’ho tollerato per non potere altrimenti, pronta a ricacciarmi da capo avanti, appena lo Stato sia costretto dai suoi pericoli interni a ritrarsi indietro.

E l’Austria, in quel tratto di tempo che è scorso dal 1848 al 1859, si ritraeva appunto indietro, e rinunciava alla miglior parte delle sue leggi; la qual cosa dava delle Speranze grandissime e, son quasi per dire, delle allucinazioni a Roma. L’Austria seguì in quell’intervallo una politica verso Roma affatto contraria a quella che seguiva il Piemonte: questo spingendosi nelle vie dell’avvenire, quella ricalcando le vie del passato. L’Austria e Roma in quel frattempo cercarono di compire la loro alleanza; giacchè, sorelle da gran tempo nel giro della politica, erano sin allora rimaste peggio che due nemiche nel giro delle questioni ecclesiastiche. Con quanta lealtà l’Austria cedesse, s’è visto a’ fatti; giacchè il concordato non è poi rimasto una realtà che sulla carta. Se non che Roma è astuta, e si contenta delle apparenze. L’ipocrisia è un ossequio alla virtù; e l’ottenere che vi si ceda, anche apparentemente, è una prova che la vostra riputazione di forza se n’è migliorata ed aumentata.

Più pericolosa era la inimicizia d’Austria, contro la quale bisognava tener ferma ed alta quella bandiera inalberata da Carlo Alberto, bandiera di libertà e d’indipendenza italiana, che ad essa minacciava rovina. E l’Austria lo sentiva, nè nascondeva a se medesima, che, quando il Piemonte fosse lasciato andare per la nuova via, sarebbe ad essa rimasto impossibile di continuare per l’antico suo indirizzo e di rimanere alla lunga padrona di Lombardia e della Venezia. Bisognava adunque far prova a riprese d’audacia e di prudenza, non recidendo nessuna parte del programma italiano annunciato nel 1848, ma non rischiando neanche di averlo momentaneamente a sopprimere per la prevalenza delle armi altrui. Il Cavour, quindi, nel tratto dei dieci anni, senza provocar mai una guerra, che al Piemonte da solo sarebbe stata rovinosa, compì egli stesso o s’associò a quei ministri che compirono atti solenni coi quali si fece fronte, nel giro della diplomazia, alle pretensioni e alle minacce dell’Austria. Quando questa, con insigne violazione di diritto, ebbe, nel 1853, sequestrati i beni di parecchi cittadini piemontesi per punirli di colpe non loro, il Dabormida, ministro degli esteri nel ministero di cui il Cavour era capo, protestò gagliardamente con un memorandum spedito a tutti i gabinetti d’Europa. L’Austria rispose alle querele del governo piemontese richiamando l’Appony, suo ministro presso la Corte di Torino, e il governo piemontese richiamò il Revel, che lo rappresentava presso la Corte di Vienna. E il Cavour, ministro delle finanze, chiese alla Camera de’ fondi per venire in aiuto alle famiglie de’ sequestrati.

I due governi si premunivano. Mentre l’Austria, non contenta dell’occupazione continua delle Romagne, concludeva trattati con Parma e con Modena, ed afforzava Piacenza, il ministero del conte Cavour si preparava a migliorare le condizioni difensive del Piemonte, fortificando Casale, rinforzando Alessandria, e trasportando la marineria militare da Genova alla Spezia. E quante aspre battaglie non ebbe il Cavour a sostenere nel Parlamento contro coloro che, o per isbaglio di vista politica, o per il facile allarme degl’interessi municipali, s’opposero all’esecuzione di disegni così provvidi! Le fortificazioni di Casale, le quali sono state la salvezza del Piemonte nell’ultima guerra, ed erano state intraprese dal ministro nell’intervallo delle sessioni, essendogliene parso urgente il bisogno, non vennero approvate che alla maggioranza di due voti. Del rimanente, coteste battaglie parlamentari, come torna ad onore del Cavour l’averle vinte, così torna ad onore della libertà l’essersi dovute combattere; giacchè non è che con queste larghe e fiere discussioni che l’opinione pubblica si costituisce e si genera; e se la luce del vero non riesce sempre a conquidere i partiti nel Parlamento, riesce sempre a vincere gli animi del pubblico fuori. Ed è mediante queste discussioni che l’idea del fine che la nazione deve raggiungere, e dei mezzi adatti a raggiungerlo, si fa strada nel popolo; e si distinguono gli uomini, e se ne forma un retto giudizio e proporzionato piuttosto a’ loro meriti effettivi, che non alla boria delle loro frasi, o alla attrattiva delle loro lusinghe.

Sinchè però il Cavour non fosse riuscito a trovare alla sua patria alleati in Europa, non poteva parere ad un uomo di così calmo giudizio come il suo, che il Piemonte si trovasse in sicura e franca posizione. L’avvenimento dell’Impero dovette sin da principio parergli una miglior soluzione delle cose di Francia rispetto all’Italia che non la gelida ed egoistica monarchia di Luigi Filippo, e la debole e pregiudicata Repubblica. Quantunque l’Impero si annunciasse con parole di pace, non poteva non chiudere in grembo ambizioni di guerra. Che cosa, infatti, avrebbe voluto dire per la Francia l’Impero, se non avesse significato l’onta dei trattati del 15 cancellata? Pure, su’ principî, quest’Impero rinnovato era in sospetto degli effetti e delle influenze della libertà piemontese; e appunto perchè gli urti non precedessero e non rendessero impossibili le amicizie, il Cavour temperò il linguaggio sfrenato della stampa liberale di Piemonte; credendo che, se la libertà non potesse avere altro che beneficî nelle relazioni interne, non avrebbe potuto invece essere cagione che di danni, lasciata libera di turbare le relazioni esterne. La guerra di Crimea fu l’occasione della quale il Cavour si servì, non con fretta soverchia, ma però a tempo, per istringere tra l’Impero e la dinastia di Savoia quell’alleanza che avrebbe potuto permettere a questa di aprirsi la via ad un più largo avvenire. Ognuno previde che i soldati piemontesi che andavano in Crimea a combattere allato ai Francesi non avrebbero avuto solo quelle lontane battaglie comuni con questi, e che ben presto, sopra un campo di guerra più vicino, avrebbero fatta comune prova di valore. Ma un partito nel Parlamento non lo vide, o non lo volle vedere; e fu fortuna del Piemonte che allora, come prima, la maggioranza si stringesse d’intorno all’opinione dell’abile Conte.

Il valore che i soldati piemontesi in Crimea, comandati da quello stesso Alfonso Lamarmora da cui era stato rifatto l’esercito, avevano mostrato al mondo, ristorò la riputazione militare del paese; come, d’altra parte, l’ordinato uso della libertà e l’intelligenza e l’applicazione delle sane dottrine economiche avevano aumentata la riputazione civile del Piemonte e ristorata per mezzo suo quella d’Italia agli occhi d’Europa; giacchè davvero que’ moti, piccoli e subitanei, che avean preceduto e seguito il quarantotto, se potevano persuadere l’Europa che un partito avverso a’ governi ci fosse in Italia, e non mancasse di pervicacia e di ardire, avevano però anche dovuto darle cagion di credere, che questo partito fosse scarso di numero come di mezzi, assistendo le popolazioni con tanta noncuranza alle sue continue disfatte. Oltre di che, parecchi de’ mezzi adoperati da cotesto partito erano di tal natura, che il solo vederli prescelti arguiva non solo un certo scadimento morale nell’indole di quelli che li adoperavano, e per riverbero, della nazione a cui questi appartenevano, ma anche una certa smania rabbiosa e sconsigliata, che pareva scaturire, anzichè dalla speranza di raggiungere il fine, dalla disperazione di non poterlo ottenere.

Il frutto di questa riputazione accresciuta del Piemonte, il Cavour lo raccolse al Congresso di Parigi, dove, non senza la contraddizione e la ripugnanza dell’Austria, fu chiamata la sua patria a deliberare alla pari de’ grandi Stati d’Europa. Questo vantaggio politico il Cavour cercò di migliorarlo al possibile; ma non potette quanto avrebbe voluto. Giacchè la discussione aperta per sua persuasione dal Walewski sugli affari d’Italia, e favorita dall’Inghilterra, non fu voluta accettare dall’Austria. Il Cavour però fu in grado di mostrare ai ministri raccolti delle potenze d’Europa, quanto dura fosse la condizione d’Italia ed instabile e travagliata, e quanto il potere dell’Austria oltrepassasse oramai perfino i confini indicati da’ trattati stessi del 15, ed annullasse tutti gli altri governi minori d’Italia. E partendo lasciò e diresse all’Inghilterra e alla Francia un memorandum; in cui ripresentava, colla sua chiarezza di concetto e di frasi, le miserie e i pericoli della sua patria; e, non uscendo dal giro dei diritti riconosciuti e legali, proponeva i rimedi a’ mali più urgenti. In questo memorandum, nel quale il Cavour mostrava il dominio esercitato dall’Austria sui governi di Parma, di Modena, di Toscana e di Roma, e proponeva, come soluzione provvisoria della quistione romana, la separazione amministrativa delle Romagne, non era certo chiarito il pensiero finale del Cavour, ma vi si vedeva di che maniera egli intendesse procedere. Egli non ha una soluzione inflessibile nella mente, la quale ha necessariamente ad esser quella; e quando non vi si possa arrivare d’un tratto, ogni altro palliativo si deva piuttosto ricusare, per la speciosa ragione, che tutto ciò che modera un male, rendendone meno acuto il dolore, renda insieme meno sentito il bisogno di risanarlo affatto. A lui pare invece che il meglio sia nemico del bene, e non crede, come molti credono, che un passo fatto in avanti accresca, anzichè diminuire, il cammino.

Gl’Italiani ebbero tutti grado al Cavour della difesa presa di loro davanti a chi soleva prima sorridere a’ loro dolori e persino ghignare. Da quel punto il nome suo divenne grande nella penisola; e parecchie medaglie gli furono offerte per sottoscrizione pubblica da parecchie parti d’Italia, ed un busto dai Toscani colla leggenda:

Colui che la difese a viso aperto.

Egli, di ritorno da Parigi, spiegò i risultati ottenuti dalla sua politica sino allora; e parecchi de’ suoi oppositori, i più fieri, si strinsero d’intorno a lui, e cedettero, persuasi cogli effetti della bontà della causa. Nè mancò di far sentire quanto più radicale ed aperta ed inevitabile fosse diventata la scissura tra Austria e Piemonte.

Questa scissura s’andò nei tre seguenti anni aumentando sempre di più. Quando e come cominciassero i concerti del Cavour con Napoleone è cosa troppo incerta per farne oggetto di racconto. Chi prima invitasse l’altro a disegni più vasti, è dubbioso; è certo però che l’assicurazione dell’appoggio dell’Imperatore aumentò continuamente la baldanza del governo piemontese e la sospettosa ira dell’austriaco. Da quel tempo in poi i fatti sono troppo vicini ed evidenti per aver bisogno di racconto, e le cagioni particolari troppo poco chiarite per esser capaci di storia. L’alleanza fra il Piemonte e la Francia fu stretta e poi confermata mediante il matrimonio della principessa Clotilde col principe Napoleone; l’Austria prestò il fianco alle offese provocando; e il Piemonte non cessò di dar materia e soggetto alle provocazioni dell’imprudente avversario. Alessandria fu guernita di cannoni per una pubblica sottoscrizione raccolta in tutta Italia; fu accettato dal Municipio di Torino il dono di parecchie centinaia di migliaia di lire mandato da’ Lombardi a fine di erigere un monumento all’esercito piemontese in memoria della guerra di Crimea, il giorno stesso che l’imperatore Francesco entrava in Milano; all’Imperatore non fu spedito nessuno che da parte del governo piemontese lo complimentasse; le proteste altere del Buol contro la stampa piemontese ebbero risposta altera e severa nelle note diplomatiche e nelle gazzette ufficiali; le relazioni internazionali, appena mantenute sin allora per mezzo d’incaricati d’affari, furono rotte. Le parole dell’imperatore Napoleone nel capo d’anno del 1859 annunciarono la guerra; le trattative diplomatiche, nelle quali l’abilità del Cavour vinse e sopraffece la superbia contegnosa del Buol, la sospesero durante tre mesi. Infine, l’Austria, prorompendo a sproposito, invase il Piemonte, che con rara costanza d’animo si lasciò devastare le sue provincie, raccogliendo l’esercito attorno Casale ed Alessandria insino a che fosse pronto all’offesa; le schiere di Francia calarono all’aiuto; e Palestro, Magenta e Solferino posero fine al dominio dell’Austria in Lombardia e alla sua prevalenza in Italia.

Il Cavour e Napoleone III non avevano, io credo, gli stessi intendimenti, l’uno nell’invitar l’altro a calare in Italia, l’altro nell’accettare l’invito. E potrebbe essere che questo dissenso intimo fosse stato la cagione più prossima della pace di Villafranca. Il Cavour desiderava ristaurare l’Italia, e raccoglierla, se non tutta a un tratto, almeno la Lombardia e la Venezia, sotto la dinastia di Savoia: ma non poteva volere, che in qualunque altra parte d’Italia si lasciasse nido a qualunque altra dinastia forestiera, che, appoggiata da influenze estranee, avesse potuto rimetterci negli antichi guai. Non so se i moti di Toscana fossero dal Cavour voluti, e se non avrebbe preferito in que’ primi bollori un temperamento provvisorio col Granduca. Credo che i moti delle Romagne e dei Ducati entrassero di più ne’ suoi disegni; ma ad ogni modo mi pare che gli uni e gli altri e la proclamazione, di Vittorio Emanuele a dittatore contribuissero ad arrestare sul Mincio il volo delle aquile imperiali.

Il Cavour, di certo, non aveva potuto conformarsi a tutte le regole della prudenza chiamando in Italia un alleato più potente che il Piemonte non era, e col quale, per sopraggiunta, sentiva di non poter concordare del tutto. Ma la prudenza non basta a risolvere; ed uno de’ più illustri e rispettati italiani suol dire, che il Cavour per questo appunto è un valente uomo di Stato, perchè ne ha le due qualità necessarie, la prudenza e l’imprudenza. Di certo è sempre l’audacia quella che gitta l’ultimo peso nella bilancia, e senza cui nessuna cosa di grande nè di bene non si conchiude. Il Cavour non aveva per giugnere coll’Italia al fine proposto, che un mezzo solo, quello dell’alleanza francese. Questa aveva certo de’ rischi; ma quando questi rischi non si fossero voluti correre, quel mezzo stesso, e con esso il fine, almen per ora, si aveva a ripudiare.

Il Cavour fidava sull’Europa e su’ sentimenti italiani stessi per ovviare a’ rischi di quell’alleanza. Di fatto dopo Villafranca, e mentre durava il ministero Rattazzi, che, se non osava avanzare, non retrocedeva neanche, l’Italia centrale, per riparare ai danni di quella pace, si andò ricostruendo da sè, e preparando alla unione col Piemonte sotto l’egida della Francia; che, non amando gli avvenimenti a cui doveva assistere, pure era impegnata dall’onor suo a non turbarli essa stessa e a non lasciare che altri li turbasse.

La cessione di Savoia e Nizza alla Francia, quando il Cavour risolse, contro il palese volere di questa, d’accettare l’annessione dell’Italia centrale, era tanto più necessaria, quanto maggiore era l’aiuto dato dalla Francia a fatti che nel suo parere non erano i più favorevoli ad aumentare la forza relativa della sua potenza in Europa. Ricusare Savoia e Nizza al solo alleato che ci restava, e di cui avevamo già contrastati in gran parte i desideri, sarebbe stata non audacia, ma pazzia. E il Cavour adunque accordò la cessione, e quantunque in alcuni particolari avesse proceduto con troppa fretta, n’ottenne l’approvazione dal Parlamento; giacchè gli dimostrò quanto necessaria conseguenza essa fosse della politica seguita e degli effetti ottenuti, della politica da seguire e degli effetti sperati.

Quali questi effetti sono? Ogni italiano li sa, e il Cavour non mostra ch’egli disperi di arrivare col concorso d’Italia ad ottenerli. Sin oggi egli è stato al timone, perchè gli avvenimenti preparava, non aspettava: ed ha guidata bene la nave, la quale, se non è ancora in porto, nè al sicuro dalle tempeste, non ha però ancor dato in uno scoglio. Stende egli ora il suo sguardo, il Cavour, non solo all’Isonzo, ma all’estremo confine dell’Italia meridionale? Spera egli o crede di potere del mezzogiorno d’Italia farne tutt’uno con questo dell’Italia centrale? Aspetta egli questi avvenimenti, che s’accavallano l’uno sull’altro miracolosamente, o li dirige ancora? Sarà egli sempre la prima figura del rivolgimento italiano, o si vorrà rassegnare a diventar la seconda? Io credo che diriga egli, ed io spero che voglia e possa continuare a dirigerli lui, perchè non credo che l’effetto finale possa essere durevolmente raggiunto, se il corso dei fatti non è diretto da una mente la cui attitudine sia già provata, e la cui audace prontezza sia temperata dall’abile consiglio; giacchè solo una mente di cotal tempra, intendendo quali sieno e devano essere le instituzioni liberali che ci reggono, può sapere erigere sopra di esse, come sopra base saldissima, quell’edificio, che il Cavour stesso diceva, dodici anni fa, dover essere l’onore ed il decoro dell’età presente, la libertà e l’indipendenza d’Italia.

X.

Adunque, l’ultima pagina di questa biografia è da scrivere. Sarà quella di maggior rilievo, e darà valore e significato a parecchie delle precedenti.

Torino, 15 aprile 1860.

―――O―――

I.

Nei giorni che io finivo di scrivere l’ultima pagina del precedente racconto, era molto intricata la condizione d’Italia. Un uomo di Stato, come il conte di Cavour, trovava molti intoppi da ogni parte, nè poteva facilmente risolvere di dove s’avesse a fare per superarli. L’Italia centrale era, bensì, unita al Piemonte: ma la Francia pareva avere piuttosto tollerata che voluta l’unione; l’Austria protestava, non frenandola dall’intervenire altro che la paura di attirare da capo i Francesi in Italia con maggior sua rovina. L’esercito pontificio aumentava, racimolando da ogni parte denaro e soldati: e un generale d’illustre riputazione gli dava credito e baldanza. L’esercito napoletano si raccoglieva sulle frontiere; e il Re di Napoli, quantunque tentato con ogni qualità di proposte, si mostrava risoluto a seguire l’indirizzo del padre suo, e a restare fedele al Pontefice e all’Austria. Il conte Cavour aveva pericolo nel fermarsi e nel continuare. Il fermarsi gli suscitava contro la parte più vivace e impetuosa, più audace e vigorosa del partito unitario italiano, il quale era andato ingrossando, a misura che gli avvenimenti erano andati rendendo probabile quello che da prima era parso impossibile, l’unità italiana. E quella parte diventava un pericolo interno tanto maggiore, quanti più erano gl’incentivi alla sua azione: e allora appunto se n’era suscitato uno grandissimo, l’insurrezione di Sicilia, a cui non pareva tollerabile che i liberali dell’Alta Italia, tanto per la fratellanza dell’origine, quanto per la comunità degli interessi, degli affetti alla patria e degli odî a’ Borboni, non arrecassero aiuto. Anzi, c’era meglio che un incentivo; quella audace e numerosa parte aveva un capo, un capo il cui nome e i suoi fatti affascinavano gli animi giovanili, e gl’inducevano nella persuasione che veruna impresa generosa dovesse parer temeraria; un capo, per soprappiù, nemico al governo del conte di Cavour, così per i casi occorsi durante il ministero Rattazzi nello scorcio del 1850, quanto per la cessione di Nizza, che a Giuseppe Garibaldi, nizzardo, era parso un insulto ed una fellonia.

Il conte Cavour non poteva, come aveva fatto prima e ha fatto poi, sviare le punte delle spade altrui, afferrandone l’elsa; non poteva, vo’ dire, far egli quello che la gioventù italiana avrebbe pur fatto con Garibaldi senza di lui. E non lo poteva, giacchè egli non avrebbe messo a repentaglio solo poche migliaia di bravi ed ardenti giovani: ma bensì tutto uno Stato nuovo di undici milioni, a cui uno scacco in Sicilia sarebbe stato un certo principio di rovina. D’altra parte, persino le Potenze più amiche e benevole all’Italia protestavano che non avrebbero tollerato che dal governo dell’Alta Italia fossero aggredite Roma e Napoli. Francia, in quel caso, non guarentiva più dall’intervento austriaco, e ogni speranza avvenire, come ogni successo passato, sarebbero potuti andare perduti; giacchè gli undici milioni d’Italiani già raccolti assieme sotto Casa Savoia avrebbero avuto contro di sè gli eserciti d’Austria al settentrione, di Roma e di Napoli al mezzogiorno.

Non c’era adunque modo d’impedire che dalla parte più fiduciosa dei liberali italiani non si tentasse senz’altro indugio un ulteriore [29] passo verso il compimento dell’unità italiana, con una avventurosa spedizione in Sicilia. Nè era utile che s’impedisse; giacchè, quando fosse riuscita, un desiderio, comune a tutta oramai la gente colta ed influente della penisola, si sarebbe potuto compire, quello di costituire un’Italia unita; se non fosse riuscita, il governo dell’Alta Italia, che non ci si era impegnato esso stesso, sarebbe di certo rimasto infiacchito, ma non avrebbe incorso esso stesso nessuna responsabilità troppo grave. Insomma, se la fortuna avesse favorito, non c’era che beneficî a raccogliere: se contrariato, il danno, ad ogni modo, non era grande.

Se non che cotesto passo doveva pure essere fatto in modo diverso da quello in cui si erano compiti i passi precedenti che ci avevan condotto sino alla Cattolica. Sin allora, un governo regolare co’ suoi mezzi legali e colle sue forze ordinate ci aveva guidati: a quell’ultimo passo, che pure senza gli anteriori non sarebbe stato possibile, non si poteva avere la stessa guida. Il governo s’aveva a nascondere e l’indirizzo doveva necessariamente venire alle mani d’un capo popolare, come il compimento aveva a trovarsene affidato a forze scompigliate e di natura, son per dire, spontanea, che, come si sarebber raccolte sotto l’impulso impetuoso d’un’idea e di un nome, così avrebbero poi ripugnato alla soggezione della legge e all’autorità d’un governo, qual fosse.

A dirla in altre parole, quel passo fatto a questo modo, — che era pure il solo in cui si sarebbe potuto fare —, avrebbe accresciuta la vigoria dell’elemento che si suol chiamare rivoluzionario, e che non si può chiamare altrimenti; giacchè la parola senza esprimere nulla di ben preciso, significa pure un complesso di sentimenti, d’idee e di fatti che sarebbe malagevole indicare con altra. La vigoria di questo elemento accresciuta avrebbe forse potuto corrompere i beneficî che dalla riuscita si potevano augurare: e corromperli sino a disperderli affatto, e convertirli in una immensa sciagura. Se non che da simile risico non c’era scampo di sorta: non restava che di avere bene in mente che il pericolo ci potesse essere e grave; e cercare nel corso degli avvenimenti un momento in cui si sarebbe potuto sviarlo; anzi, di quella stessa minaccia servirsi ad occasione e pretesto di maggiori imprese.

Si vede, che il conte Cavour aveva ben ragione di dire che quella, in cui si trovava egli allora, non era già una delle più difficili congiunture in cui si fosse trovato mai, ma bensì la più difficile. La sola via ad uscirne e profittarne era pur questa, che altri, — giacchè non poteva il governo — profittasse del credito, che la riuscita dell’impresa di Sicilia potesse dare, o s’assumesse la responsabilità della sconfitta: lasciare, insomma, che, non per sua opera, una nuova serie di fatti s’aprisse, e spiare l’occasione opportuna per usufruirla a vantaggio della patria comune e del governo legale.

Giuseppe Garibaldi adunque salpò egli da Genova il 6 maggio: e con soli mille eroici giovani corse in aiuto dei Siciliani. Il conte Cavour non impedì, e alle potenze estere disse che non avrebbe potuto impedire se non a risico di suscitare all’interno una perturbazione gravissima: nè palesemente aiutò, perchè non venisse al governo nessuna esterna difficoltà da una violazione, che sarebbe stata patente, del diritto internazionale riconosciuto. Il conte Cavour salvò ogni apparenza, tentando ad impedire tutti i mezzi che non sarebbero stati valevoli ad altro effetto, che a torre altrui ogni diritto d’affermare, che il governo di Vittorio Emanuele concorresse.

II.

Giuseppe Garibaldi compì, con fortuna pari all’ardire, una impresa, che, non che ad ogni altro, a lui stesso sarebbe parsa, a ragionarvi su, impossibile. Sbarcato a Marsala il 17, era il 27 in Palermo, fugando davanti a sè le schiere borboniche e forzandole a resa, egli con soli 1000 uomini contro 25.000. La riuscita d’un’opera così disperata accresceva il fascino del suo nome su’ popoli non solo d’Italia, ma d’Europa, e d’ogni parte convenivano sotto la bandiera dell’eroico e felice capitano giovani baldi e sicuri a cui l’ardore dell’animo non faceva computare i pericoli; gli entusiasmi dell’idea, aprivano i larghissimi campi delle speranze avvenire d’ogni nazione che gema, e la felicità del capitano non lasciava menomamente dubitar del successo. Chi gli avrebbe mai potuti fermare, e dove mai si sarebbero potuti fermare? Abbracciavano già con la capacità dell’affetto ogni popolo; e ad ogni querela, fondata o vana, si promettevano di fare contro i veri o presunti oppressori giustizia. La prima volta, pareva loro, il diritto e la forza s’erano date un bacio, pegno di amicizia non più dissolubile.

La spada di Garibaldi dette l’ultimo urto alla monarchia de’ [30] Borboni; ma questi, a principio, credettero potersi reggere non mutando che di sistema. Mentre il filibustiere, come essi chiamavano l’eroe popolano, ingrossava in Sicilia il suo esercito improvvisato, Francesco II, cedendo alle istanze della Francia, accordò una Costituzione ai suoi popoli. Gittava a mare i suoi diritti di sovrano assoluto, sperando che, intanto, la barca dello Stato, alleggerita, sarebbe riuscita a scampare dalla tempesta, ed egli poi avrebbe potuto a suo tempo ripescare quei diritti da capo. Gli onesti, ma poco oculati uomini che il Re di Napoli scelse da prima a reggere il governo durante cotesto esperimento costituzionale, non potevano non vedere che non sarebbero mai stati in grado di condurlo a bene senza l’aiuto ed il beneplacito del governo di Vittorio Emanuele. Cosicchè si affrettarono a proporre patti di alleanza e di concordia, e spedirono a questo fine Giovanni Manna a Torino.

Questi non doveva avere maggior successo in Torino di quello che il conte Salmour, inviato dal conte Cavour pochi mesi prima della spedizione di Garibaldi, avesse avuto a Napoli. E, in effetti, perchè il Manna riuscisse, bisognava appunto che il conte Cavour desse prova di tanta poca previdenza coll’accettare, quanto poca ne aveva mostrata il governo napolitano, alcuni mesi prima, col rifiutare.

Il conte Cavour non poteva dubitare che, a qualunque patto, una lega col Re di Napoli non sarebbe stata accettabile. Qual vantaggio avrebbe potuto arrecare nel presente, e quale sicurezza nell’avvenire? Nel presente, il governo di Napoli avrebbe avuto bisogno che gli si fosse corso in aiuto per difenderlo da Garibaldi; nell’avvenire, i Borboni di Napoli, ritrovato vigore, ma non messi a parte dei beneficî che l’indipendenza d’Italia guarentiva a Vittorio Emanuele, si sarebbero di nuovo distaccati da questo, e raccostati all’Austria. Il conte Cavour, oltre di ciò, aveva, a rifiutare l’alleanza, la stessa ragione che l’Inghilterra portava alla Francia per non inframmettersi, come n’era richiesta, tra Garibaldi e Francesco II. Inframmettendosi, si diventava garante alle popolazioni napoletane delle promesse del loro Re; e chi osa farsi garante d’una promessa tre volte fatta e tre volte negata?

Ma poniamo che il conte Cavour avesse trovato in questa alleanza il solo vantaggio che gli si faceva presentire — di trovarsi con essa in grado di vincere il partito più estremo e più avverso a lui e alla sua politica in Italia — chi gli assicurava che questo vantaggio, se anche fosse potuto continuare a parer tale dirimpetto all’unità italiana — si sarebbe potuto raccogliere con un alleato che vacillava, e di cui nessuno avrebbe potuto presumere che sarebbe vissuto? Il certo era che, accogliendo l’alleanza, avrebbe alienato da sè i tre quarti dei liberali italiani, nè si sarebbe conciliata nessuna amicizia valevole a compensare tanta perdita d’influenza e tanto scapito di forza morale.

Se non che questo vantaggio stesso non c’era; giacchè il conte Cavour, se non desidera che la spinta del partito rivoluzionario vada troppo in là, e gli vinca la mano, sa d’altra parte quanto in un’impresa così difficile come quella che dobbiamo menare a termine, sia necessario di non sciupare nè dispregiare nessuna delle forze vive della nazione; e di queste non era certo, nè è la minore, quella che l’idea d’Italia suscita spontaneamente e raccoglie ora intorno al nome di Garibaldi nel seno delle popolazioni.

Ma se era evidente che l’alleanza napoletana s’avesse a respingere, non era facile il modo; giacchè era molto caldamente raccomandata dalla Francia, dalla Russia, dalla Prussia, nè all’Inghilterra spiaceva. Il conte Cavour s’aveva a schermire da due scogli; l’uno dei quali lo faceva naufragare per un verso, l’altro per un altro. Navigò tra i due con non minore abilità di quello che facesse prima dello scoppiare dell’ultima guerra con l’Austria. Alle Potenze diceva, che, quanto a sè, non respingeva in principio l’alleanza; agli inviati napoletani rispondeva: Il vostro governo faccia prima prova di poter essere; ed io mi risolverò poi se mi debba e mi possa accompagnare con esso. Ed intanto, prima di venire a nessuna trattativa, domandava che Napoli rinunciasse a riconquistare, in ogni caso, la Sicilia.

Così si consumarono i tre mesi circa che scorsero dalla presa di Palermo al passaggio di Garibaldi sul continente napolitano. Il conte Cavour, che non aveva da prima creduto alla possibilità del successo — come, di certo, non vi si sarebbe potuto credere — cominciò a prestarvi fede dopo la presa di Palermo, nella quale si vide tanta bravura e perizia da una parte, e tanta vigliaccheria ed imperizia dall’altra. A lui, che non credeva sicuro di allearsi col Re di Napoli, doveva parere molto più pericoloso che questi, senza il sussidio del Piemonte, si rinfrancasse. Certo, se Giuseppe Garibaldi fosse stato vinto, i Borboni avrebbero ripigliato forza; e questa forza sarebbe stata tutta spesa contro il Piemonte, che accagionavano dei pericoli che avevano corso, e contro cui tanto maggiore ira avrebbero avuto quanto più s’eran visti prossimi ad una estrema rovina per opera sua. Il conte Cavour, nel tempo stesso che respingeva accortamente l’alleanza napoletana, augurava un finale successo a Garibaldi; lo aiutava sottomano; e non impediva che da ogni porto dello Stato gli giungessero volontarî, ed in ogni città gli si raccogliesse danaro. Quando a lui si faceva rimprovero dall’Inghilterra e dalla Francia, rispondeva: Come volete che ai popoli italiani io vieti di correre in aiuto a’ loro concittadini e consaguinei, quando voi non potete vietarlo ai popoli vostri?

Garibaldi passò lo stretto di Messina il 21 agosto, e non ebbe che a combattere una sol volta a Reggio per giungere il 7 settembre in Napoli. Percorse quelle province tra gli applausi delle popolazioni attonite; ed entrò in Napoli solo con sette ufficiali, passando sotto i cannoni de’ castelli custoditi da’ soldati di Francesco Borbone, i quali, a vederlo, pareva dimenticassero essere egli il nemico d’un Re, che amavano, e gli presentavano l’armi. E che amassero il Re, lo provarono alcuni giorni dopo, quando, inviati a sgombrare i castelli, acconsentirono, ma a patto di essere lasciati raggiungere l’esercito, al quale appartenevano.

Questi eventi parvero portare lo stampo di un’azione, più che umana, divina. E lo portavano di fatto. Giuseppe Garibaldi appariva come un Dio che scendesse a sciogliere un nodo, le cui fila non eran tutte intrecciate da lui, e a precipitare una catastrofe che i fatti precedenti annunciavano inevitabile, ma che però, senza di lui, avrebbe tardato di molto, e sarebbe stata più intricata a produrre. E i fatti precedenti erano: il discredito e la sfiducia del governo borbonico; la diffidenza, parte naturale, e parte procurata, nell’esercito, tra gli ufficiali e i soldati; il sentimento unitario penetrato nelle menti e ne’ cuori, e le preparazioni dei Comitati, che s’eran già viste cagionare un effetto lor proprio nella insurrezione di Basilicata, e avevan disciolto, colle dimissioni e colle diserzioni, l’esercito e la marina. A queste preparazioni avevano preso parte non solo quelli che facevan capo a Garibaldi, ma molti più altri che facevan capo al conte Cavour; il quale, persuaso che il governo di Napoli non si potesse reggere, voleva cansare che la sua rovina rischiasse di portare all’Italia maggior danno di quello che già avesse potuto farle la sua perfidia vivace ed ostinata. Ora, il conte Cavour credeva — nè aveva torto — che quando tutta l’Italia meridionale si raccogliesse senza contrasto sotto l’autorità di Giuseppe Garibaldi, questi, uomo di maggior fantasia che raziocinio, avrebbe potuto lasciarsi indurre a disegni che ci avessero suscitato contro la Francia; e nel governo si sarebbe fatto vincer la mano da persone che egli soleva prediligere, perchè disposte a dipendere affatto da lui, ma le cui professioni politiche, o non erano monarchiche, o eran tali da troppo poco tempo e con troppo poche prove per esser credute, e i cui principî governativi ed amministrativi avrebbero potuto sconvolgere ogni assetto sociale, ed alienare le classi conservative, dal cui concorso era proceduto sinora l’andamento continuo e regolato del moto italiano.

III.

Cotesto contrasto d’influenze, che potevano pretendere d’aver concorso del pari allo stesso fine, aiutate l’una e l’altra dall’interna rivoluzione, dallo scontento universale e dal desiderio comune di mutare stato, fu la prima e vera cagione delle difficoltà, sperimentate di poi da tutti i governi che si sono succeduti dal sette settembre in oggi, nel riordinare le province napoletane, e ravviarle dallo scompiglio, in cui una così grande convulsione aveva a gittarle e le gittò davvero.

Il conte Cavour tentò ogni modo, perchè la rovina della monarchia Borbonica non desse le provincie d’Italia meridionale in balìa del partito di cui Garibaldi si circondava; perchè in quella mutazione le forze natie del paese prevalessero e precedessero, affinchè l’Europa non prendesse appicco a sostenere, che quel moto prendesse vigore e principio al di fuori; perchè, accadendo la mutazione, il partito costituzionale e monarchico, che, come è più numeroso, se non meglio ordinato, in quella del mezzogiorno, avesse diritto a reggere laggiù come regge quassù, affinchè tra le due parti d’Italia non si introducesse un dissenso pericolosissimo; perchè, insomma, gli effetti dell’impresa eroica del Garibaldi fossero tutti benefici, e la nave non rischiasse di affondare quanto s’era così prossimi ad approdare.

Il conte Cavour non si dovette quetare all’idea della dittatura del Garibaldi, se non quando la poca vivacità del paese, diminuita dall’aspettazione di Garibaldi, che avrebbe, esso solo, con minore incomodo di tutti, compiuto ogni cosa, e la nessuna speranza di condurre l’esercito borbonico a qualche partito risoluto, concorde e italiano, l’ebbero persuaso che e’ non c’era modo di venire a capo della dinastia borbonica in Napoli, diverso da quello in cui vi s’era riuscito in Sicilia. Il ministro di Vittorio Emanuele, uomo tenace e flessibile, piegò adunque, aspettando e spiando una migliore occasione di rimettere nelle mani del governo il freno e l’indirizzo del moto italiano.

Era un’ambiziosa voglia o un acuto discernimento quello che moveva il conte di Cavour a mettersi in grado di frenare da un lato, mentre agevolava dall’altro, i disegni del Garibaldi? Quanto a me credo, che egli non fosse mosso se non da un giusto giudizio delle condizioni d’Italia e di Europa, e delle qualità come de’ difetti del miracoloso capitano, che da Marsala aveva condotto i suoi militi volontarî sino alle rive del Volturno.

Giuseppe Garibaldi è uomo in cui l’audacia dell’intraprendere è pari alla fermezza nel proseguire. Un solo fine ebbe da giovanissimo nell’anima: il riscatto d’Italia e il restauro dell’antica gloria del valore italiano. A questa pensava, non curando la varietà dei mezzi e la diversità de’ luoghi, nella malaugurata impresa di Savoia il 34, come nell’impresa di Sicilia il 60. Le bandiere, ne’ due casi, eran diverse; ma l’aura che le moveva, era una sola. Quando da Nizza andò, fuggiasco, in Marsiglia, quando da Tunisi, non satisfatto di sè nè d’altrui, partì solo per l’America del mezzogiorno, quando tornò nel 1848 in Piemonte, una sola idea aveva a guida dei passi suoi, una sicura fiducia che la libertà avesse a rinascere nel mondo, e la nazione in Italia. Non disperò mai: non a Gualeguey, incarcerato e preso da’ repubblicani egli difensore d’una repubblica nascente; non a Bajada tra gli scherni ed i tormenti; non a Laguna, chiuso e poi assalito dalla flotta brasiliana, e costretto a tentare l’ultima difesa di sè e de’ suoi, e d’una donna, sposata pure allora tra’ cimenti di quelle battaglie, col bruciar la sua nave egli stesso; non a Goya, nel Paranà, quando con tre legni sdrusciti attaccò la flotta di Rosas, e vinto e distrutto, si aperse con pochi il passo a Montevideo attraverso l’esercito nemico; non a Salto, dove con pochi Italiani respinse, giubilando, quell’esercito stesso; non a Luvino, nel 1848, non a Roma nel 1849, non a Ravenna; egli solo ed inseguito, accanto al letto della sua Anita morente; non a Varese, nel 1859, non a Calatafimi, non a Milazzo, non al Volturno nel 1860, egli a capo di piccola schiera contro nemici numerosi e potenti.

La giustizia del fine che gli brilla davanti, gli riscalda l’animo, e lo persuade, che a un fine, sentito giusto da lui e da tutti, ogni mezzo debba essere proporzionato, quando la pervicacia del volere, in chi ha a servirsene, non manchi. Nel suo cuore ogni querela di popolo trova eco; nessuna discolpa di governo trova adito. Ogni arte gli pare perfidia; ogni riposo viltà; ogni temperamento bassezza. Egli non intende che per arrivare a un punto ci sia altra via da quella che ci mena in diritta linea; il girarvi attorno è una abbietta stoltezza per lui. Quello che nell’uomo di Stato è un concetto politico, in lui è un istinto. Non ragiona il suo desiderio; lo sente. Questo carattere ha comune col popolo; e una comunanza così intima, appunto, gli fa esercitare sulla fantasia popolare un fascino così potente. Egli intende il popolo, come e quanto ne è inteso; perchè in lui il sentimento che agita quello resta tale, e non si tramuta o s’eleva in idea; acquista maggior efficacia e forza perchè si aduna nel foco del suo animo, ma non piglia forme, sotto le quali alle immaginazioni volgari non sia più facile o possibile di raffigurarlo e seguirlo. Perciò, egli a gran parte del popolo italiano — e sopratutto alla più ardente e fantastica — appare come una incarnazione dell’Italia risorta.

Coteste qualità rendono il Garibaldi così adatto a suscitare uno spontaneo moto di popolo, come disadatto a reggerlo. Non trova nella moltitudine che lo spinge e con cui si confonde di volere e di sentimenti, quantunque tutta l’oltrepassi del capo, quel freno che non trova in sè. I suoi concetti diventano smisurati; e tra i mezzi preparati e gli effetti voluti, quando fosse lasciato a sè, non solo non cerca, ma sdegna ogni proporzione. L’audacia dà all’eroe un fascino magico, che il successo accresce. La riuscita par prova d’un intuito che vola dove il calcolo non arriva. Egli stesso se ne persuade, e nei suoi desideri s’infiamma. La sua frase, rotta e rapida, s’attaglia a percezioni nette e repentine, com’è disuguale a’ ragionamenti. Il suo pensiero come il suo discorso, non isgorgano da una fonte che scorra di continuo, ma che ribolla, e spicci ad intervalli. Come accade, la sua frase l’innamora, e finisce col tenergli luogo d’ogni più lungo raziocinio; questo si ha tutto a disperdere e dileguare avanti al vigore di quella.

Un uomo, in cui la forza della fantasia sovrabbonda, e il potere dell’influenza della propria persona soverchia, non può non avere qualche briciolo di vanità e qualche stimolo d’ambizione. Avanti a Vittorio Emanuele, che egli ama, ha tenuto nella sala del trono il cappello sul capo; e l’abito rosso e bigio, semplice e sdruscito, non prova che si disdegni un abito a galloni d’oro solo perchè troppo ricco. Il comandare gli piace; e non solo su’ campi di battaglia, dove nessuno gliene contende l’abilità, ma nei governi, dove nessuno gliela concede. Il comando non l’intende se non assoluto, come solo può chi non usa, ragionando, cercare le varie difficoltà d’un partito, ma lo piglia e vi s’ostina, perchè il cuore e l’immaginativa glielo hanno scelto. Perciò, non solo ama essere egli il dittatore, nè, governando, saprebbe essere altro: ma ha sognato parecchie volte che gli Italiani avrebbero senz’altro a dare a Vittorio Emanuele la dittatura, se vogliono venir a capo della loro impresa.

L’animo suo, come d’uno in cui il sentire e il culto di una idea prevalgono, è così leale e fido nelle promesse e negl’impegni, nobile e generoso ne’ propositi, dimentico di sè, e sdegnoso di privati vantaggi, come facile all’impressioni e all’affetto. E perchè è lento al discernere, predilige quegli i quali non lo turbano nelle sue inclinazioni e nei suoi amori instintivi, senza fermarsi a giudicare perchè e come gli si mostrino amici. Poichè il fine ch’egli si propone, gli sta davanti, piuttosto come un ansioso bisogno, che come una idea distinta, chi gli discute la sua condotta, chi gli censura o gli misura i passi, chi lo consiglia contro il segreto o palese suo proposito, gli esce agevolmente dall’animo. Può ancora stimarlo ed amarlo; ma quasi a malincuore. Perciò, risica di non ascoltare lungamente i migliori, e si lascia facilmente aggirare. Però, i migliori possono su di lui, e tanto più possono, quanto più lo contrastano. La contraddizione lo ferma, perchè lo perturba. Si ravvede, perchè dubita; o perchè la luce della sua mente, se non è estesa, ed intensa, e sforzata a raccogliersi, gli lascia vedere chiaro in un attimo. I raziocinî altrui, de’ quali non si sa strigare, non s’imprimono già molto fortemente sul suo animo, cosicchè di lì a poco non torni di dove s’era lasciato rimuovere; ma gli scompigliano il suo disegno, che ha tutto davanti al cuore piuttosto che non davanti alla mente.

La ragione per cui non è uomo di Stato com’è guerriero, è facile a vedere. Non sa distinguere quali sieno i mezzi che dilungherebbero dal fine voluto, anzi che servire a raccostarvisi; nè sa, nè vuole cercare se tra tutti quegli i quali gli s’offrono a compagni, non ce ne sia parecchi, i quali per via o al termine gli sarebbero piuttosto d’impedimento che non d’aiuto. Vittorio Emanuele, egli di certo, lo vuole perchè lo ama; la monarchia vuole anche, perchè sente che senza essa l’unità italiana andrebbe in dileguo; ma non vede, che, con la guida e con la compagnia, che talvolta accetta, si troverebbe avviato per un cammino in fin del quale nè Vittorio Emanuele, nè la monarchia sarebbero più possibili, ed egli avrebbe a spezzar la sua spada, affranto di dolore, e sciupata ogni sua speranza.

Il Garibaldi, giunto così improvvisamente e con una facilità così maravigliosa in Napoli, non vedeva, egli e i suoi, confine a’ suoi successi. Senza preoccuparsi se i Francesi in Roma gli avrebbero o no resistito, egli pensava che, sgominati quei resti di esercito borbonico, che sarebbero rimasti saldi attorno Capua, sinchè egli non ci fosse arrivato, avrebbe, senza pausa nessuna, marciato su Roma; e liberate le Marche e l’Umbria, e, col concorso dell’esercito italiano, ghermita all’Austria la Venezia, avrebbe in Roma coronato Vittorio Emanuele a Re d’Italia. Di cotesto magnifico dramma il protagonista sarebbe rimasto lui, perchè libero da ogni impegno diplomatico, e non legato a nessuna apparenza di vecchi diritti, non avrebbe avuto ritegno di sorta nell’ordirne e colorirne la tela. Ma perchè questo gli si fosse lasciato fare, bisognava che il Re si levasse d’intorno quegli i quali l’avrebbero consigliato a non tenersi pago alla parte che gli si sarebbe fatta recitare nell’intervallo, parte alla quale la sua natura schietta e guerriera già ripugnava tanto di per se stessa. Il Garibaldi, convinto di ciò, mosso da’ suoi rancori contro il conte Cavour, e sobillato da parecchi di parte repubblicana che gli s’erano messi attorno, ed accettando il suo grido di «Italia e Vittorio Emanuele» gli erano entrati in fede, voleva giovarsi della posizione che gli dava rispetto al Re la fortunata riuscita dell’impresa di Napoli e di Sicilia per forzarlo, o, se la parola paresse irriverente, per persuaderlo a mutare di Ministero.

Il ministero aveva raccolto un immenso voto di fiducia dall’assemblea de’ deputati, quando questa, prima di essere prorogata, aveva, con una deliberazione pressochè unanime, il 29 giugno, votato un prestito di 150 milioni. Se contro il voto della maggioranza grandissima de’ deputati, il Re, alla voce d’un capitano, benemerito certo ed illustre, ma pur cittadino, avesse licenziati i suoi ministri, la Costituzione sarebbe andata in un fascio, ed ogni norma di legge e di diritto si sarebbe smarrita in cotesto moto italiano; e noi quindi ci saremmo trovati per una via, in cui avremmo indugiato poco a raccogliere i sospetti e l’inimicizia di tutta l’Europa, ed a cascare in un precipizio.

Il conte Cavour, prima che Giuseppe Garibaldi passasse nel regno, previde i dissapori che sarebbero potuti nascere, giacchè non avevano che a germogliare, tra lui e quello che sarebbe stato dittatore delle due Sicilie[31]. Dubitò che egli avrebbe provvisto meglio alla salvezza e al trionfo dell’indirizzo politico; ch’egli continuava a tenere il solo efficace, quando avesse ceduto il posto ad altri che avessero più agevolmente potuto condurre il Garibaldi a migliori consigli. Quindi, offrì al Re la dimissione sua e quella di tutti i suoi colleghi. Ma il Re, con un giudizio giustissimo e un tatto squisito, non credette che sarebbe stato di buono effetto morale e politico l’accettare la rinuncia d’un ministero, nell’intervallo di una sessione, e senza che nessun voto dell’assemblea intervenisse a provare, che la maggioranza de’ rappresentanti della nazione fosse venuta in opinione che in altre mani stesse meglio il governo.

Quando, dopo pochi giorni della sua dimora in Napoli, il Garibaldi credette bene d’annunciare con una lettera pubblicata il suo malanimo contro il ministro; e con missioni più o meno segrete e palesi, ebbe fatta esplicita richiesta al Principe di licenziare i suoi consiglieri, il conte Cavour non avrebbe più potuto retrocedere «senza recare», com’egli, stesso diceva nella tornata dell’11 ottobre, «al sistema costituzionale una grave, anzi una mortale ferita».

Fra’ beneficî dei quali l’Italia va debitrice a cotesto uomo di Stato, non parrà ultimo la fermezza di cui egli dette segno allora; nè tra le prove che si possono addurre della resoluta efficacia del suo carattere e della lucidezza della sua mente, sarà reputata la più debole quella che si può raccogliere da’ fatti che seguirono.

Egli intese, che restare al timone non si poteva senza coraggio; ma che il coraggio, però, di per sè solo non sarebbe bastato a rimanerci. Quando il Garibaldi aveva potuto fare una simile domanda al Principe, il rifiuto di acconsentirgli era, di certo, indizio che non s’era persa ogni forza; se non che l’essere stata fatta, d’altra parte, bastava di per sè solo a mostrare, che l’autorità morale del governo e del partito nazionale e legale ch’esso rappresentava, era pressochè spenta.

Per ristorarla, non c’era che un modo: mostrarsi adatto a compiere i fini nazionali meglio di quello che Garibaldi non fosse. E cotesti fini non potevano oramai essere che uno solo; l’unità Italiana. Se alla parte politica, che si raccoglieva intorno al Garibaldi e s’ammantava del suo nome — mettiamo che la sarebbe potuta riuscire, e non avrebbe, per contrario, rovinato in fine ogni cosa — si fosse lasciato compiere da sè sola la liberazione del napoletano, delle Marche e dell’Umbria, che autorità sarebbe rimasta al governo di un Re, di cui alla risurrezione italiana non si sarebbe adoperato che il nome?

Ma c’eran danni anche maggiori. La fortuna s’era sin allora mostrata così costante amica al Dittatore che si sarebbe dovuto supporre in lui una prudenza meglio che umana, per contenersi dal proseguire ad usurparne con troppa violenza i favori. Avrebbe continuato il suo cammino su Roma. Ma a questo patto l’imperatore francese, se anche avesse voluto allontanare le sue schiere da Roma, non avrebbe più potuto farlo senza vigliaccheria; e la Francia sarebbe dovuta diventarci risolutamente nemica.

Le Potenze d’Europa, le meno benevole al Piemonte, non vedendo nè da chi, nè come il Garibaldi si potesse fermare, temevano che dall’indirizzo ch’egli seguiva, dovesse resultare ben più che il proseguimento della rivoluzione italiana; le parti conservatrici in ogni Stato entravano in sospetto, che, innalzati e sollevati gli spiriti delle parti rivoluzionarie, ogni libertà ed ogni progresso s’avesse da capo come nel 1848, a soffocare e sopprimere nel sangue. Ogni cosa, a quel punto, pareva che avanti a Garibaldi si dissipasse; l’unità italiana, compiuta coi mezzi d’un governo ordinato e legale, apparve, per un momento, a’ governi che ci amicavano come a quelli che c’inimicavano, un rifugio ed una salvezza.

S’aveva ad osare; e il conte Cavour non lascia sfuggir mai il momento propizio all’ardire. «Se io non arrivo a’ confini del napoletano, prima che le schiere dei volontarî ci arrivano, il governo è perso», egli diceva a’ diplomatici; e questi, la più parte, si stringevano nelle spalle, e speravano, credo, timorosi di peggio, nel segreto del loro animo, che trovasse modo a salvarlo.

L’11 settembre, quattro giorni dopo l’entrata di Garibaldi in Napoli, il conte Cavour consigliò il Re che ricevesse una deputazione che veniva dalle Marche e dall’Umbria ad esporre a quali mali quelle popolazioni fossero esposte dall’ira disordinata dei mercenari raccogliticci dell’esercito pontificio; e pubblicasse un proclama, in cui, annunciando d’accettarne la tutela, comandava al suo esercito di valicare i confini, a fine «di restaurare l’ordine civile nelle desolate città, e di dare a’ popoli la libertà di esprimere i proprî voti».

L’audacia era grande, e la Francia mostrò di riprovarla, ritirando da Torino il suo ambasciatore. Sola l’Inghilterra assentì. Se non che non c’era, a quel punto, prudenza che nell’essere audaci: il Conte previde, che nelle Potenze o avverse o freddamente amiche lo sbalordimento sarebbe stato più grande che l’ira; e però non si sarebbe venuto, da nessuna parte, ai fatti d’impedire con altre armi il progresso dell’armi italiane negli Stati del Papa.

Un appiglio diplomatico all’invasione trovò nell’esercito Pontificio, composto della peggior feccia d’Europa, che il Papa aveva raccolta a tutela sua e a danno dei popoli; ed in un memorandum, presentato a tutti i governi di Europa, chiarì quali interessi nazionali e legittimi necessitassero quell’apparente violazione di diritto; e come a tutti gli Stati monarchici dovesse importare e piacere, che quegl’interessi fossero soddisfatti piuttosto coi mezzi ordinati dal governo regio, che non con le forze scompigliate e scompigliatrici della rivoluzione.

Come i fatti rispondessero a’ desideri, non serve qui il dire. La battaglia di Castelfidardo e la presa d’Ancona aumentarono l’ardore e la riputazione dell’esercito e restaurarono il credito del governo. Ma non s’era a termine dell’impresa; restava il regno Napoletano, nel quale bisognava, che, senza guerra civile, la crisi si risolvesse.

Nell’intervallo di tempo che scorse dall’11 settembre al 29, giorno nel quale Ancona cedette, le cose nel Regno s’erano ingarbugliate di molto. La facilità di liberarlo da’ Borboni era parsa a principio grandissima; da Reggio a Capua era bastato a Garibaldi marciare. Tutto fuggiva davanti a lui e gli applaudiva d’intorno, ma intanto ogni ordine di amministrazione si scompigliava: il governo, fra le opposte voglie che lo dilaniavano, non riusciva a costituirsi: e l’indirizzo di quegli i quali parevano avervi più influenza, si mostrava palesemente avverso all’indirizzo seguito dal ministero nell’Alta Italia. D’altra parte, Francesco II aveva raccapezzato un esercito sul Volturno, intorno a cui si accozzavano i soldati, molto improvvidamente lasciati liberi di tornare a casa. I volontarî, valorosissimi sul campo di battaglia, non erano in grado di espugnare le due fortezze di Capua e di Gaeta, sulle quali quell’esercito si appoggiava; cosicchè la lotta, al contrario di ciò che era parso dapprima, mostrava voler essere lunga e ostinata. Il 2 ottobre, tutta l’estrema bravura dei volontarî e del lor capitano non era stata soverchia a contenere l’impeto de’ Borbonici che tentarono di rompere le file e di marciar sopra Napoli. A notte tarda, ottocento bersaglieri, i quali erano a guardia della darsena a Napoli, furon chiamati a raggiungere attorno Capua l’esercito dei volontarî: il generale Garibaldi non gli credeva superflui ad assicurar la vittoria e diminuire l’ansia del dimani.

Come la portentosa e facile riuscita d’una impresa così sproporzionata, quale era stata quella tentata dal Garibaldi, aveva resa necessaria all’interno e possibile davanti alla diplomazia europea l’entrata dell’esercito regio nell’Umbria e nelle Marche, così la condizione interna delle province napoletane, e il ringagliardimento inaspettato della parte Borbonica fecero accogliere con minor ripugnanza alla parte politica, che circondava Garibaldi, l’entrata di quello stesso esercito vittorioso nelle province napoletane. Dico con minor ripugnanza, ma non volentieri; giacchè ogni cosa provò, che, se il Garibaldi non fosse stato, parecchi degli uomini, i quali volevan prevalere sul di lui animo e pretendevano dirigerlo, avrebbero, di certo, impedito per ogni via, che l’esercito e il governo del Re venissero a risolvere una quistione, che un esercito e un governo, rivoluzionarî, avevano creduto di poter disciogliere essi.

L’affetto del Garibaldi al Re, la rettitudine del suo animo, che non gli lasciava vedere senza sgomento la possibilità che i nemici comuni ridessero dei nostri dissidî, la condizione delle province napoletane, la sua stessa posizione avanti Capua, gli fecero desiderare ed annunciare con gioia la venuta del suo Re, e dei soldati che lo seguivano.

Questo nuovo passo il conte Cavour credette averlo a fare con maggiore solennità, che non era parso necessario per la invasione delle Marche e dell’Umbria. Perchè l’autorità del suo governo si rinfrancasse, convocò il Parlamento il 2 ottobre: e volle che giudicasse quale era stata la condotta sua, e deliberasse su quella ch’egli si proponeva di tenere.

Il suo proposito era chiaro e determinato. Egli non voleva, che, per poco tempo o per molto, si costituisse nell’Italia meridionale un governo che, sotto nome di Vittorio Emanuele, potesse operare da sè, e fuori d’ogni influenza del governo centrale e del Parlamento comune dell’altre province italiane: nè sopratutto, voleva, che questo governo venisse o restasse alle mani di persone, le quali o non professassero principî monarchici, ovvero, professandoli o credendo di professarli, compromettessero in tentativi soverchiamente temerari o in prove d’amministrazione, già dannate dall’esperienza dei popoli, la reputazione degli Italiani e il successo della loro liberazione.

L’assemblea s’associò alla sua politica; e l’11 ottobre fu votata una legge per la quale il governo era autorizzato «ad accettare e stabilire per reali decreti l’annessione allo Stato di quelle province dell’Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra monarchia Costituzionale».

Il 9 ottobre Re Vittorio Emanuele era già entrato nel Napoletano, annunciando all’Europa, che egli intendeva di assumere con mano ferma la direzione del moto nazionale, del quale era responsabile lui; e alle popolazioni napoletane, che veniva tra loro a raffermare l’ordine, far rispettare la volontà loro, e dar loro modo di manifestarla liberamente; veniva per iscongiurare il pericolo, che, all’ombra di una gloriosa popolarità, di una probità antica, tentasse di riannodarsi una fazione pronta a sacrificare il vicino trionfo nazionale alle chimere del suo ambizioso fanatismo.

Il voto presunto del Parlamento, e l’entrata prossima di Vittorio Emanuele risolsero il governo napoletano. Lunghi erano stati i suoi dubbi e i suoi interni dissensi; e c’importa di chiarirli con alcune poche parole, perchè si intenda non solo da quali cagioni quei dissidî nascessero, ma anche quali intoppi il conte Cavour si dovesse aspettare o trovare nel governo delle province meridionali d’Italia.

Vi è presso di noi non un partito, davvero, ma un’accozzaglia di varî e diversi residui di vecchi partiti, sia pullulati prima che in Italia ci fosse una tribuna parlamentare, sia durante i dieci anni di vita del Parlamento Subalpino; la quale non è tenuta insieme da altro vincolo, che dalla comune ripugnanza a vedere il conte Cavour ministro del Governo e capo del moto italiano. In alcuni di quegli i quali fanno parte di cotesta miscela di uomini e di pareri, l’ira contro la persona serve di fomite e di ragione all’ira contro l’indirizzo politico che la persona rappresenta; in altri, viceversa, è il concetto politico diverso, che ha fatto venire in astio il propugnatore più valido di un sistema che non si vorrebbe. Accade il primo caso in coloro che sono stati sbalzati dalle lotte parlamentari in cotesta unione; il secondo in coloro che vi sono stati gittati dagli oscuri intrighi e da’ passionati e confusi disegni delle sètte. Nè con questo io voglio dire che il conte Cavour non faccia nulla per meritarsi gli sdegni di alcuni; o che non si possa intender le cose in una maniera diversa dalla sua. Spiego soltanto un fatto, e ne noto i caratteri.

Giuseppe Garibaldi non appartiene nè agli uni nè agli altri, perchè lascia gli uni e gli altri troppo dietro di sè. Ma l’indole del suo animo così opposto, e la cessione di Nizza ne avevan fatto e ne fanno molto naturalmente un inimico non meramente politico, ma a volta personale del Conte. Egli si trovò, dunque, a servire, quasi all’insaputa sua, di centro a tutti cotesti altri nemici, dei quali la più parte non avevan di comune con lui che un dissenso, un dispetto od un disgusto. Disperati di potere scavalcare il Conte coi mezzi legali delle elezioni e dell’assemblea, dove non il pugno, ma il riso del loro avversario basta a schiacciarli, credettero di aver trovato nell’Italia meridionale un luogo adatto ed una leva sufficiente a scalzarlo. E ci si misero. Ma da soli non potevano. Se nell’Italia del mezzogiorno il nome del capitano risonava di più che non quello del ministro, giacchè in effetti quegli era stato, più che non questi, l’autore della trasformazione politica che vi era accaduta: cotesta maggiore popolarità non bastava di per sè sola a dar credito a’ nemici dell’uomo, in cui la coscienza pubblica riconosceva il felice autore d’una politica, da cui era resultata l’alleanza con la Francia, e con questa, la possibilità d’ogni altro mutamento avvenuto in Italia. Se non che in un paese, il quale aveva vissuto con una monarchia autonoma otto secoli, non poteva mancare un partito municipale; come, d’altra parte, la dinastia che ne era stata scacciata, non poteva non avervi lasciate alcune radici, e molti aderenti. Coloro, i quali avevano a disegno di servirsi delle forze morali raggruzzolatesi nell’Italia meridionale, per dissolvere le forze legali che reggevano nell’alta Italia il governo del Conte, trovavano, adunque, un naturale sussidio in cotesto partito municipale e nel Borbonico. Oltre di che, una buona parte di quegli avevano co’ municipali e co’ Borbonici un punto comune e questo era l’odio al Piemonte, la cui prevalenza nel presente moto era impossibile a negare come a cancellare; ora, di questa prevalenza avrebbero del pari fatto lor pro per infiammare la suscettibilità degli spiriti nel Napoletano, torcendo a male, ed invelenendo ciaschedun resultato dell’unione, a fine di farla parere una servitù ed una conquista.

Questi partiti, così concordanti, provarono ogni mezzo, prima per impedire che l’annessione si facesse, poi perchè si facesse in modo, che restassero al governo italiano legate le mani e tolta l’Italia in maniera conforme, e con le stesse norme di legalità costituzionale e di libertà ordinata. E avrebbero vinto, se il Garibaldi, il quale non è incerto e non si lascia sviare, se non sino a quando non si veda contrapposto un disegno che chiaramente contrasti col suo, non avesse inteso che ogni qualunque condizione, apposta all’unione, sarebbe stata un impedimento a venirne effettivamente a capo: e non si fosse, nella lealtà del suo animo, persuaso che poichè il Parlamento avrebbe di certo votato che l’annessione s’avesse ad accogliere senza condizione, una risoluzione contraria del governo Napoletano avrebbe senza riparo scissa e lacerata l’Italia; e poichè Vittorio Emanuele s’apparecchiava a entrare nel Regno, e’ non si poteva tardare a lasciare esprimere a’ regnicoli la volontà loro, non si poteva più, a proclamare il Re, aspettare che fosse in Roma il Dittatore.

I popoli del Napoletano e del Siciliano furono, dunque, chiamati l’8 ottobre a votare il 21 per l’Italia una ed indivisibile — due parole lasciate nella formola, a memoria, consolazione ed indizio dei partiti ripugnanti al plebiscito, le quali dovevano loro servire e servirono a contrastarne gli effetti poi. — Un decreto che il prodittatore di Sicilia aveva promulgato, il 5, per la convocazione di un’assemblea ordinata a preparare il voto del popolo, rimase vuoto di effetto. Cotesti due decreti, raffrontati insieme, indicano in quale indirizzo era trascinato il Dittatore dagli amici suoi; e quale poi fosse quello, in cui la calma e potente iniziativa del Conte l’inducesse a mettersi. Il Cavour e il Garibaldi provarono, quella volta, come, uniti da uno stesso fine, sanno servirsi a vicenda, appunto perchè restano avversarî, nè l’uno cede all’altro. Se il conte Cavour si fosse arrestato avanti alla baldanza popolana del Garibaldi, avrebbe perso lui e l’Italia.

IV.

Così, mercè l’abile e coraggiosa politica del Conte, ogni pericolo di audacie soverchie e di contrasti di governo, cessò nell’Italia meridionale. Vittorio Emanuele, come faceva già di nome, cominciò a regnare di fatto da Susa a capo Peloro.

Quegli i quali avevano a reggere, più o meno immediatamente, così largo tratto di paese, non trovavano opera molto facile a compiere. L’Italia meridionale era scompigliata tutta. I vincoli dell’amministrazione che legavano le province alla capitale disciolti. La smania di profittare a beneficio proprio del disordine pubblico, suscitata ed eccitata in tutti. In ogni comune, venuti su tiranneggiando, sotto le forme di sindaco, o di capitano, i più audaci od i più ladri. I governatori, lasciati a se medesimi, e, — per le solite ubbie dei rivoluzionarî, i quali credono, che la forza sia nel non aver freni —, forniti di poteri illimitati, avevano sciolte le magistrature, e nominati magistrati nuovi, ed introdotte persone che aderissero a loro, o che fossero riputate di sentimenti italiani in ogni amministrazione, scacciando chi ci era prima. Nè si vuol fare loro rimprovero di ciò; sprovvisti di forze, avevan pure a cercarne una nelle aderenze e nei favori; e d’altra parte, la riputazione degli impiegati borbonici era tale, che il molto maggior numero non si credeva potesse essere rispettato. Il governo napoletano centrale, il cui potere era illimitato come quello de’ governatori, nominava ancor esso a que’ posti che nelle provincie credeva che vacassero o che potessero vacare; nè dimetteva sempre chi già n’era in possesso; cosicchè in molti casi era accaduto, che parecchi affacciassero eguali diritti di usufruire un salario, che si pagava, per amor di pace, a tutti, esentandoli, a un tempo, tutti dal compierne gli uffici. In questo garbuglio, ogni funzione pubblica era stata interrotta od intermessa; i tribunali chiusi o silenziosi; la sicurezza pubblica svanita; la violenza, sotto nome di amor patrio, impunita: gli onesti cittadini — quegli i quali domandano al governo la tutela della lor vita, e la facoltà di attendere alle loro faccende — sbalorditi e paurosi.

A questo scompiglio s’aggiungeva la inimicizia di una gran parte del clero, nel quale non tutti erano nemici d’Italia e di libertà, ma tutti temevano gli effetti dei principî che s’annunciavano con la confisca delle mense vescovili e in alcuni discorsi, non prudenti, del Dittatore. Le plebi — sopra le quali, quanto più ignoranti, tanto maggiore influenza esercitano i preti — insospettite, sopratutto nelle campagne, dove la magìa del nome di Garibaldi non era giunta.

Le finanze esaurite. In Sicilia, aumentati gli oneri del bilancio, n’erano stati diminuiti, per ingraziarsi le plebi, più della metà i proventi. In Napoli non s’era davvero fatto altrettanto; ma le entrate, d’altra parte, erano diventate affatto disuguali agli esiti. Il sale s’era venduto per un pezzo, come se privativa non ci fosse stata mai. Le dogane, parte per il contrabbando aumentato e le tariffe diminuite, parte per lo scompiglio insinuatosi negli uffici, poco meno che ridotte a nulla. Le spese, oramai, per dirlo in una parola, riuscivano sette volte maggiori che non gli introiti; dei quali rimaneva intatta sola la fondiaria, che i proprietari, per l’antica abitudine, non tralasciavano di pagare. Il governo del Re, insomma, non ritrovava nel tesoro che 109.204 ducati; ed aveva in breve tempo a saldare l’enorme arretrato del governo della dittatura, a pagare il semestre di rendita napoletana, a far fronte a’ salari moltiplicati, a dare i compensi promessi, e, per sopraggiunta, a fornire di sei mesi di soldo anticipati tutti i soldati e gli ufficiali dell’esercito meridionale, che si volle dissolvere.

Ma il maggior male era nelle capitali stesse; in queste tutti i malumori, diffusi per le provincie, prorompevano. Lì, la massa dei petenti gorgogliava: lì, le voglie indecenti si nascondevano a vicenda per esser troppe; lì, chi temeva di perdere e chi voleva acquistare — ed eran tutti — s’affollava e s’urtava. In questa miscela di interessi, di voglie, di smanie, i partiti gavazzavano e lavoravano. Ed i partiti eran tutti nemici; giacchè si componevano o di gente nemica a monarchia, e sopratutto al ministero che risedeva a Torino, ovvero di gente nemica a Casa Savoia e ripugnante all’unità italiana. In Napoli poi, i partiti trovavano il loro maggiore sussidio in una genìa violenta e procacciante, a cui su’ principî del governo costituzionale di Francesco II era stata data la polizia nelle mani; e che adoperava l’influenza e il potere che gliene veniva, a commettere quei delitti che avrebbe dovuto sorvegliare; esigeva a suo profitto i dazi, tiranneggiava i venditori; e teneva più alto che le leggi naturali del commercio non richiedessero, il prezzo delle derrate. Questa genìa, numerosa ed organizzata fortemente, aveva cooperato a gittar giù il governo Borbonico, dalla cui polizia era frenata e vessata; ma temeva la venuta d’ogni qualunque regolare governo, giacchè da nessuno presumeva potersi aspettare indulgenza.

Il governo del Re aveva a intendere questa natura di cose; e prendere un sistema sicuro e certo per venire a capo di stabilirsi. Aveva difficoltà sue proprie. In quel subbuglio scompigliato, il nome del Garibaldi, la cui purezza e lealtà d’animo non era quistionata mai, e i cui meriti verso le provincie meridionali non si potevano esagerare, era il solo che avesse potenza e raccogliesse attorno a sè credito e forza. Ora, al governo del Re il Garibaldi non era benevolo, e l’ostilità sua si riconobbe alle inattese e non concesse richieste, e alla subitanea partenza; al che s’aggiungeva, che il nuovo governo aveva necessariamente a trovarsi combattuto da tutti i municipali di qualunque sfumatura fossero, da tutti i repubblicani, e da tutti quelli, che un governo ha inimici, perchè nel governo hanno freno.

A cotesta opera difficilissima, che gli era commessa, il governo del Re davvero si mise con molto maggiore precipitazione che consiglio. Vi ha, del resto, una impazienza naturale nella mente del conte Cavour; per la quale è disposto o a negligere o a disprezzare le complicazioni interne, persuadendosi d’averle a risolvere col volarci di sopra piuttosto che col farcisi incontro. Curando poco come e da chi si governasse nelle provincie napoletane, nè sperando che i mali che vi erano, si potessero con successo curare con una diligenza assidua e minuta, presuppose, che nello sviluppo successivo e felice della rigenerazione italiana s’avesse solo a fidare per venirne a capo.

Così, non si schivò di aumentare a principio i semi di disordine che già erano troppi. Era, di certo, necessario che l’esercito meridionale si sciogliesse: giacchè per la natura di quelli che lo componevano e la qualità della sua organizzazione, non c’era modo, che stesse insieme. Ma era, di certo, imprudentissimo di scioglierlo nelle stesse provincie meridionali, nelle quali i tenaci dispetti di volontarî, che si presumevano offesi nei loro diritti e nei loro amori, si sarebbero aggiunti a’ malumori d’ogni sorta che pullulavano da ogni parte. Nè bastò. Alla dissoluzione dell’esercito meridionale si aggiunse quella del Borbonico, già principiata dal Garibaldi, e continuata poi a mano a mano con peggiore successo: giacchè anche questi soldati avevano i loro dispetti non meno tenaci, i loro affetti non meno contrastati.

Contro a tanti nemici, che trovava e che creava, il governo non aveva che un amico; ma questo non si sarebbe fatto vivo ed efficace, se non quando il governo si fosse mostrato in grado e volonteroso di stendergli la mano, e di non ritirargliela. Amica non gli poteva essere se non tutta la parte del paese, che, estranea a tutte le cocenti ire e le accanite battaglie de’ partiti, voleva bensì l’unità d’Italia, ma la voleva sopratutto come mezzo e speranza di più sicura giustizia, di prosperità maggiore, di moralità più severa. Questa parte voleva l’unificazione effettiva del regno mediante la conformità delle leggi e degli ordini amministrativi; la magistratura, le amministrazioni civili e di polizia, con metodi sicuri, purificate. Se non che in Napoli, come in ogni paese, e sopratutto in paesi nuovi, questa parte non ha forza, se non quanta il governo gliene sa dare; e tanto più n’acquista, quanto più la sua fiducia nel governo aumenta; e tanto più la fiducia migliora, quanto più veda il governo adatto a reggersi nelle sue vie, e a far fronte a’ partiti che non ne accettano i principî o ne minano le fondamenta.

Il conte Cavour, dopo aver mostrato ch’egli volesse ciò, fattosi aggirare da alcuni e stordire da altri, retrocedette non a proposito; acconsentì che il Farini, messo dal Re a luogotenente, si ritirasse; tolse il credito e l’autorità di mano a quegli i quali consentivano con lui, ed avevano a nemici tutti i nemici suoi: ed impedendo, che portassero a compimento un’opera già avviata, difficilissima per sè, e per le difficoltà aggiuntevi dal governo stesso centrale, commise a persone, legate d’affetto o di promesse co’ partiti anarchici o municipali, il governo delle provincie napolitane. Così, mostrando come di riconoscere coi fatti, che il governo del Re non avesse un suo partito in Napoli, anzi, non potesse neanche sperare di riuscire a formarlo, giacchè si dava in mano a nemici, tolse ogni prestigio a quello e a se medesimo. E permise che si consumassero due mesi, dalla fine della luogotenenza Farini all’apertura del Parlamento, a fare e disfare in quella parte d’Italia, che aveva appunto bisogno d’un indirizzo più sicuro e più pronto. I partiti avversi, vedendo cedere davanti a sè, avanzarono; ed aiutati dalla cooperazione consapevole o inconsapevole di alcuni di quegli, i quali governavano nell’ex-Regno a nome del Re e dell’unità italiana, e col beneplacito del governo centrale, cercarono di sviluppare tutti quei germi, dalla cui crescita potesse venire un ulteriore impedimento alla unità governativa dell’Italia.

Questi danni furono diminuiti dall’opposizione fatta a ciò che pareva procedere dal conte di Cavour, dagli amici suoi stessi; e dall’essersi pure in questo nuovo governo locale dovute lasciare persone che rappresentando l’indirizzo del governo antecedente, dissentivano da quello che pareva predominasse nel nuovo.

Certo, la colpa principale non fu del Conte stesso; ma bensì di coloro, i quali lo consigliarono. Come, d’altra parte, si deve, di certo, credere, ch’egli non avrebbe consentito, se non avesse creduto, che a’ danni, che sarebbero potuti prevenire dalla mutazione fatta nel governo, si sarebbe posto facilmente rimedio dopo la presa prossima di Gaeta, di Messina e di Civitella, quando il governo centrale avrebbe avuto maggiori mezzi e forze di vincere i contrasti.

Se non che Gaeta, stante l’ambigua politica della Francia, tenne saldo più che non si sarebbe potuto credere; e Francesco II mostrò all’ultima ora una maggiore pervicacia, che gli si avrebbe supposto, mostrando di non aver dimenticate le antiche arti della sua dinastia, così fiacca e cedevole nelle resistenze oneste, come vigorosa e tenace nelle reazioni perfide. Oltre a che, si aveva a prevedere, che, Gaeta caduta, se le forze ed il credito del governo si sarebbero accresciuti da un lato, uno dei partiti avversi — il più vivace forse — si sarebbe tenuto più libero e più sicuro nell’affrontarlo; ed intorno a questo, i Borbonici che, col licenziamento dell’esercito, ingrossavano nelle provincie, ci sarebbero aggruppati e raccolti.

Oggi, il governo del Re non si trova, nell’opera che aveva a compiere nelle provincie napoletane, più avanti di quello che fosse l’11 novembre dell’anno scorso; e certo molto meno che non era il 15 gennaio di quest’anno. Dall’apertura del Parlamento in poi, l’avviamento è migliore, stante il congedo dato ad alcuni, e le competenze dei governi locali ristrette; ma ancora la condizione della provincie napolitane resta uno dei più gravi pensieri e delle difficoltà le più serie, che deve ancor vincere il governo del Conte.

V.

La turbata condizione dell’Italia meridionale non è di certo la sola delle difficoltà tra le quali oggi si dibatte il conte di Cavour; e neanche è la maggiore. Ma quello che dà intera e giusta fiducia che di tali difficoltà si debba pure, con lui a guida, poter venire a capo, è che nessuno n’ha più di lui chiara ed efficace cognizione; nessuno meglio di lui sente dove si debba vincere per discioglierle; nessuno si ritrae più destramente da una falsa via, per la quale si sia messo; nessuno, meno di lui, si spaventa di ciò che è incaglio passeggero e temporaneo; nessuno sa, quanto lui, distinguerlo da ciò che diventerebbe, non sopraffatto a tempo, un incaglio duraturo ed insormontabile.

Di certo, l’amministrazione interna non procede ordinata e spedita in nessuna delle province italiane; certo, in ogni sua parte ci ha molti errori, vecchi e nuovi, a riparare; certo — se non Garibaldi, il quale se, per l’indole sua stessa, non può diventare un sussidio ed un amico sicuro, pure per la lealtà del suo animo, si trarrà sempre indietro quando si vedrà lanciato per una via che menerebbe a discordia — un partito che si serve dell’aura popolare che circonda il suo nome, continuerà a spargere di triboli la via al governo; certo, il disavanzo delle finanze è pauroso, e costringe a chiedere a’ popoli che alla libertà sacrifichino, prima che l’abbiano de’ beneficî scoperta e sentita una Dea. Se non che l’indole stessa del conte di Cavour, in quella sua parte che può essere ragionevolmente censurata, lo pone in grado di nutrire ferma fiducia che l’amministrazione e le finanze si riordineranno quando il problema politico sarà risoluto affatto; ed a risolverlo la pressione stessa che gli fa Garibaldi con la parte più sana del suo partito, gli giova.

Cotesto problema — il conte Cavour sa, e l’ha detto al Parlamento e all’Europa — non può essere risoluto che a un patto solo; che Roma sia capitale d’Italia, e Venezia sia tolta all’Austria.

Il conte Cavour non tralascerà — possiamo arguirlo dal passato — nessuna occasione che gli dia modo di entrare in Venezia e in Roma. Alla sua maniera, non è deliberato sui mezzi, nè vuole o può indovinare di dove e come debba venire la salvezza. Ma su di ciò è compiutamente deliberato: che l’Italia ha a tenersi, per terra e per mare, pronta ad ogni occasione; e ci si prepara; chè l’Italia, nelle condizioni attuali degli spiriti in Europa, non può principiare la guerra contro l’Austria, e commettere essa l’errore che l’Austria ha commesso l’anno prima; che l’alleanza colla Francia non si può nè deve rompere, e perciò a Roma non ci si può andare se non d’accordo con l’Imperatore dei Francesi; e da ultimo, che gl’Italiani debbono tentare ogni modo di provare all’Europa che, risoluti come sono di formarsi in uno Stato solo, non rinunceranno a Roma mai, ma però avranno, nell’occuparla, principal cura di garantire l’indipendenza del pontificato e del potere religioso; nè rinunceranno mai a Venezia, che chiama, giacchè non potrebbero rinunciare ad una terra italiana in cui gli Austriaci provano, ogni giorno più, di non sapere e di non poter governare.

Queste sue convinzioni il conte Cavour espose molto nettamente nel suo discorso detto nella tornata dell’11 ottobre dell’anno prima:

«La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico.

«Ma forse questa risposta non appagherà pienamente l’onorevole interpellante, il quale chiedeva quali sarebbero i mezzi per raggiungere questo scopo. Io potrei dire: risponderò, se voi prima mi direte in quali condizioni saranno fra sei mesi l’Italia e l’Europa; ma se voi non mi sommistrate questi dati, questi termini del problema, io temo che nè io, nè nessuno de’ matematici della diplomazia potrà riuscire a trovare l’incognita da voi cercata.

«Tuttavia, o signori, se non i mezzi speciali, posso indicarvi, e non esito a farlo, quali, a parer mio, debbano essere le grandi cause che ci faranno raggiungere questa mèta.

«Affermai, e vi ripeto, che il problema di Roma non può, a mio avviso, essere sciolto colla sola spada; la spada è necessaria, lo fu e lo sarà ancora per impedire che elementi eterogenei vengano a frammettersi nella soluzione di questa questione; ma, o signori, il problema di Roma non deve essere sciolto colla spada sola; le forze morali debbono concorrere al suo scioglimento; e quali sono queste forze morali, sulle quali si dovrà fare assegnamento?

«Io qui invado un poco il terreno della filosofia e della storia; ma pure, essendo stato tratto in questo campo, dirò tutta intera la mia opinione.

«Io credo che la soluzione della quistione romana debba essere prodotta dalla convinzione che andrà sempre più crescendo nella società moderna, ed anche nella grande società cattolica, essere la libertà altamente favorevole allo sviluppo del vero sentimento religioso.

«Io porto ferma opinione che questa verità trionferà fra poco. Noi l’abbiamo già vista riconoscere anche dai più appassionati sostenitori delle idee cattoliche; noi abbiamo veduto un illustre scrittore, in un lucido intervallo, dimostrare all’Europa, con un libro che ha menato gran rumore, che la libertà era stata molto utile al ridestamento dello spirito religioso.

«Ma, o signori, a conferma di questa verità non è mestieri per noi di andare in traccia di esempi all’estero; ce ne somministra il nostro stesso paese; giacchè, o signori, non esito ad affermare che il regime liberale, che esiste in questa contrada subalpina da 12 anni, è altamente favorevole allo sviluppo del sentimento religioso. Io credo di poter richiamare che in oggi vi è più viva, più sincera religione in Piemonte che non ve ne fosse 12 anni or sono; io credo di non errare affermando che, se il clero ha forse minori privilegi, se il numero dei frati è di gran lunga scemato, la vera religione ha molto più impero sugli animi dei cittadini che al tempo in cui il blandire una certa frazione del clero, o l’ipocrito frequentare delle chiese facevano salire agl’impieghi ed [32] agli onori.

«Quelli fra voi che non appartengono a queste contrade, possono, uscendo da questo recinto, riconoscere la verità di quanto affermo. Ciò vi sarà pure confermato da tutti i venerabili pastori di questa capitale, quantunque a questa città non sia toccata la sorte di avere a capo della sua diocesi un pastore illuminato, come ne esistono in città poco da noi distanti, i quali seppero conciliare i dettami della libertà coi canoni della religione.

«Quando quest’opinione sarà accolta generalmente, o signori, e non tarderà ad esserlo (la condotta stessa del nostro esercito, il contegno del nostro magnanimo Principe tenderanno a confermarlo), quando questa opinione avrà acquistata forza nell’animo degli altri popoli, e sarà radicata nel cuore delle società moderne, noi non dubitiamo di affermare che la gran maggioranza dei cattolici illuminati e sinceri riconoscerà che il Pontefice augusto che sta a capo della nostra religione, può esercitare in modo molto più libero, molto più indipendente il suo sublime ufficio, custodito dall’amore, dal rispetto di ventidue milioni d’Italiani, che difeso da venticinquemila baionette.

«Vengo alla Venezia.

«Per quanto sia intenso l’affetto che noi tutti portiamo per questa illustre martire, noi tutti, credo, riconosciamo che non si potrebbe in ora rompere la guerra con l’Austria.

«Non si può, perchè non siamo ordinati; non si può, perchè l’Europa non lo vuole. Io so che quest’obbiezione non sarà forse ritenuta buona da alcuni oratori che credono si debba tener poco conto dell’opposizione delle altre potenze; tuttavia, o signori, io mi credo in dovere di respingere questa opinione e di far osservare come fu sempre dannoso pei principi e pei popoli il non voler tener conto dell’opposizione delle grandi nazioni.

«Noi abbiamo avuto esempi di catastrofi immense dovute a questa mancanza di rispetto ai sentimenti delle altre nazioni. Sul principio di questo secolo, il più illustre guerriero dei tempi moderni pose in non cale l’opinione dei popoli d’Europa, e, malgrado il suo genio straordinario e le sue infinite risorse, cadde dopo alcuni anni di regno, e cadde miseramente, per non più risorgere, sotto gli sforzi riuniti dell’Europa.

«In tempi più vicini a noi un altro imperatore, che contava pur esso i suoi soldati a centinaia di migliaia, e soldati che per valore sono a nessuno secondi, quest’imperatore non volle farsi consapevole dell’opinione delle altre potenze, e credette di poter sciogliere a sua volontà la sua vertenza coll’impero ottomano. Ebbene, questo gran potentato non tardò a dover pentirsi ed a pentirsi amaramente di non aver tenuto conto degli interessi e dell’opinione del resto d’Europa. Sarebbe a temersi che simile cosa accadesse a noi se, fidando unicamente nel nostro diritto e nei nostri mezzi, non volessimo assolutamente avere in alcuna considerazione i consigli dell’Europa.

«Ma, o signori, si domanda: come allora sciogliere la questione della Venezia? In un modo semplicissimo: facendo cambiare l’opinione dell’Europa.

«E si chiederà: ma come? L’opinione dell’Europa cambierà, perchè, l’opposizione che ora si incontra non esiste solo nei Governi, ma anche, bisogna pur dirlo, in una gran parte delle popolazioni eziandio liberali d’Europa. Tale opposizione all’impresa della liberazione della Venezia proviene da due cose: la prima è il dubbio in cui versa l’Europa sulla nostra abilità a costituirci in nazione forte ed indipendente; è il non avere essa una giusta idea dei mezzi di cui noi possiamo disporre; è la convinzione che noi saremmo impotenti a compiere da soli sì grande e generosa impresa. Questa opinione sta in noi di rettificarla; ordiniamoci, dimostriamo che non esiste tra noi alcun germe fatale di discordia e di disunione; costituiamo uno Stato forte che possa non solo disporre di un esercito formidabile e di una squadra ragguardevole, ma che riposi sul consenso unanime delle popolazioni; ed allora l’opinione dell’Europa si modificherà e l’illumineranno e modificheranno del pari quei liberali dell’Europa che sono restii o perplessi circa l’emancipazione di quella infelice e nobile parte d’Italia.

«Rimane poi ancora, è vero, nella mente di taluno, l’idea che è possibile di riconciliare i popoli di questa provincia al dominio austriaco: questa idea si va però dileguando; la Venezia non può essere riconciliata coll’impero austriaco; non vi è concessione, non vi è favore, non vi è tentativo d’accordi che possa ricondurre i Veneti a rinunciare alle aspirazioni che li spingono verso la gran famiglia italiana. E se ciò era vero pel passato, sarà sempre più vero ora, lo sarà maggiormente nell’avvenire; poichè, o signori, il mondo morale è sottoposto a leggi analoghe a quelle del mondo fisico; l’attrazione sta in ragione delle masse; e quanto più l’Italia è forte e compatta, e tanto più l’attrazione che essa esercita sulla Venezia sarà potente e irresistibile!

«Del resto, o signori, questa verità è già stata riconosciuta e quasi proclamata dal Governo di Vienna stesso.

«A Villafranca l’imperatore d’Austria, io non lo pongo in dubbio, aveva il sincero desiderio d’introdurre nel Veneto un sistema di conciliazione, di vedere se con favori poteva riunire moralmente quella provincia all’impero. Lo tentò per qualche tempo, ma non tardò a riconoscere che egli seguiva una falsa via, e ritornò al sistema della compressione; ed io di ciò non voglio qui muovere rimprovero: ammesso che l’impero intenda conservare la Venezia, una fatalità irresistibile lo strascina a mantenere il sistema di compressione e di rigore».

Queste sue persuasioni, il Cavour manifestò da capo e chiarì ne’ splendidi discorsi detti il 25 marzo di questo anno nell’Assemblea dei Deputati, e il 5 aprile nel Senato; quando, nella prima, dal deputato Audinot, nella seconda dal deputato Vacca, fu interpellato, lui provocante, sulla questione romana. Anzi volle che le due Assemblee dichiarassero, come Roma debba essere la capitale d’Italia, e come a Roma gl’Italiani debbano andare d’accordo con la Francia, e garantendo la libertà della Chiesa e del Pontefice; cosicchè l’entrata degl’Italiani nell’eterna città debba essere il principio di un nuovo diritto ecclesiastico, per il quale, rotti i ceppi che mal legavano sin oggi la Chiesa e lo Stato, l’una e l’altro liberi si muovano nel giro della loro azione rispettiva e della loro influenza legittima, senza reciproci impedimenti ed usurpazioni.

L’Europa rimase maravigliata dell’ardito concetto dell’uomo di Stato italiano, e della fiducia colla quale l’annunciava all’Europa; e la maraviglia era ed è accompagnata dall’aspettazione, giacchè quelle parole eran dette ad un Parlamento che per la prima volta si raccoglieva, di tutta Italia, eletto da popolazioni, nelle quali sinora l’ardore della speranza s’era saputo contemperare colla salda pazienza dell’attendere calmo e sicuro; ed eran dette da uno, alla cui politica, ora audace, ora prudente, ora abile e scaltra, ora schietta ed aperta, ora provocante, ora aspettatrice, si deve principalmente che un regno di cinque milioni sia diventato di ventidue, e che Vittorio Emanuele, il 14 marzo, sia stato proclamato Re d’Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione.

Chi, guardando al passato, può diffidare dell’avvenire?

FINE.

Note

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[1] Il Bonghi scriveva la biografia del conte di Cavour nella primavera del 1860, un anno prima della morte del grande ministro (vedi al cap. X).

[2] Sur l’état actuel de l’Irlande, pag. 38.

[3] «Des idées communistes et des moyens d’en combattre le développement».

«Sur l’état actuel de l’Irlande et sur son avenir».

«Des chemins de fer en Italie».

«Dell’influenza che la nuova politica commerciale inglese deve esercitare sul mondo economico e sull’Italia in particolare».

«Sulla poca convenienza di stabilire poderi-modelli in Piemonte».

[4] Œuvre[s] politiques, pag. 14. (Nel testo di riferimento manca la /s/ di /Oeuvre/; evidente errore del proto (ndr)

[5] Nel testo di riferimento abbiamo: d'un'edificio; evidente errore del proto (ndr)

[6] Tornata della Camera dei Deputati del 17 gennaio 1851. «E pure», egli aggiungeva tra le risa della Camera, «io non ero un gran rivoluzionario».

[7] Brofferio: I miei tempi, p. III, cap. II, pag. 146. Lo scrittore non si accorse che quel germe di democrazia, nato, secondo egli dice, nella selva della più sublime aristocrazia, scombussola e annulla parecchie delle sue pagine e de’ suoi discorsi.

[8] Nel testo di riferimento abbiamo: /E:/; evidente errore del proto (ndr)

[9] Risorgimento, 4 febbraio 1848.

[10] Discorso della Corona: apertura del Parlamento del 1° maggio 1848.

[11] Risorgimento, 27 maggio 1848.

[12] Risorgimento, 4 febbraio 1848.

[13] Queste profetiche parole furono stampate nel Risorgimento, il 16 novembre 1848.

[14] Risorgimento, 16 novembre 1848.

[15] L’8 aprile 1852.

[16] Brofferio: I miei tempi, 2, p. 54.

[17] Tornata del 4 luglio.

[18] Tornata del 23.

[19] «Pier Dionigi Pinelli e i suoi consorti ebbero l’obbligo che la loro infelice agonia si prolungasse, specialmente a Camillo di Cavour, che a voce e a stampa con ardore incredibile si travagliava a dar credito di perizia a uomini chiari inettissimi, ecc.». Gioberti, Rinnov. vol. I, pag. 249.

[20] Il Messaggere.

[21] La Concordia, 7 ottobre 1848.

[22] Brofferio; I miei tempi, pag. 22.

[23] Tornata del 28 novembre 1848.

[24] Nel giorno dopo il Brofferio rispose al Cavour con la sua solita facondia di parole, alla quale si può del pari dare e negare il nome di eloquenza, secondo il significato che altri preferisce di assegnare al vocabolo. Il Cavour, non essendogli stato concesso di rispondere, stampò nel Risorgimento il discorso che aveva in mente di recitare. Ne riportiamo alcuni brani.

«Nell’esordire del suo discorso, il deputato Brofferio, rispondendo a quanto io aveva detto intorno all’impiego dei mezzi rivoluzionarî da lui di continuo consigliati, accusa le mie opinioni di essere, se non retrograde, per lo meno ultra-moderate. A dir vero questo rimprovero a primo tratto mi colpì dolorosamente. Ma quando poi, nello svolgere della sua orazione, io potei percepire chiaramente la significazione che egli dava alle parole moderato e retrogrado, esso cessò dal farmi provare alcuna amarezza.

«Infatti, io sentii l’onorevole oratore, parlando delle cose di Francia, dichiarare ultra-conservatrice e retrograda l’immensa maggioranza dell’Assemblea nazionale, che respinge energicamente ogni tentativo d’introdurre nella nuova costituzione repubblicana il principio della progressività delle imposte. Lo sentii di più trattare il generale Cavaignac non solo qual retrogrado, ma quale reazionario furibondo. In confronto di tali opinioni professate sopra antichi repubblicani, sopra veterani della causa liberale; in confronto di sì grave giudizio portato su di un generale illustre, che è il più puro, il più virtuoso dei campioni che vanti la democrazia francese, il venerabile Dupont de l’Eure proponeva, or son pochi giorni, di dichiarare, in mezzo agli unanimi applausi dell’Assemblea nazionale, come avente ben meritato della patria, in verità io ho trovato non che severe, ma soverchiamente indulgenti le parole usate dall’avvocato Brofferio, e ho riconosciuto dovere alla squisita cortesia che lo distingue, l’avermi egli chiamato solo ultramoderato e il non aver impiegata la parola di retrogrado o quella più volgare, ma più espressiva, di codino».

E siccome l’avvocato Brofferio aveva fatto menzione di molti frati, i quali avevangli dato attestato di grande fiducia, il conte di Cavour, con quel fare ironico che è tutto suo, avvertiva così: «Mi permetta anzitutto l’onorevole deputato di porgergli le mie felicitazioni su queste nuove amicizie e clientele. Io considero la riconciliazione assoluta degli ordini religiosi con lo spiritoso e mordace direttore del Messaggere come una prova del possibile ravvicinamento delle opinioni estreme; e ciò desta quindi in me la speranza di vedere sparire un giorno la profonda divergenza di opinioni che mi separa dal formidabile mio avversario, sostenuto con pari zelo e dai circoli politici e dai conventi frateschi».

[25] Con queste parole presentato dalla Concordia del 23 gennaio 1849: «Il nome di Pansoya suonerà agli elettori ben più simpatico del nome di quell’economista che fece l’apologia della mediazione e del prestito Revel. Lo spauracchio del comunismo, che il conte di Cavour inalbera di tratti in tratto, lo fa parere un economista terribile, mentre in fatti non può la sua dottrina economica essere così peregrina, dacchè fa egli del comunismo e della democrazia quasi una cosa sola, ecc.».

[26] Risorgimento, 13 marzo 1859.

[27] Nel testo di riferimento abbiamo: /Ratazzi/; evidente errore del proto (ndr)

[28] Chiala: Une page de gouvernement représentatif en Piémont, pag. 187.

[29] Nel testo di riferimento abbiamo: /un'ulteriore; evidente errore del proto (ndr)

[30] Nel testo di riferimento abbiamo: /de/; evidente errore del proto (ndr)

[31] Nel testo di riferimento abbiamo: /Sicilia/; evidente errore del proto (ndr)

[32] Nel testo di riferimento abbiamo: /ad/; evidente errore del proto (ndr)

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Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2011