Giovanni Boccaccio

LA GENEOLOGIA DEGLI DEI

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Giovanni Boccaccio, Geneologia degli Dei. I quindeci libri di M. Giovanni Boccaccio sopra la origine et discendenza di tutti gli Dei de’ gentili, con la spositione et sensi allegorici delle favole, et con la dichiaratione dell’historie appartenenti a detta materia. Tradotti et adornati per Messer Giuseppe Betussi da Bassano. Aggiuntavi la vita del Boccaccio, con le tavole dei capi et di tutte le cose degne di memoria che nella presente fatica si contengono.

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[p. 152r]

LIBRO NONO

di MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL REALISSIMO ET CORTESISSIMO SUO SIGNORE

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

CON PIÙ benigno cielo di quello ch’io incominciai, havea guidato il padre della posterità di Saturno nel lito de’ Laurenti; quando ecco o per fortuna del mare o per forza del vento Occidentale in un subito fui portato nel mare Egeo, et d’inanzi a Samo Isola già famosissima, come se le anchore ivi fossero state fermate, Serenissimo Re, mi vidi essere locato. Ivi mentre io stava riguardando le vestigia di quel antichissimo tempio fino quasi al Cielo, in parte andate in polve et parte gittate a terra, le maravigliose colonne in pezzi, i capitelli cavati dal muro, i travi lunghissimi spezzati et marciti, et tutta quasi la machina del grandissimo anzi monstruosissimo edificio rovinata et quasi alla terra aguagliata, et sepolta nei cumuli delle ruine, indi tra me stesso veggendo et considerando il tutto coperto tra sterpi et arbori selvaggi che da sé nascono, tutto pieno di meraviglia stava ricercando, né sapeva imaginarmi per riverenza et nome di cui al suo tempo potesse essere stata drizzata così gran machina. Così lodando le magnifiche opre degli antichi, mi venne in mente che Giunone fu di Samo, et da’ Samii tra tutte l’altre deitadi honorata; onde subito compresi quel tempio, tra l’altre cose della città maraviglioso et per antichissima fama celebrato, dagli habitatori a Giunone essere stato edificato. O, quante grandi et lunghe fatiche sono andate in fumo. Quanti acuti ingegni d’architetti. Quanti ordinati sacrifici de’ pontefici. Quanti ornamenti di sublimi huomini et donne ivi apposti, affine che al Diavolo si facesse cosa grata, sono andati a male. Onde fermandomi [p. 152v] con più lungo pensiero, mandato fuori dal profondissimo petto un sospiro, meco dissi: "Vergogninsi i miseri Christiani, a’ quali a’ nostri tempi è cosa liggierissima, per ampliare i suoi domestici poteri, forare le viscere dei monti, radere con gli uncini da pescatore del mare et de’ fiumi, passare le nevi arthoe, far prova dei Soli degli Ethiopi, ingannare gli hiperborei griphi, adormentare i serpenti Libici, cacciare i Leoni Marmarici, con navi solcare il mare Oceano; et se fosse concesso, passare fino in Cielo. Ahi, misero me, che piango. Forse con qualche honestà si ponno pigliare questi sudori, ma che dirò veggendo turbare il mare da’ Corsali, assediare i viaggi, romper le porte, far scritture false, porger veneni, mover guerre ingiuste, sparger il sangue giusto, romper la fede, contra tutti, per che le forze bastino; usar tirannide et essercitar violenza per aggrandire un poco più una frale sostanza. Veramente egli è da sospirare la cecità nostra. Che sarebbe poi, se bene si havesse ciò che si disia, cioè edificar palagi, ornar stanze, haver cavalli et servi; passar tutti i giorni in conviti et feste, mostrarsi illustri con oro, porpora et gemme, giuocar a’ piaceri, far grandissime possessioni, haver laghi et giardini, se il nostro honore, la nostra gloria et il nostro splendore da genti vili è occupata. Il famoso Gierusalem è in servitù, i lochi sacri del Salvatore et degnissimi di memoria da barbarica feccia sono macchiati, et in disprezzo del nome Christiano rovinati. Gli inimici bestemmiano, si fanno beffe et ridono delle reliquie dove Christo nacque et fu nodrito, dove egli si mostrò huomo et Dio, et predicando si manifestò la gloria della salute, onde per liberarci dal laccio della servitù, innocente patì morte et fu sepolto; né si curiamo dei detti luoghi dove, suscitando da morte, con propria virtù volò in cielo. O sceleraggine grande, et eterna vergogna. Poterono gli habitatori d’una picciola Isola levare colonne dai monti, cavar grandissime pietre et ridurle in opra eccelsa, accioché per forza d’ oro riducessero il tutto in una gran machina, et facessero un maraviglioso tempio a una scelerata donna; et tutta l’Europa non si cura metter una armata in mare, pigliar l’armi, montar in nave, mover guerra agl’inimici, et con tutte le forze mondificare et purgare questo santissimo paese da così vili inimici, et levar dalle nostre fronti così grave vergogna; accioché con queste pietre edifichiamo non in Terra un tempio frale, ma in cielo una città eterna. Ma che sto io con parole forse superflue a percuoter l’orecchie altrui; i pigri saranno puniti da Iddio, et gli avari ricchi lasciati vacui." Noi adunque ritornaremo al proposito. Stando io adunque a riguardare le ruine, né potendo levar gli occhi dall’antica maestà del loco, assai bene m’avidi dall’instabile fortuna essere avisato che il parlare di Giove et di Nettuno alquanto era da differire, accioché prima io parlassi della favolosa stirpe di Giunone, nella cui si contiene ancho tutta la progenie del guerriero Marte; tra gli strepiti et furori del quale, prego il benigno Iddio, che ammaestrò le mani di David alla guerra, che conduca me per sua bontade in pace.

 Giunone, Ottava Figliuola di Saturno,
che senza marito partorì Nebe et Marte.

[p. 153r] Giunone, secondo l’errore de’ gentili reina degli dei, fu figliuola di Saturno et Opi, et nacque innanzi Giove, ma peró in un parto istesso. Oltre ciò fu moglie di Giove, come dice Ovidio et Virgilio. Servio vuole ch’ella fosse nodrita da Theti; et Alberigo afferma ella haver allevato Nettuno. Così Martiano dice che quella nodrì Mercurio figliuolo di Maia. Oltre ciò la fanno dea dei regni et delle ricchezze; così ancho del matrimonio, sì come Vergilio scrive:

Rende prima degli altri a Giuno honori,

Nel cui potere i matrimoni stanno.

Vogliono appresso ch’ella habbia potere sopra quelle che partoriscono, sì come nell’Aulularia di Plauto si vede, il qual dice: O mia nutrice, io mi sento morire. Ti prego che m’aiti. O Giunone Lucina io ti dimando aita, et quello che segue. Le attribuiscono ancho una carretta et alcune armi, sì come nella Iliade Homero dimostra. Et accioché la reina degli dei non vadi sola, le aggiungono per serventi quatordici Nimphe, sì come in persona di lei Virgilio mostra dicendo:

Due volte sette Nimphe a’ miei servigi

Bellissime di corpo stanno pronte.

Fra le quali spetialmente si annovera Iris. Dissero ancho che il Pavone sta in sua guardia, alla cui coda Ovidio dice ch’ella vi pose gli occhi d’Argo amazzato da Mercurio. La chiamano ancho, oltre il nome di Giunone et Regina, con molti altri nomi, come sarebbe Lucina, Matrona, Curiti, Madre degli Dei, Fluonia, Februa, Interduca, Dominduca, Unxia, Cinthia, Socigena, Populonia et Proserpina. Dicono ancho ch’ella, havendo mangiato alcune latuche silvestri, partorì Hebe sua figliuola; così percosso un fiore, Marte; ma di Giove suo marito, Vulcano. Oltre ciò, di lei molte altre cose si riferiscono. Circa le cose predette, che sono molte, molti diversamente hanno esposto varie dichiarationi. Dice Barlaam che Giunone è stata tenuta figliuola di Saturno et Opi da quelli i quali hanno creduto Saturno essere stato il creatore delle cose, et Opi la materia, et Giunone la terra over l’acqua. Così Macrobio, dove parla del Sogno di Scipione, dice che è sorella di Giove, per essere stata prodotta da quelli istessi semi che fu Giove; affermando Giove essere il Cielo et Giunone l’aere, la quale dicono essere nata innanzi Giove; perché essendo Giove il foco et costei l’aere, a noi non pare che senza spirito, che è l’aere, il fuoco si possa ridurre in fiamma, né ridotto poter vivere. Et però essere bisogno che l’aere vi sia se tu vuoi che il foco vi segua; overo ciò puotè esser detto perché il fuoco per lo movimento dell’aere s’accenda, sì come spesse volte veggiamo essere avenuto nelle selve et nei luoghi palustri; et così l’aere è nato pria del foco. Fu poi finto ch’ella fosse nodrita da Theti perché si ristaura con l’humidità dell’acqua ogni parte d’aere, che assottigliato si cangia in foco. Che quella allevasse Mercurio et Nettuno, il tutto si narrerà dove di quelli si ragionerà. È detta moglie di Giove perché l’aere è posto sotto il cielo, overo il foco. Servio dice poi che alle volte Giove si toglie per lo foco et l’aere, et talhora per lo fuoco solo; così Giunone si piglia per la terra et l’acqua, et talvolta per l’aere solo; et però quando per lo foco et per l’aere si piglia Giove, et Giunone per la terra et l’acqua, meritamente sono detti marito et moglie, havendo il foco et [p. 153v] l’aere possa di oprare, et la terra et l’acqua di patire; et così oprando i superiori con gl’inferiori (prestandoli aiuto i corpi sopracelesti) appresso noi si genera il tutto. Quando poi, come l’istesso Servio dice, Giove solamente si mette per foco et Giuno per l’aere, sì per ragione della conformità della vicinanza come della sotiglianza et liggierezza, si dicono esser fratelli. Theopompo nei versi Cipriaci et Hellano nella Diospoliticha vogliono Giunone da Giove esser legata con catene d’oro, et posta appresso gl’incudi di ferro; i quali penso non habbiano voluto intender altro eccetto l’aere esser astenuato dalla durezza et frigidezza della terra, et con catene d’oro, cioè per continuatione successiva della luce, congiunto al foco. D’intorno a tal materia in questo modo Tullio parla:

Disputano gli Stoici, che l’aere traposto fra il mare et il cielo è sacrato al nome di Giunone, la quale è sorella et moglie di Giove; il che è simiglianza d’aere, et somma congiuntione con lei. Effeminarono adunque lui, et il diedero a Giunone. Nessuna cosa veramente è più molle dell’aere;

et quello che segue. Oltre ciò, chiamarono Giunone Reina Dea dei regni et et delle ricchezze; la quale da Fulgentio è descritta col capo velato et col scettro in mano, non volendo (come credo) esprimer altro che quella parte dove consistono i regni et le ricchezze, perché habbiamo già detto Giunone essere la terra, dove è assai palese che stanno i regni del mondo. Adunque in sé tenendo i supremi regni è dea dei reami, il che per lo scettro si dinota; così con questa medesima ragione è dea delle ricchezze. Percioché, sì come nelle viscere tiene tutti i metalli et le cose pregiate, il che si comprende per lo capo velato, et nella superfitie le biade, tutti i frutti et gl’armenti, ne’ quai veramente consistono le ricchezze terrene, da sé il dimostra. Vogliono che fosse dea dei matrimoni, percioché per lo più col mezzo della dote si fanno i maritaggi, la qual dote è parte di ragione di Giunone. Oltre ciò in alcune cose credettero Giunone essere la Luna, et ch’ella potesse molto d’intorno gli atti humani, et spetialmente circa i movimenti di loco a loco; et di qui hanno tenuto Giunone per la strada guidare le spose che partono dalle case dei padri et vanno a quelle dei mariti, onde l’hanno chiamata Iterduca; overo per altra ragione, percioché furono soliti gl’antichi mandar di notte le spose a marito, attento che elleno si vergognavano di giorno andar a perdere l’honestà. Et perché mentre la Luna luceva pareva ch’ella le mostrasse il camino, fu chiamata Iterduca; onde percioché ancho con tal guida pareva ch’ella fosse la prima che le conducesse nelle case de’ mariti, fu ancho detta Domiduca. Indi, perché le vergini venendo sotto la guida di Giunone alle porte dei sposi, secondo l’antico costume, con varie ontioni ongevano le porte, da tali untioni fu nomata Unxia, et le spose uxores ; et poi come dice Alberigo s’è venuto a tanto che sono dette Uxores, et volgarmente mogli. Dice Fulgentio che è chiamata dea di quelle che partoriscono perché le ricchezze, de’ quali ella è regina, sempre ne partoriscono dell’altre; il che semplicemente non è vero di tutte. Anzi è detta dea delle donne che partoriscono perché la Luna, tenuta una cosa medesima insieme con Giunone, fu solita da quelle che partorivano essere sotto il nome di Lucina invocata; et secondo Macrobio dicevano che in potere di Giunone era il far tosto allargare i meati et le vene dei corpi delle donne nel tempo del parto, il che alle donne è di molta salute; et allhora in greco viene detta Artemia, [p. 154r] latinamente come sarebbe seccante l’aere. Le fu attribuita la carretta per dinotare il continuo giro dell’aere d’intorno la Terra. Le furono aggiunte l’armi percioché a’ guereggianti, et massimamente per cagione di ricchezze et Stati, pare ch’ella gli le conceda, prepari et dimostre. Dicono che le Nimphe sue serventi sono quattordici, accioché conosciamo altrettanti accidenti per cagioni diverse nell’aere essere generati, sì come la serenità, l’impeto de’ venti, le nubi, la pioggia, la tempesta, la neve, la rugiada, i folgori, i tuoni, le comete, l’arco celeste, i vapori infiammati, i baleni et i nuvoli. Nondimeno alcuni ne descrivono alcune altre aggiungendovi altre cose appartenenti alla Terra, come è il terremoto, che manda fuori in Terra gl’incendii et simili cose. Ma la più famigliare di tutte queste serventi che sia attribuita a Giunone dai Poeti è Iris, la quale volsero che fosse figlia di Thaumante, cioè dall’ammiratione, percioché essendo Iris l’arco celeste egli si vede di colori diversi, et d’apparenza maraviglioso. Attribuiscono costei a Giunone, dea delle ricchezze, accioché per la sua piegatura di vari colori dipinta vengano a designare gli ornamenti delle ricchezze, le quali per lo suo splendore sono maravigliose; et sì come questa Iris così bella in un subito si dissolve, così gli splendori dei ricchi in un momento spariscono. Volse ch’ella fosse detta Iris, quasi Erim , il che significa contrasto; attento che per le ricchezze nascono molte discordie, et di qui alcuni dicano Iris sempre esser mandata ad eccitar discordia. Le danno poi il Pavone in tutela per dimostrar le qualità dei ricchi, percioché il Pavone è un uccello che grida; per lo qual’atto s’intendeno i gridi, le inalzate voci dei vantatori et l’alterezza dei ricchi. Habita il Pavone sopra i tetti, et sempre sale sopra i luoghi più alti degl’edifici, affine che si conosca i ricchi ricercar tutte le preminenze, et se non gli sono date se le usurpano. Oltre ciò è ornato di belle piume, di lodi si diletta, et di maniera si trahe a vagheggiar sé stesso che, rivolta in giro l’occhiuta coda, lascia ignude le parti di dietro piene di lezzo, per le quai attioni si comprende la porpora dei ricchi, la veste d’oro, la gloria vana, la famosa pompa, et l’orecchie alle adulationi drizzate; nelle quai cose quante volte occorre che meno avertentemente vi cagiona, nasce che la lordura loro, che forse sarebbe stata nascosta, si scuopra, et sotto quel splendor appaia un cor misero da ansiosi pensieri stracciato, la dapoccaggine, la pazzia, la inettia dei costumi, la sporcitie dei vitii, et spesse volte i corpi che marciscono da fetente lezzo. Ci resta dichiarare i nomi, de’ quali punto non è stato detto. Tullio vuole ch’ella sia detta Giunone sì come giovatrice di tutti, il che è proprio di Giove. Ma Rabano chiama Giunone quasi Gianone, cioè Ianua, che è la porta, rispetto alle proprietà delle donne; percioché ella venga ad aprire le porte delle madri ai figliuoli che nascano, et delle spose ai mariti. Tuttavia Leontio dice che Giunone in greco si chiama Hrh , il quale viene da Era, che è la terra; et si fa la mutatione di e in h et fa Hra , alla quale cangiando l’ a in h si fa Hrh . Onde Giunone propriamente è la terra. Si chiama Socigena, percioché associa et congiunge i maschi con le femine. Populonia, percioché per le congiuntioni degli huomini et donne da lei fatte si creano i popoli. Cinthia poi, che è nome della Luna, fu chiamata perché ella veniva a slegare la cinta della castità alle donzelle nei loro congiungimenti con gli huomini; il che [p. 154v] tengo essere stato ufficio di Venere, la quale (testimonia Alberigo) dicevano che seguiva Giunone Domiduca nelle nozze, percioché il primo ufficio in oprare le cose che s’appartengono al matrimonio era di Giunone, et a Venere era conceduto congiungere all’atto carnale l’huomo et la donzella, et a quella sciorre la cinta della castità, la quale attribuiscono ad essa Venere et la dicono Ceston. È poi detta Matrona perché è soprastante solamente di quelle donne che sono buone da marito et atte a partorire; le quali, benché non si maritino, sono matrone, overo così possono chiamarsi attento che per l’età ponno essere madri. Dice poi Alberigo che si chiama Curiti, sì come regale overo forte, o vogliamo dir potente; o più tosto secondo Servio a Curru , che è la carretta, attento che i combattenti adopravano le carrette, per le quali vogliono ch’ella fosse dea sopra le guerre. La chiamano ancho Madre degli Dei, perché intendono la terra madre di tutti. Favonia poi, secondo Alberigo, dai fiori dei semi; overo perché nel parto liberi le femine. Ma io tengo che sia detta Fluonia et non Favonia dal flusso menstruale delle donne, il quale si dice essere causato (secondo alcuni) dalla Luna. Così ancho dalle purgationi Februa, attento che dopo il parto quelle purghi; percioché Februo significa l’istesso che Purgo. Si sono dette quelle cose che ci sono parse sotto qualche figmento poetico contenere in sé natural senso. Ci resta dichiarare quello che sotto parte delle fittioni secondo l’historia è stato finto. Nella Sacra Historia si legge Giunone essere stata generata da Giove, Re et huomo, et di Opi moglie di Saturno, in un parto istesso con Giove, ma pria di lui esser nata; et secondo Varrone fu nodrita nell’Isola di Samo chiamata pria Parthrnia, dove essendo cresciuta fu maritata in Giove; et per ciò a Samo vi fu edificato un nobilissimo et antichissimo tempio dove era l’imagine di Giunone figurata in habito d’una donzella che si mariti, alla quale ogni anno si celebravano i sacrifici nuttiali.

HEBE, figliuola [di] Giunone et dea della gioventù, che fu moglie d’Hercole.

HEBE secondo Theodontio fu figlia di Giunone; della cui recita favola tale. Dice egli che Apollo apparecchiò un convito a Giunone sua madrigna in casa di Giove suo padre, et che tra l’altre cose vi fece porre innanzi delle latuche agresti; le quali con desiderio mangiate da Giunone, avenne ch’ella fino alhora stata sterile s’impregnò, et di tal parto partorì Hebe; la quale per essere bellissima da Giove fu tolta per suo pincerna et fatta dea della gioventù. Finalmente essendo egli con tutti gli altri dei andato a mangiare con gli Ethiopi, occorse che Hebe poco avertitamente maneggiando le tazze con quelle s’intricò, et cadè sozzopra, dove levandosele i vestimenti mostrò tutte le parti vergognose ai dei; di che Giove la privò di tale ufficio, et in suo loco sostituì Ganimede fratello di Laumedonte Re di Troia. Ultimamente, morto già Oete [p. 155r] et locato nel numero dei dei, la diedero per moglie ad Hercole. Ma Homero nell’Odissea dice ch’ella fu conceputa da Giove. Tuttavia, perché io solamente la ho ritrovata attribuita a Giunone senza padre per figliuola, a Giove altrimenti non la ho ascritta. Quello che da tai figmenti si debba comprendere, credo esser questo. Diceva l’honorato Andalone che a Giove detto padre d’Apollo tra i segni del zodiaco ne sono attribuiti due, i quali chiamarono gli Astrologhi suoi domicili, cioè Sagittario et Pesce. Ma essendo il Sole, cioè Apollo, in Sagittario casa di Giove instando già il verno, a Giunone e alla Terra s’appongono le latuche silvestri, cioè l’intenso freddo, percioché secondo i Phisici le latuche silvestri sono frigidissime; et il freddo d’intorno la superficie della Terra opra talmente che ristretti gl’humori di quella il calore congiunto con la Terra s’adopra circa l’interiore di quella, et riscaldata dalla humidità della terra fa pullulare et empie d’humore le radici dell’herbe et delle piante, là onde crescono et si fanno pregne; et così entrando il Sole in Sagittario per l’intenso freddo s’impregna la terra, la quale nell’autunno pareva sterile. Finalmente venendo il tempo del parto, cioè la primavera nova, partorisce Hebe, che è la gioventù et la rinovatione di tutte le cose; le fronde, i fiori et tutte le piante in tal stagione spuntano. Così venendo la primavera, che è calida et humida, viene detta porgere le bevande, cioè le humidità agli dei, cioè ai corpi sopra celesti; i quali, sì come altre volte è stato detto, secondo l’openione d’alcuni si pascono dell’humidità dei vapori che sorgeno dalla terra. Ultimamente sovragiungendo l’autunno, nel qual tempo il Sole comincia declinare verso il solstitio hiemale, che è agl’Ethiopi, che sono verso il Polo Atrantico, tutte le verdure incominciano cessare et le fogli degl’alberi cadere; et così Hebe, mentre si scuopre quello che dalle frondi era stato nascosto, viene detta esser spogliata et mostrare le parti vergognose, et ancho esser rimossa dal servire alla tavola di Giove, dove vien sostituito Ganimede chiamato il segno d’Acquario, percioché a quel tempo il verno è pioggioso et con abondanza manda dalle stelle humidi vapori. Che poi ella sia data per moglie ad Hercole, credo ciò esser finto perché la giovanezza cioè la perpetua verdura è sempre congiunta con l’opre degl’huomini famosi, né sopporta che quelle non pur moiano, ma caggiano in vecchiaia.

MARTE figliuolo di Giunone, c’hebbe quindici figliuoli; il primo Cupido,
Eumano, Terreo, Ascalapho, Ialmeno, Partaone, Zesio, Flegia, Brittona,
Evane, Hermiona, Hiperio, Etolo, Remo et Romolo.

SONO di quelli che vogliano Marte essere stato figliuolo di Giove et Giunone; ma Ovidio nel libro de’ Fastis mostra ch’egli fosse solamente figlio di Giunone senza padre, dicendo che Giunone, turbatasi che Giove da sé stesso senza nessuno aiuto né opra di Giove havesse creato Minerva, cercava l’Oceano per consigliarsi seco a qual partito anch’ella senza aiuto di huomo potesse partorire un figliuo [p. 155v] figliuolo. Onde essendo lassa, postassi a passare sulla porta della dea Flora moglie di Zephiro, interrogata da Flora dove andasse glielo disse; alla quale Flora, pur che fosse tenuto nascosto da Giove, le promise un salutifero rimedio. Di che Giunone havendo per l’onde stigie giurato di non lo dire a nessuno, Flora le insegnò nei campi Olenei essere un fiore il quale, toccato, havea in sé virtù d’impregnare et far partorire senza huomo. Il che provato da Giunone, subito senz’altro s’impregnò, et partorì un figliuolo da lei chiamato Marte. Altri poi dicano che Giunone toccatosi il membro genitale partorì Marte. Tutti vogliono che costui fosse un ferocissimo et armigero Dio, et però il fanno capo et dio sopra le guerre et l’armi. Nella Thebaide Statio descrive il suo paese, cosi dicendo:

Sotto la region del Polo Artoo

Cilenio entrò, a cui comanda Marte.

Ivi sempre sta verno, e oscuri nembi

Dimostra il cielo, et Aquilone horrendo

Crudelmente vi soffia, et con furore

Ivi prima che altro empito mostra,

Grandine, e pioggia, ogn’hor scende dal cielo

A cui non val rimedio di capelli,

Né schermo contra le percosse acerbe

Di quelle palle. Qui Mercurio guarda

Con meraviglia le deserte selve,

Et gli sterili boschi, u teme, et trema.

Et quello che seguita. Così non senza gran misterio descritto il suo paese, descrive ancho la sua habitatione et famiglia, dicendo:

Cinta è la fiera casa d’ogn’intorno

Di gran lastre di ferro, et son di ferro

Le porte strepitose, i travi, e i tetti

Di ferro incatenati, ove s’offende

Di Phebo il gran splendor contrario a quello

V la luce ha timor di quella stanza,

Et il fiero splendor le Stelle attrista.

Primo da stanza tal l’Impeto sale,

Cui la Scelerità subito segue,

Et amendue son di color ardente,

I pallidi Timor vengono dietro,

Con le Insidie, che stan nei ferri occolti,

La Discordia, ch’in man tien doppio il ferro

Si vede, et quel albergo d’infinite

Minaccie suona; la Virtù sta in mezzo

Tristissima, et afflitta, e ’l Furor lieto.

Ivi dimora anchor la Morte armata

Con sanguinoso volto, et solo in terra

Si vede il sangue nelle guerre sparso

E il foco, ch’abbrugiato han le cittadi.

D’intorno al tempio suo stavano appese

Le spoglie delle terre, et molte genti

Ch’erano state prese et i fragmenti

De le porte da l’armi a terra poste.

V’erano anchor i pezzi de le navi,

Che combattuto havean nel mar irato,

I carri rotti, e i lor spezzati arnesi

I gemiti, i dolori, et ogni forza

Con tutte le ferite e i danni havuti.

L’armi stavano in schiera ivi attacate

Dei miseri abbattuti e a terra posti,

Il che non si potea senza cordoglio

Guardando rimirare; ivi sta Marte.

Oltre ciò dicono che Bellona fu di lui sorella, la quale attribuiscono per guida della

sua carretta, sì come il medesimo Statio descrivendo l’andare d’esso Marte dimostra:

Orna l’Ira e’l Furor le piume, et l’elmo.

Et il Timore suo scudier prepara

Ai cavalli le briglie, e innanzi a quelli

La vigilante Fama ogn’hor ripiena

Di varie cose, non men vere, o false

Precede sempre come sua ministra, [p. 156r]

Volando tuttavia le piume scuote

Con vario mormorar talhor Timore,

Et talhor grand’ardire a molti dando.

Guida della carretta è poi Bellona

Di lui sorella, che con l’hasta, et sproni

Discinta i crini i suoi cavalli punge.

Et quello che va dietro. Vogliono appresso che questo così crudele et sanguignoso Dio fosse inamorato, et tra l’altre amasse Venere moglie di Vulcano, et che con lei si congiungesse; del cui Homero nell’ottavo dell’Odissea recita favola tale. Dice egli che Marte amò grandissimamente Venere, con la quale congiungendosi avenne talhora che fu veduto dal Sole et accusato a Vulcano marito di lei, il quale segretamente d’intorno il suo letto pose alcune catene invisibili da lui fabricate; et fingendo andare in Lenno, Marte credendolo se n’andò a ritrovare Venere, dove essendo ignudi entrati in letto, amendue dagl’inganni di Vulcano restarono presi et insieme legati. Onde subito comparendo ivi Vulcano, si diede a gridare et a ramaricarsi della ricevuta ingiuria, per la qual cosa tutti gli dei vennero a vederli, et tra gli altri Mercurio, Nettuno et Apollo. Ma le dee per la vergogna non vi vennero. Di che tutti gli dei ridendosi nel vederli insieme aviticchiati et ignudi, solo Nettuno per loro intercesse, et tanto pregò Vulcano che humiliò quello, et fece che disciolse i legati. Oltre ciò, attribuiscono in guardia di questo fiero Dio il Lupo, et degli uccelli il Pico, et dell’herbe la gramigna. Appresso si narrano molte altre cose; le quali hora lasciando serbo al suo luogo, affine di esporre quello che in sé contengano le dette. Gli antichi non volsero che Giove fosse padre di Marte, accioché non paresse che il figliuolo tralignasse tanto dal padre. Spesse volte habbiamo detto che Giove è pianeta piacevole et benigno, dove Marte è crudele et fiero. Che Giunone poi andasse per ritrovare l’Oceano, et che s’appigliasse al consiglio di Flora, credo essere stato detto più tosto per colorare la ragione della origine che per altro; et perciò istimo il fiore Olenio, over nato nei campi Olenei, essere menstruo, il qual solamente è patito dalle donne. Onde elle con la bellezza del vocabolo cercano cuoprire il lezzo di quello, chiamandolo il suo fiore; il quale dice Ovidio essere detto nascere nei campi Olenei o perché olisse, cioè puzza, o perché scende da loco fetido. Di lui così scrive Isodoro: La donna è solo animal menstruoso; per lo toccare del qual sangue le biade non fruttano, i vini diventano aceti, l’herbe moiono, cadono i frutti dagli alberi, il ferro si rugginisce, i rami divengono neri, et se un cane ne gusta si fa rabbioso; et quello che segue. I cui effetti se drittamente sono considerati vedremo che Marte, così fiero et crudel animale, non poteva essere generato da altra materia più conforma a lui che da questa. Nel tempo di Marte, cioè di guerra, non fruttano non solamente le biade, ma neancho si semina; dove suona il bellico furore le vigne s’abbandonano, et così paiono divenir aceto; l’herbe calcate dalle correrie moiono; tutti i frutti dei terreni vanno a male, mentre durano le violentie et ruberie; il ferro assottigliato ad uso iniquo et scelerato consuma i metalli; si coloriscono i campi col sangue dei morti; i castelli, se sono desiderati da essere occupati per ingordigia di regnare, o per fiera battaglia o per lungo assedio sono rovinati, et così le mura dell’ampie cittadi; et le rocche et le fortezze vanno in polve et rovina. Adunque egli si conviene benissimo col [p. 156v] seme di tal frutto. Overo con altra ragione è detto figlio di Giunone, la quale spesso habbiamo chiamato terra et regina dei regni et delle ricchezze; conciosia che per l’ambitione ingorda degl’huomini d’intorno tali, litigi, contrasti et differenze et guerre nascano. Se vogliamo poi haver riguardo al percuoter che si dice ch’ella fece con la mano alle parti sue genitali, diremo che alhora ella è incitata et percossa quando l’appetito è eccitato alle cose superflue, dal quale spessissime volte nasce contrasto, per lo cui talhora si procede in guerra; et così Marte nasce. Che costui poi nato in questo modo habiti appresso i Bistoni et Thracesi, sì come narra Statio, chiaramente questo si conosce, percioché sotto il Polo Artoo, per esser regione freddissima, quelli che ivi nascono sono huomini sanguigni; né questo dalla discreta natura indarno è stato oprato, perché se fossero essangui non potrebbono resistere. Questi tali sono abondanti di sangue, grandi mangiatori et bevitori ismisurati; di consiglio tardi, di frodi abondanti, nelle rovine facili, pieni di gridi, furiosi, che non desiderano nessuna cosa eccetto per contrasto, et che ridono delle ferite. Il che tutto a Marte s’aspetta; là onde propriamente ivi è descritta la sua stanza reale circondata da schiere de’ nembi et grandini et strepitosi Aquiloni, affine che sentiamo gli empiti, i furori, la rabie, i rumori et i tumulti di quei che seguono la guerra. Oltre ciò, la casa si descrive di ferro accioché conosciamo le munitioni dei luoghi dove si guerreggia che sono di ferro, cioè pieni d’huomini armati di spade, lancie et dardi; i quali, perché per lo più sono adoprati in cattiva parte, attristano lo splendore del Sole, attento che la luce è creata per bene. Oltre ciò, lo splendor del Sole per rispetto dell’armi alle volte diviene livido, dalla qual lividezza l’aurea luce del Sole pare che alquanto s’offuschi et attristi; onde per questo possiamo creder le menti di quegl’huomini ne’ quali arde così crudo amor esser ferree, cioè inessorabili, inchinate ad ogni male et sempre con iniqui pensieri intente contra lo splendor della carità celeste. Poi tra i ministri di Marte il primo che comparisca è l’Impeto, col quale i miseri impatienti poscia che con parole hanno gittato i semi della guerra correno all’armi; dietro il quale segue la Sceleraggine, attento che mentre dal furioso impeto siamo cacciati ci viene levata ogni consideratione di ragione, la cui toltoci liggiermente s’incorre nell’homicidio, incendio, ruina de’ beni et delle facultadi; et sì come l’attizzato foco sale in maggior fiamma, così l’incominciata scelerità assottiglia et infiamma gl’animi dei male opranti, i quali però sono descritti così rubicondi et infiammati perché la faccia dell’huomo sdegnato pare di fuoco, o perché nascano d’infiammato sangue. Oltre ciò, in questa casa di Marte, la qual si debbe intender esser in ogni loco dove si faccia guerra, gli essangui Timori, i quali ha detto essangui percioché i timidi sono soliti impallidire, attento che tutto il sangue corso d’intorno il cor del timido lascia l’altre parti esteriori di quello prive; il qual timore, essendo dubbioso il successo della guerra, non solamente assale i da poco, ma talhora i valorosi guerrieri et capitani, per molte ragioni. Ivi ancho sono le Insidie che portano l’armi nascoste, affine di dinotare la fraude dell’insidiante; d’intorno a queste bisogna che i capitani habbiano molto avertimento, non facendo gl’insidiatori nessuna cosa in presenza, eccetto con sua commodità grandissima. Dice ancho che tra i ministri di Marte v’è la Discordia armata di due coltelli, accioché consideriamo che quando gl’huomini vengono a questo non hanno una istes [p. 157r] sa openione, ma diverse contrarie. Onde da questa diversità d’animi nasce che l’una et l’altra parte move la guerra. Sono ivi ancho innumerabili Minaccie, le quali sono l’armi dei gonfiati huomini; di maniera che non pur questi tali moveno gare, ma ancho questi tali che minacciano tanto fanno. Così medesimamente vi è la Virtù tristissima; il che da lui è detto percioché, benché l’huomo da guerra sia molto occhiuto, robusto, valoroso et d’intorno gli eminenti pericoli forte et constante, tuttavia perché queste tali virtudi sono inchinate a spargimento di sangue, a ruine di città et a rubbamenti paiono esser tristi, conciosia che sono oprate in tristezza d’altri. Insieme con gl’altri v’è il Furor lieto, et ciò perché spessissime volte interviene nelle guerre; il quale chiama lieto attento che tra i pieni di crapula et vino è solito nascer, percioché di rado veggiamo con lo stomaco digiuno esser i furiosi. Tra questi ancho v’è la Morte armata con sanguinoso volto, volendo per ciò dimostrar le spesse occisioni delle guerre et l’ampie effusioni di sangue; overo la chiama armata per dinotar la morte di quei che muoiono per le mani degl’armati. Resta dichiarar gl’ornamenti del tempio, i quali tutti sono per dimostrar la miseria dei viti et la gloria de’ triomphanti; onde perché questo da sé a bastanza è chiaro, il lasciaremo, et così ancho faremo di Bellona; della cui a sofficienza s’è parlato trattando di Minerva Armigera. Ci resta parlar alquanto del caminare et dell’andare di Marte, il cui principio pare che venga dal Furore et Ira che adornano le sue piume et elmo; il che, oprando questi, non può esser senza impeto, et questo di sopra è stato detto. Dice adunque che questi tali adornano le piume et l’armi di Marte affine che intendiamo che, essendo fatte l’armi per mover et finir le guerre, alhora paiono ornate et splendenti quando con impeto sono oprate, percioché in un pigro et benigno soldato sono dette piangere. Dice poi che il Timor prepara i cavalli a Marte, et esser suo valetto, percioché o per tema di non esser sovragiunti o per timor dei strepiti pigliamo i cavalli et l’armi. La Fama poi va innanzi i cavalli di Marte, cioè della guerra futura, quasi sempre narrando i fatti così veri come falsi, i quali dai timidi che gl’aspettano liggiermente sono uditi et accresciuti. Che Marte ancho amasse Venere, alcuni vogliono scoprir la historia dicendo che Venere sprezzò la deformità di Vulcano et a Marte guerriero si accostò; di che un huomo prudente et amico di Vulcano essendosi accorto, scuoprì a Vulcano il mancamento della moglie, il quale di ciò lungamente dolendosi et salito in furor, a pena s’astenne di non porre le mani contra la moglie, ma da quello istesso modesto et benigno huomo fu acquetato. Altri dicano poi che quelli c’hanno finto tal materia hanno voluto mostrar molti huomini bellicosissimi et famosi capitani già esser stati notati di tal atto venereo. Alcuni altri poi più adentro penetrando istimano in vece di Venere potersi intender il concupiscevole appetito congiunto con Vulcano Dio del foco, cioè al calor naturale, con matrimonio, cioè con indissolubil nodo. Di qui a guisa di foco, mentre cresce in maggior fiamma, viene detto amar Marte come più calido, et da lui sì come a sé più simile esser amata; onde nell’istesso desiderio con lasciva si congiungono. Il che dal Sole, cioè dall’huomo savio, viene ripreso, et partendo di vien accusato al giusto calore, cioè a Vulcano. Ma mentre il fervor della disordinata concupiscenza in contrario s’estende, aviene che più strettamente è legato da occolti legami, cioè da pensieri et dilettationi lascive, da’ quali effeminato non può sciorsi; di che fatti palesi [p. 157v] i suoi dishonesti congiungimenti, dai saggi viene beffato. Nettuno poi, che solo si tramette per li prigioneri, è l’effetto contrario al fervor lascivo, col quale, sì come il foco dall’acqua, così l’amor vergognoso è estinto; et mentre vuole, colui che patisce le catene dalla ragione viene disciolto. Gli è poi attribuito il carro, perché anticamente i combattenti usavano le carrette. Il lupo poi gli fu dedicato per esser animale rapace et ingordo, affine di mostrar la insatiable ingordigia di quelli che seguono gl’esserciti. Il pico poi gli è attribuito attento che per lo più gl’huomini da guerra sono intenti agli auguri et portenti, et perché d’ogni cosa che occorra subito pigliano augurio; overo, sì come il Pico col percuoter continuo del rostro penetra fino nelle quercie, così i combattenti con i continui assalti et abbattimenti di guerre penetrano le mura delle cittadi. La gramigna poi a lui sacrata (secondo Alberigo) è percioché, sì come Plinio dice, questa herba si genera di sangue humano, onde i Romani facendo guerra et volendo sacrificar a Marte li drizzavano un altare ornato di gramigna. Il che io istimo da farsi beffe, cioè che la gramigna nasca di sangue humano, ma tengo che ciò altrove habbia havuto origine; conciosia che essendo avezzi gl’huomini da guerra più volentieri accamparsi nei luoghi aperti et liberi, et per ciò per lo più in luoghi ove nasce la gramigna, la quale a studio non viene seminata né coltivata dagl’habitatori, attento che la gramigna trahe a sé ogni humor della terra, et a bastanza niente overo poco ne lascia. Da’ Romani et forse dagl’antichi fu ritrovato, per dimostrar la virtù del buon guerriero, coronar quelli d’herba gramigna, che per forza d’armi erano entrati primi nei ripari degl’inimici.

CUPIDO, primo figlio di Marte, che generò la Voluttà o vogliamo dir Piacere.

Cupido, secondo Tullio nelle Nature dei Dei, di Marte et Venere fu figliuolo; il quale i pazzi antichi et moderni vogliono che sia Iddio di gran potere. Il che a bastanza si vede per li versi di Seneca Tragico, che di lui nella Tragedia d’Hippolito dice:

Indi col suo potere

Può far, ch’i dei celesti

Abandonino il cielo,

Et sotto altre sembianze

Venghino a stare, et habitar in Terra.

Phebo, che fu del lume

Celeste gran rettore

D’Admeto di Thessaglia

Guidò lieto l’armento

Con la fistola invece de la Lira.

Ma quante volte poi

Quel, ch’i nuvoli, e’l cielo

Guida, e governa ogn’hora

Mirando al basso in Terra

Prese sembianza in più minori forme?

Talhor movendo l’ale

Candide come neve,

Et talhora cantando

Assai più dolcemente

Che non fa il bianco cigno quando ei more.

Talvolta ancho si vide

Con l’ampia fronte oscura

Farsi benigno toro,

Et sopra le sue spalle

A diporto portar vaghe donzelle

Indi cacciarsi in mare

Sul dorso havendo Europa

Et con piedi notare.

[p. 158r]

Et quello che va dietro. Ne’ quali versi si dimostra quanto grande sia la di lui potenza. Né meno si mostra in quella favola che di lui recita Ovidio, dove dice ch’egli ferì Apolo vincitore di Phitone dell’amore di Daphne con una saetta d’oro et Daphne con una di piombo, affine ch’egli amasse lei et ella odiasse lui. La sua forma in tal modo descrive Seneca Tragico in Ottavia:

Finge l’error mortal, ch’Amor sia uccello

Che è così fiero, et dispietato Dio,

Indi le mani di saette gli orna,

Con l’arco sacro, et con la cruda face,

Credendo, che di lui Vulcan sia padre,

Et che Venere l’habbia partorito.

Ma Servio il fa d’età fanciullo. Indi Francesco Barberino, huomo da non esser lasciato a dietro, in alcuni suoi poema volgari il descrive con gl’occhi velati con una benda, con i piedi di Gripho et circondato con una fascia piena di cuori. Apuleio poi nell’Asino d’Oro descrive quello bellissimo, che dorme, con la chioma della testa d’oro, con le tempie lattee, con le gote purpuree, con gl’occhi cerulei, con i capelli tutti intricati in un globo et crespi che qua et là pendevano et ventillavano, per lo cui soverchio splendor esso lume della lucerna di Pasiphe vacillava; per gl’homeri d’esso Iddio volatile le piume biancheggiavano di una luce divina, onde benché l’ale fossero queste et abassate, le piume tenerine et delicate che tremolando spuntavano inquietamente mostravano una estrema lascivia. Il resto del corpo era candido, molle et delicato, di tal sorte che Venere non si poteva pentir haverlo partorito. Oltre ciò, Ausonio con assai lunghi versi di costui recita una favola, dicendo che Cupido per caso volò tra i mirti dell’Herebo, il quale conosciuto dalle Heroide donne, che per sua cagione haveano patito supplici crudeli, dishonesti desideri et morti, fatta di loro una squadra subito contra lui si mossero; et indarno adoprando egli le sue forze fu preso et posto in croce sopra un alto mirto. Indi così pendendo, elle gli stavano d’intorno rimproverandogli le sue ignominie, tra le quali (dice) che vi venne Venere per rimorderlo delle catene di Vulcano et minacciarli crudeli penne; là onde per ciò commosse le Heroidi et rimettendo le loro ingiurie, pregarono Venere che li perdonasse, et così il levarono di croce; et egli se ne volò al cielo. Oltre ciò riferiscono molte altre cose; le quali lasciate da parte, dichiareremo il senso di queste. Assai istimo essere stata cosa possibile che Cupido fosse figliuolo di Marte et di Venere, et notabile per bellezza et lascivi costumi. Ma di costui punto non intesero quelli che finsero; et però quale fosse quello che hanno voluto questi tali che sia nato, tra l’openione de’ maggiori è da ricercare. È adunque costui, il quale diciamo Cupido, una certa passione di mente apportata dalle cose esteriori et introdotta per li sensi corporei, et approvatrice dell’intrinsiche virtudi; prestando a ciò l’attitudine i sopra celesti corpi. Percioché gli Astrologhi vogliono, come affermava il mio honoratissimo Andalone, che quando aviene nella natività di alcuno che Marte sia in casa di Venere, cioè in Tauro, overo ritrovarsi in Libra, et esser significatore della natività, che colui che allhora nasce habbia ad esser lussurioso, fornicatore, essecutore di tutti gli atti venerei, et huomo scelerato di intorno tali attioni; et però da un certo Philosopho chiamato Alii nel Comento quadripartito è stato detto che ogni volta che nella natività d’alcuno Venere insieme con [p. 158v] Marte partecipa, eglino hanno potere, et concedeno a quel tale che nasce la dispositione atta alle lussurie et fornicationi. La quale attitudine opra che, tantosto che costui vede alcuna donna la quale piaccia a’ suoi sensi esteriori, subito alle virtù sensitive interiori viene riportato quello c’ha piacciuto; et questo prima perviene alla fantasia, et da questa è transportato alla consideratione. Da questi poi sensitivi viene condotto a quella spetie di virtù la quale tra le apprensive virtudi è la più nobile, cioè all’intelleto possibile, il quale è il ricetto delle spetie, sì come nel libro dell’Anima mostra Aristotele. Ivi adunque conosciuta et intesa, se aviene per volontà del patiente, dove è la libertà di cacciare et ritenere, che sì come approvata sia ritenuta nella alhora fermata memoria, questa passione della cosa lodata, la quale già si dice Amore overo cupido, si ferma nell’appetito sensitivo, et ivi per diverse cagioni alle volte tanto grande et potente diviene che constringe Giove lasciar il cielo et pigliar forma di toro. Alle volte poi essendo se non fermata et approvata, di maniera passa et annula che da Venere et Marte non si genera passione alcuna. Ma secondo che di sopra è stato detto, gl’huomini atti a ricever la passione secondo la corporal dispositione sono generati, il che non essendo non si produrebbe la passione; et così largamente pigliando, da Marte et Venere, sì come da cagione un poco alquanto più remotta, Cupido si genera. Ma Seneca Tragico nella Ottavia con alquanto più ampia licenza benché con poche parole descrive la origine di costui, dicendo:

De la mente l’Amor è una gran forza,

Et è un calor de l’animo benigno.

Di lussuria si genera costui,

Che da la gioventù deriva; e poi

Da l’otio dolcemente vien nodrito,

Tra i lieti, et ampi beni di fortuna.

Ma per iscusa della sua fragilità, i miseri mortali aggravati da questa passione finsero tal peste potentissimo Dio, i quali Seneca Tragico in Hippolito biasma dicendo:

A l’atto dishonesto fautrice

La libidine finse Amor Iddio.

Et accioché più libera ella fosse;

Questo titolo aggiunge al gran furore

Di così falso, et scelerato nume.

Ma hora è da passar più oltre, et narrate le fittioni vedere quello che sotto le loro corteccie si nasconda. Fingono costui garzone accioché disegnino l’età di chi riceve questa passione, et i costumi; per lo più gl’inamorati sono giovani, et a guisa de’ fanciulli divengogono lascivi; né essendo eglino a bastanza signori di sé stessi, si lasciano più tosto guidar dove l’empito della passione gli caccia che la ragion gli comanda. Oltre ciò è depinto alato per dimostrar la instabilità del passionato, percioché facilmente credendo et disiando volano di passione in passione. Viene finto portar l’arco et le saette per dimostrar la subita prigionia degli sciocchi, attento che in uno solo volger d’occhi sono quasi presi. Dicono che queste sono d’oro et di piombo, accioché per quelle d’oro vegniamo a pigliar il diletto, che sì come l’oro è lucente et pretioso; così anch’egli è. Per quelle di piombo vogliono che s’intenda l’odio, il quale sì come è grave, vile et da poco metallo, così dinota l’odio et il mal voler degl’animi contrari. Si li aggiunge la face che dimostra gl’incendi degl’animi, che con fiamma continua dà noia ai prigioneri. Gli cuoprono gl’occhi con una benda, accioché consideriamo gli amanti non sapere dove si vadano, non haver in loro nessuno inditio, nessu[p. 159r]ne distintione di cose, ma dalla sola passione esser guidati. I piedi di gripho gli sono aggiunti per dinotare che la passione è tenacissima, né facilmente, essendo improntata da lascivo ocio, si scioglie. Che poi fosse crucifisso, se bene riguardiamo questo è un ammaestramento da noi seguito ogni volta che, ritornato l’animo nelle primiere forze, con lodevole essercitio vinciamo la nostra delicatezza, et con occhi aperti riguardiamo a qual partito dalla dapochaggine eravamo condotti.

Voluttà Figliuola di Cupido.

VOLUTTÀ (secondo Apuleio) fu figliuola di Cupido et Psiche, della cui generatione a pieno s’è parlato dove di Psiche s’è scritto. Del cui figmento liggiermente s’aprirà la ragione. Percioché, occorendo che noi desideriamo alcuna cosa, et la vegniamo ad havere, senza dubbio in quella si dilettiamo; et questa dilettatione dagli antichi fu chiamata Voluttà.

Enomao Secondo Figliuolo di Marte, che generò Hippodamia.

ENOMAO (secondo Servio et Lattantio) fu Re d’Elide et di Pisa, et di Marte figliuolo. Ma io tengo che fosse un huomo bellicoso, et però finto di Marte figlio. Si trova ch’egli hebbe guerra contra Pelope et che da Pelope fu vinto; et havendo seco fatto pace, gli diede per moglie Hippodamia sua figlia.

Hippodamia, Figliuola d’Enomao et moglie di Pelope.

DICE Servio che Hippodamia fu figlia d’Enomao, et essendo bellissima donzella gli fu dimandata per sposa da molti; onde egli, c’havea alcuni velocissimi cavalli ch’erano stati creati dal fiato de’ Venti, fece tal conventione con i dimandatori, che dovessero seco giuocare a correre con le carrette, et questo tal giuoco si diceva il certame currule; et se vincevano voleva darli la figliuola, et se perdevano che lasciassero il capo. Di che essendone morti molti, avenne che Pelope figliuolo di Tantalo, giovane bellissimo, la dimandò per moglie, deliberato al tutto di far prova di sé. Là onde Hippodamia havendo veduto Pelope s’accese di lui, et corruppe Mirtilo che guidava la carretta d’Enomao suo padre, dandoli per premio le primitie della sua verginità. Altri poi dicano che da Pelope fu corrotto con questa medesima promissione. Onde Mirtilo fece l’asse della carretta di cera; et così essendo entrati in corso rompendosi l’asse di Enomao Pelope restò vincitore, et hebbe Hippodamia per moglie. Dice Barlaam haver letto negli annali de’ Greci che Pelope per esserli stato da Enomao negata [p. 159v] Hippodamia contra lui mosse guerra, et per tradimento di Mirtilo suo capitano restò; il qual Mirtilo dimandando il prezzo del tradimento da Pelope, da lui gittato in mare fu morto. Costei partorì a Pelope suo marito Thieste, et Atreo, Phistene, et altri figliuoli.

Thereo, Terzo figliuolo di Marte, che generò Ithi.

THEREO fu Re di Thracia, et secondo Theodontio figliuolo di Marte, partorito dalla Nimpha Bisconide per forza di lui oppressa; il che in parte Ovidio scrive nella favola di Progne et Philomena. Di costui si recita historia tale, il cui fine è favoloso. Che Tereo havendo con guerra molto travagliato Pandione Re d’Athene, alla fine fecero insieme pace; et accioché ella fosse più stabile, Tereo tolse per moglie la maggior figliuola di Pandione. La quale havendo di lui partorito già un figliuolo chiamato Itis, s’accese di grandissimo disio di rivedere sua sorella Philomena, onde pregò il marito o che la lasciasse andare ad Athene o che per Philomena mandasse. Di che Tereo per compiacerle andò ad Athene, et impetrò da Pandione che lasciasse venir seco dalla sorella Philomena. Così posti in viaggio, et veggendo Tereo Philomena essere bellissima donzella, di lei fieramente s’accese, et in una casa pastorale per forza volse godere de’ suoi abbracciamenti; né contento di ciò, perché quella minacciava voler dirlo alla sorella, egli le tagliò la lingua, et in quella casa sotto buona guardia lasciolla; et giungendo tutto travagliato dalla moglie, diede ad intendere a quella che Philomena per la fortuna di mare era morta. Ma Philomena non potendo più sopportare lo star rinchiusa, in una tela designò tutto il suo fiero caso, et quella per una serva mandò alla sorella; la quale subito comprendendo il tutto, et sotto habito di allegrezza nascondendo l’affanno, finse voler andare a celebrare i sacrifici di Baccho, i quali in quel tempo di notte si celebravano dalle donne. Così ornata di pelli et di pampani di vite se n’andò dove era la sorella, et vestendola in quel medesimo modo la condusse seco alla città nel suo palagio; onde piena di sdegno et furore, non sapendo a qual miglior partito di ciò più vendicarsi contra il marito, rivolse l’ira contra il picciolo figliuolino Ithi, che le stava d’intorno facendo vezzi et carezze; percioché prendendo quello con un coltello gli segò la gola, et cotto in più sorte di manicareti il pose alla mensa del padre innanzi a lui. Il quale non sapendo il fatto, più volte addimandò quello che fosse del figliuolo, et Progne sempre gli rispose "egli è qui"; ma Tereo non intese mai il motto fino attanto che non si levò da mensa, percioché Philomena uscendo fuori d’una camera gli appresentò il capo del figliuolo da loro serbato; onde egli subito gittate le tavole per terra col ferro ignudo si pose a seguitarle. Di che per compassione degli dei avenne che Progne fu conversa in una rondinella, et rimase sopra il proprio tetto della sua casa; et Philomena si cangiò in uno uccello dell’istesso nome, et se ne volò in quelle selve che da lei la notte erano state lasciate. Thereo fu poi trasmutato in Upupa, et così tutto il pa[p. 160r]lazzo fu tramutato. Il senso di queste fittioni secondo Barlaam è tale. Thereo fu huomo empio et feroce, il quale non possedeva né toglieva alcuna cosa eccetto per guerra et per forza; et per ciò meritò essere chiamato figliuolo di Marte, come che di lui fosse padre d’Astogiro, prencipe dei Biscomodi. Il quale per la sua commessa scelerità contra la cognata non hebbe mai ardire mostrarsi alla moglie, et ella per vergogna dell’usata crudeltà coperta di nera veste si diede a piangere la sua disgratia la sventura della sorella; et così alla favola si trovò inventione che l’una in rondinella et l’altra in Lusignuolo fosse cangiata. Thereo poi fu detto mutato in Upupa perché l’Upupa è uccello c’ha la cresta, et il suo canto è l’urlare, et di sterco si pasce; et però per la cresta si figura la corona reale, per gli urli i lamenti del perduto figliuolo, et per lo fetido cibo la noiosa et fiera memoria del mangiato figliuolo.

ITHI figliuolo di Thereo.

ITHI fu figliuolo di Progne et Thereo, la cui età et disgratia a bastanza di sopra s’è scritta. Dicono ch’egli fu cangiato in un uccellino chiamato gardelino, et questo tengo io più tosto essere stato compreso dalla sua fanciullezza che da altro, percioché il Gardelino è un uccellino vago et di vari colori, onde veggiamo i nobili fanciulli andar vestiti con habiti diversamente trappunti et lavorati.

Ascalapho quarto et Ialmeno quinto figliuoli di Marte.

ASCALAPHO et Ialmeno fratelli furono figliuoli di Marte et d’Astochia, sì come nella Iliade piace ad Homero, il quale d’essi in tal modo scrive:

Ascalapho, e Ialmen figli di Marte

Da Astochia partoriti eran signori.

Et quello che segue. Dice Homero nei medesimi versi che questi tali erano signori d’Aspilidone, d’Orcomeno et di Minione cittadi, et che vennero insieme con i Greci con trenta navi alla ruina di Troia. Ma io, sì come è stato detto degli altri, credo che questi due fratelli fossero huomini bellicosissimi, et però chiamati figliuoli di Marte.

Partaone Sesto figliuolo di Marte, che generò Agrio, Mela, Thestio et Oneo.

[p. 160v] PARTENOPE, secondo Theodontio, fu figlio di Marte et di Meroe, et suo padre con altro nome fu detto Meleagro, Re di Calidonia. Ma Paolo dice che costui fu figliuolo di Marte et Sterope, figliuola d’Atlante. Tuttavia Lattantio vuole ch’egli fosse figliuolo non di Marte, ma di Meleagro figliuolo di Marte. Finalmente Theodontio afferma esser vero egli esser stato figliuolo di Meleagro et Merope vergine d’Etholia, ma perché Meleagro fu il primo che con armi acquistasse et possedesse Calidonia, essendo stato figliuolo di Giove d’Arcadia, dai rozzi habitatori fu tenuto et nomato Marte, et per consequenza Partaone fu istimato figliuolo di Marte. Homero nella Iliade introduce Diomede che parla della geneologia di costui, il quale dimostra che Partaone hebbe tre figliuoli, Agrio, Mela et Oeneo; ma Theodontio v’aggiunge Thestio, da Homero non ricordato.

AGRIO ET MELA, Figliuola di Partaone.

AGRIO et Mela, sì come per testimonio d’Homero di sopra è stato mostrato, furono figliuoli di Partaone, de’ quali appresso noi non è altra memoria eccetto che il nome solo.

TESTIO figliuolo di Partaone, che generò Thossio, Plesippo et Altea.

THESTIO (secondo Theodontio) fu figliuolo di Partaone et Calidonia Nimpha; ma Paolo dice d’Altea, et una figliuola di lei medesimamente essere stata chiamata Altea percioché nel parto di lei morì la madre. Né di lui si ha altro, eccetto che generò (oltre Altea) Thossio et Plesippo.

THOSIO ET PLESIPPO, figliuoli di Testio.

Sì come è stato detto, Thoseo et Plesippo furono figliuoli di Testio; i quali essendo giovani valorosi et forti per l’etade, et d’animo generosi, con gli altri nobili giovani della Grecia vennero alla caccia del porco Calidonio, che secondo Ovidio rovinava il tutto. Dove dopo lunga fatica morta la bestia, veggendo eglino che Meleagro figliuolo del Re Oeneo, loro nepote et capo della cacciaggione, donò il capo del cigniale alla donzella Atalanta, percioché era stata la prima che con una saetta lo havea ferito, in segno dell’honore et pregio vittorioso, sopportarono con tanto sdegno ch’una donna tra tanti nobilissimi giovani ne riportasse il vanto che a forza le le[p. 161r]varono il dono. Là onde Meleagro sdegnato et facendo empito contra loro, gli ritolse il capo et gli amazzò, di novo ritornando alla donzella l’honore levatole.

ALTEA, figliuola di Testio et madre di Meleagro.

ALTEA fu figliuola di Testio, a cui fu posto nome tale perché nascendo ella nel parto morì la madre Altea, sì come è stato detto di sopra. Costei fu maritata in Oeneo Re di Calidonia, al quale tra gli altri figliuoli partorì Meleagro, che subito nato fu tolto sotto destino dai fati, attento che vide et udì le Parche che d’intorno il fuoco dicevano la vita del fanciullo haver da durar tanto quanto un di quei tizzoni che alhora nel foco ardeva durasse a consumarsi. Là onde Altea, subito levandosi di letto, levò dal foco quel tizzone, et amorzandolo il pose a serbare sotto buona guardia. Ma sacrificando Meleagro agli dei per la conseguita vittoria del cigniale calidonio, intendendo ella ch’egli per amore d’Atalanta havea morto i suoi fratelli, da furia assalita si lasciò guidare alla vendetta, et togliendo il fatal tizzone da lui fino alhora cautamente guardato il gittò nel fuoco; di che il figliuolo Meleagro a poco a poco sì come quel legno consumandosi, fornito quello d’ardere se ne morì. Il che la infelice intendendo, et tardi pentita del suo errore, con un coltello si passò il petto, et infelicemente finì i giorni suoi. Tengo io che questo tizzone sia l’humido radicale fatto per legge della natura, che durando quello la vita de’ nascenti perseveri; il quale dalla madre, cioè dalla natura delle cose, imposto sopra il foco, cioè al secco, è necessario che il figliuolo muoia.

OENEO figliuolo di Partaone, che generò Deianira, Gorge, Meleagro, Thideo et Menalippo.

OENEO Re di Calidonia, come di sopra è stato detto, fu figliuolo di Partaone, et molto più da noi conosciuto per l’opra de’ figliuoli che per sua propria. Di costui Altea fu moglie et hebbe molti figliuoli; ma che fossero tutti di Altea io no’l so, non mi ricordando haver letto d’altri che di Meleagro.

DEIANIRA, figliuola d’Oeneo et moglie d’Hercole.

DEIANIRA fu figliuola del Re Oeneo, sì come nella morte di Meleagro mostra Ovidio. Costei fu bellissima donzella, di sorte che molti la dimandarono per moglie. Finalmente essendo stata promessa prima ad Acheloo Fiume, et poi data in matrimonio ad Hercole [p. 161v] che la dimandò, tra loro perciò nacque grandissima garra; onde vinto Acheloo restò ad Hercole. Oltre ciò, costei fu non poco amata da Nesso Centauro et nel passar d’un fiume rapita, sì come si vedrà più a pieno dove si tratta di Nesso; il quale veggendo ferito a morte con una saetta da Hercole ch’il seguiva, per premio dell’amore che portava a Deianira le diede in dono la sua camicia macchiata del venenoso sangue, affermandole che quella tale spoglia havea in sé virtù di levare ad Hercole ogni altra affettione ch’ad altra donna portasse, se una volta se la mettesse indosso. Il che la donna credendo, volentieri la pigliò et molto l’hebbe cara, et serbolla fino attanto che Hercole s’inamorò d’Iole; a cui pensando levare tale amore, mandò quella veste che se ne ornasse. Onde Hercole vestitosene, et risolvendosi col suo sudore quel sangue secco, venne in tanta rabie et furore per la potenza del fiero veneno, che fatto un grandissimo fuoco vi si abbrugiò dentro et se ne morì; et così per lo dono di Deianira sua moglie finì i giorni suoi. Theodontio dice che la guerra ch’egli hebbe con Acheloo fu tale, che desiderando Hercole Deianira, et Acheloo fiume con due gorghi alle volte irrigando quasi tutta Calidonia, et trahendo seco tutte le biade seminate, da Oeneo ad Hercole quella fu promessa con patto tale, che dovesse prima ridurre in un alveo solo il fiume Acheloo, che non potesse più dar noia ai terreni. Il che non senza grandissima fatica da Hercole fatto, attenne Deianira per sposa.

GORGE figliuola d’Oeneo.

PER testimonio d’Ovidio è stato mostrato Gorge essere stata figliuola di Oeneo. Theodontio dice poi che Gorge fu huomo et non donna, et che morì nella guerra di Thebe.

MELEAGRO figliuolo d’Oeneo, che generò Partenopeo.

MELEAGRO fu figliuolo di Oeneo Re di Calidonia et d’Altea, nella cui natività dice Ovidio che le tre Parche furono vedute innanzi il foco torcere lo Stame vitale, et gittando un tizzone nel foco tra loro dire:

O figliuol hora nato, la tua vita

Durerà tanto quanto quel tizzone.

La qual cosa sentendo Altea, partendosi quelle subito si levò di letto, et pigliando quel tizzone l’ammorzò et il ripose con grandissima diligenza. Questo Meleagro fu illustre giovane, et al suo tempo per fama chiarissimo; onde secondo il medesimo Ovidio avenne che il padre Oeneo, havendo fatto buonissimo raccolto di biade, fece sacrificio a tutti gli dei, lasciando solamente o per sdegno o per oblio adietro Diana; la quale contra lui sdegnata mandò un ferocissimo cigniale che rovinava tutto il paese di Calidonia. Di che per amazzarlo, Meleagro mandò ad invitare a questa caccia tutti i famosi et valorosi giovani d’ivi intorno, là onde occorse che tra gli altri vi venne Atalanta donzella [p. 162r] figliuola d’Oeneo, overo (secondo altri) del Re Iasio, di presenza et d’età bellissima; la quale per essere nelle caccie molto valorosa, essendovi invitata comparse. Per la qual cosa subito di lei essendosi inamorato Meleagro, avenne che faccendosi la cacciagione et essendo tutti con empito d’intorno al cigniale, ella fu la prima che tra tutti con un dardo l’impiagò; del quale, poscia che fu preso et morto, Meleagro capo della caccia o condotto dall’amore o perché pure l’usanza era tale, mandò a donare ad Atalanta la testa della fiera; ma Lattantio v’aggiunge ancho la pelle, il quale era il principale honore appresso i cacciatori. Il che sopportando con isdegno Plesippo et Thoseo, overo come dice Lattantio Agenore, fratelli d’Altea, con violenza tolsero il detto capo ad Atalanta, overo che si sforzarono d’haverlo; là onde Meleagro sdegnato si mosse con furia contra loro et amazzolli. Poscia celebrando i Calidoni una grandissima festa per la morte del cigniale, et offerendo doni ai tempi, Altea tra loro lieta se n’andava, sì per la morte della fiera come per la gloria del figliuolo; ma intesa la morte dei fratelli subito fu da dolore assalita, et lasciandosi più tosto dal furore trapportare a vendicarli che a piangerli, tolto il fatato tizzone il gittò nel fuoco; il quale consumandosi a poco a poco, così ancho Meleagro pian piano mancando se ne morì. Homero nella Iliade, in quella oratione nella quale Phenice s’ingegna persuadere ad Achille che pigli l’armi contra Troiani, fa un gran parlamento sopra Meleagro figliuolo d’Oeneo, et dice che essendo molto oltraggiato dalla madre Altea per l’homicidio de’ suoi zii, egli per ciò sdegnato, venendo i nemici fino nel forte della città di Calidonia, non volse prender l’armi, ma si stava in piacere in camera con Cleopatra figliuola di Marcipe Tolemeo; la quale ancho chiama Alciona, percioché spesse volte piangeva la morte d’Alcione sua zia. Il che, se fosse stato morto, non potrebbe haver fatto. Nondimeno tra questi che vogliono egli esser morto per la morte dei zii, sono di quelli che credono non dal tizzone essere stato consumato, ma essere uscito di vita per tradimento della madre. Barlaam dice che egli fu morto dalla madre dormendo con una fuste. Ma Paolo tiene che a caso egli morisse dopo la gloria del morto cigniale, et che poi s’habbia indi trovato la inventione alla favola del fatal tizzone; il quale dice istimar essere l’humido radicale, il quale mancando manca la vita. Nondimeno, morisse da qual morte et quando si voglia, tutti istimano ch’egli usasse con Atalanta, et che di lei havesse un figliuolo chiamato Partenopeo. Meleagro et questa caccia tanto famosa, secondo Eusebio nel libro dei Tempi fu al tempo che signoreggiava in Micene Atreo et Thieste, negli anni del mondo quattromila et cento.

PARTENOPEO figliuolo di Meleagro.

FU Partenopeo figliuolo di Meleagro et di Atalanta, la quale secondo Theodontio fu figlia di Iasio Re d’Arcadia. La quale essendo donzella di fermo proposito di non voler marito, si diede nelle caccie a servire a [p. 162v] Diana. Finalmente, vinta dal valore di Meleagro seco si congiunse et gli partorì Partenopeo, che con tal nome fu chiamato dalla pensata verginità della madre, percioché lungamente nascose il parto; attento [che] Parthenias in greco latinamente suona verginità overo vergine. Della bellezza di costui et del successo della madre, a pieno et elegantemente ne scrive Statio. Questi, essendo maggior d’animo che di forze, giovanetto et anchora senza barba, infiammato dal disio della guerra, intendendo i capitani greci essere per andar contra Thebe, senza alcuna saputa della madre venne all’assedio di Thebe; dove in battaglia ferito se ne morì. Ma di costui altrimenti ne sente Servio. Vuole egli che fosse figliuolo di Menalippa et Marte, overo Melamone; il quale essendo Re d’Arcadia et fanciullo venne (sì come è stato detto) a Thebe.

THIDEO figliuolo D’OEneo, che generò Diomede.

SECONDO Statio Thideo fu figliuolo del Re Oeneo, il che confermano ancho gli altri; ma della madre discordano alcuni, percioché Lattantio dice che fu figlio d’Altea, et Servio d’Euriboa. Oltre ciò, di costui si recita una bella historia. Dice prima Lattantio ch’egli si partì di Calidonia perché a caso non sapendo nella caccia amazzò Menalippo suo fratello; et di qui segue Statio, dicendo ch’egli tutta la notte travagliato da pioggie et venti arrivò nella città d’Argo, dove non conoscendo nessuno et cercando loco ove quella notte potesse al coperto alloggiare, pervenne sotto i portici del palagio reale. Dove medesimamente poco inanzi Polinice Thebano, per la conventione fatta col fratello Etheocle di regger l’imperio a vicenda un anno per uno, tutto bagnato era giunto et v’havea posto il suo cavallo; di che non essendo il luogo capace per due, et non volendo Polinice che Thideo vi si fermasse, vennero insieme a quistione. Il cui rumore sentendo Adrasto scese a basso, et facendoli fare insieme pace gli raccolse nel palazzo. Onde veggendo poi che Polinice havea lo scudo coperto di pelle di Leone et Thideo di cigniale, subito si chiarì del dubbioso oracolo c’havea havuto per le nozze delle figliuole, percioché gli era stato detto che dovea maritar quelle una in un Leone et l’altra in un cigniale. Là onde considerando che i generi quasi gli erano stati mandati, a Thideo diede Deiphile et a Polinice Argia. Di che amendue questi giovani, di inimici ch’erano pria, non pure si pacificarono, ma si congiunsero di parentado et vera fratellanza; talmente che, venuto il tempo nel quale secondo i patti Polinice dovea pigliar il governo del reame dal fratello, non sopportò ch’alcun altro andasse legato ad Etheocle per dimandare il governo per Polinice. Ma negando Etheocle di volere osservare i patti, sì come scrive Homero et dopo lui minutamente Statio, ritornando adietro Thideo egli fece armare cinquanta huomini, et ordinando che facessero un’imboscata contra Thideo comandò che l’amazzassero. Ma Thideo punto non smarrito si difese valorosamente, et dopo lungo combattere, in molte parti del corpo ferito (eccetto uno) gli amazzò tutti. Finalmente insieme con Adrasto et Polinice fatto un essercito, havendo già di Deiphile [p. 163r] havuto un figliuolo chiamato Diomede, venne all’assedio di Thebe; dove combattendo per racquistare il suo reame avenne tra gli altri un giorno che egli fu ferito con una saetta a morte da un certo Menalippo. Il che non potendo sopportare in pace, et sentendosi per la mortalità della ferita giungere alla morte, divenuto come rabbioso pregò i suoi compagni che li portassero il capo di colui che l’havea ferito; i quali andando a combattere con molto spargimento di sangue, fecero tanto che amazzarono Menalippo et gli portarono il capo; il quale non altrimente che un cane, sentendosi già morire, con i denti incominciò roderlo, et rodendolo se ne morì. Oltre ciò (secondo Lattantio) furono di quelli che dissero costui essere stato da Marte generato, il quale pigliò la effigie d’Oeneo; non volendo eglino per ciò intendere altro eccetto ch’egli nella sua natività hebbe per ascendente Marte, et però essendo a lui simile di lui il dissero figliuolo.

DIOMEDE figliuolo di Thideo.

DIOMEDE, come a bastanza s’è detto, fu figliuolo di Thideo et Deiphile. Costui, capo degli Etholi, insieme con gli altri Greci venne all’assedio di Troia, dove di maniera si diportò valorosamente che, eccetto Achille et Aiace, fu tenuto il più forte di tutti gli altri. Percioché oltre i Re da lui amazzati, le battaglie da corpo a corpo havute contra Hettore et Enea et altri famosissimi prencipi di Troiani, et oltre i presi cavalli di Rheso, et il Palladio a’ Troiani levato, in quella guerra ferì Marte, sì come nella Iliade testimonia Homero; et così ancho Venere che difendeva Enea, sì come prima Homero et poi Vergilio dicono. Finalmente ritornando verso la patria vittorioso, dice Leontio che dalla moglie Egiale, la quale per conforti di Nauplo padre di Palamede s’era accostata ad altro huomo, non fu ricevuto. Ma Servio dice ch’egli essendosi accorto Egiale essersi congiunta con Cillabaro figliuolo di Steleno, per ciò vergognatosi non volse ritornare nella casa. Oltre ciò, Leontio vuole questo esserli stato pregato da Dione, quando li ferì la figliuola. Nondimeno andato in essiglio si condusse nelle parti di Puglia, et occupato il monte Gargano (come vogliono alcuni) a’ piedi di quello edificò la città di Siponto, altri dicono Arpo; dove havendo molto patito (secondo Vergilio) perdette i compagni mutati in uccelli, et perciò che per oracolo (secondo Servio) portò seco l’ossa d’Anchise ciò gli avenne; onde per questo le ritornò. Aristotele poi dove scrive delle Cose Maravigliose da Udire dice che Diomede a tradimento fu amazzato da Enea, et occupato i luoghi ch’egli signoreggiava. Nondimeno (morto che fu) afferma Agostino ch’egli dagl’habitatori fu deificato, et gli fu edificato un tempio in quell’isola dal nome suo chiamato Diomedia, et dopo la morte di quello i compagni suoi adolorati furono convertiti in uccelli che volano d’intorno quel tempio et l’honorano. Il che afferma ancho Servio, dicendo questi uccelli da’ Latini esser dette Diomedie et da’ Greci [p. 163v] Erodii, affermando ancho che venendo Greci in Italia quelli gli fanno vezzi et carezze et allegre gli vanno contra, naturalmente fuggendo Italiani; percioché si ricordano della sua origine, et che da Italiani gli fu amazzato il loro capo. Theodontio poi dice che questi tali uccelli amano i Greci et sono contrarie a tutte l’altre nationi, et che ogni anno portando dell’acqua nei rostri adacquano il tempio di Diomede. Ma hora è da vedere quello che si nasconda sotto le fittioni. Istimo essere stato detto che Diomede ferisse Marte perché combattendo forse con Hettore, che per la famosa virtù sua nella militia meritamente si poteva chiamar Marte, ferí quello. Così ancho Venere, perché ferì Enea figliuolo di Venere. Dice Theodontio che si narra i compagni essere stati cangiati in uccelli percioché divennero corsari, che tanto velocemente per lo mare con l’aiuto de’ remi corseggiavano che parevano volare; et (eccetto a’ Greci) a tutte l’altre nationi furono contrari.

MENALIPPO figliuolo d’Oeneo.

MENALIPPO (come piace a Lattantio) fu figliuolo del Re Oeneo. Questi insieme col fratello Thideo in una selva cacciando, dall’ istesso non volentieri fu morto.

ZESIO, settimo figliuolo di Marte.

Secondo Theodontio, Zesio fu figliuolo di Marte et di Hebe, dea della giovanezza; del quale io non mi ricordo haver letto altro.

PHLEGIA, ottavo figliuolo di Marte, che generò Coronide et Isione.

PHLEGIA (secondo Lattantio) fu figliuolo di Marte, et huomo scelerato et superbo contra gli dei. Di costui, come vuol Servio, fu figliuolo Isione et Coronide Nimpha; la quale intendendo esserle stata vergognata da Apollo, subito mosso dall’ira arse il suo tempio in Delpho. Di che Apollo sdegnato con le saette lo amazzò, et confinò la di lui anima nell’Inferno sotto pena tale, cioè ch’ei dimori sotto un gran sasso che minaccia rovina, onde sempre sospette che caggia. Del quale così dice Virg.:

Et l’infelice Phlegia a ogn’un ricorda

Et con gran voce grida, et dice a tutti;

Imparate in veder la mia fortuna;

A far il giusto, et non far onta a Dio.

Dice Eusebio nel libro dei Tempi che Phlegia arse il tempio d’Apollo regnando Dauno [p. 164r] in Argo, et negli anni del mondo tremilasettecentocinquantadue. Hora veggiamo quello che gl’antichi habbiano voluto significare sopra la pena attribuita a Phlegia. Phlegia è derivato da Phlegon, che fignifica fiamma; et però dirittamente è detto figliuolo di Marte essendo calido et secco, onde ricerca ardori et incendi. Che poi nell’Inferno, et sia condannato con quel supplitio che è stato detto, Lucretio istima che gli antichi habbiano tenuto l’anime pria che giungano ai corpi essere in cielo; onde venendo nei corpi, che rispetto ai sopracelesti sono infernali, quelle scendere nell’Inferno, et ivi patire diversi tormenti secondo le varie affettioni overo essercitii. Et così Phlegia in questa vita tra mortali vivendo a tal pena è sententiato; la quale Macrobio nel Sogno di Scipione intende che sia tale, cioè la gran rupe che pare cadere et starli eminente sopra il capo essere i pericoli i quali stanno sopra quelli che reggono le tirannidi et le difficili imprese, percioché mai non vivono senza tema; onde constringendo il vulgo soggetto a temerli si fanno sempre odiare, et però ogn’hora pare che sopra loro caggia la meritata pena.

CORONIDE NIMPHA, figliuola di Phlegia et madre d’Esculapio.

CORONIDE Nimpha (secondo Servio) fu figlia di Phlegia, la quale essendo bellissima fu vitiata da Apollo et di lui partorì un figliuolo, che poi fu detto Esculapio.

ISIONE figliuolo di PHLEgia, che generò i Centauri, i cui nomi sono questi. Euritio, Nesso, Astilo,
 Ophionide, Grineo, Rheto, Orneo, Licida, Mede, Piseriore, Taumante, Mermerote, Pholo,
 Menelante, Abante, Eurinomo, Hireo, Himbro, Ceneo, Alphidante, Elope, Pacreo, Lico, Cromide,
 Dite, Pharco, Bianore, Ediano, Liceto, Hipasone, Thereo, Ripheo, Demoleone, Plageone, Hilone,
 Ephinoo, Damo, Dorilo, Cillaro, Hillonome femina, Pheo, Tormo, Theboante, Pireto, Etodo,
 Ephidupo, Nesseo, Odite, Stiphelo, Bromo, Antimaco, Elimo, Piramo, Latreo, Monico et molti
altri, et oltre questi generò ancho Perithoo.

[p. 164v] ISIONE da tutti viene tenuto figliuolo di Phlegia. Vogliono alcuni che costui per compassione di Giove fosse raccolto in cielo et fatto suo secretario, dove levatosi in superbia per tal dignità, hebbe ardire tentar Giunone di stupro; la quale essendosi lamentata con Giove di ciò, egli fece che una nube prese la forma di lei et giacque con Isione, della cui generò i Centauri. Et essendo da Giove cacciato di cielo in Terra, hebbe ardire appresso mortali vantarsi c’havea giacciuto con Giunone, là onde percosso da un folgore fu sententiato nell’Inferno ad essere legato, et girato da una volubile rota piena di Serpenti. Onde Ovidio dice:

Si rivolge Ision con una ruota

Et seguendo si fugge, e ogn’hor raggira.

Di questo figmento la ragione può esser tale. Isione fu di Thessaglia et Signore dei Lapithi, et di tal maniera fuori di ragione ingordo di regnare, che per tirannide si sforzò d’occupare il tutto. Giunone poi hora habbiamo detto ch’ella è tolta per l’aere, hora per la terra, et regina dei regni et delle ricchezze; la quale in quanto terra pare che ci porga i regni in Terra et qualche stabilità; in quanto aere, che è lucido, pare che aggiunga qualche splendore ai regni, il quale è così fuggitivo che liggiermente si converte in tenebre. La nube poi per opra del Sole, di vapori acquatici, overo di humiditadi che levano dalla terra et nell’aere si uniscono per natura sua diviene caliginosa, alla vista sensibile ma alla mano incomprensibile; et senza essere fermata da alcune radici qua et là da’ venti è cacciata, et finalmente dal calore è rissoluta in aere o dal freddo è cangiata in pioggia. Che adunque per ciò? Per la nube non intenderemo il regno, ma perché vi s’aggiunge l’effigie di Giunone, ciò diremo essere quello che per violenza possediamo in Terra, il quale non ha simiglianza nessuna di regno; in quanto, sì come un Re signoreggia a’ suoi sudditi, così quello che per forza comanda a’ suoi popoli non signoreggia veramente, ma ha forma di dominare et tuttavia tiranneggia. Così ancho, sì come tra l’aere chiaro et una oscura nube è gran differenza, così è tra il Re et il tiranno. L’aere è chiaro, così il nome reale. La nube oscura, tale la tirannide. Il nome di Re amabile, del Tiranno odioso. Il Re sale sopra la sua sedia ornato di scettro reale, il Tiranno occupa il dominio circondato da spavontevoli arme. Il Re dura per la quiete et allegrezza dei popoli, il Tiranno per lo sangue et miseria dei sudditi. Il Re cerca la pace et l’accrescimento dei suoi fedeli con tutte le forze, il Tiranno ha cura del suo ben proprio con la ruina dell’altrui. Il Re nel seno degl’amici riposa, il Tiranno (cacciati gl’amici et fratelli) confida l’anima sua nella securtà dei satelliti et scelerati huomini. Là onde in sé (come si vede) essendo queste cose diverse, il Re meritevolmente si può fingere per l’aere Puro et chiaro, et con lui è qualche stabilità congiunta, se dire si puote ch’alcuna stabilità sia nelle cose caduche; dove poi è il tiranno, per lo contrario egli è una nube oscura senza essere congiunta a nessuna fermezza, la quale liggiermente si risolva, o dal furore delle cose a cui soggiace o per la dapocaggine degli amici. Lasciate queste cose, istimo che senza difficultà vedremo quello che significhi la favola. Allhora Isione viene assunto in cielo quando con l’animo contempliamo le cose alte, come sarebbe il regno, le [p. 165r] porpore, gli egregi splendori, la eccelsa gloria, la altera potenza, et quelle cose che al giudicio dei pazzi sono infinite commodità dei Re. Né immeritamente ci veggiamo essere fatti secretari di Giove et Giunone, mentre quello che a loro s’appartiene sì come da uno specchio di divinità riguardiamo con animo prosontuoso. Et alhora vegniamo in disio di Giunone, mentre con pazzo giudicio riputiamo queste pompe reali altro che non sono. Alhora Isione richiede di stupro Giunone quando, senza che punto si lasci guidare alla ragione, l’huomo privato si lascia trapportare di signoreggiare con violenza. Ma che aviene, s’alcuno più oltre ricerca? A lui si mette inanzi una nube che tiene l’effigie di Giunone, dal cui congiungimento del occupante, cioè dell’occupato Imperio, nascono i Centauri. Furono i Centauri huomini bellicosi, d’animo altiero et scorretto, et ad ogni scelerità inchinati; sì come veggiamo essere i Satelliti stipendiarii et i ministri delle scelerità, alle cui forze et fede subito ricorre il Tiranno. I quali però vengono detti nascere di nuvoli percioché sono nodriti di ombratili sostanze del regno, cioè dei sudditi, a’ quali sono tolte le facultadi per pagare questi scelerati. Isione poi da Giove viene di cielo cacciato in Terra, cioè dalla natura delle cose, percioché l’ingordo, poscia che ha pigliato il dominio, lasciati i pensieri dei splendidi, dei quali con piacevole speme et falsa stima si dilettava, viene condotto in travagliati et certi pensieri, cioè allhora quando incominciava conoscere di quali fatiche continue et amare l’imperio sia pieno. Oltre ciò, essendosi costui vantato di havere havuto congiungimento con Giunone, cioè havuto ardire chiamarsi Re, viene folminato da Giove con quello folgore che vengono abbrugiati i vanagloriosi, che sognandosi pensano volare in cielo et poi svegliati si trovano distesi in terra. Percioché mentre i gonfiati di superbia, come che per violenza dei popoli tengano l’Imperio, in sé ritornando cacciano il sonno della vana ambitione, considerano quelli affanni in che sono entrati, quelli intrichi, quelle teme et quelli pericoli a’ quali sono sottoposti; dalla qual consideratione non altrimenti che da foco sono tormentati. Il quale tormento, se per qualche peccato tenendo egli la tirannia finisse, non al supplitio della volubil ruota nell’Inferno sarebbe confinato, ma perché senza alcun riposo da un continuo moto che il circonda nel petto si sente travagliato, et tutti i pensieri vecchi si rinovano, et i novi vi s’aggiungono; mentre tutto timido qui teme gli aguati di costui, là le forze di colui, et dall’altra parte il giudicio d’Iddio, vien detto essere tormentato della ruota volubile, la quale viene finta piena di serpenti perché non solamente da continui pensieri, ma da mordaci viene travagliato. Overo a ciò daremo un’altra espositione, et più breve. Diremo la nube essere la speme di regnare, la quale alcuni misurando malamente le sue forze si rendono certissima; onde si fa simile a Giunone, perché a colui che spera già li pare possedere la cosa sperata, né altrimenti della cosa sperata seco dispone che s’egli la possedesse; et di qui nasce che da questa così certa speranza, affine che l’effetto segua, colui che spera prepara le sue forze, di che oprando la speranza, cioè la nube, i Centauri nascono, cioè s’apparecchiano; là onde il pazzo per conseguir quello che con la speranza possiede entra in tanti travagli che di neces[p. 165v]sità è ch’egli lasci i generosi pensieri et venga negli oscuri, et così da Giove, cioè dalla luce et splendore dei pensieri cade, overo viene cacciato in Terra; et essendo fulminato viene gittato nella ruota, sì come è stato detto. Di questa ruota poi pare che Macrobio intenda altrimenti, cioè che quelli pendano legati d’intorno la ruota i quali con consiglio non prevedendo nessuna cosa, né con ragione niente moderando, dando in preda sé stessi et tutte le sue attioni alla fortuna et ai casi fortuiti, sempre si ruotano et aggirano. Altri poi, dove si dice che Isione fu secretario di Giove et Giunone, tennero che Isione fosse augure, percioché nell’aere si pigliavano gli auguri; per li quali secreti, cioè quelle cose c’hanno a venire, solamente da questi tali erano istimati essere conosciute. Che poi d’una nube generasse i Centauri, vogliono non doversi intender altro eccetto che col premio dei satelliti piglino la fede; la quale così liggiermente venendo un altro dono si dissolve che diventa nube. Oltre ciò, Fulgentio dice che Dromocride nella Teogonia scrive Isione essere stato il primo che in Grecia cercasse regnare, et però fu il primo ch’alla guardia sua trovò cento huomini armati a cavallo; onde nacque che furono detti Centauri, cioè cento armati. Ma io mi maraviglio Isione essere stato il primo ch’appresso Greci desiderasse regnare, ritrovandosi che molto prima innanzi Isione furono infiniti Re appresso Scicionii et Argivi, i quali pur sono greci. Isione fu al tempo che in Argo signoreggiava Danao. Nondimeno, egli qui mi potrebbe rispondere gli altri Re che furono inanzi a lui di consenso dei suoi popoli haver regnato, ma Isione essere stato il primo che per forza occupasse.

I CENTAURI figliuoli d’Isione in generale.

I CENTAURI furono figliuoli d’Isione et d’una nube, sì come è stato mostrato. Alcuni vogliono questi essere stati i primi che in Thessaglia domassero cavalli, et essere divenuti famosi cavalcatori; et perché furono insieme cento furono detti Centauri, quasi cento armati, overo cento Marti; percioché Arios in greco significa Marte. Overo più tosto cento aure, attento che, sì come il vento velocemente vola, così questi parevano velocemente correre. Nondimeno questa Ethimologia è latina, la quale punto non si conface con le dittioni greche. Servio di loro narra favola tale. Che havendo un Re di Thessaglia mandato i suoi ministri a far ritornare a dietro alcuni suoi buoi, che da rabbia cacciati erano fuggiti dall’armento, et quelli a piedi non li potendo arrivare, montarono a cavallo, et correndo velocemente gli aggiunsero. Onde questi tali veduti sulla ripa del fiume Peneo da quegli huomini rozzi, che davano bere a’ cavalli, furono tenuti essere d’un istesso pezzo insieme con gli animali; et da questo la favola prese materia. Di che da indi in poi i Centauri si sono dipinti dal mezzo in su huomini et dal mezzo in giù cavalli. Finalmente questi huomini tali insuperbiti et ebbri, nelle nozze di Pirithoo volsero rapirli la sposa, ma da Theseo furono vinti et superati. Ma Vergilio dice che quelli furono i Lapithi. Marte sopportò che quelli fossero abbattuti et estinti percioché eglino non [p. 166r] sacrificarono a lui, havendo pria a tutti gli altri dei fatto sacrificio; il che si comprende in questo modo, cioè che loro, lasciato l’essercitio dell’armi et datisi al mangiare et bere, di maniera s’effeminarono che furono vinti. Se altra fittione poi sopra questi tali si può dire, noi a pieno dove s’è parlato d’Isione l’habbiamo dichiarata.

EURITO figliuolo d’Isione.

EURITO, uno dei Centauri (secondo Lattantio), venendo in casa d’Oeneo Re di Calidonia gli dimandò per moglie Deianira; la quale poco innanzi dimandatali da Hercole gli era stata promessa. Ma Oeneo temendo la forza del Centauro, gli la promise. Onde nell’ordinato giorno che si celebravano le nozze, a caso Hercole sopravenne; dove combattendo con quelli Centauri ch’erano ivi gli amazzò tutti, et hebbe per moglie Deianira. Ma Ovidio non dice in questo modo, anzi vuole che havendo Perithoo menato per sposa Hippodamia et celebrandosi le nozze, egli pose i Centauri nella entrata della casa a mangiare; i quali per la crapula divenuti ebbri et lascivi di lussuria, con soverchio ardire incominciarono metter le mani nelle donne, et havendo Eurito preso Hippodamia per volerla menar via, Perithoo et Theseo si mossero contra loro, et venendo alle mani Theseo gli tolse Hippodamia et lo amazzò.

ASTILO CENTAURO indovino, figliuolo d’Isione et Nube.

ASTILO fu uno de’ Centauri, et perché era indovino ricordò ai fratelli che non andassero contra i Lapithi. Finalmente ritrovandosi anch’egli insieme con loro alle nozze, et veggendo che Driante di quelli che gli andavano per le mani faceva stratio, temendo del valor di quello si diede a fuggire, et sì come mostra Ovidio a Nesso Centauro disse queste parole:

Alhor Astilo a Nesso, che temeva

D’esser ferito, disse non fuggire,

Che salvo non andrai dai fieri colpi,

Che fa d’Hercole l’arco horrendo, e crudo.

NESSO, figliuolo d’Isione et Nube.

NESSO tra i Centauri fu famosissimo. Questi, essendo huomo astuto et fuggito dalle mani dei Lapithi se n’andò in Calidonia, dove dimorando appresso Hebeno fiumi di quel paese s’inamorò di Deianira, figliuola del Re Oeneo. In processo di tempo avenne che Hercole andando con la moglie Deianira di Calidonia verso la sua patria [p. 166v] fu tardato dal fiume Hebeno che per le pioggie era cresciuto; al quale Nesso, come quasi per fargli servigio, si offerse a lui che se voleva nuotare il fiume egli portarebbe Deianira all’altra ripa; il che Hercole accettò. Ma velocemente Nesso con Deianira in groppa havendo passato il fiume, et nuotando Hercole, tuttavia s’imaginò alhora essere il tempo di sfogar l’ardor suo, si diede a fuggire. Ma Hercole pigliato l’arco con una saetta l’aggiunse; il quale veggendosi ferito et conoscendo haver a morire, accioché non morisse senza vendetta s’imaginò un novo inganno, et subito cavandosi la camicia tinta di sangue sì come dono dell’amor suo la diede a Deianira, dandole ad intendere in quella essere tal virtù, che s’ella facesse c’Hercole se ne vestisse sarebbe secura ch’egli giamai non s’inamorasse d’altra donna. Il qual dono la credula Deianira accettò volentieri, et dopo alquanto tempo, essendo Hercole inamorato d’Iole, credendo ella ritornarlo nell’ amor suo, con quella lo amazzò, sì come si dirà più a pieno nell’avenire. Nesto poi spogliatasi la veste espirò, accioché s’adempisse il vaticinio d’Astilo. Statio dimanda questo fiume Hebeno Centauro, in memoria della morte di Nesso.

GLI ALTRI CENTAURI figliuoli d’Isione.

OPHIONIDE, Grineo, et tutti gli altri Centauri nominati di sopra furono figliuoli d’Isione et Nube, et nelle nozze di Perithoo furono o morti o posti in fuga dai Lapithi, sì come nel suo maggior volume Ovidio dimostra.

PERITHOO figliuolo d’Isione, che generò Polipite.

PERITHOO fu figliuolo d’Isione ma non di Nube, anzi della vera moglie, sì come dice Ovidio:

Perithoo figlio d’Isione ardito

Menato havea Hippodamia per moglie.

Et quello che segue. Questi, sì come si dice, fu intrinseco amico di Theseo Atheniese, et havendo secondo Lattantio Hippocratia, ma secondo Ovidio Hippodamia menato per moglie, sì come dice Servio invitò alle sue nozze tutti i popoli circonvicini. Onde avenne ch’in tali feste essendosi sacrificato a tutti gli altri dei, Marte solo fu lasciato adietro, là onde sdegnatosi fece entrare il furore addosso i Centauri; i quali levatisi dalle mense contra i Lapithi (sì come di sopra è stato detto) vennero alle mani, et molti di loro ne restarono morti. Ma Lattantio dice che in questo contrasto i Iapithi furono estinti, il che si deve intendere di que’ Lapithi ch’erano Centauri. Oltre ciò vogliono che Perithoo (morta Hippodamia, overo vivendo et forse repudiata) patteggiasse con Theseo suo amico, ch’alhora era celibe, ch’eglino mai non prenderebbono [p. 167r] moglie eccetto figliuole di Giove. Onde havendo già Theseo rapito Helena, ch’era reputata figliuola di Giove et di Leda, né conoscendosi a quel tempo in Terra altra che fosse tenuta figlia di Giove eccetto Proserpina moglie di Plutone, non potendo quelli salire in cielo, deliberarono et si posero in via per rapir quella nell’Inferno. Ma Cerbero levandosi contra Perithoo lo amazzò nel primo impeto, et Theseo cercando aiutarlo fu in grandissimo pericolo, et in ultimo fu ritenuto da Plutone. Finalmente ritornando Hercole d’Hispagna vittorioso di Gerione, et di grandissima preda ricco, intesa la disgratia di Perithoo et la prigionia di Theseo dall’antro Trenaro passò nell’Inferno, sì come di ciò fa fede Seneca Tragico nella Tragedia d’Hercole Furioso. Contra il quale facendosi Cerbero, come nell’istessa Tragedia a pieno si narra, da Hercole fu vinto et con una catena a tre doppi legato, et dato nelle mani di Theseo. Alcuni vogliono c’Hercole stracciasse la barba a Cerbero. Ma liberato Theseo (dicono) che per lo Trenaro trasse di sopra Cerbero con l’istessa catena per forza legato. Pomponio nella Cosmographia scrive appresso il seno del mare Eusino non lontano dalla città Heraclea Acherusia essere un antro che va (come si dice) fino nell’Inferno, onde gli habitatori dicono che per quello Cerbero fu condotto di sopra. Oltre ciò sono alcuni che, per dar maggior fede alla favola (essendo abondantemente quel luogo pieno di venenosi Serpi), dicono quelli essere nati de la schiuma di Cerbero, né col tempo da nessuno potere essere stati estirpati. Quello ch’a questa historia è finto, drittamente ad historia s’appartiene. Percioché secretamente a guisa di ladroni et non come valorosi giovani essendo andati per rapire Proserpina Perithoo et Theseo di notte, dal cane Cerbero Perithoo (come si legge) fu morto et dalle guardie Theseo preso, per la cui liberatione Hercole andando all’Inferno, cioè nei regni de’ Molossi, con la clava domò il cane et il legò; indi sotto pretesto di guerra dimandò Theseo a Plutone, il quale li fu concesso. Et così col cane ritornarono in Athene, overo in Boemia. Per la barba a Cerbero cavata debbiamo intender l’ardire et la forza, della quale le fu privo; percioché provando la clava d’Hercole, et veduta la costanza dell’huomo, divenuto timido et mutolo si confessò esser vinto. Attento che la barba è conceduta agli huomini per segno di virilità, sì come nei Morali piace a Gregorio; conciosia che ogni volta che la tocchiamo over veggiamo debbiamo ricordarci che siamo huomini, et schifare di non far cose ch’ad huomo non si convengano. Del resto s’è detto altrove.

POLIPITE figliuolo di Perithoo.

POLIPITE fu figliuolo di Perithoo et Hippodamia, sì come nella Iliade mostra Homero, mentre dice:

Quelli il forte Polipite guidava

Figliuolo di Pirithoo generato

Da l’immortale, et glorioso Giove.

Polipite, ch’io dico a Perithoo

La gloriosa Hippodamia produsse.

Questi, sì come si vede per l’istesso Homero nel catalogo de’ Greci, venne con quelli alla guerra di Troia. [p. 167v]

BRITONA, NONA figliuola di Marte.

BRITONA fu Nimpha di Candia, et sì come afferma Lattantio di Marte figliuola; la quale essendo donzella et havendo fatto voto di perpetua verginità si dedicò a Diana, et continuamente dava opra alle caccie. Ma per esser bellissima piacque a Minos Re di Cretesi, il quale volendole far forza, né potendo ella altrimenti difendersi, si gittò in mare, et così dall’onde fu annegata. Avenne poi che il suo corpo fu preso da alcuni pescatori, onde o per sdegno di Marte o di Diana fu mandato una gran pestilenza a quell’isola; la quale gli habitatori dell’isola credevano non poter cessare se non edificavano un tempio a Diana, et chiamar quello Dittina, percioché quelle reti de’ pescatori con quali fu a terra tratto il corpo di Britona si chiamano Dittime.

EVANNE, decima figliuola di Marte et moglie di Capaneo.

EVANNE (sì come piace a Theodontio) fu figliuola di Marte et di Thebe, moglie del Fiume Asopo; la quale Evanne fu sposa di Capaneo, huomo insolentissimo, et di lui partorì un figliuolo chiamato Steleno. Credo io che costei fosse fierissima donna, et perciò chiamata figlia di Marte. Ma dicono ch’ella amò tanto il marito che, essendo quello stato fulminato et facendosi appresso Thebe le sue essequie funerali, mettendosi il corpo di Capaneo mezzo abbrugiato sopra un rogo, per lo grande dolore dell’animo si gittò nelle fiamme ch’abbrugiavano quello, et così ardendo insieme con lui, le ceneri d’amendue furono poste in una medesima urna.

HERMIONA, UNDECIMA figliuola di Marte et moglie di Cadmo.

Dicono i Poeti che Hermiona fu figliuola di Marte et di Venere et moglie di Cadmo Re di Thebe, il quale lasciò Sphinge per pigliar quella per sposa. Dicono che Vulcano fece a costei un monile di singolar bellezza, ma di tristo augurio a chi lo portava; et questo fu fatto da lui per l’odio portatole, che fosse nata per adulterio dalla sua moglie. Di costei Cadmo hebbe quattro figliuole, le quali ultimamente (sì come dicono) si cangiarono in Serpenti, et vi restarono fino alla morte. Sotto la cui fittione si può contener questo. Primieramente Hermiona fu figliuola di Venere, in quanto a Cadmo, perché o con la sua bellezza o con gl’atti lascivi hebbe potere d’incitare le veneree fiamme, cioè il libidinoso appetito in Cadmo, il che è proprio di Venere; onde per desiderio di lei rifiutò Sphinge primiera moglie. Puotè esser figliuola di Marte attento che a [p. 168r] Marte fu cagione di guerra, percioché (sì come dice Eusebio citando per testimonio Palefatto[)] Sphinge per gelosia d’Hermiona si partì da Cadmo, del quale era moglie, et subito gli mosse guerra; onde in questo modo Cadmo venne a pigliar una figliuola di Marte per moglie, cioè una cagione di guerra. L’infausto monile poi fabricato da Vulcano si può comprendere per l’infausto fine di questo matrimonio, attento che da Amphione et Ceto privi del reame furono cacciati in essiglio. Ch’ella ancho si cangiasse in Serpente, ciò si può intendere perché gli essuli sì come le biscie vanno per luoghi infimi; così ella insieme col marito s’essercitò in cose basse, là dove mentre che regnò dimorava in eccelse grandezze; overo perché dopo l’essiglio hor qua hor là come i Serpenti andarono errando; overo perché invecchiati, col petto chino et per terra, a guisa di biscie che vanno col petto, caminarono.

HIPERVIO, duodecimo figliuolo di Marte.

Afferma Plinio nel libro dell’Historia Naturale Hipervio essere stato figliuolo di Marte, del quale non mi ricordo haver letto altro eccetcetto quello che l’istesso Plinio dice, cioè ch’egli fu il primo che ammazzasse animal nessuno; et però perché ciò parve opra crudele fu detto figliuolo di Marte.

ETHOLO, decimoterzo figliuolo di Marte.

SEcondo l’istesso Plinio Etholo fu figlio di Marte, et il dardo fu sua inventione. Credo io che questo Etholo fosse Re d’Etholia et che da lui si nomasse quella regione, nella quale essendo gl’huomini molto armigeri et egli Etholo bellicosissimo, da essi Etholi fu detto figlio di Marte.

REMO decimoquarto, et Romolo decimoquinto figliuoli di Marte.

Lemo et Romolo, overo Romo, sì come affermaro gl’antichi Romani furono figliuoli di Marte et d’Ilia vergine Vestale. Onde nel libro de’ Fastis narra Ovidio che Ilia essendo andata con una urna a pigliar dell’acqua per li sacrifici, et lassa sotto un salice essendosi fermata, s’adormentò; di che veduta da Marte fu impregnata. Ma a quella dormendo parve vedere che stando inanzi fuochi vestali le erano caduti nel foco le bende di lana con le quali teneva il capo velato, onde di quelle nascevano due palme, delle quali l’una maggiore con i suoi rami s’inalzava fino al cielo et occupava tutto il mondo; le quali tentando il zio estirpare, dal Pico uccello di Marte et da un Lupo erano difese. Là onde per quel congiungimento da lei patito dormendo havendo partorito due figliuoli, per comandamento d’Amulio Re d’Albani suo zio furono portati [p. 168v] al Thebro per annegare; ma essendo cresciuto il fiume et per le pioggie dianzi uscito del suo letto, non potendo gli essecutori giungere alla ripa gli posero vicino a quella. Ivi essendo eglino alquanto nodriti da un Pico sovragiunse una Lupa c’havea perduto i suoi figliuoli, la quale ritrovando questi fanciulli, invece dei suoi incominciò a porgerli le mamelle et allevarli. La ragione di questo figmento a bastanza si comprende negli annali de’ Romani. Egli si ha per cosa certa che Ilia d’incerto padre in un parto istesso partorisse Remo et Romolo, onde in questo modo le bende, che dinotavano il testimonio della verginità, caderono nel foco. I due figliuoli furono le due palme perché restarono vittoriosi, ma l’uno più dell’altro, cioè Romolo che fondò l’imperio Romano, al cui per le sue et dei suoi vittorie fu soggetto tutto il mondo. Contra questi volse far forza crudele il zio, mentre comandò che fossero annegati. Dissero poi che furono nodriti da un Pico perché il pico vive di formiche, per le quali s’intendono gli agricoltori; così eglino raccolti da Faustulo pastore, ch’era ancho agricoltore, furono serbati, et da una Lupa ancho allevati, attento che da Accha Laurentia moglie di Faustulo furono lattati et con materna cura governati, la quale chiamarono lupa percioché fu nobile meretrice. Et queste tali si dicono lupe per l’avaritia per cui hanno gittato da parte la pudicitia; onde fino al dì d’hoggi le habitationi di queste tali si nomano Lupanari. Che poi siano stati da Marte generati, questo v’è stato aggiunto per cuoprire la infame origine dei prencipi di così inclito legnaggio; il che si conviene ancho ai costumi di questi giovani, percioché furono rapaci, rubatori, animosi et molto bellicosi. De’ quali Tito Livio dice che Amulio havendo spogliato del reame il fratello Numitore amazzò Lauso suo figliuolo, et (per levare ogni speranza di prole) tra le vergini Vestali pose Ilia; la quale havendo partorito due figliuoli, et per comandamento d’Amulio essendo esposti, da Faustulo consapevole delle cose furono allevati et fino all’età giovanile nodriti, i quali dando opra a rapine et ladronezzi furono fatti consapevoli della loro progenie et dell’inganno d’Amulio. Onde per vendicarsi ordirono tra loro una trama, et fecero che uno di quello come prigionero et malfattore da’ suoi compagni fu condotto inanzi ad Amulio, et l’altro come accusatore vi comparse medesimamente. Di che come furono ivi, amendue si mossero contra Amulio et l’amazzarono; indi facendo palese ad ogn’uno di chi erano figliuoli, al vecchio Numitore suo avo restituirono il reame. Ma eglino dove hora è Roma s’edificanno una città, et mentre l’uno et l’altro di loro volesse dar nome a quella, fecero tra loro una tal conventione, che ciascuno andasse sopra un monte diverso, et quello che pigliasse migliore augurio imponesse il nome alla città. Onde avenne che Remo vide sei avoltoi et Romolo dodici, per la qual cosa perché ne vide più, da sé chiamò la città Roma. Remo poi, perché andò sopra un argine designato in loco di muraglia contra il volere et editto di Romolo, overo per altra cagione, da Fabio capitano di Romolo fu morto. Et sono di quelli che istimano ch’egli fosse sepolto nel loco dove passò il termine della muraglia che si haveva a fare, et al dì d’hoggi mostrano una Piramide nel muro con sassi in alto fabricata sopra il suo corpo edificata. [p. 169r]

ROMOLO, decimoquinto figliuolo di Marte.

ROMOLO fu figliuolo di Marte et d’Ilia, sì come di sopra è stato detto; benché Servio dica che costui fu chiamato Romo, ma che che poi per vezzi fu detto Romolo, attento che le carezze suonano molto meglio nei nomi diminutivi. Questi fu il primo Re dei Romani, huomo di maniera bellicosissimo che meritevolmente fu tenuto figliuolo di Marte, percioché unqua non riposò. Costui per forza soggiogò a sua ubbidienza molti circonvicini popoli; et perché fu huomo di guerra, havea instituito pochi sacrifici appresso quel popolo novo che egli haveva adunato d’huomini fuggitivi et ladroni, a’ quali concesse le donne Sabine per inganno prese. Ma tra gli altri sacrifici haveva ordinato i Laurentali per questa cagione (sì come dice Macrobio), perché (secondo che riferisce Macrobio nel libro dell’Historia) la moglie di Faustulo Acca Laurentia, nutrice di Romolo et Remo (regnando Romolo[)] si maritò in un certo Carutio Toscano molto riccho; onde morendo quello, et essendo ella per la facultà di Carutio restata molto riccha, lasciò suo herede Romolo da lei nodrito. Di che egli in segno di tal’amore instituì la festa Laurentale. Altri pensano diversamente, dicendo che non da Romolo, ma da essa Acca Laurentia questo fu introdotto, et da Romolo mantenuto; la qual’openione pare che si confermi con l’auttorità di Fulgentio, che nel libro degli Antichi Sermoni così dice: Acca Laurentia nutrice di Romolo fu solita per li terreni una volta l’anno sacrificare con dodici suoi figliuoli, ch’andavano inanzi il sacrificio; onde essendone morto uno, per bontà della nutrice Romolo promise succedere in vece del defunto. Onde l’usanza continuò con dodici, et questi dodici che sacrificavano da indi in poi furono detti fratelli agrarii, sì come Rutilio Gemino nei libri Ponteficali ricorda. Oltre ciò, Romolo fu il primo che a’ Romani ordinò l’anno di diece mesi, il primo de’ quali dal padre Marte chiamò Marzo. Appresso, instituì cento padri i quali nominò Senatori; et quelli che nascevano di questi tali erano detti gentil huomini. Indi, acquetata la guerra con Sabini per lo rapire delle donne, divise il popolo in curie et descrisse tre centurie di cavallieri, et ordinò molte altre cose più tosto appartenenti a tempo di guerra che di pace. Ultimamente essendo divenuto illustre per molte vittorie, mentre appresso le paludi Capree faceva una oratione al suo essercito, nata una subita tempesta et pioggia con horrendi tuoni et folgori dal cielo, da un nembo oscuro fu coperto di maniera che fu tolto d’innanzi al popolo, né poscia mai più fu veduto in Terra. Di che fu creduto che egli fosse stato dai Senatori ammazzato, percioché pareva che favorisse più alla plebe; et che il corpo suo fosse gittato nelle paludi. Ma poscia che la plebe per tema della nobiltà alquanto tacque (da alcuni essendosi dato principio) incominciarono salutarlo et chiamarlo Dio, nato di Dio, re et padre della città di Roma, et farli voti. La qual stolta [p. 169v] openione dicono che fu confermata per consiglio d’un nobile huomo. Percioché Giulio Procolo, il quale fu tenuto della stirpe d’Enea con Remo et Romolo, lasciata Alba era venuto a Roma; onde nella città sollecita di sapere con desiderio nuova del perduto Re, montò in renga così dicendo: "Romolo, o Quiriti, padre di questa città, questa mattina nell’alba venuto di cielo in Terra m’apparve, et standomi innanzi con quel venerabile aspetto in questo modo parlommi: "Levati, et annuntia ai Romani ai dei essere piacciuto che la mia Roma sia capo delle terre del mondo. Onde, ch’essercitino la militia, et che faccino sapere ai posteri che nessune ricchezze humane non potranno resistere all’armi Romane." Così havendomi detto questo, ritornò in cielo." Di che avenne che sotto nome di Quirino, percioché egli vivendo con una hasta, che in lingua Sabina si chiamava Quiris , caminava, fu chiamato et tenuto Iddio. Nondimeno, Plinio dove tratta degli Huomini Illustri dice che Romolo da Curi castello dei Sabini chiamò i Romani Quiriti. Morì egli doppo c’hebbe regnato anni trentasette, et incominciò regnare negli anni del mondo quattromilaquattrocentoquarantacinque, sì come scrive Eusebio nel libro dei Tempi. Et perché egli è stato l’ultimo dei ritrovati nella prole di Marte, piacemi insieme con lui dar fine al nono libro.

Il fine del Libro nono

[p. 170r]

LIBRO DECIMO

di MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL GENEROSO ET INVITTO SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

CREDETTERO gl’antichissimi huomini, o famosissimo dei Re, il mare Mediterraneo terminato dal lito d’Africa, d’Asia et Europa, chiarissimo per mille isole, per opra di Hercole tra Abila et Calpe promontorii Occidentali, i quali Pomponio chiama Colonne d’Hercole, dall’Oceano essere stato mandato alle nostre terre, et a noi fatto navigabile. Là onde (così provedendo Iddio per sua liberalità a’ nostri bisogni) gran beneficio a’ mortali è seguito. Percioché maravigliosa cosa è riguardare (concedendo ciò la gratia divina) le navi imaginate da ingegno humano et per arteficio fabricate hora a remi solcando l’onde, et hora con le vele gonfiate dal prospero soffiar de’ venti portare ogni gran peso. Che maraviglia poi è pensare all’ardir di coloro che si diedero in preda ad onde non conosciute, et a non provati venti? Veramente ch’io mi spavento. Nondimeno è tanta la securtà di questi tali, o della fortuna che li aita, che se bene non sempre, almeno per lo più con lontanni viaggi passando i mari, non dirò correndo, ma quasi velocemente volando sono venuti carichi d’oro et d’altri metalli, di vesti di porpore, di speciarie, di pietre pretiose, d’avorio occidentale, d’uccelli peregrini, di balsami, di legni che non nascano nelle nostre selve, di gomme et d’altri sudori d’alberi, di radici che non germogliano in ogni paese; dalle quali così ai sani come agl’infermi corpi seguono infinite medicine et rimedi. Ma quello che è molto utile, et che è stato più grato a tutti il genere humano, è stato che per mezzo di tali navigationi è nato che si è passato fino all’altro circolo del mondo, et così si è venuto in cognitione quali [p. 170v] siano gl’Arabi, quale il mar Rosso; quello che sudino le selve sabee; passar il Tanai et l’Hircano; conoscer l’Hesperide atlantici et gustare i loro aurei pomi; veder gli aridi Ethiopi, il Nilo, i Libici termini, il freddo Hiperboreo, et i Sarmati. Così l’Hispano e il Moro è visitato et visita altri; et si passa in Persia, in India, nel Caucaso, nell’ultima Tile et nei liti Taprobani; onde l’un con l’altro facendo delle loro merci contratti, aviene che non solamente riguardino i costumi, le leggi et gl’habiti degli altri, ma se bene sanno, si può dire, che l’uno sia d’un mondo et l’altro d’un altro, et tenga che un istesso Oceano non circondi l’uno et l’altro, la consuetudine et la conversatione opra c’habbiamo fede l’uno in l’altro nelle conventioni et mercatantie. Onde fanno insieme amicitie, et mentre insegnano ad altri i suoi linguaggi, medesimamente ancho eglino apprendono gl’altrui; di che nasce che quelli che la distanza dei luoghi havea fatto stranieri, la navigatione gli renda concordi et vicini. Oltre ciò vi sono molte altre cose, le quali se bene per maraviglia non sono tanto notabili, sono forse per l’utilità continua molto più care. Questo mare con i suoi lembi concede infinite commoditadi de’ pesci, onde aviene che le laute mense de’ ricchi s’ornano di pesci delicati, et i poveri si nodriscano dei più vili. Appresso, se si mostra tranquillo, dalle isole abondanti sono portate da un loco all’altro pecore, giumenti, biade et altre cose necessarie al vivere humano. Egli è buono per far lavande agl’infermi et sani, et col suo sale acconcia le cose insipide; rende humide le circonvicine, et col suo girar sotterra per tutti gli additi et luoghi empie d’acque ogni cattaratta, onde nascono poi i fiumi et i fonti; de’ quali, se ancho poi non fosse ricettatore, si converrebbono marcire et putrefare nelle valli, et generar a noi morbo mortale. Che starò io a raccontar tante cose? Questo così singolar bene a tutti (come finsero gl’antichi Poeti) nella divisione del reame tra tre figliuoli di Saturno toccò a Nettuno, et di quello fu chiamato Dio; del quale, perché sono per narrare la discendenza, m’è piacciuto aggirarmi alquanto d’intorno i benefici suoi. Ho veduto che mentre sono andato navigando a ricercare le posterità d’altrui, ch’egli senza pericolo della mia barchetta m’ha lasciato solcare; hora ch’io cerco la sua, mi si devrebbe mostrar tranquillo. Il che prego faccia colui che in un lembo della veste sul lito lo raccolse.

NETTUNO, nono figliuolo di Saturno, il quale leggiamo c’hebbe trentacinque figliuoli, dei quali
questi sono i nomi: Dori, Amici, Phorco, Albione, Borgione, Tara, Poliphemo, Tilemo, Bronte,
 Sterope, Pirammone, Nasicheo, Melione, Atterione, Aone, Mesappo, Busiri, Pegaso, Nitteo, Irceo,
 Pelio, Neleo, Cigno, Chrisaore, Otto, Ephialte, Egeo, Onchesto, Pelasgo, Nauphlio, Celleno, Acilo,
 Occipite, Sicano et Siculo.

[p. 171r] NETTUNO fu figliuolo di Saturno et Opi; il quale subito che fu nato dalla madre fu nascosto affine che da Saturno non fosse morto, sì come nell’Historia Sacra si legge. Gli antichi chiamarono costui Dio del mare; il che per li versi di Marone è manifesto, mentre dice:

Partitevi con fretta, et riportate

Al vostro Re; ch’a me toccato a sorte

Ha l’imperio del mare, e il fier Tridente.

Il che forse s’è tolto da Homero, mentre in persona di Nettuno così nella Iliade Parla:

Tre fratelli figliuoli di Saturno

Noi siamo; i quali ha partorito Rhea.

Il primo è Giove, et il secondo io sono,

Il terzo è Dite, ch’in Inferno regna.

In tre parti ogni cosa habbiam diviso;

Ha toccato l’honore a chi è piacciuto.

Ma certamente a me toccato ha sempre

Habitar ne l’antico, et alto mare

Senza potermi mai d’indi partire.

Oltre ciò, Alberigo dice che di costui fu moglie Amphitrite et che hebbe una bellissima successione di figliuoli, ma di più mogli. Et essendoli stato attribuito una carretta et compagni, a qual partito egli se ne vada elegantemente Vergilio il descrive, dicendo:

Ai superbi distrieri il carro aggiunge,

E i fren schiumosi pone; et da le mani

Lascia tutta cader la briglia, et vola

Col nero caro sovra il mar liggiero.

Stan salde l’onde, et sotto il grave peso

L’acque sue il mare parimente estende.

Fuggon da l’ampio ciel gli oscuri nembi.

Vengono in compagnia varie sembianze,

Smisurate Balene, e i chori antichi

Di Glauco, Inoo, e Palemone, e i presti

Tritoni; indi l’essercito di Phorco

Sostenta poi da man sinistra Theti,

Et Melite, et la vergin’ Panopeia,

Nisee, Spico, Thalia, et Cimodoce.

Ma Statio altrimenti descrive il suo incesso et caminare, mentre dice:

Sì come fa Nettuno alhora quando

Da la spelonca d’Eolo uscir fa fuori

I fieri venti, et sopra il mare Egeo

Accompagnato vien da rei ministri.

Stanno d’intorno lui i nembi, e i verni,

I nuvoli profondi, atri, et oscuri.

Oltre ciò, questi hebbe lite con Minerva sopra l’imporre il nome ad Athene; il che a pieno essendo da noi stato dichiarato dove s’è parlato di Minerva, hora come superfluo il lasciaremo. Così ancho delle mura di Troia da lui et da Apollo edificate nel capitolo di Laumedonte se ne è parlato. Vogliono appresso ch’egli sia stato allievo di Giunone, et che in loco di scettro porti il Tridente, et i fondamenti delle cose esser sacrati a quello. Ma hora parmi esser da vedere ciò che la stolta antichità sotto questo habbia compreso. Nettuno è stato finto Dio del mar, perché questo si legge nella Sacra Historia. Giove dà l’imperio del mare a Nettuno accioché regnasse in tutte l’Isole et tutti i luoghi che sono appresso il mare. Di qui i Poeti, poscia per haverlo l’historico chiamato Re, l’hanno finto Iddio; la qual fittione di maniera crebbe, che ancho quelli ch’erano tenuti prudenti da sì sciocca credenza furono presi. Dissero poi Amphitrite esser di lui moglie, percioché sempre col mare è congiunto un suono che in ogni luogo dei liti s’ode ove l’onde battono la [p. 171v] terra; et però Amphitrite è detta da Amphi che significa circa et Triton che vuol dir suono del mare, onde viene ad essere consonante. Gli è attribuito il carro per designare il suo movimento nella superficie, il quale si fa con una rivolutione et rumore, come proprio fanno le ruote d’un carro. Del suo caminare et della sua compagnia, il che da Vergilio è scritto, si può far coniettura dall’uso et natura del mare quando ritorna tranquillo. Da Statio poi è descritto il contrario, cioè quando il mare diviene pieno di procelle. È poi stato detto il mare esser stato allievo di Giunone perché l’aere dall’acque riceve accrescimento, sì come è stato narrato dove s’è parlato di Giunone. Il Tridente invece di scettro a lui conceduto dinota la triplice proprietà dell’acqua, percioché è corrente, navigabile et buona da bere. I fondamenti poi sono sacrati a lui perché per opra sua la terra si move, là onde da Homero spesissime volte è chiamato Ennosigeos , che significa l’istesso che movente la terra; di che per ciò gli insipidi volsero quello ch’a lui era sacrato da lui dover essere serbato. O quanto poco haveano letto quel detto di Davite: Se il Signore non havrà edificata la casa, invanno s’affaticheranno quelli che la edificano; et specialmente quelli che commetteno i fondamenti a Nettuno, non essendo nessuna cosa stabile se non si fonda sopra la pietra, et questa pietra è Christo. Il chiamano Nettuno, come dice Rabano et Isidoro, perché il mare cuopre la terra. Overo come vuole Alberigo è detto Nettuno a Nando, perché le cose che sono in lui nuotino; il che tengo da farsi beffe, volendo a un non pensato nome di Re attribuire tali espositioni.

DORO, primo figliuolo di Nettuno.

Doro (secondo Servio) fu figliuolo di Nettuno; il quale altri vogliono che regnasse nelle parti di Grecia, et in ogni cosa essere stato di tanta auttorità, che tutti apppresso quali signoregiasse dal suo nome fossero chiamati Dori. Ma Isidoro nelle Ethimologie et Rabano nell’Origine delle Cose dicono che Doro fu figlio di Nettuno et Elope, et ch’il nome dei Dori et l’origine loro è venuta da una parte della Grecia dalla quale ancho s’è cognominata la terza lingua greca, che si chiama Dorica. Perché costui sia detto figliuolo di Nettuno, ci pare questa ragione. Primieramente, può essere cosa possibile ch’ egli sia stato figliuolo di Nettuno Re, et che sì per sua virtù come per auttorità del padre venisse in gran credito, come suole avenire. Et di questo sia detto assai. Oltre ciò gli antichi furono soliti, et specialmente quelli ch’erano d’animo generoso, partirsi dai propri paesi et andar altrove ad habitare, alle volte volontariamente per disio di gloria et alle volte cacciati da seditioni, o da altra necessità constretti. I quali, perché alle volte i monti non erano per tutto facili a passare, et i boschi si trovavano per l’antichità pieni di sterpi, et i liti volentieri erano habitati, si mettevano in mare sopra qualche Navilio a ricercare alcuna isola o lito, et dove arrivavano occupando il lito o essendo benignamente dagli habitatori raccolti, se per openione dei popoli mostravano segno di divenire illustri et famosi, se bene della sua origine non si sapeva altra notitia, [p. 172r] purché fossero venuti per mare non solo gli facevano suoi Re, ma ancho per più agrandire la gloria della sua origine subito gli chiamavano figliuoli di Nettuno. Se forse simili huomini fossero venuti per terra, dicevano ch’era figliuolo della Terra; il che a molti essere avenuto testimonia la roza antichità. Et accioché tante volte non si replichi simile parlamento, così s’intenderà degli altri figliuoli di Nettuno, non se ne mostrando però altra ragione.

AMICO figliuolo di Nettuno, che generò Buthe.

AMICO fu figliuolo di Nettuno et Melite Nimpha (secondo Servio), il qual vuole che combattendo con Polluce restasse vinto. Il che Lattantio più apertamente narrando dice che, essendo arrivato Polluce con gli Argonauti al boscho Brebitio, Amico Re dei Brebitii provocò al contrasto dei cesti Polluce, attento che sotto spetie di tale invito et provocatione egli soleva amazzare tutti quelli che capitavano al Bosco Brebitio. Avenne che, havendo Amico in tal contrasto condotto Polluce, restò vinto; onde volendo sì come era solito fare agl’altri usarli violenza, Polluce chiamò i suoi compagni et lo amazzò. Theodontio dice che costui fu figlio di Nettuno et Melantone, figliuola del vecchio Proteo. Ma io crederò più tosto a Servio, dicendo Leontio ch’egli venne dall’Isola di Malega non lontana da Sicila ivi, et occupò per forza il regno di Brebitia. Il paese di Brebitia è quello che poscia è stato detto Bithinia, vicina a Troado.

BUTHE figliuolo D’AMIco, che generò Erice.

BUthe secondo Theodontio fu figliuolo di Amico re di Brebitii; il quale, dice Leontio, amazzato il padre dagl’Argonauti fu cacciato dal reame. Onde volendo ritornare a Malega per ricuperare il reame toltogli, dopo alquanto haver errato per strani viaggi sopra un picciolo legnetto giunse a Trapani, dove fu benignamente raccolto da Licaste, nobile et bellissima meretrice a quel tempo. Il quale essendo bello di modi et di presenza, et di costumi et di giovanezza, liggiermente da lei fu amato; di che usando con lei n’hebbe un figliuolo chiamato Erice. Et perché Licaste per la singolar bellezza et essercitio meretricio dagl’habitatori era chiamata Venere, la favola hebbe luogo, cioè che Buthe havesse di Venere Erice.

ERICE figliuolo di Buthe.

ERICE (come piace a Theodontio) fu figlio di Buthe et Venere. Ma Servio dice di Nettuno et Venere, et essere stato nel numero degli Argonauti; onde dice che Venere andando a diporto per lo [p. 172v] lito di Sicilia da Nettuno fu impregnata, et partorì Erice. Il che alle cose predette male si conface, benché si potrebbe dire Buthe essere stato un huomo straniero et dal mare travagliato, et per ciò detto Nettuno. Questo Erice regnando in Sicilia et essendo di forze molto potente havea fatto una legge, che tutti quelli ch’ivi capitavano dovessero con i cesti combatter seco; il quale alla fine vinto da Hercole che ritornava di Spagna se ne morì. Ma Theodontio continuando la historia della generatione di costui dice che costui, sì per heredità degli avi suoi come per acquisto di molte ampie ricchezze di Licaste meretrice, ampliate ancho dalle forze di Buthe, in quella parte della Sicilia possedeva un ampio Stato. Onde morendo Licaste, sì per lo thesoro come per lo notabile titolo della madre, benché falso, levatosi in superbia si fece Re di quel loco; et sulla cima di quel monte vicino a Trapani fece edificare un gran tempio et alla madre sacrarlo, chiamandolo il tempio di Venere Ericina. Finalmente divenuto troppo insolente da Hercole fu morto, et sepolto nel monte dove alla madre havea edificato il tempio.

PHORCO, TERZO figliuolo di Nettuno, che generò Batillo,
Thoosa, Scilla, Medusa, Stennione et Euriale.

PHORCO (secondo Servio) fu figliuolo di Nettuno et Thoosia. Dice Varrone che costui fu Re di Corsica et Sardigna, et che da Atlante Re in una battaglia maritima fu vinto, et gran parte della sua gente destrutta. Là onde i compagni che restarono per sua consolatione dissero quello essersi converso in un Dio marino; et così fu detto Dio del mare col favore delle poetice fittioni, che per tale l’approvarono. Onde in tal modo pare che Phorco con simil rotta s’acquistasse il nome de Iddio.

BATILLO figliuolo di Phorco.

BATILLO (secondo Theodontio) fu figlio di Phorco monstro marino; del quale, benché dica alcune altre cose, nondimeno per le lettere rose dal tempo non ho visto altro, né altrove altro letto.

THOOSA, figliuola di Phorco et madre di Poliphemo.

DICE Servio che Thoosa fu madre di Phorco; ma Homero nell’Odissea vuole che fosse figlia, così dicendo:

Antitheo Poliphemo, che di forza

Tutti gli altri Ciclopi a pieno eccede

Fu partorito da Thoosa Nimpha.

Generata da Phorco dio marino.

[p. 173r] Onde si vede che costei fu figliuola di Phorco, et partorì Poliphemo Ciclope di Nettuno. Né per ciò ci nuoce quello che dice Servio, perché può essere che due donne in un medesimo tempo fossero d’un istesso nome, l’una delle quali figlia et l’altra madre di Poliphemo.

SCILLA, figliuola di Phorco.

Scilla secondo Servio fu figliuola di Phorco et Croteide Nimpha; la quale come dice Ovidio fu amata da Glauco, della città d’Anthidone dio marino. Et perché egli faceva più stima di lei che di Circe figliuola del Sole, che di lui era inamorata, Circe infettò con veneni di maniera la fonte dove Scilla era solita lavarsi che, entrando Scilla in quella secondo la sua usanza per bagnarsi, subito sentì cangiarsi in varie forme; di che havendo a schifo et a noia la sua propria deformità, si gittò nel mare ivi vicino, et per opra di Glauco suo amante fu conversa in una dea Marina. Altri dicono che fu fatta monstro marino, la cui forma così descrive Vergilio:

V’è una spelonca, che nasconde Scilla

Che trahe le navi in sassi, et duri scogli.

È donna nell’aspetto, et il suo petto

Par di bella donzella; ma l’avanzo,

Del corpo è fier delphin, et ha la coda

Di lupo, e appresso del Pachin dimora.

Ma Homero con un lungo ordine de’ versi altrimenti nell’Odissea la descrive in questa forma, dicendo che ella abbaia et ha la voce di cagnuolino poco fa nato; è d’aspetto horribile, ha dodici piedi con sei capi, et in ogni capo una gran boccha con tre ordini di denti pieni d’oscura morte, et che dimora in una spelonca; dove in quella stando stende fuori il capo nel profondissimo mare, et pesca per prendere delphini overo balene. Ma Leontio recita un’altra favola di Scilla differente dalla superiore. Dice egli che, congiungendosi Scilla con Nettuno, Amphitre sua moglie mossa da gelosia infettò l’acque dove Scilla era solita lavarsi, et così fece ch’ella si cangiò in fiera cagnina, la quale fu poi amazzata da Hercole che ritornava d’Hispagna carico di preda, estinto il Gerione, percioché ella gl’havea rubato i buoi; ma il padre di lei la ritornò in vita. Hora lasciate queste cose, egli è da dichiarar quello che sotto queste favole si nasconda. Sono di quelli ch’istimano già nel lito di Calavria, con un stretto canale dal mare Siciliano partito, esservi stato una bellissima donna straniera et molto vaga, la quale se bene si dava in preda alle lascivie et libidini, nondimeno usava ciò con maestria tale che pareva nei gesti et atti una donzella overo castissima donna; di che con simile arte allacciava i malaccorti viandanti et delle sostanze gli spogliava, onde di qui la favola hebbe principio. Fulgentio poi espone questa fittione in senso più morale dicendo che Scilla in greco è quasi detta Exquina , che appresso noi si dice confusione; onde, che altro è confusione eccetto libidine? La quale libidine ama Glauco. Glauco poi in greco si dice Lustitio, di che noi chiamiamo glapheomata cecità; adunque ogn’uno ch’ama la lussuria è cieco. Percioché fu ancho detto figliuolo d’Antedone, et Antedon in greco è quasi l’istesso [p. 173v] che Antheidon; il che noi chiamiamo veggente il contrario. Adunque la cecità nasce dal veder torto, cioè da cosa contraria al vedere. Scilla poi è posta in modo di meretrice, perché è necessario ch’ella meschi i suoi libidinosi membri con cani, lupi et sporchi huomini. Giustamente adunque è congiunta con lupi et cani. Si dice che Circe la odiò, perciò che Circe quasi detta Cyrenere s’espone operatione et fatica di mano; onde viene a nascere che la libidinosa donna non ama le operationi né le fatiche. Questo dice Fulgentio. Glauco poi dove s’è detto di Circe è tolto per la schiuma del mare, della cui è abondante il monte Circeo nelle sue radici, per rispetto degli scogli d’intorno a’ quali il mare battuto si frange; et così ancho è lo scoglio di Scilla. Nondimeno dove di Circe si tratta, se n’è detto assai. Ma Salustio dice quel sasso esser simile ad una forma perforata a chi il vede di lontano. Si è poi finto cani et lupi esser nati di lei perché sono luoghi pieni di marini monstri, et l’asprezza di sassi ivi imita il latrar de’ cani. Ma noi pian piano vegniamo ad accostarci alla spositione del figmento. Egli è certissimo da una parte d’Italia d’inanzi il lito Tauromentano esservi grandissimi sassi cavernosi, acuti et che a guisa di rasoi tagliano, che s’estendeno fino nel mare di Sicilia; dove con quel movimento che l’Oceano continuamente è vessato dal flusso et reflusso, di maniera col corso veloce et impetuoso è portato il mare, che altra cosa non pare più veloce o più potente. Oltre ciò, soffiando dall’Artoo verso Austro i venti, et così dall’Austro verso l’Artoo, con tanto impeto l’onde tra sé si percuoteno che con le sue percosse pare che ascendano al cielo; onde da tanto impetuoso movimento nasce che entrando l’onde nelle grotte di Scilla si cagioni un rumore horrendo, il quale di qua et di là partito et rotte s’assimiglia al latrar de’ cani et all’urlar de’ Lupi. Et perché l’acque sempre declinano nel vacuo, aviene che discendendo quelle nelle caverne di Scilla, impeto è così possente che se trova navili seco gli trahe. Et così per la verità degli effetti si vede la fittione di Vergilio. Ch’ella poi (secondo Homero) habbia molti capi, ciò non è altro che i molti scogli che sono ivi, i quali stando eminenti è di necessità che ancho habbiano buon fondamento; il che s’intende invece de’ piedi. Le molte bocche et gli ordini dei denti non s’intendono per altro che per le spesse schiume che ivi con l’onde percuoteno, i quali sono pieno d’oscura morte, cioè di pericolo d’affogarsi a chi ivi entra. Che ancho ella peschi a Delphini et balene, ciò è stato detto perché quel loco è sempre pieno di grandi et monstruosi pesci. Quello che poi diceva Leontio, Scilla congiungersi con Nettuno, è cosa manifesta, percioché come si vede il sasso s’estende nel mare, et perché ivi sempre è fortuna et continuo strepito, è stato finto che da Amphitrite l’acqua fosse infettata. Che poi Hercole la amazzasse, dice Theodontio ciò essere stato finto perché il figliuolo di Ciclope tra i sassi di Scilla morì; là onde per sua vendetta il Ciclope gittando ivi grandissime machine di sassi chiuse le bocche di Scilla et fece il mare navigabile, et per ciò Scilla fu detta esser morta. Nondimeno in processo di tempo trahendo in sé il mare tutte quelle machine ivi gittate, ritornò il loco nella primiera forma, et così da Phorco la figliuola suscitata. Dice Theodontio che Philocoro afferma Scilla stata figlia di Phorco, et che partendosi di Sardigna per andar a marito in Corintho, percioché era stata data per sposa a Steleno nobilissimo giovane Corinthio, ivi se ne morì, et a quel loco lasciò il suo nome. [p. 174r]

MEDUSA, Stennione et Euriale, Gorgoni et figliuole di Phorco.

Medusa, Stennione et Euriale furono figliuole di Phorco et d’un monstro marino, sì come dice Theodontio. Queste furono dette Gorgoni, et secondo l’antica fama tra tutte non havevano più che un occhio, il quale adopravano mo’ l’una mo’ l’altra. Et sì come scrive Pomponio Mela nella Cosmographia possedettero l’isole Dorcadi, le quali si trovano esser nell’Oceano d’Ethiopia dirimpetto degl’Ethiopi Hesperidi; il che pare che Lucano dimostri dove dice:

Negl’ultimi confini, ove la Libia

Ardente region riceve in grembo

L’Oceano, che dal Sol percosso è caldo,

Gli ampi terreni di Medusa figlia

Di Phorco ivi son sparsi, et dominati.

Oltre ciò dicono queste tali haver havuto tal proprietà, che chi le riguardavano si cangiavano in sassi. Vuole Ovidio che queste fossero solamente due, ove dice:

Ove habitaron già le due sorelle

Figlie di Phorco, c’hebbero per sorte,

Tra tutte una sol luce, e un occhio solo.

Et questo basti in quanto a tutte tre. Hora ci piace dichiarar il senso delle fittioni. Et prima non tengo io che queste fossero figlie di Phorco re di Sardigna del qual di sopra s’è parlato, ma di qualche altro Phorco ch’a quel tempo nell’isole Dorcadi regnava. Istimo che fossero chiamate figlie d’un monstro marino dalla simiglianza, perché la balena è monstro marino tra le cui proprietadi, dicono quelli c’hanno ricercato le nature degl’animali, ella haver questa, che aprendo la boccha empie di tanto odore il tutto che tutti i pesci se le avicinano, onde ella ne piglia quelli che vuole fino attanto che si satolla; di che medesimamente le figlie di Phorco con la maravigliosa sua bellezza trahevano a vederli tutti gl’huomini, et po’ furono dette figliuole d’un monstro. Che poi havesse un occhio solo, Soreno et Dionigdo scrittori delle antichità dicono ch’eglino credeno ciò esser stato finto perché erano d’una istessa egual belleza. Ma io tengo che ciò fosse detto perché una istessa openione et giudicio fosse di tutti quelli che le vedevano. Che poi cangiassero in sassi chi le mirava, istimo questo esser stato trovato percioché così grande fosse la loro bellezza che, veduta quella, ogn’un restasse stupido, mutolo et immobile, non altrimenti che insensibil sasso. Furono dette Gorgoni perché, secondo Theodontio, morendo il padre et restando ricchissime, di maniera hebbero cura delle loro facultadi che, accresciute molto in riccheze, dai suoi furono chiamate con tal cognome; il che risona ministre della terra, percioché in greco Georgi significa agricoltori. Ma Fulgentio ha diversa openione. Dice egli esservi tre sorti di terrore, le quali per questi nomi si dimostranno. Stennio s’interpreta debilità, cioè principio di timor che solamente debilita la mente; Euriale poi è l’istesso che ampia profondità, cioè stupore overo uscir di sé; la quale con un certo profondo terrore occupa la mente debilitata. Medusa poi significa oblio, la quale non tanto turba l’apparenza della mente, ma etiandio impone una nebbia al vedere; questo terrore opra in tutti. Ma serbando sempre riverenza a Fulgentio, queste cose non ci paiono conformi all’intentione dei fingenti, perché queste non apportano terrore ma maraviglia. [p. 174v]

MEDUSA figliuola di Phorco in particolare.

Medusa sì come è stato detto fu figlia di Phorco, et essendo tra tutte l’altre donne bellissima, (secondo Theodontio) tra l’altre sue qualitati et bellezze hebbe i capelli non pur biondi, ma d’oro; del cui splendor inamorato Nettuno, giacque seco nel tempio di Minerva, dal qual congiungimento nacque il cavallo Pegaseo. Là onde Minerva sdegnata, accioché la ignomia fatta al tempio non restasse invendicata, cangiò i capelli di Medusa in serpenti, et così di bella divenne monstruosa. Della qual mutatione volando la fama in ogni parte, avenne che Perseo armato con lo scudo di Pallade venne per vincer questo monstro, così gli taglion il capo; onde volando verso la patria et portando seco il capo di Gorgone, occorse che cadendo le gocciuole del sangue per li diserti di Libia di quelli nascessero serpenti, de’ quali n’è piena la Libia. Istimo esser stato finto che Medusa havesse i crini d’oro affine che comprendiamo quella esser stata ricchissima, intendendosi per li crini le sostanze temporali. Per queste sostanze adunque Nettuno, cioè un huomo straniero come fu Perseo, si condusse in concupiscenza di lei et usò seco nel tempio di Minerva, cioè supera lei fra i termini del prudente consiglio; il che ancho si dimostra per lo scudo di Pallade ch’era cristallino, affine che per quello si comprenda il riguardo et avertenza del prudente. Percioché ha questo cristallo per dimostrar agl’occhi di chi il mira quello che dopo di sé si opra; così ancho il capitano discreto col consiglio avertisce quello che gl’inimici ponno essequire, et così s’assecura, mentre rende vani i loro pensati consigli. Dal congiungimento del prudente et straniero duce nasce il caval Pegaso, cioè la fama, sì come apertamente si vedrà dove si tratterà di lui. I crini si cangiano poi in Serpi ogni volta che ciascuno per la ragione delle sue sostanze viene opresso, percioché quelle cose che solevano esser cagione del suo splendor si cangiano in mordenti sollecitudini et pensieri. Alhora si leva il capo a Medusa, quando viene spogliato delle sostanze per le quai pareva poter vivere et haver molta forza. Che poi i Serpenti nella Libia fossero generati dalle gocciuole del sangue ch’uscì del capo di Medusa, più tosto per fermar meglio la specie della favola che per altro istimo essersi detto. Testimonia Eusebio nel libro di Tempi questa Medusa da Perseo tratto per ingordigia delle sue ricchezze esser stata vinta et spogliata delle facultadi et reame; et quel nel tempo che Cecrope regnava in Athene, producendo per testimonio Didimo nell’Istoria Peregrina.

Albione quarto et Borgione quinto figliuoli di Nettuno.

Albione et Borgione, sì come riferisce Pomponio Mela nel libro della Cosmographia, furono figliuoli di Nettuno; de’ quali recita questa favola. Dice che passando Hercole per le foci del Rodiano et per quei luoghi che poi sono stati detti fossi Mariani, contra lui vennero Albione et Borgione per impedirli il passo. Là onde Hercole seco combattendo, et mancandoli i dardi, chiamò in suo aiuto il padre Giove che non li mancasse, il quale di[p. 175r] cono che li diede aiuto in questa forma, facendo venire una pioggia di sassi; de’ quali di maniera quel loco n’è abondante, che liggiermente pensaresti esservi piovuto. Tengo io che questi tali fossero huomini valorosi et stranieri, i quali ivi havendo fatto le sue habitationi, et temendo non n’essere scacciati, si fecero contra Hercole overo altro ch’ivi veniva, dal quale furono vinti. Onde i sassi che diffusamente sono sparsi diedero materia alla favola.

TARA, sesto figliuolo di Nettuno.

Servio afferma che Tara fu figlio di Nettuno, et dice ch’egli già vicino ai confini de’ Salentini edificò Taranto, famosissima città, atribuendole il nome suo; benché Giustino voglia ch’ella fosse fabricata dai bastardi de’ Spartani. Ma l’istesso Servio conferma che da loro (capo Pallante) fu non edificata, ma restaurata.

POLIPHEMO Ciclope, settimo figliuolo di Nettuno.

Poliphemo Ciclope, sì come ancho tutti gl’altri Ciclopi, fu figliuolo di Nettuno et Thoosa figlia di Phorco, secondo che s’è visto di sopra per Homero dove s’è parlato di Thoosa. Si trova tra tutti gl’altri Ciclopi costui esser stato famosissimo et potentissimo, et haver amato Galatea Nimpha di Sicilia, sì come si vede dove s’è detto di Galatea. Oltre ciò, vogliono ch’egli havesse un occhio solo et che fosse huomo di grande statura, il quale nelle selve Siciliane havesse molti gregi; et che ultimamente da Ulisse fosse privo dell’occhio. Di costui Homero nell’Odissea recita favola tale. Dice che Ulisse vagabondo dopo la ruina di Troia, lasciati i Lotophagi, essendo venuto in Sicilia vide ivi un huomo rustico et selvaggio che mungeva i gregi, et della entrata della sua spelonca levava un sasso solo, che venti paia de’ buoi non havrebbe potuto movere. Finalmente, essendo Ulisse insieme con dodici suoi compagni di nave entrato nell’antro di Poliphemo, et narratogli chi eglino fossero et onde venissero, dimandandogli appresso favore et aiuto nelle sue necessitadi, dal Ciclope superbamente gli fu risposto et detto che non temeva Giove, et che di Giove era migliore. Indi interrogandoli dove havessero lasciato la nave, da Ulisse che s’accorse della perfidia di Poliphemo gli fu risposto che la nave s’era rotta in mare, et che a caso ivi erano capitati. Di che Poliphemo in presenza di tutti gl’altri prese due dei compagni, et vivi se gli trangugiò ingordamente. Là onde Ulisse impaurito havea pensato amazzarlo, ma considerando ch’egli non havrebbe potuto levare quella gran machina dall’entrata della spelonca, si restò. Ma venuta la mattina il Ciclope mangiò due altri de’ compagni, et lasciando Ulisse con gl’altri nell’antro, se n’uscì col grege fuori alla pastura. Onde Ulisse restato ivi rinchiuso assottigliò nella cima un gran bastone et il coperse sotto il letame; et ritornando la sera il Ciclope, medesimamente mangiò due altri dei compagni. Et Ulisse, il quale insieme con i compagni quando entrarono nella spelonca havevano alcuni fiaschi di vino, appresentò uno di quelli a Poliphemo, pregandolo che gl’havesse miseri[p. 175v] cordia. Il Ciclope bevuto il vino promise di farlo se di novo gli ne portasse; il che un’altra fiata facendo Ulisse, quello gli dimandò il suo nome, et egli gli rispose ch’era chiamato Nessuno; al quale il Ciclope soggiunse: "et tu Nessuno sarai l’ultimo, per premio della bevanda che m’hai appresentato, ad essere divorato". Così havendo traccannato il buon vino, tutto ebbro s’adormentò; di che Ulisse pigliato il palo nel letame nascosto et affogandoli la punta, diede animo ai compagni che li aiutassero a cacciarlo nell’occhio al Ciclope. Il che fatto, Poliphemo per lo dolore svegliato incominciò fortemente gridare et chiamare in suo aiuto i compagni vicini alla spelonca, i quali stando fuori dell’antro et dimandandogli chi li desse noia, il Ciclope rispose Nessuno. I quali partendosi, istimando che da naturale infirmità ciò facesse, gli dissero che pregasse Nettuno che il facesse adormentare. Ma il Ciclope adolorato, levata la machina dalla boccha dell’antro et stendendo le braccia, accioché nessuno degl’inimici non uscisse, toccava ciascuna delle pecore sulla schiena, ad una ad una lasciandole uscire; onde Ulisse insieme con i compagni vestitisi di pelli di morti montoni, quadrupedi uscirono della spelonca tra l’altro grege, senza essere da Poliphemo conosciuti. Et così tutti lieti con delle pecore del Ciclope se n’andarono alle sue navi, onde quello accortosi dell’inganno trasse quel gran sasso verso la nave d’Ulisse, et quasi la aggiunse. Ma Ulisse come fu in loco securo gli scuoprì il suo nome; il che intendendo il Ciclope, "Ahimè" disse, "ch’io pure sono giunto al pronostico di Tileno Eurimede Ciclope." Così Ulisse si partì. Ma Vergilio con più brevi parole in persona d’Archimenide, uno dei compagni d’Ulisse, narra la sua statura et habitatione, dicendo:

Di me scordati essendo i miei compagni

Mi lasciaro ne l’alta, e gran spelonca

Del Ciclope crudele, et scelerato;

Ov’entro oscura è la gran tomba, et piena,

Di brutto sangue, et sanguinosi cibi,

Et è sì grande, che le stelle tocca.

O dei togliete dalla Terra lunge

Tal peste, da veder non già benigna,

Et nel parlar affabile, o cortese.

Si pasce questi de l’interne membra

Del miser huomo, et de l’oscuro sangue

Nodrisce la sua vita empia, e rubella.

Lasciate queste cose di Poliphemo, egli è da scendere all’interno senso. Onde prima è da vedere perché sia detto figliuolo di Nettuno et Thoosa. Il che d’intorno penso io che, prestandole materia la madre figliuola del Re di Sardigna, egli incognito venisse in Sicilia; della quale havendone occupato parte overo tutta, non essendo conosciuto fu detto figlio di Nettuno, et fatto tiranno dell’Isola. Ma vi è un’altra ragione per la cui meritasse haver per padre Nettuno, percioché sì come Nettuno quando fortuneggia è inessorabile, così i tiranni mossi da ira o da cupidigia sono implacabili. Onde costui di così gran statura, cioè gran potenza, fu capo de’ gregi, cioè tiranno de’ gran popoli. Che poi havesse un solo occhio viene a dinotare che i tiranni non curano altro che il proprio utile; non guardano né a Dio, né al popolo, né al prossimo, né alla suggetta plebe. Cavano le viscere et stracciano gl’huomini vivi, mentre delle sostanze spogliano i sudditi, gli condannano in essigli, et innocenti gli tormentano. Questi nondimeno dal vino, cioè dalle lusinghe degl’huomini astuti sono adormentati, et gli è cavato l’occhio mentre sono privi del do[p. 176r]minio et delle sostanze. Ma Alberigo di questo Poliphemo giudica altrimenti, dicendo Poliphemo chiamarsi quasi huomo di molta luce, affine d’accordarsi con Servio, il quale dice molti haver detto Poliphemo haver havuto un occhio, altri due, altri tre; ma il tutto essere favoloso, come quasi ch’esso voglia che ne havesse un solo. Et però afferma costui essere stato prudentissimo huomo et haver havuto questo occhio nella fronte, cioè appresso il cervello, ma da Ulisse con la prudenza essere stato vinto; il che si può concedere in particolare lode d’Ulisse, che humiliato con doni il senso del Tiranno, et per Poliphemo l’eloquio et i falsi inganni dell’occhiuto huomo et la violenza preparatali, fuggisse le sue mani. Io poi della grandezza di costui non dubito i Poeti per hiperbole haverne ragionato, poscia che a questi giorni appresso Trapani si è trovato una statua d’huomo altissima et ismisurata, sì come altrove habbiamo dimostrato.

TILEMO, ottavo figliuolo di Nettuno.

TILEMO Eurimede, uno dei Ciclopi, sì come nell’Odissea dice Homero et ancho degli altri è stato detto, di Nettuno fu figliuolo, ma di qual madre non si sa, se forse non fu figlio di quella onde è cognominato. Questi fu quello che predisse a Poliphemo che da Ulisse gli sarebbe cavato l’occhio.

BRONTE nono, Sterope decimo et Pirammone undecimo figliuoli di Nettuno.

BRONTE, Sterope et Pirammone furono famosissimi Ciclopi, et (secondo Theodontio) figliuoli di Nettuno et della moglie Amphitrite. Si trova che questi furono arteficiosi huomini et molto atti a durare fatica, onde sono attribuiti a Vulcano Dio del fuoco che sotto lui appresso l’isola di Lipari facciano le saette a Giove, sì come Vergilio nella Eneide in molti versi descrive. De’ quali se dirittamente vogliamo la cagione della loro origine et ufficio mostrare, di necessità poche cose sono da pretermettere. Essendo adunque almeno due le specie di Ciclopi, accioché di una non s’intenda l’istesto che dell’altra si è esposto, sono da essere distinte. La prima è quella che di sopra si è parlato di Poliphemo, onde assai cattiva appare. La seconda poi è d’huomini arteficiosi, come si vedrà nelle seguenti. Et perché tra loro discordano, ancho discorde la interpretatione del nome gentile che tra loro hanno commune è necessario. Questi Ciclopi adunque, che sono huomini arteficiosi, sono così chiamati da Ciclops che [p. 176v] significa circolo et Copis che vuol dir occhio; il che significa circondato d’occhio, overo più brevemente seguendo la sentenza dei vocaboli circonspetto, overo aveduto. Il che bisogna che sia l’huomo arteficioso, percioché se così non è, non ponno a misura l’ultime parti essere corrispondenti alle prime; et però i saggi artefici furono soliti prima che mettessero mano ad alcun’opra considerare nella mente il principio, il mezzo e ’l fine, accioché potessero fare il fine al principio corrispondente. Et così bisogna incominciare. Ma Papia dice le arti dai Greci essere chiamate Ciclidi, imperoché la loro origine, sì come il principio d’un cerchio, ci è nascosta; dal qual vocabolo possiamo dire appropriatamente essere chiamati i Ciclopi, sì come dall’arte l’artefice. Lasciate queste, veggiamo perché siano detti figliuoli di Nettuno. Onde istimo ciò essere detto perché dal mare, overo dall’acque quasi tutti gl’essempi delle arteficiare cose paiono essere presi et haver havuto origine. Vogliono che dai pesci sia tolto l’ordine per guidare le squadre in battaglia. Da quelli ancho, veggendo le loro squami, a qual partito gl’huomini et i cavalli si cuoprino col ferro. Dalla spina del pesce spogliato della carne s’è apparato a mettere insieme sul lito le navi lunghe. Dalle testuggini s’è trovata la compositione della cettra. Oltre ciò, nelle acque le contestioni dell’herbe et le produttioni dei fili sono nate, et ci è stato mostrato l’intramettere i fili et tessere le tele. Le acque furono le prime che ci mostrarono col sangue dei pesci far le tele in diversi colori. Appresso ciò, il movimento dell’acque è stato il primo che ci ha dato la inventione della musica et dei suoi tempi. Ma che starò io a cercar tante cose? Innumerabili sono quelle cose le quali il mare produce che sono atte ad ammaestrare gl’ingegni degli artefici, onde avienne che meritamente chiamiamo gli arteficiosi huomini figliuoli di Nettuno et Ciclopi. Dice Plinio che dai Ciclopi et Calibi fu ritrovato il ferro. Perché poi siano detti figliuoli d’Amphitrite, istimo dalla circondatione degli strepiti, attento che da ogni parte il rumore degli artefici fa strepito. Sono attribuiti all’aiuto di Vulcano perché col foco le cose dure ad uso dell’artefice sono intenerite, et le molli indurate; come meglio si mostrerà dove si tratterà di Vulcano. Che poi appresso Lipari l’essercitio fabrile s’esserciti, è stato detto per dimostrare che dagli artefici sono da eleggere i luoghi convenevoli all’arti. Perché, che farà un fabro in una palude? Che un pescatore sopra un monte? Che un agricoltore tra sassi? Che un medico in una solitudine; niente veramente. Et perciò sull’isola di Lipari Vergilio descrisse la fabraria, conciosia che è luogo affocato, col quale i fabri fanno molli i ferri. Ma ci resta rendere la ragione dei nomi. Bronte (come dice Alberigo) è detto dal toneggiare, che si fa sì per lo soffiar de’ mantici come per li martelli che percuoteno sopra gl’incudi; così Sterope viene chiamato dal fulgore che nasce dall’incendio. Pirammone poi ha pigliato nome dall’incude caldo, percioché pur significa fuoco, et Agmon s’interpreta incude. Et però questi nomi gli sono attribuiti attento che circa l’arteficio dell’armi s’essercitano; onde simili cose non sarebbono attribuite ad uno ch’edificasse una nave, un tempio, né un palazzo. Ultimamente vogliono che questi tali, perché fecero la saetta con la quale Giove percosse Esculapio, che fossero amazzati da Apollo; il che io intendo che Apollo essendo interpretato esterminante, sia ancho cacciatore dell’humore. La [p. 177r] qual cosa fa ancho il fuoco; che continuando gli artefici dietro tale essercitio presto vengono meno, attento che sì per la continua fatica come per lo continuo foco anzi tempo l’humore si disecca, et mancano.

NAUSITOO, duodecimo figliuolo di Nettuno, che generò Risinore et Alcinoo.

NAUSITOO re di Pheaci (come piace ad Homero nell’Odissea) fu figliuolo di Nettuno et di Perivia Nimpha; del quale et della sua prole egli in questo modo parla:

Nausitoo figliuolo di Nettuno,

Et da Perivia Nimpha partorito,

Che movendo la terra quel produsse;

Che fu figlia minor d’Eurimedonte.

Di costui non si ritrova altro, eccetto che generò Risinore et Alcinoo.

RISINORE figliuolo di Nausitoo, che generò Ariti.

RISINORE fu figliuolo di Nausitoo, sì come nell’Odissea in tal modo scrive Homero:

Nausitoo generò di poi

Risinore, e Alcinoo ambo fratelli.

Questo Risinore secondo l’istesso Homero tolse moglie, et di lei hebbe una sola figliuola chiamata Ariti, ma percosso da Apollo se ne morì; il che credo fosse da febre.

ARITI, figliuola di Risinore et moglie d’Alcinoo.

ARITI, sì come nell’Odissea scrive Homero, fu unica figliuola di Risinore; la quale fu tolta per moglie da Alcinoo fratello di Risinore et re dei Pheaci, et di lei hebbe una figliuola chiamata Nausitea et tre figliuoli. Da costei Ulisse per consiglio di Pallade trasformata nella effigie di Calpe donzella, venendo da Calisto Nimpha rotto in mare pervenne; dove da lei essendo interrogato di molte cose gliele espose, et finalmente da quella honoratamente fu raccolto.

ALCINOO figliuolo di Nausitoo, che generò Nausitea, Naodamante, Alioo et Clitonio.  

[p. 177v]

ALCINOO re de’ Pheaci, secondo Homero nell’Odissea, fu figliuolo del re Nausitoo et Virarite. Da lui essendo a mensa giunse Ulisse rotto in mare, et honoratamente fu ricevuto, et offertale per sposa Nausitea. Et finalmente donatili gran doni, et apparecchiatali una nave che lo riportasse nella patria, gli furono appresso conceduti molti compagni.

NAUSITEA figliuola del re Alcinoo.

NAUSITEA fu figliuola d’Alcinoo et Arite, sì come mostra Homero; la quale con alcune sue serventi uscita della città, et essendo andata al fiume per lavar drappi, avenne che vide Ulisse rotto in mare star ignudo sopra il lito et cuoprirsi con frondi d’alberi; onde quello pregandola che gli porgesse un poco da mangiare et da cuoprirsi, ella il tutto fece volentieri, et il pregò che venisse seco alla città nel suo palazzo et al padre suo. Il che egli fece, sì come Homero a pieno nell’Odissea dimostra.

LAODAMANTE, ALIOO et Clitonio, figliuoli del re Alcinoo.

LAODAMANTE, Alioo et Clitonio furono figliuoli (secondo Homero) del re Alcinoo et di Ariste, de’ quali non si ha altro eccetto generali lodi della loro famosa gioventù, et che insieme col padre Alcinoo et la madre loro honorarono molto Ulisse et gli fecero ampi doni.

MELIONE decimoterzo, Attorione decimoquarto figliuoli di Nettuno.

MELIONE et Attorione furono figliuoli di Nettuno, sì come nella Iliade scrive Homero, dove introduce il vecchio Nestore che dice a Patroclo egli essendo giovane haver havuto guerra contra gli Arcadi et haverne morto molti, et che se Nettuno in una nube non havesse nascosto Melione et Attorione suoi figliuoli, che medesimamente insieme con gli altri gli havrebbe morti.

AONE, decimoquinto figliuolo di Nettuno.

[p. 178r] AONE secondo Lattantio fu figliuolo di Nettuno, et affermano che da lui hebbe nome la Aonia, la quale è una parte della Boemia. Theodontio ancho afferma l’istesso, et dice che Aone per trattato dei suoi fu cacciato di Puglia et venne con un navilio ad Euboia, et indi passò in Boemia, dove signoreggiò a que’ popoli rozzi. Et quelli insieme con i circonvicini popoli dal nome suo chiamò Aoni, onde perciò fu tenuto figliuolo di Nettuno, come che fosse figliuolo di un certo Onchesto, richissimo huomo di Puglia, et di Parichia sua moglie.

MESAPPO, sestodecimo figliuolo di Nettuno, dal quale venne Ennio Poeta.

MESAPPO fu figliuolo di Nettuno, sì come dice Vergilio:

Di cavalli Mesappo domatore

Segue dopo i figliuoli di Nettuno,

Cui far morir non può foco, né ferro.

Costui, sì come testimonia l’istesso Vergilio, venne in aiuto di Turno contra Enea et condusse seco i Fescennini, i giusti Falisci c’habitavano i monti di Sorrento, i Cimini che habitavano le selve e i laghi, et appresso i Capeni. Nondimeno Servio dice che costui per mare venne in Italia, et perciò fu detto figliuolo di Nettuno. Fu ancho detto che ferro non gli poteva nuocere, perché in battaglia non fu mai ferito. Dal fuoco poi fu securo perché fu figliuolo di Nettuno, Iddio dell’acque. Da costui dicono che Ennio Poeta dice scendere la sua origine. Fu detto domatore de’ cavalli, perché sono animali prodotti da Nettuno.

BUSIRI, decimosettimo figliuolo di Nettuno.

BUSIRI fu figliuolo di Nettuno et di Libia figlia di Epapho, sì come nel libro di Tempi dice Eusebio. Questi, sì come dice Agostino nel libro della Città d’Iddio, regnando Danao in Argo, o re o tiranno che più tosto fosse immolava i peregrini ch’ivi capitavano ai suoi dei; il quale fu poi amazzato da Hercole, percioché essendo capitato nel suo paese voleva far di lui come degli altri. Et l’istesso Servio afferma le laudi di questo Busiri essere state scritte da Isocrate.

Il cavallo Pegaso, decimottavo figliuolo di Nettuno.

IL cavallo Pegaso, come dimostra Servio et Lattantio, fu figliuolo di Nettuno et Medusa, conceputo nel tempio di Pallade, come s’è detto di sopra. Ma Ovidio dice ch’egli nacque dal sangue [p. 178v] che cade dal capo di Medusa, sì come nel libro de’ Fastis si legge:

Si crede questi nato esser del sangue

Ch’uscendo cadè dal pregnante capo

De la morta Medusa da Perseo.

La qual’openione d’Ovidio è seguita da Fulgentio et Alberigo. Oltre ciò, dicono costui non solamente essere stato velocissimo, ma uccello, sì come l’istesso Ovidio dice:

Questi sopra le nubi, et sotto anchora

Le stelle andando, invece hebbe di terra

Il cielo, et per li piedi hebbe le piume.

Indi dicono ch’egli con un piede cavò il fonte Castalio alle Muse, sì come l’istesso Ovidio riferisce:

Giunt’è la fama a noi del novo fonte;

Mentre il cavallo di Medusa ruppe

Con l’ugna de l’un piede il dur terreno.

Et poco da poi segue:

Nondimeno la fama è pura, et chiara,

Che di tal fonte origin fu Pegaso,

Et Pallade condusse alle sacre acque.

 Oltre ciò, dicono ch’egli portò Bellorophonte che andava contra la Chimera monstro. Così ancho Perseo, quando andò alle Gorgoni. Anselmo poi dove parla dell’Imagine del Mondo aggiunse a questo cavallo alcune cose, le quali non ho trovato esser dette da nessun altro. Dice ch’egli ha le corna, l’anhelito affogato et i piedi di ferro, accioché sia tutto simile ad un monstro. Oltre ciò, il locarono tra le stelle (testimonio Ovidio):

Sdegnoso già i novi freni havea

In bocca tolto; quando l’ugna lieve

Fece, stendendo il pié, l’Aonie acque;

Hor gode in cielo quel, che pria con piume

L’aere trattava; et hor lucer si vede

Tra cinque, et diece risplendenti stelle.

Hora sopra queste cose parmi essere da ricercare quello che gli antichi habbiano voluto comprendere. Io tengo che questo cavallo sia la fama delle cose oprate, la cui velocità per lo corso et volo di questo cavallo si disegna. Il quale viene chiamato figliuolo di Nettuno et Gorgone perché nasce dai fatti di terra et di mare. Che fosse poi conceputo nel tempio di Pallade, istimo ciò essere stato finto percioché dirittamente la fama nasca dalle operationi essequite discretamente et con consiglio. Delle cose che succedono a caso, di ragione nessuno non merita fama; delle fatte con temerità, più tosto si gli conviene infamia. Che i piedi di questo cavallo siano di ferro, ho per fermo ciò essere stato detto perché nel gire d’intorno mai si stancano le forze della fortuna. Le corna vi si aggiungono per comprendere la sublimità dei famosi, così l’anhelito di fuoco; accioché si conosca il fervente disio di manifestare. Assai chiaramente si dichiara ch’egli fece il fonte Castalio, perché per disio di fama et gloria temporale da molti è posto ogni affettione; onde ogni volta che si consegue il suo intento, tante fiate ancho il fonte Castalio, cioè l’abondante materia di parlare, nasce. La quale, perché è propria dei poeti, perciò questo fonte viene detto essere consecrato alle Muse. Che poi egli portasse ad essequire imprese Bellorophonte et Perseo, ciò puotè essere stato detto percioché per disio di gloria furono condotti a quello che oprarono. Overo, come alcuni vogliono, v’andarono sopra una nave la cui insegna era un cavallo alato. Alberigo scrive di questo cavallo una peregrina [p. 179r] openione tolta dal fonte di Fulgentio. Dice che è chiamato Pegaso da Pege, dittione greca che volgarmente suona fonte, et quello essere di tutti i fonti nome comune. Et di qui vuole il fiume cioè Pege essere il cavallo di Nettuno, cioè generato da Nettuno, nascendo dal mare tutti i fiumi; et per l’ale disegna le velocitadi de’ fiumi, et da Pege vuole che siano detti Pagi. I quali gli antichi furono sempre avezzi ponere appresso i fiumi, et indi Pagani quasi di uno Pege , cioè fonte beventi. Così il fonte il quale dicano con un piede essere stato fatto da Pegaso, vedremo essere proceduto da Nettuno. Ma quello che di tal fonte et d’intorno questo cavallo tenga Fulgentio, che ampiamente ne ha scritto, parmi brevemente dichiarare. Dice adunque il caval Pegaso essere nato del sangue di Medea percioché è posto in figura della terra, attento che scacciando la virtù il terrore si genera la fama; onde poi viene figurato con l’ale perché la fama è uccello. Che poi con una ugna aprisse il fonte alle Muse, questo si finge perché seguono le Muse a dar vena in scrivere la fama degli Heroi, et i fatti degli antichi et moderni. Oltre ciò, l’istesso Fulgentio dice Pegaso essere interpretato eterno fonte, il che istimo esser detto perché la fama dei famosi huomini non manca mai.

NITTEO, decimottavo figliuolo di Nettuno, che generò Antiopa et Nittimene.

NITTEO secondo Lattantio fu figliuolo di Nettuno, et (come vuole Theodontio) di Celleno figliuola d’Atlante. Dice Lattantio che costui fu re d’Ethiopia et hebbe due figliuole, cioè Antiopia et Nittimene; onde alcuni vogliono che lussuriosamente Nittimente s’inamorasse di lui et che per inganno d’una nutrice di lei giacesse seco, ma che avedendosi del commesso errore volse amazzarla, di che ella se ne fuggì. Altri poi dicono il contrario, cioè ch’egli s’inamorò della figliuola, et che volendola sforzare ella però se ne fuggì. Che costui fosse figliuolo di Nettuno egli è cosa possibile, ritrovandosi che egli fu quasi al medesimo tempo che fu Nettuno huomo. Se poi non è per questa ragione, si dirà che sia per quella che s’è detto degli altri.

ANTIOPA, figliuola di Nitteo et madre d’Amphione et Zeto.

Dice Lattantio che Antiopa fu figliuola del Re Nitteo. Alla quale Theodontio aggiunge per madre Amaltea Nimpha Cretese, et dice che Nitteo la diede per moglie a Lice Re di Thebbe d’Egitto. Lattantio poi vuole ch’ella per forza fosse vitiata da Epapho figliuolo di Giove; altri da Giove. Il che intendendo Liceo la ri[p. 179v]pudiò, et tolse per sposa Dirce; la quale impetrò da lui ch’ella fosse imprigionata. Ma venuto il termine del parto, per misericordia dei dei rotti i legami, fuggì in Citherone, dove partorì Amphione et Zeto et gli espose alla morte. Di che ne avenne quello che di sopra s’è detto parlando d’Amphione.

NITTIMENE figliuola di Nitteo.

Nittimene fu figliuola di Nitteo et d’Amaltea. Costei, o che amasse il padre o pure che il padre di lei s’inamorasse, fuggendo da lui per compassione di Minerva fu cangiata in uccello del nome suo, et tolta in sua protettione. Del qual figmento la ragione può essere tale. Che Nittimene usò consiglio di prudente, percioché o per vergogna del suo fallo o del padre, mai più dopo tal fatto non si lasciò vedere, et indi fu detta Nottola. Che poi venisse in protettione di Minerva, dove di lei s’è trattato se ne ha detto.

HIRCEO, VENTESIMO figliuolo di Nettuno.

Secondo Theodontio et Paolo, Hirceo fu figliuolo di Nettuno et Alcinoe figliuola d’Atlante; del quale altro non mi ricordo haver letto.

PELIA, ventesimoprimo figliuolo di Nettuno, che generò le figliuole et Acasto.

Pelia fu figliuolo di Nettuno et di Tiro, Nimpha et figliuola di Salmoneo re di Salamina, sì come nell’Odissea assai ampiamente scrive Homero. Dice che costei era solita molto spesso per suo diporto andar lungo le rive del fiume Enipheo; là onde Nettuno cangiatosi nel Fiume Enipheo pigliò la donzella et usò seco. Di che per tale congiungimento partorì Pelia et Neleo; poscia Tiro si maritò in Erithio. Regnando Pelia appresso Thessaglia (secondo Lattantio), dall’oracolo gli fu risposto che alhora la sua morte sarebbe vicina, quando a lui sacrificando al padre Nettuno sopragiungesse alcuno con i piedi scalzi. Onde avenne ch’egli facendo i soliti sacrifici annuali al padre, a caso vi sopravenne Giasone suo nepote con un piede ignudo, percioché per fretta correndo al sacrificio nel fango del fiume gli era rimasta una scarpa. Il che veggendo Pelia et ricordandosi dell’oracolo, non tanto di sé quanto dei figliuoli temendo per la singolare prodezza di Giasone, subito a quello persuase sotto coperta di gloriosa fama la impresa di Colcho, istimando (sì come si diceva) essere troppo difficile et periglioso potere acquistare il Vello d’oro; di che [p. 180r] liggiermente potrebbe morire. Il quale havendo oltre la speranza di Pelia essequita la impresa, tornando col Vello d’oro et con Medea sua moglie, avenne che per opra di Medea dalle proprie figliuole Pelia fu morto, restando dopo lui il figliuolo Acasto. D’intorno questa fittione Leontio diceva che Pelia fu figliuolo di Nettuno huomo, et ch’egli si congiunse con Tiro sotto spetie d’un giovane da lei amato lungo il fiume Enipheo; così dalla simiglianza ingannata fu impregnata, et n’hebbe due figliuoli.

LE figliuole di Pelia.

CHE il re Pelia havesse figliuole, tra gli altri egli si vede apertamente in Ovidio; ma quali fossero i suoi nomi, non ritrovo che nessuno l’habbia scritto. Queste, sì come è general costume de’ figliuoli, havendo compassione della vecchiaia del padre Pelia sempre gli stavano intorno. Onde (dicono), Medea sotto spetie di pietà haver indotto quelle a commettere grandissima scelerità contra lui. Percioché veggendo ella (secondo l’openione di Leontio) che la vita di Pelia ostava all’imperio di Giasone, fingendo essere venuta in discordia con Giasone se n’andò a ritrovar quelle, dolendosi molto dell’iniquità del marito. Di che per danno suo disse di voler con herbe ringiovenire Pelia sì come poco innanzi havea fatto Esone, et così alle credule figliuole di Pelia persuase che con un coltello tagliassero tutte le vene del tremante corpo del padre accioché tutto quel sangue vecchio et freddo se ne uscisse; et ella poi nelle vene ve ne porrebbe di novo et gagliardo. Il che elle facendo Pelia se ne morì, et Medea ritornò da Giasone. Dice Theodontio che tra Pelia et le figliuole Medea seminò discordia, et che perciò le figliuole amazzarono il padre.

ACASTO figliuolo di Pelia.

Acasto (testimonio Seneca nella Tragedia di Medea) fu figliuolo di Pelia, dove così parla:

Incolpa te Acasto, ch’ottenendo

Il regno di Thessaglia, il padre vecchio

Debile, et per l’età d’anni aggravato

Gli facesti amazzare; et si lamenta,

Che le sorelle pie contra del padre

Incitasti ad oprar l’indegno fatto.

Et quello che segue. Et queste sono parole di Creonte verso Medea.

NELEO, ventesimosecondo figliuolo di Nettuno, che generò
Nestore, Periclimeneone, Cromio et Piro fanciulla.

[p. 180v] Fu Neleo figliuolo di Nettuno et di Tiro, sì come nel capitolo di Pelia s’è mostrato. Il quale (secondo Homero) essendo cacciato di Thessaglia dal fratello Pelia edificò Pilon, et ivi honorando i dei habitò. Di costui fu moglie Clori figliuola d’Amphione re d’Orcomeno, di cui sì come dice l’istesso Homero hebbe Nestore, Periclimenone, Cromio et Piro femina, et ancho hebbe degli altri figliuoli fino al numero di dodici, de’ quali non si sanno i nomi.

NESTORE, figliuolo di Neleo, che generò Antiloco, Pisistrato,
Trasimede, Echephorone, Strato, Perseo, Arito et Policaste femina.

CLori et Neleo generorono Nestore il quale hebbe dodici fratelli, sì come testimonia Ovidio dicendo:

Due volte sei di Neleo fummo figli

Tutti giovani belli, et valorosi.

Costui visse molto, sì come egli medesimo nel tempo della guerra Troiana confessa appresso Ovidio, dicendo:

Son stato spettator d’opere molto,

Et vissi anni dugento, et hor mi trovo

Esser entrato nella terza etate.

Oltre ciò fu bellicoso, percioché tra l’altre sue prodezze, vivendo ancho il padre et essendo egli giovanetto, fece guerra contra gli Epii et nella guerra ne estinse molti, sì come Homero nella Iliade dimostra. Poscia, con Theseo nelle nozze di Piritoo fu contra i Centauri. Et per tacere l’avanzo, insieme con Greci vecchio venne alla guerra di Troia, et spesse volte combattente contra Troiani. Oltre ciò, fu tanto facundo che spesse volte mitigò l’ire di prencipi, et ridusse in concordia i discordi. Di costui secondo Homero fu moglie Euridice figliuola di Climenio, di cui hebbe sette figliuoli et una figlia. Quale poi fosse il suo fine, non mi ricordo haver letto.

ANTILOCO figliuolo di Nestore.

Antiloco fu figliuolo di Nestore et Euridice, sì come Homero nell’Odissea dimostra; il quale induce Pisistrato figliuolo di Nestore che in casa di Menelao appresso Lacedemonia piange la sua morte, percioché havendo seguito il padre alla guerra Troiana, ivi valorosamente combattendo da Mennone figliuolo dell’Aurora fu morto.

PISISTRATO figliuolo di Nestore.

[p. 181r] Pisistrato fu figliuolo di Nestore et Euridice. Costui da Nestore fu dato per compagno a Thelemaco figlio d’Ulisse, ch’andava in Lacedemonia per intender da Menelago qualche cosa d’Ulisse.

TRASIMEDE figliuolo di Nestore.

Trasimede di Nestore et Euridice fu figlio, et dal padre (secondo Homero) fu menato alla guerra Troiana.

ECHEPHRONE, STRATO, Perseo et Arito figliuoli di Nestore.

Questi tali furono figliuoli di Nestore et Euridice, i quali ho posto tutti insieme perché di loro non ho trovato cosa particulare.

POLICASTE figliuola di Nestore.

Policaste fu figliuola di Nestore et Euridice, et secondo Homero fu la più giovane dell’altre; onde viene a dinotarsi ch’egli ne havesse dell’altre, de’ quali non so né i nomi né altro.

PERICLIMENEONE Figliuolo di Neleo.

Periclimeneone fu figliuolo di Neleo et Clori, sì come <dice> Ovidio testimonia, affermando che da Nettuno suo avo gli fu conceduto potersi transformare in quali sembianze egli volesse. Onde avenne che per vendetta degli Epiori combattendo Hercole stranamente contra i Messani, i Pilii et gli Elipii, egli mutatosi in uccello contra Hercole con i piedi et l’ugne acute gli dava molta noia, di che con una saetta nell’aere da Hercole fu morto. Costui che si cangiava in ogni forma, non intendo essere altro che l’agilità de’ suoi membri, per la cui come cervo si moveva et correva come uccello. Onde può essere che correndo da Hercole fosse morto.

CROMIO figliuolo di Neleo.

CRomio fu figliuolo di Neleo et Clori, come ancho afferma Homero. Costui insieme con diece suoi fratelli da Hercole fu morto in quella guerra ch’egli hebbe contra i Pilii et Messani, sì come ancho il tutto Ovidio nel suo maggior volume dimostra. [p. 181v]

PIRO, figliuola di Neleo et moglie di Biante.

PIRO fu figliuola di Neleo et Clori, sì come nell’Odissea scrive Homero. Costei fu tanto bella che quasi tutti i nobili della Grecia la desiderarono per moglie et la dimandarono al padre Neleo; il quale a nessuno non la volse dare se non gli prometteva prima torre i buoi che gli riteneva Iphiclo zio della madre di Neleo, né gli li voleva rendere. Onde nessuno non havendo ardire mantenerli questo, Melampo a quel tempo famoso indovino mostrò la via a Biante suo fratello, per lo mezzo della quale alquanto da poi potrebbe torre i buoi di Neleo che gli erano tenuti da Iphiclo. Di che gli persuase che facesse la promessa a Neleo, per haver sì bella donzella per sposa. Biante adunque dando fede al fratello promise a Neleo la richiesta; per la qual cosa ingegnandosi di ricuperare i buoi, da Iphiclo fu preso et posto in prigione. Poscia indi ad uno tempo lasciato menò i buoi a Neleo, et hebbe Piro per moglie. Tutte queste cose quasi si contengono nel testo d’Homero, alle quali aggiunge Leontio che, essendo stato Biante un anno in prigione, sentì le travi della casa haver fatto vermi, da noi chiamati tarli, onde comprese per le guaste travi dover seguire la ruina; la quale havendo annuntiata ad Iphiclo, meritò la libertà. Finalmente Iphiclo non potendo generare figliuoli dimandò a Biante quello che potesse fare per haverne, al quale persuase che portasse del veneno di serpente; il che fatto, la moglie s’impregnò et a tempo partorì un figliuolo. Per lo qual beneficio da Iphiclo gli furono restituiti i buoi di Neleo et egli hebbe Piro, che a lui partorì Antiphati et Mantione.

CIGNO, ventesimoterzo figliuolo di Nettuno.

CIGNO fu figliuolo di Nettuno, sì come afferma Ovidio dicendo:

Già Cigno prole di Nettuno havea

A la morte donato huomini mille.

Questi, come dice l’istesso, havea havuto in dono dal padre che ferro no’l poteva ferire; per la cui commodità divenuto ardito et dando aiuto a’ Troiani amazzò molti Greci, et contra Achille venne a battaglia. Il quale, veggendo ch’egli si gloriava che ferro non li poteva nuocere, pigliando un gran sasso il trasse contra quello, già lasso et per molti colpi attonito. Onde Cigno dal gran colpo percosso cadè et Achille subito gli fu adosso, con un ginocchio calcandoli il petto et con le mani stringendoli la gola, di maniera che constrinse lo spirito affogarlo; ma incontanente dal padre fu mutato in uccello di suo nome, et l’armi sole restarono ad Achille. La spositione di questi figmenti può esser tale. Cigno forse fu detto figliuolo di Nettuno per la candidezza del corpo et agilità dei membri, attento che quelli che di complessione sono humidi, la qual’humidità procede da Nettuno padre di quella, sono di colore candidi, et come una piuma molli et delicati. [p. 182r] Alla quale humidità, se con debita proportione è congiunto il calore, questi tali sono dotati d’ottima agilità di membra. Onde aviene che, ammaestrati in schifare i colpi, sì come alcuni ne habbiamo visti, con armi non possano essere feriti; di che se alcuno vuol vincere questi tali, è di necessità che gli vinca a stracchezza. Che divenisse poi uccello di suo nome, ciò si deve intendere che, morto lui, appresso mortali non vi restò altro che il volatile nome.

GRISSAORE, ventesimoquarto figliuolo di Nettuno.

Grissaore, sì come nel libro degli Originali afferma Rabano, fu figliuolo di Nettuno, né altro di lui si legge.

OTTO ventesimoquinto et Ephialte ventesimosesto figliuoli di Nettuno.

OTTO et Ephialte (secondo Servio) furono figliuoli di Nettuno et Iphimedia moglie d’Aloo Titano, che fu ingravidata da Nettuno, sì come nell’Odissea Homero dimostra. Questa Iphimedia Paolo la chiama Elettrione, ma Theodontio Ephimeida. Questi adunque, perché nacquero della moglie d’Aloo, per lo più sono chiamati Aloidi, sì come ancho spesse volte Hercole Amphitrionide. Questi tali ogni mese parevano crescere nove dita, là onde in picciolo spatio di tempo furono finti d’una estrema grandezza di corpo. Dice Homero che questi hebbero così grande accrescimento perché erano nodriti dalla terra, et che non vissero più che nove anni; di che disegnando la sua statura, dice che la loro grossezza era di nove braccia, et la lunghezza di nove passi. Oltre ciò dice che hebbero guerra contra Marte, et che il presero et incatenarono, dove fu ritenuto prigione tredici mesi; et che se Giunone non havesse pregato Mercurio che il liberasse sarebbe morto in prigione. Il qual Mercurio segretamente il rubò, et così fu liberato. Il che Claudiano tocca dove parla delle Laudi di Stillicone, così dicendo:

Quando, che i due fratelli, che figliuoli

Furo de l’aspro Aloo, presero Marte

Mettendolo in prigion legato, et stretto.

Oltre ciò, questi furono mandati in Gigomantia da Aloo, non potendo egli per la vecchiaia andarvi; i quali ivi, sì come piace ad alcuni, con gli altri fulminati da Giove morirono, et ad Ephialte fu posto sopra il monte Etna, et ad Otto un certo monte Cretese. Altri dicono poi, tra quali è Homero, ch’eglino per la grandezza del corpo hebbero ardire porre [p. 182v] i monti sopra i monti et voler andare in Cielo; ma sì come nell’Odissea dice Homero, da Apollo con le saette furono morti. I quali secondo Vergilio sono confinati nell’Inferno, dove dice:

Qui dei figli d’Aloo gli immensi corpi

Simili a l’impietà nel loro ardire

Vidi, che con le mani oltraggio al cielo

Far pensaro, e spogliar Giove del regno.

Hora ci resta aprire il senso di queste cose. Barlaam diceva questi essere stati due fratelli molto potenti et figliuoli d’Aloo, ma chiamati poi di Nettuno perché oltre ogni misura di corpi humani erano cresciuti; il che vogliono appartenersi a Nettuno in generare corpi così smisurati. Che poi vivessero solamente nove anni et che fossero nodriti dalla terra, è perché di quei luoghi che possedevano cavavano grandissime rendite, et per nove anni hebbero guerra contra Giove, che secondo l’historie habitava sul monte Olimpo; dove in quella guerra amendue de pestilentiosa infermità assaliti morirono, et di q. fu detto che da Apollo con le saette fu morto. Altri dicono poi che questi tali insieme con Saturno vennero contra Giove et edificarono alcune fortezze, ma che ultimamente dalle forze di Giove restarano abbattuti et morti, in quel conflitto che si fece in Phlegra. Del preso Marte non ho trovato altro. Tuttavia tengo potersi esporre in questo modo, Marte essere stato qualche huom famoso in guerra et molto forte di costoro inimico; il quale se bene fu molto potente, nondimeno come spesso aviene che i maggiori vengono nelle mani dei minori, da loro fu preso et imprigionato. Onde alla sua liberatione non si trovando via, Mercurio, cioè la frode, il quale è dio di ladri, pregato da Giunone, cioè corrotto con danari, overo corrompendo guardiani, liberò quello.

EGEO, ventesimosettimo figliuolo di Nettuno, che generò Theseo et Medo.

EGEO re d’Athene fu figliuolo di Nettuno et dio Marino, sì come Theodontio afferma. Dice Paolo che costui hebbe due mogli, la prima delle quali fu detta Etra, figliuola di Pitteo re di Throezen, della quale hebbe Theseo. La seconda fu (secondo Ovidio) Medea fuggitiva, la quale essendo ripudiata da Giasone et da lui fuggendo, non solamente da quello fu alloggiata, ma tolta per sposa; onde di lei (come piacea a Giustino) hebbe un figliuolo chiamato Medo. Successe nel reame del Re Pandione, che (secondo Theodontio, il quale dice ciò esser vero) di lui fu padre; di che regnando lui occorsero molte disgratie agli Atheniesi, percioché tra l’altre sopportarono lungamente la guerra di Minos Re de’ Cretesi, da lui mossa per vendetta del suo figliuolo Androgeo indegnamente da loro ammazzato. Finalmente essendo vinti patteggiarono con Minos in tal modo, cioè che ogni anno si obligavano mandar sette giovani di più nobili Atheniesi in Creta al Minotauro; i quali per sorte tre anni gli furono mandati. Ma il terzo essendo tra gli altri toccato a Theseo, egli, con grandissimo dolore del padre Egeo, per andarsene montò sopra una nave. Onde essendo tutti gli altri ornamenti del navilio, et remi, et corde, et antenne, et vele, et ogni altro guarnimento nero, hebbe in commandamento dal padre che, se per caso occorresse ch’egli havesse felice essito, che ritornando dovesse [p. 183r] mutare tutte le insegne nere in bianche, accioché di lontano potesse conoscere quale fosse lo stato suo. Theseo poi per consiglio d’Arianna restato vittorioso, scordandosi dei mandati del padre se ne tornava adietro senza haver mosso le vele; di che il padre Egeo da un’alta torre riguardando et veggendo le insegne nere, dubitò non il figliuolo fosse morto, et per dolore si gittò in mare. Onde essendo morto, dagli Atheniesi liberati per consolatione di Theseo fu chiamato figliuolo di Nettuno, et Dio marino, et a lui consacrati altari.

THESEO figliuolo D’Egeo, che generò Hippolito, Demophonte et Antigono.

THESEO inclito re d’Athene fu figliuolo d’Egeo et di Ettra. Questi fu giovane di eccelso et generoso animo, et oprò molte cose degne di memoria; di maniera che tra i molti Hercoli è uno dei nominati. Costui prima con Hercole mandato da Aristeo contra le Amazone andò seco in compagnia, et sì come dice Giustino havendone amazzate et prese molte, tra l’altre pigliarono Menalippe et Hippolita, sorelle d’Antiope regina. Ma Hercole per le armi della reina restituin Menalippe alla sorella. Theseo poi tolse per moglie Hippolita, che in sorte partendo la preda gli era toccata, della cui hebbe Hippolito. Oltre ciò (come riferisce Statio) con gran virtù raffrenò il superbo imperio di Creonte, che vietava non si poter fare l’essequie funerali ai Re morti in guerra. Così amazzò appresso Maratone il toro mandato da Euristeo nel paese Atheniese per rovinare il tutto. Indi fece l’istesso di Scirone assassino, il quale stando sopra un scoglio constringeva tutti quelli ch’ivi capitavano lavargli i piedi overo adorarlo, et poi la notte gli gittava in mare. Appresso questo vinse et amazzò Procuste, ch’era un altro ladrone che habitava vicino al fiume Cephiso et amazzava quanti passavano d’ivi. Oltre ciò rapì Helena, sorella di Castore e Polluce, la quale donzella d’estrema bellezza giuocava nella palestra. Amazzò il Minotauro. Liberò Athene dalla vergognosa servitù. Menò via dal padre Minos Arianna et Phedra. Indi lasciata Arianna tolse per moglie Phedra, della cui hebbe alcuni figliuoli. Poscia fece ritornare nella patria molti Atheniesi che per diverse cagioni qua et là andavano errando, et quelli sparsi et agresti ridusse in forma di cittadini. Et, sì come piace a Plinio nel libro dell’Historia Naturale, fu il primo che trovasse gli accordi. Contra i Centauri nelle nozze di Piritoo suo amico si diportò valorosamente, et gli vinse. Indi fu suo compagno nell’andare all’Inferno per rapir Proserpina, ma men felicemente questo li successe, percioché Piritoo da Tricerbero cane dell’Orco fu divorato, et egli restò in pericolo di morte prigione, se a caso non fosse sovragiunto Hercole, che il liberò dal pericolo et il condusse di sopra. Dove ritornando ad Athene trovò la mogliera piena di querele, che li accusò falsamente il figliuolo Hippolito d’haverla voluta sforzare, il quale da lui perseguitato fu [p. 183v] tra vepri et spini stracciato; il che oscurò in gran parte il suo splendore. Finalmente già vecchio, et da’ suoi Cittadini dalla patria scacciato, appresso l’Isola minore di Schiro finì l’ultimo giorno, dopo l’haver dicinove anni signoreggiato in Athene. Le lodi di costui con alti versi dichiara Ovidio, dove dice:

Cantano le tue lodi, o Theseo eccelso.

Et quello che segue per undici versi continui.

HIPPOLITO figliuolo di Theseo, che generò Virbio.

HIPPOLITO fu figliuolo di Theseo et Hippolita Amazona. Costui, facendo vita casta et tutto datosi alle caccie, con fermo proposito di sprezzare tutte le donne, dalla madrigna Phedra non v’essendo Theseo fu molto amato; alla quale non havendo voluto compiacere, ritornando Theseo da lei fu accusato di stupro. Il quale divenuto furioso volse amazzare il figliuolo, ma Hippolito temendo l’ira del padre montò sopra la carretta et si diede a fuggire. Onde adivenne che per caso passando vicino al lito del mare i buoi marini ch’erano venuti sul lito, udito lo strepito delle ruote del carro, con furia si mossero per ritornar nel mare; di che i cavalli d’Hippolito messi in fuga et smarriti cominciarono uscire del camino, et per scogli, bronchi et spini strascinare la carretta, non giovando il poter d’Hippolito con mani a reggere i freni, là onde come quasi morto dai circonvicini fu raccolto; benché tutti i Poeti, et spetialmente Seneca Tragico nella Tragedia d’Hippolito, dicano che fu stracciato et morto. Il quale finalmente, per opra et aiuto d’Esculapio, quasi da morte fu non senza grandissima fatica ritornato in vita et nel primiero stato. Dal qual successo pare che sia dato luogo alla favola nella quale si legge Theseo haver havuto in dono dal padre di poter tre volte havere ciò che disiasse; onde perché hora disiò che il figliuolo fosse morto, dal padre i buoi marini furono mandati sul lito. Ma Hippolito per non provar la terza fiata l’ira del padre, la quale prima havea morto la madre Hippolita, hora intendendo che cercava punirlo del non suo fallo, lasciò la terra Atheniese et venne in Italia, non lontano dal loco dove poi fu edificata Roma; et ivi mutatosi il nome comandò che fusse chiamato Virbio, perché due volte fu huomo: l’una inanzi il suo caso, l’altra poscia che per beneficio d’Esculapio li pareva essere stato in vita tornato. Ivi dice Theodontio ch’egli edificò un castello, et dal nome della pigliata moglie il chiamò Ariccia. Oltre ciò, Theodontio dice essere falso che Hippolito menasse vita celibe, anzi che con segreto amore amò Ariccia, nobile donna del paese d’Athene; la quale perché era cacciatrice chiamava Diana, onde diceva che serviva a Diana. Onde per opra di questa Ariccia avenne che fu sanato da Eusculapio, istimando Theseo ch’egli fosse morto.

VIRBIO figliuolo d’Hippolito.

[p. 184r] VIRBIO fu figliuolo d’Hippolito et d’Ariccia, il quale fu partendo dopo la fuga del padre da Athene. Costui, cresciuto in età, fu mandato dal padre in aiuto di Turno contra Enea che dopo la ruina di Troia venne in Italia, sì come esso Virgilio descrive dicendo:

D’Hippolito segua la bella prole

Virbio; di cui la madre Ariccia ha cura.

Et quello che segue. Di lui non habbiamo altro.

DEMOPHONTE figliuolo di Theseo.

DEMOPHONTE (secondo Theodontio) fu figliuolo di Theseo et Phedra. Costui con gli altri Greci venne alla guerra di Troia. Rovinata poi Troia, ritornando verso la patria per fortuna di mare fu portato in Thracia, dove da Philli figliuola del re Ligurgo fu raccolto et nel proprio letto alloggiato. Dove essendo alquando seco dimorato, intendendo che Mnesteo re d’Athene da fortuna et travagli del mare conturbato era arrivato all’Isola Melos et ivi morto, tratto dal disio di regnare impetrò per qualche giorno licenza da Philli. Così racconciate le navi ritornò ad Athene, dove dopo il ventesimoterzo anno del paterno essiglio (come dice Giustino) ripigliò il re il reame d’Athene, né più si curò ritornare da Philli. Di che essendo regnato ventitre anni, morì. A cui successe Osinte; il quale dubito se fosse suo figliuolo o no.

ANTIGONO figliuolo di Theseo.

SECONDO Theodontio Antigono fu figliuolo di Theseo et Phedra, et come dice Barlaam maggior d’anni di Demophonte. Onde, dopo lo scacciato padre dagli Atheniesi, quasi ancho senza barba da quelli fu assunto al reame, et fatto re fu detto Mnesteo. Di che andando a Troia et non si fidando molto dell’ingegno di Demophonte, seco menò quello. Costui ritornando adietro, et combattuto molto dal travaglio del mare, morì nell’Isola Melos.

MEDO figliuolo d’Egeo.

MEDO secondo Giustino fu figliuolo d’Egeo re d’Athene et di Medea; la quale, come dice l’istesso Giustino, veggendo il figlialstro essere allevato da Egeo, facendo da lui divortio con il figliuolo Medo se n’andò in Colcho. Ma Ovidio dice ch’ella fuggì per l’apparechiato veneno a Theseo. Oltre ciò, alcuni vogliono ch’ella ritornasse nella gratia di Giasone, et questo Medo essere poi andato in Asia et haver soggiogato molti paesi, ma haver posseduto quella parte da noi chiamata Media; la quale da lui, o dal [p. 184v] suo o dal nome della madre così fu chiamata.

ONCHESTO, ventesimottavo figliuolo di Nettuno, che generò Megareo.

ONCHESTO (secondo Lattantio) fu figliuolo di Nettuno, il quale, come dice Servio et Lattantio, edificò Oncheste città vicina al promontorio Micalesso, et da sé la chiamò con tal nome; ma di lui non ho letto altro eccetto che generò un figliuolo nomato Megareo.

MEGAREO figliuolo d’Onchesto, che generò Hippomene.

MEGAREO fu figliuolo d’Onchesto, sì come chiaramente testimonia Ovidio dove introduce Hippomene che così parla:

Di me fu padre Megareo; di lui

Onchesto genitor; avo Nettuno.

Adunque (se ben miri) pronepote

Ad essere vengh’io del re de l’acque.

HIPPOMENE figliuolo di Megareo.

A BASTANZA s’è mostrato Hippomene essere stato figliuolo di Megareo. Di costui Ovidio recita favola tale. Era nella città di Sciro Atalanta figliuola d’Oeneo, overo di Iasio, donzella di maravigliosa bellezza et velocissimo corso; la quale per lo più per comandamento dei dei habitava nelle selve. Costei da molti essendo dimandata per moglie fece un patto tale, che chi la voleva giuocasse seco a correre, et se fossero da lei vinti havessero a morire; ma se alcuno lei vincesse, ella di lui fosse sposa. Il che essendo tentato da molti più tosto arditi che aventurosi, invece di haverla per sposa vi haveano lasciato la vita. Onde Hippomene, che ancho non l’havea veduta, si rideva della sciocchezza di questi tali. Finalmente avenne ch’egli un giorno a caso la vedesse; di che maravigliandosi della vermiglia faccia, degli occhi lucenti, della bocca di corallo, della chioma d’oro, del petto rilevato, del corpo disposto et dei piacevoli gesti, subito si sentì ardere per lei; per la qual cosa colui che poco dianzi s’havea fatto beffe degli altri, non dubitò punto il dimandarla per sposa et mettersi a pericolo della severa legge. Hippomene adunque si rivolse a Venere impetrando da lei aiuto; la quale a lui diede tre pomi d’oro tolti dal giardino delle Hesperide, et gl’insegnò come havea da adoprarli. Onde essendo entrati nel corso et andandoli innanzi la donzella, egli ammaestrato subito pigliò l’uno de’ tre pomi et il trasse per terra; di che la [p. 185r] fanciulla invaghita dal lucente splendore si chinò a prenderlo. Indi con la velocità sua di novo non pure aggiungendolo, ma trappassandolo, Hippomene medesimamente gittò il secondo, per la cui vaghezza troppo più splendente della prima la giovane mossa si diede a volerlo raccorre; onde l’inamorato celerando i passi pigliò un poco d’avantagio, ma tosto da quella gli fu tolto. Di che veggendo egli hoggimai essere vicino il segno dove haveano ad arrivare, gittò il terzo (del quale la vergine, più ingorda che degli altri due primi, con animo di tosto trappassarlo si chinò a prenderlo[)], ma egli intanto con velocità aggiunse alla disiata meta, là onde la donzella restata vinta divenne sua moglie. Con la quale ritornando lieto verso la patria et essendo impatiente dell’amore, posta da canto la rimembranza del ricevuto dono da Venere nel boscho di Cibele condusse quella, et ivi seco si congiunse. Di che, o per sdegno di Venere o della madre dei dei, avenne che gl’infelici amanti si cangiarono in Leoni, et furono aggiunti al carro di Cibele. Sotto la cui fittione può nascondersi senso tale. Primieramente, se nelle donne è alcuna ostinata durezza, quella si può con l’oro et con doni rompere, attento che naturalmente tutte sono avare et ingorde dell’oro. Sono poi detti amendue essersi conversi in Leoni perché nel bosco di Cibele si congiunsero insieme, cioè abondarono in delitie humane; onde perciò s’inalzarono et così furono cangiati in Leoni, essendo i Leoni superbi animali. Et poi all’incontro furono aggiunti al carro di Cibele, cioè in processo di tempo ammaestrati dalla natura delle cose; perché tutti siamo inchinati alle terrene leggi, conciosia che terrenamente viviamo; onde benché diventiamo superbi et altieri, alla fine siamo ridotti in terra.

PELASGO, ventesimonono figliuolo di Nettuno.

Pelasgo secondo Theodontio fu figliuolo di Nettuno; ma Isidoro dove tratta delle Ethimologie dice ch’egli fu figliuolo di Giove et Larissa. Nondimeno, perché si vede che Theodontio è stato molto sottile ricercatore di simili cose, ho giudicato essere da credere a lui. Questi adunque regnò in quella parte della Grecia che poi da Arcade figliuolo di Calisto fu detta Arcadia, et secondo Theodontio dal nome suo fu chiamata Pelasgia, et nell’Asia esservi i Pelasgi; i quali contra Greci favorirono i Troiani, sì come nella Iliade mostra Homero. Ma questi Pelasgi hebbero il nome da Pelasga, donna greca, la quale dicono con molta gente in Asia esser passata, et haver edificato una città chiamandola dal nome suo Pelasgia; et indi essere stati chiamati Pelasgi quelli che sono appresso Licia. Altri poi tengono il contrario, cioè Pelasgo essere stato un Re in Asia et da lui essersi dimandati i Pelasgi; et indi quella donna Pelasga, dove poscia furono i Pelasgi, d’Asia in Grecia essere poi passata, dove occupato il paese impose il nome ai Pelasgi.

NAUPLIO, trentesimo figliuolo di Nettuno, che generò Palamede.

[p. 185v] NAuplio fu figliuolo di Nettuno et Amimmone figliuola del re Danao, sì come testimonia Lattantio; il quale della di lui origine recita favola tale. Mentre Amimmone figliuola di Danao s’essercitava nelle selve a lanciare il dardo, a caso percosse un Satiro, alla quale perciò il Satiro volendo far forza quella dimandò aiuto da Nettuno; onde Nettuno cacciato via il Satiro giacque con lei, dal quale congiungimento hebbe Nauplio. Si trova che Nauplio regnò in Euboia, et dicono che di lui fu figliuolo Palamede morto appresso Troia. Il che non potendo sopportare Nauplio, né trovandosi forze bastanti a vendicarlo, si rivolse ad adoprar l’ingegno; onde dimorando i Greci intorno Troia, egli incominciò circondare tutta la Grecia et entrare nelle case reali di tutti i prencipi, dove con quelle migliori persuasioni che poteva usava adulterio con tutte le loro mogli, et le persuadeva a congiungersi con quanti elle potevano; istimando perciò che ritornando i Greci verso la patria nascerebbono tra loro molte seditioni et venirebbono all’armi, di che amazzandosi l’uno con l’altro egli verrebbe a vendicar la morte del suo Palamede. Et è stato creduto, sì come affermava Leontio, Clitennestra per opra sua essere venuta negli abbracciamenti d’Egisto; onde poscia ne fu morto Agamennone, et indi Egisto et Clitennestra. Così Egiale moglie di Diomede essersi congiunta con Cillibaro figlio di Steleno. Et per tacer dell’altre, Licophrone si sforza macchiare l’inclita fama di Penelope, volendo che per consigli di Nauplio alcune notte giacesse con un de’ suoi Proci. Oltre ciò, dicono che l’implacabil vecchio con animo sì fervente desiderò la vendetta che, ritornando i Greci dopo la ruina di Troia nella patria, et essendo cacciati da dura et rea fortuna, egli montò sopra il monte Caphareo, dove la notte accendendo una facella, come s’egli volesse a loro mostrare un porto securo, fu cagione che molti desiderosi di salvarsi vennero ad urtare negli scogli pericolosi, onde con tal scelerità ne perin una gran parte. Del cacciato Satiro et di Amimmone oppressa da Nettuno, Barlaam con poche parole ne mostra la ragione, dicendo che il Satiro fu pedagogo della donzella, et Nettuno un certo Lerneo Egittio molto famoso, di cui Amimmone prima fu concubina che moglie; et da lui essere stato nominato il fonte et la provincia Lernea.

PALAMEDE figliuolo di Nauplio.

Palamede fu figliuolo di Nauplio, il quale essendo insieme con Greci d’intorno Troia, et essendosi quelli per una seditione levati contra Agamennone, et toltali la potestà c’havea di comandarli, fu fatto suo capitano nella guerra. Tra costui et Ulisse, sì come dice Servio, era odio, percioché Ulisse per non venir alla guerra di Troia fingendosi esser pazzo, legando al giogo et all’aratro diversi animali se ne stava nei campi a seminar sale; onde Palamede, per far esperienza se ciò fosse vero o non, pose in terra dinanzi all’aratro il fanciullo Telemaco, il quale vedendo Ulisse subito fermò l’aratro; di che si conobbe che non era pazzo. Oltre ciò, essendo Ulisse andato in Thracia per fromento et ritornando senza niente, con dire che non ne havea trovato, [p. 186r] Palamede andandovi ne portò molto. Là onde per ciò Ulisse sdegnato sopportava malamente la di lui gloria. Di che per suo inganno avenne che sotto il tabernacolo di Palamede dai servi suoi vi fu nascosta grandissima quantità d’oro; indi subornati alcuni messi et havute lettere false, nel consiglio di Greci accusò Palamede c’havesse intendimento con Priamo et che con oro fosse stato corrotto, onde per chiarezza dall’incominciato tradimento comandò che fosse cavato sotto l’alloggiamento di lui, che ivi troverebbono l’oro conforme alle lettere et alle accuse. Il che fatto, et trovatovi il tesoro ch’egli stesso v’havea fatto nascondere, la accusa d’Ulisse fu tenuta vera, et Palamede come colpevole con sassi fu morto.

CELLENO trentesimaprima, Abello trentesimaseconda,
et Occipite trentesimaterza, Arpie et figliuole di Nettuno.

Celleno, Aheno, Occipite, Arpie, secondo Servio furono tre figliuole di Nettuno et della Terra. Altri dicano di Theumante et Elettra. La forma di queste cose descrive Vergilio:

Non è monstro di loro alcun più tristo,

Né peste alcuna più crudele, o rea

Et per l’ira dei dei da l’onde stigi

Si viene ad inalzare. Il loro volto

È di donzella, et ha d’uccello il ventre,

Corve le mani, pallide, e affammate.

Oltre ciò, descrive egli dove habitano et onde vennero, mentre dice:

Con nome greco Strophadi son dette

L’isole poste ne l’Ionio mare

U la crudel Celleno, et l’altre Arpie

Fanno sua stanza; poscia che lasciaro

Le mense di Phineo per tema estrema,

Et la primiera entrata le fu chiusa.

Di queste da Servio si recita una favola, la quale a pieno è stata scritta dove s’è trattato di Zethe et Calai, et si è dichiarato il senso. Similmente ancho di queste tali si ha parlato alquanto dove si ha ragionato d’Aletto et delle altre Furie, però qui se ne dirà poco. Vuole adunque Servio ch’elle siano figlie di Nettuno et della Terra perché habitano in isole che sono terrene, ma nondimeno dal mare circondate. Ma io le tengo figlie di Nettuno perché sono monstruose, sì come si vede per li versi di Vergilio. Sono poi, secondo Fulgentio, dette Arpie perché Arpe in greco volgarmente suona rapire, là onde la prima di loro Abello è chiamata quasi Ahelanalò, che significa desiderare quello d’altrui. La seconda Occipite, che significa velocemente pigliare. La terza Celeno, che vuol dir negro, per lo cui si deve comprendere il nasconder della rapina. Et così prima si disidera, secondariamente si toglie, poi si nasconde. Sono dette havere il volto di donzella o perché, come dice Fulgentio, la rapina sia sterile, al che aggiungerò io in quanto a colui a cui è tolta; overo perché i ladri per suo costume si mostrano in presenza benigni et piacevoli, accioché con questa arte possino ingannar gli sciocchi. Hanno le mani corve et rampinate, il che non ha bisogno d’espositione. Che poi habbiano la faccia pallida, ciò non vuole dinotare altro che [p. 186v] la continua fame dell’appetito insatiabile d’havere, per la quale gl’infelici inchinati alla rapina continuamente sono tormentati. Il ventre dei rubatori è ancho sporcho et fetido, per dimostrare che per lo più l’essito delle rapine è vergognoso; percioché per le rapine si entra nel giuoco consumatore della roba et padre di tutte le miserie, si scende alla lussuria madre delle lascivie et degli otii scelerati, si passa alla gola, vergognosissima et dannosa feccia delle crapule et infermitadi. Istimo queste essere proprie dei corsari, avarissimi et crudeli huomini, percioché habitano nei liti. Oltre ciò, alle predette Arpie Homero ve ne aggiunge una, la qual chiama Thiella, et dice che generò i cavalli d’Achille. Diceva Leontio questa interpretarsi impeto overo furor di vento, per la cui si dimostra ancho la velocità dei corsari alla rapina.

SICANO, trentesimoquarto figliuolo di Nettuno.

SICANO secondo Theodontio fu antichissimo Re di Sicilia et figliuolo di Nettuno; et da lui quell’isola che più anticamente fu detta Trinacria fu chiamata Sicania, della cui Solino dove tratta delle Maraviglie del Mondo dice: Alla Sicania, molto prima inanzi le guerre Troiane, il Re Sicano ivi condotto con grandissima compagnia de’ figliuoli diede nome. Di questi figliuoli non ho mai potuto saper nome alcuno. Nondimeno Theodontio dice che Cerere di costui fu moglie et Proserpina figliuola, la quale i Poeti chiamarono figlia di Giove.

SICULO, trentesimoquinto figliuolo di Nettuno.

FU Siculo Re di Sicilia et figliuolo di Nettuno, sì come Solino dimostra. Secondo Theodontio regnò dopo Sicano, et da lui fu nomata la Sicilia. Paolo dice costui essere stato figliuolo di Corito et Elettra, et fratello di Dardano. Ma che fu chiamato figliuolo di Nettuno, perché di Thoscana navigò in Sicilia, et ammaestrò in molte cose quegli huomini rozi.

IL FINE DEL LIBRO DECIMO.

[p. 187r]

LIBRO UNDECIMO

di MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL NON MENO VIRTUOSO CHE HONORATO SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

Di ACAIA, tra il Pachino promontorio di Tinacria et l’antiche Siracuse, i venti con assai benigno spirare m’haveano condotto; dove veggendo che quasi fino al fine haveva condotta tutta la prole di Nettuno, più tosto narrando la venuta degli antichissimi Re nell’isola che i loro fatti, meco stesso stava considerando et riguardando a quale regione del cielo dovessi drizzar la prora della mia barchetta. Onde mi venne in mente hora con vele, hora con remi, hora con piedi esser tanto da spingere inanzi che non vi restasse alcuno figliuolo dell’infausto vecchio Saturno del quale non fosse descritta la progenie, eccetto Giove, il quale vollero che fosse padre, re et Signore dei dei et degl’huomini. Confesso, Serenissimo Re, ch’io restai stupido et mi caderono le forze dell’animo; et come quasi al mio viaggio fosse stato opposto un riparo estremo et insuperabile, disperatomi diceva: "O misero, già potei entrare nell’ampio et gran gorgo dell’Oceano, et con un picciolo legnetto trappassar l’onde che fino alle stelle s’inalzavano. Potei transcorrere per tutto il vasto lito del mare Mediterraneo, tra mille scogli et risonanti sassi. Potei salire sopra monti alpestri, scendere in valli oscure, entrare in antri tenebrosi, cercar le stanze delle fiere, et delle selve et dei boschi ricercar l’ombre quiete; passar per le cittadi et castella, et quello ch’è più terribile, scendere fino nell’Inferno et ricercare tutte le tenebrose stanze di Plutone; con gl’occhi forare le viscere della Terra, et così ancho degli altri dei la prole che ancho alla penna resta appesa, come da me conosciuta produrre in mezzo. Ma hora, se non vedrò Giove, a qual partito potrò descrivere la grandissima sua [p. 187v] discendenza? Se poi voglio veder Giove, m’è di necessità andare in cielo. Ma infelice me, con qual gran salto et da qual monte eccelso mi gitterò in quello? Qual’impeto di venti m’inalzerà ivi? Qual densa nube mi porterà ivi? O chi mi presterà ale sì veloci? O, Dio volesse che dall’Inferno ritornasse Dedalo, il quale solo seppe vestir l’huomo di piume et a’ mortali mostrare l’insolite vie del Cielo. Egli forse a questo bisogno mi potrebbe dar aiuto. Il quale, venga onde si voglia, se non m’è conceduto, dopo tante sofferte fatiche, tante paure vinte et tanti ripari superati, lasciando imperfetto l’incominciato viaggio, non senza vergogna della mia temerità bisognerammi sovrastare." Oltre ciò, disiava vedere la patria de’ celesti, et con qual’ordine quelli santissimi Theologi de’ gentili havessero posto i tempii, i palazzi, gli atrii et le stanze degli habitatori del cielo. Oltre ciò, insieme con esso Giove veder di lui la sublime sedia. Con qual ragione quel sacro concistoro dei dei si convenisse insieme. Quale tra loro l’imperio di lui. Quale ordine nel sedere. Quale la maestà del presidente. Quali legge si dissero. A chi et in qual modo si concedessero gl’imperi, accioché la mortalità fino nel debito fine del mondo fosse governata, et le altre gran preminenze de così eccelso Dio. Così stando io quasi come disperato, et tuttavia cruciato dal disio di vedere il cielo et fornire il mio viaggio, eccoti che dal lito di Sicilia senza reger né timone né altro che da un subito impeto di vento fui portato fino in Creta; la quale riguardando, non prima vidi il monte Ideo che, toltami la nebbia dalla mente et allumato dal vero splendore d’Iddio, conobbi del padre della prole Giove la culla et le fornicationi ivi d’intorno, et mi ricordai ove le sue ceneri et l’ossa giacessero. Così venni a ravedermi ch’egli non fu il dio del cielo che tiene il trono di quello, ma huomo, i cui fatti, costumi et altre attioni con non maggior fatica che degli altri dei gentili si potevano comprendere dai terreni specchi. Raccolte adunque in me le forze per descrivere la numerosissima sua prole, entrerò in quello che poco inanzi è stato detto, pregando ch’al disiato fine mi conduca colui che per lo secco mare Rosso in Egitto condusse il popolo d’Israelle.

GIOVE TERZO, ET DECIMO FIgliuolo di Saturno, che generò trentanove figliuoli, de’ quali questi sono i
 nomi:  Clio, Euterpe, Melpomene, Thalia, Polimnia, Erato, Tersicore, Urania, Calliope, Acheo, Venere,
 Amore, Proserpina, Castore, Polluce, Helena, Clitennestra, Palisto, Palisco, Iarba, Mena, Mirmidone,
  Xanto, Lucifero, Orione, Minos, Sarpedone, Radamanto et Archisio; de’ quali sitratterà  nel presente
libro. Ma nell’altro si dirà di Dionigio, Perseo, Aone, Eaco, Pilunno, Mercu[p. 188r]rio
et Vulcano, che saranno otto. Ma nel terzodecimo libro si scriverà di Hercole et Eolo.

GIOVE Cretese, il quale in quest’opra è il terzo, secondo che tutti gli antichi testimoniano fu figliuolo di Saturno et Opi. Questo in un medesimo tempo insieme con Giunone partorito, accioché dal padre non fosse ammazzato, secondo il patto fatto col fratello Titano, subito che fu nato dalla madre fu mandato in Ida monte Cretese ad essere allevato, et sì come alcuni vogliono raccomandato ai popoli Cureti, overo come altri dicono ai Dattili Idei. Ma Eusebio nel libro dei Tempi dice ch’egli fu raccommandato a Creto Re di Candiani, il quale il tenne et nodrì nella città di Neson, dove è il tempio di sua madre. Tuttavia, perché dissero che fu raccommandato ai Cureti, v’aggiungono ch’egli da quelli fu portato in un antro del monte Ida, dove quello, sì come i fanciulli fanno, piangendo, eglino accioché non fosse sentito facevano strepiti con timpani, scudi et altri instrumenti. Al cui suono, secondo la loro usanza, adunandosi l’api, stillavano nella bocca del fanciullo il mele; per lo cui beneficio egli poi fatto Dio le concesse che generassero senza coito. Ad altri poi piace che fosse dato a nodrire alle Nimphe, tra le quali, sì come afferma Didimo nel libro della Narratione di Pindaro, vi furono due figliuole di Melliseo Re di Creta, cioè Amaltea et Melissa; che col latte di Capra et mele il nodrirono. Onde nel libro delle Divine Institutioni Lattantio dice una capretta della Nimpha Amaltea con le sue poppe haver nodrito Giove fanciullo, et perciò Germanico Cesare nei versi Arathei dice:

Di Giove ella tenuta vien nutrice,

Se veramente Giove fanciullino

De la capra fidissima Cretese

Le mammelle poppò; la qual in cielo

Cangiata in chiara, et fiammeggiante Stella

Fa testimonio del cortese allievo.

Il che ancho pare che dimostri il famoso Poeta Francesco Petrarca nella Buccolica, in quell’Egloga il cui titolo è Argo, così dicendo:

Da le tenere labbia le mammelle

Segnate movan te; se il nettar forse

Scordar t’ha fatto il latte, che bevesti.

Fu pur di gregge la nutrice tua.

Et quello che segue. Servio dice poi che non in Ida, ma nel monte Ditteo dalla madre fu mandato, et ivi nodrito. Ma Giunio Columella nel nono libro dell’Agricoltura, così scrivendo della infantia et governo di Giove dice:

Né veramente è cosa degna ad uno rustico volere sapere se Melissa fu bellissima donna, la quale Giove convertì in Ape; overo come a lei Homero poeta dice, dai carboni et dal Sole essere generate l’api, che nodrirono le Nimphe Frixionidi. Poi dice in quella cava haver habitato le nutrici di Giove, et in sorte per dono divino esserle toccati que’ paschi con quali elle haveano nodrito il picciolo allievo.

Questo dice egli. Onde si viene a comprender che Giove solamente fu nodrito di Mele. Questi finalmente cresciuto in età hebbe guerra con i Titani per li pi[p. 188v]gliati padri, et gli liberò. Poscia cacciò del reame il padre, attento che egli ritrovò che volea farlo morire, sì come di sopra dove s’è parlato di Saturno a pieno s’è detto. Et di qui dicono che gli sovragiunse la guerra con i Giganti; onde havendoli vinti sopra loro vi pose alcuni monti, sì come è stato mostrato. Indi soggiogato il mondo con i fratelli divise l’imperio, dando a Plutone il dominio dell’Inferno, a Nettuno del mare, et per sé tenendo quello del cielo. Et molto prima havendo tolto per moglie la sorella Giunone, et divenuto re potente et desideroso di gloria, incominciò divenir ambitioso, et non meno con astutia che per forza non solo le lodi humane, ma gli honori divini ricercare. Edificò tempi (sì come si legge nell’Historia Sacra) in molti luoghi et gli dedicò al suo nome, et in ogni paese ch’egli veniva congiungeva seco in amicitia, famigliarità et hospitio tutti i Re et i prencipi dei popoli; et quando da loro partiva comandava che fosse edificata una chiesa, et ornata del suo nome et di quello dell’hospite, come quasi da questo potesse durare la memoria dell’amicitia et concordia. Onde con tale astutia avenne che furono edificati tempi a Giove Ataburio et a Giove Labriando, essendo stati Ataburio et Labriando nella guerra suoi aiutori. Così ancho a Giove Laprio, Giove Molione, Giove Cassio, et altri simili; il che da lui con astutia fu imaginato per acquistare per sé l’honore divino, et agli hospiti suoi nome perpetuo accompagnato con la religione. S’allegravano adunque quelli tali et volentieri obedivano al suo imperio, et per gratia del suo nome celebravano i sacrifici et le solennità annuali; et in tal modo per tutto il mondo Giove seminò la riverenza del suo nome, dando essempio agli altri d’imitarlo. Questi habitò ancho nel monte Olimpo, sì come testimonia l’istessa Sacra Historia, dove si legge:

A quel tempo Giove nel monte Olimpo facea la maggior parte della sua vita; et ivi a lui venivano, se havevano alcuna differenza. Oltre ciò, se alcuno trovava qualche novità che fosse utile alla vita humana, veniva a ritrovarlo, et a Giove la mostrava.

Et quello che segue. Oltre questo, come che tal’huomo fosse ambitioso d’intorno l’occupar gli honori et molto libidinoso, nondimeno ritrovò molte buone et utili cose alla vita humana et quelle introdusse, et alcune cattive ne levò. Et tra l’altre levò dai costumi degli huomini quella usanza di mangiar carni humane, de’ quali al tempo di Saturno usavano. Così finalmente disposte le cose sue finì l’ultimo giorno, del cui fine è testimonio Ennio. Egli nella Sacra Historia havendo prima descritto tutte le operationi di Giove in vita, in ultimo così dice:

Indi Giove, poscia che cinque volte hebbe circondato la Terra, a tutti gli amici et parenti suoi divise gl’imperi, et a tutti lasciò leggi, ordini, costumi, et assignò biade; appresso fece molti altri beni, et havendo conseguito gloria immortale et sempiterna memoria, lasciò di sé ricordo ai suoi; la età et la vita malamente in Creta menata cangiò, et se ne andò in cielo. Onde i Cureti suoi figliuoli hebbero cura del suo corpo, et l’ornarono molto; et a quello fecero un bellissimo sepolcro in Creta nel castello d’Aulatia, la qual città dicono haver edificato Vesta; et sopra la sepoltura di lui in lettere greche antiche fu scritto GIOVE di SATURNO.

Ma Evemero dice ch’egli morì in Oceana; nondimeno, che fu sepolto nel castello d’Aulatia. Forse che questo nome d’Oceania fu primo a Creta innanzi che dal nome di Creta, Nimpha et figliuola d’[p. 189r]Hesperide (come dice Plinio nell’Historia Naturale), così l’isola fosse detta. O celebratissimo Re, non vedi adunque con quanto ingegno, con quanto favore della fortuna, con quanti inganni dell’antico inimico questo huomo si acquistasse un nome eterno, una gloria vana, et gli honori divini? Mi maraviglio veramente della pazzia di quella, come che rozza età, che con il poco consiglio credesse et tenesse per sommo Iddio uno che haveano visto nato di huomo, mortale et passibile. So che potranno essere di quelli che diranno ancho di molti meno antichi non meno essere stati inchinati a questa medesima pazzia, mentre leggeremo da Luca essere stato scritto che appresso i Listri di Licaonia predicando Bernaba et Paolo, huomini santissimi, la vera fede di Christo, et in nome di quello haver risanato un huomo zoppo et attratto da natività, che da quelli subito furono tenuti dei, chiamando Bernaba Giove et Paolo Mercurio. Onde a quelli ciò rifiutando, furono apparecchiati vittime et sacrifici dai pontefici et dal popolo, sì come a dei, de’ quali mi maraviglio meno, percioché dinnanzi gl’ignoranti Listri non per opra sua ma per gratia di Christo, sì come essi testimoniavano, havevano fatto un’opra divina. Ma Giove, qual cosa fu veduto fare, che fosse più che di huomo? Nessuna veramente. Fu huomo vittorioso, essendo questa opra d’astutia humana, et bene spesso della fortuna; onde perciò non doveva essere tenuto da nessuno né Iddio né re del cielo. Certamente, troppo facili a credere erano gli huomini di quella età. Noi adunque lasciamo gli antichi nella sua pazzia, et rivogliamo la penna alle cose lasciate. Poscia che s’è detto di Giove quello che all’historia s’appartiene, seguiremo quello che di lui è stato finto. Prima il chiamano padre, et signor degli dei et re del cielo; et in loco di scettro gli attribuiscono la saetta. Oltre ciò sacrarono a lui la quercia, et in sua guardia posero l’aquila. Hora veggiamo quello che sopra ciò hanno voluto intendere. È detto padre et Signor degli dei perché regnando egli i tempi degli heroi o incominciarono o fiorirono, ne’ quali appresso Greci et di poeti overo di Theologhi gentili incominciò et fiorì lo studio; i quali veggendo costui a quel tempo tra tutti gli altri mortali maggiore, et che già non solamente appresso i suoi, ma ancho appresso straniere nationi tuttavia vivendo si havea acquistato gli honori divini, et ch’era tenuto padre, et maggiore di quelli che molto prima di lui erano stati et erano per dei adorati, havendo ancho in favore il nome di Giove, che già lungamente innanzi era celebre et famoso, et al vero Iddio attribuito, aggiungendoli favore il loco della sua habitatione detto Olimpo, col quale nome dimandiamo ancho il cielo, il finsero padre dei dei et re de’ cieli. Né bastò attribuirli quello che fece, ma molte di quelle cose che per più secoli prima erano state fatte, et spetialmente di quelli altri due Giovi che furono, sì come habbiamo mostrato, nei tempi dianzi, per la confusione dei nomi furono ritornate in costui, né altrimenti che fatte nel suo tempo a lui attribuite. Et, cosa che molto più dannosa, molte cose che s’appartengono al solo vero Iddio, vero signore dei dei, sotto il velo di simile fittione riposte et racconciate furono dagli ignoranti tenute proprie et appartenenti alla potentia et finta deità di quest’huomo. Et tanto crebbe questa ignoranza che non solamente furono credute le cose che sono di Iddio essere di Giove, ma quelle di Giove essere del vero Iddio, come sono gli adulteri, i [p. 189v] tradimenti, le guerre, et altre simili. Nondimeno, quante volte gli huomini illustri per questo Giove hanno inteso il vero Iddio, quello che di Giove è men che honesto scritto hanno voluto che sia compreso per qualche atto naturale prodotto per opra della natura naturata, la quale è opra d’Iddio; il che io non lodo che per dishoneste fittioni sia designata la divina potenza. Appresso, non trovarono il gran numero dei dei perché credessero esservi tanti dei; anzi i prudenti volsero quelle deitadi ascritte a molti dei essere proprie della potenza d’un vero Iddio, ma da lui per uffici distribuite, et egli oprare per suoi ministri, sì come noi facciamo. Il che chiarissimamente nel libro de Dogmate Platonis mostra Apuleio. Ma noi ottimamente crediamo d’Iddio secondo il Salmista, perché disse et fu fatto. Né però neghiamo Iddio haver ministri, altri della giustitia come sono i demoni, altri della gratia come gli angeli, altri dei bisogni et del vivere, come sono i corpi sopracelesti. Ma di questo, altrove. Per lo folgore veramente attribuito a Giove invece di scettro, percioché è affogato, credo io che quelli c’hanno finto hanno voluto che alle volte sia compreso per lo elemento del fuoco et dell’aere, come afferma Servio, et alhora vogliono che Giunone sua moglie sia l’acqua et la terra, attento che da loro per giudicio d’alcuni ogni cosa è procreata; et così secondo Varrone dell’Agricoltura, dove sono detti i gran padri, Giove padre et Giunone madre. Tengo che questa fittione habbia havuto origine da quelli c’hanno istimato il foco cagione di tutte le cose, et che per opra sua il tutto sia generato et nodrito. Così mentre il foco et l’aere è Giove, egli è sua opra l’adunare et dissolvere i lampi et i tuoni, eccitare et abbassare i venti, mandare folgori et cose tali, percioché questo si opra nella regione dell’aere col mezzo del fuoco. Dissero che questa saetta ch’egli tiene invece di scettro ha tre punte per designare la tripartita proprietà del folgore, il quale è risplendente, et fende, et abbruggia; onde se alcuno desidera a pieno intendere del folgore, legga Seneca Philosopho ove tratta delle Questioni Naturali. Oltre ciò gli attribuiscono la Quercia, perché gli huomini della prima età si pascevano dei suoi frutti, et per ciò gli è parso quell’albero dirittamente essere proprio di colui al quale s’appartiene nodrir gli huomini da lui prodotti, overo governati. Isidoro dove tratta delle Ethimologie pare quasi che voglia quest’albero intendersi la noce, et dai Latini esser detta Giuglande, quasi ghianda di Giove, perché già fu sacrata a Giove; onde segue il suo frutto haver tanta forza che viene posto tra sospettosi cibi d’herbe o di funghi, leva da quelli, et amorza ogni veneno che vi sia. Affermano poi l’Aquila esser in sua guardia, onde ciò Lattantio per parole d’altri ne rende la ragione dicendo Cesare nell’Aratho riferisce Aglaoste dire che, andando Giove dall’isola di Naso contra i Titani, et nel lito facesse sacrificio, un’aquila per augurio gli volò sopra, la quale rimanendo vittorioso tolse in protettione per l’augurio buono. Ma la Sacra Historia dimostra che l’aquila fu la prima che volandoli sopra il capo li promise et annuntiò il reame. Perché poi fanciullo fosse nascosto da Saturno, perché havesse guerra con i Titani, et perché scacciasse Saturno, egli a bastanza dove si è parlato di Saturno s’è dimostrato. Del maritaggio poi di Giunone, dove di Giunone s’è detto egli s’è visto. Così dell’origine del nome di Giove, il tutto s’è mostrato parlando del primo Giove. Così [p. 190r] per queste cose che qui et altrove si sono scritte, se alcuno volesse potrebbe facilmente far coniettura quanto questo Giove sia conforme alle proprietadi del pianeta di Giove, onde perciò meritevolmente sia chiamato Giove.

Le nove Muse figliuole di Giove.

NOVE sono per numero le Muse, figliuole di Giove et della Memoria, sì come nelle Ethimologie piace ad Isidoro. Ma Theodontio diceva di Mennone et Thespia, per quello forse che Ovidio le chiami Thespiadi. I loro nomi sono questi. Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Polimnia, Erato, Terpsicore, Urania, et l’ultima Caliope. Dicono che queste hebbero guerra con altrettante figliuole di Pierio, et perché le Pieridi restarono vinte dalle Muse furono convertite in Piche; et per la loro vittoria le Muse conseguirono il suo cognome. Oltre ciò, dicono che queste furono da un certo Pireneo rinchiuse in certi chiostri, et ch’elle in ruina di chi le riteneva volarono via. Vogliono ancho che a loro sia consecrato il fonte Castalio et il bosco d’Heliconia, et che sonando Apollo la Lira cantino. Noi, lasciate queste cose, veniremo a torre il velo alle fittioni. Piace ad Isidoro, Christiano et santissimo huomo, queste Muse essere dette da cercare, percioché per quelle, sì come volsero gli antichi, la ragione dei versi et la consonanza della voce si cerca, onde da loro viene ad essere derivata la Musica, la quale è nomata dottrina di moderatione. Et sì come dice l’istesso Isidoro, percioché il suono d’esse Muse è sensibile cosa, et che nel preterito abonda, et s’imprime nella memoria, et però dai Poeti sono chiamate figliuole di Giove et della Memoria. Ma io tengo che essendo da Iddio ogni scienza, né solamente per concepir quella basti l’intenderla se non havrà mandato a memoria le cose intese, et così nella memoria conservate, esprimerle, di maniera che alcuno sappia che tu le sappi, sì come dice Persio,

Nulla non giova il tuo saper, s’un altro

Non sa medesimamente quel, che sai.

Il che è ufficio delle Muse; et di qui elle sono dette figliuole di Giove, et la Memoria è finta. Et non istimo le Muse esser dette da Mois , che è acqua. La cagione si dirà poi. Perché siano nove, nel secondo Comentario sopra il Sogno di Scipione Macrobio molto si sforza mostrarlo, agguagliando quelle ai canti delle otto spere del cielo, volendo che la nona sia la modulatione dei concenti del cielo; aggiungendo a ciò, dopo molte parole, le Muse essere il canto del mondo che fino dai posteri si sa, perché lo chiamarono camene da cantare. Nondimeno Fulgentio rende un’altra ragione, dicendo la voce farsi da quattro denti, i quali mentre si parla sono percossi dalla lingua; onde se ne mancherà uno pri[p. 190v]ma che la voce esca, è di necessità che si mandi fuori un sibilo. Appresso dai due labri, come cembali delle parole che ci prestano la commodità, così della risonanza con la lingua, la quale per la corvezza dà una certa circonflessione, come un archetto forma lo spirito della parola. Indi del palato, per la cui concavità si proferisce il suono. Ultimamente, perché siano nove v’aggiunge la fistola della gola, che per lo sottil cannale dà l’uscita allo spirito. Et appresso, perché da molti a queste s’aggiunge Apollo che suona, non altrimenti che conservatore dei concenti, alle predette cose dall’istesso Fulgentio vi si mette appresso il polmone, il quale come erario d’un mantice riceve et rende le cose concepute. Et accioché in così rinchiusa et interna opra di natura non paia ch’egli voglia ch’a lui solo sia creduto, di questa straniera ragione induce testimoni Anasimandro Lampsacoeno et Zenophane Heracleopolite; il quale afferma ch’eglino nei suoi comentari hanno scritto questo ch’io ho detto. Et v’aggiunge questo dicendo queste openioni medesimamente esser ancho confermate da altri Illustri Philosophi, come da Pisandro phisico et Eusimene in quel libro chiamato elegumenon. Oltre questo, l’istesso Fulgentio, parendoli quasi di non havere a bastanza dichiarato quello che voleva delle Muse, per addurre in mezzo la ragione dei nomi et delle loro operationi così dice:

Noi veramente diciamo le nove Muse esser i modi della dottrina et della scienza. La prima è Clio, che è quasi la prima cogitatione d’imparare, percioché Clios in greco vuol dir fama, et perché nessuno non cerca la scienza se non per aggrandire la dignità della sua fama; per ciò la prima è detta Clio, cioè pensiero di ricercar scienza. La seconda, Euterpe, in greco, che appresso noi significa quello che diciamo dilettandosi bene; onde il principale è cercar la scienza, et poi dilettarsi di quello che si cerca. La terza è Melpomene, che quasi è Melompio Comene, cioè facendo rimanervi la consideratione, accioché prima vi sia il voler, secondariamente il dilettarsi di quello che vuoi, poi fermarti con la consideratione in quello che desideri. La quarta è Thalia, cioè capacità, come quasi sia chiamata Thithoalia, cioè mettente i germini. La quinta Polimnia, quasi Polim, il che latinamente diciamo ritrovante il simile, perché dopo la scienza et la memoria è cosa giusta che trovi qualche simiglianza, et di suo. La settima Terpsicore, cioè dilettante la instruttione. Adunq. la inventione, bisogna che discerni et giudichi quello che troverai. Urania è l’ottava, cioè celeste, percioché dopo la giudicatione tu eleggi quello c’hai a dir et quello c’hai a sprezzare, attento che elegger l’utile et sprezzare il caduco è cosa d’ingegno celeste. La nona Caliope, cioè d’ottima voce. Adunq. questo sarà l’ordine. Prima è la volontà d’imparare. Seconda, dilettarsi di quello che vuoi. Terzo è dar opra a quello che ti diletta. Quarto è capir quello a che dai opra. Quinto, ricordarti quello che capisci. Sesto è ritrovar simile di tuo a quello che ti ricorderai. Settimo, giudicare quello che truovi. Ottavo, eleggere quello che giudicherai. Nono, proferir bene quello ch’eleggerai.

Questo dice Fulgentio. Se io potessi, vorrei affrontarmi con quelli schifi et insipidi i quali con le insegne spiegate et con le squadre ordinate si sforzano fare empito contra le Muse, et se potessero con armi in mano cacciarle da loro; onde mentre intendendo malamente le parole di Boetio si credeno essere [p. 191r] armati, si ritrovano disarmati. Et vorrei che, considerando succintamente quello che s’è detto delle Muse, mi dicessero s’hanno ritrovato queste sublimi donne nei postribuli, se hanno seco usato, se credeno Isaia, Giobbe, et altri santissimi huomini d’Iddio quelle haver guidate dalla compagnia delle meretrice per collocarle tra i Sacri Volumi. So che negarebbono questi mai haver adoprato queste da loro chiamate vecchie meretrici, se a me non fosse testimonio il sacro Girolamo interprete delle Divine Lettere; del quale, accioché dalla loro ostinata ignoranza non possa essere travagliato, piacemi descrivere sì come stanno nel proemio del libro di Eusebio Cesariese da lui di greco in Latino tradotto. Dopo molte cose così dice Girolamo:

Qual cosa più canora del psalterio, il quale a guisa del nostro Flacco et greco Pindaro hora col iambo corre, hora con l’Achaio risuona, hora col saphico s’empie, et hora col mezzo piede entra? Qual cosa più bella del cantico del Deuteronomio et d’Isaia? Qual’altra più grave di Salamone? Quale più perfetta di Giobbe? Il che tutto con versi esametri et pentametri, sì come Gioseffo et Origene scriveno, appresso i suoi composto corre.

Et quello che segue. Istimo che questi tali non sapevano essere ufficio delle Muse ordinare i tempi delle voci. Non sapevano d’intorno la scienza le Muse disporre le cose da fare. Non sapevano elle haver conceduto le sue amministrationi agli huomini divini in accrescere la maestà delle sue lettere. Tacciano adunque, et rabbiosi mordano sé stessi, i quali non intendendo si sforzano lacerar gli altri; et noi rientriamo nel lasciato viaggio. Tengo, circa l’haver havuto le Muse contrasto con le Pieridi, doversi pigliar questo senso. Sono alcuni di così pazzo ardire che, non havendo cognitione di nessuna scienza, confidandosi nondimeno nel suo ingegno ardiscono preferirsi ai disciplinati, né dubbitano con loro disputare; il che facendosi nel conspetto dei dotti non paiono a quelli scientiati, ma con una certa pazza et vana prosontione loquaci. Onde parendo agl’ignoranti che dicano molte cose, né però dicendone alcuna consonante alla ragione, né intendendo ciò che parlano loro stessi, beffati dai prudenti sono tenuti Piche, o vogliamo dire Gazze, le quali nel loro garrire imitano più tosto le voci humane che l’intelletto. Et però questi tali dai scientiati essere transformati in pichi, dirittamente ai Poeti è parso di fingere. Che poi Pirreneo le volesse imprigionare, credo ciò non voler essere altro eccetto alcuni, per dimostrarsi impetuosi et avidi, i quali sprezzate le fatiche degli studi, poscia che hanno di libri ornato le camere et a pena veduto le loro coperte, come se havessero cognitione di quanto in loro si contiene hanno ardire istimarsi poeti, overo esservi tenuti dai riguardanti. Ma essendo volate via le Muse, le quali haveano istimato haver rinchiuse nei chiostri, se in publico le vogliono seguire, cioè mostrar di sapere quello che non sanno, subito vanno in ruina. De’ quali ne ho io conosciuto alcuni che fatta una adunatione di libri si sono tenuti maestri, et nel conspetto dei sapienti sono scappati. V’è ancho alle Muse consecrato il fonte Castalio, et molti altri appresso, et questo perché il fonte limpido ha in sé proprietà di non solamente dilettare gli occhi del riguardante, ma ancho di condurre l’ingegno di quello con una certa virtù nascosta in consideratione, et spingerlo a disio di comporre. Il bosco poi è a loro sacrato accioché per questo vegniamo a comprender la solitudine che debbono [p. 191v] usare i Poeti, a’ quali s’appartiene considerare i poemi; il che mai non si fa bene tra gli strepiti delle città né tra le genti rusticane, ma (sì come piace a Quintiliano dove parla dell’Institutione Oratoria) in loco oscuro et quieto, come sarebbe di notte. Il che per li boschi si dimostra assai apertamente, percioché sono opachi per l’adunanza dei rami et quieti, che per lo più sono lontani dalle habitationi degli huomini.

ACHEO, decimo figliuolo di Giove.

ACHEO, secondo Isidoro tra le Ethimologie, fu figliuolo di Giove, et vuole che da lui havessero nome gli Achei overo Achivi. Con queste poche parole sono contento haver passato l’affare di questo famoso huomo. Nondimeno, poscia che Theodontio l’ha chiamato figliuolo di Giove, v’aggiunge ch’egli fu antichissimo prencipe di Messeni et che hebbe una gran schiera di figliuoli, per opra de’ quali, et perché piamente appresso Messeni visse, fu fatto ch’egli o per compagnia o per imperio possedesse tutta quella provincia che fino al dì d’hoggi chiamiamo Achaia, et che dal suo nome così fosse detto. Et da questo afferma ch’egli hebbe tutta la nobiltà dei prencipi di Grecia; ma del numero de’ figliuoli, non pure ne dice il nome di uno.

VENERE, undecima figliuola di Giove, che partorì l’Amore.

VENERE, testimonio Homero, fu figliuola di Giove et Dione; et questa è quella la quale Tullio nelle Nature dei Dei chiama terza, et vuole che fosse moglie di Vulcano. Dicono che costei s’innamorò di Marte, del adulterio de’ quali si è detto parlando di Marte. Così la chiamano madre d’Enea; il che parlando d’Enea s’è mostrato. Così ancho trattando di Diomede, della ferita da lui ricevuta. Et medesimamente dove si ha narrato di Adone si ha mostrato qualmente a caso dal figliuolo fu impiagata, et amasse quello. Né mancano di quelli che credano essere detto di costei quello che nella Sacra Historia si legge, cioè Venere havere instituito il ricercamento meretricio. Il che pare che affermi Agostino nel libro della Città d’Iddio, mentre dice a costei essere stato offerti doni dai Phenici per far torre le virginità alle figliuole inanzi che le congiungessero con i mariti. Oltre ciò, Claudiano dove tratta delle Lodi di Stillicone nel tuo Cipro, o ottimo Re, vi descrive un delitiosissimo giardino, nel quale facilmente si potrebbe annoverare il tutto che s’appartiene a persuader lascivia, dove così incomincia:

Rende ombra un ampio monte al mare Ionio

Ne l’isola di Cipro dilettosa.

Et segue continuando per spatio di quarantasei versi; i quali perché sarebbe troppo lungo non ho notati. Ma descritto il giardino v’aggiunge quanto sia grande la cura di Venere in ornarlo, dicendo:

Venere alhora, i bei crin d’oro avolti.

[p. 192r] Et va seguendo per diece versi. Ma perché di sopra dove si ha trattato dell’altre Veneri d’intorno l’espositioni delle fittioni si è molto ragionato, qui mi parrebbe superfluo replicare. Ci resta porre quello che si dubita. Alcuni istimano questa Venere essere l’istessa con quella di Cipro; ma io tengo che fossero due, et che questa veramente fosse figlia di Giove et moglie di Vulcano. Altri vogliono che fosse figlia di Siro et di Cipria overo Dione, et moglie d’Adoni. Quelli poi ch’istimano amendue una istessa dicono che fu figliuola di Giove et Dione, et prima moglie di Vulcano et poi d’Adoni, et per la singolar bellezza da’ Cipriani tenuta Venere Celeste. Et fu detta dea et come dea con sacrifici honorata, dove in Papho vi fu edificato un tempio et altari, et ivi sacrificato con incenso et fiori che rendevano soave odore, percioché Venere per molte cagioni d’odori si diletta. Indi dicono che costei, essendo sopravivuta al marito, arse di tanta libidine che quasi in publico si diede alle lascivie, et per coprire la sua scelerità dicono ch’ella persuase alle donne Cipriane l’arte meretricia, et haver ordinato che col corpo ignudo invitassero gli huomini; onde si pose in uso che ancho le vergini fossero mandate ai liti per dare a Venere le primitie della loro verginità et futura pudicitia, et che dal coito degli stranieri si ricercassero le doti. Theodontio v’aggiunge ancho dicendo così scelerata usanza non solamente in Cipro lungamente esser stata usata, ma portata fino in Italia; il che con l’auttorità di Giustino si conferma, il quale dice ciò per voto alle volte a Locri esser accaduto.

AMORE, duodecimo figliuolo di Giove.

TUTTI vogliono che Amore fosse figliuolo di Giove et di Venere; il che io terrò non d’huomini ma dei pianeti, percioché amendue sono di complessione simili, humidi et calidi. Oltre ciò, amendue sono benivoli et egualmente splendenti; et però da questi tali esser generato l’Amore, et spetialmente quello col quale viviamo insieme et col quale è finto che facciamo le amicitie; accioché vegniamo a comprendere che dalla conformità delle complessioni et dei costumi tra mortali l’amore et l’amicitia si generò. La quale non può esser vera eccetto tra i virtuosi, sì come chiaramente mostra Tullio dove tratta dell’Amicitia. Et di qui tengo che più tosto da questi, ch’ambo sono benivoli, si dica esser nato, attento che nessuno non può esser benivolo se non è virtuoso. Del lascivo poi, si è parlato di sopra.

PROSERPINA, terzadecima figliuola di Giove et moglie di Plutone.

PROSERPINA fu figliuola di Giove et di Cerere; la quale perché sprezzava gli ardori di Venere da Plutone fu amata, rapita, portata nell’Inferno et di lui fatta moglie. La quale lungamente ricercata da Cerere, et per inditio d’Aretusa ritrovata nell’Inferno, per [p. 192v] haver gustato tre granelli di melegrane non fu potuta rihavere; nondimeno da Giove fu sententiato che sei mesi ella dovesse stare col marito, et sei mesi con la madre di sopra. Di questa Proserpina, dove s’è trattato di Cerere ricordomi haver esposto quanto si nascondeva sotto fittione. Là onde, eccetto quello ch’all’historia s’appartiene non mi curerò narrare. Istimo costei essere stata figliuola di Sicano Re di Sicilia et di Cerere, et che fosse rapita da Orco Re di Molossi, overo Cudonio overo Agesilao, sì come vuole Philocoro nell’anno ventesimottavo d’Eritteo Re d’Athene, et che da lui fosse tolta per moglie. Tuttavia questa historia è più diffusa dove si contiene di Plutone.

CASTORE quartodecimo et Polluce decimoquinto figliuoli di Giove.

CASTORE, Polluce et Helena secondo Fulgentio furono figliuoli di Giove et di Leda, della cui concettione si recita favola tale. Che essendosi Giove innamorato di Leda figliuola del Re Tindaro, egli cangiatosi in Cigno incominciò cantare, per lo qual canto ella non solamente si condusse ad udirlo, ma a pigliarlo; il quale essendo pigliato da lei egli prese quella et giacque seco, per lo qual congiungimento dicono ch’ella s’impregnò et partorì un uovo, da cui nacque Castore, Polluce et Helena. Altri poi vogliono che solamente nascesse Polluce et Helena, et che Castore fusse figliuolo mortale di Tindaro. Alcuni poi dicono, tra quali è Paolo, che da quel congiungimento nacquero due uova, de l’uno de’ quali Castore et Polluce nacquero, et dell’altro Helena et poi Clitennestra. Tutti gli antichi adunque testimoniano Castore et Polluce esser stati famosissimi giovani; et prima si legge ch’eglino furono degli Argonauti, et che ritornando di Colcho Polluce amazzò Amico Re de’ Brebitii che voleva farli violenza. Poi havendo quelli ricuperata Helena che da Theseo gli era stata rapita, andarono di novo con gli altri Greci a dimandar quella, che un’altra volta da Pari gli era stata menata via, a’ Troiani. Sono di quelli ancho che dicono che loro non vennero mai a Troia, né ritornarono in Lacedemonia, ma che tolti in cielo da Giove fecero il segno di Gemini. Nondimeno Tullio scrive che Homero dice quelli esser stati sepolti in Lacedemonia. Et Ovidio nel libro di Fastis dice che, havendo eglino rapito Phebe et la sorella figliuole di Leucipo, quali prima erano state promesse per spose a Linceo et Ida fratelli, furono provocati a battaglia da li sposi, et in quella guerra Castore fu morto da Linceo; contra il quale correndo Polluce amazzò Linceo. Ma Ida havrebbe morto Polluce, se Giove non gli havessero concesso che non potesse esser offeso. Lattantio ancho nel libro delle Divine Institutioni dice Castore et Polluce mentre rapiscono l’altrui spose mancarono ad esser Gemini, percioché per la vergogna dell’ingiuria Ida sdegnato l’uno pas[p. 193r]sò col ferro. Oltre ciò, dicono che Castore valse molto a cavallo et Polluce in guerra; et che essendo eterno et veggendo il fratello morto, dimandò in gratia a Giove ch’a lui fosse lecito partire col fratello la divinità. Il che havendoli Giove concesso, amendue furono tolti in cielo et fecero il pianeta di Gemini; et in loro protettione gli antichi volloro che fossero i cavalli. Hora veggiamo il senso che si nasconde sotto queste fittioni. Piace a Tullio nel loco detto di sopra Castore et Polluce essere stati figliuoli di Giove terzo et di Leda, ma di huomo, et non di Cigno né Iddio; et loro essere di quelli che i Greci dimandarono Dioschorti. Forse l’antichità finse Giove cangiato in Cigno perché il Cigno canti dolcemente; il che è possibile che Giove fosse tale che con la dolcezza del suo canto, come spesse fiate veggiamo essere avenuto, egli guidasse Leda ad amarlo et disiarlo. Per ciò che il canto è uno degli uncini di Venere. O che forse Giove era vecchio, et per la vecchiaia canuto quando amò Venere; et perché per l’ardente desiderio divenne querulo fu finto che si cangiò in Cigno, il quale è canuto, cioè bianco, et vicino alla morte canoro. Che poi per tal congiungimento ella partorisse le uova, non credo ciò per altro essere stato detto accioché nella fittione il parto non paresse dissimile dal genitore, attento che gli uccelli sono soliti generar uova; overo perché con una certa pellicina amendue nascessero insieme involti, sì come alle volte veggiamo le uova nascere con un certo panicello non ancho ben fermato nella scorza. Che ad Ida fosse vietato non poter offendere Polluce, Leontio teneva ciò la forza della costellatione. Che Polluce con la propria morte sua riscuotesse il fratello, questo pare ad Alberigo essersi detto perché, essendo tolti in cielo et havendo fatto il segno di Gemini, così ancho in quello medesimamente stelle si dipartono, percioché mostrandosi una l’altra si nasconde; così medesimamente quella che si è celata dopo l’occaso della prima si lascia vedere. Là onde mentre uno morendo scende all’Inferno, cioè all’occaso, sì come huomo mortale, l’altro come divino appare in cielo. Indi all’incontro mentre uno ascende in cielo pare che sia divino, et l’altro essendo nascosto viene tenuto come morto, et esser mortale; et in questo modo l’uno con l’altro la morte et la divinità hanno patita. Che poi Polluce solo fosse imortale, ciò si crede essere stato tolto dal folgore della stella che gli sta in capo, il quale è di gran lunga maggiore di quello che si vede sopra Castore; che alle volte per la grossezza del vapore non si discerne, veggendosi di continuo quello di Polluce. Ma Paolo dice che Castore per opra di Polluce dai Lacedemoni fu posto nel numero dei dei, et in tal modo fatto immortale. Polluce poi per la pietade havuta verso il fratello, et perché ancho fu huomo notabile, fu deificato et al fratello congiunto; et così con la morte a vicenda l’un l’altro si riscattò, percioché primieramente Castore, accioché Polluce non fusse amazzato, fu morto. Secondariamente, Polluce affine ch’il fratello fosse eterno il fece far dio, et egli rimase mortale donando al fratello la sua deità. Havrei posto la Spositione di Fulgentio; ma perché egli va sopra il cielo, la ho lasciata. I cavalli posti in sua tutela sono stati per dimostrare la dilettatione dei giovani et il loro intento mentre vissero. Questo tengo io più tosto che altro che si dica Servio. [p. 193v]

HELENA, MOGLIE di Menelao et decimasesta figliuola di Giove.

È cosa palese che Helena fu figlia di Giove et di Leda, sì come di sopra è stato mostrato. Dicono che costei tra tutte l’altre mortali fu bellissima, sì come manifesta Tullio nell’arte antica. La cui bellezza a quel tempo fu molto dannosa ai popoli d’Asia et di Grecia, et spetialmente mortale a’ Troiani. Vogliono che costei, ancho giovanetta et che nella palestra tra l’altre fanciulle di suo tempo giuocava, fosse rapita da Theseo re d’Athene, ma che poscia contra il voler di lui dalla madre fosse renduta a Castore et Polluce che la dimandavano. Indi fu congiunta per sposa a Menelao re de’ Lacedemoni. Finalmente da Pari (come piace ad alcuni), che sotto spetie di adimandar Hesiona veniva come legato, fu rapita et menata via, attento che essendo alloggiato in casa di Menelao, non v’essendo né ancho Menelao, inamoratosi delle lascive bellezze di quella sprezzò la ragione dell’hospitio, et con tutte le masseritie reali se ne fuggì. Ma Lattantio dice ch’egli con l’armata andò a Sparta et dimandò Hesiona; la quale non gli volendo esser restituita, sì come il padre gli havea comesso, con guerra incominciò danneggiare quel paese et prese Sparta per forza, et indi menò seco Helena a Troia. Onde poscia tutti i prencipi della Grecia, havendo più volte invano fattola dimandare, fecero congiuratione contra Troiani, et sotto la guida d’Agamennone con grandissimo essercito si disposero rihaverla. Di che fatti molti fatti d’armi insieme, dopo diece anni presa Troia fu restituita a Menelao, non senza macchia di tradimento; attento che sono di quelli che dicano che, morto Pari da Pirro, ella si maritò in Deiphebo. Onde cercando i Greci con tradimento dar fine a quello che con armi pareva non potersi, havendo simulato d’accordio partirsi dall’assedio, quella dalla roccha (dormendo Deiphebo) accesa una facella diede segno ai Greci che ritornassero ad occupare la quieta città, per lo qual merito (dicono) rihebbe la gratia di Menelao. Nondimeno altri dicono che spontanemente fu tolta da Menelao, perché non volontariamente ma per forza fu rapita. Ma per li versi d’Homero si vede ch’ella stette appresso Troiani vent’anni, il che molto meno istima la maggior parte; tuttavia questo circa il fine della Iliade è dimostrato da Homero, dove insieme con Hecuba et altre matrone Troiane la introduce a piangere la morte d’Hettore, et dire:

Già certamente hor fa il vigesimo anno

Che di Grecia partendo io qui ne venni.

Ma Eusebio nel libro dei Tempi dice ch’ella nel primo anno del reame d’Agamennone fu rapita da Alessandro, et che nell’anno quintodecimo dell’istesso Agamennone Troia fu presa et ruinata; così vengono a discordarsi. Servio poi mette discordia dell’età d’Helena. Percioché essendo stati i suoi fratelli degli Argonauti et havendo rihavuta quella rapita da Theseo, il quale era stato suo contemporaneo, et indi dai figliuoli degli Argonauti esser stata fatta la guerra Thebana, i figliuoli de’ quali vennero poi all’impresa di Troia per la rapita d’Helena, a lui pare molto confarsi, tenendo quasi ch’ella fosse vecchia. Il che a me così non pare. Percioché, sì come si vede per le parole d’Eusebio, Helena fu rapita da Theseo nel decimosesto anno del suo reame, ch’era negli anni del mondo [p. 194r] tremilanovecentoottantanove, et alhora Helena era fanciullina. Poscia, fu rapita da Pari nel primo anno dell’imperio d’Agamennone, che fu negli anni del mondo quattromila et sette; et così tra la prima presa et la seconda non vi fu maggior spatio che di ventitre anni, onde Helena poteva haver trent’anni in circa quando da Pari fu rapita; nella qual’età le donne nobili et d’ingegno acuto fanno la sua bellezza più riguardevole, aggiungendo con l’arte quello che le pare che l’età le toglia. Percioché con l’esperienza delle cose fatte dottoresse sanno comporre licori et empiastri, che non solo le accrescono la bellezza, ma ancho alle volte rendono forze alla deformità. Nondimeno costei, presa Troia et restituita al suo Menelao, dalle fortune del mare qua et là gittata prima fu portata in Egitto, regnando ivi Tuori, il quale da Homero nell’Odissea è chiamato Polibo, indi ritornò con Menelao in Lacedemonia.

CLITENNESTRA, decimasettima figliuola di Giove et moglie d’Agamennone.

Clitennestra secondo alcuni, come di sopra è stato detto, fu figliuola di Giove et Leda, et nata insieme con Helena in un uovo. Costei fu moglie d’Agamennone, et di lui partorì molti figliuoli. Finalmente essendo andato capo dell’essercito alla guerra Troiana, morto già Palamede da’ Greci (sì come piace a Leontio), per conforti del vecchio Nauplio venne negli abbracciamenti d’Egisto, saper dote già figliuolo di Thieste; onde ritornando Agamennone vittorioso verso la patria et menando seco (sì come dice Seneca Poeta nelle Tragedie) Cassandra figliuola di Priamo che in preda gli era toccata, o per l’imaginatione dell’adulterio, o consapevole della commessa scelerità, o per ira della menata concubina, come piace ad alcuni, nel convito dei sacrifici il fece ammazzare. Ma Seneca ivi dice che ella, havendoli persuaduto che si disarmasse, gli apparecchiò un vestimento che non havea essito alcuno da por fuori il capo, onde essendosi vestito le braccia si ritrovò come legato; di che l’adultero che nella camera era nascosto lo ammazzò, et medesimamente fece amazzar Cassandra. Di che subito morto occupò il palazzo, dove havendo insieme con Egisto regnato sette anni, da Horeste insieme con Egitto fu amazzata.

I PALISCI, decimottavo et decimonono figliuoli di Giove.

I Palisci furono due fratelli (sì come nel libro dei Saturnali afferma Macrobio) et figliuoli di Giove et di Thalia Nimpha, de’ quali recita favola tale. Nella Sicilia v’è il fiume Simeto. Appresso questo la Nimpha Thalia fu ingravidata da Giove; di che havendo tema dell’ira di Giunone desiderò che la terra l’inghiottisse, il che fu fatto. Ma venuto che fu il tempo di partorire i fanciulli ch’ella teneva nel ventre la terra s’aperse, et dell’alvo materno di Thalia uscirono due fanciulli, che [p. 194v] furono chiamati Palisci; et subito in quel fiume si cacciarono. I quali così furono nomati perché prima furono inghiottiti dalla terra, poscia gittati fuori entrarono di novo ad affogarsi, et si fecero in un laco che sempre bolle nel fondo; et quelle tali acque sono chiamate Cratere, et per nome le dicono Delli, istimando che siano fratelli dei Palisci; onde sono tenuti in grandissima riverenza, et spetialmente per li giuramenti. Questo dice Macrobio. Questi, sì come assai si può comprendere per Macrobio, fé un altare et un sacerdote, dove si vedevano maravigliose cose; percioché Aristotele in quel libro ch’egli scrisse delle Cose Maravigliose da Udire dice:

Nel Palisco di Sicilia v’è un’acqua di diece cubiti, la quale da due gorghi uscendo malto, mentre si rimira pare che voglia sommergere un campo ivi vicino; ma cadendo diritta nel primiero stato ritorna. Dove ivi si vede una certa cosa divina, attento che se alcuno descrive sopra una tavoletta il giuramento di quelle cose ch’i vorrà, et metterà quella sopra l’acqua, se il giuramento sarà giusto la tavoletta nuoterà, se ingiusto s’affonderà; et oltre ciò il periuro di maniera si gonfia, che il sacerdote del loco non trova cosa per curarlo.

Ma Macrobio afferma che se fosse differenza tra alcuno, o di furto o d’alcuna altra cosa, et l’accusato dicesse che appresso lo Cratere col giuramento volesse giustificarsi, rimasti d’accordio v’andavano; se colui che giurava giurava giustamente et fosse innocente si partiva senza offesa, ma il falso giuratore era poi nel laco della vita privo. Veramente sono cose maravigliose, et grande era dell’antico inimico la potenza in questi tali. Perché adunque siano detti figliuoli di Giove et la madre fosse inghiottita dalla terra, Theodontio prodoce questa ragione. Dice che non lontano da Palermo v’era una sporca Cloaca che si dimandava Thalia, nella cui tutta l’acqua che per la pioggia da quella parte del monte Etna soccadeva ivi scendeva et faceva suo capo; onde tutto quello che si ritrovava gittato in quella caverna non molto da poi pareva che andasse nei laghi overo nei fonti Palisci che bolleno. Là onde pareva che la pioggia, la quale vogliono essere nata da Giove, cioè per opra dell’aere, si nascondesse in quel loco sotterra, et di novo nel laco de’ Palisci nascesse; et così da Giove essere nati i Palisci.

IARBA RE di GETULI, ventesimo figliuolo di Giove.

IARBA Re de’ Getuli fu figliuolo di Giove et di Garamantide Nimpha, sì come testimonia Vergilio dove dice:

Questi nati d’Amone, et della Nimpha

Garamanta, qual fu da lui rapita.

Paolo poi dice ch’egli fu figlio di Giove et della figliuola del Re Bisalpo, con la quale giacque Giove in forma di Montone. Ma di questa cosa l’honorato Andalone narra favola tale. Giove ritornando dal convito degli Ethiopi havendo [visto] sulla riva del fiume Bragada Garamantide Nimpha bellissima che si lavava e’ piedi, essendo di natura libidinoso subito desiderò congiungersi con lei, ma la donzella veggendolo venire verso lei tutta smarrita volse incominciar a fuggire; ma un gambero ch’era nell’acqua vicino a’ [p. 195r] suoi piedi la pigliò nel dito minuto d’un piede, et per la doglia la fece ivi alquanto dimorare. Onde cercando di levarselo da’ piedi fu sopragiunta da Giove, il quale giacendo seco la impregnò, et per tale congiungimento partorì Iarba. Giove poi per lo ricevuto servigio dal gambero pose quello in cielo et il fece un segno del Zodiaco, quale propriamente si dice Cancro. Leontio dice Iarba essere creduto vero figliuolo di Giove quando egli circondando il mondo con la sua libidine macchiò tutti i luoghi; et Garamaantide essere stata figliuola di Garamante Re de’ Garamanti, da lui nella ripa del Nilo trovata et violata. Il che io intendo farsi al tempo del solstitio estivo, et per ciò è stato finto la donzella per lo caldo sulla riva del fiume andata essere stata dal cancro ritardata. Theodontio dice che Iarba fu figlio del Re Garamante, ma chiamato di Giove perché guidò i Getuli dalle ultime solitudini d’Ethiopia et arene secche nel lito d’Africa, et ammaestrò quelli in molte cose appartenenti al vivere humano. Oltre ciò, il già detto Paolo diversamente di questo Iarba altrove scrive. Egli dice haver letto Garamantide essere stata bellissima et nobile donzella di quel paese, la quale per lo caldo della state dimorando sulla riva d’un fiume fu presa dal Re Amezetulio et ingravidata; a cui partorì Iarba. Et però, secondo l’antico costume, dagli habitatori a’ quali dopo la morte del padre signoreggiò fu chiamato overo creduto figliuolo di Giove, attento che con ottimi instituti ridusse i fieri costumi loro in più benigni. Questi, secondo Virgilio, desiderò per moglie Didene.

MENA, ventesimaprima figliuola di Giove.

TESTIMONIA Agostino nel libro della Città d’Iddio Mena essere stata figliuola di Giove, così dicendo: Ma vi è la dea Mena, la quale è sopra i fiori del menstruo, et fu figliuola di Giove, ma ignobile. Papia dice costei essere la Luna; benché Varrone attribuisca questo ufficio a Giunone, come nell’istesso afferma Agostino. Istimo che sia stata attribuita per figliuola a Giove perché da Giove è causato il menstruo, conciosia che Men in greco suona difetto; il quale è in questa parte delle donne, nell’utero delle quali la provida natura in nodrimento del parto serba il sangue purissimo. Il quale fra un mese, non ingravidando la donna, dal calore naturale, per lo quale si comprende Giove, si corrompe, et corrotto si manda fuori.

MIRMIDONE, ventesimosecondo figliuolo di Giove.

MIRMIDONE (secondo Isidoro dove tratta delle Ethimologie, et dopo lui secondo Rabano) fu figliuolo di Giove et Corismosa Nimpha, et da lui vogliono ch’i Mirmidoni fossero detti; attento che fu loro capo, et ancho (secondo Rabano) dopo Cecropo fu re d’Atheniesi. Ma Servio ha tenuto altra opinione del nome dei Mirmidioni. Percioché dice nella regione d’Athene essere stata una fanciulla chiamata Mirmice, la quale [p. 195v] per la castità et diligenza era molto grata a Minerva; ma avenne ch’ella dimostrò a tutti l’aratro di Cerere da Minerva per dispetto nascosto, là onde Minerva molto sdegnata la converse in formica, et la condennò a non restar mai di non fare adunanza di grano. La quale havendo generato molti figliuoli, avenne che morendo i Thessali, sudditi ad Eaco figliuolo di Giove, di quelle formiche tranformate in huomini furono restaurati, là onde furono detti Mirmidoni, perché le formiche erano chiamate Mirmici da Mirmice, fanciulla conversa in formica. Ma io tengo che Mirmidone fosse qualche huomo famoso, per li cui meriti fu nomato figliuolo di Giove.

XANTO FIUME, ventesimoterzo figliuolo di Giove.

FU Xanto Fiume figliuolo di Giove, sì come nella Iliade testimonia Homero, dicendo:

De’ rivolgente Xanto generato

Da l’immortale, et glorioso Giove.

Questo fiume correva appresso Troia, et si coniunge col Simoi vicino al mare, et con quello corre. Questo fiume è maggior di fama che d’onde, et Homero finge ch’egli fece molte cose contra Greci. Ma egli è da maravigliarsi che Homero altrove habbia detto tutti i Fiumi essere figliuoli dell’Oceano, et qui dica il Xanto essere figlio di Giove. Il che veramente non è fatto inavertentemente. Alcuni dicono che il Xanto è più tosto torrente che fiume, tra quali Lucano, dicendo:

In un serpente rivo in polve secco

Ritornat’era quel, che fu già Xanto.

Però, crescendo più tosto per pioggie che per fonte è figliuolo di Giove et non dell’Oceano, cagionandosi le pioggie nell’aere, che è Giove; dalle quali vengono i Torrenti.

LUCIFERO, ventesimo figliuolo di Giove, che generò Ceice et Dedalione.

BARLAAM dice che Lucifero è figliuolo di Giove et dell’Aurora, et che amò Trachina Nimpha; della quale violata da lui ne hebbe due figliuoli, cioè Cei et Dedalione. Istimo che costui fosse huomo benigno et piacevole, et perciò detto figliuolo di Giove. Che poi la madre di lui fosse detta l’Aurora, penso per questo. Perché Venere, che la mattina precedendo al Sole et l’Aurora si dice Lucifero, pare nascere dal seno dell’Aurora, là onde tengo che sia tratto dalla conformità dei costumi; et sì come Lucifero è celeste, così questi dell’Aurora è detto figlio. Et perché signoreggiò alla Provincia Trachina, fu finto che giacque seco et n’havesse due figlioli.

DEDALIONE figliuolo di Lucifero, che generò Lichtone.

DEdalione fu fiiglio di Lucifero, sì come testimonia Ovidio dicendo: [p. 196r]

Era veloce, et molto fiero in guerra,

Dotato di gran forza, nominato

Dedalion per nome, che fu figlio

Di quello padre, il qual l’Aurora chiama,

Et esce dopo lei fuori del Cielo.

Di costui l’istesso Ovidio recita favola tale. Che havendo egli una figliuola chiamata Lichione, che per la sua bellezza molto piacque a Phebo et a Mercurio, ella levatasi in altezza hebbe ardire parlar contra Diana, onde avenne che da lei fu con le saette percossa et morta. Di che celebrandosi le essequie funerali di lei, più volte Dedalione per lo dolore si volse gittare nel rogo dove si abbrugiava il corpo della figliuola; ma essendo tre volte ritenuto, la quarta ostinatamente correndo verso il foco prima che ivi giungesse fu converso in Sparvieri, onde quelli costumi ch’egli havea essendo huomo mantenne ancho uccello. Theodontio levando il velo a questa fittione riferisce una historia, dicendo che Lichione si maritò in Penio Epidaurese et che Penio fu raccolto et molto honorato [da] Dedalione padre di lei, huomo rapacissimo; il quale per ciò era stato scacciato dal fratello Ceice. Ma essendo morta la figlia et mancando la speme del parentado, ritornando nell’antico costume fu detto essersi cangiato in Sparvieri.

LICHIONE, figliuola di Dedalione et moglie di Peno.

LICHIONE fu figliuola di Dedalione; la quale di quattordici anni essendo bellissima et da molti dimandata per moglie, come dice Theodontio, si maritò in Peno. Indi ritornando Mercurio dal monte Cilleno et Phebo da Delpho, veduta la loro bellezza amendue s’accessero di lei, et separatamente le dimandarono di giacer seco. Ma Apollo indugiò fino alla notte per havere il suo intento. Tuttavia Mercurio, non potendo tardar tanto, toccò la donzella col caduceo et la fece adormentare, et così dormendo usò seco, et si partì. Ma venuta la notte, Apollo cangiatosi in una vecchia se n’andò a lei et giacque seco; di che avenne ch’ella d’amendue s’impregnò, et di Mercurio partorì Antiloco, il quale in processo di tempo non degenerando dal padre divenne eccellentissimo ladro. Di Phebo poi partorì Philemone, il quale fu molto eccellente nella cettra et in versi. Ma costei, per la generosa prole et perché havea piacciuto a così eccelsi Dei levatasi in superbia, hebbe ardire anteporre la sua alla bellezza di Diana; là onde Diana sdegnata con le saette la amazzò. Sotto la corteccia della qual favola quello che vi si nasconda, di sopra parlando di ciascuni di loro egli s’è mostrato. Lichione poi amazzata da Diana non istimo esser altro, eccetto che in lei oprando gli humori frigidi se ne morisse. [p. 196v]

CEICE figliuolo di Lucifero.

CEICE Re della Trachinna terra fu figlio di Lucifero. Onde così dice Ovidio:

Questo Ceice del qual fu genitore

Lucifero, reggeva senza forza,

Et senza occisione il suo reame;

E in lui splendeva lo splendor paterno.

Era adunque, sì come l’istesso Ovidio scrive, di questo bello et pio huomo moglie Alcione, da lui molto amata et che molto amava lui; la quale, volendo egli andare all’oracolo d’Apollo Clario, né potendo fare il viaggio per terra per rispetto della guerra di Phorbante, a suo maggior potere fare resistenza che non entrasse in mar. Ma Ceice più tosto volendo esseguire il suo desiderio che compiacere alla moglie, né prestarle fede, montato sopra una nave pigliò il viaggio; né molto navigò che si levò una grandissima fortuna per la quale il legno si ruppe, et egli dall’onde fu annegato. Ma Alcione rimasta a casa, giorno et notte con preghi et sacrifici per la salute del marito honorava Giunone; la quale più non potendo sopportare le vane preghiere della divota donna andò alla casa del Sonno et ritrovò Morpheo, uno dei Ministri del Sonno, il quale ha potere pigliare tutte le diverse sembianze humane; pregandolo che in sonno annuntiasse ad Alcione quello che era avenuto al Marito di lei. Il che fatto, Alcione mesta et afflitta la mattina correndo al lito, presaga di quello che in sogno havea la notte visto, a caso trovò il corpo del marito ivi dall’onde del mare gittato. Il quale veduto, mentre non potendo più sopportare il dolore voleva gittarsi nel mare, per misericordia delli dei et di Lucifero amendue, così il morto corpo come Alcione, si cangiarono in uccelli che tengono il nome della donna, et fin al dì d’hoggi habitano appresso i liti et i mari. De’ quali nell’Hexameron Ambruogio dice che hanno quel spatio di tempo deputato dai parti, quando fieramente il mare si leva et più fiere onde percuoteno nei liti; et cosa che è maravigliosa, che dice che, poste le uova nel lito, subito il mare si fa benigno et tutte le fortune cessano, fino attanto che per spatio di sette giorni con le uova et nascano gli uccellini, et che per sette giorni gli nodrisca. Così il mare per spatio di quattordici giorni sta queto et si mostra benigno a questi uccelli, così volendo Iddio; i quali giorni dai nocchieri sono chiamati Alcioni. Questo dice Ambruogio; il che se un Poeta l’havesse detto, istimerei favoloso. Theodontio afferma questa historia et quello che è scritto appresso il fine della fittione, dice essere stato detto per lo caso et nome della donna; percioché forse a quel tempo, mentre il gittato corpo di Ceice dall’onde cacciato fu nel lito, et che Alcione afflitta dal dolore si tormentava, quelli uccelli c’havevano il nome d’Alcione vi apparvero. Là onde da tutti fu detto i morti essersi cangiati in quelli uccelli. [p. 197r]

ORIONE, ventesimoquinto figliuolo di Giove, che generò Hippolito.

ORIONE fu figliuolo di Giove, di Nettuno et di Mercurio, secondo Ovidio. Ma perché le cose communi sono solite essere nomate dal più degno, piace a Theodontio ch’egli solamente sia detto di Giove. Nondimeno, benché gli antichi siano d’accordo della origine, del processo et essito della vita discordano. Attento che di lui Ovidio prima recita favola tale, cioè che, cercando la terra Giove, Mercurio, Nettuno, avenne che sovragiunti dalla notte, né sapendo ove alloggiare, entrarono in un picciolo tugurio del vecchio Hirei, lavoratore d’un campicello; il quale non gli conoscendo, altrimenti benignissimamente gli raccolse. Ma tosto che s’avide ch’erano dei, amazzato un bue a quelli fece sacrificio. Per la qual divotione Giove mosso gli disse che dimandasse quello che disiava; onde egli rispose che non havea moglie et che alla prima che gli era morta havea promesso non ne pigliar altra, ma che disiava un figliuolo. Di che Giove con gli altri due dei pigliarono il cuoio del morto bue, et in quello pisciando il diedero al vecchio, che gittandovi sopra della terra il lasciasse stare diece mesi coperto. Il che fatto, in capo del termine ne uscì un fanciullo, che fu chiamato Orione; il quale cresciuto in età et nella caccia divenuto compagno di Diana, fidandosi troppo in sé stesso hebbe ardimento dire non esser nessuna fiera che da lui non fosse vinta. Per la qual cosa i dei mossi fecero che in breve la terra mandò fuori un scorpione, dal quale fu superato et morto. Onde Latona figlia di Satellito di lui havendo compassione il portò in cielo et il fece un segno celeste appresso il Tauro, et vi pose appresso il suo cane chiamato Sirtio. Questo narra Ovidio. Ma Servio dice che questo avenne al Re Enopione, il quale grandemente desiderò congiungersi con Diana; dalla cui (testimonio Horatio) con le saette fu morto. Onde medesimamente a ciò si conface Homero, mentre dice che per invidia degli dei appresso Ortigia da Diana con le saette fu amazzato. Ma Lucano dice ch’egli fu morto dallo Scorpione mandato da Diana, et che per misericordia degli dei fu assunto in cielo et fatto il segno delle fortune. Nondimeno Servio altrove di lui tiene diversa openione, dicendo che quello, essendo tenuto figliuolo d’Enopione et essendo di grandissima statura, divenne eccellente cacciatore, ma volse vitiare la figliuola d’Enopione; per la qual cosa da Enopione fu privato degli occhi. Onde poi hebbe per oracolo che s’egli andasse per lo mare di tal maniera verso l’Oriente, che sempre havesse le concavitadi degli occhi dirimpetto ai raggi del Sole, che potrebbe rihavere la luce. Il che egli si sforzò di fare <?> onde sentendo lo strepito dei fabricanti Ciclopi, con la guida del suono pervenne a quelli, et pigliatone uno di loro sopra gli homeri che gli mostrava il camino, andando all’incontro del Sole rihebbe la luce. Questa favola adunque così diversa nasconde in sé et la ragione phisica et l’historia. Percioché io tengo che i poeti d’intorno la generatione d’Orione vogliono dimostrare il principio della nostra, intendendo per Giove et Nettuno il callido et l’humido essere congiunto con l’human seme. Per lo cuoio del bue, l’utero della donna; nel quale, poscia che discende il seme dell’huomo, se qualche naturale frigidità non sopravene [p. 197v] che al ventre stringa et chiuda l’entrata, et faccia adunare il seme insieme, là il seme non starà nella matrice. La qual frigidità vollero che fosse intesa per Mercurio, che di complessione è freddo. Del cuoio poi coperto di terra, cioè circondato dalla machina corporale, dopo diece mesi n’esce il fanciullo. Ch’egli poi cercasse usare con Diana, ciò si può intendere che, essendo Orione un segno celeste, il quale incominciando mostrarsi circa il mese d’Ottobre, aviene che nascano pioggie, empiti di venti et fortune, per le quali si fanno innondationi et movimenti di mare; et così pare che in ciò egli voglia superare la Luna, cioè Diana, la quale è cagione dei movimenti dell’acque. Ma mancando la di lui potenza et continuando quella della Luna, dimostra da lei restar vinto; overo, durante il moto della Luna spesse volte aviene che gli empiti d’Orione si raffrenino et la fortuna sia ristretta; et così dalle saette di Diana viene ferito. Che poi fosse vinto dal Scorpione uscito dalla terra, la ragione è questa. La imagine d’Orione dagli antichi Astrologhi è posta appresso il segno di Tauro, et nel mese d’Ottobre in Oriente appare; onde alhora, sì come è stato detto, incominciano le cattive stagioni, come quasi egli le porti seco. La imagine poi di Scorpione è locata dall’altra parte del Cielo; né prima incomincia ascendere in Oriente che Orione manchi in Occidente. Et perché circa il suo comparire cessano le pioggie et le fortune, et incomincia apparire il tempo chiaro et la primavera, fu detto Scorpione haver vinto Orione; il qual Scorpione è stato detto essere mandato dalla terra perché nasce di quella, overo perché levando d’Oriente pare ch’esca dalla Terra. Che fosse privo degli occhi da Enopione, et le altre parti favolose, s’appartengono poi all’historia, la quale Theodontio recita in tal modo. Dice che Enopione fu Re di Sicilia et Orione suo figliuolo, giovane molto robusto et gran cacciatore; il quale un giorno lasso per lo caldo et per le fatiche della caccia entrò in una grotta et adormentossi, onde in sogno gli parve vedere Venere che gli persuadesse che levandosi da dormire si dovesse congiungere con la prima donna che incontrasse. Il quale svegliatosi et uscendo dell’antro s’incontrò in Candiope sua sorella, che medesimamente era a caccia; la quale pigliata da lui et condotta nell’antro fu spogliata del fior verginale et impregnata d’un figliuolo, che poi fu chiamato Hippolago. La qual cosa intesa da Enopione, et essendosi molto sdegnato con Orione, il cacciò in essiglio. Di che egli privo della speranza di regnare andò a consultarsi con l’oracolo, dal quale gli fu risposto che andando verso Oriente ricuperarebbe lo splendor reale. Il quale montato in nave insieme con Candiope et col picciolo figliuolo, per opra d’un buon Nocchiero fu condotto in Thracia; dove col valor suo et col favor del Cielo havendo soggiogato gli habitatori fu molto istimato, et detto figlio di Nettuno. Onde credo che senz’altro sia assai chiara la intention delle fittioni.

HIPPOLAGO figliuolo d’Orione, che generò Driante.

Hippolago come di sopra si vede fu figliuolo d’Orione et Candiope, del quale in tutto non mi ricordo haver letto altro eccetto che generò Driante. [p. 198r]

DRIANTE figliuolo d’Hippolago, che generò Ligurgo.

FU figlio Driante d’Hippolago, sì come testimonia Statio dove dice:

Indi move l’horribile Driante,

Che dal fiero Orione origin hebbe.

Espone Theodontio che mediante Hippolago, di cui figlio, hebbe origine da Orione. Questi fu nella guerra di Thebe et favorì alle parti d’Etheoole, dove in battaglia havendo  a morte ferito Partenopeo (come piace a Lattantio), da Diana con le saette fu amazzato. Fu di lui moglie Clustimena di Colcho, dalla cui hebbe per figliuolo Ligurgo.

LIGURGO figliuolo di Driante, che generò Angeo, Arpalice et Phillide.

SECONDO Homero nella Iliade, Ligurgo fu figliuolo di Driante. Di costui narrano molte cose. Dice l’istesso Homero nel medesimo luogo che costui perseguitando le nutrici di Baccho che stavano nascoste nella Nisa, et per tema Baccho essendo fuggito in mare, Ligurgo divenne in odio ai Dei, i quali il privarono della luce. Ma Servio dice che sprezzando costui Baccho, et dandosi ad intendere di sapere da sé stesso governar le viti, da sé si tagliò una gamba. Lattantio poi vuole ch’egli fosse di Thracia Re, et gittato in mare percioché fu il primo che mischiasse il vino con l’acqua; et una cosa così sincera et delicata guastò con molti veneni. Le quai cose tutte contrarie, in tal modo si ponno ridurre in una. Dice Servio che costui fu usato all’acqua et però sprezzava il vino; là onde dagli dei fu accecato, attento che non conoscesse la bontà di così famoso licore moderatamente usato. Il quale essendo da lui sprezzato, tagliava le viti; di che finsero che a sé tagliasse le gambe, percioché il gusto del vino rende gli huomini al tutto più pronti. Che poi fosse gittato in mare, non è altro eccetto ch’egli per la sua semplicità dalla natura delle cose fu sententiato a bere sempre acqua, rifiutando in tutto il vino. Overo altrimente. Vogliono che costui fosse sprezzatore di Baccho perché, essendo grandissimo bevitore, pareva che sprezzasse le forze del vino, onde per lo soverchio bere perdete il lume dagli occhi; il che aviene a molti. Che poi si credesse tagliare, ciò non vuole significar [altro] eccetto che bevendo molto si credeva metter carestia nel vino; ma si tagliava le gambe, cioè si privava delle forze, sì come spesso veggiamo occorrere agli ebbri mentre carichi di vino vanno traballando. [p. 198v] Che ancho fosse gittato in mare, è stato detto perché essendo il mare salso, et la salsedine concitando maggior sete, questi tali bevitori quanto più beono tanto più hanno sete, onde sono gittati in mare, cioè paiano posti in perpetua sete.

ANGEO figliuolo di Ligurgo.

ANGEO secondo Lattantio fu figliuolo di Ligurgo, sì come ancho pare che voglia Statio, dove dice:

Veggiamo dalla mura il fiero Angeo,

Che i figli d’Eaco minacciando stassi.

Et quello che segue. Ci pare adunque che fossero degli Argonauti; là onde non tengo che fosse figlio di costui, attento che leggiamo Driante padre di Ligurgo essere morto nella guerra Thebana, la quale fu molto da poi. Oltre ciò, Isidoro dove tratta delle Ethimologie dice che costui edificò Samo; onde si viene a vedere che fu più antico di Ligurgo.

ARPALICE figliuola di Ligurgo.

Dice Papio che Arpalice fu di Thracia et figlia di Ligurgo, et nelle caccie molto valorosa; della quale dice Vergilio:

Overo come Arpalice a Cavallo

Con tanta fretta corre, che trapassa,

Et a dietro si lascia il veloce Hebro.

PHILLIDE figliuola di Ligurgo.

PHILLIDE, come dice Ovidio nelle Pistole, fu la figlia di Ligurgo Re di Thraccia; alla quale, dopo la ruina di Troia da venti et da fortuna cacciato essendo pervenuto Demophonte, da lei fu alloggiato et tolto in letto; et per la morte di Mnesteo Re d’Athene volendo ritornare nella patria, racconciate le navi et tolta licenza da lei per un certo spatio di tempo fu lasciato partire. Ma non ritornando al debito tempo, et ella non potendo sopportare più la lontananza (come vogliono alcuni), con laccio finì la sua vita. Altri poi dicono che volendo gittarsi in mare, per compassione degli Dei fu conversa in un mandolaio, et che finalmente ritornando Demophonte mandò fuori i suoi fiori. Della qual fitione la ragione può essere tale. Il mandolaio in greco si dice Philla, nel cui restò il nome della morta Philli. Questo tale albero soffiando Zephiro, che è vento occidentale, et andando in Traccia, passa per lo paese d’Athene; fiorisce, essendo proprio di questo vento di maniera favorire alle piante et all’herbe che fioriscano. Et di qui la favola hebbe luogo, cioè Phillide allegrarsi et fiorire per lo ritorono dell’inamorato da Athene. [p. 199r]

MINOS, ventesimosesto figliuolo di Giove, che generò
Androgeo, Glauco, Arianna, Phedra et Deucalione.

MINOS è stato detto figliuolo di Giove et Europa, la quale fu da lui rapita nel lito di Phenicia, sì come parlando di lei è stato narrato di sopra. Questi homai d’età provetto tolse per moglie Pasiphe figliuola del Sole, et di lei n’hebbe figliuoli et figliuole. Tra quali vi fu Androgeo, giovine di gran speranza, il quale da Atheniesi et Megaresi per invidia fu morto, attento che nella palestra havea superato tutti gli altri; per vendetta della morte del quale Minos mosse guerra contra loro. D’intorno al cui principio et in continuatione avennero alcune cose, delle quali si è trattato dove si parlò di Pasiphe et Theseo. Ma prima dell’altre cose, Minos per tradimento di Scilla figliuola del Re Nisso soggiogò i Megaresi, et indi uniti gli Atheniesi a sé gli fece tributari. Finalmente fece rinchiudere Dedalo insieme col figliuolo Icaro nel Labirinto, percioché havea prestato aiuto all’adulterio di Pasiphe; ma essendone volato fuori, egli pigliate l’armi gli perseguitò fino in Sicilia, dove (come nella Politica piace ad Aristotele) appresso il castello di Camerino dalle figliuole di Crotalo fu morto. Dopo la cui morte i Poeti il fecero giudice dell’Inferno, come dice Virgilio:

Essamina gli errori il gran re Minos,

Et il vaso movendo aduna l’alme;

Da le quali lor vita, et opre intende.

Le quali cose, essendo tutte piene d’historie et fittioni, sono alquanto per ordine dichiarate. Che Minos adunque sia tenuto figliuolo di Giove, sono di quelli che vogliono ciò esser vero, ma di Giove huomo et Re di Creta; il quale nel lito di Phenicia andò a levare Europa, con la quale secretamente con messi s’era accordato di pigliarla, et sopra una nave la cui insegna era un toro, overo che la nave così era chiamata, la condusse in Creta. Onde fu finto ch’egli si cangiasse in toro; et ivi fatte le nozze in lui si maritò, et di quello partorì Minos et altri figliuoli. Sono poi di quelli che vogliono ch’ella fosse rapita et vitiata da Giove et poi maritata in Asterio Re di Creta, et che di lui partorisse quei figliuoli c’habbiamo detto, sì come nel libro dei Tempi Eusebio scrive; onde se così è, è stato finto ch’egli fosse figliuolo di Giove o per aggrandire la sua gloria, o perché nelle sue opre si mostrò simile al pianeta di Giove. Fu tra l’altre cose huomo a’ suoi sudditi giusto et per giustitia severo, et a’ Cretesi diede le leggi, le quali ancho non havevano havuto; et affine che da quel rozo popolo fossero accettate più volentieri, solo se n’andava in una spelonca, et come havea ordinato quello che gli pareva necessario, uscendo fuori gli dava ad intendere che il padre Giove gli havea commesso quella tal cosa. Con la quale astutia, et [p. 199v] forse che avenne che per ciò fu tenuto figlio di Giove, le leggi da lui ordinate furono havute in gran premio. Che poi fosse figliuolo d’Asterio, a noi pare che per modo alcuno il tempo non ci lo conceda, ritrovandosi che Asterio regnò in Creta nel tempo di Danao re d’Argivi, che fu cerca gli anni del mondo tremilasettecento et cinquantadue; essendo stata la guerra da lui havuta contra Atheniesi nel tempo che regnava Egeo, il quale signoreggiò circa gli anni del mondo tremilanovecentosessanta. Che Dedalo poi volasse via, ciò fu detto perché, trovate le galee lunghe, le quali con remi sono molto veloci, secretamente come se volasse si partì. È poi chiamato giudice nell’Inferno percioché noi mortali rispetto ai corpi sopracelesti siamo infernali, onde nel dar leggi, sì come fece, si può dire che fu giudice dell’Inferno. Ma certamente, egli non è da pretermettere quanto vanamente gli scrittori hanno giudicato del tempo di costui. Si legge adunque appresso Eusebio che Minos regnò in Creta nell’anno decimosettimo del dominio d’Hircoo re d’Argivi, il quale fu l’anno del mondo tremilasettecentonovantasei; né molto da poi, regnando Acrisio in Argo, da’ Cretesi fu rapita Europa, negli anni del mondo tremilaottocentosessantanove, la qual differenza quanto sia contraria dalla prima egli si vede. Conseguentemente ivi si scrive che regnando Pandione in Athene Europa fu rapita, il che puotè essere d’intorno gli anni del mondo quasi tremilanovecentosedici; et questo tempo molto meglio si conviene che gli altri tempi detti di sopra con quelle cose che di Minos si leggono. Percioché, sì come l’istesso Eusebio dice che Paradio vuole, regnando Egeo in Athene Minos ottenne il mare et diede le leggi a’ Cretesi; il che si comprende che fu negli anni del mondo tremilanovecentocinquantatre. Et benché ivi si legga Platone dire ciò esser falso, tanto nondimeno si conface con quelle cose che da Philocoro nel libro d’Attide del Minotauro si scriveno, che più non potrebbono essere conformi, come che alquanto discordino da quelle che poscia sono recitate da Eusebio, il quale afferma l’anno LXI dell’imperio di Atreo Minos in Sicilia haver pigliato l’armi contra Dedalo. Il che secondo la computatione del tempo fu negli anni del mondo quattromila et due; la qual cosa è molto lontana dagli altri tempi, come che ancho fosse possibile ch’egli havesse vivuto tanto, se non vi fossero in contrario i tempi dei successori, sì come si vedrà poi. Quello che s’apartiene poi al Toro et a Pasiphe, egli s’è detto di sopra dove s’è trattato di Pasiphe.

ANDROGEO figliuolo di Minos.

Fu Androgeo figliuolo di Minos et di Pasiphe, et giovane di molta virtù; il quale in Athene nella palestra superando tutti, fu da Atheniesi et Megaresi morto per invidia. Onde per vendicarlo il padre mosso amazzò Niso re dei Megaresi, et con crudel guerra vinse gli Atheniesi, et a sé gli fece tributari.

GLAUCO figliuolo di Minos.

[p. 200r] GLauco secondo Servio fu figliuolo di Minos, ma di qual madre no’l dice; il quale venendo in Italia voleva l’imperio di quella, ma però non gli fu concesso, conciosia che non insegnò agl’habitatori alcuna cosa degna, sì come havea fatto il padre, che trovò il costume della cinta a quegli huomini ch’andavano discinti. Là onde costui mostrò a quelli lo scudo, dal quale anch’egli fu detto Labico, et i popoli Labici. Così si vede che Minos alquanto regnò in Italia; di che mi maraviglio, et sospetto che i corrotti vocaboli non facciano essere ancho l’historia corrotta.

ARIANNA, figliuola di Minos et moglie di Baccho.

Arianna fu figliuola di Minos et Pasiphe, sì come spesse fiate dimostra Ovidio. Costei s’inamorò di Theseo, mandato da Atheniesi in Creta; onde essendosi seco segretamente congiunta, et havendole egli promessa la fede di torla per moglie et menar seco Phedra sua sorella per Hippolito, gli insegnò la via di poter entrare nel labirinto, vincere il Monotauro et con la guida d’un filo d’indi uscire. Il quale havendo condotto a fine ogni cosa, tolse di notte in nave Arianna et Phedra, segretamente spiegando le vele alquanto si partì; et nell’isola di Chio (come dice Ovidio) overo di Naso (secondo Lattantio), la notte partendosi lasciò Arianna che dormiva, la quale svegliata et veggendosi ivi abandonata et sola, con gridi et feminili pianti incominciò far risuonare tutti que’ lidi. Onde Baccho a caso d’ivi navigando et veggendo costei s’inamorò di lei et la tolse per moglie, et di lei, come piace ad alcuni, hebbe Thoante re di Lenno. Ma havendo Baccho vinto il re degl’Indi, et essendosi inamorato d’una figlia di quello, Arianna per ciò molto si dolse; di che Baccho con carezze et abbracciamenti havendola mitigata inalzò fino in cielo la corona di lei, la quale prima Vulcano havea fatto et donato a Venere, et Venere poi l’havea conceduta ad Arianna. Et così la ornò di nove stelle et la chiamò Arianna, et libera trahendola et congiungendola appresso di sé in cielo, et facendone una imagine celeste. Ma io faccio questa spositione. Neso et Chio sono isole abondanti di vino, dal quale tengo che Arianna si lasciasse convincere, et che però ebbriaca fosse ivi da Theseo lasciata; onde, perché poscia si diede in preda al soverchio bere, fu detta moglie di Baccho. Indi, perché ogni honestà della donna dal vino è corotta, da Venere le fu donata una corona, cioè l’insegna di libidine; la quale vien portato fino al cielo, cioè in notitia d’ogn’un. Né solamente il vergognoso dishonore dell’infamia portato per le bocche degl’huomini; ma oprando il vino, la donna si lascia incorrere negli abbracciamenti di tutti.

PHEDRA, figliuola di Minos et moglie di Theseo.

PHEDRA fu figliuola di Minos et Pasiphe, sì come assai per la fama antica è divulgato. Costei insieme con la sorella Arianna, [p. 200v] vinto il Minotauro, si partì con Theseo; onde sì come è stato detto di sopra, lasciata Arianna sopra un’isola divenne moglie di Theseo, et di lui partorì Demophonte et Antiloco. Finalmente, essendo Theseo andato con Piritoo nell’Inferno per rapire Proserpina, Phedra s’inamorò del figliastro Hippolito; alla cui libidine non volendo il casto giovanetto acconsentire, ella assalita da rabbia al ritornar che fece Theseo accusò Hippolito che l’havesse voluta sforzare. Là onde il giovane temendo l’ira del padre, sì come di sopra parlando di lui è stato detto, fuggendo fu dai cavalli stracciato et morto; onde venendo la nova della di lui morte, Phedra tardi pentita manifestò a Theseo la scelerità sua, et con la spada d’Hippolito sé stessa amazzò. Ma Servio dice che con un laccio ella finì i giorni suoi.

DEUCALIONE figliuolo di Minos, che generò Hidumeneo.

DEUCALIONE, sì come piace nella Iliade ad Homero, fu figliuolo di Minos, ma da qual madre non si sa. Nondimeno si puote presumere suo successore, percioché Hidumeneo di lui figliuolo fu Re di Creta.

HIDUMENEO figliuolo di Deucalione, che generò Orsilico.

HIDUMENEO, secondo il testimonio d’Homero, fu figliuolo di Deucalione. Questi insieme con Greci fece guerra contra Troiani. Ma (secondo Servio) rovinata Troia, ritornando con le navi verso la patria hebbe grandissima fortuna; onde fece voto agli Dei che se il lasciassero ritornar salvo nel suo reame, ch’egli a loro farebbe sacrificio di quella prima cosa che gli venisse inanzi. Di che essendo giunto in porto, avenne che prima di tutti il figliuolo per disio di rivedere il padre si gli offerse; per la qual cosa (come dicono alcuni) havendolo immolato, overo (come piace ad altri) volendolo sacrificare, dai Cittadini per tal crudeltà fu cacciato. Là onde essendo rimontato in nave et havendolo il vento gittato fino a Salentino promontorio di Calabria, ivi deliberò fermare il suo essiglio; di che non lontano dal lito per sé et per li suoi edificò la città di Pittiglia.

ORSILOCO figliuolo d’Hidumeneo.

ORSILOCO fu figlio d’Hidumeneo, sì come nell’Odissea scrive Homero dove scrive la di lui genealogia, incominciando da Giove fino ad esso. Questi havendo seguito il padre alla guerra di Troia, et essendo il tutto succeduto prospero, per la sua insolenza nella presa di Troia fu amazzato da Ulisse, conciosia che s’opponeva con tut[p. 201r]te le sue forze per non lasciar dare la debita parte della preda a quello.

SARPEDONE, ventesimosettimo figliuolo di Giove, che generò Antiphate.

SARPEDONE secondo Homero fu figliuolo di Giove et Laodomia figlia di Bellorophonte, la quale openione segue ancho Servio. Ma pare che Agostino tenga altrimenti, dicendo: In quelli anni, cioè regnando Danao in Argo, da Xanto Re de’ Cretesi, del quale appresso altri habbiamo trovato altro nome, si trova essere stata rapita Europa, et indi generati Radamanto, Sarpedone et Minos, i quali sono chiamati dalla maggior parte figliuoli di Giove et di lei. Et quello che segue. Altri dicano che furono figli d’Asterio, et per ciò io non tengo che questo sia quel Sarpedone, essendo stato quello molto tempo prima. Ma perché di quello non si legge nulla, basterà haverci posto il nome; et di questo seguiremo quello che si scrive. Questi adunque fu re di Licia et seguitò la parte Troiana contra Agamennone et i Greci, et fu famosissimo guerriero, il quale combattendo fece molte cose degne di ricordo, sì come nella Iliade Homero scrive. Finalmente fu morto da Patroclo, et per comandamento di Giove da Apollo fu levato il corpo di mezzo la battaglia, et nel fiume lavato, et onto d’ambrosio licore, et con la real veste ornato, et dato ai suoi che vi facessero le pompe funerali. Onde, questo poco di figmento che vi è non vuole significar altro eccetto che per opera d’un medico fu curato il corpo, et con ungenti per conservarlo tutto unto.

ANTIPHATE figliuolo di Sarpedone.

ANTIPHATE fu figliuolo di Sarpedone; testimonio Vergilio dove dice:

Et Antiphate il primo il qual diceva,

Sé esser primo figlio della madre

Thebana, et di Sarpedone alto, et degno.

Costui rovinata Troia venne con Enea in Italia, dove combattendo contra Turno fu da quello amazzato.

RADAMANTO, ventesimottavo figliuolo di Giove.

RADAMANTO (sì come tutti vogliono) fu figliuolo di Giove et Europa, regnando Danao in Argo; et secondo Eusebio fu Re di Licia. Questi, essendo severo essecutore di giustitia, fu dai poeti finto che sta nell’Inferno ad essaminare i peccati dei colpevoli. Del quale Vergilio dice:

Radamanto è preposto a questi regni,

Egli gastigha, e gli errori intende, [p. 201v]

Et con tormenti confessar ci sforza

Quei peccati, ch’alcuno in vita ha fatto.

Dell’origine et fittione di costui, egli è da intendere l’istesso che di Minos è scritto.

ACRISIO, ventesimonono figliuolo di Giove, che generò Laerte.

Acrisio secondo Ovidio fu figliuolo di Giove. Di lui Ovidio parlando, induce Ulisse a ragionare con poche parole della sua nobiltà verso Aiace in tal modo:

A me Laerte, ad esso Acrisio è padre

E ’l sommo Giove a lui; né fu tra questi

Posto in essilio, o discacciato alcuno.

LAERTE figliuolo D’Acrisio, che generò Echimene et Ulisse.

LAerte, come è stato mostrato, fu figliuolo d’Acrisio. Costui tolse per moglie Anticlia figlia d’Auttolico, et di quella n’hebbe Ulisse et le sorelle. Egli non vide andar volentieri Ulisse alla guerra di Troia, sì perche era vecchio, come ancho perché ritornando dopo molti travagli di mare fece vendetta di molte ingiurie.

ECHIMENE figliuola di Laerte.

Fu Echimene figliuola di Laerte, sì come nell’Odissea Homero dimostra dicendo:

Con Echimene insieme minor d’anni

Di tutte le figliuole di Laerte.

Costei, sì come nel medesimo libro si legge, fu data per moglie dal padre ad un certo per nome chiamato Samnide.

ULISSE figliuolo di Laerte, che generò Thelemaco, Telegono et Ausonio.

Di Ulisse, famosissimo huomo appresso gli antichi, è incerta la progenie. Percioché alcuni dicono ch’egli fu figlio di Sisipho ladrone, tra quali è Servio, che dice che Anticlia madre d’Ulisse prima che si maritasse giacque con Sisipho figliuolo di Eolo, et s’impregnò d’Ulisse. Il che a lui gitta in occhio Aiace figliuolo di Thelamone, mentre (in Ovidio) con ciò n’andò d’inanzi Greci, così dice:

Perché adunque di Sisipho fu nato,

E a lui simil nei furti, et negl’inganni.

Il che ancho afferma Theodontio, dicendo che Anticlia prima si maritò in Sisipho, ma che lasciandolo et essendo già pregna si maritò in Laerte; nondimeno del concetto di Sisipho partorì Ulisse. Ma Leontio dice che, essendosi Anticlia maritata in Laerte et andando a consultarsi con Apollo, fu presa da Sisipho ladrone, che poi fu amazzato da Theseo, et da quello fu [p. 202r] impregnata; onde per tale congiungimento ne nacque Ulisse. Altri poi vogliono che fosse figlio di Laerte, tra quali fa testimonio Homero, Virgilio et l’antica fama dei più secoli invecchiata; de’ quali seguendo io l’auttorità dico che Ulisse fu figliuolo di Laerte, et fu huomo di gran consiglio et di sublime ingegno; ma che valesse più o di frode o d’ingegno, ciò è dubbioso. Spesse volte Homero chiamò costui Multimodo, quasi come egli havesse molti modi per essequir tutte le cose. Certamente egli patì molti travagli, et nondimeno con maravigliosa fortezza gli avanzò tutti. Costui giovanetto tolse per moglie Penelope figlia d’Icaro, la quale per virtù et pudicitia fu bellissima donzella, et subito di lei hebbe un figliuolo Thelemaco. Finalmente essendo rapita Helena da Pari, mentre Palamede facea la scielta de’ Greci per andar contra Troiani (come dice Servio), cercò fuggire tale occasione fingendosi pazzo; onde venendo in Ithacia Palamede, egli fu ritrovato con diversi sorti d’animali sotto il giogo nei campi seminar sale. Ma Palamede sospettando dell’astutia dell’huomo tolse il picciolino Thelemaco, et per far prova dell’astutia dell’ingegnoso huomo pose quello nei solchi dei campi, all’incontro dell’aratro dove seminava Ulisse; il quale veggendo il figliuolino Thelemaco subito con l’aratro lo schifò. Di che conosciutosi che non era pazzo fu sforzato andare alla guera, dove grandemente, mentre durò l’assedio, mantenne l’amicitia con Diomede Etholo. Et poscia che per farsi benivoli i venti sotto spetie di nozze hebbe condotto Ephigenia nel sacrificio, con gl’altri venne a Troia, dove con grandissima astutia per ottener la vittoria de la guerra incominciata oprò molte cose necessarie. Attento che (come dice Theodontio) per opra sua avenne che Achille dalla madre tra le figliuole di Nicomede in habito di donzella nascosto fu ritrovato, et ancho condotto all’assedio. Per opra sua le saette d’Hercole (senza le quali dicevano Troia non poter esser presa) con oracolo furono ritrovate, et da Philotete ancho ottenute et a Troia portate. Per opra sua le ceneri di Laumedonte, che sopra la porta Scea d’Ilione con gran guardia erano serbate, furono d’ivi levate. Dopo questo, egli insieme con Diomede rubbò il fatale Palladio di Troia. Così ancho amazzato Dolone, con Diomede medesimamente divenuto spia, di notte tagliò la testa a Rheso re di Thracia, et condusse nell’essercito de’ Greci i suoi cavalli bianchi pria che gittassero dell’acqua del Xanto. Et spesse volte, sì come dice Servio, vestitosi in habito d’un mendico et povero, volentieri sopportò delle ripulse et delle busse per entrar in Troia a spiare quello che si facesse, et fedelmente riferì sempre quello che havea veduto; dove tra l’altre, una fu conosciuto da Helena. Oltre ciò essendo molto eloquente et bel parlatore, più volte tra Greci et il re Priamo fece l’ufficio di legato, per accordarli. Appresso, molte fiate dimostrò ancho quanto nelle battaglie et in mezzo l’armi fosse valoroso. Così ancho nei parlamenti et consigli molte fiate con la sua prudenza aiutò i Greci. Hebbe odio coperto contra Palamede percioché contra sua voglia il trasse alla guerra, et condusse di Thracia buona copia di fromento<?> la qual cosa egli mandatovi non havea voluto fare. Là onde con inganno cercò farlo morire, sì come è stato detto parlando a Palamede. Ultimamente si crede che costui facesse qualche trattato, onde o per opra di Sinone o per qualche altro tradimento Troia fosse presa et rovinata. Indi presa Troia, egli venne in garra con Aiace suo figliuolo di Thelamone per l’armi d’Achille, le quali finalmente per la sua eloquenza gli furono date. Oltre [p. 202v] ciò, ammazzato Orsiloco figliuolo del Re di Creta, percioché contrastava che a lui non fosse data la parte della preda Troiana, sì come si faceva agli altri prencipi, amazzata ancho Polissena, et percosso ad un sasso Astianatte, montò in nave per ritornar verso la patria. Ma fu molto vano il suo pensiero, percioché assalito da molte fortune di mare, per spatio di diece anni qua et là in diversi paesi andò errando. Primieramente, dall’onde et da’ venti cacciato (sì come egli stesso nell’Odissea narra ad Alcione Re di Pheaci) fu portato nel paese dei Ciconii, i quali vinti da lui et saccheggiata tutta la città d’Hismaro, perduti pochi compagni, dalla fortuna fu guidato fino ai Lotophagi, onde non ritornando a dietro quelli compagni da lui ivi mandati a spiare il loco, fu portato di novo in Sicilia, dove con dodici compagni entrò nell’antro di Poliphemo Ciclope, de’ quali il Ciclope havendone divorato sei, egli con un tizzone affogato cavò l’occhio a Poliphemo, et vestitosi delle pelli dei castratti con l’avanzo dei compagni uscì dalla spelonca. Poscia portato in Eolia, ottenne da Eolo i venti rinchiusi in uno utro; di che partendosi et essendo vicino ad Itacha slegò l’utro in presenza dei compagni, che si credevano quello essere pieno di tesoro; per la qual cosa, soffiando il vento contrario, di novo fu portato in Eolia, dove da Bolo cacciato via et per lo mare navigando, il sesto giorno arrivò dai Lestrigoni. I quali essendoli contrari, perdute tutte le navi et la maggior parte dei compagni, con una sola nave capitò da Circe; la quale havendo cangiato i suoi compagni ch’erano andati a investigare il loco in fiere, egli da Mercurio havuto il Pharmaco arditamente se n’andò a quella, et col brando ignudo minacciò amazzarla se subito non ritornava i compagni nelle primiere forme. Il che fu fatto, et dimorò seco per spatio di un anno, con cui hebbe un figliuolo detto Thelegono. Ma havendo lasciato l’immortalità, fu ammaestrato della via c’havesse a tenere; dove lasciato ivi Alpenore per violenza a caso morto, montò in nave, et con prospero vento in una notte venne sino all’Oceano. Dove fatti quelli sacrifici che Circe gli havea insegnato se n’andò all’Inferno, et ivi ritrovò la madre Anticlia, et Alpenore poco dianzi morto, con molti altri; di che fu avisato da Tiresia indovino di molte cose. Indi ritornato alla nave, un’altra fiata andò da Circe, et sepelì Alpenore. Così delle cose a venire da Circe ammaestrato si partì, et giunse all’isola de le Sirene; onde accioché elle non potessero ritenerli, fece che tutti i compagni si stopparono con la cera le orecchie, et fece che legarono lui all’antenna della nave; là onde cantando quelle, passò la pericolosa Isola. Oltre ciò, non senza grandissimo pericolo et commune fatica di tutti passò Cariddi et Scilla. Indi essendo giunto a quei luoghi dove le Nimphe custodivano i gregi del Sole, comandò che alcuno non gli toccasse. Ma essendosi egli adormentato et i compagni havendo gran fame, Eurileco persuase ai compagni che togliessero degli animali di quei gregi; il che fatto, et havendone quelli portato molti in nave, subito si levò una fortuna tanto terribile et crudele che la nave si ruppe, et tutti i compagni furono morti et dispersi. Ulisse solo ignudo, essendosi pigliato all’arbore della nave, per spatio di nove giorni continui fu dall’onde et dal vento travagliato, et alla fine fu gittato appresso l’isola Ogigia, dove da Calipsone Nimpha raccolto ivi per sette anni fu con benigna accoglienza ritenuto. Ultimamente, mal volentieri da lei havendo [p. 203r] impetrato di partirsi, et essendo insieme con i suoi compagni montato in nave, Nettuno offeso da lui, percioché combattendo gli havea morto il figliuolo Cigno et havea fatto rovinar Troia da lui edificata, et indi havea privo dell’occhio il figliuol Ciclope, fece che l’impeto del mare fu tale che, rotta la nave, egli fu costretto gittarsi ignudo nell’onde. Di che Leucotoe, havendo compassione del misero abbattuto dal mare, gli prestò il suo velo; con l’aiuto del quale il terzo giorno essendo giunto al lito, et entrato nella bocca del fiume de’ Phenici, ributtato il velo nel mare si pose ignudo tra le frondi dei boschi; dove ritrovato da Nausitea figliuola d’Alcinoo hebbe vesti da cuoprirsi. Et per opra di Pallade fu condotto fino ad Arethi moglie del Re Alcinoo, dal quale meritò ricever doni, et nave et compagni che il conducessero fino in Ithacia; là onde in nave dormendo fu da Pallade avisato di quello che dovea fare. Per la qual cosa svegliato et smontato di nave, si transformò in un povero vecchio et andò ritrovare i suoi lavoratori di villa, dove vide il figliuolo Thelemaco et parlò seco. Finalmente fu da Siboote suo porcaio condotto nalla patria senza essere da altri conosciuto, et nella propria casa sopportò alcune parole ingiuriose usategli dai Proci di Penelope; dove poi fu da Eurichia sua nutrice riconosciuto. Di che Ulisse subito insieme col figliuolo et con due di suoi lavoratori prese l’armi contra quei Proci, et dopo molto combattere gli amazzò tutti; benché Theodontio dica che gli cavò gli occhi, et che gli conducesse in tanta miseria che stavano nelle strade cercando un poco di pane per vivere. Qui, poscia che hebbe veduta Penelope, partissi per andare in villa a rivedere il vecchio Laerte. Ultimamente, secondo Theodontio, restò smarrito per molti horrendi sogni; de’ quali cercando la interpretatione, hebbe in risposta che si guardasse dal figliuolo. Il quale partendosi, et stando in lochi rimoti et nascosti, quanto puotè si schifò dai portenti sogni. Ma finalmente Thelegono, che a lui nacque di Circe, venendo in Ithacia per ritrovarlo fu cacciato dalla casa di lui. Di che essendo giovane forte et animoso amazzò molti di quelli che gli contrastavano; onde Ulisse pigliando un dardo il lanciò contra quello. Ma Thelegono havendo schifato il colpo, prese quel medesimo dardo et il trasse contra il padre; per lo qual colpo conoscendosi Ulisse vicino alla morte, dimandò a lui chi egli fosse. Onde inteso c’hebbe il nome et la patria, conobbe che quello era suo figliuolo; per la qual cosa s’avide non haver potuto fuggire il suo destino, et così se ne morì. Ma Leontio dice ch’egli a caso fu morto da Thelegono, che cercandolo il punse con una spina di pesce avenenata. Veramente lunga è l’historia di costui, et brevemente narrata con alcune fittioni, per entro delle quali la maggior parte per inanzi è stata esposta. Et però con poche parole veggiamo l’avanzo. Et primieramente ciò che intendino per gli utri con i venti rinchiusi et legati con una catena d’argento, la quale dai compagni fu sciolta. Homero nell’Odissea vuole formare un huomo perfetto; et tra l’altre cose volendo dimostrare quello che dalla bontà divina a noi nascendo è donato, dice che da Eolo, cioè da Iddio, i venti cioè concupiscevoli appetiti sono rinchiusi in un cuoio di bue, cioè infusi nell’arbitrio dell’età virile; la quale deve essere forte et costante, sì come è il cuoio del bue. Et questi tali sono legati con una catena d’argento, cioè dalla famosa risonanza della chiara virtù; la quale veramente non serba il cuoio d’alcun’altro meglio fermato che di quello che sta intento al divino [p. 203v] amore. Nondimeno questa catena è slegata dai compagni d’Ulisse, cioè dai sensi dell’human corpo che per nostra dapocaggine signoreggiano alla ragione; et slegano questa catena istimando che nell’utro vi sia gran preda. Il che significa, perché pensano essere di gran lunga migliore et più dolce vita nei piaceri che non sono sottoposti a nessuna regola, che in quelli legati da salda ragione. Tuttavia slegati questi, mentre si lasciavano cadere in questa e in quella lascivia si levano le fortune, cioè i rossori, le riprensioni della conscienza, i travagli dell’animo, le afflittioni, la miseria, le infermità, et mille spetie de’ mali che ci allontanano dalla patria, cioè dalla quiete. Che poi andasse all’Oceano et che ivi per sacrifici gli fosse mostrato il camino dell’Inferno, istimo ciò essere stato detto perché Ulisse in una notte navigasse al lago Averno, nel golfo di Bate, dove morto Alpenore facesse quel sacrificio nel quale l’anime si chiamano di sopra, et così da que’ maligni spiriti havesse notitia delle cose richieste. Il vello poi ad Ulisse rotto in mare prestatoli da Leucotoe, istimo non essere stato altro che la immobile speranza ch’egli fisa teneva nel petto di fuggire quel pericolo. Questa oprò che non si disperando non pericolasse; la qual speme, poscia che ottenne il suo intento, lasciò adietro. Che poi spessissime fiate fosse da Pallade aiutato, percioché da lei con l’avertenza sua ammaestrato fuggì molti pericoli, et molto cose oprò a lui necessarie.

THELEMACO figliuolo d’Ulisse.

THelemaco fu figliuolo d’Ulisse, et picciolino dal padre lasciato alla madre Penelope; il quale insieme con lei dai Proci havendo ricevuto molti oltraggi, alla fine insieme col padre a un tratto si vendicò.

THELEGONO figliuolo d’Ulisse.

Telegono fu figliuolo d’Ulisse et di Circe; il quale cresciuto in età, et cercando vedere il padre, a caso non lo conoscendo lo amazzò. Dove ritornando in Italia edificò Tiburi, c’hora si chiama Tivoli, sì come dice Ovidio:

È già di Thelegono, et già le mura

Di Tiburi vid’io, dove habitava

La roza gente, che vi pose mano.

Ma Papia dice ch’egli edificò Tusculo.

AUSONIO figliuolo d’Ulisse.

AUSONIO fu figliuolo d’Ulisse, sì come scrive Paolo Lombarto in quella Historia ch’egli scrive dei Fatti di Longobardi; dicendo tutta l’Italia di lui essere stata nomata Ausonia. Ma Tito Livio mostra volere altrimenti nel libro Ottavo dell’Edificatione di Roma, dove dice: Minturno et Vestina, Città degli Ausoni, a tradimento da M. Pellio et C. Sulpitio consoli furono prese, et fu quasi estinta et anichilata tutta la gente Ausonia. Onde quella par[p. 204r]ticella dell’Italia fu l’Ausonia. Io tengo che questo Ausonio fosse quel Latino il quale alcuni vogliono essere stato figliuolo di Circe et Ulisse et nodrito da Marica Nimpha, attento che (testimonio Servio) Marica sia la Dea del lito de’ Minturnesi appresso il fiume Liri. Nondimeno noi, benché ci restino molti figliuoli della prole di Giove, facendo fine al presente libro riposaremo alquanto.

IL FINE DEL LIBRO UNDECIMO.

LIBRO DUODECMO

di MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL NON MENO VIRTUOSO CHE HONORATO SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

SE DOPO lungo corso di viaggio, Illustre Re, come che il camino non sia venuto al fine, al discreto condottieri della carretta il levare i cavalli pieni di ansia da quella et alquanto riposare, et appresso qualche prato, et da alcun fonte rinfrescare, onde egli intanto medesimamente si trahe la sete et piglia un poco di ristoro, così ancho al buon arator, se bene tutto il terreno dall’aratro non è fesso, è conceduto, sopra restandogli anchora una parte del giorno, sciorre i buoi dal giogo et lasciargli posare, et pascendo alquanto, mentre egli spirando una dolce aura all’ombra dei boschi canta le roze canzoni, et si sforza scordarsi le dure fatiche; indi medesimamente al famoso capitano [p. 204v] di guerra (conceduto ancho che la battaglia non sia finita), è lecito col segno della raccolta i lassi et sanguinosi soldati far ritirare, accioché levato dal pericolo della morte in un altro assalto, rinovate le forze, contra gli inimici siano più gagliardi. Chi dirà che a me non sia lecito, se bene fino al fine non sono giunto della numerosa prole di Giove Cretese, havendone nondimeno esposta una grandissima parte, riposare alquanto, per vedere se potrò giungere al vero segno? Nessuno dirittamente istimo. Seguendo adunq. l’altrui costume, non altrimenti che s’io fossi pervenuto a qualche segno certo et ordinario di far pausa, tutto lasso per la fatica, nell’Ausonia (benché lito impetuoso) mi fermai, considerando appresso che quello che si distingue con più brevi termini, nell’intelletto più facilmente si capisce et meglio si manda a memoria. Ivi girando gli occhi d’intorno, incominciai a riguardare le vestigie delle cose antiche. Qui le antiche Cume, il tempio (opra di Dedalo) de’ Calchidiesi, la sepoltura di Miseno, et l’acque Giulie mi tenevano l’animo sospeso. Et all’incontro Inarime, antico hospitio delle Simie, et da Inarime la percossa Prochita, mi ritoglievano l’animo. Così ancho mi facevano a sé drizzar la mente i risonanti gorghi per le rivolutioni dei bollenti fiumi del Vulturno, le nebule del Fusino Liri, le paludi del Linterno, famoso per l’essiglio et gran morte del primo nobile Africano, et quasi ivi dinanzi la villa di M. Scauro, fino al dì d’hoggi per lo suo nome celebrata. Indi le ruinate quasi in tutto vestigie delle Formiare, le lunghette a’ pié del monte Caleno, Stelenate et Campano, terreni per maravigliosa abondanza notabili; i sopra eminenti castelli ai terreni, Suessa, Theano Sudicino, Caselino, Ielesie, et molte altre anticaglie sì de’ Romani come Cartagidesi. Appresso, molte altre cose; le quali a voler dichiarare sarebbono più lunghe che utili all’historia. O quanto m’allegrava nell’animo veggendo la mia Italia per opre eccelse non pure essersi agguagliata, ma haver trappassato la loquace Grecia. Ma essendosi con un breve riposo ricreato un poco l’animo, ripigliai le forze et volentieri rientrai nel mare instabile, et fui portato fino in Phrigia, dove m’avenne in fantasia cercare et descrivere la prole di Tantolo et d’alcuni altri figliuoli di Giove. Il che mi sia conceduto continuare, ne prego colui il quale al toccar con la verga del servo suo Mosè fece abondantemente uscir acque da una rupe al popolo per la sete afflitto.

TANTALO, trentesimo figliuolo di Giove, che generò Niobe et Pelope.

TANTALO secondo Lattantio fu figliuolo di Giove et di Plote Nimpha. Dice Eusebio che costui fu re de Phrigia regnando Eritreo in Athene, et che appresso hebbe guerra per lo rapito Ganimede contra Irgio, re di Dardania et padre di Ganimede. Oltre ciò, vogliono che costui havesse un giorno seco a convito tutti li dei, et che per far prova della loro deità amazzasse il figliuolo, et cotto in diverse sorti di manicareti gli lo appresentasse inanzi. I quali smarriti di tal cosa, non pure sostennero di gustarne, ma raccolte tutte le membra insieme ritornarono il fanciullo nella primiera forma. Perché s’avidero che vi mancava una spalla, la quale era stata mangiata da Cerere, in loco di quella gli ne rifecero una d’avorio; indi per Mercurio richiamata l’anima da morte a vita, gli la restituirono. Tantalo poi fu da loro cacciato all’Inferno et sententiato a supplitio ta[p. 205r]le, cioè che fosse posto in un fiume fino alla gola et che sempre fosse afflitto da continua sete; et che chinando la bocca in quello per bere, il fiume s’andasse medesimamente allontando, di maniera che non ne potesse gustare. Indi gli aggiunsero sopra il capo alberi carichi di pomi, i quali pigliassero i rami fino alla di lui bocca; ma che volendone egli pigliare, eglino tanto s’inalzassero quanto medesimamente s’affaticasse per prenderne. Et così avenne che, posto tra i pomi et l’acque, continuamente vivendo in fame et sete l’infelice huom fosse tormentato. Hora è da avertire quello che si nasconda sotto tali figmenti. Onde concedendo ch’egli fosse figliuolo di Giove, overo o per qualche simiglianze a lui attribuito, et lasciando da parte quelle cose che s’appartengono di Ganimede, le quali sono dette dove di lui si parla, dico che fu detto egli haver posto il figliuolo innanzi alli dei perché essendo avarissimo huom, et havendo cura d’augmentar molto la facultà sua, amava i fromenti, da’ quali ne traheva il denaro non altrimenti che il figliuolo. Onde alhora gli pose inanzi ai dei quando nei coltivati campi gli seminò, percioché i semi gittati nei solchi stanno nel cospetto dei sopra celesti corpi; di che per operatione de’ cieli ritornando in spiche, pigliano la primiera forma. Ma l’homero divorato da Cerere, cioè il seme consumato dalla terra, è rinovato d’avorio, mentre nella crescente biada v’entra la forza del nodrimento. Il supplitio poi di costui, chiaramente dimostra la vita dell’huom’avaro; percioché Fulgentio dice Tantalo interpretarsi visione volontaria. Il che benissimo si conface a ciascuno avaro, attento che non adunano l’oro né l’ampia facultà per servirsene, anzi per specchiarsi in quella; et non potendo sopportare far per sé alcuna cosa di quelle adunate ricchezze, tra quelle posto si muore per la fame et sete.

NIOBE, figliuola di Tantalo et moglie d’Amphione.

NIOBE fu figliuola di Tantalo et Taigete, sì come ella medesima appresso dimostra Ovidio, dicendo:

Tantalo fu mio padre, al quale solo

Fu concesso alla mensa delli dei

Sedere, et delle Peleiadi sorella

È la mia madre, né negar si puote.

Ma salva la riverenza d’Ovidio, il padre di costei non fu quel Tantalo amico delli dei, percioché quello fu huom pio, re di Corinto, et di tempo molto prima. Ma Lattantio dice che costei fu figliuola di Tantalo et Penelope. Costei, come piace a Theodontio, fu maritata in Amphione Re di Thebbe, accioché Amphione prestasse favore alle parti di Penelope, che guerreggiava contra Enomano re d’Elide et di Pisa; del cui Amphione ella partorì sette figliuoli et altrettante figliuole, benché Homero nella Iliade dica che furono solamente dodici. Costei essendo donna d’altiero spirito, et sacrificando i Thebani per comandamento di Manto figliuola di Tiresia, a Latona incominciò fortemente con parole riprendergli, et preferir sé a Latona; per la qual cosa Latona sdegnata si lamentò con i figliuoli. Onde avenne che giocando nei campi i figliuoli di Niobe, Apollo i maschi et Diana tutte le femine le amazzò; onde furono sepolti appresso il monte Siliphone. Niobe adunque, priva del marito et de’ figliuoli, appresso le loro sepolture piangendo fu cangiata in sasso. Dei figliuoli et di Amphione ne è stato detto di sopra. Ma circa il suo essersi convertita in sasso, Tullio [p. 205v] tra le Questioni Tusculane istima ciò essere stato finto per lo suo eterno silentio in pianto. Ma a questa fittione v’aggiunge Theodontio, dicendo che fino al dì d’hoggi nel monte Siphilo si vede la statua di pietra di costei, di maniera in atto flebile et mesto, che si stimarebbe ch’ella per le lagrime venisse meno. Il che non è fuor di natura, percioché gli antichi per memoria della gran fortuna della superba donna poterono mettere sul monte Siphilo <porre> una statua di sasso in guisa d’una donna che pianga; onde essendo il sasso di complessione freddo, levandosi in lui i vapori humidi dalla terra, per la frigidità del sasso si risolveno in gocciuole d’acqua, a simiglianza di lagrime. Et di qui forse gli ignoranti tengono che Niobe fin’hora piangendo si consume.

PELOPE figliuolo di Tantalo, che generò Lisicide, Atreo, Thieste et Phistene.

PELOPE, figliuolo di Tantalo di Taigete, secondo Barlaam fu huom notabile et gran guerriero; il quale in Phrigia regnando hebbe guerra contra Enomao re d’Elide et di Pisa. La quale, sì come scrive Thucidide, fu molto memorabile et grandissima. La cagione della guerra dice Paolo fu Hippodamia, figliuola d’Enomao et amata da Pelope, percioché havendoglila dimandata per moglie gli fu negata. Dice Servio che molti furono quelli chi dimandarono per la sua singolar bellezza questa Hippodamia; onde da Enomao fu fatto quel patto che di sopra dove s’è trattato d’Hippodamia habbiamo detto. Ma Barlaam dice che la cosa non andò a quel modo; anzi che parendo a Pelope che tal conditione fosse inhumana mosse l’armi contra Endimaco, onde da ogni parte essendosi adunato un grande essercito, per tradimenti di Mirtolo capo delle genti di Enomao, il quale con astutia fu corrotto da Pelope, Pelope restò vittorioso, et in tal modo hebbe Hippodamia et il reame. Ma dimandando Mirtilo il premio del tradimento, fu da lui gittato in mare. Dice Eusebio nel libro dei Tempi che costui menò Hippodamia per moglie nell’anno decimoquarto dell’imperio di Prito Re d’Argivi, che fu negli anni del mondo tremilaottocentocinquantasette; et poco dianzi dice che, regnando Liceo in Argo, Pelope regnò appresso gli Argivi cinquantatre anni, et che dal nome suo gli chiamò Peloponesi. Dice ancho che regnando Acrisio in Argo Pelope fu presente ai giuochi Olimpi, et che poi mosse l’armi contra Troia; et che da Dardano fu espugnato negli anni del mondo tremilaottocentoottant’uno, leggendosi molto prima essere stato Dardano. Onde io non so qual sia la miglior opinione delle tante diferenti. Costui di Hippodamia hebbe molti figliuoli.

LISIDICE, figliuola di Pelope et moglie d’Eletrione.

DICE Lattantio che Lisidice fu figlia di Pelope et Hippodamia, et moglie d’Eletrione; onde di lui partorì Alomena madre d’Hercole. [p. 206r]

ATREO figliuolo di Pelope, che generò Alceono, Melampo et Eviolo.

ATREO fu figliuolo di Pelope et Hippodamia; il quale, sì come per le parole di Seneca poeta nella Tragedia Thieste si può comprendere, insieme con il fratello Thieste regnò nella Morca, con patto c’hora l’uno hora l’altro signoreggiasse. Ma finalmente tra loro nacque discordia, la quale secondo Lattantio fu per cagion tale. Sì come è stato detto di sopra, egli si ritrova che Mirtilo fu gittato in mare da Pelope. Di che Mercurio sdegnato, pose tanta discordia tra Thieste et Atreo che diventarono inimici. Haveva Atreo un montone, del quale in tal modo Seneca Tragico parla:

Nelle superbe stalle un nobil grege

Di Pelope possede; di cui guida

È un bel montone, che per tutto il corpo

Ha di fin oro sparsa la sua lana.

Chi questo tiene ancho gli aurati scettri

Dei lantalici Re si gode lieto.

Il possessor di questo è quel, che regna;

A questo dietro sol va la fortuna

Del gran reame. Hor ei securo giace

Pascendo i prati, et le diverse herbette

In un rimoto loco, ch’è diviso

Da un sasso, che il fatal grege nasconde.

Desiderando Thieste haver questo montone, s’imaginò che potrebbe ottenerlo s’inducesse ne’ suoi abbracciamenti Merope moglie d’Atreo; né l’occasione mancò del cattivo pensiero, percioché et di lei n’hebbe figliuoli et la menò via dal marito. Là onde vennero a guerra insieme, et Thieste fu cacciato del Reame. Ma Atreo non si contentando dell’essiglio del fratello, fingendo perdonarli il richiamò nella patria, et a quello pose inanzi nel convito tre figliuoli amazzati a mangiare, et gli diede del loro sangue mischiato con altre bevande a bere; indi, poscia che hebbe mangiato et bevuto, comandò che gli fossero poste inanzi le mani et i piedi dei figliuoli, facendo manifesto di qual cibo l’infelice padre si fu pasciuto. Onde dicono che mentre la gran scelerità si commetteva il Sole, che si levava in Oriente, se ne fuggì in Occidente per non vedere tanta iniquità. Nondimeno, secondo Lattantio, questo Atreo fu morto da Egisto figliuolo di Thieste. Il vello d’oro del montone in questa historia finto, penso doversi intendere sì come pare che inteso l’habbia Varrone dove tratta dell’Agricoltura, mentre dice le pecore haver havuto per la carità le lane d’oro, sì come in Agro Atreo; la quale Thieste cercò per sé usurpare. Overo più tosto per questo montone da vello d’oro deversi intendere il tesoro per lo quale i Re sono istimati, et senza il quale non si ponno fare le necessarie spese alla guerra, né mantenere lo splendor reale. Il Sole poi rivolto in Occidente dinota che a quel tempo fa l’Eclipsi; la quale dagli huomini non essendo conosciuta, parve molto monstruoso. Nondimeno Lattantio dice che questa in Micene fu predetta da Atreo, et da lui prima ritrovata; del quale Thieste veggendo essere approvata l’openione, tutto colmo d’invidia dalla Città partì. [p. 206v]

ALCEO, MELAMPO et Evioto, figliuoli d’Atreo.

Questi furono figli d’Atreo, sì come afferma Cicerone nelle Nature dei Dei, i quali dice che appresso Greci furono annoverati tra i  Discorti. Il che è inditio che fossero huomini famosi, essendo di questi stato Castore et Polluce parti.

THIESTE figliuolo di Pelope, che generò Tantalo, Phistene, Arpagige, Pelopia et Egisto.

THieste fu figliuolo di Pelope et Hippodamia; il quale contra il fratello Atreo hebbe quegli odi che sono stati raccontati di sopra. Onde havendo sopportato dal fratello le cose dette, desiderando farne vendetta andò a consigliarsi con l’oracolo, dal cui gli fu risposto che di lui et Pelopia sua figlia potrebbe nascere chi potrebbe vendicare la morte dei figliuoli. Il che inteso da lui, sì come persona che era inchinato alle scelerità, et massime alla libidine, subito venne negli abbracciamenti della figliuola, et di lei n’hebbe Egisto, che poscia amazzò Atreo, stuprò Clitennestra, et ancho tagliò a pezzi Agamennone.

Tantalo, Phistene et Arpagige, figliuoli d’Atreo.

Furono questi tre figliuoli di Thieste et della moglie d’Atreo, sì come si comprende per le parole di Seneca nella Tragedia di Thieste; benché solamente ricordi due, cioè Tantalo et Phistene, mentre dice:

A la pietade il primo; acciò non pensi,

Che manchi la pietade; onde sia detto

Tantalo è prima vittima de l’avo.

Indi da poi nomina Phistene, così dicendo:

Alhor d’inanzi del crudel’altare,

Trahe crudelmente il fanciullin Phistene,

Et il capo gli leva, e appresso il pone

De l’altro fratel morto il busto intanto.

Ricorda poi il terzo, mentre senza nomarlo altrimente dice:

Indi tenendo il ferro in mano tinto

Del sangue delli due; quasi scordato

Spinse la fiera man verso del petto

Del fanciullino fé cader a terra.

Questo terzo fanciullo secondo Theodontio fu chiamato Arpagige; onde di loro non si legge altro eccetto che furono vendetta al zio et cibo del padre.

Pelopia figliuola di Thieste.

Pelopia secondo Lattantio fu figlia di Thieste, ma non dice di qual madre. Costei fu impregnata per l’oracolo dal padre Thieste et di lei nacque un figliuolo, il quale per vergogna ella subito espose alle fiere. Onde si viene a comprendere che per lussuria et non per oracolo Thieste incorse in questo, attento che la risposta dell’oracolo per cuoprire la ignominia di Thieste, dopo la occisione de’ suoi fatta da Egisto, fu ritrovato. [p. 207r]

EGISTO figliuolo di Thieste.

EGISTO nacque di Thieste et Pelopia, figliuola dell’istesso Thieste, sì come egli stesso testimonia nella Tragedia di Seneca, dicendo:

Et constretta dai fati la figliuola

Di me suo padre porta il ventre pieno.

Questi, tosto che fu nato, dalla madre per la vergogna del commesso peccato nelle selve fu gittato, accioché dalle fiere fosse divorato et non rimanesse in vita testimonio della scelerità del zio, del padre, della madre, et insieme della sorella. Ma diversamente avenne, percioché o per beneficio de’ pastori o per voler d’Iddio ritrovato nelle selve dalle capre, da quelle fu nodrito et allattato, et poscia fu chiamato Egisto da Ege , cioè capra, che allevò. Questi, finalmente venuto in notitia de’ suoi et condotto nel palazzo reale, essendo già cresciuto in età et tenuto in poca stima, già consapevole delle cose passate, overo instigato dal padre, che più tosto si crede et più a Lattantio piace, amazzò Atreo; al quale Thieste occupando il palazzo successe. Finalmente morto Thieste, et regnando Agamennone et Menelao, i quali per la rapita Helena erano andati all’assedio di Troia, Egisto, come piace a Leontio, persuaduto da Nauplio venne negli abbracciamenti di Clitennestra, et poscia col favore di quella amazzò Agamennone che ritonava vittorioso della ruina di Troia; et sette anni possedette il reame di Pelope. Ultimamente, da Horeste figliuolo d’Agamennone egli insieme con l’adultera Clitennestra, senza di sé lasciar alcuno herede, fu ammazzato.

PHISTENE figliuolo di Pelope, che generò Agamennone et Menelao.

PHISTENE, sì come dice Theodontio, fu figliuolo di Pelope et Hippodamia, il quale morendo giovane raccomandò al fratello Atreo Agamennone et Menelao, suoi piccioli figliuoli. Il quale volentieri gli tolse et nodrì come figliuoli; et per ciò in processo di tempo estinta la memoria di Phistene furono tenuti figliuoli d’Atreo, et da tutti chiamati Atridi.

MENELAO figliuolo di Phistene, che generò Hermiona et Megaponti.

MENELAO Re de’ Lacedemoni (come vuole Theodontio) fu figliuolo di Phistene et fratello di Agamennone. Seneca nella Tragedia di Thieste mostra in tutto volere che fossero figliuoli d’Atreo, dove dice Atreo: [p. 207v]

Del mio consiglio consapevol sia

Ministro Agamennone, et sia cliente

Del padre Menelao presente al tutto;

Onde da questo scelere si vegga

La certa fede de la prole incerta?

Se mi negano ciò, né voglion fare

Guerra contra di lui, né serban sdegno

Chiamando il zio; egli di loro è padre.

Et così paiono figliuoli d’Atreo et di Merope. Nondimeno tenga il lettore l’openione che più li piace. Menelao adunque, sì come mostra Eusebio nel libro dei Tempi, vivendo Atreo et Thieste fu detto Re de’ Lacedemoni, negli anni del mondo tremilaottocento et novantasette. Ma Agamennone, che a Thieste successe (secondo Homero), incominciò regnare in Micene negli anni del mondo quattromila et sette. Fu di costui moglie Helena figlia di Giove, la quale nel primo anno del regno d’Agamennone, et secondo Eusebio nel decimo di Menelao (come dice Darete Phrigio), assente Menelao, il quale era andato da Nestore a Pilon, da Pari mandato legato a Castore et Polluce fu rapita nell’isola Citherea sotto il castello Heleno, con consentimento però di lei, et ritrovandosi i fratelli et Hermiona appresso Agamennone. Ma Dite dice che alhora Menelao et Agamennone erano andati in Creta per dividere i tesori i quali ivi havea diposto Atreo. Di qui avenne che Menelao per consiglio del fratello si lamentò con i prencipi greci, ma indarno con legationi essendo dimandata Helena, alla fine con l’armi fu ricercata; onde dopo diece anni più tosto a tradimento che per forza presa Troia, fu rihavuta et restituita a Menelao. Il quale, sì come fecero gli altri, essendo montato in nave per ritornare nella patria, fu da fortuna condotto (come scrive Eusebio) a Tuori Re d’Egitto, il quale da Homero è chiamato Polibo; indi essendosi consultato con Proteo indovino (secondo Homero nell’Odissea[)], poscia che andò errando otto anni ritornò in Lacedemonia, essendo già molto prima stato amazzato Agamennone, et in quelli giorni a caso Egisto. Quello che poi avenisse di lui, et dove et di qual morte finisse l’ultimo giorno, non mi ricordo haver letto.

HERMIONA, figliuola di Menelao et di Pirro, et poi d’Horeste moglie.

Hermiona, come testimonia Ulisse nelle Pistole, fu figlia di Menelao et Helena. Costei fu promessa per moglie ad Horeste figliuolo d’Agamennone. Ma Pirro, havendo Egisto amazzato Agamennone, occupato il palazzao reale et fatto fuggire Horeste, conceduta Andromaca già moglie di Hettore, da lui menata da Troia ad Heleno, si pigliò per moglie questa d’Horeste. Nondimeno, havendo poi Horeste amazzato Pirro, si ripigliò la sua sposa; et così ella ritornò moglie di Horeste, et di lui partorì il figliuolo Horeste.

MEGAPENTO figliuolo di Menelao.

MEGAPENTO secondo Theodontio fu figliuolo di Menelao et di Lidia, sua prigionera dopo la toltali Helena; il che pare che testimoni Homero nell’Odissea, mentre dice:

 [p. 208r]

Tolse Asparta d’Alettore figliuola

Per moglie del figliuolo Megapento;

Il quale molto forte fu da lui

Generato di Lidia sua servente,

Percioché i dei non diedero figliuolo

Ad Helena; da poi ch’hebbe Hermiona

Figlia da loro desiata tanto,

Che di Venere bella havea sembianza.

Così per questi versi si comprende che Menelao diede ancho per moglie ad Agapento Asparta figliuola d’Elettore, le cui nozze Thelemaco figliuolo d’Ulisse venendo d’Ithacia ritrovò che si celebravano.

AGAMENNONE figliuolo di Phistene, che generò Ephigenia,
Chrisotemi, Laodicea, Hiphianassa, Elettra, Aleso et Horeste.

Agamennone fu figliuolo di Phistene, sì come di sopra s’è mostrato; et picciolo raccomandato ad Atreo. Costui fu re di Micene et successore di Thieste, sì come nella Iliade pare ancho che Homero voglia, dove descrive molti versi sopra lo scettro d’Agamennone che dicono quasi l’istesso. Appresso Troia, nel consiglio dei Greci, come capo Agamennone teneva lo scettro, il quale havea fatto il Fabbro Vulcano, et quello dato a Giove figliuolo di Saturno; poscia Giove il concesse a Diattoro Agriphonte; Hermia il diede poi a Pelope Plesippo; indi Pelope ad Atreo, il quale morendo il lasciò al bellicoso Thieste, et Thieste il lasciò ad Agamennone, che dominava molte isole et Argo. Nelle quale parole non si serba il descritto ordine della Geneologia, il quale descrivendo io ho seguito l’auttorità dei Latini. Incominciò Agamennone, secondo Eusebio, regnare negli anni del mondo quattromila et sette, nel qual’anno Helena fu rapita et tutta la Grecia mossa contra Troiani; onde per general consentimento di tutti adunata l’armata in Aulide et fatto generale dell’essercito, si drizzò alla guerra, lasciando la moglie Clitennestra, della cui havea già havuto molti figliuoli. Di che appresso Troia sostenne molte fatiche et sopportò ancho l’odio d’alcuni prencipi, per lo quale fu privo della dignità, et in suo loco inalzato Palamede; il quale per inganno d’Ulisse essendo stato morto, Agamennone con maggior sua gloria fu ritornato nel primiero stato di quello che con ignominia fu deposto. Oltre ciò, sopportò gli sdegni d’Achille per Briseida a lui levata. Finalmente presa et ruinata Troia, essendo a lui in sorte toccata Cassandra figlia di Priamo, con molta altra preda, montò in navi per ritornare verso la patria; ma da fortune di mare travagliato (come scrive Homero), andò errando quasi un anno pria che ritornasse nella patria. Ma intanto (come testimonia l’istesso Homero), havendo segretamente Egisto figliuolo di Thieste occupato il tutto, poste per tutto il lito spie alla guardia, et intesa la venuta d’Agamennone, con venti degli amici suoi fece una imboscata, et egli con l’avanzo della sua compagnia fingendo amicitia con Agamennone l’andò ad incontrare, et gli apparecchiò un solenne convito; nel quale di consentimento di Clitennestra ammazzò Agamennone che mangiava. Ma Seneca Poeta della morte di lui tiene altra oppenione, percioché nella Tragedia intitolata Agamennone dice [p. 208v] che Clitennestra, sdegnata perché Agamennone haveva seco Cassandra, ma io credo che fosse addolorata per la tema del commesso fallo, si pacificò con l’adultero Egisto, col quale era venuta in corruccio; onde accordati insieme, quel giorno nel quale Agamennone entrando nella patria entrò ancho in casa, dalla infedel moglie che gli havea apparecchiato il convito le fu appresentata una vesta intiera senza essito nessuno; di che vestitosene le braccia et gittatasela in capo, quasi come legato et orbo fu dall’adultero morto. Così Agamennone finì la sua vita.

HIPHIGENIA figliuola d’Agamennone.

IPHIGENIA fu figliuola d’Agamennone, sì come nella Tragedia di quello testimonia Seneca. Ma altri la chiamano Hiphianassa, sì come tra gli altri Lucretio. Costei [fu] donzella molto bella, della quale Servio narra questa historia. Volendo i Greci andare contra Troia et essendo giunti in Aulide, Agamennone a caso amazzò un cervo di Diana, là onde la dea sdegnata gli mandò i venti contrari. Et però non potendo navigare, et appresso essendo infettati di peste, si consultarono con l’ oracolo, il quale gli rispose che col sangue d’Agamennone bisognava placar Diana. Di che da Ulisse sotto simulatione di nozze Hiphigenia fu condotta ad essere immolata, et già vicina agli altari per misericordia degli dei fu d’ivi levata, et in sua vece postavi una cerva. Di che Ovidio dice:

Restò vinta la dea; onde d’inanzi

Mandò degli occhi loro oscura nube;

Et intanto si dice, ch’una cerva

De la donzella in vece di Micene

Fu posta inanzi al sacrificio, e a quelli,

Che stavano divoti lei pregando.

Ma secondo Servio la donzella fu condotta nella regione Taurica et data al Re Toante, et indi fatta sacerdotessa di Diana Dittina; onde secondo l’ordinata usanza sacrificando con l’humano sangue alla dea conobbe il fratello Horeste, da lei per inanzi non più veduto, il quale ricevuto l’oracolo che cessarebbe il furore di lui et dell’amico Pilade se n’andò in Colcho, et amazzato Thoarte tolse il simulacro nascosto tra alcuni fascetti, onde poi da Hiphigenia Diana fu riportata in Lacona. Quello che poi avenisse d’Hiphigenia, non mi ricordo haver letto. Quello ancho che di sopra s’è detto, cioè Diana in loco d’Hiphigenia haver posto inanzi il sacrificio una cerva, egli è da credere che fosse arteficio humano, percioché Agamennone, accioché tutto il popolo gli fosse ubbidiente, fu finto haver immolato la figliuola; la quale in mezzo del tumulto tolta loro dinanzi, affine che l’inganno non fosse scoperto fu mandata in paese lontano, et sotto ombra sacerdotale serbata.

CRISOTEMI, Laodicea et Hiphianassa, figliuole d’Agamennone.

[p. 209r] CRISOTEMI, Laodicea et Hiphianassa furono figliuole d’Agamennone et Clitennestra, sì come io penso, attento che, sì come si legge in Homero, Agamennone ne offerisce qual più li piace ad Ulisse, dicendo:

Genero a me sarà; né più né meno,

Ch’Oreste l’havrò caro, il quale è mio

Unigenito solo, et è nodrito

In abondanza molta et gran splendore.

Nel palazzo reale ho tre figliuole

Lodicea, Chrisotemi, Hiphianassa.

Pigli qual’egli vuol; n’habbia la eletta;

Ch’io mi contento quel genero farmi.

Nondimeno Leontio dice che questa Hiphianasse è Hiphigenia; il che non credo, perché come havrebbe Agamennone detta Hiphigenia essere in casa, la quale sapeva ne’ sacrifici, per ritrovarle prosperi venti, o essere stata morta o altrove segretamente nascosta?

ELETTRA figliuola d’Agamennone.

ELETRA fu figliuola d’Agamennone et Clitennestra, sì come chiaramente si vede in Seneca nella Tragedia d’Agamennone; percioché andando Agamennone all’assedio di Troia, costei picciolina fu lasciata a casa. Questa adunque, veggendo il padre morto, sì secretamente raccomandò Horeste a Strophilo Phocese amico d’Agamennone, et indi aspramente oltraggiò la madre per la commessa scelerità. Là onde Clitennestra la fece imprigionare. Quelo poi che di lei avenisse, non mi ricordo haver letto.

ALESO figliuolo d’Agamennone.

ALESO fu figliuolo d’Agamennone, sì come chiaramente Vergilio dimostra:

Questo Aleso figliuol d’Agamennone

Fiero inimico del Troiano nome,

A la carretta aggiunge i suoi cavalli.

Ma di qual madre egli nascesse non se ne ha certezza, percioché altri dicono di Briseida et altri di Cassandra; il che non credo, attento che essendo nato di Cassandra, per l’età non potrebbe essere stato in aiuto di Turno contra Enea. Theodontio tiene che costui congiurasse insieme con Clitennestra contra il padre; di che però lo stima di lei figliuolo, et dalla patria essere stato scacciato. Il quale fosse per qual cagione si volesse, venendo in Italia (secondo Virgilio), appresso il monte Massico di Campania si fermò, et indi, sì come capital nemico del nome Troiano, venne in favor di Turno contra Enea. Ma Ovidio nel libro de’ Fastis mostra haver opinione ch’egli edificasse la Città de’ Falisci, et per ciò dice:

[p. 209v]

Era venuto per voler de’ cieli

Alesso figlio d’un figliuol d’Atreo.

Dal quale istima, et ha per fermo, et certo

C’havesse nome la falisca terra.

Della discendenza da lui appresso noi non è memoria alcuna.

HORESTE figliuolo D’Agamennone, che generò Chisamene, Corintho et Horeste.

Horeste fu figliuolo d’Agamennone et Clitennestra (sì come a bastanza di sopra è stato mostrato). Dice Theodontio ch’a costui ancho picciolino fu promessa per sposa Hermiona, figliuola et fanciulla di Menelao et Helena. Costui, amazzato da Egisto il padre Agamennone, per diligenza et cura della sorella Elettra fu segretamente levato da Micene et mandato a Strophilo Phocese, dal quale con diligenza fu guardato et nodrito, contra la voglia d’Egisto et della madre che cercavano farlo morire. Onde in processo di tempo cresciuto in età, et aspettata l’occasione, essendoli stato da Pirro tolto Hermiona si mosse per vendicare la morte del padre, et amazzò l’adultero Egisto insieme con la madre Clitennestra, che già haveano regnato sette anni. Là onde dicono che per ciò divenne subito furioso, parendoli sempre haver innanzi l’imagine della madre con la boccha et le mani piene d’horribili serpenti, che di continuo (sì come dice Statio) gli minacciavano con ardenti faci la morte. Ma Pilade figliuolo di Strophilo, il quale nel tempo della morte paterna era fuggito via, ivi venendo, et promettendoli la salute, seco il condusse all’altare di Diana Dittina in Colcho, dove Horeste lasciò quel furore, et quella imagine della madre da lui si partì. Onde conosciuta la sorella Hiphigenia ivi sacerdotessa, et amazzato il Re Thoante, tolse il simulacro della dea, et con quello in un fascio di legna (secondo alcuni) ritornò nel reame, et per inganno di Macareo sacerdote nel tempio d’Apollo amazzò Pirro figliuolo d’Achille, et ritolse Hermiona per sua moglie. Altri vogliono poi ch’elli prima che ritornasse nel reame venisse in Italia, et che non lontano da Roma appresso Aricia mettesse giù il simulacro di Diana, et ivi ordinasse empi sacrifici. Ma fosse ciò quando si volesse, Eusebio nel libro dei Tempi afferma che dopo la morte d’Egisto regnò quindici anni, et che l’anno ventesimo di Demophonte Re d’Athene amazzò Pirro. Solino poi nel libro delle Cose Meravigliose dice ch’egli dopo la morte della madre hebbe sempre in compagnia del suo essiglio et in tutte le sue sventure Hermiona. Dove che ancho finisse l’ultimo giorno suo, vi è dubbio, dicendo Servio che le sue ossa, edificata già Roma, da Aricia in Roma furono portate et sepolte innanzi al tempio di Saturno, che è il Clivo Capitolino, appresso il tempio della Concordia. Solino poi dice che nella cinquantesimaottava Olimpiade che le sua ossa per oracolo da Spartani furono trovate nel monte Tegeo, et che erano di tanta grandezza che per lunghezza facevano sette cubiti.

[p. 210r]

THISAMENE figliuolo d’Horeste.

THISAMENE come scrive Eusebio fu figliuolo d’Horeste, et a lui successe nel reame; del quale, perché altro non si ha di lui, non passaremo più oltre.

CORINTHO figliuolo d’Horeste.

Corintho fu figliuolo d’Horeste, sì come dice Anselmo in quel libro ch’egli scrisse dell’Imagine del Mondo, nel quale afferma che edificò Corintho, città d’Achaia, et il chiamò col suo nome. Et l’istesso dice Gervaso Tilleberiese; i quali, come che siano novi auttori, nondimeno non sono di picciola auttorità. Oltre ciò, Isidoro nel libro delle Ethimologie dice che Corintho figliuolo d’Horeste edificò in Achaia Corintho. Ma io non tengo che l’edificasse, ma forse che il ristaurasse, attento che Eusebio nel libro dei Tempi vuole che quello fosse edificato molto prima da Sisipho, et nomato Ephira.

HORESTE figliuolo d’Horeste.

Horeste, sì come testimonia Solino tra le Meraviglie del Mondo, fu figliuolo d’Horeste et d’Hermiona; et afferma che da lui furono nomati quei popoli che si dicono Horestidi, così dicendo:

Il matricida fuggitivo da Micene, havendo destinato passar più lontano, havea mandato qui a nodrire un picciolo figliuolo, che di Hermiona gli nacque; la quale in tutti gli affanni suoi gli era fida compagna. Ei crebbe, et nello spirto del real sangue portando il nome di suo padre, acquistò ciò che è, et quello che entra nel seno Macedonico et mare Adriatico; et tutto quello che possedette dal nome suo chiamò Horestia.

Di costui non ho letto altro. Nondimeno si crede che i suoi venissero in lunga discendenza, in tanto che Trogo Pompeo afferma Pausania interfettore di Philippo re de’ Macedoni haver havuto origine da Horeste; ma in qual modo, per l’antichità non se ne ha notitia.

DIONISIO, trentesimoprimo figliuolo di Giove.

Dionisio, sì come nel libro delle Nature dei Dei scrive Cicerone, fu figliuolo di Giove et della Luna; il quale io direi che fosse l’istesso che Baccho se nella madre non fossero dissimili, attento che Tullio gli ascrive Orgia per madre. Nondimeno, egli è cosa possibile che così sia, cangiata la fittione, mentre l’uno et l’altro pigliamo per lo vino et non per huomo. Percioché Giove, cioè il calore [p. 210v] del giorno, et la Luna, con la rugiada et humidità nella notte danno favore alle viti, et conducono l’uve all’accrescimento et maturezza. Et così questo che nel colmo s’honora sarà di Nisa, et l’altro delle cime dei monti di Parnaso Baccho, percioché abonda di vignette a lui sacrate; et sarà detto Dionisio, quasi Dio di Nisa, attento che Dios in greco volgarmente significa Dio.

PERSEO, trentesimosecondo figliuolo di Giove,
che generò Gorgophone, Steleno, Eritreo et Bacchemone.

Perseo, tenuto che dagli antichi [è] padre di tutta la nobiltà di Grecia, fu figliuolo di Giove et Pane figliuola d’Acrisio. Onde Ovid. dice:

Non pensa esser Iddio, né men pensava

Perseo punto di Giove esser figliuolo,

Del quale s’impregnò con pioggia d’oro

Danae la madre; e partorì poi quello.

Ma qualmente egli nascesse di Danae, ciò si può vedere dove di lei s’è trattato. Questi adunque già cresciuto (come dice Lattantio), per commandamento del Re Polidete pigliò l’impresa contra Gorgone; onde hebbe il cavallo Pegaso alato, lo scudo di Pallade, i taloni et la scimitarra di Mercurio, et incominciò a Prendere il volo da Aphesante, sì come narra Statio dove dice:

Un monte v’era, che per fino al cielo

Col dorso s’inalzava, et torto, et chino.

Et così va continuando per cinque versi. La quale Gorgone da lui, senza patir danno, con lo scudo di Pallade fu veduta et considerata, di che la vinse et le levò il capo; onde poi con quello cangiò in sasso Atlante che gli negava l’hospitio. Indi ritornando verso la patria et volando per l’aria, vide nel lito di Soria vicino ai regni di Cepheo la donzella Andromeda legata ad un scoglio, per diffetto della madre et sententia d’Ammone, per essere dal monstro marino divorata; a cui d’intorno nel lito stavano piangendo il padre et i parenti. Di che egli ivi volato, et intesa la cagione di tanta crudeltà, fece patto con i suoi che voleva la donzella per moglie se dalla bestia fiera la liberava; il che fu fatto, conciosia che amazzò la fiera. Indi celebrandosi le nozze, Phineo fratello di Cepheo, a cui dianzi la sentenza la donzella era stata promessa per sposa, venne a ridomandarla, et quasi volerla per forza come cosa sua; di che Perseo contra lui et i fautori suoi si mosse, et molti ne amazzò; et alla fine, per spedirsene più tosto, converse tutti gli altri col mostrargli il capo di Medusa in statue marmoree. Oltre ciò, cangiò ancho in sasso Prito fratello di suo avo, il quale havea cacciato del reame Achrisio, et restituì il reame all’avo. Oltre ciò si dice ch’egli guerreggiò contra Persi, nella qual guerra amazzò il padre Libero che gli era contrario, et che ancho soggiogò tutto quel paese, al quale dal nome suo diede il nome, dove edificò Persepoli città reale; la quale poi, come scrive Quinto Curtio nei Fatti d’Alessandro, fu rovinata da Alessandro Macedonico tutto pieno di vino et di Crapula. Cangiò ancho in sasso (secondo Lattantio) l’avo [p. 211r] Acrisio. Indi vogliono che insieme con Cepheo, Cassiopea et Andromeda sua moglie fosse assunto in cielo et tra le stelle di quello posto, sì come testimonia Anselmo dicendo: A questa si congiunge Cepheo re, et Cassiopea moglie di lui, alla quale s’aggiunge Perseo figliuolo di Giove et Danae, che appresso di sé tiene la stella d’Andromeda. Hora lasciando queste cose, è da venire alla spositione del figmento. Perseo guidato dal cavallo Pegaso dimostra l’huomo guidato dal desiderio della fama. Nondimeno, altri vogliono ch’egli nel passaggio havesse una nave la cui insegna overo nome fosse Pegaso. Lo scudo di Pallade credo che si debba intendere per la prudenza, con la quale consideriamo i fatti degl’inimici et noi stessi difendiamo dalle loro insidie et armi. I talari di Mercurio credo che significhino la prestezza et la vigilanza in essequir le cose. Così la scimitarra dalla parte di dietro acuta dimostra che noi al tempo di guerra debbiamo far preda, et rimover quelli dalle nostre occisioni. Di Gorgone et Atlante, a bastanza dove di loro si è parlato se ne ha detto. Che poi liberasse Andromeda dalla fiera marina, istimo questo esser historia, dicendo ancho nella Cosmographia Pomponio queste parole: Inanzi il diluvio (come dicono) fu edificato Ioppe, dove gli habitatori affermano che regnò Cepheo, per quel segno che ancho tengono del titolo del nome di lai et del fratello da loro conservato con grandissima riverenza; et perché ancho della favola d’Andromeda conservata da Perseo et liberata dal monstro marino, la quale tanto è celebrata dai versi dei poeti, si dimostrano l’ossa della fiera crudele, chiaro inditio della verità. Questo dice egli. Oltre ciò, Girolamo prete nel libro che compose delle Distanze di Luoghi dice: Ioppe castello maritimo di Palestina in Tribuda, dove fino al dì d’hoggi si mostrano i sassi nel lite dove fu legata Andromeda, la quale si dice che fu liberata da Perseo suo marito. Plinio poi, tra i famosissimi scrittori huomo notabile, scrive in tal modo: Della bestia, alla quale si diceva essere stata esposta Andromeda, furono portate a Roma l’ossa, le quali tra gli altri miracoli M. Scauro mostrò nella sua Edilità di lunghezza piedi quaranta, di altezza che trappassavano le coste degli Elephanti d’India, et le spina di grossezza sei piedi. Che Perseo poi cangiasse Prito et i suoi nimici col capo di Gorgone in sassi, non istimo esser stato altro eccetto che con le ricchezze di Gorgone gli fece star queti et por giù l’armi. L’avo Acrisio poi (per Eusebio nel libro di Tempi) si ritrova in altra maniera esser stato converso in sasso, percioché egli fu morto da lui a caso, et così con perpetua frigidezza divenne simile ad un sasso. Che in cielo poi fatto stella dalla parte di Settentrione risplenda, istimo in ciò deversi seguire la openione di Tullio nelle Questioni Tusculane, il quale di lui et degl’altri dice ne lo stellato Cepheo con la moglie, con la figliuola et col genero sarebbe nomato, se la divina cognitione delle cose celesti non havesse condotto il loro nome all’errore della favola. Del tempo di quello poi si dubita, scrivendo Eusebio ch’egli amazzò la Gorgone negli anni del mondo tremilasettecentoventinove. Nondimeno in questo anno istesso (secondo altri), dice che fu insieme con la moglie assunto in cielo. Poscia, poco da poi dice che nel secondo anno del re Cecrope, che fu nel tremilaottocentocinquantasette, combattete contra i Persi con la morta Gorgone. Né molto da poi scrive che nell’anno trentesimoquinto del re Cecrope Acrisio da lui fu morto, et il regno d’Argivi transportato [p. 211v] in Micene; il che tengo per vero, conciosia che il tempo meglio si conface con le cose oprate.

GORGOPHONE figliuolo di Perseo, che generò Elettrione et Alceo.

Gorgophone (testimonio Lattantio) fu figliuolo di Perseo et Andromeda, del quale non habbiamo altro eccetto che generò Elettrione et Alceo.

ELETTRIONE figliuolo di Gorgophone, che generò Alcmena.

Elettrione come piace a Lattantio fu figliuolo di Gorgophone, del quale non si legge altro che di lui nacque Alcmena, della cui nacque Hercole; onde se non fosse questo, l’antichità ci havrebbe lasciato solo il nome.

ALCMENA, figliuola d’Elettrione et moglie di Amphitrione.

Vuole Lattantio che Alcmena fosse figlia d’Elettrione; il che Plauto medesimamente nell’Amphitrione dimostra, dicendo: Il quale si è maritato in Alcmena figliuola d’Elettrione. Costui, come ivi il medesio Plauto dice, fu moglie d’Amphitrione Thebano, et di lei s’inamorò Giove, il quale sotto specie d’Amphitrione giacque seco et generò Hercole, sì come apertamente si dirà parlando d’Hercole.

ALCEO figliuolo di Gorgophone, che generò Amphitrione.

PAOLO dice che Alceo fu figliuolo di Gorgophone, et appresso noi conosciuto più per la fama del figliuolo che per suo splendore, percioché (come dicono) fu padre d’Amphitrione.

AMPHITRIONE, figliuolo d’Alceo et padre d’Hiphicleo.

FU Amphitrione, secondo Paolo, figliuolo d’Alceo et huomo nell’armi valoroso, sì come Plauto nella di lui Comedia dimostra. Di costui fu moglie Alcmena, con la quale dimorava a Thebe; onde mentre egli per Thebani guerreggiava contra Thelebuoi, Giove sotto spetie di lui giacque con Alcmena, et di lei hebbe Hercole. Amphitrione poi nell’istesso parto hebbe generato da lui Hiphicleo. Oltre ciò, piace a Plinio nel libro dell’Historia Naturale che costui fosse l’inventore di sogni et delle visioni, et di quelle ancho spositore. [p. 212r]

HIPHICLEO figliuolo d’Amphitrione, che generò Iolao.

Hiphicleo, come scrive Plauto nell’Amphitrione, fu figlio d’Amphitrione et Alcmena, et partorito in un parto istesso con Hercole. Ma Hiphicleo nacque dopo il nono mese che fu concetto, et Hercole insieme lui, non ancho fornito il settimo. Il che pare che Agostino nel secondo della Città d’Iddio non conceda che la donna in diversi tempi possa impregnarsi di più d’uno in un parto.

IOLAO figliuolo d’Hiphicleo.

IOlao, come afferma Solino delle Meraviglie del Mondo, fu figlio d’Hiphicleo, et essendo entrato nella Sardigna acquetò gli animi degli habitatori che insieme erano discordi, et ivi edificò Olbia et altri castelli Greci; onde da lui furono chiamati que’ popoli Iolessi. I quali, come fu morto, appresso la sua sepoltura edificarono un tempio, percioché havendo immitato le virtù paterne havea liberato la Sardigna di molti mali. Questo dice Solino. Nondimeno vi furono ancho d’Hiphicleo altri figliuoli.

STELENO figliuolo di Perseo, che generò Euristeo.

Steleno secondo Homero fu figliuolo di Perseo et Andromeda, percioché nella Iliade descrive Agamennone che fa una oratione et disegna la Geneologia d’Euristeo, et dice che Steleno fu figliuolo di Perseo et padre d’Euristeo. Costui, come afferma Eusebio nel libro dei Tempi, transferrito il reame d’Argivi da Perseo in Micene, dopo Perseo signoreggiò; ma quanto, non si ritrova. Conciosia che morto Acrisio, il quale regnò trent’un anno, subito segue il principio del regno d’Euristeo, essendovi nondimeno traposti cinque anni; et ritrovo regnando l’istesso Euristeo essere scritto che Steleno signoreggiò in Micene quarant’anni. Dove questi si siano perduti, no’l posso ritrovare.

EURISTEO figliuolo di Steleno.

Euristeo come è stato mostrato fu figliuolo di Steleno. Della natività di lui Homero narra favola tale. Che un certo giorno havendo Giove nel Cielo detto alli dei che in quel giorno nascerebbe un huomo il quale signoreggiarebbe a tutti i circonvicini, Giunone gli fece fermare ciò con giuramento et subito scese in [p. 212v] Terra, et ritenne Lithia la quale noi chiamiamo Lucina, dea dei parti, appresso la moglie di Steleno, che già si trovava pregna in sette mesi; onde del ventre di lei ne fece cavare un figliuolo, che fu chiamato Euristeo. Quel giorno istesso era ancho per nascere Hercole, ma Alcmena, per essere stata ritenuta la dea dei parti, non puotè partorire. Di che avenne che quello che Giove intendeva di Hercole si cangiasse in Euristeo; il quale poscia ad altri et ad Hercole signoreggiò, et regnò in Micene anni quarantacinque, dove venendo a morte lasciò Atreo successore. Questa favola dal successo prese materia, veggendo gli huomini che Euristeo signoreggiava al forte Hercole.

BACCHEMONE figliuolo di Perseo, che generò Achemenide.

Bacchamone secondo Lattantio fu figliuolo di Perseo et Andromeda et signoreggiò ad alcuni popoli d’Oriente, i quali poi da Achemenide di lui figliuolo (come dice Theodontio) furono chiamati Achemenidi; et affermano essere stata loro inventione i sacrifici d’Apollo. Costui appresso loro è in habito ponteficale, con la mittra, et con amendue le mani spezza le corna d’un bue; il che penso esser fatto per dinotare il suo grandissimo potere.

ACHEMENIDE figliuolo di Bacchemone, che generò Orcamo.

Archemenide come vuol Theodontio fu figlio di Bacchemone, come che vi siano di quelli che vogliano lui essere stato figliuolo di Perseo. Costui signoreggiò ai popoli Achemenii, et dal suo nome così chiamolli. Indi morendo lasciò suo successore il figliuolo Orcamo.

ORCAMO figliuolo D’Achemenide, che generò Leucotoe.

Orcamo, sì come di sopra è stato detto da Theodontio, fu figliuolo d’Achemenide, del quale fu moglie Burimene, bellissima donna; della cui n’hebbe una sola figliuola chiamata Leucotoe. Onde, percioché ella haveva ubbidito al Sole, che s’era di lei innamorata, viva la fece sotterrare.

LEUCOTOE figliuola d’Orcamo.

Leucotoe fu figliuola d’Orcamo et Eurimene, sì come testimonia Ovidio nel suo maggior volume, dove dice che Phebo di lei grandemente s’inamorò. Di che, pigliata la effigie della madre Eumene, di notte l’[p. 213r]andò a ritrovare, et mandate via tutte le donne ch’erano nella sua camera, come quasi ella volesse seco ragionare di cose segrete, le palesò chi ella si fosse et ritornò nella propria forma; onde la donzella volontariamente gli compiacque. Il che essendo pervenuto all’orecchie di Clitia, da Phebo per inanzi amata, mossa da gelosia subito narrò il tutto ad Orcamo; il quale sdegnato et troppo severo commandò che viva fosse sepolta. Ma Phebo non le potendo ritornar la vita, la cangiò in una verga d’incenso. La ragione di questa fittione da alcuni si rende tale, che la donzella per lo commesso adulterio con qualche splendido giovane, secondo il costume Sabeo fosse viva sepolta; dove a caso in quel loco nascendo forse un virgulto d’incenso, del qual legno quel paese per la virtù del Sole è abondantissimo, et crescendo in alto, si diede materia alla favola. Ma io tengo che appresso gli Achemenidi vi sia qualche loco chiamato Leucotoe, il quale per essere abondante d’incenso viene detto esser amato dal Sole; il quale pigliò la sembianza della madre, cioè la complessione necessaria per nodrire le verghe dell’incenso, onde ivi discende et si congiunge con l’humidità della terra, di maniera che chi vi pone alcuna pianta viva, subito ella cresce et ascende in alto.

ERITREO figliuolo di Perseo.

Eritreo overo Eritra (come piace a Solino) fu figliuolo di Perseo et Andromeda et signoreggiò nei confini del mar Rosso; come che vi siano di quelli che dicano essere stato re d’Egitto. Di cui l’istesso Solino scrive in tal modo. Oltre la foce del Pelusiaco vi è l’Arabia, che s’appartiene al mare Rosso; il quale Varrone dice che è nomato Eritreo dal re Eritra, figliuolo di Perseo et Andromeda, et non solamente dal calore. Questo dice egli. Eritreo appresso Arabi fu di molta auttorità, talmente che morendo, in una certa Isola del mar Rosso, molto più famosa dell’altre, a lui edificarono un famosissimo sepolcro et l’adorarono come un Dio, chiamando dal suo nome il mar Rosso Eritreo. Col quale fino al dì d’hoggi il chiamano i Greci, cioè Eritra talasson , percioché Talasson significa mare. Di lui non si legge altro.

PERSE figliuolo di Perseo.

NEL libro della Naturale Historia Plinio dice che Perse fu figlio di Perseo; del quale non ho trovato altro eccetto che fu inventore delle saette. Il che forse appresso i suoi è vero, attento che appresso l’altre nationi troviamo che molto prima furono usate.

AONE, trentesimoterzo figliuolo di Giove, che generò Dimante.

[p. 213v] AONE come dice Paolo fu figliuolo di Giove et della Nimpha Muoside; dal quale vuole che la Boetia fosse chiamata Aonia, perché ivi regnò. Ma noi seguendo l’auttorità di Lattantio, di sopra l’habbiamo attribuito per figliuolo a Nettuno. Nondimeno Theodontio diceva che per fattione de’ suoi fu cacciato di Puglia, et che fu figliuolo d’Onchesto, et essere venuto in Boetia, dove s’acquistò Nettuno per padre et dal suo nome chiamò quella provincia. Tuttavia no’l facevano padre d’alcun figliuolo; onde Paolo afferma che generò Dimante.

DIMANTE figliuolo d’Aone, che generò Asio et Asiore.

DIMANTE secondo Paolo fu figliuolo d’Aone, et da lui fu generato Asio et Alisiore. Ma altro non mi ricordo che si legga di quello.

ASIO figliuolo di Dimante.

Leggesi che Asio fu figliuolo di Dimante, sì come nella Iliade scrive Homero, dove dice:

Asio, che Zio fu d’Hettore guerriero,

D’Hecuba frate, et di Dimante figlio.

Costui, come che Homero il chiami fratello d’Hecuba et zio di Hettore, diceva Leontio essere stato fratello d’Hecuba da parte di madre, ma di diversi padri. Costui diede favore a Priamo contra Greci.

ALISIROE, figliuola di Dimante et madre d’Eaco.

OVIDIO dice che Alisiroe fu figlia di Dimante, sì come dimostra dove dice:

Bench’egli uscito de la prole sia

Di Dimante; si dice che la madre

Alisiroe Exaco in nascosto

Vicino partorì del monte d’Ida.

Costei adunque di Priamo partorì Exaco, che poi fu detto essersi cangiato in Smergo.

EACO, trentesimoquarto figliuolo di Giove, che generò Phoco, Telamone et Peleo.

EACO fu figliuolo di Giove et Egina, sì come nella Iliade dice Homero:

Peleo figlio d’Eaco; di cui padre

Fu il sommo, eccelso, et glorioso Giove.

Come Giove si congiungesse con Egina, egli s’è mostrato di sopra dove di Egina si ha parlato. Dice Ovidio che costui regnò in Enopia, alla cui dal nome della madre diede il nome [p. 214r] d’Egina; dove essendo gli huomini venuti meno, egli in sogno vide una quercia piena di formiche che hora in su et hora in giù caminavano; onde gli pareva che pregasse Giove che gli concedesse che quelle formiche divenissero huomini. Il che da dovero fu fatto, et in tal modo la sua città fu ristorata. Di che chiamò quegli huomini Mirmidoni, attento che Mirmex in greco vuol dir formica. Oltre ciò, gli antichi dissero che costui insieme con Minos et Radamanto nell’Inferno essamina i peccati degl’huomini, et secondo i meriti gli punisce. Sotto questi figmenti si nasconde pria questo; che la città di lui, per la peste vuota de’ cittadini, fu d’agricoltori ripiena, i quali a guisa delle formiche la state raccogliono dai campi le biade et l’altre cose necessarie affine di non morire il verno di fame. Questi tali egli ammaestrò nelle leggi et sotto quelle gli sforzò vivere, et di qui fu detto figliuolo di Giove et giudice nell’Inferno. Percioché, rispetto ai corpi sopra celesti, i mortali sono infernali.

PHOCO figliuolo d’Eaco.

PHoco fu figliuolo d’Eaco, sì come è scritto per Ovidio, dove si legge:

Gli viene inanzi Thelamone il quale

Fu fratello di Peleo, e il terzo Phoco.

Et quello che segue. Di costui altro non habbiamo eccetto che fu amazzato da Peleo.

THELAMONE figliuolo d’Eaco, che generò Aiace et Teucro.

THelamone fu figliuolo d’Eaco et d’anni il maggiore dei fratelli; il quale Servio dice che fu degli Argonauti et compagno d’Hercole. Costui ritornando di Colcho, et lamentandosi Hercole del perduto Hila appresso i Misii, et di Laumedonte che gli havea vietato che non passasse per lo lito di Troia, onde voleva ritornarvi con un essercito et passarvi per forza, come partecipe della ricevuta ingiuria volse seco andare a tale impresa. Onde presa Troia et amazzato Laumedonte, percioché fu il primo che salisse sulle mura di Troia hebbe in parte della preda Hesiona figlia di Laumedonte; della cui, havendo già d’ un’altra havuto Aiace, hebbe Teucro. Costui, o cacciato o non ricevuto nella patria se n’andò in Cipro, et edificò la città di Salamina.

AIACE figliuolo di Thelamone.

AIace, bellicosissimo huomo, fu figlio di Telamone. Costui con gli altri Greci venne alla ruina di Troia, et (affine di lasciar da parte l’ altre meravigliose opre che fece in battaglia) hebbe ardire contrastare da corpo a corpo con Hettore; ondel se si deve prestar punto di fede ad Homero, se la notte non sopraveniva, Aiace ritornava vittorioso ai suoi. Ma fattosi oscuro, secondo l’antica usanza [p. 214v] havendogli Hettore donato un coltello, et Aiace a lui una cinta, Aiace fresco, gagliardo et animoso partendosi lasciò andare a Troia Hettore tutto lasso et fiacco. Questi doni (secondo Servio) furono di cattivo augurio, percioché Aiace poi con quel ferro si ammazzò et con quella cinta Hettore da Achille fu strascinato. Ma essendo presa et rovinata Troia, Aiace hebbe grandissima contentione con Ulisse sopra l’armi del morto Achille; onde veggendo che dinanzi il consiglio di Greci la virtù dell’armi convenne cedere all’eloquenza, divenuto furioso con quel coltello che gli donò Hettore si amazzò, et secondo che dice Ovidio fu cangiato in un fiore del nome suo. Onde l’antichità ci ammaestra che le nostre forze liggiermente a guisa d’un fiore si dissolverano.

TEUCRO figliuolo di Telamone.

Teucro fu figliuolo di Telamone et d’Hesiona figlia di Lacemedonte; la quale pare che non fosse moglie di Thelamone, percioché Homero alle volte nella Iliade dice che Teucro fu bastardo. Costui nondimeno fu huomo molto famoso et nell’armi valente, et insieme col fratello Aiace andò alla guerra di Troia. Ma finita quella, et ritornando verso la patria senza il fratello, non puotè essere ricevuto; di che se n’andò in Cipro et ivi edificò la città di Salamina, et v’habitò l’avanzo de la sua vita. Il che tengo più vero di quello che di sopra s’è scritto di Telamone.

PELEO figliuolo D’EACO, che fu padre di Polidoro et Achille.

PEleo fu figliuolo d’Eaco, et vivendo fu in grandi imprese, attento che con Meleagro andò alla caccia del cigniale di Calidonia. Così insieme con Peritoo combattete contra i Centauri. Di costui, come narra Ovidio, fu moglie Theti dea dell’acque; della cui s’innamorò Giove, il quale però s’astenne di congiungersi con lei, perché per oracolo havea conosciuto che di lei nascerebbe un figliuolo che sarebbe maggior del padre. Nondimeno, a Peleo per convincere et ottener costei fu necessario l’ardire et la forza, attento che Peleo per consiglio del vecchio Proteo havendola un giorno presa, essa cangiandosi in varie et diverse forme di maniera smarrì quello ch’egli la lasciò. Onde ritornando da Proteo, gli fu di novo persuaduto che non dovesse haver tema di quelle trasmutationi; anzi che la prendesse et la dovesse ritener salda, perché se ciò facesse haverebbe il suo intento. Peleo nel seguente giorno trovandola in un antro che dormiva, la prese; di che ella secondo il suo costume cangiandosi in varie forme, et sentendo per ciò ch’ei non la lasciava, alla fine ritornando nella sua propria forma l’accettò per marito. Là onde Giove invitò alle loro nozze tutti i dei eccetto la Discordia; la quale sdegnata, veggendo che Giunone, Pallade et Venere stavano in disparte l’una presso l’altra, gittò fra loro un pomo d’oro, et disse: "SIA DATO ALLA PIÙ DEGNA". Di che tra loro subito nacque gara, [p. 215r] ciascuna di loro dicendo essere la più degna. Et non volendo Giove tra loro sopra ciò dar la sentenza, le mandò da Pari, che habitava nella selva d’Ida. Questi per la promessa a lui da Venere, bellissima donna, sprezzate le promesse delle altre il diede a Venere come a più degna, la quale gli concesse la rapita d’Helena. Onde ne seguì la ruina di Troia et la morte d’Achille, il quale nacque da quelle nozze ov’ella non fu invitata; et così vendicò l’ingiuria. Peleo adunque di Theti hebbe Achille et Polidori fanciulla. Poi havendo amazzato il fratello Pheco andò in essiglio, così volendo la severa legge del padre; dove principalmente se n’andò da Cei re di Thracinna, dal quale amichevolmente fu ricevuto. Poscia partendosi d’ivi se n’andò in Magneto, dove da Acasto con la fraterna cede fu purgato. Quello che poi ne seguisse, no’l so. Hora, quello che sia da sentire per queste fittioni, è da avertire. Theti fu nobile donna, nella cui natività fu previsto che di lei dovea nascere un huomo che di virtù avanzarebbe il padre. Et però Chirone di lei padre tra sé rivolse molti et diversi consigli, non sapendo a cui darla per sposa. Così stando in questi termini, Peleo dimandandola per moglie la prima fiata fu espulso, et così le variationi dei consigli furono le mutatione delle forme di Theti. Finalmente di novo Peleo dimandandola, dopo molti consigli del padre la hebbe; onde nelle sue nozze, cioè per la creatione d’Achille, sono invitati tutti i dei, cioè tutti i corpi sopra celesti, ai quali s’appartiene secondo le loro diverse possanze nel corpo già creato infonder diversi effetti accioché sia perfetto. La discordia non viene chiamata; affine che disgiunga la incominciata opra et vada a male. Ella poi vi si aggiunge mentre l’huomo incomincia pensare quale delle tre sia più splendida vita, o la contemplativa, la quale per Pallade si comprende, overo l’attiva, che si intende per Giunone, overo la voluttuosa, che si dimostra per Venere. Delle quali non volse Giove cioè Iddio dar la sentenza, acciò che l’altre non paressero per sua boccha dannate, et all’huomo data la necessità. Di queste tre più ampiamente si è detto dove di Pari si ha parlato.

POLIDORI, figliuola di Peleo et moglie di Borione.

Polidori, come dice Homero nella Iliade, fu figliuola di Peleo et amata dal Fiume Sperchio, onde congiungendosi seco partorì Mnesteo, il quale andò con Achille alla guerra. Costei fu poi maritata in un certo Dorione.

ACHILLE figliuolo di Peleo, che generò Pirro.

Achille, fortissimo dei Greci, come è stato mostrato, fu figlio di Peleo et di Theti, il quale subito partorito dalla madre fu portato all’Inferno, et affine che fosse patiente delle fatiche tutto il lavò con le acque stigie, eccetto un talone, per lo quale teneva quello. Po[p. 215v]scia il diede a nodrire a Chirone Centauro, il quale lo allevò non secondo che gli altri si nodriscono, ma solamente gli faceva il cibo di medolle d’orsi, di leoni, et d’altre fiere da lui prese; et questo accioché facesse gran lena. Onde dice Lattantio che perciò fu nomato Achille da A che significa senza et Chilos cibo, quasi nodrito senza cibo. A costui Chirone insegnò l’Astrologia et la medicina, et ancho sonar la lira. Finalmente prevedendo Theti che per la rapita Helena da Pari dovea nascer guerra, et in quella morir il figliuolo Achille, per vedere se col consiglio poteva schifarli la morte segretamente rubò quello dall’antro di Chirone, che dormiva et era ancho giovanetto, il portò nell’isola di Schiro in casa del re Licomede; onde vestendolo in habito di donna, et ammaestrandolo che ad alcuno non dovesse dire che fosse maschio, il diede a Licomede che il serbasse con l’altre sue figliuole. Ma lungamente non puotè esser nascosto alla donzella Deidamia figliuola di Licomede egli esser maschio; di che aspettata l’occasione giacquero insieme, et per la commodità

dell’amore anch’ella tacque il sesso del giovanetto, et di lui s’impregnò et partorì uno fanciullo da loro chiamato poi Pirro. Ma havendo Greci congiurati o contra Troiani, et havuto per oracolo Troia non poter senza Achille esser pigliata, Ulisse fu mandato a ricercarlo. Il quale havendo presentito che era tenuto nascosto sotto habito di donna appresso figliuole di Licomede, accioché invece del giovane non rapissero una donzella, si imaginò un novo inganno. Onde fingendosi essere mercatante pigliò molte merci da donna, et fra quelle vi pose un arco con alcune saette, con presuposto che liggier cosa sarebbe che Achille mosso dal natural instinto pigliasse in mano quello, onde negli atti venisse ad avedersi di lui. Né il suo pensiero mancò d’effetto, conciosia che essendo appresentato alle figliuole di Licomede, tutte incominciarono maneggiare diverse cose donnesche, ma subito Achille preso l’arco et le saette incominciò adoperarlo; di che Ulisse subito s’avide quello essere Achille, et con persuasioni l’indusse a venir alla guerra. Dove nel viaggio, posto giù l’habito feminile, pigliò molte città degli inimici et guadagnò grandissima preda, et tra l’altre una donzella figliuola del sacerdote d’Apollo, la quale diede ad Agamennone, et per sé tenne Briseida medesimamente da lui presa. Ma essendo bisogno per commandamento dei dei che Agamennone restituisse al sacerdote la figlia, egli a lui tolse Briseida. Là onde Achille sdegnato stette poscia molti giorni che né a persuasione né a’ preghi di alcuno non volse mai pigliar l’armi contra Troiani. Finalmente un giorno essendo molto malmenati i Greci dai Troiani, da Nestore fu menato Patroclo a lui, pregandolo che se non voleva pigliar l’armi, almeno acconsentisse ch’egli invece di lui se ne vestisse, et montasse sopra la sua carretta per guidare nella battaglia gli ociosi Mirmidoni; il che, malamente però sopportando, ma non potendoli negare alcuna cosa, a Patroclo concesse. Il quale essendo entrato nella battaglia et da tutti tenuto per Achille, fece molti danni a’ Troiani. Ma finalmente sopravenendoli Hettore, il quale lungamente havea disiato affrontarsi seco, et hora per le false insegne credeva Patroclo Achille, il misero Patroclo da lui liggiermente fu vinto et morto, et dell’armi spogliato. Indi, come quasi egli havesse vinto Achille, vestitosi delle sue armi triomphante se ne ritornò in Troia. Per tal caso Achille molto turbato alquanto pianse l’amico, et con funebri pompe solenni et meravigliosa ma[p. 216r]gnificenza il fece sepellire. Poscia dalla madre Theti, la quale era venuta per mitigare il suo dolore, havute nove armi, che a lei da Volcano furono date, et essendosi armato, per vendicar la morte dell’amico entrò nella battaglia; dove havendo morto molti Troiani, amazzò ancho Hettore. Né assai gli parve per satollar l’ira l’haverlo morto, che ancho legando il corpo morto alla sua carretta, vergognosamente strascinò quello d’intorno le mura di Troia in presenza di Priamo, et indi appresso la tomba di Patroclo per spatio di dodici giorni fece star quello dopo. Il quale finalmente con preghi et grandissimi doni fu poi conceduto al vecchio Priamo, che in ginocchioni di notte il venne a pregare. Dopo questo, in un’altra battaglia amazzò Troilo; per la qual doglia Hecuba smarrita, et temendo che se Achille durasse lungamente gli altri figliuoli restati et la patria andrebbe in ruina, con feminil inganno tese lacci alla vita di quello. Sapeva ch’egli amava Polissena, perciò che nel tempo della tregua la vide et gli piacque; onde subito gli fece sapere per un messo che se lasciava star di combattere gli darebbe per sposa Polissena. Al che essendosi accordato Achille, fu pattuito che segretamente, di notte et solo venisse nel tempio di Timbreo Apollo, il quale era quasi appresso le mura di Troia, che ivi egli trovarebbe lei con la figliuola, et gli darebbe per sposa. Il che bramando et disiando Achille, di notte, solo et disarmato venne secondo l’ordine nel tempio. Contra il quale uscendo fuori Pari che era nascosto dietro un altare, et essendo molto instrutto in adoprar l’arco, con una saetta il colse nel calcagno et il ferì, onde invano con la spada ferendo contra gl’inimici fu morto, et finalmente nel Sigeo promontorio Troiano dai suoi fu sepolto. In così lunga historia nondimeno narrata con brevi parole non v’è altro di finto eccetto Achille attuffato nell’onde stigie da un calcagno in fuori, et che ferito in quello se ne morì. D’intorno a la qual cosa piace a Fulgentio che l’huomo bagnato nell’onde stigi sia ciascuno avezzo a le fatiche, attento che stige s’interpreta tristezza; affine che si comprenda nessuno durare nelle cose liete ma più tosto essere disgiunto, se altre volte vi fosse durato. Che poi il talone non fosse bagnato, ciò cuopre il misterio phisico. Percioché i Phisici vogliono che le vene le quali sono nel talone appartenghino alla ragione delle reni, dei musculi et delle parti virili. Et per ciò per lo talone non bagnato nella Stige volsero designare la invitta libidine d’Achille, la quale però per le fatiche non si estinse, attento che si vide che per la libidine egli andò nelle mani degli inimici, et da loro fu morto.

PIRRO figliuolo D’Achille, che generò Peripeleo et Molosso.

Pirro, sì come si è visto, fu figliuolo d’Achille et Deidamia, et fu chiamato con tal nome, come dice Servio, dalla qualità de’ capelli, attento che il suo dritto nome era Neottolemo. Costui, morto Achille, a pena di prima barba fu condotto alla guerra di Troia, et a guisa del padre fu animoso et di mirabile ingegno. Onde, se bene giunse cerca il fine della guerra, nondimeno non fu morto, percioché egli fu uno di quelli > > [p. 216v] arditi et valorosi giovani che entrarono nel cavallo di legno da’ Greci con inganno fatto fabricare. Il quale poscia che in Troia fu condotto, Pirro con gli altri uscendo di quello, mentre l’altra gente giunse da Tenedo, fece grandissima occisione de’ Troiani, percioché entrando quasi nel mezzo del palazzo reale amazzò Polite figliuolo del re Priamo nel grembo del misero et vecchio padre. Indi stendendo le mani contra Priamo che l’oltraggiava per la crudeltà usata, fece che col suo sangue bruttò gli altari da lui sacrati. Oltre ciò, rovinata Troia, amazzò Polissena bellissima donzella dinanzi la sepoltura del padre, per placar l’anima di quello. Appresso, tra la preda Troiana essendogli toccato Andromaca già moglie d’Hettore, egli se la tolse per sposa; la quale secondo alcuni gli partorì due figliuoli, Peripeleo et Molosso. Poscia inamoratosi d’Hermiona figliuola di Menelao, diede per moglie Andromaca ad Heleno figliuolo di Priamo con una parte del reame, percioché essendo indovino gli havea predetto che non entrasse nel mare, sì come gli altri havevano fatto; et per sé rapì Hermiona moglie d’Horeste, facendosela sposa. Indi, o da povertà constretto o per fervor d’animo desideroso di preda (come piace ad alcuni), incominciò diventar corsaro, la qual navigatione agli altri noiosa da lui fu nomata Pirratica, et i ministri Pirrati, attento che egli fu il primo che l’essercitasse, come dice Paolo. Finalmente Horeste dal paese Taurico (lasciata la furia) ritornando nel reame, corrotto Macareo, sacerdote d’Apollo Delphico, amazzò Pirro in quello. Et tale fu il suo fine.

PERIPELEO figliuolo di Pirro.

Peripeleo secondo Paolo fu figliuolo di Pirro et Andromaca, ma Theodontio dice d’Hermiona; né di lui appresso noi è pervenuto altro.

MOLOSSO figliuolo di Pirro, che generò Polidette.

MOLOSSO fu figliuolo di Pirro et Andromaca. Costui succedendo al morto padre signoreggiò ai popoli d’Epiro, i quali dal nome suo chiamò Molossi. Ma mentre pervenne alla età di prima barba dimorò sempre appresso la madre, et morendo lasciò Polidette suo figliuolo.

POLIDETTE figliuolo di Molosso.

Restò adunque (secondo Paolo) di Molosso Polidette, o maschio o femina che si fosse; che io non ne ho fermezza. Dopo il quale successivamente degli Baci non ritrovo nessuno, eccetto dopo molti secoli, non essendosi appresso Greci lungamente tenuto altra progenie più nobile. [p. 217r] Degli Eaci fu Pirro re degli Epiroti, che fece guerra contra Romani per opra de’ Tarentini. Così ancho Alessandro Epirota da Lucano Satellite amazzato. Et appresso Olimpiade, famosissima reina de’ Macedoni et madre del magno Alessandro. Et molti altri per virtù et titoli illustri.

PILUMNO trentesimoquinto figliuolo di Giove, che generò Dauno.

Pilumno come dice Paolo fu figliuolo di Giove, del quale (secondo Servio) Piturano fu fratello, et amendue dei. Di questo Pilumno fu sua inventione il ritrovar l’usanza di porre lo sterco nei terreni, et però fu detto Sterculino; benché Macrobio nel libro di Saturnali dice che questo fu ritrovamento di Saturno, et che Pilumno ritrovò l’arte di macinare il fromento, onde perciò fu dai pistori honorato et chiamato Pllo. Dice Theodontio che a costui da un pastore fu condotta Danae figliuola d’Acrisio, la quale fuggiva l’ira del padre insieme col picciolo Perseo; onde egli conosciuta la sua natione la tolse per moglie, et abandonata la Puglia, nella quale era grande, percioché era quasi sottoposta ad Acrisio, insieme con lei se ne venne dai Rutuli; dove con Danae edificò Ardea, et di lei hebbe Dauno.

DAUNO, figliuolo di Pilunno et proavo di Turno.

DAUNO fu figlio di Pilunno et (come afferma Theodontio) di Danae figliuola di Acrisio. Costui regnò in Puglia, et da lui la chiamò Daunia. Et l’istesso Theodontio dice che costui fu proavo di Turno, il quale medesimamente è chiamato Dauno. Del figliuolo di costui et del padre del secondo Dauno, non mi ricordo havere letto altro.

DAUNO nipote del primo Dauno, che generò Turno et Iuturna.

DAUNO, secondo Theodontio, del precedente Dauno da parte del figliuolo fu nepote. Di costui fu moglie Venilia sorella d’Amata sposa del Re Latino, della cui si ritrova c’hebbe molti figliuoli. Tra quali vi fu quella che dicono essere stata data per moglie al profugo Diomede. Paolo diceva solamente che Dauno padre di Turno fu figliuolo di Pilunno, attento che Vergilio parlando di Turno dice:

Del quale avo è Pilunno, et del qual’ancho

La dea Venilia è degna genitrice.

Ma io credo più tosto a Theodontio, conciosia che Vergilio altrove in persona di Giunone così parla: [p. 217v]

Nondimen egli per origin tiene

Il nostro nome; che Pilunno a lui

Fu il quarto genitor, se ben comprende.

Il che secondo Paolo drittamente non potrebbe essere, dove secondo Theodontio risponde al giusto numero.

TURNO figliuolo di Dauno.

TURNO Re di Rutuli fu figlio di Dauno et della moglie Vetulia; il quale al suo tempo essendo stato formosissimo nella disciplina militare, fu ancho giovane di tanta meravigliosa fortezza di corpo che in ciò parrebbe non prestare alcuna credenza agli antichi, se da più moderno testimonio non fosse confermata. Et tra l’altre cose stanno chiarissimi argomenti della sua fortezza appresso Vergilio, mentre combattendo da corpo a corpo con Enea, così il Mantovano scrive:

Senza dir altro; un sasso grande vede

Un sasso antico, e smisurato; il quale

A caso per un termine era posto

A divider i campi; onde, ch’a pena

Con gli homeri l’havrebbono possuto

D’huomin sei paia sostener ben forti.

Et l’havea preso con la man tremante

Et contra l’inimico lo vibrava.

Il che Agostino nel decimoquinto della Città d’Iddio mostra havere per fermo. Oltre ciò Pallante figliuolo d’Evandro da lui in battaglia morto gli presta molta auttorità. Percioché habbiamo letto che al tempo d’Arrigo Cesare Terzo Imperadore il suo corpo non lontano da Roma fu trovato da un villano che cavava la terra, così intiero come se poco dianzi fosse stato sepolto; il quale essendo tratto della sepoltura, d’altezza et di grandezza avanzava le mura di Roma. Dove si vedeva anchora in lui il buco della ferita fattagli dalla lancia di Turno, che trappassava la lunghezza di quattro piedi. Là onde molto bene si può considerare di quanto valore et di quanta fortezza dovesse essere Turno, che combattendo vinse sì gran giovine; et di qual sorte dovea essere il fusto della lancia che fece sì smisurata fenestra. Con famosi versi Virgilio nell’Eneida dimostra che costui hebbe gran guerra contra Enea, percioché Latino diede per sposa Lavinia sua figliuola ad Enea, la quale prima havea promesso a Turno; onde dopo molte battaglie, et haver amazzato Pallante figliuolo di Evandro, et privatolo del Balteo, che era una sorte di cinta notabile che portavano i gran guerrieri, et a sé postolo per rimembranza di tal honore, venne a battaglia d’accordio da corpo a corpo con Enea. Di che restando Enea vittorioso, et impetrandoli Turno la vita, leggiermente l’havrebbe ottenuta, se non fosse stato che Enea drizzando gli occhi in lui vide il Balteo di Pallante, che per la pietà dell’amico tosto il commosse. Là onde lo amazzò. Questo si è narrato secondo Vergilio, il quale con tutte le forze s’estende nelle lodi d’Enea; ma secondo gli altri la cosa è diversa. Dicono alcuni, che non sono huomini di picciola auttorità, che Enea fu vinto da Turno, et fuggendo amazzato appresso il fonte Numico, né da indi in poi mai più fu veduto il suo corpo; ma che Turno fu poi morto da Ascanio. Di che, trattando di Enea è stato parlato. [p. 218r]

IUTURNA FIGLIUOLA di Dauno.

IUTURNA fu figliuola di Dauno, alla quale (secondo Virgilio) Giove tolse la virginità, et in vece del levatole honore le diede la immortalità; et fu fatta Nimpha del Numico fiume. Costei s’adoprò molto in aiuto del fratello; il che se per le fittioni è discorso, istimo che in ciò ella oprasse che per la divisione del fiume Numico avenisse che gl’inimici di Turno non potessero libera et espeditamente andare nel territoro d’Ardea, né contra esso Turno. Ma veggendo mancar Turno, tutta mesta si nascose nell’onde. Sono di quelli che dicono costei segretamente haver havuto amicitia col re Latino; il che scoprendosi, tutta piena di vergogna da sé stessa si gittò nel fiume Numico. Et così da Giove, cioè dal re oppressa, fu fatta Nimpha del fiume Numico.

MERCURIO, trentesimosesto figliuolo di Giove, che generò Eudoro, Mirtolo, i Lari, Evandro et Pane.

MERCURIO fu figliuolo di Giove et di Maia figlia d’Atlante, sì come è assai chiaro. Furono, sì come s’è udito inanzi, i Mercuri molti; onde, benché dagli antichi quasi a tutti siano attribuite le medesime insegne et ornamenti, nondimeno non a tutti è conceduta una deità istessa. Percioché uno è Iddio della medicina, l’altro dei mercati, l’altro dei ladri, et altro dell’eloquenza, il quale Theodontio vuole che sia questo figliuolo di Maia. Tuttavia non descrive quello che a ciò il mova; né io, posciaché non l’ho ritrovato, non intendo più sottilmente ricercarlo. Credo solamente gli antichi haver voluto ogni Mercurio essere Iddio dell’eloquenza, conciosia che i Mathematici affermano che al pianeta di Mercurio s’appartiene nei corpi nostri disporre et ordinare ogni organo overo fistola che per consonanza in noi risuona. Et di qui alcuni credeno lui essere detto nuntio et interprete dei dei, perché per gli organi da lui disposti si manifestino gl’intrinsechi de’ nostri cuori; i quali si ponno dire segreti di dei in quanto che, se non sono espressi con cenni o con parole, nessuno eccetto Iddio non gli conosce. Et in questo è interprete di tali segreti, perché le parole che sono organizate per gli organi da lui disposti da lui sono interterpretate et aperte, le quali da un cenno solo non potevano essere comprese. Adunque è messaggio et interprete degli dei, et indi Dio dell’eloquenza. Il che più chiaramente per gli uffici a lui attribuiti et per gli ornamenti a lui apposti si dimostra. Mercurio è coperta col capello, per dimostrare che contra i fulmini dell’invidia la eloquenza con forte coperta si conserva, la qual cosa altro non è che la gratia che l’eloquente merita da’ benivoli auditori. Questa lungamente conserva gli scritti degli antichi contra [p. 218v] i maligni et invidiosi; il che a sé mostra haver previsto Ovidio, mentre dice:

Ho già fornito un’opra, che né foco,

Né di Giov’ira non potrà, né ferro,

Né edace antichità far, che sia estinta.

Mercurio poi porta l’ale a’ piedi per dinotare la velocità del parlare, il quale in un medesimo momento esce dalla boccha di colui che ragiona, et è raccolto nell’orecchie di quello ch’ascolta. Oltre ciò, per lo più disegnano ai messaggieri la necessaria velocità. Porta la verga in mano per dinotare l’ufficio del nuntio, percioché i messaggi furono soliti, come per un certo segno, portar le verghe; con la qual verga dicono che Mercurio rivoca l’anime dalla morte, et alcune ne infonde nei corpi. Onde perciò possiamo comprendere le forze dell’eloquente, per le quali molti già dalle fauci della morte sono stati levati, et altri in quella cacciati. Chi dalla morte tolse Milone? Chi Popilio Lenate, per tacer degli altri? Se non l’eloquenza di Cicerone? Chi in bocca dell’Orco cacciò Lentulo, Cethego, Statilio et altri huomini dell’istessa setta, se non la terribil forza dell’ eloquenza di Catone? Oltre ciò, con questa verga dicono che Mercurio incita i venti, accioché consideriamo un eloquente poter incitare dei furori, sì come contra Cesare appresso Arimino fece la creatione di Curione; così ancho serenare le cose nubilose, cioè rimover gli sdegni, sì come fece Tullio per Deiotaro, mentre con una benigna oratione acquetò il gonfio petto di Giulio Cesare contra lui. Che poi con questa medesima verga tolga et dia i sogni, egli è assai chiaro che per l’eloquenza i pigri et sonnolenti si svegliano all’essercitio, et i troppo animosi ad acquistar gloria alquanto raffrena et fa adormentare. A quella verga vi s’aggiunge un serpente, accioché dalla prudenza del serpe si comprenda essere bisogno che l’eloquente sia discreto in eleggere i teropi e i luoghi et ancho le persone d’orare, affine che l’oratore guidi ove desia gli auditori.

EUDORO figliuolo di Mercurio.

EUDORO, come dice Homero nella Iliade, fu figliuolo di Mercurio et di Polimila figliuola di Philante, del cui in tal modo parla:

Et il partenio martiale Eudonio

La sedia incominciava, che fu figlio

Di Polimila figlia di Philante.

Di costui Homero segue una lunga favola, dicendo che Mercurio veggendo Polimila leggiadramente ballare et cantare con le altre del Choro di Diana, di lei s’accese; onde segretamente andando nel suo palazzo giacque con lei et generò Eudoro, huomo velocissimo et bellicoso; il quale andò con Achille alla guerra di Troia.

MIRTILO figliuolo di Mercurio.

[p. 219r] MIRtilo come dice Lattantio fu figliuolo di Mercurio, et guidò il carro del re Enomao. Onde Pelope inamorato della figlia d’Enomao Hippodamia, per haverla per moglie si deliberò entrare nel pericolo del contrasto del giuocar a correre con le carrette insieme con Enomao, di che essendosi accordato con Mirtilo che se la setava ch’egli vincesse voleva lasciarlo haver i primi frutti d’Hippodamia. Per la qual cosa Mirtilo pose un asse di cera alla carretta, là onde nel mezzo del corso la carretta d’Enomao restò per terra, et Pelope hebbe la vittoria et la donzella. Indi gittò Mirtilo in mare, il quale dimandava la sua promessa; di che morendo venne a dar nome a quel mare, che da lui si chiamò Mirtilo. Nondimeno, il vero è che Enomao per tradimento di questo Mirtilo, ch’era capo delle sue genti, fu in guerra vinto et morto, sì come parlando di Pelope s’è detto.

LARI figliuolo di Mercurio.

LARI furono due figliuoli di Mercurio et della Nimpha Pari, sì come dice Ovidio. Ma Lattantio nel libro delle Divine Institutioni dice ch’ella si chiama Larunda, overo Lara solamente; dell’origine di questi Ovidio narra favola tale. Che amando Giove Iuturna, Nimpha del Thebro et sorella del re Turno, ordinò all’altre Nimphe del loco che se quella fuggiva la ritardassero, accioché nel seguirla ella non s’annegasse. Ma Lara figlia d’Almone (come dice Paolo) et una delle Naiadi riferì tutto l’ordine di Giove a Iuturna et Giunone. Là onde Giove sdegnato privò della lingua Lara et comandò a Mercurio che la conducesse nell’Inferno, dove havesse ad esser Nimpha stigia. Onde Mercurio nel guidarla et riguardarla s’inamorò di lei, et per lo camino giacque seco; la quale essendosi impregnata, di lui partorì due figliuoli, i quali egli dal nome della madre chiamò Lari. La fittione di questa favola tiene il senso assai nascosto. Giove è il calore, il quale appetisce la Nimpha Iuturna, cioè l’humidità, nella cui possa oprare; ma Lara, la quale qui è posta per lo troppo calor della donna, separa l’effetto del foco che opra. Nondimeno Mercurio, cioè la frigidità, per opra della natura eccitata, vacuato il superfluo calor della donna ritira il seme in uno, et così Lara è privata della lingua, cioè della potenza di nuocere. Di questa solamente calcata calidità, Mercurio, cioè (secondo i gentili) la moderata prudenza della natura, ne trahe i Lari. Ma non però dirittamente da quella, ma levata quella (secondo l’openione d’alcuni) aviene che i Lari col creato parto nascano, overo siano creati; i quali standovi ella non potevano essere creati. De’ quali Lari tutti gli antichi non hanno havuto una istessa openione. Percioché gl’antichi istimarono che, essendo l’anima rationale da Mercurio condotta in un novo corpo, come ho detto altre volte, deversi credere che da Mercurio però sia guidata, perché nel sesto mese quel parto che viene attribuito a Mercurio sia tenuto ricever l’anima, overo la vital potenza ne l’anima degli dei, over i dei venir custodi della nova anima. [p. 219v] I quali alcuni hanno chiamato genio overo genii, et alcuni gli hanno detti Lari, come poco inanzi è stato narrato. Et sì come Censorino afferma nel libro del Giorno Natale, vuole che sia detto Genio o perché cura che siamo generati, overo perché sia generato insieme con noi, overo che sempre difendi i geniti, et dice che da molti antichi è affermato Genio et Lare esser una cosa istessa, et specialmente Caio Flacco in quel libro ch’ei lasciò scritto a Cesare, De Indigitamentis . Et benché dica esservi un solo Lare overo Genio, seguendo poi v’aggiunge che per openione d’Euclide Socratico ogn’uno ha il genio doppio, et così ciascuno per openione degl’antichi ha due Lari. Il che assai pare che si confermi per l’auttorità d’Anneo Florio, che nel quarto del suo Epitoma così scrive: Et di notte ad esso Bruto, il quale col lume acceso secondo alcun suo costume stava seco pensoso, si appresentò una certa oscura imagine; onde interrogatala chi si fosse, ella gli rispose, il tuo cattivo genio. Et questo subito dagli occhi del riguardante sparve. Di che si può considerare che non sarebbe andato il suo cattivo genio se non vi fosse ancho il buono; et così sono due. La verità Christiana gli chiama angeli, non generati col nascente ma accompagnati al nato. De’ quali l’uno buono sempre incita al bene, et l’altro cattivo si sforza al contrario; et come testimoni et conservatori de’ nostri beni et mali, fino alla morte continuamente ci accompagnano. Oltre ciò, credettero questi Lari esser sopra le cose private, sì come nel principio dell’Aulularia dimostra Plauto, et gli chiamarono dei famigliari overo domestici, et sì come gli habbiamo detti essere apposti alla custodia del corpo. Così ascrissero alla guardia della casa, et nelle case gli diedero un loco commune, cioè dove gli antichi facevano nel mezzo della casa il focolare, et ivi con sacrifici secondo l’antico costume gl’honoravano. Il che appresso noi non s’è ancho scordato, attento che se bene quel errore scioccho se n’[è] andato, durano ancho i nomi et una certa sapienza degli antichi sacri vestigi. Habbiamo noi fiorentini, et così forse ancho alcune altre nationi, per lo più nelle case domestice, dove si fa il foco commune a tutta la famiglia della casa, alcuni instrumenti di ferro che sostentano le legna del foco chiamati Lari, cioè i capi fuoco, et ne l’ultimo di Dicembre dal padre di famiglia si mette sopra il foco con l’uso de’ capi un gran tizzone, a cui sta d’intorno tutta la famiglia; et esso sedendo dall’altro capo del gran legno si fa dar bere, et poscia che ha bevuto spruzza con l’avanzo del vino che nella tazza gli è restato il capo dello tizzone a caso; et indi havendo tutti gli altri bevuto, come quasi havessero essequita la solennità, ogn’uno va per fatti suoi. Questo spesse fiate vidi io essendo fanciullo essere celebrato da mio padre, huomo veramente catolico et Christiano, in casa sua. Né dubito che ancho fino al dì d’hoggi non si osservi da molti, più tosto per usanza de’ suoi maggiori che per inganno d’alcuna idolatria o superstitione.

EVANDRO figliuolo di Mercurio, che generò Pallante et Pallantia.

EVandro Re d’Arcadi, come dice Paolo, fu figliuolo di Mercurio et Nicostrata, et veramente fu huomo per valore et ingegno illustre. Dice Servio che egli amazzò un certo Icerillo, huomo molto bestiale, sì come Her[p. 220r]cole Gerione; onde per lo suo singolar valore fu nomato uno tra i molti Hercoli. Et l’istesso Servio dice che costui fu nepote di Pallante re di Arcadia, et che havendo amazzato suo padre, cioè il marito di Nicostrata, per conforti d’essa Nicostrata, che era indovina, lasciata l’Arcadia venne in Italia, onde cacciati quelli che v’erano nati possedette que’ luoghi dove poi fu edificata Roma, et fondò un picciolo castello sul monte Palatino. Et ivi raccolse Hercole che ritornava d’Hispagna con la vittoria del vinto Gerione, il quale il liberò dagl’insulti del ladrone Caco. Indi raccolse ancho Enea che dopo la ruina di Troia andava cercando novo paese, et nella guerra contra Turno gli diede aiuto et gli mandò Pallante suo figlio, il quale morto da Turno fu dogliosamente pianto dall’infelice vecchio. Fu chiamato figliuolo di Mercurio perché tra gli altri fu huomo eloquentissimo, così come afferma Theodontio.

PALLANTE figliuolo d’Evandro.

PALLANTE fu figliuolo del Re Evandro, sì come molte volte nell’Eneida mostra Vergilio; et essendo giovane molto illustre et virtuoso divenne amicissimo d’Enea, onde con molta gente seguì quello nella guerra contra Turno, dal quale fu morto, et dallo sfortunato padre con lagrime sepolto. Il corpo di costui, sì come riferisce Martino in quel libro chiamato Martiniana, al tempo d’Arrigo Terzo imperador di Romani fu da un agricoltore non lontano da Roma ritrovato, così intiero come poco dianzi fosse stato sotterrato. Il quale di statura era così grande che d’altezza trapassava le mura; et quello che è più maraviglioso, il buco della ferita fattali da Turno si vedeva grandissimo, di maniera che passava di lunghezza quattro piedi, aggiungendo a ciò che sopra il capo di lui vi fu trovato una lucerna ch’ardeva con perpetuo fuoco, né poteva essere estinto né con soffiare né gittarli sopra acqua. Finalmente fattole di sotto nel fondo un forame, s’estinse. Oltre ciò, dice che nel sepolcro v’era intagliato questo Epitaphio:

FILIUS EVANDRI PALLAS QUEM LANCEA TURNI

MILITIS OCCIDIT MORE SUO IACET HIC .

 PALLANTIA figliuola d’Evandro.

D’EVANDRO anchora (come dice Servio) fu figliuola Pallantia, il quale afferma che Varrone narra costei essere stata vitiata da Hercole, et che di lei generò Latino Re de’ Laurenti. Alla fine questa venendo a morte, sì come dice, fu sepolta in quel monte che dal suo nome fu chiamato Palatino. [p. 220v]

PANE figliuolo di Mercurio.

PANE, non quello che fu detto Dio d’Arcadia, ma un altro, fu figliuolo di Mercurio et Penelope, come nel libro delle Nature dei Dei scrive Cicerone. Et benché Licophrone dica che Penelope moglie d’Ulisse giacesse con tutti i Proci percioché Ulisse non ritornava, et che di uno partorì Pane, nondimeno sono di quelli che vogliono essersi dato loco a questa fittione, et interdersi essere avenuto che per eloquenza d’alcuno Penelope si lasciasse conducere ad usare degli abbracciamenti d’altrui, et haver partorito un figliuolo. Perché parve acquistato con eloquenza, fu detto figlio di Mercurio. Ma io, sì come ho detto altrove, non posso imaginarmi che una pudicitia così famosa come fu quella di Penelope si lasciasse piegare, né macchiare da eloquenza, né opra d’alcuno. Furono veramente ancho delle altre donne dell’istesso nome, ma non forse di pudicitia eguali a lei; onde puotè avenire che nascesse Pane chiamato figliuolo di Mercurio.

VULCANO, trentesimosettimo figliuolo di Giove, che generò Erittonio, Aco, Ceculo et Tullio Servilio.

VULCANO fu figliuolo di Giove et di Giunone, sì come quasi tutti i Poeti affermano. Costui, perch’era zoppo et diforme, come tosto fu nato fu dai padri gettato nell’Isola di Lenno. Di questo parla Virgilio nella Bucolica, dove dice:

Al quale non arisero i parenti,

Né Dio d’haver costui alla sua mensa,

Né la Dea si degnò d’haverlo in letto.

Tutti affermano che costui hebbe moglie, ma chi ella si fosse, tutti non sono d’accordo. Percioché Cigno (come descrive Macrobio nel libro de’ Saturnali) dice che Maia fu moglie di Vulcano. Pisone vuole Maiestà. Homero prima, poi Vergilio et gli altri Poeti Latini, scriveno che fu Venere. Ma essendo cosa certa che più d’uno furono i Vulcani, egli può essere vero che habbiamo scritto bene, attento che non dicono di quale Vulcano fossero mogli Maia overo Maiestà. Che poi di Vulcano di Lenno fosse moglie Venere, pare che se ne habbia certezza. Oltre ciò, dicono costui Fabro di Giove, et affermano che Vulcano appresso l’isola di Lipari ha le fucine et i Ciclopi che il serveno nel fabricare i folgori et l’arme delli Dei; onde vogliono che tutto quello che con artificio è composto fosse da lui formato, come l’armi d’Achille et Enea, il monile d’Hermione, la corona d’Arianna, et altre cose simili. Oltre ciò dicono che, essendo dal Sole scoperto l’adulterio di Venere sua moglie et di Marte, con catene invisibili avinse amendue. Il chiamano ancho Mulcibero, et padre di molti figliuoli. Volendo adunque dalle [p. 221r] cose dette cavare il sentimento, egli è prima da sapere questo Vulcano essere stato figliuolo di Giove et di Giunone et haver signoreggiato in Lenno, et di lui Venere essere stata moglie, la quale da lui fu ritrovata giacere con un huomo d’arme, sì come è stato detto di sopra dove si ha parlato di Marte. Et questo in quanto all’historia basti. Quanto poi ad altro senso, egli è prima d’avertire il foco appresso noi essere di due sorti. Il primo è esso elemento del fuoco che non vedemo, et questo molte volte i poeti chiamano Giove. Il secondo poi è il foco elementato dal primo causato, et questo è doppio. Il primo è quello che nell’aere per lo velocissimo circolar motto nelle nubi s’accende; et questo, mentre uscendo quello si rompe, genera lampi et tuoni, et con grandissimo empito è cacciato [a] terra. Il secondo poi è questo foco che noi usiamo di legna et altre cose che s’abbrugiano, il quale da noi è cavato da dure pietre et mantenuto. Di questi tre in questa fittione si fa ricordo, percioché il primo è Giove, da cui, et dalle cose aeree et terrene che si debbeno intendere per Giunone, gli altri due nascono. Di questi l’uno et l’altro è zoppo, attento che si riguardaremo il frangimento della nube vedremo il foco non drittamente uscirne, ma hora in questa hora in quella parte declinare; et così diremo che va zoppo. Così ancho medesimamente le fiamme del nostro foco non vedremo mai che s’inalzino egualmente, ma in guisa d’un zoppo hora più basso hora più alto ascendeno. Di questi il primo, sì come è stato mostrato, viene gittato di cielo in Terra; né a lui arrideno i padri, perché tantosto che è creato è gittato a terra, onde in tal modo nol giudicano degno della sua mensa. Vogliono poi che fosseno gittato in Lenno, perché spesso in quell’isola cadeno folgori. Che la Dea non si degnasse haverlo in letto, più a basso dove si tratterà d’Erittreo si narrerà la cagione. Quello che è appresso noi fu nodrito dalle Scimie, percioché la Scimia è un animale il quale ha dalla natura che tutto quello ch’ella vede all’huomo oprare medesimamente si sforza di fare; et perché gli huomini con l’arte et col suo ingegno si sforzano in molte cose imitar la natura, et d’intorno tali attioni il foco è molto necessario, è stato finto le Scimie, cioè gli huomini haver nodrito Vulcano, cioè il foco. Del quale, accioché si conosca il suo bisogno, nel libro delle Ethimologie in tal modo Isidoro scrive:

Senza il foco nessuna sorte di metallo non si può gittare, né lavorare. Non è quasi cosa alcuna che che col foco non sia composta. Altrove compone il vetro, altrove l’oro, altrove l’argento, altrove il piombo, altrove il rame, altrove il ferro, altrove il bronzo, et altrove le medicine; col foco i sassi sono ridotti in rame, col foco il ferro si genera et doma, col foco l’oro si fa perfetto, col foco, abbrugiati i sassi, i muri si congiungono; il foco cocendo i sassi neri gli fa venir bianchi, i legni bianchi abbrugiando manda in polve et ne fa neri carboni; di legna dure fa cose frali, di cose putride ne fa di odorose; slega le cose strette, et le sciolte unisce; mollifica le dure, et le dure rende molli.

Questo dice Isidoro. Oltre ciò, vogliono che costui sia Fabro di Giove et artefice di tutte l’altre cose artificiose, affine che si comprenda che tutto quello che si fa artificioso è fatto con l’aiuto del foco; il quale come artificioso è chiamato Vulcano da qualche famoso artefice così nomato. Perché poi le sue Fucine siano dette essere appresso Lipari et Vulcano isole, chiaramente si vede. Elle [p. 221v] sono isole che vomitano foco, et il loro nome favorisce alla fittione. Certamente sono chiamate Vulcane, ma non da Vulcano figlio di Giove, anzi da un certo Vulcano, il quale nato in Emalio possedette quelle. Né solamente volsero ch’egli fosse il fabro dell’armi, overo il foco delle cose giuocali, overo Vulcano; ma che prestasse materia alle conventioni degl’huomini et al principio dei contratti, sì come pare che affermi Vitruvio nel libro dell’Architettura, dicendo:

Gl’huomini secondo l’antico costume nelle selve, nelle spelonche et nei boschi nascevano, et usando agreste cibo menavano la lor vita in questo mezzo. In un certo loco dalle tempeste et venti strepitosi i densi alberi incominciano crollarsi et tra loro percuotere i rami, onde ne usciva fuoco; di che per la gran fiamma quelli ch’ivi habitavano tutti smarriti se ne fuggirono. Poscia riposando alquanto, più vicino venendosi ad accostar et considerando quello esser di grandissima commodità ai corpi, alla tepidezza del foco aggiungendo legna et conservando quello, vi guidavano degl’altri, et con atti facendoli cenni gli mostravano l’utilitadi che da lui trahevano. In quel concorso degl’huomini, che altrimenti c’hora non si fa mandavano fuori le voci dallo spirito, per la conversatione d’ogni giorno insieme erano fermati per voler pure cavarne i vocaboli che fossero intesi. Indi più volte separando le cose, nel costume a sorte tanto snodarono la lingua che incominciarono parlare; et così tra loro procrearono le parole. Adunque per l’inventione del foco essendo nato appresso gl’huomini il principio del consiglio et conversatione, et adunandosi molti in un luogo, i quali prima sì come facevano gli altri animali andavano non dritti, ma chini et in quattro, et considerando la magnificenza delle Stelle, et maneggiando facilmente con le mani et diti quello che volessero, incominciarono alhora altri farsi coperti di frondi, altri cavar spelonche sotto i monti, alcuni imitando i nidi delle hirondini con fango et virgulti edificar luoghi per stare al coperto.

Questo dice Vitruvio. Non havea il famoso Vitruvio il Pentateuco, percioché d’intorno a questo principio havrebbe trovato Adamo nomare un altro essere stato inventore del parlare et haver nomato il tutto. Et altrove havrebbe conosciuto che Caino edificò non solamente case, ma ancho cittade. Ma di questo altrove. Perché poi i Ciclopi siano dati a Vulcano per aiuto, egli si è dichiarato parlando di loro. Questo fabro è chiamato Vulcano (come dice Servio), quasi Volante Candore. È poi detto Mulcibero (come narra Alberigo), che quasi renda piacevole la pioggia; attento che andando le nubi in alto, per lo calore si risolveno in pioggie. Ma io tengo che sia detto Mulcibero perché mollisca il rame et gli altri Metalli.

ERITTONIO figliuolo di Vulcano, che generò Pocri, Orithia et Pandione.

ERittonio, chiamato da Homero Criteo, fu figliuolo di Vulcano et Minerva; della cui creatione dagli antichi si recita favola tale. Che Vulcano havendo fabricato i folgori a Giove che guerreggiava contra i Giganti, richiese a lui per premio che gli fosse concesso congiun[p. 222r]gersi con Minerva; il che da lui gli fu conceduto, dando però licenza a Minerva che se potesse con tutte le sue forze difendesse la sua verginità. Essendo adunque entrato Vulcano con Minerva alle strette, et volendo per forza fare il fatto suo con lei, che si difendeva gagliardamente, avenne che Vulcano per la soverchia voglia si corruppe et sparse il seme in terra, del quale dicono che nacque Erittonio, che havea e’ piedi di Serpente. Onde cresciuto in età, per nascondergli fu il primo che ritrovasse l’uso di andare in carretta, sì come narra Virgilio:

Brittonio fu il primo, c’hebbe ardire

Accompagnar quattro destrieri al carro.

Et quello che segue. L’intentione di questa favola in tal modo è scoperta da Agostino nel libro della Città d’Iddio. Dice che appresso gli Atheniesi fu un tempio commune a Vulcano et a Minerva, nel quale fu ritrovato un fanciullo annodato da un Serpe; onde gli Atheniesi giudicando per ciò che questo fanciullo havesse a divenire grand’huomo, il serbarono; et perché non si sapeva di cui fosse figliuolo, l’attribuirono a quelli a’ quali il tempio era dedicato, cioè a Vulcano et a Minerva. Oltre ciò, costui, come dice Anselmo nel libro della Imagine del Mondo, fu assunto in cielo, et locato tra l’altre imagini celesti fu chiamato Serpentario.

PROCRI, figliuola d’Erittonio et moglie di Cephalo.

Figliuola d’Erittonio fu Procri, et moglie de Cephalo; della quale Ovid. scrive la geneologia et quale fosse la sua sorte, sì come habbiamo parlato dove si è trattato di Cephalo. Onde di lui scrive Ovidio:

Havea per sorte quattro figli havuto

Et altrettante figlie; ma di due

Pari era la bellezza; et di queste una

Procri; qual fu di Cephalo mogliera.

ORITHIA, figliuola d’Erittonio et moglie di Borea.

Orithia fu figlia d’Erittonio, sì come Eusebio nel libro dei Tempi dimostra. Costei fu rapita da Borea di Thracia figliuolo d’Astro et da lui tolta per moglie, la quale gli partorì Zeto et Calai.

PANDIONE figliuolo di Erittonio, che generò Progne et Philomena.

Come piace a Lattantio, d’Erittonio fu figliuolo Pandione, Re d’Athene, et a lui successe nel reame. Del quale, eccetto che appresso Eusebio visse nel regno anni quaranta, non habbiamo altro; ma oltre ciò hebbe ancho due figliuoli et altrettante figlie, delle quali, poscia che lasso per la continua guerra fatta contra i Thracesi hebbe fatto la pace, una cioè Progne diede a Tereo re di Thracia per moglie, et dell’altra [p. 222v] cioè di Philomena amaramente pianse la disgratia, onde di sopra se ne è parlato ampiamente.

PROGNE ET PHILOMENA, figliuole di Pandione.

Fu Progne et Philomena, sì come apertamente narra Ovidio, figliuole di Pandione re d’Athene. Progne fu data per sposa a Tereo re di Thracia, del quale gli partorì Ithis. Philomena poi, seconda figliuola di Pandione, fu vergognata da Tereo et tagliatale la lingua. Onde avenne che per ciò Progne amazzò il figliuolo Ithi et il diede a mangiare al padre, di che Progne fu mutata in una hirondine, Philomena in un Lusignuolo et Tereo in una Upupa; il che si [è] narrato ampiamente parlando di Tereo.

CACO figliuolo di Vulcano.

CACO fu figliuolo di Vulcano, sì come dice Vergilio:

Qui una spelonca fu dove giamai

Non penetrava alcun raggio di Sole,

Tutta coperta da virgulti, et spini

Dove l’imagin fiera del mezz’huomo

Caco stava nascosto, ivi per sempre

Di fresco sangue era il terreno molle,

E a le superbe porte erano affisi

Humani capi, pallidi, et di sangue

Fetido aspersi, che pendevan giuso.

A questo monstro padre fu Vulcano,

Et ei di quello vomitava fuori

Gli horridi fuochi, et caminava in guisa

D’una gran mole, et machina superba.

Di costui si narra che ritornando Hercole d’Hispagna, ch’era alloggiato con Evandro, e’ di notte gli rubò i buoi, et per la coda gli condusse nella sua spelonca; di che la mattina Hercole avedendosi ch’i buoi erano scemati, né potendo considerare ove fossero andati, attento che vedea l’orme in contrario, che dall’antro mostravano venir al pasco, nondimeno udì che i buoi rubati muggivano perché si trovavano senza gli altri, et così quei di fuori gli rispondevano. Onde aviandosi verso l’antro s’avide dell’inganno di Caco, et per forza entrando nell’antro amazzò Caco et ripigliò i suoi buoi. Ma altri vogliono che da Caca sorella di Caco fosse rivelato ad Hercole il furto del fratello, et che per ciò ella lungamente meritasse con sacrifici et altari essere honorata. Servio dice che costui fu chiamato figliuolo di Vulcano perché spesso abbruggiava tutti i luoghi a lui circonvicini. Il quale Alberigo diceva che fu sceleratissimo figliuolo, overo servo d’Evandro, il cui nome suona l’istesso; conciosia che Cacos in greco vuol dire cattivo. Sotto la fittione di questa favola è openione di Solino, dove tratta delle Maraviglie, che vi si contenga historia. Percioché dice che Caco habitò in quel loco che si chiama Saline, dove poi fu fatta la [p. 223r] porta Trigemina di Roma. Indi dice che Celio narra che, essendo andato legato a Tarcone Tirreno, da Marsia re fu dato in guardia a Megalo Phrigio, dal quale con più ampi sussidi fu ritornato onde s’era partito; et havendo quelli occupato il reame circa il Vulturno et la Campania, mentre cercavano contra Evandro et gli Arcadi tentare alcuni mottivi, Caco fu morto da Hercole che alhora si trovava appresso Buandro, et Megalo se n’andò dai Sabini, ai quali insegnò l’arte degli auguri.

CECULO figliuolo di Vulcano.

Ceculo, se si deve prestar fede a Marone, fu figliuolo di Vulcano, del quale così parla:

Né de la gran cittade Prenestina

Mancovi il fondator Ceculo, il quale

Stimato fu da tutta quella etate

Da Vulcan generato, et re creato

Tra i gregi agresti, e in foco ritrovato.

Di costui si recita favola tale. Furono due fratelli c’hebbero una sola sorella, la quale sedendo appresso il foco, a caso le cadè una favilla della fiamma ardente in grembo. Della cui dicono che la donzella si impregnò et partorì un figliuolo chiamato figliuolo di Vulcano, et per haver gli occhi lippi il nomarono Ceculo. Il quale un giorno essendo forse infestato che non fosse figliuolo di Vulcano, pregò Vulcano che gli facesse vedere se fosse suo figlio. Onde senza nessuno indugio da Vulcano fu mandato un folgore che arse et amazzò tutti quelli che non credevano lui essere suo figliuolo; là onde dagli altri fu tenuto vero figliuolo di Vulcano. Io tengo la ragione di tal fittione esser questa. Che il proprio nome di Ceculo fosse Preneste, et che dalla infermità degli occhi fosse nomato Ceculo; et egli et Preneste figliuolo del Re Latino essere stato un istesso, ma che per la favilla volata nel grembo della madre fosse attribuito a Vulcano, et che col fuoco et con l’incendio castigasse i suoi nemici. Indi ancho edificasse Preneste, et venisse in aiuto di Turno contra Enea.

TULLIO SERVILIO figliuolo di Vulcano, che generò due Tullie.

TULLIO Servilio fu figliuolo di Vulcano et di Cresa Corniculana, sì come nel libro de’ Fastis mostra Ovidio, dicendo:

Perché padre di Tullo fu Vulcano,

Et la Corniculana Cresia madre.

Et poco da poi segue:

Per forza sta prigiona appresso il foco,

Et da lei vien concetto. Adunque tiene

Servio l’origin sua da l’alto cielo.

Oltre ciò Ovidio dice che costui fu amato dalla Fortuna, et che ella era solita andar a [p. 223v] lui per una fenestra del palagio, et starsene seco; dove poi vi fu fatta una porta, che da quella fenestra fu chiamata fenestrale. L’intento di questa favola si piglierà dalla historia di Tito Livio puntalmente narrata, la quale io con poche parole spiegherò. Dico che da Tarquino Prisco re de’ Romani pigliato Corniculano, tra l’altre prigionere una certa giovanetta di nobile aspetto fu da lui condotta nel suo palazzo reale; la quale essendo pregna partorì Tullio Servilio. Sopra la testa del quale, ancho fanciullo et che dormiva in culla, fu visto da alto scendere una fiamma di foco, et sopra quella fermarsi senza punto offenderlo; il che veduto da Tanaquile reina, et ammaestrata negli auguri, persuase al marito che quel fanciullo si dovesse nodrire con gran cura, percioché egli havea ad essere di gran commodità alla sua famiglia. Di che allevato et divenuto valoroso giovane, tolse per moglie una figliuola di Tarquino. Onde essendo Tarquino stato ferito dai figliuoli d’Anco Martio, et per quella ferita morto, dalla reina il corpo di quello fu segretamente serbato, fino attanto che per commandamento suo Tullio occupò il palazzo reale, essendo ancho piccioli i figliuoli di Tarquino. Là onde, presa la signoria et scoperta la morte del re, Servio fu creato re et successore; il quale dalla moglie havendo già havuto due figliuole, diede quelle per spose ai figliuoli di Tarquino Prisco. Egli poi havendo fatto molte cose utili per Romani, da Tarquino Superbo suo genero, instigato dalla moglie sua figliuola, fu morto, dopo l’haver regnato anni quarantaquattro. Quella fiamma adunque fu cagione che si fingesse ch’ei fosse figlio di Vulcano, il che dimostra Ovidio dicendo:

Segni ne mostrò il padre; alhora quando

Con la fiamma di foco risplendente

S’andò sopra del capo raggirando.

Che fosse poi dalla fortuna amato, i successi ne fecero fede. Plinio nel libro degli Huomini Illustri dice che costui fu figlio di Publio Cornicolano et di Ocreatia captiva.

LE DUE TULLIE figliuole di Tullio Servilio.

LE DUE Tullie (auttore Tito Livio), furono figliuole di Tullio Servilio, et mogli di Arrunco et Lucio figliuoli di Tarquinio Prisco. La maggior Tullia, d’animo severo, insopportabile, et ad ogni scelerità inchinata, toccò ad Arrunco, benignissimo giovane. La minore, ch’era quieta et benigna, fu data a Lucio, giovane inquieto, maligno et d’animo ambitioso. La maggior Tullia era infiammata di disio di regnare, et sempre con risse et oltraggi crucciava il quieto marito, et biasimava la sua disgratia che non l’haveva fatta sposa di Lucio. Finalmente avenne che Arrunco et la minor Tullia morirono; là onde subito la maggiore s’accordò con Lucio, et contra il consenso di Servilio, che quasi a forza acconsentì, si tolsero per sposi. Onde la scelerata donna incominciò instigare con parole l’animo del marito, [p. 224r] et con stimoli infiammarlo al regnare. Di che avenne un giorno che Lucio entrò nella Curia et come Re ivi si pose a sedere, et fece scacciare Tullio che ivi veniva, et indi gli mandò dietro et fece ammazzare. Il che inteso da Tullia, tutta lieta montando sopra una carretta se n’andò per salutare il marito Re. Poscia ritornando verso casa, et veggendo il carrattieri il corpo del morto Servilio in mezzo la strada, sovrastette alquanto per non vi passar sopra con la carretta; ma Tullio oltraggiandolo con parole volse che con le ruote vi andasse sopra. Costei hebbe figliuoli di Lucio, tra quali vi fu Sesto Tarquinio, che per la violenza usata contra Lucretia moglie di Collatino, Lucio et tutti gli altri figliuoli furono cacciati in essiglio, et ella insieme; la quale puotè udire appresso i Gabii Sesto essere stato tagliato a pezzi, et vedere il marito appresso Cume di Campania vecchio miseramente consumarsi. Il fine poi della donna non mi ricordo haverlo trovato.

IL FINE DEL DUODECIMO LIBRO.

[p. 224v]

ALLO ILLUSTRE ET BENIGNO SIGNORE

IL S. CONTE VINCIGUERRA COLLALTO.

GIUSEPPE BETUSSI.

Mi parrebbe far torto alla fatica durata dal Boccaccio in questi due ultimi suoi libri, se con qualche illustre titolo, dopo l’havergli si può dire di vivi ch’erano stati sepolti cavati dalle tenebre et ritornati in luce, non mi sforzassi darli appoggio tale che fossero un poco più al presente riguardati che per lo passato non sono stati. Veramente non so s’io mi debba dire che il Boccaccio a’ suoi dì sia stato tale che forse a’ nostri pochi ve ne siano, di che ne fanno fede le opre uscite da così raro intelletto. Né punto dubito non haver molti di quelli che minutamente hanno visto, letto et considerato le fatiche sue, sì latine come volgari, che siano della openione mia. Et però, come per arra delle virtù sue et del giudicio mio, V. S. si degnerà, in quelle hore ch’ella si ritrova dare alquanto loco ai pensieri amorosi che a’ miei giorni ho conosciuto per due bellissime et nobilissime donne, anzi dee haverli ingombrato il petto a parte a parte, leggere et considerare la profondità delle scienze che in sé havea et ha dimostrato sì degno et eccellente auttore, percioché quella in questi due ultimi libri, et massimamente nel primo, ci troverà quello che a gran pena in rivolgere molti et de’ principali vi si potrebbe vedere. Qui, sapendo io quanto la poesia a V. S. diletta et [p. 225r] gradisce, quella conoscerà il frutto che se ne trahe et la profondità che vi s’asconde. Qui, tutte le ragioni et fondamenti che possono fare sopra tutte le scienze vi sono rinchiusi. Onde tanto questi tre ultimi, et spetialmente gli due, cioè il quartodecimo et il quintodecimo, perché la presente lettera havea a stamparsi innanzi il quartodecimo, ma la trascuragine degl’impressori ha cagionato questo errore, sono differenti dai tredici primi, che se aventura non fossero fatti per difesa degli altri dianzi, ogn’uno havrebbe per fermo o che fossero d’altro auttore, o che si dovessero leggere separati. Tuttavia eglino vanno tutti insieme, et ritornano nelle mani degli huomini a farsi vedere sotto la protettione dell’Ill. Signore suo fratello et di lei, attento che essendo amendue voi uno spirito in due corpi, parmi che non sia differenza per li nomi dell’amore che l’uno et l’altro mi porta. Intanto V. S. mi serbe nella gratia sua, fino attanto che me s’appresenti occasione di meglio poterla acquistare. Di Vinegia.

[p. 225v]

LIBRO TERZODECIMO

di M. GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL NOBILISSIMO ET PREGIATO SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

LA MAGGIOR parte del vasto et gran gorgo pieno di procelle et più difficile da solcare, con l’aiuto d’Iddio, lasciata a dietro la poppe incominciava lasciarmi vedere il mare quieto, non impedito quasi con nessun scoglio, et concedermi l’onde assai più del solito tranquille; onde con la speranza et disio di toccare il lito dove mi prometteva c’havrei riposo, et che per le vinte fatiche come buon nocchiero mi darebbe la corona d’alloro, a più potere con vele et remi spingeva innanzi. Ma ecco che, mentre levandomi dalla foce del Thebro m’era lasciato da un benigno venticello condurre nel mare Euboico, mi s’appresentarono l’antiche Thebe di Cadmo; di che venendomi in mente l’isole Colie che inavertentemente havea trappassato, meco stesso considerai quanto mi restava a fare, cioè descrivere quel famosissimo domatore dei monstri che di forze trappassò tutti gli altri mortali et fu Re di sì strani popoli, onde molte volte è quasi avenuto ch’io in mare sia pericolato; et appresso mi restava mettere per ordine la di lui discendenza. Per la qual cosa alquanto s’intepidì quel fervore che conduceva me desideroso al lito. Così mi fermai, et meco stesso pensando liggier cosa non essere ch’io potessi descrivere quelle fatiche [che] non sarebbono da nessun altro mortale, eccetto Hercole, state esseguite, istimai essere bene ch’io mi riposassi, et con qualche particella a otio ripigliare un poco più di forza per le afflitte membra, affine che tra i famosi sudori d’Alcide io non venissi meno; overo essendo debile da Eolo non fossi por[p. 226r]tato ove già non vorrei. Così non havendo già intieramente annoverata la prole del terzo Giove, di novo, Inclito Re, restai sospeso come s’io fossi giunto a certo termine. Ma divenuto già, tua mercé, gagliardo, per fornir l’avanzo del mio viaggio spiego le vele della mia navicella al vento, pregando, secondo la consueta usanza, colui che di niente con facilità compose tutte le cose che mi sia propitio, et mi conduca al fine di questa fatica.

HERCOLE, trentesimottavo figliuolo di Giove, che generò dicisette figliuoli,
cioè Osia, Creontiade, Tiriomaco, Diicoonte, Ithoneo, Cromi, Agile, Ilo,
Sardo, Cirno, Diodoro, Ilipolemo, Thessalo, Aventino, Thelepho, Lido et Lamiro.

Hercole, come scrive Plauto nell’Amphitrione, fu figliuolo di Giove et Alcmena, la quale, come vogliono alcuni, con tal patto si maritò in Amphitrione, che fosse obligato far vendetta della morte di suo fratello amazzatole dai Teleboi. Nella quale impresa (dice l’istesso Plauto) ritrovandosi Amphitrione, Giove inamoratosi d’Alcmena prese la forma d’Amphitrione, et come se venisse dal campo una mattina nell’alba andò a ritrovar quella, la quale credendolo il marito giacque seco. Onde si impregnò, benché ancho fosse pregna di Amphitrione. Ma dicono che non una sola notte bastò alla generatione di tal parto, anzi che per ispatio di tre continue giunte in una all’adultero Giove fu conceduto il tempo de stare in diletto. Il che è scritto da’ Lucano:

Mentre d’Alcmena il gran rettor del cielo

Lieto godeva in Thebe, comandato

Haveva che tre notte in una fosse.

Così Alcmena al tempo suo partorì due figliuoli, cioè del marito Amphitrione Iphicleo et di Giove Hercole. Oltre ciò, Homero recita una altra favola che appartiene alla natività di costui, la quale lasciaremo, per essere stata narrata dove si è parlato di Euristeo figliuolo di Steleno. Gli antichi inalzano costui con maravigliose lodi, et in quanto alla statura del corpo il fanno grandissimo, di maniera che non vogliono che alcuno l’avanzasse di grandezza, la quale dicono che fu di sette piedi; il che pare che Solino affermi dove dice: Molti diffiniscono nessuno non poter passare la lunghezza di sette piedi, tra la quale fu Hercole. Et volendo egli haver sopportato l’odio della madrigna Giunone et fatto servitù al re Euristeo, confermano che di fortezza di corpo et d’ingegno trapassò tutti gli altri. Le cui singolari et gloriose fatiche quasi tutti vogliono che fossero partite in dodici, benché io ne ritrovi trent’una, come che non equali. Primieramente, essendo costui fanciullino et in culla insieme col fratello, da Giunone che con odio il perseguitava (dormendo i padri) gli furono mandati due Serpenti per divorarlo, i quali [p. 226v] veduti da Iphicleo, egli per ciò smarrito si gittò di culla, et con le strida svegliò il padre et la madre, che levandosi di letto trovarono Hercole con le mani havere preso quei Serpenti et amendue haverli affogati. De’ quali nella Tragedia d’Hercole Furioso Seneca in tal modo parla:

Pria che conoscer ei potesse i monstri

Vincerli incominciò; perché due Serpi

C’han le creste sul capo con le bocche

Venian verso di lui; contra de’ quali,

Brancolando si mosse il fanciullino

Con intrepido petto riguardando

Quegli occhi ardenti dei maligni Serpi;

Et stendendo le mani inverso loro

Quasi come scherzando quelli prese

Con quei nodi, c’hor son tanto robusti,

Et con la mano tenera sì strinse

Che strangolò le venenose fiere.

Secondariamente, appresso la Palude Lerna combattete con l’Hidra, crudelissimo monstro, il quale havea sette capi; et ogni volta che se ne toglia uno, subito in loco di quello ve ne nascevano sette. Ma estinta col fuoco la origine vitale di quella, la superò. Della quale nel medesimo loco Seneca parla:

Che i fieri monstri, è il numeroso male

De la Lerna palude? Non al fine

Col fuoco il vinse, et l’insegnò morire?

La terza, essendo il Leone Nemeo a tutti un paese dannoso, egli raccolto da Molorco pastore, che a quel loco era più vicino, se n’andò contra quello, et prese; et indi havendolo scorticato, per segno del valore suo si vestì della spoglia del Leone. Onde Ovidio dice:

Da le robuste braccia morto giace

Il gran Leon Nemeo fiero, et horrendo.

La quarta, andò contra il Leone Teumesio, non meno horrendo del Nemeo; dove arditamente havendoselo posto sotto i piedi, lo scannò. Del quale Statio nella Thebaide fa ricordo:

D’Amphitrione l’adornato figlio

De la spoglia Cleonea, che estinse il fiero

Theumesio Leon da ogn’un temuto.

La quinta fu contra il cigniale Menalio, che rovinava il tutto. Onde Seneca nell’istessa Tragedia:

Che il Menalio cignial sto a ricordare

Tra i folti gioghi d’Erimanto avezzo

Far i boschi d’Arcadia ogn’hor crollare?

Et come dice Lattantio, ei portò questo cignial vivo ad Euristeo. La sesta, egli col corso vinse et prese la cerva c’havea i piedi di bronzo et le corna d’oro, la quale habitava sul monte Menala et nessuno non la poteva pigliare; di che Seneca medesimamente parla:

Et del Menalo monte la veloce

Fiera, ch’il capo havea molto adornato

D’oro da lui fu in corso, et vinta e presa.

La settima, con l’arco ammazzò gli uccelli Stimphalidi, cioè le Arpie, delle quali l’istesso Seneca scrive:

Indi assalì per l’aere gli uccelli

Stimphalidi, li quali erano avezzi

Con l’ale oltraggio fare al giorno, e al Sola.

La ottava, prese il Toro che Theseo vincitore havea menato di Creta, il quale per la [p. 227r] insolenza ruinava tutto il paese d’Athene, del cui s’è detto parlando di Pasiphe. Ma in tal modo Seneca il ricorda:

Di non picciol timore l’ardito Toro.

Nella nona fatica vinse Acheloo, del quale si è narrato parlando di lui; onde Ovidio ciò tocca dicendo:

Non sete voi quelle possenti mani,

Che spezzaste le corna al fiero Toro?

Nella decima vinse et amazzò Diomede re di Thracia, il quale soleva amazzare quelli che alloggiavano seco et poi dargli a mangiare ai suoi armenti; di che Hercole havendolo morto, il fece mangiare ai suoi cavalli proprii. La qual cosa ricorda il medesimo Seneca:

Che starò a ricordar le stalle dove

Il gregge di Bistonio si pasceva

Di carni humane, onde agl’istessi armenti

A la fine fu dato il re perverso?

Nella undecima, essendo il re Busiri figliuolo di Nettuno et Libia divenuto grandissimo ladrone, et dando noia a tutti i passi vicini al Nilo, facendo sacrificio di tutti quelli stranieri che nelle sue mani capitavano alli dei, Hercole ivi arrivando il vinse, et rese securo tutto quel paese. Là onde Ovidio dice:

Adunque ho domat’io Busiri, il quale

Con il sangue stranier macchiava i tempi?

Nella duodecima andò in Libia, et appresso Sumitto città d’Africa, come dice Lattantio, vinse alla lotta Anteo figliuolo della Terra, del quale l’istesso Ovidio scrive:

Ad Anteo della madre il cibo tolsi?

La favola di costui, dove ho scritto d’Anteo si è narrata. Nella terzadecima pose le Colonne in Occidente, delle quali Pomponio Mela nella Cosmographia dice: Indi vi è un monte molto alto posto dirimpetto alla Spagna, et dall’altra parte un altro. Quello è chiamato Calpe, et questo Abila, et l’uno et l’altro si chiama le Colonne d’Hercole. La fama del nome v’aggiunge una favola, cioè Hercole già haver rovinato le cime di molti monti, et con la gran mole d’Anteo et di que’ monti haver fatto una massa, che fece rivolgere l’Oceano per quelle parti dove hora bagna. Né Seneca tacque questo, dove dice:

Et d’ogni parte ruppe i monti, et fece

Al rovinoso Oceano la via.

Nella quartadecima tolse i pomi d’oro alle donzelle Hesperidi et amazzò il vigilante dracone, del quale così dice Seneca:

Dopo questo assalito havendo i luoghi

Del riccho boscho portò via l’aurate

Spoglie di quel sì vigilante drago.

Nella quintadecima pigliò guerra contra Gerione, che in tre forme si transformò, onde tre volte gli fu bisogno vincerlo; et alla fine havendolo morto, con gran pompa condusse l’armento hispano et famosissimo fino in Grecia. Il che tocca Seneca dicendo:

Tra i più lontani gregi de la gente

D’Hispagna, morto fu il pator triforme

Del Taratesio lito, et fu la preda

Da la Spagna ne l’Asia ancho condotta.

Nella sestadecima riportò ad Euristeo il Balteo della reina delle Amazone, la quale fu da lui vinta. Onde Seneca: [p. 227v]

Non vinse lui la vedova regina

De le Amazoni, che proposto havea

Di sempre dimorar in casto letto.

Nella decimasettima amazzò ancho Caco ladro dell’Aventino; onde Boetio parlando della Consolatione:

Et Caco satollò l’ire d’Evandro.

Nella decimaottava Hercole con gran travaglio superò i Centauri, che con insolenza volevano il dì delle nozze rapire Hippodamia a Pirithoo. Di che Ovidio dice:

Né durar meco potero i Centauri.

Nella decimanona amazzò Nesso Centauro, che sotto spetie di farli servigio s’era ingegnato menarli via la moglie Deianira; sì come chiaramente si vede dove si ha scritto di Nesso. Nella ventesima, con l’aiuto di Giove che fece piover pietre, come nella Cosmographia mostra Pomponio, Hercole superò Albione et Begione, che non lontano dalla foce del Rodano gl’impedivano il suo viaggio. Nella ventesimaprima liberò Hesiona figliuola di Laumedonte dal monstro marino, come s’è visto parlando di Laumedonte. Nella ventesimaseconda rovinò Troia. Nella ventesimaterza amazzò Lacinio ladrone, che dava noia con assassinamenti all’ultima parte dell’Italia; et a Giunone edificò un tempio chiamato di Giunone Lacinai. Nella ventesimaquarta (come narra Homero nella Iliade) egli ferin con un dardo da tre punte in una mammella Giunone; il che dice Leontio da lui essere stato fatto percioché dal Re Euristeo havea inteso ch’ella era cagione di tutte le sue fatiche. Nella ventesimaquinta con gli homeri sostenne il Cielo; di che fu cagione, dice Anselmo nel libro della Imagine del Mondo, percioché facendo i Giganti guerra contra i Dei, tutti gli Dei si ritirarono in una parte del Cielo, onde tanto fu il loro peso che pareva il Cielo voler rovinare. Per la qual cosa, affine che non cadesse, Hercole insieme con Atlante vi pose le spalle. Nondimeno la favola è più chiara che, essendo lasso Atlante, et disiando mutar la spalla, in questo mentre Hercole vi sottopose le sue. Onde Ovidio descrivendo quello che si lamenta, il fa in tal modo parlare:

Retto non ho con queste spalle il Cielo?

Nella ventesimasesta, Hercole andò all’Inferno et ivi ferì Dite, sì come nella Iliade Homero dimostra. Nella ventesimasettima liberò dall’Inferno Theseo impaurito per la morte di Perithoo, et il condusse di sopra. Nella ventesimaottava ricondusse Alceste, moglie d’Ameto Re di Thessaglia, dell’Inferno al marito. Percioché dicono che, essendosi infermato Admeto et pregando Apollo che li porgesse aiuto, da Apollo gli fu riposto che non v’era rimedio alcuno, eccetto se qualche d’uno de’ suoi più prossimi non moriva per lui. Il che intendendo la moglie Alceste, non paventò punto accettare la morte in vece del marito, et così morì, et Admeto fu liberato; il quale havendo molto dolore della moglie, pregò Hercole che andasse all’Inferno et conducesse di sopra la di lei anima. Il che fu da lui fatto. Nella ventesimanona, entrando nell’Inferno prese per la barba il Tricipite cane Cerbero che gli vietava la entrata et gli la cavò, legandolo appresso con una catena a tre doppie et conducendolo di sopra, sì come s’è ragionato parlando di sopra di lui. Nella trentesima, ritornando dall’Inferno amazzò Lico Re di The[p. 228r]be perché havea voluto sforzare la moglie Meghera, sì come nella Tragedia d’Hercole Furioso Seneca dice; così ancho divenuto Furibondo amazzò i figliuoli et la moglie, et appresso instituì i giuochi Olimpici in honore di Pelope. Ultimamente, accioché una volta vegniamo a capo, non puotè vincere la trentesimaprima fatica, percioché havendo vinto gli altri monstri, fu sottoposto dall’amore di una donna. Dice Servio che havendoli Eurito Re d’Etholia promesso per moglie Iole sua figliuola, per disconforto dei figliuoli, attento che havea amazzato l’altra moglie Megera, gli la negò. Là onde Hercole, presa la Città et amazzato Eurito, ottenne Iole. Essendo adunque infiammato dell’amore di costei, per suoi commandamenti messe quella clava et la spoglia del Leone, et incominciò profumarsi, vestirsi delicatamente et darsi a cose lascive; et quello che è più vergognoso, tra le serventi dell’amata giovane si diede a filare et raccontar delle favole. Onde nella Thebaide dice Statio:

Così la Lidia moglie si rideva

d’Amphitrione mirando il figliuolo

Esser spogliato de l’horribil pelle,

Et dagli homeri suoi pender le vesti

Sidonie, molli; et d’odorosi unguenti

Tutto essersi bagnato; indi fra l’altre

Serventi sue con la conocchia starsi

Favole raccontando; et con la destra

Già tanto ardita i cembali sonare.

Nondimeno, Ovidio nel suo maggior volume et Statio in questo loco vogliono non Iole Ethola, ma Omphale Lidia essere stata quella che li facesse fare questi esserciti. Ma egli è cosa possibile che l’uno et l’altro fosse vero, essendovi stati molti Hercoli. Così a diversi appresso diverse donne puotè ciò avenire. Mentre adunque era tenuto da così vano amore, Deianira ricordandosi del dono che già le fece Nesso Centauro, et credendo essere vero quello che morendo ei le disse, per voler ritornare Hercole nell’amor suo le mandò segretamente la veste del Centauro; della quale senza considerarvi essendosene vestito et andato a caccia, per lo sudore quel venenoso sangue c’havea toccato quella spoglia di maniera gli entrò nella carne et nelle vene, che cadè in così intollerabile et ismisurato dolore che deliberò morire. Così nel monte Oeta fatto un sublime rogo, donate le saette et la pharetra a Philottete figliuolo di Phiante, ascese sopra quello, et comandò gli fosse dato il foco; onde in tal modo mandò fuori lo spirito. Seneca nella Tragedia d’Hercole Oete dice che fu raccolto in Cielo da Giove, et havendolo pacificato con Giunone sua madrigna gli fece dar per moglie Hebe, Dea della gioventù et figlia di Giunone. Ma Homero nell’Odissea dice ch’egli nell’Inferno fu trovato da Ulisse, et che parlò molto seco. Nondimeno, scrive che colui che vedeva Ulisse non era il vero Hercole, ma un suo Idolo. Costui appresso, quanto vivendo con la sua fortezza fece restare attoniti i mortali, tanto et più morendo ingannò gli sciocchi; percioché con tanta riverenza di sé occupò le menti, che fu tenuto per sublime Iddio. Né solamente da questo errore fu ingannata la Grecia, ma fu tenuto in grandissima riverenza da’ Romani et tutto il mondo; onde con statue, tempi et sacrifici santissimamente, anzi pazzamente fu [p. 228v] adorato et osservato. Ma hora è tempo da scoprire le fittioni; et prima è da vedere quello che suoni il nome d’Hercole. Diceva Leontio Hercole haver havuto il nome da Hera, che è la terra, et Cleos che è gloria; et così Hercole è l’istesso che glorioso in Terra. Overo da Heros et Cleos ; et così si dirà glorioso Heroe. Ma Paolo voleva Hercole essere detto da Erix che significa Lite et Cleos gloria, et così verrebbe a chiamarsi glorioso delle Liti. Ma Rabano nel libro dell’Origine delle Cose dice che, credendo quegli antichi Hercole esser il Dio della virtù, istima egli così essere chiamato quasi Heruncleos , che latinamente diciamo fama d’huomini forti. Et scrive che Sesto Pompeo narra Hercole essere stato agricoltore. Nondimeno i Greci chiamano costui Hiracli ; là onde noi gli dovremmo chiamare Heracli, et non Hercoli. Ma chiamandosi così per l’invecchiata usanza, dai Latini pare che il vitio sia iscusato. Tuttavia, questo nome d’Hercole istimo essere stato d’un huomo solo, cioè di quello che a Thebe nacque d’Alcmena; tenendosi che sia stato appellativo di molti. Percioché Varrone havendo annoverato quarantatre huomini chiamati Hercoli, dice che tutti quelli che si diportarono valorosamente furono nomati Hercoli. Di qui adunque aviene che leggiamo Hercole Tirintheo, Argivo, Thebano, Libico, et altri simili. Là onde si viene a comprendere che tutte le prescritte fatiche non furono d’un solo, ma di più; le quali, perché la confusione dei nomi le ha mischiate insieme, non si sa a cui propriamente si debbano ascrivere, né meno si sa quale fosse fatta pria et quale poscia. Per la qual cosa confusamente si danno ad un solo Hercole. Né è cosa impossibile, secondo Pompeo, che uno ne fosse agricoltore, percioché non solo ai nobili la natura è liberale, benché i corpi dei nobili la fortuna faccia più famosi. La diversità dei costumi et dell’opere diede inventione che prima Iphicleo, et poi Hercole d’altro coito fosse generato, attento che essendo Iphicleo huomo rimesso, fu attribuito ad Amphitrione; et però fu detto prima essere stato generato perché agli Astrologhi parve che alhora era, quando si imaginarono che potesse essere generato, essere convenevole ai suoi costumi; et così conseguentemente quella d’Hercole. Et di qui hanno fatto che fusse generato poi. Et perché era vendicatore delle ingiurie, et introduttore delle leggi et religioni, fu dato per figliuolo a Giove. Ma io tengo che fosse figliuolo d’Amphitrione et generato in un medesimo congiungimento con Iphicleo, come che la acutezza dei Mathematici non possa vedere altra ragione perché fossero gemini et di costumi differenti, eccetto le diversità delle costellationi. Così Giacob et Esau; così ancho molti altri al tempo nostro sono stati gemelli, et non concetti in diversi tempi ma in un medesimo coito, come tiene Agostino nel libro della Città d’Iddio; et nondimeno essa ragione d’operationi diverse non ancho è assai chiara se non al solo Iddio, benché si potrebbono dire molte cose che forse parrebbono conformi alla verità. La Triplice notte attribuita alla concettione di costui, penso essere stata compresa dalle opere humane, percioché non in così breve tempo si finiscono i grandi edifici come si farrebbono le picciole stanze dei poveri; et però come se quasi ancho la natura d’intorno la produttione dei grandi huomini mettesse più tempo et maggiore fatica, dove nella creatione degli altri huomini pare che una sola notte basti, ad Hercole, [p. 229r] che dovea trappassare gli altri, ne furono tre concedute. Credo poi essere stato finto che Giunone li fosse contraria perché il Re Euristeo che a lui signoreggiava, il quale in questo luogo possiamo comprendere per Giunone, dea dei regni, temendo forse l’inclito suo valore, et che non tentasse nel suo regno qualche novità, con imprese continue sempre se’l tenne lontano; et così la potenza reale li fu contraria. Le fatiche ascritte ad Hercole, già habbiamo detto essere state di molti; onde le fittioni d’alcune di sopra habbiamo dichiarate dove hanno appartenuto a quelli che sono stati tenuti di tal numero. Aercune ancho in sé tengono la semplice historia; et però di molte poche ne restano coperte sotto poetico velame. Onde per levarlo, dice Theodontio haver letto in alcuni codici de’ Greci Hercole essere stato figliuolo d’Amphitrione et non di Giove, et che una notte alla culla di lui et del fratello andarono due Serpi (come fu creduto) domestici, et tratti dall’odore del latte, del quale sono molto desiderosi; onde fu ritrovato dai padri che Hercole, vegghiando senza paura nessuna, come meglio poteva con le mani da lui se gli cacciava. Il che fu tenuto per cosa maravigliosa; di che nacque di questo fanciullo tanta speme che non solamente fu tenuto ch’egli havesse a venire huomo mirabile, ma anchor quei sciocchi incominciarono credere che fosse figliuolo d’Iddio; per la qual cosa la favola trovò inventione che fosse conceputa di Giove colui che la moglie honesta havea partorito dal marito. La seconda gloria di Hercole è che amazzò l’Hidra da sette capi, del qual figmento Alberigo recita favola tale. Dove chi l’Hidra fa un certo luogo che spandeva acqua da diverse parti, onde la città et tutti i luoghi et terreni circonvicini ne pativano; di che se si chiudeva un addito, se ne rompevano molti. La qual cosa veggendo Hercole, nel circuito asciugò molti lochi, et così chiuse il gorgo dell’acqua. Ma io tengo ch’egli fosse qualche huomo famoso che rivolse le acque che da diversi scaturigine facevano i lochi paludosi et fetidi, in questo modo, che, cercando il loro principio, rivolse quello in qualche altra parte, lasciando secca la palude Lernea, la quale chiamarono Hidra perché a usanza d’Hidra si piegasse in volta et andasse serpendo, attento che ancho Hidios in greco è l’acqua; onde perché il loco dove pria era la palude fu lasciato secco, finsero l’Hidra essere stata vinta col fuoco. Ma Eusebio nel libro dei Tempi dice che Platone mostra havere di questo Hidra altra openione, il quale afferma l’Hidra essere stato un calidissimo Sophista, percioché è costume dei Sophisti che (se non vi si considera), risolto un dubbio da loro proposto ve ne nascono molti. Ma l’astuto philosopho, lasciate le parti d’intorno, si sforza confutare la principale, la quale rimossa, ancho l’altre si confundeno. Di Acheloo, della favola d’Anteo et dei pomi delle Hesperidi, si è dichiarato il tutto ai luoghi suoi. Della fittione di Gerione, dice Servio che Gerione fu un Re d’Hispagna Tricipite, overo da tre sorti di membra, così però istimato perché signoreggiava a tre Isole vicine alla Spagna, cioè alle Baleari et alla minore Ebuso. Dice ancho che haveva un cane da due fauci, volendo per ciò che si intendesse che era molto potente con essercito per terra et armata per mare; onde narra che Hercole andato ivi con una olla di ferro il vinse, intendendo per l’olla di ferro una forte nave ben fornita d’armi, con la quale Hercole si condusse a lui. Altri poi dissero che questo [p. 229v] Gerione era Trianime; il che Rabano comprende per due suoi fratelli, tanto seco concordi, che in ciascuno di loro pareva che fosse l’anima degli altri. Giustino poi di lui così dice:

In un’altra parte d’Hispagna, la quale è nelle medesime isole dove fu il regno di Gerione, in questa è tanta abondanza d’hapulo, che se gli armenti non sono astenuti da quello vengono tanto saginati che si corrompono; di che gli armenti di Gerione, che in quel tempo solevano essere le sole ricchezze, vennero in tanta fama che Hercole per la grandezza della preda si partì d’Asia, et andò ivi a rubarli. Ma esso Gerione non hebbe tre forme di Natura, sì come dicono le favole, ma furono tre, di tanta concordia che parevano tutti tre d’un animo solo. Né senza cagione ei mosse guerra ad Hercole; ma veggendo i suoi rapiti armenti perduti, per forza con guerra cercò rihaverli.

Questo dice Giustino. Di Caco è stato detto di sopra. Dei due Leoni et del cigniale Menalio, perché crediamo alle historie, non ci resta a dire altro. Delli Stimphalidi uccelli, cioè Arpie, et del Tauro, dove si è parlato del Re Minos si ha trattato. Così di Diomede, di Busiri et delle Colonne, queste sono historie narrate; né meno fu vero delle Amazone, dei vinti Centauri, di Nesso Centauro, degli amazzati Albione et Bergione, et di Hesiona; il che si è particolarmente scritto parlando di ciascuno di loro. Che rovinasse Troia, fu verissima historia. Né che amazzasse Licinio è altro che la morte d’un ladrone. Che sostenesse con gli homeri il cielo, questo è detto impropriamente. Può bene essere che essendo egli stato ammaestrato nella Astrologia da Atlante, a quel tempo famosissimo huomo, et volendo Atlante riposarsi, overo venendo a morte, Hercole entrasse in suo loco, et sotto entrasse nella fatica d’insegnare i corsi dei corpi sopracelesti. Che poi con un dardo da tre punte impiagasse Giunone, descrive l’opra del sapiente; percioché il prudente per tre ragioni sprezza et fa poco conto delle ricchezze et sublimi potenze, attento che le cose temporali in reggerle sono ansie, in conservarle piene di sospetti et pensieri, et nello stato dubbioso et frali. Et così col dardo da tre punte è ferita Giunone da Hercole. Che anchora scendesse all’Inferno et impiagasse Dite, egli è l’istesso che si è detto di Giunone, essendo Dite Iddio delle ricchezze; il quale tante volte è ferito quante sono sprezzate le ricchezze, sì come leggiamo havere fatto alcuni Philosophi, perché le tenevano inimiche degli studi. Che liberasse Theseo, è più tosto historia che fittione. Di Alceste dall’Inferno ritornata ad Admeto, narra Fulgentio che havendo il padre d’Alceste fatto questo partito, che chi voleva sua figliuola per moglie dovesse mettere sotto una carretta due fiere differenti; onde Admeto per dono d’Apollo, et Hercole vi aggiunse il cigniale et il Leone; et così hebbe Alceste. Dice adunque Admeto essere posto in modo de mente, et egli essere detto Admeto, come colui che potrà affrontare il meto, cioè la paura. Questi desidera Alceste per moglie. Alce significa poi Lingua, et Tica prosontione. Adunque la mente, sperando, fa prosontione per sua moglie; aggiunge due fiere alla sua carretta, cioè aggiunge due virtuti alla sua vita dell’animo et del corpo; il leone come virtù dell’animo, et il cigniale come del corpo. Acciò gli è favorevole Apollo et Hercole, cioè la virtù et la virtù. Adunque la prosontione pone sé medesima alla morte per l’ani[p. 230r] ma, come fece Alceste; la quale prosontione, la virtù, benché stia in pericolo di morte, rivoca dall’Inferno, come fece Hercole. Ma io tengo altrimenti. Admeto è l’anima rationale, col quale alhora si congiunge Alceste, cioè la virtù; percioché Alce in greco è l’istesso che virtù, mentre dal leone et dal cignale, cioè dall’appetito irascevole et concupiscevole, la sua carretta che è la sua vita è guidata. La virtù non per altro vi si aggiugne, eccetto che da quella siano frenate le passioni. Et così per la salute dell’anima contra le passioni la virtù oppone sé stessa; la quale se alle volte per la fragilità nostra sottogiace, dalla rivocata fortezza è rilevata. Di Cerbero è stato parlato al suo loco. Il Re Lico poi da lui morto, con le altre particolarità, si appartiene alla historia. Nondimeno, si trova che Hercole morì, come scrive Eusebio, negli anni del regno d’Atreo et Thieste sessantatre, percioché cadè in una infermità mortale; onde per lo rimedio delle doglie si gittò nelle fiamme. Et questo fu quel Hercole Thebano figliuolo d’Amphitrione che visse anni cinquantadue, et morì negli anni del mondo quattromille et quattrocento. Dicono che fu assunto in cielo, percioché tra l’altre imagini celesti dagli Astrologi è descritto che anch’egli fu Astrolago. È stato poi finto che togliesse la Gioventù per moglie, percioché il corpo del famoso huomo, il valore, la fama e il nome sempre più si rinfresca, et dura giovine; potesse poi che si conciliò con Giunone, perché come l’huomo espogliato di vita non puotè più essere turbato né da concupiscenza dei regni, né da altro mortale che signoreggi.

Osea, Creontiade, Creomaco et Diicoonte, figliuoli d’Hercole.

QUESTI furono figliuoli di Hercole et di Megera, figliuola de Creonte Thebano. Tre de’ quali, eccetto Osea, Homero nell’Odissea gli fa figliuoli di Hercole, et da lui ammazzati nel ritorno dall’Inferno dopo il morto Lico. Ma Seneca poeta nella Tragedia di Hercole Furioso nomina solamente Osea et Creontiade da Hercole ammazzati. Et però gli ho notati tutti quattro; de’ quali altro non mi ricordo havere letto.

Hitoneo figliuolo d’Hercole.

[p. 230v] HITONEO, come piace a Lattantio, fu figliuolo d’Hercole et Paphia; il che dimostra ancho Statio, che dice egli havere favorito nella guerra Thebana ad Etheocle. Costui edificò Hittone, antichissima città di Boemia, dove egli signoreggiò. Ma Lattantio in un luogo dice che Statio nomina Hitone per Minerva, da un castello che è in Macedonia dove è l’antica sua sedia.

Cromi figliuolo d’Hercole.

Cromi fu figliuolo d’Hercole, come testimonia Lattantio dicendo: Si trova Cromi essere stato figliuolo d’Hercole, et haver havuto i cavalli di Diomede di Thracia soliti a pascersi di carni humane; i quali, amazzato Diomede, furono da Hercole tolti. Ma Statio, più antico affermatore, di tal cosa dice:

Va Cromi, et Hippodamo; uno de’ quali

Nacque d’Hercole invitto, et glorioso.

Et questo intende Cromi. Et poco da poi segue:

Et poscia Cromi con l’Herculee forze

Et con tutto il vigor del padre prese,

Hippodamo, e il Lanciò fin ne le parti

Dove il termine suo disegna il mondo.

Costui con Adrasto se n’andò alla guerra di Thebe.

Agile figliuolo d’Hercole.

Agile (secondo Lattantio) fu figliuolo d’Hercole, dicendo che, quando dice la gioventù Tirinthia, doversi intender quelli che con Agile figliuolo d’Hercole furono alla guerra di Thebe.

HILO figliuolo d’Hercole.

Hilo fu figliuolo d’Hercole et Deianira, sì come Seneca poeta nella Tragedia di Hercole Oeta in più luoghi dimostra. Costui insieme con gli altri, che dopo la morte del padre furono cacciati dal re Euristeo, se n’andò ad Athene, dove con tutti insieme edificò un tempio alla Misericordia overo Clemenza; et ciò fece per testimonio dell’aiuto concessoli dagli Atheniesi, et per ricorso dei posteri scacciati.

SARDO figliuolo d’Hercole.

Sardo fu figliuolo d’Hercole, come dice Rabano et Anselmo; i quali vogliono che egli con molta gente si partisse di Libia et occupasse l’isola di Sardigna, la quale da’ Greci essendo nomata Ico, dal nome suo fu [p. 231r] detta Sardigna. Ma Solino nelle Meraviglie del Mondo dice ch’ella da Thimeo fu detta Sandaliotte, da Crisippo Munivia, et che Sardo figliuolo d’Hercole (cangiatole il nome) la chiamò Sardigna.

CIRNO figliuolo d’Hercole.

Cirno (secondo Rabano) fu figliuolo d’Hercole, il quale afferma che da lui fu prima habitata quell’isola che noi chiamiamo Corsica, et dal nome suo chiamata Cirno.

DIODORO figliuolo d’Hercole, che generò Sophone.

Diodoro, come nel libro dell’Antichità scrive Ioseppe, fu figliuolo d’Hercole, affermando ch’Alphera et Iamphrante, figliuoli d’Abraham et di Cethura, da Hercole nell’Africa riceverono aiuto, et Echea haverli dato per moglie Isaia sua figliuola; della cui hebbe Diodoro, del quale Sophone fu figliuolo. Et così si vede questo Hercole che generò Diodoro essere stato antichissimo.

SOPHONE figliuolo di Diodoro.

Sophone, secondo Giuseppe nel libro dell’Antichità Giudaica, fu figlio di Diodoro et regnò in Affrica; onde i Barbari della Libica regione da questo Sophone furono nomati Sophaci.

ILIPOLEMO figliuolo d’Hercole.

Piace nella Iliade ad Homero che Ilipolemo fosse figliuolo d’Hercole et Altiocchia da lui rapita in Ephiro, città di Laconia; il quale divenuto grande amazzò l’avo suo vecchio chiamato Licemmone, che traheva l’origine da Marte. Onde fatte alcune navi, con alquante persone, fuggendo i fratelli et i parenti, se ne entrò in mare et andò a Rodo, dove signoreggiò a’ Rodiani. Indi andando i Greci all’impresa di Troia anch’egli vi volse andare, come il tutto si può vedere in Homero.

THESSALO figliuolo d’Hercole, che generò Phidippo et Antipho.

Thessalo, come nella Iliade dice Homero, fu figliuolo d’Hercole, et generò due figliuoli, coi quali andò alla ruina di Troia insieme coi Greci. [p. 231v]

PHIDIPPO et ANTIPHO, figliuoli di Thessalo.

Questi furono figliuoli di Thessalo, sì come Homero nella Iliade dimostra, et andarono insieme col padre alla guerra di Troia.

AVENTINO figliuolo d’Hercole.

Aventino fu figliuolo d’Hercole et di Rhea, sì come mostra Vergilio dove dice:

Et ivi del bel Hercole figliuolo

Mostra Aventino bello i suoi cavalli.

Costui venne in favor di Turno contra Enea. Et Theodontio dice che costui è quello il quale vogliono Latino haver havuto dalla figliuola di Turno.

THELEMO figliuolo d’Hercole, che generò Euripilo et Ciparisso.

Thelepho secondo Lattantio fu figliuolo d’Hercole et Auge; il quale da lei essendo nelle selve alle fiere esposto, fu da una cerva lattato. Costui, come vuole Lattantio, in Licia signoreggiò ai Cithesi, et morendo lasciò due figliuoli.

EURIPILO figliuolo di Thelepho.

Euripilo fu figliuolo di Telepho, sì come nell’Odissea dimostra Homero. Dice Leontio che da Giove fu donata una vite d’oro a Iroio per premio del rapito Ganimede, la quale per successione pervenne a Priamo. Il quale intendendo la virtù d’Eripilo nelle cose di guerra, mandò quella alla madre di lui, accioché gli lo mandasse in aiuto; onde ricevuto il dono, gli lo mandò. Ma egli fu amazzato sotto Troia da Nottolemo con molti dei Chithii, a’ quali dopo la morte del padre havea signoreggiato.

CIPARISSO figliuolo di Thelepho.

Ciparisso secondo Lattantio fu figlio di Thelepho. Dice Servio che Silvano Dio delle selve amò costui; il quale havendo una mansuetissima Cerva da lui tenuta molto cara, quella da Silvano inavertentemente li fu morta, di che Ciparisso per dolore se ne morì. Ma Silvano poi il converse in un albero dell’istesso nome. A questa fittione la conformità del nome, et perché di continuo geme, ha dato materia. [p. 232r]

LIDO ET LARIO figliuoli d’Hercole, del qual Lido fu figlio Lanio.

Furono Lido et Limiro, come afferma Paolo, figliuoli d’Hercole et Iole figlia del Re Erito; de’ quali non è rimasto altro che il nome et che Lido fu padre di Lanio, sì come l’istesso Paolo narra.

LARIO figliuolo di Lido.

Di Lido, come il predetto Paolo vuole, Lario fu figliuolo di Lido; ma non narra di qual madre, né quale fosse la sua vita. Onde, perché altri non ne scrive, non ho che riferir di lui.

EOLO, trentesimonono figliuolo di Giove, che generò Machareo, Canace, Alcione,
Miseno, Criteo, Salmoneo, Iphisiclo, Sisipho, Cephalo et Athamante.

DESCRITTA la progenie del magnanimo Hercole, ci resta parlare d’Eolo Re de’ venti; il quale Theodontio et dopo lui Paolo dicono che fu figliuolo di Giove et Sergesta figlia d’Hippote Troiano, et così fratello uterino d’Aceste. Ma Plinio nel libro della Naturale Historia dice ch’egli fu figliuolo d’un certo Heleno, et che ritrovò la ragione dei venti. Costui nondimeno, come a lui piace, regnò appresso l’isole che solo vicino alla Sicilia verso l’Italia, le quali alcuni chiamano Eolie da questo Eolo, et alcuni Vulcanie da Vulcano, già Re di quelle; delle cui la migliore è Lipari. Chiamano i Poeti costui Re overo Iddio de’ venti; del quale descrivendo Ovidio l’ufficio et la stanza, così dice:

Venne in Eolia a la Città de’ venti,

Ove con gran furor son colmi i luoghi

D’Austri irati; quinci en la gran cava

Eolo preme i faticosi venti

Le sonanti tempe; et come Rege

Pon lor legami, et gli raffrena chiusi;

Ov’essi disdegnossi d’ogn’intorno

Fremono, et alto ne rimbomba il monte.

Et così va continuando per otto versi. Nondimeno esso Eolo (testimonio Vergilio), confessa tenere il regno et l’imperio dei venti da Giunone, sì come si vede quando dice:

Tu (quale ei sia) sol mi concedi il regno

Col scettro, et fai ver me benigno Giove;

Indi m’accogli a le celeste mense,

E auttor mi fai di rie tempeste, e pioggie.

Oltre ciò, Homero nell’Odissea dice che costui, havendo sei figliuoli et altrettante figlie, diede quelle per mogli ai maschi, et che Ulisse errando capitò ivi, dal quale hebbe tutti i venti rinchiusi in una utre et legati in una catena d’argento, eccetto Zephiro. Alcuni assegnano tali ragioni di queste fittioni. Dice Solino Strogile essere una delle Isole [p. 232v] Eolie, et quella dalle parti che il Sol leva non molto stretta, et dalle differente per più minute fiamme; attento che quasi tutte vomitano foco. Là onde nasce che dal fumo di lei spetialmente gli habitatori presentiscono che venti per spatio di tre giorni siano per soffiare. Di che è avenuto che Eolo fosse tenuto Iddio de’ venti, affermando Paolo ch’egli, non havendovi ancho gli altri posto fantasia, fu il primo che alquanto lungamente havendo considerato al rimbombare dei venti et ai moti delle fiamme, di maniera havea compreso i loro corsi che, sentendole o veggendole, subito prediceva qual sorte di vento fosse per levarsi in quelle parti, non altrimenti che s’egli havesse a commandarli. Et così di questa falsa credenza la fama crescendo, appresso gli ignoranti gli impetrò che fosse istimato Dio dei venti. Nondimeno, sono di quelli che vogliano in questa fittione di Virgilio che Eolo, il qual siede nella roccha, sia la ragione ch’in Cerbero ha la sua sede, et i venti siano gl’instabili et vani appetiti che nell’antro dell’human petto fanno tumulto. I quali se dalla ragione non sono raffrenati, è di necessità che conducano in mortal ruina chi gli manda; anzi bene et spesso che ruinino et squarcino tutto il mondo. Percioché habbiamo potuto conoscere quello che sia seguito dalla mal lasciata impetuosa libidine di Pari; che dalla pazza prosontione di Xerse Re de’ Persi; che dall’ambitione di Mario; che dall’avaritia di Crasso, et di molti altri. Che da loro in uno utre dati nel poter d’Ulisse da giudicare, l’habbiamo mostrato di sopra dove d’Ulisse s’è detto. Oltre ciò, Vergilio artificiosamente tocca la natural cagione de’ venti. Veramente nascano nelle caverne oprando il moto dell’aere, et uscendo sono portati per l’aere. Et così confessa tenere il reame da Giunone, cioè dall’aere, senza il quale il vento non puote essere creato; onde quando si levano in alto si racconciliano con Giove, in quanto che s’appropinquano più alla ragione del foco et s’assettano alle mense dei dei, superiori corpi; et durando la dispositione dell’aere convenevole a produrgli, essi ancho continuano. Oltre ciò, sono di quelli che vogliano i dodici figliuoli di Eolo essere dodici Venti, sì come Aristotele nelle Methaure dice che sono; et vogliono che sei di questi habbiano possa col suo spirare oprare che la terra mandi fuori overo dispone le forze a produrre il frutto, et altri sei che rendino quella apparecchiata a riceverlo. Et così gli opranti maschi, et i patienti fanno femine.

MACAREO et CANACE, figliuolo d’Eolo.

Macareo et Canace, come nelle Pistole Ovidio dimostra, furono figliuoli d’Eolo; i quali meno che honestamente amandosi, et usando insieme della commodità consanguinea, avenne che Canace partorì di Macareo un figliuolo. Il quale segretamente per una nodrice essendo mandato fuori del palazzo a nodrire, occorse che il fanciullino infelice col suo gridare si scoperse all’avo; il quale infiammato per la scelerità de’ figliuoli commandò che innocente fosse dato a mangiare a’ cani, et per un Satellite mandò un coltello a Canace, accioché [per] li suoi portamenti usasse di quel[p. 233r]lo. Ma ciò che di lei seguisse, no’l so; ma Macareo se ne fuggì. Et sono di quelli che vogliano questo Macareo essere stato quello che, poscia divenuto Sacerdote d’Apollo Delphino, che acconsentì ad Horeste nella morte di Pirro figliuolo d’Achille.

ALCIONE, figliuola d’Eolo et moglie di Ceice.

Alcione fu figliuola d’Eolo, sì come Ovidio narra, et fu moglie di Ceice Re di Trachinna et figliuolo di Lucifero; de’ quali l’infelice caso habbiamo detto di sopra dove s’è parlato di Ceice.

MISENO figliuolo d’Eolo.

di EOLO fu figliuolo Miseno, sì come dice Vergilio:

Miseno d’Eolo figlio; a cui nessuno

Fu con la tromba eguale in dar ardire,

E in accender col suon i cuori a l’arme.

Questi era stato già fido compagno.

Et così va continuando per otto versi, ne’ quali Vergilio descrive qualmente, morto Hettore, ei seguì Enea; et un certo giorno giuocando a cantare con li Dei, da un Tritone fu preso et annegato. Né molto da poi segue che da Enea fu sepolto, et a quel loco imposto il suo nome. Hora, perché le cose semplicemente dette da Virgilio non sono vere, egli è da considerare quello che vi si nasconda. Finge adunque Miseno d’Eolo figliuolo perché fu trombetta, perché il suono della Tuba non è altro che un spirito mandato fuori per quella concavità dalla bocca, sì come il vento è un aere sforzato et per le concavità della terra mandato fuori; et perché Eolo si dice Dio de’ venti, come di loro sia auttore, dalla simiglianza dell’opra Miseno è chiamato suo figliuolo. Che poi da Tritone trombetta di Nettunno ei fosse pigliato et in mare sommerso, sono di quelli che credano ciò essere inventione di Vergilio per coprire la iniquità d’Enea, il quale spesse volte chiama pio; percioché istimano che da esso Enea che faceva quel infausto sacrificio agli Dei infernali fosse amazzato, sì come Alpenore in quel medesimo loco fu morto, attento che non si poteva fornir quel sacrificio senza sangue humano. Che poi gli facesse un sepolcro, facilmente si può credere, per premio della toltali vita. Né vi è dubbio che appresso Baie non sia un picciolo monte che ancho tiene il nome di Miseno. Ma non so già se quel nome fosse dato a lui dal sepolto huomo o più tosto dal monte all’huomo, accioché fosse più convenevole alla favola.

ERITEO figliuolo d’Esone, che generò Esone, Pherita, Amitaone et Alcimedonte.

[p. 233v] Eritteo fu figliuolo di Eolo, sì come nell’Odissea scrive Homero. Di costui fu moglie Tiro figliuola del Re Salmoneo suo fratello, della cui hebbe Esone, Pherita, Alcimedonte et Amittaone.

ESONE figliuolo di Eritteo, che generò Giasone et Polimia.

ESONE fu figliuolo d’Eritteo et Tiro, sì come s’è detto di sopra. Il quale havendo generato Giasone, famosissimo giovane a quel tempo tra tutti i Greci, fu da lui, per virtù d’incanti et d’herbe di Medea sua moglie, ringiovenito. Della qual fittione il senso può esser tale; cioè che Esone, per l’insperato ritorno et vittoria di Giasone andato in Colco all’acquisto del Vello d’oro, hebbe tanta allegrezza, che quella età che declinava verso la morte parve che tutta si fosse ringiovenita.

GIASONE figliuolo d’Esone, che generò Toante, Euneo, Philomelo et Pluto.

<di> Giasone, testimonio Ovidio, fu figlio di Esone; del quale si narra tale historia. Fu Pelia Re di Thessaglia zio di Giasone, il quale per oracolo havea in comandamento ogni anno sacrificare al padre Nettuno (sì come narra Lattantio). Ma sapeva questo, che ogni fiata che occorresse che alcuno a quei sacrifici andasse con un piede scalzo, egli di certo morrebbe. Avenne che, celebrandosi quei sacrifici, Giasone con fretta a quelli venendo lasciò una scarpa nell’arena del fiume Anauro, che da quel fango gli fu tratta di piede. Onde ciò veggendo Pelia, et incominciando dubitare non solo di sé, ma de’ figliuoli, persuase a Giasone che andasse in Colco all’acquisto del Velo d’oro, con animo che egli dovesse restarvi estinto, percioché havea inteso tale impresa essere invincibile. Il quale, accettata la impresa, si fece da Argo fabricare nel seno Pegaso una nave lunga, la quale dall’auttore fu nomata Argo, et invitò seco quasi tutti i nobili giovani di Grecia, tra quali vi fu Hercole, Orpheo, Castore, Polluce, Zeto, Calai, et molti altri famosissimi et per sangue et per valore giovani, i quali da Statio nella Thebaide sono chiamati per la nobiltà Semidei. Questi dal nome della nave furono detti Argonauti. Onde essendo insieme adunati, dal porto Pegaso Giasone fece partire la nave, et con prospero vento fu condotto in Lenno. Dove essendo quell’isola governata da donne sole, le quali sprezzando l’imperio dei mariti gli havevano tutti ammazzati, et regnando Isiphile già figliuola del Re Thoante, Giasone (come testimonia Statio) havendo insieme con i compagni vinto quelle, fu da Hisiphile ricevuto et nel proprio letto raccolto. Finalmente ripreso da Hercole abbandonò Hisiphile, restata di lui pregna, et giunse in Colcho; dove essendo bellissimo giovane avenne che Medea figliuola del Re [p. 234r] de’ Colchi si innamorò di lui. Alla quale segretamente promettendo torla per moglie, da lei fu ammaestrato a qual partito potesse domare i tori che havevano i piedi di bronzo, mettergli il giogo, ammazzare il Serpente vigilante et seminare nei solchi i loro denti, et poi lasciare che quegli huomini armati che di quelli uscissero tra loro si mandassero in ruina; et ancho gli insegnò la breve via per pigliare il Vello d’oro. Il quale secondo le instruttioni havendo essequito il tutto, venne alla disiata preda, et toltala segretamente, con i compagni et con Medea se ne fuggì. Nondimeno, egli è cosa chiara che tutti gli Argonauti non tennero un istesso viaggio, legendosi che Hercole et quasi tutti gli altri arrivarono all’Helesponto et Propontide, et scrivendo tutti gli antichi che Giasone entrò nella face dell’Hibero, et indi pervenne quasi fino a quella parte dove l’Histro diviso è portato nel mare Adriatico, et in quella entrando arrivò fino nell’Adriatico. Il che allega Aristotele in quel libro delle Cose Maravigliose da Udire, dicendo che benché ivi siano luoghi innavigabili, Giasone gli fece navigabili. Et per confermare questo viaggio, dice, perché quei luoghi per li quali dice che Giasone navigò sono folti et pieni di cose mirabili, si ritrovano altari fabricdati a Giasone, et in una Isola del mare Adriatico da Medea vi fu edificato un tempio a Diana. Oltre ciò, il castello di Pola, che fino al dì d’hoggi dura, prima fu habitato da genti di Colco. Queste cose al mio giudicio non provano con la navigatione, ma più tosto potrebbono fermare quelle che gli altri tengono, cioè Giasone quanto più tosto potesse haver finito il viaggio con la nave; indi ostando i monti al suo navigare, i compagni portando sopra gli homeri la nave haver superato i monti et essere pervenuti all’Histro, fiume Cisalpino, et caminando haver fatto quei tempi et altari che si narrano. Ma tenesse qual viaggio si voglia, si ritrova che gli ritornò col Vello D’oro nella patria, et portò quello (come dice Lattantio) a Creonte re dei Corinthi. Costui di Medea havendo havuto due figliuoli, oprò sì ch’ella gli ringiovenì il padre Esone, la quale poi sotto spetie di ciò fece che le figliuole di Pelia amazzarono il padre; là onde o per la scelerità di questo o per altra cagione Giasone la ripudiò, et come dice Lattantio tolse per moglie Glauce. Ma Seneca nella tragedia di Medea dimostra che togliesse Creusa figliuola di Creonte re di Corinto, per lo qual sdegno, poscia che hebbe veduto per incanti et malie di Medea abbrugiate tutto il palazzo, vide ancho con gli occhi propri da lei con un coltello essere squarciati i propri figliuoli da lui generati; onde di qui può essere vero che egli poi togliesse Glauce. Finalmente per suo diffetto essendo fuggita Medea da Egeo, dal quale era stata tolta per moglie, di novo (come dicono) fu tolta da Giasone, che di Thessaglia era stato scacciato. Onde di novo insieme con Medea passò in Colco et ritornò in stato il vecchio Oeta padre di Medea, il quale era stato privo del reame; indi nell’Asia oprò molte cose magnifiche, intanto che ivi come Dio fu adorato, et al suo nome furono drizzati tempi et altari; i quali poscia per commandamento d’Alessandro Macedonico, che forse hebbe invidia alla sua gloria, furono rovinati. Quale poi et dove fosse la sua morte, non mi ricordo havere letto. In questa historia così succintamente narrata vi sono alcune cose [p. 234v] poetice sotto coperta di fittione, le quali se possiamo sono da scuoprire. Si legge prima che domò i tori c’haveano i piedi di bronzo et che dalle nari spiravano fuoco; i quali istimo che fossero i baroni del regno di Colco, di forze quasi invincibili et di spirito elevati. Onde penso che non con guerra, ma con parole et simili andamenti fossero da lui superati, et che disponesse i populari a seditione secondo il voler suo et di Medea. Di che ammazzato con inganno il vigilante dracone, cioè il sovrastante della guardia del regno, et per la sua morte quasi seminati i denti, cioè le cagioni di tal fatto, i Colchi venissero alle mani l’un contra l’altro; per la qual cosa di maniera venissero con la guerra a indebilirsi, che facilmente poi fossero soggiogati da Giasone et spogliati di ricchezze et del Vello d’oro, cioè del gregge c’havea il pregiatissimo vello. Plinio istima che costui fosse il primo che navigasse con navi lunghe.

THOANTE ET EUNEO, figliuoli di Giasone.

THOANTE et Euneo furono figliuoli di Giasone et Isiphile, sì come a bastanza si vede per Statio nella nelle Thebaide. Fu creduto veramente che, andando Giasone in Colco, ella di lui restasse pregna, et come si può comprendere partorisse due figliuoli; onde appresso le Lenniadi non essendo lecito nodrire maschio alcuno, ella gli mandò altrove ad allevare. Di che essendo poi stata scoperta per havere serbato il padre vivo, et scacciata dalla signoria, fu presa da’ Corsali, et a Ligurgo Re Nemeo venduta, overo come serva data; per la qual cosa più non vide quelli. I quali essendo cresciuti in età, et con Adrasto Re andati alla guerra di Thebe, udirono la madre, da loro non conosciuta, che in una selva trovata a caso dal Re Adrasto, a quello raccontava la vita sua. Là onde subito la conobbero per madre, et la scamparono dall’ira del Re Ligurgo, che la voleva far morire per lo male da lei serbato fanciullino Ophelte. Quello che poi di loro avenisse <di loro>, non ne ho certezza.

PHILOMELO figliuolo di Giasone, che generò Pluto.

PHILOMELO (come scrive Rabano nel libro delle Origini delle Cose) fu figliuolo di Giasone, né di lui altro si legge eccetto che generò Pluto.

PLUTO figliuolo di Philomelo, che generò Paleante.

[p. 235r] Scrive Isidoro nelle Ethimologie che Pluto fu figliuolo di Philomela, del quale non ho trovato altro se non che generò Pareante.

PAREANTE figliuolo di Pluto.

Fu Pareante figliuolo di Pluto, come scrive Isidoro; il quale dice ch’ei possedette l’isola Paro, et il castello di quella dal nome suo chiamò Paro, percioché prima si diceva Minoia.

POLIMILA figliuolo di Esone.

POlimila (secondo Leontio) fu figlio d’Esone; il quale dice che non hebbe altro figliuolo che costui. Ma io credo più all’invecchiata fama, che vuole Giasone essere stato figlio di Esone, che ad un auttor nuovo, benché egli è cosa possibile che Giasone havesse due nomi.

ALCIMEDONTE figliuolo d’Eritteo, che generò Epitropo.

LEONTIO dice che Alcimedonte fu figliuolo d’Eritteo, allegando che Pherecide narra che Alcimedonte venendo a morte lasciò Epitropo suo picciolo figliuolo al fratello Pelia; il quale essendo dalla madre dato a Chirone ad allevare, cresciuto in età da Pelia fu mandato in Colco.

EPITROPO figliuolo d’Alcimedonte.

EPITROPO secondo Leontio fu figliuolo d’Alcimedonte, il quale secondo Pherecide dalla madre fu dato a Chirone Centauro a nodrire. Onde essendo cresciuto in età, ritornando nella patria et dimandando al zio Pelia la paterna heredità, fu da lui mandato in Colco all’acquisto del Vello d’oro.

PERITHA figliuolo di Criteo.

PERITHA fu figliuolo di Criteo et Tiro, sì come nell’Odissea Homero narra; del quale non si legge altro eccetto che fu padre d’Amittaone.

AMITTAONE figliuolo di Criteo, che generò Melampo et Biante.

[p. 235v] Amittaone, come nell’Odissea d’Homero si legge, fu figliuolo di Criteo et Tiro. Dice Homero che costui fu gran guerriero; né più oltre scrive di lui.

MELAMPO figliuolo d’Amittaone.

Melampo, già famoso augure, secondo Statio nella Thebaide fu figliuolo di Mittaone. Scrive Lattantio che costui dalla pazzia curò le figliuole del re Preto, sì come ho mostrato di sopra, onde ne hebbe una per moglie et la metà del regno. Fu veramente questo Melampo dottissimo nella cognitione delle herbe, sì come dissero gli antichi. Di lui restò un figliuolo, Theodamante.

THEODAMANTE figliuolo di Melampo.

THeodamante fu figliuolo di Melampo, sì come testimonia Statio nella Thebaide, dove dice:

Vogliono, che il famoso Theodamante

Del santo, et buon Melampo nato sia.

Fu questo Theodamante di maniera eccellente indovino che, inghiottito dalla terra appresso Thebe Amphiriao, Adrasto et gli altri principi ch’assediavano Thebe sostituirono lui in vece d’Amphiriao.

BIANTE overo BIA, figliuolo d’Amittaone, che generò Manthione et Antiphate.

BIANTE fu figliuolo d’Amittaone, sì come dice Theodontio; del quale Homero narra una historia, che di lui fu moglie Piro figliuola di Neleo; la quale historia si è narrata di sopra dove si ha parlato di Piro. Né altro di lui si legge eccetto che habitò appresso Pilo, città di Neleo, et che hebbe due figliuoli.

MANTHIONE figliuolo di Biante, che generò Clitone et Poliphide.

MANTHIONE, come scrive Homero nell’Odissea, fu figliuolo di Biante et Piro; né di lui riferisce altro eccetto che generò Clitone et Poliphide. [p. 236r]

CLITONE figliuolo di Manthione.

CLITONE fu figliuolo di Manthione, sì come nell’Odissea testimonia Homero, dove dice che essendo bellissimo giovane fu rapito dall’Aurora, né mai più comparse. Nondimeno Barlaam dice che andò in Oriente, né curandosi più di ritornare nella patria signoreggiò ad alcuni popoli; et però fu finto che fosse rapito dall’Aurora.

POLIPHIDE figliuolo di Manthione, che generò Theoclimene.

POliphide fu figliuolo di Manthione (secondo Homero nell’Odissea), il quale allega che fu famoso indovino, et sostituito in loco d’Amphiriao nella guerra Thebana dalla terra inghiottito. Il che narra ancho Statio. Costui generò Theoclimene.

THEOCLIMENE figliuolo di Poliphide.

FU HEOCLIMENE, sì come ad Homero piace, figliuolo di Poliphide; et dimorando nella città d’Argo, et essendo tenuto famosissimo indovino, ivi amazzò un huomo. Là onde essendosi fuggito et venuto nella città di Pilo, d’ivi insieme con Thelemaco figliuolo d’Ulisse si partì, et se n’andò in Ithacia.

ANTIPHATE figliuolo di Biante, che generò Oicleo.

HOMERO nell’Odissea afferma che Antiphate fu figliuolo di Bia et Piro; né di lui si ha altro eccetto che generò Oicleo.

OICLEO figliuolo di Antiphate, che generò Amphiriao.

OCLEO col testimonio dell’istesso Homero fu figliuolo d’Antiphate et generò l’indovino Amphiriao, il quale alcuni tengono che fosse figlio di Linceo Re d’Argivi et d’Hipermestra.

AMPHIRIAO figliuolo d’Oicleo, che generò Almeone, Amphiloco et Catillo.

[p. 236v] AMPHIRIAO (dicano gli altri ciò che vogliano) fu figliuolo d’Oicleo, sì come nell’Odissea testimonia Homero et Statio nella Thebaide. Costui tra gli altri antichi indovini è tenuto il più famoso. Il quale, essendo Adrasto Re d’Argivi parer muover guerra contra Thebani, insieme con Melampo ascese sopra un monte per vedere quello che ne havesse a succedere; et tra il resto havendo previsto che s’ei andava a questa guerra non ritornerebbe più nella patria, si andò a nascondere nelle grotte, né manifestò il loco a veruno altro eccetto che ad Eriphile sua moglie, sì come a fidatissima persona; della quale già havea havuto alcuni figliuoli. Ma instando i Prencipi Argivi che si andasse contra Thebani, né aspettandosi altro che Amphiriao, da loro non ritrovato, avenne che <a> Eriphile havea veduto ad Argia, figliuola d’Adrasto et moglie di Polinice, un monile che già Vulcano havea donato ad Hermiona sua figliastra et moglie di Cadmo, del quale se n’invaghì forte; onde patteggiando con Argia che le donasse quel monile le insegnò Amphiriao, sì come nella Thebaide diffusamente Statio dimostra. Così adunque Amphiriao, per frode della moglie scoperto, con gli altri Prencipi Argivi andò alla guerra; dove un giorno combattendo valorosamente contra Thebani, in un subito levandosi un grandissimo terremoto, et in quella parte dov’egli era aperta la terra, fu insieme con l’armi et con tutta la carretta da quella inghiottito, con grandissima maraviglia dei circonstanti. Statio afferma che costui armato et vivo discese alla presenza di Dite, et secondo il costume poetico dice che il pregò di molte cose; le quali nulla importano a noi. Fu nondimeno appresso gli antichi a quel tempo tanta la trascuraggine, che colui il quale videro per giudicio d’Iddio dalla terra esser inghiottito, il tennero amico d’Iddio, anzi un Dio, et in quella parte dove s’aperse la terra edificarono ad honore del nome un tempio et gli altari, et gli instituirono sacrifici. Dice Plinio che da costui fu ritrovato [ ]; il che non so s’io mi debba credere, perché mi ricordo haver letto appresso i Caldei ciò essere stato inventione di Nembrotto, che fu molto prima.

ALMEONE figliuolo d’Amphiriao.

Fu Almeone figliuolo d’Amphiriao et Eriphile. A costui Amphiriao, sforzato andare alla guerra, manifestò la iniquità della moglie, et gli lasciò la cura di vendicare la futura sua morte; il quale morto il padre, et ricordandosi del suo commandamento, aspettata l’occasione, per mantenere la pietà paterna diventò impio contra la madre, et la amazzò.

AMPHILOCO figliuolo d’Amphiriao.

[p. 237r] HOMERO nell’Odissea dice che Amphiloco fu figliuolo di Amphiriao et Eriphile; né di lui altro ho letto.

CATILLO figliuolo d’Amphiriao, che generò Tiburtino, Catillo et Corace.

Catillo, secondo Solino nelle Maraviglie, fu figliuolo di Amphiriao; del quale in tal modo scrive: Catillo figliuolo d’Amphiriao, dopo la prodigiosa morte del padre appresso Thebe, per commandamento di Odelavo con tutta la famiglia mandato a Versacro, in Italia generò tre figliuoli, Tiburtio, Catillo et Corace, i quali (scacciati dall’antico Castello di Sicilia i vecchi Sicani) dal nome del fratello Tiburtio maggior d’anni diedero nome alla Città. Questo scrive Solino.

TIBURTINO overo Tiburtio, figliuolo di Catillo.

Questi Tiburtio secondo Solino fu figliuolo di Catillo, et dal suo nome, per essere il maggiore, dai fratelli fu chiamata la Città di Tivoli. Ma Plinio nell’Historia Naturale dice i Tiburtini molto prima di Roma haver havuto principio, et appresso loro essere tre Quercie vicino alle quali l’inaugurato si dice. Dicono quello, cioè Tiburtino, essere stato figliuolo d’Amphiriao, che morì a Thebe in una etate prima della guerra Iliaca.

CATILLO figliuolo di Catillo.

CATILLO secondo fu figlio del primo Catillo che [fu] generato da Amphiriao, sì come afferma Solino; il quale, secondo il testimonio di Catone, fu Arcade et generale dell’armato d’Evandro, et edificator di Tivoli.

CORACE figliuolo del primo Catillo.

CORACE secondo Solino fu figliuolo di Catillo primo, et insieme con i fratelli pigliò la Città di Siciliani non lontano da Roma, la quale, sì come è stato detto di sopra, fu dal nome di Tiburnio detta Tivoli. [p. 237v]

SALMONEO figliuolo d’Eolo, che generò Tiro.

SALMONEO secondo Lattantio fu figlio d’Eolo, et regnò appresso Elide. Fu huomo insolente et insupportabile, il quale non si contentando dello splendor regio, si sforzò farsi Iddio dai suoi. Onde fatto fabricare un ponte di bronzo tanto in alto che passava per sopra Elide, con la carretta vi correva per sopra; il che sì per lo suo strepito come per lo suono del bronzo faceva sì gran rumore che pareva un tuono, per la qual cosa i sudditi che all’improviso sentivano questo si smarrivano forte. Oltre ciò, stando così in alto lanciava facelle in simiglianza di folgori, et se per caso colui che era tocco da quelle non moriva, v’erano i suoi seguaci che lo amazzavano. Et così in questa iniquità voleva essere istimato Giove che fulminassi. Ma Iddio non sopportando lungamente la di costui pazzia, con un folgore da dovero il cacciò all’Inferno, come dice Vergilio:

Vidi Salmoneo le crudeli, et giuste

Pene pagar, mentr’anchor cerca farsi

Nel folgore, et nel tuon simile a Giove.

TIRO FIGLIUOLA di Salmoneo.

TIRO, come piace ad Homero nell’Odissea, fu figlia di Salmoneo Re d’Elide; con la quale Nettunno appresso il fiume Enipheo transformatosi in una spetie di quelle acque si giacque, et n’hebbe due figliuoli, cioè Neleo et Pelia, sì come è stato detto di sopra. Poscia ella si maritò in Criteo figliuolo d’Eolo, et partorì Esone, Perita et Amittaone.

IPHICLO figliuolo D’EOLO, che generò Podacre.

IPHICLO secondo Lattantio fu figliuolo d’Eolo, et essendo potente tolse i buoi a Tiro, figliuola di Salmoneo et madre di Neleo, che a Neleo si appartenevano; et quelle ritenne fino attanto che per opra di Biante, overo di Melampo suo fratello augure, gli restituì al genero di Neleo. Percioché questo Iphiclo è quello che, non potendo generare, per commandamento di Biante overo di Melampo hebbe il veneno del serpente; il che fatto, subito generò Podacre. Dice Leontio questo veleno essere un’herba della quale se il serpe ne gusta subito muore, et <i> appropriata alla sterilità. [p. 238r]

PODACRE FIGLIO di Iphicleo.

PODACRE sì come afferma Lattantio fu figlio d’Iphicleo; del quale, auttore nessuno non fa, ch’io m’habbia letto, altro ricordo.

SISIPHO figliuolo d’Eolo, che generò Glauco et Creonte.

SISIPHO fu figliuolo d’Eolo, sì come a bastanza si vede in Ovidio, dove dice:

Ritorna, dove d’Eolo il figliuolo

Sisipho un grave sasso ogn’hor tormenta.

Et Oratio nelle Ode dice Sisipho d’Eolo figlio. Dove egli è da avertire che furono due Sisiphi, et così di necessità vi fa più d’un Eolo, benché Lattantio dice che furono solamente due. Ma prima veggiamo dei Sisiphi. Il primo Sisipho fu al tempo di Danao Re d’Argivi, o almeno di Linceo figliuolo d’Egisto che a Danao successe, perché l’uno et l’altro testimonia Eusebio nel libro dei Tempi. Dice ch’egli al tempo di Danao Re d’Argivi edificò la Città Ephira, la quale Corintho figliuolo di Horeste chiamò poi dal nome suo Corinto, che fu negli anni del mondo Millesettecento et ventinove. Né molto poi, secondo altri allega che l’istesso Sisipho edificò Ephira nell’anno quintodecimo del regno di Linceo, che fu negli anni del mondo millesettecentonovantaquattro. Et questo fu detto Re di Corinthi, cioè d’Ephira. Il che non si conface, percioché quelli che furono detti Re dei Corinthi molti da poi incominciarono, cioè negli anni del mondo quattromila et cento, nel tempo che a’ Latini signoreggiava Enea Silvio et agli Atheniesi Melenthone padre di Codro, il loro primo Re Aletio. Onde costui fu figlio di quel Eolo del quale fu ancho Criteo, Salmoneo et Iphicleo, et gli altri del suo tempo; et di lui fu moglie Merope figliuola d’Atlante, la quale li partorì Glauco et Creonte. Della quale dice Ovidio:

Et Merope la settima figliuola

Sisipho a te mortal fu data moglie.

Vi fu ancho l’altro Sisipho, et medesimamente figliuolo d’Eolo; et di questo l’auttorità di sopra testimoniano più tosto che di quello che si è detto. Et questi fu regnando Egeo in Athene, percioché, come dice Lattantio, havendo Sisipho con crudeli rubamenti occupato un monte posto tra il mare Ionio et Egeo, che si chiama Isthmos, si pasceva con tal pena de’ mortali, che aggravando gli huomini col peso d’un grandissimo sasso gli faceva morire. Ma Servio dice che, havendo egli preso i viandanti, s’assettava sopra un scoglio et gli chiamava che li lavassero e’ piedi; così mentre stavano intenti a tale essercito, con un calcio gli precipitava in mare. Vuole Homero che costui dimorasse nella Città d’Epira d’Argivi, che poscia fu detta Corintho. Altri dicano poi ch’egli fu segretario dei dei, et perché manifestò i loro segreti fu nell’Inferno condennato a tal pena, che sempre rivolgesse un sasso di grandissimo peso, sì come narra Ovidio:

O sempre trahi, o sempre spinge inanzi

Sisipho il sasso, che minaccia danno.

[p. 238v] Costui, sì come habbiamo scritto di sopra, fu amazzato da Theseo; il quale, se fu figlio d’Eolo, non puotè essere di quel Eolo di cui fu l’altro Sisipho, che fu molto più antico, né puotè essere d’Eolo che regnò in Lipari, essendo questi già morto prima che quello nascesse. Et così pare che ci siano stati tre Eoli, i quali senza differenza nessuna i poeti gli chiamano dei de’ venti, o tutti o un solo. Di questo Sisipho, sono di quelli che credano Ulisse essere stato figliuolo, sì come è stato detto dove di lui si ha scritto. Il sasso poi carreggiato di sopra, et poi lasciato venir a basso, dice Macrobio sopra il Sogno di Scipione doversi intendere il mantenere et difendere la vita con efficaci et faticosi sforzi; il che è proprio de’ Ladroni.

GLAUCO figliuolo di Sisipho, che generò Bellorophonte.

Glauco, come nella Iliade dice Homero, fu figliuolo di Sisipho Re d’Ephira; percioché in persona di Glauco, nepote di questo, combattendo sotto Troia contra Diomede, descrive tutta la geneologia di questo Glauco, sì come segue.

BELLOROPHONTE figliuolo di Glauco, che generò Laodomia, Isandro et Hippoloco.

Bellorophonte, sì come si legge nella preditta oratione di Glauco, fu figliuolo del predetto Glauco. Fu questo Bellorophonte bellissimo giovane di persona, et di virtù molto notabile. Dice Homero che costui fu re d’Ephira, et essendo da Prito re d’Argivi privo del reame, per comandamento di lui si ritirò alla sua corte. Di che avenne che Anthia sua moglie, overo (secondo Lattantio) Stenobe, inamorata della di lui bellezza il ricercò ne’ suoi abbracciamenti; onde egli negandole ciò, fu accusato da lei al marito Prito di haverla voluta sforzare. Il quale di ciò sdegnato, et non volendo insanguinarsi le mani di lui, il mandò con alcune lettere ad Ariobate suo socero, nelle quali si conteneva che il facesse morire. Bellorophonte adunque giunto in Licia da Arabiate fu mandato, affine che morisse, ad amazzar la Chimera, percioché la Chimera era un monstro della sorte che è stato detto di sopra. Ma Bellorophonte havuto il cavallo Pegaso se ne volò a lei, et la ammazzò. Indi havendo Ariobate guerra contra i Solimissi, et confidandosi molto nel valore di Bellorophonte, il mandò contra quelli; il quale medesimamente gli vinse et pose in rotta. Poscia gli commandò che pigliasse l’armi contra le Amazone che si erano mosse contra lui, onde [p. 239r] Bellorophonte le vinse et le constrinse ritornare ne’ suoi confini. Il che veggendo il Re, di lui si mosse a compassione, et (secondo Lattantio) gli diede per moglie Alchimene, sua figliuola et sorella di Anthia, con una parte del reame; della cui hebbe Isandro, Hippolaco et Laodamia. Ma Stenobe, poi che seppe egli essere stato dal padre honorato, si ammazzò, et come piace a Servio, per tal peccato le figliuole di Prito divennero pazze. La verità di quello che qui è finto, giudica Fulgentio tale. Dice Bellorophonte essere detto quasi Bulefertinta , il che noi latinamente diciamo consultore di sapienza, il quale sprezza la libidine, cioè Anthia, attento che Anthion in greco latinamente si dice contrario; la quale Anthia è moglie di Prito, perché Pritos si dice Sordido, onde la libidine di chi altri è moglie eccetto che d’un Sordido, et il buon consiglio, cioè Bellorophonte, sopra qual cavallo si assetta se non sopra il Pegaso? Il che è quasi Pegasion , cioè fonte eterno. Percioché la sapienza del buon consiglio è l’eterno fonte; perciò si fa alato, attento che ricerca tutta l’universa natura del mondo con la veloce Theorica dei pensieri. Oltre ciò, Bellorophonte ammazzò la Chimera, la quale è detta quasi Chimeron , cioè Fluttuatione d’amore, che da Fulgentio si depinge con tre capi, perché gli amori sono tre gli atti, cioè incominciare, oprare et finire. Percioché l’amore, mentre nuovamente viene, come Leone fieramente ci assale, il che si intende per lo primo capo della Chimera; la testa di capra poi si finge nel mezzo, che è la perfettione della libidine, percioché la capra è animale pronto alla Libidine. Vi è poi il capo di dragone, il che si intende che doppo la perfettione ci resta la ferita della penitenza et il veleno del peccato. Ma dica quello si vuole Fulgentio, questa è la historia. La Chimera essere un monte di Licia che dalla cima vomita fiamme, indi poco più al basso nodrisce Leoni, poscia alle radici di quello v’abondano molti Serpi; le quali cose rendendo quel loco inhabitato et nocivo ai circonvicini, da Bellorophonte, come è stato detto altrove, fu fatto habitabile et di tai cose purgato. Oltre ciò, pare a Plinio nel libro dell’Historia Naturale che di costui fosse inventione il porre sotto il carro i cavalli.

LAODOMIA, figliuola di Bellorophonte et Madre di Sarpedone.

Bellorophonte et Achimene generorono Laodomia. Costei essendo bellissima piacque a Giove, il quale (secondo Homero) giacque seco et la ingravidò di Sarpedone, che fu poi Re di Licia.

ISANDRO figliuolo di Bellorophonte.

[p. 239v] Isandro, sì come Homero scrive nella Iliade, fu figliuolo di Bellorophonte et Achimene; onde essendo grandissima guerra tra i Licii e i Solimissi, combattendo in favore dei Licii dai Solimissi fu morto.

HIPPOLOCO figliuolo di Bellorophonte, che generò Glauco.

Hippoloco, come di sopra dice Homero, fu figliuolo di Bellorophonte, del quale non si legge altro eccetto che generò Glauco.

GLAUCO figliuolo d’Hippoloco.

Glauco fu figliuolo d’Hippoloco, sì come egli istesso nella Iliade narra a Diomede. Percioché essendo egli venuto in aiuto di Troiani, et un giorno combattendo contra Diomede, venne seco in parlamento, et tra l’altre cose a quello narrò la sua geneologia. Per lo che Diomede, fatto ricordevole dell’antica amicitia de’ suoi precessori, patteggiò seco di più non combattere l’uno contra l’altro; onde dati et ricevuti alcuni doni, si partirono. Questi poi nella guerra fu alla fine morto.

CREONTE figliuolo di Sisipho, che generò Creusa.

Creonte fu Re de’ Corinthi et figliuolo di Sisipho, sì come nella Tragedia di Medea per le istesse parole di lei Seneca dimostra, dicendo:

Unqua non venga ai miseri sì fiero

Giorno, che giunga sì famosa prole

A vergognosa prole, né i nepoti

Di Phebo con di Sisipho i nepoti.

Credo che qui si intenda questo Creonte essere stato figliuolo di Sisipho ladrone, et perciò Medea viene a rifiutare i nepoti di Sisipho come usciti di vergognoso ceppo, che non siano consanguinei a’ suoi figliuoli.

CREUSA FIGLIUOLA di Creonte.

Creusa, sì come s’è visto di sopra, fu figlia di Creonte Re dei Corinthi, et promessa per moglie a Giasone. Là onde per ciò sdegnata Medea, con suoi incanti in un scrigno rinchiuse un inestinguibil foco, et quello fermato il mandò per li propri figliuolini piccioli, sì come una cosa piacevole da giuocare, ad essa Creusa; la quale aprendo quella picciola cassellina per vedere quello che vi fosse entro, subito quel foco mandò fuo[p. 240r]ri la fiamma, et abbruggiò tutto il palazzo di Creonte et essa Creusa insieme. Ma i figliuoli di Medea di ciò avisati si partirono prima.

CEPHALO figliuolo d’Eolo, che generò Hespero.

Cephalo fu figliuolo d’Eolo, sì come chiaramente si vede in Ovidio. Di costui fu moglie Procri figliuola del Re Eritteo; nondimeno dice Servio che nacque d’Hiphilo. Costui fu amato dall’Aurora, la quale (secondo Servio) gli donò un cane chiamato Lelapa et due dardi che mai non erano lanciati indarno, percioché si dilettava di caccie. Onde richiedendoli poi l’Aurora i suoi abbracciamenti, egli le rispose che s’havea dato fede con la moglie di serbare castità; a cui soggiunse l’Aurora, "pregoti che faccia prova della castità di sotto forma altrui". Di che essendosi cangiato in mercante, se n’andò a lei con molte gioie et doni, di maniera che la condusse ne’ suoi voleri; onde subito tutto turbato si palesò a lei chi egli si fosse. Ma Ovidio dice che l’Aurora usando degli abbracciamenti di Cephalo, et egli curandosene poco et amando solamente Procri, dall’Aurora tutta piena di sdegno gli fu detto:

Ingrato ferma tutti i tuoi lamenti,

Et habbi pur, li disse, la tua Procri,

Che, se la mente mia prevede il vero,

Anchor ti pentirai d’haverla havuta.

Il che inteso, subito Cephalo incominciò sospettare della pudicitia della moglie, et deliberato farne esperienza, sotto habito di mercante venne alla propria casa; dove non veggendo cosa nessuna men che honesta, quasi volse lasciare stare di tentare più altro. Nondimeno, durando tuttavia in quella fantasia, tanto fece che pattuì con la moglie per prezzo di molti doni una notte seco; il che concluso, subito si dimostrò chi egli era. Onde Procri, mossa dalla vergogna del fallo, subito se ne fuggì nelle selve et si fece Nimpha di Diana, incominciando attendere alle caccie; dalla quale hebbe in dono un cane et un dardo. Finalmente con preghi havendo Cephalo acquetata la moglie, da lei hebbe in dono il dardo et il cane. Di che continuando tuttavia egli nelle caccie, et bene spesso essendo lasso et affannato, nel maggior calore del Sole si ritirava all’ombre degl’arbori, et per suo refrigerio cantando chiamava l’aura. Per la qual cosa un certo villanello sentendolo, et istimando che ei chiamasse la Nimpha, riferì il tutto a Procri, la quale mossa da Gelosia, per vedere che fosse costei che chiamata andasse a lui, si nascose tra gli arboscelli di quella valle. Là onde secondo il solito sentendo Cephalo che con piacevole voce invitava l’aura, pian piano alquanto si mosse per vedere quello che non havrebbe voluto; Cephalo, sentendo il movere dei virgulti, istimando quella essere una fiera lanciò il dardo che mai non feriva invano, et inavertentemente impiagò la moglie; la quale nelle sue braccia raccolta, pregandolo che in loco di lei non [p. 240v] volesse mai pigliar l’Aura per sposa, se ne morì. Ma Anselmo pare che creda questa Aura essere stata femina, et scrive Cephalo di lei haver havuto un figliuolo chiamato Hespero; il che ancho Theodontio istima. Et così verrà ad essere historia et non fittione quello che si narra.

HESPERO figliuolo di Cephalo.

Hespero, differente al detto di sopra, fu figliuolo di Cephalo et dell’Aura, overo Aurora, sì come scrive Anselmo nel libro dell’Imagine del Mondo. Del quale, eccetto il nome, non si legge altro.

ATHAMANTE figliuolo d’Eolo, generò Phriso, Helle, Learco et Melicerte.

Come a pieno si legge in Ovidio, figliuolo d’Eolo fu Athamante Re; del quale Servio recita questa historia. Dice che Athamante hebbe per moglie Neiphile, della cui hebbe Phriso et Helle; ma stimulata dal furore del padre Libero essendosi andata nelle selve, Athamante tolse Ino, figliuola di Cadmo, per matrigna ai figliuoli. La quale, sì come è costume delle matrigne, contra i figliastri s’imaginò una rovina, onde oprò con Le donne che tutti i fromenti che erano per seminarsi si guastassero; di che nacque una terribil fame. Finalmente Athamante havendo sopra ciò mandato per consiglio ad Apollo, Ino con inganni corruppe colui che v’era stato mandato, et fece ch’ei riferì al Re l’oracolo haverli risposto che la fame non poteva cessare se non s’immolavano i figliuoli di Neiphile, i quali già da lei erano stati accusati che havessero affogati i fromenti. Per la qual cosa Athamante, temendo l’invidia della plebe, publicamente diede nel volere della matrigna i figliuoli, et in segreto a quelli concesse un salutifero rimedio, et oprò che Phriso menasse via il monton d’oro; il quale avisato da Giunone, insieme con la sorella Helle montò sopra quello, et partendosi schifò la morte. Indi v’aggiunge che Giunone dall’Inferno eccitò le Furie contra Athamante; le quali venendo nella stanza dove era a caso Athamante gli gittarono al collo due de’ suoi serpi, i quali guidarono in tanta furia che, veggendo verso di sé venire Ino con due figlioli, credendo ch’ella fosse una Leonza et i figliuoli Leonzini, mandato fuori un gran grido si mosse contra quelli, et togliendo con furia di braccio ad Ino Learco, con tutte le forze il percosse ad un duro sasso. Il che veggendo Ino, et tutta smarrita fuggendo con Melicerte in braccio, con precipitio si gittò ad una rupe in mare, la quale si chiama Leucothea. Quello che poi avenisse di Athamante, non se ne trova memoria. Giunone, Dea dei [p. 241r] [regni] et delle ricchezze, spesse volte è finita dai poeti essere stata contraria a’ Thebani rispetto della frequente mutatione dei re appresso loro fatta; dalla cui veramente consequiscono molti mali ai popoli. Ma quello che s’appartiene ad Athamante, dice Barlaam che l’odio di Ino contra i figliastri fu tale, che per opra d’un certo Ariete che nodriva Phriso, esso Phriso insieme con la sorella Helle se ne fuggì con tutto il tesoro et le cose di più valore, con consentimento però d’Athamante. Di che havendo Ino molto a male, non solamente oltraggiava con parole Athamante c’havesse spogliato il reame di tesoro et d’ornamenti reali, ma ancho havea infiammato tutti i baroni del regno contra lui, come rovinatore dello Stato. Là onde Athamante, sdegnato contra Ino, un giorno prese come furioso i figliuoli da lei partoriti, et ne fece quello che si è detto.

PHRISO et HELLE Figliuoli d’Athamante; il qual Phriso generò Cithoro.

Phriso et Helle furono figliuoli del re Athamante et di Neiphile; contra quali (secondo Lattantio) mentre la madrigna Ino s’imaginava come farli morire, a loro che incerti andavano per l’isola, dalla madre fu apparecchiato un montone dal vello d’oro. Ma Servio ha detto di sopra dal padre; onde, secondo il comandamento di lei amendue montati sopra quello, se n’andarono in Colco per salvarsi. Di che portandoli per mare il montone, avenne che Helle smarrita cadè nel mare, et subito dalla vorraggine dell’acque fu inghiottita. Onde nacque che impose cognome eterno a quel mare, percioché da lei sommersa da indi in poi quella particella di mare dove ella morì fu detta Hellesponto. Phriso poi giunse salvo ad Oeta re de’ Colchi, et essendo di lui amichevolmente ricevuto, appresso l’imperio della madre consacrò il montone alli dei; ma altri vogliono che fosse sacrato a Marte solo. Et sì come scrive Pomponio Mela, appresso le foci del fiume Phasi da Themistagora Milesio fu edificato un castello et nomato Phasi; appresso il quale fu un tempio di Phriso, et un nobile bosco per lo vello del monton d’oro. Finalmente Oeta diede una figliuola per moglie a Phriso, la quale tengo che fosse Calciope. Ma intendendo dall’oracolo ch’egli si dovesse guardare dalla prole d’Eolo, et sapendo che Phriso era nepote d’Eolo, come che gli havesse dato una figliuola per moglie et di lei havesse havuto figliuoli, più tosto temendo di sé che havendo riguardo al genero, per schifare il pericolo a lui annunciato ammazzò l’incauto Phriso. Il che qui ci pare favoloso; et benché di sopra si habbia esposto secondo l’openione di Barlaam, piacemi notare il senso degli altri. Sono adunque di quelli che dicano per lo scampo di Phriso et di Helle essere stata apparecchiata una nave, la cui insegna era un montone d’oro. Ma Eusebio dice che Palefat[p. 241v]to afferma l’ariete essere stato chiamato il bailo per lo quale furono liberati dagli aguaiti della madrigna. Ma che fu adunque quello che da Phriso fu consacrato alli dei overo a Marte, se il montone fu la nave, overo Ariete il bailo? Di che tengo per vero, o simile al vero, quello che dice Barlaam; et che dalla madre a lui fosse apparecchiato il montone si può intendere in tal modo. Habbiamo detto di sopra ch’ella non morì, ma se n’andò nelle selve; onde come consapevole d’un qualche tesoro nascosto puotè rivelarlo al figliuolo, et così apparecchiarli un monton d’oro. Il montone poi fu consacrato a Marte, affine che comprendiamo i re consecrare i tesori, et serbar quelli per potersene servire nelle guerre secondo i bisogni. Oltre ciò, scrive Eusebio che ciò secondo alcuni fu al tempo che Eritteo regnava in Athene et Abante in Argo; il che fu negli anni del mondo tremilaottocento et venti. Secondo altri poi regnando Prito in Argo; che fu negli anni tremilaottocentoquarantatre.

CITORO figliuolo di Phriso.

Citoro fu figliuolo di Phriso, sì come nella Cosmographia testimonia Pomponio. Dice tra l’altre cose appresso il fiume Partenio esservi la città dei Cirtosi, edificata da Cirtoro figliuolo di Phriso. Questi con gli altri figliuoli di Phriso (come dice Lattantio), morto Phriso entrò in mare per fuggire dall’avo Atamante, ma travagliato da fortuna di mare fu raccolto da Esone padre di Giasone. Ma i nomi dei fratelli non si sanno.

LEARCO ET MELICERTE, figliuoli d’Athamante.

Learco et Melicerte furono figliuoli d’Athamante et Ino figliuola di Cadmo, sì come è stato detto di sopra. Questi, nondimeno, morirono piccioli, percioché Learco dal padre fu percosso in un sasso, et Melicerte insieme con la madre Ino che si gittò in mare si annegò. Nondimeno, dicono che Venere havendo di loro compassione pregò Nettuno che li facesse del numero dei suoi dei del mare; il che fu fatto, et però Ino fu chiamata Leucotoe da quella rupe dove ella si gittò, che in latino si direbbe Amatuta, et Melicerte fu detto Palemone, che in latino suona Portuno, et con tempi, altari et sacrifici lungo tempo furono adorati. Ma Servio dice che Melicerte con un navilio andò in Ithismo et fu raccolto dal Re Ethiope, onde i sacrifici Ithismi che si facevano in honore di Nettunno furono fatti Melicerti. Et di qui nacque che da Nettunno furono fatti dei. Theodontio vi aggiunge la cagione, di[p. 242r]cendo che essendo Ino bellissima giovane et Melicerte vago fanciullo, fuggendo col navilio pervennero da Sisipho, il quale da alcuni fu ancho chiamato Ethiope; onde essendo libidinoso usò de’ suoi abbracciamenti, et per premio gli fece dei del mare; et in tal modo pare che Venere per loro intercedesse. Indi, altrove dice che Ethiope ricevette quelli fuggitivi et gli fece sovrastanti al suo porto, dandoli tutte l’entrate che di quello si trahevano; et di qui i loro nomi furono cangiati.

LA RAGIONE per la quale l’auttore non metti tra i figliuoli
di Giove Alessandro Macedonico et Scipione Africano.

Havrei potuto, se mi fosse piacciuto, a così ampia progenie del terzo Giove aggiungere due illustri huomini, Alessandro Macedonico domatore dell’Asia et P. Cornelio Scipione, al quale fu conceduto ricuperare le Hispagne occupate dagli Africani et fare soggetti essi Africani a’ Romani. Ma perché fino alla loro età pare che fosse andato fuori di usanza quella antica pazzia per la quale i famosi si gloriavano essere ascritti con fittione alla prole dei dei, et erano venuti quei secoli ne’ quali lo splendore si cercava per la virtù, più tosto havrebbe paruto cosa ridicola che degna di lume havergli inalzati con questa fittione; ho giudicato lasciarli adietro. Oltre ciò, quello che con ambitione et fraude si cerca, o con silentio si rifiuta, non assai giustamente si concede. Prima Alessandro sopportò favoleggiarsi che Giove in forma di Serpente si congiungesse con la madre Olimpiade, et che ei fosse nato di tale congiungimento. Indi, non ancho contento di molti titoli che la fortuna favoreggiando al suo ardire haveva aggiunto al suo splendore, et di quello che a bastanza per favola del volgo si era ritrovato, con fraude si cercò attribuire Giove per padre, subornando a ciò i sacerdoti d’Amone Libico. O insipido desiderio di famoso giovine; più tosto volere si essere generato di adulterio che di matrimonio; più tosto voler haver la madre impudica che pudica; più tosto voler essere tenuto figliuolo d’un dracone che del clarissimo Re Philippo; et più tosto bastardo che legitimo. O, de menti mortali non solamente vana, ma vergognosa gloria. Colui che continuamente negli occhi degli amici sopportava cose mortali per li rumori delle bugie, vanamente disiava dagli istessi essere riputato immortale. Ma che, alla fine? Per questa cagione meritamente è ributato; né della frode s’allegri colui che per la virtù si poteva lodare. Ma Scipione, se bene per mormoratione del volgo veniva detto essere stato generato da Giove che in forma di Serpente se n’era andato nel letto della madre, onde per questo, et perché la notte quando entrava nel Campidoglio mai non li abbaiavano i cani che l’incontravano, et perché ancho per virtù dei meriti suoi pareva che si accrescesse [p. 242v] fede alla favola, come che ciò non negasse, nondimeno essendo sapientissimo mai non volle confermarlo. Là onde parendo che tacitamente ei rinuntiasse questo honore come frivolo, non si appartiene a me attribuirglilo apertamente. Et così non havendo più ritrovato altri figliuoli di Giove, overo discendenti, et a sé la progenie fatto fine, anch’io medesimamente finirò il libro.

IL FINE DEL TERZODECIMO LIBRO.

LIBRO QUARTODECIMO

di M. GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL GENTILISSIMO ET HUMANO SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

CON LA SCORTA della divina luce, benché con passo tremante, habbiamo caminato per le oscure stanze dell’Inferno et per li lontanissimi luoghi dal cielo delle anime nocenti, et habbiamo ricercato i rozi liti del grandissimo et ampio mare, ma con gagliardo navigare circondato tutte le isole sottoposte a vario calore di Sole; et appresso, di maniera con un certo acuto riguardare habbiamo solcato i suoi profondissimi gorghi, che habbiamo veduto le cerulee habitationi di Nettuno et del vecchio Protheo, i chori et le stanze delle Nimphe, gl’animali del medesimo mare, le schiere dei pesci, et l’origine et capi dei fiumi. Oltre ciò habbiamo passato famosissime città, ombrosi boschi, intricate selve, alti monti, travagliate valli, antri nascosti nelle rupi, mari lunghissimi da trapassare, et apparenze per lo nome loro spaventevoli. Indi, tolte quasi [p. 243r] le piume di Dedalo, con un certo ardito volo della consideratione portati fino in cielo habbiamo riguardato l’aureo trono di Giove, l’aurea casa del Sole, i luoghi spatiosi delli dei, i gran tempi ornati d’oro et di gemme, il consistoro delli dei per la maravigliosa luce splendido et venerabile, i perpetui lumi delle stelle et i loro flessi et reflessi, et i suoi moti composti con maraviglioso ordine. Così, CLementissimo Re, secondo la promessa, al meglio che s’è potuti habbiamo raccolto tutti i fragmenti dell’antico naufragio, et l’habbiamo, vista le forze del nostro ingegno, ridotto in un corpo, quale egli si sia; di maniera che, tolto il principio da Demogorgone, il quale gli erranti antichi dissero primo di tutti i dei, per successioni di quello ordinatamente fino all’ultimo figliuolo di Giove terzo Eolo, et di esso Eolo Athamante, et di Athamante Learco et Melicerte figliuoli, con ogni diligenza l’habbiamo ridotto, affine che s’adempi il tuo desio. Appresso, accioché non paresse che si havesse lasciato alcuna cosa di tua voglia, a tutte le fittioni habbiamo aggiunto quelli sensi che habbiamo trovato dagli antichi, overo ch’io ho per mia openione approvato, sì come tu stesso (concedendo Iddio) sei per vedere. Le quai cose in tal modo adempite, il desiderio del riposo mi persuadeva che, come quasi fossemo giunti in uno loco overo porto da principio ricercato, smontassi di navilio nel lito, et drittamente rendute gratie a Iddio, vero conceditore dei doni, mettessi le ghirlande di Lauro alla vittoriosa barchetta delle fatiche, et andar poi al desiato ocio. Nondimeno Iddio m’infuse di sopra nella mente un più lodevole consiglio. Siamo veramente con l’auttorità de’ Prudenti avisati, che per coniettura preveggiamo quello che del passato sia per avenire. Certamente sono stati soliti bene et spesso, se non sono stati prima acconci et fortificati, molti navili, et ancho grandissimi, combattuti dall’onde contrarie del mare, benché vicini al porto, rompersi, pericolare et in tutto andare in ruina. Che adunque è da pensare che sia per avenire ad una navicella, se slegata et senza governo viene lasciata nel mezzo del mare? Non hora adunque ci resta picciola fatica. In vero la prora è da legare, et la nave da sondare con ferme anchore, et ancho da cuoprire con quelle difese che possiamo, accioché dagl’infiammati folgori dell’aere sì strepitoso non sia abbrugiata, overo fraccassata dalle pioggie mischiate con tempeste, overo dal furibondo Aquilone, dal turbato Austro, dal furioso Euro Libico, et dagli altri senza ordine nessuno soffianti venti percossa in un scoglio o nel lito, overo sia inghiottita dall’onde piene di fortune et vada a male. La quale con grandissimo sudore per gli Euripi et risonanti sassi, per le fortune del mare et mille pericoli, salva fino alla fine del viaggio habbiamo guidata. Il che crederò haver fornito allhora, quando con vere ragioni haverò confutato quelle cose che già sono state opposte et ponno opporsi contra la poesia et i poemi dagli nimici del poetico nome. Ho conosciuto veramente, et mi ricordo quante et quali cose quelli ignoranti dissero, già non havendo chi li rispondesse in contrario. Et di qui, mentre leggeranno quest’opra, assai comprendo quello che mossi da invidia siano per [p. 243v] dire contra i Poeti et contra di me. Adunque a quest’ultima fatica, che si partirà in due altri volumi, mi presti aiuto colui che di tutte le cose è Alpha et O , principio et fine.

PARLAMENTO dell’Auttore al Re.

INSIEME col favore di Giesù Christo, vera perché così ho meco proposto, Illustre Re, quest’opra, pria che drizzi il passo altrove nelle mani di tua sublimità, accioché prima si dia al giudicio di colui per lo cui volere è fatta, et secondo il poter suo gli presti riverenza. Onde, poscia che benignamente havendola ricevuta havrai riguardato il tutto, et col sublime tuo ingegno ricercato tutte le parti sue, ti maraviglierai che in così gran volume la richiesta di tua benignità si sia distesa, come che per la necessità dei libri in molti luoghi tenga che non sia a bastanza perfetto, et forse leggendo i nascosti sensi poco dinanzi sotto roza corteccia, hora prodotti in luce, pieno di maraviglia gli guarderai, non altrimenti che se da un globo di fuoco vedessi uscir fuori fonti di acque. Di che con una certa modesta dilettatione loderai te stesso, che già molto prima ti sei imaginato il vero dei poeti, cioè quelli semplicemente non essere stati huomini favolosi, come vogliono alcuni invidiosi, ma dottissimi, et dotati d’un certo animo divino et arteficio; nondimeno, raccolte tutte le cose, non ho molto per certo quale sarà per essere la openione tua di tutta l’opra. Tuttavia meco stesso m’imagino questo, che (oprando la giustitia sola) tu del corpo et delle membra ne sarai per dare intiera et salda sentenza; et ancho istimo che per la tua carità reale riprenderai le meno atte, et loderai quelle che ritroverai degne di lodi. Veramente questo a me sarà assai et molto, et già di tale speranza mi godo. Poi havendola veduta, et dandola nelle mani delle armi a riguardare, tengo che non sarà da tutti con giusta billancia pesato. Né ciò sarà cosa nova sotto il Sole. Il piacer di sé stesso trahe ciascuno. Oltre ciò l’edace livore, mortal peste de’ viventi, di maniera dalla prima età in poi ha occupato i petti degli huomini, che rarissimi giusti giudicii, abbruciando quello, sono conceduti. Là onde con rabbioso latrare si gli leveranno molti contra, et con crudel morso gli leveranno et straccieranno quelle parti che ritroveranno con men salda fermezza unite et fortificate. Contra e’ quali, perché già sento le parole, secondo usanza antica, et le oppositioni che mi faranno i cianciatori, affine che, come ho già detto, così lunga fatica liggiermente non si risolva, et per li dardi infiammati non vade in cenere et favilla, con opportune risposte è di necessità ch’io gli vada contra. Nondimeno prego che ancho tu, Ottimo Re, per lo quale molto mi sono faticato, meco ponga il tuo generoso petto alle loro colonnie. Il che se farai, gli inimici della nostra fatica come fumo in aria se n’andranno. [p. 244r]

ALCUNE COSE contra gl’ignoranti.

Concorreranno, come si fa allo spettacolo d’una nova opra, non pure l’inetto volgo, ma ancho vi conveneranno gli huomini dotti; et poscia che da ogni parte havranno riguardato, non dubito che non vi siano degli huomini per bontà degni di riverenza, et di mente intiera, et scienza, i quali seguendo i tuoi vestigi loderanno le cose da comendare, et per una certa vera affettione riprenderanno le men degne. A’ quali sarò io tenuto render gratte et essere obligato, benedirli, et ringratiar la loro giustitia. Ma di gran lunga sarà maggiore la moltitudine della plebe che in un circolo, fatta una corona, affiserà gli occhi negli ordini manco bene compartiti dell’opra et ogni altra menda, se alcuna ve ne sarà; più ingorda di vedere qualche cosa da mordere che ritrovar che lodare. Contra questi mi resta la guerra, et da me sono da pigliar l’armi, et mi è di necessità che con migliori ragioni gli convinca; ma non contra tutta la schiera insieme, percioché forse la gran turba facilmente m’opprimerebbe; ma con le squadre partite, affine che le mani s’assuefacciano al combattere, et pian piano si smarriscano gli inimici, sono prima gagliardamente da pigliar l’armi. Sono questi, per lasciare il resto del volgo, alcuni huomini pazzi, i quali hanno tanta loquacità et arroganza che si presumono con gridi dar sentenza contra tutte le cose d’ogni lodatissimo huomo, sprezzandole, facendone poco conto, et pur che possano, biasimandole con vergognose parole. Onde, poscia che del loro abbaiar sonoro, come se predicessero qualche suo grandissimo honore, si sono dimostrati Idioti, non altrimenti che se non si potesse opporre nessuna cosa contra la sua ignoranza, istimando il sommo bene essere il dar opra alle crapule, alle libidine et al pigro ocio, nelle taverne et nei lupanari, stando con le tazze piene di spumoso vino et vomitando le soverchie crapule, si sforzano biasimare le vigilie degli huomini dotti, le fatiche, gli studi, le honeste considerationi et la modestia con le loro infettate lingue, et con le sue vergognose opre bruttare. Di che averrà che, veduta quest’opra, ridendosi diranno, "O insipido huomo, quanta dolcissima quiete et quanto bonissimo tempo ha egli perduto; quanta frivola fatica ha consumato, quanta carta ha perduto, et invano versetti ha esposto. Non sarebbe stato meglio ch’ei fosse stato inamorato, c’havesse bevuto, dormito, et conceduto così gran tempo ai piaceri, che haver scritto queste ciancie?" Soggiungeranno ancho, "Veramente, quelli che vogliono essere tenuti prudenti sono una pazza sorte d’huomini, percioché, perduto il tempo nelle vigilie, pria che godino un giorno lieto, biasimando le cose da lodare, incorreno nella morte a tutti eguale." O giusto et venerabile giudicio uscito dai bacchanali dei ruffiani, dal senato dei gnatonici, dalle taverne dei crapulatori et ubbriachi, et dalle fornaci delle meretrici. Ma che tante cose? I vituperi di questi tali tengo per famose lodi d’[p. 244v]huomini illustri, istimando partecipe di vergogna colui che è lodato da huomini vergognosi. Vadino adunque questi tali ad applaudere a parasiti, ruffiani, meretrici et altri simili, et lodino quelli che danno opra alla crapula et all’otio, lasciando gli huomini saggi et le loro opere nel suo splendore; non essendo nessuna cosa più circonvenevole d’un huomo ignorante, nessuna più noiosa d’un indotto, il quale innanzi il misero et caduco giorno della sua mortalità fa il suo corpo sepolcro dell’anima infelice. Questi veramente puzzano da così fetida infamia, che gli huomini saggi con maggior patientia potrebbono udire più tosto gli asini raggiare, i porci grugnire et muggire i buoi. Vadino adunque questi tali et attendino al ventre, senza non pur riprendere gli altri, ma comparire, se quando sono sobrii punto di loro si vergognano.

CONTRA QUELLI che, non essendo saggi, desiderano di mostrarsi.

Si riguarderà ancho quest’opra un’altra sorte d’huomini, forse manco da riprendere della prima, ma di prudenza non maggiore; et questi sono quelli che, prima c’habbiano veduto la porta della scola, perché talhora hanno sentito mentovare i nomi di philosophi, si tengono essere philosophi, et se non sel credono, desiderano che gli altri lo stimino. Onde, fingendo una certa gravità di parole et costumi, havendo alle volte veduto alcuni libricciuoli volgari, benché solamente parlino delle sommità delle cose, affine che siano riputati quello che disiano, praticano con huomini dottissimi, spesse volte movendo dubbi di cose più sublimi, come sarebbe a dire, qualmente in tre persone sia una deità sola, overo se Iddio può fare un simile a sé, o perché non per mille migliaia de’ secoli creasse Iddio il mondo che lo facesse, et altre tali. Et mentre odeno le risposte dei prudenti, fatte alcune frivoli risposte in contrario, et udite le repliche et conclusioni dei dottori, come quasi a bastanza non sia a loro stato sodisfatto, si vedranno alquanto crollare il capo et con un riso torcer la faccia, riguardando ancho gli astanti non altrimenti che se per riverenza del rispondente lasciassero passar per buone le sue ragioni. Onde, poi, quello che il loro intelletto ha capitato dalla bocca degli huomini dotti et nella memoria sua serbato, appresso qualche donniciuola overo il volgo ignorante, nei circoli, se gli viene occasione, come se havessero veduto i segreti del cielo et da Iddio gli fosse stato rivelato la sua intentione, mandano fuori et quelle medesime cose narrano, volendo che perciò si consideri che non senza grandissima fatica hanno cavato quello di che hanno parlato, col suo ingegno speculativo, dai segreti della divina mente. Et affine che in tutto appresso la plebe siano tenuti per saggi, ampliando i loro parlamenti, non però con quella medesima testura di parole, anzi hor qua hor là per diverse materie trappassan[p. 245r] do, né alcuna concludendo, intricano sé stessi et gli auditori suoi, sì come a sofficienza fossero capaci di tutte l’arti liberali; allegando spesse volte auttori da loro mai non veduti, come sarebbe Prisciano, Aristotele, Cicerone, Aristarco, Euclide, Tolomeo et altri, circa le scienze huomini famosissimi. I quali alla fine da loro con una certa stomacosa diceria mostrano essere sprezzati, con affermare che tratti da una certa dolcezza si sono dati alle cose eccelsi di Theologia. Così fanno ancho dei costumi degli huomini, dei fatti degli heroi, delle sacre leggi, degli ordini et dei latori delle leggi. Et se alle volte aviene parlare della poesia o dei poeti, con tanta noia quelli et i loro poemi, come se intieramente havessero veduto il tutto et conosciuto essere da sprezzare, vituperano, ne fanno poco conto et dimostrano da sé cacciarle, di maniera che, come quasi non gli possano patire, borbottando et imprudentemente dicono le Muse, l’Helicona, il fonte Castalio, il bosco di Phebo et simili cose essere ciancie d’huomini fuori d’intelletto, et favole per li fanciulli in farli apprendere la grammatica. Per le quali scempietadi già so quello che, veggendo questo monstro, diranno contra me, contra l’opra mia et contra i poeti. Ma tengo essere meglio havere compassione alla loro ignoranza che con ragioni opporsi a quelli; percioché non intendendo sé stessi, molto meno sono per intendere gli altri. Sono ignoranti, et mancando del lume della verità dalla sensualità si lasciano condurre; ai quali per carità mia et non per suo merito voglio dire che, lasciati gli altrui uffici, attendino ai suoi. Et se sono vessati da questa cupidigia di gloria d’essere istimati dotti, entrino nelle scole, odino i precettori, volgano i libri, vegghino et imparino, et diligenti visitino le palestre dei disputanti; tenendo a mente che, volendo essere troppo innanzi tempo dotti, non eschino fuori dell’instituto di Pitagora, il quale vietava che alcuno che entrasse nelle sue schole non aprisse la bocca di cose Philosophice prima che non ne havesse udito cinque anni. Il che, poscia che lodevolmente havranno fatto et saranno pervenuti al benemerito titolo, se gli piacerà entrino in mezzo, predichino, disputino, riprendino, correggino, et con forte intelletto si opponino ai suoi riprensori. Che se poi faranno altrimenti, il suo sarà dimostramento di pazzia, et non di sapienza.

ALCUNE poche parole contra i Iurisperiti, insieme con alquante lodi della povertà.

OLTRE CIÒ, sono certi huomini togati, con le fibbie di oro et quasi con reale ornamento notabili, non meno riguardevoli nello andare che per la gravità dei costumi et facondia del parlare, accompagnati da gran schiera di Clientuli, et per grande auttorità [p. 245v] notabili. Questi sono i famosissimi precettori delle leggi et presidi dei tribunali; da’ quali, se dirittamente è amministrata la ragione, i costumi cattivi degli huomini sono raffrenati, l’innocenza s’innalza, et i ciascuno che dimanda viene conceduto quello che è suo; et per questi non solamente il nerbo della Republica nelle sue forze si conserva, ma con immortale giustitia in meglio s’aumenta. Adunque sono venerabili, et dignissimi di sublime honore. Nondimeno, benché con la sua prudenza purghino le altrui colpe, da una macchia sono quasi tutti bruttati. Si affaticano per disio di oro, né altro overo alcuno tengono degno di lode se non risplende di oro. Istimo che questi tali con gli altri verranno per vedere se all’opera nostra con le sue leggi ponno opporre qualche difetto. Né m’inganna (se seguiranno l’antica usanza) quello che vi siano per oppore. Sono soliti, lasciati i rostri et uscendo fuori dei palazzi, et spetialmente mentre alquanto sciolti dagli affari vengono nell’adunanza degli amici, se aviene nel parlamento fare ricordo dei poeti, con lodi innalzare quelli, perché furono huomini dottissimi et eloquentissimi; ma alla fine, dopo molte parole, mandano fuori il nascosto veleno sotto il mele, ma non però mortale. Dicono che sono stati poco prudenti, perché attendendo alla poesia hanno speso il tempo senza nulla avanzare; il che eglino così non hanno fatto, che hanno atteso ad essercitio che dopo lunghe fatiche gli ha fatto conseguire delle ricchezze; aggiungendo a questo i poeti essere stati poverissimi huomini, di nessuno splendore notabili, non riguardevoli per ricchezze né per seguito, volendo perciò inferire che perché non furono ricchi la loro scienza sia da essere tenuta in nessun pregio. Le quali parole insieme con una nascosta conclusione leggiermente entrarono negli animi degli ascoltanti, essendo tutti noi inchinati all’avaritia, et con pazza credenza istimando il sommo bene consistere in possedere ricchezze. Guidati adunque da questa peste, mi imagino che se vedranno la nostra opera dopo molte parole diranno che è bella, ma essere stata vana et disutile la mia fatica, percioché non tende dove s’inchinano l’altrui fatiche dei mortali. Et così parrà che non pur contra di me habbiano dato sentenza, ma per una certa consequenza parranno havere biasimato insieme con l’opera i poeti et la povertà, sì come cosa cattiva. Pia veramente, et all’humanità conforme, et dignissima di gratie pare questa oppositione all’openione del volgo, pur che dal fonte di carità uscisse fuori. Ma perché piglia origine dall’offuscato giudicio dell’appetito inetto, ella è da ridersi et da rifiutare, et alla loro rugginezza è d’havere compassione. Et perché alla dignità di questi tali è da riportarsi, accioché non istimino essere lasciati dopo le spalle, penso la loro obiettione con più ampie parole essere da rivolgere nei suoi principii; confesserò adunque volontariamente quello che è stato detto, la poesia non apportare nessuna facultà et i poeti essere stati poveri, se poveri debbono essere detti quelli che spontaneamente hanno sprezzato le ricchezze. Ma non confesserò già che siano stati pazzi perché habbiano seguito lo studio di poesia, attento che gli terrei prudentis[p. 246r]simi, se cattolicamente havessero conosciuto il vero Iddio; onde ripigliando hora il mio parlare, afine che non paia che con una mia confessione sì lontana assolutamente io voglia lasciare lo steccato della battaglia agli oppositori come vittoriosi, metteremo in campo la loro prima oppositione. Dicono adunque, gli splendidi interpreti delle leggi famosi, la poesia non apportare alcuna ricchezza, volendo per ciò, sì come a bastanza si può comprendere, escludere quella da essere seguita, sì come sia di nessuno momento tra le altre scienze. Veramente, per ritornare a dire quello che ancho ho detto, egli è cosa certa che la poesia non apporta ricchezze; nondimeno non confermo, sì come questi vogliono, questo avenire per ignobiltà, ma perché l’uffitio overo intento delle speculative scienze non è tale né attende a questo, sì come fa l’artificio dei meccanichi et usurai, la cui intentione è tutta a questo fine; il quale, accioché giunga tosto, non operano nessuna cosa di bando. Così ancho gli causidici, i quali di qua dai delitti degli huomini, di là dall’ammaestramento delle leggi, si fabbricano le officine dove col martello della lingua che si vende batteno i dinari, et fanno l’oro con le ciancie delle lagrime dei meschini. Il che in tutto la poesia ricordevole della sua generosa origine abhorrisce et rifiuta; onde se è da biasimare overo di farsene poco conto, seco insieme non sarà di nessuno pregio la phisica maestra delle cose, et per opra della cui impariamo le cagioni delle cose che sono. Di nessuno medesimamente la Theologia, per le cui dimostrationi dirittamente conosciamo Iddio; dei quali non ho mai inteso che lo studio fosse di cercare tesori. Se questi non sanno, la poesia dà opra a cose maggiori. Percioché habitando ne’ cieli, unita nei divini consigli, move da alto le menti di pochi huomini nel desiderio dell’eterno nome, et con la sua bellezza le conduce a sublimi pensieri, et condotte le dimostra peregrine inventioni, et dagli egregi ingegni manda fuori stranieri concetti. Et se quando chiamata con benigne preci dall’alta sedia scende in Terra accompagnata dalle sacre Muse, non ricerca per habitare gli alti palazzi dei Re, non le superbe case degli ociosi, ma entra et habita negli antri, nelle cave dei monti, all’opere dei boschi, nei fonti cristallini et nelle habitationi degli studiosi, benché poverissime, et per la luce a mancare vicina vuote; il che forse si dimostrerrà più a pieno altrove, ricercando ciò la materia. Et così essendo celeste et etterna non ha conversatione alcuna con le cose fragili, caduche et brievi, fa nulla stima degli splendori manuali, sì come vani, volatili et vili, et quelli rifiutando, et contenta dei suoi beni etterni, non cerca et non cura d’accumulare ricchezze. Dopo questo, alla detta oppositione v’aggiungono i poeti essere stati poco prudenti, i quali hanno seguito tale habito, che ai seguaci suoi non ha mai prestato ricchezza alcuna. Onde, per risponderli, tengo essere opra molto prudente fermarsi sopra la elettione; di che vorrei mi rispondessero, chi meritamente nello eleggere sia da essere tenuto più prudente, il giuridica o il Poeta? Veramente istimo che colui più [p. 246v] prudentemente habbia eletto quello studio che trahe la mente alle cose celesti che la abbassi alle terrestri, et che presti un bene più tosto stabile et lungo che frale et brevissimo. I poeti elessero la scienza che tra le stelle, tra le sedie degli dei et ornamenti celesti, con la continua consideratione conduce i suoi. Che ciò sia vero, ne rendano testimonio essi poemi de’ Poeti con Stilo elegante cantati, che guidano al velo chi li legge. Ma i causidici, seguendo la facultà delle leggi, si vagliono della sola memoria degli scrittori, rendendo ragioni non per loro ingegno, ma per gli scritti di leggislatori. Né è da pensare, sì come a bastanza si può vedere, quelli fermarsi d’intorno le cose eccelse o partite dalla natura, come sarebbe se il Sole per dritta o torta strada d’India passa in Hispagna; anzi sapranno rispondere se di ragione hereditaria o più tosto livellaria overo possessoria Titio overo Sempronio occupe un campicello, et se si debba dire certo debito o usuratico, et se una femina callida possa partirsi dal freddo marito. Queste certo sono gran cose, famose et tolte di grembo alla natura. Oltre ciò la Poesia, la quale s’elessero i poveri poeti, è stabile et fisa scientia, fondata con le cose eterne et fermata con i principii; la quale in ogni loco et in ogni tempo è quella medesima, né mai conquassata da nessuni moti. Ma le leggi non così; con ragioni eguali non viveno gli Ethiopi et Sarmati, né quella istessa auttorità di leggi è nella militia che si trova a quelli che viveno nella pace. Indi spesse fiate sono mutate, et vi s’aggiunge et leva. Et appresso ciò, gli statuti particolari et le constitutioni dei regni nel dar delle sentenze fanno restar quelle mutole. S’invecchiano ancho, et alle volte moiono, percioché che alcune già furono in gran pregio che al nostro tempo sono sprezzate, overo in tutto estinte. Et così non sempre sono le istesse, sì come si ritrova la Poesia; delle quali, per più non parlare, assai si vede essere da chiamare facultà delle leggi, et non scienza. Et quanto preceda la scienza alla facultà, i prudenti tanto antichi come moderni se l’hanno conosciuto. Oltre ciò, la Poesia concede un lungo bene agli imitatori, se è da chiamar bene quello che tutti noi pare desiderare, cioè la vita, almeno per fama se non altrimenti, condure in lunga età. Percioché, come si vede chiaramente, col nome del compositore sono quasi immortali i versi dei Poeti. Ma del giurista, se bene alquanto egli con le vesti risplende, spessissime fiate more il nome col corpo. Egli è poco essere durato un secolo, se si annoverano i secoli d’Homero. Et per venire al mio desio, non parrà dubbio alcuno a nessun saggio i Poeti haver fatto buona elettione, là dove i iurisperiti nello eleggere sono stati meno prudenti; percioché sono divenuti non saggi, mentre si sforzano quello che è suo vitio rivolgerlo in quelli che no’l meritano. Poi dicano i Poeti essere stati poverissimi, attento che eglino da quel fonte che habbiamo detto di sopra si sono empiuti il ventre, et spetialmente poi che essi leggisti sono dottissimi, come se la povertà fosse più riprensibile dell’avaritia et ignoranza. <A> Conciosia che egli è chiarissimo i leggisti essersi molto gonfiati d’oro per le lagrime altrui, per le altrui ruine, pericoli, et molte volte miserie; onde si sono vestiti et coperti di varie pelli, et [p. 247r] con le fiubbe dorate compaiono con la schiera adietro dei Clientuli, così volendo però la pazzia di mortali. Ma così non sono i Poeti, non già per sua ignorantia ma per loro innocentia, conciosia che non si può negare che non habbiano voluto essere poveri; ma bene sono stati tanto più per fama et gloria immortali (cosa che questi tali non vogliono che sia); il che con essempi non mi sarà difficile mostrare. Habbiamo per cosa certa Homero essere stato tanto povero che, essendoli mancato il lume degli occhi, non haveva di che pagare un fanciullo che lo guidasse. Ma fermati un poco, che vedrai se questo fu ricca povertà. Vinto Dario, potentissimo Re de’ Persi, da Alessandro Macedonico, nelle mani di quello vennero tutte le bagaglie et altre cose di valore di Dario; tra le quali fu trovato una casselina d’oro di maraviglioso artificio, et d’ornamenti pretiosissimi. Questa, così per volontà del Re come per consentimento di tutti i suoi prencipi, fu serbata non per porvi dentro le gioie né le altre cose simili di valore di lui, ma i volumi d’Homero. Quale mai sì splendido honore è stato conceduto ai bene ornati Iuristi? Nessuno altro fu più povero delli beni di fortuna di Plauto. Per la necessità, affine che honestamente potesse satolare il suo ventre, il giorno s’affaticava per premio a volger con le mani le mole, et le notti vegghiava a comporre le Comedie, il cui numero et artificio operò che la Laurea, spetial insegna de’ vincitori et triomphanti Poeti, non sprezzò cinger le chiome di lui, benché povero. La qual verdezza et odore in honore del suo nome fino al dì d’hoggi dura, là dove degli interpreti delle leggi le berrette, non le giovando l’oro, dai topi et dalle tignuole sono state consumate. Oltre ciò, le sostanze di Ennio da Branditio, famosissimo huomo et poeta Illustre, furono così debili che nell’Aventino si contentava di stare col servigio d’una sola servente, la cui penuria de’ servi gli fu ristorata con la bondanza degli honori; tra quali, essendo per sé stesso huomo chiarissimo, basterà scriverne un solo. Essendo venuto a morte, vollero i Scipioni, che in vita erano stati suoi amici, il corpo di quello essere sepolto nella loro sepoltura, non spreggiando che le ceneri d’un huomo Brondusino fossero mescolate con le ceneri di Cornelii. Oltre questo, chi non sa che Virgilio Marone fu povero figliuolo d’uno che faceva olle? Egli non hebbe altre sostanze che un picciolo podere paterno nella villa Ande, che al dì d’hoggi si chiama Pietola, non lontano da Mantova, il quale da lui non senza lite fu posseduto. I cui meriti de’ suoi studi furono tali che divenne amicissimo d’Ottaviano Cesare, alhora Imperatore del mondo, dal quale, per serbare l’egreggio poema dell’Eneida da lui morendo lasciato per testamento che fusse abbrugiato, ogni auttorità delle leggi fu calcata co’ piedi, et con questi eleganti versi comandò che fosse serbato et honorato:

Dunque han potuto l’ultime parole.

Prego hora voi dottori che mi rispondiate, quale di voi fino hora riccho di gioie, di denari et vesti, da così invito et glorioso prencipe ha havuto tanto honore? Seguivano appresso molti altri, per lieta povertà et per ricevuti honori molto notabili. Ma egli è da por fine agli essempi, havendo sì per questi come per ragioni prodotte a bastanza, come penso, dimostrato i poeti essere stati prudenti, et benché poveri, nondimeno [p. 247v] molto honorati, et fino al dì d’hoggi vivere con fama immortale; là dove le richezze et i nomi dei causidici come fumo nell’aria si sono dispersi. Onde parmi ancho che con l’istesse ragioni si possa comprendere non essere stata cosa fuori di proposito, se questo giova, havere composto i poemi, né i miei sudori non essere stati frivoli in comporre. Hora dopo questo parmi uscire più innanzi, per vedere s’io posso frenar l’impeto degli cianciatori contra la povertà. È adunque la povertà fuggita da molti come insopportabile, interrotta (secondo il volgo) una picciola et poca quantità di beni; benché io istimarei quella essere infermità d’animo, per la quale ancho quelli che di robba sono abondanti molte volte s’affaticano. Percioché se la prima è manca del disio d’accrescere, è piacevole et desiderosa, et infiniti sono i suoi commodi; la seconda poi è inimica di pace et di riposo, che infelicemente tormenta le menti dove habita. La prima fu de’ Poeti; i quali questi chiamano poveri, onde assai gli bastava mentre havessero tanto che gli sostentasse la vita. Con la guida di questa, volendo la libertà, conseguimo la tranquillità dell’animo, et appresso il lodevole ocio; con i quali mezzo, vivendo in Terra gustiamo le cose celesti. Questa è posta in fermezza, né teme le minaccie overo puntare della fortuna che riversa le cose mondane. Fulmini l’aere di sopra, crolli la impetuosa rabia dei venti il mondo; inondino le continue pioggie i campi, eschino del suo letto i fiumi, sia il mare pieno di armate, naschino tumultuose guerre, et corrino i ladroni per ogni parte; ella ridendosi di queste ruine et incendii vive allegra in dolce securezza. Questa per oracolo d’Apollo in persona d’Aglao Sophidio, possessore d’un picciolo campicello, fu preposta ai tesori del Re Gige. Di questa essendosi dilettati i poeti, poterono ornare l’animo di virtù, attendere alle considerationi celesti, tessere i poemi con risonanti versi, et a sé acquistare eterno nome. Di questa essendosi dilettato Diogene, al tempo suo famosissimo Prencipe dei Cinici, puotè donare tutte le sue ricchezze, de’ quali era abondantissimo, a chi ne voleva, et le donò. Più tosto volle habitare in un dolio, come cosa più da conversare, che nei palazzi, et mangiare latuche agresti per le sue mani lavate che adulare a Dionisio per usare delle delitie reali. Questa volontaria abiettione di cose et chiarezza de studi puotè incitare a venirlo a vedere quel superbo giovane che già teneva con l’animo l’imperio a tutto il mondo, Alessandro Magno, che disiava la sua amicitia, et invano gli offeriva gran doni. Di questa dilettandosi Xenocrate, contento d’un picciolo horto, puotè muoversi l’animo dell’istesso giovane a desiderare la benivolentia sua; la quale ricercò con nobile legatione et doni reali. Di questa essendosi dilettato Democrito, lasciò spontaneamente alla Republica di Atheniesi i paterni terreni et le innumerabili ricchezze, giudicando meglio allegrarsi della libertà con la povertà degli studi, che essere travagliato dalla servile cura delle ricchezze. Di questa essendosi dilettato Anaxagora, tratto dalla dolcezza della philosophia puotè sprezzare le gran possessioni, affermando che havrebbe perduto sé stesso se le havesse voluto coltivare. Per opra di costei Amicla, povero nocchiero, nel lito solo, senza paura, udì Cesare che gridava et picchiava alla porta d’una capanna, la cui voce i re superbi temevano. Così il povero Arunco, ardendo tutta l’Italia per l’incendio [p. 248r] della guerra civile, tra i marmorei monti della Luna, riguardando i moti del cielo, del Sole et della Luna, stette senza paura. Queste cose non mirano quelli che stracciano la povertà et la fuggono. Prego che mi dicano, se fosse bisognato ad Homero litigare col lavoratore del terreno, overo dal curatore della casa ricercare i conti delle cose domestiche, quando potrebbe haver potuto pensare ai versi della Iliade et Odissea, et inalzare il nome suo col splendore fino alle stelle, che fino al dì d’hoggi dura? Quando Virgilio? Quando gli altri imitatori della poesia con la povertà? Non adunque i vestiti di porpora la prezzarono perché sia coperta d’un sottil manto, percioché dirittamente ella è la prima gloria de’ studenti. Non so veramente, anzi so quello che importi il corpo ornato di vesti pregiate, se la mente è infettata per lo lezzo dei vitii; né, come pensano, la sollecita turba procede sola alla compagnia. Questa sempre è seguita dai poeti ornati dell’alloro, et spesse volte il nomato Homero, Esiodo, Euripide, Ennio, Terentio, Virgilio, Horatio et molti altri la hanno ornata con divini versi. Così nondimeno con più chiara pompa, vestiti di palmate tuniche i Camilli, i Quinti Curtii, i Fabritii, i Scipioni et i Catoni, già più ricchi d’invidia et di gloria dei fatti che di oro, con splendidi Triomphi l’hanno accompagnata, preposta agli eccelsi Re et posta sopra l’imperio del mondo; così adunque accompagnata et ornata, sola et squalida i giuristi diranno che ella se ne vada. Oltre ciò, la seconda povertà è la loro, che si sforzano fuggire questa come capital nemica; onde non avertendo che con quanto maggiore sforzo segueno le ricchezze, cadono con tanto maggiore empito nel grembo della vera povertà. Gli prego dirmi che altro è la povertà, che nella grande abondanza essere tormentato dal disio di congregare? Dirò io che Tantalo sia riccho, se circondato dal cibo et dall’acqua si muore di fame et sete? Sia ciò lontano, che egli è poverissimo. Ma concediamo ai nostri leggisti la ricchezza di Dario, et veggiamo che piacere ne possano cavare. Se crediamo alla esperienza, sempre sono crucciati da ardente et continua sollecitudine quelli che si chiamano ricchi. Se nell’aere è un nuvoleto, subito sospettano la pioggia, et ansiosi temeno che i seminati non si guastino. Se il vento si leva, che non cavi gli arboscelli, overo gli edifici cadino. Se in terra si leva qualche foco, il ricco per tema trammortisce che non le fiamme non volino nelle sue case. Se si muove guerra, l’infelice si spaventa che i suoi armenti et gregi non li siano tolti. Se nasce concordia dai litigi, come se ciò fosse sua disgratia, ne geme. Onde tormentato da continui rancori sempre teme la invidia degli amici, la astutia dei ladri, la forza degli assassini, le insidie dei parenti, et i tumulti civili. Vi potrei aggiungere molte cose; le quali non solamente fanno poveri questi ricchi, ma ancho mendichi. Nel giuoco sono posti i beni della fortuna, non fermati da nessuno aiuto certo. Cessino adunque i miseri di fare insulto contra i benemeriti, et veggino che, per levare ogni cagione di litigio, i poeti non havere seco voluto nessuna cosa commune. A quella turba con venale grido sempre stanno d’intorno, nelle loggie et tribunali, huomini pieni di liti. Ma i Poeti nelle selve et solitudini passano gli occhi con le consideratio[p. 248v]ni. Quelli con cupido animo ricercano i peccati degli nocenti. Questi col verso inalzano le degne opre degli huomini illustri. Quelli con tutti gli affetti desiderano l’oro. Questi con tutte le forze cercano la gloria et l’inclita fama. Et per non passare più oltre, assai si vede queste cose essere tra sé differenti; le quali se non ponno movere voi, giudici di tutte le cose, che parliate più moderatamente verso i poeti, la auttorità del vostro Solone vi raffreni; il quale di grandissimo datore di leggi, già vecchio volontariamente volò nello studio della poesia.

QUALI SIANO QUELLI che opponghino ai Poeti, et quali le cose che da alcuni gli sono opposte.

Oltre ciò, Serenissimo dei Re, vi è, sì come tu molto meglio hai conosciuto, per dono divino una casa in Terra fabricata a guisa del concilio celeste, et solamente dedicata ai sacri studi. In questa sopra una sublime sedia, mandata dal grembo d’Iddio, fa sua residenza la Philosophia maestra delle cose, con la faccia augusta, notabile per lo divino splendore, ornata di vesti reali et con la corona di oro in capo. Né altrimenti che imperatrice de’ mortali, nella mano sinistra tiene i libri et con la destra regge il scettro. Indi con ornato parlare insegna a quelli che vogliono udire quali siano i lodevoli costumi degli huomini, quali le forze della madre natura, quale il vero bene, et quali i segreti celesti. Dove se entrerai, non è dubbio che tu non vegga un sacrario dignissimo d’ogni riverenza, et se guarderai quello che ponno fare gli studi humani, considerar gl’ingegni et comprendere gl’intelletti, chiaramente ivi il tutto vedrai, et di maniera ti maraviglierai che teco stessa dirai quella essere una casa che contiene il tutto, anzi quasi essa effigie di mente divina, et tra l’altre di somma riverenza dignissima. Sono ivi dopo la imperatrice nelle più alte sedi posti gli huomini, ma non però molti, nell’aspetto benigni et nel parlare; et ancho per la gravità dei costumi con tanta honesta et vera humiltà riguardevoli, che più tosto gli crederesti dei che mortali. Questi già essendo sopra alle attioni pieni di scienza, abondantemente agli altri infondeno quelle cose c’hanno conosciuto. Vi è ancho un’altra moltitudine strepitosa di diverse spetie d’huomini; tra la quale alcuni, lasciata ogni superbia, vigilanti attendeno ai loro commandamenti, per vedere se forse con lo studio potessero ascendere a più alto grado. Altri vi sono poi che, a pena uditi i principii delle cose, con animo superbo stendeno le acute mani nelle vesti della imperatrice, et con acre violenza toltone alcune fila et ornati di varii titoli, i quali bene et spesso fuori di casa trovano, che si vendono, non altrimenti che se havessero tutta la mente piena di divinità con una certa superbia gonfiati si levano dalla sacra stanza; ma nondimeno con quanto danno degli ignoranti, i prudenti se’l veggono. Questi tali adunque, fatta insieme una coniura contra tutte le buone arti, prima si sforzano essere tenuti huomini buoni, lasciano venire [p. 249r] le loro faccie roze per parer vigilanti, camina con gli occhi chini accioché non paia che mai si dilunghino dalle consideratione. Vanno col passo tardo, affine che sotto il soverchio peso delle considerationi sublimi dagli ignoranti siano tenuti vacillare. Vesteno di un habito honesto, non perché la mente sia honesta, ma per potere con la finta santimonia ingannare. Il loro parlare è rarissimo et grave. Pregati, non rispondeno prima che con mandino fuori un sospiro, mettino alquanto tempo fra mezzo, et levino alquanto gli occhi al cielo. Et questo fanno perché dai circonstanti vorrebbeno essere tenuti che non senza difficultà mandassero fuori dalle labbia le parole che sono per dire, come se uscissero da un lontano segreto dei sopra celesti spiriti. Fanno professione di santità, pietà et giustitia, spesse fiate usando quella parola prophetica: Il zelo del Signore mi rode. Di qui procedendo alla dimostratione della sua maravigliosa scienza, dannano tutte le cose che non hanno conosciuto, né invano. La prima loro voce è "Oh", il che fanno overo perché non siano interrogati di quelle cose che non saprebbono rispondere, overo perché siano tenuti haver sprezzato o non curato di savere cose da loro tenute vili et basse, ma haver atteso a maggiori. Con questi inganni havendo preso i giudicii dei poco saggi, prosontuosamente incominciano et segueno andar d’intorno alle città, tramettersi tra i negotii secolari, dar consigli, trattar matrimoni, esser presenti a contratti, dettar note di testamenti, pigliar carichi di far essequirli, et oprar molte cose che poco si convengono a’ Philosophi. Onde aviene che alle volte vengono in gran fama del volgo, et tanto si gonfiano che caminando desiderano dalla plebe essere mostrati a dito, et di lontano udire che si dica che siano gran maestri; indi vedere che i nobili nelle piazze et nelle strade si li levino a far riverenza chiamandoli Maestri, salutandoli, invitandoli, mettendoli di sopra et andandoli dietro. Per queste cose, messa da parte ogni consideratione, hanno ardire oprare il tutto, né si vergognano nelle altrui biade porre le loro falci. Di che aviene che mentre s’ingegnano biasimare le altrui cose aliene dalle sue, alle volte occorre parlare della poesia et dei poeti; de’ quali sentendo il nome, subito s’infiammano di tanto furore che diresti quelli haver gli occhi di fuoco. Né si ponno fermare, fremono, et sono dall’empito crucciati. Poi quasi contra di loro, non altrimenti che contra mortali nemici fosse congiurato, hora nelle scole, hora nelle piazze, hora sopra i pulpiti, ascoltandoli talhora il volgo inerte, incominciano con pazzi gridi biasmarli, di maniera che i circonstanti non pur temino degli innocenti, ma di sé stessi, et dicono la Poesia in tutto non esser niente, et una vana facultà et ridicola; i poeti essere huomini favolosi, et per chiamarli con più dispettoso vocabolo gli dicono fiaboni, i quali habitano le selve e i monti perché non sono dottati di costumi né di civiltà. Oltre ciò, dicono i loro poemi essere troppo oscuri, bugiardi, pieni di lascivie, cavati da ciancie et pazzie delli dei gentili, che affermano un certo Giove adultero et huomo vergognoso hora padre dei dei, hora re de’ cieli, hora foco, hora aere, hora huomo, hora toro, hora Aquila, et altre simili cose inconvenevoli. Così ancho che fanno Giunone, et molti altri simili per nomi famosi. Appresso, grida[p. 249v]no i poeti essere seduttori delle menti, persuasori dei peccati; et per macchiarli (se potessero) con maggior nota d’infamia, dicono che i Poeti sono simie dei Philosophi. Aggiungendo a questo essere grandissimo sacrificio contra Dio leggere overo tenere i libri dei poeti; et senza far nessuna distintione, con l’auttorità di Platone vogliono che non solamente siano cacciati dalle case, ma banditi dalle città; et le loro Scenice mereticole approvando Poetico, fino alla morte dolci, essere detestabili et da cacciare insieme con loro, et in tutto da rifiutare. Che tante cose? Sarebbe troppo lungo voler produrre il tutto che il mortal odio crucciato da invidia gli fa dir contra i poeti. Egli è da credere, Inclito Prencipe, che l’opra nostra pervenirà a queste così celebri giudici, così giusti, tanto benigni et tanto favorevoli, la quale sono certo che sarà circondata a guisa che fa una picciola fiera famelico Leone, per trovarli che divorare. Et perché il tutto è poetico, non aspetto più benigna sentenza di quello che fulminano contra i poeti, né so a quai colpi opporre il petto eccetto a quelli che l’antico odio m’ha dimostrato, et quelle mi sforzerò ributtare. O vero Iddio, sia tu contra a questi inconsiderati gridi, et resisti al furore di questi pazzi. Et tu ancho Ottimo re, perché si è

venuto all’incontro, con le forze del tuo generoso petto sia presente, et porgi aiuto a chi per te guerreggia. Hora fa bisogno l’animo et il petto saldo, percioché le armi di questi tali sono acute et venenose, ma non hanno forza. Nondimeno, se i giudici fossero non bene aveduti, potrebbono haver vigore. Onde mi spavento et tremo, se prima Iddio che non abbandona chi spera in lui et tu poi non mi favoreggi, attento che le mie forze sono picciole et l’ingegno debile; ma la gran speme dell’aiuto in che mi confido farà che accompagnato dalla giustitia farò empito in loro. Già mi sento porgere al cuore ardire.

LA POESIA ESSERE utile facultà.

Volendo io picciolo huomo entrare nella scola contra queste gigantee mole, che si fermano con quella auttorità che ponno a mostrare la poesia essere nulla, overo vana facultà, se dimanderò prima che cosa sia Poesia, overo d’intorno a che s’appartenga il suo ufficio, tengo che non havrò fatto altro che haver cercato il nodo nel giunco. Ma perché egli è da fare che questi tali egregi precettori di tutte le facultà n’aprano un passo, d’intorno alla quale vogliano che sia il nostro contrasto, io di ciò gli prego; nondimeno parmi di vederli, et so che con l’ostinata fronte non mai tinta da rossore alcuno diranno quello che poco inanzi malamente hanno detto. O vero Iddio, adunque sii presente et pon gli occhi a queste loro ridicole obiettioni, drizzando i suoi passi a miglior camino. Dicono adunque, biasimando la poesia, quella al tutto esser nulla; il che se così è, vorrei sapere, onde è nato che già tanto tempo tanti illustri huomini s’habbiano acquistato il nome di Poeta? Onde i molti volumi dei poemi; et onde è nato questo nome di Poesia? Se nulla è la poesia? Certamente, [p. 250r] se sono per risponder niente, sono per andar per Ambages ; così tengo io, perché di ragione non potranno produr cosa che non sia contra la oppositione sua vana. Egli è cosa certa, sì come dopo questo si mostrerà al suo loco, questa, sì come l’altre discipline, havere havuto principio da Iddio, dal quale è nata ogni sapienza; onde, sì come ancho l’altre, dall’effetto ha havuto il nome, dal quale poscia è derivato il celebre nome de’ poeti, et indi dei poemi dai poeti. Il che così essendo, si può vedere che la poesia (come dicevano) non è niente; la quale essendo scienza, che diranno gli altieri Sophisti? Credo che alquanto ritireranno il piede, overo più tosto passando alla seconda parte per la disgiunta copula, soggiungeranno, s’ella è facultà, è vana. O, cosa ridicola. Sarebbe stato men male haver tacciuto, che con parole frivole haversi precipitato in maggior errore. Non veggiono gli ignoranti esso cioè significato di nome di questa facultà dimostrar sempre una certa pienezza. Ma di questo, altrove. Ben prego questi degni huomini che esprimano con qual ragione la facultà della poesia sia da dir vana, attento che per sua instigatione (favoreggiando la divina gratia) vi sono tanti volumi, tanti poemi et tante inventioni chiarissime et peregrine. Veramente si ammutiranno, se il cordoglio della vana dimostratione loro ciò patirà? Ma che dico, io, che ammutiranno? Più tosto vorranno morire che confessare il vero non pure con le estreme labbia, ma né ancho col tacere. Entreranno in un altro addito, et facendo una interpretatione a suo modo, con questa additione soggiungeranno deversi intendere la poesia essere vana, dannosa et detestabile, percioché i poemi che dalla poesia vengono cantano le vanità dei suoi dei et persuadeno cose scelerate. Come che questa reprobatione potrebbe essere confutata col non essere vano quello che è pieno di pazzie, si poteva medesimamente sopportare; ma quello che per lei vogliono si potrebbe con ragion confessare, confessando spontaneamente che non vi è nessuno poema che esprima quello che afferma; là onde se la cattiva spetie potesse nuocere al buon genere, eglino havrebbono vinto. Ma prego dirmi, se Prasitele o Phidia, dottissimi nella scoltura, haveranno scolpito Priapo che di notte vada verso Iole più tosto che la riguardevole per honestà Diana, overo se averrà che Apelle, overo il nostro Giotto, al quale nell’età sua Apelle non fu superiore, più tosto depinto Marte che si congiunga con Venere che Giove che nel trono dia ragione alli dei, diremmo queste arti essere da biasimare? Ciò sarebbe cosa pazza; questa è colpa degli ingegni lascivi. Medesimamente, già furono alcuni poeti, se poeti si denno chiamar questi tali, i quali o per ragione di suo volere o per acquistare la gratia del popolo, così ricercando quel secolo, et persuadendo la vana lascivia, lasciata l’honestà caderono in queste inettie, le quali sono da biasimare, da lasciare et gittar via, sì come più ampiamente si dirà poi. Ma per questa scelerità finta da alcuni non è da biasimare universalmente la poesia, dalla quale veggiamo essere derivate tante virtù, tante persuasioni, ricordi, et ammaestramenti di buoni poeti che hanno havuto cura scrivere le considerationi celesti col loro sublime ingegno, grande honestà et ornamento di stile et di parole. Ma che più? Non solamente è qualche cosa la poesia, ma una scienza venerabile. Et sì come nelle precedenti si ha veduto et [p. 250v] nelle seguenti si mostrerà, è una facultà non vana, ma piena di succo a quelli con l’ingegno premer fuori dalle fittioni. Onde chiaramente si vede, per non allungare più i parlamenti, nel primo entrare della battaglia i nostri capi contrari haverci volte le spalle, et con picciola fatica haverci lasciato libero lo steccato del duello. Ma egli è da narrare che cosa sia Poesia, per dimostrarli quanto falsamente si pensino quella essere una vana facultà.

CHE COSA SIA POESIA onde detta, et quale il suo ufficio.

La Poesia, dagli ignoranti et negligenti lasciata et rifiutata, è un certo fervore di scrivere o dire astrattamente et stranieramente quello che haverai trovato; il quale derivando dal seno d’Iddio, a poche menti (come penso) nella creatione è conceduto. Là onde, perché è mirabile, sempre i poeti furono rarissimi. Gli effetti di questo fervore sono subblimi, come sarebbe condurre la mente nel desiderio del dire, imaginarsi rare et non più udite inventioni, le imaginate con certo ordine distendere, ornar le composte con una certa inusitata testura di parole et sentenze, et sotto velame di favole appropriato nascondere la verità. Oltre ciò, se la inventione richiede, armar regi, condurli in guerra, mandar fuori armate in mare; descrivere il Cielo, la terra e ’l mare, ornar le vergini di ghirlande et fiori, designare gli atti degli huomini secondo le qualità, svegliare i sonnolenti, inanimare i pusillanimi, raffrenare i temerari, convincere i nocenti, inalzare i famosi con meritate lodi, et molte altre cose simili. Se alcuno di questi ne’ quali s’infonde questo fervore farà queste cose men convenevolmente, al mio giudicio non sarà lodevole poeta. Appresso, come che enfiammi gli animi ove è infuso, rare fiate essendo instigato essequisce nessun’opra da essere comendata, se gli instrumenti con quali furono soliti compire le cose considerate veranno meno; come sarebbono i precetti della grammatica et rethorica, de’ quali vi fa mistero buona cognitione. Benché alcuni mirabilmente nello scrivere volgare già habbiano scritto et per ciascuno ufficio della poesia habbiano caminato; nondimeno è stato di necessità che almeno habbiano conosciuto i principii delle arte liberali, et delle morali et naturali, et appresso essere stati ammaestrati della copia dei vocaboli, haver veduto i ricordi dei maggiori, essersi ricordati delle historie delle nationi et regioni del mondo, delle dispositioni dei mari, dei fiumi et dei monti. Oltre questo, le dilettevoli per artificio della natura solitudini fanno bisogno; così ancho la tranquillità dell’animo et l’appetito della gloria secolare, et spesse volte molto ha giovato l’ardore dell’età. Conciosia che, se mancano queste cose, spesse fiate l’ingegno si raffredda d’intorno le pensate. Et perché di questo fervore che illustra et aguzza le forze delli ingegni nessuna cosa non deriva che arteficiata, la poesia per lo più è chiamata arte, della cui poesia il nome non è indi nato; onde molti poco avertentemente istimano cioè da Poyo Poys, che suona l’istesso che fingo fingis, anzi è derivato da Poetes, [p. 251r] antichissimo vocabolo de’ Greci, che latinamente suona esquisita locutione? Percioché que’ primi enfiati di spirito incominciarono stranieramente a parlare a quel secolo ancho rozo, come sarebbe in verso, che allhora in tutto era una sorte di locutione non conosciuta. Et accioché paresse ancho sonoro all’orecchie degli ascoltanti moderarono quello con misurato tempo, et affine che per la troppa brevità non levasse la dilettatione, né con la soverchia allegrezza porgesse rincressimento, con certe regole di misura, et tra diffinito numero de’ piedi et sillabe il constrinsero. Ma quello che da così diligente ordine di parlare usciva, non più era detto poesia, ma poema; et così come già habbiamo detto ha conseguito il nome sì all’arte come all’artificiato dal loro effetto. Diranno forse questi oltraggiatori illustri che, se bene io ho detto questa scienza dal seno d’Iddio essere infusa nelle anime ancho tenere, ch’eglino non vogliono credere alle mie parole, alle quali potrebbono haver conceduto assai fermezza quelle cose che fin’hora habbiamo veduto, se gli animi fossero giusti; ma ancho fanno bisogno testimoni. Se leggeranno adunque quello che Tullio Cicerone, huomo philosopho et non Poeta, ha detto in quella oratione che fece nel Senato per Aulo Licinio Archia, forse s’inchineranno più a darmi fede. Dice egli in tal modo: Et così habbiamo inteso da grandi huomini et dottissimi gli studi dell’altre cose essere fermati nella dottrina, nei precetti et nell’arte; ma il Poeta voler per natura essere eccitato dalle forze dell’ingegno, et quasi essere enfiato da un certo spirito divino. Adunque, per non far più lunga diceria, assai si può vedere dagli huomini pii la poesia essere una facultà, haver origine dal grembo d’Iddio, dall’effetto pigliar il nome, et allei appertenersi molte cose degne et eccelse; delle quali quelli istessi che ciò negano spesse volte si serveno, se cercano dove o quando, et con qual guida et per opra di cui essi compongano le loro fittioni, mentre drizzano le scale per gradi distinte fino al cielo; mentre medesimamente i famosi alberi di rami secondi producono alle stelle, mentre circondano con giri i monti fino in alto. Diranno forse che da lei incognitamente vi sono condotti, et che quello ch’eglino usano è opra di rethorica; il che io in parte non negherò, percioché la rethorica ha le sue parti d’inventione; ma appresso i velami delle fittioni, ella non v’ha che fare. Egli è pura poesia tutto quello che sotto velame componiamo, et stranieramente si ricerca et narra.

IN QUAL PARTE del mondo prima risplendesse la Poesia.

Se tu, Re mio, ricercherai sotto qual parte del mondo, in qual tempo et per opra di cui la poesia primieramente sia comparsa in Terra, a pena penso che ti si potrà dare vera risposta. Alcuni hanno tenuto questa con le sacre cerimonie degli antichi haver havuto origine, et così appresso gli Hebrei essere nata, percioché le Sacre Lettere testimoniano eglino essere stati i primi che facessero [p. 251v] sacrificio a Dio; nelle quali si legge Caino et Abel fratelli, et primi figliuoli nati nel mondo, haver a Iddio sacrificato. Così ancho da Noé, cessando l’onde del Diluvio et escendo dell’Arca, haver fatto sacrificio a Dio. Oltre ciò Abraam, vinti inimici, a Melchisedech sacerdote offerse il pane e ’l vino. Ma per queste cose non restando sodisfatti di quello che cercano, più tosto indovinando che con ragione parlando, dicono questi tali non poter essere stati veri sacrificii senza nessuna cerimonia di parole, soggiongendo che da Mosè il sacrificio fu intieramente essequito quando, dopo l’havere per l’asciutto mar Rosso passato securamente col popolo d’Israele, instituì sacerdoti, sacrificii et il tabernacolo drizzato a guisa di futuro tempio, et ritrovò le orationi per placar la divina mente. Il che veggendo, si dirà la poesia non prima appresso Hebrei haver havuto principio che al tempo di Mosè prencipe d’Israeliti; il quale circa il fine della vita di Marato re de’ Sicioni, morto negli anni del mondo tremilaseicento et ottanta, condusse il popolo d’Israele et ordinò i sacrifici. Vi sono degli altri che vogliono concedere questa gloria ai Babiloni; tra quali Veneto Vescovo di Pozzuolo, grandissimo investigator delle historie, era solito affermare con lungo parlare la poesia essere molto più antica di Mosè, come sarebbe che fosse nata al tempo di Nembrotto. Diceva ch’egli fu il primo inventore dell’Idolatria, percioché havendo veduto il foco commodo a’ mortali, et conoscendo che dai motti et mormorationi diversi di quello certe cose future, fermava quello essere Iddio; et però non solo in loco d’Iddio lo adorò, et ciò persuase ai Caldei, ma etiandio gli edificò tempi, ordinò sacerdoti et v’aggiunse ancho orationi, nelle quali dimostrava egli haver dato origine al parlare. Il che è possibile, benché chiaramente non esplicasse onde ciò havesse cavato. Ma io, come che spessissime fiate habbia letto appresso gli Assiri essere prima stato essercitato lo studio della philosophia et la gloria delle armi, nondimeno senza qualche altro più degno testimonio di fede non crederò così leggiermente un tanto sublime artificio haver havuto origine appresso così fiere nationi. I Greci appresso narrano la poetica essere nata appresso loro, sì come con tutte le forze afferma Leontio; nella quale credenza anch’io alquanto mi lascio condurre, ricordandomi alle volte haver inteso dall’inclito mio precettore tale principio ella haver havuto appresso gli antichi Greci. Percioché al principio tra quegli huomini ancho rozzi havendo alcuni di più elevato ingegno incominciato a riguardare con maraviglia le opre della madre natura, et indi per le considerationi dei sensi entrare in loro una credenza che vi fosse alcuno per opra del quale sotto il suo imperio tutte le cose che vedessero fossero governate et ordinate, il chiamarono, senza altro sapere, Iddio. Indi istimando che alle volte egli ancho venisse ad habitare in Terra, et tenendo che fosse santo, affine che venendo ritrovasse stanze al nome suo fabricate li drizzarono le sacre chiese, et con grandissima spesa le edificarono; onde noi al dì d’hoggi le chiamiamo con l’istesso nome. Poscia, per farselo più favorevole, s’imaginarono alcuni honori singolarissimi da essere a lui fatti nei tempi da quelli chiamati sacri. Finalmente, perché quanto s’imaginarono ch’ei trappassasse ogn’altro di divinità tanto gli pareva che do[p. 252r]vesse essere tra tutti più honorato, vollero che nei suoi tempii et sacrifici fossero constituite le mense d’argento, i vasi d’oro, i candellieri et tutti gli altri simili lavori di gran pregio, et huomini dei più prudenti et nobili del popolo, i quali furono poi da loro detti sacerdoti, accioché vestiti non di communi et volgari habiti, ma di pregiatissime vesti, a quello amministrassero gli uffici. Ultimamente, perché gli pareva cosa vergognosa che quelli pontefici et sacerdoti facessero i sacrifici a tanta deità come mutoli et taciti, vollero che fossero poste insieme parole le quali dinotassero le lodi et magnifichi fatti d’essa divinità, et fossero espressi i voti, et le preghiere del popolo secondo le necessità degli huomini a lui fossero drizzate. Et perché sarebbe paruto inconvenevole parlare con tanta divinità né più né meno come se si parlasse con un lavoratore o con uno suo servo o amico commune, i più prudenti volsero che si trovasse un non commune modo di ragionare, il quale commisero che fosse dai sacerdoti imaginato. Tra quali alcuni pochi, nondimeno, onde si crede che vi fosse Museo, Lino et Orpheo, commossi da una certa instigatione di mente, finissero peregrini versi con tempi et misure regolati, et gli trovarono in lode d’Iddio; ne’ quali, perché fossero di maggior auttorità, sotto corteccia di parole vi posero eccelsi mistieri divini, volendo per ciò che la venerabile maestà di questi tali per la troppo notitia del volgo non fosse trasportata in disprezzo et precipitio. Il quale arteficio essendo paruto maraviglioso et fino allhora non più udito (sì come habbiamo predetto), dall’effetto il chiamarono poesia, overo poete, et quelli che l’havevano composto furono detti Poeti. Et perché ancho il nome favorisce all’effetto, egli si crede ch’ai versi fosse aggiunto il canto; et così con l’altre cose appresso Greci haver havuto origine la Poesia. Del tempo poi, si dubbita molto. Diceva Leontio più volte haver inteso da Barlaam Calavrese suo precettore, et da molti altri huomini dotti in tali cose, nei tempi di Phoroneo Re d’Argivi, che incominciò regnare negli anni del mondo tremilatrecento e ottantacinque, Museo, da noi nomato per uno degli inventori dei versi, essere stato appresso Greci famosissimo huomo, et quasi nell’istesso tempo haver fiorito Lino; de’ quali fino al dì d’hoggi la fama loro è assai illustre, la quale ci dimostra ch’eglino furono ministri sopra gli antichi sacrifici. Et a questo ancho vi s’aggiunge il Thracio Orpheo; onde per ciò sono tenuti i primi Theologi. Ma Paolo Perugino diceva la poesia essere molto più moderna (non mutando però gli auttori), affermando che Orpheo, il quale è scritto per uno degli antichi inventori, fu in fiore nei tempi di Laumedonte re di Troiani, cerca gli anni del mondo tremilanovecento et diece. Et che questo Orpheo fu uno degli Argonauti et non solamente successore a Museo, ma di esso Museo figliuolo d’Eiumelpho precettore. Il che ancho nel libro dei Tempi testimonia Eusebio. Di che si vede (sì come è stato detto) molto più giovane che non si diceva appresso Greci essere la poesia. Nondimeno, a queste cose rispondeva Leontio dicendo che dai dotti Greci era tenuto molti essere stati gli Orphei et i Musei, ma quel vecchio Orpheo che fu contemporaneo all’antico Museo et Lino essere [p. 252v] stato greco, là dove il Thracio è predicato più giovani. Ma perché questo più giovane trovò la orgia di Baccho et Menandro notturne compagnie, et rinovò molte cose d’intorno ai sacrifici antichi, et nella oratione hebbe molto potere, per le quai cose appresso i contemporanei fu tenuto in molta stima, dai posteri fu istimato il primo Orpheo. Alla cui openione è forse da accostarsi, ritrovandosi ancho per testimonio d’alcuni antichi anzi il nato Giove Cretese esservi stati alcuni poeti, constando per Eusebio, che dopo la rapita Europa da Giove fiorì Orpheo Thracio. Essendo adunque tra loro così discordi, né adducendo nessuno assai valido testimonio degli auttori antichi per confermare le loro ragioni, non ho per certo a cui si debba credere. Tuttavia si vede per li tempi descritti, se si deve dar fede a Leontio, appresso Greci più tosto che appresso Hebrei; et se a Veneto, prima appresso Caldei che appresso Greci essere comparsa la Poesia. Se poi vogliamo credere a Paolo, seguirà che Mosè pria che i Babiloni o i Greci di questa essere stato maestro. Ma io, come che Aristotele tratto forse dalla ragione detta di sopra dica i primi poeti essere stati Theologi, tenendo ch’egli habbia voluto inferire perciò ch’eglino fossero greci, il che pare che levarebbe un poco della openione di Leontio, non crederò già che i sublimi effetti di questa poesia (lasciamo in quella bestia di Nembrotto), ma né in Museo, Lino overo Orpheo, benché antichissimi poeti, se forse (come pensano alcuni) Museo et Mosè non sono un istesso, fossero prima infusi, ma nei sacratissimi et dicati a Dio Propheti, leggendo che Mosè (conceduto questo, come penso, al desiderio) scrisse una grandissima parte del Pentateuco non solamente in stile, ma in versi heroici, dettatili dallo Spirito Santo. Et così ancho molti altri grandissime case in versi latini sotto velame da noi chiamato poetico hanno finto; de’ quali io, né forse vanamente, penso i poeti gentili haver seguito i vestigi in comporre i poemi. Nondimeno, là dove i divini huomini ripieni di Spirito Santo et da quello instigati scrissero i suoi volumi, così gli altri per violenza della mente, onde sono stati detti vates , cacciati da questo fervore hanno fornito i suoi poemi. Ma tu, inclito Re, non havendo io altro che mi dire d’intorno tale origine, secondo il giudicio tuo piglia quello [che] ti piace.

CHE PIÙ TOSTO EGLI si vede essere cosa utile che dannosa haver composto le favole.

QUESTI magnifici cianciatori affermano appresso le cose dette che i poeti sono huomini favolosi, et per usare di più vile et detestabile vocabolo, stomacosi, et alle volte ancho gli chiamano cianciaroni. Né dubito punto che appresso gli ignoranti questa obiettione non paia molto vera et scelerata. Ma io me ne rido. Non può il lezzo delle fracide lingue d’alcuno macchiare [p. 253r] il glorioso nome degli huomini illustri. Mi doglio veggendo questi tutti tinti di livore sfrenatamente lasciarsi trasportare contra gli innocenti. Ma che sarà poi? Concedo che i poeti sono favolosi, cioè compositori di favole; né ciò istimo vergognoso, altrimenti di quello che sarebbe ad un Philosopho havere formato un silogismo. Percioché si egli si dimostra che cosa sia favola, quali le spetie delle favole, et di quali questi favoloni habbiano usato, istimo che ciò non parrà sì grande sacrilegio (come vogliono questi) l’havere narrato favole. La favola adunque tra l’altre cose piglia honesta origine da For Faris , et da quella deriva la confabulatione, la quale altro non suona che collocutione. Il che assai si dimostra per Luca nell’Evangelio, mentre scrive di due discepoli che dopo la passione di Christo andavano in un Castello chiamato Emaus, così dicendo: Et eglino ragionavano insieme di tutte quelle cose che erano occorse; onde avenne che fabulando et ragionando tra loro, esso Christo si gli avicinava et andava seco. Et se il favoleggiare, o vogliamo dire fabulare, a quei santi huomini non si imputava vitio, non sarà peccato havere composto favola. Ma cedamo un poco a questi. Non mi ostinerò che non sia fuori di proposito l’havere composto favole, s’io vi concederò che i poeti habbiano solamente composto le semplici favole; ma eglino non saranno mai letti che da un huomo intelligente non sia conosciuto qualche gran misterio essere nascosto sotto la favolosa corteccia. Et però alcuni furono soliti in tal modo diffinire la favola. La favola è una locutione essemplare overo dimostrativa sotto fittione, e dalla cui levata la corteccia, è manifesta la intentione del favoleggiante. Credo che di quattro sorte sia la spetie di queste. La prima delle quali al tutto manca di verità nella corteccia, come sarebbe quando facciamo che gli animali brutti et le cose insensibili parlano; et di queste fu grandissimo auttore Esopo, huomo greco per antichità et ancho gravità honoratissimo. Et conceduto che di queste non solamente il volgo civile, ma ancho gli huomini agresti si servino, molte volte non ci ha talhora fastidito nei suoi libri includervi Aristotele, huomo di celeste ingegno et prencipe dei philosophi peripatetici di quelle. La seconda spetie poi talhora si compone nella superfitie favolosa et simile alla verità, sì come sarebbe se diremo le figliuole di Mineo per haversi opposto et sprezzato i sacrifici di Baccho essere state converse in pipistrelli. Queste fino dalla prima età ritrovarono gli antichissimi poeti, i quali hebbero cura cuoprire insieme le cose humane et divine con figmenti; et quelli che hanno seguito i più sublimi poeti le hanno rivolto in meglio, benché alcuni dei Comici le habbiano guaste, perché più curarono del volgo lascivo che dell’honestà. La terza spetie poi è più simile all’historia che alla favola. Di questa altramente et altrimenti hanno usato i famosi Poeti; percioché gli heroici, benché paiano scrivere una historia, come Virgilio mentre scrive Enea combattuto dalla fortuna del mare, et Homero Ulisse legato all’antenna della nave per non essere condotto dal canto delle Sirene, nondimeno sotto velame hanno altro sentimento di quello che mostrano. Oltre ciò i più honesti comici, come Plauto et Terentio, si sono serviti di questa spetie di favoleggiare non intendendo altro che solo quello che le scritture risuonano; ma nondimeno [p. 253v] con l’arte loro descrivendo i costumi et le parole di diversi huomini, et con questo ammaestrare i lettori et fargli cauti. Et tali cose, se bene in fatto non furono, essendo communi poterono, overo potrebbeno essere. La quarta spetie poi non ha punto di verità in sé, né in apparenza né in nascosto, essendo inventione delle pazze vecchiarelle. Delle quali quattro spetie, se questi eccellenti riprensori danneranno la prima, verranno ancho a biasimare quello che leggiamo nelle Sacre Lettere, cioè i legni delle selve havere parlato nel constituirlo un Re. Se si reproba la seconda, si verrà ancho a confutare quasi tutto il sacro volume del Testamento Vecchio; il che sia lontano, veggendosi quasi con l’istesso passo caminare quelle cose che in quello sono scritte come vanno quelle dei poeti. Et questo in quanto al modo di comporre. Percioché dove manca la historia nessuno non cura dalla possibilità superficiale; et quello che il poeta chiama favola overo fittione, i nostri Theologi l’hanno detta figura. Il che, che così sia se’l veggiano i giudici più giusti, contrapesando con egual peso la superfitie delle lettere sopra le visioni d’Isaia, Ezechiele, Daniello et d’altri sacri huomini, et poi le fittioni dei poeti. Se tutte tre (cosa che non ponno) diranno essere da biasimare, non sarà altro che dannare quella spetie di parlare della quale spessissime volte ha usato Giesù Christo figliuolo d’Iddio, nostro Salvatore, essendo in carne; benché non per quello vocabolo di poeta l’habbiano chiamato le Sacre Lettere, ma per parabola, et in alcun luogo per essempio, attento che per ragione d’essempio sia detto. Che poi tutte quattro siano da essere biasmate, non veggendo ciò esser mosso da nessuno convenevole principio, né essere difeso da riparo di nessuna arte, overo a dovuto fine con ordine condotto, non me ne faccio gran conto, percioché in niente non si confanno con le favole dei poeti; et benché io mi creda questi riprensori essere da istimare in niente non essere differenti da queste semplici favole, gli prego a rispondermi, se diranno che lo Spirito Santo et che Christo Iddio sia favolone? I quali amendue sotto una istessa deità parlarono per favole. Non lo crederanno, se saranno saggi. Io, se mi piacessero passare in lungo parlare, benissimo dimostrarei la diversità dei nomi non allontanarsi, se le qualità degli stili si convengono; ma essi se’l veggano. Spesse volte leggiamo che queste favole, le quali essi per lo vocabolo tanto disprezzano, hanno acquetato gl’animi incitati da pazzo furore et ridotti nella primiera mansuetudine, come fu quando da Mennio Agrippa, gravissimo huomo, la plebe Romana contraria ai Senatori dal Sacro monte con una favola fu ritornata nella patria. Con le favole spesse fiate si sono ristorate le forze degli animi lassi degli huomini illustri occupati d’intorno cose sublimi; il che non solo si può dimostrare per essempi antichi, ma tuttavia si vede. Perché veggiamo i gran prencipi occupati d’intorno a cose eccelse (come quasi ammaestrandoli la natura delle cose), dopo le sublimi dispositioni in meglio dei suoi regni, per ristorare le loro forze far chiamare quelli che con piacevoli favole gli confortino gli animi lassi; onde sotto le favole contenute sopra il peso di qualche attione di travagliata fortuna spesse volte hanno sentito ricreatione. Il che si vede in Apuleio, quando la Carità, generosa donzella, per sua disgratia prigionera di quei malandrini, raccontando la sua mala sorte, per narrar la favola di Psiche, dolcemente fu [p. 254r] da quella vecchieta ricreata. Per le favole habbiamo veduto talhora degl’animi sonnolenti essersi svegliati a miglior opra; et per tacere di me stesso et dei minori, udii già raccontare dall’Illustre huomo Giacopo Sanseverino, Conte di Tricarico et Chiarmonte, egli havere inteso da suo padre che Roberto figliuolo del Re Carlo, che poi fu inclito Re di Gierusalem et di Sicilia, fu giovane di così sonnolente et freddo ingegno che non senza grandissima difficultà del suo precettore puotè capire i primi principii delle lettere; onde disperando di lui et il padre et quasi tutti gli amici, i suoi pedagoghi con diligente astutia trassero l’ingegno di quello a leggere et udire a raccontare le favole di Esopo. Di che venne in tanto desiderio di saperle che, tratto dallo studio di quello, non pure imparò poscia in breve tempo queste domestiche a noi arti liberali, ma ancho con grande acutezza passò fino ai segreti della sacra philosophia, et diventò re tale che da Salomone in poi di lettere et reame gli huomini non conobbero il più dotto di lui. Che tante cose? Tanto vagliono le favole, che gli indotti della prima loro testura si dilettano, et dei dotti gli ingegni d’intorno le cose nascoste si essercitano. Et così con una istessa lettione fanno profitto et dilettano. Non adunque con sì scoperta fronte, né con sì noiosa sentenza, questi sì schifi vomitino il suo odio, né la sua malignità overo ignoranza contra i poeti; et se sono in cervello, pria curino le loro pazzie, et poi con nuvoli di cattive parole si sforzino offuscare gli altrui splendori. Riguardino, riguardino questi censori, quali et quanto noiosi essempi et atti usino per movere il riso delle donnicciuole ben spesso; et poscia che si saranno purgati, cercheranno correggere le favole altrui. Ricordandosi che Christo disse agli accusatori che colui il quale fosse senza peccato fosse il primo a pigliar le pietre contra l’adultera donna.

CH’EGLI È PAZZIA CREDERE che i poeti sotto
le corteccie delle favole non habbiano compreso alcuna cosa.

Tra questi sono alcuni di tanta temerità che, senza essere armati di nessuna auttorità, non si vergognano dire essere pazzia il credere che i famosissimi poeti sotto le loro favole habbiano nascosto alcun senso; anzi che hanno composto quelle più per dimostrare quanto ponno le forse della sua eloquenza, et spetialmente mentre col mezzo di quello dagli ignoranti gli erano credute le cose false per vere. O iniquità d’huomini, o inetta scelerità, che mentre abbassano gli altri, i da poco si credeno inalzare. Chi altri che ignoranti diranno che i poeti habbiano fatte le favole semplici, et che solamente in sé non contengano altro che [p. 254v] l’esteriore, per dimostrare l’eloquenza? O bella ragione, come se quasi la eloquenza non si potesse fare valere d’intorno le cose vere. Certamente hanno conosciuto male la sententia di Quintiliano, del cui grandissimo oratore la openione è che cerca le cose false non vaglia nessun nerbo d’eloquenza. Ma di questo altrove. Chi adunque, per venire a questo, sarà sì pazzo et di sì poca consideratione, che leggendo nella Bucolica di Virgilio questo verso: Namq. canebat uti magnum per inane coacta, con quegli altri versi che segueno dietro questa sentenza. Et nella Georgica le api havere una parte di mente divina, con le cose applicate a questo. Et nell’Eneidia: Principio cælum et terras camposque liquentes, con le cose che vi seguono. Dalle quali vi si cava il puro suco di philosophia, che non veggia chiaramente Virgilio essere stato philosopho, et non l’estimi eruditissimo huomo per dimostrare la eloquentia sua; della cui molto valse in havere condotto Aristeo pastore nei segreti della terra dalla madre Olimene, overo Enea per vedere il padre nell’Inferno? Et questo sotto favoloso velame havere scritto senza sentimento alcuno? Che è stato così ignorante, che veggendo il nostro Dante spesse fiate sciorre gl’intricati nodi della sacra Theologia con maravigliosa dimostratione, che non s’accorga egli non solamente essere stato philosopho, ma ancho famoso Theologo. Et se ciò terrà, per qual ragione penserà ch’egli habbia finto che Bimemberm gripho traha quella carretta sulla cima del monte Severo accompagnata da sette candelieri et altrettante Nimphe, con l’avanzo di quella pompa triomphale? Per dimostrare che egli sapeva comporre rime et favole? Chi appresso sarà tanto scioccho che istimi il famosissimo et Christianissimo huomo Francesco Petrarca, la cui vita et i cui santi costumi noi stessi habbiamo veduto, et lungamente, per la Iddio gratia, vederemo, haver speso tante vigilie, tante fatiche, tante notti, tanti giorni et tanti studi nella sua Bucolica solamente per la gravità del verso et l’eleganza delle parole, et per fingere che Gallo dimandasse a Tirreno la sua fistola, et che cantassero insieme Pamphilo, Mitione, et altri spensierati pastori? Nessuno veramente che lo conosca dirà ciò, et molto meno quelli che hanno veduto ciò che egli in sciolto stile ha scritto nel libro della Vita Solitaria et in quello ch’egli ha intitolato dei Rimedi all’Una et l’Altra Fortuna, per lasciare molti altri da parte; ne’ quali quanta santità si può comprendere nel seno della philosophia morale, tanta con gran maestà di parole in quelli si comprende; di maniera che non si può dire nessuna cosa più piena, più ornata, più matura né più santa ad instruttione dei mortali. Potrei ancho addure i miei versi Bucolici, del cui sentimento io sono consapevole, ma ho giudicato tacerne, perché finhora non mi tengo di tanto ch’io mi debba annoverare tra gli huomini eccellenti, et perché le cose proprie sono da lasciare ragionarne agli altri. Tacciano adunq. questi cianciatori ignoranti, et i superbi se possono ammutiscano, essendo da credere che non pure gli huomini illustri, nodrito dal latte delle Muse et allevati nelle habitationi della philosophia et in sacri studi, habbiano locato profondissimi sensi nei suoi poemi; non etiamdio non essere nessuna così pazzarella vecchiacciulla, d’intorno il foco di casa che di notte vegghiando con le fantesche racconti alcuna favola dell’orco o delle [p. 255r] fate et streghe, dalla cui spesissime volte finta, et recitata sotto ombra delle parole riferite, non vi senta incluso secondo le forze del suo debile intelletto qualche sentimento, alle volte da ridersi poco, per lo quale vuole mettere timore ai picciolini fanciulli, overo porgere diletto alle donzelle, overo farsi beffe dei vecchi, o almeno mostrare il potere della fortuna.

CHE I POETI PER LA COMMODITÀ della consideratione habitarono le solitudini.

DISSI di sopra che questi noiosi dicono ancho che i Poeti habitano nelle ville, nei monti et nelle selve perché sono privi di civiltà et costumi. O ignorante sorte d’huomini. Non veggono che mentre vogliono con falso aiuto approvare la verità si fanno bugiardi? Io non solamente confesso i Poeti habitare nelle ville, selve et monti, anzi, se essi non l’havessero detto io era per dirlo, et forse già l’ho detto. Ma non per quella causa ch’essi gonfiati adducono, cioè che non vagliano di civiltà; conciosia che, ch’eglino ne vagliano, assai ne fanno fede i poemi, a’ quali se sprezzano credere rivolgano gli scritti degli antichi philosophi et leggano gli annali, ch’io non dubito che spesso ritroveranno i poeti, mentre gli ha piacciuto, hanno usato delle amicitie, conversationi et vivere dei Re et nobili prencipi; il che non si concede agli huomini rozzi et da poco. Né in testimonio della verità mi mancano alcuni essempi che m’occorreno. Potrei veramente, s’io volessi, mostrare Euripide poeta intrinseco di Archelao Re de’ Macedoni; Ennio Brondusino famigliarissimo dei Scipioni; Virgilio amicissimo d’Ottaviano Cesare. Et se non curano gli antichi, non mancano dei moderni. Il nostro Dante fu congiunto di stretto nodo d’amicitia con Federigo d’Arragona Re di Sicilia et con Cane dalla Scala, Illustre signore di Verona. Sappiamo appresso, et è quasi notissimo a tutto il mondo, Francesco Petrarca essere stato molto amato et molto famigliare di Carlo Imperadore, di Giovanni Re di Francia, di Roberto Re di Gierusalem et Sicilia, et di molti sommi Pontefici, et di quelli che vivono vi sarà mentre vorrà. Ma se questi maldicenti non sanno, i Poeti habitano et hanno habitato nelle solitudini perché non nelle piazze, non nei palazzi publici, non nei Theatri, non nei campidogli, non sotto le loggie communi, dove tutt’hora concorreno genti, conversa la plebe et si stanno le feminucciole, è conceduta la consideratione delle cose sublimi, senza la cui quasi continua non ponno principiare né finire gli imaginati poemi. Ma a pena crederò che havessero detto questo, se sanamente havessero letto quello che scrive Oratio Fiacco a Floro; poscia che elegantemente, secondo suo costume, gli ha annoverato alcuni impedimenti della città, interrogandolo gli dice:

Giudichi adunque, che si possa in Roma

I poemi compor tra cure et stenti?

Volendo per ciò che s’intenda non si potere. Né di questo contento, aggiungendovi alcune

[p. 255v] altre inconvenevolezze dalle quali continuamente le città sono vessate, soggiunge quasi sdegnato dicendo:

Va dunque, et pensa tu versi sonori.

Quasi che dica, non potrai. Et poi seguendo gli dimanda:

Tu vuoi, che fra gli strepiti notturni

Et i diurni anchor io cante, et segua

I vestigi toccati dei poeti?

Né molto da poi soggiunge:

Qui dunque, dove in mezzo sono posto

Di travagli, fortune, et civil garre

Unir mi degnerò già mai parole,

Che commovano il suon de la mia lira?

Per li quali versi, per più non ve n’aggiungere, assai si vede perché i poeti amino i luoghi selvagi. Il che leggiamo ancho havere fatto Paolo Heremita, Macario, Antonio, Arsenio, et molti altri venerabili et santissimi huomini, non per mancamento di civiltà ma per servire con più libero animo a Dio. Anchora, che non sia cosa tanto detestabile come pare che questi istimino l’habitare le selve, non si veggendo in elle nessuna cosa finta, fugata, né alla mente inconosciuta. Veramente tutte le opre di natura sono semplici. Ivi sono i dritti faggi verso il cielo, et gli altri alberi che con la sua opacità porgono l’ombre fresche; ivi la terra contesta di verdeggianti herbe et di mille colori di fiori distinta, ivi i chiari fonti et limpidi ruscelli che con piacevole mormorio scendeno dai vicini monti, ivi i depinti uccelli che col canto addolciscono l’aere, ivi le frondi che dal movere d’una leggiera aura risuonano, ivi gli animaletti che giuocano, ivi i gregi et gli armenti, ivi le case pastorali et le cappannette senza cura né rispetto alcuno, et ivi tutte le cose sono piene di tranquillità et silentio. Le quali non solamente, satollati gli occhi et l’orecchie delle sue delitie, allettano l’animo, ma ancho paiono che constringano in sé la mente et l’ingegno, se forse fosse lasso, a ripigliare le forze, et condur quello al disio della consideratione di cose sublimi et ad avidità ancho di comporre. Il che con maravigliosa esortatione ci persuade la compagnia dei libri et i canori chori delle Muse che ci stanno d’intorno, le quali tutte cose essendo dirittamente considerate, quale studioso huomo non preporrà le solitudini alle città? Ma non il diffetto dei poeti, né le solitudini (se diffetto si può chiamar questo) moveno questi insolenti huomini a riprenderli, anzi la loro machiata mente da mortale ambitione, dalla quale essendo lontani i poeti, egli dicono che sono huomini da fuggire. Egli è usanza d’huomini di pessimi costumi grandemente disiare che tutti gli altri a loro siano conformi, per cuoprire overo difendere i suoi peccati con gli altrui. Vergogninsi, et ammutiscano adunque se i poeti non fanno come eglino, percioché gli huomini saggi fuggono et hanno per cosa vergognosa il contrafarsi la faccia con la pallidezza. Et se abhoriscono col tardo passo continuamente caminare per le città, eglino il fanno perché ricusano comprare la gratia et le lodi dell’inerte volgo con la vergognosa et diforme hippocrisia; non si curano dagli ignoranti essere mostrati a dito, rifiutano il dimandare et disiare i governi, sdegnano il caminare per li palazzi reali et divenire adulatori dei maggiori per potere acquistare un qualche beneficio, overo per compiacere un poco meglio al loro ventre [p. 256r] et attendere più all’otio, né vogliono assentire alle donnicciuole per trarle dalle man qualche denaro, affine di acquistare con inganni quello che non si può con i meriti. Oltre ciò, con tutti i loro effetti questi tali iniqui cercano che gli altri diano via la sua robba perché parte ne venga in suo potere, come se secondo la quantità dei premii si comprassero le sedie del cielo. Ma questi che sono malmenati da loro, contentandosi di un vivere leggiero et d’un breve sonno, con la continua speculatione, et con lodevole essercitio componendo et scrivendo, ricercano la famosa gloria che al nome suo per molti secoli dure. O che sorte d’huomini è questa da essere sprezzata? O biasimevole solitudine di questi tali? Ma che sto io a continuar con parole? Havrei molte cose da dire, se la illustre candidezza, la egregia virtù et lodevole vita dei poeti famosi con più salda fortezza contra questi iniqui sé stessa non difendesse.

CHE L’OSCURITÀ di poeti non è da condennare.

QUESTI cavillosi dicono che molte volte i poemi sono oscuri, et questo per vitio dei poeti; i quali ciò fanno per dimostrare che quello che è molto intricato sia con più arteficio composto, et vogliono che eglino facciano questo come smemorati dell’antico instituto degli oratori, per lo quale si vieta la oratione dovere essere piana et lucida. O giudicio di perversa mente; qual’altro, eccetto un’anima iniqua, si sarebbe piegato in così scelerato pensiero, che quello che allui è inacessibile non solamente haggia in odio, ma cerchi se potesse con falsa accusa macchiarlo? Confesso alle volte i poeti essere oscuri, ma mi diano eglino (se vogliono) la risposta, le ritrovano le scritture dei philosophi, a’ quali spesse volte essi impudicamente si congiungano, così piane et chiare come dicono dover essere la oratione? Se ciò affermano mentiranno, percioché tra gli scritti di Platone et Aristotele (per tacer degli altri) le clausule et sentenze sono tanto annodate in alcun loco, che già da molti acuti huomini, incominciando dal loro tempo fino al dì d’hoggi, diversamente essendo state esposte, malamente ponno render fede quale sia il suo vero senso, né la concorde sentenza. Ma che dico dei philosophi? Non è stato il divino eloquio, del quale essi desiderano essere tenuti professori, porto dallo Spirito Santo pienissimo d’oscurità et dubbi? È così veramente, et se ciò negheranno, essa chiara verità si vedrà. Ne sono molti testimoni. Tra quali, se li piace, interroghino Agostino, santissimo et dottissimo huomo, et di cui così eccelse furono le forze dell’ingegno che egli senza precettore (come da sé stesso confessa) apparò molte scienze, et tutto quello che dai diece cathagorii cavarono i philosophi; et nondimeno non si vergognò dire et confessare non havere potuto intendere il principio d’Isaia. Non adunque nei soli poemi sono [p. 256v] le oscurità; perché adunque non accusano così i philosophi come i poeti? Perché non dicono lo Spirito Santo nelle sue opere havere congiunto oscure sentenze perché paressero più artificiose, come quasi egli non sia sublime artefice di tutte le cose? Non dubbito che in loro non sia tanta temerità che lo farebbono, se non sapessero che sono difensori ai philosophi, et che a quelli che parlano contra lo Spirito Santo sono preparati i supplici. Et però vanno contra i poeti perché sanno che mancano di difensore, istimando appresso non essere ivi colpa nessuna dove subito la pena non segue. Questi dovrebbono havere veduto alcune cose da veder oscure, che per lo vitio loro sono chiare. Ad un losco risplendendo il Sole, che è chiaro, l’aere pare nuvoloso. Sono poi altre cose per sua natura tanto profonde, che non senza difficultà l’acutezza ancho d’un nobile intelletto puote penetrare nel segreto di quelle sì come nel globo del Sole; nel quale prima che vi si possa affisare bene spesso gli acutissimi occhi sono ributtati. Alcune altri poi, se bene per natura sua forse sono chiare, sono coperte da tanto artificio dei fingenti che malamente ancho nessuno vi può con l’ingegno trarre il vero senso, sì come molte volte il grandissimo corpo del Sole tra le nebbie nascosto non può essere veduto dai dottissimi Astrologhi, né compreso in qual parte del cielo si giri puntalmente col loro affisare d’occhi. Et tali non nego che alle volte non siano i poemi dei poeti. Ma non però, come vogliono questi, sono con ragione da essere biasimati, percioché egli è proprio ufficio dei poeti, tra gli altri, non denudare le cose coperte sotto velame; anzi se sono apparenti cercare di coprirle con quanta industria mai ponno et levargli dagli occhi dei mal dotti, accioché per la soverchia famigliarità non aviliscano, ma siano più degne di memoria et riverenza. Onde, se diligentemente faranno quello ch’a loro s’appartenirà, i poeti verranno più tosto ad essere lodati che biasimati. Et però, come è stato detto, confesso quelli talhora non essere oscuri, ma ancho indissolubili sempre, se un intelletto acuto non gli conosce et intende. Ma tengo che questi tali che porgono tante querele habbiano più tosto gli occhi di nottola che humani. Né sia alcuno che pensi dai poeti per invidia sotto le fittioni essere stato nascosto il vero, o perché voglino in tutto negare ai lettori il sentimento delle cose celate, overo per dimostrarsi più arteficiosi; ma solamente ciò hanno fatto accioché quelle cose c’hanno voluto intendere, ricercate con la fatica degli ingegni et diversamente interpretate, alla fine ritrovate siano tenute più care. Il che molto più ciascuno di buono intelletto debbe havere certissima c’habbia fatto lo Spirito Santo; la qual cosa pare che si confermi per Agostino nell’undecimo libro del Celeste Gierusalem, dove dice: Del divino sermone la oscurità a questo è ancho utile, che partorisce molte sententie di verità et in lume della cognitione le produce, mentre uno così l’intende et un altro altramente. Et altrove l’istesso Agostino sopra il centesimo et ventesimo salmo dice: Però forse è posto più oscuro, accioché generi molti intelletti, et più ricchi si partino gli huomini; i quali hanno trovato chiuso quello che in molti modi si sarebbe aperto, che se in un modo solo l’havessero aperto. Et per usare anchora più del testimonio d’Agostino contra questi calcitranti, affine che intendano quello ch’egli adduce in difesa delle oscurità delle Sacre Lettere, et io voglio che sia inteso per le oscurità [p. 257r] di poemi, Dico che sopra il salmo Centesimo et quarantesimosesto così scrive: Qui non è nessuna cosa cattiva; ma qualche d’una oscura, non da pigliar perché ti sia negata, ma perché ti esserciti. Onde per non usare d’intorno a questo altre auttorità d’huomini sacri, non voglio che questi tali habbiano noia udire ch’io voglio l’istesso essere inteso delle oscurità dei poeti che si tiene da Agostino delle divine; ma ancho dico che debbano con la loro invetriata fronte considerare quanto maggiormente sia da tenere l’istesso di queste che rispettivamente a pochi sono apposte, essendo ciò locato nelle Sacre Lettere che a tutti s’appartengono. Ma se volessero forse la durezza del testo, le figure delle orationi et dittioni, et colori et modi dei peregrini vocaboli essere quelli che dannassero la non conosciuta da loro bellezza, et di qui i poeti essere chiamati oscuri, non so che altro dirli eccetto che di novo ritornino alle scole dei pedagoghi, studiano, et apparino quale licenza dagli antichi auttori sia conceduta alle auttorità dei poeti. Et più diligentemente cerchino, oltre le cose volgari et famigliari, quali siano ancho le rare et peregrine. Ma che sto io con tali parole a continuare? Con meno havrei potuto ciò fare. Facciano che si spogliono il vecchio ingegno et si vestino d’un novo et generoso, che quello c’hora gli pare oscuro gli parrà poi famigliare et aperto. Né si credano coprire la dura rozzezza del suo intelletto col precetto degli antichi oratori, del quale non dubbito che sempre i poeti non siano stati ricordevoli. Ma avertiscano che l’ordine delle parole altrimenti procede orando che fingendo, et le fittioni essere state lasciate al volere del fingente come opra d’un’altra spetie; dove grandemente dai poeti si serba la maestà dello stile et si ritiene la dignità dell’istesso, sì come nel terzo libro delle Inventive contra il Medico dice Francesco Petrarca. Né, come essi paiono istimare, ha invidia a quelli che non ponno carpire, ma preponendo la dolce fatica, consulta alla dilettatione et alla memoria insieme. Percioché sono più care le cose che acquistiamo con difficultà et con più cura sono serbate, sì come il medesimo Petrarcha nell’istesso libro narra. Che tante cose? Se quelli hanno l’ingegno rozo, riprendano la sua dapocaggine et non i poeti, né s’oppongano contra loro con fieri lattrati, da’ quali seco benissimo è stato contrastato. Attento che nel primo incontro, affine che gl’ignoranti non s’affatichino, da essa prospettiva di cose è stato porto terrore. Ritirinsi adunque adietro più tosto a tempo, che volendo passare inanzi, affaticata la sonnolenza dell’ingegno, con rossore gli sia data la ripulsa. Et per dirlo di novo a chi mi vuole intendere, a snodare i dubbiosi groppi egli bisogna leggere, affaticarsi, vegghiare, interrogare, et con ogni fatica sottigliare le forze del cervello; et se per una via alcuno non può aggiungere dove disia, entri per un’altra, et se gli resiste qualche incontro ne prendi un’altra, fino attanto che, se gli giovano le forze, gli paia lucido quello che prima gli pareva oscuro.

CHE I POETI NON sono bugiardi.

[p. 257v] OLTRE ciò questi maligni dicono che i poeti sono bugiardi, et si forzano, se potessero, fermar questo loco con salde ragioni, dicendo quello che spesse volte è stato detto; cioè quelli nelle sue favole scrivere bugie, come sarebbe un huomo converso in sasso; il che in tutto pare contrario alla verità. Appresso, allegano che i poeti dicono bugiardamente esservi molti dei, essendo cosa certissima che non ve n’è più che uno, et quello vero et onnipotente. Aggiungendo che Virgilio, Prencipe dei poeti Latini, ha narrato la istoria di Didone meno che vera, et simili altre cose. Credo che per ciò istimino haver vinto. Et havrebbeno vinto, se non vi fusse alcuno che con la verità confutasse le loro insipide esclamationi. Che sarà adunque? Istimava nelle precedenti haver risposto a bastanza a questa parte, là dove ho descritto che cosa sia favola, quante le spetie delle favole et di quali si siano serviti i poeti, et perché. Ma in questa materia di novo è da ritornare. Dico che i poeti non sono bugiardi, percioché la bugia, secondo il mio giudicio, è una certa falsità similissima alla verità; per la cui da alcuni s’opprime il vero et esprime quello che è falso. Di questa afferma Agostino che otto sono le spetie; delle quali, se bene alcune ne sono più gravi dell’altre, di nessuna nondimeno consapevoli non si possiamo senza peccato servire, né senza nota d’infamia, per la cui siamo chiamati bugiardi. L’intento della quale diffinitione, se dirittamente sarà riguardato degli inimici del poetico nome, conosceranno questa riprensione. Onde affermano essere bugiardi i poeti, mancare di forze; attento che le fittioni dei poeti non s’accostano a nessuna delle spetie di bugia. Conciosia che non è loro animo con le fittioni ingannare nessuno, né, sì come è la bugia, le fittioni poetice per lo più non sono non molto simili, ma né ancho punto conformi alla verità, anzi non poco discordanti et contrarie. Et concedendo ch’una spetie di favole, la quale habbiamo detto parer più tosto historia che favola, sia molto simile alla verità, per antichissimo consentimento di tutte le nationi dalla macchia della bugia è purgata et netta, essendo per usanza antica conceduto che ciascuno si possa servir di quella per ragione

d’essempio, in cui non si cerca semplice verità, né si vieta la bugia. Et se si riguarda l’officio dei poeti molte volte di sopra mostrato, eglino non sono obligati a questo legame, che usino della verità nella superfitie delle fittioni; percioché, se venisse a loro tolto la licenza di vagare per ogni sorte di fittione, il loro ufficio al tutto si risolverebbe in niente. Che più? Se tutte quelle cose che sono dette in confutatione meritevole fossero annulate, il che penso non si possa fare, questo ci resta da non potersi confutare; nessuno di ragione essercitando il suo ufficio per ciò non può cadere in nota d’infamia. Il Podestà secondo la legge sententia ch’ai mal meritati sia tagliato il capo; non però di ragione si dice homicida. Così né ancho il soldato saccheggiatore dei terreni dei nimici non si dice ladrone. Né il iureconsulto, se bene un poco men giusto consiglio concede al clientulo, mentre dal segno della ragione non si separi, non meriterà il nome di falsidico. Così ancho il poeta, benché fingendo menta, non incorre nella ignominia di bugiardo, essequendo giustissimamente il suo ufficio [p. 258r] non d’ingannare, ma di fingere. Se nondimeno volessero sopra questo far instanza che quello che non è vero è bugia, sia detto come si voglia. Se ciò non è fatto, io nondimeno più oltre non estenderò le mie forze per confutare questa obiettione. Ma ricercherò, per vedere quello che siano per rispondere, con qual nome siano da chiamar quelle cose che sono scritte per Giovanni Evangelista nell’Apocalipsi con maravigliosa maestà dei sensi, ma in tutto molte volte nella prima faccia discordanti alla verità? Con qual nome esso Giovanni, et con quale le altre et gli altri che nel medesimo stile hanno scritto et coperto le gran potenze d’Iddio? Io veramente chiamarle bugie, né dir loro bugiardi, anchora che fosse lecito, non ardirei. So, nondimeno, diranno, il che anch’io sono per dire in parte, se ne sarò dimandato, Giovanni et gli altri Propheti essere stati veracissimi huomini; la qual cosa già si è conceduta. Oltre ciò, v’aggiungeranno da loro non essere stato scritto fittioni, ma più tosto deversi chiamar figure, et così essere; onde per consequenza figuratori essere stati di quelle scrittori. O diffugio da ridersi; come siamo quasi per credere che quello che è similissimo nella corteccia, per mutatione overo diversità di nome habbia possa oprare diversi effetti. Ma in ciò sia minor contrasto. Sono figure, ma gli prego che m’esprimano se nella letterale corteccia hanno in sé verità? Se vogliono ch’io mi creda questo, non sarà altro che con la bugia velarmi gli occhi dell’intelletto, sì come cuoprono quella verità cui inclusa. Onde non essendo questi tali né da chiamare né da credere bugiardi, perché non vi sono, così né ancho i poeti; i quali, vista le loro forze, metteno il loro studio sotto diverso significato usare delle fittioni. Non si può negare che i poeti non habbiano descritto molti dei, essendovene un solo; ma ciò non è da imputarli per bugia, perché non credendo né fermando, ma secondo sua usanza fingendo scrissero. Perché qual’è colui tanto di sé stesso non consapevole, che istimi nessuno ammaestrato negli studi di Philosophia essere di così pazza openione che creda esservi molti dei? Se a bastanza habbiamo buon intelletto, dovemo facilmente credere i dotti huomini essere stati studiosissimi investigatori della verità, et quelli fino là dove l’humano ingegno può penetrare haver toccato, et senza dubbio conosciuto solamente esser un Dio; alla cui notitia essere pervenuti i poeti, nelle loro opre chiaramente si comprende. Leggi Vergilio, che il troverai orare et pregare dicendo:

Se mai ti pieghi, per mortale preghi

Onnipotente Giove; hor drizza gli occhi.

Et quello che segue. Il quale epitheto non troverai ch’egli mai habbia dato a nessuno altro degli dei. Il resto della moltitudine degli dei istimarono non dei, ma membri d’Iddio, et uffici di deità. Il che tiene ancho Platone, il quale chiamiamo medesimamente Theologo. A questi tali, per riverenza dell’ufficio diedero il nome di deità conforme. Ma non istimo che questi noiosi per ciò s’acquetino. Certamente grideranno i Poeti del vero Iddio et unico, il quale noi diciamo eglino haver conosciuto, haver scritto molte bugie; et perciò meritevolmente essere chiamati bugiardi. Ma io non dubito che i poeti gentili habbiano men rettamente giudicato del vero Iddio, et così di lui non mai haver scritto cosa che men vera fosse; [p. 258v] et così, sì come questi vogliono, loro essere detti bugiardi o haver usato bugie, io questo non tengo. Percioché le spetie degli huomini bugiardi sono almeno due. Dei quali i primi, sapiando et avertendo, mentono per offendere o non offendere, overo per giovare; et questi non solamente sono da essere chiamati bugiardi, ma per più proprio vocaboli mentitori. I secondi sono che, non sapendo di dire bugia, nondimeno l’hanno detta. Et tra questi vi fa bisogno la distintione. Sono ancho alcuni di questi la cui ignoranza è insopportabile né riceve veruna iscusa, come sarebbe a dire: Egli si vieta per publica legge che alcuno cittadino non tenga un cittadino in prigione privata. Caio ha ritenuto Sempronio suo debitore, onde dalla pena vuole difendersi con l’ignorantia della legge; la quale iscusa perché par vana, cioè ch’il cittadino non sappia le leggi communi, non può difendere il nocente. Così ancho l’huomo Christiano d’età perfetto, dalla ignoranza degli articoli della fede non si può difendere. Vi sono degli altri de’ quali pare che l’ignoranza sia da essere iscusata, sì come i fanciulli se non sapranno philosophia, un huomo montano se non havrà cognitione di cose di mare, et un nato cieco se non conoscerà i caratteri, et simili altri; tra quali si ponno annoverare i poeti gentili, che se bene hanno conosciuto l’arti liberali, la poetica et la philosophia, non però hanno potuto conoscere la verità della religion Christiana. Non ancho era venuto a risplendere in Terra quella luce di verità eterna la quale alluma ogni huomo che viene in questo mondo. Non ancho gli invitanti alla cena dell’Agnello havevano cercato il mondo chiamando ogn’uno. Questo dono era dato di sopra ai soli Israeliti, accioché conoscessero il vero Iddio et giustamente et dirittamente l’adorassero. Questi non ancho invitavano nessuno a communicar seco così celebrato convivio, ma né ancho andando, se qualche straniero vi fosse stato, l’ammettevano. Et così sentendo meno che il vero, scrissero del vero Iddio pensando narrare il vero; di che con questa accettevole ignoranza iscusati, non sono da chiamare bugiardi. So che diranno. Con ogni ignoranza che sia detta la bugia, colui che la dice è bugiardo; il che non si può negare, benché con quella medesima nota d’infamia non siano da macchiare quelli c’hanno peccato con ignoranza escusabile come quelli c’hanno peccato con manifesta et inescusabile, sì come s’è detto; havendo quelli non solamente l’equità, ma ancho l’austerità delle leggi per iscusati. Onde, se così è, non incorreno in nota di bugia; et se vogliono quelli ad ogni modo essere bugiardi, io gli aggiungerò per compagni di Philosophi, come Aristotele, Platone, Socrate, et molti altri da loro grandemente honorati, nocenti dell’istesso peccato. Istimo che questi ottimi censori di novo inalzeranno le voci in cielo, salendo nello salterio et nella cithera, perché non assai a bastanza una porticella di questa obiettione non gli parrà ributtata. O non saggi; se bene ad uno soldato viene rotto lo scudo, non però la squadra intiera è mossa di luogo. Adunque non s’inalzino, ma ricordinsi che, spessissime volte ribattuti, si sono ritirati per forza. Quello di che rimproverano Virgilio, è falso. Non volse veramente l’huomo prudente recitare l’historia di Didone, perché sapeva bene, come dottissimo di cose tali, Didone essere stata per honestà singolarissima donna, et che con le proprie mani volle più tosto darsi la morte che con le seconde noz[p. 259r]ze rompere il casto suo proposito fiso nel petto di castimonia; ma per conseguire con l’arteficio et velamento poetico quello che faceva di mistieri all’opra sua, compose la favola in molte cose simile all’historia di Didone. Il che, sì come poco dianzi è stato detto, per antico instituto è conceduto ai poeti. Nondimeno, puote alcuno più degno di risposta, et forse tu istesso, Prencipe, ricercare a che ciò era di mistieri a Virgilio? Al quale, accioché degnamente sia risposto, dico ch’egli a ciò per quattro cagioni fu condotto. Prima, accioché in quel medesimo stile il quale havea pigliato nell’Eneida seguisse il costume poetico, et spetialmente d’Homero, di cui fu in quell’opra imitatore; percioché i poeti non fanno come gli Historici, i quali da un certo principio incominciano la loro opra et con una continua et ordinata descrittione delle cose fatte la conducono fino al fine; il che veggiamo haver fatto Lucano, Là onde molti più tosto lo stimano metrico historico che poeta. Ma con un arteficio molto maggiore, o cerca il mezzo dell’historia o alle volte cerca il fine i buoni poeti incominciano quello che hanno in animo, et fanno nascere cagione di recitare quelle cose che inanzi parevano haver lasciato, sì come nell’Odissea fa Homero, il quale quasi nel fine degli errori d’Ulisse descrive quello patir naufragio et essere portato nel lito dei Phenici, dove l’induce a racontar al Re Alcinoo tutto quello che dal dì in poi che si partì da Troia gli era avenuta. La qual cosa volendo ancho far Virgilio, et havendo scritto Enea fuggire dal lito di Troia dopo la ruinata cità, non ritrovò più atto loco a condurlo, pria che giungesse in Italia, che nel Africano lito, conciosia che fino ivi havea sempre navigato tra gli inimici greci. Et essendo stato il lito d’Afrrica fino a quel tempo sempre habitato da genti selvagie et barbare, era di necessità che il conducesse dinanzi a persona degna di riverenza da cui fosse raccolto et dalla quale fosse indotto a narrare le sue et de’ Troiani sventure. Onde non ritrovando altri che Didone, la quale, se bene non allhora, nondimeno egli si crede che dopo molti secoli habitasse et signoreggiasse ivi, fece che Didone il raccolse et gli diede alloggiamento; et sì come leggiamo, per suo comandamento le recitò i suoi et degli altri travagli. Secondariamente, il che si nasconde sotto poetico velame, Virgilio intende per tutta l’opra dimostrare da quali passioni la fragilità humana sia turbata, et da quali forze dall’huomo constante sia superata. Et già havendone dimostrato alcune, volendo dinotare per quali cagioni dall’appetito concupiscevole siamo condotti in lascivia, introduce Didone, per generosità di sangue illustre, per età giovane, per presenza bella, per costumi notabile, di ricchezza abondante, per castità famosa, che signoreggia alla sua città et al popolo, per prudenza et eloquenza notabile, et vedova, quasi per l’esperienza più atta alla concupiscenza di Venere. Tutte le quai cose hanno possa d’incitar l’animo d’ogni generoso huomo, non che d’un essule c’ha patito naufragio et che è condotto a non conosciuta regione, et ha bisogno d’aiuto. Et così per Didone intende la concupiscevole et attrativa potenza armata di tutte le cose necessarie, et per Enea figura ciascuno atto a tal giuoco; di che dopo l’haverlo fatto allacciare, et finalmente fattoci vedere da quali attioni siamo condotti nelle scelerità, ci dimostra poi per qual via siamo ricondotti nella virtù, inducendo Mercurio interprete degli dei che rimprovera ad Enea le [p. 259v] vanità et cose lascive et l’essorta a cose gloriose. Per lo quale Virgilio intende o il morso della propria conscienza o la riprensione dell’amico et huomo eloquente, dai quali noi dormendo nel lezzo delle vergogne siamo svegliati et ricondotti nel dritto et bel camino, cioè alla gloria; et allhora sciogliemo il nodo della vergognosa dilettatione quando, armati di fortezza, con animo constante et forze sprezziamo, facciamo poco conto né si curiamo di carezze, lagrime, preghiere et altre cose tali che ci guidano in contrario. Nella terza Virgilio cura nelle lodi d’Enea d’inalzare la progenie dei Giulii in honore d’Ottaviano Cesare, il che fa mentre dimostra quello che sprezza le lascivie, le immonditie della carne, et con la fortezza della mente calca le delitie feminili. Nella quarta intende d’inalzare la gloria del nome Romano; la qual cosa opra a bastanza mentre descrive le preghiere et maledittioni di Didone vicina alla morte. Percioché per quelle s’intendeno le guerre de’ Cartaginesi con Romani et i Triomphi che di loro ne riportarono Romani, ne’ quali assai s’inalza il nome Romano. Et così Virgilio non fu bugiardo, sì come i poco intendenti istimano, né altri poeti che ancho medesimamente habbiano finto.

CHE PAZZAMENTE SI biasima quello che men dirittamente s’intende.

VOGLIONO anchora, et tuttavia cridano questi maldicenti del nome poetico, al tutto essere da estinguere et mandare in oblio i versi dei poeti, percioché sono tutti composti di lascivie et ciancie dei dei gentili; né in alcun modo essere da patire che ad uno et istesso Iddio siano attribuite più forme et tutte le cose, sì come fanno i poeti al suo Giove, overo ad altri. Gli aversari nostri a guisa di stolto soldato entrano nosco in contrasto; il quale si lascia trasportare da tanto impeto di nuocere all’inimico che sé stesso non riguarda, onde bene spesso aviene che quei colpi ch’egli prepara conttra l’altro, egli disarmato gli riceve. Io a queste obiettioni ridotte in uno invoglio mi pensava assai nelle precedenti scritture haver risposto, nelle quali mi ricordo spessissime volte essere stato scritto et incluso sotto diversi forme, lascivie, ciancie et nomi, honesti et saporiti sensi, de’ quali ancho ricordomi haver posto dei miei secondo le forze del debile ingegno, rimovendo le loro corteccie. Ma i dishonesti atti degli dei in ogni via, et spetialmente dai poeti comici descritti, non lodo né approvo; anzi gli biasimo, et tanto istimo da essere vituperati in ciò gli scrittori quanto gli atti. Veramente l’ara di fingere è spatiosissima, et la Poesia sempre camina col corno pieno di fittioni. Non adunque mancavano a tutti i sensi honestissime corteccie. Ma questa querela già molto è stata levata et acquetata, percioché nelle scene et nei Theatri dai Mimi, histrioni et parasceti et simili huomini già si cantavano cose enormi. In tutto le levarono et reprovarono gli antichi Romani ( Cicerone testimonio) et dannarono essa scena et arte ludibrica, dicendo che la paragono con la nota censoria, et gli rimossero dalle Tribù. Così ancho per editto dei pretori fu vietato che se alcuno dell’arte ludrica o [p. 260r] per parlarne o per pronontiarla andasse nella scena, subito fosse tenuto per infame. Poscia, dopo Costantino Cesare et Silvestro Pontefice germinando in ogni parte, et ogni di più crescendo la catolica fede, furono dal mondo scacciati et mandati in oblio i versi di tali Comici et scenici poeti, et solo restarono i libri degli Illustri et lodevoli huomini, et le operette dei poeti i quali spiegarono le cose fatte et naturali con poco più augusto stile, arteficioso parlare et più faconda grandezza, sotto convenevole coperta di fittioni et imagini. Et così, quelli che il Semideo Platone havea comandato che fossero cacciati dalla città, et contra i quali questi nostri ignoranti della verità gridano, già furono mandati in ruina et dispersi. Ma accioché a questi nostri riprensori sia risposto in quell’altra parte d’obiettione che ci fanno, dico che, se i prudenti inanzi la incominciata battaglia havessero meglio riguardato, havrebbono veramente veduto che quello ch’essi opponeno ai poeti gentili ritorna contra loro. Non si maravigliarebbono dai poeti essere stato chiamato Giove hora Dio del Cielo, hora Foco dell’aere, hora Aquila, hora Huomo, et hora in tutte quelle altre forme che più vogliono essere stato descritto, se si ricordassero esso vero et unico Dio hora Sole, hora fuoco, hora Leone, hora Serpente, hora Agnello, hora Verme, et hora ancho Sasso dagli huomini santi essere stato descritto nelle Sacre Lettere. Et così medesimamente la honoratissima madre nostra Chiesa, la quale i Sacri Volumi ci mostrano alle volte essere chiamata donna vestita del Sole, alle volte donna di varietà vestita, talhora carro, talhora nave, alle volte Arca, casa, tempio, et con altri nomi tali; il che ancho et della Vergine Madre et dell’inimico del genere humano spessissime volte mi ricordo haver letto. Della gran quantità dei nomi ho da dire questo istesso. Quasi cose innumerabili appresso i nostri sono attribuite a Iddio, et altrettante a Maria Vergine et alla Chiesa, et questo è fatto non senza misterio, sì come né ancho fecero i poeti. Che ruggeno adunque questi inconsiderati? Eglino, cacciati dalla invidia, non vorrebbono che vi fosse quello ch’essi non conoscono.

CH’EGLI È COSA VERGOGNOSISSIMA far giudicio delle cose non conosciute.

QUESTI caritevoli ancho affermano ch’i Poeti sono persuasori dei peccati; nella cui accusa, se facessero distintione, forse che in parte gli concederei vittoria. Egli si ritrova che già tempo furono alcuni Comici dishonesti, overo che così fosse il loro scelerato ingegno, overo così ricercando l’età corrotta. Et se Nasone Sulmonese, Poeta di chiaro ma lascivo ingegno, compose un libro dell’Arte Amatoria, nel quale, se bene si persuadeno molte cose scelerate, nondimeno non è cosa meno che necessaria; percioché nessuno giovanetto al tempo nostro è così scioccho, né donzella così semplice, che essendo mosso il loro ingegno dal vano appetito non conoscano per venire [p. 260v] a quello che disiano, ancho molto più di lontano, cose più acute di ciò che ci insegni colui il quale viene istimato essere stato sopra questo singolare maestro. Se adunque meno questi, i quali talhora habbiamo detto essere da cacciare, seguendo l’honestà dell’arte poetica hanno meritato incorrere in questo biasimo, et essere insieme con i tempi accusati, che poi si conviene agli altri di famosa honestà notabili. Ma veramente non è da sopportare questa querela. Et perciò, accioché si vegga perché sono accusati i famosi poeti, gli prego dirmi se mai hanno letto i versi d’Homero? Se di Virgilio, d’Horatio, Giuvenale, et molti altri simili? Et se confessano haverli letti, m’esprimano verso dove habbiano trovato rivolte queste persuasioni di diffetti, accioché veggendo quello che ancho non habbiamo veduto, condenniamo insieme con loro i malfattori. Nondimeno, egli è cosa superflua negare. Ma chi adunque, udita la accusa, non comprenderà che mai non habbiano letto? Attento che chiaramente dovemmo credere che, se gli havessero veduto, non sarebbero caduti in così stolta openione. Tuttavia m’imagino che da tale questione questi aggiungeranno iniquità a sceleratezza, conciosia che non ponno tacere, tanto temeno che per lo silentio non sia riputati che meno habbiano letto et veduto; onde a faccia aperta diranno senza punto di vergogna, come se però fossero molto da lodare, "Che haver veduto queste ciancie, vah’ che non l’habbiamo vedute né meno le vogliamo vedere; noi attendiamo a cose maggiori." O vero Iddio, se tu vuoi, tu poi fare un poco di pausa dall’opra tua eterna, et se della tua deità ciò appetissero gli occhi, poteresti securamente adormentarti, poscia che questi hanno cura delle cose tue, eglino vegghiano per te tutte le notti, et per te spendono le loro fatiche. Credo certamente che quelli movano il primo mobile, mentre danno opra a cose maggiori; questo è gran cosa et assai, et se sopporti, degna fatica di tali. O ignoranti menti d’huomini. Non avertiscono, mentre fanno sì poco conto degli altri, quanto miseramente scuoprano la sua ignoranza. Posciamo vedere ancho noi, se di quelli più stolti non siamo, a bastanza vedere quanto sia giusta la loro acusa, quanto santa, et quanto tolerabile la sentenza. Ma accioché non sia alcuno che istimi ch’io m’habbia a risponder questo per un certo frivolo indovinare ch’io mi faccia, confesso ch’io sono guidato a ciò da certissima coniettura. Percioché già ho sentito a simile interrogatione alcuni ancho che più noiosamente hanno risposto, et cosa che a me è stata più grave, un certo huomo d’età venerabile, per santità riguardevole et ancho in altro per dottrina notabile, non solamente far tal risposta, ma da sé stesso moversi più mortalmente a parlar contra ciò. Non dirò bugia, Iddio l’ha conosciuto, Inclito Re. Era allhora costui, come mi parve, tanto crudel nemico del poetico nome che pareva no’l poter proferire eccetto che noiosamente; il che, dove meno all’honestà sua era bisogno, da lui fu dimostrato. Attento che una certa mattina nello studio nostro generale leggendo in publico il sacro Vangelio di Giovanni a molti auditori, a caso essendo incorso in questo nome, con la faccia accesa, con gli occhi infiammati et con più alta voce del solito, tutto tremendo disse molte cose scelerate contra i Poeti. Et alla fine, [p. 261r] accioché si conoscesse la di lui giustitia, hebbe a dire, et con giuramento affermò quasi, che non havea veduto né mai voluto vedere alcuno libro de’ Poeti. O giusto Iddio; che sono per dire gli ignoranti, se in tal modo altre fiate ha parlato un huomo dotto, d’anni grave et d’auttorità pieno? Havrebbe peggio potuto parlare un stolto? Vorrei sapere, se non hanno veduto né conosciuto i poeti, et se a cose maggiori attendeno questi famosi censori, onde gli conoscono incitatori de’ peccati? Perché questi sì convenevoli giudici che danno sententia di cose non conosciute non s’assettano sopra i tribunali? I quali non pure fanno sententia sopra le parti udite, ma ancho sopra le non ricercate? Diranno forse che inspirati dallo Spirito Santo portano così severo decreto contra i poeti. S’io me’l credessi, direi, s’egli è possibile, che lo spirito divino entri in così fetide anime, non che v’habbiti. O scelerità empia. O dannoso male. O vergognosa temerità. Un cieco haver ardire dar sentenza di colori. Così, già come fanno questi honorati censori, ho inteso ch’erano soliti fare Phoroneo appresso Argivi, Ligurgo appresso Lacedemoni, Minos appresso Cretesi et Eaco appresso i Mirmidoni. Ma per arrivare dove ho l’animo (abbaino pure quanto vogliono questi reverendi giudici), non sono i poeti, sì come essi vogliono, persuasori dei mancamenti; anzi se dirittamente et non tinti di livore insano saranno letti i loro volumi, si troveranno espulsori di quelli, et hora soavissimi et hora acerrimi esortatori, secondo i tempi, di virtù. Il che, accioché non paia che con sì poche parole habbia provato, sono contento porre inanzi gli occhi degli strepitosi almeno alcuna cosa dalla cui possano (volendo) comprendere il vero. Et lasciati i ricordi d’Homero, che per esser greco e meno famigliare a’ Latini, leggano et rileggano, se vogliono, le cose che sono nell’Eneida, massime le essortationi che fa Enea ai compagni a sopportare le fatiche estreme. Leggano quale ardore egli hebbe di morire honoratamente per la salute della patria in mezzo l’armi. Quale la pietà verso il padre, il quale sopra gli homeri fu da lui portato in loco securo per le ardenti case, tra i rovinosi tempi, tra il mezzo degli inimici et mille volanti dardi. Quale la clemenza verso l’inimico Achimenide. Quale la fortezza d’animo per rompere et render vane le catene d’un lascivo amore. Quale la giustitia et liberalità verso gli amici et stranieri nel partire i doni ai benemeriti nei giuochi anniversali del padre Anchise fatti appresso Aceste. Quale la prudenza et avedimento nel discendere all’Inferno. Quali le essortationi alla gloria fatteli dal padre. Quale la sua diligenza in farsi degli amici. Quanto grande la affabilità et la fede in conservarsi gli acquistati. Quanto pie le lagrime verso l’amico Pallante. Quali i spessi ricordi di lui al figliuolo. Che starò io a produrre tante cose? Prego che si facciano innanzi questi che ruggeno contra il nome poetico. Contrapesino le parole di questo poeta, misurino le sentenze, et se gli basta l’animo, cavino il suco che ne ponno; et vedranno, se è grato a Iddio, non che se il poeta è essortatore di cattivi costumi. Veramente se Iddio fosse stato dirittamente conosciuto et adorato da Virgilio, quasi nessuna altra cosa non si leggerebbe più santa del suo volume. Et se mi diranno che le leggi non vogliono che col testimonio d’un solo s’approve nessuna cosa, tolgano appresso il Flacco Venusino, Persio da Volterra et Giuvena[p. 261v]le d’Aquino; i Satirici versi de’ quali sono drizzati con tanto impeto di virtù contra i vitii et vitiosi, che pare che gli mandino in ruina. Se adunque questi più sono assai, facciano adunque quelli ch’accusano i poeti come essortatori di peccati, et con la mansuetudine domino la sua rabbia, né si sdegnino apparare pria che ridendosi voglino fare giudicio delle fatiche altrui; accioché, mentre lanciano contra gli altri i dardi della sua iniquità sciocca, non provochino contra sé i folgori della divina vendetta.

CHE I POETI GUIDANO al bene chi li legge.

DIETRO questo, gli iniquissimi insidiatori dicano i Poeti essere seduttori delle menti, imperoché col suo dolce suono, con l’elegante parlare, et con la ornata et diligente oratione, infondeno le loro inettie ai lettori, et così guidano ove non fa mistieri gli sciocchi studiosi. Quale ignorante et che non habbia veduto i poeti, sì come sono ignoranti essi accusatori et non hanno veduto i poeti illustri, et se gli hanno veduto, per sua dapocaggine non gli hanno intesi, non crederà facilmente che questi parlino benissimo, giustamente et santamente contra i poetici versi? Ciò vegga Iddio, et sel veggano quelli a’ quali da lui è conceduto il lume dell’intelletto. Ma tu Citharedo divino Davio, solito con la dolcezza del tuo verso acquetare i furori di Saulo, se hai cantato nessuna cosa soave o meliflua, nasconde il tuo Lirico verso. Et tu Giobbe, il quale in verso heroico hai scritto le tue fatiche et la patientia, s’egli è dolce et ornato fa l’istesso, insieme con gli altri sacri huomini che con verso mortale hanno cantato i divini misteri. Et quello ch’io dico a questi sia detto ancho ad Orpheo, Homero, Marone, Flacco, et altri; posciaché si è venuto a tanto che si trovano di quelli che senza pena nessuna dicano che il corrompere le menti degli huomini è il mandare fuori metriche orationi in dolce suono, elegante et ben purgato. O Bavio, et tu Mevio, allegratevi, poiché sono biasimati questi; a voi, che non pensava, già è stato conceduto il tempo et preparato un luogo ampissimo. So che diranno si havere detto essere cosa dannosa havere scritto et letto le pazzie in risonanti versi. Confesso che questa additione era di non picciolo momento, se nelle precedenti ragioni più volte non si fosse dimostrato quali siano le inettie dei poeti illustri le quali essi biasimano; et però quello che havevano per gran cosa si è risolto in nulla. Nondimeno, per venire più dirittamente a questo, perché dicono i Poeti essere seduttori delle menti, prima vorrei sapere, che essendo molti i poeti, quali siano i seduttori delle menti, et quale si tenga per tale? Per aventura non me ne potrebbono produrre altri che quelli che studiano. Quali adunque da loro siano studiati, essa accusa gli dimostra. Se questi amano gli amorosi con quelli si trastullano, con gli occhi fanno vezzi alle don[p. 262r]nicciuole che rideno, dettano letterine d’amore, componeno rime et fanno canzoni per esprimere le sue affettioni et sospiri, et mancandoli le forze del debile ingegno, per necessario aiuto et rimedio riccorreno dai maestri dell’arte amatoria. Di qui rivolgeno i volumi di Catullo, Propertio et Nasone. Onde volentieri dalle vane descrittioni di questi tali, narrate in versi soavi et ornate da facile testura di parole, come in tutto a questo inclinati si lasciano condurre et guidare, et ritenere. Di qui hanno conosciuto le vanità dei poeti. Di qui gli ingrati accusano i suoi precettori, et quelli chiamano seduttori delle menti, che da loro volontariemente et non da altri pregiati sono stati seguiti. A gran cose adunque, anzi a grandissimo danno opra i nostri riprensori. Percioché non è picciola cosa servire all’amore, alle cui forze prima Phebo et poi Alcide domatori dei monstri cederono. O quanto meglio sarebbe stato all’ignorante havere tacciuto, che in sua vergogna havere parlato. Attento che se riguardassero, mentre pensano havere accusato i poeti conoscerebbono havere mostrato sé stessi colpevoli. Da questa accusa adunque quali siano i loro studi, quali i desiderosi, et quale la giustitia manifestamente conosciamo. Ma che openione possiamo havere di questi tali, se a caso una donzella con gli atti lascivi, con gli occhi vaghi et con piacevoli parole gli porgesse dishonesta speme, poscia che da mutoli et taciti versi si lasciano guidare? Vergogninsi adunque i miseri, et in migliore riformino il loro scioccho consiglio riguardando Ulisse, huomo gentile, che sprezzò non i canti dei muti versi, ma le dolci voci delle Sirene come nocive, et passò per quelle. Et perché sia detto alcuna cosa d’intorno alla forza del vocabolo, il quale sì come sceleratissimo oppongono ai poeti, dovrebbono havere veduto che, se bene fu opposto a Christo nostro Salvatore dai Giudei, i quali vergognosamente il chiamarono seduttore, nondimeno non sempre esser da pigliare in cattiva parte. Non hanno potuto quegli scelerati huomini nel servirsi di quello levarli l’antica forza, perché seducere overo sedurre si può pigliare in buona parte; percioché egli è ufficio di buon pastore che ha cura delle cose pastorali havere sedutto, o per meglio dire separato dagli infettati et amalati armenti i non ancho infermi. Et così alle volte gli huomini saggi per suoi ricordi seducono, cioè separano gli animi generosi da quelli che sono infermi del morbo dei vitii. Là dove credo i poeti illustri spessissime fiate sedurre i creduli et farli migliori; di che questi guidati non dal diffetto ancho dei poeti men che honesti, ma dal loro proprio, se potessero si sforzano mostrare il contrario. O vero Iddio, rimovi questa peste dagli ignoranti creduli et correggi questi cianciatori, et di maniera ammaestrali che con l’essempio tuo vogliano più tosto fare che insegnare. [p. 262v]

CHE I POETI NON SONO punto Simie dei Philosophi.

ALCUNI di questi che si preferiscono agli altri dicono che i Poeti sono Simie dei Philosophi. Ma non ho molto per certo se dicono questo per incitar riso agli huomini, sì come spesso fanno le donnicciuole con le sue fanfaluche, o più tosto secondo l’openione dell’animo che così si credano, overo per iniquità di mente, affine di farsi beffe. La prima certamente si devrebbe con sdegnoso animo sopportare dai prudenti, veggendo dagli ignoranti farsi favole ridicole al volgo sopra gli huomini notabili, percioché gli asini et porci bardati, overo bestiaccie di qual sorte più vuoi, vestite di diversi pelle, facilmente per le strade caminando trovarebbono chi di loro molto meglio potrebbe dire et trovare tali cose, et peggiori. Se poi credendoselo l’affermano, overo se ne rideno, l’uno et l’altro tanto stoltamente quanto malignamente oprano. Egli è proprio et naturale delle Simie (sì come talhora si ricordiamo haver detto) di volere, potendo, imitare tutti gli atti che fanno gli huomini, onde pare che questi tali vogliano i poeti essere imitatori et indi Simie dei poeti; cosa che non sarebbe tanto da ridere, percioché per lo più i philosophi furono huomini honesti et inventori delle buone arti. Ma gl’indotti si ingannano, attento che, se a bastanza intendessero i versi dei poeti, avertirebbono tutti non Simie, ma d’esso numero de’ Philosophi essere computati, non essendo da loro nessuna altra cosa sotto velame poetico nascosta eccetto che conforme alla philosophia, secondo l’openione degli antichi. Oltre ciò, il semplice imitatore in nessuna cosa non s’allontana dai vestigi dell’imitato; il che punto nei poeti non si vede. Conciosia che, se bene non escono dalle conclusioni philosophice, nondimeno per quella istessa via non tendeno a quello. Il Philosopho, come chiaramente si vede, con i Silogissmi reproba quello che men vero istima, et nell’istessa forma approva quello che intende, et questo apertissimamente, sì come puote. Il Poeta quello che ha conceputo con la imaginatione sotto velame di fittione (levati in tutto i silogismi), quanto più artificiosamente puote nasconde. Il philosopho è stato solito in stile di prosa, come le più volte, et facendo ancho quasi poco conto del suo ornamento scrivere le sue cose. Il Poeta in verso, con grandissima cura ricercando ornamento notabile, ha fatto i suoi poemi. Oltre ciò, egli è cosa propria dei philosophi disputare nelle Accademie, et dei poeti cantare nelle solitudini. Onde queste cose non essendo tra sé conformi, il poeta non sarà, come dicono, Simia del philosopho. Ma se dicessero che fossero Simie della natura, si potrebbe forse con animo più giusto sopportare, attento che il poeta iusta il suo potere si sforza descrivere in famosi versi tutto quello ch’ella opra et tutto quello che per operatione sua perpetua si opra; il che se questi vorranno riguardare, vedranno le forme, i costumi, i parlari, gli atti di tutti gli animali, i meati del cielo et delle stelle, gli empiti dei venti, i sonori strepiti delle fiamme, i rumori dell’onde, le altezze dei monti, l’ombre dei boschi, i corsi dei fiumi tanto aper[p. 263r]tamente descritte, che quelle istesse cose penseranno in poche letterine di diversi essere locate. In questo confesserò io i poeti essere simie; il che io tengo honoratissima cosa, cioè con l’arte sforzarsi imitar quello che per potenza opra la natura. Ma che tante cose? Sarebbe meglio a questi tali oprare, se potessero, che noi insieme con loro divenissimo Simie di Giesù Christo che farsi beffe dei non conosciuti poeti, avenendo spessissime volte che quelli che tentano l’altrui pizzicore graffiare sentano ancho le altri ugne con ansietà insanguinarsi del loro.

CH’EGLI NON È MAL FATTO né peccato mortale leggere i libri dei poeti.

QUESTI arbitri della giustitia, anzi ingiustitia, con ardente rabie desiderando la rovina del poetico nome, come quasi contra lui havessero detto poco, ad alta voce gridano con simile gracchiare: "O famosi huomini; o riscossi col sangue divino; o grato popolo a Iddio; se punto di pietà, se punto di divotione, se punto di amore della Christiana religione, et se punto di tema d’Iddio è in noi, gittate nelle fiamme questi infausti libri de’ poeti, abbrugiateli, et date le loro ceneri a serbare ai venti, percioché l’haverli in casa, leggerli, et ad alcun modo ancho volerli vedere, è mortal peccato. Empiono l’anime di mortal veleno, traheno voi nell’Inferno, et in eterno vi fanno essuli del regno celeste." Dopo questo inalzando i gridi adducono in testimonio Girolamo, il quale dicono che dice nella Pistola a Damasso del figliuolo prodigo: I versi dei Poeti sono cibo dei demoni. Et con queste et molte altre simili cose, con la gola gonfiata intonano gli auditori ignoranti: "O pietà. O antica fede. O gran patientia d’Iddio, che sopporti? Perché, o fattor delle cose, nelle dritte torri, perché nelle alte cime dei monti drizzi i folgori? Questi, Santissimo Padre, sono da ferire, i quali con la lingua piena d’inganni, et con bugiarda ruina d’altri et spesse volte innocenti, si usurpano la gloria vana." I medici con la terra cuopreno i suoi errori; questi con le prohibitioni et fiamme si sforzano celare le loro ignoranze. Qual semplice huomo udirà questi tali che non istimi i poeti essere dannosissimi huomini, inimici del nome divino, imitatori dei demoni, crudeli, malefici, et sempre attori di opre inique, ne’ quali non sia nessuna cura delle buone arti, nessuna pietà, nessuna fede overo santità? Et così per opra et iniquità di questi ignoranti, i famosi huomini conseguiscono quella ignominia che non meritarono mai. Ma spero che Iddio una volta il vedrà. Ma noi veggiamo possendo quale sia questa sì mortale iniquità che questi tali gridano essere commessa se si tengono, veggono o leggono i versi dei poeti; quelle cose che in sé contengano i loro libri, quello che persuadano, quello che dannino et quello che insegnino, egli si ha a bastanza dichiarato di sopra. Ma lasciate quelle, voglio che contra la verità quelli scrivano tutte le cose scelerate et le persuadano ai lettori. Che sarà poi? Furono huomini gentili, non [p. 263v] conobbero Iddio, innalzarono la sua religione da loro istimata vera, et mandarono in luce fittioni che spesse volte portarono nel suo ventre gratissimi et lodevoli frutti. Ma che poi? Prego questi eccellentissimi esclamatori, mi dicano se a quelli sia vietato da alcuna antica overo nova dottrina descrivere in qual Stile che volessero le scelerità dei loro dei? Non veramente credo né ancho al Christiano che finga, mentre la dirittamente intesa fittione contra la catolica verità dichiarata non partorisca cosa che vietata sia. Se le leggi, i Propheti, né le sacre institutioni dei Pontefici ciò non ti prohibiscono, che male è tenerli et leggerli? Diranno, perché con la dolcezza loro sono seduttori delle menti. A questa obiettione poco innanzi si ha risposto. Ma se sono così debili et di picciola levatura si guardino, ricordandosi dell’antico proverbio che diceva: Colui che ha l’elmo di vetro non entri nella battaglia dei sassi. Nondimeno, confesso ancho più oltre essere meglio studiare i sacri libri che questi, anchora che fossero perfetti, et tengo che chi gli studiano fanno meglio et sono più accetti a Iddio et la Chiesa. Ma non tutti né sempre siamo guidati da un medesimo affetto, et così talhora alcuni sono guidati ai poetici; onde se vi siamo condotti, overo volontariamente ci incorriamo, che peccato et che male è questo? Possiamo senza danno udire i costumi barbari se vogliamo, raccorre essi barbari, alloggiar quelli, se ci la dimandano farli ragione, far amicitie seco, ma leggere i libri dei poeti (se a Dio piace) da questi dottissimi huomini ci è vietato. Nessuno non ci prohibisce che non ricerchiamo i mortali errori di Manicheo, Arrio, Pelasgio et degli altri heretici, affine che gli conosciamo; ma egli è cosa horrenda, anzi, come questi gridano, mortale, leggere i versi poetici. Possiamo ancho riguardare i dishonesti gioculatori che per lo più fanno scelerati giuochi nel mezzo delle strade, udire nei conviti gli histrioni che cantano cose inique, et patire i ruffiani che nei lupanari bestemmiano; né per ciò siamo tratti nel centro dell’Inferno. Ma il leggere i poetici poemi ci fa privi del regno eterno. Al depintore ancho nelle sacre chiese è lecito depingere il cane Tricerbero che fa la guardia alla porta di Plutone, Cheronte nocchiero che solca il fiume Acheronte, le Erinne cinte d’ire et armate d’ardenti faci, et esso Plutone prencipe del regno infernale che tormenta i dannati; ma ai poeti l’haver scritto le istesse cose in verso è scelerità, et irremissibile peccato a chi le legge. All’istesso Pittore è conceduto nelle sale dei re et degli huomini nobili depingere gli amori degli dei antichi et le scelerità degli huomini, et ogn’altra sua inventione senza divieto alcuno, et questo è concesso che sia veduto da ciascuno secondo il piacer suo; ma le inventione dei poeti, limate di ornate lettere et lette più dai saggi, vogliono che occupino le menti che non fanno quelle mirate dai sciocchi. Che tante cose? Confesso ch’io manco volendo, s’io potessi, conoscere con quai forze et con qual potenza l’edace malignità et l’ignoranza habbia potuto spingere questi cianciatori in così gran pazzia. Almeno dovrebbono havere saputo che il Vaso d’Elettione ci ha lasciato. Che il sapere il male non è male, ma l’operarlo. Et essi novissimi precettori, credo per essere tenuti dalle sue donnicciuole più prudenti et per conseguirne più grasse schiacciate, non si vergognano dire non dirò sapere, ma leggere i poeti essere cosa dannosissima. O no[p. 264r]iosa cosa da udire, anchora che fossero in tutto da sprezzare i poeti. Sarebbe cosa iniqua, se tu vedessi nel fango una pietra pretiosa, et raccorla, come quasi il fango che si gitta via l’havesse fatta meno pregiata? Né si vergognano questi interpreti con questa sua prosontuosa et generale prohibitione volere della verità essere fatta bugia, se talhora haverà parlato il poeta; anzi a bocca aperta negano che l’habbiano detta. Egli è cosa da ridere sentire il diavolo, inimico del genere humano, talhora haver potuto dire qualche buona parola, ma i poeti, come che contra la conscienza poco dianzi habbia conceduto che siano cattivi, benché forse in alcuni non vi si potrebbe opporre di ragione nessuna cosa dishonesta eccetto la gentilità, non haver potuto dire pur una buona parola. Dai sacri huomini ancho talvolta è chiamato in testimonio il Diavolo; ma l’havere invocato un Poeta, per l’auttorità di questi oppositori è irremissibile peccato. Ma hora prego che questi riprensori et preconi dell’essiglio dei poeti mi dicano che più della Philosophia puote havere peccato la poesia. Certamente la Philosophia è ottima ricercatrice della verità. Della ritrovata poi sotto velame fidelissima serbatrice ne è la Poesia. Se quella sente le cose meno che diritte, questa non ha potuto havere serbato il giusto. Percioché ella è servente della padrona, et è di necessità che segua i suoi vestigi. Se quella esce di strada, che ancho questa pigli cattivo camino la necessità la constringe. Che è adunque, se a bocca piena allegghiamo i Philosophi gentili, serbiamo le loro sentenze, et non fermiamo nessuna cosa se non quasi fortificata dalla sua auttorità? Sappiamo che abhorriscono i detti dei poeti et i poeti, et biasimandoli li condenniamo. S’innalza Socrate, s’honora Platone et si riverisce Aristotele, per lasciare gli altri da parte che tutti furono gentili, et molte volte huomini irreprobabili per le false openioni. Homero dai nostri oltraggiatori si scaccia, si danna Hesiodo, et si disprezza Marone et Flacco, i cui figmenti in sé non hanno altro che le loro disputationi. Onde perché studiano i loro volumi, et da quelli benché con difficultà, no’l patendo l’ingegno, alcuni principii ne hanno compreso, lodano quelli come se gli havessero intesi; ma perché non intendeno la profondità degli scritti dei poeti, gli sprezzano et abhorriscono. Nondimeno gridino, latrino, commandino et persuadino quello che vogliono; se gli scritti dei philosophi, se i fatti dei barbari et le perfidie degli heretici si ponno leggere, ancho i volumi dei poeti senza peccato né offesa di Dio né del mondo se ponno leggere, tenere et udire, con la mente tuttavia però intiera et costante; accioché dicendo quelli alle volte alcuna cosa in approvatione della fede loro gentile, i lettori come stranieri non si lasciassero da quella macchiare. Hora ci resta all’ultima parte dei loro gridi un poco più valorosamente et con più lungo parlare da opporsi, perché con questa, cavata dall’auttorità d’un famosissimo et santissimo huomo, si credeno havere fermato tutte l’altre prime. Dicono adunque, esclamando le parole di Girolamo a Damasso Papa, I versi dei poeti sono cibo dei demoni. Il che, se a bastanza havessero inteso, vedrebbono ancho da noi essere stato fermato, et spetialmente dove già innanzi una volta et un’altra habbiamo detto esser stata [p. 264v] dannata et confutata la sporcitie dei Comici. Ma perché senza fare nessuna distintione di poeti, offuscati dalla nebbia dell’invidia, ciecamente fanno empito in tutti, egli è da abbassare la loro ignoranza, et essi sono da porre in perpetuo silentio. Se adunque le Pistole, se i volumi, et se questa medesima auttorità che producono per testimonio di Girolamo o d’alcuno altro che vogliano essere stati condennati i poeti, studiosamente havessero letto, certamente havrebbono trovato queste parole dichiarate da Girolamo et appostovi il suo senso, et ancho la obiettiono che fanno così libera, et spetialmente l’havrebbono trovata dichiarata nella figura della donna captiva col capo raso, senza la veste, con l’ugne tagliate et con i peli cavati da essere data in matrimonio all’Israelita. Et se non vorranno essere più religiosi o più delicati dei santi dottori, troveranno questo cibo di demoni non solamente non gittato via, né come commandano posto nelle fiamme, ma con diligenza conservato, maneggiato et gustato da Fulgentio, dottore et Pontefice catholico, come si vede in quel libro da lui chiamato delle Mithologie; nel quale con elegante stile ha descritto et esposto le favole dei poeti. Medesimamente troveranno Agostino, famosissimo dottore, non haver havuto a schifo la poesia né i versi poetici, anzi con diligenza et vigilanza havergli studiato et inteso; il che volendo non potrebbono negare, attento che spessissime volte nei suoi volumi il santo huomo v’induce Virgilio et altri poeti, né quasi mai noma Virgilio senza alcun titolo di lode. Così, per dirlo di novo, trovarebbono Girolamo, eccellentissimo et santissimo dottore, et di tre lingue maravigliosamente instrutto, il quale questi tali cercano produrlo per testimonio della sua ignoranza, con tanta diligenza havere studiato i versi dei poeti et havergli serbato nella memoria, che pare che non habbia quasi mai alleggato nessuna cosa senza il loro testimonio. Riguardino, se no’l credeno, tra l’altre sue opre il Prologo di quel libro che tratta delle Hebraiche Questioni, et vi mettino consideratione, se si accorgeranno egli essere stato tutto Terentiano. Et riguardino ancho se spesissime volte induce ad un certo modo come quasi suoi affermatori Horatio et Virgilio, et non solamente questi, ma Persio et altri. Leggano appresso la di lui facondissima Epistola ad Agostino, et veggano se in quella tra gli huomini Illustri l’huomo dotto vi annoverei i Poeti ch’essi con tanti gridi, se potessero, si sforzano confondere. Ma se no’l sanno rilegganno gli Atti degli Apostoli, et sentino se Paolo ha studiato et conosciuto i versi poetici. Troveranno certamente che a lui, disputando contra le ostinatione degli Atheniesi, non venne a noia servirsi del testimonio dei poeti. Et ancho altrove egli usò di versi di Menandro Comico, mentre dice: I cattivi parlamenti corrompeno i buoni costumi. Et se bene mi ricordo allegga un versetto d’Epimenide Poeta, il quale apertissimamente si potrebbe dire contra questi, dicendo:

I Cretesi mai sempre son bugiardi,

Son male bestie, et hanno i ventri pigri.

Et così ancho quello che fino al terzo cielo fu rapito, il che questi più santi vogliono che sia peccato, overo cosa iniqua, fu tenuto havere letto et imparato versi di poeti. Oltre ciò, ricerchino quello che s’habbia scritto Dionisio Ariopagita, discepolo di Paolo et egregio martire di Christo, nel suo libro della Gierarchia Celeste. Secondo la sua in[p. 265r]tentione veramente dice, persegue et approva la divina Theologia nella fittione poetice, sì come tra l’altre così dicendo: Ma molto arteficiosamente la Theologia si è usata, nelle sacre poetice formationi, in non figurati intelletti, rivelando, come s’è detto, l’animo nostro, et ad esso con la propria et conietturale guida provedendo, et ad esso riformando le Sacre Scritture. Indi, segue molte altre cose che segueno dietro questa sentenza. Et per lasciare ultimamente gli altri ch’io contra la bestialità di questi potrei addurre, non ha esso Signore et Salvator nostro parlato molte cose in parabole convenienti allo stile Comico? Non ha egli verso Paolo prostrato usato delle parole di Terentio, cioè: Egli ti è cosa dura calcitrare contra lo stimolo. Ma sia da me lontano che istimi Christo haver tolto queste parole da Terentio; benché molto prima fosse di quello che fossero dette queste parole. A me basta assai, per fermare il mio proposito, il nostro Salvatore haver voluto, benché sia sua parola et sentenza, tal detto essere stato proferito per bocca di Terentio, accioché in tutto si deggia i versi dei poeti non essere cibo del diavolo. Che diranno hora questi illustri sbagliaffoni? Grideranno ah? Si leveranno contra i versi dei poeti, essendo reprovati dal suo medesimo testimonio? Et ancho essendo ripulsi et vinti dal testimonio di molti santi huomini? Veramente esclameranno, percioché la loro rabie è invincibile; ma quanto giustamente, Tu Ottimo re te’l vedi, et se’l veggono quelli a’ quali la ragione è più amica che non è ostinata la durezza di questi tali. Ma a questi che dannano così absolutamente, Iddio giustissimo giudice gli renderà una volta il merito della invidia, et a loro sarà misurato di quella istessa misura della quali eglino ad altri misurano.

CHE TUTTI I POETI secondo il comandamento di Platone non sono da essere cacciati dalle città.

EGLI ha paruto poco ai nostri maligni l’haver posto ogni suo sforzo per scacciar i poeti (se havessero potuto) dalle case et mani degli huomini; et però, ecco che con un’altra schiera fatta di novo fanno empito, et armati dell’auttorità di Platone con scelerata gola mandano fuori sonore voci, dicendo per comandamento già di Platone i poeti deversi cacciare dalle città. Indi, per sovenire dove manca Platone v’aggiungono, accioché con le sue lascive non corrompano i costumi civili. Alla quale oppositione, se bene a bastanza pare che di sopra vi sia stato risposto, non mi rincrescerà di novo più ampiamente haverli risposto. Confesso adunque essere grandissima l’auttorità di questo philosopho, né essere da sprezzare, se dirittamente viene intesa. Del cui senso questi veramente o nulla o il contrario tengono, come si vedrà. Nondimeno, a quelli si ha dimostrato che i poeti volontariamente habitano nelle solitudini; là onde gli chiamavano montani et huomini rozzi. Ma se poi per forza habitassero nelle città, che direbbono questi iniqui? Direbbono che sono [p. 265v] tiranni. Ma se hora volessero rivolgere la sententia et chiamarli habitatori delle città, egli è falso. Si ritrova che Homero tra l’aspro degli scogli et le montagne dei boschi, dopo l’havere cercato il mondo, con estrema povertà habitò nel lito degli Arcadi, dove veggendovi con la mente, ma nondimeno infermo del lume degli occhi, dettò quelli grandi et maravigliosi volumi non politi dall’hibleo, ma dal castalio mele, della Iliade et dell’Odissea. Virgilio poi, d’ingegno non minor d’Homero, sprezzata la città di Roma alhora reina del mondo, et lasciato Ottaviano Cesare Monarca di tutto il mondo, della cui amicitia molto si dilettava, si ricercò non lontano da Napoli inclita città di Campania, che alhora ancho era non poco abondante di delitie et otio, un separato loco vicino al quieto et solitario lito (come diceva Giobanni Barillo, huomo di gran spirito) tra il promontorio di Posilibo et Pozzuolo, antichissima colonia de’ Greci; da cui quasi mai nessuno, se non lo ricercavano, non andava. Nel qual loco, dopo i versi della Georgica, cantò la celeste Eneida; della quale eletta solitudine volendo Ottaviano lasciare testimonio et memoria, havendo fatto portare da Branditio le ossa dell’istesso Virgilio, non lontano dalla eletta solitudine le fece sepellire, appresso quella via che al dì d’hoggi si chiama Puteolana, accioché morte giacessero ivi vicino dove lo spirito vivendo si havea eletto la habitatione. Et accioché sempre non discorriamo per le cose antiche, le quali facilmente, benché siano con degno testimonio fermate, sono da questi repugnanti negate, FRANCESCO PETRARCA, veramente huomo divino et nell’età nostra famosissimo Poeta, sprezzata la Occidentale Babilonia et la benivolentia del Pontefice Massimo, la quale quasi tutti i Christiani grandemente desiderano et procurano, et di molti Cardinali et altri Prencipi, non se ne è andato in Valchiusa, solitudine famosa et loco della Francia? Dove la Sorga re dei fonti nasce? Et ivi quasi tutta la sua fiorita gioventù, contento del solo servitio d’un suo famigliare, considerando et componendo ha speso? Veramente egli ciò ha fatto. Vi sono i vestigi, et vi staranno lungamente; una picciola casa, un orticello, et mentre a Dio piace, ci viveno molti testimoni. Se adunque, per più non ne nomare, egli è così, per Dio egli è poco bisogno che in ciò nessuno s’affatiche per più oltre cacciare i poeti dalle città. Vorrei nondimeno intendere da questi se istimano che Platone, quando scrisse il libro della Republica, nel quale si comanda questo ch’eglino dicono, intendesse di Homero, cioè che se quella città gli fosse piacciuta, ei ne fosse da esser cacciato. Non so quello che siano per rispondere. Ma io no’l credo, havendo già letto di lui molte cose da essere lodate. Percioché le sacratissime leggi dei Cesari il chiamano padre di tutte le virtù; et spessissime volte i latori di quelle, per farle degne di maggior riverenza et fermarle con un certo sacrosanto testimonio, tra quelle alle volte hanno messo dei versi d’Homero, sì come nella fine del Proemio del Codice di Giustiniano si legge un verso della Iliade, et nel medesimo sotto il Titolo de Iustitia et Iure, et così ancho nel contraherla comprenda et dei Legati et fidei commessi, et in molti altri luoghi, sì come chi no’l crede il può vedere nella Pandetta Pisana. Oltre ciò, molte famosissime città della Grecia, essendo ancho morto et povero, vennero per lui [p. 266r] in contentione, volendo ciascuna che fosse suo cittadino; et sopra ciò ne mossero lite, sì come chiaramenti si può comprendere per le parole di Cicerone nella Oratione per Archia, dove dice: I Colophoni dicono che Homero è suo cittadino, i Chii se l’usurpano, I Salamini il dimandano, ma i Smirni confermano ch’egli è suo, di sorte che ancho nel suo castello gli edificarono un tempio; et molti altri medesimamente tra sé per lui contendono. Il che ancho si vede testimoniare da certi antichissimi divulgati versi tra i dotti, i quali ricordomi havere letto, et così dire:

Sette cittadi litigan d’Homero

Samo, con Smirne, Colophone, e Chio,

Indi Pilo, con Argo, et con Athene.

Poscia, esso Platone nel medesimo libro della Republica et in altri spesse volte produce questo in testimonio delle sue conclusioni. Se adunque dalle leggi è tenuto padre, se ornamento di quelle, se ancho dimandato per cittadino da tante città, et se da esso precettore Platone prodotto per testimonio, egli è cosa pazza pensare l’istesso Platone havere commandato tal prudentissimo huomo Poeta dovere essere cacciato dalla città. Oltre ciò, per questo editto di Platone istimaremmo Ennio dovere essere scacciato dalla città, il quale della povertà contento fu tanto caro per la virtù sua ai Scipioni, huomini non solamente per armi, guerre et sangue illustri, ma famigliarissimi della philosophia et per santi costumi famosissimi, che ancho dopo la sua morte vollero le ceneri di quello essere locate appresso quelle dei suoi maggiori, et sepolte nella sua archa? Se questi se’l credono, no’l crederò io; anzi tengo che Platone havrebbe desiderato la sua città essere ripiena di tali huomini. Che diremo poi di Solone, il quale, date le leggi agli Atheniesi, benché già fosse vecchio si diede alle cose poetice? Diremmo dovere essere cacciato dalla città colui che ridusse la città scorretta in vita et costumi civili? Che poscia del nostro Vergilio, del quale (per lasciare il resto) la faccia tanto si arrosava per vergogna d’ogni dishonesta parola che tra gli altri dell’età sua udiva a dire, et di maniera se ne vergognava la mente sua che per ciò, ancho giovane, ne fu chiamato Parthenia, che latinamente risuona vergine overo verginità? Di cui tanti sono i ricordi che ci persuadeno alla virtù (sì come spesse fiate già s’è detto) quante sono le parole dei suoi versi; onde, accioché non si abbrugiasse quella divina opra, sì come egli morendo haveva commandato, Ottaviano Cesare Augusto, lasciato da parte le cure del grandissimo impero, non pure in ciò fece contra le leggi, ma ancho vi compose quelli versi che fino al dì d’hoggi si leggono, et che dinanzi habbiamo recitati. Del quale medesimamente fino al presente appresso Mantovani con tanto honore è celebrato il nome, che non potendo honorare quelle ceneri tolteli da Ottaviano secondo il disio loro, quel antico suo poderetto, a guisa d’un huomo che viva, da lui nomato honorano et riveriscono, et ai giovani figliuoli i vecchi padri il dimostrarono come una cosa sacra et degna di riverenza. Indi agli stranieri che ivi capitano, come quasi per aggrandire la loro gloria, non senza grandissimo testimonio di [p. 266v] virtù il fanno vedere, et di lui parlano. Et adunque noi crederemo che Platone volesse questi virtuosissimi huomini et gloria dei luoghi essere cacciati dalla città? O stolto capitolo. Potrei dire molte cose di Persio Volterrano et di Giuvenale d’Aquino, per le quali si vedrebbe chiaramente non essere stato intentione di Platone questi tali essere da cacciare dalla città. Ma l’animo mi guida a narrare le vedute et produr di quelle, che da questi non si possano negare né gittare dopo le spalle. Crederò adunque Platone essere stato sì pazzo c’havesse giudicato Francesco Petrarcha dover essere cacciato dalla città? Il quale dalla giovenezza sua facendo vita casta, di maniera abhorrisce le sporcitie veneree che a chi il conosce egli è santissimo essempio d’honestà; di cui la bugia è mortale inimico; il quale è rifutatore di tutti i vitii et venerabile arca di verità, splendor di virtù, et regola di catolica santità. Pio, benigno, divoto, et talmente vergognoso che merita essere chiamato un altro Parthenia. Egli è, appresso, gloria della facultà poetica et orator soave et facondo; al quale essendo manifesto tutto il seno di Philosophia, ha un ingegno oltre uso humano acuto, una memoria tenace, et la cognitione piena di tutte le cose, quanto mai in huomo sia possibile. Là onde tutte le opre sue, così in prosa come in verso, che molte ve ne sono, risplendeno con tanto lume, hanno tanto soave odore, sono riguardevoli per tanti fioriti ornamenti, dolci per la eleganza delle gravi parole, et saporite per lo maraviglioso suco delle sentenze, che sono tenute più tosto essere fatte con artificio d’ingegno divino che humano. Che dirò tante cose? Veramente egli avanza l’huomo et di gran lunga trappassa le forze de’ mortali; né io predico queste lodi come quasi ch’io comendi un huomo antico et già molti secoli morto, anzi riferisco i meriti (mentre piace a Dio) d’uno che vive et vale. Il quale, famosi Laceratori, se non credete alle mie parole, con la fede degli occhi potete vedere. Né dubito che di lui avenga quello che molte volte è accaduto a’ famosi huomini, come dice Claudiano: La presenza minor rende la fama. Anzi arditamente affermo che la di lui presenza aggrandirà la fama, tanto è notabile per la maestà dei costumi, per la facondia della soave eloquenza, per la piacevolezza et per la ben composta vecchiezza; onde di lui si potrebbe dir quello che di Socrate si legge in Seneca philosopho morale, cioè gli auditori suoi haver cavato più dottrina dai suoi costumi che dalle parole. Et per tacere una volta di questo Famosissimo huomo, prego che questi mi dicano se questi tali Poeti saranno cacciati da Platone fuori della città? Et se simili sono cacciati, vorrei m’allegassero quali cittadini ei sia per introdurvi? Piglierà forse dei ruffiani, dei gnatoni, dei parasiti, dei lussuriosi, degli ubbriachi o dei degni delle forche, et simili a loro? O Felice, o lungamente per durare Republica di Platone, se caccia i poeti et habbia questi cittadini ministri dei costumi et vite degli huomini. Ma sia lontano ch’io pensi il dottissimo huomo haver inteso questo ch’eglino interpretano; anzi tengo et i famosi poeti et tutti gli altri simili a loro non tanto essere cittadini delle città et della sua Republica, ma prencipi et maestri. Ma questi stomacosi diranno, se non questi, [p. 267r] quali adunque comanda Platone poeti esser cacciati? A tali sarebbe da rispondere, cercatelo voi, censori da poco. Nondimeno, perché egli è d’havere compassione all’ignoranza di ciascuno, et benché male se l’habbiano meritato, tuttavia è da haverglila, sì come a tutti i licori hanno la loro feccia, la quale è da gittare et il licore da serbare, così ancho è l’ stesso delle facultà et scienze, le quali si debbono raccorre et pigliarne il licore lasciando la feccia. Percioché qual cosa è più vera della philosophia, maestra di tutte le cose? Questa, per tacere degli altri, hebbe i Cinici et gli Epicuri, i quali involti in scelerati errori si sono quasi sforzati in alcune cose quasi dishonestarla, di maniera che parvero più tosto di lei inimici che ministri. Ma dimando se per questi tali diremmo esser da scacciare Xenocrate, Anaxagora, Panetio, et altri di questo titolo ornati? Questo sarebbe ufficio di stolto et ignorante. Qual cosa è più santa della religion Christiana, et questa ha havuto i Donatisti, i Macedoni, i Photini, et altri heretici di più fetida feccia macchiati; ma nondimeno per questi non diciamo esser prophani né scelerati Ambruogio Melanese, Leone Papa, et altri sacri et venerabili huomini. Così ancho la Poesia, per tacer dell’altre, hebbe la sua feccia, et vi furono alcuni che sono chiamati poeti comici, tra quali, se alcuni ve ne furono di honesti, vi fu, come Plauto et Terentio, che per lo più sono paruti con le loro vergognosissime inventioni macchiare la splendida gloria della Poesia; et a questi si può alle volte aggiungere Ovidio. Questi veramente, o per la innata lascivia della mente o per disio di guadagno, overo per lo piacer commune del volgo, composte le sue favole le recitavano nelle scene con poca riverenza di costumi; onde i petti lascivi erano incitati alle scelerità et la virtù di constanti era travagliata, et quasi tutta la disciplina dei costumi declinava. Et quello ch’era più dannosissimo, come che la religione gentile tra l’altre cose sia da sprezzare, haveano ridotto i popoli a così scelerati spettacoli di sacrifici ch’eglino istessi se ne vergognavano. Simili poeti ancho, sì come è stato detto per inanzi, non solamente abhorrisce la religion Christiana, ma ancho essa gentilità gli rifiutò. Questi veramente istimo esser quelli che Platone commandò che fossero cacciati dalla città; ma io tengo che non pure dalla città questi tali, ma dal mondo debbano essere cacciati. Ma per questi deve essere cacciato Hesiodo, Euripide, Statio, Claudiano et simili? Io penso di non. Questi adunque facciano distintione, et se non sono macchiati d’odio non degno piglino i male meriti, lasciando in suo riposo et pace i notabili.

CHE LE MUSE NON PONNO essere oltraggiate per lo difetto di nessuno ingegno lascivo.

ULTIMAMENTE, Inclito Re, questi che bestemmiano il poetico nome, mossi da scelerità temeraria, hanno havuto ardire entrare nei sacri silentii, nei rimotti additi dell’antro gorgoneo, nelle honeste stanze della poesia et nei Chori et divini canti delle vergini, et con di[p. 267v]scordanti gridi quelli turbare; et indi armati di quelle parole di Boetio, santissimo et famosissimo huomo, che si leggono cerca il principio di quel suo libro della Consolatione, dove fa parlare la Philosophia et dire: Chi ha lasciato andar da questo vecchio queste scenice meretrici, le quali non pure rimediarebbono ai suoi dolori con nessuno aiuto, ma con dolci veleni più gli nodrirebbono? Et quello che segue, empire con alte voci il tutto, non altrimenti che se fossero vittoriosi; cercando, se potessero, commovere le innocenti menti con ignominiosi oltraggi, non intendendo già quello che vogliano dire quelle parole di Boetio. Percioché riguardando solamente la corteccia, sgridano queste pudicissime donne non altrimenti che se fossero femine di carne, perché i loro nomi sono feminili, essere dishoneste, scelerate, venefice et meretrici, et facendole come vili meretrici tengono ancho ch’elle stiano prostrate nel mezzo dei fornicatoi a petitione della feccia del volgo. Né questo gli basta, anzi di qui vogliono che ancho i Poeti siano huomini dishonesti, così facendo il loro argomento. Se le Muse per testimonio di Boetio sono meretrici, sono dishoneste donne, et così è necessario che quelli a’ quali sono famigliari siano huomini dishonesti, attento che l’amicitia overo famigliarità non si può congiungere né stare eccetto per conformità di costumi. Che poi elle siano famigliarissime di poeti, egli si vede chiaramente ancho per li propri suoi versi; et così (come già è stato detto) sono huomini dishonesti. Vedi verso qual fine, Prudentissimo Re, tenda la vana astutia di questi tali? Ma sia come ella si voglia, con la verità bisogna confonderla. Quante adunque, quali siano et di quali nomi ornate le Muse, et quello che per loro habbiano compreso gli huomini illustri, (se bene mi ricordo) l’ho dimostrato nell’undecimo libro di questa opra. Ma fin’hora non restando acquetata la loro iniquità, alquanto egli è da affaticarsi. A bastanza istimo che si possa dalle cose per innanzi citate comprendere di due sorti essere la spetie dei Poeti, delle quali l’una è venerabile, lodevole et sempre agli huomini pii grata; l’altra poi è vile, vergognosa et scelerata, et è quella di quei poeti che per innanzi ho detto meritare dal mondo non che dalla città essere cacciati. Il medesimo si può dire delle Muse <si può dire>, delle quali si può affermare che uno sia il genere, et due le spetie. Percioché, conceduto che ciascuna di loro di quelle medesime forze et istesse leggi attuamente usi, veggendo che dagli atti diversi si cavano diversi frutti, cioè di qui l’amaro et di qui il dolce, non inconvenevolmente possiamo pensare che una sia honesta et l’altra dishonesta. L’una adunque di queste da essere lodata con tutti i titoli habita nelle selve d’Allori et nel fonte Castalio, et in tutti i luoghi che conosciamo per religione degni di riverenza; è amica di Phebo, va ornata di fiori et ghirlande, et è molto notabile per la dolcezza del canto et soavità della voce. L’altra è quella che guidata dai poeti comici habita nelle scene, nei Theatri et nelli spettacoli, et con scelerate fittioni per mercede si mostra benigna al volgo vile, et di nessuno ornamento lodevole è illustre. Questa non mitiga né sana le malattie degli infermi con la consolatione delle virtù, né con salutiferi né sacri rimedi, ma con querele et gemiti sino alla morte gli innalza con quella dilettatione con la quale si dilettano i presi delle passioni. Là onde a bastanza ponno vedere gli inimici dei poeti [p. 268r] quello che non sapevano, cioè che Boetio mentre gridava le Muse essere meretrici egli havere voluto intendere della triviale spetie delle Muse; et però disse Scenice meretrici, il che chiarissimamente questi oppositori havrebbono potuto vedere se havessero inteso quello che dopo poche parole detto dalla Philosophia si legge. Dice in tal modo: Ma lasciatemelo da curare et sanare alle mie Muse. Et accioché più chiaramente si vedesse ch’egli parlava della seconda spetie delle Muse, molte volte nei seguenti scritti la Philosophia introduce alla cura et consolatione di Boetio le dilettationi dei versi et le fittioni poetice. Adunque, poscia che la Philosophia al suo arteficio congiunge quelle, egli è da tenere che siano honeste; et se sono honeste, et ancho quelli a’ quali sono famigliari (sì come vuole la produttione di questi tali) è di necessità che siano honesti huomini. Di che le Muse vengono ad essere honeste, et i poeti sono honestissimi, onde invano questi tali si sono sforzati con vergognosa infamia infamare né quelle né questi. Percioché le Muse non ponno essere oltraggiate perché l’ingegno del poeta sia cattivo et lascivo, che alhora questa sorte di Muse che a loro favorisce non è la buona né la vera.

RAGIONAMENTO dell’auttore al Re.

CON quelle ragioni che io ho potuto, Clementissimo Re, ho ributtato le oppositioni di questi maligni et iniqui huomini; et se io non havessi havuto riguardo all’honestà mia, mi sarei rivolto con più ree parole et acuti stimoli contra la vita et costumi suoi. Nondimeno, tengo ch’eglino diranno oltre le dette molte altre cose, a tutte le quali volendo rispondere la oratione andrebbe troppo in lungo; et la troppo abondanza delle parole molte volte rincresce agli ascoltanti mediocri, non che agli animi reali involti in maggiori affari. Et però, per non essere noioso a tua Maestà et non parere che io voglia cacciare questi oltre i confini del mondo, essendo più tosto da havere compassione alla loro ignoranza che da procedere contra la loro meritata ruina, ho in animo far fine, et far cosa che essi non farebbono, cioè con gratia tua inanzi il fine di questo libro deporre ogni mia ira et giusto sdegno, perdonando alla loro malignità et parlando verso loro con amichevoli parole, per vedere se forse io potessi cangiare in meglio il suo consiglio et openione.

PREGHI DELL’AUTTORE verso gli inimici del Poetico nome per ridurli a miglior openione.

[p. 268v] VOI adunque huomini prudenti, se sete saggi, vi prego, mettete giù l’ire et acquetate i turbati petti. Assai, anzi troppo tra noi si ha con odio combattuto. Voi sete stati i primi che contra i nocenti havete mosso l’armi per cacciarli del mondo. Io all’incontro v’ho opposto il petto con tutte le forze mie (con l’aiuto d’Iddio et dei loro meriti) accioché i benemeriti non fossero cacciati dai contrari inimici; benché se eglino venissero contra voi in egual campo, con tardo pentirvi conoscereste quanto prevagliano alle vostre et mie forze. Nondimeno egli si ha combattuto, et si è venuto a tanto che con qualche gloria degli offesi, come che con grandissimo sudore, in tutto si ha alquanto calcato la libidine del vincere, et con giuste leggi si può fare la pace. Facciamola adunque, et volentieri pigliandola diamo riposo alle fatiche. Tra noi si sono dispensati i premi della guerra. Io ne riporto alquanto di dottrina in preda per premio di consolatione; et così si ha basciato assai loco alla pace. Credo che così vogliate, perché vi dovete pentire haver cominciato; et però usiamo dei beni della pace. Il che, affine che conosciate ch’io dico di core, perché sono stato il primo offeso, sarò ancho il primo ad incominciare a mantenere le leggi dell’amicitia, accioché l’istesso ancho voi facciate; onde quelle poche cose ch’io vostro amico caritattivamente sono per dirvi, pigliatele con giusto et tranquillo animo. Eccovi, honoratissimi huomini, che con quelle dimostrationi c’ho potuto v’ho dichiarato che cosa sia Poesia, la quale voi facevate nulla, quali i Poeti, quale il loro ufficio et quali i costumi suo; et voi gli sgridavate cianciatori, scelerati huomini, eshortatori di peccati et macchiati di mille mali. Indi ho designato che cosa siano le Muse, le quale chiamavate meretrici et forse pensavate che habitassero nei lupanari. Onde se sono da tanto et tanto honorati, non solamente non gli dovete biasimare, ma honorargli, con lodi inalzarli, amarli, et studiare i loro volumi per diventar migliori. Dal qual bene, accioché non vi ritire o l’età senile o l’havere udito le più famose scienze, sforzatevi di voi stessi poter quello che di sé non si vergognò poter il vecchio prencipe et di tutte le virtù singolar ornamento Roberto, inclito Re di Gierusalem et di Sicilia; il quale già famoso philosopho et egregio precettore di Medicina, et tra gli altri di quel tempo notabile Theologo, havendo fino al sessagentesimosesto anno dell’età sua fatto poco conto di Virgilio, et chiamatolo insieme con gli altri poeti (sì come fate voi) huomo favoloso et di niun pregio, lasciatogli l’ornamento di versi, tosto che udì Francesco Petrarca esporli i sensi segreti di poemi tutto pieno di stupore sé stesso riprese, et sì come io stesso l’udì con le mie orecchie affermò che mai prima non l’havea pensato così egregi et sublimi sensi, et sotto così ridicola corteccia come sono le fittioni di poeti, haver potuto nascondersi, sì come vedeva dopo la dimostratione dello studioso huomo esservi rinchiusi; et con grandissimo cordoglio biasimava il suo ingegno et disgratia, che così tardi havesse conosciuto l’arteficio poetico. Né si vergognò, né puotè esser ritenuto dalla vecchiaia, né dalla speranza della breve futura vita, che, posti da parte gli studi delle splendide facultadi, non incominciasse, per pigliare il pieno senso da Virgilio, dargli opra. Ma la subita morte che vi s’interpose gli interrup[p. 269r]pe lo studio; il quale se havesse potuto continuare, chi dubita che non vi fosse uscito con grandissimo honore di poeti, et comodo d’Italiani che attendeno a tale studio? Che adunque v’arrecarete a sdegno voi accettar quello ch’ad un re sapientissimo parve santo? A pena il crederò. Non istimo già che voi siate Tigri o fiere bestie, de’ quali l’ingegno, come la crudeltà di quelle, non si possa pregare in meglio. Nondimeno, se oltre questa mia credenza pia ancho nei vostri petti dura l’inimico ardore contra i male meriti, almeno per honor vostro, ogni volta che il pizzicore della lingua vi si spinge a sparlargli contra, vi prego per lo sacro petto della Philosophia, del cui forse alle volte havete bevuto il latte, che non vi lasciate andar precipitosamente di tal sorte contra il poetico nome; anzi se a bastanza sete in cervello, usiate sempre della distintione dove vi fa bisogno. Ella veramente ritorna in concordia le cose discordanti, et rimosse le nebbie dell’ignoranza

rende chiaro l’intelletto, et per via diritta ove vuole guida l’ingegno. Et questo fatte accioché con infami non congiungiate i venerabili poeti, de’ quali si è mostrato molti de’ gentili esser stati. A voi sia assai far empito contra i dishonesti comici, et contra questo vomitar l’ire. Contra questi con buona pace degli altri rivolgete il vostro incendio. Oltre ciò perdonate agli Hebrei, percioché non senza sdegno della divina Maestà si ponno oltraggiare. Et col testimonio di Girolamo si ha mostrato alcuni di quelli, sotto poetico stile dettatoli dallo Spirito Santo, haver cantato le sue prophetie. Medesimamente ancho i Christiani sono da esser riserbati dalle ingiurie, percioché molti dei nostri sono stati poeti, et hoggidì ve ne sono, i quali sotto la corteccia delle loro fittioni hanno rinchiuso i sacri et divoti sensi della religion Christiana; accioché vi sia mostrato di molti alcuna cosa. Il nostro Dante, benché in lingua volgare ma arteficiosa, in quel libro chiamato Comedia mirabilmente ha designato il triplice stato dei defonti secondo la dottrina della sacra Theologia. Et l’Illustre et novissimo Poeta Francesco Petrarcha nelle sue Bucoliche, sotto velame di pastorale eloquio, con maravigliosa descrittione ha notato le lodi del vero Iddio et dell’inclita Trinità, et molte altre cose. Vi sono i volumi, et a chi gli vogliono intendere, vi si veggono i sensi. Oltre ciò, viveno i versi di Prudentio et Sedulio, che sotto fittione esprimeno la verità. Et Aratore, non solamente huomo Christiano ma sacerdote della Romana Chiesa et Cardinale, in versi heroici, cantando a usanza de’ poeti, designò i fatti degli Apostoli. Indi Giuvenco, huomo Spagnuolo ma vero Christiano, sotto velame dall’huomo, del bue, del Leone et dell’Aquila fingendo ancho compose tutti gli atti di Christo, figliuolo d’Iddio vero, nostro Redentore. Et per non ne produrre altri in mezzo, se nessuna humanità non vi trahe che almeno perdoniate ai nostri, non vogliate esser più severi della nostra madre Chiesa, la quale con lodevole consideratione riguardando non si sdegna mostrarsi benigna con molti, et spetialmente con Origene. Costui hebbe tanto gran potere nel comporre, che mai parve che l’ingegno d’intorno ciò gli venisse meno, né che la mano in scrivere si stancasse; onde si crede che facesse più di mille volumi sopra di diverse materie. Tra quali tutti ella, a guisa di saggia verginella che tra vepri et spini coglie con le dita non offese i fiori, et da parte lascia avilire i pungenti spini, lasciate le cose men che bene credute tolse le lodevoli, et ha voluto serbarle tra i [p. 269v] suoi thesori. Vedete adunque, essaminate, et con giusta misura contrapesate i detti dei poeti; et quelle cose che men santamente sono scritte lasciate, et quelle che sono ben dette non biasimate, istimando quasi subito per li vostri gridi contra i poeti esser tenuti dall’ignorante popolo Agostini o Girolami. Percioché questi, che non meno furono santi che giusti et prudenti, mai non fecero impeto contra la poetica né l’arteficio dei poeti, ma contra gli errori della gentilità da loro recitati, i quali sempre con intrepida voce hanno ancho biasimato al conspetto degli inimici della catolica verità et che calcitravano. Ma continuamente hanno riguardato et considerato i loro scritti composti con tanta arte di parole, per tanta dolcezza soavi, con tanta gravità di sentenze ornati, et con tanta ancho politezza limati, che pare essere cosa necessaria da quelli cavare quanto ornamento di latinità fa bisogno. Et per non procedere in più lungo parlare (come dice Cicerone per Archia), questi studi fanno la gioventù, dilettano la vecchiezza, ornano le cose prospere, alle contrarie porgono rifugio et solazzo. Dilettano a casa, non impediscono fuori; stanno le notti con noi, peregrinano et rusticheggiano con noi; i quali se noi non potessimo né toccare né col senso nostro gustare, alhora deveressimo ancho riguardarli veggendoli in altri. Onde essendo da non sprezzare né rifiutare la poesia, anzi da honorare insieme con i poeti, se sete saggi, assai si ha parlato. Ma se perseverate ostinatamente in tal rabie, benché di voi haggia compassione, essendo voi da sprezzare nessuna cosa a bastanza si potrebbe scrivere.

IL FINE DEL QUARTODECIMO LIBRO.

[p. 270r]

LIBRO QUINTODECIMO ET ULTIMO

di M. GIO. BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL COSTUMATISSIMO ET AMOREVOLISSIMO SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

CON QUELLI ripari c’ho potuto, Serenissimo Re, fin qui ho fondato la mia navicella, accioché dall’ondeggiare del turbato mare o dall’impeto de’ venti contrari non fosse cacciata al lito, et ivi rotta restasse. Et affine che dalle nubi celesti che si cangiano in pioggie, tempeste et saette non fosse aperta, fulminata et cangiata in cenere, vi ho aggiunto quelle coperte che m’ho imaginato esserle necessarie; et appresso ancho la ho legato con forti corde a duri scogli, accioché dall’onde non fosse portata nel mezzo del mare. Contra l’ira d’Iddio non vi giova nessun riparo de’ mortali, et però ho giudicato lasciarla nelle sue mani. Egli, senza il cui aiuto nessuna cosa veramente non può stare, per sua misericordia la conserve. Hora mi resta che io ripari ai dardi gittati contra il lasso nocchiero, et se io posso, a qualche modo gli levi. Perché chi dubita che da molti non sia ricercato? Nondimeno, sì come men patientemente forse sono paruto alle volte haver sopportato quelle cose che sono state dette contra i poeti et la poesia, così con grandissima patientia quelle saette che voleranno contra il nocchiero, vengano per qual commandamento si voglia, sono per patire. Né la ragione di questa patientia è lontana. Certo che indegnamente al mio giudicio la bella poesia et gli eleganti huomini in questa scienza furono oltraggiati, ma non so se io mi debba dire più tosto per iniquità dei superbi o degli ignoranti. Ma il nocchiero non così; percioché, se bene secondo le forze sue con l’arte [p. 270v] marinaresca si ha sforzato per cattivi passi di mare et pericolosi scogli guidare in loco securo la sua barchetta, accioché giustamente non possa esser ripreso, nondimeno so che di molte cose egli è ignorante, et però di molte cose commesse con minor avertenza, forse meritevolmente può esser ripreso. Farò adunque con l’aiuto d’Iddio quello [che] potrò, accioché in tutto non paia temerariamente haver oprato quello che ha fatto. Quelli mi toglia dalle fauci di malignanti, il quale senza offesa tolse dal camino del fuoco gli Israeliti fanciulli che speravano in lui, conducendomi al fine dell’estrema fatica, in gloria del santissimo nome suo.

LE COSE MEN NECESSArie alle volte essere state pregiatissime.

So che da ogni parte i già detti, overo altri famosi correttori di leggi, con gli occhi intenti riguarderanno questo Callisseo; et riguardatolo m’imagino che siano per dire, forse con pia intentione, percioché egli è cosa dura all’huomo conoscere le menti degli huomini, così grande opra essere poco necessaria, et per ciò non haver ad essere in pregio. Questi veramente con queste poche parole tasseranno quasi tutta l’opra, parendo che l’obiettione da una certa non molto espressa verità sia non pur colorata, ma ancho approvata. Attento che chi non dirà nel primo sguardo non dirò non necessarie, ma ancho superflue essere le favole dei poeti, de’ quali tutta quest’opra è piena? Ma io istimo che sia da tener altrimenti. Confesso questa opra esser fatta di favole; così ancho se concederò quella poco necessaria, mostrerò medesimamente molte cose non necessarie, et tra queste quest’opra, pregiatissime esser state. Et indi farò veder che questa fatica, perché è utile così publicamente quanto privatamente, esser da annoverar ancho tra le necessarie. In pregio adunque, et grandissimo, si mostrano esser molte cose poco necessarie, ritrovati dall’artificio degli huomini et fatte per opra di natura. Noi volendo edificare eccelse cose ricerchiamo scultori, architetti, murari et altri simili artefici; là onde un rozo pastore le edificarebbe col fango et palustri cannelle. Orniamo i tempi, i campidogli, i palazzi dei Re, dei popoli et dei prencipi con grandissime spese et superflue pitture, et si serviamo di coppe et vasi d’oro et argento; là onde al nostro bisogno si potrebbono servire di que’ di terra. Così si dilettiamo di corone, di vesti di porpora et di riccami d’oro, et per lo nostro bisogno ci bastarebbe un habito semplice di lana d’ogni pecora. Et così l’arti et gli ornamenti, che sono poco et dirò nulla necessari, sono venuti in pregio. Ma perché queste cose alcuno le potrebbe dire pretiose per l’ambitione degli huomini, vegliamo se vogliamo dire la natura delle cose discretissima ancho d’intorno le cose superflue ambitiose. Onde prego dirmi, a che la chioma del capo fa bisogno? Nondimeno molti affermano che tanto l’hanno in pregio, che se Venere andasse con tutte le Gratie accompagnata senza quella non potrebbe piacer a Marte; et tanto la istimò Cesare Dittatore, che per cuoprir la testa calva [p. 271r] impetrò dal senato la perpetua corona d’alloro. A che giova la barba degli huomini; della quale se ne è senza nessuno d’età provetto, non senza rossore entra fra gli altri? A che le corna al cervo? A che le penne di vari colori dipinte sono concesse agli uccelli? Non mi si può rispondere per altro che per ornamento. Et così, per non discorrere per più cose, quello ch’altre volte non era in pregio, per cagione d’ornamento diventa precioso. Onde per causa d’ornamento divenendo le cose pretiose, certamente quest’opra sarà in pregio. Qual cosa può essere più bella, nei parlamenti degli huomini, che alle volte haver traposto delle favole con le sentenze? Qual cosa sta meglio che l’haver congiunto agli istessi ragionamenti i fruttuosi sensi delle favole? Et quest’opra concederà abondantemente l’uno et l’altro. Questa appresso dimostra con le pesate et eleganti orationi apportar seco molto ornamento, leggendovisi per entro sparse molte sententie et passi di Cicerone, Girolamo et molti altri huomini prudenti. Poteva adunque bastare l’haver dimostrato quest’opra essere pretiosa per causa dell’ornamento; ma a questo vi s’aggiunge l’utilità, così publica come privata, che vi deriva, dalla cui maggior pregio se ne trahe. Alcuni istimavano i poeti, huomi dotti, solamente haver composto le favole semplici; onde per consequenza gli tenevano non pure non utili, ma ancho dannosi, di che discorrendoli col leggere non ne cavavano nessun frutto. Ma quest’opra, mentre scuopre il velame delle fittioni, dimostra i poeti essere stati huominini ammaestrati, et ai lettori rende le favole con diletto fruttuose; et se alcuni poeti per falsa openione parevano essere estinti, noi quasi ritornati in vita et fati illustri gli ritorniamo alla Republica, et privatamente quella utilità che non conosciuta era gittata via, per ciò manifesta si raccoglie, et a più alti sensi gli ingegni dei lettori sono eccitati. Oltre ciò spero, così volendo Iddio, che, sì come già ve ne furono, si leveranno di quelli che drizzeranno le menti alla Poesia; a’ quali non picciola commodità, mentre leggeranno i ricordi et memorie degli antichi, sarà conceduta da quest’opra. Ma che dirò tante cose? Se bene mancheranno tutte le cose c’ho detto, pur che, Ottimo Prencipe, per lo cui comandamento ho pigliato questa fatica, sia col mezzo di quest’opra sodisfatto al tuo disio, il tengo pregiatissima; benché sia cosa lodevole haver piacciuto a molti. Così ancho se a tua sublimità non sarà grato, come che fosse per piacere et esser caro a tutti gli altri, a me sarà di picciolo momento. A te adunque s’appartiene, se ti piace, far quest’opra pretiosa, et abietta et vile.

CHE SPESSE VOLTE SONO durate più lungamente quelle cose che paiono meno durabili.

CON quella istessa pietà forse parleranno degli altri, et vedendo quest’opra così piena di fessure né bene unita, diranno che non durerà lungamente, et che minaccia ruina per le apriture che la dinotano. Io a questi ricordatori volentieri rendo gratie, percioché dagli occhi miei cacciano il sonno et mi fanno aveduto, accioché presti rimedio al bisogno. Ma perché m’imaginai che fosse per avenire ciò [p. 271v] inanzi che incominciassi l’opra, se punto, inclito Re, ti ricorda, questo istesso si dimostra nel principio, dove con quelle ragioni ch’io puoti feci vedere perché molto dubitassi quest’opra havere ad essere mutola, senza ordine et poco durabile. Onde, sì come si vede et questi dicono, l’antivedimento mio non mi ha lingannato. Et però d’intorno questo difetto vengo ad essere di ragione iscusato. Tuttavia con quelli puntelli ch’io puoti la ridussi in fortezza; né poscia che la ho compiuta non è ancho venuto né mostrato nove fessure, né istimo, sì come questi bisbigliano, che se tosto le vecchie stopate habbiano ad allargarsi. Percioché, se a guisa de’ mortali per conietture vogliamo fare giudicio delle cose future, quest’opera durerà lungamente. Conciosia che spesse volte habbiamo veduto delle rocche fermate sopra duri sassi più tosto andare in ruina che un tugurio di pescatore fabricato di cannelle in un paludo. Questi che non hanno gli edifici così securi né stabili stanno vigilanti, et spesse fiate gli fanno racconciare i fondamenti, rinovare i palchi, ricoprire i tetti, et con diversi appoggi gli sostentano; onde quelle cose che tosto mostravano andare in ruina, bene et spesso durano anni et secoli. Altrimenti fanno quelli che istimano possedere le fortezze, perché mentre stanno in riposo, ecco che uno di que’ gran sassi sopra cui sono fondate per lo soverchio peso si spezza, et cadendo si trahe dietro tutto l’edificio in ruina. Vi sono ancho altri pericoli. La invidia camina perer li palagi, et gli odii apparecchiano la ruina. Una picciola casa da pochi, et dal possessore, quanto piace a Iddio dura. Chi havrebbe potuto pensare che Troia, alhora ferma città di Priamo, governata da tante degne forze, tanto riccha et tanto potente, et che era capo di tutta l’Asia et faceva tremar tutta la Grecia, fosse andata più tosto in ruina che la picciola capannetta del povero Aglao Sofidio? Così habbiamo veduto dei giovani robusti, forti et gagliardi da una picciola febre overo altro accidente essere quasi condotto a subita morte, là dove talvolta dei deboli et mal gagliardi vecchi hanno vivuto più che ancho non havrebbono voluto. Ma che giova discorrere per gli essempi, de’ quali la vita dei mortali è abondantissima? Dicano questi quello che vogliono; et io tengo quello che desidero. Nondimeno, ho questo per certissimo. Se il Signore non guarderà la città, invano vegghia quello che la custodisce. Egli è in suo potere il serbare et rovinare. A lui solo si appartiene il sapere quanto tutte le cose mondane siano per durare, et quanto sto per cadere. In lui è tutta la speme dei prudenti. Egli se’l vegga. Io, perché ho conosciuto l’opra mia piena di fessure, le ho commandato che sia humile, sapendo che Iddio concede gratie agli humili. Ma che sto io a fare parole della lunghezza et del durare di lei? Essendo a me grandissima cosa, sia pur pieno di fessure, di caverne et di trasparenze, sì come l’ho potuta comporre, che possa arrivare nelle tue mani; accioché tu conosca non dirò la mia vigilanza, ma la mia ubbidienza. Questa a me sarà assai. Se poi finalmente durerà più oltre, istimo essere da imputare alla bontà divina et alla fortuna reale. [p. 272r]

CHE LE MEMBRA di quest’opra più propriamente non si hanno potuto congiungere.

M’imagino che sopraverranno alcuni che, vedute quelle cose che havranno visto altri, diranno dover esser cosa più desiderabile all’huomo prudente questa mole andare a terra che durare lungamente, essendo il proprio suo difetto per levarvi i casi, i quali la continuatione dimostrerà. Et spetialmente questo, che tal machina è formata alla riverscia, col petto largo et chino a terra, et con i piedi verso il cielo. O sententia di Socrate. Felici i medici, de’ quali la terra cuopre gli errori, essendo spessissime volte ancho delle cose scritte et bene dette, perché sono in publico, lacerate dai denti canini o almeno datole noia col lattrare, et medesimamente quasi gittato a terra dalle parole dei caminanti quello che si è ricercato et composto con grandissima fatica, et confermato fino dove è stato possibile con l’auttorità d’huomini illustri. Ma che? Egli è da patire il tutto, accioché con l’humiltà siano calcate le cose proterve. Nondimeno, a questi che così parlano non ho altro che risponderli eccetto quello che ho conosciuto, cioè che del principio di questa Geneologia molti diversamente hanno pensato; il che nel principio di quest’opra non si ha lasciato di mostrare, et ho ancho dichiarato perché m’habbia tolto il più antico di tutti gli altri dei de’ quali si habbia memoria alcuna, et a questo capo antichissimo, sì come ho potuto trovare, successivamente il petto et l’altre membra gli ho aggiunto. Se altre openioni poi vi sono più vere et che mostrino miglior ordine, il che non nego che non possa essere possibile, se bene ho veggiato molto et cercato molti volumi, confesso non haverle vedute, né conosciuto in qual modo né con qual’ordine meglio né più propriamente si potessero queste membra attribuire a sì gran corpo. Onde producano eglino in mezzo quello c’hanno di più veduto, accioché vedutolo, se di ragione quelle cose che io ho scritto meriteranno biasimo, a loro si dia intiera fede. Percioché per dire che io ho fatto una mole senza ordine et non mi mostrar altro, è più tosto con iniquità un oltraggiare le cose altrui che lodevolmente riprendere né utilmente correggere.

CHE NON VI S’È posto quello che non si ha ritrovato.

Oltre la diformità dell’opra poco innanzi ripresa, questi overo altri vi aggiungeranno molte cose essersi lasciate che si devrebbono havere poste. S’io volessi negare questo non potrei, ricor[p. 272v]dandomi almeno delle appartenenti alla superficie favolosa, per lo diffetto de’ libri, circa il principio di quest’opra haver scritto molti huomini della prole dei dei esservi per mancare. Et se pure si dirà che i libri si trovano, che tra mortali havrà tanto ardire che uscendo fuori dica che gli habbia veduto tutti et letto? Io veramente confesso senza rossore di fronte me non haver veduto né ancho quelli c’hanno potuto veder gli altri; onde non negherò che non ne possano essere stati lasciati molti, et alcuni ancho per difetto della debile memoria pretermessi, perciò che non basta l’havergli veduto. Di che prego i ricordevoli che mi perdonino, né vogliono attribuire a malitia quello che è avenuto per ignoranza overo per oblio. Vi è ancho un’altra cosa contra la quale ponno forse parlare gli huomini sublimi, cioè d’intorno le espositioni dei sensi dati alle favole. Sia da me lontano che a questi voglia oppormi, attento che tengo che ciò possa <e> essere possibile, non havendo mai havuto ardire di presumermi tanto, anzi imaginato essere poco atto a queste cose. Et chi ritroverà d’huomo imperfetto opra perfetta? Egli è solo in poter d’Iddio comporre l’opre perfette, perché anch’egli è perfetto. Nondimeno, se alcuna cosa più temeraria d’intorno ciò ho oprato, ottimo Re, guidato da’ tuoi comandamenti la ho fatta. Et però se d’intorno questa parte mi sarò men bene diportato, il peso sia imposto a tua grandezza. Ma io prego questi più prudenti per lo venerabile et santo nome della philosophia, la quale penso honorino, che, sì come di una certa auttorità de’ più prudenti usando, infingono i denti nelle cose men bene commesse, così ancho con la humanità pia vi porgano rimedio; percioché non è cosa insolita che gli huomini eruditi veggiano quello che non ha veduto l’indotto, se alle volte gli indotti hanno veduto delle cose non vedute dai dotti. Io son huomo, onde non è cosa nova né maravigliosa un huomo haver peccato; attento che sì come dice Oratio:

Ancho a le volte dorme il buon Homero.

Oltre ciò, furono cento gli occhi d’Argo, che a due a due per volta dormivano et gli altri vegghiavano; et nondimeno non puotè vietare che una volta non si chiudessero tutti. Onde eglino suppliscano alle dichiarationi delle favole et mutino quello che male si ha esposto, et in meglio riformino quello che men bene si ha dichiarato. Io veramente, se bene a pieno non ho scritto il tutto giusto né intiero, nondimeno m’ho creduto farlo; il che non essendo, non sono così ostinato che non confessi il mio peccato humilmente, et che con grato animo non tolga la correttione; sì come huomo il quale, se bene con tutti i piedi camino verso la vecchiaia, non mi vergogno imparare, anzi desidero et cerco. Se eglino faranno questo l’opra verrà perfetta, et io divenuto più dotto per la loro liberalità diverrò più lodato.

CHE NELLA PRESENTE opra non v’è incluso nessuna historia
 né favola che non sia tolta dai comentari degli antichi.

[p. 273r] Dopo questi si leveranno degli altri, et quasi lamentandosi diranno che a quest’opra ho aggiunto favole et historie non più udite affine di rendere i testi più gravi et intricati. Confesso havervi traposto non nove favole né historie alle antiche, ma forse da molti Latini fin’hora non più udite né lette, delle quali non ne ho posto alcuna se non cavata dai Commentari degli antichi. Et questo ho fatto non per fare più gravi o intricati i testi, ma per essere così bisogno. I lamenti di questi tali, che sì malamente seco si accordano, procedeno dal non poter patire nessuna cosa patientemente. Se tu haverai scritto i testi facili et chiari, dicono che lo stile è da pedagogo debile, fiacco et snervato. Se poi è un poco più alto, più polito, limato et grave, nel primo incontro affastiditi, se subito non capiscono in senso chiaro accusano il compositore et il chiamano sforzato et duro, come che ancho sia limato di facile arteficio, et così sdegnati il disprezzano. Ma a me pare di non havere scritto in parte nessuna confusamente, né che le favole da loro più non udite et nel mezzo poste gli possano render nessuna cosa oscura né difficile. Nondimeno, m’imagino questi tali mossi da una certa malignità tacita voler biasimare le favole et l’historie a loro incognite sì come non vere sotto pretesto d’intricato testo. Già egli s’è detto che tutte sono state tolte dai commentari degli antichi, sì come i nomi degli auttori notati ne fanno fede, le quali se forse non le hanno vedute, come quasi nessuna cosa non possa esser vera se non è stata da quelli letta, non debbono però istimare che siano da reprobare. Ho più che certo quelli

haver veduto molte cose che a me sono in tutto incognite; così anch’io posso haver letto

di quelle che ancho non sono venute alla loro cognitione. Giamai nessun solo, eccetto Iddio, ha potuto haver la cognitione di tutte le cose. Adunque con quel animo leggano le cose da me ritrovate col quale vorrebbono le sue dagli altri esser lette; et se forse alquanto dura gli pare la testura, raccolgano l’ingegno nelle forze, che vederanno essere chiarissimo quello che istimavano oscuro.

CHE GLI AUTTORI NOVI da lui prodotti sono famosissimi huomini.

ISTIMO ancho che questi tali moveranno un’altra querela, dicendo ch’io in confermatione delle favole et historie scritte dagli auttori antichi ho molte volte prodotto degli huomini moderni et non conosciuti, a’ quali, per esser novi auttori, se vi si deve prestar fede la cosa è dubbiosa. Veramente questa lamentatione ha in sé alquanto di gravità. Percioché, se bene sono stati novi auttori già quelli c’hora sono vecchi, nondimeno egli pare che quello che è durato per molti secoli dalla lunghezza del tempo sia confermato, et indi habbia havuto molta auttorità. Il che se si debba credere medesimamente di tutte novi, come che habbiano ben meritato, appresso molti la cosa pende. Ma io sono di questa openione, mai non essere per durare in età a venire quegli auttori de’ quali la novità non sia approvata, essendo necessario dalla novità loro [p. 273v] pigliar il principio della approbatione; et così io quelli che produco per novi, havendoli in vita conosciuto, et conoscendoli per loro meriti esser huomini famosi et degni, ho havuto ardire chiamarli per testimoni. Lo so questo di loro, che quasi sempre per tutto lo spatio della sua vita hanno dato opra agli studi sacri; sempre hanno conversato tra eccellenti huomini per scienza et per costumi; sono huomini lodevoli di vita, né macchiati da nessuna vergognosa nota d’infamia; et che i loro scritti et detti sono confermati ancho da’ più prudenti. Credo adunque che per questi meriti la sua novità sia da agguagliare all’antichità. Ma accioché alcuno non istimi ch’io habbia prodotto huomini men gravi, con l’auttorità mia voglio approvarli. Piacemi di novissimi scriver alcuna cosa particolare, per lasciare al giudicio degli altri s’io havrò parlato bene. Spesse fiate ho prodotto il generoso et venerabil vecchio Andalone de’ Negri Genovese, già nei moti delle stelle mio dottore; del quale quanto fosse l’avedimento, la gravità dei costumi et la cognitione delle stelle, tu ottimo Re l’hai conosciuto, percioché (sì come diceva egli) per la conformità degli studi ti fu famigliarissimo. Onde, sì come hai potuto haver visto, non solamente con le regole degli antichi (come per lo più facciamo) conobbe i movimenti delle stelle, ma havendo cercato quasi tutto il mondo, sotto ogni clima et sotto ogni orizonte, certificato della esperienza dei corsi col vedere apparò quello che noi comprendiamo per udita; et però (come che io creda in tutte le cose esserli da prestar fede), d’intorno a quelle che s’appartengono alle stelle penso esserli da prestar quella fede che si darebbe a Cicerone dell’arte oratoria, o a Marone della poetica. Oltre ciò, vi sono molte opre di costui che dimostrano il corso delle stelle et de’ cieli, le quali dimostrano quanta preminenza havesse questo vecchio circa cose tali. Così ancho alle volte come notabile et singolar poeta produco Dante Aligeri Fiorentino, il quale è di molto merito, percioché tra i suoi cittadini fu per famosa nobiltà honorato; et come che le sue sostanze fossero liggieri, et dalla cura famigliare et ultimamente dal lungo essiglio fosse travagliato, nondimeno sempre ripieno di dottrine phisice et Theologice diede opra agli studi, et fin’hora il confessa la Giulia Parigi, dove spessissime volte entrò nello studio a sostentare conclusioni sopra tutte le scienze contra tutti che seco voleano disputare o farli oppositioni. Fu ancho d’intorno la poesia amaestratissimo, né altro che l’essiglio gli tolse la corona d’alloro, percioché nell’ animo suo havea deliberato non la voler pigliar altrove che nella patria sua; il che non gli fu concesso. Ma che più cose? Quale egli si fosse, l’inclita opra sua da lui scritta con maraviglioso artificio in lingua Fiorentina sotto il Titolo di Comedia in Rima il dimostra; nella quale veramente non mithico, ma più tosto catolico et divino Theologo mostra esser. Et per esser già a tutto ’l mondo noto, non so se la fama del suo nome alla tua grandezza sia pervenuta. Ho ancho ricordato, benché di rado, per testimonio Francesco di Barberino, huomo veramente per honestà di costumi et notabil vita lodevole; il quale se bene ha havuto maggior cognitione dei sacri Canoni che dell’arte poetica, nondimeno ha mandato fuori alcune operette in rime volgari che rendeno testimonio della nobiltà de lo splendido ingegno suo, le quali stanno et sono in pregio appresso gli Italiani. Questo fu huomo d’intiera fede et degno di riverenza, il quale, se bene Fiorenza non si degna haverlo [p. 274r] tra suoi cittadini, nondimeno sempre l’ho tenuto per ottimo testimonio et degno di fede, et da esser annoverato tra tutti gl’huomini illustri. Oltre ciò alle volte produco Barlaam, monaco di Basilio Cesariese, huomo di Calavria già di picciola statura ma di gran scienza, et di maniera nelle greche lettere dotto che havea privilegi d’Imperadori, Prencipi, Greci et dotti huomini, che facevano fede non a quelli tempi appresso Greci essere, ma né ancho da molti secoli in poi esservi stato spirito dotato di maggiore né sì notabile sapere. Non desidero io adunque a costui, et massime nelle cose appartenenti a’ Greci? Non ho veduto nessuna opra sua, benché habbia udito dire che ne habbia composto alcuna; nondimeno ho havuto alcuni de’ suoi scritti, non altrimenti ridotti in libro né ornati d’alcun titolo, i quali se bene dimostrassero ch’egli non fosse molto instrutto nel latino, tuttavia facevano fede che havea veduto molte cose, et benissimo intese. Medesimamente v’aggiungo Paolo Perugino, huomo tra gli altri gravissimo, il quale fu d’età provetto et instrutto della cognitione di molte cose, et lungo tempo maestro et custode della Libraria di Roberto, inclito Re di Gierusalem et di Sicilia. Et se mai huomo fu curioso in ricercar cosa alcuna, costui per comandamento ancho del suo prencipe fu uno di quelli che ricercò le historie et i poeti famosi con grandissima diligenza; onde però essendo divenuto strettissimo amico di Barlaam, quelle cose che non puotè havere dai latini cercò col suo mezzo haverle dai libri greci. Questi scrisse un gran libro intitolato delle Collettioni, nel quale tra l’altre cose, che erano molte et appartenenti a diverse, penso che con l’aiuto di Barlaam raccogliesse tutto quello che si può trovare sopra gli dei gentili non solamente appresso Latini, ma ancho appresso Greci. Né mi vergognerò dire che, essendo ancho giovanetto, molto prima che tu incitassi l’animo mio a quest’opra, da quello raccolsi molte cose, più tosto avido che intelligente, et spetialmente quelle che sono apposte sotto il nome di Theodontio. Il quale libro, con grandissima discomodità di quest’ opra, per difetto di Biella, sua impudica moglie, morto lui ho trovato insieme con molte altre sue opre smarrito. Penso adunque che, in quel tempo che a me venne a notitia, nessuno a lui non fosse da agguagliare in questo. Dopo questi spesse volte produco Leontio Pilato, huomo di Thessalonica, sì come egli afferma, auditore del predetto Barlaam; il quale nell’aspetto è huomo rozo, ha la faccia nera, la barba prolissa, la chioma nera; occupato sempre in continui pensieri, di costumi rozzo, né molto civile huomo; ma, sì come l’esperienza ha dimostrato, dottissimo di lettere greche, et come un’arca piena d’historie et favole greche, benché delle latine non sia molto instrutto. Di costui non ho veduto opra nessuna, ma tutto quello che narro l’ho compreso in viva voce da lui. Percioché per spatio quasi di tre anni continui che meco amichevolmente ha conversato da quello ho udito Homero; né delle infinite cose da lui a me recitate mi sarebbe bastato la memoria, se bene non havessi havuto altra cura famigliare, se sopra le carte non le havesse notato. Similmente alle volte ancho m’ho voluto servir di Paolo Geometra, cittadino della mia patria, il quale so che per fama, Inclito re, a te è manifesto, percioché ho conosciuto che a questo tempo l’Aritmetica, la Geometria et la Astrologia a nessuno altro in tal maniera come a costui non hanno aperto il senno, attento che istimo che sopra quelle a lui non sia nessuna cosa [p. 274v] nascosta; et quello che è più mirabile da dire et ancho da vedere, ei di tutto quello che parla sopra le stelle o sopra il cielo, subito con instrumenti a ciò fatti con le proprie mani con aperta fede mostra a chi vuol vedere il vero del tutto. Né questi solamente è conosciuto nella patria o in Italia, ma molto più Parigi per la fama de’ suoi studi è illustre. Così ancho è nomato appresso Brittani, Spagnuoli et Africani, i quali hanno in pregio questi studi. Veramente costui era huomo felice, se fosse stato d’animo più ardente o fosse nato in più liberal secolo. Che alla fine? Produco Francesco Petrarca Fiorentino, honoratissimo precettore, padre et signor mio, poco fa in Roma per consiglio del Senato et approvatione di Roberto, Inclito Re di Gierusalem et di Sicilia, da essi Senatori di corona d’Alloro coronato, da essere annoverato più tosto tra gli antichi huomini illustri che tra moderni. Il quale non dirò tutti gli Italiani, de’ quali è singolare et immortale honore, ma se tutta la Francia, la Alemagna et la Inghilterra, remotissimo angulo del mondo, et molti popoli di Grecia hanno conosciuto per singolar Poeta, non dubito che per insino in Cipro alle tue orecchie non habbia la fama portato il nome suo. Già di costui si veggono molte opre, et in verso et in prosa, di memoria dignissime, le quali di qui rendeno testimonio del suo divino ingegno. Vi è che desidera l’uscita, per essere ancho sotto chiavi rinchiusa, la divina Africa scritta in verso Heroico, che narra i gran fatti del primo Scipione Africano. Vi è la Bucolica, hoggimai per la fama de’ suoi versi divulgato per tutto. Vi è il libro delle Pistole agli Amici scritte in metrico Stile. Oltre ciò vi sono due gran volumi d’altre Epistole in prosa, con tanta copia di sentenze et di cose fatte, et risplendenti per tanto ornato artificio, che il giusto lettore giudicherà che in nessuna cosa non siano da posporre alle Ciceroniane. Vi è un libro della Solitaria Vita, et un altro che dopo pochi giorni novamente verrà in luce, sopra gli Rimedi all’Una et l’Altra Fortuna. Oltre questo, nello studio ve ne sono molti altri che tosto, vivendo lui, leggeremmo in publico forniti. Chi adunque rifiuterà questo in testimonio? Chi negherà prestar fede a’ suoi detti? O, non havess’io poco inanzi scritto così liggiermente di lui; che quante et quali lodi vi potrei aggiungere, per le quali la fede de’ suoi scritti diverebbe maggiore? Ma le cose dette al presente bastino. Queste adunque ho havuto da dire sopra i novi auttori. Ma accioché non paia ch’io habbia lasciato di parlare sopra gli antichi non conosciuti, mi restano alcune poche cose a dire. Diranno questi tali riprensori ancho ch’io produco certi auttori antichi da loro più non uditi mentovare, come se quasi perché eglino non gli habbiano veduto non sia da prestarli alcuna fede. Veramente egli è cosa da pazzo credere nessuna cosa non essere degna di fede eccetto che le vedute da loro, quasi come se havessero con le loro lettioni accresciuto la credenza agli auttori antichi. Confesso haver recitato molte openioni et favole d’auttori antichi de’ quali forse i nomi a pochi moderni sono in cognitione; percioché parmi (come ho detto ancho) i loro detti et scritture dover essere approvate dall’antichità, et tutti quelli ch’io ho cittati, o gli ho veduto o letto o trovato allegati da altri auttori più moderni. I quali se non sono stati veduti da questi querelanti, né uditi i loro nomi, la colpa non è degli auttori ma della sua dapocaggine; et però lamentarsi di sé et non [p. 275r] di me debbono. Non ponno i volumi dalle librarie volare nelle mani dei sonnolenti; né quelli che gli hanno veduto portarli in publico a far la mostra. Leggano et ricerchino, che troveranno quello che non conoscono et si faranno famigliari gli stranieri, et ritroveranno che vagliono tanto quanto gli istimano quelli che gli hanno letti. Queste cose sono quelle ch’io ho a produrre sopra gli auttori antichi et moderni da loro non conosciuti né gustati, et da me prodotti; de’ quali se i meriti non mi provocassero ad indurli, a ciò il bisogno mi constringerebbe. Percioché hanno sempre le civili et canoniche leggi, oltre i molti testi, per malitia degli huomini accresciuti i suoi apparati mandati fuori già da molti dottori. Hanno i volumi dei philosophi diligentissimamente i composti comenti. Hanno i libri di medicina gli scritti di molti che dichiarano i dubbi. Così ancho le Sacre Scritture hanno molti interpreti. Hanno ancho et hebbeno tutte le altre facultà et arti i suoi propri chiosatori, a’ quali se fa bisogno ogn’uno che vuole può riccorrere, et dei molte eleggere quali vuole. Sola la Poesia, perché sempre fu domestica di pochi, né ha paruto mai che apporti niente di guadagno agli avari, non solamente per molti secoli negletta et vile, ma ancho stracciata da molte persecutioni manca di questi appoggi. Per la qual cosa è di necessità che qua et là da chi possiamo senza questa elettione riccorriamo, et se bene non molto, almeno quello che possiamo da ciascuno pigliamo; il che molte volte da me essere stato fatto può ogni saggio vedere, havendo non solamente talhora riccorso dagli auttori moderni, ma ancho a qualche picciola chiesa di tal auttore senza nome. Et però questi lamentevoli, così sforzandomi il bisogno, s’acquetino, così sopra gli auttori vecchi come moderni da loro non conosciuti.

CHE MOLTI VERSI su sono posti in molti luoghi dell’opera non senza cagione.

Non dubito che o questi o altri diranno per qual ragione d’auttorità habbia posto nella mia opra molti versi greci. Il che veramente veggio che non procederà da fonte di carità, anzi da origine di malignità et nequitia. Ma non però, con l’aiuto d’Iddio, mi moverò a sdegno, anzi secondo usanza con humil passo andrò per la risposta. Dico adunque a questi tali, se no’l sanno, che egli è pazzia cercar dai ruscelli quello che si può havere dai fonti. Io havea i libri d’Homero, et ancho gli ho, da’ quali si sono tolte molte cose accommodate all’opra nostra, et da questi si può comprendere molte cose dagli antichi essere state raccolte. Da’ quali sì come da ruscelli non è dubbio che havrei potuto pigliarle, et spessissime fiate ne ho tolto; ma alle volte mi ha paruto meglio servirmi del fonte che del ruscello, né una sola volta mi è avenuto che nel ruscello non ho trovato quello di che era abondantissimo il fonte. Onde in tal modo hora la dilettatione et hora la necessità mi han[p. 275v]no nel fonte cacciato. Oltre ciò, tal’hora gli scrittori si dilettano mischiare delle cose negli scritti che in qualche modo habbiano a fermare il lettore et guidarlo in dilettatione overo riposo, accioché con la troppa continuatione eguale della lettione venendoli noia non cessi dalla lettione et la tralasci. Il che forse talhora hanno potuto fare i versi in quella compartiti. Indi, quello che in propria forma è posto ha possa di rendere più stabili le forze del testimonio, se forse l’oppositore vi repugna. Là onde adunque quelli che non daranno a me credenza sopra i versi notati di Homero, pigliando la Iliade overo l’Odissea potranno da sé stessi farne paragone, et così si chiariranno s’io havrò scritto cose vere o false. Et se saranno poi vere, mi concederanno miglior fede. Né, oltre questo, io son solo che habbia traposto le cose greche con le latine; l’usanza antica fu tale. Veggano se gli piace i volumi di Cicerone, leggano gli scritti di Macrobio, riguardino i libri d’Apuleio, et per più non produrne, rivolgano le operette di Massimo Ausonio; che spessissime fiate ritroveranno questi havere fraposto i versi grechi nelle latine scritture. In questo ho io seguito i loro vestigi. Ma m’imagino che subito diranno, se già questo fu lodevole, hoggi è fatica frivola; attento che non v’essendo nessuno che habbia cognitione delle lettere greche, l’antica usanza si è dimessa. Ma io in ciò ho compassione della latinità. La quale se in tutto ha tralasciato gli studi greci, di maniera che non conosciamo i caratteri delle lettere, egli va male per lei; percioché, se bene tutto l’Occidente si rivolge ad apprendere la latina lingua, et che paia ch’ella da sé stessa negli studi sia sofficiente, nondimeno se fosse accompagnata con la greca molto più della sola greca sarebbe illustre, attento che non ancho gli antichi Latini hanno cavato tutto il buono dalla Grecia ma molte cose vi restano, et spetialmente da noi non conosciute, le quali sapendole potressimo diventare più dotti. Ma di questo, un’altra fiata. Questi poi non hanno riguardo a cui dirizzi questa fatica, perché vederebbono ch’io la ho fatta a petitione di un re a cui non meno sono famigliari

le lettere greche che le latine, et appresso il quale continuamente dimorano molti huomini greci et dotti, a’ quai non parranno superflui questi versi greci sì come paiono ai Latini ignoranti. Ma che tante cose? Acconsentiamo un poco a questi oltraggiatori. Per causa di dimostratione ho scritto et notato dei versi greci. Che sarà poi? Gli prego dirmi, debbo io per ciò essere morso? A cui faccio ingiuria io, se uso delle ragioni mie? Se no’l sanno, questo è honore mio et gloria mia, cioè tra Thoscani usare versi greci. Non sono stato io quello che nella patria mia da Vinegia condussi Leontio Pilato, il quale venendo da lunghi viaggi voleva andare all’Occidentale Babilonia? No’l raccolsi nella mia propria casa, et lungamente ve’l tenni? Non procurai con grandissima fatica che fosse accettato tra i dottori dello studio Fiorentino, et fosse condotto a leggere con publico stipendio? Fui veramente io, io sono stato il primo ch’a mie spese ho fatto ricondurre i libri d’Homero et alcuni altri greci in Thoscani, dalla cui si erano partiti molti secoli innanzi senza mai più ritornarvi; né solamente gli ho condotti in Thoscana, ma nella patria. Io sono stato il primo tra Latini che da Leontio Pilato privatamente ho udito la Iliade. Io appresso sono stato quello che ho operato che i li[p. 276r]bri d’Homero fossero letti in publico; et se bene a pieno non ho compreso la lingua greca, almeno ho oprato et mi sono affaticato quanto ho potuto. Et non v’è dubbio che, se lungamente fosse dimorato appresso noi quel huomo vagabondo, che meglio l’havrei compresa. Ma come che molti auttori greci habbia veduto, nondimeno per dimostratione del mio precettore ne ho compreso alcuni de’ quali secondo il bisogno nella presente opra mi sono servito. Che male è questo l’havere scritto le favole de’ Greci, de’ quali questo libro n’è pienissimo; dal nome, per causa di dimostratione, si dice esser fatto, ma l’havervi trapposto alcuni versi cavati dalle lettere greche si biasima. Puotè Mario d’Arpino, vinti gli Africani, i Cimbri et i Thedeschi, a guisa del padre Bacco usare del suo licore un beveraggio. Così ancho C. Duellio, che fu il primo che in battaglia di mare vinse i Cartaginesi, dalla cena ritornando a casa puotè sempre usare i lumi di cera, come che queste cose fossero contra il costume dei Romani. Et eglino il sopportarono patientemente; ma meco si corucciano alcuni, se oltre il solito dell’età nostra mescolo qualche verso greco con le scritture latine, et della fatica mia mi piglio un poco di gloria. Veramente io istimava apportar qualche splendore alla latinità, là dove veggio contra di me haver mosso una nebbia di sdegno. Certamente mi doglio; ma che penso che faranno i dotti, conciosia che questi tali sono ancho per dir l’istesso degli altri. Nondimeno, se bene egli è da curarsene, tuttavia si può sopportare con patientia. Finalmente prego tutti che sopportino ciò con animo quieto, ricordandosi (Testimonio Valerio) che non è sì humil vita che non sia toccata dalla dolcezza della gloria.

CHE I POETI Gentili sono Mithici Theologi.

FORSE alcuni huomini religiosi, mossi da santo zelo, leggendo le cose precedenti diranno essere fatta ingiuria alla sacrosanta religione Christiana, mentre habbiamo detto i poeti gentili essere Theologi; i quali facciamo che non possano esser altri che veri Christiani. Veramente io istimo questi tali riprensori huomini degni di riverenza; onde, quando diranno questo mosso da Christiano amore, io gli ne rendo gratie, percioché io gli sento solleciti della mia salute. Ma mentre poco riguardano a quello che parlano, chiaramente dimostrano c’hanno veduto pochi libri; attento che se molti ne havessero studiato, il libro del Celeste Gierusalem tra gli altri famosissimo non dovrebbe da loro esser stato trappassato senza esser veduto. In quello havrebbono potuto haver letto Agostino nel sesto libro riferire la openione di Varrone, dottissimo huomo; la quale è ch’egli pensa di tre sorti essere la Theologia, cioè Mithica, Phisica et civile. Mithica si dice favolosa, da Mithicon che in greco suona latinamente favola, et questa alle comedie et Theatri de’ quali si ha parlato di sopra è accommoda; la quale per le cose [p. 276v] vergognose oprate nelle scene dagli illustri poeti è ancho improverata. Phisica poi la quale, sì come si comprende per la interpretatione del vocabolo, è naturale et ancho morale; perché pare al mondo utile, è lodevole. La civile poi overo politica, la quale può ancho essere detta sacrificola, si dice appartenere alla città; questa per l’abhominevole scelerità dei vecchi sacrifici è da reprobare dal vero culto d’Iddio et dal dritto della fede. Di queste la phisica si attribuisce ai poeti famosi, percioché sotto le sue fittioni cuoprono le cose naturali et morali et i fatti degli huomini illustri, et alle volte quelle che paiono appartenersi ai suoi dei; et spetialmente mentre prima composero i sacri versi in lode degli dei et i loro gran fatti nascosero sotto corteccia poetica, sì come di sopra è stato detto. Là onde dalla antica gentilità sono stati chiamati Theologi, et Aristotele testimonia ch’essi furono i primi Theologizanti. Onde, benché eglino non habbiano havuto nome tale dal vero Iddio, del quale non ne hebbero cognitione, nondimeno venendo i veri Theologi non hanno potuto perderlo, serbando il vocabolo in sé la sua forza; il quale è nato da ogni Iddio. Di che istimo accorgendosi i Theologi moderni, cioè il nome datoli dalla cagione non se gli poter levare, accioché la Theologia non si possa intendere né mithica né phisica né civile, non solamente si chiamano Theologi, ma professori della sacra Theologia; né questo con nessuna instantia è rimproverare come cosa ingiuriosa al nome Christiano. Percioché non chiamiamo tutti huomini quanti mortali sappiamo essere formati d’anima rationale et corpo? Come che altri siano gentili, altri Israeliti, altri Agareni, altri Christiani, et altri di così perversi costumi che più tosto sono da tenere fiere crudeli che huomini? Nondimeno chiamandoli tutti con uno istesso nome, cioè huomini, sappiamo di non fare nessuna ingiuria a Christo Redentor nostro, il quale habbiamo conosciuto oltre Iddio essere stato vero huomo. Medesimamente, se nessuno dice i Poeti Theologi non fa ad alcuno ingiuria. Se alcuno gli nomasse sacri, chi è così fuori di sé che non vedesse che mente? Benché, sì come si vede nelle cose precedenti, talhora la loro Theologia s’estenda d’intorno le cose honeste; la quale spessissime fiate più tosto phisiologia overo Etheologia che Theologia si deve dire, mentre le loro favole tengono in sé cose naturali overo morali. Et questa ancho può adoprarsi cerca la verità catolica, purché la qualità delle favole il voglia. Il che habbiamo conosciuto havere fatto alcuni poeti Orthodoxi, dalle fittioni de’ quali sono stati coperti i sacri documenti. Et accioché a questi non sia noia havere udito né gli paia cosa difficile che alle volte i Poeti si possano chiamare sacri Theologi, il nostro Dante non ha celato sotto velame poetico tutto quello che è nel sacro seno della philosophia? Là onde è da chiamare Theologo sacro. Così ancho quelli che sono sacri Theologi, ricercando ciò il bisogno, diventano phisici. La qual cosa, se altre volte non aviene, almeno la dimostrano mentre esprimeno il senso da una favola di legni che gli constituiscono un re. [p. 277r]

NON ESSERE COSA dishonesta alcuni Christiani trattare cose gentili.

DIRANNO forse degli altri, con più dritto animo dei primieri, essere non honesto all’huomo Christiano descrivere overo ricercare le superstitioni de’ gentili, et gli dishonesti sacrifici overo Geneologie, havendo possa talhora queste cose tali guidare le menti dei lettori in false openioni, et molte volte ritenerle in pericoloso pensiero. No’l negherò. Questo veramente è detto santissimamente, et tengo che alcuni siano da levare dallo studio di tali cose, et così ancho potersi concedere ad alcuni senza nessuna sinistra openione. Percioché se da queste fosse paruto necessario astenervi tutti, non dubito che la Sacra et Santa Madre Chiesa con perpetuo decreto non l’havesse vietato. Già fu utilissimo, mentre a pena appresso gentili pullulava la Chiesa, contra questi tali, percioché fino alhora erano instrutti, con tutte le forze perseverare et fortemente havere cura delle cose sacre, sì per l’origine della vera fede come per la perseveranza della gentilità, accioché i lettori di simili cose tratti come da uno uncino dell’antichità, a guisa del cane non ritornassero al vomito. Ma hoggidì per gratia di Giesù Christo si è venuto in fermissima fortezza et si ha mandato in ruina et perpetue tenebre il mortal nome de’ gentili insieme con gli errori suoi; et la vittoriosa Chiesa possede lo steccato degli inimici. Là onde quasi senza pericolo queste cose si maneggiano et ricercano. Nondimeno, non nego che non sia ben fatto astenervi il fanciullo, che ha la memoria pronta et tenace, et ancho l’ingegno tenerino, il quale non anchora ha la perfetta cognitione della religione Christiana. Ma nondimeno, se ben forse altri più duri ancho di me si lasciassero cadere in così vituperoso peccato, come che niente altro non havessi studiato, a pena posso credere che a me ciò avenisse; percioché dal ventre della madre mia portato al fonte della nostra regeneratione et ivi lavato, quello che per me fu promesso da quelli che mi levarono dal battesimo, in quanto puote la fragilità humana, fino al dì d’hoggi mi ho sforzato osservare, havendo sempre per cosa certissima quello che si essalta nella congregatione degli huomini giusti, cioè esservi un Dio in tre distintioni di persone, et questo vero, eterno et di tutte le cose diritto fattore; et di quelle con perpetua ragione governatore, conservatore et rettore, che in sé contiene il tutto, et da nessuna cosa non è contenuto. Et cosa maravigliosa et non più udita, per artificio dell’istessa deità si è fatta la parola di lui eterna, con l’adombratione dello Spirito Santo per cacciare la macchia del genere humano per la disubidienza dei primi padri oprata, con l’Annuntiatione celeste nel utero della Beata Vergine divenendo carne, et indi dal ventre di quella come huomo passibile et mortale nascendo. Il quale ancho fanciullo nel grembo della madre dai Re Sabei con doni fu ado[p. 277v]rato, et crescendo in età tra i dottori della sacra legge, mentre gli scioglieva gli annodati dubbi, non dio, ma fanciullo di maravigliosa speranza fu tenuto. Non ancho l’eterno splendore della verità haveva levato la nebbia dalle menti loro che conoscessero il vero Iddio a quelli promesso, veggendolo formato di mortal carne. Oltre ciò, ho per cosa certa colui il quale lasciata l’habitatione celeste tolse la forma di servo d’Iddio, et tra gli huomini havendo già conversato trent’anni, fu lavato nel fiume Giordano dal peloso et selvaggio Propheta, che fu tratto dal ventre della madre pieno di Sacro Spirito per aprire la porta della celeste salute; onde il cielo intornò di sopra et un forte mormorare d’una eminente nube si sciolse in voce di deità, dicendo: Questo è il mio figliuolo diletto, nel quale a me sono bene compiacciutto; udite lui. Appresso questo, credo et ho per cosa ferma che in Galilea facesse di acqua vino, per dimostrare la divinità nascosta nel sacro petto; et indi pigliato il sacro consortio se n’andasse in Giudea, nelle città dei Phenici, in Samaria et Galilea, dove con la celeste scienza nel tempio et nelle sinagoghe ammaestrò i popoli, curò leprosi, ritornò la favella a’ mutoli, allumò ciechi da natività, fece di morti vivi, comandò alle febri, all’onde et ai venti, et in molte altre cose mostrò segni della sua deità. Dopo questo ho per fermo che, venendo l’hora sua, procurando la invidia degli hebrei sacerdoti contra quello, dopo l’havere lavato e’ piedi agli Apostoli et celebrato quel gran convito nel quale con le sue proprie mani et parole fu ordinato quello ineffabile sacrificio della nostra communione, dove diede il suo corpo in cibo et il suo sangue in bere così ai presenti come ai futuri, essendo venduto da un scelerato et iniquo de’ suoi compagni, fornita la oratione nel diserto fu preso dalla rea et perversa turba de’ Giudei, che con fusti et lanterne il cercavano, et condotto alla presenza de’ principi. Dove falsamente accusato da alcuni falsi testimoni, così sopportendo l’humiltà sua, et di qui condotto nel palazo del preside et beffato, fu battuto con le verghe, ornato di corona di spine, con sputi et sorgozzoni oltraggiato, et ultimamente a guisa di ladro sententiato, conficato in un’alta croce, et in quella con aceto et fele abbeverato. Del quale essendo già per l’humanità vinta dai supplici venuto al fine la vita, overo, et istimo meglio, come piace a Thomaso d’Aquina, havendo volontariamente raccolto le forze et mandato fuori lo spirito, tremò tutto il mondo, et lo splendore del Sole di mezzogiorno per tre hore si oscurò, offuscata la Luna in contrario; benché a Policano altrimente scriva Dionisio Ariopagita, di che mi maraviglio. Indi, essendoli forato il petto con una lancia da un cieco soldato mandò fuori sangue et acqua, dal quale credo habbiano havuto principio tutti i sacrifici della nostra salute. Né meno ho per certo ch’ei fosse levato di croce et sepolto, et poi per virtù della sua deità, sì come haveano predetto i sacri Propheti, dopo il terzo giorno, sì come Giona del ventre della balena, così dal ventre della terra vincendo la morte resuscitò, et ritornato vivo visitò le case infernali; dove rompendo le porte infernali et mettendosi sotto e’ piedi Plutone, ritornò in libertà tutta l’antica preda. Et dopo questi apparve molte volte ai suoi; et stando nel mezzo di loro, che lo vedeano senza esser impedito dalla corporea salma, col vero corpo già mortale da sé stesso volò in cielo da colui che lo havea mandato in Ter[p. 278r]ra; dove poscia mandò sopra gli Apostoli suoi quel celeste foco che esce da sé et medesimamente dal padre suo, et vivifica, alluma et ammaestra il tutto. Del quale eglino essendo illustrati, subito incominciarono far guerra contra il prencipe del mondo; onde col loro sangue et molte ferite (nato in ogni loco il seme della verità et ottenuta la vittoria) trionphando, nella celeste patria seguirono il suo duce. Così fu ordinata dall’istesso unigenito d’Iddio la pia congregatione di giusti, et quel sacro lavacro della regeneratione per lo quale sono cancellate le cattive opere de’ mortali, essequendo appresso gli altri lodevoli et degni sacrifici dell’istessa conventione per li quali diventiamo più ubbidienti a Iddio. Et caduti per nostra imbecillità si leviamo et volentieri a lui riccorriamo; né però da noi si sparge il sangue humano, sì come già fecero molti gentili, né meno a lui sacrifichiamo secondo l’antico costume montoni né tori. Né da me fu mai tolta questa verità, che col testimonio de’ padri non creda quell’ultimo giorno haver a venire nel quale ritorneranno tutte le cose mortali in niente, et per opera eccelsa d’Iddio tutti ripigliando le nostre ceneri ritorneremo di novo in mortal corpo, sì come prima erevamo, ma eterni; onde venendo nel prefinito loco dove esso Christo giudice del tribunale sederà in maestà propria, et si vedranno i segnali della sua passione, et poi udiremo la finale et eterna sentenza de’ meriti nostri. Di che io similmente nella futura vita non per miei meriti, ma per misericordia divina spero veder Dio Redentore mio nella mia carne, et con i Beati viver lieto nella terra de’ viventi. Questa fede adunque sincera, per non parlare più oltre, et questa eterna verità, è di maniera fissa nel mio cuore che non pure puote essermi levata da nessuna forza di gentilità, ma né ancho in alcun modo crollata né macchiata. Percioché, se bene sono huomo peccatore, nondimeno per gratia di Giesù Christo non sono il Terentiano giovanetto Cherea, il quale veggendo depinto Giove che dai tetti in pioggia d’oro cadeva nel grembo di Danae, s’innanimò anch’egli nella disiata da lui scelerità. La liggierezza se n’è andata con gli anni giovanili, se però punto d’intorno alle cose dette ve ne fosse stato; il che non mi ricordo. Oltre ciò, considerando che con inganni continui et reti da ogni parte tese l’antico nemico ruggendo come Leone camina per l’orme dei mortali per ritrovare alcuno da divorare, sforzandosi di condurre tutti in ruina, io, come quel vecchio Mitridate Re di Ponto, il quale con magnanimo ardire et gran dispendi per quaranta anni continui contra il popolo Romano mantenne grandissima guerra et memorabile, dalla gioventù sua contra il mortale veneno si armò il petto di medicine et rimedi; medesimamente ho armato il mio dell’evangelica verità, con la sacra dottrina di Paolo et con i commandamenti, consigli et persuasioni d’Agostino et molti altri venerandi padri. Là onde disprezzo l’armi gentili. Se io, huomo Christiano, per commandamento tuo, o Inclito Re, le pazzie de’ gentili ho trattato, ho fatto ciò in dispregio della loro falsa credenza, et (se alle volte è lecito agguagliare le cose picciole alle sublimi) ho fatto quello che ancho con somma lode hanno fatto alcuni santissimi huomini, sì come Agostino, Girolamo, et con alcuni altri insieme Lattantio. A me veramente dalla [p. 278v] fanciullezza in poi è cosa chiarissima tutti gli dei delle genti (con la guida del Salmista) essere demoni, et di qui sempre mi sono spiacciuti i loro scelerati affari. Confesso nondimeno, lasciato la sua falsa religione, essermi piacciuto i costumi et gli scritti d’alcuni poeti; et però non solamente havergli lodato, ma secondo il poter mio difeso dalle oppositioni degli accusatori, sì come chiaramente per inanzi s’è visto. Et questo ho fatto affine che non siano lacerati dagli ignoranti; percioché se havessero conosciuto et adorato Christo, tra i più sublimi del christiano nome sarebbono tenuti. Ma alcuni riguardando alle cose di sopra diranno, tu hai fatto bene; attento che l’haversi fatto forte contra inimici sempre fu lodevole. Ma quelli che vanno sopra le cime, dalle cime sono gittati a terra. Già molti, istimando fortissimi, da un debile incontro ancho dell’inimico sono talhora caduti. Et se gli altri mancano, de’ quali il numero è grande, nondimeno Salomone, certissimo testimonio della imbecillità humana, vi è presente. A costui fu conceduto ogni scienza, tutte le ricchezze, et Imperio grande. Con grandissima giustitia tenne soggetti i popoli, a Iddio edificò un maraviglioso tempio, ordinò molte cose buone; et finalmente già d’età maturo, mettendo da parte il donatore degli honori, ascendendo il monte Maloch dell’offensione, con i ginocchi chini adorò l’Idolo degli Egittii. Che adunque, sarai tu più forte di Salomone, né più aveduto? S’inganniamo confidandosi troppo di noi. Queste cose non si ponno negare che non siano vere. Nondimeno, un’altra sorte di contrasto mi resta con gli errori de’ gentili, che non fu quello di Salomone con l’Egittia moglie; la quale conoscendo che con le sue carezze et lascivie havea allacciato l’anima del suo marito infelice, desiderosa d’inalzare i suoi dei, hora con abbracciamenti venerei, hora con dolci parole, hora con soavi carezze, hora con lascivie, preghi et lagrime, le quali sono prontissime alle donne, et hora con sdegni et querele, non pure i giorni, ma le notte ancho crucciava l’animo dell’inamorato marito. O quanto sono gravi et insoppartabili i contrasti delle amate donne, et spetialmente i notturni. Questi finalmente, temendo non perdere la gratia dell’amata moglie, rivolse le spalle, et disarmato si sottopose alle forze dell’armata donna. Ma a me non è tal guerra contra le ciancie dei dei gentili, percioché con mille ragioni già da me conosciute le ho confutate. Et però liggiero è il mio contrasto con quelli privi di forze et cacciati dalla schiera. So nondimeno che il fidarsi troppo di sé stesso alle volte è vitio, ma io di me non mi fido, ma sì bene della gratia di Giesù Christo, dal cui pregiato sangue sono stato riscosso. Spero ch’ei non patirà ch’io, il quale giovanetto dirittamente ho seguito i suoi vestigi, hora vecchio pericoli; anzi s’io verrò a cadere egli mi porgerà la sua mano acciò mi rilevi, et con piacevole riposo aiuterà me lasso. Ma per giungere al fine, assai dalle cose lasciate si puote presuporre che non a tutti è lecito parlare delle cose de’ gentili, ma né ancho a tutti vietato. [p. 279r]

CHE PER LO PIÙ seguitiamo gli studi a’ quali gl’ingegni paiono inchinati.

SE BENE alcuni confesseranno essere vere parte di quelle cose che si sono dette, nondimeno istimo che non riposeranno; anzi tengo che diranno esser stato meglio haver speso il tempo in studi più santi che haver detto cose tali. Il che se alcuno negherà, veramente non sarrà molto saggio. Ma io dirò ben questo, che bene so che v’erano in pronto le leggi degli Imperatori, i canoni dei Pontefici et la medicina; de’ quali sono istimati molto santissimi gli studi, percioché per loro mezzo i mortali d’oro ingordi s’arrichiscono. V’era ancho la philosophia, per la cui ottima dimostratione si conoscono le ragioni delle cose et si appara il separare le cose vere dalle false; et si deve ricercare da tutti gli ingegni generosi. V’eranno ancho i Sacri Volumi, dai quali siamo ammaestrati sprezzare le cose frali et si sono dichiarate le potenze d’Iddio, et appresso dimostrato per qual sentiero si vada al regno celeste; il qual studio veramente è da preporre agli altri. Ogn’uno adunque che di questi m’havessi eletto, forse che gli oppositori havrebbono detto che m’havrei fatto meglio. Ma si ogn’uno facesse quello che deve, l’essecutore delle leggi invano sederebbe nei tribunali. Nondimeno, egli non è così facile, come istimano alcuni, volere il tutto che dobbiamo, et molto più difficile conseguire, se vogliamo. Percioché, sì come il citharedo di varie corde altre tirate più lente, altre più molli, rendendo queste acuto suono et quelle più grave, con la dotta mano et con l’archetto da così discordi tuoni trahe una soavissima armonia, così la madre natura, di cui le forze sono infinite et l’ingegno perfetto, produce queste cose frali atte a diversi uffici, accioché da questa diversità d’uffici ne risulti la conservatione del genere humano, d’intorno al quale è molto intenta. Et non si potendo andare in lunga conservatione, la nova produttione avertendo che se tutti fossemo prodotti eguali (per lasciare il resto), gli huomini non potrebbeno essere prodotti, né con nessuna ragione per un tempicello solo durare. Di qui aviene che per discretto ordine della natura questo nasca Fabro, quello nocchiero, quell’altro mercante, alcuni atti alla dignità sacerdotale, altri a governi, altri a professione di leggi, altri poeti, altri oratori, alcuni philosophi, et altri sublimi Theologi; da’ quali studi diversi è necessario che risulti la conservatione di sì gran moltitudine d’huomini. Attento che, se tutti (percioché egli s’appartiene ad ogn’uno, se si potesse, ascendere a sublimi studi) si drizzassimo alla Theologia, et che l’agricoltore non vi fosse, di quali frutti noi, seguendo così nobile studio, saremmo nodriti? Se l’architetto né il muraio non ci fosse, in quali case et sotto quai tetti si difenderessimo dalle pioggie, dai venti, dal freddo, dal caldo, et dalle altre continue incommoditati? Et se non vi fosse il Lanaio né il sarto, dove le vesti si pigliarebbono? Che starò ad annoverare tante cose? Sì come in commodo del corpo humano dalla natura delle cose sono apposti gli uffici et membri tra sé di qualità defferenti, accioché si fermi in questa diversità, et sì come la melodia si fa dalla diversità dei tenori, così ancho il genere huma[p. 279v]no perseveri, fu necessario ancho che fossemo prodotti a studi tra sé differenti. Et se da essa natura, la quale (così volendo Iddio) in tal modo ha ordinato i cieli, il girare et il corso de’ pianeti con diversi moti, che senza nessuna sua fatica veggiamo essere prodotti a diversi uffici, prego dirmi, chi sarà colui che felicemente habbia ardire passare in ufficio diferente da quello a cui sia nato? Non sono già così ignorante che non habbia conosciuto che con la potenza del libero arbitrio, del quale tutti vogliamo, non possiamo vincere le forze della natura; il che leggiamo havere fatto alcuni. La quale veramente è opra da annoverare tra le cose che di rado avengono, tanto siamo condotti da grande et quasi invincibile necessità quando nasciamo. Et se bene a diverse cose siamo generati, nati et nodriti, se bene operiamo quelle a quali siamo guidati, veramente egli è assai, senza che vogliamo passare più oltre; la qual cosa tentando già alcuni invano, perderono quello che erano, né poterono diventare quello che cercavano. Tuttavia, a tutte le altre attioni che la natura s’habbia prodotto gli altri, me ella (testimonio la esperienza) ha prodotto dal ventre della madre disposto alle considerationi poetiche, et al giudicio mio a questo sono nato. Assai mi ricordo che da fanciullo il padre mio pose ogni suo sforzo perch’io divenisse mercante; onde non essendo ancho entrato nella adolescenza, havendomi fatto benissimo apprendere l’Aritmetica, mi pose a stare con un grandissimo mercante, appresso il quale nello spatio di sei anni non feci altro profitto che perdere il tempo. Di qui, perché si vide per alcuni inditii che sarei stato più atto agli studi delle lettere, comandò il padre mio ch’io entrassi ad udire le regole ponteficali, istimando per ciò ch’io havessi a divenire riccho; di che sotto un famosissimo maestro quasi altro tanto tempo invano perdei. Questi studi mi fastidivano l’animo, di maniera che né in l’uno né l’altro di questi uffici, né per la dottrina del precettore, né per l’auttorità del padre, dalla cui con novi commandamenti continuamente ero stimulato, né per preghi d’amici, né villanie, non puoti mai inchinarvi l’animo, tanta era la affettione che alla poesia guidava quello. Né per nova imaginatione di consiglio l’animo mio s’inchinava alhora alla poesia, anzi da antichissima dispositione vi era cacciato. Percioché ricordomi che ancho non haveva sette anni, né havevo veduto fittione alcuna, et a pena havevo cognitione dei primi elementi delle lettere, non che udito alcuno dottore, che in me fu il disio di comporre fittioni, così spinto dalla natura. Et se bene non erano di nessuno momento, nondimeno alcune ne composi, ma non ancho le forze dell’ingegno di così tenerella età erano bastanti a tanto ufficio. Tuttavia, cresciuto in età più matura et divenuto huomo di libertà mia, senza che nessuno a ciò mi confortasse né m’insegnasse, anzi facendomi resistenza il padre, et biasimandomi studio tale, l’ingegno da sé stesso divenne capace di quel poco che di poesia ho compreso; onde con grandissima cupidigia la ho seguita, et con grandissimo diletto ho visto et letto i libri de’ suoi auttori, et sommi sforzato al meglio che ho potuto intendergli. Et maravigliosa cosa da dire, non havendo ancho conosciuto con quali overo quanti piedi caminasse il verso, et a ciò opponendomi con tutte le forze mie, quello che hora ancho non sono, quasi da tutti che mi conoscevano fui chiamato Poeta. Né ho dubbio alcuno che, se mente la età a questo era più atta il padre mio havesse acconsentito a questi studi, che non fossi diventato uno tra i famosi poeti. Ma cercando egli prima nelle arti mercantesche et poi nella industriosa facultà al guadagno piegar l’ingegno mio, è avenuto che io non sia stato né negociatore né canonista, et ho perduto di essere notabile poeta. Gli altri studi delle facultà, se bene mi piacessero, perché a quelli non era guidato non gli ho seguito. Nondimeno ho veduto i Sacri Volumi, da’ quali, attento che la età è piena d’anni et la debolezza dell’ingegno mi ha sconsigliato, mi sono rimosso, parendomi cosa vergognosa che un vecchio incominci nuovi studi, essendo cosa a tutti dishonesta mettersi a quello che non si pensa non potere finire. Et però istimando per volere d’Iddio essere chiamato a questo, in questo ancho mi voglio fermare, et lodare quello che oprerò col mezzo della dimostratione di questi studi; et cerchino gli altri quello gli pare. Quelli adunque che sopportano il pecoraio dare opra alle sue pecore, il molinaio al molino, et lo statuario alle tue statoue, lascino ancho me dar opra ai poeti, né in ciò mi siano contrari.

CHE dannosamente habbiamo compassione ai re et agli dei gentili.

SARANNO di quelli che trascuratamente si faranno innanzi ad alta voce gridando ch’io sono huomo pazzo, percioché mi presumo cavare fuori della terra i busti degli antichi re, et le già per lunga pace quiete ceneri in novo odio suscitare, overo con più moderni nuvoli offuscare gli antichi splendori, et appresso in meno opportuna consideratione eccitare le mezzo morte scelerità degli dei nel conspetto di tutti, et indi sotto honorato titolo di Geneologia de’ Dei narrare i loro ladronezzi et incesti. Questa certo è una lunga querela et composta di molti membri, onde per sua dimostratione considero che questi si sono accorti di quello che m’ho scritto, et spetialmente mentre si lamentano ch’io ho narrato i fatti delli dei gentili. Questa lamentatione all’odore mi sa d’animo gentile, et se così sono nella mente le parole, sì come i lamenti ch’escono dalla bocca, fino al dì d’hoggi in alcuni vive quello errore infame, il quale prego Iddio che tolga et la ritorni in nulla. Egli è cosa facile rispondere a queste obiettioni. Temerariamente opra colui che di soverchio trappassa i termini dell’ardire; tale ricordomi essere l’openione d’Aristotele nel libro dell’Ethica, ma io istimo non gli havere passato. Percioché havere ardire oprare quello che dalla necessità del bene è conceduto, non è temerità. Ho letto non essere vietato ad alcuno scrivere i fatti dei re, o honesti o dishonesti che si siano. Nondimeno, era meglio ai re oprare cose tali che di loro non si potesse riferire cosa men che honesta. Io di questi non con ordinato né [p. 280v] a ciò disposto stile ho scritto, ma liggiermente talvolta ne ho trattato alcuna, sì come l’ordine dell’opra m’ha constretto. Ma concedendo ancho ch’io l’havessi fatto, non però ho fatto male nessuno, né oprato cosa nova et disusata. Vi sono dei volumi così antichi, come grandi d’Illustri scrittori, ne’ quali con famoso stile et intiero ordine si trattano i fatti dei re; da’ quali se alcuna cosa nell’opra mia di loro si contiene, novissimo la ho raccolta. Se adunque si deve far querela nessuna, lamentinsi di que’ maggiori et antichi historici i cui celebratissimi scritti già lungamente sono stati palesi a tutto il mondo; da questi, se alcuno odio si può generare, si ha incominciato a far principio contra i ceneri già quieti. Ma gli prego, che pietà è questa? Da qual fonte di carità nasce? Et quale è la cagione di questa pietà? Credo che questi tali, desiderando mostrarsi generosi, non sappiano in qual’altro modo darlo ad intendere che col mostrare d’haver cura degli honori reali, et turbarsi nel sentire dirne male. O, come per piciolo pregio questi tali istimano comprarsi la nobiltà; la quale s’acquista con i famosi costumi, con la giustitia, con la santità et con la scienza. Questi tali se fossero nobili saprebbono che non pure è superfluo, ma ancho dannoso non solamente ai gentili, ma a tutti i malemeriti havere compassione; et però se sono saggi, serbino questa pietà in meglio. Le vergognose scelerità degli dei gentili non dormeno né sono estinte, anzi dalla sacra dottrina di Christo sono state sepolte senza mai più levarsi, et indi con la gran mole della dannatione coperte et oppresse. Il peso di questa mole, se bene non molto, almeno in quanto vagliono le forze mie sì come huomo Christiano mi sono sforzato accrescere, aspettando per ciò conseguirne più tosto degne lodi che riprensioni. Nondimeno, io faccio poco conto di questi morsi, percioché con nessuna acutezza di dente non ponno offendere alcuno. Questi adunque, se sono Christiani, tacciano, et si pentino se hanno havuto giamai compassione delle oppositioni fatte alli dei gentili, attento che tra l’altre cose questo difetto non sta bene all’huomo Christiano.

IL BREVE overo il lungo parlare non è per difetto da essere lacerato.

ALCUNI verranno poi che mi chiameranno breve, perché alle volte più tosto succintamente che con lungo ordine ho narrato le favole et le historie, et di quelle dichiarato i sensi. Ma non dubito poi che non vi siano ancho di quelli che diranno che talhora sono più lungo che non faceva bisogno. Ai primi dirò ch’egli è come dicono, ma che io sono stato constretto a così fare, et di ciò vi sono molte ragioni. Alcune sotto poche parole sono state riferite perché non v’era onde io potessi scrivere né estendermi più in lungo, eccetto se del mio non havessi voluto fingere, overo ampliare le favole et historie; il che deve al tutto fuggire ogni degno huomo. Altre poi havevano bisogno di poca scrittura per raccontarle ancho a pié, onde, se bene vi si considera, sarebbe stato vitio l’haversi esteso molto. Nondimeno, vi sono molte cose che senza dubbio havrebbono sopportato più lunga copia di parole; ma prego questi tali dirmi, [p. 281r] se io, lasciamo tutte quelle cose che si potrebbono haver detto overo ricercato la materia, havessi solamente scritto quelle che mi occorrevano nella memoria d’intorno le lunghissime historie et favole, d’intorno i particolari atti così delli dei come degli huomini, d’intorno i molti sensi delle fittioni, d’intorno il testimonio delle favole et historie antiche, d’intorno le auttorità, le openioni et le relationi, et d’intorno simili altre cose, quando mai istimano c’havrei dato fine a quest’opra? Veramente a pena un secolo vi sarebbe bastato, et il volume sarebbe divenuto sì grande, che nel primo solo incontro tutti i lettori si sarebbono smarriti. Et però mi sono imaginato essere stato assai l’haver liggiermente toccato quelle cose che si sono dette, percioché non scriviamo ad un fanciullo, né al volgo da poco; anzi, sì come altre volte è stato detto, ad un dottissimo re, et ad huomini saggi, se alle volte dalle tue mani, Serenissimo Prencipe, sarà per pervenire ad altri quest’opra. Oltre ciò, accioché gl’ingegni s’essercitino, non così a pieno sono da scrivere tutte le cose. Attento che quelle cose che s’acquistano con qualche fatica sono solite più a piacere et essere tenute con maggior diligenza di quelle che da sé stesse entrano nell’intelletto del letore. Egli è ancho da lasciare spatio di scrivere ai posteri, accioché non paia c’habbiamo havuto invidia ai futuri, mostrando con una certa arroganza, alla cui tutti aspiriamo, haver occupato la gloria dei posteri. Adunque con benigno animo egli è da sopportare quello che per honeste cagioni è stato detto brevemente, overo per cagione di brevità lasciato. A quelli poi che diranno che alle volte io sia stato più lungo del debito, non so che risponderli altro, eccetto che mi è stato bisogno così essere, o perché alle volte (come aviene) la dilettatione dell’intelletto mi spingeva; la quale ancho ai più prudenti talhora concede la penna liberalissima. Ma che? Sì come le cose brevi hanno possa di essercitare gl’ingegni degl’intendenti, così le più ampie provocar quelli dei meno intendenti. Et però quelli che più sanno, ricordinsi ch’ancho eglino una volta sono stati rozzi; di che senza sdegno sopportino se un poco più ampiamente si ha durato fatica per li più giovani.

CHE PER VERO ET NON finto comandamento del Re quest’opra è stata composta.

SARANNO forse di quelli che diranno quello che alle volte è stato ancho detto d’alcuni altri famosi huomini, cioè che io ho finto per gloria del nome mio haver per tuo comandamento, o inclito Re, composto quest’opra. Onde non essendo ciò vero, la loro fede sarà tarda; ma si conoscerà bene il scelerato animo di quelli, che ardendo d’invidia fanno falsa coniettura contra gli altri. Egli è cosa certa, per usare delle parole di Cicerone, che tutti siamo guidati dallo studio di lo[p. 281v]de, et ciascuno ottimo è condotto grandemente dalla gloria; et però essendo cosa gloriosa ad un picciolo huomo poter servire ad un grandissimo et ottimo Re, non troverà con difficultà fede haver detto alcuni per inalzare la humilità sua haver finto una simile bugia. Ma non crederò mai che gli scrittori l’habbiano fatto. Tuttavia, di questo un’altra volta. Io, per parlar di me, non negherò che non sia disioso di gloria; ma come che la desideri, non sono però così sfrenato, non di maniera acceso di tal desiderio, né tanto inimico dell’honestà, che m’havessi lasciato incorrere non dirò senza rossore in così vergognosa bugia, ma né ancho in tal viltà di mente. In questo mi confesso superbo, se superbia si deve dire questa. In tali cose non essendo ricercato non darei honore né titolo ad alcuno, eccetto al solo Iddio del cielo; né questo ancho usarei verso tutti che mi ricercassero. Tu hai conosciuto, Ottimo Re, che contra mia voglia, et rifiutando questo carico, per prieghi et persuasioni di Donino tuo Barone mi sono condotto a fare il tuo volere, cioè ad entrar sotto questa fatica. Né passando molti anni avenne poi che Bechino Bellinzoni, tuo famigliare et nostro cittadino, venendo di Cipro mi trovò in Ravenna; dove poscia che con piacevoli parole la clemenza et la gratia di tua Maestà, verso me di nessun merito, con grandissime essortationi per nome et comandamento tuo ricondusse a novo l’ingegno mio d’intorno la presente opra, da me quasi posta da parte et tralasciata. Medesimamente Paolo Geometra, a te carissimo, mostratemi molte volte lettere segnate co’l sigillo di tua sublimità, nelle quali si contenevano commissioni a me di quest’opra, m’ha fatto a ciò sollecito. Iddio ha conosciuto, et tu sai, ch’io non ho già mai veduto né la Maestà tua, né tu hai me potuto vedere. Ho creduto a queste commissioni, et sono entrato sotto gravissimo peso agli homeri miei. Se senza tua saputa queste cose sono state fatte, per li già nomati sono stato ingannato; et così confesso questi che parleranno contra me essere veritevoli, affermando ch’io per tua commessione non l’habbia composta. Ma non già per mio difetto, eccetto se alcuno non dicesse ch’io havessi fallato in questo; perché non m’habbia risposto che l’havrei fatto, se tu con lettere a me spetialmente direttive me l’havessi commesso. Ma questo mi è paruto superbo troppo, attento che havrei mostrato per persona degna di poca fede Donino, tuo famosissimo soldato; il quale per essere morto quello anno istesso che mi venne a trovare, no’l posso hora chiamare per testimonio. Tuttavia, Becchino et Paolo Geometra vivono. Questi io, et la reale tua fede, ho in Terra per testimoni di questa verità. Te adunque insieme con loro invoco. A te s’aspetta questa fatica, se la necessità farà bisogno, in resistere a questa oppugnatione, et con la confermatione della verità purgare il nome mio da così vergognosa nota d’infamia. Ma per lasciarti alquanto riposare, ottimo Re, verrò a questi oppositori, et alle loro obiettioni per ragion mia risponderò alcuna cosa. Affermo, tanto quanto s’io fossi a lite d’inanzi un tribunale, ch’io ho testimoni vivi, né di feccia plebea, ma huomini illustri; perché a me faceva poco bisogno che andassi fino in Cipro per sì vile bugia se disiderava ornare l’opera mia del [p. 282r] nome reale, quasi come io non havessi prima saputo quello che mi faceva. Poscia, sono stato confortato da altri indrizzarlo a degni prencipi, istimando non solamente ch’eglino col nome loro a me havessero a partorir gloria, anzi, che io con tal mezzo delle mie scritture venissi ad aggiungere splendore ai loro illustri Titoli. Né ciò è meraviglia, percioché vi sono i segni degli aiuti degli scrittori et i nomi dei Re. Di qui Alessandro Macedonico, il quale hebbe ardire animosamente con gran schiera di soldati assalire tutto il mondo, andando contra Persi menò seco molti di questi scrittori che scrivessero i suoi fatti; dove venendo in Sigeo vide il busto d’Achille, et tacer non puotè che con parole non dimostrasse quanto grande li paresse la gloria che i Re conseguivano dagli scrittori, chiamandolo fortunato per haver havuto Homero trombetta delle sue prove. Di qui Pompeo Magno, il quale fece la fortuna eguale con la virtù, donò a Theophane Mitileno una città, come s’egli fosse per fare il nome suo immortale tra le schiere dei soldati. Di qui i Scipioni, Tito Fulvio, Cato Censorino, Quinto Metello Pio, Caio Mario, et molti altri huomini illustri si sono mostrati benigni et liberali agli scrittori, per moverli a scrivere di loro. Perché adunque nelle mie lettere bugiardamente includerò un inclito Re, come se per forza volessi darli gloria, et con vergognosa macchia oscurar la mia? S’io fossi così ingordo d’inalzare con bugie la mia gloria, ho molte altre operette, le quali non sono ornate di nessuno titolo simile, eccetto che la Bucolica; la quale mi dimandò che gli la intitolassi Donato Apenninigena, povero ma huomo da bene, et singolare amico mio. Perché a tutte non pongo inanzi nomi di Re? Oltre ciò, è cosa nova al mondo che i Re desiderino alcuni scritti et fare delle amicitie?

Non veramente. Ricordomi a’ giorni nostri Roberto, splendido re di Gierusalem et di Sicilia, ornato di titoli da molti, haver dimandato al famoso huomo Francesco Petrarcha che gli intitolasse l’Africa da lui novamente composta, che di ciò non gli potrebbe fare più alto dono; perché ricercò egli questo, et per inalzare qual gloria? O quella di Francesco, o la sua? Veramente la sua. Che tante cose? I famosi scrittori non fanno illustri i nomi dei gran prencipi, anzi di più, essi Re per opra degli scrittori sono conosciuti dai posteri. Oltre ciò, se la opra è lodevole, che auttorità le può apportare l’aggiuntovi nome di Re? Overo qual gloria sopragiungere al benemerito auttore? Ma se è ancho da biasimare, con qual ragione quella inscrittione potrà farla lodevole, o rimovere la vergogna imputata all’auttore? Adunque la approvatione degli scrittori apporta honore et gloria ai nomi reali, et non i titoli agli scrittori. Io, sì come già ho detto, sono in ciò così ostinatamente superbo, che da Iddio in fuori, al quale sono da attribuire tutte le cose, che se non fossi pregato o ricercato non ascriverei l’honore d’un verso solo né ancho a Cesare Dittatore né a Scipione Africano se suscitassero, eccettuando qualche mio amico. Sia detto questo, o mio Re, con tua buona gratia et perdono. Et ulti[p. 282v] mamente pregoti che, se aviene che mai tu oda alcuni fare tali oppositioni, come consapevole del vero comandali con sdegno reale che tacciano, et con virtù signorile difendi quello che a te di tua commessione è stato indrizzato, anzi composto. Mi restarebbeno molte cose a dire; ma perché parmi haver detto assai, ho giudicato lasciare il resto, lasciando la fortuna dell’opra a Iddio, donatore delle gratie, et a te; la quale, poscia che sarà pervenuta nelle tue mani, se a te piacerà, con l’aiuto tuo uscirà poi in publico, o starà nascosta.

CONCLUSIONE.

ECCO finalmente, Clementissimo re, che con l’aiuto della divina pietà si è venuto al fine dell’opra, nella quale con quel ordine che ho potuto ho descritto secondo le narrattioni degli antichi la origine degli dei gentili et la loro discendenza, con molte fatiche qua et là ricercata. Onde secondo il comandamento di tua Maestà, in quanto s’hanno potuto estendere le picciole forze del debile ingegno mio, dopo le favole v’ho aggiunto i sensi delle fittioni, cavati dagli antichi o dall’intelletto mio. Appresso ho dimostrato, cosa che mi è parso ufficiosissima ad alcuni, i Poeti, contra l’openioni di questi tali, non dirò essere tutti giusti, ma non haver semplicemente composto le favole ridicole, anzi piene di suco et di scienza; et quelli essere per scienza singolari, per ingegno et costumi illustri, et ancho per famoso splendore notabili. Oltre ciò, ho fermato il mio legnetto nell’onde con l’anchore et l’ho bene legato, confidandomi sempre più nella bontà divina che nella securezza de’ legami. Così ancho dal nocchiero ho levato quei dardi che mi parevano più mortali, come che m’imagini restarvi molte altre cose, contra le quali a pena credo che mi sarei potuto armare. Percioché non fu mai così armigero soldato che tanto si potesse armare cautamente che non vi restasse qualche loco disarmato et da poter ferire. Esso Iddio adunque mi difenda; il qual solo vede le strade dei maligni, et volendo può vietarle. Nondimeno, perché sono huomo, et non ho mai conosciuto nessuno così aveduto che se non è difeso dalla divina providenza non caggia spessissime volte in travaglio, tengo essere assai possibile che alle volte habbia lasciato molte cose da dire, scritto di quelle da tacere, non haver a bastanza con ragione confermato delle narrate, overo men compiutamente haver sodisfatto al tuo disio, overo ancho in molti altri modi haver peccato; di che mi doglio. Et perché conosco chiaramente che i peccati sono da imputare alla mia ignoranza, supplice ti dimando perdono, et humilmente per lo tuo scettro reale pregoti che con la grandezza del tuo infinito ingegno supplisca [p. 283r] ai miei difetti, cancellando le superfluità, ornando le parole disornate, et correggendo et emendando il tutto secondo il giudicio della tua sincera mente. Et se forse fosti occupato in cose maggiori, sì come per lo più voi altri re solete essere, et non potesti spendere il tempo in questa fatica, alhora supplico tutti gli huomini honesti, sacri, pii et catholici, et spetialmente il Celibe Francesco Petrarcha, famosissimo mio precettore, alle cui mani talhora perverrà quest’opra, che per amore di quel pregiatissimo sangue di Giesù Christo vogliano emendare tutti quegli errori che forse disavedutamente ho fatto, et ridurli in termine buono; che questo lo attribuirò a sua pietà et benignità. Voglio che alla loro censura et correttione questa mia fatica sia sottoposta. Oltre ciò, Inclito re, se vi è cosa buona, ben detta et che a te piaccia, m’allegro, et della fatica mia resto contento. Ma non voglio già che tu imputi ciò a mio sapere, né per questo dimando gli Allori né altri honori; a Iddio veramente pregoti che tu gli attribuisca, dal quale deriva ogni gratia et compiuto dono. Di che a lui ne darai gli honori et le gratie vere; attento che io, secondo mio costume, sempre dopo l’haver fornito ogni mia honesta fatica sono avezzo, con quella affettione di mente che posso, cantare quel detto di Davit: Non a noi, non a noi Signore, ma al nome tuo dà la gloria.

IL FINE DEL QUINTODECIMO ET ULTIMO LIBRO.

[p. 283v]

ALLO ILLUSTRE ET HONORATISS.

SIG. GIO. GIACOPO LIONARDI,

CONTE di MONTE ABBATE ET AMBASCIADORE di URBINO.

GIUSEPPE BETUSSI.

NON mi parrebbe punto all’intentione dell’animo mio haver sodisfatto, se alcuna mia fatica uscisse in mano degli huomini sanza venire alla censura del perfetto giudicio di V. S.; maggiormente essendo certo che quella per humanità sua farà parte di favore all’opra indegna d’un tanto guiderdone. Et perché parmi non essere lecito con silentio lasciar passare alquante cose che in difesa mia sopra questa novella tradottione, che l’ultima delle mie (se non mi cangio di proposito) ho deliberato sia, voglio produrre, ho considerato con veruna altra persona non poter meglio spiegare il mio concetto, et che più li sia prestato orecchie, né mover altri a leggere quello che sopra ciò ho voluto scrivere, quanto indrizzare questa mia lettera a lei; attento che veggendosi l’honorato titolo del nome di V. S., molti tratti dal disio di vedere quello di che ho havuto ardire ragionare con huomo tale si lascieranno condurre a discorrere questa poca scrittura. Onde io, oltre il conseguirne l’intento mio, mi contenterò che più crescano gli oblighi che tengo con esso lei, sì come mi duole non potermi in parte alleggierire di quelli che mi sento con altrui. Parrà forse cosa strana a V. S. et ad altri vedere questa tradottione in molte parti differente dall’altre mie scritture; di che intendo in parte sopra ciò produrre alcuna delle molte ragioni che potrei. Altro è il formare una scrittura da sé, nella cui solamente l’auttore ha da reggersi secondo il giudicio et voler suo, pigliando quelle parti che più li paiono proprie al suggetto quale ei tratta; et altro ancho si può considerare essere la tradottione delle historie, nelle quali lo spositore può servirsi et solamente del senso et delle clausule, et ancho delle pure parole del suo primo scrittore. Ma di gran lunga è diseguale la risonanza, ove più in una lingua che in un’altra si comprendono le varietà delle scienze appartenenti più ad uno idioma che ad un altro. Perché si trovano molte voci che sono proprie dell’uno, et straniere et contrarie degli altri; et differente ancho è la tradottione pura delle parole da un parlare nell’altro di quello che sia la spositione delle cose, che sotto la lingua in cui sono scritte hanno un significato che, volendole ridurre in un altro, non pure il perdeno, ma caggiono in diverso. Questo principalmente a me sarebbe avenuto, benché io sia certo in tutto non poterne essere andato assolto, se volendo solamente attendere alla politezza della lingua havessi pigliato il solo suggetto delle parole dell’auttore, et da un parlare porta[p. 284r]te nell’altro; il che nella pura historia molto bene si ricerca, ma nella presente opra, dove per lo più si contengono sotto coperta di favole et parole molte derivationi et origini di scienze, vocaboli, sensi, nomi, misteri theologici et philosophici, et altre cose sublimi et degni, ciò a me pare non sarebbe convenuto. Attento che, dove da molte dittioni greche si sono tratti dei vocaboli et significati Latini, s’io havessi voluto trapportare quelle in volgari, la origine si sarebbe perduta. È ben vero che con le circonlocutioni molto m’havrei possuto aiutare, il che in alcuni luoghi ho fatto; ma se in ciascuno havessi seguito tale stile, l’opra di gran lunga sarebbe divenuta maggiore, et credendo forse dare maggiore lume all’auttore, per aventura altrettante maggiori tenebre gli havrei aggiunto. Là onde, Ill. Signor mio, m’è paruto meglio et più m’ho contentato in tale spositione includervi di molte parole Latine et di molte derivate dal greco (così però poste dall’auttore), che mutandole né per circonlocutioni, né per parole volgari più pure et più chiare fare una nova Metamorphosi. Di questo m’è parso dirne queste poche parole non solamente per purgarmi da quelle calonnie che i maligni sopra ciò mi potrebbono dare, quanto perché (non andrà molto) essendo io per mandare in luce insieme con alcuni diversi ragionamenti un picciolo mio trattato et discorso sopra la degnità et grandezza della lingua volgare, con alcune cose che se bene da molti si sanno non però da alcuno fin’hora sono state a utilità commune manifestate al mondo, non paia ch’io non habbia serbato quell’ordine et regola che agli altri cercherò mostrare. Bene so io che, leggendosi questo libro, vi si vedranno per entro molte terminationi che non comporta né cape in sé la lingua volgare, come sono patronimichi, molti dei partecipii, et altre infinite locutioni che hora non mi sovengono nella memoria. So che vi saranno ancho molte derivationi et espositioni che parranno oscure, né così di liggiero saranno intese; il che è avenuto che le dittioni vocali della lingua latina in tutte le locutioni volgari non hanno quella desinenza né risonanza che la latina comporta. Onde così sono stato sforzato fare, overo che sarebbe stato necessario lasciarle adietro; il che in tal loco, come cosa di nessun momento, ho fatto. Et oltre ciò, il testo latino della presente opra quasi estinta si vede tanto scorretto, et in alcuni luoghi le clausule così intricate et al roverscio poste che i nodi di quelle non sarebbono sciolti da un altro Edippo, che non sarà maraviglia se in qualche loco potrò havere compreso una cosa per l’altra; et non vi è dubbio alcuno che, se in molti luoghi per gli historici poeti et altri auttori che altrove ho visto et letto non havessi havuto notitia delle historie, favole et altre materie, sarei stato sforzato fare quello che degli altri hanno fatto, o lasciare la imperfetta, o senza il mio nome darla a leggere. Hora, quale ella si sia, viene a fare riverenza a V. S., ma duolmi bene che si lasci vedere così scorretta et guasta dalli stampatori, con molti versi et parole in molti luoghi invece del suo loco poste nell’altro. Ma se il favoloso Argo a quelli facesse la guardia, non potrebbe vedere gli errori ch’essi fanno; non che per la maggiore parte non ne essendo stato da nessuno cura tenuto né da nessuno corretta, perché io per lo [p. 284v] più mentre si è stampata m’ho ritrovato altrove. Tuttavia sono certo che con V. S. non fanno mistiero simili difese, attento che se non saranno maggiori gli errori miei, potrò securamente girmene assolto. In questo mentre, fino attanto che (molto non sarà) che io possa a pieno secondo le debile forze del potere mio mostrarle la riverenza che le porto, quella mi serbe nella gratia sua, la quale in un punto più mi può giovare, che mille volte non possono tutti i thesori altrui, che io con quella riverenza che tutto il mondo meritamente le deve portare le bacio le mani. Di Vinegia.

[p. 285r]

ALLO ILLUSTRE ET VALOROSO

SIGNOR CONTE MUTIO di PORTIA ETC..

GIUSEPPE BETUSSI.

CONOSCENDO io con quanto disio d’animo et volontà di cuore a gran passi in ancho acerba etade cercate caminare per la strada degli honori della militia et per lo sentiero delle lodi delle lettere, affine di lasciarvi ogni altro ch’a segni tali concorra adietro, m’assecuro, essendo l’una più di mia professione che l’altra, appresentarvi una di queste mie fatiche, in sé tanto lodevole quanto io d’animo vi sono indegno servitore. Et se a quella talhora, sciolto da maggiori pensieri che v’ingombrano il generoso animo, vi degnarete gli occhi drizzare, per aventura vi trovarete la sostanza di tali cose raccolta et unita insieme, che a gran fatica in rivolgere molti et molti libri altrove ciò non vi potrebbe venir fatto. Et se non fosse per non fastidire con soverchia lunghezza di scrittura V. S., dandole a vedere il nome degli auttori dal Boccaccio nella presente opra secondo l’occorrenza nomati, et de’ quali si ha servito, in questa lettera descrivendoli la farei non poco stupire, ch’io almeno forse sessanta me ne trovo havere notato. Qui ella non troverà ragione nessuna sopra materia veruna che in aere sia fondata, ma ciascuna con l’auttorità sua è dichiarata. Ma che m’affatico io hora a volerle dare ad intendere volgarmente quello che V. S. pria di me latinamente ha veduto? Pregherò solamente lei, che con l’accettare il picciolo dono faccia parte di favore a me che di core l’amo et la honoro. So quella essere tanto benigna et amorevole che non saprà né potrà negarmi quanto la supplico a concedermi. Et ch’io sia certissimo la natura sua essere tale, non mi curo cercar maggiore testimonio che quello dell’amorose passioni che tra gli ultimi Britanni oltre l’Oceano sotto il più freddo clima ardentemente le pungevano et tormentavano il core; onde tale et tanto era l’ardore di quei due fulgenti lumi, anzi folgori ardenti, che sotto quel gelato cielo ove men scalda il Sole fino da questo nostro paese ivi penetrava, che quasi un altro Hercole. Tuttavia V. S. infiammata si consumava (vero essempio di una passione amorosa et d’un benigno cuore). Ma bene le ricordo ch’ella ami di sorte che l’amorevolezza sua, per giovare altrui, a sé non nuoccia. Egli è hoggimai passato il tempo che gli Orphei col dolce suono et canto muovevano le pietre et gli spiriti infernali a pietà dei suoi dolori, non che gli huomini et le fiere; onde dubito che la bella donna da voi sospirata et cantata non habbia l’animo al nome conforme, il che alle volte si vede proprio, sì come ancho del[p. 285v]l’anime et dei corpi che le tengono rinchiuse. Il colore della Leonza è proprio Fulvo, et la ferocità sua ogn’un sa quale ella si sia; sì che a V. S. che sola mi intende basta un solo essempio, che dietro a sé et quello dei Folgori et d’ogn’altra simile cosa nociva può condurre. A lei bacierò per hora le mani, serbando a più commodo ragionamento quanto ho in animo un giorno quando che sia ragionare seco. Di Vinegia.

[p. 286r]

ALLI MAG. ET ECC. DOTTORI di LEGGI

M. GIO. BATTISTA PIZZONI ANCONITANO

ET M. ANNIBALE THOSCO DA CESENA.

IL BETUSSI.

NON SONO io così fanciullo, che a guisa loro entrati ne’ giardini nel cogliere fiori o frutti mai non si veggiano Satolli, né sapendo discernere quali più belli siano hora questi lasciano et hora quelli pigliano, et dei colti poi fatta una massa, et dopo qualche giorno di quelli scordati, o seccare o marcire gli lasciano, io l’istesso faccia degli amici; perché di quelli c’ho eletti et più mi sono piacciuti mai non gli ho per altri lasciati, et di loro così bene col core, se con altro effetto non posso, ne tengo memoria, che dal lato mio il tempo, né fortuna buona o ria, non mi torrà il loro ricordo. Et se felicità alcuna tra le miserie humane si può annoverare, io la mia principale negli amici et nelle amicitie ho posto; onde di quanta degnità ella si sia, oltre gl’infiniti antichi più che moderni essempi che si possono produrre, egli si vede che per lo suo mezzo un solo volere in molti animi si infonde. Et però quei saggi che vollero l’amicitia essere una honesta communione di perpetuo volere, la quale si genera da un invecchiato amore, in cui maggiore piacere che desiderio rimane, migliore diffinitione non potevano attribuirle, perché uno amico sente l’istesso diletto et prova il medesimo affanno sì delle prosperità come dell’aversità dell’altro. Né a voi paia cosa nuova, benché l’invecchiato mio amore nessuna cosa ch’a voi nova sia non possa produrvi, ch’io i termini dell’amicitia allarghi nel numero di più di due. Perché mettendovi io fra il terzo d’amendue voi, che il singolare amore possa capire in tre animi, et di quelli fare una istessa volontà col creare la perfetta amicitia, attento che, oltre che del numero non pari Iddio s’allegre, la sua sola potenza et sola essenza è divisa in tre persone, che però tutte insieme unite sono un solo Iddio. Ma per non fare tra noi terreni et bassi così celeste et alto paragone, dirò solamente che, essendo pria nato il nostro amore dalla conformità degli studi, il quale è anoverato tra i beni dell’animo, parmi che l’amicitia nra senza altri sostegni habbia da mantenersi, et ch’una sola vita la consume. Onde non havendo la vera amicitia bisogno d’estrinsiche dimostrationi, tra noi il lungo silentio delle parole non merita esser incolpato, conciosia che assai è che il core di ciascun di noi per sempre sia rivolto verso l’altro; il che dal mio lato con l’effetto tuttavia provo, et il medesimo ho per fermo che sia ne’ vostri, perché se l’istesso non mi credessi, l’amicitia nostra sarebbe sterile et non fruttuosa. Ma accioché non in voi, ma negl’altri a’ quali in parte non era nascosto [p. 286v] l’amor nostro non cada meraviglia del lungo silentio, et affine che resti qualche picciola scintilla di memoria che poscia scaldi et infiammi qualche altro amichevole petto, non vi sarà grave, partecipando parte di questa mia fatica, godere ancho parte del frutto de’ miei sudori, o buono o rio che si sia; presuponendo negli animi vostri ch’io vi mandi un speglio nel quale possiate vedere et specchiarvi nella terza anima d’un altro voi stesso. Et se maggior dono non vi posso fare, poco però non vi deve parere che di me stesso v’habbia fatto ogni parte, sotto il cui titolo si comprende ogni mia attione et fatica. Intanto voi, non meno dando lume alle sante leggi che illustrando i divini studi della poesia, come canori cigni vi degnarete far parte al lito d’Adria de’ vostri dolci canti, sino attanto ch’io, con gli occhi apparenti sì come con quelli del core tuttavia faccio, possa un giorno, quando che sia, intieramente godendo d’amendue voi pigliar la miglior parte di me stesso; il che quanto io debba bramare, essendovi vero amico, il prencipe dei Philosophi lo mostra quando dice: Niente nelle humane cose è più grato che ritrovarsi alla presenza d’un perfetto amico. Così facendo fine, ad amendue mi raccomando. Di Vinegia.

[p. 287r]

TAVOLA PRIMA

CAVATA PER ORDINE

di TUTTI I NOMI NELL’ OPERA CONTENUTI.

A

ATROPOS figliuola di Demogorgone                                                                cart. II

Antheo quinto figliuolo della Terra                                                                             16

Amore primo figliuolo dell’Herebo                                                                              18

Apis Re d’Argivi, secondo figliuolo del primo Giove                                               29

Auttolo figliuolo del secondo Mercurio                                                                       33

Auttolia, figlia del primo Sinone et madre d’Ulisse                                                 33

Animone figliuola di Danao                                                                                           35

Abante figliuolo di Linceo                                                                                              35

Acrisio figliuolo d’Abante                                                                                              36

Athalanta, figlia di Iasio et madre di Parthenopeo                                                 37

Amphione figliuolo di Iasio                                                                                           37

Adrasto figliuolo di Thalaone                                                                                       37

Argia, figlia d’Adrasto et moglie di Polinice                                                             38

Ageone terzo figliuolo di Belo Prisco                                                                         38

Adone figliuolo di Mirra                                                                                               40

Anna figliuola del Re Belo                                                                                            41

Agave figliuolo di Cadmo                                                                                            43

Auttone figliuola di Cadmo                                                                                         43

Antigona figliuola d’Edippo                                                                                        44

Acheronte Fiume infernale, figliuolo di Cerere                                                     48

Aletto prima figliuola d’Acheronte                                                                           50

Ascalapho quinto figliuolo d’Acheronte                                                                  52

Apollo figliuolo del primo Vulcano                                                                           53

Assirthio figliuolo di Oeta                                                                                           66

Angitia figliuola del Sole                                                                                              67

Asteria figliuola di Ceo                                                                                                 70

Aeo figliuolo di Tipheo                                                                                                 71

Aurora settima figliuola di Titano                                                                            72

Atlante nono figliuolo di Titano                                                                                73

Alcione figliuola d’Atlante                                                                                         75

Astreo figliuolo di Titano                                                                                           79

Astrea figliuola d’Astreo                                                                                            80

Austro figliuolo d’Astreo                                                                                           81

Afro figliuolo d’Austreo                                                                                             81

Aquilone figliuolo d’Austreo.                                                                                   82

Arpalice, figliuola di Borea et moglie di Phineo                                                  83

Africo figliuolo d’Astreo                                                                                           83

Aloo decimo figliuolo di Titano                                                                              83

Apollo secondo figliuolo del secondo Giove                                                        89

Aristeo decimo figliuolo d’Apollo                                                                           92

Atteone figliuolo d’Aristeo                                                                                       93

Auttoo duodecimo figliuolo d’Apollo                                                                    93

Argeo terzodecimo figliuolo d’Apollo                                                                    93

Asclepio figliuolo di Machaone                                                                               95

Arabe figliuolo d’Apollo                                                                                            96

Amphione, Re di Thebe et quinto figliuolo di Giove                                         101

Amiclate figliuolo di Lacedemone                                                                         102

[p. 287v] Argalo figliuolo d’Amiclate                                                                    103

Arcade quintodecimo figliuolo del secondo Giove                                            105

Antigona figliuola di Laomedonte                                                                         108

Astianatte figliuolo d’Hettore                                                                                 113

Antipho decimottavo figliuolo di Priamo                                                            115

Antiphone ventesimonono figliuolo di Priamo                                                  116

Agatone trentesimo figliuolo di Priamo                                                               116

Agannone trentesimosecondo figliuolo di Priamo                                            116

Assaraco figliuolo di Troilo                                                                                     117

Anchise figliuolo di Capi                                                                                          117

Ascanio figliuolo d’Enea                                                                                           119

Alba Silvio figliuolo di Latino Silvio                                                                      121

Athi Silvio figliuolo d’Alba                                                                                       121

Agrippa Silvio figliuolo di Tiberino                                                                       122

Aventino Silvio figliuolo di Romolo Silvio                                                           122

Amulio figliuolo di Proca                                                                                         122

Aetra, figliuola dell’Oceano et moglie d’Atlante.                                               125

Aretusa figliuola di Nereo                                                                                       129

Acheloo undecimo figliuolo dell’Oceano                                                             130

Alpheo quintodecimo figliuolo dell’Oceano                                                       137

Aceste figliuolo del Fiume Crinisio                                                                       138

Axio decimottavo figliuolo dell’Oceano                                                               138

Asteropio figliuolo di Pelagonio                                                                            139

Asopo decimonono figliuolo dell’OceaAci figliuolo di Fauno                       150

Ascalafo quarto figliuolo di Marte                                                                       160

Agrio figliuolo di Partaone                                                                                     160

Altea figliuola di Thestio                                                                                        161

Astilo figliuolo d’Isione                                                                                           166

Amico figliuolo di Nettuno                                                                                    172

Albione quarto figliuolo di Nettuno                                                                    174

Ariti figliuola di Risinore                                                                                        177

Alcinoo figliuolo di Nausithoo                                                                              177

Alioo figliuolo d’Alcinoo                                                                                         177

Attorione figliuolo di Nettuno                                                                              177

Aone figliuolo di Nettuno                                                                                       277

Antiopa figliuola di Nitteo                                                                                     179

Acasto figliuolo di Pelia                                                                                          180

Antiloco figliuolo di Nestore                                                                                 180

Aritto figliuolo di Nestore                                                                                      181

Antigono figliuolo di Theseo                                                                                 184

Arpie figliuole di Nettuno                                                                                      186

Aello figliuola di Nettuno                                                                                       186

Acheo figliuolo di Giove                                                                                          191

Amore duodecimo figliuolo di Giove                                                                   192

Angeo figliuolo di Ligurgo                                                                                      198

Arpalice figliuola di Ligurgo                                                                                  198

Androgeo figliuolo di Minos                                                                                  199

Arianna figliuola di Minos                                                                                      200

Antiphate figliuolo di Sarpedone                                                                          201

Acrisio figliuolo di Giove                                                                                        201

Ausonio figliuolo d’Ulisse                                                                                      203

Atreo figliuolo di Pelope                                                                                         206

Alceo figliuolo d’Atreo                                                                                            206

Arpagige figliuolo d’Atreo                                                                                     206

Agamennone figliuolo di Phistene                                                                       208

Alesso figliuolo d’Agamennone                                                                            209

Alcmena moglie d’Amphitrione                                                                            211

Alceo figliuolo di Gorgophone                                                                               211

Amphitritrione figliuolo d’Alceo                                                                           211

Acmenide figliuolo di Bacchemone                                                                      212

Aone figliuolo di Giove                                                                                            213

Asio figliuolo di Dimante                                                                                        213

Alisirde figliuola di Dimante                                                                                  213

Aiace figliuolo di Telamone                                                                                    214

Achille figliuolo di Peleo                                                                                          215

Agile figliuolo d’Hercole                                                                                          230

Aventino figliuolo d’Hercole                                                                                   231

Alcione figliuola d’Eolo                                                                                            133

Alcimedonte figliuolo d’Eritteo                                                                              235

Amittaone figliuolo di Criteo                                                                                 235

[p. 288r] Antiphate figliuolo di Biante                                                                 236

Amphiriao figliuolo d’Oioloo                                                                                 236

Almeone figliuolo d’Amphiriao                                                                            236

Amphiloco figliuolo d’Amphiriao                                                                        236

Amante figliuolo d’Eolo.                                                                                         240

B

BELO Prisco figliuolo d’Ephalo car.                                                                           34

Buona figliuola di Danao                                                                                              35

Belo figliuolo di Phenice                                                                                              41

Briareo figliuolo di Titano                                                                                            69

Branco settimo figliuolo d’Apollo                                                                               90

Bacco quarto figliuolo del secondo Giove                                                                 97

Bucolione figliuolo di Laumedonte                                                                            109

Britona nova figliuola di Marte                                                                                   167

Buthe figliuolo d’Amico                                                                                                172

Battillo figliuolo di Phorco                                                                                           172

Borgione quinto figliuolo di Nettuno                                                                         174

Bronte novo figliuolo di Nettuno                                                                                176

Busiri figliuolo di Nettuno                                                                                           178

Bacchemone figliuolo di Perseo                                                                                  212

Biante overo Bia figliuolo di Amittaone                                                                    237

Bellorophonte figliuolo di Glauco.                                                                             238

C

Chaos                                                                                                                       car.  7

Cloto figliuola di Demogorgone                                                                                10

Caronte decimonono figliuolo dell’Herebo                                                             24

Cupido primo figliuolo del secondo Mercurio                                                       32

Cinquanta figliuole di Danao in generale                                                               35

Clori, figliuola d’Amphione et moglie di Heleo                                                     37

Cilice terzo figliuolo d’Agenore                                                                                 38

Cinara figliuolo di Papho                                                                                            39

Cadmo sesto figliuolo d’Agenore                                                                              42

Cielo figliuolo dell’Ethere                                                                                            46

Cerere prima, scda figliuola del Cielo                                                                      48

Cocito figliuolo di Stigia                                                                                               53

Cupido figliuolo di Venere                                                                                          59

Cauno figliuolo di Mileto                                                                                             64

Circe figliuola del Sole                                                                                                  66

Ceo terzo figliuolo di Titano                                                                                        69

Chimera figliuola di Tiphone                                                                                      71

Celleno figliuola d’Atlante                                                                                           77

Calipsone figliuola d’Atlante                                                                                       75

Circio figliuolo d’Astreo                                                                                               81

Calai figliuolo di Borea                                                                                                 82

Calisto figliuola di Licaone                                                                                          84

Calato settimo figliuolo del secondo Giove                                                              102

Cartagine figliuola del quarto Hercole                                                                       104

Clitione figliuole di Laumedonte                                                                                109

Creusa, prima figliuola di Priamo et moglie d’Enea                                                110

Cassandra seconda figliuola di Priamo                                                                      110

Chaone undecimo figliuolo di Priamo                                                                       114

Cromenone ventesimoterzo figliuolo di Priamo                                                      115

Cebrione ventesimoquinto figliuolo di Priamo                                                        115

Capi figliuolo d’Assaraco                                                                                             117

Capi Silvio figliuolo d’Athi                                                                                          122

Carpento Silvio figliuolo di Capi                                                                                122

Climene quinta figliuola dell’Oceano                                                                         125

Corufice figliuola dell’Oceano                                                                                     127

Cimodoce figliuola di Nereo                                                                                       129

Cirene figliuola di Peneo                                                                                              133

Critone figliuolo di Diocleo                                                                                         138

Crinisio sestodecimo figliuolo dell’Oceano                                                              138

Citeone figliuolo del Thebro.                                                                                       139

Cephiso ventesimo figliuolo dell’Oceano                                                                  139

Ciane figliuola di Menandro                                                                                        140

[p. 288v] Croni figliuola di Saturno                                                                             144

Cerere terza figliuola di Saturno                                                                                 145

Cupido primo figliuolo di Marte                                                                                157

Caronide Nimpha, figliuola di Phlegia et madre d’Esculapio                               164

Centauri figliuoli d’Isione                                                                                             165.166

Clitonio figliuolo d’Alcinoo                                                                                         377

Cavallo Pegaso figliuolo di Nettuno                                                                          178

Cromio figliuolo di Neleo                                                                                            181

Cigno ventesimoterzo figliuolo di Nettuno                                                              181

Celleno figliuola di Nettuno                                                                                        186

Castore figliuolo di Giove                                                                                            192

Clitennestra figliuola di Giove                                                                                    194

Ceice figliuolo di Lucifero                                                                                            196

Crisostemi figliuola d’Agamennone                                                                           209

Corinto figlio d’Horeste                                                                                                210

Caco figliuolo di Vulcano                                                                                             122

Ceculo figliuolo di Vulcano                                                                                         223

Cromi figliuolo d’Hercole                                                                                             230

Cirno figliuolo d’Hercole                                                                                              231

Ciparisso figliuolo di Thelepho                                                                                  231

Canace figlia d’Eolo                                                                                                       232

Clitone figliuolo di Mantione                                                                                      236

Catillo figliuolo d’Amphiriao                                                                                      237

Catillo figliuolo di Catillo                                                                                            237

Corace figliuolo del primo Catillo                                                                              237

Creonte figliuolo di Sissipho.                                                                                      139

Creusa figliuola di Creonte                                                                                          239

Cephalo figliuolo d’Eolo                                                                                               240

Citoro figliuolo d’Atamante                                                                                         241

D

Demogorgone                                                                                                                 6

Diana prima, et quarta figliuola del primo Giove                                                    30

Dionigi ottavo figliuolo del primo Giove                                                                  31

Danao figliuolo di Belo Prisco                                                                                     34

Danae figliuola d’Acrisio                                                                                              36

Deiphile, figliuola d’Adrasto et moglie di Thideo                                                   38

Didone, figliuola di Belo et moglie di Siceo                                                              41

Dirce quinta figliuola del Sole                                                                                     64

Deucalione figliuolo di Prometeo                                                                               78

Dionigi figliuolo di Deucalione                                                                                   79

Diana figliuola del secondo Giove                                                                              88

Dardano sestodecimo figliuolo del secondo Giove                                                 107

Daphni figliuolo di Paris                                                                                              112

Deiphebo terzodecimo figliuolo di Priamo.                                                              114

Dicomoonte ventesimoprimo figliuolo di Priamo.                                                  115

Doridone ventesimosettimo figliuolo di Priamo.                                                     116

Dori settima figliuola dell’Oceano                                                                              126

Danae figliuola di Peneo                                                                                              133

Dionisio figliuolo del Nilo                                                                                           134

Daphni figliuolo del quarto Mercurio                                                                        135

Diocleo figliuolo d’Orsiloco                                                                                         137

Deianira, figliuola d’Oeneo et moglie d’Hercole                                                      161

Diomede figliuolo di Thideo                                                                                       163

Doro primo figliuolo di Nettuno                                                                                 171

Demophonte figliuolo di Theseo                                                                                184

Dedalione figliuolo di Lucifero                                                                                   195

Driante figliuolo d’Hippolago                                                                                     198

Deucalione figliuolo di Minos                                                                                     200

Dionisio figlio di Giove                                                                                                210

Dimante figliuolo d’Aone                                                                                             213

Dauno figliuolo di Pilunno                                                                                          217

Dauno nipote del primo Dauno                                                                                  217

Diodoro figliuolo d’Hercole                                                                                         231

E

ETERNITÀ                                                                                                              cart. 7

Ethere primo figliuolo dell’He[p. 289r]rebo                                                              27

Ebuleo settimo figliuolo del primo Giove                                                                 32

Epapho duodecimo figliuolo del primo Giove                                                        33

Egisto figliuolo di Belo Prisco                                                                                     35

Euridice figliuola di Thalaone                                                                                     37

Europa quinta figliuola d’Agenore                                                                             42

Edipo figliuolo di Laio                                                                                                 44

Etheocle figliuolo d’Edipo                                                                                            45

Eone figliuole del Sole                                                                                                  63

Enchelado quinto figliuolo di Titano                                                                         71

Egeone sesto figliuolo di Titano                                                                                  72

Egle figliuola d’Hespero                                                                                               73

Elettra figliuola d’Atlante                                                                                             74

Epimetheo figliuolo di Giapeto                                                                                   75

Ellano figliuolo di Deucalione                                                                                     79

Eurimone seconda figliuola d’Apollo                                                                        90

Esculapio decimoquarto figliuolo d’Apollo                                                              94

Egiale figliuola del secondo Giove                                                                             102

Euphrosine figliuola del secondo Giove                                                                   102

Erigone figliuola d’Icaro.                                                                                              103

Erittonio figliuolo di Dardano                                                                                     107

Esipio figliuolo di Bucalione                                                                                       109

Esaco decimosettimo figliuolo di Priamo                                                                  114

Echemone ventesimosecondo figliuolo di Priamo                                                   115

Enea figliuolo d’Anchise                                                                                               118

Enea Silvio figliuolo di Silvio Posthumo                                                                   121

Eurinome figliuola dell’Oceano                                                                                  125

Etra, figliuola dell’Oceano et moglie d’Atlante                                                         125

Egialeo figliuolo di Phoroneo                                                                                      133

Ethiope figliuolo di Volcano                                                                                        136

Egina figliuola d’Asopo                                                                                                139

Eurimedonte figliuolo di Fauno                                                                                  150

Enomao secondo figliuolo di Marte                                                                           159

Eurito figliuolo d’Isione                                                                                                166

Evanne decima figliuola di Marte                                                                               167

Etholo decimoterzo figliuolo di Marte                                                                       168

Erice figliuolo di Buthe                                                                                                 172

Euriale figliuola di Phorco                                                                                           174

Echefrone figliuolo di Nestore                                                                                     181

Ephialte ventesimosesto figlio di Nettuno                                                                182

Egeo ventesimosettimo figliuolo di Nettuno                                                            182

Ecchimene figliuola di Laerte                                                                                      201

Evioto figliuolo d’Atreo                                                                                                206

Egisto figliuolo di Thieste                                                                                            207

Elettra figliuola d’Agamennone                                                                                   209

Elettrione figliuolo di Gorgophone                                                                            211

Euristeo figliuolo di Stileno                                                                                         212

Eritreo figliuolo di Perseo                                                                                            213

Eaco figlio di Giove                                                                                                       213

Eudoro figliuolo di Mercurio                                                                                      218

Evandro figlio di Mercurio                                                                                           219

Erittonio figlio di Vulcano                                                                                            221

Euriphilo figliuolo di Thelepho                                                                                  231

Eolo figliuolo di Giove                                                                                                 232

Eritteo figliuolo d’Esone                                                                                               233

Esone figliuolo d’Eritteo                                                                                               233

Epitropo figliuolo d’Alchimedonte                                                                             235

F

FAMA seconda figliuola della Terra cart.                                                                  14

Fatica terza figliuola dell’Herebo                                                                                19

Frode settima figliuola dell’Herebo                                                                            20

Fame undecima figliuola dell’Herebo.                                                                       21

Figliuole di Danao in generale                                                                                    35

[p. 289v] Flegeo figliuolo di Thalaone                                                                        37

Furie in generale, figliuole d’Acheronte 4                                                                  9

Fauno figliuolo di Pico                                                                                                 149

Fauni figliuoli di Fauno                                                                                                150

Figliuole di Pelia                                                                                                            180

G

GRATIA figliuola dell’Herebo et della Notte                                                    cart. 18

Giorno ventesimo figliuolo dell’Herebo                                                                    24

Giove primo figliuolo dell’Ethere                                                                               27

Giapeto ottavo figliuolo di Titano                                                                              72

Giganti generati dal sangue dei Titani et della Terra                                              84

Giove secondo, et nono figlio del Cielo                                                                     88

Garamante sesto figliuolo d’Apollo                                                                            90

Gratie figlie del secondo Giove                                                                                   102

Ganimede figliuolo di Troio                                                                                        107

Gorgitione ventesimoquarto figliuolo di Priamo                                                     115

Giulio Silvio figliuolo d’Ascanio                                                                                 121

Giulio Silvio figliuolo di Romolo                                                                               122

Galathea figliuola di Nereo                                                                                          129

Glauca quarta figliuola di Saturno                                                                              146

Giunone ottava figliuola di Saturno                                                                           153

Gorge figliuola d’Oeneo                                                                                               161

Grisaore ventesimoquarto figliuolo di Nettuno                                                       182

Giove terzo, et decimo figliuolo di Saturno                                                              188

Glauco figliuolo di Minos                                                                                            200

Gorgophone figliuolo di Perseo                                                                                  211

Giasone figliuolo d’Esone                                                                                             233

Glauco figlio di Sissipho                                                                                               238

H

HEREBO nono figliuolo di Demogorgone                                                        cart. 17

Hercole primo, et nono figliuolo del primo Giove                                                  31

Hipermestra filiuola di Danao                                                                                     35

Honore figliuolo della Vittoria                                                                                    52

Hermaphrodito figliuolo di Mercurio et di Venere                                                 55

Hiperione primo figliuolo di Titano                                                                           61

Hore figliuole del Sole et di Croni                                                                              63

Hespero figliuolo di Giapeto                                                                                       72

Hia figliuolo di Atlante                                                                                                 73

Hiadi sette figliuole di Atlante                                                                                    74

Himeno figliuolo di Baccho                                                                                         100

Hissiphile figliuola di Thoante                                                                                    100

Hiptima figliuola d’Icaro                                                                                              103

Hercole decimoterzo figliuolo del secondo Giove                                                   104

Hesiona figliuola di Laumedonte                                                                               108

Hettore figliuolo di Priamo                                                                                          112

Heleno decimo figliuolo di Priamo                                                                            113

Hippodamia figliuola d’Anchise                                                                                 118

Hercole figliuolo del Nilo                                                                                            134

Hebe figliuola di Giunone                                                                                            154

Hippodamia figliuola d’Enomao                                                                                159

Hermiona undecima figliuola di Marte                                                                     167

Hipervio duodecimo figliuolo di Marte                                                                    168

Hirceo ventesimo figliuolo di Nettuno                                                                      179

Hippolito figliuolo di Theseo                                                                                      183

Hippomene figliuolo di Megarea                                                                               184

Helena moglie di Menelao                                                                                           193

Hippolago figliuolo d’Orione                                                                                      197

Hidumeo figliuolo di Deucalione                                                                               200

[p. 290r] Hermiona figliuola di Menelao                                                                    207

Hiphigenia figlia d’Agamennone                                                                                208

Hiphianassa figliuola d’Agamennone                                                                        209

Horeste figliuolo d’Agamennone                                                                                209

Horeste figliuolo d’Horeste                                                                                          210

Hiphicleo figlio d’Amphitrione                                                                                   212

Hercole figliuolo di Giove                                                                                            226

Hitoneo figliuolo d’Hercole                                                                                         230

Hilo figliuolo d’Hercole                                                                                                230

Hippoloco figlio di Bellorophonte                                                                              239

Hespero figlio di Cephalo                                                                                            240

Helle figliuolo d’Atamante                                                                                           241

I

INVIDIA quarta figliuola dell’Herebo                                                            cart.    19

Inganno sesto figliuolo dell’Herebo                                                                            19

Iasio figliuolo d’Abante                                                                                                 37

Inoe figliuola di Cadmo                                                                                                43

Ismene figliuola d’Edipo                                                                                              45

Isis figliuola di Prometeo                                                                                             78

Iolao figliuolo d’Aristeo                                                                                                93

Ithilo figliuolo di Zeto                                                                                                   102

Icaro figliuolo d’Oebalo                                                                                                103

Ionio figliuolo d’Arcade                              &nbs