Giovanni Boccaccio

Comedia delle ninfe fiorentine

Edizione di riferimento:

Giovanni Boccaccio, Comedia delle ninfe fiorentine: Ameto, a cura di Quaglio, Antonio Enzo, Sansoni, Firenze 1963

Giovanni Boccaccio, Tutte le opere, a cura di Giorgio Padoan e Vittore Branca, Mondadori, Milano 1994

Qui comincia la Comedia delle ninfe fiorentine.

[I]

Però che gli accidenti varii, gli straboccamenti contrarii, gli exaltamenti non stabili di fortuna in continui momenti e in diversi disii l’anime vaghe de’ viventi rivolgono, adiviene che altri le sanguinose battaglie, alcuni le candidate vittorie e chi le paci togate e tali gli amorosi avvenimenti d’udire si dilettano. Molti gli affannosi pericoli di Cirro, di Persio, di Creso e d’altri ascoltano, acciò che, per quelli non sentendosi primi né soli, le proprie angosce mitighino trapassando. Altri, con più superbo intendimento ne’ beni amplissimi fortunali, le inestimabili imprese di Serse, le ricchezze di Dario, le liberalità d’Alexandro e di Cesare i prosperi avvenimenti con continua lettura sentendo, acciò che di più alto luogo caggiano, l’umili cose schifando, all’alte di salir s’argomentano. E alcuni sono che, dal biforme figliuolo feriti di Citerea, chi per conforto e qual per diletto cercando gli antichi amori, un’altra volta col concupiscevole cuore transfugano Elena, raccendono Didone, con Isifile piangono e ingannano con sollicita cura Medea. Ma però che il piangere accompagnato non rilieva il caduto, né gli si può per indugio tor tempo, né le memorie delle felicità passate gli exaltati sostengono, ma bene i passati amori leggendo con più piacere i nuovi raccendono, adunque, ad Amore solo con debita contemplazione seguitare, in una ho raccolte le sparte cure, i cui effetti se con discreta mente saranno pensati, non troverrò chi biasimi quel ch’io lodo. Questi, che le divine saette tempera nell’acque di Citera, pietoso de’ suoi suggetti, sospiri a quelli di Rainusia contrarii tira de’ caldi petti; però che, sì come quelli da sollicitudine avversa, così da disiata e sperata letizia insieme procedon questi; e, come gli altri d’accidiosa freddezza, così i suoi d’amorosa caldezza son testimonii. Questi, del ben vivere umano maestro e regola, purga di negligenzia, di viltà, di durezza e d’avarizia li cuori de’ suoi seguaci; e loro esperti, magnanimi e liberali e d’ogni piacevolezza dipinti rendendo con vigilante cura, se lui con diritto passo seguitando perseverano, a’ raggi della sua stella perduce con lieto fine; e i suoi exaltamenti, da umiltà regolata guidati, tolgono paura di cadere agli exaltati. Che più di costui, le molte lode in poche parole strignendo, diremo, se non che i suoi effetti tengono in moto continuo li piacevoli cieli, dando etterna legge alle stelle e ne’ viventi potenziata forza di bene operare? I quali, se uditi da Creso nel fuoco o da Cirro nel sangue o nella povertà da Codro o nelle tenebre da Edippo, piaceranno. E Marte, ascoltandoli, o darà all’arme quiete o più ferventi l’opererà ne’ bisogni; Pallade la dolcezza de’ suoi studi, i costui fatti sentendo, d’animo diventata maggiore, e quelli lascia alcuna volta; e Minerva robusta si fa mansueta intendendoli; e la fredda Diana ne ’ntiepidisce; e Appollo più focose porge le sue saette. Che più? I satiri, le ninfe, le driade e le naiade e qualunque altro semone, seguitandolo, se n’abelliscono, e udendoli piacciono a tutti. Adunque chi sarà colui che per altra sollecitudine ragionevolmente sotto sì alto duca dica non militare? Certo niuno; e se alcuno n’è, io non son esso. E se io il seguo, ché ’l séguito, sì come a lui e alla mia anima piace, per donna, alla quale simigliante formare la savia natura né l’arte industriosa posero le sante mani, non i triunfi di Marte, non le lascivie di Bacco, non l’abondanze di Cerere, ma del mio prencipe le vittorie mi si fa di cantare. Delle quali il cielo e la terra sono pieni; e ènne il numero tale che più tosto delle stelle e delle marine arene si prenderia che di quelle. Per che con voce convenevole al mio umele stato, sanza paura di riprensione, non poeta, ma piuttosto amante, quella, di cui io sono, aiutandomi, canterò. E lasciando quel tempo, come se stato non fosse, nel quale Amore, forse con non giusto parere, mi parve grave, acciò che a coloro che gravoso il sostengono, porga di bene speranza, e diletto a chi lieto possiede i cari beni, la graziosa vista de’ suoi tesori, a me indegno mostrati in terra, racconterò nel mio verso. E però chi ama, ascolti; degli altri non curo: la loro sollecitudine gli abbia tutti.

 [II]

Quella virtù che già l’ardito Orfeo

mosse a cercar le case di Plutone,

allor che forse lieta gli rendeo

la cercata Erudice a condizione

e dal suon vinto dell’arguto legno

e dalla nota della sua canzone,

per forza tira il mio debole ingegno

a cantar le tue lode, o Citerea,

insieme con le forze del tuo regno.

Dunque per l’alto cielo, ove se’ dêa,

per quella luce che più ti fa bella

ch’altra a cui Febo del suo lume dèa,

per lo tuo Marte, o graziosa stella,

per lo pietoso Enea e per colui

che figliuol fu di Mirra sua sorella,

cui più amasti nel mondo ch’altrui,

per la potenzia del tuo santo foco,

nel quale acceso sono e sempre fui;

se ti sia dato lungo e lieto loco

di dietro al Sol nell’umile animale,

ch’Europa ingannò con falso gioco,

metti nel petto mio la voce tale,

quale e’ sente il poter della tua forza,

sì che ’l mio dire al sentir sia equale,

e più adentro alquanto che la scorza

possa mostrar della tua deitate,

a che lo ’ngegno s’aguzza e si sforza.

E te, Cupido, per le tue dorate

saette priego, e per quella vittoria

che d’Appollo prendesti, e per l’amate

ninfe (s’alcuna mai di tanta gloria

vantar potessi ched ella piacesse

agli occhi tuoi, o nella tua memoria,

come amata cosa, loco avesse),

che tu perdoni, alquanto alleviando,

le fiamme nuove dal tuo arco messe

nel cor, che sempre notte e dì chiamando

va il tuo nome, per mercé sentire

di ciò che lui con disio tene amando,

sì che io possa più libero dire,

non vinto da dolor né da paura,

quel che con gli occhi presi e con l’udire.

E tu, più ch’altra bella criatura,

onesta, vaga, lieta e graziosa,

donna gentile, angelica figura,

a cui suggetta l’anima amorosa

di me dimora in pena, sì contenta,

che poco più ne vive altra gioiosa,

leva la voce tua e il ciel tenta

co’ prieghi tuoi che meritano effetto,

se ver nel tuo bel viso s’argomenta;

e priega sì che possa il tuo suggetto

della tua gran bellezza appien parlare

ciò che ne sente nel ferito petto.

Chi sarà quello iddio ch’a te negare

o voglia o possa ciò che chiederai?

Nullo, ch’io credo; ch’a ciaschedun pare

te degna del lor luogo; ove se mai sarai,

ché vi sarai, nel divin seno

me che più t’amo ancor riceverai.

Ecco ch’io vaglio poco, e molto meno

sanza di te ispero di valere:

dunque l’aiuto grazioso e pieno

di te in me discenda, il cui potere

più ch’a te piaccia avanti non si stende,

acciò ch’io possa parlando piacere.

Vedi la mente mia come s’accende

quello attendendo, e d’alcun altro iddio

quasi non cura, e solo il tuo attende,

per dire intero ciò c’ha nel disio:

adunque il tuo, a lei più ch’altro caro,

o donna, presta grazioso e pio.

Io mosterrò l’essere stato avaro

negli altri aspetti Giove di bellezza

a rispetto di quella che formaro

le sorelle fatal’ nella chiarezza

che spande il viso tuo e di coloro

che ’n compagnia della sovrana altezza

di te conobbi in grazioso coro,

nel dolce tempo che cantan gli uccelli

istanti all’ombra d’un fiorito alloro;

e ’l bel parlare e gli atti lieti e snelli

e l’operata già somma salute

da voi ne’ campi amorosi; e in quelli,

com’io posso comincio, tua virtute

superinfusa aspettando che vegna

tal che per te le mie cose vedute

in quello stil che appresso disegna

la mano, acquistin lode e ’l tuo valore

fino alle stelle sì come di degna

donna si stenda con etterno onore.

[III]

In Italia, delle mondane parti chiarezza speziale, siede Etruria, di quella, sì com’io credo, principal membro e singular bellezza; nella quale, ricca di città, piena di nobili popoli, ornata d’infinite castella, dilettevole di graziose ville e di campi fruttiferi copiosa, quasi nel suo mezzo e più felice parte del santo seno, inver’ le stelle dalle sue pianure si leva un fruttuoso monte, già dagli antichi Corito nominato, avanti che Atalante, primo di quello abitatore, su vi salisse. Nelle piagge del quale, fra gli strabocchevoli balzi, surgeva d’alberi, di querce, di cerri e d’abeti un folto bosco e disteso infino alla sommità del monte. Dalla sua destra un chiaro fiumicello, mosso dall’ubertà de’ monti vicini, fra le petrose valli discendea gridando inverso il piano; dove giunto, le sue acque mescolando con Sarno, il poco avuto nome perdeva. Era di piacevoli seni e d’ombre graziose la selva piena, d’animali veloci, fierissimi e paurosi, e in più parti di sé abondanti fontane rigavano le fresche erbette. In questa selva sovente Ameto, vagabundo giovane, i fauni e le driade, abitatrici del luogo, solea visitare; e elli, forse delli vicini monti avuta antica origine, quasi da carnalità costretto, di ciò avendo memoria, con pietosi effetti gli onorava talvolta, perché elli, favoreggiato da loro, le timide bestie per li nascosi luoghi del monte, mentre sopra la terra dimorava Appollo, con sollecito passo furibondo seguiva. E rade erano quelle, che il suo occhio scorgesse, che per velocità di corso o per volgimenti sagaci, o che dal suo arco non fossero ferite o da’ cani ritenute o ultimamente vinte dalle sue insidie e, nelle sue reti incappate, in brieve da lui si trovassero aggiunte: per la qual cosa di preda carico tornava sovente alle sue case. Ma essendoli una volta tra l’altre con più prosperevoli casi la strana sollecitudine pervenuta alla disiata speranza, in sé lieto, d’ogni parte carico della presa preda, intorniato da’ cani, tornando alli suoi luoghi, discese le piagge, teneva il piacevole piano, già vicino a quella parte ove il Mugnone muore con le sue onde; e quivi, affannato per la lunga via e per lo grave peso e per lo soprastante caldo, sotto una fronzuta quercia, di riposo vago, dispose la ricca soma, e sopra le nate erbette disteso il vago corpo, alle soavi aure aperse il ruvido seno; e, cacciatisi dal viso i sucidi sudori con la rozza mano, l’arida bocca si rinfrescò con l’umide frondi delle verdi piante; e ricreato alquanto, con li suoi cani, ora l’uno ora l’altro chiamando, cominciò a ruzzare; e quindi levato in piede, trascorrendo tra loro or qua or là, all’uno la gola all’altro la coda e qual per li piedi tirando scherzando, dalla lasciviente turba da diverse parti era assalito, e talvolta i non ricchi drappi, stracciati da quella, il moveano ad ira: in questo trastullo, ora stendendoli in terra, ora sé fra loro stendendo, si stava. Ma mentre che così prendeva in nuova maniera sollazzo, essendo il sole caldissimo, sùbito dalla vicina riva pervenne a’ suoi orecchi graziosa voce in mai non udita canzone. Per che elli, avendo di ciò maraviglia, fra sé disse

Iddii sono in terra discesi, e io più volte oggi l’ho conosciuto, ma nol credea: i boschi più pieni d’animali si sono dati che non soleano, e Febo più chiari n’ha pórti i raggi suoi, e l’aure più soavemente m’hanno le fatiche levate, e l’erbe e’ fiori in quantità grandissima cresciuti più che l’usato, testimoniano la lor venuta. Essi, per lo caldo affannati com’io, qui vicini si posano e usano i celestiali diletti, con le loro voci forse avvilendo i mondani. Io non ne vidi mai alcuno, e, disideroso di vederli se così sono bella cosa come si dice, ora gli andrò a vedere, il sole guidante li passi miei; e acciò ch’e’ mi sieno benivoli, se di preda li vedrò vòti, della mia abondevoli li farò, se vorranno.

E con fatica a’ cani, a quali con lusinghe e a quali con occhi torvi e con voce sonora mazze mostrando, pose silenzio, e verso quella parte ove il canto estimava, porse, piegando la testa sopra la manca spalla, l’orecchie ritto; e ascoltato alquanto, rivolto a’ cani, quelli con li usati legami attaccati, alla presente quercia raccomandò, e preso uno noderoso bastone, col quale, portando la pesante preda, a’ suoi omeri alcuno alleggiamento porgeva, verso quella parte dove udiva la dolce nota volse i passi suoi; e con la testa alzata non prima le chiare onde scoperse del fiumicello ch’elli all’ombra di piacevoli albuscelli, fra’ fiori e l’erba altissima, sopra la chiara riva vide più giovinette; delle quali alcune, mostrando nelle basse acque i bianchi piedi, per quelle con lento passo vagando s’andavano; altre, posti giuso li boscherecci archi e li strali, sopra quelle sospesi i caldi visi, sbracciate, con le candide mani rifacean belli con le fresche onde; e alcune, data da’ loro vestimenti da ogni parte all’aure via, sedeano attente a ciò che una di loro più gioconda sedendo cantava, dalla quale conobbe la canzone prima alle sue orecchie esser venuta. Né più tosto le vide che, loro dèe estimando, indietro timido ritratto, s’inginocchiò e, stupefatto, che dir dovesse non conoscea. Ma i giacenti cani delle riposanti ninfe, levati di colui alla vista, esso forse pensando fiera, veloci con alto latrato gli corsero sopra. E elli, poi che ’l fuggire non li valse, sopragiunto da quelli, col bastone, con le mani e con la fuga e con le rozze parole da sé, quanto poteva, cessava i morsi loro; le quali non conosciute dalle orecchi usate di ricevere i donneschi suoni, più fieri lui, già più morto per paura che vivo, seguieno; e egli, rimembrandosi d’Atteon, con le mani si cercava per le corna la fronte, in sé dannando il preso ardire di volere raguardare le sante dèe. Ma le ninfe, turbato il lor sollazzo per la canina rabbia, levate, con alte voci appena in pace puosero i presti cani, e lui con piacevole riso, conosciuto suo essere, racconsolandolo, feciono sicuro; e al loro luogo tornate, avendo d’Ameto avuta festa, così ricominciò la sua canzone la cantante:

[IV]

Cefiso con le sue piacevoli onde

disteso in dritta e quando in torta via

per la terra d’Aonia ch’egli infonde,

come Liriopè, la madre mia,

co’ suoi ravvolgimenti vinse e prese

con disusata e nuova maestria,

e sì per lei di Venere s’accese

che, toltale la sua virginitate,

non valendole prieghi né difese,

me ingenerò, la qual tante fiate,

quant’io veggo onde, tante son costretta

del mio padre onorar la deitate;

avvegna che ciò far molto diletta

a me perciò che ’n esse riguardando,

mi rendon la mia forma leggiadretta.

La qual come sia bella in me pensando,

di verdi erbette, di rami e di fiori

adorno lei, d’ogni labe purgando.

Sopr’esse prendo più lunghi dimori

che ’n altra parte e, ninfa più felice,

sento le grazie de’ suoi primi amori

che ’l mio fratel non fe’; di cui si dice

che, bellissimo e crudo cacciatore,

sanza aver di pietà nulla radice,

di tutte rifiutando il caro amore,

fin che sé vide in quelle ov’io mi miro,

sé per sé consumando con dolore,

in fior si convertì; il qual con diro

occhio riguardo per pietà sovente

e sanza pro di lui fra me sospiro.

Né è sopra di me tanto possente

la voce ch’al suo ben forse nemica

gli fu per la follia della sua mente.

E sì come a lui lieta fatica

fu per le selve i timidi animali

seguir, secondo la memoria antica,

così a me; ma fine disiguali

a ciò costrigne e move i nostri cani,

le reti e l’arco e i volanti strali.

Per fuggire ozio visito i silvani

iddii e col mio coro mi balestro

in luoghi ta’ ch’a lui furono strani;

e ciò che ’n el fu rigido e silvestro,

cioè amore e ’l piacere ad altrui,

questo m’è caro e più che altro destro.

Chiunque fia per sua virtù colui

che degnerà al mio bel viso aprire

gli occhi del core e ritenermi in lui,

io gli farò quel diletto sentire

che più suol essere agli amanti caro

dopo l’acceso e suo forte disire.

Né per me sentirà mai nullo amaro

tempo chi con saver la mia bellezza

seguiterà, come già seguitaro

color li qua’, dopo lunga lassezza,

lieti posai appresso i loro effetti

nel ben felice della somma altezza.

Cotali affanni e sì fatti diletti

dal padre trassi; e dalla madre tegno

i miei giocondi e graziosi aspetti.

E la mia arte col sottile ingegno

mi dier per nome Lia; e questo loco,

al mio piacere assai più ch’altro degno,

io signoreggio, accesa di quel foco

del qual tutto arde il monte Citerea,

e quel mi move a far festa con gioco

e a servire all’amorosa dèa.

[V]

Ameto, poi che de’ cani gli fuggì la paura e l’angelica voce ebbe ricominciata la bella canzone, con timido passo a quelle si fece vicino; e poggiato in terra il noderoso bastone, sopra la sommità di quello compose ambo le mani, e sopra esse il barbuto mento fermato, come se quivi non fosse, fiso la cantante, alienato, mirava; la quale, poi che ebbe posta fine alle sue note, dopo lungo spazio, cotale in sé si mosse quale colui che da profondo sonno è a vigilia subito rivocato, il quale, gli occhi volgendo sonnolenti in giro, quasi appena conosce dove si sia; di che le compagne di Lia, vedutolo, a forza ritennero le vaghe risa agli occhi già venute per dimostrarsi. Egli appena, aiutandolo la forte mazza, in piè rimase, ma pur si sostenne; e poi che tutto fu del preso stordimento uscito, quivi, sanza niente parlare a quelle, si pose sopra l’erbe a sedere; e, rimirando la bella ninfa con l’altre sopra gli ornati prati sollazzevolmente giucante, la vede di quel colore nel viso lucente, del quale si dipigne l’Aurora, vegnente Febo col nuovo giorno, e i biondi capelli, con vezzose ciocche sparti sopra le candide spalle, ristretti da fronzuta ghirlanda di ghiandifera quercia discerneli; e rimirandola tutta con occhio continuo, tutta in sé la loda, e insieme con lei la voce, il modo, le note e le parole della udita canzone; e in sé con non falso pensiero reputa beato chi di sì bella giovane la grazia possiede; e in cotale pensiero dimorando, sé medesimo mira, quasi dubbio fra ’l sì e ’l no d’acquistarla; e alcuna volta, sé degno di quella estimando, in sé si rallegra; poi, con più sottile investigazione ricercandosi, danna la rozzezza della sua forma con l’avuta letizia, e indegno si reputa della ninfa; ma dopo questo pensiero riforma il primo, e dopo il primo nel secondo ricade, ora dannando, ora sé lodando nella sua mente. E così in continui combattimenti s’accende del piacere di colei la quale mai più non aveva davanti veduta; e quanto che elli imagini il nuovo disio non dovere al disiderato fine arrecare, cotanto più di quello l’appetito s’affuoca.

Egli, grosso e nuovo in queste cose, non sappiendo onde tal passione si movesse, né chi lo stimoli, mirando la ninfa, alli mai non sentiti amori apre la via e già conosce il suo disio dagli occhi di colei ricevere alcun conforto: per la qual cosa, più e più fiso mirandoli, credendosi forse porre fine a quello col riguardarla, più forte gli apparecchia principio e più l’alluma, e, non sappiendo come, bevendo con gli occhi il non conosciuto fuoco, s’accende tutto. E sì come la fiamma si suole nella superficie delle cose unte con sùbito movimento gittare e, quelle leccando, leccate fuggire e poi tornare, così Ameto, colei rimirando, s’affuoca; e come da lei gli occhi toglie, fugge la nuova fiamma, ma per lo sùbito più mirare, torna più fiera. Né prima di questo si prese il giovane guardia che amore inestinguibile nella calda mente prese etterne forze. Onde egli, in sé molte volte le parole della udita canzone ripensando, tutte le ’ntende, ma solamente chi questo Amore si sia, non conosce; per che così fra sé quivi con voce tacita cominciò a parlare:

 O celestiali iddii, di tutti ho già, co’ satiri dimorando, la mirabile potenzia ascoltata e ciascuno in parte m’è noto; ma solamente questo Amore, per cui costei si diletta d’essere seguita e del quale ella cotanto canta, io nol conosco, né le sue vie vidi già mai; per che io voi e lui per li suoi medesimi meriti priego che mi si faccia conoscere, acciò che io sappia in che piacere a costei, gli occhi di cui hanno avuta forza di trarmi dalle mie ombre, di farmi dimenticare la mia preda, d’abandonare l’arco, le saette e i cani miei. Ella sola mi piace: io non so se questo si chiama Amore o se cotale effetto muove dalla colui deità, nome prendendo dal suo motore. S’egli è così, sopra ogni altra cosa m’è caro, e se così non è, ella pur piace.

E, dette queste parole, la riguardava da capo; ma come ella verso lui i vaghi occhi volgeva, così i suoi, da sùbita vergogna vinti, bassava, e in sé follia estimava da lui sì bella cosa, da disio mosso, esser mirata. Ma poi, dallo occulto fuoco sospinto, da capo alzava gli occhi, dicendo:

 O qualunque deità negli occhi di costei dimori, che così mi stimoli, perdona: non prendere con più forza ch’e’ si convenga il non usato animo, se ti piace che io a’ suoi piaceri mi disponga: molte minori forze ti bisognano a strignermi.

Poi appresso fra sé dicea:

Deh, a che mi dispongo io? Or non ho io già udito quanto grave cosa siano gl’imperii delle giovani le quali niuna quiete vogliono ne’ lor suggetti? Chi mi reca a volere il bene sempre tenuto sommettere, cioè la libertà? Le tenebre e le luci sono mie, com’io le voglio usare: e a me sta il risparmiare il lento arco e le mie saette e a prendere a mia posta l’ombre e lasciarle; e la preda, per mia sollecitudine acquistata, dono come mi piace. Dunque che vo’ fare? Io mi voglio mettere a seguitare, e non so che. Onde, o pietosi iddii, questo furore, venuto non so donde nella mia mente, fuggasene: e’ non si conviene alla mia forma seguire sì fatta giovane. Io in abito rozzo, ne’ boschi nato e nutricato, debbo lasciare queste cose più convenevolmente usare a coloro che più volte l’hanno usate. Io non sono Giove a cui sì bella cosa si confaccia, il quale è da credere che le sue parole infino di sopra le stelle nota; e, più presto di me, con molta più arte s’ingegnerà di piacere a costei; e a lui è, ciò che a me si disdice, dicevole. A me non è la forma d’Adone né le ricchezze di Mida né la cetera d’Orfeo né la milizia di Marte né la sagacità d’Atlanciade né la tirannia de’ Ciclopi; per le quali cose, o per alcuna d’esse, io possa, piacendo o per forza, nell’animo entrare a lei con sollecitudine, com’ella s’ingegna d’entrare a me con la sua bellezza. Ella ancora, nata di dio, vorrà di dio avere figliuoli, e non d’un semplice cacciatore. Lascerò adunque queste cose e, a’ vecchi ufici tornando, la incominciata vita in quelli con quelli recherò all’ultimo fine.

Poi, alquanto verso Lia rivolto, muta proposito, come la forma di lei entra negli occhi suoi, e in tutto si dispone nelle sue rozze opere di piacere, ogni altro pensiero contrario abbattuto. Per che, rimossi alquanto i suoi capelli non stanti in alcuno ordine dinanzi al viso, l’irsuta barba costrigne di stare in piano, e a suo potere cuopre i difetti del non sano vestimento, già cominciandosi a vergognare se alcuna cosa in sé forse conosceva deforme, e così dice:

 La bella ninfa, nuovamente a’ miei occhi apparita, nel suo cantare, se io ho bene udito, non invita più altrui che me alle sue bellezze: perché dunque, divenendo vile, non ardirò io di tentare quello da che io ancora non sono stato cacciato? Chi può sapere le cose future? Assai ne furono già di quelle che per li pastori abandonarono gl’iddii: e chi è certo se costei farà il simigliante o il contrario? A me non costa nulla il provare: se io piacerò, consolazione etterna riceverò nell’animo; se io, provando, non piaccio, assai tosto potrò fare quello che ora, sanza avere provato, di fare disponea. E certo io pure dovrei piacere; e se il mio viso non darà che io piaccia, la mia operazione il supplirà. Questa ninfa segue le cacce; e io il quale, cresciuto nelle selve, sempre con l’arco e con le mie saette ho seguite le salvatiche fiere, né alcuno fu che meglio di me ne ferisse, a me niuna paura è d’aspettare con gli aguti spiedi li spumanti cinghiari, e i miei cani non dubitano d’assalire i fulvi leoni, e ne’ boschi alcuna parte è sì occulta che nasconda animali, che io non la sappia; né nullo meglio di me giammai conobbe dove le reti più ragionevolmente si spieghino; né niuno inganno a ritenere i volanti uccelli si può fare, che io non l’abbia già fatto e fare lo sappia. Queste cose tutte a’ suoi servigi disporrò, e oltre a ciò me medesimo. Io fortissimo le porterò per gli alti boschi l’arco e la faretra e le reti, e di quelli scenderò sopra i miei omeri la molta preda. Io, presto, correrò agli strabocchevoli passi dove a lei, tenerissima e paurosa, non si conviene d’andare. Io le mostrerò gli animali e insegneròlle le loro caverne; io l’apparecchierò le frigide onde, presto a qualunque ora; e le ghirlande della fronzuta quercia, ritenenti al bellissimo viso l’accese luci di Febo, leverò dagli alti rami, porgendole ad essa, e di molte altre cose ancora co’ miei servigi la soverrò. Le quali cose se alcuna grazia meritano, io l’avrò, però che appena mi si lascerebbe mai credere che d’ingratitudine fosse sì nuova bellezza macchiata. E certo, se ella pure de’ suoi guiderdoni avara verso me fosse, sì non poss’io guari da lei essere gabbato, però che ella non mi leva dalle usate cacce; anzi, là dove solo andava, ora con graziosa compagnia cercherò le folte selve; e il vedere sì bella cosa come costei è, fia non picciolo merito de’ miei affanni. Seguirò adunque quello che piace agli occhi miei.

Questo avendo in sé Ameto diliberato, cerca nell’animo qual via sia da pigliare nelle nuove cose, e più volte, da pronta volontà sospinto, volle con pietose parole piene di prieghi, s’egli l’avesse sapute dire, tentare il nuovo guado. Ma la natura del novello signore, a cui ignorantemente avea pur testé l’anima data, nol consente; onde egli, indietro tirandosi, rimane vergognoso. E se il viso, più rosso per lo sole che per quella, il sostenesse, aperta la mostrerebbe; ma mosso da altro consiglio, quindi levandosi, per li caldi campi ritorna alla sua preda. E poi che la sopravenuta polvere ebbe con chiarissime acque dal suo viso cacciata, caricatasi quella sopra i forti omeri, con essa venne dinanzi alla ninfa. E ancora che copiosa di ciò la vedesse, con pronto viso e timido cuore le presentò la sua, e con quelle poche e non composte parole che egli dir seppe, nel grazioso coro si mescolò delle donne; né quindi per motteggevoli parole né per atti, le quali forse non intendeva, né per altro accidente cessò quel giorno infino che la sopravenuta ombra alle sue case richiamò ciascuna e lui.

[VI]

Legato con nuovo legame si tornò Ameto alla sua casa; e solo alla bella ninfa pensando consuma i tempi suoi: le notti per adietro parute corte alle gravi fatiche da Ameto prese negli alti boschi, ora da’ focosi disii lunghissime son reputate. Ameto, da non conosciute cure da lui sollecitato, maladice le troppo lunghe ombre, né prima la luce entra ne’ vegghianti occhi, che egli, levato, con li suoi cani ricerca le selve e in quelle o va caendo o truova o aspetta le belle ninfe; le quali ritrovate, lieto alle cominciate cacce le séguita e con intento animo nelle cose loro graziose sapute da lui volonteroso le serve: niuno affanno gli pare grave, niuno pericolo gli mette paura. Egli, quasi più presto che i suoi cani divenuto, vedendolo Lia, con le propie mani prende i più fieri animali. Egli tende loro le reti e quelle stende e quelle ne porta, e quasi nulla pare che alcuna cosa adoperi nella caccia altri che Ameto; il quale poi con loro nelle calde ore, ne’ freschi prati posandosi sotto le grate ombre, allato alla chiara riva del fiumicello, con consolazione d’animo somma si contenta d’essere stato ardito, però che di quelle tutte si vede familiare e a Lia massimamente caro.

[VII]

Continua nella incominciata opera Ameto e sospinto da focosi disii séguita i caldi amori con petto non sano; ma il lagrimoso verno, nemico ai suoi piaceri, avendo spogliate di frondi le selve e l’alte spalle de’ monti eccelsi coperte di bianca vesta, con lunga dimoranza turba le vaghe cacce. Egli alcuna volta, uscendo delle sue case, il mondo biancheggiante riguarda; e vede li rivi, per adietro chiari e correnti con soave mormorio, ora torbidissimi, con ispumosi ravolgimenti e con veloce corso tirandosi dietro grandissime pietre degli alti monti, con romore spiacevole gli ascoltanti infestando, discendere, o quelli tutti in pietra per lo strignente freddo essere tornati pigri; e i prati, altra volta bellissimi, ora ignudi, mostrare dolenti aspetti riguarda, e li spaziosi campi, s’alcuno sanza neve ne truova, con vedovi solchi soli può rimirare. Né le voci d’alcuno uccello sente, che le sue orecchie con dolcezza solleciti, né alcuna piaggia conosce che tenga o pecore o pastore; e il cielo già stato ridente e chiaro, e promettente con la sua luce letizia, vede spesso chiudersi di nuvoli stigii li quali, con la terra congiunti, hanno potenzia di fare profonda notte del mezzo giorno; e da quelli crepitanti alcuna volta prima con sùbita luce e poi con terribile suono è spaventato; e per le regnanti Pliade a’ venti ogni legge essere tolta conosce; onde essi, discorrenti con soffiamento impetuoso, agli alberi e all’alte torri, non che agli uomini, minacciano ruina, sovente diradicando li robusti cerri de’ luoghi loro; e la terra, guazzosa per le versate piove dal cielo, spiacevole si rende a’ viandanti: per le quali cose ciascuno volentieri guarda le propie case. E quinci Ameto non piccolo spazio di tempo della sua ninfa perde la chiara vista, e con ragione, da dolore costretto, i suoi lunghi ozii e le spiacevoli dimoranze del verno maladice, a’ suoi occhi imponendo la legge che serva il cielo. Ma acciò che il male grazioso tempo non passi perduto, in acconciare reti, in rimpennare saette, in aguzzare li spuntati ferri e in risarcire li faticati archi e le loro corde lo spende. Egli ancora ammaestra cani e con sollecitudine continua rapaci uccelli apparecchia alle celestiali risse, questi per sé e quelli serbando per la sua Lia.

Ma poi che Febo, venuto nel Monton frisseo, rendé alla terra il piacevole vestimento di fiori innumerabili colorato, a lei dal noioso autunno suto per adietro spogliato, e gli alberi, di graziose fronde e di fiori ricoperti, sostennero i lieti uccelli, e le occulte caverne renderono a’ prati gli amorosi animali, e i campi l’ascosta Cerere fêr palese, e l’allodole, imitanti l’umane cetere col lor canto, gaie, cominciarono a riprendere il cielo, e tutta la terra, dipinta, da argentali onde rigata, si mostrò lieta, e a Zeffiro soavissimo fra le nuove foglie sanza sturbo furono rendute le fresche vie, e il cielo igualmente porgeva segno di grazioso bene, Ameto i già tepidi amori con la vista del nuovo tempo, il quale ottima speranza gli porge di Lia, riscalda con più acceso animo; e, incominciando a visitare i boschi, con le voci propie, col corno e co’ cani li fa risonare, acciò che, agli altri per lo suo andare accendendosene il disio, Lia, vedendolo, più tosto a ciò si muova: e in ciò gl’iddii gli sono favorevoli. Ella, le sue armi racconce a tal guerra utili, vedendo il giovane tempo, cerca le selve e il ritrovato Ameto contenta della sua vista. E ciascun giorno, ritrovandola, egli séguita le sue cacce; e nella calda ora, i prati freschi fra l’alte erbe e fra’ colorati fiori, sotto le graziose ombre de’ giovani alberi, allato a’ chiari rivi prendono piacevoli riposi. La quale, se avviene che alcuna volta da Ameto ritrovata non sia, in questi luoghi da lui è sovente aspettata infino alla sua venuta, sì come in luoghi di quella fedelissimi renditori. Egli, molto faticato, un giorno lei cercando, non avendola potuta trovare, ad aspettarla nelli usati prati era disceso; dove, acciò che la fatica sentisse minore, disteso il corpo sopra il verdeggiante prato, difeso da’ raggi solari da piacevoli ombre, così cominciò a cantare:

[VIII]

Febo salito già a mezzo il cielo

con più dritto occhio ne mira e raccorta

l’ombre de’ corpi che gli si fan velo;

e Zeffiro soave ne conforta

di lui fuggire e l’ombre seguitare

fin che da lui men calda ne sia pórta

la luce sua, che nell’umido mare

ora si pasce, e in terra pigliando

il cibo quale a sua deità pare.

E ogni fiera ascosa, ruminando

quel c’ha pasciuto nel giovane sole,

tien le caverne, lui vecchio aspettando.

Fra l’erbe si nascondon le viole

per lo venuto caldo, e gli altri fiori

mostran, bassati, quanto lor ne dole.

Nessun pastore è or rimaso fori

ne’ campi aperti con le sue capelle,

ma sotto l’ombre mitigan gli ardori.

Taccion le selve e tace ciò che in quelle

suol far romore; e ciò che fu palese

al basso Febo, or è nascoso in elle.

Le reti ora parventi son distese,

e gli archi, per lo caldo risoluti,

porger non possono or le gravi offese.

Né son sì forti aguale i ferri aguti

delli volanti stral’ fatti ferventi

da’ caldi raggi allor sopravenuti.

E ciascheduna cosa i blandimenti

ora dell’ombre cerca; ma tu sola,

Lia, trascorri per l’aure cocenti;

e, trascorrendo, alli occhi miei s’imbola

la vista della tua chiara bellezza,

che sol di sé ognor più mi dà gola.

Deh, lascia omai delli monti l’altezza,

non infestar le selve e te con loro:

vieni al riposo della tua lassezza.

Discendi a questi campi con quel coro

piacevole che, teco in compagnia,

suol sempre far grazioso dimoro.

Vedi qui l’acque, vedi qui l’ombria

e’ campi erbosi sanza alcun difetto

fuor solamente che tu in essi sia.

Adunque vieni; e l’usato diletto

prendi come tu suoli, e gli occhi miei

lieti rifà col tuo giocondo aspetto.

Perdona a’ tuoi affanni, a’ qua’ vorrei

più tosto esser compagno che salire

a far maggiore il numero de’ dèi.

Perdona all’arco e a’ can, che seguire

più non ti possono, e omai discendi

a questi prati, o caro mio disire.

Qui dilettevoli ore a trar contendi,

e ’l dilicato corpo, all’ombre grate

lieta posando, sopra l’erbe stendi.

Qui, come suol’, cantando, altre fiate,

ne vieni omai: perché dimori tanto

di render te all’ombre disiate?

Le tue bellezze, degne d’ogni canto,

non possono esser tocche col mio metro

non degno a ciò; ma pur dirònne alquanto.

Tu se’ lucente e chiara più che ’l vetro,

e assa’ dolce più ch’uva matura

nel cor ti sento, ov’io sempre t’impetro;

e sì come la palma inver l’altura

si stende, così tu, vie più vezzosa

che ’l giovinetto agnel nella pastura;

e se’ più cara assai e graziosa

che le fredde acque a’ corpi faticati

o che le fiamme a’ freddi o ch’altra cosa;

e’ tuo’ cape’ più volte ho simigliati

di Cerere alle paglie secche e bionde,

dintorno crespi, al tuo capo legati;

e le tue parti ciascuna risponde

sì bene al tutto, e ’l tutto alle tue parti,

se non m’inganna quel che si nasconde,

che per sommo disio sempre ammirarti

di grazia chiederei al sommo Giove

di star, sol ch’io non credessi noiarti.

Dunque, se quella dea ti guida e move,

di cui tu già cantasti, vieni omai:

non è quest’ora a te essere altrove.

Fa salve le bellezze che tu hai,

che dal calor diurno offese sono

ogni ora più che tu più isterai.

Vienne: io serbo a te giocondo dono,

ché io ho colti fiori in abondanza,

agli occhi bei, d’odor soave e buono.

E, sì come suole esser mia usanza,

le ciriege ti serbo; e già per poco

non si riscaldan per la tua stanza.

Con queste bianche e rosse come foco

ti serbo gelse, mandorle e susine,

fravole e bozzacchioni in questo loco,

belle peruzze e fichi sanza fine,

e di tortole ho preso una nidata,

le più belle del mondo, piccoline,

con le qua’ tu potrai longa fiata

prender sollazzo; e ho due leprettini,

pur testé tolti alla madre piagata

dall’arco mio; e son sì monnosini

che meritâr perdon, veggendoli io.

E ho con lor tre cerbi piccolini

che, nelle reti entrati, con disio

per te li presi; e ho molte altre cose,

le qua’ ti serbo, donna del cor mio,

pur che tu scenda tosto alle pietose

ombre, lasciando le selve, alle quali

non ti falla il tornar, quando noiose

non fien le fiamme a seguir gli animali

[IX]

Manca la canzone d’Ameto, e ’l sole co’ suoi cavalli corre all’onde di Speria, e, calate l’ore ferventi, a chiudere il mondo surge la notte di Gange: la chiamata Lia non viene ne’ luoghi usati. Per la qual cosa Ameto, già nel cielo conoscendo le stelle, co’ suoi cani maladicendo la sua pigrizia, dolente torna alle sue case, attendendo che la fortuna ne’ dì seguenti non gli sia nocevole come è stata. I festevoli giorni, dalla reverenda antichità dedicati a Venere, sono presenti, tenendo Appollo con chiaro raggio il mezzo del rubator d’Europa, insieme con la già detta dèa congiunto con lieta luce. Per la qual cosa i templi, con sollecitudine visitati, risuonano, e d’ogni parte i lidiani popoli, ornati, con divoti incensi concorrono; in quelli li eccettuati nobili, con la moltitudine plebea raccolti, pórti prieghi e sacrificii all’iddii, festeggevoli exultano. Le vergini, le matrone e l’antiche madri, con risplendente pompa ornatissime, la loro bellezza, visitando quelli, dimostrano a’ circustanti: e essi templi, in qualunque parte di loro di fronde varie inghirlandati e di fiori per tutto dipinti, dànno d’allegrezza cagione a’ visitanti. Ma tra gli altri eminentissimo, sopra marmoree colonne sostenenti candida lammia, se ne leva uno tra le correnti onde di Sarno e di Mugnone, quasi igualmente distante a ciascheduno, intorniato, quanto di lui si distende del vicino piano, di graziose ombre d’eccelsi pini, di diritti abeti e d’altissimi faggi e di robuste querce. A questo, come a più solenne, concorre ciascuno; niuna abitazione è che quivi non mandi, nulla piaggia ritiene i suoi pastori; e le chiare rive vi mandano le sue ninfe, e le prossime selve li fauni e le driade; e qualunque campo tiene satiri manda quivi, e le naiade ancora liete vi vengono; e Vertunno vi manda i suoi popoli ornatissimi, come Priapo i suoi; e quivi mostrano alcuni come Pallade e altri come Minerva e chi quanto Giunone e quali quanto Diana siano state lor graziose. A questo tempio Ameto, lasciato il villesco abito e di più ornato vestitosi, corre; e similemente ornatissima vi vien Lia; e co’ vicini raguardamenti nutricano le loro fiamme. Ma, poi che pórti furono da tutti i suoi incensi e’ prieghi e gli animi furono pasciuti, tacque il tumultuoso tempio; e già del giorno venuta la calda parte, tutti, quello abandonando, cercano le fresche ombre; e quivi, presi i cibi, a varii diletti si dona ciascuno, e, in diverse parti raccolti, diversi modi truovano di festeggiare. Alcuni col suono delle sue sampogne, sì come già Marsia fece, ad Apollo s’oppongono, altri con le sue cetere credono Orfeo avanzare; e tali sono che si vantano, tra gli urtanti animali, essere in giudicio simili ad Alexandro; e quali i sagrificii di Bacco e di Cerere trattano diversamente con nuove quistioni; e i più, alle fila di Minerva rivolti, s’ingegnano d’aguagliarsi ad Aragne, sanza che molti, seguendo Vertunno, errano diversamente armati delle astuzie d’Arcadia. Ameto solo séguita la sua Lia; la quale, al tempio non guari lontana, in bellissimo prato d’erbe copioso e di fiori, difeso da molti rami carichi di novelle frondi, sopra chiara fontana con sua compagnia si pose a sedere; e, sé alquanto sopra quella mirata, asciugati i caldi sudori, si rifé bella dove mancava; e co’ suoi occhi contentando Ameto, soavemente cominciò a parlare, e, de’ superiori iddii e de’ difetti mondani verissime cose narrando, con dolce stilo faceva gli ascoltanti contenti.

Ma il suo mostrare non era guari disteso quando, assai di lontano, verso di sé conobbe venire due bellissime ninfe, obvia alle quali reverente si levò Lia; e poi che insieme liete e graziose accoglienze più volte reiteraro, disposte le superflue cose, con lei sopra la fonte s’asettarono a sedere, rintegrando Lia, con la licenza di loro, ciò che avanti con le compagne parlava. Ameto alla venuta delle due ninfe di sopra i verdi cespiti levò il capo; e quelle con occhio vago rimira, e tutte insieme e particularmente ciascuna considera. Elli vede all’una, quella che più in sé estima eminente, i capelli con maesterio non usato avere alla testa ravolti e con sottile oro, a quelli non disiguale, essere tenuti con piacevole nodo alle soffianti aure; e coronata di verdissima ellera, levata dal suo caro olmo, sotto quella, ampia, piana e candida fronte mostrare; e, sanza alcuna ruga, aperta si palesava; alla quale sottilissime ciglia, in forma d’arco, non molto disgiunte, di colore stigio, sottostare discerne; le quali, non nascosi né palesi soperchio, due, non occhi, ma divine luci più tosto, guardano con convenevole altezza sollecite. E, intra le candide e ritonde guance di convenevole marte consperse, di misurata lunghezza e d’altezza decevole, vede affilato surgere l’odorante naso; a cui quanto conviensi sopposta la bella bocca, di piccolo spazio contenta, con non tumorose labbra di naturale vermiglio micanti cuoprono li eburnei denti, piccioli, in ordine grazioso disposti; la quale, al mento bellissimo, in sé picciola concavità sostenente, soprastante non troppo, appena gli occhi d’Ameto lascia discendere a considerare la candida gola, cinghiata di grassezza piacevole non soverchia, e il dilicato collo e lo spazioso petto e gli omeri dritti e equali. Ma sì sono belle e all’altre parti ben rispondenti le dette ch’a forza è tirato da quelle a veder quelle. Le quali con ammirazione riguardate, considera la coperta parte in piccioli rilievi sospesa sopra la cinta veste, la quale, sottilissima, di colore acceso, dalle mani indiane tessuta, niente della grandezza de’ celestiali pomi nasconde, i quali, resistenti al morbido drappo, della loro durezza rendono verissimo testimonio. Da questa parte gli salta l’occhio alle distese braccia, le quali, di debita grossezza, strette nel bel vestire, rendono più piena mano; le quali, dilicate, con lunghissime dita e sottili, ornate vede di cari anelli li quali elli vorrebbe che per lui da lei, avanti che per altrui, si tenessero. E quinci, dal composto corpo alle parti inferiori discendendo, più che il piccolissimo piede non se li mostra. Ma lei avendo diritta veduta e la sua altezza servata nella sua mente, imagina quanto di bene si nasconda ne’ cari panni. E appena levati gli occhi da lei, all’altra non men bella li torce, né alcuna particella di quella lascia a riguardare, se non come fe’ della prima. Egli, li suoi capelli attendendo, in altro ordine, con bella treccia e con artificio leggiadro ravolti, non come i primi micanti d’oro, ma poco meno, sotto ghirlanda di mortine verde lucenti li vede; e in sé quali più si debbano laudare quistionando, non sa che si dire: sotto la quale verdeggiante ghirlanda, la spaziosa testa e distesa, imitante la neve per propia bianchezza, apparisce più bella. Nella quale due ciglia sottili con debita distanzia disgiunte, raccolte insieme, farieno un tondo cerchio, allato alle quali li spenti carboni si diriano bianchi da’ riguardanti; e sotto esse risplendono due occhi di tanta chiarezza ch’appena la poté sostenere Ameto ne’ suoi; del mezzo de’ quali il non camuso naso in linea diritta discende, quanto ad aquilino non essere domanda il dovere. E le guance, all’aurora sorelle, meritano nell’animo del riguardante Ameto graziosa laude; ma più la cortese bocca, difendente alla vista co’ bellissimi labbri gli argentei denti, servanti l’ordine de’ più belli. E il bellissimo mento, lungamente da Ameto mirato, concede che egli discenda alla diritta gola, vaga ne’ moti suoi, a cui il collo candidissimo non era dissimigliante, residenti come diritta colonna sopra gli omeri equali, da bella vesta in parte nascosi. E quella parte che dello spazioso petto era ad Ameto palese ebbe forza di tenere a sé lungamente li suoi occhi sospesi, però che a quello luogo vicino dove con esso si congiungono i preziosi drappi, in mezzo da ogni parte igualmente levata la bella carne, vede una graziosa via, la quale alle case degli iddii non una volta ma molte s’imaginò ch’ella andasse; e per quella, quanto il più puote, con sottile riguardo più fiate l’ardito occhio sospinse. E rimirando sopra i nascondenti vestiri avvisa dove perverrebbe la pronta mano, se data le fosse licenzia, e loda le rilevate parti in aguta e tonda forma mostrate dalli strignenti drappi. E le braccia, lunghe non più che ’l dovere né meno, li piacciono, e le candide mani, articulate di distese dita, le quali, sparte sopra il porporino vestimento, largo ricadente su le ginocchia della sedente ninfa, più aperta mostran la loro bellezza. Egli lei nella cintura non grossa, manifestantelo i panni per sé dimoranti, cinta la vede con largo volgimento di strema lista; e ampia, ove conviensi, in sé lei con l’altra loda sanza misura, non meno gli occhi a loro che gli orecchi a’ parlamenti di Lia tenendo sospesi.

[X]

Avea già Lia la sua orazione compiuta, quando a’ loro orecchi da vicina parte una sonante sampogna con dolce voce pervenne; e a quella rivolti, vidono in luogo assai grazioso sedere uno pastore, quivi delle vicine piagge disceso con la sua mandra; e a quella, ruminante e stesa sopra le verdi erbette co’ caldi corpi, sonava all’ombre ricenti; e sonando aggiugneva alcuna volta belle parole con grazioso verso alla sua nota. Il quale veduto da loro, di concordia là dove egli era n’andarono, e lui, per la loro venuta tacente, pregarono che la canzone ricominciando cantasse. E chi avrebbe alle petizioni di coloro negata alcuna cosa? Non i freddi marmi di Persia, né le querce d’Ida né i serpenti di Libia né i sordi mari d’Elesponto: per la qual cosa a’ prieghi di quelle mosso Teogapen, la bocca posta alla forata canna, così dopo il suono, a petizione delle donne, ricominciò a cantare:

[XI]

Nasce del buon voler di questa diva,

ne’ sacrifici della qual cantiamo

divoti quanto può la voce attiva,

tutto quel ben che noi con noi tegnamo;

il qual se cessa nel nostro operare,

semo oziosi o indarno facciamo.

E, ben che io non possa appien mostrare

nel canto mio la sua benevolenza,

parte nel verso ne farò sonare.

Quando ne’ cuor di noi la sua potenza

discende intenta, prima ogni rozzezza

caccia, mutando in ben la nostra essenza;

la quale, adorna d’etternal bellezza,

e lei disposta a ben, fa eloquente,

umile dando a sua voce chiarezza,

e fuggir falle ogni luogo eminente,

in pietra ferma riposando altrui,

acciò che di cader non sia temente.

Soave e sanza furia è colui

là dov’ell’entra e ’l suo operar piano,

grazioso e piacevole ad altrui.

Né è negli occhi mai d’alcun villano

suo portamento angelico e soave,

con tutti lieto, pietoso e umano.

E fallo liberal di quel ch’egli ave,

a ricevere ardito, non sentendo

nelle sue cose aver vòlta la chiave.

E ’l suo sommo diletto è pur servendo,

in quanto puote, a chi servigio chiede

e a’ tementi andarlo profferendo.

Fontana il fa di pietosa merzede,

non cupido di più ch’e’ li bisogni;

ma soperchio tener sempre si crede

né aspettante ch’altri il suo agogni;

anzi pertratta sì l’utili cose

ch’a quelle ben non cal ch’alcun vi sogni,

a tutti dando delle virtuose

opere exemplo e regola verace,

rendendo vane sempre le viziose.

E quivi dove il raggio d’esta giace,

calcati i ben mondan con lo ’ntelletto,

sollecito si sale all’alta pace;

e Bacco in lui, sì come dio sospetto,

e ancor Cerer prende con misura,

temendo il lor disordinato effetto.

Negli ornamenti ha sollecita cura

ched e’ non passin la ragion dovuta,

fuor ch’adornar la divina figura;

sempre fuggendo, quanto può, l’arguta

voglia del generare al qual s’accende

quanto concede la regola avuta.

E dov’ell’entra, da’ furor difende

della fredda ira, lei con lieto foco

cacciandol fuor del loco ove s’aprende.

Né lascia dare orecchia assai o poco

alle parole vane, e veritate

udendo in sé con bene, ha sommo gioco.

E sempre dell’altrui prosperitate

con laude pia ringrazia il donatore,

la sua cercando in guise non vietate,

degli altrui danni sentendo dolore,

a chi l’offende ognora perdonando,

come ad amico faccendoli onore.

L’animo suo in alto sollevando

magnanimo diventa, giusto e saggio,

a tutti equale, ciascuno onorando,

quanto virtù e abito e legnaggio

e tempo e luogo e stato lui fa degno:

prima di sé, d’altrui poi, cessa oltraggio.

Con questo poi al suo beato regno

tira chi segue lei, la qual seguire

con ogni forza e con ciascuno ingegno

ci dobbiamo sforzar; sì che salire,

quando che sia, possiamo alle bellezze

del regno suo, le qua’ non posso dire,

e in etterno usar quelle ricchezze

che non si lascian vincere a disio,

prestando sempre liete lor chiarezze,

manifestando, a chi l’acquista, Iddio.

XII

Non era ancora di Teogapen finito il dolce canto, quando Lia con le due bellissime lì venute, con atto piacevole si levarono in piede ad onorare due altre, che quivi, o forse il caldo fuggendo o tratte con istudioso passo al nuovo suono o seguenti forse le prime, di loro compagne, liete venieno. Le quali poi che da esse con accoglienze festevoli e con parole amorose furono ricevute, Ameto, che non dormia, a più mirabile vista alzò la testa: e già non in terra ma in cielo riputava di stare, riguardando e le venute prima e le seconde con non minor maraviglia, le quali non umane pensava ma dèe. E di quelle l’una, posto in terra l’arco, la faretra e le saette sopra i fiori e l’erbe, nel più alto luogo, a lei più volte profferto e quasi a forza donato dall’altre, si puose a sedere. E il candido viso di lucenti sintille per lo caldo rigato, con sottilissimo velo e con vezzosa mano levate di quello, tale nello aspetto rimase quale nella aurora freschissima rosa si manifesta. L’altra, quelle medesime armi disposte e i sopravenuti sudori seccati con bianca benda, ravolta in uno sottile mantello, dall’altre onorata, s’asettò con la prima; e il già cantante Teogapen con orecchia sollecita ascoltano come l’altre. Ma Ameto, il quale non meno l’occhio che l’audito diletta d’exercitare, quello che puote prende della canzone, sanza dalle nuovamente venute levare la vista. Egli rimira la prima, la quale, e non immerito, pensava Diana nel suo avvento; e di quella i biondi capelli, a qualunque chiarezza degni d’assomigliare, sanza niuno maesterio, lunghissimi, parte ravolti alla testa nella sommità di quella, con nodo piacevole d’essi stessi, vede raccolti; e altri più corti, o in quello non compresi, fra le verdi frondi della laurea ghirlanda più belli sparti vede e raggirati; e altri dati all’aure, ventilati da quelle, quali sopra le candide tempie e quali sopra il dilicato collo ricadendo, più la fanno cianciosa. A quelli con intero animo Ameto pensando, conosce i lunghi, biondi e copiosi capelli essere della donna speziale bellezza; de’ quali se essa Citerea, amata nel cielo, nata nell’onde e nutricata in quelle, bene che d’ogni altra grazia piena, si vegga di quelli nudata, appena potrà al suo Marte piacere. Adunque tanta estima la degnità de’ capelli alle femine quanta, se, qualunque si sia, di preziose veste, di ricche pietre, di rilucenti gemme e di caro oro circundata proceda, sanza quelli in dovuto ordine posti, non possa ornata parere; ma in costei essi, disordinati, più graziosa la rendono negli occhi d’Ameto.

Egli, sotto la ghirlanda dell’alloro, di molte frondi intorno, con sottilissimo velo e purpureo, faccente al chiaro viso graziosa ombra, vede per prosunzione la nascosa fronte per bellezza maravigliosa; e, quasi con la ghirlanda, le circulate ciglia estreme e disgiunte riguarda, nere non meno che quelle degli Etiopi, sotto le quali due occhi chiarissimi come matutine stelle sintillanti rimira; né quiventro nascosi, né superbi fuori del loro luogo si stendevano, ma gravi e lunghi di color bruno più amorosa davano la lor luce. Il naso e le vermiglie guance, non tumefatte né per magrezza rigide, di convenevole spazio contento, ne’ suoi luoghi sotto i belli occhi festevoli si mostravano; la bocca della quale, non distesa in isconcia grandezza, piccioletta, nelle sue labbra somigliava vermiglia rosa, e, rimirandola, avea forza di fare desiderare altrui i dolci baci. E il candido collo, non cavato ma pari, e la dilicata gola, sopra li equali omeri ottimamente sedenti, nella loro bellezza cupidi di spessi abbracciamenti si faceano. E ella, di statura grande e ne’ membri formosa, e tanto bene proporzionata quanto altra mai, vestita di sottilissimo drappo sanguigno seminato di piccioli uccelletti d’oro, composto dalle mani turchie, sedendosi, mostrava il candido petto, del quale, mercé del vestimento cortese nella sua scollatura, gran parte se ne apriva a’ riguardanti; egli non toglieva alla vista la forma de’ tondi pomi, li quali con sottile copritura ascondendo, resistenti pareano che volessero mostrarsi malgrado del vestimento, bene che uno purpureo mantello, del quale parte il sinistro omero, e di sotto al destro braccio un lembo, passante, ne ritornasse sopra il sinistro, cadente l’altro con doppia piega sopra le ginocchia di quella, alquanto dell’uno s’ingegnasse di torli. Egli poi rimira le braccia e le bellissime mani non isdicevoli al formoso busto, e lei cinta d’uliva considera, e in ogni parte mirando, ove potesse entrare la sottile vista, di passare s’argomenta. Così fatte bellezze li fanno migliori sperare le nascose e in sé o l’uso o la vista di quelle con più focoso appetito cercare. Egli si pensa che cotale apparisse Danne agli occhi di Febo o Medea a que’ di Giansone, e più volte dice fra sé:  O felice colui a cui è data sì nobile cosa a possedere!

E quinci all’altra salta con lo ’ntelletto e lei, come stupefatto, per lungo spazio rimira, lodando l’abito, le maniere e la bellezza di quella, simile a qualunque dèa; e se quivi la sua Lia non vedesse, quasi essa essere estimerebbe. Egli vede costei, di verde vestita, tanto vezzosa con una saetta in mano sedere quanto alcuna ne vedesse giammai; e particularmente come l’altre mirandola, vede i suoi capelli a’ quali appena comparazione di biondezza puote in sé trovare; e di quelli grandissima parte, sovra ciascuna orecchia ravolti in lunga forma con maestrevole mano, riguarda; e degli altri ampissime trecce composte vede sopra l’estremità del collo ricadere; e quindi, l’una verso la destra parte e l’altra verso la sinistra incrocicchiate, risalire al colmo del biondo capo; i quali ancora avanzati ritornando in giù, in quel medesimo modo nascondere vede le loro estremità sotto le prime salite; e quelle con fregio d’oro lucente e caro di margherite istrette stanno ne’ posti luoghi. Né d’alcuna parte un solo capello fuori del comandato ordine vede partire; sopra li quali uno velo sottilissimo si distende, ventilato dalle sottili aure con piacevole moto, il quale non d’un solo capello occupa la veduta al riguardante. E sopr’esse di molte frondi, di vermiglie rose e di bianche e d’altri fiori adornate, legate con rilucente oro, vede una ghirlanda la quale non meno spazio a’ raggi toglieva che facciano a’ Danai i loro capelli. E quella, da lei, sotto l’ombre posta a sedere, alquanto più su mandata, libera lascia la candida fronte mirare ad Ameto, il quale, nella sua sommità, degli aurei crini con nero nastro, ponente all’una e agli altri dovuti confini, terminata conosce e di debita ampiezza la loda; e nell’infima parte d’essa vede surgere in giro, non d’altro color che le tenebre, due tenuissime ciglia, divise da candido mezzo in lieto spazio; e sotto quelle appena ardito di riguardare, vede due occhi vaghi e ladri ne’ loro movimenti, la luce de’ quali bellissimi appena gli lascia comprendere la loro essenza o chi in essi dimori, che non altrimenti lo spaventa che colui cui vide in prima in que’ di Lia; e per paura da quelli levando i suoi, alquanto più basso tirandoli, il non gimbuto naso riguarda, né patulo il vede né basso, ma, di quella misura che in bel viso si chiede, mirandolo, se n’allegra; e le guance, non d’altro colore che latte sopra il quale nuovamente vivo sangue caduto sia, lauda sanza fine, avvegna che quello colore, a lei nel viso dal caldo sospinto, riposata, partitosi, la rendesse d’essenza d’oriental perla, quale a donna non fuori misura si chiede. Egli appresso, la vermigliuzza bocca mirando, così in sé l’estima a vedere quale fra bianchissimi gigli vermiglie rose si veggiono; e oltre modo i baci di quella reputa graziosi. E il mento, non tirato in fuori ma ritondo e concavo in mezzo, merita grazia negli occhi d’Ameto; e similmente la candida e diritta gola e il morbido collo dal verde mantello coperto, il quale però non toglie alcuna parte del petto, dal vestire consentita, agli occhi di colui che ardendo rimira; il quale iguali e di carne pieno, ben rispondente agli omeri, degni d’essere sovente d’amorosi pesi premuti, con avido sguardo è da Ameto mirato. E poi ch’egli con sottili avvedimenti ha le scoperte parti guardate, alle coperte più lo ’ntelletto che l’occhio dispone. Egli non guari di sotto la scollatura discerne le rilevate parti in picciola altezza e con l’occhio mentale trapassa dentro a’ vestimenti e con diletto vede chi di quello rilievo porga cagione, non meno dolci sentendole ch’elle siano. Egli le bene fatte braccia, in istrettissima manica dall’omero infino alla mano aperta, e in alcune parti con isforzate affibbiature congiunta, in sé le loda con le mani bellissime, ornate di molte anella; e i vestimenti, come quelle, dalle latora aperti di sotto alle braccia infino alla cintura, con simile affibbiamento ristretti, commenda, però che intera mostrano di colei la grossezza. E per quelle apriture mettendo l’occhio, di vedere s’argomenta ciò che uno bianchissimo vestimento, al verde dimorante di sotto, gli nega, e ben conosce che il frutto di ciò c’ha veduto e’ riposto nelle parti nascose; il quale non altri che Giove reputa degno di possedere. Egli, miratola in una parte e in altra più volte, tanto di pregio in sé le dona quanto acquistasse la bella Ciprigna nel cospetto de’ popoli suoi; e in sé piange la rozza vita, per adietro ne’ boschi menata, dolendosi che sì lunga stagione sì alte delizie agli occhi suoi apparite non erano.

[XIII]

Mentre che Ameto riguarda, examina, distingue e conferma in sé delle venute ninfe la mira bellezza, Teogapen, contentate le donne, finisce la sua canzone; al quale Lia ringraziandolo disse:  Meritino gl’iddii sì alta fatica a te grazioso, il quale sì accettevole il tuo verso hai pórto ne’ nostri orecchi, quale a’ faticati si presta sopra le verdi erbe il leno sonno, o le chiare fontane e frigide agli assetati.

Non rispose contra Teogapen; ma, intento alle risse incominciate quivi tra’ sopravenuti pastori in merito del suo canto, addomandò che le donne ascoltassero le loro quistioni. E quivi Acaten, d’Academia venuto, vantantesi di più magisterio ch’altro nelle sue gregge, come in versi mostrare intendeva contro Alcesto d’Arcadia che con lui in quelli medesimi si confidava nelle sue parole di vincerlo, fece venire avanti e nel suo cospetto puose l’apparecchiato Alcesto. E disposti amenduni di tenere per sentenzia ciò che per le donne ascoltanti si giudicasse, Teogapen proferse a’ versi loro l’aiuto della sua sampogna e per guiderdone del vincitore apparecchiò ghirlande. E alla incerata canna con gonfiata gola e tumultuose gote largo fiato donando, quello risoluto in suono, con preste dita ora aprendo ora chiudendo i fatti fori, dava piacente nota; e comandò con segni che ad Alcesto, cominciante co’ suoi versi cantando, Acaten rispondesse. Per la qual cosa Alcesto, e quelli appresso, così cominciò:

[XIV]

[ Alcesto ]

Come Titan del sen dell’Aurora

esce, così con le mie pecorelle

i monti cerco sanza far dimora;

e poi ch’i’ho lassù condotte quelle,

le nuove erbette della pietra uscite

per caro cibo porgo innanzi ad elle.

Pasconsi quivi timidette e mite,

e servan lor grassezza con tal forma

che non curan di lupo le ferite.

[ Acaten ]

Io servo nelle mie tutta altra norma,

sì come i pastor siculi, da’ quali

exemplo prende ogni ben retta torma.

Io non fatico loro a’ disiguali

poggi salir, ma ne’ pian copiosi,

d’erbe infinite do lor tante e tali

che gli uveri di quelle fan sugosi

di tanto latte ch’io non posso avere

vaso sì grande in cui tutto si posi.

Né i loro agne’ ne posson tanto bere

ch’ancor più non avanzi; e honne tante

ch’io non ne posso il numero sapere.

Né, perché il lupo se ne porti alquante

io non me ’n curo; tale è la pastura

che tosto più ne rende o altrettante.

Io do loro ombre di bella verdura,

né con vincastro quelle vo battendo:

come le piace ognuna ha di sé cura,

vicine a molti rivi, che correndo

dintorno vanno a loro, ove la sete

ispenta, poi la vanno raccendendo.

Ma voi, Arcadi, sì poche n’avete

che ’l numero v’è chiaro; e tanto affanno

donate lor che tutte le perdete.

E, non che pascer, ma elle non hanno

ne’ monti ber che basti; e pur pensate

di più saper di noi con vostro danno.

[ Alcesto ]

Le nostre in fonti chiare, derivate

di viva pietra, beon con sapore

tal che le serva in lieta sanitate:

ma le tue molte tirano il liquore

mescolato con limo e, tabefatte,

corrompon l’altre e muoion con dolore.

E le tue, furibonde, rozze e matte,

diversi cibi avendo a rugumare,

debili e per ebbrezza liquefatte

si rendon, né non posson perdurare

in vita guari; e il lor latte è rio,

né può vitali agne’ mai nutricare.

Ma il cibo buon, che il pecuglio mio

dalla pietra divelto pasce e gusta,

lor poche serva buone; e ciò che io

ne mungo è saporoso; e quella angusta

fatica del salir le fa vogliose

e veder chiar dall’erba la locusta.

L’aria del monte le fa copiose

di prole tal che ’n ben ogni altr’avanza;

poi l’empie d’anni e falle prosperose.

E è sì lor, per continua usanza,

il sol leggier che ciascuna più lieta

è sotto lui che ’n altra dimoranza,

avvegna che, quand’e’ già caldo vieta

il cibo più, col mio suon le contento,

cui ciascheduna ascolta mansueta.

Io guardo lor sollicito dal vento

e nella notte vegghio sopra loro,

alla salute di ciascuna intento.

[ Acaten ]

A me non cal, vegghiando, far dimoro

né sampogna sonar, ché per sé sola

diletto prende ognuna in suo lavoro;

né non mi curo s’alla mia parola

non ubidiscon sùbito niente,

sol ch’io me n’empia la borsa e la gola.

Com’io le guardi, a chi ben le pon mente,

le tue veggendo, e ’l numero ne prende,

all’avanzar mi fa più sofficiente;

in che la cura nostra più s’accende

che ad aver poca greggia e vivace

donde non tràssi quanto l’uom vi spende.

Che dirai qui? Or non parla, ma tace

Alcesto al mio cantar, però che vero

conosce quello e già per vinto giace.

[ Alcesto ]

Il tuo parlare e’ falso e non sincero,

per ch’io non taccio né credo esser vinto,

ma vincitor di qui partirmi spero.

Tu hai il nostro canto in ciò sospinto:

chi è più ricco e più di mandra tira;

dove di miglior guardia fu distinto

che cantassimo qui; la qual chi mira

con occhio alluminato di ragione

vedrà chi meglio intorno a ciò si gira.

[ Acaten ]

Dunque a ciò non chiude la quistione?

Chi più avanza, quelli ha me’ guardato

e più sa del guardar la condizione.

[ Alcesto ]

Non son da por già mai per acquistato

i tuoi agne’, ché a molti tristo fine

si vede tosto, lasso!, apparecchiato.

Ma le mie poche nell’alto confine

vivaci, poste d’assalto sicure,

non curanti di lappole o di spine;

e tutte fuor delle brutte misture

bianche, con occhio chiaro, e conoscenti

di me che lor conduco alle pasture.

[ Acaten ]

Tu fai, come ti par, tuoi argomenti,

Quand’io vorrò, da cui mi fia interdetto

[ Alcesto ]

Da quelle erbacce gravi, ritenute

nell’ampio ventre, ch’affamate e piene

sempre le tien, di salir fien tenute.

[ Acaten ]

Queste son tue parole, né conviene

a te di me parlar, perché non sai,

ne’ monti usato, e l’uso ancor ti tiene.

[ Alcesto ]

Ne’ monti, dov’io uso, io apparai

da quelle Muse che già li guardaro;

e nelle braccia lor crebbi e lattai.

Ma tu più grosso ch’altro, in cui riparo

già mai senno non fece né valenza,

taciti omai; ché li tuo’ versi amaro

suon rendono a coloro a cui sentenza,

come di savie, stiamo; e la tua male

di pasturar qui difesa scienza

con altrui cerca coprirla di tale

mantel, che meco; ché tu se’ nemico

di greggia più che guardia o mandriale:

di che ancor andrai tristo e mendico.

[XV]

Aveva detto Alcesto, e Acaten irato già volea rispondere, quando le donne, quasi ad una voce, gli puosero silenzio, del suo errore increpandolo, le ’mpromesse ghirlande dando al vincitore. E quindi levatesi, ritornate al prato loro, sotto uno bellissimo e pieno di fiori alloro, sopra una chiara fonte, in cerchio si puosero a sedere con Ameto. E già di ciò che nella loro stanza dovessono operare tenenti trattato, durante ancora il caldo, Lia di lontano due ne vide a loro con lento passo venire; per che all’altre con umile parlamento:

Giovani, disse, levianci; andiamo ad onorare le vegnenti compagne.

Alla cui voce rivolte e levate, con simile passo verso di quelle, da loro già vedute, n’andarono, solo Ameto lasciando sopra la fonte. E giunte ad esse e quelle con accoglienze raccolte piacevoli, alli loro luoghi insieme voltarono i passi; la quali vegnenti con non altra andatura che soglia fare novella isposa, s’approssimano alla fonte. Laonde Ameto, riguardandole, in sé multiplicando l’ammirazioni, quasi di senno esce; e appena potendo credere ch’elle siano altro che dèe, tutto fu mosso a dimandarne Lia. Ma, ratemperato l’ardente disio, fra sé estimava d’essere in paradiso; e con intento occhio, come l’altre avea fatto, così quelle comincia a riguardare, dicendo:  Se queste qui così di venire perseverano, in brieve la bellezza d’Etruria, ma più tosto tutta quella de’ regni di Giove, ci fia raccolta; e io, usato di seguir bestie, Amore, poco avanti da me non saputo, seguendo, non so come mi convertirò in amante, servendo donne, alle quali, così fatte, seguire lunga vita mi prestino gl’iddii e animo dal presente non discordante. E come mi poteano essi fare de’ loro beni disioso sanza avermi queste mostrate?  Egli vede l’una, in mezzo delle due seconde, a quello luogo dove cantava il pastore prima venute, donnescamente con occhio vago rimirandosi intorno, venirsene dopo Lia; e lei tutta vestita di bianchissimi vestimenti conosce, ne’ quali appena sa discernere i lavorii tessuti in quelli con maestra mano; del cui vestimento le fimbrie, le scollature e qualunque altra estremità di quelli di larghissimi fregi d’oro, non sanza molte pietre, vede lucenti; e di maravigliosa chiarezza discerne infra gli alti albori dipingere la via ond’ella passa. Egli, per maraviglia riguardando, a quella nel petto una bellissima fibula, non solamente d’oro ma di varie gemme splendente, discerne; la quale congiungeva le parti dello sparato mantello di colei, di cui l’una parte, sopra il sinistro braccio raccolta e pendente da ciascuno lato, uno arco, il quale portava, niente impediva; e l’altra, gittata sopra la destra spalla, larga via concedeva alla mano tenente una saetta, la cui cocca tal volta la bella bocca e alcuna girarsi nell’aere, movendola quella, e altra diverse cose mostrare, con tanta autorità nel movimento di lei quanta Giunone, discendente degli alti regni, userebbe ne’ nostri, discerne. Onde egli, queste cose in sé tutte considerate, raccolto nella sua mente, dice alcuna volta:

 Or potrebbe elli essere che costei fosse Venere, discesa ad onorar li suoi templi? Io non so; ma io non credo che più bella, né tanto, mai si mostrasse ad Adone. E se ella non è dessa, ella è forse Diana, la quale quella che con lei venne di sanguigno vestita, nella sua venuta pensai che dessa fosse; e che ella sia dessa non è impossibile, però che simile abito suole quella servare ne’ boschi suoi, fuori solamente che de’ capelli. O forse ch’è alcuna altra dèa e da me non è conosciuta? E come verrebbe qui dèa che la terra non desse altri segnali? I prati tengono i fiori che si sogliono e l’acque quella chiarezza; alcuno odore più che l’usato non corre per lo caldo aere, e l’erbe, per lo sole passe, non lievano liete le sommità loro; né s’è mossa la terra, né queste donne l’hanno come dèe ricevute, non meno belle di loro. E se ella non è celestiale, io non so chi ella si sia mondana, però che elli ha poco che io apparai che il mondo portasse sì belle cose; e bene che io già abbia udito che con cotali ornamenti soleva Semiramis entrare nelle camere del figliuolo di Belo e la sidonia Dido andare alle cacce, certissimo delle morti di quelle, qui al presente non le debbo aspettare; ma chi che ella si sia, singulare bellezza possiede.

E poi che così ha detto, lasciando il tutto, a considerare le particularità di lei si rivolge, e rimirandola nella parte eccelsa, sotto pomposa ghirlanda delle frondi di Pallade vede i biondi capelli coperti da sottile velo; del quale parte, ma picciola, di sotto alla ghirlanda se ne porteria zeffiro, se sì forte soffiasse che dall’altro il potesse dividere; li quali sopra l’orecchie in tonda treccia raccolti e quindi di dietro non cascanti sopra lo equale collo, con piccolo viluppo stendentisi or verso l’una e poi verso l’altra orecchia vicendevolemente ristretti, loda in infinito, né dissimili ad alcuni delle prime li reputa in legatura o in colore. E la non coperta fronte dalla ghirlanda di bella grandezza e di luce commenda; della quale nella estremità inferiore, di colore di matura uliva, quanto conviensi eminenti, sottili e partite, non diritte ma tonde, due ciglia discerne, soprastanti a due occhi ne’ quali quanta bellezza dipinse natura già mai, tanta in quelli ne giudica Ameto, pensante, quando volessono, alle loro forze non potere resistere alcuno iddio; e se con soavissimo modo verso di sé li vede levare, tanto quanto a lui fissi sopra dimorano, gli pare gli ultimi termini della beatitudine somma toccare, credendo appena che altrove che in quelli paradiso si truovi. Li quali, neretti, soavi, lunghi, benigni e pieni di riso, tanto a sé il tengon sospeso che le bellissime guance, nelle quali con bianchi gigli miste si dirieno vermiglie rose, il dilicato naso, a nessuna altra stato simile, e la vermiglia bocca, con grazioso rilievo vermiglietta mostrantesi, e ciascuno per sé solo potente a fare maravigliare ogni uomo che li mirasse, quasi nol muovono a riguardarsi, sì gli è cara la luce di quelli ne’ quali non meno salute sente che in quelli di Lia.

Ma poi che dalla virtù d’essi fu vinto, sospirando il suo sguardo ritrasse all’altre cose, e come disegnate sono, riguardate, tutte le loda, e con quelle il mento bellissimo, sopra il quale il velo, mosso dalla sommità della testa e apuntato sopra i raccolti capelli, da ogni parte terminava raggiunto e trasparente molto, tanto che appena ch’egli vi fosse stato si saria detto; la marmorea e in alto diritta gola e il bellissimo collo piano e co’ vestimenti congiunto, come elli poteva difendeva dal sole, infino alla scollatura de’ vestimenti passante, la quale non ascondea i ritondi omeri col suo giro. A questa parte con diligenza rimira Ameto, e degna di laude maravigliosa la reputa co’ nascosi beni, appena di sé danti sopra li stretti panni alcuni segnali; e ciò sanza indizio di giovinetta età non avvenia; e con questi loda le braccia, delle quali se per chiedere andasse, domanderebbe così tosto come da quelle di Giuno essere stretto e tocco con le candide mani, le cui non grosse ma lunghe dita d’oro circulate vedea. E di quella, grande di statura e andante, alcuna volta vede il picciolo piede, e per merito dell’aure moventi i vestimenti toccanti le verdi erbette, nate di propio volere ne’ lieti prati, tal volta più ad alto rimira, e discerne la tonda gamba da niuno calzamento coperta; e bene che ombrosa per li circunstanti panni la vegga, bianchissima, gli scoperti membri guardando, la sente. Egli disidererebbe di vedere più avanti, ma invano vi s’affaticano gli occhi suoi; e perciò, venuta già quella tanto avanti che libera li rimanea dell’altra la vista, levò da quella le luci, sopra l’altra fermandole con non minore maraviglia. E poi che egli ha lei, vegnente in maturo abito, in mezzo delle prime a quello luogo venute, per ispazio grandissimo riguardata, non sappiendo come esser si possa vero ch’egli vegga tanto di bene quanto vede, e alcuna volta fra sé si pensa dormire, e dormendo essere agli scanni superiori tirato a veder quelle, e poi dice:  Io non dormo ; e, non affermandolo, ne rimane in dubbio; e pur rimira ciò che agli occhi gli aggrada. Egli d’alta statura, vestita di vestimenti rosati, non meno caramente fimbriati che’ primi, la vede; benché l’aurea fibula, tenente dell’altra il mantello, nel mezzo del petto di lei rilucesse, a costei risplendea sopra la destra spalla. E quello, sottilissimo, da essa in piega raccolto sotto il sinistro braccio e sopra quello rigittato, mostrando il verde rovescio, ricade verso terra, libera lasciando la mano nella quale fiori, colti per li venuti boschi, portava; ma ciò che di quello dalla destra spalla ricade, mosso alcuna volta dal vento, si stende in lunga via: la qual cosa similemente lo sparato vestire dalle latora va faccendo. La testa sua, con leggiadretta ghirlanda di provinca coperta, i biondi capelli da velo alcuno non coperti mostrava, de’ quali, non so come legati, ricadeva sopra ciascuna tempia bionda ciocchetta; le quali lei, di ciò non curante, rendevano sì vezzosa che Ameto n’avea maraviglia; il quale, il suo viso mirando, loda la spedita fronte e le non irsute ciglia ma piane; e tali nei suoi gli occhi di colei gli appariscono quali e gli occhi e l’altre bellezze di Filomena al tiranno di Trazia si mostrarono. Le candide guance, non d’altra bellezza cosperse che nella bianca rosa si vegga, non veduta dal sole, gli dànno materia di commendarle, e il naso, nel suo luogo ben ricadente, con la bellezza di sé supplirebbe, se altrove avesse difetto; la picciola bocca vermiglia e nel suo atto ridente, col sottoposto mento, compreso in picciol cerchio, hanno forza di farsi lodare al riguardante, il quale più tosto l’appetito che l’occhio, se elli potessi, ne pascerebbe. Ma poi che egli, con intenta cura la candida gola e il diritto collo e del petto e degli omeri quella parte, che il vestir non gli toglie, speculate, tutte le loda, e con quelle gli altri membri, e i palesi e i nascosi; e con lussurioso occhio rimira lunga fiata il piè di lei, andante calzato di sola scarpetta, la quale poco più che le dita di quello, sottile e stretta, copriva; e, nera, pensa che lui bianco faccia parere. Quelle donne, considerando Ameto le dette cose, pervennero al luogo ove egli, solo, attendendole si sedea; il quale, alla loro venuta levatosi, poi che fra loro onorate, disposte l’arme e’ mantelli, assettate si furono, si ripuose a sedere. E tutte insieme e ciascuna per sé lungamente mirate, così lieto cominciò a cantare:

[XVI]

O voi, qualunque iddii, abitatori

delle superne e belle regioni,

di tutti i ben cagioni e donatori,

che noi e’ ciel’ con etterne ragioni

reggete e correggete, disponendo

sempre a buon fine i tempi e le stagioni,

e te massimamente, a cui intendo,

o sommo Giove, i voti dirizzare

focosi del disio ond’io m’accendo,

con quella voce ch’io posso più dare

divota, vi ringrazio di tal bene

qual v’è piaciuto agli occhi miei mostrare.

Tantalo, Tizio o qualunque altro tene

di Dite la città, vedendo queste,

sentiria gioia, obliando le pene.

Voi le creaste e belle le faceste

con virtù liete, savie e graziose,

e a’ nostri piacer le disponeste:

adunque a’ prieghi miei sempre gioiose,

servando lor la bellezza e l’onore,

le fate, sì come son, disiose.

E tu, da me non conosciuto, Amore,

da poco tempo in là, il qual m’hai tratto

dalla vita selvaggia e dallo errore,

istato rozzo infino allora e matto,

ché col suo canto e con gli occhi la via

m’aperse Lia a darmiti con atto

non istinguibil della mente mia,

non notar ciò che la mia voce canta,

ma ciò che ’l cuor, subietto a te, disia.

Io rendo grazie al tuo valor con quanta

virtù si puote esprimer nella voce,

umile sempre a tua deità santa;

e bench’io senta il raggio tuo, che coce

me, per la forza degli occhi di quella

ch’alla tua via rozzissimo mi doce,

son io disposto sempre la tua stella

come duce seguir, fermo sperando

a buon porto venir, guidandomi ella.

L’arco, li strali e il cacciar lasciando

le paurose fiere, e’ vo’ seguire

le belle donne, sempre omai amando,

maladicendo il tempo che reddire

non puote indietro, nel qual già diletto

ebbi, faccendo le bestie fuggire,

sì ch’i’ ’l potessi spender nello effetto

de’ tuoi servigi; ma s’e’ me ne avanza,

darolti tutto quel ch’omai aspetto.

Qual selva fu o qual lieta speranza

col seguitato ben, mi desse mai

tanto di gioia, o quale ombrosa stanza,

quant’ho sentita, poi ch’io rimirai

di prima Lia e ch’io vidi costoro

le quali, in ben di me, raccolte ci hai?

Certo nessuna; e credo, se nel coro

fossi de’ tuoi regni, i’ non starei

la metà ben che rimirando loro.

Per ch’io ti priego pe’ meriti miei,

s’alcun ne feci o debbo fare o posso,

e teco insieme tutti gli altri dèi,

che dal mio domandar non sia rimosso

tosto l’effetto, ma compiutamente

segua il disio che da pietate è mosso:

il qual si è che noi etternalmente,

come noi siam, tegnate in questo loco,

sanza ch’alcun se ’n parta mai niente,

giovani, lieti e in festa e in gioco,

sanza difetto sempre mai accesi,

ognora più ferventi nel tuo foco.

Deh, se o Danne o Mirra furo intesi

da voi ne’ lor bisogni, non si nieghi

a me che contra voi mai non offesi.

Né sia bisogno ch’io a voi lo spieghi

quanti nimici vostri abbiate uditi,

con diligenza dando effetto a’ prieghi,

sì come ’l ciel ne mostra a lui saliti,

e ancora la terra il fa palese

e il mar simigliante e i suoi liti.

Adunque siate al mio priego cortese

benigni acciò che, con etterno ingegno

lodando voi, le menti faccia intese

di chi vive qua giù al vostro regno.

[XVII]

Sedendo sotto il bello alloro le donne alle fresche ombre, e alcuna, disposta la bella ghirlanda della biondissima testa e scalzatasi, co’ bianchissimi piedi tentava le frigide onde; e altra, apertesi le strette maniche e ’l petto, levatisi di capo i sottili veli, con essi, mancante zeffiro, a sé l’aure chiamava recenti, forse quale Cefalo per adietro con malo agurio di Pocris a sé ne’ boschi solea chiamare; e alcuna, giacendo sopra la nuova erbetta, mezza nascosa fra quella, la bionda testa sopra il ravolto mantello tenendo, quasi stanca si riposava. E nondimeno aveano gli orecchi al canto d’Ameto, al quale non parea che gl’iddii avessero orecchia prestata, perché, sogghignando, alcuna volta con motti piacevoli lo ’mpedivano. Ma poi che egli tacque, Lia così cominciò con le donne:  Giovani, il sole tiene ancora il dì librato: per che la sua calda luce ne vieta di qui partirci; i pastori dormono, le cui sampogne poco avanti ne feciono festa, e ogni maniera di diletto infino alla bassa ora c’è tolto, fuori solamente quello che i nostri ragionamenti ne posson dare; i quali di niuna cosa conosco così convenevoli, considerata l’odierna solennità, come li nostri amori narrare. Voi siete tutte giovani, e io; e le nostre forme non dànno segnali d’essere vivute o di vivere sanza avere sentito o sentire le fiamme della reverita dèa ne’ templi visitati oggi da noi. Adunque, narranti, e chi noi siamo insieme ci facciamo conte e, dicendo, faremo che noi oziose, come le misere fanno, non passeremo il chiaro giorno, il quale non al sonno amministratore de’ mondani vizii, né alla fredda pigrizia nutrice di quelli, si dêe donare.

Le donne s’accordano; e però che a varie dèe si conoscon serventi, e tutte a Giove, aggiungono che, dopo i narrati amori, pietosi versi della deità reverita da lei canti ciascuna con lieta voce. Aggiugnesi alla diliberazione l’effetto; e levate sopra l’erbe, in cerchio si posero a sedere. E avendo in mezzo messo Ameto, rimettono, ridendo, nello albitrio di lui che egli comandi come gli pare quale sia la prima li suoi amori narrante; il quale, lieto di tanto oficio, tirandosi d’una parte, acciò che tutte le vegga, a quella che al suo destro lato sedea, bellissima e di rosato vestita, la prima narrazione impone sorridendo; la quale, ubidendo sanza alcuna disdetta, lieta così cominciò a dire:

[XVIII]

Ameto, non come la più savia ma come la più antica, acciò che le più giovani lascino ogni vergogna, prima darò per lo tuo effetto forma nel ragionare al grazioso coro, al quale te abbiamo eletto antiste; e tu, acciò che ben conoschi come la tua Lia, molto da te amata, è più da dovere essere, sappi per exemplo de’ nostri amori sollicito ubidire, notate le nostre cose.

E quinci, dirizzato il chiaro viso inverso l’altre, le quali in atto tutte si mostravano attente, disse:  Nel rilevato piano dall’onde egee, nel quale siede la terra bellissima del cui nome fu tanta lite intra gli iddii, tolse Marte con pattovita legge la sua virginità ad una piacevole ninfa, quelli luoghi abitante; la quale, poi che sé corrotta dal potente iddio conobbe, sanza commiato abandonò di Diana il grazioso coro, forse di Calisto cacciata la vergogna temendo. Ma per lo tolto fiore in guiderdone la riempié lo dio di grazioso frutto; il quale poi che fu maturo, nelle sue case a sé simile partorì una vergine; e quella, con istudio solenne nutrita, perdusse ad età atta a’ matrimonii chiara di felice bellezza; ma quale cagione a ciò la movesse, o che sanza crini nascesse o che quelli per sopravenuta infermità perdesse, m’è occulto: ma so che da lei fu nominata Cotrulla. E essendo carissima dalla madre servata al debito tempo, fu sposata ad uno giovane di nobilissimi parenti disceso nel detto luogo, nel quale o egli o’ predecessori suoi, forse quivi del divino uccello in vece, il dominio servarono e da quello trassero il loro cognome ancora durante; a cui tanto piacque la giovane che, i suoi e il suo primo cognome lasciando, a sé e a’ discendenti di lui, de’ quali copiosamente gli concesse Lucina, il propio nome impuose della sua donna, non perituro in loro giammai. Di costui discendendo, nel solennissimo luogo già detto nacque il padre mio, e quivi, d’armata milizia onorato, visse eccellentissimo ne’ beni publici tra’ reggenti, e, de’ beni degli iddii copioso, me, a lui donata da loro, nominò Mopsa. E vedentemi nella giovinetta età mostrante già bella forma, a’ servigi dispose di Pallade; la quale me benivola ricevente nelle sante grotte del cavallo gorgoneo, tra le sapientissime Muse commise, là dove io gustai l’acque castalie, e l’altezza di Cirra tentante le stelle cercai con ferma mano; e i palidi visi, quelli luoghi colenti, sempre con riverenza seguii; e molte volte, sonando Appollo la cetera sua, lui nel mezzo delle nove Muse ascoltai. Ma, già pervenuta all’età debita a’ matrimonii, il mio padre, forse da Giunone infestato, estimò la mia forma degna d’abracciamenti; e come pio padre,  benché in ciò non seguisse pietoso l’effetto come l’avviso, in quanto la ricevente parte, ma non colei ch’era data, ne fu contenta,  egli ad uno, seguente Vertunno con sommo studio, mi congiunse con santa legge a procrearli nipoti, me a ciò allegante per naturale debito a lui obligata. E quelli che a me, a’ mandati paterni ubidiente, non renitente fu dato, ricordandolo, mi mette paura, pensando che elli di colui tenga il nome che da Gaio Julio quinto ritenne il monarcale uficio sublime, e che il mondo già fe’, ma più la propia madre, di sé con maraviglia dolere, vendicando le colpe a sua utilità contra Claudio e Britanio miseramente commesse.

Questi, a me per penitenzia etterna donato, non per marito, con la turpissima sembianza di lui non poté fare che sì i casti suoi abbracciamenti mi fossero cari, che Pallade, da me prima seguita, fosse per quelli obliata, ma più che mai mi diedi a’ suoi servigi. I quali con intenta cura seguendo, avvenne un giorno, nel tempo nel quale Febo, la caniculare stella lasciata, con luce più temperata i raggi suoi moderava sotto le piante del Leone nemeo, che io, lasciate le sollecitudini, acciò che con più aperto seno prendessi i freschi venti, sopra li marini liti presi sollazzevole via. E, ogni paura da me cacciata, soletta, con imaginevole cura ne’ passati studii la memoria non pronta affannava; sopra li quali così andante, a sé mi trasse più nuovo pensiero, però che, ver l’acque mirando, in picciola barca fluttuante vidi di bella forma uno giovane, il nome del quale, sì come poi apparai da’ suoi, era chiamato Affron. Egli, sì come io con vista infallibile presi, vago de’ diletti dell’acque e pauroso di quelle, né gli alti mari pigliava né in terra del picciolo legno discendere volea, ma, a quella vicino, mareggiando con mal dotta mano semplicetto s’andava. E poi che io con più intento riguardo l’ebbi mirato, piacque agli occhi miei la sua bellezza e, sospinta dalla santa dèa di cui qui, come posto avemo, ora ragioniamo, con voce assai soave il cominciai a rivocare in ferma terra. Ma egli, o per salvatichezza o per disdegno che se ’l facesse, non che egli consentisse a me chiamante, ma appena mi pur rispuose; e su per li vicini liti con maggior forza mosse la inferma barca. Io seguiva lui non scostantesi guari da’ marini liti e con focoso disio mirava la rozza forma e sollecita temea i suoi pericoli manifesti agli occhi miei; e, con tutto che oltre al dovere verso di me il vedessi salvatico, pure, da amore vinta, gli predicava i danni suoi, confortandolo a fuggir quelli. Ma le mie voci operavan niente e tanto più cresceva il mio disio, onde più volte in mare mi volli gittare per prendere lui; ma temente degli iddii dell’acque, ricordantemi di ciò che già fatto aveano alla misera Silla e alla fuggente Aretusa e a molte altre, con paura temperai le mie voglie e ritorna’mi pure al rimedio delle mie boci, pensando con quelle, più che con la corporale forza, giovare a’ miei disii; e così dissi:

«O giovane, cui fuggi tu? Se tu fuggi me, niuna cosa ti dovrà far sicuro: io non sono fiera pistilenziosa cercante di lacerare i membri tuoi, come i cani d’Atteone miseramente cercarono il lor signore, né baccata ti seguo con quel furore che la misera Agave con le sue sorelle seguitaro e giunsono Penteo. Io sono di questi luoghi nobilissima ninfa, te sopra tutte le cose del mondo amante; dunque non me, ma più tosto, a me venendo, fuggi i tempestosi mari, a te e a qualunque altro in quelli mareggiante sotto falsa bonaccia continuo serbanti ascosa fortuna. Chi dubita che Danne vorrebbe avere più tosto Febo aspettato, poi che con riposato animo conobbe la sua deità, che avere sì subitamente lo inrevocabile aiuto degl’iddii ricevuto, per lo quale ancora si mostra verde? Nullo che con diritta mente penserà a’ dilettevoli congiugnimenti avuti poi da lui con Climenes. Adunque e tu similmente la durezza, apparecchiante nocimento se tu non vieni, fuggila: tu sarai da me ricevuto non con altro abbracciamento che il faticato e molle Leandro fosse dalla sua Ero; del quale abbracciamento mai simile non sentisti. Dunque che fai? Quale simplicità, quale temenza ti tiene? Quale Eumenide dèa ti spaventa? Hai tu forse paura di me, non forse così di me ti seguisca, temendo quale ad Ermofrodito di Salmace adivenne? Fugghino gl’iddii che tali effetti a sì fatti casi ne perducessero: altri desiderii sono i miei e altri quelli di quella; i quali poi che tu avrai conosciuti, maladicerai con dovuta ragione la tua durezza. O puote la forma mia essere di paura cagione a niuna persona? Io, sì come la più bella di monte Parnaso, sono più volte da molti dèi stata cercata e molti me hanno seguita; e Apollo ad una ora luminante il cielo e la terra, acciò ch’egli fosse della mia grazia degno, mi fece tutte le sue virtù note, né alcuna sua arte, non tanto fosse segreta, mi tenne occulta e diedemi l’essere creduta in ciò ch’io dicessi: quello che a Cassandra, ingannato da lei, tolse; e oltre a ciò mi concesse essere etterna. E tu, forse non sappiendo chi io mi sono, mi fuggi; e però odilo. Io sono di nobili parenti discesa, servitrice di Pallade, a tutto il mondo reverenda dèa, e per li meriti di quella sono ninfa nel monte Parnaso; e ne’ miei teneri anni a’ petti della Muse, in quello abitanti, bevvi il dolce latte; e quindi pervenni all’età ferma come tu mi vedi. E tanto nel cospetto della mia dèa sono graziosa che, operante ella, i segreti oraculi di Cirra mi sono manifesti, e con etterna memoria l’antiche cose veggio continuo; e similmente le future, come se davanti mi fossero, mi sono manifeste. Tu solamente, a me presente, se’ a conoscere per subitezza difficile e me di me medesima fai dubitare. Ma, come che la difficoltà si profondi, pur te degno per la tua forma della mia bellezza cognosco, la quale ancora lieto possederai, se non m’inganna quello ch’i’ ho più volte già veduto. Ma il disio mi strigne a raccorciare il termine il quale la tua durezza distende oltre dovere. Vieni adunque, o giovane: io ti farò di più graziosa arte maestro che il navicare. Io ho a mia posta lo scudo della mia dèa, coperto del cuoio della nutrice di Giove, e l’asta di Minerva e i suoi vestiri; e serbo i suoi uccelli alli tuoi giuochi; e quella spada con la quale Perseo la misera testa tagliò di Medusa, sì sarà tua. E così armato di tutte queste cose, quando ti piacerà le più alte regioni vedere, ti mosterrò come a’ piedi ti deggi porre le sue ali con arte più somma che quella di Dedalo temente i caldi cieli e l’umide onde. Io ti farò conoscere, dimorando tu meco, la qualità delle case degli iddii, delle quali niuna parte mi se n’occulta. E a te le ragioni moventi quelle farò palesi; e onde i soffianti euri e i tumultuosi mutamenti dell’acque; e la cagione della rivestita terra da Ariete e poi spogliata da Libra ti mosterrò. Dunque ché dubiti di venire a colei che più ti puote ancora donare che ella non ti promette? E alle mie ultime parole, o giovane, apri gli orecchi e sappi che se a me, bella, potente e larga delli miei doni, non vieni, le mie orazioni con giusta ira toccheranno gl’iddii ne’ tuoi pericoli; e te, come Anfiorao, nel cospetto de’ Tebani lasciando la terra, per la fessura di quella sùbito co’ suoi carri visitò Dite, farò dallo aperto mare con la tua nave inghiottire».

Io il chiamai più volte e reiterai le promesse e le minacce, ma co’ venti se n’andavano le mie parole. E se non fosse che l’apparate cose non ingannevoli mi davano del futuro non falsa speranza, così di lui disperata me ne sarei gita come la misera Biblis per lo non pieghevole Cauno se n’andò all’ombre di Stigia. Ma perché di lui mi distenderò io multiplicando in parole? Quanto più verso me la sua acerbità indurava, tanto più la santa dèa Venere, di sopra intenta alle mie battaglie, di lui m’accendea con le sue fiamme. Per ch’io a nuovi argomenti lo ’ngegno prestai; e ancora che forse paia atto di dissoluta ciò che io feci, però che tutte di ciò che io ardo vi sento accese, cacciata la vergogna da me, la quale con focosa rossezza già mi sento nel viso venire, ve ’l pur dirò. Io dico che i lunghi drappi, toccanti terra come ora fanno, essendomi io cinta sopra l’anche, quasi paurosa dell’onde mostrandomi, in alto molto più che il dovere li tirai; per che agli occhi suoi le candide gambe si fecero conte, le quali, sì com’io m’avidi, con occhio avido riguardò; ma pure fermo nella ostinazione contraria a’ miei voleri si rimase. Onde io, disposta a vincere lui, levato a me di sopra agli omeri miei il non pesante mantello, come vinta dal caldo, aperto il vago seno, le bellezze di quello, alquanto bassandomi, gli feci, sanza parlare, scoperte; le quali elli non prima vide che, rotta ogni durezza, volse la prora a noi con queste parole:

«Giovane donna, attendi: io sono vinto dalle tue bellezze; ecco ch’io vegno presto a’ tuoi piaceri».

Le quali voci, come a’ miei orecchi pervennero, non altrimenti mi fecero lieta che fosse il narizio duca già ne’ porti della figliuola del Sole, di Cileno conosciuto l’avvento a sua salute. Egli, disceso in terra e fatto de’ miei abbracciamenti degno, dopo la grave rozzezza disposta, si rendé solennissimo: né più sommo di lui nelle nostre arti né di maggiore fama alcuno oggi risuona ne’ nostri regni. La qual cosa, considerata l’avuta fatica, l’ardente fiamma e il ben seguito fine, d’ornarmi, di cantare e di far festa mi sono sovente cagione. E però che favorevole fu Venere a’ miei amori, con incensi solenni e continui nelle sue feste visito i suoi altari e spero visitare sempre col mio Affron.

E queste voci finite, con piacevole nota e soave cantando, cominciò questi versi:

[XIX]

Pallade, nata del superno Giove

nel ciel mostrante più del suo valore,

qua giù ne spande quanto vuolsi e dove;

ond’ella lui con perpetuo onore,

come benigno padre e come degno,

ha ’n riverenza con sincero amore,

mostrando qui a noi com’al suo regno

salir si debba per etterna pace,

lasciando ogni altro sollecito ingegno;

e con la industria sua ancor ne face

di grazia più che ne mostra ’l fuggire

da’ fiumi stigii ove ogni ben si tace;

e come qui, posposto ogni disire

de’ ben fallaci, si debbia virtute,

per ben di sé, da ciaschedun seguire.

Per costei le province hanno salute,

reggono i re, e a’ casi emergenti

riparo dan le sue leggi dovute.

Costei cortese tututti i viventi

con alta voce chiama alli suoi doni,

sol che’ chiamati al prender sien ferventi.

Costei l’antiche e nuove condizioni

con occhio chiaro memora e discerne

e le future con giuste ragioni.

Costei ancor con le bellezze etterne

del viso suo più bello a riguardare

che altra vista mai fra le superne,

co’ suoi effetti si sforza a purgare

ciascuna nebbia delli cor mondani,

sol che ’l turbato la lasci operare,

rendendo quinci gl’intelletti sani

così a’ beni perpetui focosi

come eran prima ad acquistare i vani;

e fa i suoi fra gli altri gloriosi,

piacevoli, gentili e ben parlanti,

solleciti, benigni e graziosi.

Oh quanto son cotali effetti santi,

e come sé tra gli altri esser beati

si posson dir di quelli i disianti,

ben che sien pochi, e molti gli abbagliati.

[XX]

L’udite voci e i ferventi amori, la mira bellezza e l’angelico suono con nota mai più da lui non sentita, ciascuna per sé e tutte insieme oltre modo d’ammirazione riempiono Ameto, il quale fra sé disiderava d’essere Affron, lui sopra tutti gli altri amanti felicissimo reputando. E dice che molti meno prieghi a tirare lui bisognati sarieno, anzi più tosto, s’elli credesse che gli giovasse, porgerebbe alla ninfa de’ suoi. Ella nel suo avvento gli piacea molto; ma ora vie più gli piace e giudica in sé medesimo, se possibile fosse dal cuore disciogliere il piacere di Lia, che egli il faria per servire a Mopsa: ma ciò non sente fattibile. Ma non per tanto, con quella forza che puote, riceve con Lia insieme la bella donna, e dove in prima passionato per una, ora per due si sente trafiggere. E quinci levato il viso e vòlto in cerchio, lodate le parole e la canzone dell’ubidiente donna, examina a cui il secondo mandato imponga. E ad una che allato alla prima di sanguigno vestita sedea, disse:

 O giovane, a voi ora di seguitare s’appartiene .

Quella con atto vezzoso, bassata un poco la fronte e per vergogna arrossata, disse sé apparecchiata ad ubidire; e quinci con voce più espedita così cominciò a narrare:

[XXI]

In quelle parti le quali Alfeo, non lento fiume, da alte grotte disceso, bagna con le sue onde, quasi nel mezzo tra ’l suo nascimento e la fine, nacque il padre mio. Il quale, ancora che quivi plebeio fosse, agli ozii de’ nobili si dispuose, lasciando la sollicitudine del padre di lui, stata ne’ servigi di Minerva continuo. Egli d’una ninfa di Corito, garrula quale le figlie di Piero, questi luoghi colente, sopra le pulite onde a noi vicine m’ingenerò e alle naiade de’ vicini luoghi mi diede a nutricare. E non molto spazio dopo il mio nascimento passò che egli al cielo quello che qui n’avea rendéo interamente. Ma io, non seguente i canestri né le lane della santa dèa, alla quale il mio avolo era stato subietto, né gli ozii del mio padre né le loquaci maniere della mia madre, a portare i vendichevoli archi di Latona e a seguire lei ne’ miei puerili anni mi diedi. E già conosciute avea l’operate vendette da lei contro la superbia di Niobe, quando essa ne’ cori della figliuola mi mescolò a servirla; alla quale io piacqui tanto che più ch’altra vergine lei seguente m’amò e con sollicito studio mi fece dotta delle sue arti. Ma essendo io non molto men grande che io mi sia e già da marito parevole, la mia madre un giorno con cotali parole mi prese:

«Emilia, cara figliuola e unica agli anni miei, lascia i presi studi, e Giunone, a cui la tua forma non richiesta matrimonio richiede, di servir ti disponi. Tu dêi a me nepoti sì come io dovea alla mia madre. Li quali spero che concedenteliti Lucina, ti loderai d’avere seguito il mio consiglio; dal quale cessandoti, di necessità di me perderesti l’amore».

La cui volontà conoscendo io, prima alla mia dèa cercato perdono e conosciutola di ciò consenziente nel movimento benigno della sua imagine, a mia madre risposi me presta a’ matrimonii essere, ma non a lasciare Diana per altra dèa, dove da lei rifiutata non fossi. Consentì a questo la lieta madre e, trovato uno giovane secondo il suo cuore, il cui nome grazioso mi piacque, a lui per isposa mi diede. Alla casa di cui essendo io menata e gittati copiosamente sopra il mio capo i doni di Cerere e fattemi tòrre tre frondi della ghirlanda d’Imeneo, testimonio della mia virginità e festevole dimorante alle mie nozze, e entrata con le accese tede nella camera del novello sposo, le quali credetti che più lieta mano portasse che non portò, e la gran pompa de’ festanti giovani e le varie maniere degli strumenti ausonici exultarono. Lieta tra l’altre giovani, contenta mi potea dire se Giunone, de’ nostri matrimonii congiugnitrice, non avesse la mano ritratta con isconci accidenti dalle nostre fortune; la quale non dubito che più benivola a noi stata sarebbe se a’ suoi doni avessi voluta la mia bellezza prestare, lasciando Diana, la cui benivolenzia, a me mostrata ne’ giovani anni, mai non misi in oblio; e ancora che per li celebrati matrimonii del suo coro degna non fossi di seguitarla, già mai non lasciai né da lei mi fu donato congedo come a Calisto, con tutto che una volta gravante come quella apparissi nelle sue fonti, con maschia progenie poi dal peso diliberandomi.

Non m’era dunque altra deità nota del cielo, quando, non ha ancora gran tempo, visitando io li templi della nostra città, e questo massimamente dove oggi i solenni sacrificii abbiamo celebrati, ornata come sono al presente e forse più vaga, nelli suoi luoghi, cantando un giovane graziosi versi a’ miei orecchi, m’apparve la santa Venere, de’ suoi cieli discendente in forma quale al reverente Anchise, fuggente gli sconci incendii de’ suoi tetti, nel tempo notturno infra le tenebre si mostrò la chiara luce dell’avolo suo. Alla quale il tiepido cuore s’aperse nel primo sguardo; e quella, con le sue fiamme entratavi sùbito, vi rimase, me di costumi, d’abito e di modi in parte cambiando. E tanta fu di Diana ver me la benivolenzia ferma che già per questo non mi negò la sua compagnia, ma parve che io nella sua grazia crescessi.

Duranti adunque i nuovi fuochi della santa dèa nel petto mio, avvenne un giorno che, per questi prati soletta passando con l’arco e con le mie saette, mi vennero alzati gli occhi: e in aere, non sanza molta ammirazione, dinanzi ad essi vidi uno ardente carro tirato da due dragoni, tale a riguardare qual forse quello di Medea fuggente Teseo fu potuto vedere. Nel quale una giovane donna, nello aspetto altiera e di fuoco così come il carro lucente, armata di bellissime arme, con uno cappello d’acciaio con alta cresta e con iscudo, vidi reggente quello, e così veloce corrente per l’aere quali le saette turchie, pinte da forte nervo, sogliono sanza alcuna comparazione volare. A lato alla quale uno spirito bellissimo, del suo fuoco accendentesi tutto, vidi sedere; e con lei più volte tentata l’entrata degli alti cieli, non conceduta loro, per l’aria vagabundi in voce altiera faccendola risonare, andavano questi versi cantando:

 [XXII]

Quantunque il capo oppresso di Tifeo,

Etna mostrante le sue ire accese,

sbrigasse sé giungendo a Lilibeo,

e Pachino e Peloro le distese

braccia, e Appennin le gambe, tale

ched e’ sorgesse a far le sue difese,

alla nostra non fora mai equale

la sua potenza, quanto che si dica

che molta fosse già in ovrar male;

ne quella della gente che nemica,

i monti l’un dell’altro caricando,

infin al ciel di que’ faccendo bica,

s’appressarono a Giove minacciando

per torli il regno, e ’n Flegra poi sconfitti

da lui ch’ancor li spaventa tonando;

né qualunque altri mai furon trafitti

da tel celestiale: adunque presto

ci s’apra il cielo a cui sagliàn diritti.

Se chi vi sta nostro valor molesto

non vuol sentire, e forse a’ luoghi bassi

andare ad abitar, lasciando questo,

in quello entrati, saran da noi cassi

l’iddii reggenti, o per grazia ad alcuno

simile scanno a noi forse darassi.

E se resister volesse nessuno,

cacciandol quindi, il faremo abitare

misero con Pluton nel regno bruno.

Nostra virtù sopra le stelle pare,

nobiltà non ha luogo ove ricchezza

i suo’ difetti puote ristorare.

La vigorosa e bella giovanezza

che posseggiàn ne fa vie più sicuri,

e d’animo e di cuor ne dà fermezza.

Qua’ torri eccelse o qua’ merlati muri

ci negherien l’entrare in ogni loco

ove piacesse a noi, per esser duri?

Dunque col carro su del nostro foco

tirati da’ dragon ce ne montiamo;

già siam vicini a lui, già distiàn poco.

Se c’è forse negato che v’intriamo,

come Feton l’accese altra fiata,

e così noi la seconda l’ardiamo

con chi dentro vi sta, sì che l’enfiata

ira di noi dimostriàn con effetto

a chi contrario è suto a nostra entrata:

e così si punisca il lor difetto.

[XXIII]

Li quali poi che tutti gli ebbi con ritenente memoria compresi, bassati gli occhi, già più non potendoli rimirare, riguardai i verdi prati, e in essi, quale Elena sopra il morto Paride fu potuta vedere, m’apparve Venere. Ella, sedendo sopra le verdi erbette, teneva con la destra mano le lente redine d’un cavallo lì dimorante, e con la sinistra mano uno scudo e una lancia. E quasi piangendo, se piangere avessono potuto i divini occhi, pareva; e uno giovane, tutto di bellissime arme armato, guardava davanti a sé, il quale a me pareva giacente sanza anima. Io, prima presa non poca d’ammirazione, più ne presi questo veggendo. Ma, secondo il debito costume poste le ginocchia sopra la verde erba, con queste voci reverita prima la santa dèa, la domandai:

«O santissima deità, madre de’ piacevoli amori, acquistino le voci della tua serva merito d’essere udite nel tuo cospetto, e a quelle con la divina bocca, se degna ne sono, rispondi. E se è licito che a’ miei orecchi pervenga, dicendolo tu, non mi si nieghi la cagione del tuo dolore, il quale, nel viso divino mostrando li suoi vestigi, occupa non poco la sua chiarezza, e chi costui sia il quale qui morto guardi, come mi pare».

Alle quali parole così con angelica voce rispose:

«Piacevole giovane, costui che tu qui vedi, dalla sua madre a me nella sua infanzia lasciato, ho io ne’ miei exercizii nutricato gran tempo, infino che a questa età, che nel suo viso coperto di folta barba discernere puoi, co’ miei fomenti l’ho sanza fatica recato; e ne’ miei exercizii li avea armi donate e cavallo, e cintolo di milizia a me graziosa, come tu vedi. E ora che le sue lunghe fatiche erano a’ meriti più vicine, alcuna deità operante, toltosi a me, il suo spirito vagabundo per l’aire, come hai veduto, ne va con colei che più m’offende, ond’io quella noia in me ne sostengo che cape nel divino petto. Ma perciò che, quello che uno iddio dispone, l’altro nol torna adietro, com’io posso il soffero mal contenta».

Le sante voci, udite da me con animo attento, mi fecero pietosa, e dissi:

«O santa dèa, dà luogo all’ira e tempera le tue noie, alle quali tempo non si può tòrre: elle, ora che più aiuto che altro bisogna, non ci hanno luogo. Io con umana mano, quando ti piaccia, tenterò di fare quello che le divine costituzioni a sé non permettono, e forse il tuo armigero ti renderò sano e con intero dovere disposto a’ tuoi servigii».

E questo detto, ritenente l’arco e gli strali nell’una delle mie mani, appressantemi al già freddo corpo, e il battente ancora petto disarmato, alquanto, com’ella volle, toccai. Elli tremava tutto mostrando paurosi segnali della vicina morte e con moti disordinati facea muovere ciascuna vena. Ma poi che io col propio caldo della mia mano il petto freddissimo tepefeci, manifestamente sentii gli smarriti spiriti ritornare e i morti risuscitare e il cuore rendere a ciascuna vena il sangue suo. Onde, vedendo che ’l mio argomento traeva al fine desiderato, dissi:

«Dèa, confòrtati: la smarrita e non perita vita ritorna in costui, il cui spirito, dove che elli sia, rivocheremo con le nostre forze a’ tuoi servigii».

E perseverando, la tenni tanto che, quello riscaldato, al palido viso conobbi alcuno colore, ma poco ancora; e i membri cominciarono con molto debole moto a muoversi, non altrimenti tremanti che le piane acque nella sommità, mosse da pochi venti. E già la vita lontanata da lui, appena sostenendosi, si levò a sedere, cotale e ne’ modi e nello aspetto quale colui apparve tra’ monti tesalici al non degno figliuol di Pompeo, rivocato per li versi d’Eritto da’ fiumi stigii; e una dolorosa voce mandata fuori, se non che io il sostenni, saria caduto. Egli, vedendo con gli occhi, stati per lungo spazio nelle oscurità di Dite nascosi, la pietosa dèa nel suo cospetto, appena lei sostenne di riguardare; ma vergognoso con atti umillimi, sanza voce, però che ancora avere non la potea, dell’abandonata milizia cercava perdono. La qual cosa vedendo la dèa, contenta si dirizzò in piede, e benivola a’ suoi falli promise perdono; il quale, quando poi con più aperta voce il domandò, pietosa concesse, ammonendolo che più nell’usato fallo non ricadesse, se non per quanto gli fossero più care le tenebre d’Acheronte che la chiara luce de’ regni suoi. E oltre a ciò gli comandò, in luogo di ammenda del commesso peccato, che me sempre come cagione della sua vita seguisse e onorasse con sommo studio, e con viso pieno di letizia a’ miei benefici il raccomandò caramente. E questo detto, lasciando il luogo dipinto di maravigliosa luce, flagrante di preziosissimi odori, fendendo l’aere, sùbita ricercò il cielo.

Ma io quivi sola con costui già caldissimo in cotale guisa rimasa, contenta del dono a me dagli iddii conceduto, lui già liberamente e sicuro parlante, della sua nazione, del nome e de’ suoi avvenimenti il domandai, acciò che chi mi fosse stato donato mi fosse chiaro. Il quale così rispose alle mie voci:

«Bellissima giovane, sola della mia vita rimedio e sostegno, sopra Xanto, bellissimo fiume in Frigia corrente con onde chiarissime, si veggono ancora le sparte reliquie della terra che per adietro, da Nettuno construtta al suono della cetera d’Appollo, fu d’altissime mura murata. Della quale, poi che il greco furore d’ogni cosa arsibile ebbe le sue fiamme pasciute, e l’alte rocche, con dispendio grandissimo tirate inverso il cielo, toccarono il piano con le loro sommità, e la rapita, cagione di queste cose, ricercò le camere male da lei per molti abandonate, uscirono giovani dannati ad etterno exilio. E vagabundi lasciati i liti africani, e la gran massa premente la testa del superbo Tifeo e gli abondevoli regni d’Ausonia e le rapaci onde di Rubicone e del Rodano trapassate, sopra le piacenti di Senna ritennero i passi loro; e forse con non altro agurio che Cadmo le tebane fortezze fermasse, fondarono una loro terra per abitazione perpetua e di loro e de’ successori. De’ quali essendo già dodici secoli trapassati e del tredecimo delle dieci parti le nove compiute, come ora del quartodecimo delle cinque le due, poi che dal cielo nuova progenie nacque intra’ mondani, di nobili parenti discese una vergine la quale essi pietosi ad uno armigero di Marte congiunsono con dolorose tede in matrimonio, bene sperantisi d’operare. E così in quelli luoghi andanti le cose, tra bretti monti surgenti quasi in mezzo tra Corito e la terra della nutrice di Romulo, di Tritolemo, uomo plebeio di nulla fama e di meno censo, già dato a’ servigii di Saturno e di Cerere per bisogno, e d’una rozza ninfa nacque un giovinetto di cui, sì come di non degno di fama, il nome taccio. Egli, benché mutasse abito, coperti sotto ingannevole viso li rozzi costumi, ritenne del padre in ogni cosa materiale e agreste e, non imitante i vestigii del generante, si dispuose a seguitare con somma sollicitudine Giunone la quale, a lui favorevole, in quelli luoghi il produsse; e ne’ servigii di lei, abondevolmente trattando i beni di quella, per lungo spazio trasse sua dimoranza, e agl’incoli parlando sé nobile, a’ nobili cotale mestiere, quale il suo era, essere per consuetudine antica mentiva. Dove dimorante elli, il dolente gufo donante tristi agurii a’ nuovi matrimonii della già detta vergine, con crudele morte vegnenti le sue significazioni, fu levato di mezzo colui che, poco più che fosse vivuto, mi saria stato padre; e lei, di senno e d’età giovinetta, sanza compagno rimasa nel vedovo letto, nelle oscure notti triste dimoranze traeva piangendo, infino a tanto che agli occhi vaghi di lei l’aveniticcio giovane di venusta forma, non simile al rustico animo, apparve, ma non so dove; la quale non altrimenti, vedendolo, sentì di Cupido le fiamme che facesse Didone, veduto lo strano Enea. E come colei di Sicceo, così questa del primo marito la memoria in Letè tuffata, cominciò a seguire i nuovi amori, sperando le perdute letizie rintegrare col nuovo amante; le quali più tosto, avvegna che poche rimase, con dolorosa morte, per le operazioni di lui, s’apparecchiavano di terminare. Esso, non meno piacendo ella a lui che egli a lei piacesse, ardente di più focoso disio, più sollecita di perducere ad effetto l’ultime fiamme, le quali non si doveano spegnere se coperto inganno non ci avesse le sue forze operate. La giovane, del suo onore tenera, resiste con più forza a’ suoi voleri, e dubbiosa degli stretti fratelli sta ferma alle battaglie de’ focosi disii; per la qual cosa a ciò perducere non si può ciò che cerca colui.

Ma le varie sollecitudini e continue tirano a compimento uno de’ pensati modi dal giovane. Il quale in parte segreta trovatosi con lei, l’uno e l’altro tementi con voce sommessa a’ loro congiugnimenti invocarono Giunone; e a lei chiamata porsero prieghi che con le sue indissolubili leggi fermasse gli occulti fatti, e i patti, da non rompersi mai, servasse nella sua mente, infino che licito tempo con degna solennità concedesse che que’ s’aprissono, ultimamente giurando per la sua deità l’uno all’altro che allora, fuori che per sopravegnente morte, l’uno sarebbe d’altrui che dell’altro, o l’altro d’altrui che dell’uno, che Senna, in su rivolgendo le sue onde, fuggisse dal mare. Giuno fu presente e diede segni d’avere intese le loro preghiere e, dimorando quivi, diede effetto agli amorosi congiugnimenti, de’ quali io, a miglior padre serbato se ’l troppo affrettato colpo d’Antropos non fosse, nacqui; e da loro Ibrida fui nomato e così ancora mi chiamo.

Ma il mio padre, sì come indegno di tale sposa, traendolo i fati, s’ingegnò d’annullare i fatti saramenti e le ’mpromesse convenzioni alla mia madre. Ma l’iddii, non curantisi di perdere la fede di sì vile uomo, con abandonate redine, riserbando le loro vendette a giusto tempo, il lasciarono fare; e quello che la mia madre gli era si fece falsamente d’un’altra nelle sue parti. La qual cosa non prima sentì la sventurata giovane, dal primo per isciagurata morte e dal secondo per falsissima vita abandonata, che, i lungamente nascosi fuochi fatti palesi co’ ricevuti inganni, chiuse gli occhi e del mondo a lei mal fortunoso si rendé agl’iddii. Ma Giunone né Imeneo non porsero alcuno consentimento a’ secondi fatti, bene che chiamati vi fossero; anzi, execrando l’adultera giovane con lo ’ngannevole uomo, e verso loro con giuste ire accendendosi, prima privatolo di gran parte de’ doni ricevuti da lei e dispostolo a maggior ruina, a morte la datrice, la data e la ricevuta progenie dannarono con infallibile sentenzia, visitando con nuovi danni chi a tali effetti porse alcuna cagione. Ma io, venuto ne’ discreti anni, questa dèa alla quale piccioletto rimasi, e a cui molto di me è caluto, seguendo nelle palestre palladie, come a lei è piaciuto, con diversi ingegni ho le mie forze operate; e sì m’è stata benivola la fortuna che in quelle da molti sono stato e sono reputato agrissimo pugnatore.

Questa cosa, avendo partorito graziosissimo fiore, riuscì pessimo frutto e non pensato, però che, per questi effetti forse non meno d’Ercule reputandomi degno, oltre al piacere dell’iddii con la mente levato in alto cercava i cieli, come voi vedeste, ne’ focosi carri tirati da’ fieri draghi. Ma in quelli niuna entrata ne fu largita, e già prontissima ruina, mancante a’ tiranti la forza, ci s’apparecchiava, la quale forse sanza inrevocabile morte non saria stata. Fui adunque e sono in vita per voi rivocato, come vedete, e perciò sì come a vostro e sempre a’ vostri piaceri disposto imponete regola qual vi pare, sicura che quella, con passo continovo, che voi direte, seguirò studioso».

Poi che elli ebbe così detto, rimirandomi fiso, si tacque. Ma io niun’altra legge imposi alla rivocata anima se non che, seguendo l’usate palestre, facesse di fare frutto quale il già bello e aperto fiore mostrava dovere producere, e che dopo la dèa io sola nel mondo fossi donna della sua mente, quelli doni promettendoli in merito che può donare la mia dèa.

E poi che così ebbe detto infino a qui, la bella donna, seguendo l’ordine incominciato dall’altre, con voce piena di melodia così cominciò a cantare:

[XXIV]

Diana, gli aspri fuochi temperante

con le sue onde, e con arco protervo

chi la volesse offender minacciante,

indarno mai di quel non tira nervo

ver chi le spiace, sì come Atteone

il sentì tristo, convertito in cervo.

Con dritta lista a ciascun sua ragione

di dar le piace, e fa sì che Astrea

giusta non fa d’alcuno eccezione.

Chi segue i suoi piacer convien che stea

a tal dover con l’animo subietto:

che quel ch’a sé non vuol altrui non dêa,

seguendo sempre in sé il viver retto

sanza offender altrui, ognor rendendo

a ciascun quel ch’è suo con sano effetto.

Costei, di spada armata, in man tenendo

giusta balluca, graziosamente

l’umile exalta, il superbo premendo.

Quando costei è nel mondo possente,

la matta cupidezza e disfrenata,

madre di brighe e di quistion movente,

è sì da lei col suo valor recata

che’ termini non passa del dovere

che del passar non sia tosto purgata.

E se la gente che vive, in calere,

come conviensi, l’avesser, già mai

nullo s’avria con ragion da dolere.

Ma i dolenti che ad etterni guai

disposti sono e ogni dì più presso

si fanno a que’ che lor saran sezzai,

al barattare occulto ognuno è messo,

in voce aperta chiamando costei

che di ciel nota di ciascun l’eccesso;

la quale a tempo ancor verrà, con lei

l’ira di Giove scendendo focosa,

e sanza aver pietà punirà i rei.

E giusto è che chi lei graziosa

non ha voluta, con aspra vendetta

crudel la senta sopra sé crucciosa;

e io la cheggio sì che chi l’aspetta,

benigno goda; e gli altri tribolati

da crudi affanni muoian con lor setta,

lasciando in pace qui poi i beati.

[XXV]

Finito il grazioso canto della donna bella, il quale fu cotale nelli orecchi d’Ameto quale quello d’Atlanciade in quelle d’Argo, egli, già sentente il terzo fuoco, rivocò gli occhi dallo angelico viso di lei, e sospirando con tacita voce disse:

 O Inache, minore cosa sarebbe e a te molto più lieve, benché ogni cosa igualmente possibile sia appo te, di farmi in Ibrida convertire e Ibrida in Ameto, che non fu rendere alla pregnante madre la femina Ifi maschio. Oh quanto io il disidererei e quanti prieghi ti sarebbono da me pórti devoti, s’alcuna speranza avessi di cotal grazia!

Dopo queste parole, con voce più alta, riguardando le aspettanti donne, disse:

 O bella donna, seguite le prime col grazioso canto e col parlare.

Alle quali parole la ninfa, di purpurea veste coperta, sentendo che a lei dicea, dopo un leggiadretto riso, levata alta la testa, così cominciò a parlare:

[XXVI]

E’ non sarebbe forse men senno il tacersi a me, avendo due sì fatti amori uditi ora davanti dalle due donne. E certo io il farei se sanza il proposto e cominciato ordine guastare far si potesse; ma però che fare non si può, le mie tiepide fiamme a rispetto dell’altre racconterò. Cipri, di molte città ricchissima, tenne il padre mio, non di sangue né d’animo popolesco, ma di mestiere. Egli, posta tutta la sollicitudine a’ beni di Saturnia, per divenire copioso di quelli, l’onore della sua milizia n’abandonò, disponendo il forte scudo, nel quale i raggi di Febo e l’animale di quella casa, nella quale egli più si rallegra nel cielo, nel colore d’esso figurati portava. Ma, già di quelli pieno, la mia madre per isposa s’aggiunse, allora di bellezza famosissima ninfa in tutto Cipri; e il loro matrimonio fu felice e nel cospetto degl’iddii accettevole, però che me con molti altri figliuoli generarono, simiglianti ciascuno a’ suoi parenti. Ma mentre che io, giovinetta e lasciva, tirava semplice alli fermi anni le fila di Lachesis, Pomena sollicita, nelli spaziosi orti avendo veduto dell’umore d’uno giovinetto rampollo di pero d’uno antico e robusto pedale e della virtù de’ solari raggi, mediante una ninfa, nascere un bel garzone, con graziosa cura il nutricava, quasi nelle sue delizie nato; e però che umile il vedea e pacifico, di Pacifico nome li fece dono. Elli con l’effetto seguendo quello, venuto in età ferma, per servidore il diede al suo Vertunno e, poi che a quelli anni fu pervenuto ov’io correa, a me per marito l’aggiunse. Egli mi piacque e piace sopra tutte le cose, né altro mai me ’l fece o farebbe dimenticare. Tenendomi adunque così di costui l’amore, com’egli Vertunno così io Pomena proposi di seguitare e d’essere nelle sue arti dotta per fuggire gli ozii; né fu dall’avviso di lungi l’effetto, però che, a’ suoi servigi profertami, da essa graziosamente ricevuta fui. La quale me, dalle facce di Diana nomata, continuo mi chiamò Adiona; e presami per la destra mano mi disse:

«Vieni vedi gli studi miei: vedi dove io le mie fatiche consumo».

E mossa, mi menò ad una porta d’un suo giardino, nella quale entrata, mi fece conte le sue delizie. Per lo quale io seguitandola, vidi mirabile ordine ne’ suoi fatti; e Apollo tenente del cielo quella parte che ora trascorre, più i lavorii abelliva. Egli, secondo l’avviso dell’occhio, corrente per tutte le parti presto, era quadro, di bella grandezza; e ciascuna faccia di quello, da alte mura difesa, con dritto riguardo rendeva a una plaga delle mondane, né d’esso vacante particella alcuna, né occupata male, vi si potea conoscere. Egli avea intorno di sé per tutto pianissima via, non d’altra larghezza che quella che noi, qui dimoranti, diritta mena al tempio dove oggi fummo. La quale per tutto si puote non altrimenti veder coperta delle fila e delli stami delle figliuole del re Mineo, legate e stese con mani maestre sopra le incrocicchiate piante di Siringa, che sieno i lunghi atrii de’ gran palagi con tonda testuggine di pietra coperti; e co’ loro fiori, odori graziosi rendenti ne’ tempi dovuti, si possono vedere cariche d’uve dorate e purpuree di diverse forme, i pedali delle quali, congiuntissimi col muro, niuno impedimento porgono a chi vi passa. Intorno al quale, in picciolo poggio levati, per luogo de’ faticati sono di pietra graziosi scanni, li quali tanto dal muro con la loro ampiezza si scostano che, non togliendo luogo a chi sedesse, largo spazio concedono ad erbe di mille ragioni.

Quivi si vede la calda salvia con copioso cesto in palida fronda, e èvvi in più alto ramo con istrette foglie il ramerino utile a mille cose; e più innanzi vi si truova copiosa quantità di brettonica, piena di molte virtù, e l’odorifera maiorana con picciole foglie tiene convenevoli spazii insieme con la menta; e in un canto si troverebbe molta della frigida ruta e d’alta senape, del naso nimica e utile a purgarsi la testa. Quivi ancora abonda il serpillo, occupante la terra con sottilissime braccia, e il crespo bassilico, ne’ suoi tempi imitante i garofani col suo odore, e i copiosi appi co’ quali Ercule per adietro solea coprire i suoi capelli. Quivi malva, nasturzi, aneti e il saporito finocchio col frigido pretosillo. Ma perché mi stendo io in queste menome cose? Io non ne saprei nominare tante che tutte quivi non sieno, e molte più. E perciò, procedendo all’altre cose, dovete sapere che l’opposita parte a questa, cioè l’altra parte della già detta via, difendente con più piacevole resistenza, toglie all’andito gli aguti raggi d’Appollo. Ella è di diritti pedali di diversi alberi  <seminata>, spessi e distanti a misura; e, sostenenti l’abondevoli viti, chiudono la via erbosa da’ solchi con chiusura di canne, con loro congiunte con tegnente vinco, non in altra maniera che appaiano le ’ngannevoli reti stese a’ passi de’ fuggenti animali. E quelle non occupate si veggono da vitalbe, abondevoli di bianchi ligustri; ma, come l’ellera l’olmo, così da spessissimi gelsomini e da pugnenti rosai sono per tutto cinte. E come ’l cielo di molte stelle nel chiaro sereno a’ riguardanti par bello, così quella verdeggiante non meno, veggendola piena di fiori e di bianche rose e di vermiglie, molto già disiate da Lucio allora che, asino divenendo, perdé l’umana forma, e in alcune parti di bellissimi gigli. Né è di quella via il suolo dall’arido paleo occupata, né in tutto la cuopre l’abracciante gramigna, ma lieta si vede di molti fiori. Quivi Narcisso e il pianto Adone e l’amata Clizia dal Sole si vede, ciascuno in grandissima abondanza, e vedevisi lo sventurato Iacinto e la forma di Aiace e qualunque altro più bello a riguardare; e di tanti colori è dipinto il luogo che appena ne tengono tanti le tele di Minerva o i turchi drappi.

Questo, fatto come io disegno, cercato tutto intorno, come piacque a Pomena, entrammo per una via movente dal mezzo dell’una delle quattro facce, non d’altra qualità che le dette: fuori che, dove quelle da muro dall’una delle parti difese sono, queste da ogni parte da fiori. E per quella andanti, pervenimmo in uno bellissimo prato di grandezza decente a quel giardino, sopra il quale, quadro, tre altre ne rispondieno, ciascuna dal mezzo mossa della sua faccia, e qui, nel mezzo di quella del prato rispondente, finiva, fatte sì come l’altre. Ma l’occhio mio, andante alle cose alte, quello prato vide coperto di simile copritura che le vedute vie, in forma quale ne’ battaglievoli campi i tirati padiglioni mostrano i colmi loro.

Questo con l’altre cose vedute, a me molto piaciute, sanza fine lodai; e l’occhio, tornando alle cose più basse, mi die’ cagione di maggior maraviglia, e mostrandomi cosa non meno degna di loda, quasi quelle mi fece dimenticare. Io vidi nel mezzo di quello una fontana di bianchissimi marmi, per intagli e per divisi e per abondanza d’acque molto da commendare, le quali così copiose e scarse moveano da quella, come Pomena volea. Esse, alcuna uscenti per sottil canna, si levavano verso il cielo e, ricadenti nell’alta fonte, faceano dolce gridare; e altra volta all’erbe del prato, aperti piccioli fori, molto a sé gittavano lontano; e quindi per occulte vie il bello giardino rigavano tutto, come Pomena mi disse e fe’ palese. Io riguardai questa lunga fiata, ma poi per picciolo cancello, come Pomena volle, entrai nell’una delle parti aperta al cielo, e quivi manifesta cognobbi la dignità degli alberi di quello orto, a me ancora per le graziose ombre non potutasi palesare. Io vidi sì come il quadro teneva alberi d’ogni maniera; de’ quali tutti sopra i legati tralci, li quali i loro pedali sostenevano, si stendevano i torti rami non altrimenti che sopra le merlate mura si mostrino l’alte torri imbertescate.

Io conobbi quivi nell’uno de’ canti gli antichi pedali di Baucide e di Filemone, pieni nelle loro sommità di rugose palme; nell’altro canto, altissima e con etterne frondi, era la non pieghevole Danne, qui a noi similmente soprastante; nel terzo canto era l’albero cercante il cielo con la sua sommità, nel cui pedale si mutò il fanciullo Ciparisso; e il quarto luogo teneva il cretense abete più bello all’occhio che per frutto utile. In mezzo di questi si sariano annoverati molti meranci carichi ad una ora di fiori e di verdi frutti e di dorati, tra’ quali, avvegna che radi fossero, si vedevano gli alberi a’ quali la misera Filis aspettante Demofonte diede principio, e gli sparti fichi aspettati dal corbo, e le piacevoli castagne difese da aspra veste, state già care ad Amarille; e nel mezzo dello aperto luogo, forse di non minore grandezza che quella che il matto Erisitone violò con la tagliente scure, stava una bellissima quercia porgente grandissime ombre con gli ampi rami, di nuove frondi carichi e mostranti lieti segnali di copiosa prole. Né è da credere che di quelli luoghi fossero i solchi vòti, anzi, di varie biade pieni e già biancheggianti, davano segnali di loro maturezza. Di questa parte passai nell’opposita, la quale, come la prima, d’alberi varii circundata conobbi. Ella mi mostrò sopra l’uno de’ canti l’antico pero, la cui pianta avea generato il mio marito, e l’uno e l’altra carica de’ suoi frutti; sopra l’altro canto il palido ulivo, caro a Pallade molto, di rami pieno si vedea e di frondi, significante con abondevole segno li futuri frutti; e l’angulo a questo seguente teneva la frigida noce, dante a sé medesima co’ suoi frutti cagione d’asprissime battiture; e nell’altro uno olmo altissimo, congiunto con l’amichevoli ellere e con l’usate viti, intra’ quali gran copia di pugnenti pruni, belli di verdi frondi e di bianchi fiori. Quivi in molte verghe surgeano avillani, e più presso a’ solchi correnti pieni dell’acque versate dalla fontana erano le misere sirocchie di Feton e la piagnevole Driope e la lenta salice; e se il dolente Idalago fosse stato mutato in pino, io avrei detto che quello che quivi in mezzo degli scoperti solchi vidi, fosse stato desso; ne’ quali solchi si vedevano gli alti papaveri, utili a’ sonni, e i leggieri fagiuoli e le cieche lenti e i ritondi ceci con le già secche fave, ne’ suoi luoghi divisi ciascuno.

Ma io, venuta di questo luogo nel terzo, il vidi intorniato di sparti meligranati, e in una parte mi parve conoscere la piagnevole pianta della mutata Mirra, abominevole per li suoi amori, e vidi le mutate radici del gelso col suo pedale e co’ suoi frutti per la morte de’ bambillonici giovani; e pieno di fioriti meli. Ma il suolo era ripieno di fronzuti cavoli e di cestute lattughe e d’ampie bietole e d’aspre borraggine e di sottili scheruole e di molte altre civaie. E così nel quarto la pianta dante l’incensi, stata non molto avanti mutata dal sole, e il corniuolo di poco tornato da udire la cetera d’Orfeo, e le care mortine alla nostra dèa, e l’eccelso ciriegio e il lazzo sorbo e il fronzuto corbezzolo e l’alto faggio e il palido busso e più altre piante, le quali lungo saria il narrare, sotto le quali la terra di dovere producere mostrava le cipolle coperte di molte vesti e i capituti porri e gli spicchiuti agli; e oltre a ciò i lunghi melloni e i gialli poponi co’ ritondi cocomeri, e gli scrupolosi cedriuoli e’ petronciani violati con molti altri semi, de’ quali la terra vie più s’abellia. E certo appena pure queste dette mi poterono, molte volte vedute, rimanere nella mente, le quali, se la vista d’esse e dello inestimabile ordine posto a quelle non mi fosse veridica testimonia, l’audito non vi darebbe fede. Ma perché mi voglio io distendere in ogni cosa e multiplicare in parole? Voi dovete imaginare come egli stea per quello c’ho detto. Il quale così veduto e tutto cercato, Pomena lodando l’opera sua, dimandatami del mio parere, con vera risposta la ne fe’ certa. Ella, postasi a sedere sopra le piacevoli erbe, e io con lei, mi mostrò quali parti del giardino fossero a diversi albori utili, e quali io dovessi da Euro e quali da Borea o da Austro guardare, e quali al soave Zeffiro sanza alcuno ostaculo concedere, e quanto per ciascuno dovessi la terra cavare, e quale barbato e quale sanza barbe si potesse piantare; aggiugnendo a questo quali lune e quali disposizioni d’esse fossero utili, e come gli olmi si dovessero delle viti accompagnare, e quale età d’essi era più atta a tale commerzio. E insegnommi come e in che tempo gli occhi d’uno albero nelle tenere cortecce dell’altro pigliassero forze. E dopo questo m’aperse come sopra i susini nascessero i mandorli, e i robusti peri nutricassero gli altrui figliuoli e qualunque altri; e poi mi disse quando con curva falce i lussurianti rami di tutte le piante siano da reprimere e come da legare, e in quali ore l’onde si debbano porgere agli assetati solchi e similmente i semi, e di che erbe si debbano gli orti purgare e quali in essi con abondanza lasciare multiplicare, e come chiuderli e da cui guardarli, e in che modo si servino i ricevuti frutti. Tutte queste cose mi furono carissime; e con diligenzia dandole l’apprensiva, alla memoria le guardava. E con lei mi diedi a nuovi lavorii nel grazioso giardino, nel quale se forse alcuna volta dalle fatiche o dal caldo eravamo vinte, o sedenti sopra le tenere erbe davamo gli orecchi a’ canti de’ varii uccelli o con diverse parole imbolavamo le non utili ore a’ nostri affanni. Ella mi solea alcuna volta dilettare con queste parole, dicendo:

«Giovane, a me come me medesima cara, io non dubito che, vedendo tu il giovane giardino e il mio viso non mostrante ancora alcuna crespa, me reputi d’età vòta: ma io, antichissima, ho la presente forma con laudevole stilo servata ne’ miei lavori bella, come tu vedi; e voglio che ti sia nota cosa di maggior maraviglia. Io fui nata ne’ primi secoli e co’ primi uomini la mia puerizia consunsi, li quali di me niuno bisogno aveano; e il perché udirai. Allora che la mia madre mi diede al mondo, Saturno i cari regni dell’oro governava ne’ correnti secoli sotto caste leggi, e nel suo senno abondava ciascuna provincia tenente uomini. E la terra, più copiosa di beni che di gente, per sé a’ rozzi popoli fedele donava nutrimenti, però che le ramose querce abondanti di molte ghiande sodisfaceano a tutti i digiuni. E credesi che Dadona allora per santissima selva e sì come molto utile al mondo fosse da’ viventi con festevole voce onorata. E i fuochi solamente o nell’acque o sopra le sue brace davan le carni mal cotte de’ presi animali a’ cacciatori, e le crude radici delle non conosciute erbe parevan dolcissimo cibo a qualunque persona. Niuno fiume era che non desse dolcissimi beveraggi a’ suoi popoli: Ganges, dante le prime vie al sole con le care arene ancora non conosciute, dava, alli suoi, soavissimi beri con le chiare onde, e Idaspen era per molte cose caro agl’Indiani; ma più per quella. Nifate similmente era nella sua chiarezza con diligenzia dalli Ermini servato a mitigare le seti; e i celestiali Tigri e Eufraten di questa medesima cosa contentavano i Persi, e l’egiziaco Nilo, bagnante per sette porte la secca terra, con argentate onde rinfrescava le aride gole. E chi dubita che Tanais sotto freddo cielo, se ancora si vedeva alcuno popolo, era loro caro per quei bisogni? E i regni che doveano essere di Danao, rigati d’Acheloo, d’Alfeo e da Penneo, ancora non padre della rigida vergine, e di molti altri, erano tutti per tale mestiere spesso riveduti insieme con Inaco. E Xanto e Simois, non aventi ancora vedute le rocche di Nettuno, furono più cari a quel tempo per bere che poi per ispegnere le greche fiamme, se alcuno fu che con isperanza di campare l’adoperasse. E Rubicone, che dovea l’ardito passo prestare a Cesare, e Albula, lui aspettante, e a cui gli onori del mondo doveano tutti essere sottoposti e palesi, non avente ancora per lo ricevuto re nelle sue onde mutato nome, se non aveano popoli, care davano le loro onde agli animali. E il tempestoso Danubio, crescente per le risolute nevi, e Isera erano lietamente gustati da’ popoli, oggi di quelle nemici, altressì come Eridano a’ Liguri.

E brievemente in ogni parte Tetis, graziosa delle sue onde, sanza porgere cagione di vizio, usava le sue cortesie. Questi così fatti popoli coprivano i corpi loro, ancora non tementi i rigidi freddi, delle vellosi pelli delli scorticati leoni o di qualunque altro animale; e il sangue del tiro non era ancora conosciuto né caro per dare i varii colori alle lane, che per sé medesime cadevano delle non tondute pecore, solo per lo loro latte tenute care. Gli altissimi pini erano, a queste, graziose ombre e a’ caldi e alle piove, e le cresciute erbe davano graziosi sonni, e ciascuno in sé, ad exemplo degli altri animali, teneva i libidinosi voleri reprimuti, fuori che allo ingenerare.

Questi così fatti tempi trascorrevano con picciolo bisogno delle mie fatiche sì come ristretti solamente nelle bisognevoli cose alla natura. Ma la Terra, prontissima a’ danni suoi, cacciato Saturno, ricevette per re Giove, le cui leggi furono molto più larghe e i suoi secoli meno cari. Costui generò Cerere, la quale, aggiunti i carri suoi a’ colli de’ tiranti serpenti che mai per solco di bionda biada non erano iti, discorse il mondo; e la terra, sostenitrice di tutti gli affanni, ancora intera, rotta da Saturno col ricurvo aratro, ricevette i nuovi semi con diversi lavori prestati alla sua fede, e la non conosciuta biada con alte spighe rendé in molti doppi. E così recate da Cerere le non sapute abondanze, si tolse via l’uso delle non libidinose vivande. E a costei sopravenne Bacco, nato della consumata Semelè, iddio riverito molto da’ Tebani, il quale, ne’ suoi giovani anni fattosi per molti paesi cognoscere, riempié de’ suoi doni Naxon e Chia e Nisa e Elea e il monte Falerno e Veseo e altri luoghi assai; e infino in India i suoi usi n’andarono. Questi al mondo, già più pieno di gente, mostrò diversi modi agli usi suoi, e aggiunse odori e forze diversamente di più spezie a’ suoi licori, e in tutto s’ingegnò di tôrre via le forze della già poco potente Tetide. E venne chi trovò mille modi, con nuove vivande, da lusingare la non sazievole gola: e i già mutati compagni d’Aceste, e Dirce, figliuola del superbo Nino, e la non savia Nais co’ suoi giovani paurosi nuotano per le nascose acque, con gli altri lungamente stati sicuri dalla età non conoscente le loro carni viscose. E il lino, cresciuto già ne’ campi, in danno degli uccelli mostrò le forze sue, e gli spezzati monti e la terra cotta, con lavorato bitume raggiunti, più sicure tolsero via l’uso dell’ombre de’ pini. E Minerva, mostratasi rozza infino a quelli tempi alle genti che di così fatta <vita> erano contente, con più sottile ingegno mostrò i suoi artificii e insegnò le raccolte lane tirare in ritondo filo e di quelle comporre tele più utili a’ vestimenti che le salvatiche pelli. E l’erbe, mostranti ne’ campi ancora i loro colori, fece conoscere come, in quelle lane operantesi, le muterebbono in varii, e i piccioli aragni faccenti più preziose fila, usi di consumarsi in esse, cominciarono ad essere rubati da cupide mani. E infino a questi tempi Cupido con picciolissime penne, non potendo volare, nel seno della madre s’era nutricato; ma venuto in perfetta età e avendo l’alie grandissime, cominciato a volare, con le sue saette minacciando e ferendo, come gli parve il mondo discorse. Venne poi Sardanapalo a mostrare come le camere s’ornino, e Gaio Pensilia trovò l’uso de’ bagni non mai saputo; e molte altre cose sopravennero, le quali insieme diedero aperta via a’ superbienti Giganti e a’ peccati di Licaone e a qualunque altro, onde seguio che la terra, non avente ancora gustato il sangue umano, nella battaglia di Flegra l’assaggiò. Da queste cose e dal non bene cultivato iddio nacquero i diluvii e le varie mutazioni delle umane forme, e i mali ebbero luogo nelle menti degli uomini; laonde io, bisognevole alle età dissolute, cominciai ad avere sollicita cura de’ miei giardini, come tu puoi vedere».

Queste parole ascoltai io, e a tutte diedi debita fede e vere l’affermai con la mia risposta. Ma poi che con così fatti ragionamenti o con simili avevamo alle sopravenute fatiche rendute vigorose forze, noi ci levavamo a’ nostri lavori sanza lasciare passare perduta alcuna particella del non ricomperevole tempo. E mentre che io, alcuna volta con la mia Pomena e altre sola, andava per lo bello giardino aprendo le vie all’acque, risecando i troppi lunghi rami e rilegando gli sciolti, avvenne un giorno per avventura che, avendo io con la falce tagliate superflue mortine e fattami una ghirlanda, sì come a Pomena in altra forma apparve il suo Vertunno, così nella propia mi si mostrò la santa dèa di cui parliamo, con non mutato aspetto dalla sua divinità; e a me stupefatta, con voce alla nostra dissimile, così disse: «O giovane, ora passerà sì notabile forma come la tua, degna per la sua bellezza de’ nostri regni, alla fredda vecchiezza sanza le nostre fiamme aver sentite?»

Io, non usata di così fatte voci, timida, dubitando di peggio, cominciai a tremare come il mobile giunco mosso dalle soavi aure, e la falce cadde delle mie mani e io appena mi ritenni. Ma pure così pavefatta sopra le zolle del solcato orto bassai le ginocchia e dissi: «Dèa, così sia di me nel tuo cospetto come ti piace».

Questa allora, lieta appressantesi a me, credendo io ch’ella mi volesse baciare, espirommi non so che in bocca; né prima così ebbe fatto che io mi sentii dentro accendere d’uno sùbito fuoco e ardere non altrimenti che le raccolte paglie negli sparti campi di monte Gargano, poi che il lavoratore v’ha sottoposte l’accese fiaccole.

E partitasi la santa dèa, già cominciava ad avere maggior paura, quando con piacevoli parole la mia Pomena mi rifece sicura, lodandomi che queste fiamme mandassi fuori per alcuna bellezza: ma io rozza in queste cose appena la ’ntesi. E pure seguendo lei, avvenne un giorno che, andando noi dintorno all’orto nostro, dinanzi m’apparve un giovane di maravigliosa bellezza, dal cui viso con maestra mano la barba era stata levata. E i capelli, biondi come oro, con maraviglioso ordine ricadevano ne’ loro luoghi, e i vestimenti, di color varii, d’oro eran lucenti e di pietre; e così ornato quasi come una donna, pieno di sonno per soperchi cibi, come io avvisai, in atto lascivo con parlare rotto, sozzo e non continuo disteso stava a fresche ombre. Non i modi di costui, ma la forma piacque agli occhi miei, li quali io propuosi di fare ch’egli lasciasse; ma non potendo tosto come io volli, più volte mi fu cagione di dannare me medesima per elezione pessima fatta di tale amante. E s’io avessi potuto tirare indietro l’ardente disio, sanza dubbio l’avrei tirato; ma sì era già forte il fuoco acceso ch’elli crescea, quando l’aure s’ingegnavano di spegnerlo. Laonde io, come vinta, propuosi di seguitare con fermo animo la ’ncominciata opera; e quando con occhio vago e quando con altri cenni mostrandogli le mie fiamme, m’ingegnava d’accenderlo di quello disio nel quale io ardeva; ma egli, non curantesi di me, solo alle sue lascivie sollecito trascorreva.

Adunque, costui così da me seguito più tempo sanza muoverlo se non come pietra, quasi disperatamente, avvenne un dì, essendo già il sole caldo, come elli è ora, che io ne’ santi templi da noi visitati il trovai; quivi mi dispuosi d’aprirli il mio disio con vere parole e di sentire l’ultimo fine del suo intendimento, disposta di spegnere per forza i miei disii se lui a quelli pieghevole non trovassi. Ma prima con altre parole volli tentare il dubbioso ragionamento acciò che a quello meno tremante giugnesse la lingua; e chiamatolo, sedendo con lui, così gli dissi: «Giovane, la tua età, l’abito e la forma mi fanno vaga di sapere chi tu sii e donde e qual è il nome tuo: e però piacciati di finire con vere parole i miei disii».

Allora egli mi riguardò così parlando: «Ninfa, le tue parole mi dànno non poca d’ammirazione pensando che tu di me non abbi notizia, il quale in Cipri, comune luogo a te e a me, sono conosciuto da tutti; ma non per tanto la tua bellezza, se tu nol sai, merita ch’io il ti dica. E però sappi che ’l mio nome è Dioneo e in me cosa non udita giammai udirai, cioè che io, figliuolo di due iddii, da loro fossi generato mortale, di che non poco m’ho a dolere; e se in loro, come ne’ mondani potrei, potessi le mie ire vengiare, io il farei sanza fallo».

Le cui voci, stendentisi in altre parole, rotte da me, il domandai chi fossero gl’iddii; a cui egli rispose: «Chi fossero gl’iddii e come m’ingenerarono ti sarà noto. Bacco, a tutto il mondo notissimo per le ricevute vittorie in India, mi fu padre: questi, celebrantesi in Tebe, amantissima terra la sua deità, i suoi sacrificii, venne a’ templi suoi, e quivi, sonati i tamburi e i rauchi corni e i tintinnanti bacini in segno de’ suoi triunfi, s’adornò dell’usate corna; a’ quali Cerere, tirata dalli suoi draghi, corse con le sue copie e aumentò in grandissima parte le sante feste. Ella era bellissima, e l’arte avea cresciuta la sua bellezza e similmente la festa. Per la quale andante ella intorniata di molte fanti, piacque agli occhi del padre mio, e con ardente disio cominciò a disiderare i suoi abbracciamenti. Ma poi che i tumultuosi giuochi e i varii diletti ebbero ampliati gli animi di tutti, e quelli della dèa altressì, Bacco, veggentesi il tempo opportuno, procedéo ne’ suoi disii, e con favorevoli braccia presa la non renitente donna, e portatalane, è da credere ch’egli avesse interi i suoi diletti; de’ quali io nacqui e, copioso de’ loro beni, altro difetto non sento che quello che già vi dissi».

Egli non diceva più, onde io incominciai: «Giovane, la tua bellezza non merita morte, la quale, se tu i miei piaceri vorrai seguire, levandolati, come i tuoi parenti ti farò immortale. E non ti maravigliare delle mie parole, ché il poter mio si distende a maggiori fatti che la mia lingua non può promettere. Tu se’ a me lungamente piaciuto, di che se tu non se’ meno avveduto che gli altri, tu il puoi avere conosciuto; e però, se il già proferto dono da me disideri, disponti a’ miei piaceri. E certo questo non ti dêe parere grave, anzi in singulare grazia te ’l dêi tenere, però che Elena non fu in Isparten domandata da tanti nobili, né Atalanta, velocissima nel suo corso, né qualunque altra famosa, quanto sono stata io, la quale te solo tra mille giovani ho scelto per solo signore della mia vaga mente».

Egli, udendo queste voci, posta giù l’altiera maniera de’ suoi costumi, umile disse: «Seguirotti, e la voce tua comandi a me presto a ubidire; e già gli occhi tuoi piacevoli nel mio cuore m’hanno legato con le tue parole a’ tuoi voleri».

Queste voci mi furono care molto; e in processo di tempo, mostrandoli io come le viti, gli olmi e qualunque albero, disposti i fiori una volta portati, intendendo solo a’ frutti, erano contenti delle loro frondi, e come Danne, sempre portante le verdi foglie, era tenuta bella, li feci i varii ornamenti diporre e in una simiglianza i suoi vestiri ridussi. E poi come ne’ fervori rifiutavano le piante essere rigate dicendoli, e come ancora, acciò che annegate non fossero le loro radici, con misura cercavano l’onde, tolsi via le cagioni de’ sonni suoi, e in salutifere vigilie rivoltati, lui ad essere sollicito meco a’ miei giardini menai. E nel mio stilo riduttolo sobrio e ordinato, ora di lui vivo contenta; per che se questa dèa favoreggiante con sommo studio a’ miei voleri, sollicita vegno e onoro di sacrificio debito alla sua deità, niuno se ne dêe maravigliare.

E qui si tacque. E intra queste parole dette e la seguente canzone trapassò forse tanto di tempo quanto dalla già imbiancata aurora penano l’altezze delle montagne a mostrare i raggi d’Apollo. E riposata, così cominciò:

 [XXVII]

La graziosa e bella mia Pomena,

fuggente l’acque frigide peligne,

da lor si scuda e dal pian che le mena;

e con gli effetti suoi lega e ristrigne

le furibonde corna di Lieo,

se forse oltre dovere in fuor le pigne,

lieta porgendo ciò che di Pelleo

la moglie regge alla sete vegnente,

sì ch’appetito giusto non fa reo.

Dal costei viso ciascuna dolente

lonza che tira il carro di colui

presta si fugge e trista nella mente;

e simil fauno i serpenti da cui

tirato è quel di Cerere, la quale

umile vien, come piace ad altrui.

Quinci si fugge quella che del male

del padre nacque nell’onde salate,

ristando sol nel toro geniale.

Minerva le sue fila, compilate

con artificio ad uso non villano

come le piace, le presta ordinate.

Il modo abominevole e istrano

del viver simigliante a Palemone

di costei nel cospetto è nullo e vano.

Ristrigne e dà quanto vuolsi il sermone;

e ’l passo lungo o corto altrui disegna

secondo i tempi o movente cagione.

La ’mprese furibonde vieta e sdegna,

disponendo a’ pensier gli atti futuri

dentro alle savie menti ov’ella regna.

I pensati consigli dà maturi

agli occhi ben disposti, aperti e chiari,

e a’ contrarii, ruvidi e oscuri;

e ove spander vuolsi, non ha cari

i suoi tesor, ma con degna misura

li spande, aprendo gli avuti ripari.

E com’io dissi, già alla cultura

degli orti suoi sollecita si muove,

non obliando la debita cura,

col cuore amando sempre il sommo Giove.

[XXVIII]

Mentre che la giovane ninfa co’ lunghi ragionamenti si tira il tempo dietro, Ameto con occhio ladro riguarda l’aperte bellezze di tutte quante. E mentre che egli fisamente rimira l’una, quella in sé più che l’altre giudica bella; poi, gli occhi rimossi da questa, mirandone un’altra, loda più l’altra e danna il parer primo; e quinci alla terza tanto quanto la guarda, tanto tutte l’altre men belle consente. E così di ciascuna dice in sé medesimo; e tutte insieme tenendole mente, non conosce a quale apponga alcuna cosa che guasti la sua bellezza, e vie meno conosce da dire quale sia più bella. Egli, mirandole effettuosamente con ardente disio, in sé medesimo fa diverse imaginazioni concordevoli a’ suoi disii. Egli alcuna volta imagina d’essere stretto dalle braccia dell’una e dell’altra strignere il candido collo, e quasi come se d’alcuna sentisse i dolci baci, cotale gusta la saporita saliva; e tenente alquanto la bocca aperta, nulla altra cosa prende che le vane aure. Poi, più innanzi con la imaginazione procedendo, si pensa dovere ad alcuna scovrire i suoi disii e tremebundo diventa. E già nel pensiero non conosce come essere possa che gliele possa dire, ma pure, parendogli quasi averne sopra la verde erba con parole convertita alcuna, d’allegrezza fatto caldissimo, sé tutto di sudore bagnato dimostra; e più una volta che un’altra divenuto vermiglio, dà nel viso segnali dell’ansia mente, e così similmente con occhio ridente mostra quando senta cosa che graziosa li sia. Egli non intende cosa che vi si dica, anzi tiene l’anima con tutte le forze legata nelle dilicate braccia e ne’ candidi seni delle donne; e così dimora come se non vi fosse. Ma la ferma imaginativa di lui, vagante per le segrete parti di quelle, delle quali alcuna non s’avedeva, sì stavano attente ad ascoltar la parlante, da una di loro fu rivocata a’ luoghi suoi, avendo già compiuto la bella ninfa il suo cantare, acciò che esso, poco intendente alle dette cose, imponesse ad un’altra l’usato peso. Onde, alla voce di quella in sé tornato, si riscosse non altrimenti che Acchille facesse, svegliandosi, trasportato ne’ nuovi regni dalla sua madre; e vergognatosi un poco, si mirò intorno e alla ninfa di bianco vestita impuose il ragionare. La quale, come piacque ad Ameto, sanza mettere in mezzo alcuno spazio, così cominciò:

[XXIX]

Sicania, vicina della eolia Lipari, fucina certissima de’ Ciclopi, quasi in quelle parti nelle quali i Palisci, nascosi dalla loro madre, i tempi del ventre compierono, tiene i luoghi dove nacque il padre mio. Il quale, stato nella villa sarnina e visitati i templi posti per luoghi de’ visitatori d’essa, ne’ quali più l’inganni di Mercurio che la sua deità s’adorano, per avventura tornando passò per li piani sottoposti al copioso monte Gargano, consecrato a Cerere, santa dèa; e in quelli vide una giovane i parenti di cui, per quale che si fosse la cagione, nimici di Saturnia divenuti, ascosi nelle caverne nel monte si dimoravano; né quindi, non patteggiati, s’osavano di palesare in aperto cielo. Costei, di vestiri vermigli vestita e pieni di bianchi gigli, piacque agli occhi suoi; né prima delli abondevoli campi si poté trarre che quella, per matrimoniale legge congiuntasi, seco ne menasse in Sicania. Là dove egli tornato con lei, me generò con più altre sorelle, tante che il numero empiemmo delle figliuole di Piero; e di sì notabile e bella forma tutte ci diede al mondo che, mirandoci, quasi non cadde di Latona nell’ira per fallo molto minore che la tebana Niobe con la perduta prole non fece. Ma qui se io il vero parlo, in peccato nol prendano gl’iddii, né voi, a cui come con meco medesima estimo di parlare: io avanzai di bellezza ciascuna delle mie sorelle e, da lui singularmente amata, fui nominata Acrimonia; io non trascorsi la puerile età oziosa, né tutta la diedi solamente alla conocchia: diversi studii m’ebbero, de’ quali passai la fatica con frutto.

Ma già cresciuta in me con gli anni la discrezione, conobbi il mio nobile padre posto nelle angosce generate per gli iniqui odii della ingrata plebe e, udendo i pericoli già per questi odii divenuti a molti nel tempo passato, di lui cominciai a temere. E acciò che i sopravegnenti casi cessassono sventurati e che egli coraggioso divenisse a’ suoi bisogni, Bellona, madre del fortissimo Marte, tentai più volte con umili prieghi in favore dell’amato padre, il quale io amai e amo quanto egli ami me, che so che m’ama molto e ha amato. Questa mi fu tanto benigna e sì exaudevole orecchie porse alle cose pregate, che io tutta mi dispuosi a’ suoi servigi e lei onoro e per singulare deità reverisco; a lei porgo i prieghi ne’ miei bisogni e come a favorevole ricorro ne’ casi opportuni. Ma avendo io già sedici volte vedute le nuove biade e altrettante gustati i dolci mosti, elli per matrimonio mi congiunse con uno giovane sparuto e male conveniente alla mia forma, sicanio sì com’esso, il quale me, di Sicania traendo, divise dalla cara madre e dalle pietose sorelle. E salita sopra le notanti navi e empiute le nostre vele da Euro, cominciammo ad abandonare i liti tireni; e poi che i rapaci cani stimolanti Silla avemmo passati, vedemmo lo etterno tumulo dato da Enea a Palinuro e quindi il promuntorio di Minerva, lasciatoci alla sinistra mano l’isola Caprea, e quindi li fruttiferi colli di Surrento e le rocche di Stabia e la già grande Pompea e Veseo, imitatore de’ fuochi d’Enna. E lasciati i piacevoli liti partenopei, discernemmo Pozzuoli e l’antiche Cumme e le tiepide Baie; e quindi, alla destra mano lasciataci la sepultura dell’eolio Meseno e alla sinistra l’isole Pittacuse, vedemmo il furioso Vulturno mescolante le sue acque piene d’arene con le marine, e più avanti gli etterni luoghi dati da Enea agli arsi membri della sua balia. E poi con paura passammo i liti male conosciuti da’ compagni d’Ulisse, e i porti d’Alfea e le mura dette che da Giano fossero edificate, e quelle che furono negate al divino Cesare, allora che elli con volo sùbito se n’andò ad Ilerda. E dopo molto essere nell’onde vagati, nelle sacratissime rocche di Palatino, sopra l’onde del piacevole Tevero, fermammo il lungo errare; là dove io con le latine ninfe in compagnia ricevuta fui, ma non sanza molta invidia, però che tra tutte, a giudicio di qualunque ne riguardava, di somma bellezza il colmo della disiderata gloria meritai. E già tutta Lazia mi chiamava per eccellenzia la formosa ligura; e di tale fama tutta l’occidentale plaga sonava. Quivi tenente il sacerdote massimo degl’iddii nostri l’altezza della sua sedia, d’ogni parte del mondo per diverse cagioni vi correano i nobili; né era alcuno clima che quivi i suoi maggiori non mandasse; a’ quali io era sempre seconda sollecitudine, e ad alcuni divenni prima. E ciascuno, veduto il viso mio, d’ammirazione pieno, del mio cospetto invito si partiva, e gli amorosi dardi, da me allora non conosciuti, sentendo nel battente petto sanza pro, lodava le mie bellezze; ma io non altrimenti che una imagine marmorea mi movea agli occhi de’ riguardanti; e quasi sicura stante, tanto di ciascuno mi curava quanto solesse fare Anaxarete, ancora non pietra, del pregante Ifi, anzi più tosto in me medesima li scherniva. E più volte dalle care compagne con cotali parole stimolata fui:

«O Acrimonia, più dura che alcuno scoglio e meno pieghevole che le querce d’Ida, quale rigidezza ritiene il tuo ferrigno animo a non piegarsi ad alcuni amori? Credi tu, perché tu avanzi di bellezza tutte le ninfe abitanti le rive del corrente Tevero, essere però scusata da questi fuochi? Nol credere. La tua forma più che alcuna altra cerca quello che tu fuggi; il quale più tosto le turpissime femine debbono andare fuggendo, però ch’e’ si disdice loro. E a te niuna altra cosa manca che questa sola, la quale noi ti consigliamo che graziosa ti disponghi a’ beni mancanti alla tua bellezza innanzi che tu dêi materia di turbamento alla divina Venere, la quale tanto suole più focosa entrare ne’ petti quanto più a lei con resistenza s’oppongono. Credi tu avanzare in forze l’iddii? Or non sentì Giove queste fiamme più volte? E il luminoso Apollo, conoscente tutte le cose, non poté con le sue erbe cacciare i vegnenti ardori. E la dèa medesima di questi amori donatrice alcuna volta infiammò sé medesima, e brievemente tutto il cielo ha sentito questi caldi da’ quali i terreni non sono stati esenti. Ercule, domatore delle umane fatiche, fu innamorato, e Medea, figliuola del Sole, non se ne poté con le sue potenti voci difendere, né alcun’altra. E tu sola vuoli tenere nuova maniera tra tante possenti di bellezza e di deità: tu non se’ Pallade, né Diana, le quali due sole, a fine non convenevole a te, l’hanno fuggito.

Adunque ama, o Acrimonia, quando tu puoi: tu bella, tu giovane e nobile hai ora il tempo dicevole a questi amori. Ricordati che, come i fiumi le trascorrenti acque ne portano al mare con continuo corso, né mai in su alle fonti le tornano, così l’ore i giorni e i giorni gli anni e gli anni la giovane età, la quale da due termini miserabili è chiusa, o da morte o da debile vecchiezza: a qualunque tu perverrai, ti sarà per ragione miscaro il non avere amato. Ma pognamo che tu divenghi vecchia: che diverrai? Pensi tu che le guance ora distese, divenute allora rugose e palide, dove ora di bellissimo colore sono lucenti, e gli aurei capelli, tornati in bianchi, truovino chi a queste cose l’inviti? Certo no; e se forse esse inviteranno altrui, fieno rinunziate, e giustamente. Niuna età futura è migliore che la presente; le cose vanno sempre di male in peggio: l’aurea età di Saturno non tornò mai, e quella di Giove, d’ariento, fu migliore che quella di rame seguente poi; la quale, tenuta allora pessima, non fu rea come quella che usiamo, pervenuti dal ferro alla terra cotta.

Adunque il non tornante tempo adoperalo acciò che poi non ti penti d’averlo lasciato andare ozioso; e la tua giovanezza, la quale ancora molte volte piagnerai sentendola partita, disponi a’ cercati amori. E non ti indugiare agli anni di ciò non degni, ne’ quali forse vorrai dare riparo a quelle cose che non sosterranno di riceverlo. Egli ci è stato manifesto te essere stata riguardata e invitata a’ graziosi fuochi dal figliuolo di Giove, ora reggente le terre boemie, abondevoli di metalli, con coronata fronte, il quale saria degno amante a qualunque dèa. Ma se forse la già lunga età il fa men caro, colui che i togati Gallici regge lodò la tua forma, vedendoti, sopra tutte l’altre; e se forse te non cruda avesse sentita, con piacevole viso t’avrebbe profferti i suoi desii, né per alcuna cosa era da dovere essere da te rifiutato, se non per una: ch’egli era troppo nobile. E quelli ancora che i ricchi popoli di Minerva, abitanti in Cimbria, signoreggia, con ampissimo favellare t’empié di somma laude; e non una volta, ma molte con gli occhi suoi tentò i tuoi, più salvatichi ch’alcuna fiera: costui saria stato convenevole amante a te, se tu avessi voluto. Ma perché ci fatichiamo noi di volerliti ad uno ad uno narrare, quanti e quali sieno quelli che te abbiano tentata a questi effetti e che sarieno stati degni de’ tuoi amori, con ciò sia cosa che tu meglio di noi li sappi? E oltre a ciò a narrarliti non ci basterebbe un sole.

Ma acciò che brievemente li comprendiamo, quanti il mondo ne manda qui, a tanti se’ piaciuta e tanti con diversi atti si sono ingegnati di riscaldarti, e tutti alle loro case hanno potuto portare della tua bellezza e della tua rigidezza equale novella. E ancora più, che i pileati sacerdoti guardanti i sacri altari del sommo Giove ottimo di Campidoglio, non avendo i loro casti occhi potuti difendere dalla tua biltate, dopo le laudi si sono ingegnati di piacere a te come tu piaci loro. Lascia adunque l’usata durezza; e di tanti quanti te, chi per Marte e chi per Pallade e chi per Giunone e chi per l’antica Cibelen, ti priegano, n’eleggi alcuno, acciò che Cupido con giusta ira non apra l’arco suo, come fe’ contro a Febo le sue forze sdegnante, per uomo che degno non sia della tua bellezza».

Io ascoltava con intente orecchie le vere parole, le quali così s’appiccavano alla mia mente come le secche fave a’ duri marmi; anzi, lasciandole all’aure, me ne facea beffe, e in me della mia durezza mi gloriava oltre modo e il freddo petto teneva ne’ modi usati. Ma la santa Venere, occulta agli occhi miei, era presente a queste parole e, conoscendo sé da me schernita, apparecchiò vendette alla conceputa ira, non sostenendo più innanzi gran tempo che io, sanza i suoi ardori, schernissi la deità non nota di lei nel petto mio; e ne’ suoi fuochi m’accese come udirete. Il mio marito e io avavamo lasciati i tiberini liti e per la detta via eravamo tornati in Sicania, dove essendo solenni giorni presenti, a’ templi della santa dèa di cui parliamo e da me prima non conosciuta, ne’ quali mirabile festa faceasi, ornatissima andai e tra le ninfe sicanie sedenti in esso raccolta fui; dove sedendo in picciolo spazio, con infignevole occhio raccolsi in quello nulla bellezza alla mia simigliante vedersi; e di ciò quello che avvenne, come io dirò, mi fece più certa. Io non palesai prima il viso mio, che le caterve de’ vaghi giovani, a me voltate, tutte cominciarono a riguardarmi. Oh quante ve n’ebbe che maladissero la mia venuta, faccendomi ne’ loro animi ingiustamente usurpatrice de’ loro amanti! Di questi molti che me riguardavano, udiva io d’alcuni i ragionamenti e d’altri per atti e per presunzioni li conoscea; e di tutti sentia che, una medesima cosa parlando, nelle mie lode con maraviglia multiplicavano. Onde io in me lieta non poco divenni e con atti pieni di gravità aggiugneva vaghezza alla mia forma, la quale, da sé bella, con l’arte aiutata quanto poteasi aveva più forza. E gli occhi tenendo bassi, quante volte gli alzava, tante gli aspetti di tutti vedea mutare; e brievemente gli altari erano meno visitati da’ vegnenti nel tempio, che la mia faccia igualmente mirata da’ giovani e dalle donne per lunghi ispazii infinite fiate.

Tra’ quali molti, un giovane di grazioso aspetto, benché agreste e satiro di povero cuore e Apaten nominato (domandandone, il conosce’ di consanguinità strettissimo alla bella donna che prima parlò e con cui io venni qui), vidi tra tutti con più fervente vista mirarmi. E in questo quello giorno perseverò; e qualunque altro qui o in altra parte m’avesse veduta, questi continuo seguiva i passi miei. Costui, non temente le notturne tenebre, con varii suoni e laudevoli voci cantanti piacevoli versi le mie case visitava; e più volte i già presi sonni mi fece lasciare; né alcuno altro modo lasciava nel quale mi potesse mostrare quanto io gli piacea o arrecarmi a tale che egli piacesse a me. Ma la sua fatica si perdeva co’ venti: io teneva l’usato modo e sola seguiva la mia Bellona, e Venere non sapea, né più mi movea a’ suoi affanni che facciano le petrose sommità de’ monti d’Emazia a’ lievi venti mossi da Eolo; anzi più tosto lui pusillanimo e cupido biasimava, e in me più volte lui più degno a cultivare i campi che a mirare gli occhi miei il riputai. Egli, sì come io seppi poi, mai tali fiamme non avea sentite, e sì nelle nuove era acceso che lui, mal sofferente, oltre modo stimolavano; ma vedendo la mia durezza, pietoso di sé medesimo, essendo elli e io ne’ detti templi, sì come io vidi, umile dinanzi a’ santi altari, a Venere porse cotali parole:

«O santissima dèa, madre delli ardenti amori, per la quale quanto di bene si possa operare conoscono le menti nostre, se io, giovane rozzo e nuovo a’ tuoi servigii, merito di servirti, presta pietosa gli orecchi a’ preghi miei e per quelli, se giusti sono, per me adopera le tue forze; e se io non merito quello ch’io cerco, gittami da’ tuoi altari sanza indugio. Acrimonia, bellissima ninfa in tutta Sicania, m’ha col piacere degli occhi suoi acceso ne’ tuoi santi fuochi; e conoscente me ardere per lei, non solamente le mie angosce, ma la tua forza superbiente schernisce. Onde io, ad una ora pietoso de’ danni miei e sollecito a’ tuoi onori, ti priego che, se quella potenzia vive ne’ dardi tuoi la quale fu già dagl’iddii come da me sentita, che tu l’accenda; e così come io, che più che alcuno altro amo, ardendo nelle tue fiamme per lei, così ella per me ardente divenga; e così vendicherai con uno medesimo colpo la tua ingiuria e la mia: e’ si conviene che il novero de’ tuoi sudditi s’empia di così bella cosa. O somma dèa, io ti priego per me più tosto che per altrui, se essere puote, il quale se forse indegno sono, accendila pure per cui ti piace, sì che le mie schernite fiamme da lei, con vicendevole schernimento siano da me vendicate».

Queste orazioni toccarono il cielo; e ch’elle fossero udite, i commossi altari ne diedono segno, e i risonanti templi; e io, che con beffe l’ascoltava, il vidi. Elli non avea appena finita la sua orazione, che la santa dèa, tocca da’ prieghi suoi, diede opera alle parole; e con luce mai da me simile non veduta scese sopra i suoi altari, e di quindi là, dove io tra molte altre sedeva, ne venne e me sùbita tutta coperse per modo che né veduta era da altrui, né io vedeva alcuna altra cosa che questa, bene che io uno incognito mormorio minacciante danni dintorno mi sentiva continuo. Io stetti in quella alquanto non altrimenti che la timida pecora dintorno a’ chiusi ovili sentente i frementi lupi, o come la paurosa lepre nelle vepri nascosa, ascoltante intorno a quelle le voci delli abbaianti cani, sanza avere ardire di dare alcuno movimento al preso corpo. Ma poi che per alcuno spazio m’ebbe tenuta e me già fatta calda co’ raggi suoi, i mormorii in voce espedita risolvéo in queste parole: «O giovane lungamente fuggita a’ nostri dardi e indegna delle grazie nostre, la tua bellezza vince le mie ire e merita della operata superbia grazioso perdono; e però dimenticando quella alla quale non altra vendetta si converrebbe che sostenesse la misera Anaxarete, vogliamo che tu apra il petto tuo alle nostre forze, e il pregante giovane, atto a lasciare ogni rusticità, con amore indissolubile servi ne’ tuoi servigi».

Queste parole udite mi furono cagione di sicurtà alla prima paura, tanta più ne misono nel petto mio; e l’anima, forte tremante, cotale divenne quale si vide il misero Feton allora che con l’aperte braccia gli apparve innanzi il pauroso animale dalla terra mandato a combattere con Orione, ond’elli i mal pigliati freni abandonò a’ vaganti cavalli. Ma poi che a quella, come io estimava, non seguì così tosto l’effetto, un poco ripreso ardire, con la voce che mi fu data dissi:

«O dèa, cessa le tue ire e me salva rendi a’ miei parenti, ché, io ti giuro, per la lungamente reverita Bellona, niuna resistenza farò mai a’ tuoi voleri».

Io ebbi detto, né prima le parole finii, che io, né più né meno che la misera Driope si sentì da sottile corteccia coprire, mi sentii da’ piedi infino alla sommità del capo accendere in ogni parte di leccanti fiamme; e dubitai non tornare subitamente in cenere, come fe’ la tebana Semelè, quando divinamente cognobbe Giove; ma queste, tutte nell’animo raccoltesi e lasciate l’estremità, con la confortante dèa mi renderono sicura. E partita la luce, me tra l’altre giovani innamorata trovai novellamente, e agli occhi già disiderosi di riguardare mi vidi davanti il giovane per li cui prieghi venuti erano i nuovi caldi. Egli m’incominciò a piacere; e già m’erano cari i passi suoi, seguenti le mie pedate, e l’usata salvatichezza abandonò il petto e gli occhi miei, disposti ad amare più che ad altro. E non dopo lungo tempo Apaten, da me dispregiato in prima, avrebbe potuto dispregiar me, s’e’ gli fosse piaciuto. Niuna altra cosa piaceva agli occhi miei se non Apaten, a’ cui beni io mi disposi tutta; e la biasimata rusticità co’ mie’ ammaestramenti cercai d’annullare; e così feci. Io il rendei, di rozzo satiro, dotto giovane, e di pusillanimo magnanimo il feci e nelle imprese lunganimo, e di cupido liberale e piacevole ad ogni gente, tale che di nobile in brieve si poté nobilissimo reputare. E così non sanza fatica il feci degno delle mie bellezze, il quale sempre più caro che altra cosa guardo nella mia mente. Adunque per questo modo in me lungamente stata fredda, operò ad instanzia d’Apaten la santa dèa, la quale tanto all’animo m’agradò e agrada, che sempre come Bellona e con iguali incensi la reverii e onorerò sempre.

E quinci cantando processe a questi versi:

 [XXX]

Da’ caldi fiati del turbido Noto,

da sozze piove e nuvoli premuto,

d’ogni letizia nello aspetto vòto,

dal freddissimo Borea canuto,

l’acque strignente, e dal veloce Eoo

o da quale altro, fiero o len tenuto,

e dall’onde ravolte d’Acheloo,

pazze non men che il dolente Oreste,

sanza la vera fé di Peritoo,

e dalle varie e timide tempeste

de’ regni di Nettunno e da’ furori

del troppo iddio lodato da Aceste,

e dalli male in fuor gittati ardori

del perfido Tifeo e dal momento

che fanno i monti per li suoi dolori

quando vuol leviare il suo tormento,

difende forte con ardito petto

Bellona, cui servire io m’argomento.

Questa presta arme sanza alcun difetto

contra Pluton, degli animi invaghito,

come già fu del grazioso aspetto

di Proserpina allora che fedito

fu da Cupido, avendo e’ riguardato

il fondamento del cicilian sito.

E oltre a ciò fa chi la segue grato,

magnanimo alle ’mprese e liberale

dove conviensi e secondo lo stato,

lunganimo e di moti sempre equale

faccendo quel, sanza tristarsi mai

per fortunal sopravenuto male.

E così come in questo non ha guai,

così ne’ falsi ben nulla allegrezza

prende più ch’un che non l’ebbe già mai,

in ogni cosa mostrando fortezza,

curando il mondo quanto il mondo il cura,

lui schernendo con la sua bellezza.

Così con mente rigida e sicura

dirizza altrui al ben che ’l ciel ne mostra

sempre girando con sembianza pura,

al qual, se ben ci portiàn nella giostra

data nel cuore ognor, sanza ristare,

da’ vizii opposti alla salute nostra,

seco ne mena in quello ad abitare.

[XXXI]

Così tosto come la donna cominciò a parlare, Ameto rientrò ne’ primi pensieri, ma con più temperato disio. Egli caccia da sé le imaginazioni vane, alle quali gli effetti conosce impossibili, e alle vere cose entra con dolce pensiero. E così fra sé medesimo dice alcuna volta:  O buoni iddii, come che queste bellissime donne amino altrui che me, io pure sono con loro, dove molti sanza dubbio più di me degni desiderebbono di stare; e pure di grazia speziale i vaghi occhi pasco delle loro bellezze. Oh quanti sarebbono quelli che più non cercherebbono che quello che io, non conoscendolo, forse posseggo. Io non so quale deità di tanta grazia io mi ringrazii, se non l’amata Lia. Certo io non posso pensare che più di me si potesse gloriare di vedute bellezze il troiano Paride. O iddii, siate testimonii a quello ch’io dico: io dirò forse cosa non credibile, ma vera. Elli nella profonda valle della sua selva Ida vide tre dèe, ma io ne veggo qui in aperta luce sette, delle quali niuna è di bellezza avanzata da alcuna dèa. Veramente di tanto fu elli più vantaggiato di me: egli le vide ignude e ogni parte del corpo bellissimo di quelle fu manifesta agli occhi suoi. Ma non si conveniva egli che alcuno vantaggio avesse un figliuolo d’uno re da uno semplice cacciatore? E se queste pur volessono, perché le vorrei io vedere ignude sanza poterle usare? Questo non sarebbe altro che un vano accendimento di più aspro fuoco, considerando che, vedendo i visi loro, appena da’ disideri non liciti posso raffrenare la vaga mente. Oh quali esse dovrebbono parere, e come volentieri, se licito fosse, le vedrei. Or ecco, io non posso più vedere che agli altri uomini sia licito, e certo questo non posso io imputare ad esse; solamente i panni mi sono villani: elle non cuoprono nulla di ciò che i panni consentono a chi riguarda. Oh quanto io ancora ho più di grazia che ’l misero Ateon, al quale non fu licito di potere ridire le vedute bellezze della vendicatrice Diana; e a me non fia tolto di potere in ciascuno tempo narrare co’ cari compagni il sentito bene. Ma ohimè, di che mi rallegro io? Io non avrò di questo più d’Atteon, se non solamente che io non sarò da’ cani lacerato: se io narrerò queste cose, chi le crederà? Niuno fia che possa estimare, non vedendo, quello che io medesimo, vedendo, appena credo. Ma come che creduto o non creduto mi sia, io pur le veggio, e s’io il ridico dirò il vero e nel pensiero non fia la mia letizia minore; e credo che io di grazia sia presente a quelli beni a’ quali, niuno che viva, fu mai a’ simili. E però chi vorrà il creda, e chi no, io non me ne curo.

E queste parole fra sé dette, riguardava quelle e alquanto a quello che diceva la ninfa lo ’ntelletto prestava; e poi ritornava al pensiero e dicea:  Deh, se io di costoro le bellezze volessi narrare, come le saprò io dire? Certo le lingue degl’iddii appena potrebbono esprimere ciò che veggono gli occhi miei. O felice giorno nel quale prima m’apparve Lia! Ella m’è stata cagione certissima di vedere tutte queste belle cose, dopo la sua vista da me vedute; ma troppo più posso questo felice chiamare, il quale, se’ prieghi valessono, priegherei che mai non mancasse. O beati, e più che mille volte beati, coloro i quali a queste piacciono e cui esse ne’ loro amori con voce graziosa raccordano!

Egli poi, riguardando il cielo infra gli ombreggianti albori, notava in che parte il sole in quello stesse; e poi, nell’ombre da lui fatte o corte o lunghe in terra, examinava quanto egli fosse vicino a menomare gli ardori; e parevagli ch’egli studiasse più che l’usato i lucenti carri, e con tacita voce diceva:  O grazioso Appollo per li meriti de’ cui caldi raggi io dimoro in tanto bene, tempera il corso tuo, non fuggire con così sùbito andamento e di ciò c’hai donato non essere privatore! Deh ferma un poco il grado a riguardare costoro le quali, qualunque s’è l’una, così meritan l’amore tuo come Danne, Climenes, Leucotoen o Clizia o qualunque altra ti piacque più mai. E se tu forse cotto dall’amorose fiamme ti senti e pauroso dubiti di mirarle, difendano questi alberi a te stante fermo con la loro ombra le loro bellezze; le quali se a mirarsi non ti ritengono, ritenganti i prieghi miei. Pensa che nell’altro emisperio sia commesso il peccato di Tieste un’altra volta; e standoti dove tu se’, dà lunga notte a’ luoghi che te non conoscono e dicesi che di te non hanno bisogno; deh, presta a’ graziosi parlari lunga stagione acciò che io più possa dilatare il mio diletto!

Elli quasi a una ora ebbe la sua orazione finita che il canto la ninfa. Per che, alquanto levato da’ dolci pensieri, a quella donna che di vermiglio vestiva impuose con piacevole voce i suoi amori recitare; e ella, ridendo e ardente nel viso, co’ capelli per lo caldo disciolti, con parte al capo legati e parte sparti sopra le candide spalle, vezzosa, con chiara voce così cominciò a parlare:

[XXXII]

Appena mi si lascia credere, o ninfe, che non fosse così onesto il tacere come sia il parlare de’ miei parenti, de’ quali l’uno non degno di fama e l’altra d’infamia degna, non per lei ma per li suoi, riputerei, se io non ne fossi nata; tali i loro antecessori si conoscono, e essi, ne’ vizii cresciuti e male saputisi fare amare, però che l’uno con tagliente unghione ha laniato il misero popolo, l’altro con lusinghevole lingua leccando l’ha munto di sangue. Ma io, non seguente le loro malizie, notissima per quelli, non curo se più mi fo nota: e però, come voi avete fatto, e io farò. In Acaia, bellissima parte di Grecia, surge un monte appiè del quale corre un picciolo fiume, ne’ tempi estivi poverissimo d’onde e abondante di quelle negli acquazzosi, sopra il quale agresti satiri furono ne’ primi tempi d’abitare costumati con le ninfe quelli luoghi colenti. Tra quelli così rozzi nacquero i primi del padre mio, li quali, sì come lione col suono della chiara cetera le dure pietre mosse a chiudere Tebe, così essi con le propie mani già molte ne costrinsero stare in ordine d’alte mura. E come che la fortuna, ciecamente trattante i beni mondani, indegni gli traesse a molte copie, lasciate le prime arti, le quali, avvegna che più umili, sanza fallo più utili sarebbono loro riuscite, si dierono a seguitare di Mercurio l’astuzie: oh quanto più degni a’ ligoni di Saturno! La fama delle loro delizie, così sùbita ancora casura come salio, riempie il mondo; e essi, di plebei mescolati tra’ nobili, male conoscenti di sé medesimo per gli accumulati beni entrati nella speranza di Flagrareo e de’ seguaci, con tempesto pensiero cercano il cielo; e l’occulta vendetta, con giusta ira già mossa a’ falli loro, si cela agli occhi che si debbono in poco tempo chiudere di morte etterna.

Deh, perché mi distendo io più a vaticinare i danni miei? Il padre mio è di questi, il quale, passate le poche onde per antico ponte, pervenne a’ luoghi abitati dalla mia madre; i parenti della quale, più ricchi che nobili, trovò che intendevano, oltre alla naturale ragione d’Amatuta, a fare partorire i metalli a’ metalli medesimi, e tutti d’oro coperti, portavano in vermiglia cintura la inargentata Febea con le sue corna. Non curo questi dello abominevole mestiere di coloro, ma cupido di denari, de’ quali quelli abondavano gran quantità, mediante di quelli con giunonica legge la mia madre si giunse e quella seco trasse alle sue case, là dove io, nata di loro, con pietoso studio fui nutricata; e la mia età puerile passò semplice, né mi furono a cura alcuni studii né nota deità nulla. Ma, già multiplicata negli anni e in bellezza, con tutto l’animo desiderava le nozze mie, le quali sperava che gl’iddii avessero promesse a degno giovane, per aspetto e per età simile a me, che era bella; ma il mio pensiero era ad una cosa e i cieli ne dispuosero un’altra; però che a possedere le bellezze da me lungo tempo studiate fu dato un vecchio, avvegna che copioso, onde io mi dolsi; ma non osò passare i denti il mio dolore. Elli da’ patrocinanti le quistioni civili sopra minate <aiutato>, avente forse veduti più secoli che il rinnovante cervio, dagli anni in poca forma era tirato. E la testa con pochi capelli e bianchi ne dànno certissimo indizio; e le sue guance, per crespezza ruvide, e la fronte rugosa e la barba grossa e prolissa, né più né meno pugnente che le penne d’uno istrice, più certa me ne rendono assai. Egli ha ancora, che più mi spiace, gli occhi più rossi che bianchi, nascosi sotto grottose ciglia, folte di lunghi peli; e continuo son lagrimosi. Le labbra sue sono come quelle dell’orecchiuto asino pendule e sanza alcuno colore, palide, danti luogo alla vista de’ male composti e logori e gialli, anzi più tosto rugginosi, e fracidi denti, de’ quali il numero in molte parti si vede scemo; e il sottile collo né osso né vena nasconde, anzi, tremante spesso con tutto il capo, muove le vizze parti. E così le braccia deboli e il secco petto e le callose mani e il già vòto corpo, con quanto poi séguita, alle parti predette rispondono con proporzione più dannabile. E nel suo andare continuamente curvo, la terra rimira, la quale credo contempli lui tosto dovere ricevere: e ora l’avesse ella già ricevuto, però che sua ragione gli ha di molti anni levata.

A costui mi concessero i fati, il quale lieto mi raccolse nelle sue case; dove io ancora dimorante alcuna volta con lui, nella tacita notte, delle quali mai niuna con esso, quanto che Febo si lontani alla terra, vi sento corta, istanti nel morbido letto, me raccoglie nelle sue braccia e di non piacevole peso prieme il candido collo. E poi che egli ha molte volte con la fetida bocca non baciata ma scombavata la mia, con le tremanti mani tasta i vaghi pomi, e quindi le muove a ciascuna parte del mio male arrivato corpo, e con mormorii ne’ miei orecchi sonevoli male, mi porge lusinghe, e freddissimo si crede me di sé accendere con cotali atti: là dove io più tosto di lui accendo l’animo che ’l misero corpo. O ninfe, abbiate ora compassione alle mie noie! Poi che egli ha gran parte della notte tirata con queste ciance, gli orti di Venere invano si fatica di cultivare; e cercante con vecchio bomere fendere la terra di quelli disiderante i graziosi semi, lavora indarno: però che quello, dalla antichità roso, come la lenta salice la sua aguta parte volgendo in cerchio, nel sodo maggese il debito uficio recusa d’adoperare. Onde elli, vinto, alquanto si posa, e quindi alla seconda fatica e alla terza appresso e poi a molte invano risurge con l’animo; e con diversi atti s’ingegna di recare ad effetto ciò che per lui non è possibile di compiersi; e per questo modo la notte tutta di spiacevoli ruzzamenti e di sconvenevoli atti, sanza sonno, accidiosa mi fa trapassare. Egli, col capo vòto d’umidità, contento di poco sonno, con nuovi ragionamenti, sanza dormire, invita mi tiene. Egli mi racconta i tempi della sua giovanezza e come egli a molte femine solo saria bastato, o dice li suoi amori e le cose fatte per quelli; e tale volta mette mano alle storie de’ celestiali iddii e danna con vituperevole riprensione i furti loro e di qualunque altro passante i termini della santa legge; e se per questo trapassamento mai n’avenne alcuno male, egli il racconta. E poi con più intero parlare, quando io credo ch’egli voglia dormire, ricomincia e dice:

«O giovane donna, tra l’altre molto felice, quanto ti furono graziosi gl’iddii che più tosto a me che a uno più giovane ti concessono! A me non madre soprastante a’ tuoi piaceri, tu sola se’ della mia casa e di me donna, di me non puoi dubitare che amore d’altra donna mi ti tolga; da me i vestiri e tutte quelle cose che a grado ti sono, a te sono concedute. Tu se’ sola bene e riposo di me; niuna volta m’è graziosa la vita, se non mentre tu nelle mie braccia dimori e la tua bocca s’accosta alla mia. Se tu fossi pervenuta alle mani d’uno più giovane, poche di queste cose ti sarieno concedute; i giovani hanno gli animi divisi in mille amori; quella che è meno amata da loro è colei di cui essi hanno maggiore copia. Elli lasciano la maggiore parte delle notti le loro spose sole e paurose nel freddo letto e vanno cercando follemente le altrui; ma io mai da te non mi diparto. E perché me ne sarebbe alcuna più cara di te? Cessino l’iddii che io mai per alcuna altra ti cambi».

Ma io, dopo molto ascoltare, quasi dal pessimo fiato della sua bocca condotta ad estremo supplicio, gl’impongo silenzio e dico che dorma; ma poco mi vale. E s’io in altra parte mi voglio voltare, egli, sforzantesi e con le deboli braccia strignentemi, o mi ritiene o, lieve di carne, si volge con meco dovunque io mi volgo. E appena già al giorno vicini posso fare che da me diviso si dorma alquanto: la qual cosa s’avviene pur ch’e’ faccia, ronfando forte il mio sonno impedisce; onde io, quasi disperata, agl’iddii cerco il giorno acciò che, da lato a lui levandomi, altrove mi possa posare. Questi atti, avvegna che ancora il mio vecchio li servi, essendo io sanza alcuna consolazione, quasi a disperazione m’aveano recata. Ma per utile consiglio a me dato proposi di servire Venere, e alla sua deità più che altra pietosa pensai dolermi de’ miei affanni e di cercare ad essa alcuno rimedio per lo quale con meno fatica li sostenessi; e come fu l’avviso, così seguitai con l’effetto. Io venni dalle mie parti a questi templi vicini, e in quelli, divota secondo il bisogno, dinanzi a’ santi altari così cominciai a pregare: «O pietosa Venere, o santa dèa, i cui altari io volenterosa visito, presta le misericordiose orecchi a’ prieghi miei. Io, giovane come tu vedi, formosa e di vecchio marito male consolata, dubito che i miei anni oziosi non passino sanza conforto alla fredda vecchiezza. E però, se la mia bellezza merita che io mi dica de’ tuoi subietti, entra nel petto mio, ché ti desidero; e i tuoi ardori, li quali molte volte ho sanza fine uditi lodare, mi fa sentire per giovane tale che non sia indegno alla mia bellezza e per cui le male avute notti con diletto si possano ristorare».

Io era in questa orazione ancora; ma io non so se io m’adormentai e dormendo vidi le cose che io dirò, o se pure con tutto il corpo fui quindi levata ad andarle a vedere: se non che subitamente io mi vidi in uno lucente carro, tirato da bianche colombe, portare per lo cielo; e chinati gli occhi alle cose basse, mi si scoperse il picciolo spazio della gimbosa terra e l’acque a lei ravolte in forma di chelidro. Ma poi che io ebbi lasciatimi dietro i piacevoli regni italici e l’alte montagne d’Epiro, mi si scoperse l’abominevole Emazia co’ suoi monti; della quale vidi, dall’una delle parti, l’onde d’Ismenos e la fontana di Dirce e i monti Ogigii e l’antiche mura, composte dal suono della cetera d’Anfione; sopra le quali mi si fece palese il piacevole monte citereo, e sopra quello i santi carri, tirati da bianchi uccelli, si riposarono. Certo io non so s’egli ardeva, ma gli occhi in ciò confessavano quello che il sentimento negava; per che, quasi dubitosa, discesi sopra la santa terra, e andante verso la sommità, vidi quello così, fra le fiamme agli occhi manifeste, di mortine pieno, come Ossa o Pindaro o qualunque altro è pieno di querce.

Tra le quali mentre io vagabunda m’andava, e della via incerta e della fortuna futura, come ne’ liti africani ad Enea, cotale, infra le mortine, mi si mostrò la chiamata dèa; e subitamente ripresa la vera forma, m’empié di tale maraviglia quale simile mai da me non era stata sentita. Ella era nuda, bene che picciola parte del corpo fosse di sottilissimo velo purpureo coperta, con nuovi ravolgimenti sopra il sinistro omero ricadenti con doppia piega. E il viso suo lucea come qualunque sole e la sua testa era ornata di capelli d’oro, a lei ricadenti lunghissimi sopra le candide spalle; gli occhi suoi sintillavano di luce non veduta già mai. Perché mi sforzerò io di dirvi le bellezze della bocca e della candida gola e del marmoreo petto e di tutta lei, con ciò sia cosa che io non potrei, e s’io potessi o sapessi, appena si crederrieno? E come che gli antichi ne dicano lei da Prassiteno vera scolpita nel marmo, non è da credere quella, ancora che bellissima sia, simile a questa ch’io vidi. Ma solo quello che ora di lei dirò basti a laude della sua bellezza tra noi: che qualunque è qui più bella di tutte, posta a lato ad essa, a rispetto di quella, turpissima saria giudicata. Certo, rimirandola, io non mi maravigliai del preso Marte e biasimai il folle ardire del figliuolo di Cinara, avuto contra i vietati animali, e cognobbi la concupiscenza degli iddii quando la vidono legata dagli ingegni di Vulcano; e con queste mi corsero mille altre cose sùbito per lo capo.

Ma poi che già vicina mi si facea, alla sua deità sopra li verdi cespiti m’inginocchiai e con quella voce che io potei, reiterai la mia orazione nel suo cospetto. Ella l’ascoltò e fattasi a me più presso, che io mi levassi mi comandò; e seguì: «Vieni; i tuoi desii, uditi, avranno effetto»; e in luogo alquanto più alto mi tirò seco. Quivi, tra folte frondi nascoso, l’unico suo figliuolo mi fe’ palese; il quale riguardando io, d’ammirazione piena per la bellezza di quello, niente ad essa il vidi dissimile, se non in tanto che egli era iddio e ella dèa. Oh quante volte ricordandomi di Psice, la reputai felice e infelice; felice di tale marito e infelice d’averlo perduto, felicissima poi d’averlo riavuto da Giove. Questi, avendo racconciato il forte arco, da lato a lui con la faretra giacca; e elli, accesi fuochi più caldi che’ nostri, con ingegni qua giù appena saputi, fabricava saette d’oro purissimo; e quelle temperate in chiara fonte e fatte più forti, n’empieva la vòta faretra. Gli occhi miei non si potevano saziare di mirar lui, del quale niuna parte mi si celava, se non quanto coprivano le care piume. Oh quante volte, ricordandomi del turpissimo vecchio a me marito, se di costui gli abbracciamenti sentissi, felice mi riputai! Ma come piacque alla dèa, io mi rivolsi a mirare la fontana fortificatrice di quelle saette; la quale, mentre io riguardava, bellissima e chiara con onde inargentate la vidi; e per sé medesima surgente, non era bevuta dal sole; e il suo fondo, il quale apertissimo dimostrava, non teneva alcuno limo. Quella non pecora, non uccello né altro animale aveva mai violata col gusto: le sue estremità di verdi mortine e di sanguigne erano coperte e, secondo che io pensava, quella che tolse Narcisso non era sì bella. Ella faceva me riguardante, non assetata, avere sete e vaga di tentare col caldo corpo le sue fresche onde.

Ma mentre che io sopra quella così sospesa dimoro e in essa rimiro la mia figura, il giovane figliuolo della dèa, ventilando le sante penne lucenti d’oro chiarissimo, con le fatte saette si partì di que’ luoghi; e in meno ora che il grado del cielo, tocco dal nostro orizonte, non lascia l’uno emisperio all’altro passando, fu sopra le nostre case volato. Ma l’occhio, non potendolo seguire nei suoi effetti, si rivolse alla dèa: essa per l’ora già calda s’avea levato da dosso il sottile velo, e entrata nel chiaro fonte, tutta infino alla gola si mise nelle belle acque e a me comandò che spogliata v’entrassi con lei. Fecilo; e ricevuta in quella, così in essa trasparevano i nostri corpi, come in vetro traspare il festuco. Le sante braccia di Citerea m’avvinsero più volte il candido collo; e i suoi baci, non simili a’ mondani, non una volta sola, ma molte gustai, e già incominciai a lodarmi del preso consiglio e a sentire de’ passati rincrescimenti del noioso marito alcuna ricreazione; e già rinfrescate nell’acque, le dissi: «O santa dèa, se non è ingiusto, scuopramisi dove il caro figliuolo di voi sì sùbito sia volato con le fabricate saette».

A cui ella con divina voce rispuose: «Noi, udite le voci tue, e a compassione mossa de’ tuoi affanni, intenta alle tue petizioni, per lo giovane abbiamo mandato, i cui amori userai per contentamento dell’animo tuo mentre vivi; tu il vedrai sanza niuno indugio venuto e presto a’ tuoi piaceri».

Queste parole mi piacquero, e come io seppi, di tanta sollecitudine ringraziai la dèa. Noi eravamo ancora nella bella fonte, quando sentii i santi martelli un’altra volta percuotersi agli amorosi uficii; e per quello conobbi Amore essere tornato e presunsi colui essere venuto che dovea piacere agli occhi miei. Onde io, desiderosa di vedere qual fosse, alzata alquanto la testa e i vaghi occhi in giro vòlti, vidi infra le frondi un giovanetto palido e timido nello aspetto, il quale con lento passo s’appressava alle sante acque. Egli, veduto, piacque agli occhi miei e figurato rimase nella mia mente; ma pure d’essere ignuda veduta da lui mi porse vergogna e di nuova rossezza dipinta tornai. E egli similmente, come mi vide, mutato il colore e stupefatto, fermato il passo, più non venne oltre; onde, come alla dèa piacque, riprendemmo i vestimenti. E uscite dell’acque e di mortine coronate, in uno grazioso seno, che ’l monte di sé faceva quivi vicino, di bellissima erba pieno e dipinto di molti fiori, ce ne andammo; e sopra quella, freschissima, i corpi distesi, ci posavamo, quando la dèa, chiamato il giovane, e egli già quivi venuto, così cominciò a parlare: «Agapes carissima a me, questo giovane, Apiros chiamato, il quale timido così tra le nostre erbe discerni, sarà a te quello che tu hai domandato; e però con sollicitudine i fuochi nostri che di qui porterai, fa che inviolati servi».

Io le voleva rispondere, ma il tenero petto subitamente da vegnente saetta mi fu percosso, mandata dalla potente mano del figliuolo della dèa, la quale avea aggiunto alle prime parole: «Noi te ’l diamo per unico servidore e nuovo; egli non sente altro difetto che de’ nostri fuochi, li quali, nuovamente per te in lui accesi, fa che sì nutrichi che, la freddezza, che ad Agliauro il tiene simigliante, del cuore a lui cacciata, simile il rendi al nostro Giove».

Aveva detto; e io, ancora tremante di paura, non prima la bocca apersi consentendo a’ detti suoi che io, nel tempio orante, dinanzi mi vidi a’ suoi altari, dove io già dissi; per che, non poco maravigliandomi e gli occhi volgendo intorno per rivedere Apiros, a me conobbi l’aurea saetta nel petto. E in parte vicina vidi il palido giovane me con tutto lo ’ntendimento mirante fiso, e ferito così com’io; e vedendolo non d’altro fuoco acceso che io, risi e contenta con occhio vago gli diedi segno di buona speranza. E lui, per lunga fiamma fatto caldissimo, insieme a’ servigi della dèa e a’ miei, di virtù intero il ritenni; e i freddi abbracciamenti del vecchio marito, quanto potei, con ragione rifiutai, usando quelli di colui cui io già più che grana avea fatto tornare colorito. Dunque di questa dèa son tutta: costei adoro, costei reverisco e costei séguito; e sua voglio essere, né altra deità m’è nota; e per costei ancora i regni superni userò dèa, sì che, se sollicita sempre visito li suoi templi, niuna se ne dêe maravigliare, ciò sappiendo che io v’ho detto.

La donna, finite le graziose parole, con lieto canto appresso mise in nota i seguenti versi:

[XXXIII]

Sì come il foco, in fummi oscuri molto,

nel quale i figli di Iocasta accesi,

miseramente saliva ravolto,

i suoi caccumi in due fiamme distesi,

diviso si mostrava a dichiarare

di loro il poco amor, se ben compresi,

e ancor come già quel dell’altare

di Vesta si divise in Roma, quando

piacque a Pompeo Italia abandonare;

così il santo monte fiammeggiando

di Citerea, ma lieto tutto splende,

di mirabile luce sfavillando.

E l’una parte inverso il ciel si stende;

e così fatto caldo sale a quello

che del suo lume tututto l’accende;

ma l’altra, poi ch’è divisa da ello,

alla terra declina sì fervente

che quanto prende del mondo fa bello,

riscaldando ciascuna fredda mente,

dimostrando il valor di Citerea,

mal conosciuto alla moderna gente.

E di quel caldo tal frutto si crea,

che se ne acquista conoscere Iddio

e come vada e venga e dove stea.

Di salire a’ suoi regni anche ’l disio

s’aguzza molto, e tra’ viventi amore

fraternal se ne piglia giusto e pio.

Cresce il bene operar, cresce il valore

per questo; e la virtute è reverita,

merito di cui è degno onore.

E seguitando così fatta vita,

fuggesi via la tema del morire,

da chi vive altramenti assai sentita.

Dunque ogni tiepidezza è da fuggire

e sé di questo foco accender tanto

che degni diventiamo di salire

a’ regni che non sepper mai che pianto

si fosse, altro che bene e allegrezza

non fallibile mai; e io ne canto,

però che ’n quel tutta la mia bellezza

arde e sfavilla, Venere seguendo,

per cui spero tener la somma altezza,

dov’io rimiro sempre più ardendo.

[XXXIV]

Ritornato s’era Ameto a’ pensieri dolci; e in quelli con non meno diletto che mirando le donne si stava contento, avvegna che alcuna volta brievi estimasse i ragionamenti di quelle, li quali dubitava che troppo tosto non si compiessero e, compiuti, quindi si dovessero partire. Ma come a’ suoi orecchi pervenne la bella ninfa a vecchio marito essere congiunta, dolente, cotale sé ad execrare incominciò:  O iddii, o cieli mal graziosi, o iniqua fortuna, io vi maladicerei, se sanza danno di me fare lo credessi. Deh, quali cagioni vi mossero a darmi il nascimento più basso che l’animo, o l’animo maggiore che ’l nascimento? Quale peccato si dovea commettere da me che io per quello sotto iniqua parte allora del cielo signoreggiante, ch’io nacqui, dovessi nascere, per la quale potenzia mai cosa a me piacevole non seguisse? Or che è a pensare questa giovane con vecchio marito trarre dimoranze invite, e a ragione? Dove era io allora, o fortuna crudelissima ne’ miei fatti? Non era io così degno di costei come ’l vecchio? Che meritò più colui nel tuo cospetto che abbia fatto io? Niuna altra cosa se non ch’è più ricco; e io ho, in luogo della sua ricchezza, la giovane età, la quale elli per tutti i tesori del mondo non potrebbe riavere, salvo se Medea non tornasse a rendergliele, come ad Ensone. Certo ella si convenia più a me che a colui: io l’avrei in ogni cosa fatta contenta, e almeno in quello di che sogliono essere più vaghe le giovani, l’avrei io molto meglio servita che il vecchio. Tu credesti nuocere a uno e hai nociuto a tre: al vecchio, a cui è penitenzia, alla giovane, a cui è danno, e a me, che di tale bene era degno. Certo, s’e’ mi fosse licito il crucciare, già ti mostrerei quanto l’ira m’accenda e come questo accidente mi noi. O giovanezza infelice ch’è quella de’ poveri, non di vita fortezza, ma sicurtà di più lunghi danni, fuggiti da me, poi che le ricchezze sono antiposte alla tua virtù: la morte ti fia più utile che aspettare la bianca vecchiezza, sommo infortunio de’ mendicanti. O bellezza, bene caduco, perché venisti tu in me, poi che giovare non mi dovevi? O biondi capelli, o barba prolissa, cadetemi! I bianchi sono più fortunati di voi: la qual cosa pensando m’è cagione di non piccola noia. O giovane ninfa, perché questi amori cominciasti? Io vedendo, contento quasi della tua bellezza, consolato ti riguardava; ora, ad una ora di te e di me divenuto per compassione debita doloroso, in tristizia ho voltata la mia letizia. Ma se tu non meno savia che bella sarai, tu seguiterai gli exempli della bellissima Elena, abandonante le già biancheggianti tempie di Menelao per le dorate di Paride; la quale cosa Briseida avrebbe fatta, se il suo Acchille l’avesse voluta ricevere. E se forse questi exempli ti sono occulti, io gli ti narrerò; e oltre a ciò la mia persona, ove io più che ’l vecchio ti piaccia, sempre sarà ad ogni tuo piacere apparecchiata. La qual cosa, o sommi iddii, concedete ch’ella sia: io non dubiterò di transfugarla per tutto il mondo s’e’ fia bisogno. E ancora sicuro prenderò l’armi, se con armi fia ricercata: niuno affanno mi sarà grave per così bella cosa, per amore della quale etterna laude mi riputerei il morire.

E poi ch’egli per lungo spazio in sé così s’è doluto, egli la rimira da capo, e ascoltando i suoi amori, prima reputando Apiros felice, disidera d’essere lui; e tanto in questo il tira il disio che già desso si reputa e lei gli pare nella chiara fonte vedere ignuda, come ella narra che quelli la vide; e in sé ammirando, loda le parti che egli mai non vide, e quelle con tutto l’animo abraccia, strigne e bacia, e così acceso diventa come quella era. Ma poi che lungamente sé per cotali pensieri ebbe tratto, sentendo la donna avere cantato, alla bella giovane di verde vestita rivolto disse:  O graziosa donna, quando vi piaccia, narrate i vostri amori; le cui parole da ora priego gli iddii che più mi siano graziose che quelle le quali la ninfa che ora si tace ha dette.

Quella, ridendo e lieta molto, levò alta la testa alle voci d’Ameto e il chiaro viso rendé alle riguardanti; e dopo picciolo spazio, con movimento di membri piacevole e con atto d’autorità pieno, incominciò le seguenti parole:

[XXXV]

Molti amori a me per la memoria non debole ferventi si volgono e ciascuno disidera d’essere il raccontato. Ma poi che chi fossero i miei parenti v’avrò dichiarato, qual più possente verrà nella lingua, quello, per servare l’ordine cominciato, vi mosterrò. Già era stato cacciato Saturno da Giove, quando gli euboici giovani, lasciata Calcidia, con le loro navi presero Caprea, vicina a’ santi oraculi di Minerva; e in quella e molto multiplicati, tanto che già il picciolo luogo appena li sostenea, quindi di loro gran parte partitasi, l’isole Pittacuse cercarono; e abitârle. Ma quelle, infino nella loro venuta picciole a’ nuovi popoli, per cresciuta prole l’abandonarono; e vicini al lago d’Averno, via certissima agli iddii infernali e all’onde del Mirteo mare, e di Vulturno alla torbida foce, quasi in mezzo, in terra ferma posarono i passi loro. E salutati i vicini monti, li quali d’alberi copiosi conobbero, e i piani atti a’ lavorii e dimostranti segni di fertilità, quivi disposero d’abitare, estimando che istrettezza di luogo più non li farebbe per innanzi mutare, quantunque crescesse la loro progenie; e data forma con ricurvo aratro alla nuova terra, in due divisa per li due popoli, lì di due isole arrivati, prima stati uno in Caprea, quella nominarono Cumme.

Ma l’antico figliuolo del troiano Anchise ancora in quella non avea la vivace Sibilla veduta, né colti ne’ fruttiferi colli i santi rami per offerere a Proserpina, né date le pietose membra di Meseno ad etterno sepolcro, quando le mura, già in alto levate, e le rocche fortissime, in essa toccanti il cielo, e i templi grandissimi già la mostravano città nobilissima e popolata. Alla quale Giunone invidiosa, diede cagione di mancamento a’ multiplicati uomini, e minacciando peggio, non valendo sacrificii né prieghi, fu cagione miserabile a molti d’abandonare le propie case. Li quali, partendosi quindi e novella stanzia cercando, dietro alle spalle i non conosciuti ancora tiepidi e dilettevoli bagni di Baia s’aveano lasciati e le montagne sulfuree; e già sopra Falerno, coperto di vigne portanti vino ottimissimo, ancora non forato da Cesare, eran saliti; e il viso tenevano alle fiamme di Veseo, che, sanza danno, loro porgeva paura. Ma poi che da quelle, mirandosi a’ piedi, levando gli occhi, gli stesero al piano, fermarono il passo; e quello con estimazione sottilissima riguardando, videro quello con brieve fatica utile a’ loro divisi. Essi primieramente, examinata la condizione del cielo, umile e accostante alle loro compressioni la trovarono, e il luogo, sollevato con picciolo colle dal mare, videro fruttifero e abondante di ciascuno bene; e i marini porti, lieti e graziosi, si mostravano utili, bene che d’acque i luoghi poveri discernano alquanto; ma fidandosi di dare a ciò riparo, diliberano che sanza più cercare quivi si fermino i passi loro; e con questo consiglio, declinando del monte, vicini alle poche onde che tra Falerno e Veseo stanche mettono in mare, nelli eminenti luoghi fondarono nuove mura. Delle quali ancora non avevano veduti le fosse i fondi loro, quando Giunone, le sue ire infignendo, li fece rivocare alle prime case. Alle quali tornare non furono difficili, però che già per pessimo agurio dubitavano l’opera incominciata avanzare. Essi, nel primo fondare, di candido marmo una nobile sepoltura della terra nel ventre trovarono, il titolo della quale, di lettera appena nota, tra loro leggendolo, trovarono che dicea:

Qui Partenopes vergine sicula morta giace.

Onde essi, sterilità e mortalità dubitando, tornarono a’ primi luoghi meno utili che’ lasciati, e a’ lasciati lasciarono per etterno cognome il nome di quella che essi aveano trovata. Ricolti dunque la seconda volta ne’ luoghi loro, non guari vi stettero che l’ire lungamente nascose tutte s’apersero, operante Giunone; né tale miseria si vide in Egina, regnante Eaco, quale quivi veduta sariesi, da qualunque nemico piagnevole. Onde i mobili popoli, pochi rimasi, pensano di nuove sedie; né d’altre più sane deliberano che quelle trovate da’ primi sopra le sepulte membra partenopee, danti migliore interpretazione a’ versi scritti nell’antico avello che’ primi non fecero, dicendo che quivi sepulta ogni virginità e ogni mortalità sanza fallo saria con la sicula vergine, e le terre vivaci e fruttiferi <i> popoli renderebbono, così a’ Siculi avversi nell’armi come alla vergine negli effetti. E come due erano entrati in Cumme, così quivi due, abandonata l’antica città, se ne vengono; e la parte maggiore i cominciati fondamenti altra volta rinnova nelle piagge alte e a quelli aggiugne mura fortissime, le quali infino al mare tirate con forti ostaculi chiudono la nuova terra, così da loro nominata a differenza dell’antica abandonata. Gli altri, in numero minori ma non negli effetti, infra Falerno e essi si puosero nel poco piano, per una gittata di pietra vicini a’ primi posti. Una lingua, uno abito e que’ medesimi iddii erano all’uno che all’altro; solamente gli abituri erano divisi. E in picciolo tempo di teatri, di templi e d’alti abituri bellissima si poté riguardare; e ciascuno giorno multiplicando di bene in meglio, poté essere dalle circustanti città menomanti invidiata; e ne’ presenti secoli più bella che mai e di popolo ornatissima piena si vede e in tanto ampliata che, l’una con l’altra delle antiche terre congiunta, sono una città divenute, notabile a tutto il mondo.

Mentre che le dette cose così procedono di tempo in tempo a’ popoli fortunati, Enea, lasciati i luoghi natali, cacciato delle Strofade, fuggito de’ liti africani, di Cicilia partito e tornato dalle sedie infernali, entra nelle foci dello imperiale Tevero co’ troiani iddii; e presa l’amicizia di Evandro d’Arcadia e sacrificata la bianca troia alla crucciata Giunone e ucciso Turno, con la sua Lavina lieto tiene Laurenza e dà principio alla gente giulia. De’ quali, della vergine sacra e di Marte, Romulo trae invitta origine; e lieto con rigorosa giustizia e con non pieghevole forza l’antiche case di Evandro ristora; e di mura co’ suoi successori cingono l’arci di Palatino, e monte Celio e Aventino con gli altri colli già da umile piano erano levati a soggiogare il mondo. E finita la signoria de’ re nella città nomata dal suo fattore e già lungamente vivuta sotto il libero uficio de’ consoli, si poteano vedere i campidogli non rozzi, con iscaglioni di zolle né di paglia coperti, ma chiari di candidi marmi e d’oro molto lucenti, e i templi altissimi e mirabili, pieni di molti iddii, i teatri risonanti e di giovani spessi, né indigenti delle Sabine, e tutto il cerchio ripieno di popolo, possente e timido a tutto il mondo; e i mai non usati triunfi in quella già de’ popoli orientali e di que’ di Spagna e di qualunque altri si celebravano, e Roma in ogni luogo si conoscea. E di quinci nelle mani del divino Cesare pervenuta, lieta donna si vede di tutto il mondo; il quale, asprissimi affanni sopra l’onde d’Ibero, durante per lo suo imperio, ancora non istata la farsalica pugna, vittorioso di quelli, seco alle seguenti fatiche uomini antichi di sangue, nobili di costumi, chiari di fede e di virtù risplendenti, nell’armi feroci e agli affanni possibili, ne menò; da’ quali non abandonato giammai, ad essi per merito dopo l’acquistate vittorie con la cittadinanza luoghi nobili diede in Roma. Là dove i loro discendenti per la loro virtù, avanzante sempre chi segue lei, in processo di tempo ebbono grandissimo stato, e in ricchezze e in oficii cresciuti e in uomini. Altri questi reputano i Fresapani e alcuni gli estimano gli Annibali. Ma l’antichità quali d’essi si fossero il ver ne toglie: ma quale che di queste due fosse l’una, ciascuna e pontefici massimi e cesari ebbe nella sua casa.

Di questi, dopo le pistolenzie de’ Vandali, uno di loro, lasciata Roma, di Iovenale l’oppido antico si sottomise, e quello signoreggiando, a sé e a’ suoi discendenti, che a me furono primi, diede cognome. De’ quali alcuni, e tra quelli il padre mio, vennero alla città predetta e quivi tennero e tengono il più alto luogo appresso al solio di colui che oggi in quella regge incoronato; il quale, di doni di Pallade copioso, cupido di ricchezze e avaro di quelle, meritevolmente Mida, da Mida, si può nominare. Egli e’ suoi predecessori, venuti della togata Gallia, molto onorando costoro, una nobile giovane venuta di quelle parti, per bellezza da lodare molto, ma più per costumi, per isposa congiunse al padre mio. La quale, dèa credo di cento fiumi, due dubbii padri mi diede nel nascimento, de’ quali l’uno più gentile e l’altro più onesto sanza dubbio conosco. Ma acciò che colpevole non sia riputata la madre mia, né di rotta fede dannata, m’è caro di palesare i furti sforzati, ancora occulti.

Il sole avea tolti alle notti gli spazii lunghi e, terzo fratello, godeva con quelli d’Elena, privando di luce le stelle loro, più accese di quella che mai, quando il predetto Mida, di poco tempo davanti stato coronato de’ regni, a celebrare si dispose una gran festa, alla quale i sommati del regno suo, d’ogni parte chiamati, vi vennero. Quivi le driade e le silvestre ninfe e le naiade di qualunque paese sopposto al re novello vi furono; ma tra l’altre bellissime, ornate di pietre e di molto oro, le partenopensi v’apparvono, intra le quali non men bella di tutte fu la mia madre. Le poste mense, nulla altro espettanti, si riempierono d’uomini e di donne; e ciascuna tenne secondo il suo grado lo scanno. Gli argentei vasi dierono le copiose vivande, e il lavorato oro i graziosi vini concesse agli assetati; e le reali sale d’ogni parte di nobili giovani serventi alle mense presti si videro piene; e i molti e varii suoni fecero la rilucente aula fremire ispesse volte; e già niun’altra cosa che festa vi si vedea, quando il sommo prencipe, ornato di vestimenti reali, da’ suoi più nobili accompagnato, acciò che più lieti facesse i conviti, visitò con aspetto piacevole i convitati. Ma mentre che egli con occhio vago ora questa donna e ora quell’altra riguarda, alla vista gli corse il viso della mia madre, il quale in sé di bellezza oltre a tutti gli altri commenda; e tacito pensa sé ancora dovere più felice usare le colei bellezze, se fortuna nemica non gli si oppone.

Le liete feste durano il debito tempo; il quale finito, ciascuno le sue case ricerca. Ma tra poche a questo usate sempre, la madre mia spesso ricerca la reale corte, nella quale il marito avea non picciolo luogo. Il nuovo re per le non dimenticate bellezze s’infiamma più sovente vedendole, e sollecita di dare effetto al suo pensiero. Ma la fortuna, acconciatrice de’ piaceri de’ possenti, più di lui fatica in queste cose e porge cagione alla donna per la quale conviene ch’ella porga prieghi al re disiderante d’exaudirli; porgonsi e, uditi, è loro effetto promesso. Al quale dare ingannevoli ingegni usati, mentre la donna cerca la grazia addomandata, cade ne’ tesi lacciuoli e, invita, diventa del re. I cui desiderii compiuti, col dimandato si parte e sentendo la cosa occulta, si tace il ricevuto oltraggio. Certo, se io non ne fossi dovuta nascere, io direi ch’ella avesse peccato, di Lucrezia non seguitando l’exemplo. Ma, onde che il violato ventre, o da questo inganno o dal propio marito quello medesimo giorno, seme prendesse, io fui nel debito tempo frutto della matura pregnezza.

E essendo io ancora piccioletta e di questo del tutto ignorante, la madre mia, disposta a mutare mondo, come ella fece, aggiugnendo che sempre, come stato era occulto, così il tenessi, me ’l fe’ palese, sì come a voi come con meco medesima l’ho ragionando mostrato. E a ciò, sì come ella mi disse, nulla altra cosa la mosse se non perché io con fidanza maggiore i reali doni, come di padre dubbio, usassi per lo tempo a venire. Adunque, come manifesto v’è, di padre incerto figliuola, due ne tenni per padri; ma già il putativo e forse vero, disposto a seguire la mia madre, a vestali vergini, a lui di sangue congiunte, mi lasciò piccioletta, acciò che quelle, di costumi e d’arte inviolata servandomi, ornassero la mia giovanezza. E certo il pietoso pensiero ebbe effetto; e tanto con benivolo animo i loro sacrificii imitai che nulla cosa mancava a me di quelle se non il vestimento ad essere una di loro. Ma, posto che io non l’avessi, non fu verso di me di Vesta la benivolenzia minore; e ella di ciò segnale manifesto mi diede una volta. Il vergine sole era già coperto dall’onde di Speria e il vegghiante gallo avea le prime ore cantate e ogni stella pareva nel cielo, quando io giovinetta, non vinta dal sonno, per picciola finestrella mirava quelle, e in me medesima pensando il moto, la bellezza e l’etternità, le lodava molto, quando Vesta in pietoso abito, dalle sue vergini intorniata, benigna m’aparve; e me stupefatta prese con queste parole: «Cara giovane, che mirano gli occhi tuoi?»

Appena in me venne la voce a sodisfarla, ma pur gliel dissi; ma ella, più a me allora accostatasi, che reverente stava dinanzi a’ piè di lei, disse: «Io sono quella dèa, i fuochi della quale tu con le vergini mie con animo puro solleciti. E acciò che io non possa ingrata da te essere chiamata, ti giuro per gli stigii fiumi che, se bene quelli in vita serverai, quella corona, la quale fu d’Adriana e che tu puoi nel sereno cielo vedere ornata d’otto stelle, ti farò dare a Giove».

E col santo dito fattalami conoscere, volendo io promettere di servarli e ringraziarla della promessa, si tolse agli occhi miei. Onde io, lieta di tale accidente rimasa, disposi etternalmente vivere ne’ santi templi. Ma di ciò fu l’avenimento contrario, perché bene il mio viso non rispondeva al pensiero, e la mia bellezza fu cagione di rompere le mie proposizioni; la quale, da uno de’ più nobili giovani della terra là dov’io nacqui veduta, piacque agli occhi suoi. Questi, di forma grazioso e de’ beni giunonichi copioso e chiaro di sangue, prima tentò i miei matrimonii. Li quali da me negatili, non si stette, ma a colui che forse sua figliuola mi reputava, mi dimandò; e fu udita la sua domanda, per la qual cosa di colui i piaceri fuggire non potei. E certo io me ne sarei vie più sforzata che io non feci, se a me non fosse stato mostrato di potere a una ora e i matrimonii seguire e i santi fuochi cultivare della dèa. Fui adunque, e sono, di quello che con sollicitudine mi cercò; e quella corona sperando ancora, lieta visito i templi vestali e lei come deità singulare onoro.

Ma come Venere mi prendesse vi farò noto. Essendo io, come io v’ho detto, del pronto giovane, e sua stata più anni, avvenne che per caso opportuno li convenne a Capova, per adietro l’una delle tre migliori terre del mondo, andare. Onde io nella mia camera sola le paurose notti traeva nel freddo letto; nel quale, temperante Appollo i veleni freddi di Scorpione, sicura e sola una notte dormiva, e certo le imagini dello ingannevole sonno mi mostravano quello che sanza niuno inganno era vero. Però che a me pareva essere di colui nelle braccia di cui io era; ma già a quelli effetti venendo che più e ne’ sonni e nelle vigilie sogliono essere cari, non sostenne il sonno quelle letizie, anzi a una ora mi fuggio, e del petto e delle braccia mi tolse colui che mi tenea; e già desta, ricordandomi che sola essere dovea, nelle braccia mi vidi d’uno giovane. La voce era già venuta nella lingua per chiamare i servi e per dolersi degli scoperti inganni; e io presta voleva saltare del ricco letto. Ma il non pauroso giovane, e di me più possente, ad un’ora mi tenne e con la sua voce, da’ miei orecchi sùbito conosciuta, ritenne la mia. Niuno spirito mi rimase sicuro, anzi così tremava come le pieghevoli canne mosse da ogni vento; e con quelle voci che io potei, più volte il pregai che si partisse e i casti letti non tentasse di violare. Ma poi che a sé prima la morte offerse che la partita, ingegnandosi con dolci parole da me cacciare la paura, io, levate le cortine, gli accesi lumi nella nostra camera presi per testimonii della sua sembianza; e accertatami che la voce udita non m’avea ingannata, così gli dissi: «O giovane più ardito che savio, non si distendano più le tue mani nella mia persona che io voglia, se la vita t’è cara: gli amori di qualunque persona sono con piacevolezza da impetrare, e non per forza. E il luogo ove noi siamo toglie via quello che si suole dire le donne disiderano: che contro a loro in ciò che più vogliono s’usi forza; e il tempo ancora, quando io volessi, ci è favorevole. Adunque a quello di che io ti domanderò, mi rispondi; e se te di me sentirò degno, niuna forza ci fia bisogno, né priego; e così, se in contrario, indarno la lingua o le braccia faticheresti».

A queste voci elli dopo un caldo sospiro lasciò me e indietro si trasse; e così, me l’uno canto del letto e esso l’altro tenendo, disse: «Io non venni qui, o giovane, come rubatore della castità del tuo letto, ma come focoso amadore, ad alcuno rifrigerio donare a’ miei ardori; alli quali se tu nol dài, niuna altra cosa fia, se non un dirmi che io m’uccida. E certo io uscirò di qui o contento o morto, non che io con forza cerchi i miei piaceri o aspetti che alcuno le sue mani contra di me incrudelisca; ma se tu dura sarai a’ miei disii, io col mio ferro, usando crudele uficio, mi passerò il petto. Ma di ciò che tu vuogli io ti risponderò».

Me non spaventarono le crudeli parole, ma, nel primo proposito ferma, il domandai come elli arditissimo quivi era venuto; a cui elli disse: «Ecaten, vinta dalle mie parole e da varii sughi d’erbe e virtuosi, a questo luogo venire mi diede apertissima via e sicura; la quale similmente m’avrebbe nel tuo petto data, se io i tuoi amori volessi sforzati».

Maraviglia’mi, udendo questo; ma nulla altra via conoscendovi, gliel credetti. E la seconda volta domandandolo, cercai come, quando, dove e perché io gli fossi piaciuta; alla quale domanda egli umile e con voce quieta, dopo molti sospiri, così mi rispose:

«Bella donna, unico fuoco della mia mente, io, nato non molto lontano a’ luoghi onde trasse origine la tua madre, fanciullo cercai i regni etrurii, e di quelli, in più ferma età venuto, qui venni. Ma, essendo io già alla città presente vicino, i cieli, le future cose sententi, parte delle fiamme che si doveano acquistare nel luogo mai non veduto mi vollono aprire; e, quale che si fosse sùbito la cagione, me, tutto in me raccolto, trasse a’ dolci pensieri, nel mezzo de’ quali la vostra città mi si fe’ palese; e le mai non vedute rughe con diletto tenevano l’anima mia. Per la quale così andando, agli occhi della mente si parò innanzi una giovane bellissima, in aspetto graziosa e leggiadra e di verdi vestimenti vestita, ornata secondo che la sua età e l’antico costume della città richiedéno; e con liete accoglienze, me prima per la mano preso, mi baciò, e io lei; dopo questo aggiugnendo con voce piacevole: “Vieni dove la cagione de’ tuoi beni vedrai”. A me pareva essere disposto a seguirla, quando contrario accidente e sùbito mi percosse, e me, di me fuori errante, in me rivocò con dolore; e già vicino al cadere mi vidi del non retto cavallo, me verso quella portante dov’io stava. Ma questo non operò che di quella la imagine si partisse da me, che, risentito, co’ ridenti compagni mi vidi alla entrata de’ luoghi cercati, ove io entrai, e l’età pubescente di nuovo, sanza reducere la veduta donna ne’ miei pensieri, vi trassi; e come gli altri giovani le chiare bellezze delle donne di questa terra andavano riguardando, e io. Tra le quali una giovane ninfa chiamata Pampinea, fattomi del suo amore degno, in quello mi tenne non poco tempo. Ma a questa la vista d’un’altra, chiamata Abrotonia, mi tolse e femmi suo. Ella certo avanzava di bellezze Pampinea e di nobiltà, e con atti piacevoli mi dava d’amarla cagione; ma poi, fattomi de’ suoi abbracciamenti contento, quelli mi concesse non lunga stagione, però che, io non so da che spirito mossa, verso di me turbata, del tutto a me negandosi, m’era materia di pessima vita. Io ricercai molte volte la grazia perduta, né quella mai potei riavere; per la qual cosa un dì, da grieve doglia sospinto, ardito divenni oltre il dovere; e in parte ove lei sola trovai così le dissi: “Nobile giovane, s’elli è possibile che mai il tuo amore mi si renda, ora, i molti prieghi ragunati in uno, il dimando”.

A cui ella rispose: “Giovane, la tua bellezza di quello ti fece degno, ma la tua iniquità di quello t’ha indegno renduto. E però sanza speranza di riaverlo giammai vivi omai come ti piace”.

E questo detto, come se di me dubitasse, si partì frettolosa. Certo io estimo che ’l dolore della impaziente Didone fosse minore che ’l mio, quand’ella vide Enea dipartirsi, ma tacerollo, però che invano gitterei le parole, pensando che la menoma parte appena se ne potrebbe per me esplicare; ma così dolente la mia camera ricercai, nella quale solo più volte l’angosce mie come Ifi o Blibide miseramente pensai di finire. Ma già, fuggita ogni luce, la notte occupava le terre, quando a me, in questi pensieri involuto, non sanza molta fatica il sonno, imitante la morte, entrò nel mio misero petto. Nel quale qual si fosse lo dio verso me o pietoso o crudele che movesse Morfeo a varie cose mostrarmi, m’è occulto; ma cose terribili vidi in quello. Intorno alla fine del quale, come io avviso, mi pareva in doloroso atto sedere in una parte della camera mia e in quella vedermi davanti Pampinea e la turbata Abrotonia; e amendune, mirandomi fiso con atto lascivo e con parole abominevoli dannando i miei dolori, mi schernivano. Alle quali a me pareva con prieghi dire che esse, quindi partendosi, me lasciassero a’ miei dolori solo, poi che di quelli erano state movente cagione. Ma le mie parole non aveano luogo; esse, ognora crescenti ne’ miei obbrobrii, con più turpi parlari non mi si levavano dinanzi, onde non poco cresceva la doglia mia. E per questo, a loro la seconda volta rivolto, diceva: “O giovani, schernitrici de’ danni dati e di chi con sommo studio per adietro v’ha onorate, levatevi di qui: questa noia non si conviene a me per premio de’ cantati versi in vostra laude e delle avute fatiche”.

A queste parole Abrotonia più focosa rispose: “Brieve ti fia la nostra noia, e tosto ti fia palese per cui più altamente canterai che per noi, che qui venute semo a pórti silenzio, se più ne volessi cantare”.

A cui mi parea rispondere: “Cessino gl’iddii che questo sia, che io mai più, se della signoria esco di voi, come io disio, diventi d’alcuna, o che più per me Caliopè dêa forma a nuovi versi!”

A cui queste sùbite seguitaro: “Niente t’abbiamo tenuto noi sì come donna, ancora la tua età non tegnente, fierissima a rispetto di noi, signoreggerà la tua mente; la quale se di vederla t’agrada, aspettaci qui: noi la ti mosterremo”.

Ebbero detto; e a un’ora esse e ’l sonno si dipartirono. Onde io, maravigliatomi, prima lento i riposati membri levai del tristo letto, e con sollecita mano esplorando l’oziose tenebre i luoghi del fuoco cercai. Del quale esservene non prima conobbi che quello, alquanto fumante, nascoso sotto la cenere, mi cosse la mano palpante; ma, tirata indietro quella, l’altra, con più prestezza pórta all’accese brace, di quelle misi nella secca stoppa; e con aure lievi e continue il fuoco languente recai in chiara luce, cacciando le tenebre della notte, nelle quali forse più attamente mi sarei doluto che al lume. E questo fatto, io ritornai agli usati pensieri, e in quelli malinconico lunga fiata vegghiai. Né aveva ancora i suoi dispendii tratti la notte con seco, quando nuovamente, da’ pensieri vinto, soave sonno mi ripigliò. Né prima nel profondo di quello fui tuffato che le già dette di me schernitrici mi furono davanti, ma con vista gabbevole meno; e in mezzo di loro aveano menata una giovane di sì grazioso aspetto quanto mai nessuna n’apparisse agli occhi miei; e era di verde vestita. Né cosa alcuna mi dissono, se non solamente: “Ecco colei cui già ti dicemmo che sola fia donna della tua mente e per la quale le tue virtù in esperienzia le loro forze porranno”.

A questo niuna cosa fu a quelle per me risposto; ma, quasi de’ preteriti danni dimentico, intendeva con sommo diletto a mirare quella, fra me dicendo: “Veramente ogni altra bellezza vince questa che costei tiene; e niuna fatica per lei avuta sarebbe indegna a chi per quella di tale meritasse la grazia”. E lungamente miratola, fra me contendeva se altra volta veduta l’avessi o no, né alla memoria tornava che mai per me fosse stata veduta. Ma la reminiscenza più ricordevole nella smarrita memoria tornò costei, da me vista un’altra fiata; e che questa era colei che, nella mia puerizia vegnendo a questi luoghi, apparitami e baciatomi, lieta m’avea la venuta proferta. E ancora che Febo avesse tutti e dodici i segnali mostrati del cielo sei volte poi che quello era stato, pure riformò la non falsa fantasia nella offuscata memoria la veduta effigie, e una con quella essere la conobbe. E per questo lieto, di pensiero in pensiero in ammirazione multiplicando, in tanta crebbi che ’l sonno, non potendola sostenere, fuggendo, cacciò quelle con quella che più m’agradiva di riguardare. E già l’uccello escubitore col suo canto avea dati segnali del venuto giorno, per che io, sanza più al sonno tornare, pregando gl’iddii che vere le vedute cose facessero, mi levai, e con ferma speranza, più volte cercando in ogni luogo ove belle donne si ragunassero, per vedere questa andai; e minori fatiche delli perduti amori sosteneva per questa. Ma sedici volte tonda e altrettante bicorne ci si mostrò Febea avanti che la servata imagine in me avesse a cui somigliarsi tra molte in quel mezzo da me vedute. Ma la superna provedenzia disponente con etterna ragione le cose a’ debiti fini, tenente Titan di Gradivo la prima casa un grado oltre al mezzo o poco più, un giorno nella cui aurora avea signoreggiato lo dio appo li Lazii già per adietro stato per paura del figlio, e di quello già Febo salito alla terza parte, io entrai in un tempio da colui detto che per salire alle case delli iddii immortali tale di sé tutto sostenne quale Muzio, di Porsenna in presenzia, della propia mano. Nel quale, ascoltando io le laude in tale dì a Giove per la spogliata Dite rendute (cantandole flammini laudanti le poche sustanzie di Codro e per dovere obligati a soli i bisogni della natura, rifiutando ogni più), voi singulare bellezza dell’universo, di bruna veste coperta, appariste agli occhi miei e il cuore, già delle dette cose dimentico né tremebundo per altra, moveste a tremare. Ma io, non conoscendo perché, alquanto mirandovi, d’avervi veduta altrove in me tentava di ricordarmi; ma il mutato vestire il come e ’l quando mi toglieva del tutto. Ma pure la graziosa vista, lungo tempo stata già donna della mia mente, m’accese per modo ch’ancora mi cuoce, e farà sempre. E tutto quel giorno di riconoscervi col pensiero indarno faticai la memoria, atto a più lunga fatica, se il dì seguente, solenne, non me ne avesse tratto, nel quale al già detto tempio tornai; dove io voi, come ricordare vi dovete, di molto oro lucente e ornata di gemme, di finissimo verde vestita, bella per arte e per natura vi vidi. Né prima il verde vestire corse agli occhi miei che lo industrioso intelletto riconobbe il vostro viso; e con affermazione dissi: “Questa donna è colei che nella mia puerizia, e’ non ha gran tempo ancora, m’aparve ne’ sonni miei, questa è quella che, con lieto aspetto, graziosa mi promise l’entrata di questa città, questa è quella che dêe signoreggiare la mia mente e che per donna mi fu promessa ne’ sonni”. E da quella ora innanzi, sì come ricordare vi dovete, sempre come singulare donna della mia mente vi riguardai, e alle vostre bellezze il cuore, il quale avea proposto di sempre tenere serrato, apersi; e quelle in esso ricevetti e tengo e terrò sempre, e per quelle voi, di lui singulare donna, onorerò, amerò e avrò sempre cara più ch’altra. Adunque, se bene le vedute cose da me e udite da voi e i passati sguardi considererete, voi a me promessa vederete dal cielo e per sollecito amore dovuta, s’io non m’inganno. Per che io caramente vi priego che così mia divegnate come io sono vostro, acciò che ad un’ora non perisca la mia vita e la vostra fama».

E qui, quasi lagrimando, si tacque. Io aveva udite le molte parole e già per segnali aveva i suoi amori conosciuti. Ma mentre io, vedente nella sua destra mano il coltello apparecchiato a perdonare e a offendere, come io concedessi, examinava quello che io dovessi fare, da una parte dalla pietà degli umili prieghi e della presta morte tirata, e dall’altra dalla debita fede in ambiguità caduta, Venere, favoreggiante a’ suoi suggetti, stette presente e di maggiore luce accese le nostre camere, e con mormorio titubante ne porgeva minacce. E già me veggendo dubbiosa in troppa lunga dimora tirare il tempo, con ispaventevole voce disse: «Viva il nostro suggetto, o giovane, te operante, se l’ira degli iddii non t’è cara». E con focoso raggio percossami, me tutta accese del piacere di costui e dipartissi. Ma io, ancora dubbiosa di mostrare ciò che dentro nuovamente sentiva, lui nudo, bellissimo, quanto il lume passante le cortine sottili mi concedeva, il vedea, e fra me spesso diceva: «Di che ti tieni? Va e con le desiderose braccia strigni i vaghi colli». Egli avea di me lungamente la risposta aspettata, quando elli, me non rispondente vedendo, disse: «Che farò, o donna? Passerà il freddo ferro il sollecito petto o lieto sarà dal tuo riscaldato?»

Questa voce mi porse paura; e ogni tepidezza lasciata, al luogo là dov’elli era sùbito mi gittai. E tratto della presta mano l’aguto ferro, lui abbracciai e dopo molti baci li dissi: «Giovane, gl’iddii, l’ardire e la bellezza di te hanno l’animo mio piegato. E così come ne’ sonni ti fu già detto, sarò sempre tua; che tu sia mio, il pregarti non credo bisogni, ma, s’e’ bisogna, ora per tutte le volte ne sii pregato».

Egli, lietissimo, con qualunque saramento porge più fede, promise quello che io cercava. Così adunque divenni sua e de’ cercati doni il feci contento, e lui ancora tengo per mio e terrò sempre; elli me e’ miei ammaestramenti séguita paziente. Adunque, come avete udito, così di Venere diventai, la quale veggendo io sollecita ad aiutare i suoi, grandissima cagione fu a me di seguire la sua deità; la quale tanto più séguito effettuosa, quanto più a sommetterlemi fui innanzi dubbiosa. E perciò che tante volte dal mio Caleone, da cui sempre fui chiamata Fiammetta, avanti l’acceso amore verde fui conosciuta, di vestirmi di verde poi sempre mi sono dilettata; e a memoria etterna de’ nostri amori e perpetuo onore della nostra dèa, lieta visito questi templi.

Non si aspettava più di costei se non i versi; i quali ella cantando così cominciò:

[XXXVI]

L’alta corona e bella d’Adriana

di molte stelle nel ciel rilucente,

a me promessa da voce non vana,

ad operar virtù già molta gente

nel mondo mosse, tra le qua’ Perseo,

quella sperando vigorosamente,

armato da Pallàde, ne rendeo

vinto il Gorgone; e ’l miracol di Creta

con ingegno sottil vinse Teseo.

Da questa ancora processe la lieta

liberazion d’Andromeda, la quale

poi di Perseo fu sposa mansueta.

Bruto con forza a nessun’altra equale

uccise i figli aderenti a Tarquino,

con giusta scure, perch’elli avean male

la libertà, la quale è don divino,

ancora conosciuta; e ’l gran Catone

che ’n Utica morio, e ’l Censorino

mostrâr con forte petto ogni cagione

dover tor via, la quale a star suggetto

viziosamente desse condizione:

e del lor santo, buono e giusto petto

Utica, Cipri, Libia e Acaia

son testimoni sanza alcun difetto;

e ’l buon Fabrizio ancora, che la graia

moneta rinunciò e de’ Sanniti,

ben ch’alli avari buona e giusta paia.

I detti ornati, nitidi e puliti

di Cicerone, e di Torquato i fatti

con que’ di Paulo Emilio sentiti,

di Scipion gli onori, i modi e gli atti

per questa fur lor cari, avegna dio

ch’essi per fé non dritta ad essa tratti

non fosser poi; e se il suo disio

avesse Dido ad essa, quando Enea

lasciò lei, vòlto sanza dire addio,

viva averebbe alla sua vita rea

rimedio ancor trovato, e forse in guisa

miglior che la credenza non porgea.

E Biblide dolente non divisa

dal mondo si saria, ma, aspettando,

l’anima avrebbe la carne conquisa.

Così di sé alcuni male oprando

incrudeliscon contro a sé dolenti,

le loro angosce mancare sperando.

Oh come folli sono e mal sappienti

chi per tal modo abandona gli affanni,

a’ qua’ dovrien più tosto esser contenti

che con la morte raddoppiare i danni,

o col voler di sùbito volare

da leggier duoli a vie maggiori inganni!

E io, la qual, per amore approvare,

avute ho quante noie posson dolere

a chi con lui vivendo vuole stare,

la ’mpromessa aspettando, il mio volere

ho sommesso al soffrire; e con vittoria

credo del campo levarmi e godere,

di quella ornata, nella etterna gloria.

[XXXVII]

Ameto, imposto alla bella donna il ragionare, sopra la verde erba e’ varii fiori distesosi, fermò il sinistro cubito sopra quelle e in su la mano sinistra posava il biondo capo. E gli occhi, gli orecchi e la mente ad una ora al viso, alle parole e agli amori della ninfa teneva fermi; e da’ primi pensieri alquanto levato, così come quella parlava, così i suoi, variamente desiderando, mutava. Elli, udendo narrare della nobile Partenope l’origine antica, in sé ne gode e fra sé con tacita voce la loda e quella atta alle cacce più volte si ricorda avere udita, sì come luogo abondevole di giovinette cavriuole e lascive, di damme giovani preste e più correnti, e di cerve mature, a ogni rete, cane o istrale avvisate. E appresso, l’audacia di Caleon ascoltando, temeraria la reputa e in sé lunga quistione ne tira; e in ultimo pur la loda, estimando che gli audaci sieno aiutati dalla fortuna e che, per così bella donna, sia più da biasimare la savia temenza che il matto ardire. Ma, sopra tutte l’altre cose, della preveduta donna dal giovane ha maraviglia, e sanza fallo disposizione de’ cieli la giudica; e con fervente disio, nelle spalle ristretto, dice fra sé:  Ora foss’io stato in luogo di Caleon e ciò che potesse ne fosse seguito: e che ne saria potuto seguire peggio che la morte? Niuna cosa; questa si giudica suppremo dolore, la quale o sarebbe venuta o no. Ma pure, se venuta fosse, ella saria da reputare graziosa, con ciò sia cosa che allora si dica buono il morire quando altrui giova di vivere. E potrebbesi avere più certa via alle case degli iddii che rendere lo spirito nelle braccia di sì fatta donna, o per lei, ovunque si fosse? Certo no; adunque non temerario, ma savio fu Caleone.

Ma, mentre che elli così fra sé ragiona, la bella donna, compiuto il ragionare, del suo cantare s’appressava alla fine; ond’elli, tolto l’animo da questi pensieri, alzò la testa e cominciò a riguardare a cui dovesse i ragionamenti seguenti donare. Ma nulla altra, che parlato non abbia, vi si vede, se non la sua Lia, la quale egli, con occhio fiso mirando, bellissima vede; e tanto più che non suole, che, in maraviglia venutone, attonito si taceva. Elli riguarda i vestimenti di lei, d’oro simili in ogni parte, e sopra i bellissimi capelli coronata di quercia, nel viso di luce mirabile risplendente. Per che, quanto alcuna che quivi sia, dopo lunga estimazione, la sente bella, e sé della colei grazia ricco sentendosi, tenendo l’animo fermo in lei, danna gli avuti pensieri quando con fervente disio cercava d’essere Affron o di mutarsi in Ibrida o divenire Dioneo o parere Apaten o Apiros o Caleone. Non che l’essere alle passate ninfe suggetto li paia grave o il rifiuti, ma solamente gli altri, di quelle suggetti, avere più di sé felici tenuti condanna. Ma sentendo già la ninfa avere finito, in sé tornato, inverso la sua Lia con umile priego mosse pietose voci, dicendo che, come l’altre avevano detto, ella dicesse; la quale sorridendo così cominciò a parlare:

 [XXXVIII]

Poche parole narrerieno i nostri amori, ma però che il tempo è molto, il quale ancora ci resta infino alle fresche ore, e io sola ho a parlare, acciò che elli sanza i nostri ragionamenti ozioso non passi, tirando in istesa novella i miei parlari, prima l’origine e’ casi della nostra città che i fuochi di Venere in me vi farò manifesti, a quelli poi come si converrà discendendo. I furti commessi d’Europa da Giove erano occulti allora che ’l sollecito Agenore, per la figliuola cercante pietoso e dispietato divenuto ad una ora, la crudele legge impuose al figliuolo Cadmo, il quale, ricevuto il comandamento, ubidiente e sbandito si fece insieme. E mentre che elli pellegrino indarno la perduta sirocchia ricerca, nell’alto animo entrano eccelsi pensieri, cioè di dare a sé e a’ compagni sidonii nuove mura. E quinci, avuto il consiglio d’Appollo, seguio la non domata giovenca tra’ monti aonii, e dove ella, mugghiando, finio il corso suo, insieme co’ figliuoli de’ serpentini denti fermò la terra nominata Boezia; la quale, se vergini meno belle avesse produtte, più lunga fortuna s’avria riserbata ch’ella non fece. Questa, già l’ire di Giunone sostenute forse per Danne e per la misera Semelè, stata chiusa da Anfione dopo le miserie d’Atamante, nelle mani pervenne di Laio; e già grandissima e piena di nobile popolo, forte contra ciascuna altra possente, lieta ne’ sacrificii di Bacco vivea. Questi, pochi dì avanti che dal figliuolo ricevesse il mortal colpo, maritò una sua sorella picciola, nominata Ionia, ad Orcamo, nobilissimo uomo ne’ regni suoi. La quale, i mezzi termini della vita toccati, alla grave vecchiezza sanza figliuoli declinava correndo, e già vedendosi vicina alla età de’ parti contraria, ancora che Tebe in pistolenzioso stato con battaglie continue dimorasse per l’ira de’ due fratelli, con lagrime a Bacco porse pietosi prieghi che egli i suoi dì consumare non lasciasse sanza figliuoli. Il pregato iddio, ancora che fatigato fosse per li prieghi a lui pórti continui per la comune salute della patria, diede orecchi a’ prieghi, e a’ parenti, che non doveano vedere la nata prole, con segni mostrò le loro orazioni essere udite. Laonde Ionia lieta, col marito nella profonda notte avuti dilettevoli giugnimenti, concepéo i disiati frutti; dopo la qual cosa per l’ampio letto sparse i gravi membri e, gli occhi in tenebre vòlti, con lungo silenzio si dispose a’ cheti sonni. Li quali poi che ’l sollicito petto ebbero preso con ciascuna altra parte di lei, agli occhi della vegghiante anima apparvero nuove cose: però che a lei pareva dopo la matura pregnezza, invocata Lucina, quale ad Astiage parve che Mandane una vite, tutta Asia adombrante, partorisse, cotale partorire uno nuvolo di maravigliosa grandezza, le cui estremità l’una era premuta dal cielo e l’altra la terra premeva, e infinito la circunferenzia di quella si stendea; il quale con ammirazione rimirando, le parea che quello due volte da terribili folgori fosse rotto, ma dopo picciolo spazio si rintegrasse; e poi la terza volta, vegnente fiamma più poderosa, quello tutto accendea e, acceso, in vapori lievi risolvea, tutto lasciando il mondo aperto. Questa maraviglia ebbe forza di rompere il sonno, e quella, desta, ebbe di dubitare cagione, e già paurosa s’incominciava a pentere della impetrata grazia. Ma poi che i fati apparecchiati alla generata prole per savio agurio le furono fatti palesi, lieta i tempi del dolente parto cominciò ad aspettare. Ma, avanti che quelli venissero, cadde Orcamo ne’ sanguinosi campi da Tideo fedito, onde Ionia più dolente con lugubri vestimenti a quelli più s’affrettava, sperando che del frutto del ventre suo Tebe d’un altro Orcamo rintegrerebbe. Venne il tempo, e Lucina, chiamata a’ tristi parti, a colei, che più sollecita a’ propii beni che alla salute comune era stata, lieti non li volle concedere, ma, dando libera uscita al creato figliuolo, l’anima tolse alla madre. Laonde Ismene, de’ fati conscia del garzone, con sollecita cura il ricevette e lui come figliuolo nutricando nominò Achimenide. Ma poi che le male cominciate battaglie, non valuti di Iocasta i preghieri, ebbero fine per li caduti fratelli da pari fato, e le mura composte da chiaro suono, cadendo miseramente, sotto Teseo videro i fondi loro, Ismene, l’ire prima di Creonte e poi dell’iddii fuggendo, ne’ regni di Laerte ne portò Achimenide, il quale, piccioletto, appena ancora sanza latte sapeva vivere; e quivi miseramente, sotto spezie di privata persona, lui recò ad età virile e all’arme del padre il diede tutto.

Intanto la fortuna, permutatrice de’ beni mondani, tra’ Frigi e gli Argivi per la rapita Elena accese odii mortali e mosse inimichevoli armi. Nelle quali igualmente ogni gran greco concorse col suo sforzo; e tra gli altri principale fu lo eloquentissimo Ulisse, il quale Achimenide, già robusto e potente nell’armi, fidandosi nella virtù della sua giovanezza, seco il trasse alle troiane battaglie. Le quali poi che con fuoco e con sangue ingannevolmente dopo più soli furono finite, e il pietoso Enea sbandito cominciò per lo mare a vagare, Ulisse co’ suoi, risaliti sopra i suoi legni e venuti dopo molte tempeste nel mare Tireno, in Trinacria, forse da necessità sospinti, presono terra. Dove a Polifemo cacciato l’occhio, frettolosi il mare ricercarono e dimentichi il misero Achimenide tra le furie del Ciclopo in forse della sua vita sanza arme lasciarono. Il quale poi dalle navi nemiche quindi dopo molte paure fu da Enea levato e ne’ salutevoli porti del Tevero ad usare l’armi con lui ne fu recato; là dove egli, non ignorante del ricevuto beneficio, mirabilmente operò nelle colui vittorie. Le quali poi ch’ebbero fine, e quelli lieto e solo possedeva Lavina, fermate in Laurenzia le sedie sue, Achimenide, tratto da’ fati, al figliuolo d’Anchise cercò commiato; e co’ suoi avoli participando nella grandezza dello animo, le ’mpromesse fatte a lui ne’ tempi della miseria, tratti tra le cieche minacce di Polifemo, cerca di porre ad effetto, e la caduta Tebe rifare sotto migliore cielo. Elli ebbe la dimandata licenzia, e oltre a ciò armi, cavalli, tesori e molti compagni gli concesse il vittorioso prencipe; da cui partito, verso questi luoghi il menò la disposizione delli iddii; e venne in questi campi da pochissime case occupati. Anzi dovete sapere che, essendo Corito bellissimo monte, il quale qui a noi di sopra vedete, di poco tempo appresso lo ’nganno d’Europa abitato da Atalante figliuolo di Giapeto, bene che alcuni dicano da Corito, d’Elettra marito, vi nacquero tre giovani, Italo, Dardano e Siculo, ciascuno di quello cercante il dominio dopo la morte del padre loro. Ma per divino responso il luogo con tutte queste appartenenze ad Italo fu conceduto e agli altri due imposto di cercare nuove sedie; le quali loro apparecchiate da’ fati, in altre regioni perverrieno a grandissime cose. Li due fratelli, a ciò disposti, con gran parte de’ popoli loro vennero in questo luogo, il quale non tempio, non casa né albero il difendeva dal cielo, fuori solamente una altissima quercia, quivi, come si crede, piantata anzi che Giove allagasse il mondo, con distesi rami, piena di frondi e di ghiande, non lunge di qui trecento passi, inverso il mezzo giorno andando, ci si vedea. Sotto la quale questi si raccolsero co’ loro compagni e, accesi pietosi fuochi e uccise cento pecore e altrettanti vitelli, le loro intestine poste sopra i fatti altari, con divota voce così cominciarono a dire: «O fortissimo prencipe, o duca delle battaglie, o reverendo Marte, li cui focosi raggi i nostri antichi menarono a questi luoghi, exaudevole prendi i nostri prieghi, e i liberi sacrificii, avvegna che rozzi, come lietamente son fatti, così da noi li ricevi; e per la potenzia de’ tuoi regni e per le tue eccellenti vittorie, le quali ancora le sparte membra de’ Giganti testimoniano in Flegra, e per li santi amori da te alla madre di Cupido portati, prospera i passi nostri e ne’ tuoi servigi gli avanza; e questo luogo, il quale quasi nelle estremità del nostro sito natale a’ tuoi sacrificii primi abbiamo eletto, sempre potente serva a’ tuoi servigi, e questa albore, sotto le cui ombre divoti porgiamo i prieghi con agurio di maggiore tempio, accresci con migliori rami; dintorno alla quale, quanto il nostro arco per ogni parte si può una gittata distendere, come propria nostra ereditaria ragione ti doniamo, il rimanente libera lasciando al reggente fratello. Questa sempre sia inculta da’ successori a’ tuoi servigi servata; qui giuochi perpetui in onore della tua deità in simile giorno ogn’anno si celebrino ad etterna memoria della nostra partenza».

Aveano detto, quando il cielo, di maggiore luce risplendente e con disusata chiarezza il luogo illuminando, diede segni che quelli prieghi avesse in sé ricevuti, e le passe frondi per lo soperchio sole levarono i loro caccumi. La qual cosa manifestata a tutti i circunstanti, lieti sopra il verde strame con ottima speranza de’ tempi futuri si diedono a mangiare; e presi i cibi, i due fratelli co’ loro compagni, abbracciando quelli che rimanieno e teneramente dicendo addio, dirizzarono i passi loro a quelle parti le quali ancora etterna memoria tengono de’ fatti loro. Il luogo rimase reverendo a’ Coritani, e secondo la promessa de’ due fratelli li dierono termini, e sacrificii e giuochi ordinarono al potente iddio, e il luogo da’ ricurvi aratri e da qualunque morso con sollecitudine inleso servarono; né violenta mano in quello sanza agra punizione s’adoperava già mai. Quivi i Coritani e i circunstanti popoli, se alcuno ce ne aveva, delle bisognevoli cose alla rozza vita trattavano, quivi le solennità de’ loro matrimonii celebravano, quivi, i dì solenni festeggiando, dimoravano le vergini e i loro amanti sotto le grate ombre dell’albero, nel quale la santa deità di Marte estimavano inchiusa, prendendo sopra la verde erba diversi diletti. Ma già ne’ secoli delle vittorie d’Enea pervenuti, avvenne per avventura che, il giorno a’ solenni sacrificii dovuto essendo presente, i circunstanti e multiplicati popoli con voci sonore apparecchiavano e a’ sacrificii e a’ giuochi le debite cose, con pompa maravigliosa e intenta a’ santi onori dello iddio, quando Achimenide co’ suoi compagni pervennero al luogo. E lieti per la trovata festa, già per più interamente vederla, co’ loro cavalli si voleano accostare alla santa quercia; ma dell’ordine de’ sacerdoti a’ sacrificii disposti di quello iddio partendosene, uno venne incontro ad Achimenide con queste parole: «O chi che voi vi siate, o giovani, fermate i passi vostri, né i santi termini co’ vostri cavalli violate de’ campi di Marte, se la sua ira e quella de’ presenti popoli recusate». E loro il solco mostrato, da quello innanzi co’ cavalli vietò l’andata. Tirarono a queste voci gli armigeri le lente redini i passi fermando, il loro iddio dubitando d’offendere; e intenti rimiravano le solenni cose e con vago occhio le ninfe quivi venute miravano. Ma mentre che essi intenti a queste cose rimirano, Achimenide, stante sopra uno alto cavallo e di pelo soro, fortissimo, ornato di bellissima arme e lucente di molto oro, forse de’ doni da Enea ricevuti coperto, da quello, non giovanti le redine né la forza del soprastante, per mezzo l’adunato popolo e festante, e de’ parati flammini sanza offesa d’alcuno trapassati i dati termini, fu trasportato davanti a’ santi altari; e quivi con la testa levata, con fremire altissimo fermato, quale Pegaseo fece negli alti monti, cotale in terra dando del destro piede e la terra cavando, che mai violazione alcuna più non avea ricevuta, prima i circustanti turbò con paura e appresso li stupefece con maraviglia. Li quali non dopo molto, veggendo li sacrificii impediti e il santo luogo offeso dalle dure pedate dell’aspro cavallo, comincianti tumultuoso romore, tutti sopra Achimenide si rivolsero; e se quivi pietre o armi fossero state, l’ultimo suo giorno era venuto. Ma elli, rivolto a quello romore, con l’autorità che il suo viso testimoniava, con la mano levata, e a’ compagni venuti alla sua salute e a’ circustanti popoli impuose silenzio, i quali, ammoniti da’ flammini, avvegna che ardenti ne’ colui mali, tacendo ad ascoltare si dispuosero lui dicente così:

«O santissimi popoli, vacanti a’ sacrificii a me più cari, sanza ragione ma non sanza cagione inver’ di me adirati, non sia nell’animo vostro credibile me voluntario qui venuto ad impedirvi, ma invito, tirato dal mio cavallo, come poteste vedere; il quale, forse degli iddii ministro, alle necessarie e promesse cose ignorante m’ha arrecato. Sia adunque la deità reverita da voi testimonia alle mie parole, la quale io strano invoco ne’ miei aiuti, e dêa al vero effetto, e con miracolo punisca i falsi detti. Sì come a voi non dêe essere occulto, diverse sono le disposizioni degli iddii e sempre nuove cose apparecchiano al mondo; delle quali se voi, com’io credo, avete alcuna volta sentite, con minore maraviglia i miei fati ascolterete, e quello che al vostro e mio iddio è piacere benivoli adempierete. Io, nato di tebano padre e per madre delli sventurati prencipi della città medesima, picciolissimo nelle ultime tribulazioni della mia terra trasportato nelle terre del narizio duca, vi fui cresciuto; e da lui, il quale io seguitai a vendicare l’onte de’ Greci, dopo le frigie fiamme lasciato nell’isola del foco, quivi nutricato da erbe, temente le cieche mani del furioso Ciclopo, vidi più soli in molta miseria. Nella quale mentre io già con barba prolissa e con ravolti capelli, da’ logori vestimenti lasciato ignudo, miseramente vivea, già più bestia parendo che uomo, più volte udii gli amori di quello portati a Galatea in rozza canzone; e dopo quelli, della privata luce dolendosi, più s’accendeva nell’ire. Onde io, più volte stato presso alle sordide mani tentanti ogni cespuglio, spesse fiate m’imaginai co’ miei membri compiere la sua rabbiosa fame; e timido, non sappiendo che farmi, in ultima disperazione, posto con le ginocchia curvate sopra la salvatica terra, levato il viso al cielo, cotali voci porsi al nostro iddio:

“O Marte, ne’ cui servigii dinanzi a’ monti Ogigii cadde il padre mio, e il quale io ho sempre seguito nelle fiere battaglie, e seguirei se luogo mi fosse dato, volgiti pietoso a’ danni miei. E se nella tua deità vive quella virtù che già più volte, da Agamennone cantata, pervenne ne’ miei orecchi, questa vita ferina non dêe essere mia né disarmato debbo per sepultura avere le crudeli interiora del Ciclopo. Alla quale se tu non sovvieni, già disperato e più non possente a sostenere le presenti tristizie, alle lungamente fuggite mani per ultimo fine de’ danni miei moribundo mi porgerò di presente”.

Io avea di poco queste parole finite; e quasi come se nell’aure perdute l’avessi, la morte, alla quale sanza indugio mi disponea, pietoso di me medesimo lagrimava, quando tra li rotti monti e i fracassati alberi orribile voce, forse come a Cadmo venne rimirante il serpente, mi percosse gli orecchi con queste parole: “O figliuolo di Ionia, serva la vita tua utile ad alti fati. Tu, tolto di qui dal figliuolo della nostra Venere, ora cercante i regni italici, con lui ne’ campi latini acquisterai nelle mie armi mirabile gloria. Dopo la quale, in Etruria, tra popoli a me molto grati, edificherai mura e templi alla deità nostra là dove il tuo cavallo, con forte unghione fermato, caverà la terra dinanzi a’ miei altari sotto fruttifero albero, construtti per adietro da Dardano; e quivi rinoverai la caduta Tebe ne’ miei servigi”.

La dolorosa mente temperò le lagrime, e con migliore speranza tanto rimirai l’onde che i promessi legni venuti mi tolsero da’ salvatichi luoghi e trasportarono a’ detti campi, ne’ quali, favente Marte, ciò che promise ottenne il troiano duca, e io. Da cui io, seguendo le cose promesse, mi partii con molti doni; né animoso d’offendere venni qui, sì come il divino uccello ne’ raggi d’Appollo, sotto la cui protezione mi vedete, vi può palesare, ma per trovare con pace l’annunziate cose dalla santa bocca, le quali ancora in niuno luogo trovai se non qui. Se questa è Etruria, se qui gli altari sacrati dal pietoso Dardano sono, voi il sapete; e se sono essi, il mio cammino è finito per li veduti segni del mio cavallo: qui le non pensate sedie da voi sì furono largite da Marte, le quali io, sanza ingiuria d’alcuno, domando che mi siano date; e tu, o santissimo iddio e aiutevole ne’ bisogni, sii presente e favoreggia i doni promessi al tuo suggetto».

Queste parole dette da Achimenide, l’antica quercia si mosse tutta e l’accese lampane diedono maggiori lumi e i sagrati campi mandarono fuori infiniti fiori e i cavalli, stati chetissimi infino allora, diedero fortissimo fremito e i cuori di tutti gli ascoltanti si riscossono. Per le quali cose, maravigliose e vere reputarono le parole del parlante Achimenide, e dopo picciolo spazio sanza altra deliberazione reverenti cercarono la sua pace, la quale avuta, con multiplicata festa con lui e co’ suoi compagni i sacrificii e’ giuochi rincominciarono. La fine de’ quali venuta, tutti profertisi a lui, ricercarono le loro case. Ma a questi luoghi vicina, sopra l’onde del piacevole Sarno, una ninfa discesa di Corito, nobile di sangue e di costumi, Sarnia chiamata, in ispaziose case con non gran popolo abitava; e il suo nome avea imposto a’ luoghi, e villa sarnina la chiamavano tutti. La quale, l’avento sentito del nobile uomo, con altre accompagnata, il visitò alle feste e lui co’ suoi compagni lieta ricevette nelle sue case. Nelle quali Achimenide con agurio di dimoranza etterna ne’ presi luoghi lei ancora vergine con matrimoniale legge si giunse, contenta di tale marito. E dopo i riposati affanni con diliberato consiglio diede ordine alla nuova Tebe e sotto antiveduta costellazione, Marte dimorante nelle sue forze, a riverenza di lui fondò le mura di questa, contenta di piccolo cerchio ne’ suoi principii, né in alcuna parte i termini dati dalli primi sacrificanti né ’l luogo passò. E poi che elli ebbe alle porti e alle torri ordinati i luoghi loro, tolta via l’antica quercia, colà dove dimorava, a Marte compuose in forma ritonda uno onorevole tempio, il quale ancora in piè dimorante, ornato di marmi varii, la sua grandezza ne mostra. E quindi alle rughe e all’alte rocche e alle case popolesche die’ forma, raccogliendo in essa gli abitanti di villa sarnina e qualunque altro, sopra essi tenendo piacevole dominio e grato a’ sottoposti. Elli, già d’anni abondevole e tutto bianco per la sopravenuta vecchiezza, vedendo la posta terra d’abitanti ripiena e a’ cari compagni spose e ciascuno di figliuoli abondante, sì come egli medesino abondava, contento l’anima rendé all’iddii. Al quale succedette Iolao, suo maggiore figliuolo, nella signoria; e questi, similmente in anni e in fortuna multiplicato, vecchio morendo, a’ successori lasciò il dominio. A’ quali non fu come a’ primi benivola la fortuna. La quale, dante ne’ principii i beni con mano troppo larga, a quelli di Corito li rendé invidiosi; e tra loro de’ termini della iurisdizione della loro città nata mortale quistione, nuove battaglie cominciarono tra’ popoli; e costei, ritratta la mano, sovente in danno de’ cittadini nuovi le rivolgeva. Laonde mesti e non usati a’ danni, mal pazienti le sostenieno; e più volte l’ire piansono degli iddii, i quali né prieghi né sacrificii pareva che mitigare li potesse, né offese commesse si conosceano per le quali adirati giustamente essere dovessero contra la nuova terra. Onde, dopo lungo pensare, solamente restò loro nell’animo che lo sfortunato nome della città i miseri fati avesse, seco dicendo: «Ancora durano gli odii degli iddii in questo nome, e i dolorosi casi venuti sopra la generazione cadmea ancora sopra noi caderanno, e nelle dolorose ruine de’ figliuoli del solvitore de’ problemati di Spingòs disaveduti incapperemo, se lungamente dura questo nome a’ nostri luoghi».

Per la qual cosa di piana concordia a dare a questa altro nome dispostisi, per quello speravano più benigna fortuna. Ma essi, lì di popoli varii ragunati, diversi disiderii ebber tra loro. Altri voleano che quella si chiamasse Mavorzia dal principale iddio reverito da loro, alcuni, estimando questo battaglievole nome e più atto ad accendere danni che a spegnere, più utile Sarnia estimavano, questa dal nome della prima donna volendo nomare, e tali erano che Achimenida la voleano chiamare, e i più antichi Dardania; e così discordanti, né sorte né altro li poteva accordare, onde per diliberazione comune nell’albitrio delli iddii rimisono il nominarla. E però che in quella non solamente ad uno porgevano incensi, ma già ripiena di meccanici varii, a diversi sacrificii donavano e a tutti aveano templo ordinato, ciascuno, accesi fuochi al suo, con pietosi prieghi porse il suo disio. I nebulosi fummi si risolveron nell’aere, e i riscaldati altari e i dati sacrificii co’ pórti prieghi toccarono gli iddii, li quali, come pregati, intenti a’ disiderii de’ preganti discesero in questo luogo ove noi stiamo. E se alcuno cittadino fu di questo avvisato, egli poté vedere qui Marte focoso di molti raggi armato tutto e al sinistro suo omero uno scudo vermiglio grandissimo; e con lui la saturnia Giunone per autorità e per abito reverenda; e apresso a loro la discreta Minerva ornata delle sue armi, e il sagace Mercurio con la sua verga e col cappello e con le volanti ali; dopo li quali la bellissima Venere con le sue bellezze aperte, insieme con Vertunno, il quale le varie forme avea lasciate e tenea la propia. Questi sei solamente ne dice la reverenda antichità che furono chiamati al detto uficio, li quali ancora che pieni fossero di ragione, niuna concordia dello imposituro nome fra loro avere si potea. Per la qual cosa giudice nella loro quistione elessero Giove, davanti al quale ciascuno per sé pórte efficaci ragioni, titubante il giudicio nella mente del giudicante, a quelle niuna cosa disse. Ma pensata nuova maniera a decisione della presente quistione, così parlò: «Chi saria giusto giudice a dimostrare quali parole delli iddii abbiano più forze, con ciò sia cosa che tutti e lingua pari e iscienza tegnate? I vostri effetti mostrino chi più possiede della tencionata quistione, de’ quali qual più sarà eccellente, a colui il mutare nome a Tebe che si convenga giudicheremo. E nel mostrare quelli da voi si terrà cotale ordine: noi daremo a ciascuno in mano un picciolo bastone, col quale ciascuno di voi una volta sola batterà il fiorito prato ove noi dimoriamo; e a cui davanti più laudevole cosa surgerà di quello colpo, da tutti voi ad un’ora donato, colui giudicheremo che dêa l’etterno nome».

E detto questo, levatosi da sedere, con le mani sante divelse un giovane cornio solo crescente in dritta verga, e quello in sei diviso, a ciascuno diede la parte sua, e comandò che ferissero; li quali tutti ad una ora ferirono. E subitamente si vide dinanzi a Marte, aperta la terra, infra le belle erbette e’ fiori, con mormorio non intendevole soffiando, uscire una chiara fiamma, quale forse già da’ nostri antichi prima fu, in fummi ravolta, veduta uscir di Veseo; e stante ferma, non ricevea impedimento dal sole. E alla sacra Giunone, che con lieve colpo avea il prato percosso, quale ad Orione sopra le piane acque apparve il ricurvo dalfino, cotale, in alto levata la terra, un picciolo monte si vide davanti, del quale cadute le verdi foglie, quello essere lucentissimo oro lasciarono vedere. Ma alla savia Minerva, sedente alla sinistra di lei, nella presenzia si vide l’erbe prendere sùbita forma di vestimenti cari per maestero e per bellezza, non altrimenti cambiandosi che le tele delle figliuole del re Mineo in tralci con pampini per lo peccato commesso del dispregiato Bacco. Ma a Mercurio, che con ammirazione il luogo ferito da lui riguardava, così come ne’ colchidi campi arati dal tesalico giovane sùbito di serpentini denti si videro surgere armigeri, si poté riguardare, prima col capo irsuto, poi con aguti omeri e quindi tutto l’altro busto d’uno ruvido satiro uscire della terra e, sanza dire nulla, salvatico nel suo cospetto porsi a sedere. Appresso si vide davanti alla pietosa Venere diritti gambi, di frondi verdissime pieni, cotali della terra usciti quale la turea verga fu della sepultura di Leucotoen produtta da Febo, e quelli di bianchissimi gigli carichi nelle sommità loro. E ultimamente, come la terra dal tridente di Nettunno percossa partorì un cavallo, così davanti a Vertunno uno orecchiuto asino, il quale ragghiando fece tutto questo piano risonare, si vide uscito. Di questo risono tutti gl’iddii; ma, le risa rimase, ciascuno attento il viso rimirando di Giove, attendevano la sentenzia. Ma egli, questi effetti veduti, con alto pensiero li rivolge nel santo petto, e con estimazione da non opporvi, in sé di quelli giudica in questo modo. Egli prima l’asino vile e inerte, più di romore pieno che d’effetto, indegno di queste cose il condanna, e i gigli, avvegna che belli, caduci e poco duranti conosce; il satiro, reo e malvagio e con agreste aspetto disposto a male operare, agurio di futuro infortunio il reputa; le veste, avvegna che utili, fragili le conosce, e la massa dell’oro pigra e di briga cagione e d’affanni, né per sé medesima nobile, come pare agli stolti, discerne; e solo nella sua mente il fuoco utile a ogni cosa, etterno e a sua deità simile più ch’altro estimò dopo lungo pensiero. Per che così con voce aperta proferse agli aspettanti dèi: «O meco tegnenti le case superne, con voce inrevocabile per sentenzia doniamo l’onore del nominare la presente città al belligero Marte, producitore in questi luoghi di più mirabili effetti che alcuno di voi».

Niuno mormorio degli ascoltanti seguì queste parole, ma taciti aspettarono quale nome a quella si donasse da Marte. Il quale, acceso di rossa luce, i visi degli iddii rimirando, alquanto quello della sua amica conobbe turbato, però che focosa, tacendolo, avea desiderato cotale onore. E se egli i detti di Giove avesse potuti passare, liberamente a lei avria conceduto il suo disio; ma, non potendo, in cotal modo pensossi di contentarla. E levato il capo, con alta voce mosse queste parole: «Ecco che a me è dato di potere, come mi pare, imporre il nome tra tanta gente di questa città vacillato. Il quale io da me o da’ miei effetti volentieri donerei; ma però che orribili sono e di battaglie dimostratori, più piacevole ho di donarlo estimato».

E Venere rimirata nel viso e poi con mano presi i fiori di quella, seguì: «La stagione e questi, ad essa non disiguali, da questi mi tirano a nominarla; per che io per etterno nome le dono Florenzia. Questo le sia immutabile e perpetuo infino negli ultimi secoli. E perciò che essi sono alle mie battaglie disposti e sanza segno contra i nimici s’afrontano, per vittorioso segnale il mio scudo voglio a quella lasciare; e acciò che quello col nome sia uniforme, uno di questi gigli bianchissimi voglio aggiugnere a quel vermiglio».

E così fece. Queste voci e più gli effetti renderono al viso di Venere la letizia. E il prato si riprese le cose produtte e il cielo ricevette gli iddii; solo Marte agli aspettanti apparve nel tempio suo, e a quelli, il nome manifestato e ’l segnale, lasciando lo scudo suo, come gli altri aveano fatto se ne salì a’ suoi regni contento. I cittadini lieti, per doppia cagione exultanti, renderono debite lode di tanto dono e aggiunsero sacrificii al loro iddio e crebbero il numero de’ suo’ sacerdoti e quello giorno costituirono solenne per sempre mai; e preso il nome e lo scudo per bonissimo agurio, mirabile frutto con intera speranza nel futuro attendeano del fiore. E in brieve tempo, dopo il mutato nome, più che mai si sentirono la fortuna benigna; per la qual cosa gli animi egregi disposero ad alte cose; e ampliato il loro senato e il numero de’ padri cresciuto e tutti armigeri divenuti, levatosi l’aspro giogo de’ Coritani, già soprastanti per le indebilite virtù, si rintuzzarono le loro forze che appena il monte erano osanti discendere; né alcun altro vicino con loro sanza danno imprendeva la battaglia. E sì loro era graziosa stata Lucina che in brieve, riempiute l’antiche mura, gli strinse ad ampliarsi, e più si fecero al fiume vicini, e ogni dì di bene in meglio avanzando, Roma e la gran Capova eccettuate, già tra l’altre città italice la migliore si potea raccontare. Ma però che la non durante fortuna, quanto più le cose mondane alla sommità della sua rota fa presso, tanto più le fa vicine al cadere, non volendo questa estorre da quella legge, chiusa la larga mano allora che meglio si pensava di stare, le sue mutazioni le fece conoscere. E caduta nell’ira di Lucio Silla, disperso il suo pieno popolo in molte parti, lei sotto l’asta vendéo, anzi, come alcuni dicono, le fece con amaro colpo sentire la sua prima ruina; e da alcuno iddio non atata, consumata da molto fuoco, appena fra la cenere riservò i suoi vestigii con l’antico tempio. Ma Sarno lei vedendo ne’ danni estremi venuta e non potente resistere alle sue onde, però che chiamato non fu alla sua nominazione con gli altri iddii verso quella crucciato, vedendo il tempo atto alle sue vendette, l’ire lungamente tenute nascose, uscendo de’ termini suoi, fece palesi; e gonfiato e d’acque abondevole allagò questo piano, e le lievi ceneri cadute delle triste reliquie con torbida fronte ne portò in Occeano, poi lieto tornando ne’ suoi confini. E così con trista sembianza infino a’ tempi di Catellina si stette, gl’inganni del quale, da Cicerone scoperti, gli furono cagione di lasciare Roma e di fuggire in Fiesole, allora fortissima, come ancora si vede, nella quale gran parte riparavano de’ suoi seguaci. I quali poi che con lui miseramente nel campo Epiceno furono deleti, a porre freno a’ rigogli di quella, per li romani padri si diliberò di restaurare le cadute mura di questa di cui parliamo. E qui, forse a rintegrare i beni dubbii della romana republica, venuti i romani prencipi Gneo Pompeo e Gaio Cesare e altri, in picciolo cerchio con edificii mirabili simile a Roma rilevarono Florenzia, e insieme di romani nobili e di potentissimi fiesolani lo sparto popolo renderono alle mura. Rifatte le quali, con nome dubbio e non meno nel romano senato litigato che prima, stette bene per uno secolo, da diversi diversamente chiamata. Ma ultimamente, riassunto il vero nome che ancora tiene, felice sanza ampliarsi infino a’ tempi del crudele vandalo, d’Italia guastatore e ferocissimo nemico dello imperio romano, si stette, già fedele divenuta a colui che fece tutte le cose. Ma i frodolenti avvisi dello iniquo tiranno con più spargimento di sangue che prima diedono via alle seconde fiamme; e così, con poche rocche e col ritondo tempio in piè rimase, per più secoli stette distrutta; e di vepri riempiuta e di pruni, di sé appena porgea altro indizio che ora faccia Troia ne’ luoghi suoi. Ma poi che per lo gallico prencipe magno furono con Desiderio re le longobarde rabbie atutate, con più prosperevole agurio da’ padri, che altra volta l’aveano rifatta, fu riedificata la terza fiata; e da quelli insieme con li costretti Fiesolani fu abitata e chiamata il propio nome infine a questi giorni. E avegna che Vulcano con ispaventevoli fiamme e Tetide con onde multiplicate e il non reverito Marte con furibunde armi e Tesifone con seminate zizzanie e Giuno con turbamenti contrarii più volte si sieno gravemente opposti alla sua salute, e crolli da temere molti l’abbiano donati, sempre è in istato multiplicata maggiore e delle passioni sostenute riuscita più bella; e con maggiore giro presa la terra, piena di popolo, in mezzo s’ha messe l’onde nimiche delle sue mura. E oggi più potente che mai, in grandissimi spazii si veggono ampliati i suoi confini; e sotto legge plebea correggendo la mobile pompa de’ grandi e le vicine città, gloriosa si vive, presta a maggiori cose se l’ardente invidia e la rapace avarizia con la intollerabile superbia, che in lei regnano, non la ’mpediscono, come si teme. In questa, nella parte posta di là dall’onde, gli avoli miei e il mio padre nacquero e io, e da diminutivo di regali fummo cognominati. Il quale mio padre, da’ celestiali nunzii prima che Cefiso nominato, portante le sue ali vermiglie nell’oro, sopra queste onde prese la madre mia, e me, di grazia piena, ingenerò sopra quelle. E negli anni debiti mi donò ad isposo, i giorni del quale tosto venuti meno mi furono cagione di congiugnermi ad altro per simile legge; col quale come io vivo contenta qui non è ora da raccontare. Ma essendo io dalla mia puerizia a Cibele divotissima stata e avendo sotto la sua dottrina visitati i monti e gli archi usati e le saette, tutta di Venere, non so come, nelle fiamme m’accesi. E avegna che quelle molto celi la mia sembianza, le mie voci non le poterono nascondere, anzi vaga cantando sovente sopra la prossima riva, presi Ameto del mio piacere e fui presa del suo, come potete vedere. Elli, rozzissimo, e nato di parente plebeio vicino al luogo là dov’io nacqui e  <i predecessori suoi>, forse per loro virtù tegnenti cognome d’ottimo, fu di nobile ninfa figliuolo. Della quale i parenti, così gentili come antichi, sopra l’onde sarnine abitan quasi nella infima estremità della parte opposta a questi luoghi; e se più un gambo la prima lettera avesse del loro cognome, così sarebbono chiamati come le particelle eminenti delle mura della città nostra. Costui, seguitandomi, ho io tratto della mentale cechità con la mia luce a conoscere le care cose, e volenteroso l’ho fatto a seguire quelle; e già non crudo né ruvido sembra, se bene si mira, ma abile, mansueto e disposto ad alte cose si può vedere. Per la qual cosa non meno a Venere tenuta di voi, come voi fate, così con sacrificii l’onoro, e farò sempre. 

E quinci, acciò che l’ordine servasse dell’altre, cantando cominciò questi versi:

 [XXXIX]

O voi ch’avete chiari gl’intelletti,

le menti giuste e negli animi amore,

temperati voleri e fermi petti,

speranti di salire a quello onore

del qual più là non può cercar disire,

se ben si mira con intero core,

deh, rivolgetevi alquanto ad udire

il mio parlare e attenti notate

il ver ch’ascoso cerca discovrire.

Le cose a me da Cibelè mostrate

veder non puote natural ragione

né altra industria exìl che voi abbiate,

se dentro alla divina regione

con fermo creder non passa la mente,

sanza cercar del come la cagione,

dentro la qual io dimoro sovente;

e ciò che certo credo intra’ mondani,

quivi il discerno visibelemente.

Io conosco che li ben sovrani

e gl’infimi qua giù furon creati

interi, e ben, dalle divine mani,

e ’nnanzi a’ nuovi secoli formati

essere in tre persone e una essenza

etterno il sommo ben da cui siàn dati;

e sanza alcuna natural potenza

nel virgineo ventre esser discesa

superna prole a purgar la fallenza

che nelle man di Pluto diede presa

la stirpe prometea, e che sì nacque

che la virginità non fu offesa;

similemente ancor come nell’acque

giordane prese quel santo lavacro

dalle man di colui che più gli piacque,

dando principio a quel misterio sacro

per lo qual rinasciam, gittando via

delli primi parenti il peccare acro;

ancora insieme orribile e pia

la morte pórta dal gravoso legno

così per pace altrui come per mia;

e dopo questa il rilevarsi degno

poi la spogliata Dite e il tornare

al padre suo con triunfal segno,

con quanto intorno a questa raccontare

al leone e al bue e all’uccello

piacque, e all’uom che scrisse sanza errare,

o qualunque altro che prima o poi d’ello

iscrisse, da costor non deviante,

con intelletto, o forse con pennello.

E lui ancora attendo ritornante

quando risurgerem tutti presuri

per sé ciascun com’e’ fu operante;

e simile che ’l santo ardor che’ duri

e’ lieti casi, spirando del petto

de’ sommi vati, ne disse venturi,

col genitore e ’l genito, uno effetto

dall’uno e l’altro igualmente spirando,

e con loro uno, è etterno e perfetto.

E una esser la chiesa militando

qui de’ fedeli, dalla qual di fuori

alcuno a’ cieli non sal triunfando;

e legittimi e giusti ancor gli amori

del matrimonio tengo, e il pentere

col confessar rimedio a’ peccatori.

Così nel sacrificio è da tenere

in Cerere e in Bacco il divin cibo

s’asconda a noi per debole vedere,

sol ch’operato sia degno carribo

a così alti effetti, e che colui

ch’opera questo sia di degno tribo,

e quanto ancor dimostra ad altrui

cantando o predicando quella diva,

non se ne salva nullo fuor di cui.

E se nella presente vita attiva

d’Aristotile avesser gli alti ingegni

inteso con tal fede operativa,

chi dubita che egli i lieti regni

ora terrebbe con gli altri seguaci

ch’alla vita moral fur giusti segni,

sì come Moisé co’ suoi veraci,

del mondo annullator rivolti a Dio,

come si dêe, sanza passi fallaci?

Al qual, credendo, ho tutto il mio disio

levato, e fermo ne’ suoi regni il tengo,

lui conservando dentro al petto mio;

e col suo operar sì mi convengo

che parte alcuna di quel non s’inforsa

in me, ma tutto aperto lui sostengo;

e tanto seguirò dietro a quest’orsa

con mente pronta, lucida e sicura

che d’esta vita finirò la corsa,

l’anima a lui rendendo netta e pura;

con la mia Cibelè bella e discreta

mi rivedrò con etterna figura,

sempre con lei ne’ cieli stando lieta.

[XL]

Tutte le donne aveano parlato, tacente Lia. La quale Ameto avendo lietamente ascoltata, tacito rimirava quella, i suoi amori con ragione laudando; né più che fare si dovesse sappiendo si stava, e con temoroso petto ad ogni ora attendeva ch’elle dicessero:  Andianne . Il dì non era più caldo e le donne, in forse a che procedere dovessono, tutte attendendo miravano a che Lia o a parlare o a partirsi si disponesse. Ma da questo sollecitudine nuova con gli occhi le trasse al cielo, nel quale, forse levati de’ liti vicini, volando vidono venuti sette bianchissimi cigni e altrettante cicogne; e con romore grandissimo quivi fermatisi, infestavano il cielo. Le quali, quando con più discreto occhio mirarono gli uccelli, videro quelli, in sette e sette divisi, co’ becchi, co’ petti e con gli unghiuti piedi fieramente combattersi sopra loro; e l’aere non altrimenti piena di piume miravano che, allora che la nutrice di Giove tiene Appollo, si vegga fioccare di bianca neve; ma dopo lunga punga vinte videro partire le cicogne. Le quali cose Ameto mirando con maraviglia, ancora con diritto vedere le cose delli iddii non vedendo, per sé agurava la rimirata punga; e insieme attento con quelle donne a quello che i vittoriosi cigni dovessero fare, sùbita nuova luce videro uscire del cielo. E quale allo israelitico popolo ne’ luoghi diserti precedeva la notte, cotale dopo uno mirabile strepito quivi una colonna discese di chiaro fuoco, lasciando a sé di dietro la via dipinta di quella sembianza che la figlia di Taumante ci si dimostra. Della quale nello avvento, Ameto, i cigni abandonati, non sostenuti i raggi di quella, se non come quelli del padre nella prima venuta sostenne Fetone, stupefatto e quasi cieco per lo udito tuono, di paura ripieno, si trasse adietro; e che ciò significare si volesse non conoscendo, aspettava abarbagliato. Ma non fu lungo l’attendere, ché di quella a’ suoi orecchi pervenne una voce soave così dicente:

 [XLI]

Io son luce del cielo unica e trina,

principio e fine di ciascuna cosa:

deh, qual men fu, né fia nulla, vicina?

E sì son vera luce e graziosa,

che chi mi segue non andrà giammai

errando in parte trista o tenebrosa,

ma con letizia agli angelici rai

mi seguirà nelle divizie etterne,

servate lor d’allor ch’io le creai.

Chi di me parla, alle cose superne

la mente avendo con intero core,

spregiando il mondo e le cose moderne,

c’hanno potenzia di trarre in errore

gli animi puri, io son sempre con loro,

loro infiammando più del mio ardore.

Adunque a voi, o grazioso coro,

sia pace, e ben dimorate sicure:

non vi spaventi il mio venir sonoro

né l’alta luce in queste parti oscure.

[XLII]

Rassicurossi allora Ameto e secondo lo stato parlare estimò colei veramente essere non quella Venere che gli stolti alle loro disordinate concupiscenzie chiamano dèa, ma quella dalla quale i veri e giusti e santi amori discendono intra’ mortali. E rimirati delle donne gli aspetti, più belli li vide che mai e più sicuri, e tutte con occhio passibile rimirare attente in quella luce, dalla quale sì li parevano accese ch’elli alcuna volta pauroso pensò ch’elle ardessero, e massimamente Agapes e la sua Lia. Ma fuggitali per lo lieto viso di quelle cotal paura, aguzzando gli occhi, con quelli s’ingegnava di penetrare il chiaro lume. E come che molto gli fosse difficile di trarre di quello alcuna cosa, pure, quale in lucida fiamma si discerne l’acceso carbone, cotale in quella un luminoso corpo, vincente ogn’altra chiarezza, conobbe. E quello, né più né meno che il bogliente ferro tratto dell’ardente fucina, vide d’infinite faville sfavillante, e di quelle ogni parte a sé dintorno fra la circustante luce ripieno. Ma del divino viso l’effigie e de’ belli occhi co’ suoi non poté prendere; e mentre che elli così rimirava, la santa dèa udio così parlante:

[XLIII]

O care mie sorelle, per le quali

le vie a’ regni miei son manifeste

a chi salire a quei vuol metter ali,

l’opere vostre licite e oneste,

diritte, buone, sante e virtuose,

di loda degne, semplici e modeste,

svelin le luci oscure e nebulose

d’Ameto, acciò che diventi possente

a veder le bellezze mie gioiose,

acciò che e’, quanto all’umana gente

è licito vederne, sappia dire

tra’ suoi compagni poi, di me ardente.

Vedete lui che tutto nel disire

di ciò ch’io parlo si dimostra acceso,

e per temenza nol sa discovrire,

sì dal terren tremore ancora offeso.

[XLIV]

Le divine parole appena aveano fine che le ninfe, in piè dirizzate, corsero verso Ameto; il quale sì stupefatto stava a rimirare Venere che preso dalla sua Lia non si sentì, infino a tanto che, di dosso gittatili i panni selvaggi, nella chiara fonte il tuffò, nella quale tutto si sentì lavare. E essa, da lui cacciata ciascuna ordura, puro il rendé a Fiammetta, la quale nel luogo il ripose donde era stato levato, davanti la dèa; là dove Mopsa con veste in piega raccolta, gli occhi asciugandoli, da quelli levò l’oscura caligine che Venere gli toglieva. Ma Emilia, lieta e con mano pietosa, sollecita, a quella parte dove la santa dèa teneva la vista sua, il suo sguardo dirizzò di presente; e Acrimonia agli occhi, già chiari, la vista fece potente a tali effetti; ma poi che Adiona l’ebbe di drappi carissimi ricoperto, Agapes, in bocca spirandoli, di fuoco mal da lui simile non sentito l’accese. Di che, egli vedendosi ornato, bello, con luce chiara ardente, lieto al santo viso distese le vaghe luci, né altrimenti, quella ineffabile bellezza mirando, ebbe ammirazione che gli achivi compagni veduto bifolco divenuto Giansone. Elli, lungamente guardandola, in sé diceva:  O diva pegasea, o alte Muse, reggete la debole mente a tanta cosa, e li ’ngegni rendete sottili a contemplarla, acciò che, se possibile è che umana lingua narri le divine bellezze, la mia le possa ancora ridire, avvegna che indarno a cotal fine la vista, da non risparmiare a questo punto, credo ch’io ci consumo.

Egli l’avvisò molto, ma più avanti che la nostra effigie, tale qual nulla mai se ne vide sì bella, ne poté prendere, ora in diverse e ora in una forma; e ignorante del tempo conceduto a lui a cotale grazia, quanto dovesse durare, avvegna che infinito il disiasse, si dispose a porgere prieghi in questo modo:  O deità sacra, parimenti de’ cieli e della terra unica luce, se tu ad alcuno priego ti pieghi, in me riguarda e, per lo tuo santo e ineffabile nome triforme, per conseguente il valido aiuto concedi; e le pregate cose confermi l’etterna mano. Ecco che l’anima, dalla tua liberalità dalle superne sedie mandata in questi membri e a te con focoso disio appetente di ritornare, stata infino a questo dì, del quale mai da me non si partirà la memoria, accesa d’uno fuoco a lei sopra ogni altra cosa grazioso e piacevole, novellamente non sanza agurio d’ottimo avvenimento munta da sette fiamme, così quella lambenti dintorno come olmo avvinghiato da ellera. Le quali, bene che il sangue non sughino né la virtù scemino di quella (anzi, considerando quali d’esse sieno le moventi cagioni, né mi dolgono né esse cerco con acqua nimica d’offendere), ma con disio ferventissimo a dissolvermi e essere con teco mi spronano. E perciò, che passibile la facci a sostenere, vuol per le mie parole; e oltre a ciò che i presi amori inseparabili facci e longevi, sanza offesa di fortuna o di cieli, tale sempre in me la lor sembianza mostrando quale oggi lieta a pigliarmi l’hanno tenuta, acciò che io, bene i loro piaceri operando, possa con bianca pietra segnare i pochi giorni; e quivi quando per legge comune il colpo la dividerà d’Antropos, sanza impedimento la salita le mostri a’ luoghi onde già venne, sì che per le sostenute fatiche frutto prenda, quale ha sperato, ne’ regni tuoi.

Queste parole erano finite, quando gli fu risposto con parlamenti minori in questo modo:  Spera in noi e fa bene; e i tuoi disii saranno vicini. 

E quinci sùbita sparve, nel cielo tornando con la sua luce. E Ameto, così adorno d’ogni parte, preso delle vedute bellezze, di quelle libero conoscimento a sé sentendo, lieto in mezzo di tutte si vede sedere; e, con servigii mirabili da quelle onorato, si gloriava. Ma esse, partita la dèa, liete dintorno a lui così insieme con angelica voce incominciarono a cantare:

[XLV]

O anima felice, o più beata

ch’altra che spiri en la luce presente,

o graziosa vie più ch’altra nata,

come di noi ciascuna qui lucente

di chiaro lume vedi, tanto bella

quanto null’altra al mondo oggi vivente,

così nel ciel ciascuna appare stella

lucida e chiara di tanto sereno

quanto Titàn en la stagion novella.

E ne’ dì primi dentro al divin seno,

per vertù vera del suo primo amore

di somma beninanza sempre pieno,

nascemmo, a dar del suo alto valore

chiarezza vera al mondo che dovea

avvilupparsi dentro al cieco errore.

E così belle, ciascheduna dèa,

innamorate sempre a’ tuoi piaceri,

(de’ raggi ardiam dell’alma Citerea),

come ne vedi, siamo: adunque i veri

effetti della mente tutti quanti

disponi a noi co’ suoi giusti pensieri;

e mirandoci, pensa a quali amanti

saremmo degne di donar diletto,

se piegar ci potesser tutti i canti;

e sì li nostri visi nel tuo petto

forma, che senti l’etterna dolcezza

che donar puote, e dà, il nostro aspetto,

acciò che quindi pigli alta fermezza

a sostenere i già piaciuti amori

per cui ora cercavi in te fortezza.

Li qua’ se tu da te non fai di fori

con fatti biechi, mai non se ’n giranno,

ma sempre acresceranno i loro ardori,

di te purgando ciò che puote inganno

(alla vita presente gravitate)

porger con briga noiosa o con danno.

L’ora già tarda alle nostre contrate

sollecita ne chiama; onde partire

quinci convienci, ove, l’ombre passate,

concedendolo Iddio, potrén reddire

e te contento far del nostro viso

per lo qual ardi con caldo disire.

E così come il cor non è diviso

di noi da te, benché non siam presenti,

così da noi il tuo non sia deciso

fin che del buon voler, che ora senti,

ti meritiam, trasportandoti in loco

dove si dànno interi godimenti,

faccendo l’uom felice dentro al foco.

[XLVI]

Così ornato come avete udito, s’era Ameto rimaso con lieto animo, ascoltando il cantar delle donne; il quale, sentendosi mente più possibile molto che prima, gli orecchi al canto e ’l cuore a’ dolci pensieri quivi concede. Egli, in se stesso faccendo della sua primitiva vita comparazione alla presente, sé medesimo schernendo ramemora; e quale, tra’ fauni e i satiri, per li boschi già sé col tempo perdesse cacciando vitupera; e qui la paura debitamente avuta de’ cani delle donne ancora nel pensiero lo spaventa, poi fra sé si ride del suo ardire avuto a prendere il laudevole amore; e con vista serena conosce l’udita prima canzone della sua Lia. Quindi i canti de’ pastori, che solamente l’orecchie di lui aveano dilettate, quanto sieno utili al cuore sente con sommo frutto. Similemente vede che sieno le ninfe, le quali più all’occhio che allo ’ntelletto erano piaciute, e ora allo ’ntelletto piacciono più che all’occhio; discerne quali sieno i templi e quali le dèe di cui cantano e chenti sieno i loro amori, e non poco in sé si vergogna de’ concupiscevoli pensieri avuti, udendo quelli narrare; e similemente vede chi sieno i giovani amati da quelle e quali per quelle sieno divenuti. Ora gli abiti e i modi d’esse donne nota in sé medesimo, debiti a così fatte. Ma sopra tutti gli altri pensieri il rallegra l’essergli da quelle gli occhi svelati a conoscere le predette cose e a vedere la santa dèa venuta quivi e ad avere interamente saputa Lia, e sé sentire ornato, come si sente, e possibile all’amore di tante donne e degno di quello mentre li piacerà; e brievemente, d’animale bruto, uomo divenuto essere li pare. Per le quali cose in sé sanza comparazione lietissimo, mirando or l’una or l’altra di quelle, come esse finirono il canto loro, così cominciò a cantare:

 [XLVII]

O diva luce che in tre persone

e una essenza il ciel governi e ’l mondo

con giusto amore e etterna ragione,

dando legge alle stelle e al ritondo

moto del sole, prencipe di quelle,

sì come discerniamo in questo fondo,

con quello ardor, che più caldo si svelle

del petto mio, insurgo a ringraziarti,

e teco insieme queste donne belle.

La quale acciò che potessi mostrarti

a me, che te quasimente ignorava,

non ti fu grave tanto faticarti

che del bel cielo in questa vita prava

non discendessi, aprendomi l’effetto

che ’l mai di questo mondo ne disgrava,

la caligine obstando allo ’ntelletto,

ch’agli occhi miei del tutto ti togliea,

con l’operar di Mopsa e col suo detto.

A cui Emilia, come si dovea,

seguendo, mi rivolse alla tua santa

faccia, guidando la spada d’Astrea.

E quella appresso per cui su si canta

la loda di Pomena, a’ tuoi piaceri

misurò la mia cura tutta quanta,

fortificando me a’ tuoi voleri

Acrimonia dop’essa, in guisa tale

che più del mondo non temo i poteri.

Quindi Agapes del tuo foco etternale

m’accese, e ardo sì intimamente

ch’appena credo a me null’altro equale.

E la Fiammetta, più ch’altra piacente,

sì m’ha ad in te sperar l’anima posta

ch’ad altro non ha cura la mia mente.

Simile tutta a me chiara e disposta

s’è la mia Lia con gli effetti suoi,

che di que’ nullo da me si discosta.

Adunque, tu che vedi e tutto puoi,

governa in queste sì la mente mia

che al gran dì mi ritrovi tra li tuoi;

e in etterno, come il cor disia,

sia il tuo nome, sì com’egli è degno,

sopra ogni altro exaltato: così sia;

e simile di queste, da cui tegno

tanto di ben quanto nel mio parlare

cantando avanti dimostro e disegno.

Il qual s’avien che io voglia lasciare

a chi dietro verrà, sì che si possa,

sì come io, d’esse innamorare,

così serva i miei versi che percossa

d’invidia quelli giammai non risolva,

o le mie carte, ad odio iniquo mossa;

(e quelle in seta o in drappi rinvolva,

e in molte parti legate e ristrette,

portate via, la man gallica solva)

che elle forse non sian poi elette

a servar ciò che la filata lana

per soldo acquista delle feminette;

o forse cuopran la cura profana

de’ providi ministri di natura

alla morbida carne render sana;

o che, coperte di nuova pittura,

ne’ pillei cucite dien segnali

della mal fatta tua bella figura.

Che s’avvenir ciò dêe, a coronali

fiamme più tosto le cheggio dannate

ch’a vita laniata e disiguali.

Omai, rimesse en la tua deitate,

mi tacerò; e di costoro ardendo,

dop’esse cercherò le mie contrate,

di rivederti con esse attendendo.

[XLVIII]

Tacque Ameto; e l’ora già tarda con le loro pecorelle pingeva i pastori alle case, e i gai uccelli, tacendo, infra li folti rami presi i loro ospizii, davano largo luogo a’ vipistrelli, già per la caliginosa aere trascorrenti; e non s’udien le cicale, ma gli stridenti grilli per le rotture della secca terra s’aveano fatto cominciare a sentire; e Espero già si potea vedere infra li tiepidi raggi di Febo cercante l’occaso, col quale i lassi zeffiri cercavan di riposarsi. Onde ciascuna i vestimenti, le ghirlande, gli archi e le saette riprese, come quivi venute, così i prati lasciando, ad Ameto umilemente dicendo addio, si dipartirono e per più fresco aere ricercarono le propie case. Ma Ameto, con etterno segnale di tutte nello ardente petto segnato, le vedute cose reiterando nella sua mente, in sé biasimando la troppa affrettata partenza, con isperanza di ritornarvi, similemente si parte lieto e alle sue case si rende, acceso di molti amori.

[XLIX]

Fra la fronzuta e nova primavera,

in loco spesso d’erbette e di fiori,

da folti rami chiuso, posto m’era

ad ascoltare i lieti e vaghi amori,

nascosamente, delle ninfe belle,

que’ recitanti, e de’ loro amadori.

Li quali udendo e rimirando quelle

negli occhi belli e nelle facce chiare,

lucenti più che matutine stelle,

sentendo appresso il lor dolce cantare

in voce tal ch’angelica parea,

più tosto che mondana, ad ascoltare,

sì dolcemente nell’anima mea

Amor si risvegliò, dove dormia,

e dove appena fosse mi credea,

che per quella entro soave il sentia

per ogni parte andar con la biltate,

col ragionare e con la melodia

di quelle donne, che in veritate

io sanza me grand’ora dimorai

in non provata mai felicitate.

Ma poscia ch’io in me quindi tornai

per la novella fiamma che raccese

l’antica, tosto com’io la provai,

subitamente il cor ferito intese

il ben di quelle, sì come provato,

arguendo di lì le sue offese;

e quel ben, che io prima avea gustato

puro, da quinci innanzi con disiri

di nuovo accesi venne mescolato;

e così gioia insieme con martiri

aveva: gioia, quelle rimirando

e ascoltando i lor caldi sospiri;

martiri aveva, troppe disiando

ciò ch’esser non potea, avegna dio

che il bene era più, ben compensando.

Così ne’ miei pensieri e nel disio

conoscea que’ d’Ameto, il qual si stava

a mirar quelle sì fiso che io

di lui sovente in me stesso dubbiava

non fosse grave a quelle il suo mirare,

e di ciò forte fra me il ripigliava.

E di lui invidioso, palesare,

tal volta fu mi volli; poi mi tenni,

temendo condizion non peggiorare,

e con quel cuor che io pote’ sostenni

vederlo a tanta corte presidente

parlar con motti e con riso e con cenni;

ma tutto questo m’usciva di mente

qualor nel viso ne mirava alcuna

o udiva cantar sì dolcemente.

Ma poi che l’aere a divenir bruna

incominciò, e il sole a colcarsi,

e fuor di Gange si mostrò la luna,

e che le ninfe tututte levârsi

dopo l’ultimo canto insieme fatto,

e verso i lor ricetti raviârsi,

io mi levai del luogo ov’era quatto

stato ad udire e a vedere, il giorno,

tanto di ben quanto fu patefatto.

E già veggendo delle stelle adorno

il cielo, in me dell’annottar doglioso,

quindi partimmi sanza far soggiorno.

Ma pensi chi ben vede, se penoso

esser dovei e con amaro core,

quel loco abandonando grazioso.

Quivi biltà, gentilezza e valore,

leggiadri motti, exemplo di virtute,

somma piacevolezza è con amore;

quivi disio movente omo a salute,

quivi tanto di bene e d’allegrezza

quant’om ci pote aver, quivi compiute

le delizie mondane, e lor dolcezza

si vedeva e sentiva; e ov’io vado

malinconia e etterna gramezza.

Lì non si ride mai, se non di rado:

la casa oscura e muta e molto trista

me ritiene e riceve, mal mio grado;

dove la cruda e orribile vista

d’un vecchio freddo, ruvido e avaro

ognora con affanno più m’atrista,

sì che l’aver veduto il giorno caro

e ritornare a così fatto ostello

rivolge ben quel dolce in tristo amaro.

Oh quanto si può dir felice quello

che sé in libertà tutto possiede!

Oh lieto vivere e più ch’altro bello!

Oh quanto Ameto, se questo ben vede,

dêe nella mente sentir di diletto,

s’elli il conosce, sì come om si crede,

veggendo sé tornato, di suggetto,

alto signor di donne tante e tali,

quai questo dì li furon nel cospetto!

Io mi tornai, dolendo de’ miei mali,

al luogo usato; e attendendo peggio

per la sua fine, ho già pennute l’ali

al volare alla morte, la qual cheggio

la notte e ’l dì per men doglia sentire,

però che bene altro fin non veggio

esser serbato al mio lungo martire.

[L]

La saetta, dal mio arco mossa, tocca li segni cercati con volante foga; e le bianche colombe, pasciute negli ampi campi, gratulanti ricercan le torri; e gli stanchi cavalli, compiuto il corso, domandan riposo; e così l’opera mia, guidata per gli umili piani, temente d’Icaro li miseri casi, alla sua fine presente. Riceva adunque la santa dèa, me a queste cose aiutante, i suoi incensi; e le meritate ghirlande coronino la bella donna, della faticata penna movente cagione. E tu, o solo amico, e di vera amistà veracissimo exemplo, o Niccolò di Bartolo del Buono di Firenze, alle virtù del quale non basterieno i miei versi, e però tacciole, avegna che sì per sé medesime lucono che di mia fatica non hanno bisogno, prendi questa rosa, tra le spine della mia avversità nata, la quale a forza fuori de’ rigidi pruni tirò la fiorentina bellezza, me nell’infimo stante delle tristizie, dando sé a me con corto diletto a disegnarsi. E questa non altrimenti ricevi che da Virgilio il buono Augusto o Erennio da Cicerone, o come da Orazio il suo Mecena, prendevano i cari versi, nella memoria riducendoti l’autorità di Catone dicente:  Quando il povero amico un picciolo dono ti presenta, piacevolmente il ricevi . Certo io a te valoroso cotale la mando, sentendo nullo altro a me essere Cesare, Erennio o Mecena se non Niccolò. Nella quale se forse in fronda o altra parte si contenesse alcun difetto, non malizia, ma ignoranza n’ha colpa. E però liberamente l’examinazione e la correzione d’essa commetto nella madre di tutti e maestra, Sacratissima Chiesa di Roma, e de’ più savi e di te. La quale poscia ti priego conservi, sì come tua, nel santo seno, nel quale il fattore d’essa hai con amore indissolubile sempre tenuto; e vedova e lontana alla sua donna, lieta non altrimenti che io, consola con la soavità della voce tua infino a tanto che, con quella giungendosi, intera senta la sua letizia.

Compie la Comedia delle ninfe fiorentine.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 06 settembre 2011