Giovanni Boccaccio

De Geneologia Deorum.

tradotta et adornata per Messer Giuseppe Betussi da Bassano

1547

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Geneologia degli Dei. I quindeci libri di M. Giovanni Boccaccio sopra la origine et discendenza di tutti gli Dei de’ gentili, con la spositione et sensi allegorici delle favole, et con la dichiaratione dell’historie appartenenti a detta materia. Tradotti et adornati per Messer Giuseppe Betussi da Bassano. Aggiuntavi la vita del Boccaccio, con le tavole dei capi et di tutte le cose degne di memoria che nella presente fatica si contengono.

Edizione elettronica di riferimento:

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GENEOLOGIA DEGLI DEI.

I QUINDECI LIBRI di M. GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA ORIGINE ET discendenza

di tutti gli Dei de’ gentili,

con la spositione et sensi allegorici delle favole,

et con la dichiaratione dell’historie appartenenti a detta materia.

TRADOTTI ET ADORNATI

PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI DA BASSANO.

AGGIUNTAVI LA VITA DEL BOCCACCIO,

con le tavole dei capi et di tutte le cose degne di memoria

che nella presente fatica si contengono.

ALLO ILLUSTRE ET MAGNANIMO SUO

SIGNORE IL S. CONTE COLLALTINO di COLLALTO ETC..

[p. II r]

ALLO ILLUSTRE ET GENEROSO SUO SIGNORE

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO ETC.,

GIUSEPPE BETUSSI.

 NON ESSENDO nato l’huomo solamente per uso di sé stesso ma a beneficio commune, parmi, cortessisimo et benigno Signore mio, ch’egli sempre debba havere nell’animo intentione di giovare altrui; il che io di continuo tengo nel core, et in quelle cose che nemica fortuna non mi può levare, ne ho mostro l’effetto. Percioché non potendo ciascuno essere capace della lingua latina, et nel lungo uso di quella spendere il tempo, ho cercato nella natia nostra scrivere alcuna cosa di mio, et ridur dui più un degno volume del presente auttore; il quale se (mentre visse) cercò giovare a tutti gli studiosi, diritto è che ritrovi alcuno che si sforzi donar novella vita et ritornare in luce l’opere di lui già tanti anni nelle tenebre sepolte. Le quali, se saranno bene essaminate, per aventura arrecheranno maggior utile al mondo che forse non fanno le attioni di molti vivi tra noi, non poco istimati et havuti in pregio. Però V. S. hora da me prenda parte di quello che ad ogni picciolo suo cenno, con le debili forze del povero ingegno, può darle un molto affettionato benché di poco merito servitore. Hora a lei ne viene la tradot[p. II v]tione mia sopra i quindici libri della Geneologia degli Dei scritti da M. Giovanni Boccaccio, che già fa l’anno et più V. S. mi pose in core, che non per sé, ma per utile commune io dovessi fare; la quale tanto non havrebbe indugiato a lasciarsi vedere se non vi si fosse interposto l’andata mia seco in Inghilterra. Né per aggiungere maggior lume allo splendore che per più d’una via da sé stessa V. S. si procaccia (di maniera che si può dire ella all’eternità un tempio fondare) al nome suo la consacro, ma sì bene per render più l’opra gradita, et per conoscere il potere dell’intelletto mio tale che da sé medesimo di soggetto d’inventione et stile non puote mandare a perfettione una fatica che sia degna del titolo di quella. Aggiungendovi ancho che, havendola il suo principale auttore fatta a petitione d’un Re, non mi pareva ch’ella punto havesse a tralignare dal suo primo grado; conciosia che, lasciando hora da parte l’antichissima origine degli Illustri progenitori suoi, se riguardaremo alla nobiltà del titolo di Conte troveremo (non ci ingannando gli scrittori) ch’egli è antichissimo et usato già, come si legge, poscia che il Romano Imperio in Orientale et Occidentale da Costantino fu compartito, né altro significa che compagno di Re o d’Imperadore. Ma oltre questo so bene io che, portando il nome di V. S. in fronte, ritornerà in luce sotto la scorta d’un personaggio tale che d’animo, d’opre et di sangue non è meno chiaro di qualunque splendido Re che già sia stato et hoggidì viva; et però d’intorno l’antica insegna di lei nell’altra mia fatica sopra i Casi degli Huomini Illustri, et in [p. III r] questa medesimamente, non poteva io più proprio motto accomodarle che: REGUM OPES AEQUAT ANIMIS . Ma quello che ancho mi move a far ciò è per far parte del molto a che tenuto sono, acciò che ne’ secoli che verranno più che in questo duri la memoria dell’affettione mia; la quale (forse) più allhora sarà commendata c’hora non è gradita, perché (et siami lecito dire senza arroganza) sono certo, una parte delle fatiche c’ho fatto haverle di sorte fondate che più saranno stabili nell’avenire che al presente forse giudicate non sono, et potrebbe ancho essere (se le anime nella beatitudine havessero punto ricordo della felicità mondana) che V. S. non meno si potesse tenere pregiata per l’ornamento delle lettere che per la gloria dell’arme. Ma bene mi duole che le scritture mie non siano quali ella merita et io vorrei. Nondimeno non sia già alcuno che, mosso dal grido della liberalità di voi Magnanimo Signore, istimi ch’io habbia fatto questo con speranza di riceverne premio né dono alcuno, che ciò veramente non è stato in me; attento che molto prima d’hora senza nessuna attione mia di maniera hon conosciuto la cortesia vostra, che a me sarebbe di mistiero più tosto cercare di scancellare parte degli oblighi che havere intentione di accrescere somma maggiore. A me sarà assai, et parrà molto, havere avanzato non cantare insieme col Prencipe de’ Poeti Latini SORDENT TIBI MUNERA NOSTRA. Purché V. S. gradisca non le fatiche mie, ma l’affettione del cor mio, [p. III v] mi terrò haver ricevuto quel pregio maggiore ch’io più desidero et ne possa aspettare; il che mi sarà di sommo contento. Là dove, se ciò sortisse il contrario, tanto sono avezzo, ma non già seco, perdere delle mie fatiche, che l’havere ancho perduto questa mi sarà cosa leggiera. Tuttavia tale conosco la di lei bontà ch’io mi rendo securo ch’ella havrà grata la presente opra, et tenendomi per suo servitore, aggiungerà animo et forze al mio desìo di continuare negli studi et attendere a cose maggiori. Alla cui gratia, con quella riverenza ch’io le porto, di core mi raccomando. Nel MDXLVII del mese di Febraio.

Di Vinegia.

[p. IIII r]

VITA

di M. Giovanni Boccaccio

di novo descritta al Betussi.

 PARRÀ forse istrano ad alcuno c’havendo io prima nel libro delle Donne Illustri del presente auttore, et poscia M. Francesco Sansovino inanzi il Decamerone da lui corretto, et in molte parti adornato et ridotto a perfettione, descritto la vita del Boccaccio, hora di novo io mi sia messo quella nella fronte di questi libri locare; il che però così non deve parere, conciosia che non sanza ragione a ciò mi sono mosso. primamente alcuno non ha a dubitare che, colui il quale otioso et indarno vivere non vuole, ogni giorno appara et vede qualche cosa di più. Di che la confessione che faceva il saggio Socrate, di non saper altra cosa meglio eccetto che non sapeva nulla, non procedeva da altro che da la imperfettione dell’huomo, il quale per lo più di quelle cose ch’ei si reputa più essere capace et instrutto aviene che si ritorna meno essere intelligente et amaestrato. Io nello descrivere l’altra fiata la vita di M. Giovanni cercai darla a leggere più perfetta ch’io potessi; il che in tutto non m’è venuto fatto, perché nel rivolgere molti altri libri, così suoi come d’altri, ho ritrovato delle cose da me a dietro lasciate, le quali hora non mi paiono da tacere. Il Sansovino medesimamente, come persona dotta et studiosa, con l’acuto et elevato ingegno investigando trovarne il vero non ha saputo, né possuto haverne miglior testimonio che le scritture del proprio auttore; però sopra quelle fondandosi, nella maggior parte fedelmente della vita del Boccaccio ha parlato. Ma essendo impossibile ch’un huomo solo possa vedere il tutto, non sarà meraviglia che da lui molti luoghi non siano stati tralasciati, et (forse per non havergli veduti) non cittati; i quali hora intendo insieme con i suoi io produrre, a commune piacere di quelli che si dilettano intieramente vedere quel più di vero che restare ci possa della di lui vita, havendo però per fermo di tanto non ne poter dire che più non ne habbia tacciuto. La seconda cagione ancho che a ciò mi ha guidato è stato che, non havendo l’auttore fatto nessuna altra maggior fatica più da lui istimata della presente (così portando il costume degli scrittori), mi pareva ch’ella non havesse ad uscire in mano degli huomini da me tradotta sanza la sua vita; accioché tra le celesti beatitudini (se le anime sciolte dai corpi possono sentire nessuna felicità mondana) quella del Boccaccio goda questo contento di vedere le fatiche sue da tutti non sprezzate, ma da molti degnamente gradite.

Giovanni adunque per cognome detto Boccaccio fu di Certaldo castello di Toscana, et nacque negli anni del signore MCCCXIII, nel tempo che Arrigo quinto [p. IIIIv] imperadore et Federigo Re di Sicilia insieme con Genovesi mossero guerra contra il Re Roberto; nel qual tempo poi il detto Imperadore morì in Puglia appresso Benevento. È questo Certaldo posto sopra un eminente colle vicino al quale corre il fiume Elsa, onde propriamente chiamasi Certaldo di Val d’Elsa. Nacque di vili et poveri parenti, sì come egli medesimo ne fa fede et si può conietturare in molti luoghi delle opere sue, i quali come poco importanti et di nesuno momento lascio adietro. Fu il padre suo poverissimo et dato agli essercitii rusticani, il nome del quale sanza dubbio veruno fu Boccaccio, come egli istesso ne fa fede nel nono et ultimo libro sopra i Casi degli Huomini Illustri, dove nel trattato di Iacopo, Mastro dei cavalieri Templari, così dice: Nil aliud quousq. illis ingentes spiritus sufficere; quam qui dudum occubuere; testantes ut aiebat Boccatius vir honestus et genitor meus, qui se his testabatur interfuisse rebus. Non haveva il padre suo cognome nessuno eccetto che dal proprio suo nativo luoco, onde si diceva Boccaccio da Certaldo; il che si manifesta nella Visione di M. Giovanni, come che dubbio sia ella essere sua, quando ei dice:

Quel, che vi manda questa visione

Giovanni è di Boccaccio da Certaldo.

Nondimeno egli, lasciando il cognome del castello et prendendo quello del padre, si chiamò quasi sempre Giovanni Boccaccio. Ma ritornando al padre di lui, dico ch’egli, veggendosi povero et aggravato d’altri figliuoli, conoscendo questo, ancho fanciullo, che nella phisonomia, nei costumi et nelle operationi dimostrava non essere di basso et rozzo intelletto, atto ad essere posto ad alcuno essercito più che mecanico, anzi per essere d’aveduto et acuto ingegno di attendere a cose di momento, tra sé propose che si essercitasse nella mercatantia. Così, essendo Giovanni ancho fanciullo, il pose a stare a Firenze con un mercatante Fiorentino, onde per essere buono Aritmetico et sapere benissimo tener conto di libri da quello era tenuto caro, et seco fu condotto a Parigi; col quale dimorò lo spatio quasi di sei anni non già con l’animo tranquillo, anzi più che mezzanamente travagliato, parendogli non spendere i giorni come havrebbe voluto et desiderava. La qual cosa, che così fosse, egli istesso nel quintodecimo libro della presente Geneologia, dove tratta che per lo più l’huomo segue quegli studi a’ quali è inchinato, il dimostra dicendo:

Satis n. memini apposuisse patrem meum conatus omnes; ut negociator efficerer, meq. adolesentiam nondum intrantem arismetrica instructum maximo mercatori dedit discipulum, quem penes sex annis nil aliud aegi; q. non recuperabile tempus in vacuum terrere. Hinc quoniam visum est aliquibus ostendentibus inditiis me aptiorem fore literarum studiis; iussit genitor idem ut pontificum sanctiones, dives exinde futurus; auditurus intrarem, et sub preceptore clarissimo fere tantundem temporis incassum etiam laboravi. Fastidiebat haec animus, adeo ut in neutrum horum officiorum, aut praeceptoris doctrina, aut genitoris auctoritate, qua novis mandatis angebar continue aut amicorum precibus, seu obiurgationibus inclinari posset; in tantum illum ad poeticum trahebit affectio.

Di che, come si comprende dalle sue parole et scrive Benvenuto da Imola, egli odiando tale essercitio et poco curando i negotii del padrone, da lui fu licenciato et rimandato alla patria. Là onde essendo giunto al [p. Vr] età di sedeci anni, in tutto si tolse dall’incominciato ufficio et drizzò l’animo a più lodati studi, piacendogli sommamente leggere et intendere i buoni poeti, a’ quali era molto inchinato, et in tutte le sue attioni la vita philosophica imitando. Nondimeno questo suo proposito gli era non impedito, ma quasi vietato dal padre; il quale, sì perché era male agiato, come ancho perché giudicava gli studi della humanità et philosophia congiunti con la poesia potergli dare poco utile, desiderava et voleva che si mettesse ad altra professione, per lo mezzo della quale potesse sostentar sé et dare aiutto a lui.

Di che alla fine mosso da’ suoi prieghi et da quegli degli altri amici si diede allo studio delle leggi, nel cui si può giudicare se vi havesse con diligenza atteso che v’havrebbe fatto buon frutto. Ma perché l’animo suo era in tutto rivolto allo studio dell’humanità, la quale sì come infinitamente amava, altrettanto et più odiava le leggi, come di ciò ne fa fede una pistola scritta a M. Cino da Pistoia, al tempo suo legista notabile et di lui precettore, nella quale si sforzava mostrargli quanto gli era grave et noioso quel peso da lui contra sua voglia portato, di continuo si dava segretamente a leggere i Poeti et gli historici, facendosi molto famigliare lo studio della Philosophia. Né perché tutto il giorno dai preghi del padre, né dai ricordi degli amici et famigliari suoi con lettere fosse molestato ad attendere solamente alla professione delle leggi, egli mai puotè essere distolto dal suo proponimento, attento che egli a questo era nato, sì come medesimamente dimostra poco di sopra nel loco da noi citato quando di sé parlando dice:

Verum ad quoscunq. actus natura produxerit alios; me quidem (experientia teste) ad poeticas meditationes dispositum ex utero matris eduxit, et meo iudicio in hoc natus sum.

 Et poco da poi soggiungendo segue in questa forma:

Nec ex novo sumpto consilio in poesim animus totis tendebat pedibus. Nam satis memor sum, nondum ad septimum aetatis annum deveneram; nec dum fictiones videram; nondum doctores aliquos audiveram; vix prima elementa literarum cognoveram; et ecce ipsa impellente natura; fingendi desiderium affuit, et si nullius essent momenti, tamen aliquas fictiunculas edidi; non n. suppetebant tenellae aetati officio tanto vires ingenii. Attamen iam fere maturus aetate et mei iuris factus, nemine impellente, nemine docente, immo obsistente patre, et studium tale damnante; quod modicum novi poetice sua sponte sumpsit ingenium; eamq. summa aviditate secutus sum, et praecipua cum delectatione auctorum eiusdem libros vidi legiq.; et uti potui intelligere conatus sum.

 Così vivendo egli in questi termini, giunto all’età d’anni XXV, altri vogliono XXVIII, avenne che il padre gravemente amalato passò di questa ad altra vita; là onde restato il Boccaccio di sé padrone, né havendo più da compiacere maggiormente in ciò ad altri ch’alla tranquilità dell’animo suo, palesemente gittati da parte i testi et le chiose, si dicole ad abbracciare i Poeti, et in quelli fece quel profitto che da le opere sue si può comprendere. Et non v’è dubbio alcuno che, se dal principio vi havesse possuto attendere come disiava et ne era inchinato, che molto maggiore di nome et d’effetti sarebbe divenuto, perché a ciò dai cieli era prodotto et dagli huomini era eletto. Di che ei medesimo nel predetto ragionamento ne fa [p. Vv] fede, dicendo:

Et mirabile dictu com nondum novissem quibus seu quot pedibus carmen incederet; me etiam pro viribus renitente; quod nondum sum; poeta fere a notis omnibus vocatus fui. Nec dubito, dum aetas in hoc aptior esset; si aequo genitor tulisset animo; qui inter celebres poetas unus evasissem. Verum dum in lucrosas artes primo, inde in lucrosam facultatem ingenium flectere conatur meum; factum est; ut nec negociator sim, nec evaderem canonista, et perderem poetam esse conspicuum. Caetera facultatum studia, et si placerent; minime sim secutus.

 Sì che si vede quanto torto fosse fatto all’ingegno di sì degno Poeta, et come con ogni sforzo a lui fosse cercato torre quello che gli promettevano i cieli. Nondimeno, rimasto senza padre, non solo rivolse l’animo a studiare l’opre di quelli ch’erano stati molto prima di lui, ma ancho ricercò haver contezza de quei che vivevano al tempo suo, et hebbela. Tra quali fu l’Honorato M. Francesco Petrarca, al quale divenuto molto intrinseco et cordiale per tre mesi continui dimorò seco, di che ne fa fede la prima Pistola del terzo libro delle Senili di M. Francesco; et di lui fu spetiale osservatore, sì come in infiniti luoghi delle opere sue latine dimostra, et tra gli altri nel parlamento ch’egli finge seco nel principio dell’ottavo libro sopra i Casi degli Huomini Illustri, del quale dimostrando la riverenza, così parla:

 Quem dum reseratis oculis sumnoq. omnino excusso acutius intuerer; agnovi esse Franciscum Petrarcham optimum venerandumq. preceptorem meum, cuius monita semper mihi ad virtutem calcar extiterant; et quem ego ab ineunte iuventute mea prae caeteris colueram.

 Et quello che segue. Essendo adunque così infiammato di questi santi studi, a guisa d’antico et vero philosopho, non bastandogli le sue rendite a mantenerlo, incominciò vendere il capitale del patrimonio, non perdonando a spesa né a fatica in andare dove sapeva che fosse alcun huomo dotto et eccellente. Passò in Sicilia per udire un certo Calavrese ch’in quel tempo havea gran nome, com’egli scrive, d’essere dottissimo in lettere greche, et tanto di quelle venne ad animarsi che, ritornando a dietro et pervenuto a Venegia, menò seco a Fiorenza Leontio Pilato, di natione greco, molto dotto et letterato, tenendolo nella propria casa dov’egli habitava a sue spese; et da quello si fece legere la Iliade d’Homero et l’Odissea, adoprandosi tanto con gli amici che communemente fu salariato, et publicamente in Firenze per mezzo del Boccaccio hebbe una lettura. Della qual cosa egli istesso ne fa fede nell’ultimo libro della presente opra, dove dice:

Il Post hos et Leontium Pilatum thessalonicensem virum; et ut ipse assent, predicti Barlae auditorem persepe deduco.

 Et poco da poi di lui continoando segue:

Huius ego nullum vidi opus, sane quicquid ex eo recito, ab eo viva voce referente percepi. Nam eum legentem Homerum, et mecum singulari amicitia conversantem fere tribus annis audivi.

 Così ancho in uno altro capitolo del detto libro di quello parlando scrive:

Non ne ego fui qui Leontium Pilatum a Venetiis occiduam Babilonem querentem a longa peregrinatione meis flexi consiliis? In patria tenui? Qui illum in propriam domum suscepi, et diu hospitem habui, et maximo labore meo curavi ut inter doctores Florentini studii susciperetur, ei ex publico mercede apposita?

 Fu quasi il primo, questo Leontio, che leggesse in Italia [p. VIr] le opere d’Homero, le quali tanto per innanzi erano state nascoste; et il Boccaccio fu de’ principali che le udisse et che raccogliesse tutti i libri greci che puotè ritrovare, i quali fino a quel tempo erano stati quasi dispersi et sepolti. Il che testimonia nel pre-detto luogo dicendo:

Ipse insuper fui, qui primus meis sumptibus Homeri libros et alios quosdam graecos in Hetruriam, revocavi, ex qua multis ante seculis abierant non redituri. Nec in Hetruriam tantum sed in patriam deduxi. Ipse ego fui, qui, primus ex Latinis a Leontio Pilato in privato Iliadem audivi, ipse insuper fui, qui, ut legerentur publice libri Homeri, operatus sum; et esto non satis plene perceperim; percepi tamen quantum potui; nec dubium si permansisset homo ille vagus diutius penes nos; qui plenius percepisse.

 Et quello che segue. Onde veramente per queste sole buone operationi habbiamo non poco a restare obligati al Certaldese et infinitamente da commendarlo, poscia ch’egli in buona parte fu prencipal cagione di così utile principio. Ma non potendo il povero Poeta col debile patrimonio, che quasi già se n’era andato, lungamente più negli studi continuare, come disperato se ne stava quasi per pigliare novo partito, et senza dubbio sarebbe stato a ciò constretto dalla necessità; ma il divino Petrarcha, che molto l’amava, incomiciò sovenirlo in diverse cose, aiutandolo Secondo i bisogni di denari et provedendogli di libri et altre necessarie cose, onde sempre egli lo chiamò padre et benefattor suo in tutti i luoghi dove di quello gli è occorso far memoria. Il che ha fatto in ciascuna dell’opre sue latine, et spetialmente in molti luoghi di questa. Né perché in molti suoi scritti si ritrovi che ancho lo chiama precettore, a me non piace affermare né Secondo il vocabolo intenderlo per maestro di scuola, ma giudico più tosto per riverenza che per altro così lo chiamasse, attento che non si ritrovò giamai che il Petrarcha fosse pedagogo di nessuno. Fece in processo di tempo, sì come habbiamo di sopra con le proprie sue parole mostrato, che il detto Leontio gli tradusse di greco in latino Homero, tutto che altri dicano che il Petrarcha fece fare questa fatica; fondandosi, cred’io, sopra la sesta Epistola del terzo libro delle Senili, nella quale il Petrarcha il prega ad oprare talmente che faccia che Leontio a sue spese gli traduca l’opre d’Homero, et nella seconda del sesto, dove mostra il ricevere dell’opera. Ma chi bene riguarderà la prima del quinto libro, apertamente conoscerà il Boccaccio essere stato quello che fece fare la fatica, et poi ne fece parte et donò al Petrarcha.

Confermato adunque col buono aiuto di M. Francesco a continuare nelle lettere, diede quell’opra maggiore che per lui si potesse alla poesia, et ancho si pose a studiare nelle Sacre Lettere, ma essendo hoggimai quasi vecchio, sì come testimonia egli stesso nell’ultimo dei presenti libri, dicendo:

Caetera facultatum studia, et si placerent quoniam non sic impellerent minime secutus sum. Vidi tamen Sacra Volumina, a quibus, quoniam annosa est aetas; et tenuitas ingenii disuasere destiti, turpissimum ratus senem, ut ita loquar; elementarium nova inchoare studia; et cunctis indecentissimum esse id attentasse, quod minime arbitreris perficere posse.

 Così non molto in questi studi si fermò, anzi lasciandogli da parte attese alla sua cara poesia alla quale dai cieli era chiamato, sì come continuando segue dicendo:

Et ideo cum existimem Dei benepla[p. VIv]cito me in hac vocatione vocatum; in eadem consistere mens est.

 Ma non contentandosi solamente dello intendere i buoni Poeti si diede anco poeticamente al comporre, et molte opere latine scrisse, tra le quali come principale fece i presenti quindici libri sopra la Geneologia degli Dei, a petitione di Ugo Re di Gierusalem et di Cipro; i quali di quanta dignità, utilità siano, non è nessuno che ne possa far giudicio non gli havendo letti et gustati. Questo so bene io, che in quelli vi è incluso la maggior parte delle cose utili et necessarie non solamente alla poesia, ma ancho alle altre scienze, che a gran fatica in molti altri poetici libri si potrebbe ritrovare. Et in ciò ho conosciuto lo errore che infiniti nostri moderni pigliano, i quali si fanno beffe delle scritture che non hanno l’odore d’antichità, come quasi non si possa più scrivere cosa che buona sia. Ma di questo ne sia detto assai; perché ogn’un del suo saper par che s’appaghi. Scrisse medesimamente nove libri sopra i Casi degli Huomini Illustri, con quegli essempi et regola del ben vivere che più polliticamente alcuno altro non havrebbe possuto amaestrarci. Ne compose poi uno delle Donne Illustri, tanto dilettevole et vago quanto altro a beneficio loro si potesse formare; le quai opere io a commune utilità nella nostra natia lingua tutte ho riportate. Scrisse appresso un libro della Origine et Nomi dei Monti, uno delle Selve, uno dei Fonti, uno dei Laghi, uno dei Fiumi, et uno degli Stagni et Paludi. Trattò ancho dei nomi del Mare; fece la Bucolica in verso; un’opra nella cui si tratta dei Fatti dei Pontefici et Imperatori Romani. Scrisse della Ribelione delle Terre della Chiesa. Delle Guerre de’ Fiorentini contra il Duca di Melano et il Re d’Aragona. Della Vittoria dei Tartari contra Turchi. Delle Vittorie di Sigismondo contra Infedeli. Delle Heresie di Boemi. Della Presa di Costantinopoli. Et oltre ciò si legono molte sue Pistole Famigliari; de’ quali fatiche tutte furono latine. Nel cui stile, considerandosi quei tempi che ancho erano infettati dalle reliquie dei Cothi et degli altri barbari, non poco si vede egli essere stato eccellente, perché se riguardaremo al Petrarcha et agli altri scrittori del suo tempo, vedremo la latinità del Boccaccio (come che in tutto perfetta non sia) sanza dubbio essere stata la migliore dell’altre; essendo ancho di havere compassione ai loro giorni i quali mancavano di molte comodità a ciò necessarie, né quella copia di libri havevano c’hora si ritroviamo noi. Si dilettò medesimamente di scrivere nel suo natio idioma; nel quale quanto valesse, tutto che alhora fosse poco in prezzo, ne fanno fede l’opre sue, dalle quali si ha conosciuto quanta utilità n’habbiano havuto i successori, et la dignità che a questa lingua habbiano accresciuto le fatiche sue, alle quali come a nuovo oracolo si riportiamo. Compose il Philocolo, la Fiammetta, l’Ameto, il Labirinto d’Amore o vogliamo Corbaccio, la Vita di Dante, et incominciò a commentare Latinamente la sua Comedia, cioè una parte dell’Inferno. Fece le diece Giornate del non mai a bastanza lodato et degno d’ogni pregio Decamerone, l’ultima delle quali novelle fu dal Petrarcha tradotta in latino, sì come si legge nella terza Epistola del decimosettimo libro delle Senili del Petrarcha.

[p. VIIr] Scrisse la Theseide, opra in ottava rima nella cui si contengono i fatti di Theseo, et fu il primo inventore di tale testura, percioché per inanzi non mi ricordo io haver trovato ch’altri la usasse. Fece medesimamente una Apologia [in] Difesa del Petrarcha contra gli Invidiosi et Maledici, sì come ne fa fede l’instesso nella ottava Epistola del quintodecimo libro delle Senili. Compose ancho molte rime et altre simili cose; ma per dire il vero, lo stile volgare in verso non gli fu troppo amico. Nondimeno a’ suoi giorni, tra Dante, il Petrarcha et lui, a quello era attribuito il terzo luogo, sì come dimostra il Petrarcha in una lettera scritta al Boccaccio; dove dice:

Io odo che quel vecchio da Ravenna, non inetto giudice della Poesia volgare, ogni volta che si ragiona di così fatta cosa, che egli ha sempre in usanza d’assegnarti il terzo luogo. Se questo ti dispiace, parendo a te ch’io sia un ostacolo, che non sono, ecco, se tu voi, io ti cedo et ti rinuntio il Secondo luogo; intendendo tuttavia che nel primo sia Dante.

 Così ancho Benvenuto da Imola in una lettera scritta al Petrarcha parlando della spositione d’alcuni poemi di Dante, Petrarcha et Boccaccio così ragiona:

 Ma io lo faccio per mostrare a’ posteri di haver suscitato i tre Prencipi de’ Poeti de’ nostri tempi, i tre chiarissimi lumi della greca, della latina et della lingua volgare; Dante cioè, te medesimo, et Giovanni Boccaccio.

Sì che si comprende egli non essere stato indegno Poeta. Nondimeno, veduti c’hebbe un giorno il Boccaccio i sonetti et le canzoni con le altre compositioni simili del Petrarcha, conoscendo quanto le sue fossero inferiori a quelle deliberò donarle alle fiamme et non acconsentire che mai si vedessero; il che inteso dal Petrarcha fu da lui sconsigliato con una Epistola, nella cui si leggono queste parole: Perdona alle fiamme, et habbia compassione de’ tuoi scritti, et alla publica utilità et dilettatione.

Qui non starò io a disputare che cosa lo movesse a comporre questa et quell’opra, et ciò ch’egli vuole inferire nel tale et nel tal luogo, perché ne lascio la cura agli spositori. Quello per le sue degne virtù fu fatto citadino Fiorentino, et dalla Republica fu adoprato in molti negotii publici. Egli fu quello che per la comunità di Firenze fu mandato ambasciadore al Petrarcha per la sua restitutione, sì come si legge nella quinta Epistola del Petrarcha dopo le Senili scritta a’ Fiorentini; il che fu negli anni MCCCLI a tredeci d’Aprile. Nondimeno il Petrarcha non solamente non venne a Fiorenzo, ma ancho fu cagione che il Boccaccio se ne levasse, perché essendo per le parti la città divisa, et M. Giovanni né all’una né all’altra accostandosi, Secondo il consiglio di M. Francesco per lo meglio elesse per qualche tempo viversene fuori; il che fece. Onde Giovanni Thiodorigo parlando della vita del Boccaccio non devea dubitare perché Raffaello Volaterano il chiami Giovanni Boccaccio da Certaldo, et Antonio Sabellico nel nono libro ragionando di lui così dica:

Fuit ea tempestate in re literaria clarus Ioannes Boccacius Florentinus Certalda domo, vir copioso ingenio et cuius varia extant studiorum monumenta.

Le cui parole paiono quasi far dubitare che il Poeta fossi Fiorentino et di casa Certalda, overo che non sia l’istesso che vuole il Volaterano, attento che la propria sua origine, sì come chiaramente habbiamo mostrato, fu da Certaldo; et come che il Sabellico il chiami Fiorentino [p. VIIv ] non deve per ciò nascere dubbio alcuno, perché fu fatto cittadino di Firenze. Diede ancho opera alla Astrologia, et hebbe per suo prencipale precettore Andalone de’ Negri Genovese, al suo tempo famosissimo Astrologo. Fu di natura molto sdegnoso, il qual vitio gli nocque non poco negli studi; amatore ancho della sua libertà, di sorte che mai non volle accostarsi né obligarsi ad alcuno prencipe né signore, come che da molti fosse desiderato et pregato. Il che egli tocca nel Philocolo quando dice:

Deh, misera la vita tua, quanti sono i signori; li quali, s’io li loro titoli hora ti nominassi, in tuo danno te ne vanagloriaresti, dove in tuo pro non te ne sei voluto rammemorare. Quanti nobili et grandi huomini, a’ quali, volendo tu, saresti carissimo? Et per soverchio et poco lodevole sdegno che è in te, o a niuno t’accosti, o se pure ad alcuno, poco con lui puoi sofferire, s’esso fare a te quello che tu ad esso doveresti fare, non ti dichini, cioè seguitare i tuoi costumi et esserti arrendevole.

Fu medesimamente molto inchinato all’amore et libidinoso, et non poco gli piacquero le donne, come che di loro in molti luoghi dell’opere sue ne dicesse quel peggio che dire si potesse; tuttavia di alquante nelle scritture sue sotto finto nome ne fa honorato ricordo. Fieramente s’accese dell’amore di Maria, figliuola naturale di Roberto Re di Napoli, percioché per le guerre civili egli, come amatore della pace et quiete partitosi di Firenze, et girata la maggior parte dell’Italia, alla fine pervenuto a Napoli et honoratamente raccolto da Roberto, a que’ tempi sommo Philosopho, avenne, sì come agli animi generosi accader suole, che chiudendosi nel suo corpo altissimo et divino spirito, un giorno veduta la di lui figliuola nella chiesa di San Lorenzo quella estremamente prese ad amare, a petitione della quale compose il Philocolo. Et che così fosse egli medesimo ne fa fede nel principio di quell’opra, quando scrive:

Io della presente opra componitore mi trovai in un gratioso et bel tempio in Parthenope, nominato da colui che per deificarsi sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata.

  Così ancho nell’Ameto:

 Io entrai in un tempio, da colui detto che per salire alle case delli Dii immortali, tale di sé tutto sostenne; quale Mutio di Porsenna in presenza della propria mano.

 Ma perché lo amore suo non fosse a ciascuno palese, egli hebbe riguardo col proprio nome non la ricordare; nondimeno, sì come è naturale costume degli amanti, che non vogliono dire lo stato loro, et tuttavia vorrebbono che la maggior parte se ne sapesse, non gli bastò solamente il chiamarla Fiammetta, che ancho in molti luoghi dà ad intendere che il suo proprio nome fosse Maria, et di chi figliuola; sì come si vede nel Philocolo quando dice:

Et lei nomò del nome di colei che in sé contenne la redentione del misero perdimento, che adivenne per lo ardito gusto della prima madre.

 Et più oltre seguendo scrive:

Il suo nome è qui da noi chiamato Fiammetta, posto che la più parte delle genti il nome di colei la chiamino; per la quale quella piaga che ’l prevaricamento della prima madre apprese, ci racchiuse.

Così ancho medesimamente ne fa testimonio nell’Amorosa Visione:

Dunque a voi, cui io tengo donna mia,

Et cui sempre disio di servire,

La raccomando Madama Maria.

[p. VIIIr]

Dimostra poi palesemente nel Philocolo ella essere stata figliuola del Re Roberto, ma naturale, dicendo:

Ella è figliuola dell’altissimo Prencipe, sotto lo cui scettro questi paesi quieti si reggono, e a noi tutti è donna.

 Et più oltre segue:

Un nominato Roberto nella real dignità constituito, e avanti che alla reale eccellenza pervenisse, costui preso dal piacere d’una gentilissima giovane dimorante nelle reali case generò di lei una bellissima figliuola, et lei nomò del nome, etc..

Fu medesimamente amato da lei; et sì come si può investigare et dall’opre sue comprendere, egli n’hebbe il disiato frutto d’Amore. Il che si vede nell’Ameto, quando introduce Fiammetta così parlare:

Essendo io (come v’ho detto) del pronto giovane, et sua stata più anni, avenne che per caso opportuno gli convenne a Capoua per adietro, l’una delle tre migliora terre del mondo, andare; ond’io nella mia camera le paurose notti traheva; et quello che va dietro.

Di che si vede chiaramente ch’egli seco hebbe a fare. Il medesimo ancho si comprende nella Fiammetta et nel Filocolo, et in molti altri luoghi che lungo farà raccontare, dove palesemente quasi di questo suo amore si gloria; di che per molto spatio di tempo dimorò a Napoli, et gran parte in Sicilia, dove dalla Reina Giovanna era favorito. Chiamossi ancho per amore di costei con finto nome Caleone, col quale diede il titolo al Decamerone cognominato Prencipe Caleotto, formato da Calaon, voce greca che significa fatica; così ancho il Philocolo, che s’interpreta fatica d’Amore. Et ch’egli così si chiamasse per cagione di lei il dimostra nel Philocolo, ove è scritto:

Et percioché tante volte dal mio Caleone, da cui sempre fui chiamata Fiammetta, avanti l’acceso amore verde fui conosciuta, di vestirmi di verde poi sempre mi sono dilettata.

Così ancho in molti altri luoghi ne fa ricordo, i quali come superflui lascio. Questa Maria non molto dopo la morte del Boccaccio nel mutamento dello Stato di Napoli dalla parte aversaria fu decapitata, benché altri vogliano che per intendimento havuto contra il Re Roberto ciò le venisse. Ma tornando al Boccaccio, amò egli medesimamente una giovane Fiorentina nomata Lucia, la quale sempre con finto nome chiamò Lia. Così ancho sotto altri finti nomi nelle opere sue si comprende ad altre donne haver altre fiate rivolto la fantasia. Nondimeno, perché lieve è la loro memoria, et poco di chiaro se ne può cavare da’ suoi scritti, non ne diremo altro. Ma l’ultimo et il perfetto de’ suoi amori fu di questa Maria, in nome della quale compose Fiammetta; benché io non ardisca affermare che in tutto egli in quella volesse figurare l’amore suo et di lei, ma più tosto istimo che, toccandone solamente parte, l’animo suo fosse di solamente descrivere la potenza d’un fervente amore in una giovane dal suo amante abandonata. Conciosia che nell’opra si vede ch’ei finge la Fiammetta essersi accesa in un giovane che, a pena incominciava mettere la prima lanuggine di barba, et che haveva padre, per amore della vecchiaia del quale l’inamorato fu sforzato partirsi di Napoli et andare in Thoscana; et nondimeno quando il Boccaccio andò a Napoli era huomo fatto, et non haveva padre. Così ancho in molte altre cose di maniera varia che sopra quella non si può far fondamento nessuno, benché l’intendimento suo principale fosse di scrivere quell’opra con studio tale che altri non potessero comprendere la verità di quell’amore, eccetto che [p. VIIIv] la persona a cui s’appartenesse, sì come si vede nel primo libro dove dice:

Percioché quantunque io scriva cose verissime, sotto sì fatto ordine l’ho disposte che, eccetto colui che così come io le sa (essendo di tutte cagione), niuno altro, per quantunque havesse acuto intelletto, potrebbe chi io mi fossi conoscere. Et io lui prego (se mai per disaventura questo libretto alle mani gli perviene) che egli per quello amore il quale già mi portò celi quel, che a lui né utile né honore può manifestandolo tornare.

Et quello che segue. Onde si può leggiermente comprendere ch’egli medesimo non volle essere inteso. Ma lasciando questo cose, che più tosto sarebbono necessarie alla vita di costei che al ragionar di lui, seguiremo quello che ci resta. Fu di statura di corpo et proportione di membri assai bene composto, sì come egli stesso di sé scrivendo fa che la Fiammetta nel primo libro ne parla. Fu ancho piacevole et molto costumato, sì come dalle dilettevoli opere sue si può fare presuposto. Ultimamente acquetatesi alquanto le cose di Toscana, et essendo desideroso quel poco avanzo di tempo che di vivere gli restava goderlo quietamente, hoggimai fatto vecchio se ne tornò a Firenze; ma non possendo sopportare la civile ambitione ritornò al suo Certaldo, dove lontano da travagli ne’ suoi studi vivendo passava i giorni Secondo il suo volere, sì come egli medesimo scrive in quella Pistola a M. Pino de Rossi, dove in fine gli dice: Io Secondo il mio proponimento, quale vi ragionai, sono tornato a Certalda. Alla fine pervenuto all’età d’anni LXII, sì come scrive Benvenuto da Imola, se ne morì di male di stomaco, il quale gli fu cagionato per lo continuo soverchio studio, che gli nocque assai; essendo egli di complessione molto grasso et pieno. Non lasciò di sé heredi legittimi, perché non hebbe mai moglie. Solamente di lui rimase un figliuolo naturale, sanza più. Passò di questa all’altra vita negli anni del signore MCCCLXXV, il che fu un anno dopo la morte del Petrarcha. Fu sepolto in Certaldo nella chiesa di San Iacopo et Philippo con questo epitaphio sopra la sua sepoltura, il quale da lui medesimo pria che morisse fu composto:

Hac sub mole iacent cineres, ac ossa Ioannis

Mens sedet ante Deum meritis ornata laborum.

Mortalis vitae genitor Boccacius illi,

Patria Certaldum, studium fuit alma poesis.

Appresso i quali versi si legge ancho un altro epitaphio in lode del Boccaccio di M. Colluccio Salutati segretario fiorentino, ma per più longamente non porger noia ai lettori, lasciaremo da parte questo et altre cose che si potrebbono dire; le quali essendo di niun momento arrecharebbono più tosto noia che diletto, né utile alcuno.

IL FINE.

[p. 001r]

PROEMIO

di M. Giovanni Boccaccio

Sopra la geneologia degli Dei.

AL SERENISS. ET INCLITO

UGO, RE di GERUSALEM ET di CIPRO.

SE A PIENO, Famosissimo Re, ho inteso quanto mi ha rifferito Donino Parmigiano, tuo valoroso soldato, grandemente desideri la Genelogia dei Dei Gentili et degli heroi che Secondo le fintioni antiche sono da loro discesi, et appresso, l’openione che già per lo passato sotto la corteccia di queste favole ne hebbero gli huomini illustri; et di ciò l’altezza tua ha eletto me come huomo sofficientissimo et auttore ammaestratissimo a così fatta opra. Ma per lasciare la maraviglia del tuo disio (percioché non ista bene ad uno di picciolo grado ricercar l’intentione d’un Re) lascierò da parte quello ch’io senta in contrario della mia elettione, accioché dimostrando la mia insofficienza, tu non t’imaginassi che di nascosto et con iscuse io volessi schifar il peso della fatica impostami. Nondimeno, pria ch’io giunga all’openion mia circa il carico datomi, piacciati, Serenissimo dei Re, ammettere, et se non tutte, almeno alcune parole che intravennero tra Donino tuo famosissimo soldato et me mentre egli mi spiegava i comandamenti di tua Maestà; accioché leggendole molto bene a bastanza tu vegga il tuo giudicio et la mia arroganza, fino attanto ch’io giungo alla ubbidienza della grandezza tua. Havendomi adunque egli con grandissima facondia narrato i sacri studi della tua sublimità, le maravigliose opre dell’amministration reale, et appresso con lungo parlare alcuni notabili et gloriosi titoli del tuo nome, pervenne a tanto che con grandissimo sforzo s’ingegnò ritrarmi ne’ tuoi voleri non con una sola ragione, ma con molte, de’ quali confesso che alcune parevano valide. Ma poscia che tacque et che a me fu dato agio di rispondere, così gli dissi: "O valoroso guerriero, forse che tu pensi o vero che ’l tuo Re, che per l’avenire (piacendo a Iddio) sarà nostro, istima questa pazzia degli antichi, cioè che desiderarono essere tenuti i discesi di sangue divino, haver occupato un picciolo spatio di terra, et sì come ridicolosa cosa, come era, haver durato poco tempo, et come ancho opra moderna et di pochi giorni facilmente potersi raccorre. Nondimeno (dirò sempre con tua buona pace), altramente sta la cosa. Percioché, lasciando da parte le Cicladi et l’altre Isole del mare Egeo, con la sua macchia bruttò et infettò l’Achaia, la Schiavonia et la Thracia, le quali per lo fiorire et per la grandezza di questa pazzia furono in grandissimo splendore, massi[p. 001v]mamente nel tempo che la Republica de’ Greci fu in fiore; così ancho i liti del mare Eusino, Helesponto, Meonio, Icario, Pamphilio, Cilicio, Phenicio, Sirio et Egittiaco. Né Cipro, notabil scettro del nostro Re, fu libero da questa macchia. Così medesimamente infettò tutto il paese della Libia, delle Sirti et di Numidia, tutti i luoghi del mare Atlantico et Occidentale, et tutti i remotissimi horti delle Hesperide. Né solamente fu contenta dei liti del mare Mediteraneo, che trappassò ancho a non conosciute nationi di mare. Caderono etiandio con i maritimi in questo errore tutti gli habitatori del Nilo, che manca di fonte, et tutte le solitudini dell’arena Libica insieme con le sue moralitadi, et dell’antichissma Thebe. Appresso gli ultimi Egittii; i focosi et troppo calidi Garamanti; i neri Ethiopi; gli odorati Arabi; i ricchi Persi; i popoli Gangaridi; i babilonici Indi per la nerezza notabili; l’alte cime del Caucaso, con tutto il suo duro discendere così verso il caldo Sole, come i freddi Poli; il mare Caspio; i crudeli Hircani; tutto il Tanai; il Rodope sempre pieno di nevi; et ancho la rozza fierezza dei Scithi. Et havendo tutti i vasti dell’Oriente et dell’Occidente, et del mar Rosso l’isole contaminato, ultimamente si ridusse da noi Italiani, di maniera che Roma Reina del mondo si lasciò acceccare da questa nebbia. Et accioché minutamente io non stia a discorrere per tutti i paesi dove questa cecità hebbe molto potere, come a bastanza tu puoi vedere, una portioncella sola fu del mondo, fra Tramontana e Occidente, benché di scelerata crudeltà, la quale non fu nobilitata dalla progenie di questa deità, sì come l’avanzo fu infettato; né queste cose furono all’età nostra. Era allhora forse giovanetto Abraam, mentre appresso Sicionii questa pianta incominciò far radici et entrare negli animi degli huomini trascurati. Al tempo nondimeno degli heroi fu in molta riputatione et divenne in grandissimo nome et riverenza, continuando ogni di più sino alla ruina del superbo Ilion. Percioché nella guerra Troiana si ricordiamo haver letto essere stati amazzati alcuni figliuoli di Dei, et Hecuba in cane et Polidoro in virgulti essersi convertiti; cosa ch’è antichissima et in tempo di molti secoli. Onde non è da dubitare che, per tutto dove questa pazzia ha havuto radice, ivi non si siano scritti di gran volumi, accioché la divina nobiltà de’ maggiori col ricordo delle lettere pervenisse ai posteri. Et se mai istimai il nemico di questi tali essere stato picciolo quanto fosse grandissimo Paolo Perugino, così grand’huomo et di tai cose diligentissimo et curiosissimo investigatore, spero, afferma in mia presenza da Balaam huomo Calavrese et di lettere greche benissimo instrutto haver inteso nessun huomo notabile, né famoso Prencipe o d’alta preminenza, in tutta la Grecia (mostrando prima tutte l’isole et i liti) essere stato, in quel secolo nel quale questa pazzia fiorì, ch’egli non gli facesse vedere che havesse havuto origine da alcuno de questi tali Dei. Che dirò adunque? Che risponderai tu? Riguarderesti un male così lungo, largo et spatioso; così antico, durato tanti secoli, spiegato in tanti volumi, et ampliato in così gran numero d’huomini? Credi tu anch’io potrei adempire i voleri del Re? Veramente, se i monti prestassero i passi facili, et le solitudini diserte il viaggio palese et aperto, se i fiumi i guadi, et i mari l’onde tranquille, et il passaggiero Eolo mandasse dalla spelonca i venti tanto prosperi et secondi, et che più è, se havesse le ali d’oro d’Agriphonte legate a’ piedi ogni huomo che si voglia, et si fosse uccello che potesse volare dove più piacesse, a pena potrà girare [p. 002r] il mondo, et così lunghi passi del mare et della terra, non che far altro, se bene a lui fosse conceduto una grandissima quantità d’anni et secoli. Di più, concederotti che si habbiano tutte queste cose et che si possa, col voler d’Iddio, congiungere in un momento tutte le scritture et le memorie antiche, et che per dono divino si habbia la notitia di tutti i caratteri et gli idioma delle nationi diverse, et che in ogni loco che si giunga siano preparati i volumi intieri; che sarà colui (lasciando tra mortali me fuori) che habbia le forze così ferme, l’ingegno così acuto, la memoria così profonda che possa veder tutte le cose poste a lui dinanzi? Intendere le vedute? Le intese conservare? Et poi con la penna finalmente distenderle, et le raccolte in un’opra renderle a perfettione? Oltre di ciò m’aggiungevi ch’io descrivessi quelle che sotto ridicoloso velame delle favole hanno nascosto gli huomini saggi; come se l’inclito Re istimasse pazzamente credere gli huomini ammaestrati quasi in ogni scienza semplicemente haver speso il tempo et sudato d’intorno lo scrivere favole lontane da ogni verità, et che non habbiano altro che il latino senso. Non negherò, questa reale elettione m’è stata grata, et hammi dato certissimo argomento; perché, sì come per inanzi tu dicevi, egli ha l’ingegno divino et m’ha istimato sofficiente ad adempire il suo disio, pur che le mie forze fossero bastanti. Ma d’intorno queste tali narrationi vi è di gran lunga maggior difficultà che tu non istimi, et è fatica da huomo Theologo.

Percioché concedendo, Secondo la openione di Varrone, dove scrisse molto delle cose divine et humane, che questo genere di Theologia sia quello che mistico, overo, come piace ad altri, et forse meglio, phisico si dice, benché habbia molta falsità da ridersi, nondimene ricerca molto arteficio ad allacciarla. Et per ciò, honoratissimo soldato, sono da considerare le forze degli huomini et da essaminare gl’ingegni, et così a quelli imporre convenevoli carichi. Puotè Atlante col capo sostennere il cielo, et a lui lasso per lo peso puotè Alcide prestare aiuto. Amendue furono huomini divini, et quasi invincibile fortezza fu quella d’amendue. Ma io che? Son huomo picciolo, non ho forze di nessun valore, l’ingegno tardo, la memoria intricata; et tu alle mie spalle desideri non il cielo ch’eglino sostennero, ma ancho la terra sovragiungere, et appresso i mari, et essi habitatori dei cieli, et con loro i famosi sostentatori. Non è altro questo eccetto volere ch’io sotto il peso creppi. Nondimeno, se tal cosa era tanto a cuore al Re, era peso convenevole (se tra mortali uno è atto a tanta fatica) alle forze del celebratissimo huomo Franceseo Petrarcha, del quale già molto io sono discepolo. Veramente egli è huomo dotto di celeste ingegno, di profonda memoria et ancho di maravigliosa eloquenza; al cui sono famigliarissime l’historie di ciascuna natione, i sentimenti delle favole chiarissimi? Et brevemente tutto quello che giace nel sacro grembo della Philosophia a lui è manifesto." Già taceva io, quand’egli con piacevol faccia et ornato parlare così seguì: "Credo, molto meglio di quello che non havea conosciuto, esser vere tutte quelle cose che dici; et appresso veggio le difficultà. Ma ti prego dirmi, caro il mio Giovanni, pensi tu che il nostro Re non habbia avedimento? Certamente egli è aveduto Signore, di benigno ingegno, et lodevole per felicità reale; et da te sia lontano ch’egli voglia alcuno non che te aggravare, anzi ha per antico costume alleggierire ciascuno; et però drittamente sono da intendere et da capire i suoi comandamenti. Per Dio, che [p. 002v] facilmente si può credere essere inacessibili quelle ragioni che poco fa hai raccontato, et i loro annali (se alcuni ve ne sono) in tutto a’ Latini nascosti. Ma se alcuna memoria dai Greci che per insino ai Latini sia pervenuta, o vero appresso essi Latini, alle cui scritture non picciolo honore et gloria hanno riportato gli studi de’ nostri maggiori, è rimasta, et se non tutti i ricordi, almeno quei che per tua industria si ponno ritrovare, quegli disia. Su adunque, et con largo animo (havendo buona speranza in Dio) piglia la faticosa impresa et fa quello che puoi, non si ritrovando persona atta all’impossibile. La fortuna non m’ha fatto venire in mente quell’honorato huomo, non solamente appresso Cipriani, ma per fama conosciuto sovra le stelle, Francesco Petrarcha, credo perché Iddio ha voluto così, accioché io perdonassi a lui in grandissime imprese occupato, et alla gioventù tua imponessi così honesta fatica, per la quale il tuo nome, poco fa incominciando andar in luce, più chiaro appresso i nostri risplenda." Allhora io risposi: "A quel ch’io veggio, credo che tu istimi, o strenuo guerriero, senza i lontanissimi libri dei barbari, dei Greci et dei Latini solamente questa opra potersi a pieno riddurre in essere? O buono Iddio, non vedi tu istesso, signore, che con questa tale concessione tu vieni a levare la miglior parte all’opra? Ma facciamo come già molto fecero i nostri Prencipi partendo il Romano Imperio nel orientale et occidentale. Sia a questo monstro due corpi, uno barbaro, et l’altro greco et latino? Et al greco et al latino, i quali tu istesso chiami, i libri; né ancho questo potrà fare che si consegua quello che tu dimandi. Habbiamo dimostrato questa peste essere stata antichissima; tu hora teco stesso considera quanti nemici nei secoli passati habbiano havuto i volumi. Confesserai veramente che gl’incendii et i diluvi d’acque (accioché taccia dei particolari) hanno consumato molte librarie; et se altra non fosse andata a male che l’Alessandrina, la quale già molto il Piladelpho con grandissima diligenza havea ordinato, sarebbe grandissima diminutione de’ libri. Conciosia che, per lo testimonio d’antichi, in quella potevi ritrovare quello che volevi. Oltre di ciò, crescendo il glorissimo nome di Christo, et rimovendo la dottrina sua splendente di sincera verità le tenebre del mortale errore, et massimamente del gentile, et appresso lungamente declinando lo splendor di Greci (gridando i messi di Christo contra la falsa religione et cacciandola in ruina), non è da dubitare che seco non mandassero in eterno oblio molti libri serbanti le memorie di questa materia, acciò che con veri et pii predicamenti dimostrassero non esservi tanti dei né figliuoli di Dei, ma un solo Iddio Padre, et unico figliuolo d’Iddio. Appresso, mi concederai c’habbia havuto per nimico l’avaritia, alla cui non sono debili forze. Percioché è cosa certissima l’arte poetica, a quei che la sanno, non apportare nessun guadagno, et appresso lei non è altra cosa pregiata eccetto quella ch’apporta seco l’oro, et dalla quale si conseguisce l’oro et non se lo leva; et quelle scienze che a ciò non sono atte non solamente sono sprezzate, ma ancho havute in odio et rifiutate. Onde caminando quasi tutti a gran passi per acquistar ricchezze, tai volumi andarono in oblio, et ancho perirono così facilmente che molti prencipi, odiando tali memorie, fecero lega contra loro, percioché contenendosi sotto la corteccia delle favole molti vitii di gran signori, eglino quanti volumi che mai poterono havere mandarono in ruina, perdonando così poco ai favolosi come ad ogni altra sorte de scritti, de’ quali certamente così di liggiero non si potrebbe esprimere il numero. Ma se tutto il resto gli havessi perdonato, a quelli [p. 003r] non havrebbe havuto riguardo il veloce Tempo, essendo, come sono stati, privi di riformatore. Conciosia che egli ha i denti quieti et adamantini, che corrodono non solamente i libri, ma i durissimi sassi et esso ferro, che doma tutto il resto. Questo veramente ha mandato molte cose, così greche come latine, in polve. Nondimeno, come che habbiano patito questi et molti altri infortunii, et maggiormente dico quelle memorie che specialmente sarebbeno al proposito di questa nostra fatica, tuttavia negar non si puote che molte non ve ne siano rimaste; ma nessuna però, ch’io mai habbia ritrovato, scritta in questa materia che tu desideri. Vanno adunque qua et là per lo mondo disperse le origini et i nomi così dei dei come dei progenitori suoi. Di questi questo libro ha alcuna cosa, et un altro alcuna altra; le quali ti prego dirmi chi sarà colui che per dono, overo almeno per poco fruttevole fatica, vorrà ricercarle et rivolgere tanti volumi, leggerli, et fuori di quelli eleggere pochissime? Credo essere molto meglio non se n’impacciare." Ma egli con gli occhi fisi così mi rispose: "Non m’era nascosto che all’incontro dell’honesta mia dimanda tu non havessi che dire; ma non di maniera mi caccierai che non mi rimanga alcun picciolo luogo dov’io mi salvi. Veramente non negherò quello che m’affermi. Ma voglio solamente quello che la seconda fiata hai detto, cioè farò quello che potrò. Questa particella, che di qui potrai raccorre, desidera il nostro Re. Potrai negarli questo? Ma ohimè, ch’io temo che la dopochaggine non t’apparecchi alcuna ragione per la quale tu schifi la fatica. Nessuna cosa veramente non è più vergognosa in un giovane dell’otio; et se è da essercitarci, essendo tutti noi nati per affaticarsi, a chi meglio puoi tu prestare la fatica tua che a un Re? Levati adunque et caccia la pigritia, drizzandoti con forte animo a tal’opra; accioché in un istesso tempo tu obedisca a un Re et al nome tuo facci la strada all’inclita fama. Verrai senza dubbio (se sei prudente) più oltre di quello ch’io mi sforzo cacciarti. Sai pure che la fatica vince il tutto et la fortuna aiuta gli arditi, et molto più esso Iddio, il quale mai non abbandona chi spera in lui. Partiti adunque, et arditamente volgi, rivolgi et ricerca i libri; togli la penna, et mentre cerchi piacere al Re guida il nome tuo in lunghissima età." Allhora dissi io: "Più resto vinto dalla dolcezza delle tue parole che dalla forza delle ragioni. Mi constringi, mi persuadi, mi cacci, et mi trahi di maniera che, se bene io non volessi, è forza che ti ubbidisca." In tal modo, pietosissimo Re, alquanto contrastammo insieme il tuo Donino et io, pria che volessi piegare la mia penna a’ tuoi voleri; et voglia o non voglia, ultimamente vinto, a forza cacciato vengo a sodisfarti. Con quai forze, nondimeno, tu lo vedi. Per tuo comandamento adunque, lasciati i sassi dei monti di Certaldo et lo sterile paese, con debile barchetta in un profondo mare, pieno di spessi scogli, come novo nocchiero entrerò, dubbioso veramente che opra io mi sia per fare, se bene leggerò tutti i liti, i montuosi boschi, gli antri et le spelonche, et se sarà bisogno caminar per quelli et discender fino all’Inferno. Et fatto un altro Dedalo, Secondo il tuo disio volelerò per insino al cielo; non altramente che per un vasto lido raccogliendo i fragmenti d’un gran naufragio, così raccorrò io tutte le reliquie che troverò sparse quasi infiniti volumi dei Dei gentili; et raccolte et sminuite, et quasi fatte in minuzzoli, con quel [p. 003v] ordine ch’io potrò, acciò che tu habbi il tuo disio, in un corpo di Geneologia le ritornerò. Tuttavia mi spavento a pigliare così grande impresa, et a pena credo, se suscitasse et venisse un altro Prometheo, overo quell’istesso che per dimostratione dei poeti al tempo antico era solito di fango formar gli huomini, non che io di quest’opra sarebbe sofficiente artefice. Ma, famosissimo Re, accioché tu non ti maravigli ch’io voglia dire per l’avenire, non aspetterai, dopo un molto spender di tempo et una lunga fatica fatta con molte vigilie, haver questo tal corpo compiuto. Assai veramente, et Dio voglia che senza molti membri, et forse torto, gobbo et attratto, ha da vedersi, per le ragioni che già si sono mostrate. Ma, famosissimo Prencipe, accioché io venga a comporvi i membri, così verrò a dichiarire i sensi nascosti sotto dura corteccia. Non già ch’io voglia persuadermi far ciò minutamente Secondo l’intento di quei c’hanno finto; percioché, chi al tempo nostro potrebbe agguagliare le menti degli antichi et esporre l’intentioni già tanto separate dalla mortale in altra vita, et ritrovare i sentimenti ch’eglino hebbero? Ciò certamente sarebbe più tosto divino che humano. Gli antichi senza dubbio, lasciate le scritture ornate dei suoi nomi, sono andati nella via della carne commune, et il senso di quelle lasciarono al giudicio di quelli che haveano a nascere dopo loro; de’ quali quanti sono i capi, quasi tanti giudicii si ritrovano. Et non è maraviglia, percioché veggiamo le parole della Sacra Scrittura, cavate da essa lucida, certa et immobile verità, se bene alle volte sono coperte d’un sottil velo di figuratione, essere ritirate in tante interpretationi in quante sono capitate alle mani di diversi lettori. Là onde in ciò con minor timidità entrerò, percioché se bene dirò poco bene, almeno sveglierò alcun altro più di me prudente a scriver meglio. Et ciò facendo, prima scriverò quelle cose ch’io potrò haver inteso dagli antichi; indi dove havranno mancato, overo meno a bastanza Secondo il mio giudicio detto, dirò il mio parere; et questo farò molto volentieri, affine che ad alcuni ignoranti, et che noiosamente sprezzano i poeti da loro poco intesi, si mostri quelli (benché non catholici) di tanta prudenza essere stati dotati che nessuna cosa da loro sotto figmenti poetici con maggior arteficio d’ingegno si poteva, né è stata trascorsa, né con maggiori ornamenti di parole adornata. Per il che è manifesto quelli essere stati ripieni d’infinita mondana sapienza, della quale molte volte mancano i noiosi loro riprensori; onde dalle loro pronfondità, oltre l’artificio delle fittioni poetice et le consanguinità et parentelle spiegate dei vani dei, vedrai alcune cose naturali coperte da tanto misterio che ti maraviglierai. Così ancho i fatti et i costumi dei baroni, non triviali né communi. Oltre di ciò, perché l’opra passerà in maggior volume che tu non istimi, giudico convenevole, accioché più facilmente tu possi ritrovare quello che cercherai, et meglio ritenere quello che vorrai, partir quello in più parti, et chiamarli libri. Nel principio di ciascuno de’ quali giudico essere da porvi l’arbore, nella cui radice sia il padre della generatione. Nei rami poi, vista l’ordine dei gradi, mettervi tutta la sparsa progenie, accioché col mezzo di questo tu vegga di chi et con qual ordine nel seguente libro tu ricerchi. I quai libri ancho con i dovuti capitoli troverai distinti con più ampia dichiaratione et più manifesti, et vi vedrai tutto quello che [p. 004r] con un solo nome per le frondi dell’arbore prima havei letto, con parole ampio et difuso. Poi gli aggiungerò due libretti, et nel primo risponderò ad alcune obiettioni fatte contra la Poesia et i poeti. Nel Secondo, che sarà di tutta l’opra l’ultimo, mi sforzerò rimovere alcune cose che forse contra me saranno opposte. Ma per non scordarmi (non voglio che ti maravigli, accioché ti pensasti ciò essere avenuto per error mio), egli è colpa degli antichi che spessissime volte leggerai molte cose cioè di sorte differenti dalla verità, et tra sé stesse molte fiate discordanti, che non solamente le istimerai non pensate da philosophi, ma né ancho da villani imaginate; così ancho malamente ai tempi convenevoli. Le quali veramente, et altre, se alcune ve ne sono dal debito varianti, non è l’intention mia riprenderle overo ad alcun modo correggerle, se da sé stesse non si lasciano ridurre a qualche ordine. A me basterà assai rescrivere le ritrovate, et lasciar le dispute ai philosophanti. Ultimamente, se gli huomini d’intiera mente, così per debito come per decreto di Platone, in tutti i principii, dico ancho di picciole cose, hebbero in costume ricercare l’aiuto divino, et appresso in nome di quello dar principio alle cose a fare, percioché lasciato lui, per sentenza di Torquato, non si farà nessun buon fondamento, assai posso considerare quello ch’a me si convenga; il quale tra gli aspri deserti dell’antichità et tra i tormenti degli odi hor qua hor là son per raccorre lo sbranato, minuzzato, consumato et quasi in ceneri già ritornato gran corpo dei dei gentili et dei famosi heroi, et quasi un altro novo Esculapio a guisa di quello d’Hippolito ritornarlo insieme. Et però solamente al pensare, tremando sotto il soverchio peso, humilmente prego quel piatosissimo Padre vero Iddio, creatore di tutte le cose et che può il tutto, sotto il cui viviamo tutti noi mortali, che sia favorevole al mio superbo et gran principio. A me sia egli splendente et immobile stella, et governi il timone della mia navicella che solca un disusato mare; et, sì come il bisogno ricerca, dia le vele ai venti acciò che io giunga là dove al suo nome sia ornamento, lode, honore et gloria sempiterna; ai maldicenti poi disprezzo, ignominia, dishonore et dannatione eterna.

[p. 004v]

Incomincia il primo libro

di Messer Giovanni Boccaccio

SOPRA LA GENEOLOGIA DEI DEI GENTILI,

TRADOTTO ET ADORNATO

PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

AL NOBILISSIMO ET MOLTO ILL. SUO SIGNORE

IL S. CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

CHI primo APPRESSO GENTILI FOSSE HAVUTO PER DIO.

HAVENDO io a entrare in un profondo mare et non solito a navigarsi, et havendo a pigliare un novo viaggio, mi sono imaginato essere più diligentemente da riguardare da qual lito la prora della barchetta sia da sciorre, accioché più drittamente con prospero vento io giunga là dove l’animo disia. Il che allhora istimerò haver fatto quand’havrò ritrovato colui che i passati antichi finsero loro Iddio; percioché da quello tolto il principio della discendenza, potrò poi con dovuto ordine venire ai posteri. In me adunque s’erano adunate tutte le forze dell’animo, et dal sublime specchio della mente riguardava quasi tutto l’ordine del mondo; onde subito vidi levarsi assaissimi huomi, né solamente d’una sola religione, ma nondimeno dignissimi testimoni per fide di verità, con la loro gravità affermando Iddio esser unico, il quale nessuno mai non vide; et questo essere il vero che manca di principio et di fine, che può il tutto, padre delle cose, et creatore così delle cose manifeste come delle non palesi a noi. Il che credend’io benissimo, et dai giovenili anni sempre havendo creduto, incominciai rivolgere la mente d’assaissimi antichi che circa ciò hebbero varie et diverse openioni; et a me parve quasi questo istesso haver creduto i gentili, ma essere restati ingannati mentre attribuirono tal dignità a fattura del creatore, né tutti ad uno, ma diversi a diversi si sono sforzati darla. Al cui errore haver dato materia istimo io i philosophanti et i giudicanti diversamente, mentre ammaestrarono la rozezza antica; et dopo quelli essere stati i poeti. In quei primi Theologizando (dice Aristotele) Secondo il creder loro, quelli essere i primi Dei, i quali essi pensavano essere stati prime cause delle cose. Et di q., se molti et diversamente furono gli istimatori, di necessità è seguito che molti et diversi dei havessero varie nationi, overo sette; ciascuna delle quali tenne il suo essere vero, primo et unico Iddio, degli altri padre et signore. Et così non solamente a guisa di Cerbero formarono una bestia di tre capi, ma si sono sforzati descriverlo in monstro di più capi. De’ quali cercand’io il più antico, mi si fece all’incontro Thalete Milesio, al tempo suo sapientissimo huomo et molto famigliare al cielo et alle stelle, et il quale io havea udito più con l’ingegno che con la fede lungamente haver ricercato molte cose del vero Iddio. Costui pregai che mi dicesse chi egli istimasse degli dei essere [p. 005r] stato il prio; il quale subito mi rispose: "Di tutte le cose cred’io l’acqua essere stata la pria cagione, et quella in sé havere la mente divina che produce il tutto; né altrimenti di quello che appresso noi bagni le piante, così dall’abisso mandati fuori i nascimenti dell’acque in cielo, fino alle stelle, et tutto il resto di questo ornamento con l’humida mano haver fabricato." Di qui trovai Anassimene, un altro dottissimo huomo; et mentre io ricerco quest’istesso che domandai a Thalete, mi rispose: "L’Aere produttore di tutte le cose; percioché gli animali senza l’aere subito morrebbono, et senza lui non potrebbono generare." Dopo questi mi s’offerse Crisippo, tra gli antichi huomo famoso; il quale pregato disse che credeva il foco essere creatore di tutte le cose, conciosia che senza il calore pare che nessuna cosa mortale non si possa generare, overo generata durare. Havendo poi ritrovato Alcinoo Crotoniese, lo provai huomo tra tutti gli altri d’elevato animo, percioché volando sovra gli elementi, subito con l’intelletto si congiunse con i pianeti, tra quali quello che vi ritrovasse no’l so; ma riferì che pensava il Sole, la Luna, le stelle et tutto il cielo essere stati i Fabbri di tutte le cose. "O liberale huomo, quella deità che tutti gli altri haveano dato ad un solo elemento, questi a tutti i corpi dei sopra celesti la donò." Dietro questi toglio Macrobio, più giovane di tutti. Quello poi diede solamente al Sole quelli che Alcinoo havea conceduto a tutto il cielo. Ma Theodontio (come penso) huomo non novo, ma di tai cose solenne ricercatore, senza nomar nessuno rispose degli antichissimi Arcadi essere stato openione la terra essere origine di tutte le cose; et istimando, sì come dice Thalete dell’acqua, in quella essere la mente divina, credettero per opra di lei tutte le cose essere state prodotte et create. Ma per tacere degli altri, I Poeti c’hanno seguito l’openione di Thalete chiamarono l’Oceano elemento dell’acqua, et lo dissero padre di tutte le cose, degli huomini et dei Dei, et dell’istesso diedero principio alla geneologia dei Dei. Il che ancho noi havressimo potuto fare, se non havessimo ritrovato (Secondo alcuni) l’Oceano essere stato figliuolo del Cielo. Et quelli ch’instimarono Anassimene et Crisippo haver detto il vero, percioché spessissime volte i Poeti metteno Giove per l’elemento del foco, et alle volte del foco et dell’aere, a lui diedero il principato di tutti i Dei, et alle loro geneologie il pigliarono primo di tutti gli altri. I quali imperò in ciò non habbiamo seguito, perché si ricordiamo haver letto Giove essere stato hora figliuolo dell’Aere, hora del Cielo et hora di Saturno. Quelli poi che volsero dar fede ad Alcinoo tolsero per prencipe della sua Geneologia Celio overo il Cielo; il quale havendo letto essere stato generato con l’Aere l’habbiamo lasciato adietro, sì com’ancho quelli che, seguendo Macrobio et i suoi primi, hanno concesso il principato della Geneologia al Sole; il quale i Poeti testimoniano haver havuto molti padri, dandoli hora Giove, hora Hiperione et hora Vulcano. Quelli ancho c’hanno voluto la terra produttrice di tutte le cose, come dice Theodontio, chiamarono la mente divina in lei composta Demogorgone. Il quale io veramente istimo padre et principio di tutti i Dei gentili, non ritrovando nessuno a lui Secondo i figmenti poetici esserli stato padre, et havendo letto lui non solamente essere stato padre dell’Aere, ma avo, et di molti altri Dei da’ quali questi sono nati; di quai di sopra habbiamo fatto ricordo. Così adunque riguardati tutti, et troncati [p. 005v ] gli altri capi come superflui et ritornatigli i membri, imaginandosi haver ritrovato il principio del viaggio, facendo Demogrogone non padre delle cose, ma dei Dei gentili, con l’aiuto d’Iddio entraremo nel viaggio duro et alpestre per lo Tenaro, overo per l’Etna, discendendo nelle viscere della Terra, et inanzi gli altri solcando i vasti della palude Stigia.

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Primo DEMOGORGONE.

Con grandissima maestà di tenebre, poscia ch’io hebbi descritto l’albero, quel antichissimo proavo di tutti i Dei gentili, Demogorgone, accompagnato da ogni parte di nuvoli et di nebbie, a me che trascorreva per le viscere della Terra apparve; il quale per tal nome horribile, vestito d’una certa pallidezza affumicata et d’una humidità sprezzata, mandando fuori da sé un odore di terra oscuro et fetido, confessando più tosto per parole altrui che per propria bocca si essere padre dell’infelice principato, dinanzi a me artefice di nova fatica fermossi. Confesso ch’io mi posi a ridere, mentre riguardando lui mi veni a ricordare della pazzia degli antichi; i quali istimarono quello da nessuno generato, eterno, di tutte le cose padre et dimorante nelle viscere della Terra. Ma perché questo poco importa all’opra, lasciamolo nella sua miseria, passando là dove desideriamo. Dice Theodontio la cagione di questa vana credenza non haver havuto principio dagli huomini studiosi, ma dagli antichissimi rustici d’Arcadia, i quali essendo huomini mediterranei, montani et mezzo selvaggi, et veggendo la Terra da sé stessa produrre le selve et tutti gli arboscelli, mandar fuori i fiori, i frutti et le sementi, nodrir tutti gli animali, et poi finalmente ritorre in sé tutte le cose che muoiono; appresso i monti vomitar fiamme, dalle dure pietre trarsi i fuochi, dai cavi luoghi et valli spirare i venti, sentendo quella alle volte moversi et mandar fuori muggiti, et dalle sue viscere spargersi i fonti, i laghi et i fiumi, quasi che da lei fosse nato il foco celeste et il lucente aere; et havendo ben bevuto havesse mandato fuori quel gran mare Oceano, et degli adunati incendii volando in alto le faville havessero formato i globi del Sole et della Luna, et intricatesi nell’alto cielo si fossero cangiate in sempiterne stelle, pazzamente credettero. Quelli che poi dopo questi seguirono, considerando un poco più alto, non chiamarono la Terra semplicemente auttore di queste cose, ma s’imaginarono a quella essere congiunta una mente divina, per intelligenza et voler della quale s’oprassero queste; et quella mente haver stanza sotterra. Al cui errore accrebbe fede appresso i rozzi l’essere entrati alle volte nelle spelonche et nelle profondissime cavità della Terra; conciosia che, in processo morta la luce, paia un silentio occuppare le menti, et accrescerlo, onde col nativo horrore dei luoghi la religione si messe in uso, et agli ignoranti nacque il sospetto della presenza d’alcuna divinità. La quale divinità imaginata da questi tali, istimavano non d’altri che di Demogorgone, percioché credevano la sua stanza nelle viscere della Terra, sì come è stato detto. Questi adunque essendo appresso gli antichissimi Arcadi in grandissima riverenza, imaginandosi col silentio del suo nome crescersi la maestà della deità sua, overo istimando inconvenevole così sublime nome venire nelle bocche de’ mortali, o forse temendo che nomato non si movesse ad ira contro loro, di commune consentimento fu vietato che senza pena non fusse mentovato da alcuno. Il che dimostra Lucano dove descrive Eritto che chiama l’alme, dicendo:

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Ubbidirete; o quel fie da trovare;

Che chiamato la terra non percossa

Fa ogn’hor tremare? Quel che vede aperta

Gorgona; et con estreme battiture

Castiga Erinne timida, e tremante?

Così ancho Statio, dove interroga per commandamento di Etheocle il cieco vecchio Tiresia del successo della guerra Thebana, dice:

Sappiamo bene quel, che voi temete

Esser nomato, et esser conosciuto;

Et Hecate turbar, s’io non temessi

Te sol Timbreo; et del triplice mondo,

Il sommo, che conoscer quel non lice.

Ma i’ taccio.

Et quel che segue. Onde questo del quale parlano questi due Poeti senza esprimer il nome, Lattantio, huomo famoso et dotto, scrivendo sopra Statio chiaramente dice essere Demogorgone, capo et primo dei Dei gentili. Et noi ancho a bastanza possiamo conoscerlo, se vogliamo considerar bene le parole dei versi. Percioché dice appresso Lucano una incantatrice et gentile, volendo dimostrare la preminenza et la sotterranea stanza di costui, la terra tremare al suo nome; il che non fa giamai, se non percossa. Seguita questo istesso perché vede Gorgone, cioè la terra aperta ch’è al sommo, percioché habita nelle viscere della Terra, rispetto a noi che habitiamo di sopra a lui, conciosia che veggiamo solamente la superficie; overo vede Gorgona aperta, cioè quel monstro che cangia in sassi ch’il mira; né però si tramuta in sasso, accioché appaia della sua preminenza un altro segno. terzo, poi, dimostra la sua potenza d’intorno le cose infernali mentre dice quello con battiture castigare la Erinne, invece delle Erinne, cioè quelle Furie infernali, non con altro che con la potenza opprimendole et sdegnandosi. Questo, poi, che sia conosciuto dai Superi dice Statio, affine di far conoscere quello et sotterraneo et prencipe di tutti, che chiamato può constringere gli spiriti beati nei desideri de’ mortali. Il che essi non vorrebbono quello essere conosciuto, perciò dice illicito; perché sapere i segreti d’Iddio non appartiene a tutti, conciosia che se fossero conosciuti la potenza della deità vorrebbe quasi in disprezzo. Oltre di ciò a costui, accioché la liberale et rispettata antichità crescesse per lo rincrescimento della solitudine (come dice Theodontio), aggiunse la Eternità et il Caos, et una famosa schiera di figliuoli. Imperoché vollero lui tra maschi et femine haver havuto nove figliuoli, sì come si dimostrerà più distintamente. Qui era loco da scoprire se alcuna cosa fosse riposta sotto fittione poetica; ma essendo ignudo il sentimento di questa falsa deità, solamente ci resta dichiarare quello che paia voler significare così horrido nome. Risuona adunque, sì come istimo, Demogorgone in greco, latinamente Iddio della terra. Perché, come dice Lattantio, s’interpreta Demon per Iddio et Gorgon per terra, overo più tosto sapienza della terra, essendo spesse volte Demon esposto per sapere o per scienza. O pure, come meglio ad altri piace, Iddio terribile; il che del vero Iddio c’habita in cielo si legge: Santo et terribile il nome di lui. Ma questo per altra cagione è terribile; percioché quello per l’integrità della giustitia ai malfattori nel giudicio è terribile, questo poi a quei c’hanno creduto pazzamente. Finalmente, pria che trattiamo altro de’ figliuoli, ci pare dire alcuna cosa dei compagni.

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ETERNITÀ

SEGUE l’Eternità; la quale non per altro gli antichi diedero per compagna a Demogorgone, eccetto affine che colui ch’era nulla paresse eterno.

Et quello ch’ella si sia lo dimostra col suo nome, percioché con nessuna quantità di tempo non può essere misurata, né con nessuno spatio di tempo disignata; contenendo in sé tutte l’età, et da nessuna non essendo contenuta. Quello che di lei habbia scritto Claudio Claudiano, dove in versi heroici inalza le Lodi di Stilicone, mi piace inchiudervi. Dice egli così:

E da lontano una spelonca ignota,

Inacessibil fino a nostre menti

Dove a penna gli dei ponno arrivare,

Vede la lunga Età stassi la madre

La quale i tempi de la rovinata

Riffa, et avanza, et l’antro in seno abbraccia;

Rendendo tutto quello che consuma

Il serpe con le squame eterno, et verde,

Con benigna deitade; et sì com’egli

Rode la coda con ritorta bocca,

Con quieto trascorrere rilega

Tutti i principii. Siede dell’entrata

La Natura a la guardia d’età lunga

Con grave maestà; da cui dipende

Per tutti i membri suoi spirti volanti;

Et un vecchio, che scrive le ragioni

Stabili e ferme, et che partisce insieme

I numeri a le stelle, e i corsi fermi;

Tutti gli indugi per li quali vive,

Et more il tutto, egli con fise leggi

Giudicando riforma.

Et quello che segue. Indi descritto in questo modo l’antro, così segue:

Habitan qui diverse forme, et tutti

I secoli distinti dai metalli.

Ivi s’ammassa il bronzo, et ivi il ferro,

L’argento in altra parte si fa bianco,

Onde per l’habitar la stanza è bella.

Et quello che va dietro. Onde queste sono quelle cose per le quali istimo, o famosissimo dei Re, che tu puoi considerare con quanto soave stile, benché con lunga et limata oratione, questo Poeta descriva che cosa sia l’eternità, et ciò che si contenga tra quella. Il quale per dimostrare l’eccesso di tutti i tempi dice la spelonca di lei, cioè la profondità del grembo, essere non conosciuta et molto lontana; dove non solamente i mortali, ma a pena i dei vi ponno arrivare, et per questi dei intende le creature che sono nel conspetto d’Iddio. Indi poi dice che quella avanza et rifforma i tempi, accioché dimostri tra quella ogni tempo haver pigliato et pigliar principio, et ultimamente venire al suo fine. Et affine che si veggia con qual ordine, descrive il serpente eternamente verde, cioè, in quanto a lui, che mai non giunge alla vecchiezza; et dice che quello rivolta la bocca verso la coda, la divora, accioché da questo atto habbiamo a capire il giro circolare del tempo che trascorre; percioché sempre il fine d’un anno è principio del seguente, et così sarà mentre durerà il tempo. Del quale essempio ha usato, conciosia che per quello gli Egittii hebbero in usanza, pria che apparassero lettere, descriver l’anno. Seguita poi dicendo questo farsi tacitamente, attento che non se n’accorgendo noi pian piano se ne passa il tempo. La Natura poi piena d’anime circonvolanti, perciò che continuamente infonde l’alme a molti animali; però la descrive dinanzi alla porta dell’Eter[p. 007v]nità, affine che intendiamo che ciò che entra nel grembo dell’Eternità, per starvi poco o molto, con l’operar della natura delle cose v’entra; et così quivi è quasi come portinara.

Et si deve intendere della natura naturata, percioché tutto quello che fa entrare la natura produttrice, mai non esce. Il vecchio poi il quale nell’antro partisce le stelle in numeri credo essere il vero Iddio; non perché sia vecchio, percioché nell’eterno non cade nessuna descrittione d’età, ma parla Secondo il costume di mortali, i quali ancho dicemo i vecchi di lunga età immortali. Costui partisce i numeri alle stelle, accioché intendiamo per opra sua et ordine ch’a noi per certo et ordinato motto delle stelle siano partiti i tempi; sì come per lo circuito del Sole per tutto il cielo habbiamo l’anno intiero, et per l’istessa circonvolutione della Luna il mese, et per l’intiera rivolutione dell’ottava sphera, il giorno. Dei secoli poi ch’ivi dice essere, a pieno si scriverà poi, dove si tratterà degli Eoni.

CHAOS.

IL CHAOS, sì come afferma Ovidio nel principio della sua maggior opra, fu una certa materia adunata et confusa di tutte le cose da essere create.

Percioché così dice:

Inanzi il mare, et prima de la terra,

Et pria del cielo, che ricuopre il tutto

Di natura nel mondo era un sol volto

Chiamato Caos, mole confusa, et roza;

Né altro, eccetto peso fiocco, e vano,

Et adunati semi dell’istesso

Sol per discordia de le cose insieme

Non ben congiunte.

Et quello che segue. Onde questo, o vero questa così spetiosa effigie che mancava di certa forma, volsero alcuni, ma altramente i famosi philosophi, essere stata compagna et già eterna a Demogorgone; acciò che s’a lui alle volte fosse venuto in animo di produr creature non gli fosse mancato materia. Come se non potesse, colui c’havea potuto a diverse cose dar forma, produr materia per darvi forma; veramente egli è da ridersi, ma mi sono deliberato di non riprender nessuno.

LITIGIO, primo figliuolo di Demogorgone.

LASCIATI questi, egli è da passare alla famosa progenie del primo Iddio de’ gentili, del quale volsero che il primo figliuolo fosse il Litigio, percioché dicono che primo fu tratto dal ventre di Chaos pregna, non si sapendo nondimeno il vero padre; del cui allevamento Theodontio recita tal favola. Dice egli che Pronapide Poeta scrive che, facendo ressidenza Demogorgone per riposarsi alquanto nell’antro dell’Eternità, udì un rimbombo nel ventre di Chaos. Per il che mosso et stendendo la mano, aperse il ventre di quello, et trattone il Litigio, che faceva tumulto, perché era di roza et dishonesta faccia lo gittò in aria; il quale subito volò in alto percioché non havea potuto scendere al basso, parendo colui che lo havea tratto del ventre della madre più inferiore di tutte l’altre cose. Chaos poi, lassa per la dura fatica, non havendo alcuna Lucina da chia[p. 008r]mare che l’aiutasse, tutta bagnata et tutta infiammata, mandando fuori infiniti sospiri pareva che si havesse a cangiare in sudore, havendo ella anchora in sé la forte mano di Demogorgone; per cui avenne che, trattogli già il Litigio, gli cavò medesimamente insieme tre Parche, et Pane. Indi, parendogli poi Pane più atto degli altri nelle attioni delle cose, lo fece governatore della tua stanza, et gli diede per serventi le sorelle. Chaos a questo partito, libera del peso, per comandamento di Pane successe nella sedia di Demogorgone. Ma il Litigio, da noi più volgarmente detto Discordia, da Homero nella Iliade è chiamato Lite, et detta figliuola di Giove; la quale egli dice, percioché Giove per colpa sua era stato offeso da Giunone circa la natività d’Euristeo, di cielo in Terra era stata cacciata. Theodontio poi sopra il Litigio adduce appresso molte altre cose, le quali dove meglio <non> [nel] procedere ci parranno da porre, le metterò; onde qui al presente le lascio. Hora hai inteso, inclito Re, la ridicolosa favola; ma siamo già giunti là dove è bisogno levare la corteccia dalla verità della fittione. Ma prima egli è da rispondere a quei che spesse volte dicono, perché i Poeti scrissero le opre d’Iddio, della natura, o vero degli huomini sotto velame di favole? Non havevano altra via? Certissimamente la vi era, ma sì come a tutti non è una istessa faccia, così né ancho i giudici degli animi. Achille prepose l’armi all’otio; Egisto l’otio all’armi. Platone, lasciato tutto il resto, seguitò la Philosophia. Phidia il scolpire statoue col scolpello. Apelle col pennello dipingere imagini. Così, accioché io lasci gli altri studi degli huomini, il Poeta s’è dilettato con favole cuoprire il vero. La cagione del cui diletto Macrobio scrivendo sopra il Sogno di Scipione assai apertamente pare che la dimostri, mentre dice:

Ho detto degli altri dei; et dell’anima non indarno si convertono alle favole per dilettar sé, né altri, ma perché sanno la sua spositione aperta in ogni parte essere inimica della natura; la quale sì come ai sensi degli huomini volgari col diverso suo cuoprire di cose ha levato la cognitione di intenderla, così dai prudenti ha voluto i suoi segreti con favolose descrittioni essere trattati. In tal modo essi misteri di favole con segreti sono aperti, overo accioché tolti via questi la natura si dimostri ignuda di cose tali; ma consapevoli solamente gli huomini saggi del vero segreto con l’interpretatione della sapienza, contenti sono gli altri.

Questo disse Macrobio.

Et, come che molto più si potesse dire, nondimeno istimo a bastanza essersi risposto ai dimandanti. Appresso, honoratissimo Re, egli è da sapere sotto questi figmenti non esservi una sola intelligenza; anzi più tosto si può dire Poliisemo, cioè senso di molte. Percioché il primo senso si ha per corteccia, et questo è chiamato litterale. Altri per le significationi, per corteccia; et questi sono detti allegorici. Et accioché quello ch’io voglia dire più facilmente si capisca, metteremo un essempio. Perseo figliuolo di Giove per figmento Poetico amazzò Gorgone, et vittorioso volò in cielo. Mentre questo si legge Secondo la scrittura, non si piglia altro che il senso d’historia. Se da queste scritture poi si ricerca il senso morale, si dimostra la vittoria del prudente contra il vitio, et il camino alla vertù. Se ancho vogliamo poi allegoricamente pigliare il tutto, ci viene designata l’elevatione della pia mente alle cose celesti, sprezzate le mondane. Oltre di ciò, potrebbe anologicamente esser detto per la favola esser figurato l’ascender di Christo al Padre, vinto il prencipe del mondo. I quai sensi nondimeno, benché siano nomati con diversi nomi, tuttavia si pono chiamar tutti allegorici; il [p. 008v] che per lo più si fa. Percioché allegoria viene detta da Allon, che latinamente significa alieno, overo diverso, et però tutte quelle cose che sono diverse dall’historiale overo letteral senso ponno essere meritamente dette allegorice, sì come già è stato detto. Ma l’animo mio non è Secondo tutti i sensi voler dichiarar le favole che seguono, potendosi assai imaginare di più sensi cavarsene uno, come che alle volte forse ve se n’aggiungano più. Hora con poche parole narrerò quello che istimo Pronapide di ciò haver giudicato. A me pare quello haver voluto designare la creation del mondo Secondo la falsa openione di quelli c’hanno istimato Iddio di composta materia haver prodotto le cose create. Percioché haver sentito Demogorgone nel ventre di Chaos far tumulto, non tengo esser altro che la divina sapienza che movesse quella per alcuna cagione, come sarebbe a dire la maturezza del ventre, cioè l’hora del tempo diterminato essere venuta; et così haver incominciato volere la creatione, et con regolato ordine partire le cose congiunte. Et però haver steso la mano, cioè dato effetto al volere, affine che di una diforme adunanza producesse un’opra formata et ordinata; onde prima degli altri trasse del ventre della affaticata, cioè che sopportava la fatica della confusione, il Litigio, il quale tante volte si leva dalle cose quante, rimosse le cagioni delle cose, a quelle si mette debito ordine. E adunque manifestò egli prima d’ogn’altra cosa haver fatto questo, cioè haver separato quelle cose che erano insieme. Gli elementi erano confusi; le cose calde alle fredde, le secche all’humide, et le liggieri alle gravi contrastavano. Et parendo che la prima attione d’Iddio per ordinare i disordini havesse tratto il Litigio, fu detto primo figliuolo di Demogorgone. Che poi fosse gittato via per la diforme faccia, perché è cosa brutta per lo più il litigare. Indi che volasse in alto, più tosto pare che dia ornamento all’ordine favoloso che voglia significar altro. Oltre di ciò, gittato, et non havendo loco dove in alto si potesse fermare, dimostra quello essere stato levato dalle più inferiori parti del già prodotto mondo, et mandato in luce. Che dagli dei fosse poi di novo cacciato in Terra, scrive Homero che fu per questo, perché per opra di lui Euristeo nacque inanzi Hercole, sì come si dirà al suo luogo. Ma in quanto all’interno senso questo io tengo, che dal movimento dei corpi superiori spesissime volte appresso mortali nascano litigi. Appresso si può dire quello essere stato gittato in terra dai superi, conciosia che appresso i dei superni tutte le cose si facciano con certo et eterno ordine; là dove appresso mortali a pena si trova alcuna cosa esser concorde. Indi quando dice Chaos bagnata di sudore et infiammata mandar fuori sospiri, penso che non istimi altro che la prima separatione degli elementi, accioché per lo sudore sentiamo l’acqua, per gl’infiammati sospiri poi l’aria et il foco, et quei corpi che sono di sopra, et per la grossezza di questa mole, la Terra; la quale subito per consiglio del suo creatore divenne stanza et sedia di Pane.

Di esser nato poi Pane dietro il Litigio, cred’io che gli antichi s’imaginarono in quella separatione d’elementi la natura naturata haver havuto principio, et incontanente alla stanza di Demogorgone, cioè al mondo, essere stata preposta; come se per opra sua, così volendo Iddio, tutte le cose mortali siano prodotte. Le Parche poi nate nell’istesso parto, et date per baile al fratello, istimo essere state finte accioché s’intenda la natura essere stata prodotta con queste leggi accioché procrei, generi, nodrisca, et infine allevi le cose nate; i quali sono i tre uffici delle Parche, ne’ cui prestano continua servitù alla natura, sì come più diffusamente nelle seguenti si dimostrerà.

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PANE, Secondo figliuolo di Demogorgone.

CHE PAN sia stato figliuolo di Demogorgone, già a bastanza di sopra si ha dimostrato. Di cui Theodontio recita tal favola. Dice che quello con parole provocò l’Amore, et venuti insieme a battaglia fu da lui vinto; onde per comandamento del vincitore amò Siringa Nimpha d’Arcadia, la quale essendosi prima fatto beffe dei Satiri, sprezzò ancho il maritaggio di quello. Onde Pan constretto dall’amore, et seguendo quella che fuggiva, avenne ch’ella giunta al fiume Ladone et impedita da quello ivi si fermò, et veggendo non poter schifar Pane, con preghi incominciò dimandare l’aiuto delle Nimphe, per opra delle quali fu convertita in cannelle di paludi. Le cui sentendo Pan per lo movere de’ venti, mentre l’una con l’altra si percoteva, essere canore, così per l’affettione della giovane da lui amata, come per la dilettatione del suono commosso, volentieri tolse di quelle canne; et di quelle tagliatone sei diseguali, compose (come dicono) una fistola, et con quella primo sonò et cantò, come ancho pare che Virgilio dimostri:

Fu il primo Pan; qual dimostrasse insieme

Con la cera congiunger più cannelle.

Et quello che segue. Oltre di ciò, di costui i Poeti et altri famosi huomini descrissero la maravigliosa figura. Percioché, sì come Rabano nel libro dell’Origine delle Cose dice:

Questi inanzi l’altre cose ha le corni fise nella fronte che guardano in cielo; la barba lunga et pendente verso il petto; et in loco di veste una pelle tutta distinta a macchie, la quale gli antichi chiamarono Nebride. Così nella mano una bacchetta, et un instrumento di sette cannelle.

Oltre di ciò lo descrive nei membri più inferiori peloso et hispido, con e’ piedi di capra, et come v’aggiunge Virgilio di facia tra rosso et nero. Rabano istimava questo et Silvano essere tutto uno. Ma il Mantovano <Homero> [Virgilio] gli descrive diversi, dicendo:

Venne Silvano ornato il capo agreste.

Con honore squassando i ben fioriti

Piccioli rami, et i gran gigli appresso.

Et poi subito soggiunge:

Indi vi venne Pan d’Arcadia Dio.

Et altrove:

Pan, col vecchio Silvano, et le sorelle Nimphe.

Et quello che segue. Lasciate adunque queste cose da parte, è da passar più oltre. Et perché sopra Pan è stato detto esservi la natura naturata, quello che volessero fingere dicendo essere stato vinto dall’Amore, facilmente m’imagino potersi vedere. Percioché come subito la natura fu prodotta da esso creatore, tan tosto incominciò operare, et dilettandosi dell’opra sua quella incominciò amare; così, mossa dal diletto, si sottopose all’amore. Siringa poi, la quale dicono essere stata amata da Pan, come diceva Leontio, vien detta grecamente da Sirim, che latinamente suona cantante a Dio. Onde potremmo dire Siringa essere melodia dei cieli o delle sphere, la quale (come piacque a Phitagora) si faceva overo si fa da’ vari movimenti tra sé dei circoli delle spere. Et per consequenza, come cosa gratissima a Iddio et alla natura, dalla natura operatrice viene amata. O vogliamo più tosto Siringa essere (oprando d’intorno a noi i sopra celesti corpi) un’opra di natura armonizata con [p. 009v] tanto ordine che, mentre con continuo tratto è guidata a incerto et diterminato fine, ci faccia un’armonia non punto differente da quella dei buoni cantori; il che è da credere dover esser gratissimo a Iddio. Perché dicessero poi questa Nimpha essere stata d’Arcadia et tramuttata in cannelle, penso perché, come piace a Theodontio, gli Arcadi furono i primi che, imaginatisi il canto, mandando fuori per cannelle lunge et corte il fiato trovarono quattro differenze di voci; indi ve n’aggiunsero tre. Ultimamente, quello che facevano con molte cannelle ritirarono in una fistola con i forami vicini alla bocca del soffiante, con l’imaginatione dei più lontani. Ma dice Macrobio questa inventione di Phitagora essere stata cavata dai colpi dei martelli piccioli et grandi. Giuseppe poi nel libro dell’Antichità de’ Giudei vuole il Iubal, molto più antica inventione, essere stato ritrovamento di Iubalcaim suo fratello al tintinir dei martelli; il quale fu fabbro. Ma perché a’ quei c’hanno finto ha paruto più vero gli Arcadi essere stati gl’inventori, percioché forse in quella età trappassavano gli altri con la fistola, hanno voluto quella essere stata d’Arcadia. Che Siringa poi sprezzasse i Satiri, et Pan fuggendo, et che fossi ritardata dal Ladone, et indi per aiuto delle Nimphe convertita in canna, circa i nostri canti, al mio giudicio nasconde alcuna consideration buona. Perché costei sprezzati i Satiri, cioè gl’ingegni rozzi, fuggì Pan, cioè l’huomo atto et nato alle cose musicali; né veramente fuggì l’atto, ma per istima del desiderante, nella cui prolungatione pare che cessi quello che disia. Questa poi viene fermata dal Ladone, fino attanto che si fornisce l’instrumento da mandar fuori l’opra compiuta.

È il Ladone un fiume s’una ripa, che nodrisce cannelle della sorte che dicono Siringa essersi tramutata, de’ quali poi habbiamo conosciuto la fistola essersi composta. Là onde dobbiamo intendere che, sì come la radice dei calami è infissa nella terra, così ancho l’opra dell’arte della musica, et indi il canto ritrovato, tanto sta nascosto nel petto dell’inventore quanto vien prestato l’instrumento da mandarlo fuori; il che si fa delle cannelle con l’aiuto dell’humidità ch’esce dalla radice. Onde messolo insieme, l’armonia n’esce con l’aiuto dell’humidità dello spirito, ch’eshala. Percioché se fosse secco nessuna dolcezza sonora, ma più tosto un muggito n’uscirebbe, sì come veggiamo farsi del foco mandato per le cannelle. Così in calami pare che sia convertita Siringa, percioché per le cannelle risuona. Oltre di ciò, fu possibile dall’inventor della fistola al primo tratto haver ritrovato le cannelle a questo effetto appresso il Ladone; et così dal Ladone ritenuto. Resta vedere quello che poterono imaginarsi circa l’imagine di Pan; nella cui istimo gli antichi haver voluto descrivere l’universal corpo della natura così delle cose agenti come delle patienti, come sarebbe a dire intendendo per li corni diritti verso il cielo la dimostratione dei corpi sopra celesti, la quale con doppio modo intendiamo, cioè con l’arte per la quale investigando conosciamo i discorsi delle stelle, et per lo cui sentimento sentimo in noi le infusioni. Per l’accesa faccia di lui, l’elemento del foco, al cui istimo che volsero essere da pigliar l’aere congiunto, il qual così congiunto, dissero alcuni esser Giove. Per la barba poi, che dimostra la virilità, giudico haver voluto intendere la virtù attiva di questi due elementi così congiunti, et appresso la loro operatione in terra et in acqua, mentre allungarono quella insino al petto et alle parti più basse. Indi che fosse coperto d’una pelle machiata, lo fecero ac[p. 010r]cioché per quella si dimostrasse la maravigliosa bellezza dell’ottava spera dipinta dallo spesso splendore delle stelle; dalla cui spera, sì come l’huomo è coperto dalla veste, così tutte le cose appartenenti alla natura delle cose sono celate. Per la verga poi m’imagino essere da intendere il governo della natura, per lo quale tutte le cose, massime quelle che mancano di ragione, sono governate, et nelle sue operationi sono ancho guidate a diterminato fine. Aggiunsero a quello la fistola, per designare l’armonia celeste. Che egli circa le parti più basse havesse il ventre hispido et peloso, intendo la superfitie della Terra, dei monti, quella gobba delli scogli, et quella coperta delle selve, dei virgulti et delle gramigne. Altri poi giudicarono altramente, cioè per questa imagine esser figurato il Sole, il quale credettero padre et signore delle cose. Tra quali fu Macrobio. Così vogliono i suoi corni essere inditio della Luna che rinasce, over la faccia rossa l’aspetto dell’aere la mattina et la sera fiammeggiante. Per la lunga barba, i rai d’esso Sole, che calano fino in Terra. Per la macchiata pelle, l’ornamento che deriva dalla luce del Sole. Per lo bastone, overo verga, la potenza et la moderatione delle cose. Per la fistola, l’armonia del cielo conosciuta dal movimento del Sole, sì come di sopra. Credo, Magnanimo Re, che tu vegga come liggiermente la passi nelle spositioni, il che faccio per due ragioni. prima, perché mi confido che tu sia di nobile ingegno, per lo quale tu possa, con ogni piccioli inditii che ti siano dati, penetrare in tutti i profondissimi sentimenti. secondariamente perché egli è da credere alle seguenti. Conciosia che, s’io volessi descrivere tutte quelle cose che si ponno addurre alla spositione di questa favola, parrebbe forse ch’io l’havessi voluto fare per invidia della posterità, et essa sola occuparebbe quasi tutto l’imaginato volume. Il che voglio ancho che sia detto dell’avanzo. Et per ritornare alle lasciate, questo Pan, overo quello che in processo gli Arcadi istimarono istesso con Demogorgone (come è paruto a Theodontio), o che sprezzato quello drizzassero tutte le menti in questo, con sacrificii horrevoli, come sarebbe dire sacrificandoli con sangue humano, anzi dei figliuoli, grandemente adorarono, et lo chiamarono Pana da Pan, che latinamente significa il tutto. Volendo perciò che tutte quante le cose che sono nel grembo della Natura siano concluse, et così che essa sia il tutto. I più giovani poi, percioché le cose rinovate piacciono, chiamarono Pana Liceo. Altri, levatogli il nome di Pan, solamente il dissero Liceo, et alcuni Giove Liceo, istimando per opra della natura, overo di Giove, i lupi lasciare le greggi, de’ quali quasi tutti loro erano molto abondanti. Et così dal cacciar dei lupi pare che meritasse il cognome, percioché in greco il lupo si dice Licos. Ma Agostino dove scrive della Città d’Iddio narra non per ciò essere avenuto che Pan si chiamasse Liceo, anzi per la spessa mutatione degli huomini in lupi che occorreva in Arcadia; il che pensavano non esser fatto senza operatione divina. Oltre di ciò pare che Macrobio habbia voluto intendere Pan non in vece di Giove, ma essere il Sole, percioché il Sole era tenuto per padre di tutta la vita mortale. Conciosia che al levar suo havevano in usanza i lupi, lasciate l’insidie contra i greggi, ritornar nelle selve; così per questo beneficio il chiamarono Liceo.

[p. 010v]

CLOTO, LACHESI ET Atropos, figliuole di Demogorgone.

CLOTO, Lachesi et Atropos, come di sopra dove si ha trattato del Litigio, furono figliuole di Demogorgone. Ma Cicerone chiama queste le Parche, dove scrive delle Nature dei Dei, et dice che furono figliuole dell’Herebo et della Notte. Nondimeno io più tosto m’accosto a Theodontio, il quale dice quelle essere create con la natura delle cose; il che molto più pare al vero conforme, cioè loro essere state coetanee alla natura delle cose. Et queste istesse dove di sopra Tullio le chiama, in singolar, Fato, facendolo figliuolo dell’Herebo et della Notte, io più tosto, havendo rispetto a quello che vien scritto del Fato, accioché dopo seguiti figliuolo di Demogorgone, chiamerollo con questo nome, che è in loco di Parche. Seneca poi nelle Pistole a Lucillo chiama queste Fati, cittando il detto di Cleante, così dicendo:

I Fati traheno quello che vuole et non vuole.

Il che circa non solamente descrive il loro ufficio, cioè esse sorelle guidare il tutto, ma ancho constringere; non altrimenti che se di necessità occorra il tutto. La qual cosa molto più apertamente pare che Seneca Poeta Tragico tenga nelle Tragedie, massimamente in quella il cui titolo è Edippo, dove dice:

Dai Fati siamo constretti ai fati credere. Non ponno le sollecite diligenze cangiare li stami del torto fuso. Ciò che patisce il genere mortale, et ciò che facciamo, la conocchia rivolta alla dura mano di Lachesis, rivolge dal cielo, et serba i suoi decreti. Tutte le cose vanno per troncato sentiero; et il primo giorno ha dato l’estremo. Non le è concesso da Iddio rivolger quelle cose le quali congiunte per sue cagioni correno. Va a colui l’ordine immobile, a cui istima senza nessuna preghiera che noccia haver temuto lui per molte cagioni. Molti vennero al suo fato, mentre temeno i Fati;

et quello che segue. Il che pare ancho che Ovidio giudicasse, quando nel maggior suo volume in persona di Giove dice a Venere:

Tu sola pensi l’invincibil fato

Poter cangiare; se ben entro entrassi

Da le sorelle; dove tu vedrai

Le stanze de le tre d’una gran mole,

Et d’aere i palchi, et di ben fermo ferro.

I quai non temon, né di ciel concorso,

Né di fiume ira, né rovina alcuna;

Così sicuri sono, et ancho eterni

Ivi tu troverai scolpiti i fati

De la prosapia tua, di dur diamante.

Per le quai parole, oltre già la falsa openione, si può considerare queste tre sorelle essere il fato; et come che Tullio habbia distinto i fati in Parche et Fati, volendo più tosto, come istimo, con la divinità dei nomi dimostrar la diversità degli uffici che delle persone. Ma noi di questi tre, ultimamente da esser ridotti in uno, quello che ne sentano alcuni vederemo. Di sopra habbiamo detto queste essere state dedicate dal padre ai servigi di Pane, et ne habbiamo dimostrato la cagione. Fulgentio poi dove tratta dei Mitologii dice quelle essere state attribuite ai voleri di Plutone dio degl’Inferi, et credo affine che sentiamo le attioni di queste solamente impacciarsi d’intorno le cose terrene, perché Pluto s’interpreta terra. Et dice il medesimo Fulgentio Cloto essere interpretata Evocatione, percioché, [p. 011r] gittato il seme di ciascuna cosa, sta in suo potere condur quello di maniera in accrescimento che sia atto a venir in luce. Lachesi poi (come vuole l’istesso) viene interpretata protrattione, cioè guida et allungatione; conciosia che tutto quello che da Cloto è composto et chiamato in luce, da Lachesi viene raccolto et allungato in vita. Ma Atropos dall’A, che significa senza, et Tropos, che è conversione, o vogliamo dire tramutatione, viene ad essere interpretata senza conversione; attento che ogni cosa nata subito che da lei è conosciuta essere giunta al termine a sé prima segnato conduca a morte. Dalla quale per opra naturale non è poi nessuna conversione. Apuleio poi Medaurese Philosopho di non minor auttorità di queste nel libro da lui chiamato Cosmographia così ne scrive:

Ma sono tre i Fati per numero, che oprano con la ragione del tempo, se tu rifferisci la potenza di questi alla assimiglianza del medesimo tempo. Percioché quello che nel fuso è compiuto ha spetie del tempo passato; quello che si torze nei diti significa li spatii del momento presente; et quello che anche non è tratto dalla conocchia et sottoposto alla cura dei diti, pare che mostri le cose avenire del futuro et consequente secolo. A questi ha toccato tale conditione et proprietà dei loro nomi. Che Atropos sia il fato del tempo passato, il che veramente Iddio non sarà non fatto, del tempo futuro; Lachesi poi cognominata dal fine, percioché ancho Iddio ha dato il suo fine alle cose che hanno a venire. Cloto ha cura del tempo presente, acciò persuada ad esse attioni; affine che la cura diligente non manchi a tutte le cose.

Questo dice Apuleio. Sono appresso di quelli che vogliono Lachesi essere quella che noi chiamiamo Fortuna, et da lei essere maneggiato tutte quelle cose che s’appartengono a’ mortali. Ma quello che tengano gli antichi del fato, come che non siano molto differenti dai precedenti, hora parmi da vedere. Dice adunque Tullio del fato, nel libro ch’egli scrisse della Divinatione, in questo modo:

Chiamo il fato quello ch’i Greci marmedine, cioè ordine et capo delle cause, partorendo la causa di sé la causa; et quella è la verità sempiterna che abonda d’ogni eternità; il che così essendo, non ha per avenire alcuna cosa della cui la natura non contenga le cagioni ch’oprano l’istesso. Onde s’intende che il fato sia non quello che superficiosamente, ma quello che Philosophicamente vien detto causa eterna delle cose, per la quale si sono fatte le cose passate, si fanno quelle che sono, et quelle che seguiranno sono per essere.

Questo dice Cicerone. Boetio Torquato poi, huomo studiosissimo et catholico, dove scrisse della Consolatione Philosophica, altercando diffusamente sopra questa materia con la Philosophia maestra delle cose, tra l’altre cose dice del fato così:

La generatione di tutte le cose, et tutto il progresso delle nature mutabili, et ciò che si move ad alcun modo, opra et seguita le cause, gli ordini, et le forme Secondo la stabilità della mente divina. Questa, composta nella Roccha della sua semplicità, ordinò diverso modo nell’essequire le cose; il qual modo, riguardandosi con essa purità di divina intelligenza, viene detto Providenza. Quando poi egli vien rifferito a quelle cose che move et dispone, dagli antichi è chiamato fato.

Queste cose dice Torquato. Potrei ancho descrivere quello che Apuleio nella Cosmographia diterminò del fato, et appresso l’openioni d’altri; ma perché istimo assai essersi detto, brevemente descriverò perché le Parche, o il Fato, overo i Fati siano detti figliuoli di Demogorgone o dell’Herebo, [p. 011v] overo della Notte. Havendo spesso ad occorrere per l’avenire, et essendo già nelle precedenti cose accaduto, che il causato sia detto figliuolo del causante, possiamo al presente dire queste tre sorelle, chiamate con diversi nomi, figliuole d’Iddio, come da lui causate; il quale è prima cagione delle cose, come a bastanza per le parole poco dianzi di sopra di Cicerone et Torquato si può vedere. Questo Iddio, come è stato detto, gli antichi chiamarono Demogorgone. Che poi dell’Herebo et della Notte, come dice Tullio, siano nate, si può produrre tal ragione. L’Herebo è un loco (come più apertamente si dimostrerà nelle cose seguenti) della Terra profondissimo et nascosto, il quale allegoricamente possiamo torre per la profondità della divina mente, nella cui occhio mortale non può penetrare; et la divina mente, come sé stessa veggendo, intendendo quello havesse a fare producesse indi queste, havendo a fare con la natura delle cose; onde a bastanza possiamo dire essere nate dall’Herebo, cioè dal profondissimo et interno segreto della divina mente. Figliuole poi della Notte si ponno dire in quanto a noi, percioché tutte quelle cose nelle quali la luce degli occhi nostri non può penetrare chiamiamo oscure, et simili alla notte quelle che mancano di luce. Così noi adombrati da mortal nebbia non potendo passare con l’intelletto all’intrinseco della divina mente, essendo quella in sé chiarissima, et splendente di viva et sempiterna luce, attribuiamo il vitio a lei col nome del nostro habito, chiamando notte il giorno chiaro. Et così saranno figliuole della Notte, o vogliamo dire, perché ci sono nascoste le loro dispositioni le chiamiamo oscure et figliuole della Notte. Dei nomi propri egli s’ha detto di sopra; degli appellativi, si dirà. Chiama adunque Tullio queste Parche come pens’io per Antifrasim, percioché non perdonano a nessuno; conciosia che appresso loro non è nessuna eccettione di persone. Solo Iddio può calcare et rivolgere le sue forze et ordine. Fato poi, o vero fati, è nome tratto da for faris, quasi che vogliano quelli che l’imposero tal nome che da quelle adunq. di maniera quasi irrevocabile sia detto, o vero previsto; come per le parole di Boetio assai si comprende, et come ancho pare che tenga Santo Agostino dove parla della Città di Dio. Ma egli rifiuta il vocabolo, avisando che, se alcuno chiamerà la volontà o la potenza d’Iddio con nome di fato, sia sententiato a lasciarvi la lingua.

POLO, sesto figliuolo di Demogorgone.

DICONO appresso Polo essere stato figliuolo di Demogorgone; et questo nel suo Protocosmo afferma Pronapide, che di lui recita tal favola. Dicendo che, stando appresso l’onde nella sua sedia Demogorgone, et del fango che n’usciva compose una massa da lui chiamata Polo, il quale sprezzato le caverne del padre et la pigritia se ne volò in alto; et essendo ancho una mole, nel volare crebbe in così gran corpo che circondò tutte quelle cose che per inanzi dal padre erano state composte. Ma né ancho havea nessuno ornamento; quando stando d’ intorno al padre che fabricava il globo della luce, et veggendo molte faville accese per le colpi dei martelli che qua et là volavano, allargato il grambo tutte le raccolse et portolle nella sua stanza, adornandola tutta di quelle. Havrei, Inclito Re, di che ridermi veggendo così di[p. 012r]sutile ordine del composto mondo; ma inanzi ho protestato non voler biasimare alcuna cosa. Seguita adunq. nel resto Secondo quei che vogliono l’openione di Pronapide, che di terra inclusa dalla mente divina in Terra essere stata prodotta, mentre dice il Polo; il quale io intendo il cielo di terra estesa essere fatto et ridotto in grandissimo corpo ch’abbraccia il tutto. Che poi di faville ch’uscivano dalla luce ornasse la sua casa, istimo ciò essere insteso perché, splendendo i raggi del Sole, le stelle locate in cielo, per natura mancando di sua luce, siano fatte splendenti. Il Polo poi vien detto, come penso, da alcune sue parti più appartinenti, percioché è chiaro, Secondo che l’Honorato Andalone mio precettore et gli antichi auttori d’Astrologia affermano, tutto il cielo essere fermato sopra due Poli; l’uno de quali, il più vicino a noi chiamano Artico, et l’opposito Antartico. Nondimeno alcuni chiamano questo Poluce; ma non ne trovo la cagione.

PHITONE, settimo figliuolo di Demogorgone.

PHITONE (per testimonio di Pronapide) fu figliuolo di Demogorgone et della Terra, della cui natività egli recita tal favola. Dice che Demogorgone fastidito dal rincrescimento della continua nebbia ascese i monti Acrocerauni, et da quelli trasse una troppo grande et infiammata mole; et prima con forfici d’ogn’intorno la tondò, indi col martello la fermò nel monte Caucaso. Dopo questo la portò di là dal Taprobane, et sei volte bagnò quel lucido globo nell’onde, et altrettante lo girò d’intorno per aria. Et uesto fece accioché per lo girare mai non si potesse sminuire, né manchare dalla rugginezza dell’età, et affine che ancho più leggieri fosse portato per tutto. Il quale subito levandosi in alto entrò nella stanza del Polo, et empì tutta la stanza del padre di splendore. Poi per le immersioni sue l’acque pria dolci pigliarono l’amarezza del salso, et l’aere cacciato dai giri fu fatto a capire i raggi della luce. Orpheo poi, il quale fu antichissimo di quasi tutti i Poeti (come Latantio scrive nel libro delle Divine Institutioni) ha creduto questo Phitone essere il primo grandissimo et vero Iddio, et da lui essere stato prodotto et creato tutte le cose; il che forse in questa opra gli havrebbe dato il primo loco, havendo così degno testimonio, se esso istesso Orpheo poco considerando (come istimo), o vero perché non potesse imaginarsi alcuno non essere stato generato, non havesse scritto:

Prothogonus Phiton perimeteos neros, et iios ,

che in verso suona: "Nacque in principio Phiton d’Aere lungo." Così non viene ad essere primo, sì come di sopra havea detto, essendo generato dall’Aere. Oltre di ciò Lattantio, dove di sopra lo chiama Phaneta. Ma l’ordine già pigliato ricerca che noi veggiamo quello che contenga la fittione; il che si vedrà quasi da sé, dichiarato c’havremmo il senso dei nomi. Uguccione nel libro dei Vocaboli dice Phitone essere il Sole, et haversi acquistato tal nome dal serpente Phitone da lui amazzato. Così ancho Paolo nel libro da lui chiamato delle Collettioni dice Phanos, overo Phaneta esser l’istesso che apparitione. Così ancho Lattantio chiama questo Phitone, il qual nome benissimo si conviene al Sole. Percioché egli è quello che levando appare, et cessando lui non sarà nessuna apparitione d’altre creature mortali, o vero ancho di stelle. Adunque Pronapide [p. 012v] vuol dimostrare la creatione del Sole, circa la quale, accioché consegua la sua openione, quelli che vogliono tutte le cose create di terra induce Iddio, overo la divina mente della Terra, dagli Acrocerauni monti haver tolto la materia, istimando egli la terra infiammata essere più atta a componere un lucido corpo. Che poi con forfici tondasse questa mole, intendo la divina arte; per la quale di maniera il globo del Sole è fatto talmente sperico, che per nessuna cosa soprabondante la sua superfitie è gobba. Medesimamente ancho il martello può essere chiamato intento del sommo artefice, col quale nel monte Caucaso, cioè nella sommità del cielo, di maniera formò quel corpo solido et fermo, che da nessuna parte pare che non si possa sminuire né consumare. Indi dice quello essere stato portato di là dalla Taprobane, affine di dimostrare dove si pensi essere stato creato. Taprobane è una Isola dirimpeto alla foce del fiume Gange, dalla cui parte nell’Equinotio a noi nasce il Sole; et così pare che voglia essere composto in Oriente. Dice poi che sei volte fu ivi tuffato nell’onde, immitando le attioni del fabbro; il quale per indurare il ferro bollente lo caccia nell’acqua. Et in ciò giudico che Pronapide habbia voluto mostrare la perfettione et eternità di questo corpo. È poi il sei numero perfetto, che si fa con tutte le sue parti compiute; onde vuole che intendiamo la perfettione dell’artefice et dell’artificiato. Indi che lo girasse d’intorno sei volte, istimo che per lo numero perfetto del giro habbia voluto descrivere il suo motto circolare, et che non manca; dal cui mai non si trova egli haver mancato né essere restato. Che poi, per haver bagnato il grande et infiammato corpo, le acque prima dolci siano divenute amare, penso non essersi detto per altro se non affine di dimostrare che per lo continuo percuotere degli ardenti raggi del Sole nell’acque del mare che quella superficie di sopra via dell’acqua marina sia divenuta salsa, come vogliono i Phisici.

TERRA, ottava figliuola di Demogorgone, la quale di non conosciuti padri partorì cinque
figliuoli, cioè Notte, Tartaro, Fama, Thaigete et Antheo. La Terra, come di sopra si è veduto,
fu sedia et figliuola di Demogorgone; della quale Statio nella Thebaide così scrive:

O eterna madre d’huomini, et di dei;

Che generi le selve, i fiumi, e tutti

Del mondo i semi, d’animali, et fiere;

Di Prometheo le mani, e insieme i sassi

Di Pirra; et quella fosti; la qual diede

prima d’ogn’altra gli elementi primi;

Et gli huomini cangiasti; et che camini,

Et il mare guidi, onde a te intorno siede

La queta gente degli armenti, et l’ira

De le fiere; e il riposo degli uccelli.

Et appresso del mondo la fortezza

Stabile, e ferma, et del ciel d’Occidente

La machina veloce, et l’uno et l’altro

Carro circonda te, ch’in aere vuoto

Pendente stai. O de le cose mezzo,

Et indivisa ai grandi tuoi fratelli.

Adunque insieme sola a tante genti,

Et una basti a tante alte cittadi,

Et popoli di sopra, ancho di sotto;

 [p. 013r]           Che senza sopportar fatica alcuna

Atlante guidi; il qual pur s’affatica

Il cielo sostener, le stelle, e i dei.

Et quello che segue. Ne’ quai versi certamente a pieno si dimostra l’opra et le lodi della Terra; della cui generatione havendone detto di sopra dove si ha parlato del Litigio, parmi più non essere bisogno dirne altro. Nondimeno gli antichi la chiamarono moglie di Titano, et che di lui partorisce alcuni figliuoli, come è stato dianzi mostrato; et dal nipote Oceano, et dall’infernal Fiume Acheronte et ancho da altri non conosciuti, come si mostrerà al loco suo. Oltre di ciò la chiamarono per molti nomi, come sarebbe a dire Terra, Tellure, Tellumene, Humo, Arrida, Buona Dea, Gran Madre, Fauna et Fatua. Ha oltre di ciò costei con alcune dee i nomi comuni, perché si chiama Cibele, Berecinthia, Rhea, Opis, Giunone, Cerere, Proserpina, Vesta, Isis, Maia et Media. Ma quello che d’intorno i predetti volsero intendere i Theologhi, è homai da vedere. La chiamano moglie di Titano, che è il Sole, percioché il Sole in lei opra come in materia atta a produrre ogni sorte d’animali, metalli, pietre pretiose et simili cose. Alcuni vogliono Titano essere stato un huomo di gran potere, et chiamato marito della Terra perché possedeva molto terreno, et hebbe figliuoli di tanta maravigliosa fortezza et grandezza di corpo che parevano nati non di donna, ma di molto maggior corpo, come sarebbe della Terra. Et per giungere ai nomi, dice Rabano nel libro dell’Origine delle Cose la Terra essere detta con questo nome da terrendo, percioché cuopre quello che s’appartiene alla superficie sola; Tellus poi, come l’istesso testimonia, è detta percioché da quella togliamo i frutti. Ma Servio dice Terra essere quella che si cuopre, et Tellus la Dea. Et altrove dice Tellus essere la Dea, et terra l’elemento; ma alle volte l’una si mette per l’altra, sì come Vulcano per lo fuoco et Cerere per lo fromento. Tellumene poi, com’io per congiettura posso capire, dissero quella parte della terra la quale non si cuopre, né è buona per radici di gramigne o d’arbori, percioché è molto più inferiore di quella che si dice Tellure. Humo poi, Secondo Rabano, è chiamata quella parte della terra che ha molta humidità, come è propinqua ai paludi et ai fiumi. Chiamarono ancho Arrida la terra; non perché il creatore dalla creatura sua così la nomasse, affine di mostrare la sua vera complessione, ma percioché si ara. Ma Buona Dea, per testimonio di Macrobio ne’ Saturnali, fu detta così essendo causa a noi di tutti i beni al vivere; percioché nodrisce le cose che producono, serba i frutti, dà l’esche agli uccelli, i paschi ai bruti, de’ quali ancho noi siamo nodriti. Gran Madre poi, Secondo Paolo, volsero che si chiamasse pensandosi che fosse creatrice del tutto. Ma io istimo perché come pia madre con sua grandissima abondanza nodrisce tutte le cose mortali, et nel suo grembo raccoglie tutte quelle che muoiono. Perché poi la dicessero Fauna, Macrobio nel libro dei Saturnali il descrive dicendo che favorisce ad ogni uso degli animali; il che è di maniera chiaro che non fa mistieri dichiararlo con lettere. Fatua dice che è detta a fando, come vogliono gli antichi, che significa dal parlare; conciosia che i fanciulli da essere partoriti non prima hanno voce o la mandano fuori che non tocchino quella. I quai nomi veramente con gli altri nomi sono comuni; dove nelle seguenti cose, facendone mentione, s’intenderanno tutto uno. Ma verremo a dichiarare dei figliuoli, i quali dicono ella haver partorito di padre incerto.

[p. 013v ]

NOTTE, prima figliuola della Terra.

DICE Paolo, d’incerto padre la Notte essere stata figliuola della Terra. Della quale Pronapide recita tal favola, cioè quella essere stata amata da Phanete pastore; il quale ricercandola per sposa alla madre, et quella volendoglila dare, ella rispose che non voleva un huomo non conosciuto, da lei non mai veduto, et sentito ricordare per huomo molto differente da’ suoi costumi, onde più tosto voler morire che a lui maritarsi. Di che sdegnato Phanete, di inamorato se le fece inimico, et seguendola per amazzarla ella si congiunse con l’Herebo, non havendo ardire apparrire dove fosse Phanete. Dice appresso Theodontio che Giove a costei concesse la carretta da quattro ruote, conciosia che gli era stata favorevole mentre inanzi giorno andava a ritrovare Alcmena. Oltre di ciò, come che sia fosca, la ornarono d’una sopravesta dipinta et lucente, et ciò in sua lode, et affine che in parte dimostrasse il suo effetto. Statio nella Thebaide canta questi versi:

Notte, ch’abbracci tutte le fatiche

Del cielo, et de la terra; et oltre mandi

L’ardenti stelle con trascorrer lungo.

Cercando riparar l’animo fiero;

Mentre Titano agli animali infermi

Vicino infonde i parti suoi veloci.

Et quanto va dietro. Ma hora veggiamo quello che di vero in sé tengono le favole coperto. Dicono prima quella essere figliuola della Terra senza conoscimento di padre certo; il che istimo perché la Terra per la densità del suo corpo opra che i raggi del Sole nella parte opposta a quelli non possano penetrare, così per causa della Terra si fa l’ombra così grande quanto spatio viene occupato dalla metà del corpo della Terra. La cui ombra viene chiamata notte; et così come causata dalla Terra, et non da altra cosa, viene istimata solamente figliuola della <notte> [Terra], senza haver padre certo né conosciuto. Che poi fosse amata da Phanete Pastore, credo deversi intendere a questo modo. Io penso Phanete essere il Sole, et però detto pastore, conciosia che per opra sua tutte le cose viventi si pascano. Che amasse la Notte, istimo essere finto attento che egli, desiderando come cosa da lui amata veggerla, con veloce corso la segue, et pare che seco si voglia congiungere. Quella poi lo rifiuta, né con men veloce passo quello fugge di ch’egli la segua. Conciosia che i costumi loro sono differenti, imperoché egli alluma, et ella oscura. Né indarno dice che se la giunge la vuol far morire, dissolvendo il Sole con la sua luce ogni oscurità; così le diventa inimico. Indi la Notte si congiunge con l’Herebo, cioè con l’Inferno, nel cui non penetrando giamai i solari raggi la notte vive et sta sicura. Che poi prestasse favore a Giove, la favola il manifesta, come si vede in Plauto nell’Amphitrione. Percioché essendo andato Giove la mattina nell’alba a ritrovare Alcmena, la Notte, per prestargli favore, come se incominciasse dopo il tramontar del Sole durò in lunga oscurità, per la qual cosa meritò il carro da quatro ruote; per lo cui continuo giro che fa della Terra intendo le quattro ruote, de’ quai sta il caro voler significare i quattro tempi della notte che solo serveno al notturno riposo. Macrobio nel libro de’ Saturnali partisce la notte in sette tempi, il primo de’ quali incomincia dal[p. 014r]l’entrar del Sole et chiamasi crepusculo da crepero, che significa dubbio, conciosia che pare che si dubiti se sia da concedere al giorno passato o alla notte vegnente; et questo non diserve alla quiete. Il Secondo poi, quando è oscuro, si chiama prima face, conciosia che alhora si accendono i lumi; né questo è commodo al riposo. Il terzo, quando la notte è già più densa, et allhora si dice intempestiva notte, perché quel tempo non è atto a nessuna operatione. Il quinto si noma Gallicinio, conciosia che dal mezzo suo in poi, venendo la notte verso il giorno, i galli cantano. Il sesto è detto conticinio, già vicino all’aurora, et così si chiama perché alhora per lo più il riposo è grato, et per ciò tutte le cose stanno quete et ferme. Et questi quattro termini s’attribuiscono alla quiete. Il settimo si chiama Diluculo, così detto dal giorno che già luce, nel cui tempo gl’industriosi si levano per fatti suoi; et il quale non è punto atto al sonno. Et così tante sono le ruote del carro della notte quanto in lei sono i tempi che solamente serveno al riposo. Overo vogliamo a guisa di nocchieri o di guardie de’ castelli partire la notte in quattro parti, cioè nella prima, nella seconda, terza et quarta vigilia della notte. Così verremo a fare quattro ruote del carro di tante vigilie. Che poi sia vestita di veste dipinta, facilmente si può vedere quella significare l’ornamento del cielo, del quale siamo coperti. La notte ancho, come dice Papia, così si chiama perché nuoce agli occhi, conciosia che toglie a quelli l’ufficio di vederci, imperoché di notte non ci veggiamo. Nuoce appresso perché è mal atta alle operationi; imperoché leggiamo:

Odia la luce quel, ch’opera male .

Onde segue che ami le tenebre come più atte al mal fare. Et dice ancho Giuvenale:

Per gli huomini scannar levan di notte

I ladroni, etc..

Oltre di ciò Homero nella Iliade la chiama donatrice dei dei, accioché conosciamo che la notte quei di grand’animo rivoltano grandissime cose nei loro petti. Nondimeno la notte, poco atta a tai cose, aggreva gli spiriti infiammati, et constringe quelli come domati fino alla luce. Hebbe appresso, costei, sì dal marito come da altri, molti figliuoli, come si narrerà nelle seguenti cose.

LA FAMA, seconda figliuola della Terra.

Piace a Virgilio, poeta d’ingegno divino, la Fama essere stata figliuola della Terra, mentre nell’Eneida dice:

Quella la Terra partorendo irata

Per sdegno de li dei, sorella estrema,

(Come dicon) d’Enchelado, et di Ceo

Generò pure ,

et quello che segue.

Di costei, accioché appaia la cagione della sua origine, da Paolo è recitata tal favola; che per ingordigia di regnare essendo nata guerra tra i Giganti Titani figliuoli della Terra et Giove, si venne a questo, che tutti i figliuoli della Terra ch’erano contrari a Giove fossero amazzati et da Giove et dagli altri Dei. Per la cui doglia la Terra sdegnata, et di vendetta ingorda, non essendo bastanti l’arme sue contra così potenti nemici, affine di oprare quel male che per lei si potesse con tutte le forze, constretto l’utero suo mandò fuori la Fama, riportatrice delle scelerità degli dei. Poscia, di costei descrivendo Virgilio la statura et l’accrescimento, così dice:

p. 014v

La Fama è un mal, di cui non più veloce

È nessun’altro, et di volubilezza

Sol vive, et caminando acquista forze;

Picciola al timor primo, et poi s’inalza

Fino a le stelle, et entra ne la terra,

Et tra i nuvoli anchora estende il capo.

Et poco da poi soggiunge:

Et veloce de’ piedi, et liggier d’ale;

Un monstro horrendo et grande; al quale quanto

Sono nel corpo piume son tanti occhi

Di sotto vigilanti, et tante lingue,

(Maraviglia da dire) et tante bocche

Suonano in lei, et tante orecchie inalza.

Vola di notte in mezzo’l ciel stridendo

Et per l’ombra terrena; né mai china

Gli occhi per dolce sonno; et siede il giorno

A la guardia del colmo d’alcun tetto,

O sopra d’alte, et eminenti torri,

Le gran città smarrendo; et sì del falso

Come del vero è messaggier tenace.

Senti adunque, eccelso Re, con quanto ornamento di parole, con quanta eleganza et con quanto suco, benché in molto stretta fintione, Virgilio si sforsi mostrare et dimostri quali siano le sue attioni; veramente che lo senti. Ma accioché quelli che (oltre di te) sono per leggere le veggiano un poco più estese, a me piace esporre alquanto, lasciando nondimeno da parte quello che si voglia la favola di Paolo. Dice adunque primieramente la Terra sdegnata per l’ira delli dei; il che circa per gli irati dei, intendo l’opra delle stelle d’intorno alcune cose. Perché le stelle, overo i corpi sopra celesti, senza dubbio oprano in noi per la potenza a loro dal creatore conceduta, Secondo le dispositioni di quelli che ricevano li loro influssi. Et di qui nasce che un fanciullo o un giovanetto cresce per opra sua. Quando poi venendo vecchio si declina, et mai non si disgiunge dalla ragione dell’ottimo governatore, mai non oprano alcuna cosa che non paiano al falso; et subito, giudicio di mortali, haverla fatta con sdegno, come sarebbe quando guidano al suo fine un Re giusto, un felice Imperadore et un valoroso soldato. Et perciò disse Paolo i dei sdegnati perché amazzarono quegli huomini Illustri, i quali gli huomini istimavano degni da essere fatti eterni. Ma che segue da questo; la Terra per tal opra chiamata ira degli dei si sdegna, et questa Terra s’intende l’huomo animoso, percioché tutti siamo di terra. Et a che si move ella ad ira, affine di partorire la Fama vindicatrice della futura morte, cioè che opri quello per lo quale la fama del suo nome nasca; accioché per ira degli dei essendo caduto il suo nome, per opra della fama degli oprati meriti sopraresti, contra il voler ancho di quelli che amazzaando l’huomo si sono sforzati in tutto levarlo dalla memoria. Al che ci essorta ancho noi l’istesso Virgilio, mentre dice:

A ciascun sta il suo giorno; et hanno tutti

Di vita breve, e irreparabil tempo.

Ma la fama inalzar coi propri fatti;

Quest’è di virtù sola ingegno, et opra.

Ma chiama Virgilio questa fama di sopra un male, percioché per acquistarla con dritto passo tutti non vi concorriamo. Conciosia che per lo più veggiamo i sommi sacerdotii essere occupati con inganni, per frodi ottenersi le vittorie, per violenza possedersi i prencipati, et tutte quelle cose lecitamente et illecitamente essere acquistate che sogliono inalzare i nomi in luce. Attento che, se si opra virtuosamente, alhora non si chiama vivendo la fama vivere un male. Ma non propriamente ha parlato l’Auttore, usando per l’infamia il vocabolo della fama. Conciosia che, se guarderemo la fittione, overo più tosto la cagione del figmento, a bastanza conosceremo da quella essere seguita la infamia, et non la fama. Appresso dice [p. 015r] questa nella prima paura picciola, et così è. Imperoché, come che i fatti siano grandi, da’ quali nasce, pare c’habbia principio da una certa tema degli ascoltanti, attento che sempre siamo mossi dal primo sentire di alcuna cosa; et se ci piace habbiamo paura che sia falsa, se poi ci spiace, medesimamente temiamo che sia vera. Poi s’inalza in aere, cioè vola in ampliarsi per lo parlare delle genti; o vero si caccia tra gli huomini mediocri, et indi va per la terra, cioè tra il vulgo et i plebei. Allhora poi nasconde il capo tra i nuvoli, quando si trasferisce ai Re et ai maggiori. È ancho veloce d’ale perché, com’egli istesso dice, nessun’altra cosa non è più veloce. L’afferma gran monstro et horribile per rispetto del corpo che a lei descrive, volendo in questo che tutte le sue piume (chiamandola uccello per lo suo veloce movimento) habbiano effigie d’huomo, non ad altro fine eccetto che perciò s’intenda che ciascuno che parli d’alcuna cosa aggiunga una penna alla Fama; et così di molti, essendo molte le piume degli uccelli, et non di poche si fa la fama. Overo più tosto chiama questa horribil monstro perché quasi mai non può essere vinto. Conciosia che quanto più alcuno cerca opprimerla, tanto più diventa maggiore; il che è cosa monstruosa. Dice appresso tutti i suoi occhi essere vigilanti, attento che la fama non risuona se non da persone vigilanti. Percioché se il parlamento sta queto et dorme, la fama si converte in niente. Che poi la notte voli in mezzo il cielo, il dice perché spessissime volte s’è ritrovato la sera essere avenuto alcun fatto che la mattina ancho in lontanissime parti si ha saputo, non altramente che se la notte fosse volata. Overo, che dice questo affine di mostrare la vigilanza dei cianciatori. Indi fa che il giorno ella sieda guardiana, per dimostrare che per le sue nove si mettano guardie alle porte delle terre et delle città, et sopra le torri ad eccittare i guardiani, overo a far la scorta di lontano. Et non distinguendo il falso dal vero, è contenta rifferire tutte le cose per vere. La cui stanza appresso nel suo maggior volume così descrive Ovidio:

Tra terra mare, et il celeste clima

Vicino a mezzo il mondo è un ampio loco

Da cui si vede quanto in quello è posto,

Benché lontani sian tutti i paesi;

Dove ogni voce penetra le cave

Per fino al cielo. Ivi la Fama tiene

Il seggio suo, e in quella roccha elesse

Entrate innumerabili, et aggiunse

Mille forami ai tetti, et non rinchiuse

D’alcuna porta i muri; anzi dì e notte

Sta sempre aperta; et tutta è fabricata

Di bocche risonanti; et tutta freme,

Et riporta le voci, e ogn’hor palesa

Quello ch’ell’ode. Entro non v’è riposo,

Né alcun silentio da nessuna parte

Non solo v’è gridar, ma un mormorare

Di bassa voce, come propio quello

Che da l’onde del mar suol esser fatto;

Se di lontano alcun fremer lo sente.

Overo qual’è il suono, alhor che Giove

Fende l’oscure nubi, onde si fanno

Gli estremi tuoni, et occupa i theatri

La turba; e il liggier vulgo vassi, e viene

Insieme seminando varie cose;

Et vere, et false; et van volando insieme

Mille parole da rumor confuse,

Di quali empiono questi coi parlari

L’orecchie vuote. Rifferiscon questi

Le cose udite ad altri, et cresce appresso

La misura del finto, e il novo auttore

Sempre n’aggiunge alcuna a l’altre intese.

Ivi sta la credenza, ivi l’errore [p. 015v]

Bugiardo, et temerario; ivi la vana

Letitia, et ivi le abbattute teme,

La nova sedition (senza sapersi

Chi de l’invention ne sia l’auttore)

Ella, ciò che si faccia in cielo, e in mare

E in terra vede, et tutto il mondo cerca.

Et quello che va dietro. A bastanza anco ai poco ammaestrati queste cose sono palesi. Et però quello che voglia Paolo, mentre aggiunge alla favola la Fama essere stata generata affine di palesare le cose dishoneste degli dei, resta che dichiariamo. Il che non istimo voler significar altro eccetto che, non potendo i minori con le forze de’ maggiori contrastare, si sforzano con l’infamarli con parole vindicarsi. Volsero poi ch’ella fosse figliuola della Terra, perché la fama non nasce da altro che dalle attioni oprate in terra. Che ancho sia senza padre non è stato detto senza ragione, attento che, sì come spessissime volte delle cose oprate dalla fama, de le quali per lo più, Secondo che sono falsissime, non se ne sa l’inventore, colui che fosse ritrovato potrebbe essere descritto in loco di padre.

TARTARO, terzo figliuolo della Terra.

AFFERMA Theodontio Tartaro essere stato figliuolo della Terra, senza padre. Dice Barlaam che costui pigro et da poco giace ancho nel ventre della madre; percioché, volendolo partorire et chiamando in suo aiuto Lucina, ella non volse esserle favorevole al parto, là onde partorì poi la Fama per vergogna delli dei. Questo figmento ha pigliato materia dallo effetto, non perché Lucina non fosse per dar favore a quello che era per nascere, overo al parto avenire; conciosia che gli antichi s’imaginarono d’intorno il centro della Terra essere un loco molto cavo dove l’anime nocenti erano tormentate, come a pieno dimostra Virgilio nel discender d’Enea all’Inferno. Questo vogliono esser detto Tartaro; et Secondo Isidoro delle Ethimologie così chiamato dal tremor del freddo. Percioché ivi né mai raggio di Sole vi puote penetrare, né v’è alcun movimento d’aere per lo quale possa scaldarsi. Che poi nel ventre della madre si faccia da poco, assai si conosce perché non può ascender di sopra; et se vi ascendesse, non sarebbe più Tartaro. Impropriamente è poi chiamato figliuolo della Terra; percioché, come che una donna l’habbia conceputo, nondimeno s’un conceputo non sarà venuto in luce, di ragione non si potrà dire figliuolo. È nomato ancho senza padre conceputo, accioché crediamo il corpo della Terra haver concavitadi. Non siamo già però certi si havesse origine della creatione, overo dal seguito dopo la creatione. In testimonio delle predette cose dice Virgilio:

Esso Tartaro sta due volte tanto

In profondo sepolto sopra l’ombre

Quanto di sopra è l’aspetto del cielo

Verso la Terra d’ogn’intorni in alto.

Indi segue:

Qui l’antica progenie de la Terra

(Di Titan prole) da folgor percossa

È rivoltata nel profondo centro.

Et quello che va dietro.

[p. 016r]

TAGETE, quarto figliuolo della Terra.

TAGETE, come affermarono i gentili, et massimamente Thoscani, senza cognitione di padre fu tenuto figliuolo della Terra. Di cui rifferisce Paolo Perugino che, essendosi alquanto gonfiata la terra appresso Thoscani nel campo tarquinese, quel villano del quale era il campicello, commosso dalla novità della cosa, desideroso di vedere ciò che volesse mostrare quella gonfiezza stette alquanto ad aspettare; finalmente divenuto impatiente, un giorno tolse una zappa et incominciò pian piano a cavar quel loco. Né molto penetrò ch’eccoti da quelle glebe uscire un fanciullo; per lo cui monstro smarrito l’huomo rozo chiamò i circonvicini. Né molto da poi questi, che poco dianzi era stato veduto fanciullo, fu visto d’età compiuta, et indi a poco vecchio. Poi havendo insegnato agli habitatori l’arte dell’indovinare, mai più non comparse. Onde gli habitatori tenendolo Iddio lo hebbero per figliuolo della Terra et lo chiamarono Tagete, che l’istesso sonava già in lingua Thoscana che fa nel latino Iddio; et poscia in loco di sommo Iddio lo adorarono. Ma Isidoro dice che con l’aratro havendo un contadino levato una zolla fu trovato il fanciullo, né più da’ Thoscani veduto; et allhora haverli insegnato l’arte dell’indovinare, et di quella ancho haverne lasciato libri, i quali da’ Romani furono poi nella loro lingua trasportati. Del cui figmento istimo essere stato il senso tale, cioè poter essersi ritrovato alcuno che, lungamente studiando d’intorno quest’arte, et per commodità della contemplatione (sprezzata la conversatione degli huomini) comparse in un subito dotto; cosa che punto non era creduta. Et il finto partorir della Terra, si può credere ch’egli forse veduto fosse uscire di qualche speloncha, overo che come non pensato s’appresentò dinanzi gli occhi del lavoratore del campo, come si fosse uscito da quelle glebe; così dal rozo volgo fu detto figliuolo della Terra. Senza padre, poi, perché il suo nascimento fu dubbioso. Oltre di ciò, hebbero in usanza gli antichi chiamar figliuoli della Terra tutti gli stranieri non conosciuti che venivano a loro da viaggio per terra, sì come dicevano Nettuni quelli che venivano per mare. Fu detto fanciullo perché fu ritrovato novo, et subito in età provetta, et vecchio; il che significa dotto et prudente (cosa che è propria de’ vecchi). Che ciò avenisse nel campo Tarquinese, o perché fosse ivi prima il detto Tagete conosciuto, o perché Thoscani furono famosissimi nell’arte d’indovinare. Per lo breve termine poi del suo dimorare, si comprende l’affettione grande degli habitanti verso lui, percioché il dimorar d’una cosa amata (come che fosse lunghissima) all’amante par sempre breve. Che ancho fosse tenuto per Dio, istimo essere avenuto per questo, che la dottrina la quale grandemente honoravano (oprando Iddio) nobilitassero.

ANTHEO, quinto figliuolo della Terra.

OGN’UNO chiama Antheo figliuolo della Terra; et perché nessuno non gli assigna padre, è stato necessario tra i figliuoli metterlo senza padre certo. Del quale così Lucano scrive:

[p. 016v]

Non dopo haver la Terra partorito

I gran Giganti; et quel, ch’ella in un parto

Così terribil fè nei libici antri;

Né de la Terra fu gloria sì giusta

Thipho, o il feroce Briareo, ch’al cielo

Perdonò pure. Quanto ch’ella tolse

Dai Phelegri Campi il grande Antheo

Questo sì smisurato, et così fiero

Partorì con tal don la Terra a forza;

Che come i membri suoi toccar la madre

Vissero con fortezza acre, e robusta.

Dicon, ch’una spelonca a lui fu casa

Et sotto un’alta rupe le vivande

Haver nascosto; et haver ancho appresso

Rapito gran Leoni; et quello avezzi

Non furo i letti a dar riposo al sonno;

Che ne le selve ei ripigliò le forze

Giacendo sopra de la terra ignuda.

Quei, che lavoran de la Libia i campi

Morirono a tal modo, anchor morendo

Quelli, ch’aggiunge il mar, ma con l’aiuto

La vita lungamente non havendo

Animo di cadere ogn’hora sprezza

Le ricchezze terrene; onde l’invitto

Tra tutti di valor; benché restasse.

Et quello che segue. Si vede adunque per li versi di Lucano quanto grande, forte et fiero fosse Anteo, al quale ritrovare (come narra l’istesso Lucano) andò Hercole vittorioso delle fatiche, per giuocar seco alla lotta. Onde essendo amendue nello steccato, et veggendo Alcide che, molte volte havendolo gittato a terra, più robusto si levava, s’accorse che dalla terra ricuperava le forze. Per la qual cosa pigliò quello hoggimai lasso sotto le braccia, et lo tenne tanto sospeso in aere che mandò fuori lo spirito. Il senso di questa favola è doppio, cioè historico et morale. Pare che piaccia a Pomponio Mela, nel libro della Cosmographia, nelle ultime parti della Mauritania essere stato questo Re, affermando appresso Ampelusia promontorio che guarda verso l’Oceano Atlantico essere un antro consacrato ad Hercole, et di là da Tinge castello molto antico (come dicono) da Antheo edificato. In testimonio di ciò si mostra dagli habitatori un gran scudo di Elephante, che per la grandezza al presente non è buono per nessuno, il quale affermano essere stato adoprato da lui; et l’hanno in grandissima riverenza. Appresso si mostra dall’istessi un poco di collo che tiene dell’imagine d’un huomo che giaccia col ventre all’insù, il quale affermano essere stato sua sepoltura. Contra costui (dice Theodontio) Dionigio Thebeo, che per la sua chiara virtù fu chiamato Hercole, haver havuto guerra; il quale essendosi accorto che, havendolo rotto più volte in Mauritania, in un tratto riffaceva l’essercito, fingendo di fuggire lo condusse a perseguitarlo fino in Libia, dove lo vinse et lo amazzò. Ma Leontio diceva questo Hercole essere stato figliuolo del Nilo, il quale io reputo essere uno istesso col detto dianzi. Ma Eusebio nel libro dei Tempi dice questo Antheo esser stato molto instrutto nell’arte della lotta, et d’ogn’altro abbattimento che si essercitasse in terra. Et per ciò egli dimostra tener per cosa finta che fosse figliuolo della Terra, et che da quella gli fossero reintegrate le forze. Nondimeno Fulgentio dimostra il senso morale essere sotto la fittione, dicendo Antheo nato dalla Terra essere la libidine, la quale nasce solo dalla carne, la cui toccata (benché sia lassa) ripiglia le forze; ma dall’huomo virtuoso, negatole il tocco della carne, viene convinta. Costui, dice Agostino essere stato al tempo che Danao regnava in Argo. Ma Eusebio al tempo d’Egeo in Athene. Leontio poi regnando Argo appresso Argivi.

[p. 017r]

HEREBO, nono figliuolo di Demogorgone, il quale hebbe vent’uno figliuolo;
cioè Amore, Gratia, Fatica, Invidia, Timore, Inganno, Fraude, Ostinatione,
Povertà, Miseria, Fame, Querela, Morbo, Vecchiaia, Pallidezza, Tenebra, Sonno,
Morte, Caronte et Ethere, cioè l’elemento del fuoco.

Spediti i figliuoli della Terra, egli è hoggimai da ritornare all’Herebo con lo stile; il quale, come dice Paolo essere allegato da Crisippo, fu figliuolo di Demogorgone et della Terra. Io veramente istimo costui et Tartaro essere uno istesso, essendone generale openione di tutti gli antichi che sia nelle più interiora viscere della Terra, et nell’istesso (come di sopra habbiamo detto di Tartaro) con tormenti essere punite l’anime scelerate. Di costui nondimeno sono scritte molte cose dagli antichi, massimamente da Virgilio nel sesto dell’Eneida, le quali lascierò sotto brevità scorrere; conciosia che nelle seguenti, quasi di tutte se ne farà più lungo ricordo. Dice adunque il Mantovano che nelle fauci di questo monstro sono cose molto terribili da riguardare, cioè queste formi, i Pianti, i vindicatrici Pensieri, le Infermità pallide, l’afflitta Vecchiaia, il Timore, la Fame et la Povertà terribile; et gli spaventevoli da riguardare, Morte, Fatica, Sonno, et cattive allegrezze della mente; la Guerra mortale, le Furie infernali, la Discordia, la confusion dei sogni, la sedia del Centauro, il Briareo di Scilla, il serpente Lerneo, la Chimera armata di fiamme, le Arpie, Gorgoni, il Gerione da tre corpi, et il trifauce Cerbero che sta alla guardia della porta infernale. Oltre di ciò questo Herebo essere irrigato da quattro fiumi, cioè Acheronte, Phlegetonte, Stigio et Cocito. Appresso dice Charon essere il nocchiero che passa l’anime di quei che muoiono al profondo Herebo. Indi descrive Minos, Radamanto et Eaco esser quelli che sententiano Secondo i meriti i condennati. Narra ancho i Titani Giganti esser giù distesi dai folgori, Salmeone et Titio stracciato dall’avoltoio, Isione girato da una eterna ruota, Sissipho che col petto caccia in alto di grandissimi sassi, Tantalo tra l’onde et i pomi che muore per fame et per sete, Theseo confinato a perpetuo otio, et altri; et questi tutti dipinge essere tormentati tra le mura di ferro nell’Inferno dalla vindicatrice Thisiphone. Similmente chiamarono ancho questo istesso con diversi nomi che col nome di Herebo, come sarebbe a dire Tartaro, Orco, Dite, Averno, Baratro et Inferno. Così medesimamente lo fanno padre di molti figliuoli. Ma lasciate queste cose, egli è da venire alla dichiaratione della nascosta verità. Vogliono adunque che fosse figliuolo della Terra et di Demogorgone percioché tennero Demogorgone creatore del tutto; della Terra poi, perché (come è manifesto) nel suo ventre è locato. Ma che quel loco fosse la stanza dei supplici, non solamente i gentili, ma an[p. 017v]cho alcuni famosi Christiani istimarono, guidati forse da questa ragione. Percioché essendo Iddio la somma bontà, et colui che commette peccato, che forse è così cattivo et l’effetto sia così pessimo, è di necessità ch’egli sia lontanissimo da Iddio, come da suo contrario. Poscia noi crediamo Iddio habitare in cielo, et dal cielo non è nessuna parte più lontana dal centro della Terra; et per ciò forse non pazzamente è stato creduto ch’i scelerati patiscano ivi le pene, come in loco da Iddio lontanissimo. Di ciò nondimeno Tullio apertamente nelle Questioni Tusculane se ne fa beffe; onde assai si può presupporre altro haver creduto gli antichi saggi. Et però quando che volsero esservi due mondi, cioè il maggiore et il minore, il maggiore, quello che generalmente chiamiamo mondo, et il minor l’huomo, affermando tutte le cose essere nel minore che da quelli sono descritte nel maggiore, credo che istimassero questo Herebo et questi tormenti essere tra il minor mondo, cioè l’huomo; et credo ancho che volessero quelle horribili forme le quali nell’entrata dell’Herebo descrive Virgilio essere le cause esteriori per le quali di dentro sono causati quei supplici, o vero quelle che di fuori appaiono cagionate da quelle interne. Il cui senso istimo molto migliore. Ma hora resta che io segua Secondo l’ordine ad esporre il sentimento delle predette. Penso adunque essere finto che nel profondo centro di questo Herebo sia una città di ferro, accioché per quelle intendiamo la profonda parte del nostro ostinato cuore; nella cui veramente spesse volte siamo pertinaci et di ferro. I Tetani, cioè gli huomini inchinati alle cose terrene, et i Giganti, che sono i superbi gittati a terra, non per altro sono detti essere crucciati affine che conosciamo d’intorno questo i terreni et gli altieri huomini d’animo essere tormentati; i quali mentre sempre desiderano essere inalzati sono tenuti essere oppressi et sprezzati dal suo cieco giudicio, et alle volte sono cacciati dall’altezza; il che a loro è fiero tormento. Per Titio poi stracciato dall’avoltoio è da intendere la mente di ciascuno, che s’affatica conoscere quelle cose ch’a lui non s’appartengono; overo di colui che in accumular thesori da continuo pensiero è travagliato. Isione girato continuamente da una ruota dimostra i desideri di chi bramano i regni. Così ancho Sissipho che rivolge all’insù i sassi manifesta la vita di colui che in efficaci et duri sforzi si consuma. Per Tantalo poi, che tra l’onde et i pomi si consuma per la sete et fame, dobbiamo intendere i pensieri degli huomini avari et le angustie d’intorno la infame parsimonia. Indi Theseo che se ne sta otioso dimostra i frivoli sforzi de’ temerari, per li quali infelicemente sono tormentati. Oltre di ciò dicono questi tali essere crucciati sotto i supplici di Thisiphone, il che penso così doversi intendere. Thisiphone s’interpreta Voce d’ire, onde è chiaro che quelli i quali sono crucciati da questi tali in sé stessi si adirino, et mai non mandino fuori le voci dell’ire. Per quelli tre giudici poi intendo questo, cioè che, oprando male, possiamo offendere tre persone, Iddio, il prossimo et noi stessi; et così che siamo ripresi et condennati da tre giudicii di conscienza. Per lo guardiano della porta che è il Tricerbero cane, il cui ufficio è lasciar entrare ogn’un che vuole, et uscire a quelli che sono entrati vietare, istimo essere da intendere tre cause che con fiero mosso rodeno le menti mortali degl’ingannati, cioè le carezze degli adulatori, la falsa openione della felicità et lo [p. 018r] splendore della vanagloria; le quali veramente di continuo con nove scorte allacciando gli ignoranti accrescono gl’infelici pensieri, et i cresciuti non lasciano sminuire. L’Herebo poi è circondato overo inondato da quattro fiumi, accioché per ciò conosciamo che quelli i quali (lasciata la ragione) si lasciano strascinare dalle incominciate concupiscenze, principalmente (turbata la allegrezza del dritto giudicio) passano Acheronte, il quale s’interpreta mancante d’allegrezza. Così, cacciata la letitia, è di necessità la mestitia occupi il suo luogo; dalla quale (per lo perduto bene della allegrezza) molte volte nasce l’ira impetuosa dalla cui siamo guidati in furore, che è Phlegetonte, cioè ardente. Dal furore ancho si lasciamo trascorrere in tristezza, che è la palude Stigia; et dalla tristezza in pianto et lagrime, per le quali e da intendere Cocito, quarto fiume infernale. Et così noi miseri mortali guidati dalla cieca openione del concupiscevole appetito siamo crucciati, et entro noi sopportiamo quello che i pazzi istimano dai poeti esser rinchiuse nelle viscere della Terra. L’Herebo poi è chiamato con tal nome, come dice Uguocione, perché troppo s’accosta a colui che piglia. Dite è nomato da Dite suo Re, il quale appresso i poeti è detto Iddio delle ricchezze; et questo imperò perché questo loco sia ricco, cioè abondante, attento che ivi discendano, come ancho per lo più fanno quei c’hoggidì muoiono, per lo passato tutti. Tartaro così è detto dalla Tortura, perché tormenta quelli che inghiottisce. Ma il Tartaro è un profondissimo loco degl’Inferni, dal cui nessuno (come pare che voglia Uguccione) giamai trasse fuori Christo. L’Orco viene chiamato per l’oscurità, et il Baratro dalla forma. Percioché il Baratro è un vaso contesto di vimini, dalla parte di sopra ampio et di sotto acuto, del cui usano i rozi campani, mentre dalle viti congiunte agli alberi vindemiano l’uve. Et per ciò tal similitudine è fatta accioché intendiamo l’Inferno haver grandissime et ampie fauci et entrate per ricevere i dannati, et a ritenerli strettissimo et profondo loco. Si dice Inferno perché è inferiore a tutte le parti della Terra. Averno, poi, da A che significa senza et Vernos che è allegrezza vien detto, percioché manca di allegrezza et abonda di sempiterna tristezza.

AMORE, primo figliuolo dell’Herebo.

Di Figliuoli dell’Herebo primo ci è occorso l’Amore; il quale afferma Tullio, dove tratta delle Nature dei Dei, essere stato prodotto da lui et dalla Notte. Il che, o serenissimo dei Re, ti parrebbe forse inconvenevole et monstruoso, se il vero con la ragione possibile non ti fosse dimostrato. Fu antica sentenza degli antichi l’Amore esser una passion d’animo; et però ciò che desideriamo, quello è Amore. Ma perché in diverso fine sono portati i nostri affetti, è necessario che l’Amore d’intorno a tutte le cose non sia quell’istesso. Et perciò, ridotti in picciolo numero i disideri de’ mortali, i nostri maggiori lo fecero di tre sorte. Et inanzi gli altri, con testimonio d’Apuleio in quel libro ch’egli [p. 018v] scrisse dei Decreti o vogliamo dire Openioni di Platone, esso Platone afferma essere tre soli amori, et non più. Il primo de’ quali disse esser divino, che si conface con la mente incorrotta et con la ragione della virtù. Il Secondo, passione di tralignato animo et di mente corrotta. Il terzo, composto di l’uno et dell’altro. Dopo il quale, Aristotele suo auditore, mutate più tosto le parole che la sentenza, medesimamente volle che fosse di tre sorte. Affermando il primo movere i pigliati da sé per l’honesto, il Secondo per lo dilettevole, et il terzo per l’utile. Ma perché questo del quale trattiamo non è quello di cui il divino parla, et meno quello che tenda all’honesto, né dei due altri composto, overo per lo dilettevole; ma di declinante animo, et solamente per l’utile, meritamente Secondo l’openione di Cicerone lo chiameremo figliuolo dell’Herebo et della Notte, cioè di cieca mente et d’ostinato petto. Percioché da questo siamo guidati a mortale ingordigia d’oro; da questo a disio crudele d’Imperio; da questo a pazza voglia di mortal gloria; da questo ad oscura morte d’amici. Et da questo ruine di città, a torti, a frodi, a violenze et a scelerati consigli noi infelici siamo guidati. Da questa peste sono pigliati i buffoni, i parasiti, gli adulatori, et simile compagnia d’huomini che segue la fortuna prospera dei mal accorti; et di quello usa per spogliar con carezze et false lodi i militi gloriosi. Quello adunque (considerate drittamente tutte le cose) non amore, ma più propriamente devremmo chiamar odio.

GRATIA, figliuola dell’Herebo et della Notte.

Dice Tullio tra le Nature dei Dei la Gratia esser figliuola dell’Herebo et della Notte. Io nondimeno mi ricordo haver letto altrove le Gratie essere state figliuole o di Giove o d’Auttonio o del padre Bacco, et di Venere. Ma egli è da sapere, acciò che conosciamo quello che in ciò tennero quelli che di ciò finsero, la gratia essere una certa affettione di mente libera, specialmente maggiori verso il minore; per la quale senza preminenza nessuna di merito di compiacenza sono conceduti dei benefici et dei doni a quei ancho che non li dimandano. Nondimeno istimo molte essere le spetie di queste. Altre veramente sono d’Iddio immortali; le quali tolte vie, siamo nulla. Altre poi degli huomini tra loro. Et queste ponno inchinarsi al bene et al male, come che sempre appaia la gratia tendere al bene. Tutte queste (cangiati nondimeno i sensi dei padri) potremmo dimostrare per figliuole dell’Herebo et della Notte. Ma per venire a questa, lasciate da parte l’altre fino al tempo suo, io penso questa essere quella gratia che, per qualche scelerata operatione o per dishonesti costumi d’alcun huomo, sia causata in qualche iniquo et reo huomo. Et così tal Gratia viene ad essere figliuola dell’Herebo, cioè d’un ostinato petto, et della Notte, cioè d’una cieca mente.

[p. 019r]

FATICA, terza figliuola dell’Herebo.

QUESTA Fatica da Cicerone viene descritta per figliuola della Notte et dell’Herebo; la cui qualità dall’istesso tale viene formata. La fatica è una certa operatione di grave attione d’anima o di corpo, o volontaria o per prezzo. La quale molto bene considerata, meritamente della Notte et dell’Herebo viene detto figliuola, et si può dire colui che è dannoso è meritamente da essere rifiutato. Percioché, sì come nell’ Herebo et nella notte è una perpetua inquiete di nocenti, così ancho negl’interni segreti de’ cuori di quelli che sono guidati da cieco disio circa le cose superflue et poco convenevoli v’è un disturbo di continuo pensiero. Et perché questi tali pensieri sono causati in petto oscuro, debitamente tale Fatica viene detta figliuola della Notte et dell’Here.

INVIDIA, quarta figliuola dell’Herebo.

TULLIO dice la Invidia essere stata figlia dell’Herebo et della Notte; la quale dove tratta delle Questioni Tusculane fa differente dall’Invidenza, dicendo la invidenza solamente appartenere all’invidioso, conciosia che paia la invidia attribuirsi ancho a colui a cui si porta. Et di quella conchiudendo dice la Invidenza essere una infermità pigliata per le cose prospere d’altrui, le quali non nuocciano niente all’invidioso. Descrive poi i costumi et l’habitatione di questa Ovidio in tal modo:

Dell’Invidia va subito a trovare

Gli horrendi tetti per lo nero sangue;

La cui casa è riposta in ime valli,

U’dei raggi del Sol manca l’entrata,

Né d’ivi mai troppo alcun vento passa.

È disutile, et trista, et piena ogn’hora

Di freddo, et sempre mai vi manca il foco

E ogn’hor d’oscura nebbia è più ripiena.

Et poco da poi così segue:

Et picchiando alle porte, elle s’apriro;

Dove entro vede l’Invidia, che mangia

Le carni viperine (nodrimenti

De’ vitii suoi) et subito veduta

Rivolse gli occhi adietro. Et ella tosto

Levossi in piedi, ivi lasciando i corpi

Dei serpi mezzo divorati homai;

Venendo verso lei con lento passo.

Ma tosto, ch’ella vide l’alta dea

Ornata di presenza, et d’arme chiare,

Gemere incominciò; di che la dea

Fu sforzata ai sospir volgere il volto.

Perch’è pallida in viso; e in tutto il corpo

Macilenta, et il guardo ha oscuro, e bieco.

Lividi i denti son per rugginezza;

Il petto per lo fele è tutto verde,

La lingua ha tutta piena di veneno;

Lontano ha il riso; eccetto se le doglie

Ch’altri vegga patir, non ve lo muove;

Non dorme mai; ma sempre da pensieri

Tenuta è vigilante; e ogn’hor riguarda

Degli huomini i successi ingrati, e rei,

Et marcisce in mirargli, e piglia, e insieme

Da quei vien presa; è il suo tormento tale.

[p. 019v]

Et quello che va dietro. Là onde s’alcuno a pieno considerera questi versi, senza difficultà conoscerà quella essere la Invidenza; la quale noi con più ampia licenza chiamiamo Invidia, et dell’Herebo et della Notte figliuola.

TIMORE, quinto figliuolo dell’Herebo.

AFFERMA il detto Tullio il Timore essere stato figlio dell’Herebo et della Notte. Percioché il timore, come dice l’istesso Cicerone, è una cautione contraria alla ragione. Et io istimo costui essere detto figliuolo di tali padri perché dai più rimossi luoghi dalla cognition nostra nei nostri petti nasca. Nondimeno io lo istimo di due sorti, cioè quello che di ragione può cadere in un huomo discreto, come è temere i tuoni, et quello che senza essere sforzato da nessuna ragionevole cagione, non altrimenti che donnicciuole smarrisce alcuni. Questi, sotto il nome di Timore, è uno dei ministri di Marte, sì come ci dimostra da Statio così dicendo:

Indi comanda in quattro gir inanzi

Il Timor, ch’era de la fiera plebe

Un de compagni; il qual non altramente

Era pronto a locar tremanti teme,

Et dal vero levar gli animi ogn’hora

Di quel, che proprio sia l’effetto espresso;

Pronto ad aggiunger voci, e mani a un mostro

Et oprando ogni cosa, ch’a lui piaccia

Facendo, che l’auttore il tutto creda;

Con spaventevol corso a quel parendo

Veder sommerger le città col Sole;

Facendoli talhor veder due Soli,

Le stelle oscure, et che si volga appresso

La Terra, et giù cader l’antiche selve.

Così infelicemente i paurosi

Pensano di veder.

Et quello che va dietro.

Potrei, famosissimo Re, far di molte parole esponendo le parti di questi versi, acioché io venissi a dimostrare i costumi del Timore; ma così sottili et liggieri sono i figmenti, ch’io mi sono imaginato essere cosa superflua passar più oltre. Oltre di ciò a costui aggiunge Tullio nelle Questioni Tusculane non avertentemente essere sottoposti molti ministri, come sarebbe a dire la Pigritia, la Vergogna, il Terrore, la Tema, la Pusillanimità, il Tremore, la Conturbatione, il Sospetto et molti altri; de tutti e’ quali ivi lungamente si legge.

INGANNO, sesto figliuolo dell’Herebo.

Medesimamente è l’Inganno, come piace a Tullio, figlio dell’Herebo et della Notte; del quale era solito raccontare Barlaam che, essendo andato con i Greci alla guerra Troiana, et ritrovandosi male in arnese et poco armato, consigliandosi alcuni dei primi delle cose da essere oprate da Ulisse, a cui era molto famigliare, essere stato condotto a quel consiglio. Il quale havendo inteso gli animi inalzati et gloriosi, et i consigli d’alcuni, et essendossene alquanto seco stesso riso, pregato alla fine disse il suo parere; il cui se bene non era honesto, nondimeno perché pareva utile fu ammesso. Et a lui insieme con Epoo subito fu data la cura di fabricare un cavallo, col mezzo del quale poi si [p. 020r] giunse a tanto ch’i Greci già lassi hebbero il suo disio. Assai sottile et liggiero è il velo della fittione; et però perché sia detto figliuolo dell’Herebo et della Notte hora veggiamo. Il che al mio parere si dimostra nelle Sacre Lettere; per le quali siamo ammaestrati (tolta la forma di serpente dall’Herebo) l’inimico del genere humano esser venuto in Terra, et nella notte tartarea con false persuasioni haver offuscato le menti de’ nostri padri; et indi come in colto campo haver seminato mortal seme, il cui frutto, havendo eglino prevaricato la legge, venne subito in luce. Et così l’Inganno, non ancho conosciuto in Terra, da principio uscì dell’Herebo; et conceputo nell’utero della cieca mente, con la nostra morte et con l’essiglio palesemente fattoci del regno celeste, chiaramente dimostrò si essere figliuolo della Notte et dell’Herebo. Ma perché quello che i gentili non conobbero malamente puoterò fingere, penso quelli haver inteso l’intimo recesso dell’human cuore per l’Herebo, perché ivi è la stanza di tutti i pensieri. Et però se l’animo è infermo, sprezzata la virtù, per aggiungere al suo disio, veggendo che le forze gli mancano, subito drizza l’ingegno alle arti. Et perché più facilmente i pazzi sono presi dall’inganno, formato quello con falsi pensieri, lega sé stesso et quelli ch’ei piglia con mortal laccio. Et così l’Inganno nasce dalla Notte, cioè dalla trascuraggine della mente per la cui parviene al suo disio, passando per strade poco honeste, et viene creato dalla vergognosa concupiscenza del petto infermo et ardente. Et per lo più non si vede apparire in luce, che colui non vada in ruina per lo quale è fabricato.

FRODE, settima figliuola dell’Herebo.

NELLE Nature dei Dei, meritamente da Cicerone la Frode vien detta figliuola dell’Herebo et della Notte. Veramente ella è mortale et scelerata peste, et abhominevole vitio di mente iniqua. Tra questa et l’ingano è tal differenza, che l’inganno tal volta si puote oprare in bene, ma la frode giamai se non in male; anzi più tosto contra gl’inimici usiamo dell’inganno, et gli amici inganniamo con la frode. La forma di costei Dante Alighieri fiorentino nel suo poema scritto in lingua fiorentina, et veramente di non picciolo momento tra tutti gli altri poemi, così la descrive, cioè ch’ella ha la faccia d’huomo giusto et tutto l’avanzo del corpo di serpente, distinto a diverse macchie et colori, et la sua coda esser ritirata in punta di scorpione; et quella tener coperta nell’onde di Cocito, di maniera che tiene nascosto tutto l’horrendo del corpo in quelle eccetto la faccia, et la nomina Gerione. Sotto benigna adunque et simil faccia d’huomo giusto comprende l’auttore l’estrinseco degli huomini fraudolenti. Percioché sono di volto et di parlar benigni, nell’habito modesti, nel passo gravi, di costumi notabili, et per pietà riguardevoli. Nelle opre poi nascosto sotto conpassionevole zelo d’iniquità sono di contraria pele, d’astutia armati, et tinti di macchie di scelerità, talmente ch’ogni loro operatione alla fine si conchiude tutta ripiena di mortal veneno. Et indi è detta Gerione perché regnando appresso l’Isole Baleari Gerione, con benigno volto, con carezzevoli parole, et con ogni famigliarità era avezzo ricevere i viandanti et gli amici, et poi sotto il colore di questa benignità et cortesia adormentati, [p. 020v] amazzava. La ragione poi che venga detta figliuola dell’Herebo et della Notte, in l’istessa detta di sopra dell’Inganno.

OSTINATIONE, ottava figliuola dell’Herebo.

LA PERTINATIA o vogliamo Ostinatione, mortalissimo peccato, Secondo Tullio è figliuola dell’Herebo et della Notte; né la cagione si vede difficile. Percioché ogni fiata che l’indigesto rigore dell’ignoranza de’ mortali, con valide ragioni et con calore di fervor divino, non può essere rimosso da quella falsa oscura nebbia che gl’ingombra l’intelletto, è di necessità che l’ostinatione vi nasca, anzi già è nato il certissimo argomento dell’ignoranza. Adunque bene habbiamo dimostrato l’Ostinatione essere figliuola dell’Herebo, da noi spesse volte chiamato freddo, et della Notte, spesse volte fatta conoscere per nebbia della mente.

POVERTÀ, nona figliuola dell’Herebo.

EGESTA, figliuola dell’Herebo et della Notte, non è quella che molti istimano, cioè mancamento delle cose opportune. Perché questa gli huomini forti la superarono con la tolleranza, come nelle arena di Libia Catone; ma quella più tosto alla quale gli abondevoli guidati da falsa openione si sottometteno, come fece il guardiano dell’oro Mida Re di Phrigia; il quale mentre tutte quelle cose ch’egli toccava, Secondo la sua dimanda, diventavano oro, si moriva di fame. Questa adunque è vera povertà et bisogno; et figliuola dell’Herebo, cioè d’un raffreddato et da poco cuore, et ancho della Notte, cioè di cieco consiglio, ch’istima essere cosa bonissima l’accrescere ricchezze affine che manchiamo del loro uso.

MISERIA, decima figliuola dell’Herebo.

PIACE ancho a Tullio la Miseria essere stata figlia dell’Herebo et della Notte. Questa veramente è così estrema disgratia che può movere a misericordia i riguardanti. Il che noi stessi a noi medesimi facciamo mentre, sprezzato il lume della verità, sospiriamo le cose c’hanno a mancare et ad ogni via transitorie non altramente che se fossero perpetue, et perdessimo l’eterne. Et così il petto afflitto dall’oscurato giudicio della mente con sospiri et con lagrime manda fuori in publico la miseria; accioché possa indi esser detta figlia dell’Herebo et della Notte.

[p. 021r]

FAME, undecima figliuola dell’Herebo.

DICE Paolo essere piacciuto a Crisippo la Fame essere stata figliuola dell’Herebo et della Notte. Questa è overo publica, come già fu mostrata a Pharaone, o privata, come a Crisitone. La publica fu solita avenire dall’universale caristia di biade, della qual cosa o l’ira divina n’è cagione, overo la lunga guerra, o la contraria dispositione dei sopra celesti corpi, o i vermi che sotterra radeno i semi, o le locuste che già divorano i seminati che nascono. Delle quali la prima cagione da nessuno de’ mortali non può essere conosciuta, et così potrassi dire figlia dell’Herebo et della Notte; ma non dell’Herebo che sta nascosto nelle viscere della Terra o che fa ressidenza negl’infermi petti de’ mortali, anzi nel profondo segreto della divina mente santissima et vigilante. Il quale l’intelletto degli huomini offuscato da mortal nebbia non può riguardare né ancho contemplare la notte della divina mente, nella cui giamai non fu nessuna oscurità, ma col suo lume rende sempre il tutto chiaro; ma più tosto gli errori della fragilità nostra. L’altre spetie di questa cagione affermano i Mathematici con l’arti loro potersi prevedere. Se adunque è tale questa Fame, non può essere figliuola dell’Herebo né della Notte. Se poi così non è, alhora, sì come habbiamo detto d’Iddio, non si potendo vedere quello ch’è riposto nell’antro segreto di natura, si lascierà che questa Fame per la già detta ragione sia figliuola dell’Herebo et della Notte. Ma la fame privata aviene, come per lo più, o per caristia di cibi, overo alle volte dalla noia de’ stomacosi. Se per caristia, o per pigritia, o per dapochaggine del sopportante, o per diffetto di povertà occorre. Se per dapochaggine o pigritia, sì come alle fiate veggiamo alcuni più tosto dar opra alle lascivie et all’otio che haver cura delle cose famigliare, questa veramente è figliuola dell’Herebo et della Notte, in quella guisa che sono gli altri suoi sopradetti fratelli. Se per colpa di bisogno, mentre che per intemperanza non sia povero chi la patisce, non penso che né ancho questa sia figliuola dell’Herebo et della Notte, eccetto s’io non la volessi dir tale, perché deriva dallo stomaco del famelico. Se poi la fame è per la noia di cibi, come alle volte habbiamo veduto essere avenuto ad alcuni insipidi, et da consueto vitio troppo schifi et svogliati, i quali se non hanno le vivande elette et i saporeti con diligenza composti, overo che non gli siano messi inanzi cibi da Re et pretiosi vini, di maniera sprezzano i communi et gli rifiutano che più tosto si lasciarebbono morir di fame che mangiarne, non è dubbio alcuno che questa non sia nata dall’Herebo et dalla Notte. La stanza adunque di costei et la forma così descrive Ovidio:

Trovò la Fame in un sassoso campo

Ricercata da lui; la qual con l’ugne,

Et denti rari fuor cavava l’herbe;

Haveva torto il crine, et gli occhi cavi;

Pallida in viso, et con le labbia in entro;

Di ruginezza have le fauci roze;

Dura la pelle; et per la cui guardare

L’interiora a lei potesse ogn’uno;

Et sotto i torti lumbi l’ossa secche

Stavan riposte, et del suo ventre il loco

Era invece di ventre; onde istimato

Havresti, ch’il suo petto giù pendesse,

[p. 021v]            Et solamente fosse sostenuto

Da un secco spinne; a lei cresciuto havea

I fianchi la magrezza, et il ginocchio

Una rotondità quel circondava.

Et i calcagni givano distesi

Con picciol spatio. Come di lontano

Costui la vide.

Et quello che segue.

QUERELA, duodecima figliuola dell’Herebo.

Vuole Tullio la Querela essere stata figliuola dell’Herebo et della Notte. Il che facilmente si concederà se si riguarderà con occhi sanamente ciò ch’ella sia; percioché è un morbo dell’animo, che malamente quasi seco si conface. Per questo venendo in un petto pazzo, l’huomo con poco consiglio cerca o levar via quello che si gli deve, overo malamente sopporta che non gli sia dato ciò che disia, o che non possa quello che brama. Et così quello ch’è di sua colpa, privato del lume della mente istima d’altrui. Di qui si lamenta l’amante lascivo; di qui l’ingordo d’oro; di qui il bramoso di beni; di qui il sitibondo di sangue; et molti altri piangono quel male ch’essi hanno introdotto et che, se fossero stati prudenti, havrebbono potuto cacciar fuori.

MORBO, terzodecimo figliuolo dell’Herebo.

È DELL’Herebo et della Notte figliuolo, come piace a Cicerone et Crisippo, il Morbo. Questo adunque può esser mancamento di mente et di corpo. Et sì come nel corpo è causato dalla discordanza degli huomini, così nella mente dall’inconvenevolezza degli amori; et alhora meritamente di tali padri, cioè della cecità intrinseca, è chiamata figliuolo. Et perché pare ch’egli tenda nella morte della sanità, come piace a molti, è chiamato infermità.

VECCHIEZZA, decimaquarta figliuola dell’Herebo.

CONVIENSI la vecchiezza, ultima delle età et vicina della morte, al solo corpo, percioché l’anima rationale con perpetua verdezza et fiore tende all’eterno. Questa, come dice Tullio, fu figlia dell’Herebo et della Notte. Il che facilmente si può concedere, essendo a lei conforme di complessione, cioè fredda et secca; et i figliuoli sono soliti esser simili ai padri. Appresso l’Herebo è da poco et tremante, dal quale punto non traligna la Vecchiezza, essendo, come veggiamo, tremante et tarda. Però, perché ha i sensi corporali lenti et offuscati, non inconvenevolmente le diedero la Notte per madre. Nondimeno ha questo di notabile, che quanto a lei si tolgono le forze, tanto più le cresce il consiglio. Là onde nasce che sia riverita, et i loro capelli canuti siano preposti alla robustezza dei giovani.

[p. 022r]

PALLIDEZZA, decimaquinta figliuola dell’Herebo.

LA pallidezza della faccia, et di tutto il corpo, è un colore essangue di sangue che manca, et appresso è certissimo argomento d’infermo et subito timore. Questa è figlia della Notte et dell’Herebo, Secondo che vuole Crisippo. Et ciò afferma, attento che tutto quello che dalla luce del Sole non è veduto, o che l’animo nodrisce con buona sanità, facilmente viene occupato dalla pallidezza. Onde, essendo stato detto di sopra che l’Herebo non vede il Sole né sente il calore, et per ciò dove queste cose avengono si raffredda il sangue et per contraria digestione si corrompe, di che per consequenza è necessario che la pallidezza nasca, come a pieno si vede in quelli che lungamente rinchiusi in oscura prigione vengono in luce; overo che per infermità corporale lassi si levano; overo assaliti da subita paura impallidiscono.

TENEBRA, decima sesta figliuola dell’Herebo.

DEll’Herebo et della Notte la Tenebra essere figliuola, senza testimonio d’altri si crede. Ma accioché la madre et la figliuola non paiano una cosa istessa, in questo sono differenti. Nella notte si vede alcuna cosa lucente, come è la Luna, le Stelle, et alle volte il fuoco. Nella tenebra poi nessun lume già mai non appare; et se apparerà in alcun loco, non si dirà più tenebra.

SONNO, decimosettimo figliuolo dell’Herebo.

IL SONNO, Secondo alcuni, è una forza d’intrinseco fuoco, et un riposo sparso per le membra afflitte et dalla fatica stanche. Secondo altri poi è una quiete degli animali con l’intentione delle virtù naturali. Di questo scrive Ovidio in tal modo:

Sonno piacevolissimo riposo

D’ogni cosa creata, e insieme dolce

Quiete degli dei, pace, e contento

De l’animo, che fugge ogni pensiero;

Tu sei quel, ch’accarezzi i corpi lassi

Da le dur’opre, et le fatiche scacci.

Ma più a pieno Seneca Poeta nella Tragedia d’Hercole Furioso descrive le commodità del sonno, dove dice:

Tu Sonno domitor sei d’ogni male

De l’animo riposo, et miglior parte

De la vita mortal, volubil prole

De la gran madre Astrea, frate a la dura

Languida Morte, ch’a le cose vere

Mesci le false del futuro, e certo

De l’uno, et l’altro sei pessimo auttore.

O padre delle cose, o de la vita

Porto, e riposo de la luce, e appresso

Compagno de la notte, ch’egualmente

Il re, e il famiglio a ritrovar pur vieni;

[p. 022v]            Placido, e molle favorisci al lasso?

Et sì come constringi il sesso humano

Pauroso de la morte, ad imparare

Un morir lungo, hor grava me legato.

Oltre di ciò gli descrive la stanza assai atta al suo desio di voler dormire, dicendo:

E non lontan da le cimerie grotte

Una spelonca di profonda entrata;

Il monte è cavo, dove sta del Sonno

Pigro la casa, et la sua stanza eletta.

Ivi già mai, né di mattino, o sera

Co’ raggi penetrar vi puote il Sole,

Anzi nuvoli ogn’hor di nebbia oscura

Escono da la terra; acciò la luce

Stia sempre in dubbio, che mai spunti il giorno.

Ivi il gallo non sta, che col suo canto

Dia segno dell’aurora; et meno anchora

Cani vi sono, ch’abbaiando sempre

Rompano de la notte i suoi riposi;

Né la più astuta dei vegghianti cani

Occa vi giace; né il garrir di progne

Troppo ha bisogno d’addolcir i petti.

Fera non v’è, non pecora, né armenti,

Né s’ode ramo alcun dall’aria scosso,

Né lingua humana v’interrompe il sonno.

V’habita solo il mutolo Riposo;

Nondimeno da un sasso alto, e profondo

D’acqua v’esce un ruscel limpido, e chiaro

Che con mormorio dolce ogn’hor correndo

Per alcuni sassetti invita i sonni.

Nanzi l’entrata de la porta stanno

Papaveri fioriti, et herbe ombrose

Di numero infinito, onde si fanno

Opre, ch’altrui giaccia col sonno avolto;

La Notte le raccoglie, e ogn’hor le sparge

Per l’opaco terreno, acciò la porta

Coi cardini alcun strepito non faccia.

In quella casa non v’è guardia, o scorta,

Né alcun, ch’inanzi de l’entrata sieda.

Ma nel mezzo de l’antro un letto è posto

Per l’ebano sublime, et è di piume

Tutto coperto di color conforme;

Ivi con le sue membra in sonno involte

Riposa il dio di quel; cui stanno intorno

I vani sonni, ch’imitar ci fanno

Diverse forme, et tanti sono quante

Spighe ha il raccolto, et quante fronde tiene

Una gran selva; et quante arene insieme

Sparge sui liti il mar con l’onde altere.

 Questo, ornato di così riguardevole stanza et ornamenti di letto, dice Tullio essere stato figliuolo dell’Herebo et della Notte. Della qual cosa è da veder la cagione; et poi potremo vedere dei ministri, essendo assai chiaro il senso della stanza descritta. Adunque il Sonno viene detto figliuolo dell’Herebo et della Notte perché nasce dai vapori humidi che si levano dallo stomaco et opilano i membri, et dalla queta oscurità. Se poi vogliamo intendere del mortal sonno, non più difficilmente s’allegherà la cagione di tali padri. Percioché, perduto il favore della carità et abbandonata la via di ragione, è a bastanza chiarissimo esser cosa necessaria passare a mortal sonno. Hora mo’ veggiamo di quelli che gli stanno d’intorno, quali sono sogni di diverse spetie; ma solamente cinque ne dimostra Macrobio sopra il Sogno di Scipione. La prima di queste si chiama Fantasma, la quale mai non s’avicina a’ mortali eccetto che lentamente, mentre il sonno c’incomincia assalire, et ch’ istimamo ancho vegghiare. Questa apporta seco spaventevoli forme da vedere, et per lo più dalla qualità naturale et dalla grandezza differenti, come è noioso contrasto e maravigliosa allegrezza, fortune valide, sonori venti, et altre simili. Dice Macrobio il foco di questa esser ancho Ematte, o Ephiate, overo Ephialte; il quale la persuasione commune giudica assalire [p. 023r] i riposanti et col suo peso aggravare i dormienti, che ciò sentono. La cagione di tal cosa istimano molti essere lo stomaco aggravato dal soverchio cibo et vino, overo vuoto per lo digiuno lungo; et che altramente mai non predomini alcuno assalito da altri humori. Sono di quelli che vi aggiungano le sollecitudini, et dicano Virgilio haver inteso Didone haver veduto fantasme, mentre lamentandosi con la sorella così le dice:

Quei sogni, che mi tengono sospesa,

Mi smarriscono ogn’hor.

Et quelli insogni, per licenza poetica, ivi essere stati posti impropriamente per fantasme. La seconda spetie si chiama insogno causato dalla premeditatione, come pare che voglia Tullio nel libro della Republica, dicendo:

Aviene spesse volte, ch’i pensieri et i nostri ragionamenti partoriscano alcuna cosa all’insogno.

Il che ancho scrive Ennio di Homero, del quale medesimamente vegghiando soleva pensare et parlare spessissime volte. Etc.. In questa specie di sonno, adunque, l’amante vedrà la donzella da lui amata venire ne’ suoi abbracciamenti, o infelicissimo pregherà quella che fugge. Il nocchiero vedrà il mare tranquillo, et la nave che solca quelle con le vele spiegate, e che per fortuna si rompi. Così ancho il villano indarno s’allegrerà riguardando le biade ne’ campi fiorite, et piangerà le rovinate. L’ingordo trachannerà le tazze piene di vino. Il digiuno desidererà i cibi, o con il ventre vuoto divorerà gli apposti dinanzi a lui. Delle considerationi, poi, alcuni vogliono Didone ferita d’amore haverne veduto parte, percioché pare che Virgilio dimostri la consideratione quando dice:

Per l’animo d’Enea la gran virtutte

Va rivolgendo, e ’l chiaro honor de’ suoi,

Tien l’imagine sua fisa nel petto,

Et le parole; né riposo dona.

Et quello che va dietro. Così, come dalla consideratione pare che prevenga l’insogno. Ma perché procedono dall’affettione, insieme col sonno sen’ vanno in fumo, come l’istesso Virgilio mostra, dove dice: Ma ci mandano al cielo i falsi insogni.La terza spetie si chiama sogno, per lo quale piace a Macrobio che si sognino cose vere ma sotto coperta però, come per auttorità di Mosè vide Giuseppe i mazzi di spighe di suoi fratelli ch’adoravano il suo. Et come dice Valerio che fece Astiage, il quale vide una vite et l’urina ch’usciva da le parti genitali d’una sua figlia. Ciò vogliono ch’avegna stando l’huomo sobrio, come per lo più siamo facendosi il giorno. La quarta spetie poi si chiama Visione, la quale seco non apporta dubbio alcuno; anzi quello che ha a venire con chiara dimostratione manifesta, come dormendo fece Arterio Ruffo Cavalieri Romano, a cui parve la notte vedere che, stando egli a riguardare il dono dei gladiatori a Siracuse, che dalla mano d’uno che faceva reti fosse passato dall’uno all’altro lato. Il che raccontato a molti la mattina, quel giorno istesso gl’intervenne. La quinta et ultima spetie di sogni fu dagli antichi detta oracolo, la qual cosa Macrobio vuole che sia quando dormendo veggiamo alcuno di nostri parenti et maggiori, overo qualche huomo di gran riputatione, come un Pontefice overo esso Iddio, che si dica o ci riveli alcuna cosa; come avenne a Giuseppe, in sogno avisato dall’angelo che togliesse il fanciullo et la madre di quello et seco se n’andasse in Egitto. Ma alcuni degli antichi, come a bastanza si può considerare per le parole di Porphirio Philosopho, istimarono tutte le cose vedute nella quiete esser vere, ma, sì come [p. 023v] per lo più, non bene intese. Et per ciò pare che Porphirio habbia l’openione contraria a molti altri; il che prima per Homero poi per Virgilio è stato detto. Et perché ci è più famigliare il verso di Virgilio che quello d’Homero, lo addurremmo in mezzo. Così adunque dice il Mantovano:

Del sonno son due porte; una de’ quali

Si dice esser di corno; onde si dona

Facile uscita a tutte l’ombre vere.

L’altra perfetta d’un avorio bianco

Per cui sen vanno i falsi sogni al cielo.

Per questi versi vuole Porphirio che tutti i sogni siano veri, giudicando che l’anima, adormentato il corpo, come alquanto più libera si sforzi giungere alla sua divinità, et stando involta nell’humanità drizzi tutta la potenza dell’intelletto, et vegga et discerne alcune cose; ma più siano quelle che vegga che quelle che discerna, o siano risposte di lontano, o da più spessa coperta occolte. Et di qui nasce che quello ch’ella discerne, pur che in tutto nebbia d’oscura mortalità non se le oppona in tutto, viene detto haver uscita per la porta di corno; essendo il corno di natura tale che incavato et assottigliato habbia facile entrata, et come un corpo trasparente lascia ch’in sé si vegga le così ivi riposte. Quello che poi opponendovisi la nebbia della carne non si può vedere, diciamo essere rinchiuso in avorio. Il cui osso naturalmente è così sodo et spesso che, facendolo sottile quanto si voglia, non lascia che vi si vegga le cose rinchiuse; le quali però chiama false Virgilio perché non sono intese, come dice Porphirio. Hora ci resta veder de’ suoi ministri, i quali, benché siano molti, nondimeno non s’hanno i nomi di più che tre. De’ cui il primo voglieno che si dica Morpheo, il che s’interpreta formatione over simulacro. Il cui ufficio, per comandamento del Signore, è che si trasformi nella sembianza di tutti gli huomini, et imiti le parole, i costumi, le voci et gli Idioma, come scrive Ovidio dicendo:

Ma tra mille suoi figli il padre elegge

Morpheo imitator d’ogni sembianza

Tra tutti gli altri diligente, e saggio.

Imita questi, i passi, il volto, e gli occhi

Et de la voce il suon d’ogni vivente.

Gli habiti insieme con l’usate vesti

V’aggiunge, et le parole; et questi è solo

Che finge di chi vuol l’essere, e il viso.

Il Secondo è Itatone overo Phabetora, il significato de’ nomi de’ quali non so io.

Nondimeno l’ufficio di costui in questo verso descrive Ovidio:

L’altro fiera diviene, uccello, et serpe,

Et Ithatone è dagli dei chiamato,

Ma Phabetora il vulgo il noma, e dice.

Il terzo poi lo chiamarono Panto, cioè tutto. Il cui ufficio è fingere le cose insensibil, et ciò dimostra Ovidio dove dice:

Ancho v’è Panto, che con arte strana

Si cangia in terra, in sasso, in onda, e trave,

Et ogn’altra insensibil cosa apprende.

Vuole quasi che per queste parole che le cose che noi dormendo veggiamo, ci siamo offerte dalla potenza esteriore. Che ciò mo’ sia vero, altri il veggiano.

[p. 024r]

LA MORTE, decimaottava figliuola dell’Herebo.

Secondo l’openione di Tullio et di Crisippo, la Morte fu figliuola della Notte et dell’Herebo; la quale dimostra Aristotele essere l’ultima delle cose terribili. Da questa tutti, non veramente incominciando dal giorno che infelici entriamo nel mondo, pian piano di maniera che non se n’accorgiamo continuamente siamo pigliati; et morendo noi ogni giorno, alhora volgarmente diciamo morirsi quando lasciamo di morire. Volsero i precessori nostri, se bene noi infelici a mille guise siamo rapiti, questa essere o violenta o naturale. Violenta è quella che aviene con ferro, con fuoco o per altra disgratia a colui che fugge o che la ricerca. La natural poi, Secondo Macrobio sopra il Sogno di Scipione, è quella per la quale il corpo non è lasciato dall’anima, ma l’anima è abbandonata dal corpo. Chiamarono appresso gli antichi la morte de’ vecchi matura o convenevole, et quella dei giovani non matura, et quella dei fanciulli acerba. Appresso con molti altri nomi fu dimandata, come sarebbe Atropos, Parca, Leto, Nece et Fato. La fiera opra di costei così ancho brevemente descrive Statio:

Da le tenebre stigie uscita fuori

La Morte tocca il cielo, et va volando,

Et copre con un soffio ogni guerriero,

Et quanti huomini tocca atterra, et toglie

Nessuna cosa non commune elegge;

Ma quelle sol, che son degne di vita.

Col veneno mortale i più sublimi

D’anni, e valor fa morir ella sempre.

Ma hora è tempo da scoprire quelle poche cose che di lei sotto velame sono nascoste. La chiamano figliuola dell’Herebo perché dall’Herebo sia mandata, come nel prescritto verso dimostra Stacio, cioè:

Da le tenebre stigie fuor mandata.

Overo perch’ella manchi di callidità, come fa l’Herebo. Detta è poi figliuola della Notte perché pare horribile et oscura. La morte è ancho così chiamata, Secondo Uguccione, perché morde, overo dal morso del primo padre per lo quale moriamo, overo da Marte, ch’è interfettor degli huomini. Overo morte quasi amaror , perché sia amara, conciosia che nessuna altra cosa dagli huomini è tenuta più amara della morte; da quelli in fuori de’ quali dice Giovanni Battista nell’Apocalipsi:

Beati quelli che muoiono nel Signore.

Questa, come pare che voglia Servio, è differente da Atropos, della cui s’è detto di sopra, in questo, perché per questa violenta dobbiamo intendere la morte, come ancho assai si può conietturare dal verso Secondo di sopra di Statio. Per Atropos poi vuole che s’intenda la dispositione naturale delle cose; et è detta Atropos perché non si converte. La dissero poi per Antifrasi Parca, percioché non perdona a nessuno; così ancho Leto, essendo mestissima più d’ogn’altra cosa. Nece propriamente istimo quella per la quale con acqua, con laccio, overo in altra guisa lo spirito viene intercluso. Fato ancho viene detta, accioché per divina providenza sia mostrato prima che tutti quei che nascono denno morire.

[p. 024v ]

CHARONTE, decimonono figliuolo dell’Herebo.

Charonte nocchiero d’Acheronte viene detto da Crisippo figliuolo dell’Herebo et della Notte; del quale così scrive Virgilio:

Sta l’horribil nocchier squallido, e negro

Charonte guardian de l’acque e fiumi;

A cui dal mento in giù canuta pende

Squallida barba, et ha di fiamme gli occhi

Dagli homeri di cui pende una veste

Tutta macchiata, et con un nodo avolta.

Egli una scafa rugginosa e nera

Con pertica guidando, et con la vela

A l’altra riva porta l’alme ingiuste.

Già di molti anni è pien, ma la vecchiezza

A chi non dee morir, è verde, e forte.

Charonte poi, il quale Servio rivolge in Crononte, è il tempo. Ma l’Herebo è da intender qui per l’interno consiglio della divina mente, dal cui et il tempo et tutte l’altre cose sono create; et così l’Herebo è padre di Charonte. Ma la Notte per questo gli viene ascritta madre, conciosia che anzi il tempo creato non fu nessuna luce sensibile, et però fu fatto nelle tenebre, et di tenebre pare che sia prodotto. Charonte poi è locato appresso gl’Inferi perché gli dei superni non hanno bisogno di tempo, sì come n’habbiamo noi mortali, che da quelli siamo inferiori. Che poi Charonte passi i corpi dall’una all’altra ripa d’Acheronte, per questo è finto accioché intendiamo che il tempo subito che siamo nati si raccoglie nel suo grembo, et ci porta ad una opposta ripa, cioè ci conduce alla morte, la quale è contraria al nostro nascimento; dando questo l’essere ai corpi, et quella togliendocelo. Oltre di ciò siamo guidati da Charon per lo fiume Acheronte, che s’interpreta senza allegrezza, accioché consideriamo che dal tempo siamo tratti per vita frale et di miserie piena. Appresso lo chiama Virgilio vecchio ma composto di robusta et verde vecchiaia, affine che conosciamo il tempo per gli anni non perder le forze; perché quell’istesso può egli far hoggi che puotè quando ancho fu creato. Che il suo vestire sia poi rozo et vile è per voler dimostrare che quelle cose che si maneggiano d’intorno le cose terrene sono vili et abiette.

GIORNO, VIGESIMO figliuolo dell’Herebo.

IL GIORNO fu figliuolo dell’Herebo et della Notte; così tra le Nature dei Dei scrive Tullio. Questi, facendolo Theodontio femina, vuole che fosse dato per moglie all’Aere, o vogliamo dire alla sphera del Foco suo fratello. Che fosse poi figlia dell’Herebo et della Notte, da alcuni s’allega tal ragione. Perché togliendo tutto l’Herebo in loco d’una parte, volsero che fosse pigliato per l’universo corpo della Terra; dalla cui estremità, chiamata da’ Greci orizonte, non è dubbio che dando luogo la notte non si levi il Sole et il giorno non si faccia, et così l’Herebo haver prodotto dalla Notte il Giorno. Che poi fosse congiunto in matrimonio con l’Ethere lo dicono per questo, perché [p. 025r] pigliano l’Ethere per lo foco, che non può mancare di chiarezza; et perciò quando il giorno è chiaro non vogliono dimostrare nessun’altra cosa che la chiarezza al foco congiunta. Questo giorno poi dagli antichi (poscia che fu detta la sera et fatta la mattina) fu designato di tale grandezza, che quel tempo che passa dal levar del Sole et circonda tutto il mondo, fino attanto che ritorni onde s’era levato, insieme con quella notte che vi s’include sia detto un giorno; et questo è naturale, percioché è diviso in ventiquattro parti eguali, et queste le chiamarono hore. Indi, sì come a loro parve, vi fu sopragiunto il giorno arteficiale, il quale partito in giorno et notte, a ciascuna delle parti, cioè al dì et alla notte concessero dodici hore, benché diseguali, et quello chiamarono arteficiale dall’artificio di chi se lo imaginò; del quale ne’ suoi giudici per lo più si serveno gli Astrologhi. Indi i medici trovarono il dì Cretico, et di quello usano d’intorno l’osservationi dell’infermità. Il principio poi dei giorni naturali egualmente non si piglia da tutte le nationi.

Perché i Romani, come dice Marco Varrone, volsero ch’incominciasse dalla mezzanotte, et havesse fine al mezzo dell’altra che segue; la qual regola fin’hora servano gli Italiani, et specialmente nelle cause giudiciali. Gli Atheniesi, già incominciando il giorno dal tramontar del Sole, lo finivano all’occaso del giorno a venire. I Babilonici poi facevano dal levar del Sole quello che gli Attici facevano dal tramontare. Quei dell’Umbria et che sono Thoscani gli davano principio dal mezzogiorno, et lo terminavano al mezzogiorno del seguente dì; la quale usanza fin hoggidì dagli Astrologhi viene osservata. Oltre di questo, il giorno naturale è ancho distinto Secondo diverse sue qualitadi con vari nomi. Percioché, come afferma Macrobio nei Saturnali, incominciando dal principio del giorno di Romani, chiama il primo tempo del giorno inchinatione di mezzanotte, attento che la notte nel principio del giorno incominci declinare. Indi chiamarsi dal canto del Gallo, Gallicinio. Il terzo conticinio, perché tutte le cose adormentate paiono sepolte. Il quarto Diluculo, conciosia che pare che la luce del giorno incominci dimostrarsi. Conseguentemente il quinto tempo, levandosi già il Sole, volsero dir mattina, o che dalle mani l’incominciamento della luce sia paruto uscire, o dall’augurio del buon nome; attento che i Lanubini interpretano mattina per bene. Il sesto poi chiamarono meridio, cioè mezzogiorno, il che noi diciamo meridie. Da quest’hora in poi il tempo che s’estende verso la notte, ch’è il settimo, dicesi occidente, perché pare che cada. L’ottavo poi è chiamato ultima tempesta percioché sia l’ultimo tempo del giorno, come nelle dodici tavole si contiene; l’ultima tempesta sarà il montar del Sole. Indi il novo tempo si chiama Hespero; il che è tratto da’ Greci, perché quelli chiamano Hespero da quella stella Hespero che appare nel tramontar del Sole. Il decimo tempo poi, ch’è il principio della notte, si dice prima face, percioché alhora le stelle incominciano apparire, overo, come piace ad altri, perché alhora cessando la luce incominciamo accendere i lumi, per vincere con quelli le tenebre della not[p. 025v]te. Il tempo undecimo è chiamato notte concubia, percioché in quell’hora dopo l’essersi alquanto vegghiato si va a riposare. Il Duodecimo tempo del giorno, ch’è il terzo della notte, vien detto intempesto, conciosia che non pare commodo a nessuna operatione; il cui fine è l’inclinatione della mezzanotte circa il principio c’habbiamo detto. Appresso, havendo la diligenza humana (havuto rispetto al settennario numero, il quale gli antichi per certe cagioni tennero perfetto) disposto tutto il tempo dei giorni far il suo corso per settimane, et quei giorni della settimana con diversi nomi chiamare, alcuni degli huomini furono avezzi ricercare le cause di tali nomi. Le quali istimo queste; essendone cinque appresso noi nomati dai pianeti, il sesto, dagli Hebrei detto sabato, da’ Christiani poi non è stato cangiato, percioché dicano latinamente voler dire riposo, affine che si vegga che, havendo creato Iddio in sei giorni tutte le cose, nel settimo volse riposare. Ma la Dominica, ch’a noi Christiani è il settimo giorno, così è chiamata perché in tal giorno Christo figliuolo d’Iddio non solamente riposò da tutte le sue fatiche, ma vittorioso risuscitò da morte, et così quella i famosi padri dal Signor Nostro nomarono Dominica. Altri vogliono che sia così detta dal Sole, perch’egli è prencipe dei pianeti, et indi sia detto signore; et perché habbia il prencipato dell’hora prima dell’istesso giorno, per ciò quella essere chiamata Dominica. Ma essendo molto diverso l’ordine di pianeti di quello che sia tenuto ne’ nomi dei dei, è da sapere Secondo l’ordine dei pianeti successivamente a ciascun’hora del giorno essere data la signoria, et da quello a cui tocca il dominio della prima hora del dì, da lui quel giorno prende il nome; come sarebbe a dire, se tu attribuirai a Venere la seconda hora del giorno di Dominica, la quale subito è sottoposta al Sole, et a Mercurio la terza, ch’è sottoposto a Venere, et alla Luna la quarta, ch’è sottoposta a Mercurio, e la quinta a Saturno, a cui è da rivogliere l’ordine, quando mancherà nella Luna, la sesta a Giove, et così di tutte le altri ventiquattro hore del dì dominicale, sotto il nome overo dominio di Mercurio si trova la vigesimaquarta hora, et la vigesimaquinta, che è la prima del giorno seguente, sotto il nome overo Imperio della Luna; et però da quella viene nomato il Secondo dì della settimana, overo più tosto il primo, accioché il dì della Dominica sia il settimo della settimana, et il giorno di riposo. Dalla cui prima hora del giorno del lunedì, se con l’istesso modo computerai XXIIII hore, troverai la vigesimaquarta hora di lui fermata sotto l’imperio di Giove, et la vigesimaquinta sotto il poter di Marte, dal quale ancho esso Secondo giorno di Marte ha havuto nome, perché all’hora sua prima signoreggia Marte. Et così successivamente di tutti gli altri, fino attanto che tu giungerai all’ultima del sabbato; la quale soggiace a Marte, et segue adietro la prima della Dominica ascritta al Sole; dal cui il giorno, come habbiamo detto, è stato chiamato. Il dì natural poi, essendo terminato col giorno et con la notte, è nomato solamente da tutto il giorno come da più degna parte, et dì dagli Dei chiamato, percioché Diios grecamente s’interpreta Dio. Attento che sì come gli dei, Secondo l’ope[p. 026r]nione degli antichi, sono favorevoli a’ mortali, così i dì sono prosperi, et da essi Dei ancho per tal causa sono derivati.

HORA che usciti fuori di sotterranee cave, con l’aiuto d’Iddio, siamo giunti alla luce del giorno, restava a noi, accioché ugualmente havessimo trattato di tutti i figliuoli dell’Herebo, che ancho si fosse detto del Foco, il quale vogliono essere stato figlio dell’istesso, et appresso havessimo descritto quello che gli antichi ne sentano. Ma perché ogni suo figliuolo maschio, eccetto questo, è sterile, et di costui non è picciola la discendenza, et assai in lungo si è steso il volume, m’è paruto più honesto serbarlo nel Secondo libro, et al primo dar fine.

IL FINE DEL primo LIBRO.

[p. 026v]

LIBRO SECONDO

di MESSER GIO. BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO ET ADORNATO

PER M. GIUSEPPE BETUSSI DA BASSANO.

 ALL’ILLUSTRE SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

PROEMIO.

DALLE caverne, con la gratia et favore del nostro vero et onnipotente Iddio, habbiamo tratto fuori quasi tutta la prole dell’Herebo; et fino dove è stato conceduto all’ingegno, tolti via i figmenti, ignuda nel precedente volume l’habbiamo posta inanzi ai lettori. Et veramente, non senza gran fatica tra gli stigi fumi et i nuvoli della mia navicella qua et là pericolante ciò ho potuto fare. Ma poscia che s’è venuto in più aperto mondo, forse con minor dubbio avanzeremo i diversi viaggi et gli strani Euripi; l’onde de’ quali, che s’alzano fino al cielo, s’io non m’inganno veggio. Perché tra gli altri il difficile ethere, o vogliamo aere, o più propriamente dir foco, tratto dalle viscere dell’Herebo in altezza, primo col suo impeto ci occorre, non solamente fecondo per la gran prole, ma ancho molto riguardevole. Della cui, se a bastanza drittamente riguardo, il primo Giove n’è uno, il quale non meno è risplendente per la gloria di così famoso nome che per la grande successione; la cui s’io voglio descrivere mi bisogna, cacciato dal flusso del mare, solcare per tutto il lito d’Egitto, di Soria et il tuo Reame di Cipro. La quale essendo tanto alla grandezza tua, o famosissimo Re, palese et chiara, quanto è più lontano il navigare, ti prego, per l’eccelso honore del tuo nome, che patientemente tu sopporti i miei errori, et a usanza di Prencipe pio, più tosto comandi che siano corretti che lasciare che siano stracciati [p. 027r] dai denti degli invidiosi. Perciò che io con la vela spiegata dalle foci del Orco piglio il viaggio, pregando colui che (Pericolando nel mare di Genesareth i discepoli) comandò ai venti et l’onde, che drizzi il mio camino a buon porto.

L’ETHERE o vogliamo dir Foco, vigesimoprimo figliuolo dell’Herebo,
che generò Giove primo et Celio, overo Cielo.

L’ETHERE, o vogliamo dir Aere o Fuoco, sì come piace a Tullio nelle Nature dei Dei fu figliuolo della Notte et dell’Herebo. Il quale, come che alle volte propriamente sia tolto per lo Cielo, nondimeno da molti pare che sia istimato l’elemento del foco. Così testimonia Uguccione; così pare che voglia Ovidio nel principio del suo maggior volume, dove dice:

Ciò sopra pose il liquid’aer, che manca

Di peso, e in sé non ha feccia terrena.

Et quello che va dietro. Alcuni tennero questo essere la prima causa di tutte le cose, come di sopra è stato detto; et similmente Pronapide dimostra con la sua fittione essere figliuolo di Demogorgone, mentre disse ch’il Chaos infiammato mandò fuori sospiri. Ma m’è paruto credere a Cicerone, il quale Foco, come che molti il facciano sterile, egli nondimeno scrive che fu fecondo, et che generò Giove primo et Celio; da’ quali venne et discese poi tutta la gran prole dei dei.

GIOVE primo figliuolo dell’Ethere, il quale tra maschi et femine hebbe tredici figliuoli;
il primo de’ quali Minerva, il Secondo Apis, il terzo il Sole, quarto Diana, quinto Mercurio,
sesto Tritopatreo, settimo Ebuleo, ottavo Dionisio, nono Hercole, decimo Proserpina,
undecimo il padre Bacco, duodecimo Epapho, et l’ultimo Scitha.

Dice Theodontio che Giove primo fu figliuolo dell’Ethere et del Giorno; del qual Giove veramente, come che sia stato ornato di così chiaro nome, non mi ricordo haver letto alcuna cosa, et poche intese che siano lodevoli. Raccontava Leontio, huomo Greco et di tali narrationi copiosissimo, costui pria c’havesse così gran nome essere stato chiamato Lisania, huomo d’Arcadia et veramente nobile. Il quale d’Arcadia se n’andò ad Athene, et essendo di grand’ingegno, et veggendo in quel rozo secolo gli Atheniesi vivere rozamente et quasi da fiere, prima d’ogn’altra cosa [p. 027v] ordinò alcune leggi, et con publiche institutioni gl’insegnò il vivere. Et fu il primo ch’a loro, i quali havevano le donne come communi, mostrò il celebrare dei matrimoni, et havendoli già ridotto ai costumi humani gl’insegnò adorar i dei; ordinò a quelli altari, tempi et sacerdoti, et appresso gli dimostrò molt’altre cose utili, le quali riguardando et molto lodando i selvaggi Atheniesi, istimandolo Iddio lo chiamarono Giove et lo fecero suo Re. Queste cose so io di costui. Hora mo’, poscia che haveremo veduto perché lo finsero figliuolo dell’Ethere et del Giorno, et perché appresso gentili fu riverito tanto il nome di Giove, vedremmo poi il suo significato, et cercheremo di sapere quale potesse essere la cagione di tal nome et di tal deità. Il dicono adunque figliuolo dell’Ethere o per nobilitarlo con così generoso padre, percioché tenevano la prima cagione delle cose il foco, et così non gli potevano dar più nobil padre, overo perché lo istimarono huomo celeste, overo un Dio venuto dal cielo, per la ragione della profondità dell’ingegno, o perché videro in lui una natura di fuoco, che sempre a guisa di fiamma tende in alto; come puossi a lui attribuire quel verso di Virgilio:

Vigor di fuoco, e origine celeste.

Che sia poi detto figliuolo del Giorno, credo ciò essere detto perché, se bene alcuno nasce atto a gran cose, nondimeno subito ch’è nato non può oprar quello al cui fine è prodotto; bisogna che di giorno in giorno se gli accrescano le forze, et l’animo si faccia maggiore nel fervore dell’essecutioni di quelle; et poi, ch’egli le opri. Le cui opre, perché nel giorno sono vedute et conosciute, dal Giorno pare prodotto con novo parto; come tra tali si può dire quello che scrive Valerio di Demosthene: Per la qual cosa la madre produsse un Demostene, et la industria ne ha partorito un altro. Così un Lisania ha partorito la madre, et un altro il Giorno, testimonio dell’opre. Appresso questo Lisania fu chiamato dagli Atheniesi col nome di Giove, per inanzi già mai a nessuno altro de’ mortali non conceduto; né ancho ad esso iddio fin’hora da’ gentili era stato imposto, né a pieno si sa onde sia stato tolto dagl’impositori. Nondimeno io penso quello essere stato causa di tal nome che ancho troviamo essere avenuto di molti altri pianeti, cioè che gli fosse dato il nome di Giove dalle operationi conformi di tal huomo. Percioché dice Albumasare nel suo maggior Introduttorio il pianeta di Giove per natura esser callido, humido, aereo, temerario, modesto, honorato, molto lodevole, osservator di patientia, nei pericoli dopo la patientia ardito, liberale, clemente, aveduto, vero amatore, avido di dignità, fedele, parlatore, amico de’ buoni, inimico dei cattivi, amator di principi et maggiori; et molt’altre cose scrive di lui, nelle quali aggiunge quello significare natural anima, vita, bellezza, huomini saggi, dottori di leggi, giusti giudici, riverenza dei dei, religione, vittoria, regno, ricchezze, nobiltà, allegrezza et altre simili. Le quali considerate, et poi contrapesati i costumi di quest’huomo, di maniera conosceremo quello convenirsi con Giove che non inconvenevolmente diremo essere chiamato Giove, et crederemo questa conformità et convenevolezza essere stata cagione di tanto nome. Ma non leggiamo che questo, poscia che fu conceduto dagli antichi al pianeta et a Lisania, non fosse ancho da’ più moderni attribuito ad alcuni altri, [p. 028r] come a Giove Secondo figliuolo di Cielo, il quale fu huomo Arcade et Re d’Atheniesi. Et appresso a Giove terzo, huomo di Creta et figlio di Saturno; così ancho a Pericle Prencipe Atheniese, il quale molti chiamarono Giove Olimpio. Oltre di ciò i Poeti ne’ suoi figmenti inclusero il fuoco elemento, et alle volte il foco et l’aere, sotto il nome di Giove. Et tanto s’è inalzato che da’ più prudenti è stato ascritto al sommo et vero Iddio; et ciò non immeritamente, perché a lui solo si conviene così degno nome. Il che non rifiuterà il Christiano, considerata la significatione del nome, se ciò non fosse stato inventione de’ Gentili. Imperoché vogliono alcuni huomini saggi che Giove sia detto da giovare, et suoni l’istesso che padre giovante; la qual cosa al solo vero Iddio si conviene. Egli veramente è il vero Padre, et fu da eterno et sarà in sempiterno, il che di nessun altro non si può dire. Similmente aiuta tutti et non nuoce a nessuno; et tanto è difensore che, se non c’è il suo aiuto, tutte le cose andrebbono in ruina in subito; et ciò sarebbe necessario. Appresso, questo nome Giove in greco viene detto Zephs, che latinamento suona vita. Et chi alle cose et a tutte le creature è vita, se non Iddio? Egli senza dubbio di sé stesso parlando, lo dice: Io sono la strada, la verità, et la vita. Et veramente così è. A lui, per lui, et in lui viveno tutte le cose. Fuori di lui, eccetto la morte et le tenebre non v’è altro. Costui, se bene gli antichi Romani drittamente non l’honorarono, chiamarono nondimeno Giove Ottimo Massimo, essendo sforzati di mostrarlo per queste poche parole. Percioché per grandezza et potenza trapassò gli altri dei, et ch’egli solo sia il sommo bene, et che da lui dipenda la vita et l’aiuto a tutti. Oltre ciò, molto altre cose potrei descrivere qui che i Poeti hanno attribuito a Giove, com’è l’armigero uccello, la quercia, le guerre, la moglie Giunone, et altre tali. Ma perché queste paiono drittamente convenirsi a quello che si favoleggia di Giove Cretese, ho giudicato bene essere da lasciarle a lui. Ma non si ha chiara certezza, famosissimo Re, se gli Atheniesi havessero costui per dio, o pure se lo facessero. Perché se lo fecero, egli è da sapere gli antichi essere stati avezzi, per accrescere la nobiltà dell’origine, con certe sue vane cerimonie mettere nel numero dei dei gli edificatori delle loro città, et con sacrifici et tempi adorarli. Così ancho facevano l’istesso verso i padri et parenti dei suoi prencipi, et medesimamente verso essi prencipi, quando da quelli havevano ricevuto qualche beneficio, affine di mostrarsigli grati, et per dar animo agli altri ad oprar bene, per disio di così honorata gloria. Appresso, scriveno gli antichi essere stati molti i figliuoli di Giove, de’ quali istimo veramente alcuni essere stati figliuoli di Giove; ma di qual Giove, o primo o Secondo o terzo, d’alcuni non se n’ha certezza. Così ancho molti altri per la degna preminenza della virtù et per inalzar la gloria del sangue, similmente dai Theologhi sono attribuiti a Giove de’ gentili; i quali io lascierò a quel Giove, percioché più paiono moderni.

[p. 028v]

MINERVA, prima figliuola del primo Giove.

MINERVA, Secondo quasi il publico grido dei versi di tutti i Poeti, fu figliuola di Giove; del cui nascimento si narra tal favola. Che veggendo Giove Giunone sua moglie non gli far figliuoli, per non restare in tutto senza figliuoli, percosso il suo cervello mandò fuori Minerva armata. Il che pare essere confermato da Lucano, dicendo:

Pallade anchor non poco ama costei.

La qual’è nata dal paterno capo.

Et nella natività sua dice Claudiano:

Dicono Giove al nascer di Minerva

Fatto haver fiammeggiar l’aurate pioggie.

Appresso dice Servio costei essere nata nella quinta Luna, sì come gli altri che sono stati sterili. Oltre ciò, vogliono essere stata sua inventione la lana et il filarla, la quale prima non era conosciuta. Et così ancho il tessere. Là onde piace ad Ovidio costei haver havuto contentione con Aragne Colophonia sopra la testura, et essere restata vincitrice. Così ancho con Nettuno sopra il dar nome alla città d’Athene. Appresso, alcuni la fingono armata et sovrastante della Rocca d’Athene. Indi a quella Tito Livio attribuisce il ritrovar dei numeri et le loro figure, attento che per inanzi gli antichi in vece di numeri usavano segni. Recitasi ancho di costei un’altra favola. Che havendo ella fatto presuposto di serbare perpetua la sua castità, et Vulcano essendosi inamorato di lei, egli la dimandò per sposa al padre suo Giove, per premio delle saette da lui a quelle fatte con le qual fulminò i Giganti. Là onde Giove, consapevole del voto della figliuola, gli la concesse con tal patto, ch’egli vedesse se la poteva conquistare et ridurre a far le voglie sue. Dall’altro lato diede ampia licenza a Minerva che, s’ella non se ne contentava, si potesse difendere con tutte le forze a suo maggior potere. Così, mentre Vulcano faceva ogn’opra per metterla di sotto, et ella in contrario gli facesse resistenza, avenne che Vulcano si corruppe, et di quel seme ch’in terra cadè nacque un fanciullo; et ella fu lasciata in pace. Dicono ancho quella andar vestita con tre vesti, et gli le consacrarono un elmo in cima un’asta dipinto; et in sua difesa, levatale la cornice, le posero la civetta. Indi la chiamarono con molti nomi, come Minerva, Pallade, Athena et Tritonia. Spiegate queste cose, l’ordine incominciato voleva che fosse scoperto quello che gli antichi havessero potuto comprendere sotto i figmenti. Ma qui è da considerare che tutti quanti i figmenti giù locati non s’appartengono a questa Minerva. Veramente quella del nome istesso ha intricato l’orecchie delle genti, non si curando di ciò i Poeti. Percioché, come afferma Leontio, le arme non s’appartengono a questa, né il contrasto di Nettuno; ma più tosto sono di quella Minerva che fu figliuola del Secondo Giove. Et però lasciate quelle scovriremo l’altre, et v’aggiungeremo alcune cose historice. Vogliono adunque Minerva, cioè la sapienza, essere uscita dal cervello di Giove, che tanto [p. 029r] è come discesa da Iddio. Percioché i Phisici vogliono tutta la virtù intelletuale essere locata nel cervello, come in una fortezza del corpo. Di qui fingono Minerva, cioè la sapienza, nata dal cervello d’Iddio, affine ch’intendiamo ogni intelligenza et ogni sapienza essere infusa dal profondo segreto della sapienza divina; la quale Giunone, cioè la terra, in quanto a questo sterile non poteva concedere né può dare. Perché, col testimonio della Sacra Scrittura, Ogni sapienza viene dal Signor Iddio. Et ella istessa medesimamente ivi dice: Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo. Et così veramente con industria finsero quella non come noi siamo generati, ma dal cervello di Giove essere nata, per dimostrare la singolar sua nobiltà lontana da ogni terrena sporcitie et feccia. Indi a lei si attribuisce la virginità perpetua et poi la sterilità, accioché per questo si conosca che la sapienza mai non si macchia per alcun appetito né atto delle cose mortali; anzi sempre è pura, lucida, intiera et perfetta. Et in quanto alle cose temporali è sterile, essendo i frutti della sapienza eterni. Ciò che sentirono poi del suo contrasto, egli si scriverà più di sotto, dove si tratterà d’Erittonio et di questo contrasto. Si cuopre con una veste a tre falde, accioché siano intese le parole dei saggi, et specialmente di quei che fingono sotto coperta di sensi diversi. A lei appresso è consacrato un arbore dipinto, affine che conosciamo i parlari dei savi essere ornati, fioriti, eleganti et molto limati. La Nottola poi, a lei dedicata invece della cornice, è per dimostrare il savio con l’avedimento conoscere le cose poste in oscuro, sì come ancho la nottola vede nelle tenebre; onde cacciate via le ciancie et il garrire, dia opra in haver riguardo a tempo et luoghi. Minerva poi è derivata, come dice Alberico, da Min, che significa non, et erua, che vuol dir mortale; onde nasce la sapienza essere immortale. Pallade et Athene è nome convenevole ad altre Minerve; di che dove d’elle si tratterà, esporremmo il tutto. Ma Tritonia è detta da un loco o vero da un laco, il quale in Africa è detto Tritone, là dove ella al primo tratto comparve. Esposte adunque le fittioni in questo modo, egli è da passare all’historia, et sapere che Minerva fu una certa donzella della cui origine non s’ha cognitione; la quale essendo di grand’ingegno, come dice Eusebio, regnando Phoroneo in Grecia, prima appresso Tritonia palude over lagho d’Africa comparve, non sapendo nessuno da quali contrade ella si fosse venuta. Dice nondimeno Pomponio Mela nella sua Cosmographia che gli habitanti istimarono quella essere ivi nata; et le favole ne fanno fede, perché quel giorno natalitio che pensavano essere stato il suo lo celebravano con giuochi di donzelle che tra loro contrastavano. Questa adunque havendo trovato il filar della lana, la testura et molte altre cose artificiose, fu tenuta per famosa dea. Et perché tutte le sue inventioni parevano derivare da sottile ingegno et da sapienza, fu aggiunto loco alla favola ch’ella fosse nata dal cervello di Giove. Di costei dice Agostino nel libro della Città d’Iddio che, regnando Egigi in Attica, ella comparse in habito virginale appresso il laco Tritone, sì come è stato detto; et essendo inventrice di molte opre, tanto più facilmente fu tenuta dea quanto meno la di lei origine fu incognita. Né da Eusebio è differente Agostino nel tempo, percioché l’istesso Eusebio dimostra Phoroneo et Ogigi essere stati ad un medesimo tempo. Et perciò io ho ascritto costei fi[p. 029v]gliuola al primo Giove, attento che più a lei parmi convenirsi per lo tempo che a nessun altro.

APIS RE D’ARGIVI, secondo figliuolo del primo Giove.

EUSEBIO nel libro dei Tempi dice che Apis, il quale fu poi Re d’Argivi, fu figliuolo di Giove et di Niobe figliuola di Phoroneo; con il cui l’istesso Eusebio scrive Giove prima che con nessun altro essersi congiunto. Et così fu il primo Giove, attento che per la distanza del tempo molto più inferiori siano gli altri. Ma Leontio disse costui essere stato figliuolo di Phoroneo et di Niobe, sorella et moglie sua, et a lui essere successo herede nel reame di Sicioni; ma poi dagli Egittii essere stato fatto Iddio et figliuolo di Giove. Di questo Api si narrano molte cose; percioché, come rifferiscono alcuni, havendo alquanto tempo signoreggiato dopo la morte di Phoroneo agli Argivi, per disio di gloria et ingordigia di maggior reame passò in Egitto; et ottenuto quel regno, poscia che hebbe insegnato molte cose a quegli huomini rozi fu incominciato ad essere tenuto per Dio, havendo già tolto l’Iside per moglie. Ma Eusebio scrive ch’egli fu Re di Sicini, et dove da quello egli è stato detto. Del tempo suo poi, diversa è l’openione dei scrittori degli annali. Perché alcuni dicono al tempo d’Abraam la Grecia da lui essere stata detta Apia; altri poi vogliono che, già nato Giacob, appresso gli Egittii essere stato tenuto Iddio. Ma Beda in quel libro ch’egli scrisse dei Tempi dice nel tempo di Giacob da Api essere stata edificata Memphi. Oltre di ciò, Eusebio parla Secondo altri egli essere stato Re degli Argivi et haver regnato cento anni dopo Giacob, et ivi dice che, havendo Api creato governatore dell’Acaia Egialeo Re et suo fratello, se n’andò in Egitto, et edificò la città di Memphi. Ch’egli poi se n’andasse in Egitto et togliese per moglie l’Iside, a bastanza da tutti è creduto. Ma sì come del suo tempo si dubita, così ancho della sua morte si dicono diverse cose. Perché alcuni vogliono lui essere morto appresso gli Egittii et sepolto; del quale nel libro della Città d’Iddio così dice Agostino:

 Il Re d’Argivi Apis, essendo navigato in Egitto et ivi morto, fu creato Serapis, tra tutti gli altri Dei degli Egittii maggiore.

Del nome suo poi, perché dopo morte fosse detto più tosto Serapis che Apis, Varrone ne renda facilissima ragione. Perché l’arca nella quale si mette il morto, chiamata da tutti sepoltura, in greco si dice Soron; et ivi haveano incominciato honorare il sepolto, pria che gli fosse il tempio edificato. Onde Soron et Apis, prima Sorapis; indi cangiata una lettera come si suol fare, fu poi detto Serapis. Altri poi dissero lui essere stato morto dal fratello Tipheo et a brano a brano stracciato, et lungamente cercato dalla moglie Iside, et ultimamente trovato, et le sue membra raccolte in un panieri; onde poi fu rivolto in religione, nei sacrifici cioè nei februi intravenirgli il cesto. Ma la Iside poi [p. 030r] portò le membra raccolte oltre la palude Stigia, ch’è in Africa in una Isola molto lontana, et ivi le ripose. Et vogliono, quelli che ciò istimano vero, essere nato dal lungo ricercare dell’Iside quello che lungamente fecero gli Egitii, i quali non prima restarono di cercar lei che, trovato un toro bianco, et a quello ritrovato usando vezzi, lo chiamarono Osiri. Et perché ciò si faceva ogni anno, disse Iuvenale:

Et il mai non cercato a pieno Osiri.

Ma andasse egli quando si volesse in Egitto, o morisse come si volesse, o fosse sepolto ad ogni via che più piaccia, fu in tanta riverenza Apis appresso gli Egittii che da loro si venne a tal conditione (affine che la sua divinità non potesse essere machiata da nessuna ombra l’humanità), che publicamente fu ordinato che se alcuno havesse ardire chiamar quello essere stato huomo, subito gli fosse tagliato il capo. Et per ciò in ogni tempio la sua imagine stava con un dito posto inanzi alla bocca, dimostrando il silentio. Appresso, dice Rabano che i pazzi Giudei nell’heremo adorarono in loco d’Iddio il capo di questo toro, il quale gli Egittii istimarano Serapin. Oltre di ciò, dimostra Macrobio nel libro dei Saturnali questo Apis con gran riverenza appresso Alessandria d’Egitto essere adorato, affermando ch’eglino fanno quello honore al Sole. Et così pare che s’istimi Apis essere il Sole.

IL primo SOLE, terzo figliuolo del primo Giove.

SCRIVE Tullio nelle Nature degli Dei il primo Sole essere stato figliuolo del primo Giove; nondimeno non dice di qual madre nascesse. Sono di quelli che vogliono costui essere stato Apis, conciosia che in loco del Sole dagli Egittii, sì come di sopra habbiamo detto, viene adorato. Ma io che egli sia stato altramente non mi ricordo haverlo ritrovato; tuttavia sono certo che fu huomo, et così fu differente da Apis. Egli è da credere ancho che fosse un huomo notabile, famoso, et ornato d’animo grande et reale, et in quella guisa che di sopra è stato detto di Giove essere stato ornato di così famoso nome.

DIANA prima, quarta figliuola del primo Giove.

LA prima Diana fu figlia del primo Giove et Proserpina, come nel medesimo libro di sopra afferma l’istesso Tullio. Istimo anch’io costei essere stata vera figliuola di questo Giove, et non putativa. Et essendo quel nome assai usato dalle donne, è ancho possibile che fosse proprio, et non ritrovato. Ma quale ella si fosse, non è quella ch’i Poeti fanno così famosa di perpetua virginità, leggendosi costei di Mercurio figliuolo di Libero et di Proserpina haver conceputo il pennato Cupido.

[p. 030v]

MERCURIO primo, figliuolo quinto del primo Giove.

AFFERMA Leontio Mercurio essere stato figliuolo del primo Giove et di Cilene Nimpha d’Arcadia. Scriveno i Poeti costui essere stato messaggiero dei Dei et loro interprete; onde con diversi ornamenti lo dipingono, accioché per quelli s’intenda la varietà dei suoi Affari. Scrive di lui Virgilio in questa forma:

prima si lega i suoi talari, ai piedi;

I quali d’oro sopra il mar con l’ali

In alto, over sopra la terra insieme

Velocemente il portano liggieri.

Piglia la verga poi, con la qual’egli

Leva dal centro l’anime tremanti

Et altre qui nel mesto Inferno manda.

Con quella apporta i sonni; e i lumi insieme

Con morte segna; e appresso e’ venti caccia

Con furia; e ferma i nuvoli turbati.

Et quello che segue. Appresso Horatio di lui così scrive nelle Ode:

O Mercurio d’Athlante alto nipote.

Che con la voce de l’ornato canto

De la tua pura cetra, i fieri volti

Degli huomini novelli pur formasti.

Oltre di ciò Statio gli aggiunge il capello, dicendo:

Et ventilla le chiome; et col capello

Tempra le stelle.

Nondimeno, benché leggiamo più huomini essere stati Mercuri, tuttavia riguardando quelle cose che poco di sopra di lui scriveno i Poeti, come che si possano applicare ad un huomo, più tosto presumeremo che siano scritte sopra il Mercurio pianeta; et maggiormente se riguardaremo qualmente con quelle cose che sono scritte dagli Astrologhi si confacciano le dette dai Poeti. Perché Albumasaro, huomo tra gli antichi di grandissima auttorità, afferma Mercurio essere di così pieghevole natura, che incontanente alla di lui a quella ch’egli s’accosta converte la natura dell’huomo che ne partecipa; et questo aviene per lo temperamento della sua sicità et frigidità. Ma l’honorato Andalone, mio precettore, di complessione lo chiama callido et secco, et che significa dilettatione di concubine, chiarezza et oracoli di Poeti, eloquenza et memoria d’historie, credenza, bellezza, bontà di disciplina, sottigliezza d’ingegno, scienza di cose future, Aritmetica, Geometria et Astrologia. Et appresso, haver in sé la descrittione di tutte le cose, così celesti come terrestri. Oltre di ciò, auguri, dolcezza di ragionamenti, velocità et disio di signoria. Et per quello lode, fama; appresso tonsura di chioma, scrittori, libri, bugie, testimonio falso, considerationi di cose rimotte, poca allegrezza, ruina della sostanza, negotii, compride, furti, liti, astutie, profondità di consiglio, dolcezza di versi et canzoni, colorationi diverse, obidienza, pace, concordia, pietà, povertà, conservatione d’amicitia, artefici manuali, et molte altre cose si dinotano. Et come afferma esso Andalone, con i maschi è maschio et con le femine feminile. Per le quai cose facilmente possiamo comprendere ch’essendo di così convertevole natura, di lui nei prescritti versi haver inteso i Poeti; come che l’istesso si possa ancho dire degli huomini mercuriali et ancho si dica, Secondo che si dimostrerà nelle seguenti. Ma piacemi [p. 031r] più largamente dichiarare l’intento dei Poeti, accioché più chiaramente si manifesti quanto si convengano con gli Astrologhi. Dicono adunque, affine che dal capo pigliamo il principio, essere coperto con un capello, per dimostrarci che, sì come chi si cuopre col capello schifa le pioggie et il Sole, così Mercurio coperto dai solari raggi, ai quali quasi sempre congiunto, fugge essere veduto da’ mortali; rarissime volte certamente veduto, et a pochi è noto. Et l’huomo mercuriale con l’astutia cuopre il suo intento. Haver poi l’ale ai taloni dinota la sua velocità, non solamente nel motto, il quale a lui circa l’epiciclo è velocissimo, ma per la veloce donatione et apprendere delle proprietà sopracelesti degli altri corpi; là onde si comprende la veloce et l’astuta inclinatione degli huomini mercuriali. La verga poi gli è attribuita per le varietà dei corpi ch’a lui si congiungono, Secondo le quali egli subito partisce i suoi affetti; et ancho l’huomo mercuriale d’intorno ogni opra sua misura l’effetto et il potere. Che poi con la verga, cioè con la sua potenza, richiami l’anime dal centro, qui è bisogno più acutamente aprir l’orecchi. Furono veramente di quelli i quali istimarono tutte l’anime degli huomini al principio essere stato create insieme, et dopo, concetto gli huomini, essere state mandate in noi a morire et a passare nell’Inferno; et ivi essere tormentate fino attanto che purghino le cose commesse in vita, et indi passare nei Campi Elisi. Et mill’anni da poi essere guidate da Mercurio di fiume Lethe, acciò bevendo di quello si scordassero le fatiche della presente vita, et così desiderassero di novo ritornare ai corpi ai quali Mercurio le richiamava. La qual openione ridiculosa benissimo tocca Virgilio, mentre dice:

Sopportiamo ciascun l’anime nostre;

Indi mandati siam per l’ampio Elisio,

Et pochi possediamo i campi lieti;

Fin che il dì lungo a pien fornito il tempo

Leva la peste generata, e il puro

Ethereo senso lascia, e il foco insieme

De l’aura pura; onde pei queste tutte

(Girato, c’hanno il spatio di mill’anni)

Iddio in gran schiera al Letheo fiume chiama

Affin, che de l’oblio gustate l’acque;

Tornino a riveder le cose state,

Di novo incominciando ad haver voglia

Di ritornar nei corpi, et farsi humane.

Questo ufficio adunque di rivocar l’anime ai corpi vogliono che sia attribuito a Mercurio, perché dicono che è presidente al porto che nel sesto mese sta nel ventre della madre; nel qual tempo molti istimano l’anima rationale essere infuse nel conceputo, et questo per opra di Mercurio che gli signoreggia. Così dall’Orco, cioè dall’inferior loco, viene revocata l’anima nel corpo di quello c’ha a nascere da Mercurio. Che poi le mandi ai Tartari è openione dei Phisici, perché per lo freddo et per lo secco, qual’è la vera complessione di Mercurio, mancando il callido et humido radicale, l’anima si disgiunge dal corpo, et Secondo l’openione degli antichi va all’Inferno. Togliere poi et dare i sonni è l’istesso con quello ch’è stato detto giudicare i nascenti in vita, ch’è il togliersi il sonno et sciogliersi in morte, che significa darli il sonno. Cacciare i venti è opra di Mercurio, perch’egli col suo freddo alle volte suscita quelli, che, suscitati, qua et là nebbie sono portate dai loro sforzi. Vogliono ancho che sia il Dio dell’elo[p. 031v] quenza, dei mercati, dei ladri et d’alcun’altre cose, che di sotto si diranno trattandosi degli huomini mercuriali. Che poi fosse figliuolo di Giove, è stato fatto perché è creatura d’Iddio. Ma di Cilene fu detto per colorar la fittione, o perché prima fu adorato appresso Cilene monte d’Arcadia.

TRITOPATREO sesto, Ebuleo settimo, et Dionisio ottavo figliuoli del primo Giove.

DICE Cicerone dove tratta delle Nature dei Dei che Tritopatreo, Ebulio et Dionisio furono figliuoli dell’antichissimo Giove, cioè primo Re d’Atheniesi, et di Proserpina; e che in Athene furono chiamati Ariararchi. I quali, come che niente io non ritrovi di loro, nondimeno istimo che fossero famosissimi huomini, attento che Ariararche significa Prencipe dell’armi. Percioché Aris in greco suona latinamente Marte, et Archos Prencipe; adunque furono delle guerre overo dell’armi prencipi. Il che a’ que tempi, et ancho hoggidì, è grandissimo nome. Ma Leontio dice che Ebuleo, tratto dalla fama d’Antheo figliuolo della Terra, andò a trovarlo per giuocar seco alla lotta, et havendolo vinto meritò il cognome d’Hercole; il quale pria di lui nessuno non havea meritato. Nondimeno io credo Ebuleo essere stato molto più antico d’Antheo. Similmente, dice che Dionisio mosse guerra agl’Indi, constrette le donne alla guerra, et ottenuta la vittoria ivi haver edificato la città di Nisa. Indi ritornando vittorioso fu il primo che s’imaginò la pompa del Triompho, et ancho insegnò agli Atheniesi l’uso del vino; et da quelli fu chiamato Libero, et padre; conciosia che vivendo lui si tenevano liberi, et come conservati sotto la difesa d’ottimo padre. Le quai cose non nego che non potessero essere state in questo modo; ma nondimeno istimo che fossero molto da poi.

HERCOLE primo, et nono figliuolo del primo Giove.

PIACE appresso, a Tullio, il primo et antichissimo Hercole essere stato figliuolo del primo Giove di Lisico. Et afferma costui essere stato a contrasto con Apollo sopra il tripode; nel quale, perché l’ottenne, Paolo vuole che, essendo prima detto Dionisio, perciò fosse chiamato poi Hercole. Il che veramente afferma ancho Leontio; ma però non dimostra la cagione, onde non so che mi credere. Ma il contrasto del Tripode, cred’io che fosse sopra l’indovinare. Conciosia che dice Paolo le Pripode di Phebo essere una spetie di lauro solo che ha tre radici, et perciò queste nei libri de’ Pontefici esser dette Tripode, et essere consacrate ad Apollo; perché essend’egli iddio dell’indovinare, questi tali allori paiono havere l’istessa virtù. Attento che si legge che, se le frondi della spetie di tal lauro sono messe sotto il capo d’uno che dorma, senza dubbio egli vedrà veri insogni.

[p. 032r]

PROSERPINA, primadecima figliuola del primo Giove.

TULLIO dimostra Giove haver havuto alcuni figliuoli di Proserpina, et ancho dimostra che una istessa fosse di lui figliuola. Il che è possibile, conservata l’honestà ch’egli havesse Proserpina per moglie, et che di questa medesima overo d’altra donna havesse una figliuola chiamata Proserpina, la quale pare che l’istesso Tullio voglia che fosse moglie di Libero suo fratello; non ricordandomi altro che questo haver letto di lei.

LIBERO primo, undecimo figliuolo del primo Giove, il quale generò Mercurio Secondo.

CICERONE nelle Nature dei Dei chiaramente testimonia il primo Libero essere stato figliuolo del primo. Ma Leontio istima costui essere stato uno istesso con Dionisio detto di sopra, et si sforza dimostrare che tra tutti gli altri suoi fratelli fosse huomo famoso. Nondimeno Eusebio o di questo o d’altro, il che anch’io più tosto credo, descrive che fu molto dopo questo tempi. Ma alcuni vogliono ch’a costui fosse sorella et moglie Proserpina, et che di lei havesse Mercurio Secondo per figliuolo.

MERCURIO Secondo, figliuolo di Libero et di Proserpina, che generò Cupido et Auttolio.

UN ALTRO Mercurio differente dal detto di sopra fu figliuolo di Libero et di Proserpina, come afferma Theodontio et Corvilio; del quale è recitata tal favola da Theodontio. Che havendo egli rubbato le vacche d’Apollo, che nessun altro non l’havea veduto eccetto che un certo huomo chiamato Batto; ne donò una al detto, con tal patto che non palesasse il detto furto. Indi cangiatosi in un’altra sembianza, per far esperienza della fede di Batto venne a lui fingendo d’essere colui che le havea perdute, et gli offerse un Toro s’egli gli le insegnava. Onde Batto gli rivelò tutto quello c’havea veduto. Di che sdegnato Mercurio lo converse in sasso, chiamato dagli antichi indice, et da noi volgarmente pietra da paragone. Finalmente Apollo, confidatosi nella sua divinità, conobbe il furto; onde pigliato l’arco con le sue saette volse uccidere Mercurio, ma Mercu[p. 032v]rio fattosi invisibile non puotè essere offeso. Ultimamente, accordatisi insieme, Mercurio concesse ad Apollo la cettra da lui trovata, et Apollo diede a lui la sua verga. Diceva appresso Paolo ch’egli havea letto altrove che Mercurio, essendosi imaginato dell’ira d’Appollo, per non poter essere da lui offeso segretamente pian piano gli havea tolta fuori della pharettra tutte le saette. Di che l’irato Apollo essendosi accorto, et maravigliandosi della sua astutia, se ne rise, et seco fece pace. Leontio d’intorno questa favola diceva questo Mercurio essere stato figliuolo di Dionisio, che poco di sopra è stato detto Libero, et dal nascimento suo chiamato Niso percioché nacque appresso Nisa d’India, poco inanzi edificata dal padre. Onde cresciuto in adolescenza, fu tanto veloce de’ piedi che nel corso vinceva tutti gli altri dal suo tempo. Per la qual cosa lasciato il primo nome fu chiamato Stilbone, che in latino suona veloce. Poi havendo apparato l’arti magiche, et grandemente dilettandossi di ladronezzi imbolò gli armenti a Phoronide, sacerdote d’Apollo Delphico, che a quel tempo era tenuto di maravigliosa auttorità; et quelli havea riposti dietro una certa tomba di pietra, chiamata Batho. Ma per caso essendosi separato un toro dagli altri compagni, et volendo ritornare a quelli, avenne che cadè entro quella tomba, et incominciando a mugghiare gli altri tori con i loro muggiti gli rispondevano; là onde udita la voce da quei che gli ricercavano, et andati, ritrovarono gli armenti involati; et quella tomba cangiato il nome di Batho fu detta Indice. Stibone poi havendo fuggito con l’arti sue l’impeto dell’irato Phoronide, finalmente divenne suo amico. Ma perseverando in tali misfatti non per avaritia, ma, come diceva, per instinto naturale, essendo appresso bello huomo, eloquentissimo et d’intorno tutti gli essercitii manuali d’acutissimo ingegno, fu nomato Mercurio, et Dio dei ladri. Il che (come affermava l’istesso Leontio) se bene hebbe principio da un giuoco, l’incominciamento nondimeno accrebbe tanto appresso gli Atheniesi et Arcadi che dopo la sua morte gli furono edificati tempi et fatti sacrifici, con i quali si sforzavano farselo favorevole quelli a’ quali era stato involato alcuna cosa, affermando per sua deità molte cose conservarsi et ancho ricuperarsi. Et dicevano lui, sì come gli altri dei, havere le sue insegne; delle quali, perché di sotto sono per dire dove tratterò del terzo Mercurio, qui non mi sono curato scrivere alcuna cosa.

IL primo CUPIDO, figliuolo del Secondo Mercurio.

IL primo Cupido, come dice Tullio et Theodontio, fu figliuolo del Secondo Mercurio et della prima Diana; il quale dicono essere stato pennato. Il che circa due sensi poterono intenderci quei c’hanno finto. prima d’intorno il nome, essendo stato bellissimo fanciullo a guisa di Cupido figliuolo di Venere, sempre dipinto garzone et bellissimo; quasi un altro Cupido, per tale fu chiamato. Pennato poi istimo che lo chiamassero perché fu giovanetto velocissimo nel corso.

[p. 033r]

AUTTOLIO figliuolo del Secondo Mercurio, che generò il primo Sinone.

AUTTOLIO, come piace a Ovidio, fu figliuolo di Mercurio et Lichione; il quale Ovidio dell’origine di costui recita tal favola. Dice che Lichione fu bellissima figliuola di Dedalione, di maniera molto piacque ad Apollo et Mercurio; i quali amendue ricercandola in uno istesso giorno, senza che l’uno sapesse dell’altro, a tutti due la notte seguente promise il suo congiungimento. Onde Mercurio, senza poter indugiare che si facesse notte, la toccò con la sua verga facendola adormentare, et con lei si giacque. Apollo poi vi andò la notte, et medesimamente seco hebbe a fare; dai quali partorì due figliuoli, cioè di Mercurio hebbe Auttolio et di Apollo Philemone. Ma Euttolio tra i ladri divenne famosissimo, di maniera che non pareva tralignare del padre. Philemone poi fatto citharedo dimostrò ch’era stato figliuolo d’Apollo. Istimo il diverso successo del fine di questi due fratelli haver dato materia a questa fittione, et che l’uno et l’altro di loro fosse attribuito figliuolo a quel Dio del quale imitò i costumi. Et forse ancho che Auttolio nel suo nascimento hebbe in ascendente Mercurio, et però fu detto suo figliuolo; et Apollo per l’istessa cagione s’acquistò Philemone.

SINONE primo figliuolo d’Auttolio, che generò Sissimo et Auttolia.

SINONE fu figliuolo (come piace a Paolo) d’Auttolio. Et Servio dice questo istesso essere stato ladro; il quale nell’essercitio di ladronezzi di maniera si trasformava in varie forme, che leggiermente ingannava ogn’uno. Generò egli Sissimo et Auttolia madre d’Ulisse, et hebbe signoria appresso Parnaso, sì come si vede nell’Odisea di Homero; dove recita qualmente, appresso Parnaso da un cignale fu ferito Ulisse.

SISIMO figliuolo del primo Sinone, et padre del Secondo.

DICE Servio che Sissimo fu figliuolo del primo Sinone; né di lui mi ricordo haver letto altro eccetto che fu padre del Secondo Sinone, il quale col suo tradimento fu cagione della ruina di Troia.

AUTTOLIA, FIGLIA DEL primo Sinone et madre d’Ulisse.

COME piace a Servio, Auttolia fu figliuola del primo Sinone. Costei essendosi maritata in Laerte Re d’Erachia, et andando a marito (Secondo l’openione d’alcuni) fu assalita et presa da Sissipho assassino, il quale hebbe seco a congiungersi. Et sono di quelli che [p. 033v] vogliono da tale congiungimento essere nato Ulisse. Onde così pregna essendo andata alle nozze del marito Laerte, et venuto il tempo del partorire, colui ch’ella havea conceputo di Sissipho fu tenuto figlio di Laerte. Il che Aiace figliuolo di Thelamone appresso Ovidio nel contrasto dell’armi d’Achille a lui gitta in occhio, dicendo:

Di Sisipho del sangue uscito, et nato,

Et di furti, et di frode eguale a lui.

Costei, come si dice, essendole falsamente riportato Ulisse sotto Troia essere stato morto, non potendo sopportare il dolore con un canape si sospese; la quale da poi (come scrive Homero nell’Odissea) nell’Inferno ritrovò et conobbe Ulisse, dove la interrogò di molte cose et sopra molte fu ammaestrato.

SINONE, Secondo figliuolo di Sissimo.

IL Secondo Sinone per testimonio di Servio fu figlio di Sissimo, et dal primo Sinone suo zio così detto. Costui, come dimostra Virgilio, essendo andato con Greci alla distruttione di Troia, andando le cose non molto prospere, corrotto da quelli, che finsero di partirsi dall’assedio, volontariamente si lasciò pigliare da’ Troiani et condurre dinanzi al Re Priamo. Appresso il quale primieramente con maravigliosa astutia s’inalzò, et poi con false parole persuase il Re et gli altri Troiani a torre entro la città il cavallo di legno, tuttavia dandogli ad intendere che Greci volevano partirsi. Che poi avenisse di lui non lo so. Nondimeno Plinio scrive nel libro dell’Historia Naturale costui essere stato l’inventore della significatione speculativa; il che dimostra lui essere stato huomo di non picciolo ingegno et sapere.

EPAPHO, duodecimo figliuolo del primo Giove, il quale generò Libia et Belo.

Hora che habbiamo spedito tutta la prole del primo padre Libero, figliuolo del primo Giove, egli è da rivoglere il parlare ad Epapho Egittio et alla sua grandissima discendenza. Il qual Epapho, come mostra Ovidio, d’Ione figliuola d’Inaco fu figlio di Giove. Ma Theodontio et Leontio egualmente dicono che fu figlio di Giove, ma che hebbe per madre Iside figliuola di Prometheo, sì come più a basso parlandosi d’Iside apertamente si tratterà. Nondimeno Eusebio nel libro dei Tempi dice che fu figlio di Thelegone, a cui si maritò dopo la morte d’Apis Iside. Ma Gervaso Telliberese nel libro degli Otii Imperali scrive Epapho essere stato figliuolo d’Heleno et d’Iside, et haver edificato Babilonia d’Egitto; la qual’opra più certi auttori affermano essere stata di Cambise Re di Persi. Così tra loro gli auttori sono differenti del padre et della madre. Là onde io seguirò la fama più commune et dirò che fu figliuolo d’Ione et Giove; della cui concettione più di sotto, dove si scrive d’Ione, intieramente si reciterà la favola. Di costui dice Lattantio che fu moglie Cassiopia; non quella che fu nora di Perseo, ma una più an[p. 034r]tica, et che da quella hebbe alcuno figliuolo, come poi si vederà. Del suo tempo, non meno discordano gli antichi di quello che facciano del padre et della madre. Percioché col testimonio d’Eusebio, dove tratta dei Tempi, alcuni dicano che Giove hebbe a fare con Ione figliuola d’Inaco regnando Cecrope in Athene, il quale signoreggiò circa gli anni del mondo tremilasecento et quarantasette; ritrovandosi poi che Inaco regnò fino agli anni del mondo tremilatrecento et novantasette. Onde Secondo questi bisognò questa essere un’altra Ione che quella d’Inaco. Indi l’istesso Eusebio poco dopo dice la predetta Ione essere andata in Egitto l’anno quarantesimoterzo dell’Imperio di Cecrope, il quale fu l’anno del mondo tremillesettecento et dieci, et ivi essere stata nomata Iside, essendosi maritata in un certo Thelegono, dal quale partorì Epapho. Ma io, lasciate le varietà ho detto Epapho essere stato figliuolo del primo Giove, percioché parmi il suo tempo più convenirsi con Ione figlia d’Inaco et Iside di Prometheo; ciascuna delle quali che più gli piaccia, può ogn’uno darsi per madre.

LIBIA figliuola d’Epapho.

LIBIA nacque d’Epapho et di Cassiopia sua moglie, sì come a Lattantio piace; la quale essendosi congiunta con Nettuno, cioè con altro huomo differente da Egitto, di lui partorì Busiri, che fu poi immanissimo tiranno. Costei (come dice Isidoro dove tratta dell’Ethimologie) fu reina di quella parte dell’Africa la quale dal suo nome è detta Libia.

BELO PRISCO figliuolo d’Epapho, il quale generò Danao, Egisto et Agenore.

BELO, il quale gli antichi dicono (Secondo Paolo) fu figliuolo d’Epapho, et dopo lui nel più lontano Egitto hebbe signoria; dove, come dicono, divenuto inventore et dottore della disciplina celeste meritò dagli Egittii (Secondo ch’afferma il detto Paolo) un tempio, che in Babilonia gli fu edificato et consecrato a Giove Belo. Ma Theodontio dice questo tempio essere stato fatto dopo Belo per astutia di Giove Cretese; il quale, fatte leghe con i prencipi come per conservarle, et sotto colore di eternità, fece nei loro reami edificare molti tempi, et quelli col titolo del suo nome adornare. Con la quale astutia grandemente il suo nome et la deità fu inalzata. Altri sono che dicano questo tempio non essere stato drizzato a Belo Prisco, né in Babilonia d’Egitto, ma a Belo padre di Nilo Re degli Assiri in Babilonia de’ Caldei; et ivi lungamente sotto il nome di Saturno con sacrifici et diversi honori essere stato adorato. Oltre ciò furono a Belo Prisco alcuni figliuoli, ma non si sa di quali donne.

[p. 034v]

DANAO figliuolo di Belo Prisco, c’hebbe cinquanta figliuole. Tra le quali solamente si sa il nome d’Hipermestra, Amimone et Buona.

Fu Danao figliuolo di Belo Prisco, come afferma Paolo, et l’istesso conferma Lattantio; il quale ancho inanzi Paolo Orosio dice Danao figliuolo di Belo haver havuto da più mogli cinquanta figliuole. Le quali havendo a lui dimandato Egisto suo fratello per nuore, che medesimamente havea cinquanta figliuoli, Danao andatosi a consultare con l’oracolo hebbe risposta si haver a morire per le mane d’un genero. Di che per schifar il pericolo, montato in nave venne in Argo. Et afferma Plinio nel libro dell’Historia Naturale ch’egli fu il primo che passasse il mare con navi, attento che per inanzi, trovate le navi dal Re Eritra, solamente si navigasse per lo mar Rosso. Benché siano di quelli, come scrive l’istesso Plinio, che credano i Messi et i Troiani nell’Helesponto esserne stati i primi inventori, mentre passavano contra i Thracesi. Sdegnato adunque Egisto che fosse sprezzato dal fratello, comandò ai figliuoli ch’il seguissero, ordinandogli che non ritornassero verso casa se prima non amazzavano Danao. Là onde combattendo eglino contra il zio in Argo, da quello, che poco si confidava nelle sue forze, con inganno furono presi. Percioché egli gli promise Secondo il voler d’Egisto darli sue figliuole per moglie; né di fede mancò alla promessa. Di che ammaestrate le figliuole dal padre di ciò c’havessero a fare, ciascuna entrò col suo sposo nel letto havendo seco un coltello nascosto. Onde per la crapula et per la allegrezza essendo facilmente adormentati tutti i giovani, le donzelle volendo ubbidire al padre, pigliata l’occasione scannarono tutti i suoi mariti, eccetto Hipermestra; la quale havendo compassione di Lino, overo di Linceo suo sposo, a cui già havea posto amore, gli perdonò et gli scoperse il trattato. Dice Eusebio che questo Danao, il quale hebbe ancho nome Armaide, nei tremillesettecento et sedici anni dopo la creatione del mondo incominciò regnare appresso gli Egittii. Ma cacciato poi d’Egitto se ne venne in Argo, dove cacciò dal reame Steleno, che prima havea signoreggiato undici anni alli Argivi; i quali poi cacciarono dall’Imperio Gelanone suo successore et tolsero Danao, il quale gli fece abondanti d’acque. Perché, Secondo Plinio nell’Historia Naturale, fu il primo che dall’Egitto in Grecia dimostrò il cavare i pozzi. Et afferma appresso che quasi all’istessi tempi per opra sua dalle cinquanta sue figliuole furono amazzati i cinquanta Figliuoli di Egisto suo fratello, eccetto Linceo over Lino. Finalmente, regnato che hebbe cinquant’anni, fu morto da Linceo.

[p. 035r]

LE CINQUANTA Figliuole di Danao in generale.

LE figliuole di Danao con i propri loro nomi ci sono quasi incognito, attento che a pena il nome di tre sole è pervenuto all’età nostra. Et sì come habbiamo perduto i nomi, così ancho le loro fortune, dopo il commesso peccato, sono andate in oblio. Nondimeno i Poeti hanno finto queste essere nell’Inferno condennate a tal tormento, cioè a cavar acqua d’un pozzo et empirne alcune urne senza fondo. Onde dice Ovidio:

Di Belo le figliuole empie, e crudeli,

C’hebbero ardir dar morte a’ suoi germani,

Continuamente tornano per acqua

Et la portano dove invan si versa.

Et Seneca Tragico in Hercole Furioso:

E indarno l’urne

Portano piene

Quelle di Belo.

Istimo questo tormento essere a loro aggiunto accioché si descriva la singolar cura delle donne, le quali mentre con la soverchia vanità studiano accrescere la sua bellezza perdono la fatica, et si sminuisce quello che cercano con vana diligenza accrescere. Overo che più tosto si dimostra quale sia la fatica degli huomini effeminati et lussuriosi; i quali mentre con l’usar spesso il coito credono empire quello che disiano, senza ottenere il suo disio ritrovano haver evacuato sé stessi.

HIPERMESTRA, una delle cinquanta figliuole di Danao.

HIPERMESTRA, come nelle Pistole mostra Ovidio, fu figliuola di Danao, et fu sola che tra l’altre sorelle, sprezzato il comandamento del padre, perdonò al suo sposo Linceo. Et per ciò vuole Ovidio che Danao la facesse imprigionare. Costei, come dice Eusebio nel libro dei Tempi, alcui istimarono esser Iside. Nondimeno, regnando il padre Danao, fu ministra sacerdotale del Re.

AMIMONE, una delle cinquanta figlie di Danao.

Fu Amimone, secondo Lattantio, figliuola di Danao, et una delle cinquanta sorelle. Costei, essendo con i suoi dardi in un bosco a caccia nascosta, inavertentemente percosse un Satiro; il quale a lei volendo poi usar violenza, Amimone dimandò aiuto a Nettuno. Onde Nettuno cacciato via il Satiro, la donzella sopportò da Nettuno quello che non havea voluto patire dal Satiro, et così seco si congiunse, et di lui partorì Nauplio. Quello poi che si nasconda sotto questa fittione, dove si tratterà del nascimento di Nauplio esponeremo.

[p. 035v]

BUONA, una delle cinquanta figliuole di Danao.

VUOLE Dite Candiano, dove scrive dell’Impresa di Greci contra Troiani, Buona essere stata figliuola di Danao et maritata in Athlante; dal quale partorì Elettra, che poi di Giove hebbe Dardano.

EGISTO figliuolo di Belo Prisco, c’hebbe cinquanta figliuoli, tra quali fu Linceo.

FU Egisto figliuolo di Belo Prisco et fratello di Danao, sì come a bastanza habbiamo di sopra mostrato. Costui hebbe cinquanta figliuoli; per li quali havendo richiesto a Danao suo fratello le cinquanta figliuole per spose, tutti nella notte delle nozze per comandamento di lui furono da quelle amazzati, eccetto Linceo, sì come è stato detto.

LINCEO, uno di cinquanta figliuoli d’Egisto, il quale generò Abante, Iasio et Acrisio.

LINCEO, chiamato da Ovidio Lino, fu figliuolo d’Egisto, et solo per compassione d’Hipermestra tra cinquanta fratelli schifò la morte. Costui, come piace ad alcuni, cacciato il zio Danao in sua vece regnò in Argo. Altri poi dicono che lo amazzò. Ma fosse come si voglia, Secondo che dimostra Eusebio nel libro dei Tempi, regnato c’hebbe Danao cinquant’anni, egli in suo loco nel reame successe. Et havendo signoreggiato quarant’un anno, lasciato Abante, Iasio et Acrisio suoi figliuoli, finì l’ultimo giorno.

ABANTE figliuolo di Linceo, che generò Prito.

ABANTE, come afferma Barlaam, nacque di Linceo et Hipermestra sua moglie, come che Paolo dica ch’egli fosse figliuolo di Belo Prisco. Costui fu gran guerriero et huomo di acutissimo ingegno, et successe nel reame al padre Linceo. Onde, poscia che hebbe signoreggiato vent’otto anni agli Argivi (Secondo Eusebio), se ne morì.

[p. 036r]

PRITO figliuolo D’ABANTE, che generò Mera et le sorelle.

PRITO, overo Proeto, come piace a Lattantio et Servio, fu figliuolo d’Abante Re d’Argivi. Di costui come affermano quasi tutti fu moglie Sthenoboe, ma Homero dice Antiope, dalla quale hebbe tre figliuole; le quali già cresciute in età et essendo bellissime, entrando nel tempio di Giunone di maniera si levarono in superbia che volevano precedere a lei. Di che Giunone turbata, sopra loro mandò tal furia che s’istimarono esser vacche, et incominciarono a temer gli aratri nascondendosi nelle selve, sì come dice Virgilio:

Con mughi falsi di Preto le figlie

Empiro i campi, le campagne, e i colli.

Ma Ovidio rifferisce altra cagione di tal pazzia, dicendo ch’elle nell’isola Cea si tennero esser vacche percioché consentirono al furto che fu fatto degli armenti d’Hercole. Ma avenisse per ciò che si volesse, malamente Proeto sopportò tal sventura. Onde promise parte del suo reame, et quale più gli piacesse di sue figliuole in moglie, a colui che le liberasse da tal disgratia et le tornasse nella primiera forma. Di che Melampo figliuolo d’Amithaone guidato dal disio del premio le tolse a curare, et come dice Vetruvio nel libro dell’Architettura le menò a Clitore città d’Arcadia; percioché ivi vicino è una spelonca dalla quale nasce un’acqua che chi di quella gusta si fa smemorato. Et per ciò appresso quella è un Epigrama scolpito in una pietra in versi greci che dinota quell’acqua non essere buona a lavare, et alle viti inimica. Ivi adunque fatti i dovuti sacrifici, le purgò et le ritornò nel primiero stato; et così hebbe una parte del regno, et una di loro per moglie. Proeto poi, Secondo Eusebio, regnò dicisette anni, et a lui successe Acrisio suo fratello. Ma io istimo, se bene riguardo la medicina di questo Melampo, le figliuole di tal Proeto essere state più avide che non si convenga a donne del vino, et che havendo molto bene bevuto, ardissero spesse volte preferirsi al padre Re; per la qual cosa meritarono l’ira di Giunone, cioè del padre regnante, onde instigando il vino in contraria parte la castità, feminilmente rivolte in furore gridavano si essere divenute giuvenche, serve et suddite al giogo. Il che essendo loro avenuto più volte, Proeto turbato per la disgratia le diede a guarire a Melampo; il quale facendole gustare l’acqua predetta le fece divenire inimiche del vino, et il solito furore partissi da loro.

MERANE figliuola di Proeto.

MERANE Secondo Leontio fu figlia di Proeto et d’Anthia figliuola d’Amphianasta; la quale essendo inchinata alle caccie et per li boschi seguendo Diana, fu veduta da Giove et da lui amata, là onde pigliata la sembianza di Diana seco hebbe a fare. Di che la giovane per vergogna del commesso peccato, et temendo di novo non essere ingannata, non volse più ubbidire né venire a Diana [p. 036v] che la chiamava; per la qual cosa la dea sdegnata, con una delle sue saette la amazzò.

Costei dice Paolo essere stata figliuola di Stenoboe, sì come furono l’altre, et vole che ricuperata sanità divenisse seguace di Diana. Per la qual fittione, dice l’istesso Leontio, gli Hipocriti spesse volte con inganni haver condotti i sciocchi in quella ruina che mostrano non sapere. Dalla quale, mentre il verace huomo alle volte cerca et si sforza rilevarvi i caduti, quelli, ingannati una volta, temendo d’ogni cosa et divenuti increduli, sprezzando l’offertagli salute cadono in perpetua morte.

ACRISIO figliuolo D’Abante, che generò Danae madre di Perseo.

ACRISIO fu figliuolo d’Abante, come dice Lattantio, et Secondo che scrive Eusebio nel libro dei Tempi successe nel reame al fratello Proeto. Questi, sì come afferma l’istesso Lattantio, né da ciò discorda Servio, havendo una sola figliuola chiamata Danae, et essendoli stato rivellato che per le mani di colui che era per nascere dalla figliuola havea a morire, per fuggire l’annuntiatagli morte la fece rinchiudere in una certa torre et ivi guardare, accioché alcun huomo a lei potesse andare.

Avenne adunque che, sparsa la fama della sua bellezza, Giove s’inamorasse di quella; il quale non veggendo altra via per poter andare a lei, cangiatosi in pioggia d’oro per li coppi del tetto lasciò cadersi nel grembo di lei, et così la impregnò. Il che sopportando malamente Acrisio, la fece pigliare; et messala in una cassa, comandò che fosse gittata in mare. La qual cosa essequita dai ministri, fino nel lito di Puglia la cassa fu gittata, et per caso da un pescatore pigliata. La quale aperta, et ritrovatavi Danae et un picciolo figliuolo da lui partorito, la portò al Re Pilunno; il quale conoscendo la natione di lei et la patria, volentieri se la tolse per moglie. Ma il figliuolo di lei, nomato Perseo, cresciuto già in età, et havendo già tagliato il capo a Medusa Gorgone, venendo in Argo trasmutò Acrisio in sasso. La qual premutatione Secondo Eusebio significa che, havendo regnato appresso Argivi Acrisio trent’un anno, da Perseo suo nipote non volontariamente però fu amazzato et converso in sasso, cioè in frigidezza perpetua. Quello che ci resta sopra tale fittione, dichiareremo dove si parla di Danae.

DANAE figliuola d’Acrisio.

DANAE, sì come s’è detto di sopra, gittata dal padre nel mare pregna, essendo cacciata da quello sul lito di Puglia, si maritò in Pilunno Re di Puglia. Et indi passati dai Rutuli, et edificata ivi la città d’Ardea, partorì a Pilunno Dauno. Ma quello che di sopra habbiamo lasciato parmi hora da esporre, cioè Giove essersi trasformato in pioggia d’oro et per lo tetto essere caduto in grembo a Danae; onde credo doversi intendere la pudicitia della vergine essere stata corrotta con oro. Et non [p. 037r] essendo conceduto all’adultero potervi entrare per la porta, quello esservi andato per lo tetto segretamente, et poi esserrsi locato nella camera della donzella. Nondimeno Thodontio dice che, essendo Danae amata da Giove, et sapendo che per tema del padre era condennata a perpetua prigionia, affine di poter scampare et pigliar la fuga, segretamente con Giove fece mercato del prezzo del suo congiungimento. Onde apparecchiata una nave, con quelle ricchezze ch’ella puotè pigliare, essendo pregna di Giove si diede fuggire.

IASIO figliuolo d’ABANTE, che generò Athalanta, Amphione et Thalaone.

Questo Iasio, come piace a Theodontio, fu figliuolo d’Abante, del quale non ho letto niente altro eccetto che spessissime volte viene annoverato tra i Re Greci, et c’hebbe alcuni figliuoli.

ATHALANTA, figliuola di Iasio et madre di Parthenopeo.

Secondo Lattantio et Theodontio Athlanta fu la più giovane dei figliuoli di Iasio. La quale essendo bellissima donzella et delle compagne di Diana, chiamata da Meleagro venne alla caccia del cigniale calidonio insieme con l’avanzo della nobiltà d’Achaia, et ella fu la prima che ferì il cinghiale con una saetta. Di che Meleagro per la sua bellezza et valore s’inamorò in lei; onde morta quella la fiera, per ciò meritò l’honore d’haverne il capo in dono. Per lo quale venne in amicitia di Meleagro et si congiunse seco, dal quale partorì Parthenopeo.

AMPHIONE figliuolo di Iasio, che generò Clori.

UN altro Amphione differente da quello che cinse Thebe di mura fu figliuolo di Iasio, et regnò, come dice Leontio, nell’Orcomeno inimico et in Pilo, il quale ancho fu nomato Argo; et hebbe una sola figliuola chiamata Clori.

CLORI, figliuola d’Amphione et moglie di Neleo.

CLORI, come di sopra è stato detto, fu figlia d’Amphione; et Secondo che testimonia Homero nell’Odissea fu maritata in Neleo, al quale partorì Nestore et molti altri figliuoli.

THALONE figliuolo di Iasio, che generò Euridice, Flegeo et Adrasto.

[p. 037v]

DICE Paolo che Thalaone fu figliuolo di Iasio, et che regnò in Argo. Il che Secondo il mio giudicio si deve intendere sanamente, mentre che gli antichi chiamano questi tali huomini Re. Percioché, non si ritrovando nel Cathalogo dei Re, egli è da giudicare che solamente fossero di stirpe reale, et havessero qualche particella di signoria. Là onde avenisse che più tosto fossero dimandati Re per lo splendore dell’origine che per lo possesso dei reami di questi tali; dei quali istimo che fossero simili questo Thalaone, Amphione et Iasio.

EURIDICE, figliuola di Thalaone et moglie di Amphiriao.

EURIDICE, come afferma Theodontio, fu figliuola di Thalaone et data per moglie ad Amphiriao indovino, al quale partorì Amphiloco et Almeone. Ma havendo il Re Adrasto pigliato la difesa di Polinice suo genero contra Etheocle, et apparecchiando la guerra contra Thebani, avenne che Amphiriao hebbe per oracolo che s’egli andava a quella guerra non ritornarebbe più; per la qual cosa si nascose in una grotta sotterra, et solamente manifestò il loco alla moglie. Onde essendo con grande instanza cercato da Adrasto et da altri, mai non fu ritrovato. Ma mentre che ciò s’instigava, occorse che Euridice sua moglie vide un certo monile al collo d’Argia moglie di Polinice, il quale fu già donato da Vulcano a Hermiona moglie di Cadmo; et desiderando molto haverlo, disse ad Argia che s’ella volea darle quel monile, che le insegnarebbe Amphiriao. Et così fu fatto. Là onde andando Amphiriao alla guerra, fu dalla terra inghiottito. Ma Euridice poi fu amazzata dal figliuolo Almeone, al quale Amphiriao andando alla guerra havea commesso la vendetta della sua morte.

FLEGEO figliuolo di Thalaone.

THEODONTIO dice che Flegeo fu figliuolo di Thalaone; il quale morendo giovanetto, non lasciò di sé cosa degna di memoria.

Il Re ADRASTO figliuolo di Thalaone, che generò Deiphile et Argia.

IL RE d’Argivi Adrasto fu figliuolo (come Lattantio vuole) di Thalaone et Eurinome. Il quale havendo due figliuole, cioè Deiphile et Argia, et essendogli stato per oracolo rifferito ch’egli havea a darle per spose una ad un cinghiale et l’altra ad un leone, d’intorno alla futura disgratia delle figliuole si tormentava. Ma avenne per caso che Polinice Thebano d’accordio col fratello Etheocle fatto essule a mezzanotte giunse in Argo, et per fuggire la pioggia et il vento che quella notte era crudelissimo, entrò sotto i portici che giravano intorno il palazzo reale. Né molto vi stette che medesimamente Thideo, per l’homicidio commesso fuggendo di Calidonia, ivi pervenne. Là dove [p. 038r] nessuno di loro non si conoscendo, venuti insieme a parole ingiuriose per cagione dell’aloggiamento, ultimamente posero le mani all’armi et incominciarono a combattere. Al cui strepito levatosi il Re Adrasto, et con la sua guardia in persona venuto a loro, con parole et l’auttorità sua acquetò gli sdegni dei giovani, et seco gli menò in palazzo. Et veggendo l’uno di loro, cioè Polinice coperto d’una pele di leone, la quale insegna il real giovane portava in testimonio della virtù d’Hercole Thebano, et l’altro vestito d’una spoglia di cigniale la quale portava in honore della sua progenie, per haver il zio Meleagro amazzato il cigniale, si venne a chiarire della dubbiosa risposta dell’oracolo, et conobbe questi generi a lui dai cieli essere mandati. I quali, poscia che egli hebbe conosciuti, si contentò di far seco parentado; et a Thideo diede Deiphile, et a Polinice Argia per sposa. Et pervenuto il tempo che Etheocle dovea rendere la signoria a Polinice, Secondo la conventione tra loro fatta, ma quello non volendo farne altro, da Polinice con l’aiuto d’Adrasto fu mosso guerra contra Thebani. Nella quale essendo restati morti tutti i suoi capitani, et con eguali ferite ricevute l’uno per le mani dell’altro morto Polinice et Etheocle, egli messo in rotta se ne ritornò in Argo; dove non ho ritrovato che fine fosse il suo.

DEIFILE, figliuola d’Adrasto et moglie di Thideo.

COME dice Statio, Deiphile fu figlia del Re Adrasto et moglie di Thideo Calidonio, al quale partorì Diomede.

ARGIA, figliuola d’Adrasto et moglie di Polinice.

Secondo Statio, Argia fu figliuola d’Adrasto et moglie di Polinice; la quale havendo di lui partorito Thessandro, et inteso Polinice dal fratello essere stato morto, da Argo se ne venne a Thebe, per donare l’ultime lagrime et prestare l’ufficio funerale al corpo del marito. Et facendo ciò contra l’Imperio di Creonte, c’havea comandato che non fosse sepolto, fu pigliata insieme con Antigone sorella di Polinice, et da Creonte fatta morire.

AGENORE, terzo figliuolo di Belo Prisco, che generò sette figliuoli;
de’ quali il primo fu Taigete, il Secondo Polidoro, il terzo Cilice,
il sesto Cadmo, il settimo Laddaco.  il quarto Phenice, la quinta Europa.

OLTRE l’haver esposto le successioni di Danao et d’Egisto figliuolo di Belo Prisco, egli è da ritornare lo stile alla più ampia prole d’Agenore, figliuolo dell’istesso Belo, sì come Theodontio et Paolo scrive. Et benché dai predetti sia detto che Agenore fosse figliuolo di Belo, nondimeno sono di quei che dicano lui essere stato figliuolo di Belo, ma non d’Egitto, anzi [p. 038v] del Phenicio; et l’avo di questo Agenore haver ancho havuto tal nome. Et appresso affermano quel Agenore primo (regnando appresso gli Assiri Nino) constretto da peste con grandissima moltitudine haver abandonato le sedie paterne, le quali egli havea circa l’ultimo Egitto dalla parte di Mezzogiorno; tenendo per guida del suo viaggio il Nilo, con le sue navi essere giunto nel lito di Soria, et quello (cacciati gli antichi habitatori) havere occupato, et ivi esser regnato. Dove lasciò un figliuolo chiamato Belo suo successore; il quaquale vogliono che fosse padre di questo Agenore. Altri poi vogliono ch’egli fosse nipote et figliuolo di Phenice. Per le quai cose si può comprendere dalla somiglianza del nome et forse del tempo essere nato l’errore, onde si creda che colui il quale fosse figliuolo di Belo di Soria fosse tenuto ancho di Belo d’Egitto. Ma sia nato di qual Belo si voglia, io ho in animo seguir hora l’openione di Theodontio et di Paolo, maggiormente che del primo non si vede certo auttore. Dicono adunque costui essersi partito dal lito di Soria et andato a signoreggiare ai Phenici, dove fu molto famoso per generosa et nobile progenie.

THAIGETA, prima figliuola d’Agenore.

Il Candiano Dite vuole Thaigeta essere stata figliuola d’Agenore, et di lei essersi inamorato Giove, et seco haver havuto a congiungersi; del quale fatta pregna partorì Lacedemone, come che altri dicano quello esser nato di Semele.

POLIDORO, Secondo figliuolo d’Agenore.

POLIDORO Secondo Lattantio fu figlio d’Agenore, del quale non penso esservi altro che il semplice nome; benché Theodontio di costui faccia un certo liggieri ricordo. Ma dice quello essere stato molto più antico di questo Agenore.

CILICE, terzo figliuolo d’Agenore, che generò Lansacio, Pigmaleone et Pirode.

CILICE, Secondo Lattantio, nacque d’Agenore. Dice Theodontio costui essere stato huomo di grand’ingegno et di robusto corpo. Il quale sprezzando i fratelli di lui maggiori, et poco sperando nella successione del reame (sprezzato il giogo de’ suoi superiori), fatto alquanto numero di genti s’acquistò un paese lontano dai suoi, et quello dal suo nome dimandò Cilicia; dove lasciò due figliuoli ch’a lui sopravissero, cioè Lampsacio et Pigmaleone. Ma sono di quelli che dicano questa provin[p. 039r] cia essere stata occupata da Cadmo pria che fosse mandato dal padre ad acquistar l’Europa, et poi essere stata posseduta da Cilice non vi ritornando più Cadmo.

LAMPSACIO figliuolo di Cilice.

LAMPSACIO, come dice Theodontio et dopo lui Paolo, fu figliuolo di Cilice, et a lui successe nel reame; né di lui altro più oltra si ritrova.

PIGMALEONE, figliuolo di Cilice et Re di Cipro, che generò Papho.

THEODONTIO dice Pigmalione essere stato figliuolo di Cilice; del quale egli rifferisce che, essendo giovane et pigliato dalla gloria de’ suoi maggiori, i quali havea inteso essere passati fino nell’Occidente et ancho haver occupato il lito d’Africa, fatta una compagnia di giovani di Cilicia et di Phenicia, con una armata, o serenissimo dei Re, nel tuo Cipro smontò col suo essercito. Et indi cacciò gli antichi Assiri, i quali con le forze dell’antichissimo Agenore cacciati dalle antiche loro sedi ivi s’erano riparati, dove tenne tutta l’isola et in quella signoreggiò. Ma havendo ivi trovato sceleratissime donne (il che dimostra ancho Ovidio nel suo maggior volume) et in tutto inchinate alla libidine, offeso da quel vitio s’era disposto menar la vita casta. Ma perché era d’alto ingegno et havea le mani atte ad ogni arteficio, i Poeti finsero ch’egli intagliò et fece di bianchissimo avorio una imagine, con tutte quelle linee et portioni che parvero al voler suo; la quale mirando l’ingegnoso huomo, et maravigliandosi dell’arte sua, lodando grandemente la di lei bellezza di quella arse d’Amore, et grandemente desiderava ch’ella fosse donna vera. Di che incominciò pregar Venere, ch’a quel tempo nell’isola era famosissima dea, che volesse fare quella statua sensibile, infondendole anima et facendola de’ suoi amori partecipe. Là onde alle preghiere non mancò l’effetto, ch’ella divenne vera femina. La qual cosa veduta Pigmaleone, pieno d’allegrezza per haver havuto il suo intento, con lei si giacque, et incontanente la impregnò; la quale gli partorì un figliuolo da lui chiamato Papho, et dopo morte lasciato herede del reame. Hora egli è da vedere quello che voglia significare tale imagine di bianco avorio, fabricata più tosto con ingegno poetico che artificio humano. Penso io che, essendo sospetta a Pigmaleone la pudicitia delle donzelle provette, ch’egli s’elegesse una fanciulla che per l’età tenerina mancasse d’ogni sospetto, et che di bianchezza et morbidezza fosse simile all’avorio; la quale havendo avezzata Secondo i suoi voleri, pria che la giovanetta fosse in dovuta età infiammato in concupiscenza di lei, incominciò desiderare et con preghi dimandare che tosto divenisse buona da marito; onde finalmente avenuto ciò che desiderava hebbe l’intento suo.

[p. 039v]

PAPHO figliuolo di Pigmalione, che generò Cinara.

PAPHO Secondo Theodontio fu figliuolo di Pigmalione, et nato di quella madre d’avorio; il quale essendo nel reame successo a Pigmaleone, dal suo nome chiamò l’Isola di Papho. Ma Paolo dice ch’egli solamente edificò il castello di Papho et che da sé gli diede nome, et volse che fosse dedicato a Venere, perché in quello vi fece fare un solo tempio et altare a lei consacrato, dove con solo incenso lungamente vi fu sacrificato.

CINARA figliuolo di Papho, che generò Mirra, et di Mirra Adone.

Cinara fu figlio di Papho, sì come dimostra Ovidio mentre dice:

Di costei nacque quel Cinara; il quale,

Se restato pur fosse senza prole,

Tra i felici potrebbe esser havuto.

Questi è differente da quel Cinara che si dice esser stato Re degli Assiri, et piangendo le disgratie di figliuoli cangiato in sasso. Di questo Cinara Cipriano non havemo altro che una sola sceleratezza. Percioché, sì come narra esso Ovidio, costui hebbe una figliuola chiamata Mirra, la quale essendo bella et già buona da marito, oltre il dritto s’inamorò del padre, et per opra d’una sua balia (mentre la madre di lei celebrava i sacrifici di Cerere, ne’ quali per spatio di nove giorni bisognava ch’ella s’astenesse dai congiungimenti del marito) segretamente usò degli abbracciamenti del padre; là onde divenuta pregna partorì Adone.

MIRRA, figliuola di Cinara et madre d’Adone.

MIRRA, sì come si vede di sopra, dice Ovidio essere stata figliuola di Cinara et haver amato il padre con lascivo amore, onde per opra d’una sua nutrice seco si congiunse. Nondimeno Fulgentio vuole ch’ella havesse a fare col padre poscia che lo hebbe inebriato. La quale per lo scelerato congiugimento divenuta pregna, volendo Cinara conoscere con cui si fosse giacciuto, conobbe la figliuola; di che d’ira assalito la volse amazzare. Alcuni dicono poi ch’ella se ne fuggì dai Sabei, fino dove fu perseguitata dal padre et da quello ferita; vogliono che per la ferita uscisse fuori il figliuolo. Nondimeno Ovidio dice che per compassione dei dei appresso i Sabei si converse in un arbore chiamato dal suo nome, et per l’ardore del Sole apertasi la corteccia mandò fuori un figliuolo, il quale le Nimphe unsero coi licori materni. Penso che a questo figmento habbia dato materia il nome dell’arbore che appresso Sabei si chiama Mirra, la quale stilla certe gocciuole che, toccate dai raggi del Sole, fanno una certa compositione da loro detta Adone, et lati[p. 040r]namente significa soave, percioché è di soavissimo odore; et come pare che voglia Petronio Arbitro molto appropriato alla libidine, di maniera che afferma si haver portato una bevanda di Mirra per infiammar la lussuria. Ma Fulgentio, sì come in più altre cose, più altamente giudicando d’intorno questo, dice Mirra essere un arbore in India che arde per li raggi del Sole; et perché dicevano il Sole esser padre di tutte le cose, però essere stato detto Mirra haver amato il padre, et mentre il Sole ardentemente l’infiammasse mandar fuori dalla parte di sopra della corteccia alcune sfessure, et così essere stato detto il padre haverla ferita et fattone uscir Adone, cioè la soavità dell’odore.

ADONE, figliuolo di Mirra et nipote di Cinara.

Adone del Re Cinara suo avo et di Mirra sua sorella fu figliuolo, sì come con lunghi versi nel suo maggior volume dimostra Ovidio; del quale recita tal favola. Dice che, essendo egli divenuto un bellissimo garzone, grandemente fu amato da Venere, che a caso dal suo figliuolo fu d’amor percossa; la quale seguendo lui con grandissimo diletto per selve et boschi, et seco usando de’ suoi abbracciamenti, più volte l’avisò che si schifasse dall’armate fiere, et solamente cacciasse le disarmate. Ma avenne un giorno ch’egli, mal ricordevole delle parole di Venere, facendo empito in un cigniale da lui fu morto; il quale poi Venere amaramente pianse et converse in purpureo fiore. Macrobio nel libro dei Saturnali si sforza con maravigliosa ragione dichiarare questo figmento. Dice egli Adone essere il Sole, del quale niuna cosa non è più bella; et quella parte di Terra la quale di sopra non habitiamo, cioè l’Emispero, esser Venere, attento che quella ch’è nell’Emispero inferiore dai Phisici è chiamata Proserpina. Et così appresso gli Assiri et Phenici, a’ quali appresso fu in grandissima riverenza Venere et Adone, alhora Venere con Adone da lei amato si dilettava, conciosia che d’intorno l’Emispero superiore il Sole si gira con più ampio spatio; et indi diviene più ornato, perché la terra alhora produce fiori, frondi et frutti. Mentre adunque egli circonda i più brevi cerchi, di necessità caccia i maggiori appresso l’hemisperio più inferiore. Et così l’autunno et il verno con pioggie continue fanno la Terra dell’honor suo priva tutta fangosa, nel qual tempo il cigniale, ch’è animale hispido, si diletta; et così dal cigniale, cioè dalla qualità del tempo ch’egli si diletta, Adone cioè il Sole pare tolto alla Terra, cioè a Venere; la quale indi fangosa diviene. Ch’Adone poi sia trasformato in fiore, penso ciò essere stato finto affine di mostrare la brevità della nostra bellezza, perché quello che la mattina è purpureo et colorito, la sera languido, pallido et fracido diventa. Così l’humanità nostra la mattina, cioè nel tempo della gioventù, è fiorita et splendida; la sera poi, cioè nel tempo della vecchiaia, diventiamo pallidi, et corriamo nelle tenebre della morte. Ma tuttavia dica quello che si voglia Macrobio o gli Assiri, l’historia nondimeno pare che voglia, et Tullio lo dimostra dove tratta delle Nature dei Dei, Venere essere stata concetta in Soria et Cipro, cioè da un huomo Assirio et da una donna Cipriana, la quale gli Assiri chiamarono Astarcon; et si maritò in Adone, come dice Lattantio nel libro dell’Institutioni Divine. Ma nella Sacra Historia si [p. 040v] contiene costei haver instituito l’arte meretricia et alle donne haver persuaso lo stupro, et che col corpo palesemente richiedessero il congiungimento. Et dice ella haver ciò comandato accioché sola tra l’altre donne non fosse tenuta impudica, et degli huomini ingorda. Là onde nacque, et lungo tempo si osservò, che i Phenici donavano a chi gli sverginava le figliuole pria che le maritassero, come nel libro della Città d’Iddio mostra Agostino et Giustino nell’Epitoma di Trogo Pompeo, dove scrive Didone nel lito di Cipro haver rapito settanta donzelle ch’erano venute a ricercar le primitie della loro verginità. Fu adunque Adone Re di Cipro et marito di Venere, il quale anch’io penso o da cigniale o da altra morte esserle stato tolto, percioché ad imitatione delle sue lagrime gli antichi con commune pianto furono avezzi piangere la morte d’Adone. Onde Isaia nelle sue Visioni gli riprende.

PIRODE figliuolo di Cilice.

PIRODE come afferma Plinio fu figlio di Cilice; del quale benché non si habbia altro, col testimonio dell’istesso Plinio nondimeno habbiamo lui essere stato il primo che dalla pietra cavasse il foco.

PHENICE, quarto figliuolo d’Agenore, che generò Philisteno et Belo.

VUOLE Lattantio che Phenice fu figliuolo d’Agenore. Et Eusebio nel libro dei Tempi vuole che costui, regnando Danao in Grecia, insieme col fratello Cadmo da Thebe d’Egitto essere venuto in Soria, et in Tiro et Sidone haver signoreggiato. Il che può essere circa l’anno del mondo millesettecento e quarantasei. Poscia, poco da poi dice che l’anno primo del Re Linceo egli edificò Bithinia, la quale prima si chiamava Meriandina. Il che fu circa gli anni del mondo MDCCLXXIX. Tuttavia la venuta di costui in Soria non si conface con le cose dette di sopra, dove discorda di Agenore da Theodontio et ancho da Ovidio; il quale pare che voglia Agenore et non Phenice esservi venuto, conciosia che descrive Cadmo essere stato mandato a ricercar Europa da Agenore et non da Phenice. Ma io lascierò l’affanno, a chi lo vuole, d’accordare queste diversità, et seguirò quello che di Phenice trovo. Dimostra Eusebio costui essere stato huomo di molto arteficio, perché fu il primo che diede alcune lettere overo caratteri di lettere ai Phenici; indi per scriverle haver trovato il vermicello. Onde ancho quel colore si dice Pheniceo, così chiamato (cred’io) dall’inventore, perché mutata poi la lettera è detto puniceo, cioè morello.

PHILISTENE figliuolo di Phenice, che generò Siceo.

[p. 041r] THEODONTIO vuole che Philistene fosse figliuolo di Phenice; il quale essendo sacerdote d’Hercole, ch’alhora era tenuto in molta riverenza da’ Phenici, et veggendo che Belo suo fratello maggior d’anni (morto il padre) regnava, lasciato l’ufficio sacerdotale al figliuolo Siceo, con alquanta gente montò in nave, et dopo molte fontane havendo passato oltre le Colonne d’Hercole, ivi nel lito del Occeano fermò le sue stanze perpetue, et edificò una città chiamata dai suoi Gade. Et affine che non paresse ch’egli in tutto havesse lasciato il sacerdotio drizzò un tempio ad Hercole, et tutti i sacrifici Secondo il costume Phenicio rinovò.

SICEO, figliuolo di Philistene et marito di Didone.

SICEO Secondo Theodontio fu figlio di Philistene, al quale (sì come di sopra è stato detto) partendosi il padre fu lasciato il sacerdotio; la qual dignità, da re in fuori, era la principale. Dice Servio che costui fu chiamato Sicarba, come che Virgilio sempre lo nomi Siceo, et Giustino lo dica sempre Acerba. Costui adunque, o lasciatili o altrove trovati molti thesori (come piace a Theodontio et agli altri), divenne grandemente ricco. Onde, morto Belo, tolse Elisa sua figlia per moglie, et sopra ogn’altra cosa amolla molto; la quale poi fu chiamata Didone. Ma essendo Pigmaleone figliuolo di Belo succeduto nel reame del padre, et essendo ingordo d’oro, s’infiammò delle ricchezze di Siceo. Di che gli tese inganni, et inaccortamente amazzò quello.

BELO figliuolo di Phenice, che generò Pigmaleone, Didone et Anna.

BELO, il quale Secondo Servio fu ancho detto Metre, come dice Theodontio fu figliuolo di Phenice, et huomo di maniera in guerra et armi valoroso che soggiogò Cipriani, i quali danneggiavano con una armata di corsali i liti de’ Phenici. Il che Virgilio in persona di Didone succintamente tocca, dicendo:

Mio padre Belo danneggiava Cipro.

Così fertile, e ricca; et la teneva

Vittorioso sotto giogo, e impero.

PIGMALEONE figliuolo di Belo.

COME piace a Theodontio, Pigmaleone fu figliuolo di Belo re di Tiro, et morendo il padre (Secondo che dice Giustino) insieme con le sorelle ai Tirii fu lasciato; al quale ancho fanciullo il popolo diede la signoria del reame paterno. Ma costui, nato con avarissimo animo, havendo fatto disegno sopra le ricchezze di Siceo, figliuolo di suo zio et marito di Didone sua sorella, con inganni lo fece [p. 041v] morire. Questa scelerità sola di costui ci ha lasciato la lunga antichità.

DIDONE, figliuola di Belo et moglie di Siceo.

IL FAMOSO honore et lume della pudicitia Donnesca Didone (come piace a Virgilio), fu figlia del Re Belo. Questa bellissima donzella (morto Belo) <Ti> ridiedero per moglie ad Acerba o Sicarba o Siceo sacerdote d’Hercole, il quale poi da Pigmaleone per avaritia fu morto. Costei adunque, dopo le lunghe bugie del fratello, avisata in sonno dal marito, et in lei acceso un animo generoso, fatta una congiura con molti di quelli a’ quali sapeva Pigmaleone essere in odio, di notte segretamente montata in nave con tutti i thesori ch’erano stati del marito si partì di Tiro. Et giunta nel lito d’Africa (come ancho a Tito Livio piace) venne a mercato con gli habitatori di quel paese, che la persuadevano a fermarsi ivi, di comprare tanto terreno quanto poteva circondare et capire la pelle d’un bue. Onde ridotto il coiro in liste sottilissime, occupò molto terreno. Et ivi mostrati ai compagni del suo viaggio i thesori nascosti, edificò una città da loro chiamata Cartagine, et la rocca dalla pelle del bue fu detta Birsa. A questa tal città, piace a Virgilio che Enea fuggitivo et dalla fortuna del mare cacciato pervenisse; onde ricevutolo cortesemente et di lui inamorata, seco si giacque. Di che poi alla sua partita non potendo sopportar l’incendio amoroso, sé stessa occise. Il che dimostra Giustino et gli altri historici antichi essere falso; perché dice Giustino che, essend’ ella dal Re di Musitani sotto pretesto di guerra dimandata ai Prencipi di Cartagine per sposa, quelli sapendo l’intentione di lei essere di voler vivere casta, s’imaginarono d’ingannarla. Là onde dissero che il Re di Musitani havea loro richiesto sotto nome di guerra che i Prencipi di Cartaginesi dovessero andar a viver in Musitania perché egli voleva imparar i costumi de’ Cartaginesi, ma che nessuno di loro non si trovava che volesse andar a vivere presso così barbaro Re. Di che Didone essortandoli ad andarvi, et dicendo che ogni cosa si doveva lasciare per la salute della sua patria, et che colui non era buon cittadino che per conservar la città temeva la morte, eglino subito le scoprirono la dimanda del Re, pregandola che non volesse esser cagione della loro ruina. Ond’ella, veggendo che da sé stessa si havea dato la sentenza contra, chiese a quelli un certo termine, fra il quale promise d’andare a marito. Il qual termine giunto, ella fatto un gran rogo nella più alta parte della città, sotto ombra di voler placare lo spirito del morto Sicheo, sopra quello salì. Et stando intenti i cittadini a tal spettacolo per veder quello ch’ella si volesse fare, tratto fuori un coltello che s’haveva nascosto sotto le vesti, disse: "Ottimi cittadini, sì come a voi piace, vado a marito." Così detto, sé stessa amazzò, eleggendo più tosto la morte che machiar la pudicitia. Il che ancho è molto lontano dalla descrittion di Marone.

ANNA, figliuola del Re Belo.  

[p. 042r] ANNA fu figlia di Belo, sì come a Virgilio piace; il quale spessissime fiate la chiama sorella di Didone. Costei fu compagna nella fuga di Didone; la quale, poscia che vide morta la sorella et il reame di Cartagine occupato da Iarba (come dice Ovidio nel libro de’ Fastis), confidandosi nella ragione dell’hospitio antico se ne fuggì da Batto, re dell’isola Corisa. Finalmente, sentendo che Pigmaleone moveva l’armi contra lei, et per ciò essendole dato congedo da Batto, se n’entrò in mare. Dove assalita da fortuna, sì come l’intento suo era di andar a Camerè, fu condotta nel lido de’ Laurenti; per lo quale Enea, havendo già vinto Turno, insieme con Acate caminando passeggiava. Di che ella veggendo Enea volse fuggire; ma da quello assicurata sulla fede, si fermò, et fu condotta nel palazzo reale. Per la cui giunta, Lavinia mossa da gelosia volse tenderle inganni; ma avisata di notte in sogno da Didone uscì fuori del palazzo, et (se a bastanza si può far coniettura dalle parole d’Ovidio) si gittò precipitosamente nel Numico fonte. Ma Ovidio passando più oltre dice che, essendo ella ricercata per tutto, ai ricercatori giunti al fiume Numico parve udir una voce uscir del fiume, che gli dicesse:

Del piacevol Numico io sono Nimpha,

Che sta nascosta entro il suo chiaro fondo,

Anna chiamata per molti anni eterna.

Dopo esso Ovidio, dice Macrobio nei Saturnali publicamente et privatamente nel mese d’Aprile sacrificarsi, accioché sia lecito per anni et molti anni durare.

EUROPA, quinta figliuola d’Agenore.

EUROPA fu figliuola d’Agenore, come si vede per Ovidio; della quale tal favola si narra. Vogliono che, essend’ella molto amata da Giove, egli comandasse a Mercurio che cacciasse quelli armenti ch’erano sulle montagne di Phenicia, nel lito dove Europa con altre donzelle era avezza andar a giuocare et darsi piacere. Il che fatto, Giove si cangiò in un bianco toro, et si pose nel mezzo degli altri armenti. Onde veggendo Europa così vago et bello animale, et dilettandosi della sua piacevolezza, incominciò prima con le mani a farli vezzi, et indi montarli sopra; il quale pian piano ritirandosi verso l’acqua, et a poco a poco entrando nell’onde, tosto che sentì quella esser sì bene fermata sul suo dorso et haverli le mani nelle corna, notando passò il mare con quella, tutta timida et sbigottita, et la portò in Creta; dove ritornato nella sua vera forma seco hebbe a fare, et la impregnò. Di che poi, Secondo ch’alcuni vogliono, ella partorì Minos, Radamanto et Sarpedone. Et egli in eterna memoria di lei dal suo nome chiamò la terza parte del mondo Europa. La fittione di tal favola è coperta da così sottil velo, che liggiermente si può vedere il suo significato. Percioché per Mercurio che cacci gli armenti nel lito io intendo la eloquenza et la sagacità d’alcun ruffiano, che dalla città nel lito guidi qualche donzella; overo un falso mercante che le mostri qualche cosetta da giuoco et a lei la prometta, et monta seco in nave. Giove poi trasformato in toro che sen’ porti la donzella, homai credo essere noto [p. 042v] a tutti quella essere stata una nave la cui insegna era un toro bianco, sopra la quale (fosse con qual’inganno si voglia) salita sopra la donzella, et dati i remi all’acque et ai venti le velle, ella fu portata in Creta et data per moglie a Giove; overo, Secondo Eusebio nel libro dei Tempi, ad Asterio Re, dal quale sì come è stato detto di sopra partorì i detti tre figliuoli. Nondimeno piace ad Agostino che costui fosse chiamato Santo, et non Asterio. Appresso, discordano del tempo di tal rapina molti auttori, attento che vi sono di quelli, come dice Eusebio, che vogliono nell’anno quarantesimo di Danao Re d’Argivi Giove essersi congiunto con Europa, et che poi Asterio Cretese Re la togliese per moglie; il quale fu l’anno del mondo MDCCCLXIX. Altri poi dicono quella da’ Cretesi rapita l’anno del mondo MDCCCLXXVIII, regnando in Argo Acrisio. Ma alcuni vogliono che fosse rapita nel tempo che Pandione regnava in Athene, cioè negli anni del mondo MDCCCXVI. Il qual tempo più si conface con quelle cose che si leggono di Minos, figliuolo dell’istessa. Dice Varrone una imagine bellissima di bronzo di costei essere stata posta da Pithagora in Taranto; et questo si contiene dove tratta dell’Origine della Lingua Latina.

CADMO, sesto figliuolo d’Agenore, che generò Semele, Agane, Auttonoe et Inoe.

PER publica fama di tutti gli antichi, Cadmo fu figliuolo d’Agenore; il quale scrive Eusebio nel libro dei Tempi essere venuto insieme col fratello Phenice da Thebe degli Egittii nell’anno decimosettimo di Danao Re d’Argivi, et appresso Tiro et Sidone haver regnato. Conciosia che (sì come di sopra si vede) molto prima ivi venisse Agenore cacciato dalla peste. Il quale Eusebio dopo queste cose scrive nell’anno decimosesto del reame di Linceo Cadmo haver occupato l’Armenia; il che di sopra habbiamo ricordato essere stato fatto da Cilice. Questi nondimeno (come scrive Ovidio) havendo Giove rapito Europa, fu mandato dal padre Agenore all’acquisto di lei, con tal patto che non dovesse ritornar nella patria senz’essa. Il quale partitosi con buona compagnia, né sapendo dove ricercarla, deliberò trovarsi novo paese; onde essendo giunto vicino a Parnaso, hebbe per risposta dall’oracolo che seguisse un bue indomito, et dove quello si fermasse, ivi facesse il suo seggio. Di che così havendo fatto fu guidato nel destinato paese, nel quale fermandosi et gittando i primi fondamenti, dal nome del bue lo chiamò Boemia; et la città dagli antichi Egittii di Thebe, da’ quali i suoi precessori erano discesi, fu chiamata Thebe. Ma sì come dice Ovidio, volendo egli sacrificare et havendo mandato alcuni de’ compagni a pigliar dell’acqua, avenne che per l’indugio del loro ritorno Cadmo gli andò dietro, dove trovò ch’erano stati divorati da un ismisurato serpente. Il quale riguardato da lui, udì una voce che gli disse che vederebbe ancho sé stesso serpente. Nondimeno, havendolo amazzato, per oracolo divino gli trasse i denti et gli semi[p. 043r]nò, dai quali subito nacquero huomini armati che tra sé stessi incominciaro amazzarsi; né prima s’acquetarono che cinque soli restassero vivi. I quali tra loro fatta pace si congiunsero con Cadmo, et l’aiutarono a fornir la città. Ma Palefatto scrive appresso ch’egli hebbe una donna chiamata Spinga per moglie, la quale per gelosia d’Herminiona si partì da lui, et mosse guerra contra i seguaci di Cadmo. Sono appresso di quelli che vogliono lui stando appresso il fonte Hippocrene tutto pensoso haver ritrovato sedeci caratteri di lettere, le quali poi da tutta la Grecia furono usate. Così Plinio nel libro dell’Historia Naturale dice lui appresso Thebe essere stato l’inventore dei lapidarii, et della mistura dell’oro et dei metalli; come che Theophrasto voglia ch’egli facesse queste cose appresso i Phenici. Ma molto dopo l’allegato tempo; percioché quello che di sopra è scritto di lui fu circa gli anni del mondo MDCCCCXXXVIII. Indi Ovidio dice che di lui fu moglie Sermiona, figlia di Marte et di Venere; dalla quale si ha ch’egli generasse quatro figliuole, et che ad Hermiona fosse donato da Vulcano un monile mortale. Dopo questo, essendo occorso molte disgratie ai nipoti et sue figliuole, egli già vecchio da Amphione et Zetho cacciato del reame se n’andò in Schiavonia, dove insieme con la moglie Hermiona amendue furono trasmutati in serpenti. Questa favolosa historia ha in sé alcune cose congiunte, delle quali ci resta vederne il senso. Il serpente adunque consacrato a Marte io intendo che sia l’huomo vecchio et prudente, già armigero et bellicoso con sue parole, et tardare, ritenere i compagni di Cadmo; per lo cui consiglio, il quale istimo io che siano i denti, tra gli habitanti fu seminata discordia. I quali persuaduti da Spinga contra lui si mossero; onde in un subito, tolte l’armi in mano, tra sé stessi vennero a battaglia. I cui prencipi (tagliati a pezzi i popolari) vennero in concordia con

Cadmo, et di habitatori et stranieri fecero tutto un popolo. Che poi egli essule insieme con la moglie divenisse serpe, dimostra quelli esser fatti vecchi. Perché i vecchi a guisa di serpenti sono prudenti, et per l’esperienza delle cose aveduti, et per l’età pieni d’anni. Et se bene l’età gli caccia et gli aiuti gli mancano, tuttavia Secondo il costume de’ serpenti vanno col petto in fuori. Ma del tempo del regno di costui furono ancho discordanti gli antichi. Perché Eusebio nel libro dei Tempi dice che l’anno ottavo della signoria d’Abante re d’Argivi, che fu negli anni del mondo MDCCCXXXVII, Cadmo fu cacciato dal regno da Amphione et Zetho; né molto dopo dice che (regnando Acrisio in Argo) Cadmo regnò a Thebe, essendo Acrisio succeduto ad Abante. Il che nondimeno puotè essere circa gli anni del mondo MDCCCLXXV; al qual tempo si conviene quello che dopo l’istesso Eusebio scrive, cioè che regnando Acrisio succedessero quelle cose che si narrano dei Spartani. I quali (dice Palefatto) che, essendo di paesi circonvicini, subito si fermarono contra Cadmo; onde per li subiti movimenti loro, come se fossero usciti dalla terra, et perché erano abondati da ogni parte, furono chiamati Spartani. Ma nondimeno ciò malamente si conviene al tempo nel quale habbiamo detto di sopra Europa essere stata rapita. Quelli ne trovino la verità a’ quali di ciò è più cura, perché io non ne ho potuto trovar altro.

[p. 043v]

SEMELE figliuola di Cadmo.

Fu Semele figliuola di Cadmo et d’Hermione, come assai si manifesta in Ovidio nel suo maggior volume. Sopportando Giunone <sopportando> malamente costei esser pregna di Giove, si trasmutò nella vecchia Beroe Epidaurea, et persuase a Semele che facesse sperienza se Giove la amava; percioché questo potrebbe conoscere s’egli le facesse gratia di venirsi a congiunger seco, come faceva con Giunone. Alla qual cosa dando a pieno fede Semele, astrinse Giove a giurarli per l’onde stigie di farle quella gratia ch’ella gli dimandarebbe. Et richiedendoli tal cosa, Giove, dolente d’haverglila promessa, tolto il minor folgore con quello la percosse et morì; onde poi trasse dal suo ventre un fanciullo non anco giunto al tempo del parto, chiamato Bacco. La verità di questa favola penso io che sia tal donna pregna (sì come si contiene nella fittione) essere stata perercossa da una saetta. Percioché il foco, cioè Giove, non si congiunge con l’aere, cioè con Giunone, eccetto che col folgore, che discende ai luoghi inferiori.

AGAVE FIGLUOLA di Cadmo.

AGAVE, sì come assai è palese, fu figliuola di Cadmo et d’Hermiona; la quale Cadmo diede per sposa ad Echione, che fu uno de’ compagni che l’aitò ad edificar Thebe. Dal cui ella partorì un figliuolo chiamato Pentheo, giovine di grand’animo; il quale (celebrando la madre, le sorelle et altre donne i sacrifici di Bacco di lui sprezzati) fu da quelle divenute furiose amazzato. Diceva Leontio questo Pentheo essere stato Astemio, il quale dalla ubbriaca madre et dall’altre fu morto perché più volte havea biasimato i loro sacrifici et ebrietà.

AUTTONE figliuola di Cadmo.

Secondo Ovidio, Auttone fu figlia di Cadmo et Hermiona. Costei fu moglie d’Aristeo, et di lui partorì Atteone.

INOE figliuola di Cadmo.

INO medesimamente, come dice Ovidio, fu figlia di Cadmo et Hermiona; la quale divenuta moglie d’Athlante figliuolo d’Eolo, et di lui havendo partorito Learco et Melicerte, poscia che vide Learco dal furioso padre esser morto, temendo che l’istesso a sé et a l’altro figliuolo non avenisse, da un alto sasso precipitosamente si gittò in [p. 044r] mare. Di che avenne per compassione di Nettuno che Ino fu fatta una dea marina chiamata Leucothoe, et Melicerte divenne Palemone. Ma io credo che questi due lochi fossero due scogli ai quali furono portati gli infelici corpi et gittati in mare; et per ciò per ricordo dei sopraviventi gli fossero posti questi due nomi divini. Overo più tosto fosse per quello che di sotto si legge di Learco et Melicerte.

LADDAICO, settimo figliuolo d’Agenore, che generò Laio.

LADDAICO, Secondo Theodontio, fu il più giovane di tutti i figliuoli d’Agenore. Il quale havendo inteso il fratello essere stato messo in rotta, et Amphione con le proprie mani haversi amazzato, et Lica essere stato morto da Hercole, sollecitato con preghi dagli amici che, lasciata la Soria, se ne venisse in Grecia, et egli per la vecchiaia sentendosi inhabile alla fatica, vi mandò Laio, ch’era il più giovane di tutti gli altri suoi figliuoli. Il quale subito, occupato il reame, fu chiamato Re. Ma Paolo dice Laddaico essere stato figliuolo di Phenice, et vecchio essere venuto a Thebe da’ Thebani chiamato, dove regnò alquanto tempo et generò il figliuolo Laio.

LAIO, RE di THEBE ET figliuolo di Laddaico, che generò Edipo.

BASTEvolmente si è dimostrato Laio essere stato figlio di Laddaico et Re di Thebe; il quale o mandato da Phenice o pur ivi nato se ne venne a Thebe, et ivi regnò. Dove signoreggiando tolse per moglie Iocasta figliuola di Creonte Thebano, la quale poscia che fu divenuta pregna, egli andò all’oracolo per haver risposta quello che di tal prole havesse a succedere; et havendo inteso ch’egli per le mani d’un figliuolo ch’era per nascerli havea a morire, comandò alla moglie che mandasse ad esporre ciò che da lei [era per] nascere. Là onde venuto il tempo del parto, la madre dogliosa fece esporre alla morte il fanciullo; il quale per voler de’ cieli restato vivo, et cresciuto in età, desideroso di sapere chi fosse il suo padre intese dall’oracolo che lo ritrovarebbe in Phocide. Così ivi giunto, et trovata una seditione tra que’ cittadini et stranieri in armi, amazzò il padre da lui non conosciuto, il quale cercava metter di mezzo a tal gara. Et a tal modo Laio per le mani del figliuolo se ne morì.

EDIPO FIGLIO di LAIO, che generò Antigona, Ismena, Etheocle et Polinice.

EDIPO Re di Thebe, Secondo che Statio dimostra nella Thebaide, fu figliuolo di Laio et di Iocasta. Questi per comandamento del padre, sì come di sopra è stato detto, subito nato fu portato nel bosco ad esporre alle fiere; il quale essendo in questo modo por[p. 044v]tato dai servi alla morte, quelli mossi a compassione del fanciullo non lo gittarono Secondo il comandamento alle fiere, ma foratigli e’ piedi con un vincicastro lo legarono per li piedi sopra un arbore; ai gemiti del quale mosso un certo pastore di Polibo Re di Corinto, il levò da quell’albore et lo portò al Re. Il quale essendo senza figliuoli con paterno affetto lo raccolse, et in loco di figliuolo il fece nodrire. Questi nondimeno, cresciuto in età et havendo inteso si non esser figliuolo di Polibo, si dispose ricercare chi fosse il suo padre; et andato a consigliarsi con l’oracolo d’Apollo, hebbe in risposta che trovarebbe il padre suo in Phocide, et che pigliarebbe la madre per moglie. Così venendo in Phocide, et ritrovando attaccata una questione tra i cittadini et foristieri, egli messosi a dar aiuto alla parte straniera inavedutamente amazzò il padre Laio, da lui non conosciuto, et che cercava acquetarli. Finalmente come quasi ingannato dall’oracolo se n’andò a Thebe, et facendo quel viaggio ritrovò la Sphinge, la quale (dichiarati ch’egli le hebbe gli enigma) amazzò et entrò in Thebe; dove essendo tenuto figliuolo di Polibo gli fu data per moglie la madre Iocasta, la quale da lui fu volentieri pigliata temendo di non haver a torre Meroe, già moglie di Polibo et da lui tenuta per madre. Così divenuto Re di Thebe, et essendo fatto padre di quattro figliuoli havuti da Iocasta, avenne che in Thebe nacque una mortalità grande. Onde andatisi a consigliare con l’oracolo, gli fu risposto la peste non essere per cessare, se con l’essiglio del loro Re non si purgasse l’incestuoso matrimonio di Iocasta. Ma mentre che l’infelice incominciava già a sospirare, a lui venne inanzi un Corintho che gli portò nova della morte di Polibo, et che lo chiamava nel reame. Ond’egli rispondendo temer di venirci, attento che havea sospetto di non essere sforzato pigliar la madre per moglie, da quel corrieri vecchio fu ragguagliato a qual partito fosse portato a Corinto. Il che sentendo Iocasta, et tornandole a memoria quello c’havea inteso dai servi ch’il portarono ad esporre, subito guardandoli i piedi conobbe quello esserle figliuolo. La qual cosa intesa da lui, et conoscendo si haver amazzato il padre, assalito dal dolore con le proprie mani si cavò gli occhi, et volontariamente volse vivere in tenebre. Ma i figliuoli, venuti per l’ingordigia di regnare tra loro all’armi et fati disubidienti al padre, s’amazzarono insieme. Et essendosi già con le proprie mani amazzata Iocasta, egli doglioso et afflitto, menando seco una delle figliuole, per comandamento di Creonte fu confinato in essiglio nel monte Citerone. Quello che poi avenisse di lui non saprei dire. Nondimeno questo so bene, ma non già per quali meriti, che dagli Atheniensi sì come a Dio gli fu edificato un tempio et fatti sacrifici; et di ciò n’è testimonio Valerio.

ANTIGONA figliuola d’Edipo.

PER testimonio di Statio, Antigona fu figliuola d’Edipo et di Iocasta. Costei fu quella che, havendo cumpassione al padre mandato in essiglio da Creonte, sempre gli diede il vivere. Et fu quella che di notte, contra l’imperio di Creonte, venne a dare l’ultime lagrime et se[p. 045r]pellire i fratelli. Dove ritrovando Argia moglie di Polinice che faceva l’istesso ufficio, Secondo l’usanza antica abbrugiaro i corpi dei fratelli. Ma sovragiunta insieme con Argia dalla guardia della città, per comandamento di Creonte fu morta.

ISMENE figliuola d’Edipo.

FU ISMENE figliuola d’Edipo, Secondo che scrive Statio; della quale altro non si ha eccetto che fu maritata in un certo giovane atheniese chiamato Cirreo, il quale inanzi che celebrasse le nozze fu morto da Thideo.

ETHEOCLE, figliuolo d’Edipo et di Iocasta.

ETHEOCLE figliuolo d’Edipo, sprezzando la riverenza del padre, venne a tal conditione col fratello Polinice sopra il governo del reame, che un anno per uno ciascuno di loro havesse il governo. Et che quel anno che l’uno fosse signore, l’altro andasse in essiglio. Così rimasto egli il primo anno signore, et fornito il suo tempo, Polinice fece per Thideo suo amico richiederli che Secondo il patto devesse cederli il governo. Ma Etheocle non solamente non volse servar la conditione tra loro, ma cercò far amazzare a tradimento Thideo ch’era venuto per ambasciadore. Per la qual cosa egli patì l’assedio di sette Re; et finalmente venuto a duello col fratello, con eguali ferite si amazzarono amendue. Et sì come furono in vita discordi, così ancho i loro corpi in morte non hebbero eguali fiamme.

POLINICE figliuolo D’Edipo, che generò Thessandro.

CHIARISSIMO è Polinice essere stato figliuolo d’Edipo et di Iocasta. Questi, col fratello (sì come è stato detto di sopra) venuto ad accordio nel governo del reame, fu il primo che se n’andò in essiglio, et cacciato da pioggie et venti di notte giunse in Argo; dove messosi a riposare sotto i portici del palazzo reale, avenne che Thideo essule della sua patria medesimamente ivi capitò. Et venuti seco alle mani per cagione dell’alloggiamento furono acquetati dal Re Adrasto, menati nel palazzo et fatti suoi generi, sì come di sopra è stato mostrato. In processo poi di tempo essendo andato Thideo come legato di Polinice ad Etheocle per dimandarli il possesso del reame, contra ogni ragione del mondo non solamente non fu essaudito, ma ancho fu cercato di tradire. Là onde si venne a tanto (essendo già nato a Polinice d’Argia sua moglie un picciolo figliuolo) che Adrasto, adunati i prencipi d’Argo, mosse guerra contra Etheocle et i Thebani. Nella quale inghiottito dalla terra Amphiarao, ferito Thideo a morte con [p. 045v] una saetta, et morti diversamente combattendo gli altri Re, fu insieme fatto volontario accordio ch’amendue i fratelli a corpo a corpo havessero a finir le liti. Nel qual duello, parendo già vincitor Polinice, pian piano dal fratello che ferito in terra giaceva fu passato da lato in lato; et così amendue con eguali ferite caderono. De’ quali fu tanto fiero et iniquo l’odio, che ancho tra i loro morti corpi quello continuò. Percioché, essendo amendue in un istesso rogo posti da Argia moglie di Polinice et da Antigona loro sorella, non prima fu acceso il foco che le fiamme si partirono; di maniera che chiaramente parve i corpi non sopportare d’essere abbruggiati da un istesso foco.

THESSANDRO figliuolo di Polinice.

THESSANDRO fu figliuolo di Polinice et Argia, Secondo il testimonio di Statio; il quale essendo divenuto forte giovane tra tutti gli altri baroni, se n’andò con i Greci alla guerra Troiana. Et, sì come dice Virgilio, fu uno di quelli ch’entrò con Ulisse nel cavallo di legno. Ciò che poi avenisse di lui, non l’ho ritrovato.

SCITA, decimoterzo figliuolo del primo Giove.

COME Plinio vuole nel libro dell’Historia Naturale, Scita fu figligliuolo di Giove; del quale non si legge altro eccetto quello che l’istesso Plinio allega di lui, cioè che fu il primo qual ritrovasse l’arco et le saette. Il cui inventore la Sacra Scrittura vuole che fosse molto più antico; perché si vede quella affermare Lamech essere stato arcieri. Della stirpe dell’Ethere a noi resta Celio; il quale, accioché dia principio al seguente libro, ci è paruto meglio lasciarlo a dietro.

IL FINE DEL Secondo LIBRO.

[p. 046r]

IL terzo LIBRO

di MESSER GIO. BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI GENTILI.

TRADOTTO ET ADORNATO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 

AL MAGNANIMO SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

SOLCANDO io con picciola barchetta il gran mar salso degli errori antichi, ecco che tra le asprezze delli scogli et tra i turbati mari Numenio Philosopho, vecchio di grand’età et huomo al tempo suo d’auttorità degna, mi si fece incontra, et con assai benigna voce et ornato parlare così mi disse: "Perché con la tua fatica offendi le deità, là dove col riposo potresti haverle piacciuto? A me ancho fu già nel animo quel pensiero che te hor preme, cioè aprire i chiostri al vulgo di theologhizanti poeti. Onde mentre con tutte le forze m’ingegnava palesare et scoprire il segreto dei sacrifici Eleusini, ecco che dormendo, nella profonda notte, a me apparvero le Eleusine dee con habiti da meretrici, con vesti vergognose, et ritratesi nelle profonde cave delle fornicationi con i panni alzati per compiacere ad ogn’uno. Il che parendomi poco honesto alla dignità, et maravigliandomi molto così pudiche dee essere venute in così scelerato et dishonesto loco di meretrici, subito ricercai la cagione di tanto vergognosa ignominia. Ma quelle con guardo bieco et con rughosa fronte verso me rivolte, con faccia et parole sdegnose così incominciarono: "Ahi, scelerato ruffiano, che cosa ci domandi? Tu sei la cagione di così vituperosa ribalderia; perché pigliando ne’ capelli per forza noi, che con l’opre sempre siamo state caste et pudiche, pian piano guidi noi castissime et pudicissime nelle publiche stanze delle meretrici." Ma io, come che fossi involto in profondo sonno, non altramente che s’io havessi vegghiato, subito le intesi essersi sdegnate, et dormendo conobbi quello che vegghiando non havea, cioè i misteri sacri essere opra di pochi; et subito dalle cose incominciate [p. 046v] mi rimossi, affine di non incorrere in più fiero sdegno. Ma tu molto più desiderando che non ti si conviene, poco avedutamente sei entrato in un profondo et oscuro gorgo, et ti presumi quello c’ho lasciato io. Tacerò, ch’io mi creda a te essere conceduto tanto lume et ingegno quanto faccia mistieri a così sublime opra; ma non voglio già tacer questo. Avertisci già, che t’ho avisato quello che fai. Crisitone, per haver offeso Cerere, pericolò. Pentheo sprezzando i sacrifici di Baccho, percosso nel capo dalla madre, ne diede le dovute pene. Niobe, per haver oltraggiato Latona, perduti i figliuoli et il marito, divenne dura selice. Et per non raccontare più essempi, credi tu forse senza pena scoprire i fatti degli dei? Tu t’inganni. Et se tu non ti rimovi, non conoscerai l’ira loro, fin che non l’havrai provata." Alhora io (se bene l’impeto dell’ondeggiante mare mi ostava), alquanto nondimeno stei sopra di me, et dissi: "Da quai paesi sei venuto tra questi scogli? Dilmilo, che te ne prego, perché tengo che tu sia venuto dall’Inferno. Conciosia che con l’odore di solfo tu empi il tutto, et hai la bocca piena d’infernale caligine. Et di più od’io questi essere mandati del scelerato Plutone, il quale pensa quasi ad un huomo christiano, come già tempo soleva a’ gentili, con tai cose mettere paura. Quelle catene veramente sono cadute, et le arme dell’inimico sono state vinte. Noi redenti col pretioso sangue habbiamo vinto, et essendo rinati et lavati in quello non temiamo i suoi inganni. Nondimeno io non manifesto i segreti delle tue dee, né apro gli andamenti de’ tuoi dei, come s’io volessi più da vicino vedere le loro pazzie; ma ciò faccio accioché si conosca che se i Poeti havessero ottimamente conosciuto Iddio, sarebbono stati huomini famosissimi, et per lo maraviglioso arteficio degni di riverenza. Et affine che tu vegga quanto poco conto io faccia di questi tuoi favolosi dei, userò una preghiera simile a quella di Stratonico, che pregava in sé l’ira d’Alabando; et così Hercole, che pregava l’Imolesto. Adunque io prego tutti quelli de’ quali m’essorti fuggir l’ira, che mi siano contrari. Ma a te et a loro, insieme con quelli che creggiono tali pazzie, Giesù Christo ponga la sua mano aiutrice." Così detto, quello subito disparve. Ma io attento col mio navigio solcherò il mare Egeo, per cercare una grandissima prole del cielo; onde colui mi conduca che con la guida della stella condusse in Soria i Maghi ch’erano venuti di Sabea ad adorarlo et offerirli doni.

IL CIELO figliuolo DELL’Ethere et del Giorno, il quale generò undici figliuoli, benché
nel presente libro faccia mentione solamente di otto, quali sono Opi, Theti grande,
Cerere prima, Vulcano primo, Mercurio terzo, Venere magna, Venere seconda, et Iosio.

IL Cielo, non quella grande machina ornata di stelle, la quale Orpheo diceva essere composta da Phanete per habitatione sua et degli altri dei, et la quale noi sempre veggiamo con un circuito caminare, ma un certo huomo così chiamato (come dice Tullio nelle Nature degli Dei), fu figliuolo dell’Ethere et del Giorno, cioè della virtù ardente et della luce [p. 047r] famosa, da’ quali il suo nome venne in luce. Et ch’egli sia stato huomo, assai manifestamente si dimostra in Lattantio, il quale così dice nella Sacra Historia:

 Io ho ritrovato Uranio huomo potente haver havuto per moglie una donna chiamata Vesta, et da lei haver havuto per figliuoli Saturno et Opi; il qual Saturno, divenuto potente per lo reame, chiamò il padre suo Uranio, Cielo, et la madre, Terra, accioché con questa mutatione di nomi egli venisse ad aggrandire lo splendore dell’origine sua ; etc.

Oltre di ciò, sì come dice Ennio nell’Historia Sacra, a costui Giove suo nipote fu il primo che nel monte Paneo edificasse altari et gli sacrificasse; et da lui nomò questa vera machina, che veggiamo, Cielo. Ma Eumero dice questo Celio, overo Cielo essere morto nell’Occeano, et sepolto nel castello d’Aulatia.

OPI, prima figliuola del Cielo et moglie di Saturno.

OPE, overo Opis, che è la terra, come piace a Lattantio nel libro dell’Institutioni Divine, fu figliola del Cielo et di Vesta, et del fratello Saturno moglie, et madre di Giove et di molti altri dei; per la qual cosa appresso i ciechi del mondo fu molto riverita. Ma, o che gli antichi theologizando facessero ciò per manifestare gli errori suoi, o per nascondere con le lor fittioni al vulgo la verità delle cose alte (come è stato mostrato), o più tosto per adulare a Giove grandissimo Re (lasciata da parte l’historia), con maravigliose fittioni ornarono questa, et di maniera la inalzarono che in loco di grandissima dietà fu honorata da molti, et a lei furono drizzati altari et tempi, et furono instituiti sacerdoti, et fatti sacrifici in diversi luoghi; de’ quali (per meglio vedere il tutto) diremo alcuna cosa. prima la chiamarono madre degli dei, et a lei ordinarono una carretta da quattro ruote guidata da due leoni; et al suo campo assignarono una corona in forma di torre, aggiugendo nelle sue mani un scettro. Oltre di ciò la vestirono con una veste molto notabile, per essere intagliata di rami et herbe. Et quando ella caminava le andavano inanzi alcuni huomini, i quali, perché erano Eunuchi, venivano detti galli; sonando alcuni timpani et instrumenti di rame. Et nel suo circuito posero le sedie vuote, volendo ch’alcuni huomini armati la accompagnassero. Quello adunque che sentissero, di tante cose, hora veggiamo. Fu tenuta madre degli dei, perché terreni sono gli huomini, che dagli huomini sono fatti dei. La corona in forma di torre, della quale è ornata, assai dimostra dover esser intesa invece di Terra, essendo il circuito della Terra a guisa di diadema ornato di cittadi et castella. La veste poi distinta a rami et foglie dinoterà le selve, i fruttari et l’infinite spetie dell’herbe, de’ quali la superficie della Terra è coperta. Ma il scettro ch’ella porta nelle mani significherà i reami, le ricchezze, et la potenza dei signoreggianti sopra la Terra. Che poi sia guidata da una carretta, essendo immobile, intesero l’ordine, nelle opre della terra, per li quattro tempi dell’anno continuamente essere serbato con un certo circolar camino. Ma perché sia guidata da leoni, egli si può render questa ragione. Volsero veramente mostrar l’usanza degli agricoltori nel [p. 047v] seminar la terra, perché i leoni (come dice Solino nel libro delle Cose Maravigliose) sono avezzi, se fanno il loro viaggio, solamente per la polve con la loro coda guastare le vestigia de’ suoi piedi, accioché i cacciatori da quelle orme non possano haver inditio del suo camino. Il che fanno ancho gli agricoltori del terreno, i quali, gittato c’hanno in terra i semi, subito cuoprono i solchi, affine che gli uccelli non mangiano le sementi. Oltre di ciò, essendo l’ossa dei leoni tra tutte l’altre ossa d’animali dure, volsero intendere essere bisogno le membra de’ coltivatori essere più robuste di quelli degli altri, overo più tosto si dimostri quelli che noi chiamiamo Re dei quadrupedi sudditi al giogo di Opi, i prencipi del mondo che sono sottoposti alle leggi della Terra. Le sedie poi vuote d’intorno a lei istimo che non vogliono inferir altro, eccetto che dimostrare non solamente le case, ma ancho le città, che sono stanze degli habitanti, rimangono vacue molte volte o per guerra o per peste, overo che nella superficie della Terra molte sedie siano vuote, cioè molti luoghi dishabitati; overo ch’essa Terra sempre tenga molte sedie vuote per quelli c’hanno a nascere. Overo per dimostrare che quelli a’ quali s’appartiene il lavorìo della terra, né dico solamente degli agricoltori, ma ancho dei prencipi, che sono governatori delle città et reami, non debbono darsi in preda all’otio né alla da poco quiete, anzi continuamente star aveduti et avertire, conciosia che sempre vanno in ruina quelle cose che mancano dell’essercitio di questi tali. Oltre di ciò gli assignarono huomini armati che d’intorno le fanno la guardia, volendo per ciò dinotare ciascuno de’ mortali per la patria dover esporsi alla guerra, et per la salute di quella prender l’armi. Haver poi i Sacerdoti galli, dicono ciò essere avenuto che, questa madre dei dei havendo grandemente amato un fanciullo Ati, et trovatolo giacere con una concubina, per gelosia gli tagliò le parti genitali; per la qual cosa vogliono a lei convenirsi simili sacerdoti, per contrario senso Galli chiamati. Ma vuole Macrobio, nel libro dei Saturnali, per l’amato Ati doversi intendere il Sole, il quale in ogni anno mostra ringiovinire, et di maniera dalla Terra è amato, che (in sé raccolta ogni influenza) partorisca l’herbe et i fiori, che noi veggiamo. Che poi ella lo castrasse, credo ciò essere finto perché ad un certo tempo dell’anno i raggi del Sole paiono essere sterili, et spetialmente d’intorno l’auttunno et il verno, nelle quai stagioni pare nessuna cosa da loro non essere generata. Overo (sì come dice Porphirio) Athi è un fiore dalla terra amato, come proprio ornamento suo, il quale alhora dalla terra è castrato quando, succedendo il frutto, il fiore cade; overo se cade pria del frutto, non è poi più atto al frutto. Che questi sacerdoti portino i Timpani et altri instrumenti di rame, vogliono che per tali timpani, i quali sono vasi semispherici, et sempre a due a due sono portati, doversi intendere due hemisperi della Terra; in tutti due a’ quali (come alcuni si sono imaginati), l’opra della Terra si dimostra. Per quelli di rame vogliono che s’intenda gli stromenti atti alla agricoltura, i quali, già pria che si trovasse l’uso del ferro, solevano farsi di rame. Oltre di ciò nomarono costei con molti nomi, parte de’ quali si sono di sopra dichiarati dove si ha trattato della Terra, et alcuni sono qui communi con alcune dee che si diranno per l’avenire. Nondimeno quelli che sono suoi propri ho giudicato esser bene descriverli. La chia[p. 048r]mano adunque Opi, Berecinthia, Rhea, Cibele, Anna, et magna Pale. Vogliono per ciò che sia detta Opi (come dice Rabano) perché dia aiuto alle biade, et per l’opra sia fatta migliore; Berecinthia (Secondo Fulgentio) come signora dei monti, perché è madre dei dei, conciosia che i monti s’intendeno per li dei, cioè per gli huomini inalzati; overo (sì come piace ad altri, et a me ancho) da Erecinthio monte, overo castello di Phrigia, dove con molta riverenza era adorata. Rhea, poi, percioché l’istesso tal vocabolo in greco suona, che in latino fa Ope. Ma Cibele alcuni volsero quelle così essere detta da un certo Cibalo, il quale vogliono che fosse il primo sacerdote ch’a lei amministrasse; altri dal castello Cibalo, dove dicono i suoi sacrifici essere stati ritrovati. Nondimeno alcuni affermano essere così detta da Cibel , che significa movimento di capo, il quale si faceva frequentemente ne’ suoi sacrifici. Alma poi da alendo , che significa nodrire, percioché con suoi frutti nodrisce tutti. Pale, poi, così la dissero i pastori, et la chiamarono ancho dea dei pascoli, perché dai pascoli agli armenti, et ai gregi.

LA GRAN THETI, seconda figliuola del Cielo, et moglie dell’Oceano.

La gran Theti dice Paolo Crisippo volere che fosse figliuola di Cielo et Vesta, et moglie dell’Oceano. Il che Lattantio afferma, et dice che fu madre delle Nimphe. Ma Servio la chiama Dori, la qual cosa penso ch’egli habbia cavato da Virgilio, mentre dice:

Così mentre trascorri il mar Sicano

L’amara Dori non conturbi l’onde.

In queste cose adunque non vi essendo niente d’historico, egli è da vedere il senso allegorico. Theti senza dubbio è un’acqua, la quale (dice Crisippo) per forza di fervor celeste è tratta dalle viscere della Terra; et così dal cielo, non da huomo, et di Vesta, cioè dalla terra essere nata. Ma Dori s’interpreta per amarezza, la quale per lo calor del Sole (come i Phisici vogliono) s’aggiunge all’acqua marina. Il che per esperienza chiaramente si vede; perché, Secondo che dicono i nocchieri, l’acqua salata sta solamente mischiata col mare di sopra via, di maniera che fra lo spatio di dieci piedi sotto l’acque il mare si trova dolce. Ma veggiamo la cagione per la quale la fanno sposa dell’Oceano, essendo ancho l’Oceano acqua, onde pare che marito et moglie sia una cosa istessa. Credo io che quelli che hanno finto tal cosa habbiano voluto intender l’Oceano doversi pigliare per elemento semplice dell’acqua, il che è tenuto per l’agente, dove si ritrova attione d’acqua; ma Theti essere l’acqua elementata, overo c’habbia mistura d’altri elementi, per opra della cui mistura può concepire et nodrire. Ma descrivendosi i dei haver l’uno et l’altro sesso, come si vede per li versi di Valerio Serrano, che così dice:

Onnipotente Giove Re dei regi,

Et inventore, et padre et madre insieme

Degli dei, et solo Iddio, e istesso Iddio , etc.,

vogliono che mentre l’acqua opra alcuna cosa sia detta Oceano, et quando patisce, Theti. Seneca poi, dove scrive delle Questioni Naturali, pare che voglia altramente, perché dice [p. 048v] l’acqua virile esser detto mare, et la feminile tutto l’avanzo. La chiamarono ancho Theti Maggiore per differenza di Theti madre d’Achille, la quale gli antichi vollero che fosse Nimpha, ma non grandissima dea, eccetto se non chiamiamo (come alle volte si fa) ancho le Nimphe dee. Questa Gran Theti partorì dall’Occeano molti figliuoli, de’ quali si dirà poi.

CERERE prima, qual fu seconda figliuola del Cielo, et partorì Acheronte.

LATTANTIO nel libro delle Divine Institutioni vuole che Cerere fosse figliuola del Cielo et di Vesta. Dice Theodontio costei essere stata moglie di Sicano, antichissimo Re di Sicilia, et essere stata la prima ch’insegnasse a’ Siciliani l’uso del fromento, indi a Sicano haver partorito molti figliuoli; nondimeno non ne noma alcuno. Tuttavia Pronapide vuole Acheronte essere stato suo figliuolo, et per ciò di lei recita questa favola, cioè ella essere divenuta pregna, et per vergogna del ventre che le cresceva essersi andata a nascondere in una segreta spelonca di Creta, dove partorì Acheronte. Il quale, non havendo ardire riguardar la luce, scese all’Inferno, et ivi fu fatto fiume infernale. Della cui fittione l’istesso Theodontio spiega tal ragione. Dice egli haversi per cosa ferma che Cerere persuase al fratello Saturno che a patto alcuno non restituisse il reame a Titano; così, contra il patto tra Saturno et Titano fatto, quei figliuoli maschi che generò Saturno segretamente subito nati gli tolse, et insieme con la madre Vesta gli fece nodrire. Il che essendosi scoperto, et havendo inteso Saturno et Ope essere imprigionati da Titano, temendo che l’istesso a lei non avenisse, andò in Creta a nascondersi in alcune spelonche, né hebbe ardire comparire, fino attanto che non fu fatta certa Giove vittoriosamente haver liberato i padri. Là onde Pronapide vuole Cerere per la prigionia dei fratelli ivi haver concetto il dolore, et in quelle oscurità haverlo partorito, cioè mandato fuori, overo lasciato, mentre per la vittoria di Giove tutta lieta si lasciò in publico vedere. Ma quello essere stato detto Acheronte dall’A, che vuol dir senza, et Cheron, allegrezza, percioché senza allegrezza è colui che si duole. Onde dice ch’egli non volse veder la luce, perché i dogliosi per lo più, con gli occhi a terra chini, disiano lo star soli, et in luoghi oscuri. Divenne poi fiume infernale, conciosia che nell’Inferno non v’è allegrezza alcuna. Né a lui è dato padre nessuno, attento che solamente viene generato dal voler nostro.

ACHERONTE FIUME infernale figliuolo di Cerere, il qual generò sei figliuoli,
cioè Aletto, Thisiphone, Meghera, Vittoria, Aschalpho, et Stige.

[p. 049r] ACHERONTE Fiume infernale, senza padre, fu figliuolo di Cerere, sì come è stato mostrato. Paolo diceva costui essere stato figlio di Titano et della Terra, et per ciò da Giove nell’Inferno cacciato: perché havendo sete i figliuoli di Titano, egli gli havea conceduto acque limpide et chiare. Ma il nostro Dante nella prima parte del suo Poema chiamato Inferno tiene contraria openione da questa del suo nascimento, perché dice nella sommità del monte Ida in Creta essere una gran statua d’un certo vecchio, il cui capo è d’oro, il petto et le braccia d’argento, il corpo et le reni di rame, le gambe, le giunture, et il pié sinistro di ferro eletto, il destro piede di terra cotta; et in lei essere quasi una corporal grandezza, tutta rivolta verso Roma. Indi tutte queste parti di membra, eccetto il capo d’oro, ha certe fessure che stillano gocciuole d’acqua, overo di lagrime; le quali raccolte insieme, et passando per caverne all’Inferno, fanno il fiume Acheronte. Ma quello che vogliano significare così diverse fittioni hoggimai è da vedere. Perché sia detto figliuolo di Cerere, egli è stato mostrato. Che sia poi stato figlio di Titano et della Terra si può ancho ammettere, mentre vogliamo pigliare Titano per lo Sole, come ancho vollero gli antichi. Et così alcuni si sono imaginati, oprando il calor del Sole, l’acque del mare essere condotte nelle viscere della Terra et da quelle per lo freddo della terra divenute dolci, estendersi. Et così dando il Sole la materia, può essere detto suo figliuolo, et ancho di colei dal cui ventre pare ch’egli esca fuori. Che sia fiume infernale, egli si può intendere in tal modo. Sono due fiumi c’hanno il nome d’Acheronte: uno irriga appresso i Molossi, come dice Tito Livio, et mette capo in certi stagni chiamati inferni, et da quelli corre nel Thelespontio seno; l’altro poi per la morte d’Alessandro Epirota, molto famoso, correndo appresso Lucani scende nell’Inferno. Et così ciascuno di loro cala all’Inferno, percioché quello il quale è appresso i Molossi nel reame già di Plutone, che è detto Dio dell’Inferno (per essere fatto dall’Oriente del Sole) scorre più a basso, et così se è nel reame di Plutone è nell’Inferno. Nondimeno in tal maniera alcuni giudicarono del Secondo. Affermano nel tempo antico essere usanza ai Greci di mandare i condennati in essilio in Italia, overo essi essuli venirci volontariamente; la quale, perché dicevano essere appresso il mar infero, o perché la Grecia è inferiore dall’Oriente del Sole, eglino volevano il fiume et i condennati essere nell’Inferno. Là onde vogliono essere stato aggiunto il loco alla favola, attento che ancho la ethimologia del nome del fiume favorisce alla fittione, essendo interpretato senza allegrezza, overo salute, come se gli essuli dalla patria fossero senza allegrezza né salute. Quelli poi c’hebbero contraria openione, sì come Servio, et dopo lui Alberigho, dicono Acheronte non essere fiume, ma terra d’Italia. Nondimeno di questo dirassi altrove. Ma Dante intende del vero fiume Acheronte infernale, et dicendo che nell’isola di Candia sia una statua d’un vecchio di vari metalli composta, che guarda da Adannata città di Soria verso Roma, fa presuposto designare la convenevolezza del loco all’origine, insieme con i tempi et le cagioni. Ma prima veggiamo del loco. Dice adunque la statua del vecchio star diritta, accioché ve[p. 049v]gniamo ad intendere la generatione humana, che ancho dura, benché sia antica; appresso è posta nel monte Ida. Ida adunque significa bellezza, per la quale vuol intendere la beltà delle cose temporali; la cui volendo dimostrar caduca et frale, dice già quel monte essere lieto, et hoggidì triste et deserto. Dice ancho in un monte di Creta, percioché l’Isola di Candia pare essere nel mezzo del mondo in tre parti diviso: perché da settentrione vi è il mare Egeo, dall’Occidente l’Ionio, overo il Onirteo, che sono mari d’Europa; dall’Oriente il mare Icario et il Carpatio, overo Egittio, i quali sono d’Asia, ma da Mezzo Giorno et Occidente è sostenuta dal mare Africano. Et così da tre parti del mondo v’è il termine, accioché intendiamo non solamente una di queste parti, ma tutte dar opra che questo Acheronte si generi. Ma quello già si creò dalle gocciuoli cadenti, cioè dai peccati, da le opre scelerate et dai manchamenti dell’antiche età, et hoggidì fa l’istesto; affine che conosciamo per li peccati de’ mortali perdersi l’eterna allegrezza. Ma acciò che appaia non ogni età in ciò convenirsi, dice il capo d’oro essere massiccio, affine che per quello si comprenda il tempo dell’inocenza del primo padre, insieme col nostro; mentre per lo battesmo rinati nella fanciullezza, semplici perseveriamo. Poi si viene al metallo d’argento, ch’è l’età più compiuta, la quale come che dimostri essere più intiera per le forze corporali, nondimeno per li vitii divene più vile; così quella parte d’argento ha molte fessure, cioè peccati. Finalmente segue la terza età, più sonora delle prime et d’opre molto più lontana, et questa medesimamente è aperta, et procaccia accrescimento di miseria. Segue poi la ferea più forte dell’altre, ma ancho peggiore et più ostinata. Ultimamente viene la terrea, verso la quale tutta la machina corporea s’inchina, et per la cui si figura la fragilità de’ mortali et la debolezza dei vecchi, et questa ancho è fessa. Dalle quali fessure nasce che le lagrime escano fuori et facciano l’Acheronte, cioè la perdita dell’allegrezza, dalla cui nasce l’aquisto della tristitia, affine ch’indi succeda l’origine di Stige; et dalla tristitia venga l’incendio del dolore, che è Phlegetonte, et da questo germogli il pianto della miseria et una frigidezza perpetua, che dinota Cocito. Che poi da Damiata si sia cangiato verso Roma, descrive il genere humano, c’hebbe principio nel campo damasceno, et hora riguarda Roma ultima dei reami del mondo, cioè il fine suo.

DELLE FURIE figliuole d’Acheronte, trattato in generale.

PARE che tutti i poeti vogliano le Furie essere tre, delle quale parmi in generale voler trattare alcune poche cose, accioché in particolar poi più facilmente il resto intendere si possa. Primieramente dicono quelle essere state figliuole d’Acheronte et della Notte. Che Acheronte le sia stato padre, Theodontio lo dimostra. Che siano figliuole della Notte, egli si vede per Virgilio, dove così parla:

[p. 050r]

Queste due pesti per cognome dette

Furie si sono in uno istesso parto

Prodotte da la Notte atra, et oscura

Insieme con Meghera empia, e infernale.

Appresso volsero questi tali haver diversi nomi, perché dissero nell’Inferno chiamarsi cani, come pare che voglia Lucano, dove dice:

Homai v’allaccierò con vero nome

Et voi cani infernai ne l’alta luce

Collocherò , etc..

Da’ mortali sono dette Furie, sì come è manifesto dall’effetto per li versi di Virgilio:

Dai cerulei capei si leva un serpe,

Et gli lo gitta in seno, il qual scorrendo

Tutta furiosa il gran palazzo scuotte

Fino al profondo cor, ivi si ferma

Là onde avien, che per lo fiero mostro.

Sono ancho appresso noi dette Eumenide, sì come mostra Ovidio dicendo:

Tennero in man l’Eumeride le faci

Rapite, e tolte dal funebre rogo.

Onde assai chiaramente si vede ciò essere fatto appresso noi nello sventurato matrimonio. Si chiamano ancho Dire, et questo appresso i dei del Cielo, Secondo che dimostra Virgilio:

Come tosto conobbe di lontano

Lo strido de la Dira, et l’ali; alhora

L’infelice Iuturna squarciò i crini.

Percioché la dea Iuturna conobbe lo strido della Dira, o vogliamo dir fiera, nell’aere et non in terra, si dicono ancho uccelli, come mostra l’istesso Virgilio:

Hor lascio le squadre; et non smarrite

O rozzi augei, me timido, et tremante;

Che di vostr’ali le percosse i’ veggio.

Oltre di ciò Theodontio dice appresso habitatori di liti esser chiamate Arpie, et appresso dicono che sono sottoposte ai voleri di Giove et di Plutone, come di loro scrivendo Virgilio dimostra:

Queste stanno dinanzi il tribunale

Di Giove; et stanno anchor nell’ampia entrata

Del fiero Re; dove a’ mortali infermi

O con guerra smarrir regni, e cittadi.

Accrescono il timor; s’avien ch’il capo

Degli altri dei vuol far, ch’alcun divenga

Di lieto mesto; o vuol punir alcuno.

Ma hora è da vedere il significato di queste cose. Le chiamano figliuole d’Acheronte et della Notte non per altra ragione, (a me pare), che per questa. Quando non succedeno Secondo il disio i voleri, è forza che la ragione ceda, di maniera che di necessità pare che nasca una perturbatione di mente. La quale non senza giudicio di cecità di mente continua, et per lo continuare diviene maggiore, fino attanto che cade nell’effetto; il quale, oprato senza ragione, necessariamente conviene parere furioso. Et così le Furie nascono da Acheronte et dalla Notte. Oltre di ciò appresso gl’infernali sono dette cani, overo cagne, cioè appresso gli huomini di bassa conditione, i quali ricevendo qualche disturbo, non potendo le loro forze far resistenza al furore, con gridi empiono il tutto, a guisa di cani ch’abbaiano. Appresso gli huomini mezzani sono poi dette Furie, overo Eumenide, percioché con maggior incendio offendono il furioso, attento che, affine che l’huomo mediocre in sé si roda et consumi, oprano alcune cose. Conciosia che la legge publica vieta che non si opra nei minori, ma [p. 050v] nei maggiori la potenza, così lo sdegno non lascia che questi tali Secondo il costume del basso vulgo mandino fuori pianti, né lamenti. Seco adunque sono infuriati, et sé dirompono in pianti; la forza gli constringe, et può cagionare che loro entrano poi in grandissimo furore, rispetto a molte cose, che si congiungeno alla furia. Il nome d’Eumenide è venuto da Heu, che è accento doglioso, et da men, che significa mancamento, percioché colui che patisce a sé <se> stesso è propria pena; overo per antifrasi sono dette da Heu et mane, il che l’uno et l’altro significa bene, et elleno mancano d’ogni bene. Appresso i dei sono dette Dire, rispetto alla crudeltà dei maggiori contra i minori, alla cui subito ricorre il furor de’ maggiori. Sono poi dette uccelli dalla velocità del furore, attento che subito dalla mansuetudine volano gli huomini al furore. Dagli habitatori dei liti si chiamano Arpie, dalla rapacità, percioché con tanta ingordigia quelli correno alla preda, che punto non sono differenti dal furore. Le chiamano ancho inchinate a Plutone, perché egli viene detto Dio delle ricchezze, onde noi veggiamo spesso l’ire, i disturbi et le gare nascere per l’ingordo disio dell’oro. Che poi stiano dinanzi a Giove non è maraviglia, come che egli sia detto benigno et pio, percioché al pio giudice è bisogno haver per ministri dei vindicatori delle scelerità; de’ quali, se mancano o non tengono cura, l’auttorità delle leggi liggiermente va in fumo. Appresso alle volte per li peccati de’ popoli dalla divinità è conceduto che negli elementi si congiunga il furore, et che per la discordia di quelli s’infetti l’aere, onde nascano pestilenze mortali, per le cui noi infelici siamo inghiottiti. Così ancho per la superbia di que’ tali nascano guerre, da’ quali si conseguono incendii, sacheggiamenti et ruine.

ALETTO, prima figliuola d’Acheronte.

LA prima delle Furie, Aletto è figliuola d’Acheronte et della Notte, la quale così descrive Virgilio:

Elegge Aletto, ch’è cagion dei pianti

Tra tutte l’altre sue fiere sorelle,

Et da l’infernal tenebre la scioglie.

A costei sono a cor le triste guerre

L’ire, gl’inganni, et i peccati iniqui.

Di maniera, ch’il padre esso Plutone

L’odia, et in odio anchor l’han le sorelle.

Questo monstro infernal si cangia in tante

Diverse forme, et molte faccia piglia,

Con tanti fieri serpi d’ogn’intorno.

Et poco da poi soggiunge dicendo:

Sta in tuo potere a perigliose guerre

Armar l’un contra l’altro i car fratelli,

Et in odio voltar tutte le case.

Tu sopra i tetti puoi recar tormenti,

Et portarli funebri, ardenti faci.

Mille deitadi sono in tuo potere,

Et di nuocere altrui teco hai mille arti.

Et quello che segue. Onde assai per questi versi si veggono gli uffici di tal Furia, et si vede ancho a bastanza la sua potenza et la crudeltà, essendo per insino a Plutone et all’istesse sue sorelle in odio. Secondo Fulgentio, Aletto significa inquietudine; accioché si conosca ogni furia dall’animo inquieto haver principio. La quale inquietezza tante volte entra nelle menti, quante noi restiamo di conoscere noi medesimi et Iddio.

[p. 051r]

THESIPHONE, seconda figlia d’Acheronte.

THESIPHONE è la seconda delle Furie, et figliuola d’Acheronte et della Notte; la quale così dipinge Ovidio:

Né con indugio Thesiphone piglia

Con importunità l’humida face

Per lo gelato sangue, et per quel rossa

In publico si veste, e a sé d’intorno

Cinge, et intorge velenosi serpi.

Esce di casa, e accompagnata viene

Da pianti, da timor, da doglia e stridi.

Et quello che va dietro. Alle quai cose Claudiano aggiunge queste:

Cento serpi, ch’a lei d’intorno stanno

Le girano la faccia, e intorno il capo

Minori sono, ma più crudi e fieri.

Entro le membra poi splende una luce

Eguale a quella, che dimostra Phebo

Quando da nubi è circondato, e chiuso,

Di venen piena, et di color di ferro.

Et a queste tali appresso, Statio continuando soggiunge:

Camina tutta colma di veleno,

Et per l’oscura bocca l’esce fuori

Un infiammato odor di marcia, e lezzo,

Dal qual viensi a produrre ad ogni gente

Et fame, et sete, et morbi, et una morte.

 Così adunque, sì come per Virgilio è stata mostrata la qualità d’Aletto, per questi tre poeti è stata descritta quella di Thesiphone. Oltre di ciò dice Fulgentio Thisiphone essere l’istesso che è Trithoniphone, cioè voce d’ire, nella cui, poscia che il petto gonfio ha fatto una inquietezza, liggiermente si cade. Et per ciò Ovidio vuole tal successo essere quella face che di sangue ondeggia, perché l’ira infiammata mai non esce, eccetto che in sangue. Et per tal causa la chiama rossa per lo sangue che abonda, togliendo il colore della faccia dell’huomo irato, affine di mostrare la dispositione dell’animo. Né prima l’irato si leva che non venga accompagnato dalle lagrime degli amici, che conoscendolo poco in cervello, di lui temeno; il quale però viene accompagnato dal terrore, accioché corrucciato tutto paia terribile. Ma i serpenti a quella locati, sono per dinotare la crudeltà dell’ira. Di qui venendo l’huomo irato manda i vapori in voce, cioè in parole, che spesso partoriscono ruine di paesi, et morti, et povertadi d’huomini.

MEGHERA, terza Furia et figliuola d’Acheronte.

MEGHERA terza delle Furie, figliuola d’Acheronte et della Notte, in questo modo viene dipinta da Claudiano, dove si tratta delle Lodi di Stillicone:

Si leva poi da sedia triste, e vile

Meghera iniqua, a cui stassi appresso

Un scelerato error d’animo pazzo,

Et l’ire, che di spiume empie, e severe

Per tutto ondeggia; et altro non ricerca

Che sangue sparso per ferite, e morti,

Et di quel beve solo; et sol si nutre

[p. 051v]                 Di quel, ch’insieme spargono i fratelli.

D’Hercole sol smarrì costei la faccia;

Questa dei difensor bruttò le menbra,

Che difendean la terra; et questa sola

D’Athamante drizzò gli acuti dardi.

Costei d’Agamennon scorrendo in casa

Tese gli aguai al re poco avedutto.

Con auspitio di costei le faci

D’Himeneo congiunse il mesto Edipo

Con la dolente madre, e anchor Thieste

Con la figliuola oprò l’istesso effetto.

Et quello che segue. Onde, perché Meghera significa gran contrasto, overo lite, assai possiamo conoscere per li sopradetti versi i fatti convenirsi al nome, là onde nasce che dallo travaglio dell’animo vegniamo nei cridi, et dai cridi nell’odio et rissa; per le quai cose divenuti furiosi spesissime volte andiamo in ruina.

VITTORIA, quarta figliuola d’Acheronte.

Secondo Paolo, Vittoria fu figliuola d’Acheronte, et partorita da Stige sua figliuola; alla cui (dicono) Giove essere stato così grato che, havendolo ella favorito nella guerra contra i Giganti, le diede per incompensa tal dono: che il giuramento degli dei fosse sopra la madre Stigia, et se alcuni di loro facessero contra il giuramento, fossero obligati per spatio d’un certo tempo astenersi dal nettare. Costei in tal modo viene dipinta da Clodiano dove egli tratta delle Lodi di Stilicone:

Al Capitano essa Vittoria mostra

L’ale serrate, et con la palma verde

Tutta festosa, ornata di trophei

Si dimostrasse guardia dell’impero

O donzella, che sol rimedi a tutte

L’empie ferite, et sol insegni a noi

Non sol quelle patir; ma non provare

Fatica alcuna, né dolente affanno.

Ma Theodontio, quasi accordandosi con Claudiano, nel dipingerla l’adorna d’ornamenti trionphali. Nondimeno Paolo discorda da loro et la chiama lieta, ma circondata di rugginezza et di polveroso lezzo, vestita d’armi et con mani sanguinose, hora menando prigioni et hora partendo spoglie. Et quegli ornamenti che Theodontio a lei ascrivea egli attribuisse all’Honore, il quale dicono essere suo figliuolo. Ma hora veggiamo quello che di ciò volsero inferire. Credo gli antichi haver voluto la Vittoria essere stata figliuola d’Acheronte perché non s’aquista per otio né riposo, ma da continui pensieri, i quali, mentre dall’ingegno cacciano più utili consigli, veramente svegliano il pensiero, et da lui rimoveno ogni allegrezza; et così viene ad offerirsi Acheronte. Oltre di ciò né nelle conversationi, et meno nei giuochi non si ritrova, anzi si trahe da vigilie, imaginationi et continue fatiche, con constante animo et forte petto, dolori di ferite et toleranza correrie; le quai cose senza tristeza del sopportante occorere, né patir, non si ponno. Ma accioché questa tristezza sia differente da quella tristitia delle Furie, quella dall’infermità della mente, et questa dalla corporale per lo più si genera. Et così a colei ch’era venuto Acheronte per padre, incontanente Stigia le succede per madre. Per lo contrario poi gli festosi, et che non pensano a niente, facilmente caggiono in ruina. Troia afflitta non puote esser presa, et lieta subito fu pigliata. Dice Clodiano la Vittoria haver l’ale, percioché liggiermente, lasciata un’oportuna occasione, spesso vola in altra parte. Viene ornata di palma, perché mai il legno della palma non si corrompe, et le foglie serbano la verdezza, affine che [p. 52r] per quella si comprenda l’acresciuta fortezza del vincitore, et il nome verdeggiar lungamente. Et poi ornata di Trophei, per dimostrare la seconda spetie dell’honore dal vincitor speso; perché il trionpho era minore, et perché in quello il vincitore sacrificava una pecora, egli si chiamava Ovatio . Overo gli antichi chiamavano il tropheo Tronco, fatto a somiglianza d’un huomo vinto, onde essendo dell’armi del vinto così vestito. Più tosto (Secondo Phobi) era più propriamente designato per un habito di Vittoria che (sì come vuole Thedontio), in altra guisa, percioché subito il vincitor non s’orna delle spoglie; ma poi elle si danno a lui per la vitoria, et non alla Vittoria s’attribuiscono.

L’HONORE figliuolo della Vittoria.

Dice Paolo, et Theodontio, l’Honore essere stato figliuolo della Vittoria; ma non gli danno padre. Nondimeno io istimo costui essere detto figliuolo della Vitoria perché egli si consegue dell’aquistata vitoria, il quale ancho viene dato in presenza di chi lo riceve, essendoli ancho in assenza date le lodi. A costui fu dedicato già da’ Romani un tempio vicino a quello della Virtù, nel quale non si poteva entrare se non per quello della Virtù; accioché si conoscese nessuno, ecceto che col mezzo della virtù, non poter conseguir honore. Et se ciò aviene ad alcuno per altra cagione, egli alhora non è honore, ma ridicolosi et mortali carezze. Vogliano che la riverenza gli fosse meglio, et da quella a lui nascesse la maestà. Nondimeno sono di quelli che dicano l’honore et la riverenza essere una cosa istessa, essendo elleno però differenti. Vi è l’honor publico, et il privato. Publico egli è alhora quando si conosce in alcuno con la corona di lauro, overo col triompho. Privato è quello che è conceduto dai privati, mentre si leviamo a far riverenza ad alcuno privato, lo mettiamo di sopra, et ne’ tempii et nel sedere gli diamo il primo loco. Riverenza poi è quella che prestiamo ai maggiori, non per comandamento, ma volontariamente, overo per usanza, et quando ancho con i ginocchi chini et col capo scoperto parliamo con humani degni di honore; le quai attioni s’appartengono solo a Iddio, benché gli ambitiosi prencipi a sé le habbiano usurpate.

La MAESTÀ figliuola dell’Honore.

VUOLE Ovidio la Maestà essere stata figliuola dell’Honore, della quale nei libri delle Pompe così dice:

Mentre l’Honore, e honesta Riverenza

Con piacevol faccia messe i corpi

Nei legitimi letti; di qui nacque

La sacra Maestà, che rege il mondo.

La qual in ogni dì, che fu prodotta

Grandissima fu certo; et poi fermossi

Subitto in mezzo il cielo alta, e sublime,

V’ d’oro si vedea col bianco seno.

Istimo che volessero costei essere stata figlia dell’Honore et della Riverenza perché dal dato honore et della conceduta riverenza nasce un certo stato di maggioranza in colui che lo riceve; dal cui si è detta la maestà convenevole al solo Iddio.

[p. 052v]

ASCALAPHO, quinto figliuolo d’Acheronte.

ASCALAPHO fu figlio d’Acheronte et di Orna Nimpha, sì come dice Ovidio:

Ascalapho la ode; il qual si dice

Orna, non Nimpha vil tra le infernali

Già d’Acheronte suo prodotto havere,

Et partorito sotto l’onde oscure.

Dicono che costui, essendo stata rapita Proserpina da Plutone, et cercandosi s’ella, nell’Inferno, havesse mangiato alcuna cosa, la accusò, et disse che havea mangiato tre grani di melegrane nel giardino di Dite, là onde fu sententiato che ella non si potesse più rihavere in tutto; et egli da Cerere fu tramutato in Alocco. Circa la qual fittione credo i Poeti non haver voluto intender altro che dimostrare esser cosa odiosissima l’ufficio dell’acusatore. Et però dicono subito Ascalapho essere stato converso in un Barbagianni, percioché, sì come l’alocco è un uccello funebre, et sempre di cattivo augurio tenuto, così l’accusatore di continuo è prenuntio di fatica et ansietà all’accusato. Oltre di ciò l’Alocco è animale che strida, affine di mostrare gli accusatori essere stridosi. Così ancho, sì come tal uccello sotto la quantità di varie piume è di picciolo corpo, medesimamente sotto le lunghe ciancie degli accusatori per lo più si trova poca verità. Non inconvenevolmente adunque è detto figliuolo d’Acheronte, a somiglianza almeno dell’ufficio; perché, sì come Acheronte priva d’allegrezza tutti quelli ch’egli passa all’altra riva, così l’accusatore empie di tristezza quelli ne’ quali è contrario. Che poi Orna sia detta sua madre, ciò è pigliato dall’usanza dell’alocco, il quale spessissime volte, sì come dicono quelli c’hanno scritto delle proprietà delle cose, nel giorno dei morti habita sopra i loro sepolcri, i quali (Secondo Papia) si chiamano Urne; onde Lucano dice:

Il ciel cuopre colui, che non have urna.

Le cose poi che s’appartengono a Cerere et Proserpina, dove di loro si tratterà saranno dichiarate.

STIGIA, sesta figliuola d’Acheronte.

STIGIA viene detta l’infernal palude, et da tutti è tenuta figliuola d’Acheronte et della Terra, et appresso (Secondo Alberigo) nutrice et albergatrice degli dei; per la quale ancho, sì come di sopra è stato detto, giurano i dei, et per tema di supplicio non ardiscono giurare invano, Secondo che dice Virgilio:

Et la Palude Stigia per la quale

Temeno invan di non giurare i dei.

Percioché, per insino ad un certo spatio di tempo, colui che sopra lei giurava invano era privato del nettare dei dei. Et ciò vogliono ch’a lei fosse conceduto perché la Vittoria sua figliuola diede favore alli dei contra i Giganti Titani. Stigia s’interpreta tristezza, et però essendo Acheronte senza allegrezza, di lui viene detta figliuola; attento che, se[p. 053r]condo Alberico, colui che manca d’allegrezza entra in tristitia liggiermente, anzi è necessario che v’incorra. La Terra poi le è data per madre perché, derivando ogni acqua da quel fonte di tutte le acque solo, Oceano, è necessario che sia condotta per le viscere della Terra per insino a quel loco dove entra in publico, et così Stigia viene ad essere figlia della Terra. Overo, Secondo altro sentimento, tra gli humori impresi dagli elementi mortali, dalla terra s’imprime la maninconia, la quale senza dubbio è madre et nodrice della tristezza. Che fosse poi nutrice et albergatrice degli dei, ciò non fecero senza mistero. D’intorno il quale egli è d’avertire la tristezza essere di due sorti, percioché o si attristiamo per non poter conseguir, sia per qual cagione si voglia, i fieri nostri desideri, o si attristiamo conoscendo da noi essere oprata alcuna cosa men giustamente di quello si convenga. La prima tristezza non fu mai nutrice né albergatrice dei dei; la seconda veramente ci fu, et è perché dolersi delle cose mal fatte non è altro che dar nodrimenti alla virtù, col mezzo della cui i gentili vennero nelle loro deità, et noi christiani giungiamo alla beatitudine eterna; nella quale non siamo dei bugiardi, né caduchi. Queste spetie di tristezza nel sesto dell’Eneida molto bene haverle conosciute dimostra Virgilio, dove caccia nel profondo centro i perfidi et ostinati huomini nel male, nel cui loco non è redentione alcuna. Ma gli altri, dopo le purgate pene per li peccati, conduce nei Campi Elisi, overo vogliamo dire quello che più tosto hanno giudicato forse i Poeti, i dei, cioè il Sole et le stelle alle volte essere andati dagli Egittii. Il che aviene nel verno, quando il Sole lontano da noi tiene il solsticio antartico; la qual cosa medesimamente ivi fa oltre gli Egittii meridionali, e habitano appresso il capo di Cenith; et allhora le stelle sono nodrite dalla palude Stigia, Secondo l’openione di quelli ch’istimavano i fuochi dei corpi celesti pascersi dell’humidità dei vapori che si levano da l’acqua, et appresso lei dimorano, fino attanto che non chinano il grado verso il Polo Artico. Seneca poi dimostra Stigia essere sotto la regione d’Austro & ciò narra in quello libro, ch’ei scrisse dei sacrificii degli Egittii dicendo la palude Stigia essere appresso i superi, cioè appresso quelli che sono nell’Emispero superiore, dimostrando poi appresso Cirene, ultima parte dell’Egitto, verso Austro, esservi un loco il quale gli habitatori chiamarono Phiala, cioè amico, et ivi appresso essere  una gran palude, che, essendo difficilissima da passare, per ritrovarsi piena di fango et cannelle, è detta Stigia, come cosa che apporti seco tristezza, et molta fatica ai passaggieri. Che li dei giurino per la palude Stigia, vi può essere questa ragione. Colui il quale grandemente s’allegra non mostra haver quel che disia, percioché a lui non manca ragione perché non habbia da temere di qualche sinistro. Et di questi tali vi sono i dei da loro fatti felici, per la qual cosa resta ch’eglino giurino per la tristezza, ch’a loro conoscono contraria. Che ancho quelli che giurano il falso siano privi della bevanda del nettare, penso ciò essere detto perché quelli che di felicità sono caduti in miseria erano detti haver mal giurato, cioè male esersi adoprati, così della bevanda nettarea erano caduti alla marezza della disgratia.

COCITO fiume infernale figliuolo di Stigia, che generò Phlegetonte.

[p. 053v] COCITO è fiume infernale, il quale (Secondo Alberico) nacque della palude Stigia; il che penso essere detto in tal modo perché il pianto, figurato per Cocito, nasce dalla tristezza, che è Stigia.

PHLEGETONTE fiume infernale et figliuolo di Cocito, che generò Lethe.

ANCHO Phlegetonte è fiume infernale, et Secondo Theodontio è figlio di Cocito. Onde (penso) ciò essere detto percioché dal lungo pianto liggiermente ogn’uno entra in furore; il che (sì come piace ad alcuni) occorre per natura. Attento che per le lagrime, restando il cervello d’humidità vuoto, gli ardenti empiti del core non si ponno raffrenare, et così l’huomo entra in furia. Phlegotonte s’interpreta ardore, affine che si comprenda dal troppo ardore del cuore i furori degli huomi eccitarsi.

LETHE FIUME INFERNALE et figliuolo di Phlegetonte.

LETHE viene detto fiume infernale et figliuolo di Phlegetonte, istimo io per tal ragione, conciosia che dal furore nasca l’oblio; percioché veggiamo gl’infuriati scordarsi dell’honor proprio, et de’ suoi. Et Lethe viene interpretato oblio. Virgilio mette questo fiume appresso i Campi Elisi, et finge che Mercurio dà a bere dell’acqua di tal fiume a quelli ch’egli vuole che tornino ne’ corpi, delle quai cose s’è detto di sopra, dove si ha trattato del primo Mercurio. Ma il nostro Dante scrive quello nella sommità d’un monte del Purgatorio, et dimostra che le anime pure et degne del Paradiso ivi beono per scordarsi i passati mali, il ricordo de’ quali darebbe impedimento alla felicità eterna.

VULCANO primo, et quarto figliuolo del Cielo, che generò Apollo.

IL primo Vulcano, col testimonio di Tullio, dove tratta delle Nature dei Dei, nacque dal Cielo, del quale non si ritrova altro eccetto che generò da Minerva, figliuola del Secondo Giove (sì come dice Theodontio) il primo Apollo. Credo io che costui fosse un huomo infocato et d’ardente vigore, et che ancho fosse figliuolo di Saturno.

APOLLO figliuolo del primo Vulcano.

Piace a Cicerone, et Theodontio, che Apollo fosse figliuolo del primo Vulcano et di Minerva; et sì come l’istesso Tullio nelle Nature dei Dei afferma, fu il più antico di tutti gli altri Apolli. Dice Theodontio che costui fu l’inventor della medicina et il primo conoscitore delle [p. 054r] virtù dell’herbe, come che Plinio nell’Historia Naturale affermi Chirone, figliuolo di Saturno et di Philara, essere stato il primo che conoscesse le virtù dell’herbe et che ritrovasse il medicare.

MERCURIO, quinto figliuolo del Cielo.

MERCURIO, il quale è il terzo, come dice Tullio nelle Nature dei Dei, hebbe per padre il Cielo et per madre il Giorno (eccittata nondimeno vergognosamente la natura); conciosia che, essendosi mosso dall’aspetto di Proserpina, a lei diede quelli ornamenti ch’agli altri si metteno. Tuttavia Theodontio dice che gli Egittii d’intorno alla verga che costui tiene in mano gli hanno d’intorno involto un serpe; il che Valerio dimostra nel settimo libro degli Epigrami di Martiale, dicendo:

Mercurio honor del cielo, et messaggiero

Molto facondo; qual in mano tiene

D’oro una verga; a cui d’intorno giace

Un horribile serpe in giro avolto.

Oltre di ciò dicono ch’egli hebbe da Venere sua sorella un figliuolo hermaphrodito. Ma lasciate queste cose, veggiamo d’investigare quello che sotto tali fittioni volsero intendere gli antichi. Et prima perché dicano lui vergognosamente essere stato generato dal Cielo. D’intorno ciò esponeva Leontio molte cose, sì come l’aspetto del cielo verso la Terra, il raro apparire del pianeta di Mercurio, et altre simili. Le quali, perché a me paiono frivoli, (lasciatele da parte) ho voluto descrivere l’openione di Barlaam. Diceva egli questo tal Mercurio nella natività sua essere stato chiamato Hermete, overo Hermia, et generato di stupro da Philone d’Arcadia et da Proserpina sua figliuola, della quale, essendo in un bagno, impudicamente s’accese. Et così assai chiaramente si vede che, commossa la lussuria et la natura vergognosamente, Proserpina fu veduta. Dice ancho haver havuto nome Hermes percioché, subito nato, Philone s’andò a consigliare con un Mattematico delle successioni di quello, onde gli fu risposto che tal figliuolo diventarebbe un huomo divino, et grandissimo interprete delle cose celesti. Là onde Philone, c’havea deliberato esporlo alla morte, lo fece serbare et con diligenza nodrire, chiamandolo Hermes, percioché Hermena in greco latinamente suona Interprete. Dopo questo, essendo il fanciullo cresciuto in età, et per vergogna della scelerata sua origine andato in Egitto, ivi maravigliosamente fece profitto in molte scienze, et specialmente in Aritmetica, Geometria et Astrologia, in tanto che fu preposto a tutti gli altri Egittii. Onde, per l’eccellenza delle predette cose havendo già dalli Egittii meritato il cognome di Mercurio, diede opra alla medicina, nella quale divenne non meno profondo che nelle altre scienze; et in tanta riputatione crebbe che, senza lasciare il nome di Mercurio, fu tenuto per Apollo. Appresso, essendo molto più ampiamente divenuto capace ne’ sacrifici degli Egittii, a tutti crebbe in grandissima riverenza. Et ivi, o per nobilitare l’origine sua, o per coprir la vergogna di quella, fu detto figliuolo del Cielo et del Giorno, come [p. 054v] persona scesa dal cielo, et nella luce del giorno divenuto notabile. Oltre di ciò, di costui Hermes Trimegisto, il quale di lui mostra essere stato nipote, fa ricordo in quel libro scritto ad Asclepio dell’Idolo, dicendo che, se bene è morto, aiuta et conserva quelli che vengono al suo sepolcro. Ma quello che vogliano significare le insegne a lui attribuite hora è da vedere, attento che diverso significato hanno in Mercurio pianeta, altro in Mercurio governatore, altro nel mercante, et altro nel ladro. Dicono adunque (sì come è stato trattato parlandosi del primo Mercurio) lui essere coperto con un capello, accioché per quello intendiamo il cielo, dal quale, benché tutti noi siamo coperti, specialmente debbe essere conosciuto dal medico con la speculatione d’intorno alle stelle, et i vari movimenti et dispositioni dei pianeti; accioché per quelli, che oprano nei corpi humani et cagionano molte cose, egli possa conoscere le cause dell’infermità, i successi et i propri rimedi, et appresso ordinare quelle cose che si mostrano necessarie alla salute dell’infermo. Le ale poi che a lui si mettono ai piedi sono affine, che conosciamo bisognaere al medico la prontezza et la scienza delle cose convenevoli ai rimedi, et l’avertimento che l’infermo non manchi, inanzi la malattia, che prima non giunga l’argomento del medico tardo; oltre di ciò, accioché essi conoscano che, essendo eglino ministri della natura (messa da parte ogn’altra cura), debbono volare ai bisogni degl’infermi. Appresso egli porta una verga, la quale habbiamo detto di sopra essergli stata conceduta da Apollo, affine che si veggia l’auttorità, senza la quale nessuno non devrebbe essercitare tal ufficio; essere data da Apollo auttore della medicina, cioè dal medico esperimentato et dotto. Indi dicono lui con questa verga chiamar le pallide anime dalla morte; accioché si conosca molti, già gran tempo ch’erano per lo giudicio et arte d’infiniti medici per morire, essere stati sostenuti in vita con l’aiuto del medico saputo, overo dalla morte ritornati in vita. Così per lo contrario, mentre poco sono conosciute le cagioni dei morbi, con questa istessa verga, cioè auttorità, overo arteficio men dovutamente oprato, molte anime che sarebbono restate in vitta sono mandate nel profundo Tartaro, cioè alla morte. Con questa verga il medico dà ancho i sonni, cioè con l’arte molte fiate dà il sonno a quei che non ponno declinare, et in loro danno lo toglie a quei che troppo dormeno. Appresso, con tal verga il medico rimove i venti, mentre con persuasioni et vere ragioni, togliendoli il timore, rimove le stolte openioni degl’infermi; overo, mentre ancho con suoi siloppi et altri rimedi rissolve in niente le ventosità che crucciano le viscere in grandissimo dolore del sopportante. Così ancho penetrano i nuvoli mentre cacciano le humidità superflue, cioè levandole dal corpo languido et mandandole in fumo. Il serpe poi è rivolto d’intorno quella verga, accioché conosciamo l’essercito medicinale, senza naturale et dovuta discretione, non meno inchinarsi alla ruina che alla salute, perché alle volte non meno dalla consideratione del medico che dall’arte derivano i rimedi. Conciosia che l’arte insegna col reobarbaro cacciarsi dai corpi le cose supper[p. 055r]flue; il che se si usasse più del dovere, o in quantità, in uno indebilito, liggiermente con la superfluità n’uscirebbe l’anima. Et però d’intorno tali et simili cose molto giova l’aveduta discretione del medico, la quale viene sotto apparenza del prudentissimo serpe aggiunta alla verga, et d’intorno a quella avolta, affine che mai l’auttorità senza la discrettione non si debba oprare. Paolo dice, poi, che non è cosa vera c’habbia generato un hermaphrodito, ma ciò è stato finto et aggiunto perch’egli fu il primo che dimostrasse agli Egittii con ragione naturale poter nascere uno hermaphrodito, et in qual parte della matrice dalla femina fosse concetto; attento che per inanzi loro istimavano essere cosa monstruosa nascer tali parti, et però (se alle volte aveniva che ne nascesse alcuno) come cosa contra natura li gittavano via.

HERMOPHRODITO, figliuolo di Mercurio et di Venere.

DICE Theodontio che Hermophrodito fu figliuolo di Mercurio et di Venere; il che dimostra ancho Ovidio, dicendo:

Nodrirono le Naiade negli antri

Del monte Ideo un bel fanciul, che nacque

Di Venere, e Mercurio; del qual’era

Il sesso tal, ch’in lui chiar si scorgea

L’imagine del padre, et de la madre,

Et da l’uno, et da l’altra hebbe il suo nome.

Del quale, Ovidio recita appresso tal favola. Dice egli che, essendo costui stato lasciato in Ida monte della Phrigia, dove era stato nodrito, così caminando giunse in Caria, et ivi vide un fonte limpido et chiaro, nel cui la Nimpha Salmace habitava. La quale, veggendo questo giovanetto bellissimo, incontanente di lui s’accese, et con piacevoli parole si sforzò di condurlo al suo disio. Finalmente di ciò vergognandosi il giovanetto, et insieme sprezzando le parole et gli abbracciamenti della Nimpha, quella, fingendo partirsi, si nascose dietro un cespuglio. Onde il giovane, pensando la Nimpha essersi partita, ignudo entrò in quel fonte. Il che veggendo la Nimpha Salmace, subito spogliatasi, ivi medesimamente si corcò, et a forza lo prese et tenne stretto. Ma ritrovandolo fiero, et a’ suoi desideri non pieghevole, pregò li dei che facessero ch’amendue loro divenissero un solo. La qual cosa avenne. Et così colui che maschio era entrato nel fiume, uscendo et maschio et femina ritrovossi; il quale poscia pregò medesimamente i dei che tutti quelli ch’entrassero nel detto fonte havessero a patire l’istesso infortunio. Il che egli, col favore del padre et della madre, ottenne. Vuole Alberico che l’Hermaphrodito generato da Mercurio et Venere sia il parlar lascivo oltre il diritto, il quale, dovendo esser virile, per la soverchia delicatezza di parole pare feminile. Ma io riferisco questo Hermaphrodito alla natura di Mercurio, il quale ha l’uno et l’altro sesso, sì come l’honorato Andalone diceva; percioché con i maschi pianeti è maschio, et con li feminini è femina. Onde egli vuole tra l’altre cose inferire, a quei nelle cui natività sta in ascendente, che se altro pianeta non gli facesse opposta, overo altro loco del cielo, di necessità sarebbe tenuto dalla concupiscenza dell’uno et l’altro sesso. Ma alcuni vogliono il Poeta haver penetrato più in alto, dicendo nelle matrici delle donne esservi sette stanze atte al parto, tre delle quali sono nella parte destra [p. 055v] del ventre, altrettante nella sinistra, et una nel mezzo; et ciascuna di queste ne può concipere due. Come che Alberico dica, nel libro delle Nature degli Animali, egli haver avertito dal nascimento d’una certa donna, ella l’un dopo l’altro haver conceputo CL figliuoli. Quelle stanze adunque che sono dalla parte dritta quando riceveno il seme partoriscono maschi, quelle poi dalla sinistra femine; quando poi il seme entra nel mezzo et produce, quelli che nascono hanno il sesso commune, cioè maschio et femina, et gli chiamiamo hermaphroditi. Così in quella celletta di mezzo, sì come in fonte di l’uno et l’altro sesso, si bagnò, et mentre l’uno et l’altra cerca vincere per non star di sotto, nasce che sì veggiamo i segnali dell’una et l’altra vittoria. Là onde la preghiera viene essaudita, che se alcuno si bagna in quel fonte, uscendo fuori, divenga mezzo huomo. Ma istimo io molto diversamente i poeteggianti haver inteso, percioché Salmace [è] un fonte famosissimo di Caria; il quale, accioché non resti tinto di tal machia, piacemi et il fonte purgare et ogn’altra cosa insieme c’havrà dato materia a tal fittione. Et adunque, sì come vuole Vitruvio nel libro dell’Architettura, in Caria un fonte di tal nome non lontano da Halicarnaso, per la sua limpidezza famosissimo et per lo sapore notabile, appresso il quale i barbari, cioè Carii, et le legigia habitavano; i quali, essendo cacciati da Nida et Revania Arcadi, che haveano ivi fatto Troezen commune colonia, fuggirono sopra le montagne, et incominciarono con rubberie et ladronezzi a turbare tutti quei paesi. Ma havendo uno di quegli habitatori Arcadi, tratto dalla speranza del guadagno, ivi vicino a quel fonte levato una hosteria, con presuposto che la bontà di tal acqua a lui devesse porger gran favore, avenne che spesse volte que’ barbari fieri, mossi non tanto dal bisogno de’ cibi, come dalla dilettatione dell’acqua, entravano in quella taverna, et a poco a poco venivano a metter giù per la conversatione quella barbarica fierezza. Così incominciandosi ad accostare ai costumi di Greci più molli et più humani, in breve tempo di fierissimi parvero esser divenuti benigni. Là onde, perché la mansuetudine (rispetto alla ferocità) par femina, fu detto che quelli ch’entravano in quel fiume s’effeminassero.

VENERE maggiore, et sesta figliuola del Cielo.

LA gran Venere, Secondo che scrive Cicerone nelle Nature dei Dei, fu figliuola del Cielo et del Giorno, dimostrando appresso che oltre costei ve ne furono tre altre; ma afferma questa essere stata la prima di tutte. Nondimeno, ritrovandosi diverse fittioni confuse d’intorno tali Veneri, tolte solamente quelle che ci pareranno a questa appartenere, lasciaremo le altre all’avanzo. Et ciò faremmo non perché tutte non si possano appropriare a questa, ma perché, essendo attribuite alle altre, egli ci pare più honesto riservarle alhora quando di loro si farà memoria. Inanzi l’altre cose vogliono il gemino Amore essere stato di costei figliuolo, sì come mostra Ovidio, dicendo: [p. 056r]

Alhor diss’io, o alma madre, e dea.

Di amendue gli Amor dammi favore.

Del padre poi discordano insieme, dicendo alcuni ch’egli nacque di Giove, et altri dal padre Libero; così ancho vogliono delle Gratie, le quali dicono essere di costei figliuole. Appresso fanno che costei ha una cinta nomata Ceston, della quale affermano ch’ella essendone cinta intervene alle legitime nozze. Altri poi vogliono che senza altro legame entri nelle congiuntioni del maschio et della femina. Et dicono ancho ch’ella grandemente ha in odio la progenie del Sole, rispetto ch’egli palesò a Vulcano l’adulterio di lei con Marte. Oltre di ciò aggiungono le colombe essere in sua difesa. Indi, concedendole una carretta, vogliono che quella sia guidata da Cigni, consacrandole appresso l’arbore del Mirto, et tra i fiori la rosa. Dopo questo Theodontio dice quella nella casa di Marte haver albergato le Furie, et molto essere divenuta loro famigliare. Et sì come per lo più fanno degli altri dei, la chiamano con vari nomi, come sarebbe Venere, Citherea, Acidalia, Hespero, et Vesperugine et altri anchora, i quali lascierò, per venir al senso. Ma perché tutte le cose predette, o almeno la maggior parte, è stata quasi dai fingenti raccolta dalle proprietà del pianeta di Venere, ho giudicato pria d’ogn’altra cosa descrivere quello che di ciò habbiano compreso gli Astrologhi, accioché più facilmente si capisca l’intelligenza dei detti poetici. Et perché ho seguito l’openione d’Albumasaro et dell’honorato Andalone, descriverò Secondo le loro fantasie i costumi et la potenza di costei, et d’intorno a che ella si travagli. Vogliono adunque Venere essere donna di complessione flemmatica et notturna, d’acuto pensiero nel compor versi, beffatrice dei giuramenti, bugiarda, credula, liberal, patiente, et di molta liggierezza; ma nondimeno d’honesto costume, et aspetto giocondo, piacevole; nel parlar molto dolce, rifiutatrice della fortezza del corpo et della debolezza dell’animo. Oltre di ciò è cosa propria di costei il dinotare bellezza di faccia, bella presenza di corpo, et gratia in tutte le cose. Così ancho maneggio di pregiati odori et d’onguenti pretiosi, giuochi di tavole, barrerie, ebbriezze, crapule et dilettatione di vini, mele, et d’ogn’altra cosa che s’appartenga a dolcezza et alteratione del corpo. Medesimamente significa fornicationi et lascivie d’ogni sorte, quantità di coito, arteficio d’intorno statue et dipinture, misture di colmi, variatione di veste ricamate d’oro et argento; grandissima dilettatione nel canto, nel riso, ne’ balli et suoni; nozze, et molte altre cose. Ma lasciate queste da canto, verremo a levare la corteccia della fittione. La dicono figliola del Cielo et del Giorno, là onde (intendendosi del pianeta) non è tal cosa inconvenevole; perciò che, parendo fisa nel cielo et con quello movendosi, da lui mostra essere prodotta. Del giorno poi è chiamata figlia per la sua chiarezza, conciosia che di splendor vince tutti gli altri pianeti. Non è ancho senza misterio il dire ch’ella habbia partorito il gemino Amore, per la cui chiarezza egli è da credere quello che alle volte fu avezzo dire l’honoratissimo Andalone: cioè Iddio Padre Onnipotente, fabricando la macchina di tutto questo mondo, non haver fatto nessuna cosa superflua, o che mancasse alla commodità degli animali c’haveano a venire; così ancho egli è da credere c’habbia creato i corpi sopra celesti così grandi, et che con ordine per suo et d’altrui movimento si girano, non solamente per ornamento. Del quale noi, per haverlo sempre negli occhi, facciamo poco conto; ma [p. 056v] haverli ancho dato molto potere d’intorno le cose inferiori, et massimamente a questo effetto, accioché per loro movimento et influsso i tempi dell’anno che gira si variassero, si generassero le cose mortali, le generate nascessero, le nate si nodrissero, et col tempo giungessero al fine. Né dobbiamo ancho pensare questa potenza confusamente insieme nei corpi essere stata congiunta; anzi a ciascuno haver dato il suo proprio ufficio, et haver distinto d’intorno a quai cose s’havesse ad oprare la sua auttorità. Appresso, haver voluto tutte le cose l’una verso l’altra, Secondo il più et il meno delle congiuntioni et dell’avanzo delle forze, prestar aiuto Secondo la varietà dei luoghi, con corrispondenti bisogni a condurre l’opra all’intento fine. Et tra l’altre auttorità concedute a molti, sì come dimostra l’effetto del pianeta di Venere, affermava l’istesso Andalone a quello essere stato concesso ogni cosa che s’appartiene all’amore, all’amicitia, all’affettione, alla compagnia, alla domestichezza et unione tra gli animali, et specialmente nel generar figliuoli, affine che vi fosse alcuno pianeta per la natura pigra et alla continuatione et ampliatione del sesso. Là onde si può ammettere da costei esser causato i piaceri degli huomini. Il che conceduto, benissimo finsero que’ poeti che dissero l’Amore, overo Cupido, essere di lei figliuolo. Ma egli è d’avertire perché Ovidio dica l’Amor gemino. Credo io l’amore esser solo, ma bene istimo che, quante volte egli si lascia guidare in diversi effetti et cangia costumi, tante fiate acquisti novo cognome et novo padre. Et di qui penso Aristotele haver designato l’amor triplice per lo honesto, per lo diletto, et per l’utile. Et accioché Aristotele et Ovidio non paiano insieme discordanti, forse Ovidio degli due ultimi ne faceva un solo; conciosia che l’utilità mostra dilettare meno honestamente. Ma perché tale trattato più tosto s’appartiene dove si farà ricordo dell’amore, overo di Cupido, verremo alle altre cose che si richieggono a Venere. Dicono adunque ella haver partorito le Gratie, et ciò non è maraviglia, attento che qual amor mai fu senza gratia? Le quali, perché siano dette tre, egli si dirà di sotto parlandosi di quelle, et appresso si dimostrerà molte altre cose a loro proprie. Appresso gli huomini Venerei quella cinta da loro chiamata Ceston dissero a lei non essere stata data da natura, né i poeti a quella l’havrebbono conceduta, se non le fosse stata apposta dalla santissima et degna di riverenza auttorità delle leggi, affine che fossero raffrenati da qualche legame per la troppo soverchia lascivia. Ciò che sia esso Ceston Homero nella Iliade lo descrive, dicendo:

E kai apo stethesphin elusato keston ihmanta

Poikilon, enta de oi theleteria panta tetukto

Enth’ eni men philotes, en d’ihmeros, en d’oaristus

Pasphasis e t’ eklepse noun puka per phroneonton.

L’espositione è questa: Ceston slega dai petti il vano legame, dove tutte le cose a sé erano volontariamente ordinate, dove l’amicitia et l’amore, la facondia et le carezze a studio erano riposte. D’intorno alle quai parole considerandosi drittamente, conosceremo le cose appartenenti al matrimonio. Dice ivi essere l’amore, accioché per quello si venga a comprendere il disio del sposo et della sposa inanzi le nozze. Indi l’amicitia, la quale dal congiungimento et convenevolezza dei costumi nasce, et si ritira in lungo. Se poi i costumi sono differenti, le inimicitie, le villanie, il disprezzo, et simili cose alle volte veggiamo nascere. La facondia ancho, quanto faccia di mistieri, egli si conosce chiaramente, percioché per lei s’aprono l’affettioni del core, et l’orecchie degli amanti stanno intente. S’acquetano i litigi, che spesse fiate nasco[p. 057r]no tra marito et moglie, et ancho s’inanimiscono ad ogni sopportatione. Sono ancho ivi le carezze, le quali hanno possa tirare a sé gli animi et legarli, acquetar l’ire, et ritornar ancho l’amore che si sia partito; et tanto veramente sono grandi le sue forze, che non solamente da quelle sono presi gl’ignoranti, ma etiandio (come dice l’istesso Homero) queste spessissime fiate ai saggi hanno tolto l’intelletto. Vuole Lattantio questo legame, sì come per inanzi habbiamo detto noi, non portarsi se non ad honeste nozze; et per ciò ogn’altro congiungimento, conciosia che non vi viene portato il Ceston, chiamarsi incesto. Che poi ella alloggiasse le Furie nella casa di Marti, et se le facesse amiche, istimo per tal cagione ciò esser detto. Sono tra i segni celesti (come diceva l’honoratissimo Andalone) due che dagli astrologhi sono in loco d’habitatione a Marte attribuiti, cioè il Montone et il Scorpione. In quale di queste due case Venere le menasse non sappiamo. Ma s’ella le menò in quella del Montone, credo il principio di primavera essere designata per lo Montone; percioché primavera incomincia alhora quando il Sole entra in Ariete. Circa il qual tempo tutti gli animali vanno in amore, come dice Virgilio:

Entrano gli animali in furia, e in foco.

Né solamente gli animali brutti, ma ancho le donne, delle cui la complessione è per lo più fredda et humida; (venuto il tempo di primavera) in ardore et libidine più fortemente s’inchinano. Il qual movimento, se la vergogna non ci mettesse freno, si convertirebbe in furia. Lascio stare i fervori dei giovani, i quali, se non s’acquetassero per l’auttorità delle leggi, o più tosto da quelle non fossero constretti, certamente incorrerebbeno in mortali furie. In questo modo adunque le Furie vengono ad essere state guidate da Venere nella casa di Marte, et a lei divennero famigliari; et ciò s’intende tanto quanto ella resta sfrenata et senza moderatione. Se vogliamo poi ch’ella le menasse in casa di Scorpione, il quale è animale mortale et venenoso, et pieno di frode, intendo spesse volte le amarezze degli amanti piene di pensieri essere congiunte con un poco di dolcezza, per le cui amaritudini molte fiate gl’infelici tanto ardentemente sono travagliati che, come furiosi, con laccio, con coltello o con veneno rivolgono le mani in sé stessi. Overo ch’eglino havendo ricevuto ingiurie, o essendosi cangiati gli amori, o per essere state le promesse false, o per gl’inganni ritrovati, o per le bugie, sono constretti dalla disperatione tormentarsi, sì come fuori di sé incorrere in homicidi et questioni. Et in tal modo da Venere nella casa di Scorpione vengono ad essere state albergate le Furie. Che Venere ancho habbia in odio la prole del Sole, credo ciò essere stato raccolto dalle cose che derivano dall’amore dishonesto. Percioché, sì come più di sotto si leggerà nel trattato del Sole figliuolo d’Hiperione, il Sole produce gli huomini et le donne bellissime, la cui beltà veramente guida le menti dei riguardanti nel disio loro, onde quelli che sono stati allacciati molte volte con varie arti guidano gli allaccianti; il che viene istimato opra di Venere. Questi veramento sono sottoposti ad infiniti pericoli, attento che, mentre giungono alla loro libidine, con pari voleri altri sono ammazzati, altri sono perseguitati con mortal odio, altri di ricchissimi giungono in estrema miseria, et molte hanno macchiato il chiarissimo honore di pudicitia con vergognosa et perpetua infamia; et per lasciar da parte molte altre co[p. 057v]se, con vergogna et vituperio alla fine sono morti. Et così chiaramente si vede Venere con antico odio persequitare la progenie del Sole, et con suoi dolci veneni opprimerla. Oltre di ciò posero le colombe in sua guardia, il che si legge essere avenuto in tal modo. Stando in alcuni prati in lascivie Venere et Cupido, amendue di loro entrarono in contrasto chi più fiori potessere racorre; là onde pareva che Cupido per l’aiuto dell’ali ne cogliesse più. Di che alzando gli occhi verso Venere, vide Peristera Nimpha che porgeva aiuto a lei; per la qual causa sdegnato, subito la trasformò in colomba. Onde Venere veggendola cangiata d’aspetto, incontanente la pigliò in guardia; et così da indi in qua è seguito che le colombe sono state consecrate a Venere. Ma a questa favola parmi che si debba dare tal senso. Dice Theodontio Peristera appresso i Corinthi essere stata una donzella d’origine molto chiara, et molto più essere divenuta famosissima meretrice. Et perciò Venere si può dire essere stata agente, et Pristera patiente; là onde la impressione dell’agente nel patiente è l’Amore, dai cui stimoli la donzella crucciata s’accostò a Venere, cioè al coito, il quale è quasi l’ultima intentione dell’agente, se forse per ciò il lo stimoloso disio potesse esser vinto. Ma nell’usarlo accendendosi più tosto che estinguendosi tale appetito, ella giunse a tanto che non rimase contenta del solazzo d’un solo amante, ma a guisa di colomba, il cui costume è di provar spessissime volte nuovi amori, venne in abbraciamenti di molti. Per la qual cosa da esso Cupido, cioè dallo stimulo della lussuria, i Poeti vollero ch’ella fosse conversa in colomba. Onde Peristera in greco, latinamente suona colomba. Le quali colombe sono date in custodia di Venere perché sono uccelli di gran coito, et quasi di continua gravidanza. Di che sotto ombra di queste vogliono che gli huomini che spesso usano il coito s’intendano sottoposti a Venere, percioché questi tali vengono in governo d’alcuno, perché non hanno conosciuto le cose a loro necessarie; onde havuto un tutore, oprano Secondo il voler di quello. Così i libidinosi sono posti sotto la guardia di Venere, attento che sempre si tuffano nelle lascivie, essendo sottoposti a Venere. La carretta poi è consegnata a Venere perché anch’ella, sì come fanno gli altri pianeti, con movimento continuo gira per li suoi circoli. Che la carretta sia guidata dai cigni, vi ponno essere due ragioni. O che per la bianchezza di quelli si voglia intendere la politezza donnesca, overo perché, cantando loro dolcemente, et massimamente essendo vicini alla morte, si voglia mostrare gli animi degli amanti essere constretti dal canto, et che gli amanti, per troppo disio sentendosi morire et venir meno, col canto spieghino le sue passioni. Il Mirto poi è consacrato a Venere perché (come dice Rabano) ha havuto nome dal mare, percioché nasce nei lidi; et Venere viene detta essere stata generata nel mare. Overo perché il Mirto è un arbore odorifero, et Venere si diletta d’odori; overo perché da alcuni si giudica l’odore di quest’arbore eccitar la lussuria. Overo, sì come vogliono Phisici, perché da quello nascono molti commodi delle donne; o perché delle loro bacche si fa una certa compositione per la quale si sveglia la libidine, et ancho si fortifica, il che dimostra affermare Futurio, Poeta comico, mentre finge Digone meretrice dire:

A me porti del mirto; acciò ch’io possa

Con più vigor di Venere oprar l’armi.

La rosa ancho viene detta suo fiore, perché è di soave odore. Dei suoi nomi si ponno ancho [p. 058r] allegar molte ragioni. prima viene detta Venere, la quale dalli stoici è interpretata cosa vana; sì come quelli c’hanno in odio i piaceri. Et è da intendere che li stoici la chiamano cosa vana in quanto che viene a declinare a quella dishonesta parte delle libidini et lascivie. Gli Epicuri poi interpretano Venere cosa buona, sì come professori ch’eglino delle vanità sono, percioché istimano il sommo bene consistere nei piaceri. Ma Cicerone dice Venere così essere detta perché viene a tutte le cose. Il che non è detto inconvenevolmente; conciosia che viene detta a tutte le amicitie da alcune dar cagione. Citherea poi è chiamata da l’isola Citherea, overo dal monte Cithereo; dove essendo nomata molto era honorata. Acidalia è detta o dal fonte Acidalio, ch’è consecrato a Venere et alle Gratie in Orcomeno, città di Boemia, dove già gli sciocchi pensavano le Gratie sorelle di Venere lavarsi, overo perché sia cagione di metter molti pensieri; attento che conosciamo di quanti pensieri ella empi gli amanti, et i Græci chiamano i pensieri Acidas. Hespero poi è nome proprio appresso Greci di pianeta, et massimamente quando dopo il Sole declina, et ancho detto Hespero, sì come dimostra Virgilio:

Anzi il dì (chiuso il cielo) Hespero viene.

Ma Varrone trattando dell’Origine della Lingua Latina vuole che quella sia chiamata Vesperugine dall’hora nella quale si vede, percioché ancho Plauto così la chiama, dicendo: Né oscurità, né Vesperugine, né Vigilie la cacciano. Latinamente viene poi detta Lucifero, essendo appo Greci (come dimostra Tullio nelle Nature dei Dei) nomata Phosphoros, che significa apportatrice della luce. Et questo aviene quand’ella inanzi il levar del Sole et dell’aurora si vede nell’Oriente tanto lampeggiare, che meritamente viene chiamata Lucifer. Questa i nocchieri et il vulgo chiamano molte fiate Diana, perché pare messaggiera del dì.

La seconda VENERE, settima figliuola del Cielo et madre di Cupido.

MOLTI vogliono che la seconda Venere fosse figliuola del Cielo, ma nondimeno dirittamente generata sì come sono creati tutti. Della quale si dice che Saturno usò crudeltà verso il suo padre Cielo, onde tolta la falce gli tagliò i membri virili, gittandoli in mare; dove poi andassero a cadere, non si sa. Ma dicono che la falce non lontano da Lilibeo promontorio di Sicilia fu gittata, onde diede il nome di Trepani a quel loco, perché la falce in greco si chiama Drepani. I testicoli poi gittati via, cadessero dove si voglia, generarono di quel sangue una spiuma nel mare, dalla quale nacque Venere, così nomata dalla detta spuma grecamente chiamata aphrodos, perché così costei è ancho chiamata. Ma Macrobio nel libro dei Saturnali dice Venere essere nata dal sangue dei testicoli del Cielo, ma nodrita dalla spiuma del mare. Dicono appresso, Sereniss. Re, (sì come rifferrisce Pomponio Mella) gli habitatori di Papho, tuo castello di Cipro, che Venere nata in tal modo prima si lasciò ivi in terra vedere che altrove, onde spesse volte affermono ignuda essere stata veduta notare, il che i nostri Poeti alle volte ancho hanno scritto. Dice Ovidio in persona di lei:

[p. 058v]

Aggiungimi a’ tuoi dei, ch’anch’io nel mare

Ho alcun valor, se nondimeno in mezzo

Generata di quel fui bianca spiuma,

Et da lei presi il grato nome, e il tengo.

Et Virgilio dimostra che Nettuno a lei scriva, dicendo:

È giusto Citherea che ne’ miei regni

Tu ti confidi, essendo in quelli nata.

Oltre di ciò dicono a costei le rose essere dedicate, et che nelle mani porti una conca marina. Così ancho vogliono che di lei et Mercurio nascesse l’Hermaphrodito, et da lei sola Cupido. Molte veramente sono le fittioni, ma di quelle si può cavare tal construtto; percioché per questa Venere io intendo la vita lasciva, che in tutto tenda alla libidine et alla lussuria, essere una cosa istessa con la detta di sopra. Et così ancho pare che Fulgentio voglia. Che poi sia nata dal sangue dei testicoli tagliati da Saturno, penso ciò essere detto perché (sì come si può comprender da Macrobio), essendovi il Chaos, non v’erano tempi, perchioché il tempo è una certa prolungatione che si raccoglie dal girar del cielo; et così dal girar del cielo nacque il Tempo, et poi da esso tempo vennero i Caroni, che è ancho Cronos, da noi detto Saturno. Onde, dopo il cielo, da lui furono seminati tutti semi da generare ch’uscirono dal cielo; et volsero che tutti gli elementi c’havessero ad empire il mondo fossero fondati da quei semi. Di che il mondo con tutte le sue parti et membra fu compiuto; ma essendovi il fine di certo tempo di gittare i semi dal cielo, pare che i membri genitali di quello gli fossero tagliati da Saturno et gittati in mare, accioché si dimostrasse la via di generare et produrre, la quale si deve pigliare per Venere cangiata in humore per lo coito, col mezzo però del maschio et della femina, che s’intendeno per la spiuma. Perché, sì come la spuma dal movimento dell’acqua si genera, così dal moversi le membra humane viene lo sperma; et sì come quella liggiermente si disface, così la libidine con breve diletto si finisce. Overo, sì come piace a Fulgentio, essendo essa concitatione del seme spumosa, la chiamiamo però spuma marina, rispetto al sudor salso che viene d’intorno il coito. Overo, ch’essa spuma sia salsa. Così da tale humidità essendo nata questa Venere, et nodritta dalla spuma del mare, cioè accresciuta dalla salsedine dell’humidità, viene guidata fino al fine dell’opra incominciata. Ma egli è da vedere che humidità sia questa, accioché più chiaramente si snodi questa origine di Venere. Vuole Fulgentio adunque, là dove dagli altri si dice Saturno al Cielo, et Giove a Saturno haver tagliato i genitali, l’openione sua esser tale. Dice egli che Saturno in Greco si chiama Cronos, il che in latino significa tempo; al quale, essendo tolto le forze con la falce, cioè i frutti che si gittano negli humori delle viscere, sì come nel mare, è di necessità che la libidine si generi. Et non è dubbio che da quella humidità procede Venere, la quale dalla crapula si cria, attento che rare fiate entrano in libidine quelli che digiunano; et alhora massimamente si crea quando il calore del mangiare et del bere suscita et move i naturali. Onde veramente si dice nascere nel mare, cioe nel gorgo salso del sangue riscaldato, et si nodrisce della spuma di quello, che bolle, cioè dallo sperma, percioché raffreddandosi quello, la libidine cessa. Alcuni vogliono la falce essere stata gittata via appresso Trapani, affine che si dimostri, sì come la falce s’adoprò d’intorno l’origine di Venere, così l’abondanza delle biade, delle quali poi si fanno i cibi, molto d’intorno ciò vagli; la cui abondanza vera[p. 059r]mente, con molte altre cose ch’incitano la libidine, è grandissima nell’isola di Sicilia, dove è Trapani. Nondimeno io istimo che il nome del castello et la forma del lito, che è simile ad una falce, habbia dato materia alla particella di questa favola. Che poi gli cittadini di Papho vogliano che Venere uscita del mare habitasse prima appresso loro, dirò la ragione, con pace tua però, o Serenissimo dei Re; attento che s’io non ti conoscessi giusto et buono, non ardirei. L’Isola di Cipro, per volgar fama o per voler dei cieli, o per altro vitio degli habitatori, è un paese tanto inchinato a Venere, che viene tenuto l’albergo, la stanza et il nido delle lascivie et di tutti gli piaceri. Là onde egli è da concedere a quelli che loro appresso, prima ch’altrove, Venere dell’onde uscisse. Ma, Secondo Cornelio Tacito, ciò più tosto si può pigliare ch’appartenga ad historia che ad altro senso, percioché pare che voglia Venere, ammaestrata nell’arte dell’indovinare, con una compagnia armata haver assalito quell’isola et haver mosso guerra al Re Cinara; il quale s’accordò con lei d’edificarle un tempio nel quale a lei havessero a ministrare et sacrificare tutti quelli che fossero et havessero a succedere della stirpe reale. Fatto adunque il tempio, solamente animali maschi erano immolati, et gli altari erano machiati nel sacrificio col sangue, attento che honoravano quelli con preghi soli et col fuoco. Dice appresso che il simulachro della dea non havea nessuna sembianza humana, anzi era posta in un certo andito nell’entrata largo, et nel giungere all’altare stretto et oscuro; et perché ciò fosse fatto in questo modo, non allega nessuna ragione. È poi dipinta ignuda, accioché si veggia a che ella sia buona, o perché rende per lo più ignudi quelli che la imitano; overo perché il peccato della lussuria, se bene lungamente sta occolto, alla fine (mentre meno i dishonesti pensano) esce in publico senza veste nessuna; overo perché non si può commetter senza essere ignudo. Dipingono Venere che nuota, per dimostrare la vita degl’infelici amanti essere congiunta con amaritudini, et combattuta da diverse fortune con spessi naufragii. Onde ancho Porphirio in uno Epigrama dice:

Di Venere nel mar povero, e ignudo.

Ma molto meglio nella Cestellaria dice Plauto, il quale così scrive:

 Credo io l’Amore essere stato il primo, che si sia imaginato di far macello degli huomini. Di me faccio coniettura in casa per non passar più oltre, il quale di tormenti d’animo avanzo et trapasso tutti gli huomini. Tutto infelice sono tribolato, crucciato, et tormentato dalla forza dell’amore. Sono privo d’anima stracciato, et in più parti lacero, di maniera che in me non è nessuna memoria d’animo. Dove mi trovo, ivi non sono, et dove sono, ivi non è l’animo. Così in me sono tutti gl’ingegni. Quello che mi piace, non mi piace. Già vado in ciò continuando. Già Amore si piglia giuoco di me lasso d’animo. Mi caccia, mi chiama, mi dimanda, mi rapisce, mi tiene, mi rifiuta, et mi promette. Quello che mi dà, non me lo dà, hora m’inganna; quello che m’ha persuaduto mi dissuade, quello che m’ha dissuaso mi fa bramare, con fortune marine meco si prova, et così rompe l’animo mio, che ama.

Et va seguendo.

Veramente bene navigava costui nel mare di Venere. Ma noi passiamo all’avanzo. Danno a lei in sua guardia le rose, percioché rosseggiano et pungono. Il che pare essere cosa propria di libidine; conciosia che per la bruttezza della scelerità vegniamo rossi, et per la [p. 059v] conscienza del peccato siamo da un stimolo punti. Et così, sì come per un certo spatio la rosa ci diletta, et in breve si marcisse, la libidine ancho è una breve gioia et una cagione di lunga penitenza, attento che in breve cade quello che diletta, et quello che dà noia si prolunga. Tiene ancho nelle mani una conca marina, affine che per lo mezzo di quella vegniamo a conoscere le sue lascivie. Perché, sì come rifferisce Giuba, con tutto il corpo aperto la conca si congiunge nel coito.

CUPIDO figliuolo di Venere.

CUPIDO (Secondo Simonide Poeta, et sì come piace a Servio) nacque di Venere sola; del quale essendosi altrove da ragionar in lungo, basterà solo haverlo giù ricordato.

TOSIO, nono figliuolo del Cielo.

TOSIO, come dice Plinio nell’Historia Naturale, et Gellio afferma, fu figliuolo del Cielo. Et appresso affermano ch’egli fu il primo inventore di fare gli edifici col fango, togliendo l’essempio dalle rondinelle nel far dei loro nidi; perché allhora non ancho gli architetti haveano trovato il modo d’edificare i superbi palaggi. Là onde viene ad esser cosa chiara quello essere stato un huomo industrioso et antico, et meritamente chiamato figliuolo del Sole, cioè della chiarezza.

RESTAVANO dei figliuoli del Cielo Titano, Giove Secondo, Oceano, et Saturno; dei quali essendo grandissima la discendenza, ci è paruto dar fine a questo terzo libro, serbando Titano al principio del quarto volume, Giove al quinto et sesto, Oceano al settimo, et Saturno all’ottavo et agli altri.

IL FINE DEL terzo LIBRO.

[p. 060r]

LIBRO quarto

di MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO ET ADORNATO

PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI DA BASSANO.

 

AL LIBERALISISSIMO SUO SIGNORE

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

SPLENDIDISS. Prencipe, ondeggiava ancho d’intorno Papho tuo castello, tuttavia descrivendo dishoneste attione della lasciva Venere, quando eccoti che, quasi rotta la prigione d’Eolo, tutti i venti entrando in mare incominciarono dimostrarsi crudeli; onde l’onde di quello cacciate dal grand’impeto si levavano fino al cielo, et all’incontro ributtandole parevano calare fino nel profondo Herebo. Le quali in tal modo inalzandosi et declinando, et di novo ritornando per lo forte spirar di quelli qua et là a rimbombare, io tutto stupido, et quasi mezzo vinto per l’horrore di tanta novità, mentre stavo pensando qual cosa fosse quella c’havesse dato materia a tal fortuna estrema, fui quasi nel mare affogato. Finalmente chiamando l’aiuto di colui continuamente che con la mano sostenne Pietro, che in una barchetta da pescatore a lui veniva solcando il tempestoso mare, hor a man dritta et hor a sinistra governando la sponda con quelle maggiori forze ch’io poteva, scampato da tanto naufragio giunsi là dove, in alto, vidi non altramente che uscita fuori dall’infernali caverne la fiera prole di Titano che a me se ne veniva. Là onde venendomi a memoria li antichi suoi costumi, conobbi ch’ella havea suscitato in un tumulo così grande tutti gli suoi nemici dei, accioché così ricercando la materia dell’opra incominciata io potessi continuare lo stile. O quali ire ella eccittò [p. 060v] contra la sua superbia in mezzo del pericolo, o quante fiate non solamente lodai i folgori di Giove, ma ancho gli bramai. O quante fiate pregai, che le catene et tormenti le fossero raddoppiati? Ma che, finalmente? Poscia che alquanto eglin, non altramente che se fossero tornati vivi, fecero empito contra il cielo; onde con grandisimo strepito rimbombarono tutte quelle fortune di mare che i furiosi venti havevano commosso, (come istimo) per volontà di Dio, a cui ubbidisce il tutto; s’acquetarono l’onde, et se bene il mare non venne in tutto tranquillo, nondimeno si fece navigabile. Per la qual cosa dilungatomi da Cipro, et venendo verso l’Egeo, di lontano tutto maraviglioso incominciai riguardare certi grandissimi corpi dai folgori ancho abbrugiati, et per l’infernal pallidezza et caligine sozzi; i quali erano di maniera incatenati che non senza difficultà puoti cavare i nomi per descriverli. Tuttavia quelli c’ho potuto conoscere saranno posti in questo volume, con i suoi discendenti. Ma accioché io non manchi, mi sia in aiuto colui ch’aprì il fiume Giordano al popolo [d’]Israele nel passarlo.

TITANO ottavo figliuolo del Cielo, che generò molti figliuoli, tra ’ quali qui ne sono
nomati quattordici, cioè Hiperione, Briareo, Ceo, Tiphone, overo Tipheo, Enchelado,
Egeon, Aurora, Iapeto, Astreo, Alous, Pallene, Ronco, Purpureo et Licaone. Oltre di ciò
generò ancho altri Giganti, de’ quali non si sanno i nomi.

ASSAI nel precedente volume s’è detto del Cielo, figliuolo dell’Ethere et del Giorno. Ma nel descriversi la sua prole, dicono gli antichi Theologi, sì come mostra Lattantio nel libro delle Divine Institutioni, Titano essere stato suo figliuolo, et di Vesta. Del cui Theodontio affermò la Terra figliuola di Demogorgone essere stata moglie; della quale vedrassi nelle seguenti scritture egli haver havuto molti figliuoli. I quali tutti mostra Virgilio che siano nati nella quinta Luna, mentre dice:

Alhor la Terra nela quinta Luna

Con scelerato parto il fiero Oeto

Et Iapeto, et Tipheo genera, e insieme

Gli altri fratelli congiurati in uno

Di rovinare il cielo, et struggier Giove.

Di questo Titano si rifferiscono molte cose favolose, tra le quali specialmente dicono c’hebbe guerra con Giove et egli altri dei. Onde, volendo eglino torli il cielo, messero per forza di braccia monti sopra monti, con animo di fare col mezzo di quelli una strada per giungere al cielo. Nondimeno furono finalmente da Giove fulminati, et incatenati nell’Inferno a perpetua morte, come assai convenevolmente nel sesto dell’Eneida mostra Virgilio. Le cose che sono nascoste sotto questa fittione contengono in sé historia, et senso morale congiunto al naturale. Quello che s’appartiene all’historia, di parola in parola lo citterò qui, sì come è nella Sacra Historia scritto. Dice ella in questo modo:

 Indi Saturno menò Opi [p. 061r] per moglie; Titano, ch’era maggior d’anni, dimanda il reame. Là onde la madre Vestale, o la sorella Cerere, et Opi persuadeno a Saturno che non ceda il reame al fratello. Di che Titano, ch’era di faccia più sozzo di Saturno, veggendo la madre et le suore dar opra et favore al fratello contra di lui, consentì che Saturno regnasse, con questo patto però, che tutti i figliuoli maschi che nascessero di Saturno non fossero allevati. Et ciò fece egli accioché il regno tornasse ne’ suoi figliuoli. Così il primo figliuolo che nacque di Saturno fu morto. Indi ne nacquero due, Giove et Giunone; onde Giunone fu mostrata al padre, et Giove di nascosto fu dato a Vesta a nodrire. Oltre di ciò Opi partorì Nettuno, il quale medesimamente senza saputa di Saturno fu nascosto. Così ancho fu fatto nel terzo parto di Plutone e Glauca, perché Plutone, latinamente detto Orco, fu tenuto di nascosto; ma indi a poco Glauca piccolina se ne morì.

 Né molto da poi continuando, la Sacra Historia dice:

 Onde Titano, poscia che seppe Saturno havere allevato i figliuoli, segretamente menò seco i suoi chiamati Titani, i quali presero Saturno et Opi, mettendoli con guardie in prigione.

 Dopo questo, non molto dopo segue dicendo:

 Ultimamente, intendendo Giove il padre et la madre essere tenuti in distretto, venne con un gran numero di genti Cretesi a combattere contra Titano et i figliuoli, onde liberò il padre et gli restituì il reame, tornandosene poi in Candia.

 Queste cose scrive Lattantio dall’Historia Sacra; le quali quanto siano vere lo dimostra la Sibilla Erittrea, che quasi l’istesso rifferisce. Veduto hora il senso dell’historia, d’intorno l’avanzo resta a dire alcune poche cose. Et prima quello che vogliano intender que’ tali che dicono costui essere stato figliuolo del Cielo et di Vesta. Il che penso (oltre la verità dell’historia) potersi dire di ciascun mortale; conciosia che habbiamo il corpo terreno et l’anima immortale, delle quai cose si sa essere composto l’huomo. Ma costui con più alto invoglio di parole dall’universo numero de’ mortali viene inalzato, et chiamato Titano, che significa (come piace a Lattantio) l’istesso che fa vendetta, percioché s’è di sopra dimostrato Vesta essere la terra, et la Terra sdegnata per ira degli dei in sua vendetta haver partorito i Titani. Et perché dove s’è trattato della Fama egli s’è mostrato quale sia l’ira degli dei, et qual mente i figliuoli della Terra si levassero in difesa della madre, basta d’avantaggio qui narrare costui solo uscito dalla Terra essere stato uno di quelli famosi huomini che con l’opre si sforzò inalzare la fama et vincere la sua morte. Che la Terra poi gli fosse moglie, egli è da intendere il grand’animo di costui, et d’ogn’altro a lui simile, col quale soggioga a sé la Terra, sì come il marito la moglie, et lei signoreggia, con l’animo almeno, se il possesso gli manca. Vogliono che di costei generasse molti figliuoli, il che ancho la historia dimostra; et ancho vogliono (se è possibile) che per la conformità dei costumi alcuni gli fossero attribuiti per figliuoli, sì come di molti si fanno, et chiaramente si vede per lo nascosto sentimento; né ad alcuno deve essere in dubbio che molti per lo passato, et hoggidì ancho, siano famosi huomini, i quali possano essere detti di lui figliuoli, conciosia che egli viene descritto il primo. Appresso dicono questi essere stati chiarissimi huomini, et contra gli dei haver havuto guerra, accioché consideriamo, per la grandezza d’animo, il passo della superbia esser facile. Et per ciò (sì come per lo più) mentre i Prencipi con poca consideratione oprano, dalla gloriosissima virtù caggiono nel vituperoso vitio, et alhora divengo[p. 061v]no sterili, cioè senza frutto di virtù. Et affine che intendiamo i figliuoli di Titano essere stati tali, dicono che nacquero nella quinta Luna, percioché l’antica superstitione credette che ciò che nasceva nella quinta Luna fosse sterile et dannoso. Onde non è dubbio che i dannosi s’inalzassero, percioché sono semi di guerre, per li quali si vuotano i campi agli habitatori, et le città, et si rovinano i reami. Oltre ciò dicono eglino haver havuto guerra con gli dei; il che fanno i magnanimi et superbi, percioché i magnanimi con le buone opre si sforzano agguagliare agli dei, ma i superbi, istimandosi quello che non sono, procacciano con le parole, et se potessero con gli effetti, calcare esso Iddio, onde nasce che sono gittati a terra et ridotti in niente. Nondimeno egli è d’avertire doppia guerra dagli huomini con gli dei essersi havuta, una de’ quali fu questa, che Giove liberò il padre et la madre, morti i figliuoli di Titano. L’altra fu poi quando i Giganti, che ancho sono detti figliuoli di Titano, volsero torre il Cielo a Giove, et alhora posero i monti sopra monti; il che poi si tratterà dove si farà ricordo dei Giganti.

HIPERIONE primo figliuolo di Titano, che generò il Sole et la Luna.

PAOLO et Theodontio vollero che Hiperione fosse figliuolo di Titano et della Terra, del quale non credo leggersi altro, eccetto che generò il Sole et la Luna. Nondimeno penso che fosse huomo di gran preminenza, et ciò tengo così per lo significato del nome, il quale vuol dire sopra il tutto; come ancho per li nomi di così famosi figliuoli.

SOLE figliuolo d’Hiperione, che generò l’Hore, le quali io metto invece d’una sola figliuola,
et così figliuola; et cosí generata la prima produsse l’Eone, le quali medesimamente tengo in loco
d’una figliuola; così drieto questa seconda generò Phetusa terza, Salempetii quarta,
Dirce quinta, Mileto sesta, Pasiphe settima, Oeta ottava, Circe nona, et Angina decima.

EGLI È chiarissima fama il Sole essere stato figliuolo d’Hiperione, ma di qual madre poi non si sa. Dicono che costui non solamente non diede favore al padre né a’ fratelli contra Giove, ma seguì la parte di Giove; là onde dopo la vittoria ottenne da Giove la corona, la carretta, l’habitatione, molte altre insegne; le quali diffusamente nelle cose seguenti [p. 062r] si tratteranno. Credo io che costui ne’ suoi tempi fosse famosissimo et veramente magnanimo, et che per ciò si dicesse egli non haver favorito a’ fratelli ma a Giove, che non è superbo. Di che tanto favore gli prestò la fama, ch’a lui dai Poeti fu conceduto tutto quello splendore et ornamento ch’al solo Sole si concede; né altrimenti di lui che del vero Sole spesse fiate hanno parlato. Ma perché qui non appare esservi posto alcuna cosa appartenente ad huomo, parlaremo del Sole Pianeta. Primieramente adunque lo finsero Re, et per aventura ancho vi fu, et a lui designarono una real stanza; della quale Ovidio nel Secondo libro del suo maggior volume dice:

La Real stanza del lucente Sole,

Era alta per altissime colonne.

Et così una, seguendo drieto per dicisette versi. Descritta poi l’habitatione, Ovidio narra la maestà reale et i suoi baroni, dicendo:

Sedea coperto di purpurea veste.

Indi, descritta in sette versi la maestà reale, mostra la sua carretta, così scrivendo:

Era d’oro il timone, et era d’oro

L’asse, et il ferro che le ruote gira,

Et l’ordine dei raggi era d’argento.

Et per li gioghi grisoleti, et gemme

V’erano poste, che dal Sol percosse

Facevan chiaro lume, et gran splendore.

Né molto da poi l’istesso scrive i cavalli:

In tanto Eoo, Piroo, et Ethetone

Del Sol cavalli alati, e il quarto Phlego

Con annitrir ardente oltre le stelle

Si fan sentire, percuotendo forte.

Et quello che segue. Appresso attribuisce a questo Re (sì come dimostra Alberigo) una corona notabile con dodici pietre pretiose. Indi dicono che nello spuntar dell’alba dalle Hore gli viene apparecchiata la carretta, et posto sotto i cavalli. Oltre di ciò vogliono che sia padre di molti figliuoli, tra ’ quali egli è cosa possibile alcuni essere stati veri, mentre vogliamo che sia stato huomo; et alcuni ancho (chiamandolo pianeta) per ragione di conformità di costumi essersi attribuiti. Appresso, come dicono i Philosophi, nel generare delle cose è di tanta potenza che viene tenuto padre di tutta la vita mortale. Et tra l’altre cose, s’egli aviene che nella natività d’alcun huomo stia in ascendente agli altri sopra celesti corpi, per una certa singolar potenza produce quello bellissimo, di faccia amabile, veloce, splendido, di costumi riguardevole et di generosità notabile. Similmente lo chiamano con molti nomi, per li quali a bastanza si vede i Poeti haver voluto intendere del Sole pianeta, et non dell’huomo. Hora mo’ egli è da dichiarare quello che voglia significare le cose dette. prima lo chiamano figliuolo d’Hiperione, il che si deve ammettere percioché di sopra habbiamo detto Hiperione significare l’istesso, che sarebbe a dire, sopra il tutto. Et così costui sarà tolto per lo vero Iddio; il quale, havendo di niente creato il tutto, solo può essere detto padre del Sole, essendo egli solo sopra ogni cosa. Oltre questo a costui è attribuita così reale stanza, accioché intendiamo, per le cose apposte in quella, il tutto fermarsi per opra della potenza a lui concessa, et egli aministrar la cura d’ogni cosa. Al quale tra l’altre più vicine sono locati d’intorno i tempi et le qualità dei tempi, affine che s’intenda lui col suo moto haver descritto il tutto; benché Mosè nel principio del Pentateuco scriva inanzi lui essere stati alcuni giorni i quali con l’arte sua fece colui che creò il tutto, non essendo an[p. 062v]cho creato questo, né datagli alcuna potenza. Ma poscia che fu creato, così volendo il suo creatore, col girar suo ordina i tempi et il tutto, descrive l’hore, il giorno, il mese, l’anno et i secoli, sì come più apertamente nelle seguenti cose si dimostrerà. Così col mover suo fa le qualità di tempi esser diverse, ad alcuna stagione dando le frondi e i fiori, all’altra le biade; alla terza concede i frutti et incomincia a torre le foglie, all’ultima dona il rigor del freddo et la bianchezza della neve. La carretta poi a lui così lucente apparechiata dinota la di lui volubilezza non mai lassa, et perpetua, col lume che mai non manca nel girare di tutto il mondo; la quale è di quattro ruote per dimostrare ch’i già quattro tempi descritti sono fatti per lo suo girare. Così ancho i quattro cavalli sono per dinotare le qualità del camino del giorno, percioché Piroo, che il primo è nel tempo, si dipinge rosso, attento che nel principio della mattina, ostando i vapori che levano dalla terra, il Sole nel levarsi è rosso. Eoo, che è il Secondo, essendo dipinto bianco, viene detto splendente, perché essendosi sparso già il Sole, et havendo cacciato i vapori, è splendente et chiaro; Etheone poi, che è il terzo, viene figurato rosso et infiammato, ma che però trahe al giallo, conciosia che essendo alhora nel mezzo del cielo fermato il Sole la sua luce è splendente, et a tutti pare più ardente. Ma Phegone, che [è] il quarto, viene dipinto di color giallo che tende al nero, dimostrando la declinatione di quello verso la Terra, percioché calando verso quella mostra il tramontare. Nondimeno Fulgentio chiama questi cavalli con altri nomi, benché a loro dia le medesime espositioni, cioè Erittreo, Atteon, Lampo et Philegeo. Per la corona poi con dodici gemme Alberigo con lunga diceria dimostra doversi intendere i dodici segni celesti, per li quali gl’ingegni de’ mortali trovarono lui ogni anno discorrere. Oltre queste predette cose, ci resta slegare il gropo di suoi nomi; di quali, perché egli ha alcune cose communi con alcuni altri dei, riserbando quelle dove si tratterà di tali dei, si esporrà solamente quelle, quanto piu brevemente si potrà, che a lui solo parrano convenirsi. Primieramente adunque egli si chiama Sole, percioché, in quanto a pianeta, egli è solo, come pare che dimostri Macrobio, dicendo:

Perché ancho Latino chiamò quello Sole; il quale solo ottenne tal nome per tanta chiarezza.

Et Platone nel Thimeo, dove tratta delle sphere, dice:

Accioché per essi otto circoli di celerità et tardità vi sia, et sia conosciuta una certa misura, Iddio nell’andito sopra la Terra v’accende un lume di stelle, il quale hora chiamiamo Sole.

Appresso, dove Tullio tratta della Republica, lo chiama prencipe et capo, dicendo:

Poi il Sole penetra sotto mezzo il paese della Terra, et quella ottiene come capo, prencipe, moderatore degli altri lumi, mente del mondo, et temperamento, et con tanta grandezza la regge, che con la sua luce illustra et empie il tutto.

Sopra le quai parole nel Sogno di Scipione così dice Macrobio:

Capo adunque, perché precede tutti con la maestà del lume. Prencipe, perché tanto sta eminente, che pare un velo, et viene chiamato Sole.

Et non molto da poi segue:

Viene detto mente del mondo, così come i Phisici lo chiamarono core del cielo. Et non mi maraviglio, conciosia che egli regge tutte quelle cose che con ordinata ragione veggiamo essere portate per lo cielo, cioe il dì, la notte, et le cose che stanzano tra l’uno et l’altra, con i giri della lunghezza, et brevità, et la giusta misura dell’ uno et l’altra, con certi tempi. Indi la benigna temperanza della primavera. Il torrido [p. 063r] caldo del Cancro et del Leone. La mollitie dello spirar d’auttunno. La forza del freddo tra l’una et l’altra temperanza. Tutto questo dispensa il corso del Sole, et la ragione. Ragionevolmente adunque viene detto core del cielo, per lo quale vengono fatte tutte le cose, le quali noi veggiamo esser oprate per divina ragione. Questa è ancho cagione per la cui meritamente è chiamato core del cielo; che la natura del foco sempre in perpetuo movimento è mossa. Ma habbiamo detto il Sole essere il fonte del foco celeste. Onde il Sole nel cielo è l’istesso che è il core nell’animale, del quale è tale la natura che mai non cessa dal moto; et ogni volta che per qual caso si voglia cessa dal movimento, incontanente l’animal muore.

Questo scrive Macrobio. Dalle cui parole a pieno si può conoscere lui haver istimato il Sole cagione di tutte le cose. Appresso, come dice Macrobio Cenopide, lo chiama lo sia, percioché dal tramontare fino al levare stendendosi fa un cerchio tondo. È ancho detto Phebo, et specialmente dai Poeti; il che è detto dalla specie et dalla splendidezza. Altri lo chiamano Phebo perché è novo, conciosia che ogni mattina pare ch’egli novo dall’orizonte si levi. È detto appresso Lico, et sì come vogliono alcuni, così chiamato da Licio, tempio di Delo. Ma Macrobio mostra che Cleante ne rende altra ragione, dicendo:

Cleante scrive Apollo essere nomato Licio percioché, sì come i lupi rapiscono le pecore, così medesimamente egli toglie l’humore ai raggi.

 È ancho chiamato da’ Soriani, come dice l’istesso Macrobio, Soconia; il che è tratto dallo splendore dei raggi, da loro detti chiome d’oro del Sole. Così ancho Argitoroso, perché nascendo per lo sommo spatio del mondo, sì come un certo arco, viene figurato per la spetie bianca et d’argento; dal qual arco i raggi in guisa di saette risplendono. È ancho detto Horo, sì come grandissimo et sublime Gigante, come noi stessi possiamo vedere; et questo nome gli è stato imposto dagli Egittii. Appresso è chiamato con molti altri diversi nomi, sì come è chiaro in Macrobio nel libro dei Saturnali.

LE HORE, figliuole del Sole et di Croni.

DICE Theodontio le Hore essere state figliuole del Sole et di Croni, et da lui così chiamate, percioché dagli Egittii è nomato Horo. Homero dice che queste tali apparechiano il carro et i cavalli al suo tempo al Sole, et quando vuole comparire al giorno elle gli aprono le porte del cielo. Ma io istimo che siano dette figliuole del Sole et di Croni, che è il tempo, percioché per lo camino del Sole con certo spatio di tempo vengono a formarsi. Che poi apparechino i cavalli et il carro al Sole, credo ciò essere stato finto perché, succedendo l’una dopo l’altra per ordine, la notte passa et il dì giugne, nel quale il Sole, sì come in carro a lui apparechiato dalla successione delle hore, entra; nel cui principio di successione pare che le Hore del giorno gli aprano le porte del cielo, ci è il nascimento della luce.

[p. 063v]

LE EONE figliuole del Sole.

VUOLE Theodontio le Eone essere molte sorelle figliuole del Sole et di Croni, et tutte essere grandissime di corpo, et poste sotto e’ piedi di Giove. Di queste giamai non mi ritrovo io haver letto altrove alcuna cosa, eccetto che s’egli non vuole queste doversi intendere in loco dei secoli, attento che Eon in greco latinamente viene interpretato secolo. Se vuole haver inteso dei secoli, certamente questi sono formati dal movimento del Sole, con certo et lungo spatio di tempo. Questi habbiamo mostrato di sopra essere stati descritti da Claudiano nel tempio dell’Eternità. Della quantità poi d’un secolo, molto tra loro sono stati gli antichi discordi, percioché dicevano alcuni, sì come Censorino in quel libro ch’egli scrisse del Giorno di Natale a Cerello, i secoli, spetialmente da quei che seguivano i costumi d’Ethrusci, essere descritti in questo modo, cioè che havesse principio da qualche dimostratione degli dei, et si stendesse fino attanto che sovragiungesse alcun altro portento, il quale fosse fine del passato et principio dell’avenire. Così non con certo et diterminato numero d’anni pareva il secolo essere formato, anzi alle volte lungo et alle volte breve occorreva. Dopo questo dimostra altri diversamente imaginarsi, i quali dicevano un secolo essere un spatio di tempo che trascorreva tra una celebratione de’ giuochi secolari all’altra prossima, dal quale ancho succederebbe una grandissima disaguaglianza di tempo. Ultimamente, citate molte openioni, dice il civil secolo de’ Romani essere terminato nello spatio di cento anni solari. Il che ricordomi anch’io, spessissime fiate, dall’honorato Andalone essere conchiuso nell’istesso intervallo. Erano appresso di quelli che volevano l’età et il secolo essere un medesimo, la qual cosa non è vera, come che alle volte gli antichi impropriamente tolgano l’una per l’altra. Percioché, se pigliaremo la età nel modo che ci mostrano le Sacre Lettere et ancho i Poeti, troveremo che in sé contengono molti secoli. Che poi i secoli siano locati sotto e’ piedi di Giove, penso essere fatto affine che intendiamo i tempi trapassare Secondo il volere del solo vero Iddio, et a lui solo essere palese la lunghezza loro, et ciò che nel loro intervallo ha a succedere. Né da ciò discorda la descrittione di Claudiano, il quale disse quelli habitare nell’antro dell’eternità; attento che in essa Trinità di persone, et sola Divinità, solamente consiste l’eternità. Et così ciò che si trova nell’eternità, è necessario che sia in Dio.

PHETUSA ET SALEMPETII, terza et quarta figliuole del Sole.

PHEtusa et Salempetii, Nimphe Siciliane, furono figliuole del Sole et Nerea, sì come nell’Odissea scrive Homero, dicendo queste in Sicilia essere guardiane del gregge del Sole, dal quale fu vietato per mezzo Circe Ulisse. D’intorno al qual comandamento Homero recita tal favola. Dice egli che, ritornando Ulisse dall’Inferno per andar nella patria, fu avisato da Circe che, giungendo con i compagni oltre Scilla et Cariddi in Sicilia, et trovando i gregi del Sole essere guardati da Phetusa et Salempetii sue figliuole, da quelli al tutto con i compagni dovesse astenersi; percioché, s’alcuno ne gustasse, sarebbe morto. Dove, passati gli altri pericoli, essendo ivi giunto Ulisse lasso et afflitto con i compagni, avenne che per consiglio d’Euriloco fu sforzato fermarvisi una notte. Ma la [p. 064r] mattina, mutati i venti, non poterono partirsi. Là onde dimorandovi più lungamente che non si credeva, i compagni d’Ulisse, cacciati dalla caristia dei cibi, dormendo Ulisse, per persuasione d’Euriloco messero le mani negli armenti del Sole, et di quelli quetarono la fame. Onde partendosi d’ivi furono assaliti da grandissima fortuna; et ultimamente folminati da Giove morirono tutti eccetto Ulisse, il quale non gustò di quelli. A questa favola può darsi tal senso. Il calore et l’humidità, cioè il Sole et Nerea, che è Nimpha, generano le selve et i paschi, i quali vengono ad essere due Nimphe, figliole del Sole et di Nerea. L’una di queste concede l’ombre, l’altra dà il vivere ai gregi; et così sono quelle che serbano i bestiami del Sole, il quale è formato d’ogni vivente, cioè dall’anima vegetativa et sensitiva. Per opra sua i gregi nascono, et per coperta et nodrimento delle predette custodi sono serbati. Nondimeno dice Homero questi essere in Sicilia, non perché non ve ne siano altrove, ma perché ivi per la grandissima abondanza delle cose et temperanza del cielo pare che le delitie habbiano maggior vigore; le quali, per li corrotti costumi del loco, ancho ivi che altrove sono mortali. Da queste ogni anima rationale è prohibita, affine che di quelle disordinatamente non usi et non giunga alla morte, overo a vita più che morte oscura. Il che tante fiate aviene quante, allargando il freno all’appetito, si lasciamo affogare nelle lascivie; la qual cosa già fecero appresso Siciliani molti, i quali divenuti effeminati dopo le gustate lascivie, non poterono resistere alle fatiche. Ma Euriloco, cioè la piacevole persuasione della sensualità, dormendo Ulisse, cioè la fortezza della ragione, lascia incorrere gl’ingordi sensi nei gregi, cioè nelle delitie. Là onde, datisi alle libidini, non poterono sopportare le fatiche del mare turbato, cioè di questo mondo. Così dal folgore di Giove, cioè dal giusto giudicio d’Iddio, gittati in mare morirono, cioè che, travagliati nelle amartudini et miserie della vita mortale, et non conosciuti, mancarono. Overo, che forse puote avinire che, essendo giunto in Sicilia Ulisse, et ivi da tempi contrari ritenuto, non havendo cura dei suoi compagni, di maniera quelli si diedero alle crapule et alle donne che, rientrando in mare, si scordassero delle cose necessarie, et così patissero naufragio. Il che non solamente habbiamo letto essere accaduto ad Ulisse, ma ancho ad Annibale cartaginese, famossissimo capitano di guerra; i cui soldati, havendo animosamente sopportato gradissimi disagi et vinto lo strano viaggio d’Hispagna in Italia, furono poi abbattuti et conquassati dalle delitie Capuane.

DIRCE, quinta figliuola del Sole et moglie di Lico Re di Thebe.

Fu Dirce figliuola del Sole et moglie di Lico Re di Thebe; contra la quale Fulgentio dice che Venere fu crudele, sì come fu verso tutte l’altre figlie del Sole. Onde si narra tale historia, cioè che, essendo stata per forza violata Antiopa figliuola di Nittemo Re da Epapho, come piace a Lattantio, overo da Giove, come la maggior parte istima, quella fu scacciata da Lico Re di Thebe, et in sua vece tolto Dirce; la quale, subito prendendo sospetto che Lico di novo non ritogliesse Anthiopa et ella fosse rifiutata, impetrò dal marito di poter tenere in servitù Anthiopa. La quale, essendo pregna di due figlioli generati da Giove, venuto che fu il tempo del parto da lui fu liberata di servitù, et segregatamente se ne fuggì nel monte Citherone, dove partorì Amphione et Zeto, i quali [p. 064v] esposti alle fiere furono raccolti et nodriti per suoi da un certo pastore. Onde, cresciuti in età et conosciuti dalla madre, fatti certi della sua progenie, liggiermente s’accesero d’ira contra Dirce, et per vendetta della madre movendosi ammazzarono il Re Lico et legarono Dirce al paro di un toro salvatico. Il quale strascinandola qua et là, ella si rivolse con preghi ai dei, che mossi a compassione la cangiarono in un fonte del suo nome non lontano da Thebe; et così fece satolla l’ira di Venere. Quello adunque che di favoloso si contenga in questa historia, liggiermente si dichiarerà. Dice Theodontio essere finto che Anthiopa al tempo del parto fosse liberata di servitù da Giove, perché, parendo a Dirce il ventre gonfiato d’Anthiopa essere assai chiaro testimonio del suo adulterio, s’imaginò che meritamente per ciò dovesse essere in odio al marito, onde la lasciò andare; l’essersi poi Dirce tramutata in fonte, questo assai si può capire, sì per lo perduto reame come per la pena del dato supplitio, quella essere rimasta in molte lagrime. Che fosse ancho figliuola del Sole, credo ciò essere detto o perché ella così veramente fosse figliuola di qualche notabile huomo così chiamato, o perché fosse così bella che meritasse essere chiamata figlia del Sole.

MILETO sesto figliuolo del Sole, che generò Cauno et Bibli.

MILETO (come testimonia Ovidio) fu figliuolo del Sole. Ma Theodontio dice costui essere stato figliuolo del Sole Rodiano et fratello di Pasiphe. Costui nondimeno fu smarrito da Giove, percioché voleva mover guerra contra Minos già vecchio; per la qual cagione se ne fuggì in Lesbo, et ivi edificò quella città la quale dal suo nome chiamò Militene. Ma poi, cangiate le lettere, di Militene fu detta Mitilena. Dopo questo hebbe a fare con Ciane Nimpha del fiume Menandro, et di lei hebbe due figliuoli, cioè Cauno et Bibli.

CAUNO ET BIBLI, figliuoli di Mileto.

CAUNO et Bibli furono figliuoli di Mileto et di Ciane Nimpha, come dimostra Ovidio, dicendo:

Qui, mentre la figliuola di Menandro

Ciane Nimpha di bellezza, e pregio

Segue le ripe del paterno nido

Et tante volte, hor su, hor giù ritorna

Partorì Cauno e Bibli, ambo gemelli.

Et perché di questo non ho letto altra cosa che loro commune, m’è paruto d’amendue insieme trattare. Si legge adunque Cauno essere stato un bellissimo giovane, et sceleratamente amato dalla sorella Bibli, così oprando Venere contra la progenie del Sole. Ma havendo Bibli scoperte le dishoneste fiamme della sua libidine al fratello, egli sprezzando la vergognosa concupiscenza di lei si diede a fuggire, et in altro paese si fece habitatione. Onde l’infelice Bibli subito si mosse a seguirlo, et poscia che hebbe cercato la Ca[p. 065r]ria, la Licia, et l’Elaga, vinta dalla fatica et dal dolore si fermò, et sé stessa sprezzando si diè a piangere; di che avenne che la infelice per compassione delle Haiade fu conversa in fonte, come dice Ovidio:

Così dal lagrimar venuta meno

Bibli prole del Sol si cangia in fonte,

Qual’hora in quelle valli il nome tiene

De la sua donna, e a’ pié degli arbor corre.

La fintione è assai manifesta, percioché per lo continuo pianto fu tenuta un fonte che scorresse.

PASIPHE, ottava figliuola del Sole et moglie di Minos.

NACQUE del Sole Pasiphe, sì come si può comprendere nella Tragedia di Seneca Poeta, per li versi di colui che parla nella Tragedia d’Hippolito:

Che può colui, che presta il lume suo

Ad ogni cosa di tua madre padre?

Et quello che segue. Queste parole sono d’una nutrice che parla a Phedra, figliuola di Pasiphe et inamorata d’Hippolito. Ma Theodontio dice che non fu figliuola del Sole d’Hiperione, ma del Rodiano. Costei fu moglie di Minos Cretese; la quale, essendo Minos alla guerra contra Megaresi et Atheniesi per vendicar la morte dell’amazzatogli figliuolo Androgeo, fu infiammata da scelerato et lascivo Amore da Venere, che perseguitava tutta la progenie del Sole. Onde amò un bellissimo toro, et si dice che per arteficio di Dedalo venne negli abbracciamenti di quello, et di lui partorì un mostro mezzo huomo et mezzo toro. Altri poi descrivono altramente la cagione di questo amore, dicendo che, essendo Minos per andar alla guerra, pregò Giove che gli apparechiasse vittima da sacrificare degna di lui; onde incontanente si vide inanzi un toro, dalla cui vaghezza vinto Minos, lo serbò per capo de’ suoi armenti, et in sua vece ne sacrificò un altro. Di che Giove sdegnato oprò che, essendo egli assente, la moglie di quello s’inamorasse. Et di qui vogliono che Minos non havesse ardire punir la moglie del commesso peccato, che adunque Pasiphe figliuola del Sole s’impregnasse d’un toro. Servio vuole questo toro essere stato un scriba di Minos, così chiamato per nome, il quale in casa di Dedalo si congiunse con Pasiphe et la impregnò d’un figliuolo, et finalmente ne partorì poi due, l’uno de’ quali chiaramente pareva conceputo di Minos, et l’altro per segni chiarissimi di toro; ma del Secondo non si potendo chiarire, gli fu posto un nome che serviva ad amendue i padri, et così fu nodrito col nome di Minotauro. Ma io istimo sotto questa favola essere nascosto un molto più alto sentimento. Penso veramente gli antichi haver voluto dimostrare qualmente si cagionasse il vitio della bestialità in noi, con questa ragione. Pasiphe, bellissima donna et figliuola del Sole, cred’io essere l’anima nostra, qual è figlia del vero Sole, cioè d’Iddio Onnipotente, dal quale è creata chiarissima d’ogni bellezza d’inocenza. Costei diviene moglie del Re Minos dator delle leggi, cioè si congiunge alla ragione humana, la quale con le sue leggi ha a regerla et a drizzarla a dritto camino. Di costei è inimica Venere, cioè l’appetito concupiscibile, il quale accostandosi alla sensualità sempre è nemico della ragione; al quale, se s’accosterà l’anima, egli è necessario che si separi dalla ragione, dalla cui [p. 065v] allontanata, liggiermente dalle carezze et persuasioni lascia condursi. Et così precipitosamente si trasporta nella concupiscenza del toro datole da Giove, accioché a sé di lui Alinos faccia sacrificio; il qual toro giudico io essere le delitie di questo mondo, nel primo incontro belle et dilettevoli, da Iddio alla ragione concedute, affine che di quella con certa moderatione della vita nostra ministri le cose necessarie. Percioché, mentre di queste debitamente usiamo, drittamente di quelle facciamo sacrificio a Dio. Ma mentre seguendo il giudicio di quella sensualità di loro usiamo, overo desideriamo fruire, incorriamo in bestiale concupiscenza, et alhora vituperosamente in una vacca di legno l’anima si congiunge al toro, mentre con l’arteficio dell’ingegno nostro oltre le leggi di natura alle cose naturali si congiungiamo; et così da dishonesto appetito et nodrimento di scelerata volontà si cagiona et nasce il Minotauro, cioè il vitio di bestialità. Finsero la forma di questo Minotauro essere di mezz’huomo et toro, conciosia che gl’inchinati a tal vitio nella prima apparenza mostra mo’ huomini, ma se riguardemmo le opre et i desideri di entro nascosti, conosceremo questi tali essere bestie. Di qui viene rinchiuso nel labirinto, prigione intricata da molti travagli; et questo perché è fortissimo, ferocissimo et furioso animale. Nel cui labirinto si dimostra quello intricato al petto humano con scelerati desideri, et per forza di lui vegniamo a prestargli un forte et fiero animo, mentre habbiamo ardire oprare alcuna cosa scelerata. Il che, se non succede Secondo il disio, subito diventiamo furiosi. Costui appresso viene amazzato da Theseo ammaestrato da Arianna, cioè dall’huomo prudente al quale la virilità, ch’io intendo essere Arianna, percioché Andres in Greco suona l’istesso in Latino che fa volgarmente Huomo, dimostra una cosa scelerata essere sottoposta a così vergognoso vitio, et ci insegna con quali armi ancho sia da atterrarlo.

OETA Re di COLCHI, ottavo figliuolo del Sole, che generò Medea, Assirthio et Calciope.

Oeta Re di Colco (come Homero nell’Odissea dimostra) fu figliuolo del Sole et di Persa figliuola dell’Oceano. Ma Tullio dove tratta delle Nature degli Dei dice quello essere nato di Asterie sorella di Latena, la quale Asterie pare che l’istesso Cicerone dica da lui essere stata morta. Così dice egli:

Che risponderai a Medea, la quale è stata provocata da due avi, il Sole et l’Oceano, et il padre interfettrice della madre.

 L’antichità fa fede costui a quel tempo essere stato famosissimo Re, attento che il Tragico Seneca nella Tragedia di Medea descrive in suo potere haver havuto un grandissimo reame. Nel regno di costui capitò Frisso figliuolo d’Athamante col Vello dell’oro; il quale, sentendo Oeta dell’oracolo essere a lui fatale, diligentemente lo serbava, accioché perdendo quello non fosse spogliato del reame. Il quale nondimeno gli fu spogliato da Giasone, et gli fu tolto il regno; ma già venuto vecchio, dall’istessa fu ritornato in seggio. Dice Theodontio questo Oeta non essere stato figliuolo del Sole d’Hipperione, ma di quello che appresso Colchi fu grandissimo, et ivi regnò.

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MEDEA, figliuola del Re Oeta et moglie di Giasone.

A bastanza si vede per li versi d’Ovidio Medea essere stata figliuola del Re Oeta et della moglie Ipsea; il quale così dice:

He v’era il padre Oeta, al qual potesse

Sprezzata gire; ne la madre Ipsea.

Di questa Medea si recita una grande historia, ch’alle volte si congiunge con favole. Dicono inanzi ogni altra cosa, il che s’è tolto da Apollonio, che scrisse un libro degli Argonauti, Giasone mandato dal padre Pelia esser venuto a Colcho, et benignamente essere stato ricevuto da Oeta; del cui s’innamorò la figliuola Medea ancho donzella. Contra la quale sdegnata Venere, sì come havea fatto contra tutto l’avanzo della stirpe del Sole, fece che il suo figliuolo aventò in lei tutte l’ardenti et amorose fiamme. Onde conoscendo ella i pericoli manifesti a’ quali l’amato giovane da lei per acquistare il Vello d’oro andava ad esporsi, di lui mossa a compassione, et fatta promissione insieme di pigliarsi per sposi, lo amaestrò a qual partito senza pericolo di quello potesse insignorirsi; onde tolto il Vello insieme con Giasone si diede a fuggire, menando seco in compagnia Assithio, overo Agialeo suo picciolo fratello. Ma intendendo che Oeta gli perseguitava, per haver più agio di allontanarsi et fuggire, giunta nell’Isola delle fauci di Phasi, chiamata Tomitania per la scelerità da lei commessa, la qual isola fu poi nobilitata per l’essiglio d’Ovidio Nasone, et imaginandosi che, volendola il padre seguire, era necessario che d’ivi passasse, amazzò il fanciullo Assithio, et smembrandolo tutto qua et là lo sparse per li campi, accioché il padre si fermasse a raccorre le membra del figliuolo, et ella intanto havesse tempo di fuggire. Né il pensiero ingannò la scelerata, percioché così avenne; conciosia che, mentre lo sconsolato padre piangendo stette a raccorre le membra del figlio et darli sepoltura, ella insieme col rubatore se ne fuggì. Et doppo lungo girar di camino, Secondo alcuni giunse in Thessaglia, dove a’ preghi di Giasone ritornò in età giovanile il vecchio padre Esone. Et havendo partorito a Giasone due figliuoli, armò le figliuole di Pelia nella morte del padre. Finalmente, fosse per qual cagione si volesse, fu rifiutata da Giasone, et invece di lei sposata Creusa figliuola di Creonte Re di Corinthi. Il che sopportando Medea malamente si pensò una malitia, et mandò suoi figliuoli con alcuni doni rinchiusi in una cassetta a Cassandra, sotto fintione che placassero l’ira della madrigna. La qual arca non prima fu aperta da Cassandra che subito n’uscì una grandissima fiamma che volò per tutto il palazzo reale, et insieme con Creusa tutto l’arse; ma i figliuoli, di ciò avisati prima, fuggirono salvi. Onde, per così scelerata opra contra lei sdegnato Giasone, et volendo di ciò farle patir le pene, la crudel femina nel suo conspetto gli amazzò i propri figliuoli innocenti; et volando con sue malie et incanti se n’andò in Athene, dove tolse per marito Egeo, già vecchio, et a lui partorì un figliuolo, il quale da sé chiamò Medo. Ma havendo ella apparecchiato a Theseo, che ritornava da una lontana et lunga espeditione, non conosciuto da Egeo, per l’istesse mani li diede una bevanda avenenata; et veggendo che Egeo, tosto che conobbe il figliuolo, gli la levò via, cacciata da Theseo, schifò quell’ira. Et finalmente (non so a qual [p. 066v] partito) pacificata con Giasone, insieme con lui se ne ritornò in Colcho; et per forza ritornò in stato il padre il Giasone già vecchio et foruscito, benché il grave Celio voglia (sì come ancho dice Solino nel libro delle Cose Maravigliose del mondo) quella essere stata sepolta da Giasone, et Medo suo figliuolo haver signoreggiato ai Marsi popoli Italiani. Di questi titoli adunque ornata Medea, prima appresso Greci, che meglio degli altri devrebbono haverla conosciuta, poi appresso Romani, trovò ricetto, di maniera che fu raccolta per dea et con sacrifici honorata, sì come chiaramente testimonia Macrobio. Quelle fittioni poi che nell’historia di costei sono coperte, dove si scriverà di Esone, Pelia, et Giasone di mano in mano, Secondo che farà mistiere, si dichiareranno, perché paiono a loro appartenersi.

ASSIRTIO ET CALCIOPE, figliuoli d’Oeta.

ASSIRTIO et Calciope, fratello et sorella, furono figliuoli d’Oeta Re di Colchi, percioché di Assirtio testimonia Tullio dove tratta delle Nature dei Dei, dicendo che di questa, cioè Medea, al fratello Assirtio; il quale Egilao è appresso Pacuvio, etc.. Di Calciope poi Ovidio nelle Pistole dice:

Oeta non ut era; al cui sprezzata

Se ne fuggisse; Né la madre Ipsea;

Né Calciope sua sorella grata.

Di questa Calciope non ho altro ritrovato eccetto che fu moglie di Frisso, et allui partorì un figliuolo chiamato Cicoro. Di Assirthio poi, overo Egilao, già è stato detto di sopra come fu dalla sorella morto. Dal cui sono alcuni che dicano quel fiume de’ Colchi detto Assirthio così essere chiamato dal nome del fanciullo.

CIRCE figliuola del SOLE.

Secondo Homero, nell’Odissea, Circe donna incantatrice fu figliuola del Sole et di Persa. A qual partito poi ella lasciasse Colcho et venisse in Italia, non mi ricordo giamai haver letto. Nondimeno egli si ritrova quella haver habitato non lontano da Caietta Città di Campagna in un certo monte già Isola, il quale fino al dì d’hoggi dal suo nome è chiamato Circeo. D’intorno al cui gli habitatori dicono al presente sentirsi ancho ruggire Leoni et altre fiere, con incanti di huomini in tali cangiate. Di questa adunque, così scrive Virgi.:

Dove del Sol la riccha figlia i boschi

Inaccessibil, col continuo canto

Fa risonare; et nei superbi tetti

Per far lume a la notte abbrugia il cedro

Pieno d’odore; et con l’acuto insieme

Pettine tesse le sottili tele.

Non potevan tra lor tanti legami;

Ma ruggivano forte a mezzanotte.

Indi i cigniali setolosi, et gli orsi

Entro i presepi arrabbiavan molto,

Et varie qualità di lupi urlavano.

Huomin’ questi eran; che la dea crudele [p. 067r]

Quinci s’udiano i gemiti con l’ire

Dei feroci leoni, che patire

Circe con il poter d’herbe, et incanti

Havea cangiato in animali, et fiere.

Et quello che segue. Ma Homero nell’Odissea dice che Ulisse, vagando insieme con i compagni, giunse da costei; la quale havendogli tramutato tutti i compagni in animali, non puote mai cangiar lui, ch’era stato avisato da Mercurio; anzi da lui smarrita, gli ritornò tutti i suoi compagni nella primiera forma, et per spatio d’un anno intiero il tenne seco. Et di lui partorì un figliuolo chiamato Theologono; et alcuni v’aggiungano ancho Latino, che poi fu Re di Laurenti. Indi, havendolo ammaestrato di molte cose, il lasciò partire. Oltre di ciò narra di costei che amò Glaugo Dio Marino; et perché egli amava Scilla Nimpha, ella mossa da gelosia avelenò l’acque d’un fonte dove la Nimpha era avezza bagnarsi. Per la qual cosa Scilla in quello entrando fu inghiottita dai cani marini fino al mezzo, et in un monstro marino cangiata. Appresso dice ch’ella amando il Re Pico, et da lui essendo sprezzata, percioché egli era innamorato di Pomona, tramutò quello in uccello di suo nome. Hora veggiamo quello che si contenga sotto le corteccie di queste fintioni. Theodontio, diligentissimo investigatore di queste cose, dice costei non essere stata figliuola del Sole d’Hiperione, ma di quello che si crede haver regnato in Colcho, ma fu tenuta figlia di questo perché (come dice Servio) fu bellissima donna et famosa meretrice; il che fingono essere avenuto per l’odio di Venere contra la progenie del Sole. Del qual odio di sotto si tratterà dove si narrerà di Venere. Che poi s’odano muggir fiere nel circuito del monte egli è perché, mentre tra grandi et rovinosi sassi, rupi et caverne de’ quali il monte è circondato, l’onde del mare per l’empito de’ venti sono trasportate et poi rimosse, et sopravenendo l’altre, cacciate, di maniera che sono dirotte; di necessità nasce un strepito discordante, hora simile ad un muggire et hora al ruggire. Et di qui eglino fingono udir leoni et cigniali. Che ancho con herbe et incanti trasformasse gli huomini in bestie, questo a molti pare potersi concedere per arti magiche et illusioni, mentre crediamo i Maghi di Pharaone con sue arti haver fatto quelle cose che Mosè per virtù divina oprava; et mentre ancho crediamo gli huomini in Arcadia esser fatti lupi, et Apuleio essere stato cangiato in Asino. Ma io più tosto tengo costei con la sua bellezza haver guidato molti mortali ad amarla, i quali, per meritare la sua gratia, che senza pecunia delle meretrici non si può acquistare, si congiunsero con diverse lascivie per portarle doni, et così vestirono quelle forme ch’erano condecenti agli uffici; delle quali Ulisse, cioè il prudente, non si veste. Dopo questo, che costei amasse Glauco io credo ciò essere stato detto percioché, Secondo alcuni, et spetialmente Secondo Leontio, Glauco risuona l’istesso che fa terrore, et perché egli è cosa terribile l’udire gli strepiti dell’acque d’intorno il monte Circeo, sì come di sopra è stato detto; et fermandosi ivi esso terrore, grandemente pare che sia amato da Circe, cioè da quel loco di Circe. Che poi Glauco amasse Scilla, per l’istessa ragione egli è stato detto. Conciosia che appresso Scilla, per lo maggiore del mare, il medesimo terrore vi giace di continuo. Et così dimorandovi frequentemente, pare ch’egli ami Scilla. Che Scilla ancho, per essere avenenate l’acque marine, fosse rapita fino al mezzo dai cani, il figmento ha pigliato [p. 067v] materia dell’effetto, percioché Scilla è uno scoglio appresso il mare Siciliano, che tanto sopravanza l’acque che pare che la metà stia sopra quelle, et l’avanzo nascosta; et essendo cavo et pieno di caverne, di maniera che continuamente il mare v’entra et n’esce con grandissimo empito, mentre che in quelle cave entra et poi ritorna fuori, a guisa di cani ch’abbaino manda fuori un strepito; et così lo scoglio viene detto essere da’ cani rapito. Quelle cose poi che s’appartengono a Pico si scriveranno nelle seguenti, dove si dirà di Pico. Ma io istimo questa Circe non essere stata sorella d’Oeta, essendo stato molto prima che non fu la guerra Troiana Medea di Colcho, et questa molto da poi; ma la similitudine dei nomi, et forse dell’essercitio di due, poterono farne una.

ANGITIA figliuola del Sole.

DICE Theodontio che Angitia, overo Ageonia, fu sorella di Circe et figliuola del Sole; et non molto lontano da lei nei campi di Campagna haver dimorato, ma haver dato opra a miglior essercitio. Della quale il grave Celio, non accordandosi in tutto con lui, afferma quella essere stata sorella di Circe et haver habitato vicino al lago Fucino, dove con salutifera scienza insegnò a quegli habitatori molti rimedi per la infirmità; là onde, morendo, da loro fu tenuta et honorata per dea. Ma Macrobio nel libro dei Saturnali chiama costei la dea Angeriona, et dice che appresso Romani alli XVIII di Dicembre si celebravano le sue feste, et dai Pontefici nella chiesa Volupina se le facea il sacrificio. Ma Valerio Flacco dice costei chiamarsi Angeronia percioché caccia le infirmità et i pensieri delle anime. Appresso, Masurio dipinge la sua imagine con la bocca legata et segnata posta sull’altare di Volupia, percioché ciascuno che dissimula le sue doglie et affanni (sopportando il beneficio) ritorna in grandissima dilettatione. Nondimeno Giulio Modesto dice che si sacrificava a costei perché il popolo Ro. essendosi votato a lei era stato liberato dal male, che si chiama Angina. La cagione poi per la quale fosse tenuta et detta figliuola del Sole, l’arte del medicare puote dargliene materia.

LUNA figliuola d’Hiperione.

EGLI è chiarissimo la Luna (per ritornare alla prole d’Hiperione) essere stata figliuola dell’istesso Hiperione, et sorella del Sole. Di costei gli antichi hebbero diversa openione, et inanzi l’altre cose dissero a quella essere conceduta una carretta da due ruote, percioché fu dalla parte di Giove contra i Zii. Onde Accio Poeta testimonia quella adoprar la carretta, dicendo:

O almo Phebo, che di notte vai

Sopra la tua carretta per lo cielo.

Et quello che segue. Indi Virgilio dice: [p. 068r]

Già dato loco il chiaro giorno havea

Al cielo; et l’alma Luna sopra il carro

Di notte già scorrendo in mezzo quello.

Et ciò che va drieto. Dice Isidoro, dove tratta delle Ethimologie, questa carretta essere guidata da due cavalli, de’ quali l’uno è bianco et l’altro nero. Oltre di ciò Nicandro Poeta dice quella essere stata amata da Pane dio d’Arcadia, la quale per prezzo del dono d’un vello di bianca lana venne ne’ suoi abbracciamenti. Il che ancho Virgilio nella Georgica afferma, dicendo:

Così col bianco dono de la lana

(Se degna cosa egli è di creder questo)

Pan dio d’Arcardia ingannò pur te presa,

Chiamandoti ad ogn’hor negli alti boschi,

Né men sprezando tu chi ti chiamava.

Et quello che segue. Appresso dicono che fu amata da Endimione pastore, il quale vogliono che prima fosse sprezzato da lei, et che poi, poscia che alquanto lungamente hebbe pascolato i suoi bianchi gregi, fosse raccolto nella sua gratia. Nondimeno Tullio dice che, dormendo quello sopra Lamio, overo Latinio, monte d’Ionia, fu in sonno dalla Luna baciato. Sono ancho di quelli che le attribuiscono figliuoli, percioché Alcina Poeta Lirico dice la Rugiada essere stata da lei et dall’Aere generata. Similmente la chiamano con diversi nomi, come sarebbe Luna, Hecate, Lucina, Diana, Proserpina, Trivia, Argentea, Phebea, Cerere, Arteno, Mena, et molti altri. Ma quello ch’eglino di tante cose habbiano voluto intendere, è da avertire. Perché adunque sia detta figliuola d’Hiperione, si può allegare l’istesso che è stato detto del Sole. Istimo io quella per chiarezza essere stata donna famosa, et per la di lei singolar preminenza et per essere sorella del Sole essere stata nomata Luna; alla cui le cose seguenti non s’appartengono, anzi alla vera Luna. Et perché prestasse favore a Giove contra i Titani, cioè i superbi, egli è stato detto per la sua complessione frigida et humida, per la cui molto le fumosità degli huomini sono cacciate. Viene detto ch’ella adopra una carretta da due ruote per designare il suo corso diurno, et molto più chiaramente dimostrato per li colori dei cavalli. Oltre di ciò con l’humidità sua presta favore alle piante che germinano sopra la terra, et alle radici di sotto dona aiuto. Che poi sia amata dal dio d’Arcadia, qui forse se le potrà concedere tal sentimento che per lo dio d’Arcadia s’intendi ciascun pastore, percioché per lo più gli Arcadi erano tutti pastori. Onde i Pastori amano la Luna, cioè il suo lume, conciosia che da quello ricevono commodità; et per ciò con voti erano avezzi nelle selve chiamarla, accioché più facilmente schifassero nella notte i suoi gregi dalle insidie delle fiere. Et per ciò, mentre si dimostrava lucente, a lei nei sacrifici amazzavano una agnella bianca, et così dicevano quella esser vinta da un candido vello. Che ancho fosse amata da Endimione, Fulgentio dice ciò poter essere stato che Endimione fosse pastore; il quale, sì come fanno i Pastori, amò l’humor della notte causato dai vapori delle stelle, ch’escono da essa Luna per prestar vigore ai suchi dell’herbe. Onde si cangia poi nel commodo dei Pastori, overo altrimenti. Dice l’istesso Fulgentio che questo Endimione fu il primo che ritrovasse la ragione del corso della Luna; et fu detto egli haver dormito trent’anni, perché, Secondo il giudicio dei pazzi, quelli che danno opra alla speculatione dormono, cioè perdono il tempo. Overo, che colui che è inchinato alle conside[p. 068v]rationi, veramente non altrimenti che se dormisse si congiunge all’operationi attive. Il che è stato detto di Endimione, perché in tutto il tempo di sua vitta non cessò di dar opra a niente altro eccetto a questa speculatione, sì come testimonia Minasta in quello libro ch’egli scrisse della Europa. Il che io istimo vero; né sia alcuno che si maravigli del lungo spatio di tempo, attento che d’intorno il corso della Luna vengono molte cose da considerare, come il degno di reverenza Andalone dimostra nella sua Theorica dei Pianeti. Ma che prima pascesse i bianchi gregi, credo ciò esserli aggiunto per dimostrare la qualità del loco della sua consideratione, il quale fu nella cima di quel monte ch’egli si elesse per poter più liberamente capire l’elevationi come in loco più libero; et le cime dei monti, et spetialmente le alte, per lo più sono solite essere piene di nevi, le cui nevi guardate lungamente dal pastore furono cagione di farlo chiamare guardiano di bianco armento. Che poi fosse baciato dalla Luna, penso esser finto perché, sì come quelli ch’amano una donzella tengono dono del suo amore un bacio, così della lunga sua meditatione essere stato dono l’haver ritrovato il corso della Luna; onde pare ch’egli havesse un bacio del suo amore. Resta vedere dei nomi. Vogliono che sia detta Luna dalla luce, et massimamente mentre nella sera luce; percioché, lucendo la mattina, vogliono che sia chiamata Diana. Hecate poi è detta perché s’interpreta cento, nel cui numero essendo posto quasi il finito per l’infinito, vogliono essere dinotata la grandezza della sua potenza. Alcuni vogliono che per suo nome principale sia detta Trivia, benché Seneca nella Tragedia d’Hippolito la chiami Triforme. Chiamasi ancho la Luna Diana, et Proserpina. Dicono medesimamente esser chiamata Lucina, come fa nell’Ode Horatio, dicendo:

Tu affermi d’esser detta ancho Lucina.

La quale chiamano dea delle donne che partoriscono; et perché così sia detta, poco di sotto egli si dichiarirà. Argentea poi la chiamano percioché egli è suo proprio procrear l’argento, overo perché, rispetto al Sole che è d’oro, ella paia d’argento. Phebea la dissero perché spesse volte è nova. Arthemia, overo Arthemi in lingua Atheniese significa l’istesso che fa Luna; et perciò è così detta (come referisce Macrobio) perché Arthemi, quasi Arnothemi, cioè secante l’aere. La Luna da quelle che partoriscono è chiamata per essere suo proprio scendere per le apriture del corpo et far la strada ai meati; il che è prestar salute ad accelerare i parti, sì come il Poeta Timotheo elegantemente espresse. È poi detta Mena perché alle volte patisce difetti, come è nelle Eclipsi, onde Mena latinamente suona l’istesso che fa difetto; overo perché naturalmente manca di luce, et quella ch’ella possede la toglia in prestanza dal Sole, come fanno le altre stelle. Gli altri nomi poi, perché s’appartengono ad altre dee delle quali si farà particolar ricordo in quest’opra, voluntariamente gli ho lasciati fino a tanto che di loro si tratterà.

RUGIADA figliuola della Luna.

[p. 069r] RUGIADA, Secondo Alcina Poeta Lirico, fu figliuola della Luna et dell’Aere; et l’istesso testimonia Macrobio, il quale figmento è dalla natura tolto. Percioché, oprando la Luna nei vapori della terra humidi, che essendo absente il Sole non ponno levarsi, quelli più altamente percossi dalla frigidità dell’aere et della Luna si cangiano in minutissima acqua, la quale cadendo al tempo della state si chiama rugiada. Il verno poi per lo gelo dell’aere torbidato si dice bruma, o vogliamo dir nebbia.

BRIAREO figliuolo di Titano.

BRIAREO da tutti fu tenuto figliuolo di Titano et della Terra, il quale quasi tutti i Poeti latini affermano essere stato contrarissimo inimico et sprezzatore di Giove, et perciò vogliono che sia rinchiuso nell’Inferno. Et Virgilio scrive ch’egli è posto alla guardia dell’entrata dell’Inferno tra gli altri monstri, cosi dicendo:

Et Briareo con cento mani, et l’Hidra.

Ma Homero nella Iliade dimostra quello essere stato amico di Giove, dicendo: wc ekato nc , et quello che segue.

Presto hai chiamato quel da cento mani

Entro il gran cielo; il qual gli huomini, e i dei

Dicon Briareo, et de la Terra figlio.

Ne’ quali versi Homero tocca la favola la quale Theodontio alquanto più largamente riferisce, dicendo che, essendosi mossi i dei contra Giove, cioè Giunone, Nettuno et Pallade insieme con alcuni altri, deliberarono in casa di Hereo padre di Thethi fare una catena, et con quella dormendo Giove, legarlo, et l’uno dopo l’altro trahendola cacciarlo dal cielo. Il che Theti riferì a Giove, et perciò egli in suo favore chiamò Briareo in cielo; il quale veduto dai congiurati, et istimandolo fortissimo, subito lasciarono l’impresa, et così fu difeso Giove. Là onde si dimostra Briareo essere stato amico di Giove. Della qual favola Leontio volendo aprire il sentimento, diceva che inanzi la risolutione del Chaos gli elementi inferiori erano discordanti con i superiori, ma che per opra dell’humore si accordarono; et molte altre cose più tosto da ridere che da scrivere. Ma Theodontio dice che sotto questa favola con sottil velo v’è coperta una historia. Et perciò dice che Giove dopo la vittoria havuta dei Titani et dei Giganti di maniera si levò in superbia ch’era divenuto agli amici insoportabile; di che Giunone sua moglie et Nettuno suo fratello, segretamente appresso l’Isola di Neritho chiamati alcuni suoi amici, si consigliarono cacciare dal reame lui, che di ciò niente si dubitava. Il che essendoli rivelato da un nocchiero consapevole, chiamò a sé Briareo, ch’era uno dei Titani rimasto vivo, et alhora potentissimo huomo, overo più tosto figliuolo di Briareo di Titano nomato con l’istesso nome; et con lui facendo lega, di maniera castigò i congiurati che dopo non heb[p. 069v]bero più ardire tentare alcuna cosa contra quello. Briareo fu detto haver cento mani perché era capo di molti huomini, onde il finito si pone per l’infinito. Nell’Inferno è rinchiuso et non nella città di Dite come gli altri, perché ancho era serbato per aiuto degli dei; accioché intendiamo non v’essere nessuno, benché scelerato, non serbato a miglior vita, conciosia che da lui è conosciuta la loro futura conversione.

CEO terzo figliuolo di Titano, che generò Latona et Asterie.

TRA gli altri figliuoli di Titano Paolo v’annovera Ceo, et Virgilio dimostra che la di lui madre fosse la Terra, quando dice:

Ultima a Ceo, e Enchelado sorella.

Et quello che va dietro. Leontio dice che costui fu potentissimo Re dell’Isola Cea et huomo molto feroce et superbo; là onde, benché sia stato più antico di Titano, viene tra ’ suoi figliuoli annoverato. Fu padre di Latona et Asterie, donzelle di maravigliosa bellezza. Et Paolo diceva che, per haver Giove vitiato Latona, i Titani mossero a lui guerra; ma egli è falso, sì come di sopra habbiamo dimostrato per quelle cose che si leggono nella Sacra Historia.

LATONA figliuola di Ceo, che partorì Apollo et Diana.

LATONA fu figliuola di Ceo, sì come si comprende per li versi d’Ovidio; il qual dice:

Non so per qual ragion havete ardire

Prepor a me Latona generata

Da Ceo, che nacque, et di Titan fu figlio.

Vogliono medesimamente gli antichi costei essere stata amata et impregnata da Giove, et di lui haver partorito due figliuoli, cioè Apollo et Diana. Il che dicono di sorte haver malamente sopportato Giunone, che non solamente a lei vietasse tutta la terra per deporre il peso del ventre, ma ancho mandasse Phitone serpente di ismisurata grandezza per metterla in fuga et impedirla; la quale temendo et fuggendo, né ritrovando loco che la ritenesse, avicinandosi all’Isola Ortigia da quella fu raccolta, et ivi partorì prima Diana. La quale subito fece l’ufficio della comare verso la madre nel nascimento d’Appollo, che dietro lei nacque, et il raccolse; il quale poi amazzò con le saette Phitone, et incominciò dar oracoli a chi il richiedeva. Oltre ciò dicono per questo parto essersi cangiato il nome all’Isola, la quale prima essendo detta Ortigia, fu poi chiamata Delo. Ap[p. 070r]presso vogliono che, portando Latona per la Licia questi figliuoli ancho piccolini, et per lo caldo ardendo di sete, essersi accostata ad un certo lago per bere; onde, veduta da alcuni contadini, subito quelli con i piedi entrarono in quel lago et torbidarono tutta quella acqua. Di che Latona pregò che fossero mandati in ruina; là onde incontanente quei villani tramutati in Rane sempre habitarono quel laco. D’intorno a questi figmenti Barlaam diceva che, cessando il Diluvio qual fu al tempo del Re Ogigi, per la troppo humidità della terra, alla cui la callidità era congiunta, essere esshalato così spessi nuvoli che appresso molti luoghi del mare Egeo et della Achaia in alcun modo né di giorno né di notte i raggi solari non erano veduti dagli habitanti. Finalmente facendosi quelli più rari, et spetialmente appresso l’isole, dove per ragione del mare meno havea potuto l’esshalatione della terra, avenne ch’una notte circa un’hora inanzi il giorno seguente dai circonstanti nell’Isola d’Ortigia prima fossero veduti i raggi lunari, et conseguentemente la mattina i solari. Là onde con grandissima allegrezza di tutti, come se havessero racquistato quelli che già istimavano perduti, fu detto appresso l’isola Ortigia Diana et Appollo esser nati; et per ciò fu mutato il nome dell’isola et di Ortigia fu detta Delo, che suona l’istesso che fa manifestatione, imperoché vi fu prima fatta la dimostratione del Sole et della Luna. Vollero ancho quelli che finsero essa isola esser Latona, nella cui fu fatta la dimostratione del Sole; et specialmente la pigliarono per femina affine di dar colore alla fittione, perché a lei era avenuto di haver partorito due figliuoli, de’ quali il maschio chiamarono Apollo et la femina Diana. Volsero poi che Phitone, che perseguitava Latona accioché non potesse portorire, fossero le nebbie oscure dei vapori che si levavano, le quali veramente ostavano che i raggi solari et lunari non potessero da mortali esser veduti. Né senza ragione le chiamarono serpente, percioché, mentre liggiermente qua et là fossero cacciate da ogni spirito, a guisa di serpe parevano serpire. Ma dissero questo Phitone essere stato mandato da Giunone percioché spesse fiate Giunone s’intende per la tera et per lo mare, da’ quali quei vapori errano mandati fuori. Dicono ancho che Diana nacque prima perché, di notte assotigliati già i vapori, prima apparvero i raggi della Luna. Che poi ella fece l’ufficio della comare nel nascimento del fratello, credo ciò esser detto percioché, sì come le comari sono solite raccorre i figliuoli nascenti, così la Luna essendosi levata poco prima inanzi il Sole parve che con le corna sparse raccogliesse il Sol nascente. È stato poi finto che Apollo con le saette amazzasse Phitone, percioché, mostrando i solari raggi, tutti quei vapori della terra si dissolsero. Che ancho Apollo incominciasse dar oracoli egli s’è pigliato da quello che successe poi, cioè che in quell’isola (non so per illusione di cui) un dimonio sotto il titolo d’Apollo incominciò, et lungamente diede risposte delle cose ricercate. I villani poi cangiati in Rane è stato detto perché, come scrive Philocoro, già i Rodiani fecero guerra contra i Licii, in aiuto de’ quali Rodiani vennero quei di Delo. I quali essendo andati per acqua ad un certo lago de’ Licii, i villani habitatori di quel loco gli vetaranno l’acqua, onde quelli di Delo facendo empito contra loro gli amazzarono tutti, et gittarono i loro corpi nell’acque. Finalmente in processo di tempo essendo venuti [p. 070v] i montanari Licii al laco, né ritrovando i corpi degli amazzati villani, sentendo le rane in quel circuito gridare, rozzi et inconsapevoli stimarono quelle rane essere l’alme degli amazzati; et così mentre riferirono ciò agli altri diedero materia alla favola.

ASTERIE, figliuola di Ceo et madre d’Ercole.

COME piace a Theodontio, Asterie fu figliuola di Ceo di Titano. Costei (Secondo Fulgentio) dopo la vergognata Latona fu amata da Giove, dal quale cangiato in Aquila fu impregnata, et di lui partorì Hercole. La quale finalmente (sì come piace ad alcuni) congiurata contra Giove, et fuggendo l’ira di quello, per compassione degli dei fu cangiata in una Coturnice, che in Greco si dice Ortigia, et diede nome all’isola nella cui s’era fuggita, dove da Giove fu tramutata in sasso et sommersa nell’onde, et da quelle qua et là cacciata; appresso il cui per la raccolta Latona fermossi. Di questa favola può esser tale la ragione. Dice Theodontio che, vinto et morto da Giove Ceo, il quale per la vergogna Latona contra lui s’era mosso, quello esser venuto nell’isola Cea, et ivi essersi congiunto con la donzella Asterie figliuola di Ceo. Finalmente essendosi ella contra lui congiurata, prima a guisa d’uccello se ne volò in Ortigia, indi passò in Colcho et si maritò nel Sole ch’ivi regnava, et di lui partorì Oeta, dal quale fu poi morta; overo (come dice Barlaam) mancò nel parto d’Oeta. Per le quai cose s’è finto Giove in forma d’Aquila seco haver giacciuto, perché l’Aquila era l’insegna di Giove mentre guerreggiava; et perché per guerra prese Cea, fu finto che in forma d’Aquila giacesse con Asterie. Che poi Asterie si cangiasse in Coturnice, dissero ciò o per la sua veloce fuga, essendo loro proprio il volar con furia, o per la loro lungo passaggio di mare, essendo a loro commune in certo tempo dell’anno passar il mare. Che ancho si sia conversa in sasso, ciò a lei non s’appartiene, ma all’isola dove prima fuggì, la quale è detta Ortigia, et latinamente Coturnice; la quale per ciò si dice tramutata in sasso per designare la nova sua fermezza. Dicono l’Ortigia esser avezza ondeggiare insieme con l’onde, il che è finto per esser solita per lo troppo et spesso tremare dei terremoti vacillare; la quale finalmente vogliono che si sia ferma, cioè libera dal tremore, percioché fu risposto per oracolo d’Apollo in quella non deversi sepellire i corpi dei morti, et appresso doversi ivi celebrare alcuni sacrifici; i quali dirittamente essequitti, cessò il disturbo dei terremoti, et così divenne pietra, cioè stabile. Istimo io che, empiute le caverne dove l’aere rinchiuso cagionava i terremotti, ciò essere avenuto; et così loro per quella risposta di Demone essersi ingannati. Alcuni v’aggiungono, dicendo ch’all’istessa Ortigia si congiunsero et unirono Micone et Giaro isole; il che non si deve intendere così semplicemente, anzi che da quelle isole ivi vicine (essendosi stabilita Ortigia) vi vennero habitatori, et unitamente (havendola abbandonata) ritornarono ad habitare. [p. 071r]

TIPHONE OVERO TIPHEO, quarto figliuolo di Titano, che generò Aeo et Chimera.

PER confermatione di Theodontio, Tiphone overo Tipheo fu figliuolo di Titano et della Terra, benché Lattantio dica che fosse generato da Tartaro et dalla Terra. Appresso, l’istesso Lattantio dice che costui sfidò a battaglia sopra del reame Giove, là onde Giove sdegnato con un folgore il percosse, et per abbassare la sua superbia messe sopra il suo corpo la Tinacria; il che ancho dimostra Ovidio, dicendo:

Trinacria la grand’Isola fu posta

Sopra le fiere membra del Gigante.

Et così va continuando per spatio di dieci versi. Ma Virgilio dice che non Etna, ma Inarine gli fu posto sopra, il qual monte è vicino all’Isola di Baie, che hoggidì si chiama Ischia, non lontano dall’Isola di Prochita; et così dice:

Alhor l’alta Prochita forte trema,

Et Inarime divenuta letto

Per lo voler di Giove al gran Tipheo.

Il che pare che ancho habbia voluto Lucano, mentre dice:

Freme la cima del gran monte, dove

N’escono sassi; et Inarime sotto

L’eterna mole tien Tipheo nascosto.

Oltre di ciò Pomponio Mela nel suo libro di Cosmographia, et dopo lui Solino nel libro delle Cose Maravigliose dicono che costui hebbe una notabile spelonca in Sicilia non lontano da Corico castello, percioché dicono nel monte esservi un profondissimo antro ombroso, per ispatio di due mille et cinquecento miglia di boschi, et molto dilettevole per lo tintinire dei correnti ruscelli. Indi dopo così lunga discesa si scuopre un’altra spelonca, la quale, nell’incontro già oscura, ha un tempio consacrato a Giove. Poi nell’ultimo dell’andito gli habitatori affermarono esservi il letto di Tiphone. Queste cose di Tipheo nascoste sotto Corteccia hora sono da dichiarare. Dissero adunque questo Tipheo essere stato figliuolo di Titano rispetto al di lui spirito elevato, et della Terra per la potenza, dicendo Theodontio lui antichissimo Re di Cilicia, et haver in guerra vinto il fratello Osiri, et a brano a brano stracciatolo. Indi contra il primo Giove haver mosso guerra, ma da lui essere stato superato, et morto. Nondimeno alle fittioni a’ quali questa historia assai dimostra haver dato materia, sarà questa dichiaratione. Si vede tra queste cose quelli ch’hanno finto, assai convenevolmente, ma tuttavia di nascosto, dimostrare la cagione dei terremotti. Percioché Papia dice Tiphone overo Tipheo significare gittante fiamme, accioché per questo assai possiamo vedere quelli haver voluto dimostrare lui eshalare et mandar fuori nelle viscere della Terra il fuoco ristretto, in quanto che dicono da Giove, cioè dalla natura delle cose, esserli stato posto monti di sopro. In quanto poi dicono che Tipheo si sforza ridrizzare, dimostrano la cagione dei terremotti è la Terra per lo più piena di caverne, nelle quali alle volte è necessario che l’aere vi sia rinchiuso; et ivi talhora aviene ancho che l’acqua per le sotterranee cave vi penetri, per ciascun movimento della cui bisogna che [p. 071v] medemamente l’aere si move. Il quale per lo suo motto, et dai contrasti qua et là percosso, et in più fiero movimento eccitato, si riscalda. Infiammato adunque, il movimento suo diviene di tanto potere che percuote tutte le cose che li sono d’intorno et le fa movere, onde se in tal loco la terra vicina è solphorea et cenerosa è necessario che subito s’infiammi, né mai s’ammorza fino attanto che tal materia duri; et il foco non potendo esser tenuto rinchiuso et ardendo molto, cresca, né di tanto aere sia capace il loco, non solamente si fa un strepito grande della terra vicina, ma etiandio è sforzata aprirsi et dar l’uscita all’infiammato foco, il quale esshalando fa il loco Tipheo, cioè gittante fiamme. Et essendo la Sicilia et Inarime di tal natura, però i saggi finsero essere sopra poste a Tipheo.

AEO figliuolo di TIPHONE.

ISIDORO dove tratta delle Ethimologie scrive Aeo essere stato figliuolo di Tiphone, et il tuo Papho, o inclito Re, antichissima città di Cipri haver edificato; la quale di sopra dissi essere stata opra di Papho figliuolo di Pigmaleone, et dal suo nome chiamata. Il che se sia vero o [no] non ne ho certezza.

CHIMERA figliuola di Tiphone.

DICE Papia Chimera essere stata figliuola di Tipheo et Chedria. Con qual ragione ciò sia detto nol so, eccetto perché ancho costei gitta fuochi. Nondimeno alcuni descriveno costei per un mostro. Ovidio così dice di lei:

In mezzo de le parti sopra il collo

Ha la Chimera il foco, il petto, e il volto

Di Leonza, et la coda ha di serpente.

Virgilio poi così dice di lei:

Horrido mostro, et d’altri stridi pieno;

Et armata di fiamme è la Chimera.

Altri dicono ella haver havuto il capo di foco, il petto di leone, il ventre di capra, i piedi di serpente; et molto dannosa ai Licii, ma finalmente essere stata vinta et morta da Bellorofonte. Il cui nascosto sentimento Fulgentio cerca aprire con grandissima copia di parole, et al mio giudicio poco convenevoli, contenendo più tosto in sé un significato d’Historia che altro, percioché Chimera è un monte di Licia che nella cima arde, sì come fa ancho l’Etna, del cui già scendendo più al basso si solevano nodrire leoni; conseguentemente è fertile di Capre, et a’ piedi era ripiena di serpenti, il quale purgato da Bellorofonte, famosissimo huomo delle cose nocive, fu fatto habitabile.

ENCHELADO quinto figliuolo di Titano.

VUOLE Paolo Enchelado essere stato figlio di Titano et della Terra, benché Virgilio voglia che solamente sia della Terra, dove dice: [p. 072r]

Quella, la Terra mossa ad ira, e sdegno

Partorì (come dicono) sorella

Ultima a Ceo, e Enchelado Giganti.

Fu questo huomo di gran potere et crudele, come afferma Theodontio. Dice Virgilio in questo modo costui essere stato percosso da una saetta, et sotto il monte Etna sepolto:

Si dice che d’Enchelado il gran corpo

Da folgore percosso, è tormentato

Da questa mole, et il grand’Etna sopra

Posto è di lui, che da caverne fesse

Gitta ogn’hor fiamme, et ogni volta, ch’elli

Vuol cangiar lato, per rumor si trema

Tutta Tinacria, indi si cuopre il cielo

Per fumo, et per caligine profonda.

Il quale io direi che fosse una cosa istessa con Tipheo, se Horatio nelle Ode non dimostrasse quelli essere differenti, mentre dice:

Ma che Tipheo, con il Minia forte,

O che Porphirion con il fiero stato

O che Retheo con i cavati tronchi,

O Enchelado l’ardito, et fiero arciere.

Che dirò adunque essendo diversi? Sì come con phisica ragione habbiamo detto Tipheo designare il sotterraneo foco, dal foco elemento per la saetta tirata da Giove et dal movimento dell’aere sotterraneo cagionato et uscito fuori fino all’esteriora, così con morale dimostratione diremmo questo designare l’huomo superbo, di cui è proprio, a guisa del foco, con pazzo inalzarsi sempre tendere a cose grandi, mandar fuori parole infiammate, et col suo furore consumare il tutto; il quale tante volte è aggravato dall’Etna quante dalla potenza della giustitia divina è cacciato et vinto, et si sommette essere calcato dai piedi degli humili. Oltre di ciò, se questi tali non sono oppressi da altro peso, caricati solamente dalla sua rabbia, sono abbattuti, mentre meno (così volendo Iddio) da loro sono ottenuti i suoi desideri.

EGEONE, sesto figliuolo di Titano.

Se prestiamo fede all’antichità, Egeone fu figliuolo della Terra et di Titano, con quella ragione che sono stati gli altri. Servio vuole che costui sia un istesso con Briareo, percioché è cognominato da cento mani; ma a questa openione Paolo è contrario, dicendo Egione essere stato un crudelissimo et fiero corsaro, et così chiamato dall’isola Egea, dagli habitanti abandonata. La quale è posta nel mare Egeo, dove egli a guisa di corsari faceva ressidenza; a’ quali non lece per li loro ladronezzi habitare nelle cittadi. Et Theodontio aggiunge che da costui et non dall’isola Ege hebbe nome il mare Egeo, conciosia che al tempo suo nessuno non haveva ardire entrare in quel mare, eccetto quanto a lui piaceva. Oltre ciò dicono le antiche favole costui essere rilegato da Giove con cento catene. Appresso di lui dice Ovidio:

Et con le braccia sua de le balene

Opprime nel Egeo gli homeri fieri.

Accioché per ciò si possa comprendere lui essere stato potentissimo, mentre con tante catene sono legate le sue forze; et continua essere stato il suo pensiero nel mare et ne’ navigli, dove era sovrastante. Costui è ancho detto da cento mani, perché havea cento huomini in navi che al remo il servivano, sì come veggiamo essere bisogno nelle navi lunghe. [p. 072v]

AURORA, settima figliuola di Titano.

FA fede Paolo l’Aurora essere stata figliuola di Titano et della Terra; la quale se vogliamo istimar donna, percioché Ovidio dice che fu moglie di Titano fratello di Laumedonte, possiamo istimare che fosse qualche femina di gran potere et maravigliosa bellezza. Ma io istimo i Poeti haver inteso di quella che tutti chiamiamo Alba, cioè quel splendor mattutino per lo quale veggiamo inanzi che si levi il Sole il cielo biancheggiare; la quale però dicono figliuola di Titano non perché la tengano nata di Titano, ma del Sole, il quale spessissime volte dal nome del avo chiamano Titano; percioché dal Sole, sì come è stato detto, procede quella chiarezza del cielo che noi diciamo aurora. È poi detta figlia della Terra perché, avanzando l’orizonte d’Oriente, pare ai riguardanti ch’esca dalla terra.

GIAPETO, ottavo figliuolo di Titano, che generò Hespero, Atlante, Epimetheo et Prometheo.

GIAPETO hebbe per padre Titano et madre la Terra, Secondo che afferma Theodontio, il quale dice lui al suo tempo in Thessaglia essere stato grand’huomo et potente, ma di scelerato ingegno; da noi più tosto conosciuto per lo splendore dei figliuoli che per virtù sua. Di costui dice Varrone, dove tratta dell’Origine della Lingua Latina, essere stata moglie la Nimpha Asia, dalla cui hebbe nome l’Asia. Il che della grandezza di costei è non picciolo argomento; dalla cui alcuni vogliono ch’egli havesse Hespero, Atlante, Epimetheo et Promotheo.

HESPERO figliuolo di Giapeto, che generò le tre Hesperide.

HESPERO, Secondo Theodontio, fu figliuolo d’Asia et Giapeto, et nel principio da loro fu chiamato Philote. Ma giovanetto essendo andato insieme col fratello Athlante nell’ultima Mauritania, et havendo sottoposto a lui i Saraceni che habitano il lito Oceano oltre il promontorio Ampelusia et le altre isole contigue a quel lito, da’ Greci fu detto Hespero; conciosia che dal nome dell’Hespero occidentale chiamano tutto il paese d’Oriente Hesperia. Et così da quel paese al quale era passato dai suoi perpetuamente hebbe il nome. Di costui nondimeno non si ha cosa più oltre, eccetto c’hebbe tre figliuole, Rapina, Herculea et Chiara.  [p. 073r]

EGLE, HERETUSA et HEsperetusa, figliuole d’Hespero.

LE HESPERIDE, sì come suona il suo nome del padre, furono figlie d’Hespero, benché alcuno vi sia che dica d’Atlante. Queste furono tre per numero, cioè Egle, Heretusa et Hespertusa; delle quali si narra c’havevano un giardino in cui nascevano mele d’oro, et in loro guardia v’havevano posto un serpente che sempre vegghiava. Del cui giardino pervenuta la fama all’orecchie d’Euristeo, egli mosso dal disio dei pomi vi mandò Hercole a torli; il quale, venendovi adormentato overo morto il serpente, entrò in quello et tolse i pomi, portandoli ad Euristeo. Della qual fittione aprire il segreto non sarà cosa difficile. Furono veramente (sì come piace a Pomponio) alcune isole, nell’Oceano Occidentale, che dirimpeto haveano un lito deserto subito tra gli Hesperi Ethiopi et i popoli Atlanti, le quali isole furono possedute dalle donzelle Hesperide, et erano abondantissime di pecore; la cui Luna a guisa dell’oro era pretiosissima. Et così l’Isole Hesperie, ch’erano paschi di tali pecore, furono il giardino delle Hesperide, et le pecore i pomi d’oro; percioché le pecore da’ Greci sono dette male, over mala, che significano mele o vogliamo pomi, Secondo che testimonia Varrone nel libro dell’Agricoltura. Lo svegliato serpente erano gli Euripi, i quali tra l’isole per l’ondeggiar dell’Oceano giorno et notte senza intervallo circondavano l’isole con maravigliosa fortuna, né lasciavano che si potesse passare all’isole; alle quali Hercole, aspettato il tempo, passando, tolti i pomi d’oro, cioè menate via le pecore, ritornò in Grecia. Ma Fulgentio, Secondo il suo costume, dall’abisso si sforza alzar in cielo l’intelligenza; la cui spositione, perché io tengo che non sia stata Secondo l’openione dei fingenti, ho lasciato. Nondimeno sono di quelli che vogliano questo Hercole essere stato Perseo, et le Hesperide le Gorgone; ma essi ricerchino meglio.

ATLANTE nono figliuolo di Titano, che generò Hia et le sette Hiadi; i cui nomi sono Endora,
 Ambrosia, Piridile, Croni, Phito, Polisso et Thiene. Et appresso generò le Pliadi, dei quali i nomi
 sono Elettra, Maia, Sterope, Celeno, Taigeta, Alcione, Merope; et generò Calipsone Nimpha.

COME dice Lattantio, Altante fu figliuolo di Giapeto et Climene; ma Theodontio vuole che fosse di Giapeto et d’Asia. Plinio poi dove tratta della Naturale Historia dice che la madre di costui fu libia. Tuttavia questi non paiono una cosa istessa, essendo detti essere tre. Il primo de’ quali si tiene d’Arcadia; l’altro prima fu Thessalo, [p. 073v] poi Mauro; il terzo, quello che col fratello Hespero passò in Mauritania. Oltre ciò vi è Atlante Italiano, il quale, sì come si dice, anticamente fu signor di Fiesole; del quale non trovando l’origine non l’ho posto. Onde di quale di questi siano quelle cose che si trovano scritte non v’è certezza, come che alle volte per conietture egli si possa capire. Scriverò adunque d’un solo, come se d’un solo fossero tutti fatti. Fu adunque Atlante (come è stato detto) figliuolo di Giapeto et di Climene, overo di Asia o di Libia; del quale si recita tal favola. Che essendo andato Perseo figliuolo di Giove per comandamento del Re Polidoro (come piace a Lattantio) ad amazzare la Gorgone, et havendola vinta et tagliatole il capo, et tornando vittorioso, gli avenne di allogiare con Atlante; il quale, dall’oracolo essendo stato avisato che si guardasse dai figliuoli di Giove, che da uno di loro sarebbe privo del reame, intendendo costui essere figlio di Giove, nol volse albergare. Là onde sdegnato Perseo, scoperto il capo di Gorgone, il trasmutò in un monte di suo nome, et il condannò che in eterno con gli homeri sostenesse il cielo. Il che fu fatto. Sotto questa fittione adunque gli stati inanzi a noi volsero esservi nascosta una historia, dicendo Fulgentio che, vinta Medusa ricchissima Reina, Perseo con le genti et thesori di Medusa assalì il reame d’Atlante, et il constrinse fuggire nei monti. Et così colui che dal palazzo reale se ne fuggì ne’ monti diede materia alla favola, onde si dicesse che fosse converso in monte per opra di colei dalle cui ricchezze in quelli era stato cacciato; percioché nei monti et nei luoghi selvaggi vieppiù che nelle cittadi vi sono cose aspre et dure, et di qui si prende materia che Secondo la conversatione del paese siano ancho gli huomini che vi habitano. I quali di que’ costumi apprendendone sono intieramente huomini o fiere, o come cose insensibili; perché la creatura rationale in altro non si può conoscere differente dalla irrationale che per la cognitione del mondo. Che sostentasse con gli homeri il cielo, fu per altra cagione; percioché Agostino nel libro de la Città di Dio afferma costui essere stato un grandissimo Astrologo, et Rabano dice che fu il primo che trovò l’arte d’Astrologia. Il che penso essere tolto da Plinio, perché egli nel libro dell’Historia Naturale dice costui essere stato inventore della Astrologia; et di qui per li sudori da lui patiti in tal arte è stato detto con gli homeri sostentare il cielo, perché vedesse tanto inalzarsi la cima del monte che sopra quello paia chinarsi il cielo. Oltre di ciò dissero gli antichi che costui hebbe molte figliuole, le quali istimo essere nate di diversi Atlanti et a questo solo attibuite, sì come nella loro particolar descrittione più chiaramente vedrassi.

HIA figliuolo d’Atlante.

Per dar di Etra, sí principio da un solo del miglior sesso; Hia fu figliuolo d’Atlante, et sì come piace ad Ovidio:

Non ancho Atlante il peso havea del cielo;

Quando fu nato il bel da veder Hia

Etra costui de’ l’Oceano stirpe

A tempo partorì con l’altre Nimphe;

Ma Hia fu il primo, che di tutte nacque.

[p. 074r]

Questo giovane fu cacciatore, et cacciando da una leonza fu morto, come esso Ovidio dimostra dicendo: Mentre che giovanetto ei segue i cervi, et così va continuando per otto versi nel libro de’ Fastis.

LE HIADI, sette figliuole d’Atlante.

Sette sorelle furono le Hiadi, et figliuole d’Atlante et di Etra; delle quali questi furono i nomi, Endora, Ambrosia, Prodile, Croni, Phito, Polisso et Thiene. De’ quali tutte insieme è stato necessario scrivere, non si leggendo di loro in particolare nessuna cosa di queste. Adunque così scrive Ovidio:

Et l’oscuro imbrunir farà la notte,

Che parte alcuna de la schiera tutta

De l’Hiadi non starà nascosta punto;

Il cui volto con sette ardenti fiamme

Splende qual Toro; et queste il buon nocchiero

Da la città per nome Hiadi le chiama;

Parte istima, che Baccho habbia nodrito,

Parte ha creduto queste esser nipoti

Di Theti, et altri del gran vecchio Oceano.

Per questi versi possiamo conoscere quelle, sì come di sopra havea detto l’istesso Ovidio, per la pietà del morto fratello essere state raccolte in cielo, et nel fronte del Tauro locate. Nondimeno nella fine dei versi pare che Ovidio creda parte di queste essere state figliuole d’Hia; ma Theodontio conferma tutte essere state d’Atlante. Dice Anselmo nel libro dell’Imagine del Mondo queste esser dette succule. Ma hora veggiamo quello che vogliano significar queste cose. Et prima io istimo essere in questo modo accaduto la loro assuntione in cielo, percioché di numero si convenivano con le stelle poste nella fronte del Tauro, onde ciò è stato pigliato da quelli che sapevano il numero delle figliuole d’Atlante; favolosamente quelle stelle dai nomi delle donzelle essere nomati, et continuando, di maniera s’è congiunto con le stelle che fino al dì d’hoggi dura. Overo, che è più verissimile, le figliuole d’Atlante per la convenevolezza del numero col nome delle stelle essere dimandate, et a questa favola haver dato materia. Percioché credo io quelle stelle essere dimandate Hiadi dal loro effetto con lunga consideratione inteso, percioché Hias in greco significa pioggia, il che a loro per nome è stato dato. Conciosia che, incominciando ad apparire, le pioggie dell’auttunno incominciano et tuttavia vanno continuando per lo più, di che da tale effetto egli s’è dato nome alle Hiadi. Questo a me è paruto annotare, percioché molti significati et proprietadi si ponno attribuire a tutte le fintioni, di quali nessuna non v’è che senza mistero non sia scritta; ma il giudicio del lettore è quello che poi alla più propria Secondo il suo sentimento s’appiglia. D’intorno ciò potrei ancho addurvi molte altre openioni, le quali taccio per non apportar meco più noia che utile et diletto. Sono poi dette sucole, quasi piene [p. 074v] di suco, cioè d’humidità et pioggie. Che nodrissero ancho Bacco, istimo esser detto che con l’humidità sua, overo del segno nel quale sono, stando il Sole in Virgo, nella notte diano molto vigore alle vigne il giorno arse dal Sole.

ELETTRA, figliuola d’Atlante et madre di Dardano.

ELETTRA fu figliuola d’Atlante et Pleione, et sì come io tengo d’Atlante Thoscano, percioché alcuni vogliono ella essere stata moglie d’un Re di Corinto che molti istimano essere stato Tosco; et se non fu Tosco, fu almeno Arcade, percioché al suo congiungimento Giove non sarebbe andato in Mauritania. Vogliono che costei, impregnata da Giove, di lui partorisse Dardano auttor di Troia, et dal marito Iasio. Oltre di ciò costei con sei sorelle dalla madre Pleione furono dette Pleiadi; et perché nodrirono Giove, overo il padre Libero, meritarono il cielo, et cangiate in stelle furono locate nel ginocchio del Tauro, et dai latini chiamate Vergilie. Delle quali tutte così scrive Ovidio:

Le Pleiadi incominciano ad aprire

Gli Homeri paterni; le quai sette

Son dette, et nondimen soglion esser sei.

Overo, perché sei furon congiunte,

Et oppresse dai dei; percioché a Marte

(Dicono) che Sterope si congiunse;

A Nettuno Alcione; et poi la bella

Celeno, Elettra, Thaigeta, et Maia

A Giove, ma la settima Merope

A te mortal Sisipho maritossi.

Ciò le rincresce, et sola sta nascosta

Per vergogna del fallo; o perché Elettra

Non sopportò veder inanzi gli occhi

Le ruine di Troia, e i pose mano.

Ma gli Astrologi dicano una di queste essere nuvolosa, né poter vedersi. Nondimeno per ispedire i figmenti con poche parole, di queste diremo quanto si può dire al nome et al salire in cielo, l’istesso che è stato detto delle Hiadi. Benché Anselmo voglia queste Pleiadi non dalla madre, ma dal numero del più essere nomate, dicendo che Plion in greco latinamente significa pluralità, sono dette Vergilie perché si mostrano insieme col Sole, cioè quando entra in Tauro, perché alhora i virgulti crescono. Sono dette poi haver nodrito Giove percioché alcuni si sono imaginati l’elemento del foco esser nodrito dall’humidità terreste, la qual humidità cagionano le pioggie. Del padre Libero, poi, è l’istesso come di sopra delle Hiadi.

MAIA, figliuola d’Atlante et madre di Mercurio.

MAIA fu figliuola d’Atlante, come dice Virgilio:

Havete inteso, se crediamo punto;

Ch’Atlante; io dico quell’istesso Atlante,

Che il ciel sostiene fu di Maia padre.

Io credo ch’ella fosse figliuola d’Atlante d’Arcadia; et Cingio dice che fu maritata in [p. 075r] Vulcano, usando l’argomento, come dice Macrobio nei Saturnali, che il flame di Vulcano, celebrato nelle calende di Maggio, a questa dea fa il sacrificio. Ma Pisone chiama la moglie di Vulcano Maiesta, et non Maia. Questo nondimeno affermano tutti, che giacque con Giove et di lui partorì Mercurio. Appresso dicano che Giunone amò costei grandissimamente tra tutte le concubine di Giove, et Martiano afferma ch’ella le lattò il figliuolo Mercurio. Et di questa benevolenza ne rendono la ragione percioché, levandosi ella, la primavera et la state vengono, per le quali l’aere divenuto più bello pare che rallegri ogn’uno. Ma perché non sia l’istesso di Celeno, Elettra et dell’altre, che egualmente si levano con Maia, si può render tal cagione; percioché per Maia gli antichi intesero la terra, nella quale sono le ricchezze et i reami a’ quali sovrasta essa Giunone. Questa Maia appresso Romani fu tenuta in grandissima riverenza. A lei veramente, come dice Macrobio, nel mese di Maggio, percioché tenevano che fosse da lei così nomato, sì come scrive Ovidio nel libro de’ Fastis, i Mercanti insieme col figliuolo Mercurio sacrificavano. Et perché, sì come pare ch’affermi Cornelio Labeone, la istimavano la terra che havesse tolto il nome di Maia dalla magnitudine, cioè grandezza, le amazzavano una porca pregna; la qual vittima dicevano essere favorevole alla terra, et ciò istimo per la fecondità. Oltre ciò dice l’istesso Labeone che a questa Maia, cioè alla terra, a calende di Maggio fu edificata una chiesa sotto il titolo di buona dea, et dice che si dimostra ne’ libri dei pontefici essere una cosa istessa Buona Dea, Terra, Buona, Fauna, Opi, et Fatua; le ragioni poi sono poste di sopra, dove habbiamo scritto della Terra.

STEROPE figliuola d’Atlante.

Fu ancho Sterope figliuola d’Atlante et Pleione; la quale Ovidio dice essere stata amata da Marte, et di lui haver partorito Partaone che fu Re di Calidonia, dirimpeto quasi all’Arcadia.

CILLENO figliuola d’Atlante.

di ATLANTE et Pleione medesimamente fu figlia Cilleno.

Costei vitiata da Giove partorì Mercurio, ma differente dal primiero; il quale fu cognominato Cillenio dalla madre, overo dal monte d’Arcadia nel cui forse nacque.

TAIGETA figliuola d’Atlante.

VOGLIONO che il padre di Taigeta fosse Atlante et la madre

Phileone, et dicono ch’ella piacque a Giove et venne ne’ suoi abbracciamenti, et di lui partorì Lacedemone; il quale altri dissero figliuolo di Taigeta figlia d’Agenore, et alcuni vollero che nascesse di Semele. [p. 075v]

ALCIONE figliuola d’Atlante.

Nacque d’Atlante et Pleione Alcione, et a Nettuno piacque; del quale vogliono che partorisse Alcione moglie di Ceo Re di Trachinna.

MEROPE figliuola d’Atlante.

HEBBE Pleione et Atlante per figliuola Merope, la quale si maritò in Sisipho Re di Corinthi, sì come testimonia Ovidio; et si crede che di lui partorisse Laerte padre d’Ulisse, et Glauco et Creante.

CALIPSONE figliuola d’Atlante.

LA Nimpha Calipso, come dice Prisciano nel maggior volume, fu figliuola d’Atlante, ma di qual madre nol dice. Il che ancho prima di Prisciano dimostra Homero nell’Odissea, dicendo:

Dove d’Atlante la figlia Calipso.

Ma di qual Atlante, egli non si sa. Da costei giunse Ulisse rotto dal mare, sì come testimonia Homero; et per ispatio di sette anni fu da lei ritardato. Questa signoreggiò una certa Isola chiamata Ogigia, overo da sé detta Calipso.

EPIMETHEO figliuolo di Giapeto, che generò Pirra.

EPIMETHEO fu figliuolo di Giapeto et della moglie Asia, sì come dice Leontio. Costui, d’acuto ingegno, fu il primo che finse una statoua d’huomo di fango; là onde Theodontio dice che Giove si sdegnò et il cangiò in simia, confinandolo nell’isole Pitaguse. Del qual figmento la dichiaratione è tale. Sono le simie animali che tra l’altre cose hanno havuto ciò dalla natura, che, veggendo alcuno che faccia alcuna cosa, ancho elle la vogliano fare, et alle volte la facciano. Così è paruto che Epimetheo a guisa della natura volesse fare un huomo, et così imitando la natura della Bertuccia fu detto simia. Dissero poi che transformato in Bertuccia fu confinato nell’isole Pitaguse, perché già tempo quelle erano abondevoli di tali animali, overo forse d’huomini ingegnosi et nelle sue opre imitanti la natura. [p. 076r]

PIRRA, figliuola d’Epimetheo et moglie di Deucalione.

PIRRA fu figliuola d’Epimetheo et moglie de’ Deucalione, sì come piace ad Ovidio, che di lei così scrive:

Deucalion con gli occhi lagrimosi

In questo modo parlò verso Pirra;

O sorella, o mogliere, o donna sola

Sopra restata a tutti; che il commune,

Genere a me, e l’origine del zio,

Et indi il letto pur congiunse; et hora

Ci coniungono insieme ancho gli affanni.

Costei, essendo tra tutte le donne piatosissima, insieme col marito Deucalione sopportò il Diluvio, et di lui partorì quattro figliuoli.

PROMETHEO figliuolo di Giapeto, che fece Pandora et generò Isis et Deucalione.

Secondo Varrone nell’Origine della Lingua Latina, et molti altri, Prometheo fu figlio di Giapeto et di Asia Nimpha. Dice Ovidio che costui fu tra tutti il primo che formasse l’huomo di terra, così scrivendo:

O che la fresca terra, che di poco

Era discesa già da l’alto cielo

Del ciel parente riteneva i semi;

La qual giungendo il figlio di Giapeto

Con onde fiuminali; fece in forma

Et in effigie humana qual Iddio.

Ma Horatio aggiungendoli un non so che dice nelle Ode:

Si dice, che Prometheo fu cagione

Al prencipe col fango aggiunger parte

Di fierezza crudel di fier leone,

Et violenza locar nel petto nostro.

Ma Claudiano nel Panagerico quarto del Consolato tra tutti descrive più ampiamente questa fabrica, dicendo:

Puon mente, che nel tempo, che ciascuno.

Nel mondo a sé faceva i propri membri;

et così va seguendo per ispatio di ventisei versi. Nondimeno a queste cose Servio et Fulgentio v’aggiungono una favola. Dicono che, havendo Prometheo di fango formato un huomo senza spirito, Minerva si diede maraviglia di così eccellente opra, onde a lui promesse ciò ch’egli volesse tra tutti i beni celesti per dar compimento alla sua opra. Il quale rispondendo che non sapeva che dimandarle se non vedeva quelle cose che appresso gli dei fossero utili, di che da lei fu inalzato in cielo, dove veggendo tutte le cose celesti animate con fiamme (per infondere ancho all’opra sua la fiamma), segretamente porse vicino alle ruote di Phebo una verga, et havendola accesa et rubato il foco il riportò in Terra, aggiungendolo al petto del finto huomo; et così il fece animato, et chiamollo Pandora. Là onde i dei mossi ad ira fecero che Mercurio il legò al Caucaso, et diedero all’avoltoio, overo all’Aquila, il suo core da essere in eterno divorato. Il cui lamento nella rupe con assai lunghi versi descrive Eschilo Pitagora Poeta, affermando il core a lui [p. 076v] dal rostro dell’Aquila essere stracciato, et poi reintegrato et così di novo divorato, et poi riffatto senza mai interporvi tempo. Agli huomini poi (come dice Sapho, et Esiodo) per ciò gli dei mandarono le infermità, la tristezza et le donne. Ma Oratio dice solamente la pallidezza et la febre, sì come dimostra nell’Ode:

L’audace progenie di Giapeto

Con frode iniqua portò in Terra il foco,

Et dopo il foco, che dal ciel discese,

Scese tra noi la schiera, et compagnia

Di pallidezza, et de la febre acuta.

Di queste fintioni, Serenissimo Re, non sarà liggier cosa levare la corteccia. Molte lunge parole fanno bisogno a questo tal senso, le quali, s’io non le scrivo, ma le voglio ridurre in poco, sarà bisogno essere molto aveduto. Le troncherò adunque meglio ch’io potrò, et come piacerà a Iddio. Onde inanzi il tutto penso essere da vedere chi fosse questo Prometheo, il quale è doppio, sì come è doppio l’huomo che viene prodotto. primo adunque è il vero et Onnipotente Iddio, il quale fu il primo che produsse l’huomo dal fango della terra, sì come fingono che facesse Prometheo, o per natura delle cose; la quale a similitudine del primo produce ancho gli altri di terra, ma con altra arte che non fece Iddio. Il Secondo è esso Prometheo, del cui, prima che scriviamo altra allegoria, Secondo il semplice senso è da vedere chi egli si fosse. Dice Theodontio haver letto di questo Prometheo che, devendosi allui la successione del padre Giapeto, per essere il figliuolo maggior d’anni, essendo giovane et tratto dalla dolcezza degli studi lasciò quella al fratello Epimetheo, abbandonando due picciolini figliuoli, Deucalione et Iside, et se n’andò in Assiria. Et poscia che alquanto tempo hebbe udito alcuni famosi Chaldei di quell’età, se n’andò sulla cima del monte Caucaso, dove per la lunga speculatione et esperienza havendo capito il corso delle stelle, procurato le nature dei folgori et le cagioni di molte cose, ritornò dagli Assiri et a quelli insegnò l’Astrologia, le procurationi dei folgori et i costumi degli huomini civili; da’ quali erano in tutto lontani. Et tanto oprò, che quelli i quali da lui erano stati trovati rozi et in tutto selvaggi, et viventi a guisa di fiere, come composti di novo gli lasciò huomini civili. Le quai cose così lasciate, è da vedere chi sia l’huomo prodotto che di sopra ho detto essere doppio. Vi è l’huomo naturale et l’huomo civile, amendue nondimeno viventi con l’anima rationale, ma l’huomo naturale è creato primo da Iddio del fango della terra; del cui et Ovidio et Claudiano intendeno, benché non così religiosamente come fanno i Christiani; onde di fango Prometheo, cioè questo primo havendolo formato, soffiò in lui l’anima vivente, la quale io intendo la rationale, et con questa la sensitiva et vegetativa, potentie overo Secondo alcuni anime. Ma queste hebbero corporale natura, et se l’huomo non havesse peccato sarebbe stata eternalmente, sì come la rationale, nella cui è la natura divina. È da credere che costui fosse huomo perfetto circa tutti gli atti terreni, né alcuno deve pensare egli haver havuto bisogno di nessuno Prometheo mortale per regolare le cose temporali; ma quelli che sono dalla natura prodotti vengono rozi et ignoranti, anzi se non sono ammaestrati diventano di fango, agresti, et bestie. D’intorno a’ quali si leva il Secondo Prometheo, cioè l’huomo dotto, et togliendo quelli come di sasso, quasi di novo gli cria, ammaestra et instruisce, et con le sue dimostrationi di huomini [p. 077r] naturali gli fa con costumi civili, et per scienza et virtù famosi, di maniera che chiaramente si vegga altri haverli prodotto la natura, et altri haverli riformato la dottrina. Appresso dicono che Minerva guardò con maraviglia l’opra di costei, et lo condusse in cielo per darli tutto quello che a lui fosse bisogno (se a proposito ve ne fosse) a compimento di tal opra; il che io penso deversi intendere in questo modo, cioè per Minerva l’huomo saggio che si maraviglia dell’opra di natura, cioè dell’huomo prodotto di fango, et veggendolo imperfetto in quanto alla dottrina et ai costumi, desiderando animarlo, cioè farlo perfetto, con la guida della sapienza per la speculatione ascende in cielo, dove vede il tutto animato di fuoco; accioché intendiamo che nel cielo, cioè nel loco di perfettione, tutte le cose sono animate di fuoco, cioè di chiarezza di verità. Così ancho l’huomo perfetto non è offuscato da nessuna nebbia d’ignoranza, et col continuo pensiero habita ne’ cieli. Indi costui dalla ruota del Sole ruba il fuoco et il porta in Terra, attaccandolo al petto dell’huomo di fango, che diventa vivo. Veramente ciò non è detto inconvenevolmente, percioché non nei theatri, nelle piazze, né in publico apprendiamo il lume della verità, ma separati nelle solitudini; et ricercato il silentio entriamo in consideratione, et con la continua speculatione ricerchiamo le nature delle cose; et perché queste tai cose si fanno segretamente, pare che le rubiamo. Et accioché appaia onde venga la sapienza nei mortali, dice che viene dalla ruota del Sole, cioè dal grembo d’Iddio, dal cui deriva ogni sapere; percioché esso vero Iddio è il Sole ch’alluma ogni huomo che viene in questo mondo. La quale eternità volsero figurare per la ruota, che non ha principio né fine; et ciò apposero affine che di esso vero Dio et non del Sole creato intendessimo essere detto. Finalmente infonde questa fiamma, cioè chiarezza di dottrina, nel petto dell’huomo fangoso, cioè ignorante; percioché se quello Iddio donatore dei doni a tutti infonde una buona et perfetta anima, la corporal macchina tinta da caligine terrena di maniera assottiglia le forze dell’anima che per lo più, se non sono aiutati et svegliati, di sorte s’aviliscono che più tosto paiono animali bruti che rationali. Con la dottrina adunque della sapienza ricevuta da Iddio l’huomo prudente dà spirto, cioè sveglia l’anima adormentata dell’huomo di fango, cioè ignorante; il quale alhora si dice vivere mentre di bruto diventa rationale, overo è divenuto. Compiuto poi l’huomo, dicono ch’i dei si mossero ad ira, et fecero alcune cose come sarebbe che confinarono Prometheo in una rupe, mandarono la febre, la pallidezza, et la femina agli huomini. Il che d’intorno, in quanto al primo, egli è da avertire che i Poeti, a usanza del vulgo, hanno qui impropriamente parlato. Perché il volgo ignorante istima che Iddio sia corucciato contra ciascuno che vedeno essere amalato, benché d’intorno ad opra lodevole s’affatichi, come se niente altro che otio non sia conceduto dal pacificato Iddio. Perciò tennero Iddio essere corucciato con Prometheo, attento che s’affaticasse con studio continuo per haver cognitione delle cose; overo dissero che gli dei fossero mossi ad ira perché imposero cose affatichevoli agli huomini. Di questa ira, quale ella si fosse, s’è detto di sopra dove s’è trattato della Fama. Che poi facessero menare et ligare Prometheo da Mercurio al Caucaso, l’ordine si rivolge, percioché prima fu Prometheo nel Caucaso che egli animasse [p. 077v] l’huomo col rapito fuoco. Per l’avenire adunque vi fu guidato, et già per esso disio l’huomo prudente da Mercurio interprete degli Dei, cioè dall’ammaestramento d’alcuno espositore dei segreti di natura, fu cacciato nel Caucaso, cioè in una solitudine, benché Secondo l’historia egli andasse nel Caucaso et ivi fosse in una rupe rilegato, cioè dalla propria volontà ritenuto. Dicono ch’un’Aquila gli straccia l’interiora, cioè essere tormentato dalle alte considerationi; le quali interiora divenute vuote per la lunga fatica delle speculationi, alhora si ristaurano quando per diverse intricate vie si ritrova la cercata verità d’alcuna cosa. Et questo basta in quanto alle cose finte di Prometheo; il quale veramente i nostri maggiori affermano essere stato eccellentissimo dottore di sapienza. Perciò che Agostino nel libro della Città di Dio, et dopo lui Rabano et Luone Carnetese, equalmente confessano lui essere stato in scienza famosissimo huomo. Oltre ciò Eusebio nel libro dei Tempi dice che, regnando Argo alli Argivi, fu Prometheo, il quale loro affermano et ricordano che fece degli huomini; et veramente essendo egli saggio transfigurava la loro ferocità et soverchia rozezza in humanità et scienza. Dopo costui rende ancho di lui testimonio Servio, dicendo che fu huomo prudentissimo et dalla providenza nominato, et che fu il primo che insegnò l’Astrologia alli Assiri, la quale con grandissima diligenza egli havuta apparato facendo ressidenza sull’altissima cima del Caucaso. Appresso Lattantio dice nel libro delle Divine Institutioni che costui fu il primo che trovò l’inventione di formar le imagini di fango, il che forse diede principio alla favola in formar gli huomini di tutto. Così ancho Plinio nel libro della Naturale Historia vuole ch’ei fosse il primo che insegnasse il foco tratto dalla pietra in una ferula serbarsi. Vollero appresso che gl’irati dei mandassero agli huomini la pallidezza, la febre, et le donne. Per la pallidezza io intendo le fattioni corporali per le quali siamo afflitti, et alle quai siamo nati per peccato di colui da cui è stato detto: Col sudore del tuo volto guadegnerai il tuo pane. Di qui adunque si fece la strada la pallidezza. Per le febri poi istimo haver voluto intendere gli ardori della concupiscenza, de’ quali siamo crucciati et continuamente tentati. Ma la donna è stata creata per piacere; nondimeno per la sua disubidienza è fatto stimolo, né veramente picciolo, se dirittamente vorremmo riguardare; il che più tosto per dimostrare con altrui che mie parole, piacemi annotare quello che di loro tenga il mio famosissimo Precettore FRANCESCO PETRARCHA in quello libro ch’egli ha scritto della Vita Solitaria. Dice egli in questo modo:

Nessun veneno è così mortale ai viventi in questa vita che il consortio della donna. Perciò che la vaghezza della donna è tanto più funesta et formidabile quanto è più dilettevole et accarezzevole; et questo dico per tacere i suoi costumi, de’ quali in tutto non è cosa più instabile né più noiosa alla quiete dello studio. Sia che tu voglia, che cerchi riposo, fuggi la femina, perpetuo ricetto di vitii, et fatiche et danni. Di rado sotto un istesso tetto habita la quiete et la donna.

Egli è parola satirica:

Sempre ha contrasti, liti, et villanie

Il letto, ù giace maritata donna,

Et poco in quello si riposa, o dorme. [p. 078r]

Se per caso non fosse più tranquillo il congiungersi con la concubina, di cui et la fede è minore, et l’infamia maggiore, et il contrasto eguale. Egli è chiaro et palese il detto di quel famoso oratore. Chi non litigia con la moglie è casto.

 Dopo queste parole l’istesso poco da poi segue:

Sia chi tu voglia, se fuggi la lite fuggi ancho la femina, che a pena l’una senza l’altra fuggirai. Se bene sono benignissimi alla sua presenza i costumi della donna (il che è rado) per modo di parlare, io dirò che questo è un’ombra nociva, della quale (s’io merito punto di fede) il volto et le parole da tutti che cercano la solitaria pace non altrimenti sono da fuggire di quello che sia non dirò un serpe, ma quale i conspetti et i sibili dei basilischi; percioché non meno di quello che faccia il basilisco con gli occhi et col sguardo amazza l’huomo.

Queste cose scrive egli. Onde benché io m’habbia (se volessi) molte altre cose di più et vere da dire, le voglio lasciare, perché il presente tempo no’l ricerca; et questo basterà haver detto d’intorno lo stimolo del genere humano.

PANDORA, huomo da Prometheo formato.

DICE FULGENTIO che colui fu nomato Pandora il quale primo Prometheo fabricò di fango, il che istimo essere stato detto da Fulgentio perché il significato di Pandora in latino vuol dire manco d’ogni cosa; conciosia che non per notitia d’una sola cosa si forma il sapiente, ma di molte, et più veramente di tutte. Ma tale è solo Iddio, il quale in tutte le cose è perfetto et di nessuna non manca cosa che non mai a pieno s’è veduta né vedrà in alcuno, perché a lui solo s’appartiene la perfettione, et è l’istesso perfetto, di che chi di noi non manca in una cosa, patisce diffetto in un’altra. Oltre ciò Pandora si potrebbe dire da Pan, che significa tutto, et doris , che vuol dire amarezza. Il che verrebbe ad essere Pandoro, cioè pieno d’ogni amarezza, percioché l’huomo in questa vita non può posseder cosa senza amaritudine; la qual cosa, che sia vera o non, ciascuno si svegli et il vedrà. Onde Giobbe, huomo santo et notabile specchio di patientia, volendo rimproverar questo al genere humano disse:

 L’huomo nato della donna, il qual vive breve tempo, di miserie è molto pieno.

ISIS, figliuola di Prometheo.

[p. 078v] ISIDE, come dice Theodontio, fu figliuola di Prometheo, et picciolina dal padre fu lasciata ad Epimetheo suo zio; della cui l’istesso Theodontio riferisce tal favola. Dice adunque che, essendo cresciuta la donzella et divenuta bellissima, et da marito, piacque a Giove, il quale tanto o con la potenza o con persuasioni s’adoprò che la condusse ne’ suoi abbracciamenti, onde dice che di Giove Isis partorì Epapho. Finalmente, o che la giovane tanto si confidasse nell’innamorato, o che per natura ella fosse d’animo infiammato, le venne disio di regnare, et havuto aiuto da Giove, et da altra parte fatta forte, mettendo in effetto con le forze il real animo mosse guerra ad Argo Re d’Argivi, per anni attempato, ma per altro huomo molto aveduto. Contra il quale venuta a giornata, avenne che, rotto l’essercito d’Isis, essa fu pigliata et da Argo posta in prigione. Ma Stilbone, che poi fu nomato Mercurio, huomo eloquentissimo et pieno d’ardire et d’industria, per comandamento di Giove suo padre oprò tanto con suoi inganni che, amazzato il vecchio Argo, liberò di prigionia Iside. Alla quale non succedendo prospere le cose nella patria, confidandosi nella sua diligenza montò sopra una nave, la cui insegna era una vacca, et passò in Egitto, et insieme con lei Stilbone cacciato di Grecia per lo commesso delitto. Et essendo ivi Apis potentissimo, ella il tolse per marito; onde dati agli Egittii i caratteri delle lettere et mostratogli il coltivar della terra, venne in tanta riputatione appresso gli Egittii che fu tenuta non femina mortale, ma più tosto dea, et vivendo ancho le furono fatti honori et sacrifici divini. Ma Leontio diceva haver inteso da Barlaam questa Isis, prima che passasse in Egitto, essersi maritata nel ditto Apis, et poi essersi congiunta con Giove; onde essendosi di ciò accorto Apis, et sdegnato (lasciato il regno d’Argivi) se n’andò in Egitto, et ella andandoli dietro essere poi stata raccolta di novo da lui. Nelle quai cose sono tante diversità d’opre et di tempi dall’una parte et l’altra, che non solo si leva la fede all’historia, ma né ancho nessuna assomiglianza di vero nelle cose vi si può appropriare; et spetialmente aggiungendovisi l’ostacolo di Giove, del cui i convenevoli tempi con Api togliono molta fede a questa historia. Nondimeno la cura si lascierà agl’industriosi della verità.

DEUCALIONE figliuolo di Prometheo, che generò Ellano, Psitaco, Dionigi et Phenetrate.

PER testimonio di tutti gli antichi Deucalione fu figliuolo di Prometheo; il quale cresciuto in età, il Zio Epimetheo diede per sposa la figliuola Pirra. Fu huomo di benigno ingegno, et Pirra donna piatosissima; de’ quali dice Ovidio:

Di lui huomo miglior non fu alcun mai

Né più giusto; o di lei più santa Dea.

Al tempo di costui in Thessaglia fu un diluvio grande, del quale quasi tutti gli antichi scrittori fanno ricordo, et fingono che, crescendo molto l’acque, solo Deucalione con la [p. 079r] moglie Pirra fuggirono in una barchetta, et pervennero sopra il monte di Parnaso. Onde, cessando già l’acque, andarono all’oracolo di Themi per consigliarsi sopra la rinovatione del genere humano, et per suo comandamento essendosi coperto il capo et discinte le vesti, pigliarono dei sassi et con le mani si gli gittavano dopo le spalle, sì come ossa della gran madre antica; et quelli si convertirono in huomini et donne. Paolo riferiva questo figmento in tal modo essere da Barlaam spiegato. Diceva egli haver letto in antichissimi annali de’ Greci per questo diluvio essersi smarriti gli huomini et essere fuggiti sopra gli più alti monti, et nascosti negli antri et nelle caverne insieme con le sue mogli, per vedere il fine; et a questi Deucalione et Pirra (cessando l’acque) essere andati in habito mesto et supplichevole, persuadendo non senza grandissima fatica Deucalione agli huomini et Pirra alle donne il diluvio essere cessato, né più deversi haver tema. Et così dalle cime dei monti et dai sassosi antri andando loro inanzi, gli ridussero alle sue stanze et habitationi. Ma Theodontio non dice così, anzi che Deucalione con la moglie et molti altri in una nave pervenne al monte Parnaso; et essendo cessate l’acque ivi fermò la sedia del suo reame, percioché prima signoreggiava in Thessaglia; et di consentimento commune (come per publico bene) fu oprato che si richiamassero gli huomini et le donne dalle caverne. Le quali trappassavano di numero la quantità degli huomini, percioché, venendo il diluvio, elleno molto più paurose pria degli huomini fuggirono sopra i monti, onde nessuna non ne andò a male, et degli huomini molti dall’acque furono affogati. Et vi mettono la vergogna figurata per lo capo coperto, percioché non ci vergognamo, eccetto veggendo gli huomini con le donne senza nessuna distintione mescolati; il che dice deversi intendere per le vesti discinte. Attento che (sì come è stato detto dove si ha trattato di Venere) il cingolo di Venere è detto ceston, il quale da le [donne] è portato ai ligitimi congiungimenti; quando poi va agli illiciti, mette giù quello. Et così quelli dimostravano andare in dishonesti congiungementi, et questo per accrescere figliuoli, conciosia che pochi huomini da gran quantità di donne ponno haver grandissima prole. Che poi gli chiami ossa della gran madre, non penso ciò essere detto per altro eccetto perché, sì come i sassi contengono che la mole della terra non cresca, così le ossa serbano i corpi degli huomini in vigore, et così ancho le fatiche degli agricoltori oprano che quelle cose siano dalla terra prodotte de’ quali siamo nodriti et mantenuti; come quasi appaiano tolti dai campi quelli che poscia habitarono le cittadi. Ma io istimo quelli essere detti ossa della gran madre perché furono tratti fuori dalle caverne et dagli antri dei monti, sì come facciamo noi i sassi; et per la sua durezza detti di sasso.

ELLANO figliuolo DE’ Deucalione.

Secondo Theodontio, Ellano fu figlio di Deucalione et Pirra; il quale dice Barlaam che, morto suo padre, di maniera aggrandì il suo impero che quasi tutta la Grecia che è rivolta al mare Egeo dal suo nome fu detta Ellada, et i Greci Elladi.

[p. 079v]

PSITACO figliuolo di Deucalione.

COME dice Theodontio, Psitaco fu figliuolo di Deucalione et Pirra; il quale ammaestrato et ripieno delle dottrine di Prometheo suo avo se n’andò in Ethiopia, dove fu molto istimato et riverito; et essendo divenuto molto vecchio pregò gli dei che gli donassero la morte, dai cui preghi mossi i dei il tramutarono in uno uccello di suo nome, da noi detto Papagallo. Credo io che la cagione di questa fittione fosse la fama del suo nome et virtù, la quale, morendo lui canuto, fiorì perpetua, sì come verdi sono quelli uccelli. Furono di quelli che credettero questo Psitaco essere stato quello che fu detto uno dei sette sapienti, ma Theodontio dice quello essere stato molto più antico.

DIONIGI figliuolo di Deucalione.

TESTIMONIA Eusebio nel libro dei Tempi che Dionisio fu figliuolo di Deucalione, et ch’i suoi fatti furono famosi circa il principio del prencipato di Mosè; quali poi si fossero non mi ricordo mai haver letto, eccetto che, giunto in Attica et albergato da un certo Semaco, gli fu donata la pelle di Caprea sua figliuola.

PHENATRATE figliuolo di Deucalione.

ISTIMA Paolo et alcuni altri Phenetrate essere stato figliuolo di Deucalione, percioché di lui così riferisce Tullio nel libro delle Questioni Tusculane: Ma Dicearco in quel parlamento ch’egli in Corintho in tre libri espone, molti huomini dotti che disputano, nel primo ne mostra molti eloquenti, et nei due un certo Phenetrate Phiota, molto vecchi; il quale dice essere nato da Deucalione, fa che diffinisce. Et quello che segue. Per le quai parole, oltre l’origine, si mostra che fosse Philosopho.

ASTREO figliuolo di Titano ottavo, che generò Astrea et i Venti.

ASTREO fu figliuolo di Titano et della Terra, come afferma Paolo. Dice Servio et Lattantio che costui giacque con l’Aurora, et di lei generò la vergine Astrea et appresso tutti i Vati; i quali (dice Paolo) che, essendo vecchio et havendo i fratelli mosso guerra a Giove, da lui furono armati et mandatigli contra in cielo, benché Lattantio dica che fossero armati da Atlante. Istimo io che Astreo fosse alcun potente et superbo huomo, et però detto padre dei Venti perché fosse signore di qualche paese ventoso. Che poi armasse quelli contra i dei, ciò s’è tolto dal discorrere dei venti; i quali venendo dalle concavità della terra è necessario che dirompano in alto. [p. 080r]

ASTREA figliuola d’Astreo.

MANIFESTA cosa è a bastanza Astrea essere stata figliuola d’Astreo di Titano; la quale, perché diede favore alli dei contra il padre et li dei, fu raccolta in cielo, et locata appresso il zodiaco in quella parte che da lei è chiamata Virgo. Hora veggiamo quello che si voglia la fittione. Qui io intendo Astreo padre d’Astrea non huomo, ma il cielo stellato, il quale da sé genera la Giustitia, mentre con eterno ordine a sé conceduto per dono divino concede a ciascuno dei corpi inferiori Secondo la sua qualità senza mancamento le cose necessarie; et per tale essempio i datori delle leggi, in quanto è possibile all’ingegno humano, ordinarono la nostra giustitia. Però si dice essere nata dall’Aurora perché, sì come la chiarezza dell’alba precede il Sole, così da certa notitia di cose oprate deve nascere overo nasce la giustitia o il giudicio. Si dice ch’ella favorì alli dei, percioché la giustitia sempre favorisce ai boni et caccia i scelerati. Quella è poi posta in tal parte del cielo conciosia che è propinqua all’Equinottio, affine di mostrare dalla giustitia conseguirsi l’equità delle cose; onde sì come stando ivi il Sole dall’istesso Sole si concede egual parte di tempo alla notte et al giorno, così dalla giustitia vien conceduto ragione egualmente agli huomini di bassa conditione et alta.

I venti figliuoli d’Astreo in generale.

Lattantio et Servio vogliono che i Venti fossero figliuoli d’Astreo di Titano et dell’Aurora. Dice Lattantio che questi furono incitati da Giunone contra Giove per lo nascimento d’Epapho; là onde da Giove furono richiusi nelle caverne et confinati sotto l’imperio d’Eolo. Ma Theodontio dice che Pronapide nel Protocosmo dimostra altra cagione, la quale è questa. Dice adunq. Pronapide che il Litigio s’hebbe molto a male d’essere stato da Giove di cielo cacciato, et per ciò se n’andò all’Inferno; et trovate le Furie quelle pregò che, se mai egli per l’avenire fosse buono di giovar loro, andassero a ritrovare i Venti, quieti, et con suoi veneni gli infiammassero ad assalire il reame di Giove et turbar la sua quiete. Le quali incontanente partendosi et ritrovando quelli, ch’in riposo se ne stavano nella casa del padre, non solamente vi congiunsero le furie ma ancho gli odi, di maniera che, andando ne’ suoi paesi, subito l’uno contra l’altro fecero impeto con far tremare tutto il cielo et la terra. Per li quali al principio smarrito Giove, poi mosso ad ira, non senza fatica gli prese et gli rinchiuse nelle caverne d’Eolo, comandando che restassero sotto l’impero di quello. De’ quali scrive Virgilio nel primo dell’Eneida:

Venne in Eolia a la città dei venti,

Ove con gran furor stan gli Austri irati.

Et va dietro seguendo per ispatio di ventidue versi. Di queste fintioni adunque se vogliamo trarre il construtto, prima d’ogn’ultra cosa è bisogno che crediamo questo Astreo loro padre essere il cielo stellato, in questo modo nondimeno che tutto un cielo sia ciò che si contiene tra il concavo della Luna et il congiunto all’ottava sphera; percioché istimo esser [p. 080v] causato dal movimento del cielo et dai pianeti, sì come alquanto solamente da più rimotta cagione. Se poi vorremo che Astreo huomo fosse padre dei Venti, già è stato detto di sopra lui essere stato signore di luoghi dove nascevano molti venti, et di q. esser detto padre dei Venti. Sono poi detti figliuoli dell’Aurora perché per lo più nello spuntar dell’alba i venti sono soliti nascere; il che approva l’auttorità et l’usanza dei nocchieri i quali dicono ch’in quell’hora si levano, et per ciò le più volte a quel tempo incominciano i loro viaggi. Onde sono chiamati figliuoli dell’Aurora. È poi stato finto che quelli fossero armati da Giunone contra Giove perché sono tenuti uscire dalla terra, la quale è Giunone, et così essere mandati fuori da un certo respirar della terra; et non potendo levarsi altrove che nell’aere, essendo Giove l’aere, è finto che si siano armati contra Giove, cioè che nell’aere siano impetuosi. Che ancho il Litigio col mezzo delle Furie gli facesse turbare il reame di Giove, et tra loro divenir inimici, ciò è pigliato dal loro movimento et effetto. Percioché, se si leverà un vento da Levante et un altro da Ponente, è necessario che per l’aere incontrandosi concorrano insieme; là onde appaiono nemici, et mostrano turbare il reame di Giove. È stato poi detto quelli essere stati rilegati nelle caverne sotto l’imperio di Eolo, conciosia che le isole Eolide, alle quali già signoreggiò Eolo et da lui sono nomate, sono piene di spelonche, et le spelonche sono piene d’aere et acqua, dal cui movimento deriva il calore, et per lo calore si levano i vapori dall’acqua; i cui esso calore risolve nel aere. Il quale non potendo fermarsi in non capace luogo esce fuori, et se l’uscita è sforzata, di necessità esce più impetuoso, più sonoro et più lungo; et così uscendo i generati venti fuori delle caverne dell’isole Eolide, è stato finto quelli essere stati rilegati negli antri d’Eolo, et sotto l’imperio suo posti. Ma Virgilio sotto questa fintione giudica altrimenti, il che per non far di mistiere non alleggo. Oltre le fintioni, è ancho di questi molto grande la potenza. Sono distinti i paesi et i nomi. Sono ancho Secondo alcuni meno et Secondo altri più, né con gl’istesi nomi da tutti sono chiamati; de’ quali pria che in particolare di ciascuno parliamo, non sarà inconvenevole dire alcuna cosa. Della loro potenza, nomi et regioni particolarmente descrive Ovidio nel suo maggior volume:

Et con le fiamme i venti, che fan freddi.

Diffusamente a questi non concesse

Del mondo il Gran Fattor l’aere in potere;

Et hor a pena si resiste a quelli;

Reggendo ogn’un col suo spirar diverso

Le fiamme, affin di lacerare il mondo,

(Sì grande è la discordia dei fratelli)

Euro partissi verso de’ l’aurora,

E i Nabathei reami, et quei di Persi,

Et verso i gioghi i sottoposti ai raggi

De la mattina, a cui Hespero poi

V’è l’Occidente; per lo quale i liti

Vicini son dal Sol tepidi fatti.

Indi a Zephiro poi la Scithia giace;

Et i settentrioni sotto posti

Son da l’horrido Borea, che gli assale;

Et la terra contraria per frequenti

Nubi, dal fiume vien bagnata d’Austro.

Dice Isidoro nel libro delle Origini che sono dodici, et quelli così partisce et noma. Quello che dal principio del verno tende verso Occidente è detto Subsolano, percioché nasce sotto l’origine del Sole. A questo congiunge due compagni a lato, cioè Euro dal lato sinistro, il quale così dice essere chiamato perché spira dall’Eoo, cioè dall’Occidente, di state. [p. 081r] Dalla parte destra dice che vi è Vulturno, così detto perché in alto tuona. Indi dice che Austro soffia da Mezzo Giorno, et così vien detto, attento che gitta fuori l’acque; et grecamente viene detto Notho. Dice che dal suo lato destro vi è Euro Austro, così chiamato per essere tra Euro et Austro. Così ancho quello che è dal sinistro, Austro Aphro, perché è tra Austro et Aphro. Così medesimamente l’istesso è detto Libonotho, percioché indi Libio, et di qui a lui sia Notho. Consequentemente dice che Zephiro soffia da Occidente, cosi chiamato perché i fiori et l’herbe dal suo spirare sono renduti vivi; et l’istesso latinamente è detto Favonio, perché favorisce alle cose che nascono. Dalla cui parte destra quello che spira è nomato Africo overo Libio, dal paese onde soffia. Dalla sinistra Choro, perché chiude il circolo dei venti et fa quasi un choro; nondimeno prima dice esser detto Chauro, et da alcuni Agreston. Indi vuole settentrione così esser chiamato perché si levi dal cerchio di sette stelle; dal cui lato dritto vi mette Circo, così chiamato dalla vicinità di Choro, et dal sinistro Aquilone, la cui cagione di nome dice egli essere perché estingue l’acque et dissolve le nubi; et vuole ancho che sia detto Borea, percioché pare che esca dagli Hiperborei monti. Oltre di ciò, designati questi dodici venti, Isidoro scrive esservi ancho altri venti, i quali io istimo essere tutti medesimi ma con altri nomi chiamati, come sarebbe Ethesia; le quali dice, fornito il tempo dell’anno, soffiano da Borea in Egitto. Così Aura et Altano; Aura detta dall’aere, percioché sia piacevole et che l’aere sia vessato dolcemente, et Altano farsi nel mare, et nomato da alto. Appresso dice Turbone essere detto dalla terra, percioché spessissime volte è una certa dannosa rivolutione de’ venti. Fragor poi è chiamato dallo strepito delle rotte et percosse cose. Così poi v’è ancho Procella, percioché soffiando con la pioggia schianta ogni cosa. Ma Vitruvio nel libro dell’Architettura scrive che i venti sono dodici. Dice che Leuconoto et Altano stanno dal lato di Austro; Liboneto et Subvespero d’Africo; Ergaste, Ethesia, Cauricirchio et Choro <ro> di Favonio; Thracia et Gallica di settentrione; Superna et Cecia d’Aquilone; Curba o Rinthia, Eurocircia et Vulturno di Solano. Altrove ancho dice l’istesso Vitruvio che sono solamente otto, scrivendo che Andronico cirreste (per dimostrar tal openione) edificò in Athene una torre con otto cantoni, et in ciascuno di que’ lati vi fece scolpire l’imagine di quel vento a cui detta faccia fosse sottoposta; et ultimamente fatto un capitello di marmo sopra detta torre vi mese sopra una statoua di bronzo che nella mano dritta teneva una bachetta, la quale dallo spirar de’ venti essendo girata d’intorno designava con quella verga qual fosse quel vento che soffiasse. Et così dice essersi ritrovato che tra Solano et Austro v’era Euro, tra Austro et Favonio Africano, tra Favonio et settentrione Chauro over Choro, tra settentrione et Solano Aquilone. La cui descrittione come buona et vera tutti i nocchieri del mare Mediteraneo la serbano, et specialmente Genovesi, i quali veramente d’ingegno nell’arte marinaresca passano tutti gli altri.

SUBSOLANO VENTO, et Vulturno et Euro suoi congiunti, figliuoli d’Astreo.

[p. 081v] ESSENDOMI spedito in generale di ciascuno dei venti secondo la descrittione d’Isidoro, parmi dire alcuna cosa in particolare. Et prima del vento Subsolano. Questo (come dice Beda) è calido et secco, ma temperatamente; et però è calido perché lungamente dimora sotto il Sole. Secco poi perché, essendo molto distante l’Oceano Orientale da noi, dal quale si crede ch’ei pigli l’humidità, venendo la lascia tutta. Ma sia lontano da me ch’io creggia questa cosa da ridersene, cioè che tutto il vento che perviene a noi dalla regione d’Oriente nassa nell’ultimo Oriente, essendo cosa certissima che molti ne nascano nelle Eolide, sì come è stato detto; tra quali alcuni ne soffiano verso noi, onde meritamente gli chiamiamo Orientali. Là onde, salva sempre la riverenza di Beda, penso esser detto invano che loro per la lontananza della sua origine pervengano a noi mutata la complessisione. A costui dell’istessa natura sta a man dritta Vulturno, che disecca il tutto, et da dritta Euro, che congiunge over genera le nubi.

NOTHO vento et Eustro, et Austro, Afro suoi congiunti et figliuoli d’Astreo.

NOTHO australe è un vento naturalmente frigido et secco; nondimeno mentre venendo noi passa per la zona torrida piglia calore, et dalla quantità dell’acque che consiste nel Mezzo Giorno riceve l’humidità; et così cangiata natura perviene a noi calido et humido, et col suo calore apre la terra, et per lo più è avezzo multiplicar l’humore et indur nubi et pioggie. La costui forma in questo modo descrive Ovidio:

Et con l’ali bagnate il Notho vola

Portando il volto horribile coperto

Di caligine oscura; indi la barba

Ha tutta intorta; et esce l’acqua fuori

Dai canuti capelli, et ne la fronte

Porta i nuvoli, et tutto humido ha il petto.

Dell’istessa complessione vi sta dal lato dritto Euro Astro, il quale genera nel mare fortune percioché, sì come dice Beda, soffia per terra; dal sinistro poi v’è Austro Afro, il quale alcuni dicono calido et temperato.

Settentrione vento, et Circio et Aquilone suoi congiunti et figliuoli d’Astreo.

Settentrione è un vento così chiamato dal paese onde nasce, percioché nasce in luoghi acquosi et gelati et in alti monti; dai quali fino a noi spira tutto puro, percioché nei luoghi dove passa nessun vapore per l’acuto freddo non si risolve. Questi fa l’aere sereno et caccia et purga quelle pesti c’havea eccitato Austro. Di complessione, insieme con i suoi congiunti, è freddo et secco. Quello che gli sta da mano dritta si chiama Circio et è produttore di nevi et tempeste; da sinistra v’è Aquilone overo Borea, del quale seguirà più ampio parlare. [p. 082r]

AQUILONE overo BOREA, figliuolo d’Astreo et congiunto di settentrione,
che generò Cetho, Calai et Arphalice.

BOREA overo Aquilone è vento congiunto di settentrione, et per sua natura può dissolvere le nubi et far gelar l’acque. Le cui forze et opre in persona di sé stesso descrive Ovidio, dicendo:

Sta in mio poter cacciar le triste nubi

Turbare i mari, et l’alte quercie anchora

Voltar sossopra, et indurar le nevi,

Et sopra terra far venir tempeste;

Nacqui anchor io nel ciel aperto quando

Nacquero gli altri miei fratelli, et tengo

Gli homeri miei ne le profonde cave

Un campo in mia balia, dove transcorro

Con tanto variar, che mezzo il cielo

Trema per nostri corsi; et da le cave

Escono fuochi, et nuvolosa polve.

Et io quand’entro nei forami torti

De la terra, et feroce sottometto

Con tremor sveglio l’alme, et tutto il mondo.

Di costui si dicono molte favole, percioché Servio vuole ch’egli amasse il fanciullo Hiacinto, il quale ancho era amato da Apollo; onde, perché vedeva il garzone più inchinato ad Apollo che a sé, mosso ad ira lo amazzò. Oltre ciò Ovidio dice ch’egli amò Orithia figliuola d’Erittonio re d’Athene, et la dimandò per moglie; la quale non gli essendo data, per sdegno si dispose a rapirla, et la tolse; et di lei hebbe due figliuoli, Zeto et Calain. Appresso Homero nella Iliade, inducendo Enea che parla ad Achille in battaglia, dice Borea haver amato le bellissime cavalle di Dardano, et di quelle haver havute dodici velocissimi corsieri. Dalle quai cose, se leveremo la corteccia delle favole, vedremo prima Borea haver amato Hiacinto, qual è un fiore, et però è detto fanciullo perché nessun fiore lungamente non vive. L’amava poi in questa forma, attento che forse spessissime fiate soffiava per prati pieni di Hiacinti, come per veder quelli da lui amati; sì come ancho noi spesso andiamo a veder quelli che amiamo. Questo Hiacinto era ancho amato da Apollo, cioè dal Sole, percioché anch’egli, produttore et riguardatore di tai cose, è detto amatore; et perché dà favore a quelli fu detto esser amato da Hiacinto. Attento che ancho ogni cosa pare che ami colui per lo quale è guidata all’essere et continua nell’essere; onde i fiori et l’altre cose oprando il Sole nascono et vivono quanto lungamente vivono. Viene poi detto essere stato morto da Borea perché Borea con la furia del suo soffiare priva tutte le cose d’humore, et le disecca. Ch’egli amasse poi Orithia, questa è una Historia, percioché Theodontio dice che Borea fu un giovane di Thracia nobile et animoso, il quale mosso dalla fama del matrimonio contratto da Tereo, che tolse per moglie la figliuola di Pandione, intendendo Orithia figlia d’Erittonio Re d’Atheniesi essere bellissima donzella, tratto dal disio di lei la dimandò per moglie; il che essendogli negato per lo incesto commesso da Tereo contra Philomena, come se Borea fosse per commetter simile scelerità, egli mosso ad ira, aspettata l’occasione, la rapì nell’anno nono del reame d’Eritteo, et di lei n’hebbe figliuoli. Et così la favola ritrovò luogho dal nome del giovane et dal reame. Penso poi essere stato detto che i cavalli di Dardano fossero generati da Borea percioché fu cosa possibile che Dardano, mosso dalla fama della bontà di cavalli di quel Paese, ivi mandasse a pigliar di stalloni, i quali [p. 082v] congiunti con le sue cavalle egli poi n’hebbe velocissimi cavalli, i cui successori ne serbarono poi sempre razza; et di qui detto quelli essere stati figliuoli di Borea.

ZETO et CALAI figliuoli di Borea.

CALAI et Zeto furono figliuoli di Borea et Orithia; i quali Ovidio dimostra essere andati con Giasone et gli altri Argonauti in Colcho. Ma, sì come dice Servio, essendo stati raccolti et alloggiati da Phineo Re d’Arcadia; il quale, percioché a persuasione della moglie havea privo di lume i suoi figliuoli, anch’egli era stato orbato dalli Dei, et per maggior supplicio gli haveano mandato le Arpie, uccelli molto iniqui et sozzi che continuamente gl’impedivano et bruttavano le vivande, per rimunerar quello dell’hospitio. Zeto et Calai, perché havevano l’ali, furono mandati a cacciar via i famelici uccelli; i quali con le spade in mano perseguitando le Arpie et cacciandole di Arcadia, fino all’isole che si chiamano Plote le condussero; dove, per rivellatione d’Iris avisati che restassero di più oltre non seguitare i cani di Giove, se ne tornarono ai compagni. Il cui ritorno dei giovani mutò il nome all’isole, le quali, sì come erano chiamate Plote, furono poi dette Strophade, percioché Strophe in Greco latinamente significa ritorno. Questo mi ricordo io di loro haver letto. Quello che poi sotto velame s’habbiano le fittioni, è da scoprire. Dice adunque Ovidio che questi tali dopo la pueritia hebbero le piume, le quali io intendo per la barba, et la velocità, che vengono nella gioventù dell’huomo. Circa poi l’allegoria delle cacciate Arpie da questi, dico che per dono divino tutti nasciamo buoni, et la prima moglie de’ mortali è la bontà, overo innocenza; ma finalmente cresciuti in età, per lo più gettata via l’innocenza diventiamo tristi, et alhora si mena la seconda mogliera, percioché ciascuna si lascia guidare dal giudicio del concupiscevole appetito; il quale in quanti pericolosi passi ci guidi n’è testimonio Phineo, cha dal disio dell’oro occupato, mentre crede all’avaritia, che gli fu seconda moglie, priva degli occhi i figliuoli. I nostri figliuoli poi sono l’operationi lodevoli, che alhora sono prive di lume quando le bruttiamo con opre scelerate. Percioché qual cosa più vergognosa possiamo oprare, che rifiutare l’animo buono per acquistar ricchezze? Il che (testimonio Seneca Philosopho) facetamente disse Demetrio ad un certo figliuolo d’un huomo servo, che il dimandava; cioè, essere a lui facile la via di ritrovar ricchezze quel giorno nel quale si pentiva della mente buona. Così anche noi diventiamo ciechi quando per soverchio disio di roba si lasciamo guidare a rapine et vergognosi guadagni. A questi tali son messe inanzi l’Arpie, bruttissimi uccelli et rapaci, i quali io tengo che siano i mordaci pensieri et solecitudini degli avari; da’ quali perciò è detto esser tolte dinanzi le vivande agli avari perché, mentre sono ritenuti da tali pensieri, caggiono in così grande oblio di sé stessi che ancho alle volte si scordano pigliare il cibo, overo mentre gli avari cercano aggrandire il cumulo minuiscono a sé medesimi i cibi, et con la sua miseria gli fanno sozzi. Gli Argonauti che con costui alloggiano, perché tutti furono giovani illu[p. 083r]stri et per virtù famosi, sono da pigliar in vece dei buoni consigli; i quali, benché malamente siano compresi da questi tali, nondimeno alle volte, et ricevuti in loco di premio, danno ricercamento del bene, che (Secondo Fulgentio) s’intende per Zeto et Calai. Questo ricercamento adunque del bene, cioè della verità, opra che i cani di Giove, cioè i mordaci pensieri che continuamente s’accostano agli altrui beni, siano cacciati per sino alle Strophadi, cioè fino alla conversione dell’animo ricercante il bene; la cui conversione non può essere se non lasciati i vitii et cangiati gl’ingordi disii in virtuti che drizzino i suoi passi, et alhora la mensa di Phineo resta priva dai sozzi uccelli dei vergognosi disii. Nondimeno Leontio fa molto più breve questo senso. Dice egli che questa historia fu tale, cioè MPhineo essere stato un ricchissimo Re d’Arcadia et avaro, al quale morta la moglie Stenoboe, dalla cui havea havuto Palemone et Phineo figliuoli, tolse di novo per moglie Arpalice, figliuola di Borea et sorella di Zeto et Calai; per li cui preghi egli acceccò i figlioli. Il che inteso dai corsari che habitavano l’isole Plote, quelli si mossero contra lui, abbandonato quasi da ogn’uno et da tutti odiato per lo commesso fallo contra i figliuoli. Et l’assediarono, et continuamente con machine et ingegni fino nel palazzo gli gittavano mille sporcitie et cose vili. Finalmente venendo in suo aiuto con molte navi lunghe Zeto et Calai quello fu libero dall’assedio, et i corsari cacciati fino all’isole Strophade.

ARPALICE, figliuola di Borea et moglie di Phineo.

ARPAlice (come dice Leontio) fu figliuola di Borea, ma di qual madre non lo dice. Questa fu moglie di Phineo Re d’Arcadia, sì come di sopra s’è detto, et molto contraria ai figliastri.

ZEPHIRO Vento, et Africo et Choro suoi adherenti et figliuoli d’Astreo.

IL vento Zephiro occidentale, che da’ Latini è chiamato Favonio, di complessione è freddo et humido, nondimeno temperatamente. Risolve i verni, et produce l’herbe et i fiori. È detto Zephiro da zephs , che volgarmente suona vita. Favonio, poi, perché favorisce a tutte le piante. Egli spira soavemente et piacevolmente da mezzo giorno fino a notte, et dal principio di primavera fino al fine di state. Dalla dritta di lui vi viene messo Africo, che tempestoso genera folgori et tuoni. Da sinistra Choro, il quale (come dice Beda) nell’Oriente fa l’aere nuvoloso, facendolo sereno in Occidente. Di Zephiro si recita tal favola, cioè una Nimpha nomata Clori essere stata amata da lui et tolta per moglie, alla cui diede in premio dell’amore et della verginità toltale ch’ella havesse ogni imperio et ragione sopra tutti i fiori, et di Clori la nominò Flora. Oltre ciò riferisce Homero nella Iliade costui essersi congiunto con Tiella Arpia, et di lei haver generato Xanto et Balio, cavalli d’Achille. Di queste favole può esser tale il senso. Dice Lattantio nel libro delle Divine Institutioni Flora essere stata una donna che con l’arte meretricia acquistò grandissime ricchezze, delle quali, morendo, lasciò herede il popolo [p. 083v] Romano, serbando di quelle una parte; la quale ogni anno forse spera in dare usura, del cui guadagno voleva che ogni anno si celebrasse il giorno del suo natale con alcuni giuochi, i quali furono detti giuochi Florali et sacrifici Florali di Flora. Il che, percioché in processo di tempo parve al senato cosa vitiosa, et non potendo romper ciò per timor della plebe, gli venne in mente pigliar argomento da esso nome di meretrice accioché si aggiungesse dignità all’opra vergognosa, et indi finsero Flora essere dea dei fiori, et far bisogno placarla con giuochi affine che gli altri con le biade et con le viti fiorisseno bene. Il qual colore seguendo Ovidio, fece ch’ella non ignobile Nimpha sé maritasse in Zephiro, et per premio di dote hebbe in dono dallo sposo di esser dea sopra i fiori. I quali giuochi (come dice Lattantio) si richiedono alla memoria della meretrice, percioché erano celebrati con ogni lascivia et licenza di parole, per le cui ciascuna cosa vergognosa si opra; attento che per voler del popolo dalle meretrici ignude erano essequiti, le quali in quei giuochi facevano l’ufficio dei Mimi. Non so già quello che si voglia inferir Homero per li cavalli ch’egli vuole che generasse di Arpia; et forse non vuole intender quello che noi habbiamo letto in Plinio Secondo essere state solite far le cavalle in Elisbene, ultimo castello d’Hispagna in Occidente. Le quali Plinio dice che vengono in tanta concupiscenza d’haver figliuoli che con la gola aperta sono avezze inghiottire i venti Zephiri quando soffiano, et di loro s’impregnano et partoriscono velocissimi corsieri, ma che picciolo tempo durano. Così forse l’istesso avenne d’una cavalla chiamata Tiella, che s’interpreta procella; overo, come habbiamo detto di sopra, dei cavalli di Dardano generati da Borea.

ALOO decimo figliuolo di Titano.

VUOLE Theodontio che Aloo fosse figliuolo di Titano et della Terra, di cui, sì come testimonia ancho Servio, fu moglie Hiphimedia; la quale violata da Nettuno di lui partorì due figlioli, Otto et Ephialle. I quali furono da Aloo nodriti per suoi, et crescendo quelli (Secondo Servio) ogni mese con nove dita apparecchiano la guerra a’ Giganti contra Giove; Aloo per la vecchiaia non vi potendo andare vi mandò questi due in aiuto, de’ quali tratteremo quando si parlerà dei figliuoli di Nettuno.

PALLENE undecimo figliuolo di Titano, che generò Minerva.

Pallene, Secondo Paolo, fu uno dei figliuoli di Titano, et possedette una isola nel mare Egeo da lui nomata Pallene. Fu huomo fiero et crudele et molto contrario alli dei; del quale Lucano fa ricordo dicendo:

Il Ciclope Pallene al sommo Giove

I folgori cangiò; dipoi si mosse.

Dice l’istesso Paolo che costui fu amazzato da Minerva nella guerra contra Giove; et perciò ella fu poi detta Pallade. Et altrove il medesimo Paolo vuole ch’i fosse folminato da Giove per la sua iniquità inanzi la guerra. Ma Theodontio dice ch’egli hebbe una figliuola chiamata Minerva, dalla cui fu morto perché si sforzava torle la verginità.

MINERVA figliuola di Pallene.

Minerva (Secondo che di sopra s’è visto per Theodontio) fu figlia di Pallene, da lei per difender la virginità morto. Costei Secondo Tullio nelle Nature dei Dei fu la quin[p. 084r]ta tra molte altre Minerve, et dice che a lei vengono ascritte l’ale a’ piedi, o perché amazzato il padre se ne fuggisse veloce, o per qualche altra cagione. Runco et Purpureo, duodecimo et decimoterzo figliuoli di Titano. Runco et Purpureo (come afferma Prisciano nel maggior volume) furono figliuoli di Titano et della Terra; de’ quali dice haver fatto ricordo Nevio Poeta, così dicendo:

Vera in qual forma ne l’insegne espresso

Che gli Atlanti figliuoli di Titano

Huomini da due corpi, et de la Terra.

Nati Purpureo, et Runco iniquamente.

Et Horatio nelle Ode dice:

O quel Porphirion, ch’in stato fiero.

Di questi, altro non mi ricordo haver letto.

Licaone decimoquarto figliuolo di Titano, che generò Calisto.

Licaone, il quale Theodontio dice essere stato Re d’Arcadia, il che non mi ricordo haver letto altrove; et figliuolo di Titano et della Terra, o per lo splendor reale o per qualche altro notabil fatto; overo, il che più tosto credo, perché fu huomo altiero et degli dei sprezzatore, sì come per lo più habbiamo letto essere stati tutti i figliuoli di Titano. Di lui recita Ovidio tal favola. Che, essendo il grido de’ mortali asceso in cielo, percioché in Terra ogni cosa succedeva male, Giove volse con la presenza provar questo, et pigliata forma d’huomo se ne venne al palazzo di Licaone, et oprò di maniera ch’i popoli avertissero Iddio esser in Terra; i quali, per ciò dando opra ai sacrifici, tutti erano beffati da Licaone. Il qual nondimeno, per far prova se fosse vero, come si diceva, che Giove alloggiasse seco, et essendosi imaginato la notte amazzarlo, ma non gli essendo succeduta la cosa, subito rivolse l’animo ad altra sceleratezza. Onde amazzato uno degli ostaggi Molossi, parte a lesso et parte arrosto il fece porre inanzi Giove a mangiare; il quale conosciuta la scelerità sprezzò il cibo et gittò il foco nel palazzo di Licaone, et andossene. Ma Licaone smarrito se ne fuggì ne’ boschi, et cangiato in lupo incominciò Secondo il primiero costume andar dietro alla crudeltà per ingordigia di sangue, crudeleggiando nei greggi. Sotto la corteccia di questa favola Leontio diceva esservi tale historia. Fu già tra gli Epiroti, de’ quali alcuni poi da Molosso figlio di Pirro furono detti Molossi, et i Pelasghi chiamati poi Archadi, discordia et gara; la quale essendosi acquetata, Licaone, che alhora era prencipe dei Pelasghi, dimandò che per fermezza della stabilita pace gli fosse dato almeno dagli Epiroti un ostaggio, attento che da loro prima nacq. la discordia. Al quale dai Malossi fino a certo tempo fu conceduto un giovane de’ più nobili; il quale nel termine dovuto non gli essendo rimandato, fu per suoi legati dimandato. Ma Licaone, o perché gli paresse che gli fosse dimandato per superbia o per altra cagione turbato, percioché era huomo tristissimo et d’animo altiero, rispose agli ambasciadori che il giorno sequente gli renderebbe il suo ostaggio, et comandò che la mattina venissero a desinar seco; et segretamente fatto amazzare l’ostaggio, il fece cuocere et porre inanzi ai legati et gli altri convitati. Era per aventura tra loro a mangiare un giovane alhora chiamato Lisania, quello che poi fu detto Giove, huomo a quel tempo appresso Arcadi di grandissima riputatione; il quale havendo conosciuto le membra humane, gittate le tavole a terra et turbato per l’inique scelerità se n’andò in publico, et col favore di tutti i popoli fece adunatione contra Licaone et i suoi seguaci. Onde messosi all’ordine lo condusse a combattere, et vintolo il cacciò del reame. Di che Licaone cacciato, essule et povero, con pochi se ne fuggì ne’ boschi, et [p. 084v] incominciò mettersi alla strada et vivere di rapina; il che diede luogo alla favola ch’egli si fosse convertito in lupo. Percioché, se dirittamente vogliamo riguardare, nessuno non deve dubitare che, quanto tosto drizziamo la mente all’avaritia et alla rapina, spogliati d’humanità si vestiamo di lupo; et tanto duriamo lupi quanto tale appetito continua in noi, serbando solamente la effigie d’huomo. Appresso diceva l’istesso Leontio altri affermare Licaone essersi cangiato in vero lupo, affermando questi tali in Arcadia esservi un lago il quale, chi lo trappassava, subito si trasformava in lupo; ma s’egli s’asteneva da carni humane, et passato il nono anno ritornava a nuotare il detto lago, gli era restituita la primiera forma. Il che sapendo Licaone, et temendo molto l’ira di Giove et de’ suoi, et per la sua perfidia non sapendo dove viver securo, per poter aspettare senza tema della vita l’essito della cosa passò oltre quel lago; et divenuto vero lupo tra gli altri animali di quella istessa qualità habitò nelle selve, abandonando Calisto sua unica figliuola et donzella. Oltre ciò scrive Plinio nel libro della Naturale Historia le tregue nelle guerre essere stata inventione di questo Licaone, et ancho dei giuochi gimmici in Arcadia.

CALISTO, figliuola di Licaone et madre d’Arcade.

Calisto fu figliuola di Licaone, come a bastanza si vede in Ovidio. Costei, Secondo che scrive Paolo, cacciato già il padre tra il tumulto delle cose, ancho donzella fuggì fuori del palazzo et entrò nelle selve, dove si fece compagna alle Nimphe di Diana. Appresso le quali fu da Giove in forma di Diana impregnata, et per lo crescere del ventre manifestandosi il peccato fu cacciata, et partorì Arcade. D’amendue equali a pieno si dirà più basso trattandosi di Arcade, et spetialmente dirassi quello che riferisce Leontio di questa fittione. Nondimeno costei è chiamata con diversi nomi, percioché Arctos in greco significa volgarmente orsa. Oltre ciò vien detta Elice dal girar del giro, perché in greco i giri sono detti Eliaci. È ancho chiamata Cinosura; il qual nome prima furono due, cioè Cinos, che volgarmente suona cane, attento che il segno celeste che poi è detta Orsa si chiamava Cane, et ancho hoggidì da alcuni è così nomato; Uras poi volgarmente suona Bue salvatico, conciosia che con l’istesso nome è detta per l’inalzata coda in guisa d’un mezzo cerchio. Il che più s’appartiene al bue selvaggio, che non fa alcune lo all’orsa, percioché (come si dice) il bue selvaggio porta la coda alta tanto che pare che faccia un mezzo circolo. Si noma ancho Phenice, così volendo l’inventor Thalete che medesimamente fu Phenice, overo perché i Phenici, che furono eccellentissimi nocchieri nel navigare, furono i primi che si reggessero per quella. Si chiama ancho settentrione; il che è nome d’Arcade, overo dell’Orsa Maggiore, percioché vien dinotata da sette stelle, attento che Teron s’interpreta stella.

I GIGANTI, generati dal sangue dei Titani et della Terra.

Nacquero (come testimonia Paolo et Theodontio) i Giganti dal sangue dei Titani et dalla Terra; la qual cosa par ancho che dimostri Ovidio, dove dice:

Quel, ch’i fieri, e i smisurati corpi

Stavan sepolti dal suo grave peso.

[p. 085r] Et indi va continuando per sei versi. Dice Theodontio che questi tali hebbero i piedi di serpenti et che mossero guerra a Giove, sì come haveano fatto i padri. Ma non hebbero mai ardire moversi per insino che Egla, bellissima donna et moglie di Pane, fu tenuta nascosta dalla madre nel loro speco; la quale nascosta, subito fecero empito contra i dei, et di maniera gli smarrirono che gli cacciarono fino in Egitto, cangiati in altra forma. De’ quali dice Ovidio:

E l’uscito Tipheo fuor de la terra

Ai dei fece timor; onde, che tutti

Voltarono le spalle per salvarsi,

Fin che lassi in Egitto, dove il Nilo

Per sette foci si partisce, et entra

Quelli raccolse; quivi venne anchora

figliuolo della Terra il gran Tipheo;

Et fé, ch’i dei sotto altre effigie, e forme

Si nascoser da lui. Giove divenne

Capo di greggi con le spalle chine,

Indi coi corni fecesi montone.

Delio in un corvo; et in un capro poi

Di Semele la prole; et la sorella

Di Phebo in Phele. Poi Giunone in una

Bianca giuvenca; et Venere divenne

Pesce; et Mercurio fecesi cicogna.

Et quello che segue. Ma in alcune cose Theodontio et Ovidio discordano insieme, dicendo Theodontio ciò essere stato fatto dai Giganti et Ovidio da Tipheo, che venne dal centro della Terra. Oltre ciò discordano ancho nelle trasformationi degli dei, percioché Theodontio dice che Giove si cangiasse in Aquila, Cibele in Merla et Venere in Anguilla. Vuole poi che Pane si gittasse quasi tutto in un fiume, et che quella parte qual restò sopra la riva si mutasse in un becco, et quella che entrò nel fiume in pesce; della cui figura dice che Giove fece poi il capricorno. Finalmente afferma che Giove hebbe per oracolo che, se voleva ottenere la vittoria, devesse coprire lo scudo di Egla moglie di Pane et il suo capo della Gorgone; il che fatto, in presenza di Palade furono rotti et dispersi i Giganti, et da Giove cacciati nell’Inferno. Molte cose ci restano a dire dopo queste, se vogliamo scoprire i sensi delle fittioni. Ma inanzi l’altre, in tutto non fu finto esservi stati i Giganti, cioè huomini che oltre modo trappassavano la statura degli altri, anzi si trova essere verissimo; et chiaramente a questi giorni appresso Trapani castello di Sicilia ciò ha dimostrato un caso fortuito. Percioché, cavando alcuni huomini agresti i fondamenti d’una casa pastorale a’ piedi del monte che sopra sta a Trapani, non lontano dal castello trovarono l’entrata d’una certa caverna; onde i lavoratori, desiderosi di vedere ciò che vi fosse entro, accese alcune facelle passarono inanzi, et ritrovarono un antro di grandissima altezza et larghezza, per lo quale caminando inanzi videro all’incontro dell’entrata un huomo d’ismisurata grandezza ch’ivi sedeva. Là onde smarriti, subito rivolsero le piante et uscirono della spelonca, senza mai fermare il corso fino attanto che non furono giunti nel castello, narrando a tutti quello che haveano veduto. Maravigliati i cittadini adunq., per vedere che male fosse questo, accese molte facelle et pigliate l’arme, come quasi havessero ad andare contra suoi inimici, tutti uniti insieme uscirono della città, et più di trecento di loro entrarono in quella spelonca; onde tutti stupefatti videro quello che haveano fatto i primi lavoratori. Finalmente fattisi più vicini a quello, poscia che conobbero quell’huomo non essere vivo, videro un certo huomo che stava assettato sopra una sedia, et nella mano sinistra havea un bastone di tanta altezza et grossezza che trappassava ogni antenna di grandissimo navilio. Così ancho l’huomo era d’ismisurata et non più veduta statura, in nessuna parte roduto né sminuito. Et tosto che uno di loro stese la mano et toccò quel [p. 085v] bastone, subito se n’andò in cenere et polve; et caduta che fu tutta quella corteccia vi restò un altro bastone di piombo, il quale era alto fino alla mano del Gigante. Onde, sì come a pieno si conobbe, quel tal bastone era pieno di piombo accioché fosse più grave; di che pesato poi da quelli che il videro, eglino affermano che pesò quindici cintari al peso di Trapani, ciascuno de’ quali è al peso di cento libre communi. Locata poi la statura dell’huomo, quello poi medesimamente si disfece, et quasi tutta andò in polve. Onde toccato da alcuni con le mani, vi furono trovati solamente tre denti anchora intieri, et d’una estrema grandezza. Il loro peso era di tre rodoli, cioè di cento oncie communi. I quali i Trapanesi per testimonio del trovato Gigante et in eterna memoria dei posteri ligarono con un filo di ferro, et gli appesero in una certa chiesa della città fabricata ad honore dell’Annuntiata et dell’istesso titolo adornata. Oltre ciò trovarono una parte del ventre d’inanzi fermissima et capace di molti moggia di fromento; così ancho l’osso dell’una delle gambe, del cui, benché per la grandissima quantità degli anni una buona parte ne fosse ita in polve, nondimeno si trovò, da quelli che fecero il saggio Secondo la proportione dell’altre membra communi, che quello era stato di grandezza di dugento cubiti et più. Di che fu tenuto da alcuni de’ più saggi costui essere stato Erice, potentissimo Re del luogo, figliuolo di Bute et di Venere da Hercole amazzato, et in quel monte sepolto. Altri istimano che fosse Erithello, il quale già nei giuochi funerali ordinati da Enea per lo padre Anchise con un pugno havea morto il toro. Altri poi uno dei Ciclopi, et spetialmente Poliphemo, di cui riferisce molte cose Homero, et dopo lui Virgilio, sì come si vede circa il fine del terzo libro dell’Eneida. Vi furono adunq. Giganti di grandissima statura, il che dimostra ancho la Sacra Scrittura; tra quali, se bene non ve ne fu di così maravigliosa grandezza come costui, almeno se ne ricordano due, cioè Nembrotto, che s’imaginò edificar la torre contra Iddio, et Golia Philisteo, con la fronda et con sassi vinto da Davite. Questi tali scrive Gioseffo, huomo in altre cose saggio et dotto (sì come testimonia nel libro dell’Antichità Giudaica) essere stati generati dagli angeli che si congiungevano con le donne de’ mortali; il che veramente è da ridersi, essendo la cagione di generare i gran corpi, le stelle et la certa rivolutione del cielo, per la quale ancho all’età nostra è avenuto che alcuni sono stati di statura così grande che hanno sopravanzato la testa d’ogni grand’huomo. Ma io hora istimo i Poeti haver parlato di questi, se saranno huomini benigni et che vivano humanamente; ma di questi, de’ quali pare che intenda Macrobio nel libro dei Saturnali, dove dice che altro è da credere che fossero i Giganti eccetto che una certa scelerata progenie d’huomini che negava Iddio, et per ciò è tenuta che volesse cacciar quello dal cielo. I piedi di questi tali erano a guisa di quelli dei dragoni, il che significa loro già mai non essersi imaginati cosa dritta né che fosse buona in tutto il tempo del viver suo, anzi a cose infernali. Non deve adunq. parer cosa strana all’huomo saggio che tali si fossero gli huomini prodotti dal sangue dei Titani et dalla Terra, conciosia che per lo più un simile genera un altro tale; et però drittamente possiamo chiamare i superbi huomini figliuoli dei Titani, huomini superbi, se non per sangue, almeno per costumi et per vitio. De’ quali nessun’altra può meglio chiamarsi madre che la terra; onde Macrobio già ve ne ha mostrata la ragione, cioè questi tali giamai non pensare a cosa divina, santa, né giusta; anzi ogni intento della vita loro tende a cose terrene et infernali. Nondimeno che questi tali habbiano havuto guerra con Giove Cretese, non è cosa in tutto favolosa. Si trova per l’historie antiche Giove haver fatto due famosissime guerre, la prima con i [p. 086r] Titani per liberare i suoi parenti da loro imprigionati, la seconda con esso suo padre Saturno, il quale (Secondo Lattantio) cercava darli la morte; et questa fu detta guerra dei Giganti. Et Secondo alcuni appresso Phlegra territorio di Thessaglia si venne a giornata, dove Saturno fu vinto et abbattuto. Che poi a lui per oracolo fosse comandato che cuoprisse lo scudo con la pele d’Egla et il suo capo con la Gorgone, onde Egle dalla Terra fu nascosta in una spelonca, cred’io che si debba intendere l’aiuto dei greggi et degli armenti ne’ quali stavano le ricchezze degli antichi; i quali si debbano pigliare per Egla, che vuol dire l’istesso che capra. Vi si debbono poi intender ancho i frutti dei terreni, i quali intendo per Gorgone; di che da questi tali aiuti le grandissime spese delle guerre sono sostentate. Et così lo scudo di Giove fu coperto, cioè trovata la difensione, et il capo coperto, cioè fortificato di consigli. Cessando adunque questi, si dice che Egle si è nascosta, et alhora gl’inimici pigliano ardire contra gl’inimici come quasi contra un disarmato; finalmente standovi questi et Pallade, che qui vi si deve intendere per la disciplina militare, s’acquista la vittoria. Che poi siano cacciati nell’Inferno, quelli c’hanno finto hanno voluto mostrar l’ostinatione dei superbi alla fine essere humiliata et cacciata. Nondimeno a questa guerra dei Giganti vi s’aggiungeno molte cose che qui non sono messe, cioè che quelli posero monti sopra monti per salire in cielo, et haver ancho oprato altre cose le quali sono da riferire alle attioni di guerrieri. Drizzano veramente fortezze, et sopra monti edificano torri per occupare il cielo, cioè il regno del nemico; tutte le quai cose alla fine sono rovinate dal vincitore, sì come fu fatto da Giove. Di questa guerra de’ Giganti et delli dei teneva altra openione Varrone. Diceva egli che tal guerra fu quando cessò il diluvio, percioché alcuni con tutte le masseritie s’erano fuggiti sopra i monti; i quali, poscia ingiuriati con guerra da altri che erano discesi da altri monti, sì come superiori agli altri facilmente gli cacciavano; onde fu finto gli dei esser stati i superiori, et gl’inferiori gli habitatori della Terra. Et perché dalle valli cercavano salire in alto, et col petto per terra a guisa di serpenti parevano caminare, fu detto ch’eglino havevano i piedi di serpi. Che poi per tema di Tipheo gli dei, cangiate le loro forme, fuggissero in Egitto, intende altro che la historia, overo la moralità. Percioché per Tipheo, che fu figliuolo della Terra, è da intender essa Terra, et spetialmente quella parte la quale a noi settentrionali è habitata; dalla cui gli dei, cioè il Sole, per lo cui (come piace a Macrobio nel libro dei Saturnali) l’avanzo della moltitudine dei dei si deve intendere, alhora fuggono quando il Sole incomincia declinare dall’Equinotio dell’autunno verso il Polo Atrantico. Il qual Sole alhora si dilunga dalla terra cioè dalla regione nostra, che siamo settentrionali, et tende all’Egitto, cioè in Auro, overo ai paesi australi. Gli dei haver poi cangiato le loro effigie, ciò più tosto per aventura è stato posto per ornamento della fittione che per altro, perché (come dice Agostino nel lib. della Città d’Iddio) tutte quelle cose che si narrano esser fatte non sono da istimare che habbiano significato, ma alle volte sono ordite per quelle che significano alcuna cosa quelle che nulla contengono. La terra col solo aratro si toglia; ma accioché questo si possa fare, ancho gli altri membri dell’aratro sono necessari. Et le corde sole nelle cittare et negli altri instrumenti musici sono atte al canto; ma affine che vi si possano acconciare vi s’aggiungono altre cose. Alla coniuntione degli organi vi s’aggiungono quelle cose che non son percosse dai risonanti, ma quelle che non percosse fanno l’armonia. Ciò dice Agostino. Et però, benché vi siano delle cose che non facciano mistiere, accioché non paia c’habbiamo fuggito la fatica v’agiungeremo quello che loro sotto queste forme habbiano potuto intendere. Dice adunq. Ovidio che Gio[p. 086v]ve si cangiò in un montone per dimostrar in ciò la natura di Giove; e il montone, piacevole et benigno animale, non nuoce a nessuno se vien lasciato in pace. Oltre ciò è di molto utile, percioché ad accrescere il gregge solo basta ad un gran numero; et appresso non solo è marito del gregge, ma ancho guida et capo, perché se non v’è il pastore esso va inanzi et fa la strada al gregge, et per dritto tale il conduce alle stalle. Le quali cose paiono tutte appropriate a Giove tra molte altre. Egli è pianeta benigno et piacevole, se per coniuntione d’un altro non è guasto. È medesimamente utile, perché provoca i maturi parti delle donne all’essito, et gli manda in luce. Giova a tutti, sì come suona esso nome. Così è capo del gregge, cioè Re et signore dei dei, Secondo che afferma tutto l’errore dei gentili. Il Sole, poi, in un corvo essersi cangiato istimo io per dimostrare dirittamente una delle proprietadi del Sole. Credettero gli antichi il corvo haver in sé una proprietà di prevedere il futuro, et però, perché il Sole è detto Iddio dell’indovinare, sì come si dirà dove si tratterà d’Apollo, a lui sacrarono il corvo; il quale (Secondo Fulgentio) tra gli uccelli solo ha cinquantaquattro mutationi di voce. Là onde agli auguri antichi nel pigliar degli auguri era gratissimo uccello. Baccho poi mutato in una capra si conviene al tempo del verno, percioché il vino, cioè Baccho, constretto dal freddo del verno tra sé raccoglie le sue forze, et parendo di minor possanza che non è per lo freddo, viene bevuto dai pazzi. Ma poscia che è bevuto, crescendo per lo calore dello stomacho si estende, et a guisa di capra tende alle parti sublimi, et opra che gli huomini riscaldatisi diventino più animosi, et tendino più in alto. Che ancho la Luna si mutasse in Phele, cioè in una damma, questo fu detto per dimostrare la sua velocità, essendo la dama un animal velocissimo; né a lei per difendersi è conceduto dalla natura nessuna altra arma eccetto la fugga. Così la Luna tra i pianeti è velocissima. Giunone poi in una bianca vacca perché la giuvenca è utile animale, et così la terra; la quale alle volte s’intende per Giunone, e fertile; è poi detta bianca percioché il verno si cuopre di nevi. Venere divenne un pesce affine di mostrare la sua grande humidità, overo che Venere si nodrisca con l’humidità. Mercurio poi fu detto essersi trasmutato in una cicogna percioché la cicogna è uccello di compagnia, là onde si mostra che Mercurio si conface con tutti; et sì come la cicogna è inimica dei serpenti, così Mercurio è palesatore delle astutie. Secondo Theodontio, poi, Giove si converse in Aquila accioché per l’aquila, la qual vola più alto degli altri uccelli, s’intendano i suoi sublimi effetti. Cibele penso essersi cangiata in Merla perché il merlo è un uccello che continuamente vola presso terra, accioché per la merla dinoti la terra. Per l’anguilla poi, nella cui dice essersi mutata Venere, credo de’ versi intendere il variare et l’instabilità di Venere. Per Pane in un capro dal mezzo in su, et dal mezzo in giù in pesce cangiato, intendo tutto il mondo, il quale è governato dalla natura delle cose, cioè da Pan; il quale nella superior parte, cioè la terra che è sopra l’acqua, pasce i capri et gli altri animali, nella parte più bassa poi, cioè nell’acqua, è finto pesce perché produce i pesci et gli nodrisce. Ma essendo già fornita tutta la prole di Titano, faremmo ancho fine a questo libro.

IL FINE DEL quarto LIBRO.

[p. 087r]

LIBRO quinto di messer GIO. Boccaccio

sopra la Geneologia degli Dei,

tradotto et adornato

per M. Giuseppe Betussi da Bassano.

Al non men nobile che generoso suo Signore,

il Conte Collaltino di  Collalto.

Non ancho a pieno haveva finito condurre in mezzo la superba prole di Titano, et ecco (di maniera circa il principio con impeto fino dal profondo s’erano adunati i mari) che quelli venti, come se si fossero partiti chiamati dall’imperio di Eolo, tutti riposarono; et uno oscuro velo, languido et vuoto, mi s’accostò alla faccia. Il che riguardando io, subito conobbi esser poco da riposare. Né mi maraviglio che, se Giove s’è affaticato in fulminare, di quello che di me potrà pensare l’huomo saggio scrivendo i scelerati costumi del genere iniquo. Entro adunque nel lito, et monto in alto per veder dove volentieri m’havesse lasciato lo spirito; et mentre d’intorno rivolgo gli occhi, conobbi ch’io sotto e’ piedi havea la terra attica; et desideroso di vedere diffusamente il circuito del tutto, vedeva le cose passate non con ordine certo, ma sì come la memoria me le rappresentava. Cosi hor qua hor là drizzava gli occhi, et primieramente per alquanto spatio considerai le alte cime dei monti d’Arcadia et gl’inacessibili boschi, meco stesso dicendo: in questi habitò Mercurio fanciullo. Per quelli Diana guidava i chori, vi discorreva Atlante, et ancho il picciolo Partenopeo soleva cacciare i cervi. In quello si nascose la vergine Calisto. Indi rivolgendomi subito al lito, vidi non dirò Athene, ma a pena di quella un picciolo et consumato signale; onde mi risi dei pazzi giudici della mortalità nostra, per li quali ingannata l’antichità, mentre pensava quella per l’avenire haver ad essere eterna, [p. 087v] prima trasse i dei in contentione nel darvi nome, indi per loro sentenza la chiamò immortale; hora, mo’ finiti pochi secoli, testimoniano per le rovine esser giunto il suo fine. Veramente con veloce passo noi, et tutte le cose nostre vanno alla morte. Nondimeno, come che la città fosse vacua, anzi più tosto vi fossero a pena le vestigia, meco stesso incominciai considerare quanto già fosse ornata di splendore di Philosophi et Poeti, nobilitata di tutti gli studi, quanto generosa di Re et capitani, quanto famosa di potenza et quanto chiara per lume di vittorie; di che mi spaventai tutto, veggendo ogni cosa esser posta sotto un monte di ruine, così di tempi come di palazzi. Finalmente mi rimosse da questa consideratione il monte di Parnaso posto quasi nel mio conspetto, et per molti versi celebrato, tutto pieno d’odori di lauri de’ Poeti; et antichissimo et soave albergo delle Muse. Il quale riguardando io con una certa riverenza di mente, et havendo compassione al deserto fonte Castalio, vidi l’antico inganno dell’antico inimico, cioè l’antro d’Apollo Delphico; dal cui li enigma ch’uscivano et le dubbiose risposte, sì come in Chariddi che inghiottisce il tutto, così lungamente trassero le infelici anime de’ gentili nel centro della dannatione eterna. Nondimeno alhora il vidi mutolo et senza lingua, non ornato di statoue d’oro, non lucente di pietre pretiose, ma quasi tutto coperto di diversa varietà di radici et serpenti, così volendo il Sacro Iddio; il quale non con parole intricate, ma de’ Santi Propheti che furono dal principio, con chiaro parlare manifestò a quelli c’haveano a venire i sacri misteri dell’aspettata salute. Di qui fino in Thebe di Boemia, luogo molto lontano, portommi la fantasia; presso la cui, mentre ricerco et veggio le habitationi et i superbi edifici di Bacco et di Hercole posti tra rovine et polve per terra, il puzzolente odore oscuro et tetro del percosso Learco ad un sasso, del troncato Pentheo, dello stracciato Atteone et delle ferite dei fratelli, mi condusse in altra parte. Et passando fino in Lacedemonia, non pur vi vidi le rocche d’Agamennone, la dannosa bellezza d’Helena, le sacre leggi di Ligurgo, né le insegne del molto grande Imperio, ma a pena vi puoti conoscere ove in Grecia io potessi fermare un occhio; et per ciò drizzai gli occhi fino alla roccha corinthia che toccava quasi le stelle, attento che mi venni a ricordare di Lacedemone et Sisipho. Ma che tante cose? Mentre in questo modo, clementissimo Re, vado variando, conobbi essermi alquanto rinovate le forze che per la fatica dianzi s’erano indebilite, et essere invitato da una dolce aura all’incominciato viaggio. Là onde smontato da quel tumulo et altezza, avisato quasi del viaggio ch’io era per fare, entrai in una picciola barchetta, et chiamato il nome di colui che già tanto in Chana fece le insipide acque soave vino, diedi la vela ai venti, per scrivere la notabil progenie del Secondo Giove.

GIOVE Secondo, et nono figliuolo del Cielo, il quale generò quindici figliuoli, cioè Diana,
Apollo, Titio, Baccho, Amphione, Cetho, Calatho, Pasithea, Egiale, Euphrosinne, Lacedemone,
 Tantalo, Hercole, Minerva et Arcade.

[p. 088r]

Di Sopra nel terzo libro è stato detto del Cielo, del cui testimonia Tullio, nel libro delle Nature degli Dei, Giove Secondo essere stato figliuolo; et dice che nacque in Arcadia, ma non già di qual madre. Di costui, benché io mi creda che fossero grandi le attioni, senza le quali non havrebbe potuto meritare così gran nome, nondimeno la fama overo le antiche memorie de’ precessori n’hanno riportato pochi appresso noi; et se forse alcuni ne sono pervenuti, non si ha certezza se fossero suoi, o più tosto del primo o del terzo Giove. Tuttavia narrerò quelli pochi che afferma Theodontio essere stati di costui. Vuole adunque Theodontio costui essere stato un famoso huomo, il quale prima appresso i suoi, per haver vinto et privato Licaone re d’Arcadia del reame, che nel convitto gli havea posto inanzi le membra humane, fu incominciato chiamar Giove, rispetto alla giusta vendetta fatta dell’iniquo Re. Nondimeno Leontio, dove ha trattato di Licaone, chiama costui Lisania, il quale habbiamo detto che fu il primo Giove et Re d’Atheniesi; et per ciò non ho che mi dire di lui, eccetto che un più prudente di me, se può, accordi queste differenti openioni. Dopo questo Theodontio dice che costui si transferrì in Athene dove pervenne in molta grandezza, et che per la vergognata Latona hebbe grandissima guerra contra Ceo; et havendolo vinto con grandissima gloria ritornò ad Athene, et al primo Giove sacrificò un bue. Indi instituì appresso gli Atheniesi molte cose appartenenti alla lodevole città, per le quai cagioni di commune consentimento degli huomini fu chiamato Giove. Del tempo poi non si ha certezza. Nondimeno sono di quelli che credano lui essere stato il primo Re Cecrope d’Atheniesi; ma da ciò discorda la publica openione, perché Cecrope fu Egittio et Giove Arcade. Altri poi il dicono più antico; non per ciò alcuno vi dà certo tempo, là onde il lasciaremmo.

DIANA prima, figliuola del Secondo Giove.

COL testimonio quasi di tutti i Poeti, Diana fu figliuola di Giove et di Latona, et nacque nell’istesso parto quando Apollo, sì come è stato mostrato di sopra dove s’è trattato di Latona. Vollero gli antichi che costei fosse famosa di verginità perpetua; et perché, sprezzata la conversatione degli huomini, habitava nelle selve et s’essercitava nelle caccie, la dipinsero con l’arco et la pharetra, chiamandola dea dei monti et boschi. Indi vollero ch’il suo carro fosse guidato da bianchi cervi, et che continuamente si stesse in compagnia di Nimphe, et da loro fosse servita. Il che dimostra Claudiano dove tratta delle Lodi di Stilicone, dicendo:

Disse; et incontanente fu portata

Da un’alpe assai fronzuta, et d’herbe piena.

Et indi continua per molti versi. Oltre ciò vollero ch’essa fosse dea delle strade, et insieme con la Luna la chiamarono con diversi nomi. Ma lasciate queste cose, è da avertire quello che sopra ciò si debba intendere. Fu costei veramente figliuola di Giove huomo et di Latona, et è ancho cosa possibile che fosse una certa vergine, sì come alcune sono che abhorriscono la compagnia de[p. 088v]gli huomini; et così essere stata illustre per verginità perpetua, et alle caccie haver atteso. Et parendo che queste cose si convengano alla Luna, la quale col suo freddo ha possa di raffrenar le concupiscenze carnali, et col suo notturno lume allumare i boschi et i monti, molti aggiunsero queste cose essere proprie della Luna, tanto quanto s’ella fosse la Luna; et come pazzi la giudicarono essa propria, sì come di sopra spesse fiate è stato detto d’alcuni altri. Et perché di queste cose dove s’è della Luna trattato non s’è quasi detto nulla, seguiremmo hora alquanto più ampiamente. Si adorna adunque Diana con l’arco et la Pharetra, affine che per ciò s’intenda la Luna, che anch’essa è arciera di raggi, i quali sono da intendere in loco delle saette; et però sono detti saette perché alle volte sono nocivi et mortali. È detta poi dea dei monti et boschi perché pare essere proprio della Luna con le sue humidità dar vigore all’herbe et alle piante, et quelle nodrire, et ancho darle accrescimento. Se le aggiunge il carro non solamente affine che perciò s’intenda il girar del cielo, il cui camino da lei viene fornito più velocemente di tutti gli altri pianeti, anzi per designare il girare che fanno i cacciatori per li monti et boschi; la qual carretta viene detta essere guidata da cervi perché pare che il desiderio de’ cacciatori sia condotto da selvaggi animali. Gli fanno bianchi, percioché dai Phisici tra gli altri colori la bianchezza è attribuita. Ch’ella habbia le Nimphe compagne si deve intendere per l’humidità continua, della quale abonda, non essendo altro Nimpha che acqua, overo complessione humida, sì come si mostrerà più di sotto dove si dirà delle Nimphe. Ch’ella sia servita da quelle, ciò è posto per ornamento della fittione, overo vogliamo dire che l’humiditadi servono all’influenze della Luna. Che poi sia sovrastante delle strade, vollero questo perché vincendo col suo lume le notturne tenebre rende quelle a’ viandanti spedite, overo perché le strade siano simili di sterilità alla vergine Diana. Volsero ch’ella fosse chiamata Diana, sì come dice Rabano nel libro dell’Origini delle Cose, quasi Duana, percioché appaia il dì et la notte, et mostri servire ad amendue. Ma Theodontio istima altrimenti, come è stato detto altre volte. Questo pianeta si chiama Luna, quando la sera luce. Diana, poi, quando col suo lume viene verso il giorno, et alhora è più atta a cacciatori et viandanti; onde si dice in quell’hora vergine, perché dopo haver girato mezzo il cerchio del cielo non concede a pieno il nodrimento alle piante, né di novo alle piante presta utile accrescimento, come fa mentre viene girata in contrario partendosi dal Sole. È poi detta Cinthia dal monte Cinthio, dove spetialmente era riverita. Del resto, s’è altrove detto.

APOLLO Secondo, figliuolo del Secondo Giove, che generò sedici tra figliuoli et figliuole,
cioè Laphita, Eurimone, Mapso, Lino, Philestene, Garamante, Orpheo, Aristeo, Nomio,
Auttoo, Argen, Esculapio, Psische et Arabe.

[p. 089r] APOLLO medesimamente fu figlio di Giove et di Latona, et nacque nell’istesso parto con Diana, Secondo che è stato detto dove si ha di Latona narrato. Di costui si dicono molte cose, le quali forse non meno furono sue che d’altrui, scrivendo Cicerone che oltre lui vi furono tre altri Apolli. Ma perché tutti i Poeti s’inchinano a costui, come s’egli solo fosse stato Apollo, et per ciò non si vede a pieno quelle che furono d’altri, è necessario attribuire il tutto a costui solo. Dissero adunque, dopo la favola del suo nascimento, costui essere stato Iddio della divinità et sapienza, et inventore della medicina. Oltre ciò vogliono ch’egli amazzasse i Ciclopi, et per tal causa essendo alquanto tempo della deità privo, haver pascolato gli armenti d’Admeto re di Thessaglia. Vollero appresso che, essendogli stato da Mercurio donato la citara, egli divenisse capo delle Muse d’Elicona, cioè che sonando la lira le Muse cantassero. Similmente il fecero senza barba, et gli sacramenti l’albero del Lauro, gl’hiperborei Griphi, il corvo et i versi buccolici. Il chiamarono ancho con molti nomi, et gli attribuirono diversi figliuoli. Questa è una lunga continuatione di figmenti; de’ quali, se vogliamo cavare il senso, prima è da avertire esser necessario alle volte intendere che fosse huomo, come fu, et alle volte pigliarlo per lo Sole. Fu adunque costui huomo, et figliuolo del Secondo Giove et di Latona, Secondo che più volte è stato detto. Ma Tullio dove tratta delle Nature degli Dei dice che fu figlio di Giove Cretese, et dagli Hiperborei monti esser venuto in Delpho. Il che, se così fosse, molte cose dette di sopra sarebbero vane. Nondimeno (salva sempre la riverenza di Cicerone) io non credo questo, dicendo Eusebio nel libro dei Tempi che Apollo et Diana nacquero di Latona regnando in Argo Steleno, et nell’anno quarto della sua signoria, che fu negli anni del mondo tremilasettecento et undici; comprendendosi per li scritti dell’istesso Eusebio Giove Cretese essere stato molto da poi. Ma Theodontio dice questo essere stato figliuolo del Secondo Giove et haver regnato appresso gli Arcadi, ritrovando a loro nove leggi, et per nome essere stato detto Homio; ma per la soverchia crudeltà delle leggi essere stato dai sudditi del reame cacciato et haver riccorso da Admeto Re di Thessaglia, dal cui Admeto gli fu conceduto il governo sopra alcuni popoli appresso il fiume Amphriso. Là onde nacque la favola che per gli amazzati Ciclopi fu privo della deità, et anco a pascere gli armenti d’Admeto. Nondimeno l’istesso Eusebio dice che Apollo nato da Latona non fu quello dal quale gli antichi solevano andare a pigliar gli oracoli, ma quello che servì ad Admeto. Et con quello (come dice Tullio) che dai monti Hiperborei venne a Delpho, puote esser figliuolo di Giove Cretese. Della natività adunque di costui, nelle cose precedenti dove s’è parlato di Latona si sono dette molte cose, et più se ne potrebbono leggere che sono scritte in Macrobio nel libro dei Saturnali, quali veramente sono utili et non molto discordanti dalle scritte di sopra; et però non le ho notate. In costui appresso (come afferma Theodontio), il primo che conoscesse le forze dell’herbe et accommodasse le loro virtù ai bisogni degli huomini; et però non solamente fu tenuto inventor della medicina, ma Iddio, conciosia che molti infermi dai suoi rimedi conseguivano la sanità. Et perché egli ritrovò le concordanze dei polsi degli huo[p. 089v]mini, dicono che da Mercurio, prencipe dei numeri et delle misure, gli fu conceduta la cithara; volendo per ciò intendere che, sì come per diverse voci che si moveno dal diverso toccar delle corde, se sono toccate drittamente et a misura si fa una melodia, così dai diversi motti dei polsi se dirittamente sono ordinati, il che s’appartiene al buon medico, si fa la sanità per la concordanza del ben disposto corpo. Et perché veduti i segni dell’infermitadi a molti prediceva la morte et la sanità, a lui fu conceduta la deità dell’indovinare. Et così il lauro et il corvo gli fu sacrato, imperoché, come è stato altre volte detto, se le frondi del lauro sono legate dietro il capo di colui che dorme dicono ch’ei si sognerà cose vere; la qual cosa è specie di divinità. Così ancho è stato detto il corvo havere cinquantaquatro mutationi di voci, dalle quali gli Auguri affermavano che benissimo comprendevano le cose future; il che ancho s’aggiunge a mostrare l’indovinatione. Alberico poi diceva essere stato finto lui haver amazzato Phitone, perché Phitone s’interpreta levator di fede; il qual toglier di fede alhora si leva di mezzo quando si nasconde la chiarezza della verità, il che si fa per lo lume del Sole. Ma alhora è pianeta et non huomo; per lo cui ancho (come affermano i Mathematici) si dimostrano molte cose future a’ mortali. È poi stato tenuto Iddio della sapienza per li consigli salutiferi dati da lui agl’infermi, che gli dimandavano; et ancho perché (intendendosi del Sole) col suo lume mostra le cose da schifare et quelle da immittare, la qual cosa è propria dell’huomo saggio. Dicono poi il Sole pianeta essere senza barba perché è sempre giovane, levandosi ogni giorno come novo. Vollero già ch’egli cantasse in lira et fosse capo delle Muse, percioché tennero lui principe et governatore dell’armonia celeste, il quale con la cognitione et dimostratione tra i novi diversi circuiti delle sphere, sì come tra le nove Muse, prestasse a quelli le loro concordanze. Hora si dirà dei nomi. Chiamasi Apollo, che (Secondo Fulgentio) s’interpreta perdente; et però sono alcuni popoli d’Ethiopia che (quando egli si leva) il malediscono con tutto l’affetto, percioché col suo troppo calore appresso loro disperde il tutto. Et di qui nasce (come dice Servio) che Porphirio in quel libro chiamato Sole dice di tre qualità esser la potenza d’Apollo, cioè in cielo esser Sole, in Terra padre Libero, et nell’Inferno Apollo. Et però dagli antichi al suo simulacro essere stato messo tre insegne, cioè la lira, per la cui volsero intendere la imagine dell’armonia celeste; lo scudo, per lo quale volsero lui essere inteso la divinità della Terra; et indi le saette, per le quali è giudicato Dio dell’Inferno et punitore. Et perciò pare che Homero dicesse lui essere auttore così della pestilenza come della salute; il che mostra ancho haver voluto intendere Horatio in que’ versi secolari, mentre dice:

Con l’addolcito dardo Apollo ascolta

Benignamente i supplici fanciulli.

Et quello che segue. Si chiama ancho Homio che latinamente suona Pastore, et pigliato dall’essere stato detto che fu pastore d’Admeto; et però sì come a Pastore gli è stato dedicato il verso Buccolico, perché è verso pastorale. È poi chiamato Cinthio dal monte Cinthio, dove era molto honorato.

LAPHITA, prima figliuola d’Apollo.

[p. 090r] LAPHITA (come piace ad Isidoro nel libro dell’Ethimologie) fu figliuola d’Apollo, benché Papia testimoni che ella fosse huomo. Da costei adunque, come afferma Rabano, furono nomati i Laphiti, popoli di Thessaglia. Veramente questo è indicio di non picciolo momento costei essere stata donna di grande affare, poscia che da lei presero nome così famosi popoli. Che poi fosse figliuola d’Apollo, ciò puote esser vero, sì come huomo. Se poi come del Sole, ciò può pensarsi essere stato finto per la bellezza o per la sapienza, overo per l’arte dell’indovinare.

EURIMONE, seconda figliuola d’Apollo.

EURIMONE, Secondo Paolo Perugino, fu figlia d’Apollo et moglie di Talaone, et di lui partorì Adrasto re d’Argivi et Euridice, che poi fu moglie d’Amphiriao.

MOPSO, terzo figliuolo d’Apollo.

MOPSO, come dice Theodontio, fu figliuolo d’Apollo et Himante, et fu grandissimo et fedele amico di Giasone, sì come testimonia Statio:

Da Giason Mospo spesso in dubbi udito.

Costui, Secondo che piace a Lattantio, fu dottissimo nell’indovinare, et fu sovrastante del boscho Grineo dove era l’oracolo d’Apollo, sì come mostra Servio. Mentre visse fu huomo di tanta riverenza che dopo morte gli furono edificati tempi, et dalle loro bocche et anditi dai dimandanti ricevute risposte. Ma Paolo dice che non fu figlio d’Himante ma di Manto, figliuola di Tiresia Thebano. Oltre ciò Pomponio Mela riferisce ch’egli edificò la città Phaseli nei confini di Pamphilia, né molto da poi l’istesso Pomponio afferma che Manto fuggendo i vincitori Thebani instituì il sacrificio di clario appresso i lidi di Iona vicino al fiume Caistro; né lontano da quello Mopso di lei figliuolo edificò Celophone. Ma Eusebio dice che Mopso regnò in Cicilia nel tempo che Agamennone signoreggiava in Micene, et che da lui furono chiamati i Mopsicroni et Mopsici. A quelli che dicono poi che Manto fu di costui madre, altri sono contrari, dicendo che Manto dopo la guerra Thebana passò in Italia, et venne nella Lombardia.

LINO, quarto figliuolo d’Apollo.

COME scrive Lattantio, Lino fu figliuolo d’Apollo et Psamata, del cui recita tal favola. Che Apollo, havendo amazzato il serpente Phitone et cercando purgare la occisione commessa, fu alloggiato in casa da Crototo re degli Argivi, dove segretamente si congiunse con la donzella Psamata, [p. 090v] di lui figliuola. La quale divenuta pregna, et al debito tempo havendo di nascosto appresso il fiume Nemeo partorito un figliuolo, quello chiamò Lino, et sì come piace ad alcuno lo espose alle fiere, onde da’ cani fu divorato. Altri dicono poi che, havendolo dato a nodrire ad un certo pastore, un giorno stando il fanciullino disteso nell’herba nel casale del pastore fu mangiato da’ cani. Il che pare che voglia Statio, dicendo:

Et Lino posto in mezo dell’accanto

Ha intorno i cani venenosi, et fieri.

Et quello che segue. Onde Apollo maravigliandosi il figliuolo esserli stato da’ cani divorato, mandò un monstro in quel paese che rovinava il tutto, il quale fu poi morto da Corebo. Penso io a questa favola haver dato materia alcun mortal animale che per caso apparve a quel tempo, che il fanciullo fu da’ cani divorato; il che parendo cosa fiera, perciò fosse detto essere mandato un monstro. Vi fu ancho appresso un altro Lino, et medesimamente figliuolo d’Apollo, et nella musica tenuto molto eccellente; del cui Virgilio dice:

Non sarà mai, ch’io sia nei versi vinto

Dal thracio Orpheo, né dal fratello Lino.

PHILISTENE, quinto figliuolo d’Apollo.

PHILISTENE (Secondo Servio) fu figlio d’Apollo et Cantilena, il quale dicono haver edificato il castello Oaxe nell’isola di Candia, et da sé haverli dato nome. Onde Varrone:

Et Cantilena dal dolor del parto

Oaxe partorì con fiero duolo.

Se adunque egli chiamò quel castello dal suo nome Oaxe, di necessità egli hebbe due nomi. Io istimo ch’egli fosse molto eccellente nel canto; là onde da’ Poeti fu finto che fosse figliuolo così d’Apollo come di Cantilena.

GARAMANTE, sesto figliuolo d’Apollo.

GARAMANTE, come dice Rabano nel libro dell’Origine delle Cose, fu figliuolo d’Apollo, et da lui (Secondo l’istesso) i Garamanti, popoli d’Ethiopia, hebbero nome, et il castello Garamante in Ethiopia edificato. Penso che costui fosse finto figlio d’Apollo perché signoreggiò ivi, dove veramente il Sole per la soverchia forza abbruggia quasi il tutto. Là onde perché si elesse quelle sedi, come se si fosse dilettato della sterilità et caldo, fu tenuto figliuolo d’Apollo.

BRANCHO, settimo figliuolo d’Apollo.

BRANCHO (Secondo Lattantio) fu figlio d’Apollo et della figliuola di Iauco et moglie di Sucrone; del quale appresso Varrone nel libro delle Cose Divine si recita tal favola. Cioè un certo animo, che traheva origine da Apollo, peregrinando per lo mondo man[p. 091r]giò in un lito, dove partendosi forse men sobrio che non gli bisognava, lasciò ivi un suo figliuolino, Sucrone. Il quale Sucrone, perduto il padre, errando pervenne all’alloggiamento di un certo Iauco, dal cui raccolto incominciò insieme con i suoi fanciulli menar le capre ai paschi. Avenne ch’eglino presero un cigno, il quale da loro essendo coperto con una veste, caderono in contentione chi di loro dovesse appresentarlo al padrone in dono. Finalmente vinti dal contrasto, et levando via la veste, invece del cigno ritrovarono una donna, per la qual cosa smarriti si diedero a fuggire. Nondimeno richiamati indietro da lei furono avisati che dicessero al suo padrone Iauco ch’egli dovesse amare et honorare il fanciullo Sucrone. Quelli adunque subito riferirono al padrone quello che haveano veduto et inteso. Di che maravigliandosi Iauco, incominciò ad haver Sucrone in loco di figliuolo, et gli diede per moglie una sua figlia; la quale divenuta pregna, dormendo vide il Sole intrarsi per le sue fauci et uscirle per lo ventre. Dopo questo partorì un figliuolo, et il chiamarono Brancho; il quale havendo baciato le guancie di Apollo, da lui preso ricevette la corona et la verga et incominciò indovinare, et subito mai più non comparse. Onde dopo questo a lui fu edificato un grandissimo tempio chiamato Branchiadon, et per questa cosa furono ancho sacrati tempi ad Apollo Philesio; i quali si chiamano dal nome del bacio di Brancho, overo dal contrasto dei garzoni Philesi. Altrove poi Lattantio scrive che Branco fu un giovane di Thessaglia amato da Apollo, il quale essendo stato amazzato fu molto pianto da Apollo, che gli consacrò un sepolcro et un tempio; et ivi Apollo fu chiamato Cranco. Nella prima favola si debbe intendere ch’i fanciulli, cioè ignoranti, pigliano un cigno, cioè l’augurio delle cose a venire; percioché il cigno è un uccello sacrato al Sole, conciosia che antivede la morte a lui vicina, et con dolcissimo canto la predice. Dall’augurio pigliato poi si va al cangiare, onde vien finto ch’egli si cangiò in femina, et da queste ciancie aviene che Sucrone diventa più caro al padrone, et di lui diviene genero; di che la moglie fatta pregna vede in sogno il Sole che per gola le entra, cioè la influenza celeste a produrre il già non nato atto all’indovinare, il che s’intende per lo Sole; il quale poi esce per lo ventre, mentre nasce. Et alhora bacia le guancie d’Apollo, quando per la dilettatione, senza la quale non si opra niente, s’accosta allo studio dell’indovinare; et alhora riceve la corona et la verga da Apollo, quando ammaestrato piglia le insegne del dottorato. Percioché per la corona, che è ornamento del capo, si disegna la preminenza, la quale conseguisce ciascuno per l’acquistata scienza con gli studi. Per la verga, poi, la potenza d’essercitare quelle cose che con lo studio si sono acquistate. Che ancho mai più non si fosse ritrovato, ciò avenne perché con la morte fu tolto di mezzo.

PHILEMONE, ottavo figliuolo d’Apollo.

Fu Philemone figliuolo d’Apollo et Lichione, come testimonia Ovidio; percioché Dedalione, figliuolo di Lucifero, hebbe una bellissima figliuola, la quale amata in quel tempo da Apollo et Mercurio, et con tutti due essendo giacciuta, d’amendue partorì, et di Apollo hebbe Philemone, il quale fu ne’ versi famoso et nella cithera. Onde questo che s’è finto penso esse[p. 091v]re stato tolto dall’occasione, perché Lichione in un parto produsse due figliuoli, l’uno de’ quali fu eccellente ladro; di che dissero haverlo generato Mercurio, perché agli Astrologhi pare che d’intorno ciò molto possa Mercurio. L’altro poi fu famosissimo citharedo, il che d’intorno pensano che molto vaglia il Sole, et però il chiamarono figlio d’Apollo.

ORPHEO, nono figliuolo d’Apollo.

ORpheo fu figliuolo della Musa Caliope et d’Apollo, sì come dice Lattantio. Vuole Rabano che Mercurio a lui desse la lira poco inanzi da sé ritrovata; nella cui divenne tanto eccellente che col suono di lei poteva mover le selve, fermar i fiumi et far benigne le fiere. Di costui Virgilio recita tal favola, cioè ch’egli amò Euridice Nimpha; la quale, poscia che col suo canto hebbe acquistato la gratia di lei, tolse per moglie. Di costei s’inamorò Aristeo pastore, et un certo giorno, mentre lungo le rive del fiume Hebro con le Driadi s’andasse a diporto, volse rapirla; la quale fuggendo con un piede prese una biscia che nell’herbe stava nascosta, onde quella rivolgendosi a lei col venenoso morsa la amazzò. Là onde il doloroso Orpheo discese all’Inferno, et con la lira così dolcemente incominciò cantare, pregando che gli fosse restituita Euridice, che non solamente mosse a pietà di lui gl’infernali ministri, ma ancho condusse le ombre a scordarsi delle proprie pene che pativano. Di che avenne che da Proserpina gli fu restituita Euridice, con questo patto però, che (s’egli non la voleva di novo perdere) non si rivolgesse indietro a riguardarla fino attanto che non fosse salito sopra la terra. Il quale, essendo già vicino ad esser di sopra, tratto dal soverchio disio di rivedere la sua Euridice rivolse gli occhi a dietro, onde avenne che subito di novo perdette la sua diletta sposa. Per la qual cosa lungamente pianse, et si dispose menar vita casta. Et per ciò (come dice Ovidio) havendo rifiutato le nozze di molte donne, et persuadendo ad altri huomini che facessero vita casta, cade in odio delle donne, et dalle femine che celebravano i sacrifici di Baccho appresso l’Hebro fu con rastri et zappe morto et lacerato. Et il suo capo, insieme con la cithara gittato nel fiume, pervennero fino in Lesbo; dove volendo un certo serpente divorarli il capo, quello da Apollo fu mutato in sasso. La lira poi (come dice Rabano) fu assunta in cielo, et tra le imagini celesti locata. Belle veramente et arteficiose sono queste fittioni, et per incominciare dalla prima veggiamo perché sia detto figliuolo d’Apollo et Caliope. Si dice Orpheo, quasi Aurea Phogni, cioè buona voce di eloquenza; la quale veramente è figliuola d’Apollo, cioè della sapienza, et di Caliope, che s’interpreta buon sono. A lui da Mercurio fu data la lira, percioché per la lira, che ha diverse differenze di voci, devemmo intendere la facultà oratoria; la quale si adempisse non con una voce, cioè con una dimostratione, ma con molte, et finita non si conface a tutti ma al saggio et all’eloquente, a cui è conceduto buona voce. Il che ritrovandosi tutto in Orpheo, si dice che a lui tutte queste cose furono concesse da Mercurio, misuratore dei tempi. Con questa Orpheo move le selve, c’hanno le radici fermissime et fisse nella terra, cioè move gli huomini d’ostinata openione; i quali non si ponno rimovere dalla sua ostinatione eccetto per le forze dell’eloquenza. Ferma i fiumi, cioè li scorretti et lascivi huomini, i quali se non sono stabiliti in ferma fortezza con salde dimostrationi d’eloquenza scorreno fino nel mare, cioè [p. 092r] nell’eterna amarezza. Fa benigne le fiere, cioè gli huomini ingordi di sangue; i quali spessissime volte dalla eloquenza del sapiente sono ridotti in mansuetudine et humanità. Appresso, questi ha per moglie Euridice, cioè la concupiscenza naturale, della quale nessuno mortale non è senza. Costei andando a diporto per li prati, cioè per li temporali desideri, è amata da Aristeo, cioè dalla virtù, la quale disia condurla a lodevoli desideri. Nondimeno essa fugge, perché la concupiscenza naturale contradice alla virtù, et mentre fugge la virtù vien morta dal serpente, cioé dalla frode che sta nascosta tra le cose temporali; percioché a quelli che riguardano men drittamente appare le cose temporali verdeggiare, cioè poter concedere la beatitudine, alla cui apparenza, se alcuno presterà fede, si troverà essere guidato a morte perpetua. Ma che, finalmente. Poscia che la natural concupiscenza in tutto è caduta all’Inferno, cioè d’intorno le cose terrene, l’huomo prudente con la eloquenza, cioè con le vere dimostrationi, si sforza riddurla di sopra, cioè alla virtù, la quale alla fine alle volte vi si lascia condurre, et questo quando l’appetito si drizza a cose più lodevoli. Ma è restituita con patto che il ricevitore non riguardi a dietro fino attanto che non sia gionto di sopra, cioè, accioché di novo non caggia in concupiscenza di tai cose, mentre fattosi forte con la cognitione della verità et con l’intelligenza dei celesti beni non possa drizzar gli occhi nella concupiscenza a biasimare il lezzo dell’opre scelerate. Che poi per ciò Orpheo discendesse all’Inferno, dobbiamo intendere gli huomini prudenti giamai con la ragione della contemplatione non chinar gli occhi della consideratione nelle cose mortali et nelle ignoranze degli huomini, che mentre veggiano quelle cose ch’eglino debbano condenare, desiderino con più caldo disio quelle che sono da ricercare. Fulgentio poi ha altra openione. Dice che la amata perduta et di novo acquistata, Euridice, è la figuratione della musica, interpretandosi Orpheo quasi Oreaphogni, cioè ottima voce, et Euridice profunda giudicatione. Et però nella musica essendo altro l’armonia delle noti, et altro l’effetto dei tuoni et la virtù delle parole, et quello che segue, sì come continua dove tratta delle Ethimologie. Ma per venire a quelle cose che s’aspettano alla morte d’Orpheo, egli è da sapere, come dice Theodontio, che Orpheo fu il primo che trovò i sacrifici di Baccho et comandò a’ Thracesi che quelli fossero fatti dai Chori delle Menadi, cioè delle donne che pativano il menstruo, accioché quelli in tal spatio di tempo venissero a disgiungerle dal consortio degli huomini; essendo tal cosa non solamente abhominevole, ma etiandio dannosa agli huomini. Il che dopo alquanto tempo havendo considerato et conosciuto le donne ciò essere stata inventione per scoprire agli huomini le loro vergogne et sporcitie, fecero congiura contra Orpheo, et con rastri et zappe amazzarono lui, che di ciò niente s’imaginava, et il gittarono nel fiume Hebro. Ma Lattantio nel libro delle Divine Institutioni di lui così dice. Orpheo fu il primo che inducesse in Grecia i sacrifici del padre Libero, et fu il primo che gli celebrasse a Thebe nel monte di Boemia, dove poi nacque Libero; il quale continuamente sonando la Cithera fu chiamato Citherone. Quelli sacrifici ancho hora sono detti Orphici; ne’ quali poi esso fu stracciato et malmenato. Che poi il suo capo et la cithara fossero trasportati in Lesbo, Leontio diceva questo non esser favola, perché era fama commune un certo di Lesbo suo auditore per causa di reverenza haverli portato seco fino in Lesbo. Che un serpente poi che voleva divorare il capo d’Orpheo fosse converso in sasso, io intendo per lo serserpente le rivolutioni degli anni, le quali si siano sforzate consumare il capo de [p. 092v] Orpheo, cioè il nome, overo quelle cose che sono composte dall’ingegno d’Orpheo; percioché nel capo vivono le forze dell’ingegno, sì come fanno l’altre. Ma però s’è detto il capo del serpente convertito in sasso per dimostrar niente a lui poter dar danno. Il che fin’hora non ha potuto oprare, né fare che fin hoggidì non sia con la sua cithara molto famoso, essendo tra i poeti tenuto quasi il più antico. Oltre ciò sono di quelli che vogliano, et tra questi Plinio nel libro dell’Historia Naturale, di costui essere stata inventione il pigliar auguri dagli altri animali, che solamente dagli uccelli si pigliavano prima. Medesimamente alcuni istimarono ch’egli fosse inventor della cithara, tutto che gli altri diano l’honore ad Amphione, overo a Lino. Nacq. in Thracia della famiglia Cicona; il che, Secondo che afferma Solino delle Cose Maravigliosi del mondo, fino al tempo suo si teneva di grandissimo honore. Del suo tempo a me non pare che si dubiti, percioché molti testimoniano ch’egli tra gli Argonauti andò con Giasone in Colcho, come vuol Statio. Di questo nondimeno scrive Lattantio nel libro delle Divine Institutioni. Et fu in que’ tempi ne’ quali fu Fauno; ma qual di loro nascesse prima, v’è dubbio. Medesimamente in quelli anni regnò Latino et Priamo, et i loro padri Fauno et Laumedonte; onde regnando Laumendonte Orpheo andò al lito di Troia. Queste cose scrive Lattantio. Eusebio poi nel libro dei Tempi dice ch’egli fu regnando in Athene Egeo, il che assai pare convenirsi. Ma Leontio diceva costui non esser quello che ritrovò i sacrifici a Baccho, affermando quello essere molto più antico.

ARISTEO decimo figliuolo d’Apollo, che generò Atteone et Iolao.

Nacque d’Apollo et di Cirene figliuola del fiume Peneo, Aristeo, sì come testimonia Virgilio in persona d’Aristeo nella Georgica, dicendo:

Madre Cirene, madre qual in questo

Profondo gorgo la tua stanza tieni.

Perché me nato de la chiara stirpe

Degli alti dei (se vero è quel che dici,

Che il timbreo Apollo mi sia padre)

Mal voluto dai fati hai generato?

Il che conferma ancho Giustino nell’Epitoma di Pompeo Trogo recitando tal favola, cioè che Ciro Re dell’isola Corami hebbe un figliuolo chiamato Batto, rispetto che non havea la lingua libera et espedita. Onde essendo venuto Ciro all’oracolo in Delpho per impetrare con preghi la loquela del giovanetto figliuolo, hebbe per risposta che Batto devesse andare in Africa et edificare una città chiamata Cirene, ch’ivi riceverebbe la ispeditione della lingua. La qual cosa non fu essequita perché l’isola Corami era tropo solitaria, onde non sapeva quali habitatori, andando in Africa, vi potesse condurre; finalmente in processo di tempo venuta la peste in Corami, restarono gli huomini così rari che a pena se ne caricò una nave. Questi venendo in Africa, et piacendoli l’amenità del loco et l’abondanza delle fonti, si fermarono sul monte Ciro. Ivi Batto loro capo, sciolti i nodi della lingua, incominciò prima a parlare; là onde divenuti certi delle promesse dell’oracolo, edificarono la città Cirene. Ma in questo modo dai posteri è stato finto che Cirene fu una bellissima donzella rapita da Apollo sopra Pelio monte di Thessaglia, et portata sopra la cima di quel monte il cui colle haveano occupato quelli c’havevano seguito il figliuolo; et di lui essendo divenuta pregna par[p. 093r]torì quattro figliuoli, Aristeo, Nomio, Avetoo et Argeo. Fino qui non v’è quasi fittione nessuna, eccetto dove dice di Peneo fu figliuola di Speranza re di Thessaglia, da cui le fu mandato dietro per cercare dov’ella fosse andata. Onde quelli che la cercavano havendola ritrovata, et essendo ritenuti dalla dilettatione del loco, (dicono) che restarono in quei medesimi paesi con Cirene. Di questi fanciulli poi (vogliono) che solamente tre cresciuti in età ritornassero in Thessaglia et ripigliassero il reame del zio. Tra ’ quali dicono che Aristeo ampiamente regnò in Arcadia, et fu il primo che ritrovò l’uso delle api et del mele et l’utilità del latte, et ancho che dimostrò la via di premere l’ulive et cavarne l’olio, et metterlo in uso, Secondo che riferisce Plinio nell’Historia Naturale. Oltre ciò divenuto sapiente, fu il primo che trovò il nascimento della stella solstitiale. Le quai cose considerate non inconvenevolmente nel fine delle Georgiche, Virgilio descrisse la favola d’Aristeo nella ricuperatione dell’Api. Vogliono appresso che costui tolesse per moglie Auttonoe figliuola di Cadmo, et di lei havesse Atteone. Nondimeno (sì come piace a Salustio), per consiglio della madre lasciata Thebe se n’andò nell’isola Chio, fino alhora dishabitata dagli huomini, et quella possedette, benché poi la lasciasse et se n’andasse con Dedalo in Sardigna; dove, Secondo Solino nel libro delle Cose Maravigliose del mondo, edificò la città Caralia. Quello che poi avenisse di lui non mi ricordo haver letto.

ATTEONE figliuolo d’Aristeo.

di Aristeo et Auttonoe nacque Atteone, sì come testimonia Statio, et Ovidio; il quale scrive che ancho fu chiamato Ianthio, dove dice:

Chiamando Ianthio, con piacevol faccia.

Et sono di quelle che dicano questo nome essergli stato da una fanciulla imposto, che fu sepolta in quel loco ove egli nacque. Questi (Secondo che dimostra l’istesso Ovidio) fu cacciatore; il quale un giorno lasso per la caccia essendo sceso nella valle di Gargaphia, perciò che ivi v’era una fonte frescha et chiara, affine forse di trarsi la sete, avenne che in quella vide Diana che ignuda si lavava. Di che essendosi accorto Diana, et sopportando ciò malamente, prese dell’acqua con le mani et la spruzzò nel volto di lui dicendo: "Va et dillo, se puoi." Questi allhora fu subito convertito in un cervo, che veduto da’ suoi cani fu incontanente morto, et con denti tutto stracciato et mangiato. D’intorno la cui fittione così scrive Fulgentio.

Anassimene, il quale trattò delle depinture antiche, dice nel Secondo libro che Atteone amò la caccia in gioventù, et pervenuto alla matura età, considerando i pericoli delle caccie, cioè veggendo la ragione dell’arte sua quasi ignuda, divenne pauroso.

Et poco da poi segue:

Ma fuggendo il pericolo delle caccie, nondimeno non lasciò l’affetto dei cani, ne’ quali da lui invano pasciuti consumò quasi tutta la sua facultà. Per ciò fu da’ suoi cani divorato.

IOLAO figliuolo d’Aristeo.

[p. 093v] IOLAO, Secondo Solino delle Cose Maravigliose del mondo, fu figlio d’Aristeo, et dopo lui signoreggiò in Sardigna. Ma di sopra nel suo volume disse che Iolao fu figliuolo d’Iphicleo figlio d’Amphitrione, et che medesimamente dominò la Sardigna. Non so s’egli è il medesimo o pur altro.

Nomio, undecimo figliuolo d’Apollo.

Scrive Giustino nell’Epitoma che Nomio fu figliuolo d’Apollo et Cirene. Dice Leontio che costui fu chiamato Apollo (detto s’habbia di sopra ciò che si voglia Theodontio) et che signoreggiò agli Arcadi et a loro diede leggi; le quali, perché parevano offendere alcuni dei prencipali, nata contentione tra gli Arcadi, col favor d’Aristeo fu cacciato, et in loco di lui regnò Aristeo. Questi riccorse da Admeto Re di Thessaglia, et sette anni pascolò i suoi armenti. Finalmente ripigliate le forze, cacciò Aristeo, et di novo ottenne il prencipato degli Arcadi, essendo. Andò Aristeo nell’isola Cea, et perché pascette gli armenti fu detto Nomio, che appresso Arcadi vuol dir Pastore. Et di qui dice che la fittione hebbe luogo, cioè che Apollo per haver morto i Ciclopi fosse privo della deità, et andasse a pascere gli armenti del Re Admeto. Ma io non so che più tosto mi credere, attento che et per l’antichità et per la dapocaggine de’ librai sono andati a male tanti volumi che ci è tolto poter vedere il vero di molte cose, et di qui è conceduto alla bugia un spatioso loco di gire attorno, scrivendo delle cose antiche ciascuno quello che a lui pare.

Autoo, duodecimo figliuolo d’Apollo.

AUTOO fu figliuolo d’Apollo et Cirene, sì come di sopra è stato mostrato. Sono di quelli che dicano che costui (partendosi i fratelli d’Africa et venendo in Grecia) rimase in Cirene, et signoreggiò a que’ Cirenesi che seco ivi restarono.

Argeo, decimoterzo figliuolo d’Apollo.

NEL modo che di sopra è stato mostrato da Giustino, Argeo fu figlio d’Apollo et Cirene. Questi di sé, ch’io m’habbia ritrovato, non lasciò altro alla posterità che il solo nome.

ESCULAPIO, decimoquarto figliuolo d’Apollo, che generò Machaone.

ESCULAPIO, sì come testimoniano quasi tutti gli antichi, fu figliuolo d’Apollo et Coronide Nimpha. Dice Ovidio che costei fu figliuola di Larissa et Phlegia, et molto amata da Apollo; la quale essendo venuta ne’ suoi abbracciamenti, di lui restò pregna. Nondimeno il corvo, uccello d’Apollo, riferì a lui che la havea veduta congiungersi con un certo giovane Emonio, di che Apollo sdegnato con le saette la amazzò; ma subito pentendosi del fatto, non potendo con i suoi rime[p. 094r]di ritornarla in vita, aprendole il ventre fuori ne trasse un fanciullo, et chiamollo Esculapio, et (sì come si dice) il diede a nodrire a Chirone Centauro. Il quale veduto da Archiroe figliuola di Chirone, et amaestrata nell’indovinare, subito predisse ch’egli suscitarebbe un huomo da morte a vita, et sarebbe per ciò fulminato et morto. Il che non mancò d’effetto, percioché dicono che, nell’arte sua essendo divenuto eccellente medico, a’ preghi di Diana, raccolti i membri d’Hippolito che qua et là erano sparsi, il ritornò in vita. Là onde Giove, turbato, con un folgore l’amazzò, sì come testimonia Virg., dicendo:

Fu padre omnipotente alhor sdegnato,

Ch’alcun mortale ritornasse in vita

Esso figliuol di Phebo, et inventore

Di medicina, et di tal arte, et sughi

Con un folgor cacciò ne l’onde stigi.

Quelle cose che fin qui sono state dette (come a pieno si vede) è historia insieme con figmenti poetici. Ma accioché si vegga la pura historia, sono da dichiarare le fittioni. Et però il corvo haver accusato Coronide, credo deversi intendere che Apollo, per l’amaestramento dell’arte d’indovinare, s’accorgesse della fornicatione di Coronide, et che sdegnato, essendo pregna, la amazzasse. Che ancho Hippolito, overo (come piace a Pli.) Castore figliuolo di Tindaro per le rapite spose a Linceo, fosse da esso Linceo overo Ida amazzato, et con herbe et sughi da lui ritornato in vita, credo essere avenuto in questo modo. Che questi, overo l’uno di questi non fosse morto, perché ritornare alcuno da morte in vita s’appartiene solo a Iddio; ma per la crudeltà delle ferite et per lo perduto sangue fosse tenuto come morto. Il quale con l’arte et con la diligenza da lui usata essendo stato ridotto nella primiera sanità, fu detto ch’egli da morte in vita l’havea ritornato. Che poi fosse per ciò folminato da Giove, questo non è credibile, ma penso che sia finto perché è cosa possibile che per tal cura egli s’affaticasse molto in cercar herbe et altre cose necessarie, et così essendosi affaticato oltre il dovere gli sopravenisse una febre, la qual veramente è un folgore mortale et ardente, et da quella morisse; overo per caso fosse folminato, et per ciò dagl’ignoranti fosse tenuto questo esserli accaduto per haver ritornato i morti in vita. Et di qui fu dato principio alla favola. Ma Theodontio nega che Apollo amasse Coronide et che di lei generasse Esculapio; anzi afferma che nacque dal giovane Emonio et di Coronide, ma fu detto figliuolo d’Apollo per l’una di queste due cagioni. O perché morta la madre inanzi il parto et apertole il ventre fu tratto fuori, il che non si fa senza l’opra del medico, per lo quale si finge Apollo inventor della medicina, et così fu detto figlio d’Apollo per esser nato per opra di lui; overo perché gli antichi vollero che quei che nascessero in tal modo fossero sacrati ad Apollo, percioché, sì come è stato detto, paiono venir in luce per opra d’Apollo. Et però (dicono) la famiglia dei Cesari haver osservato i sacrifici d’Apollo perché il primo di loro, che della famiglia Giulia fu detto Cesare, per tal causa acquestò il cognome et fu sacrato ad Apollo, conciosia che aperto il ventre alla madre venne in luce. Oltre ciò puote essere tenuto figliuolo di Apollo perché divenne famoso medico. La openione poi di Theodontio alquanto si conferma con le parole di Lattantio, il quale nel libro delle Divine Institutioni così dice. Tarquitio trattando degli huomini illustri dice che costui, nato di padri incerti, fu esposto alla morte et ritrovato da cacciatori, et nodrito da cagnino latte fu dato a Chirone, perché apparasse la medicina. Fu di Messina, ma dimorò ad Epidauro, etc.. [p. 094v]

Dopo questo Lattantio dice che costui fu questo che curò Hippolito. Ma accioché per la varietà delle cose riferite dove poco fa bisogno, gli scrittori non siano tenuti bugiardi, è da avertire (come piace a Tullio delle Nature dei Dei) che tre furono gli Esculapii; de’ quali dice che il primo fu figliuolo d’Apollo et ritrovò lo specchio, et fu il primo che curasse ferite, onde afferma che dagli Arcadi è molto riverito. Il Secondo poi dice che fu fratello del Secondo Mercurio, et fu suo padre Valente, et Coronide madre; indi morì percosso da un folgore. Il terzo fu figlio d’Asippo et Carsinoe, et fu il primo che ritrovò la purgatione del ventre et il cavar de’ denti; et il suo sepolcro è in Arcadia non lunge dal fiume Lusio, d’intorno il quale si mostra ancho il suo boscho. Et così verrà ad esser cosa possibile che alcuno di questi sia stato cavato dal ventre della madre morta, et alcuno nato di padre incerto, et esposto; né ci nuoce che Tullio narri tutti i loro padri. Ho veduto io alle volte tra i prencipi della patria un huomo che fanciullo fu esposto, et poi dal nutritore sì come da padre haver havuto cognome. Ma che tante cose. Fosse egli qual si volesse di questi, fu tenuto in tanta riverenza appresso gli Epidauri che ancho Romani, havendo già quasi tutta l’Italia occupata, assaliti da pestilenza d’infermitadi, come per singolare et certo rimedio mandarano legati agli Epidauri che gli sovenissero a tanta necessità, et consentissero che Esculapio fosse portato a Roma. Onde per opra del Diavolo gli fu conceduto che in forma di serpente fu condotto a Roma in nave, et a lui edificato un famoso tempio sull’isola del Thebro, et in loco di salutare Iddio lungamente adorato; benché Dionisio siracusano senza pena gli levò la barba d’oro. Esculapio poi viene interpretato duramente oprante, il qual nome fu forse conforme alla sua fatica d’intorno la cura d’Hippolito.

MACHAONE figliuolo d’Esculapio, che generò Asclepio.

MACHAONE, come dice Papia, fu figliuolo d’Esculpaio, et al suo tempo medico famoso. Il che s’io me lo debba credere, non so, cioè che fosse medico; scrivendo Isidoro che dopo il fulminato Esculapio fu interdetta la medicina, sì come ancho nel libro dell’Historia Natural dice Plinio. Et essendo state chiare l’opre d’Esculapio nel tempo de’ Troiani, quelle che seguirono poi stettero nascoste in oscura notte fino alla guerra della Morea, che alhora Hippocrate ritornò in luce la medicina. Il qual spatio di tempo, dice Isidoro che fu quasi di cinquecento anni. Di qui penso io essere stato finto che il Sole per lo fulminato Esculapio stette alquanto tempo che non volle guidar il carro dello splendore, affine di mostrare l’inventione del Sole, cioè la medicina, haver patito l’eclipsi per molte secoli, et finalmente essere stato richiamato in luce. Io non havrei cittato questo Machaone con l’auttorità di Papia, havendo ritrovato ch’egli, circa tali cose poco curioso, spessissime volte ha scritto molte cose discordanti dal vero; ma la diligenza di Paolo mi ci ha condotto, il quale non tanto scrive Machaone essere stato figliuolo di <Paolo>[Esculapio], ma etiamdio afferma un certo Asclepio essere di lui stato figlio. [p. 095r]

ASCLEPIO figliuolo di Machaone.

COME dice Paolo, Asclepio fu figliuolo di Machaone, et credo ch’egli habbia detto ciò seguendo Agostino; il quale nel libro della Cità d’Iddio pare che dica costui essere nipote d’Esculapio dove introduce Hermete Trimegisto, che in questo modo Asclepio parla:

Il tuo avo Asclepio primo inventor della medicina, al quale è sacrato un tempio nel monte di Libia d’intorno il lito dei cocodrilli, nel cui giace di lui il mondano huomo, cioè il corpo; ma l’avanzo, overo più tosto tutto il meglio nel senso della vita, se n’andò al cielo, ancho hoggidì presta agli huomini infermi tutti i soccorsi con la sua deità, i quali suole con l’arte sua donare.

Et poco dopo l’istesso Agostino seguita:

Ecco che gli huomini dicono essere stati due dei, Esculapio et Mercurio.

Nondimeno io ho veduto questo libro d’Hermete Trimegisto, il quale egli intitola dell’Idolo; et tuttavia non so ritrovare qualmente Esculapio fosse avo d’Asclepio per le precedenti parole d’Hermete, né per le seguenti dette da Agostino. Nondimeno sono più che certo che più tosto il diffetto manchi dal mio ingegno, che si possa dannare la consideratione d’Agostino.

PSICHE, quintadecima figliuola d’Apollo.

Secondo che dice Martial Capella nel libro ch’egli scrisse delle Nozze di Mercurio et Philologia, Psiche fu figlia d’Apollo et Eudelichia; della cui Lucio Apuleio nel libro delle Metamorphosi, che con più volgare vocabolo si chiama l’Asino d’Oro, recita tal favola. Cioè essere stato un Re et una Reina c’hebbero tre figliuole, delle quali, benché le due maggiori d’anni fossero bellissime, nondimeno la più giovane chiamata Psiche trappassava talmente di bellezza l’altre mortali che non solamente teneva in maraviglia gli spettatori, ma etiandio faceva credere agli animi ignoranti per miracolo ella essere Venere che fosse discesa in Terra. Onde sparsa la fama d’ogn’intorno di tal non più veduta bellezza, si venne attanto che non solamente i cittadini, ma ancho gli stranieri, lasciati i tempi della vera Venere, venivano a vedere questa Venere, et con sacrifici ad honorarla. Il che sopportando malamente Venere, et infiammata contra Psiche, ordinò a Cupido suo figliuolo che la accendesse di ferventissimo amore di alcun huomo di bassissimo grado. In questo mezzo il padre di lei andò a Milesio a consigliarsi con Apollo sopra le nozze della donzella, il quale gli rispose ch’egli la menasse sulla cima del monte, dove la donzella havrebbe marito creato di stirpe divina, ma pessimo et viperimo. Per la cui risposta il padre adolorato, con lagrime et doglia di tutta la città menò la bella fanciulla sopra la predestinata cima del monte, et ivi la lasciò sola; la quale, benché fosse tribolata per la solitudine et per l’incerto dubbio del futuro marito, nondime[p. 095v]no non stette guari che venne il benigno Zephiro, et con soave spirare levandola la portò in una fiorita valle. Dove essendosi alquanto adormentata, et col mezzo del sonno un poco havendo mitigato le sue rovine, destandosi si vide inanzi un boschetto molto grato agli occhi, et una fonte che stillava argentissime onde; con un palazzo non solamente reale, ma divino, et ornato d’infinite ricchezze. Nel quale entrando, et ritrovando grandissimi thesori senza nessuna guardia, molto più si maravigliò che udiva voci di persone che la servivano et non vedeva i corpi. Di che sentendosi spogliare entrò in un bagno, standole d’intorno persone che la lavano et servivano, da lei non vedute. Indi uscita dal bagno si assettò ad una mensa piena di vivande divine, et poscia che hebbe cenato, entrando in una camera si messe a posare nel letto nuptiale; et subito che fu adormentata lo sposo entrò in quello, il quale poscia che di donzella se l’hebbe fatta donna et sposa, venendo la mattina si partì senza essere da lei veduto. Et così molte volte continuando, con grandissima consolatione di Psiche avenne che le loro sorelle, udito l’infortunio di Psiche, partendosi dalle case di mariti andarono a ritrovare gli afflitti padri, et insieme con loro piangevano l’infelici nozze della sorella. Ma Cupido, presentendo quello che per invidia delle sore s’apparecchiasse a Psiche, la avisò che in tutto non prestasse orecchie, né facesse conto delle loro lagrime, et che in suo danno et rovina non fosse pia et credula. Il che havendogli Psiche promesso di fare, incominciò piangere ch’era ritenuta cattiva, et che non poteva vedere né parlar con le sorelle; et venendo Cupido da lei, che tuttavia di ciò la ripredeva, con preghi lo indusse a’ suoi voleri, et le promise che potrebbe con elle parlare. Onde comandò a Zephiro che con soave spirare le conducesse a lei. Il quale havendo ciò fatto, egli le concesse ancho che elle potessero portar seco quella parte de’ Thesori che le piaceva, ma che a patto alcuno non credesse alle loro persuasioni, né per consiglio alcuno desiderasse vedere la di lui forma. Finalmente levate le sorelle di Psiche da Zephiro, et essendo portate da un scoglio per aere fino in quella dilettosa valle, elle tuttavia gridando furono udite da Psiche; la quale sentendole uscita fuori del palazzo, comandò a Zephiro che le posasse giù, et così fu fatto. Onde insieme essendosi abbracciate furono condotte entro il suo riccho palazzo, et le dimostrò tutti i suoi piaceri et thesori; di che le sorelle divenute invidiose, le seppero tanto persuadere et dar ad intendere che colui che giaceva seco era un serpente, ch’ella a loro credendo si dispose veder questo. Et havendole rimandate a dietro con molti doni, la notte seguente disposta di chiarirsi et veder il marito, apparecchiò un coltello et nascose sotto un moggio una lucerna, con animo che se vere fossero le parole delle sorelle, che colui con cui giacesse fosse serpe, di amazzarlo. Viene adunque Secondo usanza Cupido, entra in letto et s’adormenta; onde Psiche scoperto il lume vide un giovanetto bellissimo, ornato d’ali bianchissime, et a’ suoi piedi vede l’arco et la pharetra piena di saette; delle quali per riguardarle havendone tratto una fuori affine di provare se pungessero, et toccatale la punta con un dito, si punse quello, di maniera che per la ferita n’uscì alquanto sangue. Di che avenne ch’ella subito s’infiammò di grandissimo amore del fanciullo che dormiva. Così, mentre che tutta piena di maraviglia stava a contemplarlo, occorse che una favilla della lucerna scoppiò et cadè sopra l’ homero destro di lui, là onde Cupido destato subito si diede a fuggire. Ma Psiche pigliandolo per un piede et a suo maggior potere tenendolo, tanto fu da lui portata per aere che, lassa et afflitta, lasciandolo cadè. Onde Cupido volando sopra un vicino cupresso con lunga querela la ri[p. 096r]prese, biasimando sé stesso che, essendo stato mandato dalla madre per ferirla d’amore del piu vil huomo che fosse, per la sua bellezza sé medesmo havesse infiammato. Psiche adolorata del perduto marito volle morire; finalmente con frode indusse in precipitio amendue le sorelle, per li cui consigli era caduta in rovina. Indi fortemente villaneggiata da Venere, et da lei battuta, per comandamento di Venere fu posta a fatiche impossibili ad un mortale, et per opra del marito le essequì tutte; di che avenne poi per preghi di Cupido fatti a Giove ch’ella ritornò nella gratia di Venere et fu assunta in cielo, dove in perpetuo puote fruir di Cupido, al quale partorì la Voluttà, o vogliamo dir Piacere. Serenissimo Re, se minutamente vorremmo cavare il senso di così gran favola, veramente ci sarebbe bisogno fare un gran volume; et però assai ci basterà mostrar la ragione perché Psiche sia detta figliuola d’Apollo et Endelichia, chi si fossero le sue sorelle, et perché sia detta moglie di Cupido; con la parte appresso delle cose necessarie. Psiche adunq. s’interpreta anima. Costei viene detta figlia d’Apollo, cioè del Sole; io dico di quel Dio che è vera luce del mondo, non essendo in potere di nessun altro, eccetto Iddio, crear l’anima rationale. Endelichia poi, sì come dice Calcidio sopra il Timeo di Platone, s’interpreta età perfetta, della cui in tutto si dice l’anima rationale esser figliuola; perché, se bene nel ventre della madre riceviamo quella dal padre dei lumi, nondimeno non appaiono le di lei opre se non nell’età perfetta, essendo noi più tosto formati con un certo instinto naturale, fino all’età perfetta, che con giudicio di ragione. Compiuta poi l’età incominciamo oprare con la ragione. Adunq., bene vien detta figlia d’Apollo et Endelichia. Costei ha due sorelle maggiori di età, non perché siano nate prima di lei, ma perché pria usano della sua potenza; de’ quali l’una si dice vegetativa, et l’altra sensitiva. Le cui non sono anime come vollero alcuni, ma sono potenze di quest’anima; de’ quali però Psiche è detta più giovane perché molto prima inanzi lei la potenza vegetativa è conceduta al parto, et indi in processo di tempo la sensitiva. Ultimamente poi a questa Psiche si concede la ragione; et perché sono nel primo atto, sono però dette prime congiunte al congiugio il quale si serba a questa rationale stirpe divina, cioè all’amore honesto, overo ad esso Iddio, tra le delitie del cui viene portato da Zephiro, cioè dallo spirito vitale, che è santo et congiunto al matrimonio. Questi vieta alla moglie che non brami vederlo se no’l vuol perdere, cioè che non voglia dell’eternità sua, dei principii delle cose et della onnipotenza, per le cagioni che sono a lui solo palesi. Percioché, quante fiate noi mortali cerchiamo tai cose, togliendosi di strada perdiamo lui, anzi noi stessi. Le sorelle poi talhora pervengono fino ai primi segni delle delitie di Psiche, et dei suoi thesori ne portano quello [che] le piace; in quanto che la vegetatione appresso i viventi con la ragione finisce meglio l’opra sua, et le sensitive virtudi sono più chiare et durano più in lungo. Nondimeno invidiano la sorella; il che non è cosa nova la sensualità essere discordevole con la ragione, et mentre con parole piacevoli non la ponno indurre che vegga il marito, cioè che voglia vedere con ragion naturale quello che ama, et non conoscerlo per fede, con terrori si sforzano condurvela, affermandole lui essere fierissimo serpente et essere per divorarla. La qual cosa tante volte aviene quante la sensualità si sforza adormentar la ragione et dimostrar la contemplation dell’anima; et non solamente levarle le dilettationi sensitive delle conosciute cose per cagione, ma ancho seminarle grandissime fatiche et tormenti poco necessari, senza trarle poi nessuna piacevole ricompensa. L’anima poi mentre meno prudente presta fede a tali dimostrationi, desidera vedere quello che le è negato, con animo di amazzarlo se non corrisponde al suo intento; vede la effigie del marito bellissimo, cio[p. 096v]è l’opre estrinseche d’Iddio. La forma, cioè la divinità, non la può vedere, perché nessuno non vide mai Iddio. Indi con una favilla l’offende, cioè col superbo desiderio il ferisce; per lo quale divenuta disubidiente et credula alla sensualità, perde il bene della contemplatione, et così si disgiugne dal matrimonio divino. Finalmente pentita, con astutia desidera la rovina delle suore, et di maniera le opprime che più non hanno nessun potere contra la ragione; poi con rovine et miserie purgata della prosontuosa superbia et disubidienza di novo ripiglia il bene del divino amore et contemplatione, et perpetuamente a lui si congiunge, mentre abbandonate le cose frali viene condotta a gloria eterna. Et ivi dall’amore partorisce il piacere, cioè la dilettatione et letitia sempiterna.

ARABE figliuolo d’Apollo.

NEL libro dell’Historia Naturale piace a Plinio che Arabe fosse figliuolo d’Apollo et di Babilonia, il quale chiama ancho inventore della medicina. Penso io che costui fosse huomo o di Babilonia, et ch’ivi prima dimostrasse la medicina, overo che apparasse quella in Babilonia, et fosse il primo che la portasse in Arabia. Et di qui fu detto figliuolo d’Apollo perché fu medico, et di Babilonia, attento che ivi nacque o vi fu ammaestrato.

TITIO, terzo figliuolo di Giove.

HORA che habbiamo spedito la lunga discendenza di Apollo, l’ordine vuole che ritorniamo ai figliuoli di Giove, tra ’ quali inanzi gli altri ci si appresenta Titio. Il quale, dice Leontio, fu figliuolo di Giove et Hellaro, figliuola d’Orcomeno; la quale essendo pregna fu nascosta in terra da Giove che temeva dello sdegno di Giunone, onde avenne che il fanciullo nascendo parve prodotto di terra, sì come affermava Servio. La qual terra poi il nodrì, et così gli fu non madre ma nutrice. Costui nondimeno venuto in età perfetta amò Latona madre d’Apollo, et cercò vergognarla; là onde Apollo sdegnato con le saette amazzollo, et confinollo nell’Inferno. Con tal patto però, che il suo cuore fosse dato agli avoltoi che gli lo stracciassero fuori del ventre, et consumato fosse di novo reintegrato; et così mai gli avoltoi non cessassero di stracciarlo, né egli di non sopportare. Hora ci resta scuoprire il velo di questa fictione, per vedere quello ch’in sé contenga. Dice prima che Giove nascose la madre di costui pregna sotterra, percioché nessuna cosa più occoltamente si cuopre che quello che si sotterra; et però dobbiamo intendere che costei fu tenuta in segreto sotto guardia per tema di Giunone, cioè di maggior potenza, essendo Giunone dea dei regni. Che la terra poi nodrisse Titio non è cosa nova, perché tutti siamo nodriti dalla terra. Ch’egli amasse Latona madre d’Apollo mostra il suo grand’animo, perché ricerca la grandezza che è madre della luce; ma da Apollo, [p. 097r] cioè dal real splendore, viene cacciato nell’Inferno, cioè appresso i plebei; appresso e’ quali sempre dimora pieno di cure a qual partito possa ritornare nel grado dove era caduto. Recita Leontio di questo Titio una breve historia, et dice che costui appresso Boemi fu grand’huomo, et con tutte le forze cercò cacciare Apollo di Delpho; dal quale egli fu cacciato, et quasi ridotto a vita privata. Del supplitio poi dato a lui, Macrobio nel Sogno di Scipione così ne dice:

<Il> L’avoltoio che mangia il core et il fegato, hanno voluto non deversi intender altro che i tormenti della conscienza, pena molto nociva che rode le viscere interiora et stracia essi membri vitali, non mai stanchi per lo ricordo della commessa scelerità; et sempre tiene desti i pensieri, se forse l’animo ricercasse riposare, accostandosi come una febre a quelli, che rinascono senza perdonare con nessuna misericordia a sé stessa, con tal legge con la quale nessuno colpevole, essendo giudice, sé medesimo assolve, né di sé può schifare la sentenza.

Questo dice Macrobio.

BACCHO quarto figliuolo del Secondo Giove, che generò Himeneo, Thioneo et Thoante.

BACCHO viene detto da Ovidio et gli altri poeti figliuolo di Giove et Semele, della cui origine si recita tal favola. Amando Giove Semele figliuola di Cadmo, et essendosi ella di lui impregnata, Giunone andò a ritrovarla in forma di Beroe, vecchia Epidaura, et parlando seco la dimandò se Giove le voleva bene; a cui ella rispose che si credeva, che si soggiunse Giunone: "figliuola, tu no’l puoi conoscere eccetto che in sol modo, cioè, se giurando egli per Stige ti promette venirsi a congiunger teco in quel modo che fa con Giunone." Semele desiderosa di farne la prova, venendo Giove da lei con giuramento gli dimandò tal dono. Onde Giove tutto doglioso non potendo mancare al giuramento la fulminò, et trasse fuori del ventre di quella morta un figliuolo, et lo congiunse al suo ventre fino attanto che venisse il tempo che si ricerca ad una creatura stare nel ventre materno. Costui fu prima nodrito da Ino segretamente, poscia lo diede alle Nimphe le quali ancho gli porsero alimenti, sì come dice Ovidio; et accioché non fosse ritrovato da Giunone, che il ricercava, il nascossero sotto l’edere. Dicono appresso che fu allevo di lui Sileno, il quale pigliato da villani fu da Mida restituito a Baccho. Oltre ciò l’honarano d’una carretta, et compagni; de’ quali così riferisce Statio:

Da man destra, e sinistra i Linci stanno

Del carro, che guidato è da le Tigri.

C’hanno i freni lavati di vin puro.

Poscia quei lieti a lui portano dietro

Le armentali spoglie, e i lupi fieri

Con l’orse inique; et quello invan non segue

L’ira il furore; la virtù il timore

Senza ardor sobrio a quel va dietro anchora.

Vi s’aggiungono anchor gl’instabil gradi,

Et gli steccati simili ad un regno.

Dicono appresso che lui fu il primo che piantò la vigna, come dice Accio nei Bacchi:

O Dionigi di Semele figlio,

Buon padre, che la vite pur piantasti.

[p. 097v] Et di qui affermano che fu dio del vino. Appresso gli consacrano l’edera et il crivello, et Marsia il metteno sotto sua tuttela; indi gli danno per moglie Arianna figlia di Minos. Rabano conferma il bastone essere stato da lui trovato et chiamato, accioché gli huomini gravi per lo vino con quello si sostenessero. Il chiamano ancho con molti nomi, de’ quali Ovidio:

Davan gl’incensi, et il chiamano Baccho

Bromio, Lico, Ignigena, et di novo

Nato, solo, Bimatre, et vi s’aggiunge

Niseo, non raso, Thioneo, et insieme

Con Leneo, genial fattor de’ l’uva;

Nittilio, et padre Eleo, Iaco, et Euhan,

Et oltre ciò con tutti quelli nomi

Che infiniti ritieni, o padre Baccho

Tra greche genti. Tu consumat’hai

La gioventù; et fanciul sei veduto

Bello, et eterno; quando entro del cielo

Veduto sei, et senza corna resti.

Alberico v’arroge altri nomi, et dice che si chiama Euchio, Briseo et Bassareo. Lattantio dice ancho che si chiama Ditirambo. Appresso, Servio vuole che fosse chiamato Orpheo et dai Giganti lacerato a brano a brano; il che afferma Alberico, dicendo che da loro fu ritrovato ebbro; indi soggiunge che fu sepolto, et poi ritornò vivo intiero. Gli antichi il dipingevano ancho in habito di donna, et ignudo et fanciullo, et sacravano a lui i notturni balli, i cembali et i gridi, che da quelli erano chiamati Orgia, cioè sacrifici di Baccho. Oltre ciò si dicono molte altre cose; ma perché tutte non si sono ritrovate quelle che si cercano, vederemo quelle che tra le ricordate si ponno vedere. Principalmente adunque pare che gl’historici tengano per certo questo Dionisio essere nato di Giove et di Semele, di maniera che del tempo tra gli antichi fu grandissima diversità; alcuni de’ quali il chiamano Dionigio, altri padre Libero. Et perché non si trova di qual Giove fosse figliuolo, io l’ho attribuita al Secondo Giove, percioché pare che il suo tempo meglio si convenga col Secondo che con alcuno degli altri. Dice Eusebio nel libro dei Tempi che alcuni istimano che, regnando Danao in Argo, Dionisio in India edificò Nisa, et così la chiamasse dal suo nome; et che in quell’istesso tempo egli guerreggiasse in India, et nel suo essercito havesse donne, cognominate Bacche più tosto per lo furore che per la virtù. Il che fu d’intorno gli anni del mondo tremilasettecento et ventinove. Poco da poi l’istesso Eusebio dice che regnando Danao in Argo Cadmo regnò in Thebe, della cui figliuola Semele nacque Dionisio, cioè il padre Baccho; il qual tempo, Secondo la descrittione de’ suoi anni, fu circa gli anni del mondo tremilasettecentosettantasei. Né molto dopo dice l’anno trentesimoquinto di Linceo, re d’Argivi, Dionisio latinamente detto padre Libero nacque di Semele; il che pare essere stato nei tremilleottocento et quatordici anni del mondo. Indi soggiunge, regnando Acrisio in Argo, Dionisio detto padre Libero combattendo contra gl’Indi edificò la città Nisa appresso il fiume Indo; il che si può giudicare essere avenuto negli anni del mondo tremilleottocento et settanta. Quanta sia questa diversità de’ tempi raccolta da Eusebio dai commentari degli antichi, facilmente si può vedere. Nostra cura è per conietture imaginarsi qual tempo tra tutti i detti più vero si può attribuire all’età di Baccho. Ma io, lasciate le ragioni che mi moveno, istimo il giorno di Baccho essere stato circa il più antico tempo di tutti questi, overo almeno quello che segue dietro, et egli esse[p. 098r]re nato a quel tempo nel quale si narrano quelle cose essere state da lui oprate. Ma lasciate queste curiositadi, verremmo alle fittioni. Che Semele fosse fulminata, cred’io ciò essere stato compreso dal caso, cioè o che fosse fulminata, overo da febre ardente alla morte condotta; l’una et l’altra delle quali non si maraviglierà il saggio essere stata mandata da Giove, cioè dall’elemento del foco. Che il parto fosse ancho tratto dal ventre della morta et congiunto all’utero di Giove, in ciò si viene a designare il chiarissimo ufficio delle ostetrici, percioché necessario è che con i calori estrinsechi, i quali si debbeno intendere per Giove, si dia vigore a colui che inanzi tempo è tratto dagl’intrinsechi. Ma essendo questa espositione Phisica, Pomponio Mela nella Cosmographia recita la historica, dicendo:

Tra le città c’habitano gl’Indi (et sono infinite) Nisa è famossissima et grandissima, dei monti Meros è sacrato a Giove. Di qui eglino hanno la principal fama, percioché dicono che in quella fu generato il padre Baccho, et nell’altro di questo nodrito. Onde, che gli auttori Greci dicessero che fosse locato al ventre di Giove, o la materia, overo l’errore ha ciò cagionato.

Questo dice egli. Ma Alberico v’aggiunge, dicendo da Remigio essere affermato che in Nisa vi sono i manili del padre Baccho, in testimonio ch’ivi sia stato nodrito. Il che se così è, istimo più tosto deversi intender dell’altro che di quello che nacque di Semele, onde potrebbe essere che per consequenza da diversi Dionigi fossero nate tante contrarietà di tempi. Di costui, se questi fu quello, così dice Orosio:

Il padre Libero soggiogata l’India la bagnò di sangue, la empì d’occisioni, la bruttò di libidini; et non fu nessuna persona che non fosse mal trattato, et havesse un’hora di riposo.

Ma per ritornar di novo ai sensi phisici sotto favola coperti, dico che alcuni vogliono per Baccho deversi intendere il vino, et così Semele si piglierà per la vite; la quale per Giove, cioè per lo calore congiunto nello sparso humor della terra, che trahe l’humidità per li rami della vite, rende quella pregna, cioè morbida et gonfia, et nei racemi i suchi et humori, sì come in conceputo ventre. Alhora viene fulminata quando, appropinquandosi il calore dell’auttunno, non in più ampia maturezza, ma più tosto in corruttione et putredine dei frutti cotti guidata, è necessario che sia levata, et al ventre di Giove, cioè all’altro calore congiunta. Il che si fa quando il vino presso dall’uve da noi viene fatto di novo bollire, fino attanto che purgato da tal bollire sia buono et atto ad essere bevuto. Indi Ino, cioè il vaso, il tiene occolto, cioè rinchiuso, affine che non sia ritrovato da Giunone, cioè dall’aere corrotto. Overo alhora diciamo Semele esser pregna di Giove quando nella primavera veggiamo la vite per opra del caldo gonfiarsi, et alhora è folminata; per lo disusato calore della state viene arsa, onde con i pampani aperti manda fuori i frutti et incomincia spuntare. Il che si congiunge al ventre di Giove, cioè al diurno calore, affine che dal padre riceva quella maturezza che dalla madre non havea potuto; et alhora Ino serba quello occoltamente mentre dai pampani et dalle foglie è coperto, accioché dal soverchio calore non sia offesso. È poi nodrito dalle Nimphe, mentre dall’humido della notte viene ristaurato quello che dal calore del giorno era stato arso. Il vecchio Sileno viene chiamato suo allievo, percioché i vecchi più tosto per lo vino che per lo cibo si sostentano; il quale a lui da Mida avarissimo huomo fu restituito, perché l’avaro non si diletta di bevande. È stato poi da’ poeti detto ch’egli adopra il carro con que’ compagni per di[p. 098v]mostrare alcuni de’ suoi effetti, percioché per lo carro si deve intendere la volubilezza degli ebbri. I Linci, cioè i lupi cerveri, a quello sono attribuiti per dar ad intendere che il vino, pigliato moderatamente, cresce l’ardire et la vista. Le Tigri traheno il carro per dinotare la crudeltà degli ubbriachi, perché il carico di vino non perdona a nessuno. Indi lo segueno i pazzi et temerari, di sorte che senza consideratione andrebbono in ogni pericolo; i quali intendo che siano que’ fieri lupi et rabbiose orse che nella preda di Baccho sono portate. Che poi facilmente s’adirino et indi vengano in furore, chiaramente egli si vede; et così non sono accompagnati da sobrio ardore. Timidi ancho sono i vinolenti, perché, perduto il dritto giudicio di ragione, spessissime volte temeno cose da non temere. La Virtù poi per qual ragione si aggiunga al carro di Baccho, è stato toccato dove havemo detto dei Linci. Gli instabile gradi sono annoverati tra i compagni di Baccho per designare il vacillar degli ebbri, i quali caminano con tanta instabilità che di continuo paiono cadere. Si aggiunge che Baccho ha gli steccati simili a quelli dei re, et non immeritamente, percioché, se veggiamo le hosterie, vedemo ivi i tabernacoli di frondi, le tavole apparecchiate, i cibi da mangiare et i vasi col vino; indi vi si veggono persone tumultuose et piene di risse, le quai cose tutte sono simili ai campi degli esserciti dei re. È cosa ancho possibile che Baccho appresso Greci fosse il primo che piantasse la vigna et ne cavasse il vino, conciosia che molto prima havemo per cosa chiara che Noé fece questo appresso gli Hebrei. Nondimeno alcuni dicono che Baccho non piantò la vite, ma che ritrovò l’uso del vino da Thebani non conosciuto, et che il congiunse con altri vari licori accioché fosse più dilettevole; il che, perché parve maraviglioso, appresso i rozi fu prima tenuto Iddio del vino. Oltre ciò dicono l’hedera essere sacrata a lui, cred’io perché, sì come le viti mandano fuori i loro pampani et uve, così ancho l’hedera manda fuori i suoi racemi torti et i frutti simili alla vite, et appresso ancho perché l’hedera è sempre verde, per la cui si viene a dinotare la perpetua gioventù del vino; il quale mai non s’invecchisse, anzi quanto è di più tempo, tanto ha maggior possa. Di questa ancho furono soliti già coronarsi i poeti, percioché per la facondia sono sacrati a Baccho, et affine di mostrare l’eternità dei versi. Il crivello poi è dedicato a lui con ragione misteriale, percioché dice Servio i sacrifici di Baccho appartenersi alla purgatione dell’anima, sì come per lo crivello si purgano i fromenti. Furono nondimeno di quelli che vollero queste purgationi farsi dagli huomini viventi per estrema ebrietà, la quale è il sacrificio di Baccho, affermando che se alcuno divenisse tanto ebbro che fosse sforzato vomitare, che dopo il passato stupore del cervello l’animo spogliato di noiosi pensieri resta tranquillo. Alla cui openione pare che Seneca in quel libro ch’egli scrisse della Tranquillità dell’Animo s’accosti. Vollero poi che Marsia fosse locato sotto sua difesa perché fu audace, anzi temerario contra Apollo; per la qual temerità intendo la loquacità dei vinolenti che tende verso ciascuno, per la cui alla presenza degli ignoranti spesse volte i prudenti dai rozi paiono restar confusi. I quali non avertiscono che l’oratione di questi tali non è fatta con ordine alcuno, ma a guisa di Satiro, come fu Marsia, qua et là va saltando et vacillando. Finalmente nel conspetto dei dotti et saggi spogliato Marsia, cioè scoperta la prosontione dei riscaldati, si rivolge in folgore, cioè [p. 099r] cade, et il parlare di questi tali si risolve come se non havessero detto nulla. Quello poi che s’appartiene ad Arianna si narrerà nelle cose seguenti dove di lei si tratterà. Che costui fosse lacerato dai Giganti et poi sepolto, credo essere stato detto perché da Eusebio nel libro dei Tempi si scrive che regnando Pandione in Athene, cioè negli anni del mondo tremilleottocento e novantasei (testimonio Marco Varrone Poeta), questo padre Libero guereggiando contra Perseo fu morto in battaglia, et che la sua sepoltura si vede in Delpho appresso l’aureo Apollo. Et questo sia detto in quanto all’historia. Ma alla fittione da alcuni s’aggiunge che egli, benché fosse sepolto tutto stracciato, nondimeno suscitò intiero; la qual cosa penso deversi intendere che, bevendosi più fiate, per lo calore del vino si move una ebbrietà per la cui assai si vede Baccho vivere et oprare alcuna cosa. Nondimeno d’intorno ciò diceva Alberico Baccho deversi intendere l’anima del mondo, la quale, benché per li corpi del mondo a membro per membro sia divisa, tuttavia pare che si rientegri, attuffandosi et riformandosi et sempre perseverando una istessa, non patendo nessuno affanno della sua semplicità. Ma io istimo questo Baccho d’Alberico deversi intendere il Sole di Macrobio. Esso Macrobio transferisce tutte le deitadi. È depinto in habito di donna perché nell’impresa contra gl’Indi hebbe nel suo essercito molte donne, sì come è stato predetto, overo perché il continuo bere indebilisce le forze, et alla fine rende ancho debile il bevitore. Ignudo poi viene dipinto perché l’ebbro manifesta il tutto, overo perché il bere ha già condotto molti a povertà et a restar ignudi; o pure perché il bere genera calidezza. È figurato fanciullo, attento che non altrimenti gli ebbri sono lascivi che <in> i fanciulli, a’ quali non è ancho l’intelletto intiero. Hora ci resta veder dei nomi. Primieramente si chiama Baccho, che suona l’istesso che furore; percioché il vino, et specialmente il novo, è di così focoso furore che non può essere tenuto rinchiuso da nessuna chiusura, et ancho rende furiosi quelli che il pigliano senza misura, sì come è stato predetto. Chiamasi Bromio da Bromin, che significa consumare, percioché la modesta bevanda del buon vino consuma le superfluità dei cibi et aiuta il padire, sì come ai phisici piace; ma pigliato fuori di misura disecca la humidità buona, et avilisce di sorte le forze dei nervi, che per lo più gl’ingordi diventano tremanti et debili. Chiamasi appresso Lieo da Lien, che vuol dire tratto, perché a volta a volta si bee; overo da ligo, ligas, perché pigliato modestamente raccoglie le disperse forze et le accresce, ma dishonestamente lega i sensi et la ragione. Overo, Secondo Fulgentio, è detto Lieo perché ci concede una certa lenità et piacevolezza, che, poscia che alquanto habbiamo bevuto, diventiamo più essorabili. Si dice ancho Ignigena, o perché sia generato di fuoco o vero perché genera il foco, cioè il calore, attento che veggiamo i capi dei bevitori fumosi, et che alle volte per la callidità metteno giù le vesti. Si noma ancho Nato di novo, et per ciò il dicono Ditirambo, che, Secondo Lattantio, suona l’istesso; onde che un’altra fiata sia nato di sopra egli s’è dimostrato, et indi, meritevolmente, Bimadre. Niseo poi è chiamato dalla città Nisa dove è adorato overo da Nisa, una delle cime del monte Larnaso a lui consacrata; Thioneo, che suona l’istesso che fa intonso, cioè non raso, è chiamato perché le viti da’ quali nasce ha i palmiti lunghi; overo, il che istimo meglio, per dimostrar [p. 099v] la sua pueritia, attento che i fanciulli sono senza peli. Riformator dell’uva è detto, perché fu il primo che piantò la vite. Nittilo poi perché fa venir la notte, cioè le tenebre ai sensi. Eleo da Elea, città dove grandemente era riverito. Hiaco, perché fa venire il singhiozzo agli huomini. Ehuan poi è una interiettione di lodar Baccho, et significa buon fanciullo. Briseo (Secondo Alberico) perché fu il primo che cavò il vino dall’uva; overo briseo, quasi hirsuto, cioè superbo. Onde di qui fu detto ch’egli in Grecia hebbe due statoue, una hirsuta chiamata Brisei, et l’altra delicata nomata Lenea. Fu detto Bassareo dalla qualità delle vesti usate dalle ministri ne’ suoi sacrifici; di che tali ministre erano chiamate Bassaride. Si dice poi padre Libero perché pare ch’apporti libertà agli huomini, percioché ancho i servi ubbriachi, mentre che quella ebrietà dura, istimano haver rotto i legami della servitù. Oltre ciò libera dai pensieri, et ci rende più securi nelle essecutioni; rende liberi i poveri dai bisogni; inalza ancho gli abbattuti in alto. Et dice Alberico che nel principio dell’edificationi delle città, facendosi per buon augurio sacrificio agli altri dei, si facevano ancho al padre Libero, accioché conservasse la libertà alla futura patria. Oltre questo, tutte le città ch’ubbidivano a’ Romani Imperatori del mondo erano o tributarie, o confederate, overo libere. Nelle città libere adunque in segno della libertà v’havevano il simulacro di Marsia, il quale habbiamo detto di sopra essere in protettione del padre Libero. Appresso fu in costume a’ Romani dare la toga libera ai giovanetti nelle feste liberali, per dinotare la vita più libera conceduta per l’avenire; i cui sacrifici (dice Servio) furono prima transferriti a Roma da Giulio Cesare, ne’ quali s’immolava un capro; et questo si faceva perché alle volte le caprette guastavano i racemi delle viti crescenti. Dice Marco Terentio Varrone, dove tratta dell’Agricoltura, che i capri a lui sono sacrificati come ad inventore della vite, accioché col supplitio del capo patiscano le pene. Ma io non istimo che questi sacrifici fossero prima trasferiti a Roma da Giulio Cesare, ma che si debba intendere di quel Padre Libero del quale pare c’habbia voluto Cicerone, mentre trattando delle Nature dei Dei scrisse:

Io dico questo Libero nato di Semele, et non quello che i nostri maggiori santamente et altamente giudicano Libero.

Et quello che segue. Il quale io istimo, Secondo l’openione di Macrobio, essere il Sole, da loro tenuto per padre di tutte le cose, et di qui detto padre Libero. Et così penso ancho haver inteso Virgilio, quando dice:

Tu Libero, et tu insieme Cerere alma

Che l’anno per ciel guidate intiero.

Et quello che va dietro; percioché Baccho non è quello che conduce l’anno, che gira per lo cielo, ma il Sole. Et queste veramente furono quelle due deità che grandemente adorarono gli Etrusci. Ma fosse chi si volesse questo Libero, Agostino nel libro della Città d’Iddio mostra dagli antichi esserli stato celebrati vituperosi sacrifici; et tra l’altre cose dice che in suo honore publicamente s’honoravano le parti virili vergognose, di maniera che nei festivi giorni di Libero il membro virile si portava diritto nella città con parole sceleratissime, conceduta ogni licenza. Indi condotto per tutta la città et per le piazze, il mettevano al suo loco statuito; fatto questo, la più honesta donna madre di famiglia che fosse tenuta nella città il co[p. 100r]ronava. Appresso, questo Baccho si chiama ancho Dionisio, del qual nome si tratterà dove si narrerà di Dionigi.

HIMENEO figliuolo di Baccho.

HIMENEO Secondo Alberico fu figliuolo di Baccho et Venere, et con l’auttorità di Remigio segue dicendo che per tale fu tenuto percioché per la soverchia lascivia suole eccittare la libidine. Himen in greco si chiama Membrana, la qual’è proprio il sesso feminile, nella quale diconsi fare le fanciullarie. Indi Himeneo fu detto Dio dalle nozze. Ma Lattantio dice essere cavato dall’historia, scrivendo che Himeneo fu un facinullo Atheniese di mediocre conditione, il quale, passando gli anni dell’età puerile et non essendo ancho giunto alla virile, fu di tanta singolar bellezza che da molti era tenuto per donna. Questi essendosi inamorato d’una donzella nobilissima et delle prime della città, et all’incontro ella di lui, percioché non sperava poter haverla per moglie si contentava almeno di vagheggiarla. Onde avenne che, celebrando le prime donne della città insieme con le donzelle i sacrifici di Cerere Eulesina fuori della terra, scorsero certi corsari ivi d’intorno, che sopra aggiungendole le rapirono tutte; tra ’ quali ancho fu preso Himeneo, che ivi era andato per veder la sua carissima donna. Havendo adunque i corsari per lontani mari condotto la preda, et essendo giunti in un certo paese, dove smontati s’adormentarono, furono tutti amazzati dai prigioni. Di che Himeneo, lasciate le vergini, volò ad Athene, et si convenne con i parenti della donzella da lui amata che, s’egli gli restituiva tute le donne rapite, eglino gli dessero per sposa la fanciulla; il che fatto, la hebbe per moglie. Il qual matrimonio, perché era stato felice, piacque agli Atheniesi aggiungere il nome d’Himeneo alle nozze. Nondimeno vi sono di quelli che dicano che il giorno delle nozze egli fu oppresso et morto da una certa ruina, onde per cagione di purgatione fu ritrovato che il nome suo s’havesse a celebrare nelle nozze; il che Servio in tutto danna. Ma io istimo che sia detto figlio di Baccho et Venere perché col mezzo di due si fanno le nozze, overo perché due intervengono alle nozze, cioè la festa et la copula carnale. Per la festa si deve intender Baccho, sì come si vede per Virgilio, quando dice:

Baccho vi sia dator dell’allegrezza.

Per Venere poi la copula carnale, parencho che a lei s’appartenga congiungere il maschio et la femina per generar figliuoli; così di questi due si fanno le nozze, overo Himeneo che si debbe intendere per le nozze.

THIONEO figliuolo di Baccho.

OVIDIO chiama Thioneo figliuolo di Baccho, et di lui recita una breve favola. Dice che egli havendo rubato un bue, et [p. 100v] per ciò i villani essendoli dietro, Thioneo, chiamato fortemente in suo aiuto il nome del padre, avenne che da Baccho fu cangiato in un cacciatore, et il bue in un cervo. Penso io che costui fosse un ladro, ma che havendo molto bene i contadini bevuto, egli facilmente desse ad intendere a quelli, che gli dimandavano il suo bue, si essere cacciatore, et il bue cervo.

THOANTE figliuolo di Baccho, che generò Hissiphile.

THOANTE fu figliuolo di Baccho, sì come si dimostra nei versi d’Ovidio, che dice:

Alhor Thioneo ne la notte prima

Al figliuolo Thoante si scoperse

Tutto tremante a quel donando aiuto.

Ma Paolo testimonia ch’egli nacque d’Arianna figlia di Minos. Nondimeno mi maraviglio come habbia potuto far questo, attento che Thoante, sì come si mostrerà più di sotto, generò Hissiphile, la quale al tempo della guerra Thebana serviva a Ligurgo Nemeo per balia di Ophelte, et Arianna pria che si maritasse fu rapita da Theseo, dopo che hebbe partorito Hippolito, il quale poco inanzi il principio della guerra Thebana venne in Italia. Et così Thoante fu molto più antico che Arianna. Costui (come testimonia Statio) già vecchio signoreggiando in Lenno, et havendo tutte le donne, di consentimento commune, amazzato tutti gli huomini di Lenno, dalla figliuola Hissiphile, che facendo un rogo finse haverlo morto, fu salvato, et di notte mandato nell’isola di Chio.

HISSIPHILE figliuola di Thoante.

HISSIPHILE fu figliuola di Thoante, Secondo che Statio dimostra, mentre dice:

A quale il regno, e il genitor Thoante,

Et il chiaro Euan de la stirpe zio.

Questa adunque, sì come riferisce l’istesso Statio, havendo consentito al commune consiglio delle donne di Lenno di amazzar tutti i maschi et vivere con le loro leggi, in quella notte che dall’altre donne fu commessa la iniquità messe il padre Thoante in una nave, raccomandandolo al padre Baccho, et il mandò nell’Isola Chio. Indi nel palazzo reale fatto un sublime rogo, fece finta haver amazzato il padre, et in loco di quello signoreggiò alle donne homicide. La quale regnando (come dimostra Statio) avenne che, andando gli Argonauti con Hiasone in Colcho, et essendosi accostati al lito di Lenno, o perché non fossero ricevuti, o perché volessero vendicare la scelerità, per forza presero l’Isola, et così essendo ivi allogiati, tra gli altri Giasone fu raccolto da Hissiphile, et seco hebbe a fare. Ma facendoli instanza i compagni, et avicinando il tempo del promesso ritorno, rimontando in nave d’ivi si partì, et la lasciò pregna; la quale poscia partorì due figliuoli, Thoante et Euneo. Ma non ritornando più Giasone, et per caso essendosi accorte le donne di Len[p. 101r] no ch’ella havea perdonato al padre Thoante, fu cacciata dal reame, et essendo rimasta sopra il lito fu presa da Corsari, et menata al servigio del Re Nemeo, il quale le diede a nodrire Ophelte suo picciolo figliuolo. Onde ella attendendo al suo ufficio, avenne che, venendo Argivi contra Thebani, et essendo giunti nella selva Nemea, dove si morivano di sete, per caso le spie che erano inanzi, overo esso Re Adrasto Re d’Argivi, la ritrovò, et la interrogò se sapeva insegnarli nessun fonte. La quale subito andò a mostrarli il fiume Langia, dove i Re et quei che seguivano dietro si trassero la sete. Ma mentre che Hissiphile andava seco quelli la interrogarono chi ella si fosse; di che havendoli veritevolmente raccontato la conditione sua, occorse che Thoante et Euneo suoi figliuoli ivi presenti col re la conobbero per madre, et facendola fermare la consolavano de’ suoi dolori. Ma intanto ch’ella racconta le sue sventure, essendosi scordata dell’allievo che da lei era stato lasciato in un prato scherzando tra l’herbe et fiori, quando andò a mostrargli il fiume, fu morto con la coda da un serpe. Là onde tutto l’essercito si turbò. Ma Ligurgo sopportando malamente la morte del figliuolo cercava contra lei vendicarsi; nondimeno fu dal Re Adrastro, dagli altri re et dai figliuoli difesa. Quello che finalmente avenisse poi di lei, non mi ricordo haver mai letto.

AMPHIONE RE di THEBE, quinto figliuolo del Secondo Giove,
che generò sette figliuoli et tante figlie.

AMPHIONE fu figliuolo di Giove et Antiopessi, come narra Homero nell’Odissea; del cui nascimento dove si tratta d’Antiopa si recita la favola. Nondimeno Ovidio dice, che ivi non si scrive, che Antiopa fosse impregnata da Giove converso in Toro. Et altrove dice:

Giove cangiato sotto habito, e forma

Di Satiro, per far Antiopa pregna.

Et quello [che] segue. Oltre ciò Homero vuole che Giove havesse di Antiopa tre figliuoli, cioè Amphione, Zeto et Calato. Vogliono appresso che questi fossero esposti dalla madre cacciata da Linceo Re di Thebe per lo stupro commesso con Epapho, overo Giove; i quali figliuoli cresciuti in età, et essendo stati nodriti da un certo pastore, si levarono contra Linceo, et l’amazzarono insieme con Dirce di lui moglie; et finalmente cacciato il vecchio Cadmo regnarono in Thebe. Di questi adunque, Secondo Servio, Amphione fu tanto eccellente nella musica che, appresso Lattantio, meritò da Mercurio la cithara, con la quale edificò le mura di Thebe; sì come mostra Seneca poeta nella Tragedia d’Hercole Furioso, dicendo:

Le cui mura Amphion nato di Giove

Edificò; con il sonoro canto

Ivi trahendo, et conducendo pietre.

Scrive ancho Plinio i canti Lidii. Appresso, di costui fu moglie Niobe figliuola di Tan[p. 101v]talo, dalla cui Secondo Homero nella Iliade hebbe dodici figliuoli. Ma Secondo i Poeti Latini, et spetialmente Ovidio, n’hebbe quatordici, i quali per la superbia di Niobe veggendo essere stati morti da Apollo et Diana, sé stesso con un coltello amazzò. Hora ci restano a dichiarare le fittioni. Dicono adunque che costui fu generato da Giove toro, overo Satiro; il che penso essere finto per dimostrare il fervore della libidine che ci opprime, percioché altrove si scrive Antiopa per forza essere stata oppressa. Nondimeno Theodontio dice che Amphione et i fratelli furono figliuoli non di Giove, ma di Epapho et Antiopa, et che per questo Antiopa fu repulsata dal marito Linceo Re di Thebe d’Egitto. Contra il cui Linceo movendosi, i giovani, già cresciuti in età, l’amazzarono et fuggirono in Grecia, dove ricevuti da Cadmo già vecchio il privarono del reame, et si chiamarono figliuoli di Giove. Questi fu in fiore (sì come dice Eusebio nel libro dei Tempi) nella musica, regnando Linceo in Argo. Ch’egli poi in edificar Thebe col suono della lira movesse i sassi (Secondo Alberico), non fu altro che con dolce armonia di parole persuasi agli ignoranti, rozi et duri huomini che qua et là sparsi dimoravano, che insieme si convenissero et civilmente vivessero, et per publica difesa circondassero una città di mura. Il che fu fatto. Che poi egli havesse da Mercurio la cithara, ciò fu (Secondo ch’affermano i Mathematici) perché dall’influsso di Mercurio hebbe la eloquenza.

I QUATORDICI figliuoli d’Amphione.

di Niobe hebbe Amphione sette figliuoli et tante figlie, de’ quali questi furono i nomi: Archemoro, Antegoro, Tantalo, Phadimo, Sipolo, Xemarco et Epinito. Le figliuole poi furono Asticratia, Pelopia, Chelori, Cleodose, Ogune, Phitia et Nerea. Ovidio dice che i maschi furono amazzati da Apollo per la superbia di Niobe, che contra Latona sparlava; et le femine furono morte da Diana al conspetto della madre. Nondimeno Ovidio discorda da Lattantio in alcuno dei nomi, percioché invece d’ Archemoro, Antegoro, Xemarco et Epinto, Ovidio vi mette Ilmeno, Alphenore, Damasicone et Ilioneo. Tra questi non so quale Homero chiamasse Amalea; il qual Homero dice che questi tali figliuoli, amazzati, stettero nove anni senza sepolcro. Finalmente convertiti que’ popoli in sassi, furono coperti, benché altrove dice che furono sepolti nel monte Siphilo. Che adunque questi tali figliuoli morissero così in un subito, credo che ciò avenisse per la peste, essendone Apollo il rovinatore; et di qui avenne che (mancando gli huomini) mancarono ancho chi loro sepellissero. I quali huomini venuti meno, et convertiti in sasso, cioè in polve, coprirono quelli non sepolti, overo fu tenuto che gli coprissero. Overo (il che penso più tosto) che i popoli divenuti di sasso, cioè indurati per li mali, trovate dell’urne, come dice Homero, gli sepellirono appresso il monte Siphilo, percioché alle volte per la soverchia pietà non possiamo quello che debbiamo. Overo puo[p. 102r]te accadere altrimenti, che questi per la iminente peste fossero sepolti privatamente, et che così stessero nove anni, fino attanto che, Secondo l’usanza reale, furono posti in sepolture di pietra.

ZETO sesto figliuolo del Secondo Giove, che generò Ithilo et Thio.

Fu Zeto figlio di Giove et Antiopa, sì come è stato detto dove s’è detto d’Amphione. Dice Lattantio sopra l’Achilleide, et Servio medesimamente, che costui fu rustico huomo, benché regnasse col fratello.

ITHILO ET THIO, figliuoli di Zeto.

ITHILO et Thio (come testimonia Homero nell’Odissea) furono figliuoli del re Zeto et Aidona sua moglie. Ithilo in errore di notte fu morto dalla madre Aidonna, credendo ch’egli fosse Amalea figliuolo d’Amphione, percioché ella havea invidia alla moglie d’Amphione perché havea sei figliuoli maschi. La quale conoscendo poscia il suo fallo desiderò morire; nondimeno per misericordia degli dei fu cangiata in Cardelino, che piange Ithilo. Di Thio ci resta il solo nome.

CALATO settimo figliuolo del Secondo Giove.

CALATO fu figliuolo di Giove et Antiopa, sì come Homero scrive nell’Odissea; del quale non mi ricordo altro che il nome solo.

PASITHEA et EGIALE et Euphrosine, che sono le tre Gratie,
et furono figliuole del Secondo Giove.

PASITHEA, Egiale et Euphrosine, le quali si chiamano le Gratie, overo Charite (sì come piace a Lattantio) furono figliuole di Giovo et Anthonoe. Dicono che queste sono serventi di Venere, et affermano ch’elle si lavano nell’Acidalio fonte che è in Orchomeno, città di Boemia; et indi caminano ignude, tenendo due di loro le faccie rivolte verso noi, et la terza il tergo. Quello adunque che sotto queste figure vollero intendere gli antichi, ci resta scoprire. Tendendo il nome di Gratia sempre a buon fine, meritamente sono dette figliuole di Giove, i cui effetti sempre [p. 102v] tendeno in bene. Et essendo Venere cagionatrice di tutte le congiuntioni per la potenza a lei conceduta, sì come è stato detto di sopra, meritamente a quella compiacciono, veggendosi sempre che alcuno, per lo precedere di qualche gratia, s’unisce overo diventa amico d’un altro, come sarebbe a dire per lo mezzo d’alcuno beneficio fatto, overo per conformità di complessione et costumi, o per agguaglianza di studi et altre cose simili. Et però (sì come piace a Fulgentio) Pasithea, la quale è la prima delle Gratie, s’interpreta attrahente, percioché principalmente per ogni causa che si moviamo siamo condotti dal desiderio che in noi d’alcuna cosa nasce. La seconda, che si chiama Egiale, s’interpreta lusingante, o vogliamo dir dilettante; conciosia che se in processo di tempo non ci dilettasse quello c’habbiamo per inanzi desiderato non si continuarebbe nell’amicitia, anzi subito si sciorebbe; et però è necessario che piaccia et diletti quello che per inanzi ci havea mosso. La terza poi si chiama Euphrosine, il che suona retinente; affine che per ciò s’intenda ciascuno essere guidato invano alla dilettatione di qualunque cosa, et così condotto vanamente dilettarsi, se ciascuno con l’opra sua non ritiene quello che l’havea condotto et gli diletta. Et di qui puoi conoscere due delle Gratie venire in te, overo altrimenti. Se alcuna speme haverai posto in cosa grata, da quella il doppio et più in te ritornare vedrai; et perciò Ilioneo appresso Virgilio dice a Didone:

Né d’esser stata prima a te non caglia.

Come s’egli voglia intendere et dire, se tu farai qualche bene a noi, et che Enea viva, tu riceverai da lui il merito doppio. Sono dette poi bagnarsi nell’Acidalio fonte, perché Acida in greco volgarmente vuol dire cura, overo pensiero. Là onde questo è finto affine che sentiamo che mentre siamo condotti, mentre prendiamo dilettatione et mentre ci sforziamo fermarci, siamo travagliati da diversi pensieri. Non per altro vollero ch’elle caminassero ignude eccetto accioché conoscessimo, nel pigliare le amicitie, nessuna cosa non finta, non vestita né contrafatta dovervi intervenire; anzi a ciò dobbiamo condursi con la mente pura et aperta, percioché quelli che cercano altrimenti più tosto si ponno chiamare mercanti d’amicitie che veri acquistatori di quelle.

LACEDEMONE undecimo figliuolo del Secondo Giove, che generò Amiclate.

LACEDEMONE (come scrive Dite Candiano in quel libro ch’egli compose sopra l’Espositione dei Greci contra Troiani) fu figlio di Giove et Taigeta, figliuola d’Agenore re di Phenicia; benché Eusebio nel libro dei Tempi dica che fosse figlio di Semele, senza sapersi il padre, et che edificasse Crotopo città, regnando Lacedemone in Argo.

AMICLATE figliuolo di Lacedemone, che generò Argalo.

Sì come afferma il predette Dite, Amiclate fu figliuolo di Lacedemone, benché vi siano libri ne’ quali si legga Lacedemonii [p. 103r] essere stata femina, et di lei esser nato Amiclate. Nondimeno io istimo che fosse huomo.

ARGALO figliuolo d’Amiclate, che generò Oebalo.

Vuole l’istesso Dite che Argalo fosse figliuolo di Amiclate; il quale Secondo Theodontio fu il primo che in Achaia messe insieme la carretta. Ma io temo ch’egli non si sia quasi ingannato dalla similitudine del nome, percioché il primo che in Grecia fece la carretta fu chiamato Aregilo, et quella ritrovò regnando Argo Phorbante, che fu molto prima di Argulo.

OEBALO figliuolo D’ARgolo, che generò Tindaro et Icaro.

OEBALO (Secondo Dite et Theodontio) fu figliuolo d’Argulo, il quale (dice Paolo) regnò appresso Laconi; a’ quai da sé diede il nome di Oebali. Ritroviamo che costui hebbe due figliuoli, Tindaro et Icaro.

TINDARO figliuolo d’Oebalo.

TINDARO (come scrive Dite et Theodontio) fu figlio d’Oebalo, et allui successe nel reame; del quale, se bene altro non si legge, almeno habbiamo che di quello fu moglie Leda. La quale, se non di lui, nondimeno di Giove nel suo palazzo reale partorì Castore, Polluce, Helena et Clitempestra, benché vi siano di quelli che dicano Castore et Clitempestra non di Giove, ma di Tindaro essere stati figliuoli. Tuttavia io tengo che tutti quattro fossero di Tindaro; ma sia da me lontano ch’io toglia a così pudicissimo Iddio que’ figliuoli che la liberale antichità a lui ha dicato.

ICARO figliuolo D’Oebalo, che generò Origine, Iptima et Penelope.

ICARO, Secondo Leontio, fu figliuolo d’Oebalo. Dice Lattantio che costui fu compagno del padre Baccho, et che da lui hebbe in dono concedere il vino a’ mortali. Il quale havendolo dato a’ pastori, overo Secondo altro a’ suoi lavoratori, et quelli o perché n’havessero preso oltre il dritto, overo a tal licore non fossero avezzi, divenuti ebbri, et indi istimando che Icaro gli havesse avenenati, amazzarono lui che appresso Marathone era alla caccia. Onde Servio dice che lungamente il suo cane fece la guardia al corpo. Finalmente (sì come afferma Theodontio) il cane cacciato dalla fame ritornò a casa, et subito che Erigone figliuola d’Icaro gli hebbe dato del pane, egli incontanente ritornò al corpo del padrone; di che Erigone seguendolo ritrovò il padre [p. 103v] morto, per li cui preghi Icaro finalmente fu assunto in cielo et cangiato in Boete, et insieme con lui il cane, che si chiama Assirio. Egli è cosa possibile che, essendo nell’ottava sphera molte imagini figurate con un certo disegno di stelle dagli antichi astrologi, che alcune di queste per consolatione dei posteri dopo Icaro fossero nomate dal nome d’Icaro et dal suo cane. Ma io non credo che questo Icaro fosse quello che fu figliuolo d’Oebalo et padre di Penelope.

ERIGONE figliuola d’Icaro.

ERIGONE fu figliuola d’Icaro, come afferma Lattantio et Servio; della quale essendosi inamorato Baccho (Secondo che dice Ovidio), da lui cangiato in uva fu impregnata. Costei nondimeno, sì come vuol Servio, essendo stata guidata dal cane nella Marathonia selva et havendo ritrovato il padre morto, et piantolo lungamente, finalmente non potendo più sopportare il dolore sé stessa con un laccio appese; ma o per lo soverchio peso del corpo, o per la debilità della fune o del ramo, avenne ch’ella cadè in terra, a compassione della quale mossi gli dei la trasferirono tra le stelle, et nel zodiaco la fecero quel segno che hora chiamamo Vergine. Nondimeno in processo di tempo turbando (Secondo Lattantio) l’ombra di lei tutto quel paese, per mitigare la sua ira fu ritrovato che si formasse una imagine di cera et si sospendesse su quell’istesso albero, et dai pastori et da’ cani facevano celebrare quel solenne giorno. Onde Virgilio disse:

Et l’imagine tua su l’alto pino

Sospendon, per sacrar festivo il giorno.

Ma Servio dice altrimenti, percioché vuole che dopo alquanto tempo essendo mandata una infermità agli Atheniesi, tale che ancho le vergini guidate da certo istrano furore s’appiccavano, et dall’oracolo essendogli risposto che quella peste non si poteva acquetare se non ritrovassero i corpi d’Erigone et Icaro, i quali lungamente furono ricercati, ma non si potendo ritrovare, gli Atheniesi per mostrare la loro divotione, quasi che volessero mostrare ricercarli ancho in altro elemento, legavano delle funi agli alberi, alle quali tenendosi gli huomini con le mani in aere qua et là si movevano et aggiravano, come quasi se volessero cercare i loro corpi per l’aria. Ma perché molti cadevano, trovarono delle imagini a sua simiglianza, et in vece loro movevano quelle sospese. Onde furono chiamate Oscille, percioché movevano le faccie; et in quel modo fu purgata la peste. Ch’ella poi fosse ingannata et impregnata da Baccho in forma d’uva, credo che fosse detto perché fu cosa possibile ch’ella mangiando dell’uva divenisse ebbra.

HIPTIMA figliuola d’Icaro. [p. 104r]

HIPTIMA fu figliuola d’Icaro, come testimonia Homero nell’Odissea, dicendo:

A Hiptima figliuola del magnanimo Icaro, moglie d’Eumilo, c’habita in casa del fratello.

PENELOPE, figliuola d’Icaro et moglie d’Ulisse.

PENELOPE fu figliuola d’Icaro, come mostra Homero nell’Odissea, mentre dice la molto saggia Penelope figliuola d’Icaro. Costei, sì come è palese, fu moglie d’Ulisse, et di lui partorì il figliuolo Thelemaco. Poscia essendo andato Ulisse a Troia, et indi dopo l’esser rovinata Troia, havendo molto errato, ella sopportò molte cose, sì per difender la sua pudicitia, la quale molti dei Proci cercavano corrompere, come ancho per la tema delle insidie poste da quelli contra Thelemaco, et per lo dolore del non ritornante Ulisse. Finalmente conservando il tutto rihebbe il marito; ma qual fine fosse il suo, non se ne ha certezza. Nondimeno Leontio dice Licophrone, Poeta greco, scrivere che Penelope si congiunse con tutti i Proci, et di uno di loro partorì un figliuolo chiamato Pan. Del che nel suo ritorno essendosi accorto Ulisse, subito se n’andò nell’Isola Gortina, et ivi se ne morì. Ma da me sia lontano ch’io creggia che la pudicitia di Penelope, celebrata da tanti et così famosi auttori, fosse da nessuno machiata; ciò che Licophrone ha scritto, egli l’ha detto come mala lingua.

TANTALO, duodecimo figliuolo del Secondo Giove.

Spedita la progenie dei Lacedemoni, egli è da ritornare agli altri figliuoli del Secondo Giove, tra ’ quali Theodontio dice che Tantalo ne fu figlio. Fu questi antichissimo Re di Corinthi, et huomo pio, et spesso sedette alle mense degli dei; il che penso essere stato finto perché la Roccha di Corintho è così eccelsa che s’alcuno sopra vi sale pare ch’ascenda in cielo, et sia con gli dei.

HERCOLE decimoterzo figliuolo del Secondo Giove, che generò Carthagine.

Questo Hercole da Cicerone nel libro delle Nature dei Dei viene chiamato quarto, et dall’istesso viene detto figliuolo di Giove et nato di Asterie, sorella di Latona. Oltre ciò dice che costui è tenuto in molta riverenza da quei di Tiro, et vuole che da lui fosse generata una figliuola chiamata Carthagine. [p. 104v]

CARTAGINE figliuola del quarto Hercole.

CARTAGINE, sì come è stato mostrato di sopra, fu figliuola del quarto Hercole, et è quella città che noi chiamiamo Cartagine. La quale fu detta figliuola d’Hercole perché dai Phenici fu edificata con l’augurio d’Hercole suo Iddio, et da loro in molta riverenza tenuto.

MINERVA, quartadecima figliuola del Secondo Giove.

MINERVA, non quella c’hebbe il cognome di Tritonia, fu figlia del Secondo Giove, come scrive Tullio nelle Nature dei Dei; la quale l’istesso Tullio afferma che fu inventrice et prencipe delle guerre. Et però da alcuni è chiamata Bellona, sorella di Marte et guidatrice di carrette; come pare che dimostri Statio, dicendo:

Regge Bellona con la man sanguigna

I cavalli, et aggira i lunghi dardi.

Né questa fu quella che gli antichi affermarono esser vergine et sterile; anzi, come vuole il medesimo Tullio, di Vulcano antichissimo figliuolo del Cielo ella partorì il primo Apollo. Oltre ciò (come dice Leontio) questa è quella che fu finta in armi famosa, con gli occhi oscuri, con l’hasta in mano lunghissima et con lo scudo di christallo; et questo più per dimostrare la guerra ritrovata da lei che per altro significato. Il che io non credo; anzi tengo che tutte quelle insegne a lei siano attribuite per dinotare qualche misterio. Percioché, essendo tutti noi travagliati da continue guerre, istimo che la fingano armata affine che siamo ammaestrati gli huomini aveduti star sempre apparecchiati in armi, cioè in consigli, con i quali si possa ostare alle cose che ponno nuocere. Ch’ella habbia gli occhi oscuri et biechi, dinota il saggio così liggiermente non poter essere allacciato, dimostrando per lo più in apparenza il contrario di quello ch’egli nell’animo tiene, sì come fa quello c’ha gli occhi biechi; il quale tiene il guardo altrove che non istimano quelli che il guardano in faccia. Si dedica a lei l’hasta lunga, accioché conosciamo l’huomo prudente conoscer ancho le cose lontane, et ancho di lontano tirar colpi et da sé cacciare gl’insidianti. Lo scudo cristallino poi a lei è attribuito affine che appaia, nel trasparente cristallo et fermo corpo, l’huomo saggio dirittamente veder insieme et l’opre dell’inimico et il saper difender sé stesso con necessari rimedi. Appresso (dice Lattantio) che costei hebbe contentione con Nettuno in dar nome alla città d’Athene, et che in presenza dei dei contrastarono insieme; onde per loro sentenza fu diterminato che ciascuno di loro percuotesse la terra, et che da quella percossa che producesse più lodevole effetto, colui imponesse il nome alla cittade. Là onde Nettuno percossa la terra con il tridente fece uscire un cavallo, et Minerva con l’hasta l’uliva; la quale essendo parsa più utile del cavallo, Minerva per semenza degli dei chiamò la città dal suo nome Athene, perché Minerva da’ Greci è detta Athe[p. 105r]na. Il figmento che in ciò si contiene, così l’espone Alberico. Dice che stette alquanto in dubbio Cecrope edificator di Athene, che medesimamente fu ne’ tempi di questa Minerva (sì come è chiarissimo ancho appresso Theodontio), se doveva darle nome o dalla commodità del mare, che le dava molta utilità et le era molto vicino, o dalla commodità della terra, della quale ancho era molto abondante et a lei non poco necessaria. La qual commodità del mare volsero figurare per lo cavallo, conciosia che il mare si muove et gira come un cavallo, et il cavallo è come il mar veloce, et alle volte impetuoso et pieno di soverchio furor, sì come il mare. Et la terra figurarono per l’uliva, o perché il loco sia fertile d’olive, o perché il terreno sia grasso et abondante. Finalmente veggendo l’aveduto huomo le commodità del mare per diverse cagioni poter esserle tolte, et le terrestri per ogni caso ch’occorra restar continue, giudiciò dar nome alla città dalle cose terrestri perpetue, et però la chiamo Athene, il che latinamente suona immortale. Ma io istimo che, essendo la città d’Athene maritima, nascesse divisione tra i nocchieri et gli huomini mecanici, cioè che i marinari mostrassero che per lo navigar del mare et per li navili delle mercatantie molto s’accrescesse la città; le quai cose si debbono intendere per lo cavallo. Et che i Mecanici all’incontro mostrassero che con le arti et con l’agricoltura si sostentano et aumentano le cittadi; le quali arti si figurano per l’oliva, essendo il suo licore necessario et buono, et che amplia. Di che dagli dei, cioè dai giudici fatti sopra ciò, fu publicata la sentenza in favor dei mecanici; onde qui non senza ragione viene indutto Nettuno per l’arte marinaresca, et Minerva per l’arti mecaniche, la quale fu quasi inventrice di tutte l’arti. Potrebbe quivi opporsi alcuno et dire che il primo Giove detto re d’Athene fu molto prima che Cecrope; et nondimeno habbiamo detto che Cecrope fu edificator d’Athene. Questa oppositione con poche parole risolve Leontio. Dice che non di novo fu edificata Athene da Cecrope, ma fu ritirata più vicino al mare, et che quel tempo nella roccha vi nacque l’oliva senza esservi piantata.

ARCADE quintodecimo figliuolo del Secondo Giove, che generò Ionio.

ARCADE fu figliuolo di Giove et Calisto Nimpha, sì come chiaramente dimostra Ovidio. La madre di costui, dopo che Licaone suo padre fu da Giove cacciato del reame (Secondo che riferisce Paolo) si fece delle compagne di Diana; et menando la sua vita in caccie et essendo venuta bellissima fu amata da Giove, il quale (come dice Ovidio) in forma di Diana tra l’ombre dei boschi la ingannò, et di sé la fece pregna. Onde crescendole il ventre, et dalle donzelle compagne essendo invitata a lavarsi in una fonte dove ancho si bagnava Diana, ella temendo di non far palese il suo peccato se mettesse giù le vesti, faceva resistenza di lavarsi. Finalmente spogliata dalle donzelle, et veggendole Diana il ventre gonfio, subito cacciolla dalla sua compagnia; onde poi quella partorì Arcade. Di che essendosi accorto Giunone, et contra lei mossa ad ira, la pigliò per li capelli, et poscia che molto s’hebbe sfogato lo sdegno la cangiò in [p. 105v] un’orsa. Arcade poi essendo già grandicello volse amazzar quella da lui non conosciuta, et che veniva a ritrovarlo; ma ella piena di paura (come dice Theodontio) se ne fuggì nel tempio di Giove, le porte del quale stavano sempre aperte; né per ciò fiera né uccello alcuno v’entrava. Nondimeno ancho Arcade la seguì; per la qual cosa gli habitatori volendoli amazzar tutti due, fu vietato da Giove, che medesimamente tramutò Arcade in Orso, et amendue gli tolse in cielo et gli pose d’intorno il Polo Artico. Et Calisto viene detta l’Orsa Minore, et Arcade la Maggiore. Ma Giunone, turbata che la concubina con il figliuolo fosse raccolta in cielo, andò da Theti sua gran nutrice, et la pregò che non lasciasse lavar quest’orsa Secondo l’usanza dell’altre stelle nell’onde sue. Il che le promisse Theti di fare, et fino al dì d’oggi l’osserva. Sotto questa fittione v’è per lo più nascosta l’historia. Percioché, vinto Licaone da Giove, la figliuola Calisto fuggì dalle vergine sacre a Pan Liceo, et con queste havendo fatto voto di verginità perpetua, avenne che Giove intendendo della sua bellezza s’inamorò di lei et gli venne disio d’haverla. Et essendosi vestito in habito di quelle vergini, di notte segretamente andò a lei, et con diverse persuasioni havendola condotta al suo volere le tolse la verginità et la impregnò. Finalmente nel tempo del partorire scoprendosi il peccato di Calisto, incontanente con grandissima sua vergogna (non havendo ardire l’altre vergini sacre per tema di Giove proceder più oltre contra lei) insieme col figliuolo fu cacciata dal monastero; la quale per la vergogna segretamente se n’andò ne’ boschi, et ivi lungamente stette nascosta. Ma essendo cresciuto il figliuolo, et divenuto animoso, né potendo sopportare lo star sotto la madre, la volle amazzare; di che percossa dalla tema, lasciando le selve andò a ritrovar Giove, che la ritornò in gratia del figliuolo, et le concesse che potesse ritornare nel reame paterno; et così v’andò. Là onde havendo il ferocissimo giovane Arcade sotto l’ubbidienza sua ridotto i Pelasghi, quelli dal suo nome chiamò Arcadi. Ma gli Arcadi, che istimavano Calisto per essere stata tanto nascosta esser morta, la chiamarono Orsa, percioché l’Orso (come dicono i Phisiologi) sta dormendo una certa parte dell’anno nelle caverne; indi dal nome della madre chiamarono ancho il figliuolo Orso. I quali amendue in gratia d’Arcade i Poeti dissero che furono trasportati in cielo; et di cani, in quelli lochi dove posero questi, molto per inanzi dagli Egittii figurati, gli fecero Orsi. Che poi da Theti nodrice di Giunone non sia lasciata lavare nell’Oceano, ciò è stato tratto dalla elevatione del Polo; il quale nel nostro paese di maniera è elevato, et queste stelle di maniera a lui sono propinque, che per lo girar del cielo, sì come l’altre che nel tramontar paiono bagnarsi nell’Oceano, in quello non ponno attuffarsi, anzi le veggiamo d’intorno l’intiero Polo col loro girare. Scrive Eusebio che questo Arcade soggiogò i Pelasghi negli anni del mondo tremillesettecento et otto.

IONIO figliuolo D’Arcade, che generò Nicostrata.

[p. 106r] IONIO (come dice Theodontio, et dopo lui Paolo) fu figliuolo d’Arcade et di Selenne Nimpha; et fu huomo al tempo suo nell’arte della guerra et spetialmente navale di maniera instrutto, che sotto di sé ridusse quasi tutti i liti della Morea fino al mare Siciliano, et dal suo nome gli chiamò Ionii et il mare Ionio. I quali Ionii vennero in così gran preminenza, che dicono ch’a loro fu sottoposta quasi la quarta parte di tutta la Gretia, et quella constrinsero porre in uso le lettere Ionice et la grammatica. Ma Leontio nega questo cognome essere stato alla gente et al mare imposto dal Re Ionio, affermando che molto prima a loro fu dato questo nome da Ione figliuola d’Inaco, la quale hebbe in suo potere grandissima parte di quello imperio. Il che altrove ancho testimonia esso Theodontio. Hebbe adunque (Secondo Theodontio et Leontio) Ionio una sola figliuola, chiamata Nicostrata.

NICOSTRATA, figliuola d’Ionio et madre d’Evandro.

NICOSTRATA, per confermatione di Theodontio et Leontio, fu figliuola d’Ionio re d’Arcadia; la quale (Secondo i predetti) essendosi maritata in un certo nobile huomo Arcade chiamato Pallante, overo altri, essendo di lui nora; di Mercurio poi partorì Evandro, che fu re d’Arcadia. Et essendo dottissima in lettere greche fu di così eccellente ingegno che con perfetto studio penetrò fino all’arte dell’indovinare, et divenne famosissima indovinatrice; et alle volte in verso dichiarando a quelli che la dimandavano le cose future, lasciato il nome di Nicostrata fu detta Carmenta. La quale (havendo amazzato Evandro il putativo padre, overo (come vogliono alcuni) suo vero padre) o pure (come piace ad altri) per seditione de’ suoi essendo stato cacciato del reame, promettendo al figliuolo che se ne fuggiva grandissime cose da lei antivedute, seco se ne venne in Italia; et entrando le foci del Thebro si fermò sul monte Palatino. Et havendo ritrovato gli habitatori selvaggi, ritrovò novi caratteri di lettere, et a loro insegnò le congiuntioni et il proferirgli. Le quali lettere, se bene da principio non furono più che sedici, nondimeno essendovene aggiunte dai posteri alcun’altre, fino al dì d’hoggi appresso noi durano. Della qual cosa maravigliati i rozi huomini tennero quella non donna, ma più tosto dea; et havendo eglino celebrato et adorato quella, ch’ancho viveva, con divini honori, come fu morta sotto la più infima parte del monte Capitolino, dove ella havea menato la sua vita, le edificarono una capella overo chiesetta; et per far eterna la sua memoria i lochi ivi d’intorno contigui dal nome suo furono detti [p. 106v] Carmentali. Il che né ancho Roma essendo in fiore si volle scordare; anzi una porta della città ch’ivi i cittadini per necessità haveano fatto fare dal suo nome per molti secoli fu nomata Carmentale. Ci restava, per fornir tutta la progenie del Secondo Giove, Dardano, il quale fu uno de’ suoi figliuoli. Ma perché questo quinto volume ricercava il fine, et la discendenza di lui sarebbe andata troppo in lungo, ci è parso fare un poco di pausa, et serbar Dardano et la sua prole al seguente libro.

IL FINE DEL quinto LIBRO.

LIBRO sesto di MESSER GIO. BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO ET ADORNATO

PER M. GIUSEPPE BETUSSI DA BASSANO.

 

AL VERAMENTE MAGNIFICO ET

ILLUSTRE SUO SIGNORE,

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

Nelle foci del Thebro era già mancato l’impeto della liggiera barchetta; dove stando alquanto ocioso, et aspettando nove forze et novi venti per navigar altrove, tratto da una certa riverenza del loco incominciai riguardare tutte le cose ivi circonvicine. V’erano ivi da riguardare le antiche ruine di Laurento et Lavinio, et gli alberghi degli antichi Latini. Indi Alba Lunga, così chiamata dalla porca pregna, tutta circondata da sterpi et spini; senza ritenere in sé nessun’altra memoria che il nome a pena. Ma alquanto più oltra splendeva la già aurea Roma, più tosto per vecchio splendore che per lume novo; la quale riguardando io con tutto l’animo mi vennero in [p. 107r] mente gli antichi Re, et i baroni, et i sublimi capitani famosi per l’infinita virtù et militar disciplina, et molto riguardevoli per la santissima povertà. Vennero i famosi triomphi, le soggiogate nationi da ogni parte, et la gloria singolar dell’impero; per la qual sola superò gli altri mortali, et per la quale meritò reggere i freni et essere chiamata capo di tutto ’l mondo. Così, mentre meco tutto pieno di maraviglia stava considerando chi si potesse meritamente dir padre et primo genitore di tanta grandezza, o la Terra, o Titano, o Nettuno, avezzi di produrre ismisurati corpi, m’entrò nella memoria il tosco Dardano, et mi ricordai essere stato antichissimo avo del vittorioso popolo. Né da lontano si vedeva il lito dove havea slegata la nave per andar verso Asia, et congiungersi con i semi di così inclita discendenza. Là onde, accioché non paia tralasciata la famosa progenie per tanto splendore, lasciati i ricetti del Thoscano fiume, seguendo il vecchio solco dell’acqua (per conoscere le memorie nascoste dalla fede dei maggiori) col favor di Zephiro drizzai la prora fino al meonio lito, accioché col mezzo suo, sì com’egli per le sue successioni si congiunse con l’acque di così grande et maraviglioso imperio, riconoscessi gli antichissimi progenitori, et fino alla fine di così inclita posterità conducessi i successori.

DARDANO decimosesto figliuolo del Secondo Giove, che generò Erittonio.

EGLI s’è dimostrato nelle cose precedenti che il Secondo Giove fu figliuolo del Cielo; della cui discendenza, perché nel precedente volume quasi tutto l’ordine s’è trattato, riserbando solamente Dardano, in questo libro descriveremmo la sua progenie ripigliando lui, il quale gli antichi testimoniano che fu figliuolo di Giove et Elettra, figliuola d’Atlante et moglie di Coritho Re. Del cui nel libro de’ Fastis dice Ovidio:

D’Atlante chi non sa, ch’Elettra figlia

Dardano partorì? Voglio dir io,

Ch’Elettra giacque, et hebbe a far con Giove.

Dicono gli antichi che Giove tra tutti gli altri figliuoli spetialmente amò costui. Ma quello che si voglia la fittione, con poche parole consideramo. Secondo la sentenza di Paolo si trova che Dardano fu figliuolo del Re Coritho et della moglie Elettra, ma per nobilitare la posterità attribuito a Giove; al quale ancho di costumi era conforme, percioché di natura fu huomo piacevole et religioso, come dice l’istesso Paolo. Di costui fu fratello Iasio, benché ci siano di quelli che v’aggiungano Italo et Sicano, et Candavia sorella. Et essendo il Re Coritho signor della città sola di Coritho, così chiamata dal suo nome, et era quella la qual hoggidì (Secondo l’openione di Paolo) aggiungendovi alcune lettere dal volgo si dice Corneto, i fratelli maggiori d’anni, morto lui, vennero in discordia della successione, cioè Dardano et Iasio. Là onde mosso ad ira Dardano, che di età era minore, amazzò Iasio. Di che veggendo per ciò i cittadini turbati, con una parte del popo[p. 107v]lo montò in nave, et cacciato da lungo viaggio prima si fermò in Samothracia, che alhora era Samo; sì come testimonia Virg. dicendo:

Dardano nato in questi campi venne

Fino di Phrigia a le cittadi Idee,

Fino a Samo di Thracia; la qual’hora

Si chiama Samothracia; di qui lui

Partito da la sedia di Coritho.

Et quello che segue. Da Samo poi se n’andò in quella parte dell’Asia che è vicina al mare Helesponto, et quella regione ch’egli occupò dal suo nome la chiamò Dardania; dove vi tenne la sua sedia, et dal suo nome v’edificò un castello detto Dardanio. Il che, Secondo Eusebio, fu circa il trentesimoquinto anno di Mosè, regnando Steleno in Argo; che fu negli anni del mondo tremilasettecentotrentasei. Ivi adunque havendo regnato cinquanta anni, come dice l’istesso Eusebio nel libro dei Tempi, lasciato il figliuolo Erittonio, che sopravisse a lui, finì l’ultimo giorno.

ERITTONIO figliuolo di Dardano, che generò Troio.

Fu Eritonio figliuolo di Dardano. Paolo pensò che costui nascesse di Candavia sua moglie. Questi adunque successe al padre Dardano; et havendo regnato quarantasette anni, lasciato un figliuolo chiamato Troio, se ne morì.

TROIO figliuolo D’Erittonio, che generò Ganimede, Ilione et Assarico.

TROIO fu figliuolo d’Erittonio, sì come è cosa chiara per li versi di Ovidio. Costui succedendo al padre et essendo huomo di guerra ampliò il suo regno, et chiamò dal suo nome quel paese Troia che per inanzi si diceva Dardania. Questi hebbe guerra contra Tantalo Re di Phrigia perch’egli gli rapì il figliuolo Ganimede, il quale fu da lui generato oltre Ilione et Assarico; i quali sopravivendo a lui, egli finì l’ultimo giorno.

GANIMEDE figliuolo di Troio.

GANIMEDE figliuolo di Troio fu bellissimo garzone, del quale così scrive Virgilio:

Mentre il fanciullo sopra il monte d’Ida

Cinto di frondi il crin coi dardi, e ’l corso

I cervi turba; fu rapito in alto

Da l’armigero uccel del sommo Giove,

Onde i vecchi custodi del fanciullo

Alzano invan le mani fino al cielo,

Et abbaiano indarno in aria i cani.

Dice Ovidio che costui fu rapito in cielo et fatto coppier di Giove, et essere il segno di Acquario. L’intento della qual fittione con poche parole Secondo il suo giudicio dichiara [p. 108r] Fulgentio, dicendo che Ganimede fu preda di guerra di Giove che guerreggiava in una battaglia di mare, et si ritrovava in una nave la cui insegna era l’Aquila. Ma Eusebio nel libro dei Tempi dice che non fu rapito da Giove, ma da Tantalo Re di Phrigia; il che afferma essere stato scritto da Phandro poeta, et che perciò nacque guerra tra Troio et Tantalo. Et di qui pare che rendi vano il detto d’Ovidio. Nondimeno Secondo Leontio non è vano. Dice egli Tantalo, per acquistar la gratia di Giove Cretese, da lui conosciuto per impudicissimo, sotto i segni dell’aquila haver rapito Ganimede che cacciava et haverlo donato a Giove; che poi fosse fatto pincerna degli dei ciò fu detto perché, figurato tra l’imagini del cielo, forse per contento de’ suoi dicono che è quella da noi chiamata Acquario. Nel quale fermandosi il Sole, la Terra viene bagnata da grandissime pioggie, dagli humidi vapori delle quali alcuni hanno voluto le stelle nodrirsi; et così è fatto coppieri degli dei. Questi fu nel tempo che Prito regnò in Argo.

ILIONE figliuolo di Troio, che generò Laumedonte.

HOMERO nella Iliade, dove spiega tutta la geneologia de’ Troiani fino ad Hettore et Enea, dice che Ilione fu figliuolo di Troio Re di Troiani. Questi (Secondo Eusebio nel libro dei Tempi) edificò quella famosa cittade per li versi d’Homero, Ilione, et dal suo nome così chiamolla. Questa è quella che per ispatio di diece anni patì l’assedio dei Greci, et da loro fu destrutta. Fu edificata circa gli anni del mondo tremilaottocentonovantacinque. Leggiamo poi che Ilione hebbe un solo figliuolo, Laumedonte, il quale (morendo) lasciò di sé herede.

LAUMEDONTE figliuolo d’Ilione, che tra maschi et femine hebbe otto figliuoli,
cioè Antigona, Hesiona, Lampo, Clitione, Ioetaone, Titone, Bucolione et Priamo.

Laumedonte re di Troia fu figliuolo d’Ilione, sì come nella Iliade è scritto da Homero. Dicono gli antichi che costui volse circondare Ilione, o vogliamo dir Troia, di mura, et che con Apollo et Nettuno fece accordo ch’eglino gli fabricassero le muraglia per tanto prezzo da lui con giuramento a loro promesso. I quali havendo esseguita l’opra, et veggendo che la promessa non gli era serbata, tutta Troia da Nettuno fu empiuta d’acque, et da Apollo le fu mandata la peste. Là onde Laumedonte travagliato andò all’oracolo per consultarsi del rimedio, al quale fu risposto ogni anno far di mistiere esporre ad un monstro marino una donzella Troiana; il che da’ Troiani si faceva per sorte. Finalmente toccò la sorte ad Hesiona figliuola di Laumedonte; la quale stando sopra lo scoglio ad aspettare il monstro marino vi sovragiunse Hercole, il quale fece conventione con Laumedonte che s’egli liberava dal mostro la figliuola voleva che fosse tenuto donarli i cavalli generati da [p. 108v] divin seme, la cui razza si sapeva essere in poter di Laumedonte. Nondimeno havendo Hercole liberata Hesiona, Laumedonte non volle mantener la promessa. Di che, overo (come ad altri piace) perché cercando egli il fanciullo Ila da lui perduto, da Laumedonte gli fu vietato entrare nel porto di Troia, con maggior numero di gente venendo ivi prese Ilione, amazzò Laumedonte et rivolse il tutto sossopra. Ma lasciate queste cose, veggiamo quello che la fittione significhi. Vogliono che appresso Troiani fosse una certa somma di denari che si serbavano per li sacrifici di Nettuno et Apollo, la quale tolta da Laumedonte con giuramento di non solamente restituirla, ma etiandio di aggiungervi ancho del proprio suo nei sacrifici, la spese in edificare le mura della città, né mai volle restituirla ai dimandanti quella. Onde venendo poi una mondatione d’acque, et poscia (sì come accader suole) non essendo bene l’acqua purgata, dal Sole l’aere per la putrefattione dell’acque restò infettato et generò la peste; i quali due mali perché paiono appartenersi a Nettuno et Apollo fu detto che erano venuti per lo giuramento falso di Laumedonte contra li dei. Che le vergini poi per risposta dell’oracolo fossero esposte a quella fiera, istimo che puote essere cosa possibile, attento che il diavolo era avezzo ingannar spesso loro; et di qui tengo la historia haver l’altre circonstanze. Costui hebbe molti figliuoli et figlie, benché Priamo solo succedesse al reame.

ANTIGONA figliuola di Laumedonte.

ANTIGONA (Secondo Servio) fu figliuola di Laumedonte. La quale dice egli, perché fu bellissima, hebbe ardire preporre la sua alla bellezza di Giunone, di che Giunone sdegnata la converse in cicogna. Del qual figmento si può render tal ragione. Dice Leontio che, pigliata Ilione da Hercole et amazzato Laumedonte, tutti i figliuoli di Laumedonte, eccetto Hesiona et Priamo che furono pigliati segretamente, fuggirono chi qua chi là, Secondo che la fortuna gli condusse. Ma Antigona tra le canelle di camandro stette nascosta molti giorni, et di qui io penso che la favola havesse loco, percioché colei la quale per la sua superbia (regnando il padre) di bellezza si preponeva alle altre, dalla fortuna prencipessa dei reami, che le rese il cambio, fu condotta a tale c’hebbe di gratia starsene dove le cicogne cercano il vivere; et così ella mentre ivi stette parve quasi essere cangiata in cicogna.

HESIONA, figliuola di Laumedonte et madre di Teucro.

Fu Hesiona figliuola di Laumedonte; la quale (sì come è stato detto di sopra) essendo stata liberata da Hercole dal mostro marino, poscia fu dall’istesso Hercole, rovinato che fu Ilione et morto Laumedonte, pigliata et data per parte della preda a Thelamone, ch’era stato il primo a salire sopra i muri della città. Il quale la condusse in Sala[p. 109r]mina, et essendo indarno più volte da Priamo richiesta, partorì a Thelamone Teucro.

LAMPO, CLITIONE et Ioetaone, figliuoli di Laumedonte.

LAMPO, Clitione et Ioetaone furono figliuoli di Laumedonte, sì come dimostra Homero nella Iliade, così dicendo:

Laumedonte generò Titone

Priamo, Lampo, e appresso Clitione.

Indi Ioetaon, ramo di Marte.

Di questi tre non havemmo altro che il solo nome.

TITONE figliuolo di Laumedonte, che generò Mennone.

TITONE, come di sopra s’è mostrato per li versi d’Homero, fu figliuolo di Laumedonte; il quale essendo bellissimo giovane, Secondo che dice Servio fu amato dall’Aurora et da lei rapito, dalla cui (dicono) c’hebbe un figliuolo chiamato Mennone. Indi havendo egli desiderato viver lungamente, et havendo ciò ottenuto, finalmente fu convertito in una cicada. Che costui fosse rapito dall’Aurora non istimo voler significar altro eccetto ch’egli, tratto dal disio di regnare, intesa forse qualche nova per la quale poteva sperare acquistar un impero, lasciata la patria se n’andasse in Oriente, dai quai popoli orientali a noi si leva l’aurora; et di quelli havendone soggiogati molti, a loro signoreggiò. Perché poi fosse convertito in cicada, si ponno mostrare alcune ragioni. La prima de’ quali è che, sì come le cicade si nodriscono della rugiada matutina che nell’aurora cade, così costui delle ricchezze orientali, che sono sotto l’aurora, si nodriva. Oltre ciò, perché le cicade sono nere et nascono verdi, così costui, che nacque bianco, toccato dall’ardore del Sole di quel paese dove era passato, Secondo il costume degli altri habitatori divenne nero. Finalmente, perché essendo vecchio intese la morte del figliuolo Mennone et la rovina de’ suoi, cadè in lamentevole vecchiaia, et indi se ne morì, sì come fanno le cicade; le quali paiono più tosto lamentarsi che cantare, et finalmente dopo lunga querela crepando si moiono.

MENNONE figliuolo di Titone.

MENNONE, per testimonio d’Ovidio, fu figliuolo di Titone et dell’Aurora. Dicono che costui venne con grandissimo numero di genti orientali in aiuto di Priamo, et che combattendo fu morto da Achille. Del quale favolosamonte Ovidio dice che, mentre egli posto nel rogo s’abbruggiava, per preghi della madre Aurora fu da Giove cangiato in uccello, et insieme con quello dalle faville della fiamma uscirono molti uccelli. I quali tre volte con gran gridi havendo circondato il foco si partirono, [p. 109v] et divisi che furono combatterono tanto fra loro che restarono morti; i quali uccelli dice Ovidio esser detti Mennoni. Questa fittione hebbe origine da un certo costume serbato dai suoi d’intorno il rogo di Mennone, et da un certo maraviglioso caso che occorse. Fu antichissimo costume degli orientali che i più cari amici del Re (morto ch’egli era) volevano col corpo di quello abbruggiarsi; et per ciò andando intorno a quel rogo et circondandolo più volte, per lo calore o per la stanchezza o per altro si moiono, et sono gettati nel foco reale. Onde penso che l’istesso fosse fatto al rogo di Mennone. Solino nel libro delle Cose Maravigliose del mondo così dice: Sta appresso Ilion il sepolchro di Mennone, d’intorno il quale per sempre certi uccelli dell’Ethiopia congregati insieme in schiera ivi volano, i quali dagli Iliesi sono chiamati Mennoni. Cremutio è l’auttore il qual dice che ogni cinque anni si adunano insieme in questo modo nell’Ethiopia, et s’aggirano d’ogn’intorno il palazzo reale di Mennone fino attanto ch’entrano in quello. Queste cose dice egli. Possiamo adunque per tai parole presumere per sorte essere accaduto che alhora venissero ivi quegli uccelli dove si facevano le reali essequie di Mennone, et haver col loro volo circondato quel loco; et indi dai semplici essersi creduto che quelli i quali si donavano alla morte per honore delle essequie reali andassero in faville, et di faville divenissero uccelli. Ma l’essersi cangiato Mennone in uccello non è altro, al giudicio mio, che la celebrata fama dell’huomo, la quale dopo la sua morte volò d’ogn’intorno per l’oratione et lodi dei suoi popoli. Alcuni diceno che da lui fu edificato un famosissimo castello in Persia chiamato Susi, vicino al fiume Surra.

BUCOLIONE figliuolo di Laumedonte, che generò Esipio et Pidaso.

BUCOLIONE fu figliuolo di Laumedonte, sì come nella Iliade testimonia Homero, mentre dice:

Bucolion figliuol di Laumedonte.

Di costui non habbiamo altro eccetto che generò due figliuoli, Esipio et Pidaso.

ESIPIO et PIDASO figliuoli di Bucolione.

ESIPIO et Pidaso furono figliuoli di Bucolione, come nella Iliade scrive Homero, dicendo:

Fu da Esipio, et da Pidaso; i quali

Furono da la Nimpha Varvarea

Già partoriti al buon Bucolione.

Questi valorosi giovani furono nella guerra contra Greci, ma combattendosi amendue furono morti da Eurialo greco, come testimonia l’istesso Homero. [p. 110r]

PRIAMO figliuolo di Laumedonte, che dalla moglie Hecuba hebbe tra figliuoli et figliuole
 diecenove, et da altre donne trent’uno, che in tutto sono cinquanta. De’ quali solamente i nomi
di trent’otto sono pervenuti a noi et sono questi, cioè Creusa, Cassandra, Iliona, Laodicea, Licaste,
 Medisicasti, Polisena, Paris, Hettore, Heleno, Caone, Troilo, Deiphebo, Polidoro primo, Polidoro
 Secondo, Licaone, Esaco, Antiso, Iso, Teucro, Dimocoonte, Echemone, Cromenone, Gorgitone,
 Cebrione, Phorbante, Doriclone, Pammone, Aliphone, Agatone, Hippotoo, Agannone, Laocoonte,
Mistore, Iphate, Testorio, Timoote, et Polite.

PRIAMO fu figliuolo di Laumedonte; tra ’ mortali così noto, che a pena ve ne è altro così conosciuto. Essendo egli ancho fanciullo, da Hercole fu rovinata la città d’Ilione, morto Laumedonte, et esso con molti altri preso; il quale poi fu riscattato da’ suoi vicini che per lui ad Hercole pagarono certa quantità di denari, et dal riscatto fu chiamato Priamo, sì come a Servio piace. Nondimeno si trova che costui rifece la mezza ruinata patria sua, et vogliono gli scrittori ch’egli la fortificasse molto bene, accioché potesse opporsi contra l’empito de’ nemici. Percioché dice Servio ch’egli oprò talmente che (Secondo Plauto) durando tre cose ella non poteva esser presa, cioè la vita di Troilo, la conservatione del Palladio et il sepolcro intiero di Laumedonte, il quale fu nella porta Scea. Secondo altri poi vi bisognavano a’ Greci molte altre cose per prenderla, come è che alcuno della stirpe d’Eaco vi fosse; onde Pirro ancho giovanetto vi fu condotto, che i cavalli di Rheso fossero tolti pria che gittassero l’acqua del Xanto et che vi fossero le saette d’Hercole, le quali vi mandò Philotete; percioch’egli sovragiunto dalla morte non vi puotè essere. Priamo adunque, morto Laumedonte, regnò; al quale succedendo tutte le cose prospere, tolta Hecuba figliuola di Ciseo Re di Thracia per moglie, et di lei et di molte altre donne havendo havuto infiniti figliuoli, in così gran splendore accrebbe il suo reame che non solamente era tenuto Re di Troia, ma ancho di tutta l’Asia. Ma havendo il figliuolo Paris invece d’Hesiona sorella di Priamo pigliata da Hercole rapito Helena moglie di Menelao, et menatala in Troia, né potendo da nessun prego essere indotto a restituirla a’ Greci che la richiedevano, vide Priamo quelli che con mille navi smontarono nel lito [p. 110v] Troiano et assediarono Ilione, mandando il tutto a ferro et foco, et molte volte amazzando i suoi figliuoli legitimi et naturali, et i Re venuti in aiuto di quello. Et finalmente vide Hettore morto et strascinato <o> dalla carretta d’Achille d’intorno la cittade; onde per rihaver il corpo di lui, dice Homero circa il fine della Iliade ch’egli con la guida di Mercurio se n’andò di notte in ginocchione a pregar Achille che gli lo restituisse. Benché Servio dica molto diversamente, percioché narra che di notte Priamo andò al padiglione d’Achille et il trovò adormentato, di sorte che l’havrebbe potuto amazzare; nondimeno più tosto il volle svegliare et pregare, di che hebbe il suo intento, et da Achille fu accompagnato fino a Troia. Ma questo è stato tacciuto da Homero accioché egli, ch’era tromba delle lodi d’Achille, non fosse tenuto recitatore delle sue vergogne. Oltre ciò vide Priamo il Palladio levato, i cavalli di Rheso menati via, Troilo et Paris amazzati; ultimamente esser presa Troia, menate via le figliuole prigione, arder tutti gli edifici, et nel proprio suo grembo essere passato con un coltello l’infelice figliuolo, et egli insieme. Nondimeno Servio dice esser varie le openioni della morte di Priamo, perché altri dicono che nel palazzo fu preso da Pirro et condotto alla sepoltura d’Achille, et ivi scanato; indi levatogli il capo dal busto essere stato posto in cima d’una lancia et portato d’intorno la città. Altri vogliono che fosse morto d’inanzi l’altare di Giove Herceo, sì come habbiamo detto; il che pare che ancho Virgilio voglia. Hebbe costui, sì come egli istesso narra ad Achille nell’ultimo libro della Iliade, tra maschi et femine cinquanta figliuoli, de’ quali dice che diecenove n’hebbe dalla moglie, et gli altri da altre donne sue concubine.

CREUSA, prima figliuola di Priamo et moglie d’Enea.

CREUSA fu figliuola di Priamo et Hecuba, come dimostra Servio, et fu moglie d’Enea, sì come per Virgilio è palese; et di lui partorì un figliuolo, Ascanio. Dice Virgilio che costei fu perduta da Enea nel fuggir ch’egli fece col padre et col figliuolo della ruina di Troia; ma alcuni vogliono ch’egli, per lo patto fatto con Greci di non lasciar viva persona che fosse del ceppo di Priamo, l’amazzasse. Il che pare che assai cautamente habbia toccato Virgilio dove descrive Enea che la ricerca, et induce l’ombra di lei a così parlare et dire:

Di Dardano non io, et de la dea

Venere nora vedrò mai le stanze

Dei Mirmidoni, et Dolopi superbi;

Né sarò mai di greche donne serva.

Ma la gran madre degli dei mi tiene

Rinchiusa in queste stanze, e in questi lochi.

Et così viene ad essere manifesto, poscia ch’ella dice non essere stata presa da nessuno ma essere ritenuta dalla madre dei dei, che è la Terra, ivi esser rimasta morta et sotterrata.

CASSANDRA, seconda figliuola di Priamo.

[p. 111r] FU Cassandra figliuola di Priamo et Hecuba et bellissima donzella; della quale essendosi Apollo inamorato et ricercando congiungersi seco, Cassandra gli dimandò un donno, il quale Apollo le promise con giuramento osservare. Ella adunque dimandò che diventasse indovinatrice, et ciò le fu concesso, ma volendo Apollo quello ch’egli all’incontro le havea richiesto, Cassandra gli negò. Di che Apollo sdegnato, non potendo torle quello che le havea dato, fece sì che mai non venisse prestato fede a nessuna cosa ch’ella pronosticasse. Et così fu fatto; percioché per la rapita d’Helena havendo prophetizato a’ Troiani quello c’havea a venire, non solamente non le fu creduto, ma dal padre et da’ fratelli per ciò spessissime volte fu battuta. Costei per auttorità di Virgilio fu data per moglie a Corebo, giovane Migdonio; ma non havendo mai celebrato le nozze, presa che fu Troia anch’ella medesimamente fu pigliata. Onde rovinata Ilione et partito il bottino tra i prencipi, la infelice toccò per sorte ad Agamennone, et a lui predisse tutto quello che dalla moglie gli era preparato, sì come dimostra Seneca Poeta nella Tragedia d’Agamennone; ma Secondo l’usanza solita egli non le credette nulla. Di che (Secondo che Homero nell’Odissea testimonia) avenne che nel convito Agamennone fu morto da Egisto et Clitennestra, et ella medesimamente per comandamento di Clitennestra fu amazzata. Quello che di Apollo è stato finto, a me pare che sia stato tolto dal caso occorso. Percioché la donzella diede opra allo studio et all’arte dell’indovinare, et perché vi faceva bona professione, parve ch’ella fosse amata da Apollo, Iddio dell’indovinare, et fu detto che da lui a lei fu conceduto quello ch’ella con grandissima fatica s’havea acquistato; et perché non si prestava fede alle sue parole, vi fu aggiunto l’avanzo della fittione.

ILIONA, terza figliuola di Priamo et moglie di Polinnestore re di Thracia.

ILIONA Secondo Servio fu figliuola di Priamo et Hecuba, sì come afferma Paolo. Costei, per ragione dell’antico hospitio et della notabile amicitia (come dice Servio) fu data per moglie a Polinnestore re di Thracia.

LAODICEA, quarta figliuola di Priamo et moglie di Helicaonio.

LAODICEA fu figlia di Priamo et maritata in Helicaonio, figliuolo d’Antenore re di Thracia; la quale da’ Troiani era chiamata Laodicea Galoo. Di costei fa ricordo Homero nella Iliade, dicendo:

Quella Laodicea, la qual fu moglie

 [p. 111v]                  Del re Helicaonio figliuolo

D’Atenor; fu tra tutte l’altre figlie

Di Priamo la migliore, et la più discretta.

Istimo io che costei fosse figliuola d’Hecuba.

LICASTE, quinta figliuola di Priamo et moglie di Polidamante.

SÌ come afferma Paolo Licaste fu figliuola di Priamo, et di maniera bella che, essendosi di lei inamorato Polidamante figliuolo d’Antenore et Theano, sorella d’Hecuba, egli la tolse per moglie, non riguardando punto che fosse nata d’una concubina.

MEDISICASTI, sesta figliuola di Priamo et moglie di Polippo.

MEDISICASTI fu figliuola naturale di Priamo, né si sa di qual madre. Costei fu moglie di Polippo figliuolo di Mentore, sì come Homero nella Iliade dimostra, il qual dice che Priamo havea una figliuola chiamata Medisicasti pria che gli Achivi venissero a Ipideo. Di costei in battaglia fu amazzato il marito da Teucro figlio di Thelamone.

POLISENA, settima figliuola di Priamo.

POLISENA Donzella fu figliuola di Priamo et Hecuba, sì come spesse volte fa fede Euripide nella Tragedia intitolata Polidoro. Costei viene ricordata per la più bella tra tutte l’altre donne Troiane, per la cui bellezza per disgratia sua fu da Achille amata; col mezzo del quale amore Hecuba a tradimento fece morire il fortissimo giovane, non istimando che per le ferite d’Achille ella veniva a spargere il sangue dell’inocente donzella. Costei dopo la ruina di Troia, sì come Seneca Poeta Tragico nella Troade dimostra, fu dimandata da Pirro figliuolo d’Achille per placar lo spirito del morto padre; onde alla fine dopo lungo contrasto (così persuadendo l’indovino Calcante) gli fu conceduta. Così il crudele et fiero giovane havendola fatta ornare a guisa di vergine et di novella sposa la menò alla sepoltura d’Achille, et perché dicevano che lo spirito d’Achille la dimandava (sì come dice Euripide nella predetta Tragedia) ivi la scannò.

PARIS ottavo figliuolo di Priamo, che generò Daphni et Ideo.

D’HECUBA et di Priamo fu figliuolo Paris, che per altro nome fu detto Alessandro. Del quale tra l’altre si narra tale historia. Dice Tullio, dove scrive della Divinatione, che essendo Hecuba pregna di Pa[p. 112r]ris a lei apparve in sogno di partorire una facella che abbrugiava et rovinava tutta Troia. Per lo qual sogno Priamo pieno d’affanno andò a consultarsi con l’oracolo d’Apollo, il quale gli rispose che per opra di quel figliuolo c’havea a nascere Troia andarebbe in ruina. Là onde Priamo comandò ad Hecuba che facesse morire quella creatura che di lei nasceva. Ma Hecuba partorito c’hebbe quel figliuolo et veggendolo bellissimo, di lui mossa a compassione il diede ad alcuni che il portassero ai pastori reali che l’allevassero. Così sul monte Ida da pastori fu nodrito; et essendo in età cresciuto hebbe a fare con Oenone Nimpha Idea, et di lei creò due figliuoli. Oltre ciò essendo tra tutti i litiganti giustissimo, crebbe di maniera in grandissima fama di giustitia che, litigando Pallade, Giunone et Venere sopra la loro bellezza per lo pregio del pomo d’oro che nel convito le fu gittato dalla Discordia, nel quale era scritto: DIASI ALLA PIÙ BELLA, da Giove furono mandate per la sentenza da Paris. Le quali (come dicono) se n’andarono a lui, et all’ombre dei dilettosi boschi d’un loco che si chiamava Mesaulo spogliatesi le vesti, a Paris si mostrarono ignude. Indi a lui disse Pallade: "Se giudichi me più bella dell’altre due, io ti darò la cognitione di tutte le cose." Così Giunone soggiunse: "Et io ti darò il dominio dei reami et delle ricchezze." Seguì poi Venere: "Et io ti prometto la più bella donna del mondo"; dalla cui concupiscenza commosso il selvaggio giudice giudicò il pomo essere di Venere. Finalmente (come dice Servio) questo Paris, Secondo i fatti di Troia scritti da Nerone, fu di maniera fortissimo che nel contrasto dello steccato che si faceva in Troia vinceva tutti, et ancho esso Hettore; il quale mosso ad ira perché era vinto, et stringendo la spada per amazzar quello, da lui tenuto per pastore, egli subito gli disse ch’era suo fratello; il che confermò col mostrargli i manili c’havea alle braccia, da lui tenuti nascosti sotto la veste di pastore. Là onde alcuni vogliono che essendo in questo modo conosciuto fosse raccolto nel palazzo reale. Indi, apparecchiate venti nave, da Priamo sotto spetie di legatione fu mandato in Grecia per domandar Hesiona; dove alcuni vogliono, et tra questi Ovidio, sì come si vede nelle sue Epistole, ch’egli fosse ricevuto et honorato da Menelao. Altri poi tengono ch’egli venisse in Grecia non vi essendo Menelao, et che mosso dalla fama della bellezza d’Helena se n’andasse a Sparta, et che desse l’assalto a quella nell’anno primo dell’imperio d’Agamennone, non v’essendo né Castore né Polluce; i quali erano andati da Agamennone, et seco haveano menato Hermiona figliuola d’Helena et Menelao. Così presa la città, per forza rapì Helena et portò via tutti i tesori reali; il che assai gentilmente tocca Virgilio, mentre dice:

Con mia guida l’adultero Troiano

Espugnò Sparta, et l’hebbe in suo potere.

Et per questo quelli che tengono tal openione vogliono che Helena dopo la presa di Troia meritasse esser ricevuta dal marito. Per la cui rapina fu pigliata la guerra da Greci contra Troiani che durò diece anni. Nella quale riferisce Homero che Paris, rimorduto dal fratello Hettore di tal cosa, una volta uscì dalla città et venne a singolar battaglia contra Menelao; nella cui chiaramente veggendosi che Menelao restava superiore, dice che Paris in quello [p. 112v] abbattimento fu salvato et difeso da Venere, aggiungendo che Pandaro per instigatione di Minerva trasse una saetta contra Menelao et il ferì. Di che nacque che quel contrasto, ch’era singolare, si fece generale. Finalmente amazzati già Hettore et Troilo da Achille, egli con l’arco et le saette, nel cui essercitio era molto instrutto, per tradimento d’Hecuba che di notte fece venir solo in Troia Achille sotto colore di dargli per sposa Polisena, nel tempio del Timbreo Apollo amazzò quello; et egli poi da Pirro figliuolo d’Achille medesimamente fu morto. Questa historia veramente è adornata di poche fittioni; le quali se pure vogliamo dischiarare, prima veggiamo il giudicio di Paris, nel quale al giudicio mio è da seguire la openione di Fulgentio. Dice che la vita de’ mortali è divisa in tre parti, la prima de’ quali si chiama Theorica, la seconda prattica, la terza philargica; le quali noi con più volgari vocaboli chiamiamo contemplativa, attiva et voluttuosa. Et di queste Aristotele (sì come fa ancho delle altre) benissimo tratta nel primo dell’Ethica. Queste Giove, cioè Iddio, accioché non paia che riprovandone alcuna tolga il libero arbitrio a nessuno, rimette al giudicio di Paris, cioè di ciascun huomo, affine che stia in suo volere approvare et pigliar per sé quella che più vorrà. Quello che poi segua a colui che s’appiglia alla voluttuosa, col fine di Paris egli si dimostra. Che ancho ei si lasciasse convincere da Venere, ciò è stato detto per manifestar la sua ignoranza, affine che appaia il da poco dà opra solamente a Venere et alla lussuria. Pandaro poi instigato da Minerva fu detto per dimostrar l’astutia di Troiani, i quali veggendo Paris venir meno, per levarlo alla morte senza mantener i patti fecero insulto contra Menelao.

DAPHNI ET IDEO, figliuoli di Paris.

DAPHNI et Ideo (come afferma Paolo) furono figliuoli di Paris et di Oenone, Nimpha del colle Ideo overo Pegaseo; i quali furono da lui generati nel tempo ch’era pastore. Di questi non mi ricordo mai haver trovato cosa degna di memoria.

HETTORE figliuolo di Priamo, che generò Astianatte.

HETTORE, tra tutti gli altri per lo valor del corpo famosissimo, celebrato da tutti i versi dei Poeti eccellenti, giovane che per honorata fama vivrà forse fino al giorno novissimo, fu figliuolo del Re Priamo et d’Hecuba. Testimonia Homero che costui havesse per moglie Andromacha figliuola di Iettione signor di Thebe di Cilicia; dalla cui, nata già la guerra de’ Greci, hebbe un figliuolo per nome Astianate, bench’egli il chiamasse Camandro. Costui adunque, come che fosse molto bene amaestrato nell’arte della guerra, havea così grande ardir d’animo et era così forte del corpo, che dopo l’haver amazzato Protesilao, che fu il primo che dalle greche navi [p. 113r] mettesse il piede nel lito Troiano, non solamente fece che molte volte le squadre Troiane fecero testa a sostentar l’empito de’ Greci, ma ancho le rese ardire a perseguitarli et cacciarli fino negli alloggiamenti. Et quello ch’era più maraviglioso, egli solo spessissime fiate hebbe ardire assalire le schiere de’ Greci et per forza rompere le loro squadre, et di maniera metter in rotta tutto l’essercito che solo era terrore a tutti Greci. Questi contra Aiace figliuolo di Telamone (come dice Homero) hebbe singolar battaglia; nondimeno la notte che sopravenne non meno grata ad Aiace che a lui partì il duello, dal quale Secondo l’usanza antica partendosi Aiace hebbe in dono una spada, con la quale poscia egli si amazzò; et Aiace donò a lui una cinta, della quale essendosi ornato fu poi amazzato da Achille et strascinato dietro la carretta, come dice Servio. Finalmente havendo morto molti prencipi de’ Greci amazzò ancho Patroclo amico d’Achille, che s’era vestito dell’armi sue lucenti; di che istimando haver privo di vita Achille, fece spogliar quello delle rilucenti arme et con gran pompa se ne entrò in Troia, gloriandosi di così altiera impresa. Ma non molto da poi venendo alle mani con Achille, overo che Hettore fosse lasso, o che molto più fosse forte Achille, morì per le mani d’Achille, et indi fu strascinato dietro la carretta d’Achille con la cinta [che] gli donò Aiace d’intorno tutta la cittade fino alle navi de’ Greci, in presenza del padre Priamo ch’era sopra le mura. Il che appresso, non si potendo il fiero giovane scordar il dolore dell’amazzatogli amico Patroclo, per dodici giorni tenne il corpo ignudo d’Hettore insepolto, fino attanto che l’infelice padre Priamo (come scrive Homero) venne a riscattarlo. Nondimeno col testimonio dell’istesso Homero per comandamento di Giove il famoso corpo, accioché non si corrompesse, da Apollo inanzi l’essequie fu onto con sacri licori. Poscia essendo stato a Priamo restituito, con lagrime di tutte le donne Troiane, con publico dolore et con solenne pompa dell’antiche cerimonie fu sepolto, et le sue ceneri furono serbate entro un’urna d’oro. In questa historia non v’è cosa finta, eccetto che il suo corpo fusse da Apollo curato; il che fu fatto da un medico per comandamento d’Achille, accioché non puzzasse. Ma Leontio diceva che ciò non fu fatto da lui per magnificenza, ma perché aspettava denari, con quali sperava che il padre riscattasse il corpo se restava intiero, sì come fu ancho fatto, percioché ricevuti prima molti doni da Priamo a lui il restituì; et vogliono ancho ch’egli all’incontro havesse tanto oro quanto il corpo pesava. Non mi ricordo haver letto ch’egli havesse altri figliuoli che uno, qual fu Astianatte. Ma per openione d’altri ne furono più, attento che Eusebio et Beda, ciascuno di loro in que’ libri che scrissero dei Tempi, dicono che i figliuoli d’Hettore dopo alquanto tempo ricuperarono Troia con l’aiuto d’Heleno, che gli diede favore; et che i posteri d’Antenore furono cacciati d’Ilione regnando in Italia Ascanio figliuolo d’Enea. Appresso, pare che Vincenzo historico Francese voglia i Re di Francia d’hoggidì haver havuto antichissima origine dai figliuoli d’Hettore, dicendo che da Francone già figliuolo d’Hettore fuggito nell’ultima Germania fu edificata la città di Sicambria, et che in processo di tempo i succesori di questo Francone che stavano appresso le ripe del Danubio passarono in Occidente, et insieme con Marco Mauno figliuolo di Priamo et Samione degli ultimi capitani d’Antenore, nel tempo di Gratiano Cesare Augusto, passato il Re[p. 113v]no vennero in quelle parti da loro da indi in poi sempre possedute, et di tali capitani ordinarono tra loro i Re; i quali poi sono cresciuti in lunga descendenza et splendore. Il che, se bene da me non molto sia approvato, nondimeno non è né ancho negato, essendo appresso Iddio tutte le cose possibili.

ASTIANATTE figliuolo d’Hettore.

SÌ come Astianatte spesso nella Iliade Homero, et nella Tragedia Troade Seneca, dimostrano, fu unico figliuolo d’Hettore et Andromaca; il quale a lui nacque dopo il principio della guerra de’ Greci contra Troiani, come a pieno si può veder in Virgilio, dove descrive Andromacha che parla ad Ascanio. Il che ancho nella predetta Tragedia di Seneca si vede, quando, essendo egli cercato da Ulisse per amazzarlo, sì come è il costume dei fanciulli se ne fuggì in grembo alla madre; ma alla fine per forza volendolo i Greci nelle mani, gli fu dato. Et pria che le navi si sciogliessero da Sigeo (Secondo alcuni) fu da un’alta torre precipitato, overo (Secondo altri) fu percosso ad un sasso, et così morì, accioché nessuna discendenza della progenie di Priamo non andasse assolta. Questi (per testimonio d’Homero) fu da Hettore per lo più chiamato Camandro.

HELENO, decimo figliuolo del Re Priamo.

HELENO fu figliuolo di Priamo et Hecuba et molto famoso indovino, sì come Virgilio di lui parlando dimostra:

O Troia nato interprete dei dei,

Che di Phebo conosci il divin nume,

Et i tripodi Lauri, con le stelle,

Et intendi le lingue degli uccelli,

E interpreti gli auguri di lor penne;

Dinne ti prego, et la tua lingua snoda.

Sono di quelli che dicano che costui fu da’ Greci ritenuto percioché, essendo stato da loro preso, a quelli manifestò ciò che fosse di mistieri per pigliar Troia. Nondimeno egli, essendo rovinata Troia, vietò a Pirro figliuolo d’Achille che non navigasse, et a’ naviganti predisse la futura peste. Là onde non solamente fu da Pirro serbato, ma ancho menato seco in Albania, et concedutali parte del suo reame. Indi havendo rapito Hermiona ad Horeste, a lui diede per moglie Andromacha, già moglie del fratello Hettore; la quale Pirro fin’hora havea tenuto in loco di sposa. Finalmente (Secondo Servio) essendo stato amazzato Pirro da Horeste nel tempio d’Apollo, egli hebbe in custodia et conservò Mocosso figliuolo di Pirro partorito da Andromacha et il reame, il qual Heleno chiamando il suo reame dal nome del fratello Chaonia, ivi edificò una città a guisa di Troia, nella cui egli raccolse il fuggitivo Enea, et l’honorò; et donatigli molti doni, il lasciò andar libero. Qual fine fosse poi il suo, non mi ricordo haver letto.

CHAONE, undecimo figliuolo di Priamo.

[p. 114r]

CHAONE come dice Servio fu figliuolo di Priamo; ma di qual madre non lo dice. Appresso narra ch’egli inavertentemente fu a caccia da Heleno amazzato, et per ciò, quasi in consolatione del perduto fratello, quella parte di reame che da Pirro fu conceduta ad Heleno dall’istesso Heleno fu detta Chaonia.

TROILO, Duodecimo figliuolo di Priamo.

TROILO fu figliuolo del re Priamo et di Hecuba, come senz’altro testimonio è assai palese. Questi ancho giovanetto hebbe ardire pigliar battaglia contra Achille, et da lui fu morto, come chiaramente si vede in Virgilio dove dice:

Da l’altra parte Troilo fuggendo

L’infelice garzon perduto ha l’arme.

DEIPHEBO, terzodecimo figliuolo di Priamo.

DEIPHEBO fu figliuolo di Priamo et Hecuba; il quale essendosi molto bene adoprato contra gl’inimici, quando istimava esser securo alhora morì. Percioché tra il tumulto del preso Ilione dormendo con Helena, la quale dopo la morte di Paris havea tolto per moglie, per inganni di quella fu morto et crudelmente stracciato, sì come in Virgilio riferisce Enea, il quale descrive lui nell’Inferno c’havea i segnali delle ferite, dicendo:

Indi di Priamo, et d’Hecuba il figliuolo

Deiphebo tutto lacerato il corpo.

Et così va dietro per molti versi.

Polidoro, quartodecimo figliuolo di Priamo.

RITROVO che Priamo hebbe due figliuoli chiamati col nome di Polidoro, percioché Euripide nella Tragedia intitolata Polidoro chiaramente afferma ch’uno ne nacque d’Hecuba, et Homero nella Iliade dice che l’altro fu partorito da Laothoe figliuola d’Altao, et amazzato in guerra da Achille. Noi adunque diremmo del primo. Fu questi adunque figliuolo di Priamo et Hecuba, il quale (Secondo Euripide) fu mandato da Priamo, per rispetto d’ogni cosa che potesse occorrere ai figliuoli, con grandissima quantità d’oro a Polinnestore Re di Thracia, antichissimo suo amico et genero, accioché da lui fosse conservato, insieme col thesoro. Ma veggendo Polinestore che la fortuna incominciava cangiar la faccia verso Greci et dimostrarsi a loro più benigna, anch’egli si mutò d’animo; et divenuto ingordo dell’oro assalì Polidoro che su per lo lito se n’andava a diporto et amazzò quello, che indarno si raccomandava a lui, et dandogli sepoltura nell’arena di quel lito; sopra il cui corpo nacquero dei virgulti che sogliono nascere vicino al mare. Questo si descrive da Virg. dove dice:

Questo è quel Polidor, che fu mandato

In Thracia già con gran numero d’oro.

Et indi continua per molti versi, ne’ quali ancho narra qualmente alcuni di questi virgulti per caso furono tagliati da Enea, et da quelli n’uscì il sangue, et poi parole che l’avisarono che d’ivi si partisse et fuggisse altrove. Di quest’ultima parte non v’è [p. 114v] altro figmento ecceto che i mirteti, a’ quali i liti sono amici, mandano fuori i virgulti a guisa di dardi; et il sangue che n’esce dinota la violenta specie di morte. Così ancho le parole sono le relationi degli huomini consapevoli, per le quali si comprende la iniquitare del deliquente, onde ciascuno è avisato che appresso lui non dimori.

POLIDORO decimoquinto et Licaone decimosesto figliuoli di Priamo.

QUEST’Altro Polidoro differente dal primo et Licaone furono figliuoli di Priamo et Laothoe, sì come a pieno si vede in Homero, dove Licaone il dimostra ad Achille, dicendo:

Ti prego Achille, che di me ti mova

Compassion, ch’io son per gir tuo servo

Dove mi manderai; ti fui pur presso

Nel convito alhor quando me pigliasti

Entro il giardino, et mi mandasti in Lamno.

Dodici giorni trapassaro, et poi

Tornai ad Ilione, et me di novo

Ne le tue mani ha ricondotto Iddio.

Fanciul mi vedi anchor, che generato

Da Laothoe fui figlia del vecchio

Altai, ch’in Belletesso era signore.

Priamo haveva di costui la figlia,

E anchor molt’altre? Et di costei siam nati

Due frati, et amendue vuoi tu amazzarli.

Certo, che il primo tra guerreri a piedi,

Vincesti Polidor simile a un dio,

Et con un dardo, a lui passati il petto;

Et hor la morte a me tu ancho apparecchi

Io non posso fuggir da le tue mani.

Ma ne l’animo t’entri, ch’io ti prego,

Che non m’amazzi, ma mi lasci vivo.

Con Hettore non son d’un ventre uscito,

Che t’amazzò il compagno; ma diversa

Madre prodotto ha noi, come t’ho detto.

Nondimeno Achille non gli giovando i preghi, anzi dicendogli villania, il gittò nel fiume Camando, dove infelicemente si affogò. Si conosce adunque chiaramente per le parole di costui che questo Polidoro fu differente dal primo; il quale (come dimostra Homero) era molto amato da Priamo percioché era il più giovane degli altri figliuoli, di che non lo lasciava andare alla battaglia. Questo Polidoro vinceva con la velocità de’ piedi tutti gli altri giovani dal suo tempo, et di lui mostrava grandissima speranza. Nondimeno un giorno senza saputa di Priamo essendosi armato et andato contra gl’inimici, s’abbattè in Achille che con una Lancia il percosse, et passandogli l’arme gli fece uscir l’interiora; ma con tutto ciò egli raccogliendole con le mani si diede a fuggire, nondimeno indebilito se ne morì; né puotè Hettore che veniva in suo aiuto levarlo dalle mani della morte.

ESACO, decimosettimo figliuolo di Priamo.

ESACO fu figliuolo di Priamo et Alsirca figliuola di Dimante, sì come dimostra Ovidio quando dice:

Benché si dica, che la figlia Alsirca

Di Dimante in segreto partorisse

Quel Esaco vicino all’ombros’Ida.

[p. 115r] Costui nacque molto prima che la guerra Troiana, et morì poco inanzi il principio di quella. Del quale Ovidio recita tal favola. Costui havea in odio la città et volentieri habitava ne’ boschi et campi. Avenne un giorno ch’egli vide la donzella Hesperie che si pettinava i capelli et si gli asciugava, di che s’inamorò fortemente; ma veggendo Hesperie ch’egli s’accostava a lei, si diede a fuggire. Ma questi tuttavia seguendola, occorse che la donzella fuggendo per un prato fu ferita da un serpe che tra l’herbe stava nascosto, et per ciò se ne morì. Là onde il giovane fu da così fiero dolore assalito che gli venne disio di non più vivere, et da un scoglio ivi vicino si gittò in mare. Del quale havendo compassione Theti il cangiò in un Mergo, che alhora non havea tal nome. Nondimeno egli tuttavia sprezzando la vita, mentre spesso s’attuffava nell’onde per morir, da tal smergare si acquistò il nome di Mergo. Costui fu lungamente da Priamo et dai figliuoli pianto et drizzatogli un sepolcro, percioché s’egli lungamente fosse vissuto non sarebbe di forza stato tenuto inferiore ad Hettore. Theodontio dice che fu converso in Mergo perché vivo si attuffò sotto, et dall’acque fu ritornato in alto morto. Ma io tengo essersi creduto et detto che si cangiasse in Mergo perché quelli che non sanno nuotare, se caggiono in acqua, prima che moiano s’attuffano et spesse volte ritornano di sopra, a guisa del Mergo. Overo, che forse avenne in tal modo che, essendo Esaco caduto nell’acqua et rimasto al fondo, il Mergo il quale prima di lui era nell’acque entrato, alhora uscendo d’ivi volò via. Et di qui fu detto Esaco essere cangiato in Mergo.

ANTIPHO decimottavo et Iso decimonono figliuoli di Priamo.

ANTIPHO et Iso furono figliuoli di Priamo, ma Antipho nacque d’Hecuba et Iso naturale, sì come si vede per auttorità d’Homero; il quale nella Iliade così dice di tutti due:

Quelli andò dunque, per donar la morte

Ad Iso, e Antipho, ch’erano figliuoli

Di Priamo Re; ma l’un bastardo, et l’altro

Ligitimo di lor; et erano ambi

S’una carretta; ma il bastardo i freni

Reggeva, e Antipo si sedeva in quella.

Onde si vede ch’Iso era bastardo, il qual reggeva le briglie. Nondimeno tutti due questi, sì come erano insieme, da Agamennone nella battaglia in un tempo medesimo furono amazzati; et per ciò gli ho messi insieme.

TEUCRO, ventesimo figliuolo di Priamo.

COME Teucro, afferma Barlaam, fu figlio di Priamo et di Antidona Nimpha. Né costui è quello dal quale i Troiani si chiamano Teucri, percioché quegli fu molto più antico, et figliuolo di Scamandro Cretese; il quale per la caristia delle biade lasciata Candia venne in Phrigia, et regnò con Dardano et Erittonio. Tuttavia Barlaam [p. 115v] dice che costui non fu alla guerra Troiana, percioché poco inanzi cacciando nelle selve Brebitie fu lacerato da un Orso.

DICOMOONTE, ventesimoprimo figliuolo di Priamo.

DICOMOONTE fu figlio di Priamo, ma di qual madre non si sa. Ma per Homero si può veder che fu naturale, il quale di lui così scrive:

Ma percosse, et fierì Dimocoonte

Figliuol bastardo del gran re Priamo.

Costui fu amazzato da Achille, sì come segue nel testo d’Homero; et questo in vendetta di Leuco, compagno d’Ulisse, morto da Antiphone figliuolo di Priamo.

ECHEMONE ventesimo secondo et Cromenone ventesimoterzo figliuoli di Priamo.

FURONO Echemone et Cromenone naturali figliuoli di Priamo, de’ quali nella Iliade così dice Homero:

Dove prese due figli di Priamo

Di Dardano figliuol, ch’erano insieme

Sopra d’una carretta; uno de’ quali

Era Echemone, et l’altro Cromenone.

Questi due, sì come a bastanza è manifesto per le parole seguenti d’Homero, furono amazzati in battaglia da Diomede.

GORGITIONE, ventesimoquarto figliuolo di Priamo.

GORGITIONE fu figlio di Priamo et Castiamira, sì come dinota Homero con queste parole:

Ma questi con un dardo colse in petto

Gorgition figliuol di Priamo altiero.

Costui (Secondo che poi segue nel testo) fu generato da Priamo di Castiamira nella città Eusina vicina a Troia, il quale poi nella battaglia appresso Troia fu amazzato da Teucro figliuolo di Thelamone.

CEBRIONE, ventesimoquinto figliuolo di Priamo.

CEBRIONE fu figlio di Priamo, sì come appare per Homero, che di lui nella Iliade così dice:

Il natural figliuolo Cebrione

Del glorioso, e altiero re Priamo.

Questo Cebrione, come nella Iliade dice l’istesso Homero, nella battaglia vicino a Troia percosso da un colpo di sasso da Patroclo se ne morì.

PHORBANTE ventesimosesto figliuolo di Priamo, che generò Ilioneo.

[p. 116r] PHORBANTE fu figliuolo di Priamo et Ephitesia, figliuola di Staseppo Migdonio, sì come dice Paolo, il quale scrive che nel tempo della guerra di Troia ei fu tanto vecchio che più tosto fratello che figliuolo di Priamo pareva; et nondimeno per la degna virtù dell’armi locata in lui, nonostanti gli anni, contra il voler ancho di Priamo più volte andò a combattere, ma finalmente da Menelao gli fu levato il capo; benché Servio dica, et chiami per testimonio Homero, che questo Phorbante mai non combattesse che gli favorregiasse Mercurio. Il che maravigliomi non haver ritrovato nell’Iliade, come che sia cosa credibile che Homero non habbia nomato tutti quelli che in quelle battaglie combatterono. Ma qual fine fosse il suo non mi ricordo haver letto.

ILIONEO figliuolo di Phorbante.

ILIONEO fu figliuolo di Phorbante, come afferma Paolo; il che ancho dimostra Servo. Quanto ch’egli in armi fosse valoroso sotto Troia, non mi ricordo haver letto. Nondimeno, sì come per Virgilio è palese, fu molto eloquente, percioché egli fu quello che seguendo Enea dopo la ruina di Troia andò ad impetrar salvocondotto da Didone per sé et i compagni, et con la sua eloquenza la placò. Et essendo ancho venuto in Italia Enea, andò legato al Re Latino.

DORIDONE, ventesimosettimo figliuolo di Priamo.

DORIDONE, per testimonio d’Homero, fu figliuolo di Priamo naturale, mentre egli così dice nella Iliade:

Contra Troiani impetuoso Aiace

Tolse di vita, et amazzò il bastardo

Doridone figliuol del Re Priamo.

PAMMONE ventesimoottavo, Antiphone ventesimonono, Agatone trentesimo, Hipotoo
 trentesimoprimo, et Agannone trentesimosecondo figliuoli di Priamo.

ET Pammone, Antiphone, Agatone, Hippotoo, Agannone furono figliuoli di Priamo, sì come in questi versi della Iliade dimostra Homero, dicendo:

Il vecchio irato con la voce oltraggia;

Et a sé chiama i propri suoi figliuoli,

Paris, Heleno, et Agaton glorioso,

Pammone, Antiphone, e il buon Polito,

Deiphebo, Hippotoo, e appresso il divo

Agannone, ch’a lui vengano inanzi.

In questa parte dice Homero che Priamo tutto pieno d’ira et di rabbia chiamava tutti [p. 116v] questi suoi figliuoli che gli apparecchiassero le carrette et l’altre cose necessarie, perch’egli voleva andare a ritrovare Achille per riscattare il corpo del figliuol Hettore. Ma di qual madre questi tali nascessero Homero non ne fa mentione, et io non mi ricordo haverlo mai letto, né ch’altri ne habbiano fatto memoria.

LACOONTE, trentesimoterzo figliuolo di Priamo.

AFFERMA Papia, et habbialo trovato dove si voglia, che Lacoonte fu figliuolo di Priamo et sacerdote d’Apollo; del cui fa mentione Virgilio dicendo:

Ivi tra tutti gli altri, accompagnato

Da molte schiera il buon Laocoonte

Tutto infiammato vien da l’alta roccha,

Et grida di lontano; o cittadini.

Et quello che segue. Dice Virgilio che costui fu quello che con un’hasta percosse il cavallo di legno fabricato da’ Greci, et che per ciò due suoi piccioli figliuoli furono divorati da due serpi, et egli ancho da quelli ritrovato fu preso et avinto; ma che da quelli fosse morto o non non se n’ha certezza, né altro si ritrova.

MISTORE, trentesimoquarto figliuolo di Priamo.

QUESTI fu figlio di Priamo, sì come Homero nella Iliade dimostra, dove introduce Priamo che si lamenta che tutti i suoi figliuoli ch’erano valorosi in armi gli erano stati morti, et tra gli altri noma questo Mistore.

IPHATE trentesimoquinto et Testorio trentesimosesto figliuoli di Priamo.

IPHATE et Testorio, come dice Paolo, furono figliuoli di Priamo, et partoriti in un parto da Perivia Nimpha Idea; la quale da lui a caccia segretamente era stata impregnata. Per testimonio della qual cosa si serve d’Homero, benché non habbia scritto in qual libro. Indi aggiunge che loro furono amazzati da Antiloco figlio di Nettore sotto Troia.

TIMOETE, trentesimosettimo figliuolo di Priamo.

TIMOETE Secondo Servio fu figlio di Priamo et Arisba; dove egli è da avertire (sì come testimonia Ephorione) che Timoete fu indovino. Il quale havendo predetto che un certo giorno dovea nascere un fanciullo per lo quale leggiermente Troia potrebbe andar in ruina, avenne che il giorno statuito la moglie di Timoete et Hecuba partorirono; là onde Priamo [p. 117r] per schifare il presagio comandò che il nato figliuolo di Timoete et la moglie fosser morti. Et di qui in processo di tempo avenne che Timoete ricordevole della ingiuria s’acordò contra il padre in tradimento della città, il che assai si può conietturare per le parole di Virgilio quando dice:

Muove una parte a maraviglia il dono

Per nostro estremo mal fatto a Minerva

Miran l’alto edificio del cavallo;

Thimoete il primo è, che loda quello

Condursi entro le mura, e in roccho porlo;

O per inganno fusse, o perché i fati

Così volean de l’infelice Troia.

Altri vogliono che Thimoete non fosse figliuolo di Priamo ma marito di Arisba, dalla cui Priamo hebbe un figliuolo che poi fu da lui insieme con la madre fatto amazzare, come è stato detto di sopra; et Thimoete poi, sì per la morte della moglie come per l’adulterio commesso con lei, s’accordò con Greci a danno della patria.

POLITE trentesimoottavo figliuolo di Priamo, che generò Priamo.

POLITE fu figliuolo di Priamo, sì come si può capire per li versi di Virgilio, dove dice:

Ecco del Priamo un de’ figli

Polite da la man di Pirro ucciso.

Né molto da poi leggendo quello che segue, se alcuno vi porrà mente, facilmente vedrà che fu ancho figlio di Hecuba. Questo Polite essendosi molto bene diportato in guerra per difender la patria, finalmente presa la città, l’infelice fu amazzato da Pirro figliuolo d’ Achille in grembo di Priamo et in presenza d’Hecuba.

PRIAMO figliuolo di Polite.

Secondo Virgilio Priamo fu figliuolo di Polite, il quale nell’Eneida dice:

Guida una schiera il picciolo Priamo,

Che il nome serba del gran zio Priamo;

Progenie famosa di Polite,

Ch’anchor accrescerà sangue Latino.

Questo picciolino fu menato via nella ruina di Troia da Enea in compagnia d’Ascanio.

ASSARACO figliuolo di Troiolo re di Troia, che generò Capi.

HAVENDO condotto a fine la infelice prole di Laumedonte figliuolo del re Troiolo, è necessario ch’io vuolga la penna ad Assaraco figliuolo dell’Istesso re Troio, accioché veniamo a designare gli antichissimi progenitori del nome romano et la progenie di Dardano intiera. Assaraco adunque fu figlio di Troio re di Troia, come mostra Ovidio nel libro de’ Fastis, dove dice: [p. 117v]

Erittonio fu figlio di costui,

Da lui fu generato Troio;

Et questo Troio Assaraco produsse;

Et Assaraco Capo, et Capi Anchise.

Non v’è ricordo nessuno dei fatti di questo Assaraco, di maniera l’antichità ha consumato il tutto. Nondimeno lo splendor della generata progenie non meno l’ha fatto illustre che il grand’infortunio della ruinata Troia. Percioché, sì come dal soverchio ardire dei figliuoli di Priamo nacque l’incendio et ruina di Troia, così dalla humanità della progenie d’Assaraco fu edificata Roma padrona del mondo et la famiglia dei Cesari generata, ch’appresso mortali sarà sempre testimonio di sempiterna et eccelsa gloria.

CAPI figliuolo D’Assaraco, che generò Anchise.

CAPI fu figliuolo d’Assaraco, sì come di sopra ha dimostrato Ovidio. Ma l’antichità medesimamente ha spento i fatti di questo Capi, sì come ancho ha fatto d’Assaraco. Nondimeno ha tenuto in luce ch’egli fu padre d’Anchise, che generò il famossissimo progenitore della generosa successione della gente Giulia et sempiterno testimonio dell’inclita pietà d’un figliuolo.

ANCHISE figliuolo di Capi, che generò Hippodomia et Enea.

ANCHISE, sì come s’è dimostrato parlando d’Assaraco per li versi d’Ovidio, fu figliuolo di Capi. Sono di quelli che dicano che costui inanzi la guerra Troiana abbandonò la città et andò ad habitar ne’ boschi et luoghi selvaggi, dove attese agli armenti et ai greggi, ne’ quali per lo più si fermavano le richezze degli antichi. Onde essendo egli andato con i suoi greggi vicino al fiume Simeonte, avenne che Venere di lui s’inamorò, et egli con quella hebbe a fare, di maniera che di lei [hebbe] il figliuolo Enea. Nondimeno si ritrova ancho ch’hebbe moglie, et Homero dice che di lei n’hebbe figliuole. Servio vuole ch’ei fosse cieco, et che per ciò non si ritrovasse ai consigli de’ Troiani. Alcuni dicono che la cagione della sua cecità fu perché si diede vanto d’essersi congiunto con Venere, et ch’ella per ciò il privasse della luce. Testimonia Virgilio che, essendo presa et ardendo Troia, Enea il voleva condur via, et ch’ei più tosto s’era disposto voler morire che partirsi. Nondimeno si legge ch’egli, veggendo poi una fiamma di foco che stava d’intorno il capo d’Ascanio senza punto offenderlo, da ciò prendendo buon augurio compiacque al figliuolo. Tuttavia male si convengono insieme l’openioni di Virgilio et Servio, l’uno de’ quali dice che fu cieco, l’altro ch’ei vide una fiamma. Se n’andò adunque col figliuolo, che il portò sopra gli huomeri per mezzo i fochi et tra mille volanti dardi fuori dei pericoli; et montato in nave insieme con Enea giunse a Trapani castello di Sicilia, dove per vecchiaia se ne morì, et sul monte d’Erice fu sepolto. Et questo Secondo Virgilio. Altri nondimeno vogliono altrimenti, percioché Catone conferma [p. 118r] che venne fino in Italia, ma Servio dice che Varrone narra che l’ossa d’Anchise per comandamento dell’oracolo furono levate et portate via da Diomede; ma sopportando egli poi molte disgratie, dall’istesso Diomede insieme col Palladio furono restituite. Il che ancho esso Virgilio tocca mentre descrive Didone irata contra Enea, che così gli dice:

Et lo spirito, et le ceneri d’Anchise,

Né l’ombre, trassi mai fuor del sepolcro.

Volendo quasi inferire io non ho mai fatto questo, sì come Diomede. Oltre ciò pare che Servio voglia per questa cagione da Virgilio in persona d’Enea esser detto:

Di novo io vi saluto, o ricevuti

Ceneri, ombre, et spiriti del padre.

Come se una volta fossero tolti da Troia, et di novo da Diomede. Nondimeno dove egli si morisse, per ciò non si può comprendere, ma le parole di Servio mostrano accostarsi ch’ei morisse inanzi la ruina di Troia. Qualmente poi, ch’io tenga che Anchise havesse questo figliuolo da Venere, mi serbo a dirlo dove scriverò d’Enea. Ma che per essersi dato vanto fosse da Venere accecato, tengo che si debba intendere in questo modo. Alcuni giovani sono soliti tra le principali sue felicitadi tener conto dei loro coiti et delle frequenti amicitie di più donne, come se per ciò volessero che la loro bellezza fosse istimata essendo da molte desiderata, et eglino raccolti da gran numero di donne; di che a loro pareva inalzarsi veggendosi che nel coito erano molto valorosi. Dal qual continuar del coito molte fiate nascono delle infermitadi et per lo più s’indebiliscono le virtù corporali, et specialmente la vista; percioché è cosa certissima molti essere venuti per lo coito non solamente con la vista corta, ma ancho haverla perduta. Onde conosciuto il mancamento del loro vantarsi, meritamente sono detti essere da Venere acceccati. Così puotè intervenire ad Anchise, perché mancandogli la vista per haver di soverchio atteso ai coiti fu trovata questa inventione. Ma accioché non paia che Servio discordi da Virg., puotè in Anchise di sorte essere indebilita la virtù visiva ch’egli non discernesse le cose c’havea inanzi overo non potesse vedere di lontano; i quali huomini tali per una certa usanza antica di parlare chiamiamo ciechi, benché ancho eglino vedessero i raggi del Sole et le fiamme del foco. Di che in tal modo Anchise (Secondo Servio) puotè esser cieco, ma nondimeno (sì come dice Virgilio) veder la fiamma del nipote. Costui oltre Enea hebbe ancho delle figliuole, tra quali si sa il nome solo d’Hippodamia.

HIPPODAMIA figliuola d’Anchise.

HIPPODAMIA, sì come nella Iliade piace ad Homero, fu figliuola d’Anchise et più vecchia di tutte l’altre, accioché appaia ch’egli n’havesse dell’altre. Costei fu molto bella et molto amata dal padre, ma non si sa chi di lei fosse madre. Nondimeno fu data per moglie ad Alcataone Troiano, il quale poi da Idomeneo Cretese nella guerra Troiana fu morto. Delle altre figliuole, né esso Homero né altro ch’io m’habbia letto ne riferisce alcuna cosa.

ENEA figliuolo D’Anchise, che generò Ascanio et Silvio Posthumo.

[p. 118v] GLI antichi et moderni Poeti predicano che Enea fu figliuolo d’Anchise et Venere. Questi, benché molto sia inalzato per li versi d’Homero, nondimeno per la riverenza di quelli di Virgilio è celebrato così famoso in armi et di pietate che non solamente da’ Greci è preposto ai barbari, ma agli altri Latini. Così vuole la fortuna del mondo, Achille hebbe Homero et Enea Virgilio, pieni di tanta eloquenza ch’a tal comparatione l’avanzo de’ mortali paiono non lodati, benché al tempo nostro si leva et inalza Scipione Africano con non minor gloria, ma sì bene con maggior giustitia condotto fino sopra le stelle per li versi del celebratissimo FRANCESCO PETRARCHA, poco inanzi coronato in Roma delle insegna d’Alloro. Con tanta facondia et eleganza di parlare egli è guidato inanzi che, come quasi guidato fuori delle tenebre d’un lungo silentio, paia portato in grandissima luce; di che punto ei non invidierà né ad Achille né al figliuol d’Anchise. Enea adunque, sì come poco inanzi è stato detto, nacque di Anchise et Venere appresso il fiume Simoenta, et già essendo d’ettà provetto hebbe per moglie Creusa figliuola di Priamo et Hecuba, la quale gli partorì Ascanio. Scriveno alcuni che, andando Paris in Grecia per rapir Helena, che Enea gli fu compagno. Finalmente havendo i Greci assediato Troia, et sforzandosi con molti assalti pigliarla, egli più volte uscì fuori a combattere, et tra l’altre una s’affrontò con Achille; dove essendo in grandissimo pericolo, sì come nella Iliade dice Homero, Nettuno parlò verso i dei et gli pregò che togliessero dalle mani della morte Enea, accioché tutta la stirpe di Dardano non perisse. Il che da Giunone, ch’era molto contraria a’ Troiani, gli fu conceduto ch’egli potesse fare; et così alhora per opra di Nettuno Enea fu tolto dalle mani d’Achille, et (sì come nel medesmo loco tocca Homero) serbato all’Italia. Tuttavia, se bene Enea oprò molti degni fatti per Troia, Secondo alcuni fu notato d’infamia che tradisse la patria, et tra l’altre cose si piglia argomento che, salvo, con il figliuolo et con i navili et una parte di genti fu lasciato partire, essendosi usato crudeltà quasi contra tutti gli altri. Nondimeno altri dicono che ciò gli fu conceduto in dono perché continuamente il suo palazzo fu l’alloggiamento di tutti gli ambasciadori greci che vennero a Priamo, et perché ancho sempre nei consigli dei Troiani disse ch’era cosa dannosa ritener Helena, et gli persuase a restituirla. Ma fosse come si volesse, Virgilio dice che presa Troia, essendosi egli indarno molto affaticato per difender la patria, tolti i dei pennati che Hettore in sogno apparsogli gli havea raccomandati, et il vecchio padre et il picciolo figliuolo, mostrandogli la madre dea la strada se ne venne al lito, et ivi tolte venti navi con le quali già molto prima Paris era andato in Grecia, entrò nel mare et passò in Thracia. Dove avisato da Polidoro ritrovato sepolto nel lito ch’egli fuggisse l’avaro lito, edificò una città chiamata dal suo nome Enea; della quale Tito Livio nel quarantesimo libro ab Urbe Condita fa memoria dicendo che Enea Troiano edifico già Enea città vicina a Thessalonica. Et in questo modo di lei scrive:

Si partono da Thessalonica, et vanno ad Enea per essequire lo statuito sacrificio che ogni anno fanno con gran cerimonia in memoria d’Enea, di quella edificatore.

Et quello che segue. Indi con le navi essendo di [p. 119r] novo rientrato in mare per vedere, Secondo l’oracolo, l’antichissime sedie degli avi suoi, andò in Creta; et d’ivi essendo già da’ Candiani stato cacciato il Re Idomeneo, come s’egli quasi fosse giunto alle sedie de’ suoi progenitori, percioché di quel paese fu Teucro figliuolo di Scamandro che insieme con Dardano havea signoreggiato ai Dardanii, si fermò in Candia. Ma cacciato ancho di là per la peste, et essendo fatto certo che Dardano era stato Italiano, si dispose passar in Italia, et indi venne in Chaonia; et da Heleno indovino avisato di ciò che gli havea ad occorrere passò in Sicilia. Et appresso Trapani (sì come piace a Virgilio) gli morì il padre, dove poscia che hebbe racconciate le navi che per la fortuna erano tutte conquassate, da un vento crudele fu condotto in Africa, Secondo che narra l’istesso Virgilio, benché altri neghino; et ivi dalla reina Didone fu ricevuto, essendo già sette anni stato errabondo. Con la quale essendo alquanto dimorato et congiunto con lei (se ciò si deve credere al Mantovano), per aviso degli dei partendosi d’Africa di novo ritornò in Sicilia ad Aceste, et con grandissima magnificenza celebrò i giuochi in memoria del padre. Et edificata ivi la città Acesta, lasciandovi parte delle sue genti, mentre passava in Italia perdette Palinuro, capo della sua armata. Indi giunse al porto di Baie et con la guida della Sibilla scese all’Inferno et passò fino ai Campi Elisi; dove ritrovato il padre Anchise, col mezzo suo vide tutta la sua discendenza. Fatto questo ritornò sopra la terra, et fornite l’essequie funerali a Miseno suo Trombetta navigò in Caieta; dove morendo Caieta sua nudrisce v’edificò una città col nome di quella. Finalmente si condusse in Italia alle foci del Thebro, fino dove, dice Servio, che non gli venne meno la visione della madre Venere; la quale non essendo più da lui veduta, egli s’imaginò esser giunto al predestinato loco, et ivi deversi fermare. Et così fece. Onde hebbe prima l’amicitia d’Evandro et indi di Latino Re di Laurenti, che gli diede per moglie la figliuola Livinia, che prima era stata promessa a Turno re di Rutuli; percioché così gli haveano mostrato gli oracoli. Là onde Turno mosse gran guerra contra lui; nondimeno aiutato da Evandro re degli Arcadi et da’ Thoscani, al dispetto di Mezentio re d’Agellia ottenne il reame et la sposa. Della sua morte gli antichi hanno diverse openioni, percioché Servio dice che Catone vuole che, facendosi un fatto d’armi appresso Lauro Lavinio, et stando i compagni d’Enea a partir la preda, Latino fu amazzato da Enea; il quale Enea in quella battaglia più non comparse. Ascanio poi amazzò Mezentio. Altri dicono poi che, essendo Enea vincitore et sacrificando sopra il fiume Numico, in quello cadde, né il suo corpo fu più ritrovato. La qual cosa gentilmente tocca Virgilio mentre induce Didone, vicina alla morte, far questi preghi contra lui, dicendo:

Travagliato almen sia da guerre, et armi

De la più fiera, et orgogliosa gente;

Vada in essiglio, fuor de’ suoi confini,

Et da le braccia sia tolto d’Iulo;

D’aiuto preghi altrui; l’indegne morti

Veggia de’ suoi; né quando a l’aspre leggi

Ubbidito haverà d’iniqua pace;

Il regno goda, o il desiato lume.

Ma caggia egli anzi tempo, et sopra il lito

Resti insepolto de l’harena in mezzo.

Oltre ciò sono di quelli che dicano ch’egli fu morto da Turno, et vogliono che Virgilio scriva questo sotto arteficiosa fittione, dove in mezzo l’ardor della battaglia mostra che [p. 119v] Giunone tema la morte di Turno; di che per levarlo fuori della battaglia finge ch’ella si trasmutasse nell’effigie d’Enea, contra cui dice che subito si rivolse Turno, et Enea fuggì alle navi ch’erano nel fiume Numico, et che per insino in quelle fu perseguitato da Turno. Onde Secondo la verità dell’historia vogliono non che Giunone si mutasse in Enea, ma esso Enea; il quale fuggendo l’armi di Turno fu da lui appresso il Numico amazzato. Il che in parte per li sopradetti versi si può conoscere; né puote altrove haver tacciuto Virgilio, mentre nell’istesso libro induce Venere che prega Giove, et dice:

Almen lecito sia, che sopraviva

Il mio nipote Ascanio senza offesa,

Et ch’ei possa drizzarsi a quel camino

Che la fortuna a lui vorrà mostrare;

Et ti deve bastar, ch’Enea gittato

Da onde ignote sia per strani liti.

Dove se mettiamo mente, non v’essendo più Enea, Venere che fino alhora era stata sollecita del figliuolo, al presente prega per lo nipote Ascanio. Et Ovidio nel suo maggior volume par che tenga l’istesso, mentre dice:

Di Laurento indi pervenne al lito

Dove coperto di cannelle serpe

Il bel Numicio nei vicini mari

Con l’onde istesse, et a costui comanda,

Che lavi ciò, c’ha di mortal Enea

Et con quieto corso il tutto porti

Fino nel mare; di che il buon Numico

Adempisce di Venere i mandati,

Et quanto di mortale era in Enea

Con l’onde proprie egli li caccia, et purga.

Questo istesso ancho pare che voglia Giuvenale, mentre dice:

L’uno per l’acque fu mandato al cielo

L’altro per fiamme andò fino alle stelle.

Dove intende di Enea et Romolo, perché Enea morì nell’acque, come è stato predetto, et Romolo appresso la Palude Caprea da folgori et tempeste fu tolto dal mondo; amendue i quali appresso Romani furono honorati con solenne riverenza, percioché esso Enea, morisse come si volesse, dagl’indigeni fu tenuto per iddio et chiamato Giove Indigite. Tale historia è adornata d’alcune fittioni, la ragion delle quali l’ordine ricerca che veggiamo. Che Enea fosse figliuolo di Venere, ciò non è dirittamente da tutti inteso. Alcuni vogliono che nella natività d’Enea Venere signoreggiasse il cielo, et a lei appartenersi la dimostratione dei futuri successi; et per opra di questo dominio essere avenuto molte cose ad Enea, le quali per industria da Virgilio sotto figmenti poetici sono nascoste. Onde il dichiararle al presente et voler renderle chiare non è di mia intentione, né s’appartiene all’impresa incominciata. Altri poi vogliono ch’egli nascesse in quell’hora che Venere, venendo il tempo matutino, si leva; et però vogliono che sia detto suo figliuolo quasi che appaia egli essere stato prodotto in luce, quando ella si levava. Altri istimano poi che la madre di lui fosse sì bella che, perduto il proprio nome, s’acquistasse quello di Venere; per la qual cosa pensano che Virgilio dicesse:

Per lo superbo maritaggio Anchise

Di Venere divenne assai più degno.

Altri tenendo diversa openione pensano che sia stato detto figliuolo di Venere perché non di matrimonio, ma di concupiscevole congiuntione nacque, facendo tal prosuposto che sarebbe quasi cosa impossibile che la madre di tanto huomo non fosse stata conosciuta, se d’Anchise fosse stata moglie; ma per coprire la nota d’infamia del famoso huo[p. 120r]mo, gli antichi finsero che fosse la Dea Venere. Io certamente istimo esser vero che la madre di lui per qualche merito fosse cognominata Venere, sì come ho detto ch’altri pensarono; né per ciò ci lo vieta che il suo vero nome non si sia saputo, percioché non si sa né ancho quello della madre di Priamo, che fu sì gran Re, né d’Agamennone, né di molt’altri famossissimi Re et huomini. Et sia da me lontano ch’io creggia che Priamo havesse dato per moglie ad un bastardo d’un Pastore Creusa sua figliuola. Che per preghi di Nettuno poi egli fosse levato dall’abbattimento con Achille, non credo che sia vero quello che diceva Leontio, cioè che ciò avenisse per la forza della constellatione; anzi penso più tosto che d’intorno alle cose navali, le quali paiono appartenersi a Nettuno per esser detto Iddio del mare, potesse occorrere alcuna cosa che per rimediarvi Achille lasciasse la battaglia con Enea. Che ciò da Giunone fosse conceduto a Nettuno, tengo che il Poeta habbia havuto riguardo alle cose future, attento che Enea era serbato al reame d’Italia; et per ciò la dea dei reami gli concesse c’havesse cura della salute del futuro reame. Viene detto poi ch’egli fu nel lito avisato da Polidoro, perché, venutogli a mente la disgratia di lui, conobbe che se si fermava ivi che i Thracesi li sarebbono inimici, et però previde essere da fuggire. Che ancho Venere a lui si dimostrasse col lume suo et gli fosse guida fino nel territorio Laurento, et che come fu giunto ivi sparisse, ciò si può attribuire all’opra della constellatione verso il concupiscevole appetito, attento che tanto andò inanzi navigando quanto stette a ritrovare quello che gli piacque; il che ritrovato cessò la voglia che il cacciava. Che passasse all’Inferno, istimo deversi intendere ch’egli oprasse quello che già fu famigliare ai maggiori re de’ gentili, volere cioè per via di quella scelerata arte di nigromantia essere certificato da spiriti maligni delle cose future; onde per far ciò andò nel seno di Baie appresso il lago Averno, il qual era loco attissimo a tai cose. Et amazzato Meseno col suo sangue sacrificò agl’Inferi, et con altre inique cerimonie oprò che alcuno de’ scelerati spiriti, astretto dalla forza degl’incanti venendo di sopra et pigliando la forma di qualche fantastico corpo, comparve et diede risposta alle sue interrogationi, et forse gli predisse alcuna delle cose ch’a lui erano per avenire. La sua deificatione poi non è altro che la pazzia da farsi beffe dei pazzi. Credo ch’egli fosse gittato nel fiume Numico et portato in mare, et che fosse esca ai pesci Toscani et Laurenti.

ASCANIO figliuolo d’Enea, che generò Giulio Silvio et Rhoma.

ASCANIO, come piace a Vergilio, non solamente fu figliuolo d’Enea et Creusa, ma etiandio compagno della fugga et delle fatiche in cercare il reame, sì come egli per tutta l’Eneida dimostra ampiamente. Ma Tito Livio, ch’hebbe più diligente cura della verità dell’historia, non afferma a pieno se fosse figliuolo di Creusa o di Lavinia, dicendo:

 Non ancho Ascanio figliuolo d’Enea era in età da regnare; nondimeno [p. 120v] quell’imperio a lui restò nell’età di prima barba intiero et salvo solamente sotto tutela della donna, tanta buona indole era in Lavinia. Onde l’imperio Latino, et il regno del zio et del padre fu del fanciullo. Dubiterò io, chi affermerà per certo una cosa tanto antica? Se questo fu quello Ascanio nato di Lavinia o di Creusa, che uscì salvo dalla ruina di Troia et fu compagno della paterna fugga; il quale istesso Iulo la famiglia Giulia dice che fu auttore del suo nome. Questo Ascanio nascesse dove et di chi si volesse, certamente si ritrova che fu figliuolo d’Enea.

 Et quello che segue. Questo dice Tito Livio. Ma Eusebio nel libro dei Tempi tiene che Ascanio fosse figliuolo di Creusa, et un altro che nacque di Lavinia il chiama Silvio Posthumo. Ascanio adunque (Secondo Vergilio) sotto Troia perdette la madre, et col padre si diportò molto valorosamente contra gl’inimici; et sì come Servio afferma, fu chiamato con diversi nomi. Percioché, oltre Iulo et Ilo con i quali è nomato, sì come si vede in Vergilio, quando dice:

Ma il bel garzone Ascanio, a cui s’aggiunge

Hor il nome d’Iulo; mentre in piedi

Stette la roccha Ilia fu detto Ilo,

questi appresso fu detto Dardano et Leodamante per consolatione dei morti fratelli. Onde viene ad esser chiaro che Enea di Creusa hebbe ancho altri figliuoli. Nondimeno dei nomi di costui dice Servio essere da sapere che fu chiamato Ascanio da Ascanio fiume di Phrigia, sì come risonante d’oltre Ascanio. Indi fu detto Ilo da quel re onde venne ancho Ilio. Poi Iulo per l’amazzato Mezentio da lui nel primo spuntar della barba, la quale gli nasceva quando ottenne la vittoria. Questo Ascanio nondimeno (accioché seguitiamo Vergilio alquanto) ancho picciolino hebbe augurio del futuro imperio, percioché contrastando il padre et l’avo della futura fugga, una certa fiamma di foco si fermò d’intorno il capo del fanciullo senza punto offenderlo, né poteva essere estinta dai padri. Finalmente sostenne poi insieme col padre nell’essiglio molte fatiche. Et essendo morto Enea et libero delle cose mortali, et egli succeduto nel reame, finì la guerra incominciata dal padre con la vittoria, conciosia che altri dicono che amazzò Turno, altri Mezentio. Ma dice Servio che Secondo Catone il vero dell’historia è questo. Che Enea col padre venne in Italia, et perché havea assalito i territori hebbe guerra contra Latino et Turno, nella quale morì Latino; et Turno poi si ritirò da Mezentio, et nell’aiuto di lui confidandosi rinovò la guerra, nella cui Enea et Turno medesimamente mancarono. Continuò poi la battaglia tra Ascanio et Mezentio; ma per finirla vennero a singolar battaglia, et morto Mezentio Ascanio incominciò esser chiamato Giulio, sì come poco inanzi è stato detto. Questi adunque (Secondo Eusebio) havendo regnato trent’anni, appresso Lavino edificò Alba, et con grandissimo amore et pietà allevò Silvio Posthumo suo fratello. Altri più oltre dicono che, essendo dagli amici ripreso percioché pareva ch’egli tenesse la madrigna Lavinia in essiglio, la quale per tema di lui era nelle selve fuggita, la fece ritrovare et le restituì il reame paterno, essendosi già deliberato passare fino in Alba. Nondimeno egli generò un figliuolo, il quale, percioché per caso nacque nelle selve, il chiamò Giulio Silvio; da cui alcuni vogliono esser derivata la famiglia Giulia. Finalmente havendo tra Lavino et Alba da lui edificata regnato trent’otto anni, venendo a morte, perché il figliuolo non gli pareva atto [p. 121r] per la picciola età di poter reggere i cittadini, lasciò Silvio Posthumo suo fratello herede del regno.

GIULIO SILVIO figliuolo d’Ascanio.

GIULIO Silvio Secondo Tito Livio fu figliuolo d’Ascanio, et perché per caso nacque nelle selve fu cognominato Silvio; et da lui derivò la famiglia Giulia, poscia che successe al padre Ascanio nel reame. Nondimeno Eusebio nel libro dei Tempi dice che è ben vero che fu figliuolo d’Ascanio, ma perché morendo il padre era picciolo et non pareva sofficiente al governo, egli lasciò la successione dello Stato a Silvio Posthumo suo fratello.

RHOMA figliuola d’Ascanio.

RHOMA fu figliuola d’Ascanio, come scrive Solino tra le Cose Maravigliose del mondo, dicendo che Agatocle scrive il nome della città di Roma haver havuto origine da questa Rhoma figlia d’Ascanio et nezza di Enea; attento che Eraclide scrive che, essendo presa Troia, alcuni Greci capitarono dove hora è Roma, et ivi per consiglio d’una loro prigionera nomata Rhoma si fermarono, et da quella diedero nome al loco.

SILVIO POSTUMO figliuolo d’Enea, che generò Silvio.

SILVIO Posthumo Secondo Vergilio fu figliuolo d’Enea et Lavinia. Questi nacque dopo la morte d’Enea et però fu detto Posthumo, il che è general nome di tutti quelli che nascono dopo il padre sepolto. Fu detto Silvio, come piace a molti, percioché Lavinia, morto il padre Latino, il marito Enea et occupato il Reame da Ascanio, temendo l’imperio di quello gravida se ne fuggì nelle selve, dove stette nascosta et partorì; di che il figliuolo nato nelle selve da lei Silvio fu detto. Ma sì come è stato detto di sopra, Ascanio, fatta venire la madrigna nel paterno reame, fece allevare il fratello Silvio con fraterno amore; et venendo a morte, percioché Giulio Silvio era alhora fanciullo, lasciò herede del regno l’istesso Silvio suo fratello, che fu padre d’Enea Silvio. Ma i Brittoni (istimo io per desiderio di nobilitare la sua nation barbara) aggiungono a costui un altro figliuolo, dicendo ch’egli generò ancho un certo Bruto di una nezza di Lavinia sua madre, nella cui natività dicono che un Mattematico disse ch’egli amazzarebbe il padre et la madre; onde avenne che nel partorirlo morì la madre, et cresciuto in età per inavertenza a caccia amazzò il padre. Per la qual co[p. 121v]sa cacciato d’Italia andò in Leogrecia isola di Grecia, et hebbe per Oracolo che possederebbe l’isola dell’estremo Occidente; il quale, tolta per moglie una figliuola di Pandrasio re greco, con una compagnia insieme con Corniveo Troiano navigando superò Gopherico re degli Aquitani et ottenne l’isola Alboina, ch’era habitata da’ Gianti, et dal suo nome la chiamò Brettagna, et da Corniveo Cornubia. Oltre ciò dicono ch’egli generò un altro Bruto per cognome chiamato Verde Scudo; et di qui essere stato generato un altro re, indi un altro, et così di mano in mano procedendo in infinita discendenza. Le quai cose, perché a me non sono parse né vere né verisimile, ho giudicato esser buono lasciarle. Posthumo adunque havendo regnato trent’otto anni, lasciato Enea Silvio suo figliuolo ch’a lui sopravisse, finì l’ultimo giorno.

ENEA SILVIO figliuolo di Silvio Posthumo, che generò Latino Silvio.

ENEA Silvio figliuolo di Silvio Posthumo terzo Re de’ Latini

successe al padre, del quale Vergilio fa mentione quando dice:

Et Silvio Enea, che come a te nel nome.

È ugual, così sarà d’armi, et pietade.

Questi generò Latino Silvio, et havendo regnato anni trent’uno, espirò.

LATINO SILVIO figliuolo d’Enea Silvio, che generò Alba Silvio.

LATINO Silvio, come dice Tito Livio, fu figliuolo d’Enea Silvio, et morto il padre signoreggiò ad Albani, et da lui furono condotte le colonie di quelli che Prischi Latini furono detti. Questi, havendo regnato cinquant’anni et generato Alba Silvio, che a lui sopravisse, finì l’ultimo giorno. Eusebio nel libro de’ Tempi dice ch’egli in altra historia ritrova che Latino Silvio quinto regnò in Alba et fu figliuolo di Lavinia et Melampo, et fratello d’un medesimo ventre di Silvio Posthumo; il qual Latino in ordine dei re, qui è posto il quarto.

ALBA SILVIO figliuolo di Latino Silvio, che generò Athi Silvio.

ALBA Silvio fu figliuolo di Latino Silvio, et al padre nel reame successe; et havendo regnato trentanove anni, lasciato Athi suo figliuolo fu tolto dalle cose mortali.

ATHI SILVIO figliuolo d’Alba, che generò Calpi Silvio.

FU Athi Silvio figliuolo di Alba, il quale alle volte da Eusebio è chiamato Egittio Silvio. Questi, havendo regnato ventinove anni, lasciato il figliuolo Capi finì l’ultimo giorno. [p. 122r]

CAPI SILVIO figliuolo d’Athi, che generò Carpento Silvio.

CAPI Silvio fu figlio d’Athi. Sono alcuni che vogliono che Capua già famosissima città di Campania fosse da costui edificata, il quale regnato c’hebbe vent’otto anni, morendo lasciò il reame a Carpento.

CARPENTO SILVIO figliuolo di Capi, che generò Tiberino Silvio.

Di Capi fu figliuolo Carpento; et havendo regnato diciotto anni, venendo a morte, a lui successe il figliuol Tiberino.

TIBERINO SILVIO, figliuolo di Carpento.

Tiberino Silvio figliuolo di Carpento generò Agrippa Silvio; et havendo signoreggiato in Alba ott’anni cadde nel fiume Albula, che così era chiamato a quel tempo, et partiva i confini tra Latini et Thoscani, et in quello se ne morì. Per la qual cosa da indi in poi lasciato il vecchio nome di Albula fu detto Thebro dal nome di Tiberino, et fino al dì d’hoggi vi dura.

AGRIPPA SILVIO figliuolo di Tiberino, che generò Romolo Silvio.

AGRIPPA Silvio generato da Tiberino, sommerso che fu il padre successe nel regno, et poscia c’hebbe signoreggiato quarant’anni, venendo a morte lasciò il figliuol Romolo herede.

ROMOLO SILVIO figliuolo d’Agrippa, che generò Giulio Silvio et Aventino Silvio.

ROMOLO, overo Aremolo Silvio fu figlio d’Agrippa. Questi tra i monti pose le difese d’Albani, dove poi fu edificata Roma; il che a quel tempo fu tenuta cosa fatta molto impiamente, et per ciò gli huomini di quel tempo istimarono che giustamente egli fosse fulminato et privo di vita. Costui havendo regnato diecinove anni morì, et lasciò suoi heredi Giulio et Aventino, ch’a lui sopravissero.

GIULIO SILVIO figliuolo di Romolo.

SILVIO Giulio (come scrive Eusebio) fu figliuolo minore di Romolo et bisavolo di Giulio Procolo, che con Romolo andò a Roma, et ivi diede principio alla famiglia Giulia dalla cui derivano i Cesari. [p. 122v]

AVENTINO SILVIO figliuolo di Romolo Silvio, che generò Proca Silvio.

AVENTINO Silvio fu figliuolo di Romolo Silvio, al quale essendo fulminato successe nel reame; dove poscia che hebbe regnato trentasette anni venendo a morte, lasciò un figliuolo chiamato Proca, et fu sepolto in quel monte che da indi in poi fu dal suo nome sempre chiamato Aventino.

PROCA SILVIO figliuolo d’Aventino, che generò Amulio et Numitore.

PROCA Secondo Tito Livio fu figliuolo d’Aventino, et in loco del padre regnò anni ventitre; indi morendo lasciò il regno al figliuolo Numitore.

AMULIO figliuolo di Proca.

FU AMULIO (testimonio Tito Livio) il minor d’anni tra tutti i figliuoli di Proca. Questi per forza et a tradimento levò il reame a Numitore, che d’età era maggiore. Dice Plinio parlando degli Huomini Illustri che Proca loro padre lasciò ch’amendue regnassero un anno per uno; onde essendo toccato ad Amulio il regno, poscia che l’anno fu passato non volle più restituirlo al fratello, anzi havendo perdonato la vita a Numitore amazzò Lauso figliuolo di lui, et indi per levare ogni speranza di successione, Rhea medesimamente di lui figliuola sotto spetie di honore dedicò perpetua vergine Vestale. Ma havendo egli regnato sette anni, Rhea partorì due figliuoli, i quali ei fece gettare nel Thebro, et Rhea sepellir viva. Nondimeno non potendo gli essecutori del maleficio de’ fanciulli far l’effetto compiuto, percioché il Thebro per le pioggie continue era cresciuto et uscito fuori del suo alveo, posero quelli sopra la riva; di che trovati da Faustulo pastore furono allevati, et indi cresciuti in età amazzarono Amulio et restituirono al zio Numitore il reame.

NUMITORE figliuolo di Proca, che generò Lauso et Ilia Rhea.

NUMITORE fu figliuolo di Proca, et dal fratello cacciato dal regno; il quale privatamente standosene in villa invecchiato, fu dai nepoti Romolo et Remo rimesso in stato. Quello che poi di lui avenisse non sappiamo. [p. 123r]

LAUSO figliuolo di Numitore.

LAUSO, sì come è stato detto, fu figliuolo di Numitore, et dal zio crudelmente fu fatto morire.

ILIA figliuola di Numitore, che partorì Romolo et Remo.

ILIA Rhea fu figliuola di Numitore, et da Amulio tra le vergini Vestali collocata; la quale (Secondo Ovidio) andando un giorno a pigliar dell’acqua per gli sacrifici si adormentò, dove in sogno le parve vedere che Marte giacesse seco; di che essendosi impregnata, [hebbe] due figliuoli, et per comandamento del Re fu fatta sepellire viva. La

fittione di Marte che giacesse seco si disnarerà dove si parlerà di Romolo et Remo. Et perché non habbiamo per ordine quelli che sono nati di Giulio Silvio, è di necessità far fine alla Geneologia dei posteri di Dardano; aggiungendovi questo, che da questi sia disceso lo splendore del mondo et di Roma, Caio Giulio Cesare Dittatore.

IL FINE DEL sesto LIBRO.

[p. 123v]

IL LIBRO settimo

di MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

AL CORTESISSIMO ET HUMANO

SUO SIGNORE IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

Io che poco dianzi, Altissimo Re, dal fiume Elsa di Certaldo et dell’Arno di Thoscana havea spiegato le vele in mare, et sono girato a forza per le oscure foci delle Sirti fremendo il fiero Aquilone, et indi per li larghi aperti et rozzi promontori dell’Asia, et per gli duri scogli del mare Egeo, così cacciandomi il vento Libico, et appresso spesse volte con non minor timore che maraviglia per lo torto mare Siciliano, et tra i risonanti liti sì del mare Illirico come del Tirreno, per lo soffiar del vento Noto, coperto solamente dalle oscure nubi dei poeti, et stando di qui a riguardare il chiaro lume di Phebo et l’immobile Stella d’Artoo, lasciati a dietro i liti de’ Genovesi, Francesi et Spagnuoli, et Calpe et Abila promontori, alla fine sono stato portato fino all’entrata dell’Oceano. Così circa l’entrare di quello fermandosi il mio legnetto, come quasi per deliberare se gli sarebbe conceduto lo spatio di girare, io drizzai gli occhi verso i termini del mare, dove veggendo così gran corpo et incomprensibil monstro, et con l’animo misurando i dirotti monti d’acque fino al cielo et l’horribili spelonche di quelle per le oscure entrate, et indi imaginandomi le indomite forze con quali percuote la terra, et i non conosciuti popoli et le fiere bestie di quello, et indi considerando che è accettatore di tutti e’ fiumi, confesso veramente che mi spaventai et mi si drizzarono i capelli; et da un certo insolito timore soprapreso a pena puoti fermare le tremanti membra. Et poco vi mancò che più tosto volontariamente non patissi naufragio nel lito che passar più oltre, istimando essere stato un giuoco et piacere a rispetto di quel[p. 124r]lo l’ire del mare Mediterraneo. Ma colui che veramente è certa speme et infallibile aiuto di chi dirittamente crede in lui, da me subito invocato mi s’appresentò, et col foco della sua carità cacciando il contrario freddo porse vigore all’animo prostrato et il ritornò in maggiori forze del solito, di maniera che col picciolo legnetto, ma nondimeno con animo grande, pigliai ardire entrare nel terribile gorgo et solcare non soliti mari. Di che spedita nel passato quasi tutta la prole di Cielo, pigliai la penna per scrivere la lunga discendenza dell’Oceano, lasciando il governo della debile barchetta a colui che conservò salva l’Arca di Noé dalle acque del diluvio universale.

OCEANO figliuolo di Cielo et di Vesta, che generò tra figliuoli et figliuole ventiquat., de’ quali
 questi sono per ordine i nomi: Eurinomi, Persa, Aetra, Pleione, Climene, Tritone, Dori, Proteo,
 Corufice, Nereo, Acheloo, Inaco, Peneo, Nilo, Alpheo, Cerinisio, Thebro, Axio, Asopo, Cephiso,
 Meandro, Pillira, Sperchio, et Sole.

Volsero i Theologhi, che hanno havuto openione dal Cielo o dalla Terra, overo da amendue, tutte le cose da principio esser state prodotte, che Oceano fosse figliuolo del Cielo et di Vesta; il che non credette né tacque il prencipe degli Ionici Philosophi Milesio Thalete, appresso gli antichi di non picciola auttorità; anzi, non meno insipidamente di quello che facessero gli altri istimò che l’istesso Oceano havesse la mente divina et che da lui fossero prodotte tutte le cose, overo ch’egli fosse quello che ne concedesse la cagione. Non so qual ragione movesse lui, eccetto se forse, veggendo che in tutte le cose mancando la humidità, è di necessità che ancho la vita cessi, et che ancho medesimamente nessuna cosa senza humore non può generarsi né nascere. Di che affermava l’Oceano non esser generato, ma esser padre degli Dei et tutte le cose. Al quale alle volte pare che si sia accostato Homero, et spetialmente dove nella Iliade induce Giunone che dice l’Oceano essere la natione di tutti i dei, et la madre Theti. Et così talhora ha seguito questa openione Vergilio, dove dice:

Oceano gran padre de le cose.

Plinio poi nel libro dell’Historia Naturale inalzando questo elemento dell’acque dice:

Certamente questo elemento signoreggia a tutti gl’altri, le acq. divorano le terre, amazzano le fiamme, ascendeno in alto, si vendicano il cielo, et col toccare affogano il vital spirito delle nubi, la qual cagione partorisce i folgori, seco stesso discordandosi il mondo. Qual cosa puote esser più [p. 124v] maravigliosa dell’acque, che stanno in Cielo? Quelle, benché sia poco, pervengono in tanta altezza che rapiscono i fiumi, con le schiere de’ pesci, et spesso ancho cavano i sassi, et portano gli altrui pesi. Per loro si presta origine a tutte le cose che in terra nascono; elle generano le biade, vivificano gli alberi et frutti, et tutte le forze della terra sono per beneficio dell’acque.

Questo dice Plinio. Dal quale Vitruvio nel libro dell’Architettura non discorda, dicendo:

Da quello ancho, quelli che amministrano i sacerdotii ai costumi degli Egitii, dimostrano tutte le cose essere formate dalla potentia dei licori.

Certamente egli è cosa da ridere l’havere creduto le acque essere state principio di tutte le cose. Ma che crederò io a questi tali d’intorno i principii delle cose non vedute, se d’intorno a quelle che ci stanno d’inanzi gli occhi hanno creduto il falso? Gli Egitii videro Iside morire, et negli animi loro si sono sforzati fingere quella essere stata non onnipotente, ma potentissima dea et immortale. I Cretesi non si vergognarono chiamare Iddio del Cielo et della Terra esso Giove, huomo libidinosissimo et da loro sepolto. Così adunque accecati da trascuraggine di mente credettero essere maggiori questi, che alle volte furono fatti, che quello che una volta gli havea fatto loro. Ma di questo, un’altra fiata. Quelli che istimarono l’Oceano padre delle cose, incominciarono da lui la Genelogia degli dei; il quale (Secondo gli altri) ritrovandosi haver havuto padre, Secondo l’ordine dell’opra gli habbiamo dato il suo loco. Onde, accioché egli non andasse tra gli altri gran dei con poco honore, gli attribuirono (come dice Theodontio) una carretta guidata dalle balene, che conducessero lui per gli gran mari. Così ancho gli aggionsero i Tritoni per Trombetti et ufficiali che gli andassero inanzi. Indi il fecero riccho di molti buoi marini dati sotto il governo di Proteo, et gli aggiunsero per serventi et compagnia molte schiere di Nimphe, attribuendoli una gran discendenza de’ figliuoli. Oltre ciò il chiamarono con molti nomi. Ma hoggimai sono da dichiarare le fittioni. L’Oceano esser guidato con una carretta dinota il girar suo d’intorno la rotondità della Terra, alla quale vi s’aggiungono le balene perché è trascorso tutto dalle balene. I Tritoni poi sono suoi Trombetti et antecessori perché il significato del suo nome opra incessabilmente, attento che Tritone Secondo alcuni suona l’istesso che fa smarritor della terra; il che spesso fa il mare, mentre continuamente percuotendo i liti smarrisce la terra col continuo suo moto, et perché questo non si fa senza suono, sì come Trombetta è chiamato; et poi è chiamato precursore, percioché il suono percuotendo nel lito con più terribile strepito del solito è certissimo messaggio di futura fortuna. È poi detto havere i greggi dei buoi marini, perché questi tali buoi dal mezzo innanzi hanno forma di vitelli, et a guisa d’armenti tutti insieme pascono in terra. Chiamarono Proteo suo pastore attento che il mare Carpatico è abondantissimo di buoi marini, il quale già fu sotto l’imperio di Proteo. Il choro di Nimphe a lui aggiunto per compagnia et ubbidienza, come penso, non è altro che le molte proprietà dell’acque, overo gli accidenti di continuo congiunti all’acque, per opra de’ quali pare che imitino i voleri di quelle. Oltre ciò appresso il nome d’Oceano chiamasi ancho Nereo, Nettuno et Mare, i quali nomi perché si convengono ai nomi d’altri dei, al loco suo più convenevolmente si esporranno. Ma Oceano, che è il suo [p. 125r] <suo> proprio, Secondo Rabano da’ Greci et Latini è così detto percioché in modo di circolo aggira il mondo, et ancho perché ha il ceruleo colore, sì come ha il cielo. Nondimeno io tengo che così sia detto da Cianes, che latinamente significa nero, attento che è di tanta profondità che in lui non si può vedere alcuna cosa trasparente.

EURINOME figliuola dell’Oceano.

EURINOME fu figliuola dell’Oceano, sì come nella Iliade afferma Homero, dicendo:

Eurinome dell’Oceano figlia.

Ella s’interpreta pastore dei venti overo della fortuna marina percioché l’acqua del mare sempre fa flusso, onde dall’essercito dell’acque ha havuto nome, et è stata chiamata figlia dell’Oceano; overo Secondo altri che vogliono i venti nascere dall’acque, l’acqua pasce i venti, cioè gli dà la materia di acqua, et sono creati et prendeno vigore; di che dirittamente viene chiamata figlia dell’Oceano. Oltre ciò, dove Homero di costei parla induce Vulcano che parla a Theti, che gli dimandava l’armi per Achille; onde per mostrarsele pronto dice che, essendo dalla madre gittato di cielo in Terra perché era zoppo, fu raccolto et nodrito da essa Eurinome et Theti, dove vuole che intendiamo il foco per l’humido et per lo spirito essere nodrito; i quali se mancano è di necessità che il foco si spenga.

PERSA figliuola dell’Oceano.

Sì come piace ad Homero nell’Odissea, fu figliuola dell’Oceano, dove dice che fu amata dal Sole, et che per tale congiungimento partorì Oeta Re de’ Colchi et Circe; di che in tal modo scrive:

Et la sorella del sagace Oeta,

Et da la madre nominata Persa,

Et nacquero amendue dal Sol lucente,

La quale fu de l’Oceano figlia.

Dice Leontio che questa Persa da Hesiodo è chiamata Heclate, la quale appresso noi essendo l’istesso che Luna, assai possiamo imaginarsi che Oeta appresso i suoi famosissimo Re facesse l’istesso che havea fatto Saturno, il quale commandò che il padre Urano fosse chiamato Cielo, et la madre Vesta Terra, acciò che con tali nomi illustri ampliasse la sua origine. Così ancho Oeta ordinò che il padre suo fosse detto Sole et la madre Luna, la quale però è detta figlia dell’Oceano perché ai litorali pare ch’ella nasca dai reflussi del mare; overo fu ancho così chiamata per havere havuto il suo dominio appresso l’Oceano.

AETRA, figliuola dell’Oceano et moglie d’Atlante.

[p. 125v] ETRA fu figliuola dell’Oceano, sì come si conferma per li versi d’Ovidio, dove dice che ella di Atlante partorì Hiade et le sorelle, mentre nel libro de’ Fastis così si legge:

Costui da Etra dell’Oceano prole

Fu partorito et a le Nimfe dato.

PLEIONE, quarta figliuola dell’Oceano et moglie d’Atlante.

PLEIONE fu figliuola dell’Oceano, et Secondo Paolo moglie d’Atlante; il che ancho pare confermi Ovidio nel libro de’ Fastis, dove dice:

Di qui nacque Pleione, che congiunta

Fu con Atlante, che sostien le stelle,

Et sì come la fama già risuona,

Partorì poi le Pleiadi sorelle.

Pleia è l’istesso che è pioggia, la quale, percioché è causata dagli humidi vapori che dall’Oceano in alto si levano, è chiamata figliuola dell’Oceano. Moglie poi è chiamata d’Atlante percioché questi tali vapori che si levano dalle acque per lo più si rivolgono verso la cima dell’Atlante et degli altri monti, et agli habitatori danno segno di futura pioggia.

CLIMENE, quinta figliuola dell’Oceano et madre di Phetonte.

CLIMENE, sì come piace a Theodontio, fu figliuola dell’Oceano et Theti; la quale essendo bellissima vogliono che piacesse al Sole, con cui giacendo, di lei n’hebbe Phetonte et le sorelle. Ma Paolo dice che fu moglie di Merope Egittio, et che insieme col marito signoreggiò appresso gli ultimi Ethiopi d’Egitto, et che di lui partorì Eridano, che fu ancho chiamato Phetonte, et le sorelle. Leontio poi dice ch’ella fu figlia di Minio et Eurinassa, et che dal marito Merope partorì Iphido, Philace, Phetonte et le sorelle. D’intorno alle quali diversità egli è d’avertire che in quanto ella sia chiamata figlia dell’Oceano et amata dal Sole, egli si può intendere la humidità, percioché Climene s’interpreta humidità; onde meritamente sarà detta figliuola dell’Oceano sì come di tutte l’humidità, la quale viene amata dal Sole, attento che (come narra Tullio tra le Nature degli Dei) il Sole et le altre Stelle si pascono di humidità. Overo, et meglio, perché il calore del Sole oprando nell’humidità suscita i nuvoli che generano Phetonte, sì come si ha narrato dove si è parlato di Latona; et ancho certi alberi fa uscir fuori da lochi paludosi, de’ quali si tratterà apertamente parlandosi di Phetonte et le sorelle. Ma se vogliamo ch’ella fosse femina et moglie di Merope, alhora diremo che fu qualche nobile donna che signoreggiò nel lito dell’Oceano, et che indi conseguì tale successione. Né per ciò si leva ch’ella non potesse essere figlia di Minio et Eurinassa ivi signori; ma sì come da parte più illustre fu chiamata figlia dell’Oceano. [p. 126r]

TRITONE, sesto figliuolo dell’Oceano.

THEODONTIO dice che Tritone fu figliuolo dell’Oceano et Theti. Servio poi il chiama di Nettuno et Salatia, di lui moglie. Paolo poi il dice Tritona, et il fa femina. Nondimeno, o maschio o femina che si sia, tutti in ciò si convengono ch’ei fosse Trombetta di Nettuno o dell’Oceano; ma parendo che tutti più s’inchinino verso Nettuno, credo che Nettuno et Oceano sia uno istesso. Onde questi tali che ancho hanno la medesima openione traheno in testimonio Ovidio, dove dice:

Né però punto del mar cessa l’ira.

Onde giù posta l’hasta da tre punte.

Et poco da poi segue:

Chiama Tritone, c’ha il color del cielo,

Et commanda, ch’ei dia fiato a la tuba,

Et con tal segno dato ai fiumi, e a l’onde

Ritornar faccia tutti al loco suo.

Onde in tal modo si vede l’ufficio di Tritone, et che egli è maschio, sì come dice Theodontio. Che poi sia figliuolo dell’Oceano o di Nettuno, a bastanza in ciò egli si dimostra, essendo causato dal loro sonoro movimento. Intesero i Theologi in loco di Tritone esso grido di fortuneggiante mare che percuote nei liti, essendo Secondo alcuni Tritone interpretato suono. Altri poi volsero bene Tritone essere il suono del mare, ma non quello che fa mentre tra sé si rompe, ma solamente quello che fa percuotendo i liti; et però il chiamarono Tritone, quasi che smarrisca la terra, onde in tal modo tanto Secondo l’openione dei primi quanto dei secondi volsero che da quel suono si comprendesse la marina haver più a crescere in fortuna del solito, attento che Tritone per quello strepito che viene con maggior furia mostra il suo potere; sì come fanno i Trombetti che col segno delle lor tube dinotano il suo Imperatore venire. Ma Plinio nel libro dell’Historia Naturale pare che tenga che i Tritoni non pure servano con la fittione del nome ai poeti, ma che ancho siano veri pesci dell’Oceano, così di loro dicendo: La legatione degli Olisipolenti riferì a Tiberio Imperatore, che perciò gli havea mandato, haver visto et udito in un certo antro un Tritone sonare con una conca. Et quello che segue.

DORI, settima figliuola dell’Oceano et moglie di Nereo.

DORI Secondo Paolo et Theodontio fu figliuola dell’Oceano et Theti, et moglie di Nereo suo fratello, et madre delle Nimphe, sì come dice Servio. Di costei fa ricordo Vergilio nella Bucolica, dove dice:

Se mentre sotto l’acque vai scorrendo.

L’amara Dori l’onda sua non mesci.

Vogliono alcuni che questa sia interpretata dono, percioché l’acqua necessarissima da Iddio sia data a’ mortali in loco di dono. Altri dicono esser intesa per amareza, et poi esser maritata in [p. 126v] Nereo Dio marino, attento che il mare è amaro; di che per dimostrare ch’ella sia congiunta a perpetuo marito, di lui la fanno moglie. È poi chiamata figliuola dell’Oceano percioché dall’acqua dell’Oceano scaldata dal Sole nasce l’amarezza, la quale poscia s’unisce col mare Mediterraneo, dove è detto Nereo. Il vecchio Proteo ottavo figliuolo dell’Oceano, che generò Melantode et Idothea.

PROTEO marino Iddio, et come dicono famoso indovino

(Secondo Theodontio) fu figliuolo dell’Oceano et di Theti. Che poi fosse indovino, Virgilio dopo Homero nella Georgica il dimostra, dicendo:

Sta nel Carpatio gorgo di Nettuno,

Il ceruleo Proteo, che nel mare,

Va discorrendo sopra una carretta,

Guidata da cavalli, c’han due piedi.

Et poco da poi continuando dice:

Tutte le cose l’indovin dice.

Che furono, che sono, et che saranno,

Così ha voluto il gran Nettuno, a cui

Pasce gli armenti, e i sozzi buoi marini.

Dice Homero che costui fu ricercato da Menelao, che ritornava dalla ruina di Troia, a renderli ragione di quello che fosse avenuto dei suoi compagni rotti in mare; onde a forza gli lo disse. Così ancho Virgilio narra che medesimamente fu interrogato da Aristeo della ristauratione delle Api. Nondimeno Menelao fu instrutto da Idothea figliuola di Proteo, dove Aristeo fu ammaestrato di quello che havesse a fare dalla madre Climene. Indi Homero dice che, essendo sforzato a rispondere alle interrogationi, si cangia in varie forme per vedere se puote esser lasciato; il che dimostra ancho Verg. dove dice:

Subito fassi un horrido cigniale,

Pieno di squame, et hor fulvo Leone.

Et talhor viene in così liquide acque,

Una tigre crudele, et un dragone,

Hor foco, che fuor manda ardenti fiamme

Che par, ch’uscito sia fuor de’ legami.

Dice Theodontio che costui hebbe origine dall’Isola over monte Pallene, et signoreggiò appresso gli Egitii; al quale fu raccomandata et lasciata in custodia Helena, che alhora essendo donzella fu rapita da Theseo, onde dopo la ruina di Troia dal vento cacciata di novo Helena vi ritornò con Menelao. Questi fu un vecchio molto aveduto, et ammaestratissimo per esperienza di tutte le cose; et perché col suo avedimento non che con la presenza conosceva et haveva grandissima cognitione delle cose passate, et per conietture bene et spesso sapeva predire le cose future, sì come molte volte fanno i saggi, si diede loco alla favola che Proteo fosse indovino. Le forme poi nelle quali dicevano ch’egli si cangiava, istimo essere le passioni dalle quali sono crucciati gli huomini, che sono simili a tal cosa; le quali passioni, acciò che siano rimosse da colui a cui dimandiamo consiglio, se drittamente ci lo vuole concedere è di necessità che l’animo resti tranquillo alle interrogationi. Oltre ciò questa fittione si può aprire in altro modo, cioè pigliar Proteo in loco della indovinatione hidromantica, et allhora non inconvenevolmente si potrà esporre ch’egli sia figliuolo dell’Oceano et di Theti, attento che questo tale indovinare si fa nell’acqua, sì come suona l’istesso [p. 127r] nome, percioché hedromantia è detta da hidros che è acqua, et mantia indovinatione; onde tutte le acque sono dell’Oceano et di Theti. Che poi si cangi in varie forme, questo si può dire percioché questo sacrilegio si fa appresso i fiumi, i quale col mormorio del suo corso imitano varie forme; overo perché forse in questa operatione per haver quello che si cerca è di necessità mover le acque, nel qual modo s’ode qualche mormorare et vi si vedono varie forme, le quali acquetate si piglia poi il vaticinio. Perché poi lo dicano pastore dell’Oceano, overo di Nettuno, vi è la ragione esposta dove si ha parlato dell’Oceano. Gli attribuiscono la carretta per dinotare le circonvolutioni dell’acque di quel mare. Che ancho i cavalli siano da due piedi, egli è detto perché quel mare abonda di buoi marini, i quali hanno i piedi, il capo et quasi tutto il corpo dall’ombelico in su a guisa di vitello, da indi in giù sono poi pesci, et peró havendo solamente due piedi sono detti bipiedi.

MELANTONE figliuola di Proteo.

MELANTONE, come afferma Theodontio, fu figliuola del vecchio Proteo, la cui usanza era di spogliarsi ignuda et cavalcare i delphini nel mare del padre; onde essendo bellissima piacque a Nettuno, il quale cangiatosi in delphino le usò tanti vezzi ch’ella assicurata gli salì sopra, onde egli tanto fece che seco si giacque. Barlaam afferma che la verità di questa cosa fu tale, cioè che questa donzella accostumò un delphino di maniera ad amarla, ch’ella gli saliva sopra et per lo mare la portava soavemente, et indi la ritornava al proprio loco onde l’havea levata. Nondimeno fosse come la cosa si volesse, ella in mare restò morta. Forse, Serenissimo Re, ti maraviglierai che una donna senza offesa da un delphino per lo mare fosse portata; il che acciò non istimi favoloso, piacemi narrarti alcuni essempi. Si legge in Plinio, huomo degno di fede, che nel lito d’Africa appresso Hippone Diaruti fu un delphino che si lasciava pascere da huomini et maneggiar tutto, e giuocava con quelli che notavano, si portava chi gli saliva sopra, et da Flaviano vice console fu con profumi et cose odorose unto, onde per la novità di quelli cadè in ambascia come quasi morto, et stette in tal modo per alquanto spatio di hore; ma essendo in sé ritornato, come quasi gli fosse stato fatta ingiuria stette per alquanti mesi che non volle lasciarsi più né maneggiare né haver dimestichezza con gli huomini. Alla fine essendosi paceficato con quelli, fu poi amazzato dagli Hipponesi, percioché erano troppo aggravati dagli amici che ivi si trasferrivano per vedere questo miracolo. Oltre ciò al tempo d’Alessandro Macedonico fu nel lito di Asia un fanciullo di maniera amato da un delphino, che partendosi quello il delphino il seguì fino nel lito, dove nell’arena se ne morì. Similmente, sì come scrive Giasone Egesidemo, un garzone chiamato Hermete cavalcava un delphino nel mare, onde avenne che una fiata il fanciullo dall’onde del mare restò morto, di che dal delphino fu ricondotto nel lito; il quale chiaramente conoscendosi essere stato cagione della [p. 127v] morte del giovanetto non volle più ritornare nel mare, ma nel lito volse morirgli appresso. Che più dirò? Non è cosa nova né divisata che i delphini habbiano havuto domestichezza con gli huomini. Ma ritornando onde ci siamo partiti, sono di quelli che dicano Melantone essere interpretata bianchezza, la quale nasce dalla schiuma del mare, et porta di sopra delfini et gli altri pesci; onde da Nettuno, cioè dal mare è violata, il quale la inghiottisce, et di novo la ristaura. Ma io non so onde eglino habbiano ciò cavato, perché so bene che Melan in greco latinamente significa negro.

IDOTHEA figliuola di Proteo.

IDOTHEA fu figliuola del vecchio Proteo, sì come nell’Odissea testimonia Homero, dicendo:

Idotea di Proteo figliuola

Vecchio marino Iddio, a la cui mossi,

Et grandemente l’animo inchinai.

Et poco da poi segue, introducendo ella che parla al re Menelao di Proteo suo padre, in questa forma:

Et l’immortale Proteo d’Egitto.

Et di Nettuno è servo, ogn’uno parla,

A cui del mar son tutti i fondi rotti,

Questo esser padre mio, io di lui figlia.

Dice Homero che costei andò incontra a Menelao nell’Isola di Pharo, la quale è dirimpetto d’Alessandria d’Egitto, dove dalla contrarietà de’ venti a forza era ritenuto; onde ella il consigliò che andasse a ritrovare il padre suo et insegnolli il modo che havea a tenere, et alla fine il nascose insieme con tre altri compagni nell’antro di Proteo sotto le pelle di tanti buoi marini. Secondo l’openione d’alcuni, Idotea s’interpreta formosa dea, per la cui vogliono che s’intenda la tranquillità del mare, attento che per quella tranquillità avenne che Menelao si condusse a Proteo.

CORUFICE figliuola dell’Oceano.

CORUFICE Secondo Cicerone fu figliuola dell’Oceano, la quale egli afferma che dagli Arcadi è chiamata Corion; aggiongendovi ch’ella piacque a Giove, la quale essendo seco giaciuta partorì Minerva, cioè quella che delle carette da quattro ruote fu inventrice. Perché poi ella sia chiamata figliuola dell’Oceano, il che mai non è stato detto da altri, egli si può rispondere quello che alle volte è stato detto dell’altre, cioè che fu donna nobile et nata d’intorno i liti dell’Oceano. Overo vogliamo dire, cosa che è ancho possibile, Oceano essere stato qualche huomo notabile, così chiamato per alcuna conformità con l’Oceano. [p. 128r]

NEREO decimo figliuolo dell’Oceano, che generò le Nimphe, le quali sono molte;
nondimeno perché solamente di quattro si fa singolar ricordo, io noterò i loro nomi.
Generò adunque Cimodoce, Theti minore, Galatea et Aretusa.

Gli antichi Theologi de’ gentili vollero che Nereo Iddio marino fosse figliuolo dell’Oceano et di Theti maggiore; indi gli atribuirono per moglie Dori sua sorella, di cui vogliono che generasse una gran schiera di Nimphe. Questi s’intende l’acqua, percioché Neros in greco significa acqua. È poi figliuolo dell’Oceano et di Theti, percioché da lui esce ogni acqua. Che ancho sia chiamato con altro nome, ciò puotè nascere perché sta un seno di mare, ma s’egli è così, non fu fatto a quel tempo che fu l’Oceano. Attento che Pomponio Mela narra che fu opra d’Hercole il partire già Abila promontorio di Mauritania da Calpe monte d’Hispagna, essendo amendue insieme congiunte, onde da indi in poi l’Oceano entrò fra terra; di che l’Oceano divenuto Mediterraneo puotè acquistare novi nomi. Nereo poi cangiato in maritaggio con Dori suo e con l’amarezza dell’acque, appresso noi generò molte Nimphe, cioè humiditadi, le quali forse non v’erano prima.

LE NIMPHE in generale.

NIMPHE è general nome di tutti le humidità; il che dico percioché le humidità, secondo le diversità delle cose alle quali serveno, pigliano ancho diversi nomi, sì come si dirà poi. Queste, sì come è stato detto, sono state chiamate figliuole di Nereo et Dori, attento che dal mare ogni humidità deriva. Di queste veramente altre sono marine, onde si nomano Nereidi dal padre Nereo. Di queste Homero nella Iliade ne ricorda trentatre, le quali dice che vennero a condolersi con Theti afflitta per la morte d’Achille suo figliuolo; delle quali questi sono i nomi: Glauci, Thalia, Cimodoce, Nisea, Spia, Ioi, Cimotoi, Attei, Liminora, Melite, Giera, Amphitoi, Agave, Doto, Proto, Pherusa, Dinameni, Doxa, Meni, Amphinome, Gallinura, Dori, Panope, Galatea, Nimerte, Apsedi, Calianassa, Climene, Ianira, Dianassa, Mera, Orithia, et Amatha. Oltre ciò dice esservene dell’altre. Se alcuno havesse le significationi de’ nomi di queste, credo che facilmente avertirebbe quelle essere proprietadi d’acque del mare, o accidenti d’intorno a quelle. Ve ne sono delle altre che si chiamano Nimphe de’ fiumi, et si dicono Naiadi, percioché Nais s’interpreta flusso overo commotione, et però detti Naiadi perché fanno ondeggiare i fiumi, et stanno in continuo moto. Di queste [p. 128v] Virgilio nella Georgica ne noma diciotto, cioè Clime, Drimo, Xanto, Logea, Philedoce, Nisea, Espio, Thalia, Cimodoce, Cidippe, Licora, Clio, Berce, Ephire, Opi, Deiopea, Aretusa, et Achao, le quali istimo dinotare diverse proprietà de’ fiumi. Né per ciò ci nuoce che tra queste ve ne sia nomata alcuna delle Nereidi, dovendo noi credere che il mare et i fiumi in alcune proprietadi si convengano. Ve ne sono ancho delle altre che si chiamano Napee, et sono dei fonti, et così sono dette quasi Naptee , cioè cataratte et origini d’ acque, attento che Napta appresso Persi è l’istesso che è fomite, di che i fonti sono continuo nodrimento dei fiumi. Di queste se ne ricordano nove a’ quali è dedicato il fonte Castalio; i cui nomi non narrerò qui perché si chiamano Muse, et di queste altrove se ne scriverà a lungo. Ve ne sono ancho delle altre che si chiamano dei boschi, et si dicano Driadi, percioché Drias si chiama albero overo quercia. Di queste Claudiano dove tratta delle Lodi di Stillicone ne ricorda sette, cioè Leontadome, Neuopene, Thero, Britomarti, Licaste, Agaperte, et Opi; le quali non dubiterò io che non siano proprietà d’ alberi interpretati in generale. Ve ne sono ancho delle altre che si chiamano degli alberi, et sono dette Amadriadi. Altre poi dei monti chiamate Oreadi, percioché Oron in greco significa latinamente Monte. Così ancho altre si dicono Himnidi, sì come piace a Theodontio, le quali sono Nimphe dei prati et dei fiori. Tutte queste dice Aristotile che alle volte muoiono et mancano, sì come fanno i Pani et i Fauni. Ma Plinio nel libro dell’Historia Naturale non consente semplicemente che le Nereidi siano acque overo proprietà d’acque, dove in tal forma dice:

Et la opinione delle Nereidi non è falsa, percioché hanno il corpo peloso et coperto di squame, et il loro volto ha effigie humana; attento che nel medesimo lito, cioè degli Olisipolenti questa è stata veduta, della cui morendo gli habitatori di lontano sentirono il tristo canto. Et il legato della Gallia scrisse al divo Augusto che nel lito apparirono molte Nereidi mezze morte.

Questo dice Plinio. Onde per confermar meglio questa openione segue poi dicendo:

 Ho auttori chiarissimi dell’ordine Equestre, che da loro fu veduto nel Gaditano Oceano un huomo marino di notte con tutto il corpo montare sopra una nave, et di sorte aggravarla da quella parte che era salito, che se molto vi fosse dimorato ella si sarebbe affondata. Et al tempo di Tiberio Imperadore, dirimpetto al lito dell’Isole della provincia de’ Lione l’Oceano gittò a riva più di trecento bestie di diverse sorti, et grandi a maraviglia; né pochissime furono quelle gittate nel litto di Santoni, et tra l’altre vi furono Elephanti et montoni, per la bianchezza delle corna a loro simili. Ma vi furono molte Nereidi.

Questo narra Plinio. Ve ne sono ancho, accioché molto non si dilunghiamo dal significato del vocabolo, delle altre Numphe, sì come spesse fiate i poeti le hanno nomate, come sarebbe Circe, Calisto, Climene et molte altre simili, le quali furono vere donne. Né di loro si deve intendere fittione nessuna, anzi per tali sono da intendere le donzelle vergini et nobili che sempre stanno rinchiuse nelle camere, onde sono delle Nimphe perché, dalla flemmatica complessione che sono nodrite, come humidi et molli sono delicate et tenerelle, et in loro, sì come in cose acquose, leggiermente ha potere ogni impressione. Le femine rozze per lo più, rispetto alla fatica et al caldo del Sole, sono di dura pele et [p. 129r] molto pelose, onde meritamente hanno perduto il nome di Nimphe. Et questo in generale si ha detto delle Nimphe.

CIMODOCE figliuola di Nereo.

CIMODOCE Nimpha è una delle figliuole di Nereo, la quale Secondo Servio è interpretata corso dei flussi marini.

THETI MINORE, figliuola di Nereo et madre d’Achille.

THETI minore fu una delle Nimphe, della cui dice Ovidio ch’ella essendo andata a consultarsi con Proteo di quello che havesse a venire, in tal modo le fu riposto:

Tu sarai madre d’un figliuolo, il quale

Con l’armi forti vincerà del padre

I fatti, et detto fia di lui maggiore.

Finalmente essendo bellissima donzella fu amata da Giove, il quale nondimeno per tal oracolo smarrito, accioché forse di lui non venisse a partorire un figliuolo che lo havesse poi a cacciare del reame, si astenne dal congiungersi seco. Ella poi fu maritata in Pelleo figliuolo del re Eaco, et di lui s’impregnò et partorì Achille, il quale fu dato a nodrire a Chirone Centauro; onde nella guerra Troiana havendo Achille perduto le sue armi, le quali havea prestato a Patroclo che fu amazzato da Hettore, Theti ne dimandò per lui a Vulcano di novo. Alla cui favola, et massime d’intorno alla risposta di Proteo, diede occasione la manifesta forza d’Achille. Dice Leontio che costei fu figliuola di Chirone et che habitò nell’Isola di Theti; ma non solamente per haver habitato in quell’Isola del mare fu tenuta figliuola del mare et chiamata Theti, quanto per li costumi del figliuolo, percioché fu furioso et crudele a guisa del mare, et però fu detto figliuolo di Theti, cioè di furore. Onde a lei ne restò poi tal nome per la furia del figliuolo, attento che prima era chiamata altrimenti.

GALATEA figliuola di Nereo.

GALATHEA, sì come mostra Ovidio, fu figliuola di Nereo et <et> di Dori. Della cui si narra favola tale. Aci bellissimo giovanetto Siciliano fu amato da Galatea, della quale Poliphemo Ciclope era molto innamorato; il quale veggendo ch’ella punto di lui non curava et trovando un giorno Aci congiunto con Galatea, sdegnatosi pigliò quello et il percosse ad un sasso, et amazzollo; onde Galatea il trasformò in un fiume Siciliano. Della qual favola la allegoria può esser tale. Galatea è dea della bianchezza, la quale piglio per quella schiuma che fanno l’onde irate che si percuo[p. 129v]teno insieme; ella ama Aci, cioè raccoglie un fiume, perché tutti i fiumi vanno in mare. Ma Theodontio dice che sotto questa favola vi giace una historia, affermando che Poliphemo fu crudelissimo tiranno di Sicilia, il quale, amando Galatea bellissima donzella et havendola per forza violata, avenne che si accorse che si congiungeva con Aci giovanetto di Sicilia, onde sdegnato lo amazzò et il fece gittar in un fiume, al cui da indi in poi fu dato il nome del giovane; ma contra Galatea vinto dall’amore non fece altro.

ARETUSA figliuola di Nereo.

HO ritrovato due essere state le Aretuse, l’una de’ quali fu figlia di Nereo et di Dori; et di lei si recita tal favola. Dicono che costei fu Nimpha d’Elide et compagna di Diana; la quale lassa et ignuda lavandosi nell’onde Alphee, essendo veduta da Alpheo Fiume d’Elide, incontanente egli inamoratosi di lei volse ritenerla, di che ella smarrita si diede a fuggire. Ma seguendola il Fiume, et essa veggendo che non poteva salvarsi, si rivolse con prieghi a Diana sua signora che le donasse soccorso; là onde quella la nascose in una nuvola, d’intorno la cui andando il Fiume, Aretusa per tema venuta in sudore si cangiò in fonte, alle cui onde sforzandosi Alpheo congiungere le sue, ella dalla terra fu inghiottita et fino nell’Isola Ortigia portata, et indi per insino in Sicilia; là dove ancho (dicono) Alpheo haverla seguita. Nella cui favola si comprende un manifesto monstro, percioché egli è cosa certa Alpheo essere fiume d’Elide et haver l’essito vicino a Siracuse di Sicilia; il che pare che Seneca Philosopho confermi, dove nelle Questioni Naturali così dice:

Alcuni fonti in una certa stagione gittano fuori le purgationi, sì come nella Sicilia Aretusa ogni quinta estate per li giuochi Olimpi. Indi egli è openione Alpheo fino di Achaia scender ivi et sotto il mare fare il suo corso, né altrove pria che nel lito di Siracuse attufarsi; percioché in quelli giorni ne’ qual sono i giuochi Olimpi, lo sterco delle vittime rientra ivi per le bocche del fiume.

Questo dice Seneca. Da tale occasione adunque la favola ha ritrovato il suo loco. Tuttavia Ovidio ne’ suoi versi, per dimostrare il miracolo maggiore, la fa così parlare:

Parte fui pur di quelle Nimphe anch’io

Disse Aretusa; ch’in Achaia sono.

Nondimeno, bench’egli dimostri costei essere stata dalla terra inghiottita, tuttavia dice non essere venuta in Sicilia, ma nell’isola Ortigia haver dirotto. Qualmente poi venne in Sicilia, egli non si sa, ma fosse o venisse come si voglia, questa dimostra essere quella istessa la quale afferma in Elide essere stata da Alpheo amata, et in tal modo per sotteranee cave essere pervenuta in Sicilia; sì come ancho pare che testimoni Vergilio, a lei dicendo:

Così mentre trascorri sotto l’onde

Del mare Sicilian; l’amara Dori

Nel mezzo non vi meschi l’onda sua.

Et in questo modo il fonte et indi il fiume da Elide viene in Sicilia, et per lo seguito [p. 130r] del fiume si ha imaginato l’amore di lui verso il fonte. Ma l’altra Aretusa è un fonte nell’isola Ithacia, del cui così parla Homero: Appresso la pietra di Coraco, et la fonte Aretusa. Leontio poi di questa Aretusa riferisce in Ithacia essere stato un certo cacciatore, il quale hebbe nome Coraco, che divenuto furioso precipitosamente da una pietra si gittò in mare, et per ciò quel tal sasso da lui fu detto Coraco. Onde la madre di quello, chiamata Aretusa, veggendo questo fu assalita da tanto dolore che lasciandosi cadere nel fonte vicino a quella pietra ivi si affogò, et in tal modo da sé diede il nome al fonte. Per la qual cosa due vengono ad essere i fiumi chiamati Aretusa. Ma Solino dove tratta delle Cose Maravigliose del mondo ve n’aggiunge il terzo, affermando appresso Thebe esservi un fonte detto Aretusa; tuttavia non manifesta vicino a qual Thebe.

ACHELOO FIUME, undecimo figliuolo dell’Oceano, qual generò le Sirene.

IL Fiume Acheloo, sì come dice Paolo, fu figliuolo dell’Oceano et della Terra. Servio fa Theti essere la di lui madre. Theodontio chiama lui figlio del Sole et della Terra. Ma Homero nella Iliade vuole non solamente Acheloo, ma tutti i Fiumi esser figliuoli dell’Oceano, così dicendo: Ne la gran potenza del profondissimo Oceano, dal quale tutti i fiumi, tutto il mare, et tutti i rivi discendeno da lontano. Ma per li versi di Vergilio nella Georgica si puote comprendere la Terra essere madre de’ Fiumi, mentre dice:

De la madre mirando iva la casa;

De l’acque, rimirava tutti i fiumi

Et pieno di stupor per lo gran motto

Ne le spelonche, e i risonanti boschi,

Gli humidi regni, et i rinchiusi laghi

Correnti, esser locati entro la terra.

Stando adunque anzi il suo nascimento i fiumi rinchiusi nel ventre della Terra, et uscendo fuori di quello, benissimo la Terra viene detta loro madre. Tuttavia quello che diceva Theodontio non è sanza ragione, percioché i Phisici vogliono dalla forza del Sole alcune acque essere condotte nelle caverne della Terra per l’humidità dei vapori del Sole che seguono il calore; i quali mandando fuori i vapori nelle fredde viscere della Terra, si cangiano in acqua, la quale per gli occolti additi venendo di sopra diviene fonte, et alle volte partorisce un fiume. Quello poi che dell’origine di costui s’è detto è necessario che s’intenda degli altri, affine che non bisogni replicare ogni fiata che si parlerà di qualche fiume. Ma questo fiume (come dice Ovidio) già perché si partiva in due corni era famoso. Finalmente per haver richiesto Deianira figliuola di Ceneo re di Calidonia per moglie, che pria era stata promessa ad Hercole, venne seco a battaglia, et essendosi trasformato in diverse forme, alla fine restò vinto, et privo della sposa et d’uno corno. Oltre ciò Lattantio et Servio dicono che costui fu il primo il quale pose il vino nelle tazze; il che dimostra ancho Vergilio:

Et d’Acheloo mischiò l’uve in le tazze.

Indi vollero che fosse padre delle Sirene. A quelli che cercano sapere ciò che per questo si [p. 130v] debbe intendere, egli è da sapere che il fiume Acheloo nasce dal monte Pindo, sì come scrive Plinio; et afferma Vibio Sequestro dei fiumi ch’egli fu il primo che cavasse la terra. Et (sì come dice l’istesso Plinio) divide l’Arcanania dall’Etolia, et scorrendo per li confini dei Perebi si difonde nel porto di Malega tenendo dirimpetto alla bocca l’isole Thinide, delle quali per lo continuo gittar della terra ne congiunse alcune alle vicine. Il contrasto poi tra lui et Hercole, dove scriveremo le fatiche di quello Secondo il poter nostro le esporremo. Ch’egli poi fosse il primo che ponesse il vino nelle tazze, istimo gli antichi non haver voluto intender altro eccetto ch’egli fosse il primo ch’in Grecia piantasse le vigne, le quali pria non erano in uso, et così da quel primo loco essersi tratto il vino. Delle Sirene poi, si dirà di sotto.

LE SIRENE figliuole d’Acheloo.

AFFERMA Fulgentio et Servio che le Sirene furono tre, et figliuole d’Acheloo et della Musa Calliope; l’una de’ quali dicono che canta a voce, l’altra con la cettra, l’altra col Flauto. Ma Leontio vuole che fossero quattro, così chiamate: Aglaosi, Telciope, Pisno et Ilige, facendole figliuole d’Acheloo et della Musa Tersicore, aggiungendo che la quarta canta nel timpano. Dice Ovidio che queste furono compagne di Proserpina, et che essendo rapita la cercarono molto; la quale non potendo da loro essere ritrovata, furono alla fine converse in marini monstri c’hanno la faccia di donzelle et il corpo fino all’ombelico di femina, da indi in poi sono pesci; i quali dice Alberigo essere alati et haver i piedi di gallina, et che essendole rimasta l’ arte della melodia della quale erano ammaestrate prima che si cangiassero, cantano dolcemente. Oltre ciò (Secondo Servio) prima appresso Peloro promontorio di Sicilia, indi appresso l’Isola Capraia se n’andarono. Ma Plinio dice che Napoli di Calcidia ancho, et essa Partenope dalla tomba delle Sirene essere detta Sirene. Et così vegniamo ad haver cinque Sirene. Indi poco da poi dice l’istesso Plinio Sorento con il promontorio di Minerva essere una certa Sirene. Aristotele poi dove tratta delle Maravigliose Cose da Udire dice:

Nell’ultimo dell’Italia, dove il Peloro fesso dall’Apennino concede l’addito al mare Tirreno nello Adriatico, esservi l’isole Sireniche, et ivi a quelle essere un tempio sacro edificato, nel quale molto con sacrifici sono honorate; le quali essendo tre, non è fuori di proposito ricordare i loro nomi. L’una di quelle adunque si chiama Partenopea; la seconda Leucosia; la terza Iglia.

Questo egli narra. Appresso dicono che queste con la dolcezza del suo canto fanno adormentare i nocchieri, et adormentati gli annegano, et alla fine affogati gli divorano; là onde gli antichi le dipingevano nei prati nel mezzo dell’ossa de’ morti. Et alcuni vogliono ch’elle si morissero per doglia, non havendo potuto tirare a sé Ulisse che d’ivi passava, sì come nell’Odissea descrive Homero; questo di loro mi ricordo haver letto, onde quello che sotto sopra ciò si comprenda è d’avertire. prima degli altri Palefatto nel libro delle Cose Incredibili scrive queste esser state meretrici [p. 131r] avezze ingannare i naviganti, et Leontio afferma antichissima fama essere appresso gli Etoli i primi atti meretrici de’ Greci essersi usati da quello, et tanto benissimo haver adoprato il ruffianesmo, che quasi tutta la Grecia da loro fu ridotta a sue voglie; onde per ciò istima da tali operationi la favola delle Sirene haver havuto principio. Et così quel fiume d’Etolia le viene dato per padre, attento che vicino a lui incominciarono i primi suoi scelerati essercitii, et affine che per lo corrente fiume suo padre intendiamo l’abondante lascivia et la concupiscenza delle meretrici; alle quali per la piacevole facondia di quasi tutte, Calliope cioè la buona sonora armonia viene ascritta per madre. Indi la prima viene detta Partenopea da Parteno che significa vergine, percioché le astute meretrici volendo allacciare gli stranieri sono solite fingere atti et costumi di donzelle overo di pudiche femine, cioè abbassar gli occhi, parlar poco, arrossare, non si lasciar toccare, con atti lascivi et fanciulleschi scherzare et simili altre cose, affine che per questo gli ignoranti istimino l’amico dell’honestà esservi guardia, et ricerchino quello che non conoscono, et che conoscendolo fuggirebbono. La seconda si chiama Leucosia da Leucos che vuol dire bianco, onde istimo ciò esser detto per la formosità della faccia, et l’ornamento del corpo et degli habiti, et per l’apparenza delle splendide vesti de’ quali le dishoneste vanno ornate. Percioché, se lasciassero questi tali ornamenti, dagli ignoranti per gli esteriori essendo giudicati gl’interiori, così liggiermente non havrebbono il suo intento, essendo per generale natura i poveri et i brutti sprezzati. La terza si dice Ligea da Iligi, che significa circolo overo giro, là onde s’intende la prigionia del male aveduto; la quale di maniera tiene legato i presi, che se bene ancho conoscerano essere celebratissime quelle che da le dolci parole, i gemiti, le carezze, i risi lascivi et gli altri atti con che gli imprigionati nocchieri, cioè smarriti, sono guidati dal sonno da queste tali, cioè all’oblio di sé medesimi, sé stessi con pazza speme ingannando, fino attanto che a queste ingorde non hanno dato tutte le merci, le facultadi et i navili, et così affogati non nel mare, ma nello Sterco della vergognosa libidine sono divorati da questi marini anzi infernali monstri, le quali doppo havergli spogliati et cacciati via nei prati, cioè nelle delitie, tra l’ossa degli infelici, cioè prive delle memorie dei privati, si fermarono, overo gli istessi aggravano d’infame servitù. Dissero poi che dall’Ombelico in giù sono pesci, accioché conosciamo all’honore delle donne fino ivi il corpo verginale, cioè il bello et l’honesto, a quelle essere concesso; ma scendendo poi più a basso, gli huomini tengono dall’Ombelico in giù essere tutta la concupiscenza carnale delle donne, là onde non senza ragione sono assimigliate ai pesci che sono animali instabili, et liggiermente qua et là per l’acque guizzano; così veggiamo le meretrici discorrere nel coito di diversi, il che ancho si descrive per le ale. Volsero poi che havessero i piedi di gallina, percioché spargono le ricchezze di quei che prodiga et inconsideratamente le credono. Che fossero compagnate di Proserpina, istimo essere stato finto perché Proserpina s’intende la Siciliana abbondanza delle cose, dalla cui per lo più l’atto libidinoso segue, et le delitie dei cibi et degli otii si ministrano. Ma questa essendo levata sì come si fa, [p. 131v] et restandovi per la consuetudine l’appetito, mentre la si cerca né si trova, et per lo disagio l’appetito cresce, aviene che da molti fino nei luoghi infami si ricerca. Dicono appresso che habitano l’isole et i luoghi di lito, il che si è detto perché così è, percioché simili femine dove sono conosciute non ponno far presa; là onde avedutamente habitano luoghi dove spesso vengono forestieri, affine che non essendo conosciute possano allacciarli. Di queste Sirene veramente il pieno di spirito divino Isaia dice: Le Sirene, et i Dimonii salteranno in Babilonia; il che forse al tempo nostro nella nova Babilonia habbiamo visto essere accaduto. Sono poi le Sirene dette da Sciron , che significa tratto, percioché tirano a sé.

INACO fiume et duodecimo figliuolo dell’Oceano, che generò Ione, Phoroneo et Phlegeo.

COME DICE Pomponio, Inaco è grandissimo fiume d’Acaia che irriga gli argolici campi. Questi, sì come gli altri, viene detto figliuolo dell’Oceano et della Terra, per lo quale gli antichi vogliono che s’intenda di Inaco Re de’ Sicioni, dal cui hebbe nome; il quale (Secondo Eusebio) regnò nel tempo che Balameo overo Xerse signoreggiò appresso gli Assiri, circa gli anni del mondo tremilatrecentoquarantasette, nel qual tempo nacque Giacob.

IONE, figliuola D’INACO et madre d’Epapho.

Fu IONE (Secondo Ovidio) figliuola d’Inaco; della cui recita favola tale. Che essendo bellissima donzella fu amata da Giove, il quale veggendola ritornare dall’onde del padre, tuttavia seguendo et pregando quella, che fuggiva, con una nube la ricoperse et la impregnò; onde Giunone riguardando dal Cielo in Terra quelle tenebre, mossa da gelosia sospettó alcuno male et fece serenar l’aria, il che veggendo Giove per coprire il peccato transformò la donzella in vacca, et donolla mal volentieri a Giunone, che lodando la bellezza di quella gliela dimandò. La quale incontanente la pose in guardia d’Argo figliuolo d’Aristo, che haveva cento occhi, de’ quali solamente due alla volta per dormire si serravano; onde Giove di lei havendo compassione mandò Mercurio che la liberasse, il quale pigliando forma di pastore con Argo si congiunse, al quale insegnando so[p. 132r]nare la fistola tanto fece che lo toccò con il caduceo, et constrinse tutti gli occhi di quello a un tratto chiudersi in sonno. Indi fattolo adormentare con un coltello lo amazzò; il che veduto da Giunone, ella tolse gli occhi d’Argo et gli pose alla coda del pavone suo uccello. Alla giuvenca poi tal furia fece venire ch’ella si diede di sorte a fuggire che, passati molti paesi, non prima si fermò che giunse in Egitto, dove riposò, et a’ prieghi di Giove da Giunone le fu ritornata la primiera forma; et (sì come la maggior parte vuole) a Giove partorì Epapho et il mandò ad Api suo nepote, et di Io dagli Egitii fu detta Isis. Della cui favola doppio essere il sentimento istimo, cioè il naturale et l’historico; de’ quali il naturale tengo tale. Cioè che in questo luogo (Secondo l’openione di Macrobio) Giove si debba pigliare in vece del Sole, il quale Sole ama la figlia del fiume Inaco, cioè l’humidità vitale del senso humano, per operare in quella et fare quello che dice Aristotele, l’Huomo; et il Sole genera l’huomo, la quale humidità, Secondo la fittione figliuola d’Inaco, allhora con tenebre circonda quando nel ventre della madre per opra sua accresce il conceputo parto, et il conserva; le quali tenebre poi Giunone, cioè la Luna, alla quale s’appartiene ampliare i meati dei corpi, alhora risolve, che è chiamata, Secondo l’antico costume, percioché era tenuta dea dei parti. Conduce quello a termine in luce, il quale già il Sole havea trasformato in vacca, cioè con l’humidità del human seme havea fatto animale; et però l’huomo si dice transformato in vacca perché sì come la giuvenca è animale fruttuoso et faticoso; così l’huomo, il quale, sì come l’uccello al volo; et esso nasce alla fatica, la quale se è fruttuosa esso Iddio il sa. Finalmente questi già nato è dato in guardia ad Argo, cioè alla ragione; la quale veramente sempre ha molti occhi che per salute nostra vegghiano. Ma Mercurio, cioè l’astutia della piacevol carne, col caduceo, cioè con le acutissime persuasioni, fa adormentare la ragione et la amazza; et havendo vinta et gittata quella a terra, Giunone, cioè la concupiscenza de’ regni, delle preminenze et ricchezze manda alla vacca, che è l’humano appetito, la rabbia, cioè lo stimolo della sollecitudine d’acquistare. Là onde noi infelici pigliamo il corso, andiamo vagando, et qua et là siamo travagliati, cercando riposo in quelle cose nelle quali non che vi sia queste, ma vi è una tale continoua fatica che all’ultimo guida noi affaticati in Egitto, cioè nelle tenebre esteriori, dove è il pianto et lo stridor de’ denti. Et se a noi per gratia divina non è concesso aiuto diventiamo Isis, cioè terra, perché Isis così s’interpreta; et da tutti sì come cosa vile et abietta siamo calcati. Et questo si è detto in quanto al senso mistico et naturale. All’historiale poi parmi che basti quanto di sopra s’è detto di Isis figliuola di Prometeo, se questa più tosto vogliamo essere che quella Isis Egittia. Ma Theodontio et Leontio chiaramente negano questa Io essere passata in Egitto, né mai havere havuto nome Isis; anzi l’uno di loro dice quella havere regnato appresso gli Ioni, et da sé con tale nome haverli chiamati. A’ quali, come che molto l’auttorità d’Ovidio vi sia contraria, tuttavia le toglie molta fede la inconvenevolezza dei [p. 132v] tempi, percioché per testimonio d’Eusebio nel libro dei Tempi Inaco appresso Argivi regnò circa gli anni del mondo tremilatrecentoquarantasette, et vuole che regnasse anni cinquanta; nel qual tempo è di necessità ch’Io nascesse. Puotè in tal tempo esservi Giove figliuolo dell’Ethere, dal quale et da Niobe figliuola di Phoroneo nacque Api, et non Epapho. Gli altri Giovi furono molto tempo dopo questo, tra quali il Secondo fu al tempo d’Isis figliuola di Prometeo, percioché signoreggiando in Grecia Phorbante essa Isis figliuola di Prometeo fu in fiore, et nell’istessa età fu Argo, che vedeva il tutto. Poscia, l’istesso Eusebio nel medesimo libro dice che negli anni del mondo tremilleseicentoquarantasette, regnando in Athene Cecrope, Io essere stata figliuola d’Inaco, et con lei essersi congiunto Giove; et quella nell’anno quarantesimoterzo di Cecrope essere passata in Egitto. Poco da poi il detto Eusebio nell’istesso libro dice che negli anni del mondo tremilleseicentoventinove essere stato Danao re d’Argivi, et la di lui figliuola Hipermestra essere la medesima Isis, overo Io. Ultimamente nel detto volume afferma negli anni del mondo tremillesettecentoottantatre, regnando Linceo in Argo et Pandione in Athene, essere stata Hipermestia chiamata Isis; il quale tempo assai bene si conface con Giove Cretese, che fu il terzo Giove. Di che per tante diverse openioni d’historici non so che mi credere di questa Isis. Questo nondimeno io so, che la conformità del tempo d’Isis figliuola di Prometeo con Giove, et l’historia, la quale se bene non è vera tuttavia è verisimile, più d’ogni altra cosa mi move. Ma affine di ritornare ad alcuna delle cose per altri dette d’intorno l’allegoria di questa Io, lasciate l’altre dicono costei essere stata da Giove cangiata in Vacca percioché ella navigò in Egitto sopra una nave che portava per insegna una vacca, la quale poscia (Secondo Fulgentio) lungamente dagli Egitii fu serbata con molta riverenza et honorata; et ivi mostrò le lettere a quelli che prima invece di lettere usavano segni, et insegnolli il coltivar la terra, et (sì come piace a Marciano) l’uso del lino, et fu la prima ch’ivi ritrovasse le sementi, et molte altre cose necessarie et utili all’uso humano. Benché Agostino nel libro della Città di Dio dice alcuni scrivere quella di Ethiopia essere venuta in Egitto reina, et oltre ciò essersi maritata in Api suo nepote, che dopo lei, et alcuni dicono innanzi, passò medesimamenie in Egitto. Ma Eusebio scrive ch’ella si maritò ad un certo Telegono; et vogliono (fosse di chi si volesse) o di Giove, o di Api, o di Telegono ch’ella partorisce il figliuolo Epapho. Costei appresso per le concedute commodità con il saper suo agli Egitii da tutti fu tenuta per dea, et mentre visse adorata; et dopo morte (come dice Agostino nell’istesso) fu di maniera a loro grata, che v’era pena la testa s’alcuno diceva ella essere stata femina.

PHORONEO figliuolo d’Inaco, che generò Egialeo et Niobe.

[p. 133r] PHORONEO (come scrive Eusebio nel libro dei Tempi) fu figliuolo d’Inaco, et il Secondo che signoreggiasse appresso Argivi, regnando appresso gli Assiri Beloco et i Sicioni Leucippo. Fu veramente per industria huomo famoso et per sapienza notabile, nel cui tempo Argo fu la prima che per le leggi et giudicii divenisse famosa. Là onde per tal causa gli ammaestrati in ragion civile dicono quel loco da noi chiamato foro, cioè dove si rende la ragione, così nomarsi da Phoroneo. Oltre ciò dice Eusebio che di costui fu figliuolo Egialeo et Niobe. Appresso, Lattantio afferma che costui fu il primo che sacrificasse a Giunone.

EGIALEO figliuolo di Phoroneo.

EGIALEO (Secondo Eusebio) fu figliuolo di Phoroneo. A costui Api, il quale alcuni dicono che fu figlio di Phoroneo, il che pare che ancho Eusebio voglia, benché dica lui essere stato il primo figliuolo che havesse Giove di Niobe figlia di Phoroneo, et ch’ei generasse di femina mortale poscia che hebbe regnato in Argo, volendo passare in Egitto lasciò il reame d’Acaia, ma non dice a quale regione signoreggiasse. Ma che Eusebio parlando di Api tra sé discorda, chiamandolo et figliuolo di Giove et di Phoroneo, non è maraviglia, percioché può essere ch’egli habbia scritto il vero, attento che facilmente è possibile che fossero due c’havessero l’istesso nome, l’uno de’ quali da Giove et l’altro da Phoroneo fosse generato; et così la conformità dei nomi ha intricato la verità dell’historia. Che ancho fossero due il detto Eusebio lo dichiara, l’uno de’ quali dice che fu re de’ Sicini circa gli anni del mondo tremiladugento et ventinove, l’altro poi appresso gli Egitii fu deificato negli anni del mondo tremilaquattrocentocinquantasette; et questo istesso dice Eusebio essere stato quello che negli anni del mondo tremillequattrocentocinquantasette fu re d’Argivi, et havendo sostituito Egialeo suo fratello re d’Acaia navigò in Egitto. Oltre ciò l’istesso Eusebio scrive che negli anni del mondo tremillequattrocentotredeci Giove si congiunse con Niobe figliuola di Phoroneo et di lui partorì Api, il quale poi dagli Egitii fu detto Serape. Iddio di ciò vegga la verità. Io non intendo questi intrichi, non chi mi dia l’animo sciorli.

NIOBE figliuola di Phoroneo, che partorì Api.

NIOBE, come piace ad Eusebio, fu figlia di Phoroneo, benché Gervaso Tileberese nel libro degli Otii Imperiali affermi costei essere stata madre, non figlia di Phoroneo, il che non è possibile che la madre et la figlia havesse un nome istesso; dicendo prima Eusebio et [p. 133v] dopo lui Lattantio che con lei si congiunse Giove, che prima con nessun altro mortale non s’era congiunto, onde di lui partorì Api, che dopo Phoroneo regnò in Argo et dagli Egitii fu poi detto Serapi.

PHEGEO figliuolo del Fiume Inaco.

DANDO fede ad Agostino, Phegeo fu figliuolo del Fiume Inaco, il quale morendo giovanetto, alla di lui sepoltura fu edificato un tempio et ordinati sacrifici, affine che come Dio fosse honorato. Egli era stato il primo ch’agli dei havea instituito luoghi sacri, essequito i culti divini et insegnato a’ suoi popoli partire le stagioni in mesi et anni, per li quai meriti da’ suoi fu tenuto per Dio.

PENEO FIUME, decimoterzo figliuolo dell’Oceano, che generò Cirene et Dane.

PENEO è fiume di Thessaglia, et medesimamente sì come gli altri famoso figliuolo dell’Oceano, non poco dai versi dei Poeti et dalle scritture degli historici inalzato. Costui hebbe due figliuole, cioè Cirene et Dane.

CIRENE figliuola di Peneo, che partorì Aristeo et fratelli.

Secondo Vergilio Cirene fu figliuola del Fiume Peneo. Dice Giustino che costei fu rapita da Apollo, del quale partorì Aristeo et i fratelli. Di costei, la quale Secondo la verità fu figliuola del re Peneo che appresso il Peneo signoreggiava, la favola et la historia a pieno si è dichiarata di sopra, dove s’è detto d’Aristeo.

DANE figliuola di Peneo.

È CHIARISSIMA fama che Dane, o vogliamo dire Daphne, fu figliuola del Fiume Peneo, et da Apollo fuori di misu[p. 134r]ra, essendo bellissima giovane et donzella, amata; il quale seguendo lei che fuggiva, ella con preghi agli dei rivolta per loro misericordia fu in Lauro conversa, et indi da Phebo per ornare le sue cettre et le pharetre pigliata. Per la qual favola (s’io non m’inganno) si tocca la ragione naturale. Per Dane si deve intendere l’humidità, la quale procede da esso Peneo d’intorno la riva d’esso fiume, onde fu detto Apollo essersi inamorato di lei percioché con il calore de’ suoi raggi la leva in alto, et alle volte la risolve in aere; et però l’humidità, sì come naturalmente aviene che ciascuna cosa fugge et rifiuta quello per lo quale dall’essere al non essere è condotta, conduce sé all’intrinseco della terra. Ivi adunque non potendo Apollo guidarla molto, opra in lei il suo potere, et abondando quel paese di semente de’ Lauri fa nascere allori; et così Dane cioè l’humidità figliuola di Peneo è pure conversa in Lauro. Ma egli e da vedere la ragione perché le loro frondi fossero da Apollo dicate alle sue cettre et Pharetre, la quale può essere tale. Fu antichissimo costume de’ Greci Secondo le qualità degli abbattimenti, che nelle loro solennitadi erano diversi, tra gli altri doni con corone di frondi honorare i vincitori, et tra gli altri come più degno celebrandosi l’agone di Phitone in memoria del vinto Phitone da Apollo, con maggiore cura et diligenza al vincitore si donava la ghirlanda d’alloro. Medesimamente si concedeva a’ Poeti, et spetialmente a quei che in versi heroici sacravano a perpetua memoria i fatti degni dei passati maggiori, percioché pareva che questi tali senza la facondia d’Apollo non potessero comporre così sublimi versi, onde sì come per la pharetra d’Apollo volevano designare l’arco et gli strali, così per la cettra i Poeti; et di qui fu detto le cettre et le pharetre d’Apollo ornate di Lauro. Il quale costume poscia pervenne con universale gloria delle cose fino a’ Romani, et da loro tanto fu istimato che solamente a quelli a’ quali era conceduto il triompho era ancho data la corona d’alloro, eccetto i Poeti i quali vinta la lodevole fatica ne fossero giudicati degni; il che il famoso huomo FRANCESCO PETRARCHA, al quale non è molto che fu conceduto tanto honore, nelle Epistole dimostra, dicendo:

Le corone di fiori alle donzelle.

Quello d’alloro dannosi a’ poeti,

Et tali anchora ai Cesari si danno,

Onde a l’uno, et a l’altro è gloria pare.

Né stava in potere d’alcuno di bassa conditione tale auttorità, ma solamente di ciò il Senato solo poteva disporre, la quale potenza poi gli è stata sì come l’altre cose dai Prencipi levata. Qual ragione poi movesse gl’inventori a ricercare tal costume, ciò non è nascosto. Dice Isidoro et Rabano che Lauro è detto da laude, percioché anticamente l’alloro si chiamava Laude; onde perché i vincitori per li quali era conservata et accresciuta la Republica, et i poeti per li quali i meriti degli huomini con maravigliose lodi erano inalzati, erano ornati di frondi che dinotavano laude. Oltre ciò questo arbore sempre verdeggia, accioché per lo suo verdeggiare si dimostra la fama dei buoni meriti perpetuamente essere verde; et perché è solo tra tutti securo dal folgore, così il verde della gloria di questi tali non può essere offeso dal folgore dell’invidia. Appresso, questo arbore [p. 134v] é consecrato ad Apollo, perché dimostra havere in sé una certa virtù nascosta d’indovinare. Percioché dicono che se alcuno pone sotto il capo d’uno che dorma delle frondi di Lauro, ch’egli si sogna cose vere, et però ad Apollo Iddio dell’indovinare è consecrato.

IL NILO fiume, quartodecimo figliuolo dell’Oceano,
che generò Minerva, Hercole, Dionigi, Mercurio et Vulcano.

Il Nilo è un fiume meridionale che divide l’Egitto dall’Ethiopia, figliuolo dell’Oceano et della Terra. Costui, Secondo alcuni, latinamente è detto Melo, et i nostri Theologi nelle Scritture Sacre dicono che si chiama Geon. Di questo molte maravigliose cose si narrano. Di lui compose Aristotele un trattato, et Seneca Philosopho dove tratta delle Questioni Naturali ne dice molte cose, et dopo lui Lucano; così anch’io dove tratto dei monti et fiumi. Del quale, perché qui non metto altro che il semplice nome, s’alcuno disia leggerne più ampiamente cerchi i notati volumi. Noi dei discendenti da lui per ordine trattaremo.

MINERVA figliuola del Nilo.

MINERVA diferente dall’altre di sopra (come dice Tullio nelle Nature dei Dei) fu figliuola del Nilo, et adorata dagli Egitii. Credo io che costei per prudenza et arteficio fosse notabile donna, et però fu chiamata figliuola del Nilo, attento che vicino a quello hebbe il suo dominio.

HERCOLE figliuolo del Nilo.

HERCOLE diferente dai detti di sopra (Secondo Tullio) fu del Nilo figliuolo. Dice Theodontio che costui fu quello che ai Phrigii diede il carattere delle lettere, et che con Anteo giuocò alla lotta; ond’io istimo ch’egli fosse qualche huomo famoso et habitatore del Nilo, et però il Nilo esserli dato per padre.

DIONISIO figliuolo del Nilo.

[p. 135r] DIONISIO (come dice Cicerone) fu figliuolo del Nilo, ma non però nessuno di que’ tali che s’è detto, percioché vuole che costui ammazzasse Nisa. Quale poi si fosse questa Nisa io non ho ritrovato. Nondimeno sono di quelli che vogliono questo essere quel Dionigi c’hebbe guerra contra gl’Indi et da Perseo fu vinto et morto. Oltre ciò alcuni istimano essere stato quello che con Antheo hebbe contrasto, onde poi per la vittoria acquistata meritò il cognome d’Hercole.

MERCURIO quarto figliuolo del Nilo, che generò il quinto Mercurio et Daphni.

MERCURIO differente dai superiori fu quarto figliuolo del Nilo, sì come si legge in Tullio; dice Theodontio che costui fu quello Hermete Trimegistro, huomo pio et molto dotto, il quale, sì come huomo gentile, maravigliosamente hebbe buona openione del vero Iddio, in quel libro dell’Isola da lui scritto ad Asclepio. Questi dagli Egitii fu tenuto talmente in riverenza, che appresso loro era grandissima scelerità chiamarlo per proprio nome. Credo che ciò facessero per la riverenza della deità, accioché forse nel nomarlo non si venisse a parlare della di lui humanità et mortalità, et così si venisse ad abbassare in qualche grado la divinità sua. Fu detto figliuolo del Nilo per inalzare la gloria et di lui et del fiume; volendo oltre questo alcuni ch’egli havesse figliuoli.

DAPHNI figliuolo del quarto Mercurio.

Secondo Servio Daphni fu figliuolo di Mercurio, ma di qual Mercurio, o di questo o d’altro io no’l so. Ma io per haverlo veduto attribuito a questo, così l’ho messo. Fu giovane di bellissimo aspetto et (sì come dicono) il primo pastore nelle selve.

MERCURIO quinto figliuolo del quarto Mercurio, che generò Norace.

Vuole Theodontio che questo Mercurio, il quale per numero viene ad essere il quinto, fosse figliuolo di Mercurio del Nilo figliuolo; et dal padre essendo stato nomato Chat, per la famosa et arteficiosa scienza di lui meritò essere chiamato Mercurio, et adorato. A costui sono attribuite le insegne che si danno agli altri, et appresso da Theodontio alla di lui cinta descrive il gallo, il quale dice ch’egli, veggendo dalla fama del zio et del padre esserli tolto il suo loco, se n’andò nel[p. 135v]l’estremo Occidente, dove dagli Occidentali fu molto istimato. A’ quali havendo insegnato molte cose appartenenti al guadagno delle mercatantie, et le misure et i pesi de’ mercanti, da loro fu chiamato Dio, del cui nome la interpretatione fatta dal chiarissimo huomo FRANCESCO PETRARCHA benissimo s’appartiene al titolo della sua deità. Dice egli nel libro delle Invettive contra un Medico in questa forma: Onde vogliano poi, che Mercurio da loro chiamato Iddio dell’eloquenza sia detto percioché pare che sia Kirius, cioè signore delle mercantie. Questo egli dice. Vi è stato aggiunto il gallo (per lasciar l’avanzo) per dinotare la notturna sollecitudine de’ mercanti, della quale specialmente in tal tempo usano in comporre le merci, in rivedere i conti, in fare i viaggi, et altre cose simili. Chiamano questo istesso Triphono, cioè conversibile, il che è proprio de’ mercanti, che si accostano a’ costumi di qualunque natione dove vanno, et tutti i suoi affari con una certa circonvolutione et astutia di parlare esseguiscono, et con sagacità et ingegno gli maneggiano. Et perché andò in Occidente, dagli Egitii et Greci fu finto che se n’andasse sotterra. Di costui Giulio Celso nel libro della Guerra Francese da Cesare fatta così dice: Questi da’ Francesi è tenuto in molta riverenza, et vogliono che sia inventore di molte arti, et dicono che è guida delle strade et viaggi, istimando ch’habbia grandissimo potere nei mercati et conventioni. Cicerone nelle Nature dei Dei dice che questo tale Mercurio chiamato Triphono fu figliuolo di Valente et Coronide. Leontio poi v’aggiugne che fu fratello uterino d’Esculapio fulminato, et che per dolore della morte del fratello se n’andò in Occidente. Ma Eusebio nel libro de’ Tempi si accorda, dicendo che fu figliuolo di Trimegisto nel tempo che in Argo regnò Steleno.

NORACE figliuolo del quinto Mercurio.

NORACE, come dice Theodontio, fu figliuolo del quinto Mercurio et della Nimpha Oschira figlia del Pireneo; il che ancho pare che voglia Solino nel libro delle Cose Maravigliose del mondo, il quale medesimamente con Thedontio dice che questo Norace da Tharsalo castello d’Hispagna venne in Sardigna, dove havendo Sardo figliuolo d’Hercole dal nome suo chiamato tutta la Sardigna, egli edificato ivi un castello a quello pose il suo nome.

VULCANO figliuolo del Nilo, che generò Ethiope et il Sole.

VULCANO, non quello che signoreggiò in Lenno, ma un altro (Secondo Cicerone nelle Nature dei Dei) fu figliuolo del Nilo. Questi dagli Egitii è detto Opi, et loro custode il chiamano; onde non havendo altro letto di lui credo che fosse qualche famoso huomo [p. 136r] circa le cose fabrili et l’architettura, et vicino al Nilo haver dominato, et però esser chiamato di lui figlio.

ETHIOPE figliuolo di Vulcano.

ETHIOPE (come piace a Plinio nell’Historia Naturale) fu figliuolo di Vulcano, onde (Secondo lui) tutta la gente di quel paese che poi fu detto Ethiopia, et prima era nomato Etheria, et indi Athalatia, ultimamente da questo Ethiope fu chiamato Ethiopia; il che non è picciolo argomento ch’egli fosse grand’huomo.

SOLE figliuolo di Vulcano, che generò Phetonte, Phetusa, Lampetusa di Iapetia.

SOLE, come scrive Tullio, fu figlio di Vulcano Egittio, et gli Egitii vogliono che la di lui città fosse Heliopoli, percioché in greco Helios significa Sole. Ma Theodontio dice ch’ei regnò in quella città et fu splendidissimo re, ma per vero nome chiamato Merope, et c’hebbe per moglie Climene, la quale di lui partorì Heridano chiamato Phetonte et altri figliuoli. Leontio istimava costui et Ethiope un istesso, et per lo splendore dell’occupata Ethiopia dagli amici et sudditi esser detto Sole.

PHETONTE figliuolo del Sole, che generò Ligo.

PHETONTE fu figlio del Sole Egittio et di Climene, sì come per li versi d’Ovidio si manifesta, quando in persona di Climene cosi dice:

Per questo (disse) splendido, et lucente

Splendor de’ raggi, figliuol mio ti giuro,

Che tu figliuolo sei di quel gran Sole,

Il qual tu vedi, et che governa il mondo.

Di questo Ovidio recita favola tale, cioè essere avenuto che, non volendo Phetonte cedere ad Epapho figliuolo di Giove et d’Isis, da quello gli fu detto ch’egli non era figliuo del Sole; là onde Phetonte di ciò con la madre dolendosi, da lei fino nella stanza del Sole fu condotto, dove dal padre benignamente raccolto, da quello sotto giuramento impetrò in gratia per un giorno poter reggere il carro del Sole. Onde indarno persuadendoli molto il Sole che non volesse mettersi a tanta impresa, alla fine a quello supplicante il concesse; di che essendo le sue forze debili a reggere que’ cavalli, smarrito nel vedere il segno di Scorpione abbandonò le redini, là onde i cavalli lasciando il solito viaggio, hora verso il cielo montando hora verso la Terra declinando, tutto quel paese del Cielo arsero, et quasi tutta la Terra [p. 136v] seccando molti fonti et fiumi abbrugiarono. Per lo cui incendio la Terra commossa pregò Giove che la aiutasse, il quale mosso da tali preghi fulminò Phetonte che cadè nel Po, dove dalle sorelle fu pianto et sepolto con tale epitaphio:

Qui sepolto è Phetonte, che fu guida

Dei paterni destrieri, i quai se bene

Regger non puotè; tuttavia morrio,

Et cadè per sublime, et grande ardire.

Questa fittione, Secondo il mio giudicio, sotto corteccia contiene in sé historia et natural ragione. Fu creduto dagli antichi, sì come nel libro de’ Tempi afferma Eusebio, et dopo lui Orosio prete nelle sue Croniche, nelle parti della Grecia et dell’Oriente essere stato un grandissimo incendio nel tempo che Cecrope primo Re d’Atheniesi signoreggiava, et ciò essere avenuto non per opra humana, ma come mandato per infusione dei sopra celesti corpi; et questo da tutti fu chiamato l’incendio di Phetonte. Per opra di tale incendio che qua et là si sparse occorse che i fonti et molti fiumi si seccarono, tutte le cose seminate si conversero in cenere, le selve et tutti gli alberi aridi, le città dagli habitatori et i paesi dai popoli s’abbandonassero, et quasi tutto il reame paresse scaldarsi et bollire; et essendo ciò durato per molti mesi, avenne che circa il mezzo dell’autunno cadendo grandissime pioggie egli s’estinse; le quai cose sotto fittione con ragion tale sono poste. Phetonte prima (sì come dice Leontio Thessalonico) latinamente vuol dire incendio. Questi però è detto figliuolo del Sole perché il Sole è fonte et origine del calore, et così parendo che tutto il Sole sia causato dal Sole, non inconvenevolmente fu finto padre dell’incendio. Climene poi in greco latinamente suona humidità, la quale per ciò è chiamata madre di Phetonte, perché il calore non può continuare se la convenevole humidità non se gli ferma sotto; et così dall’humidità sì come dalla madre il figliuolo pare essere nodrito, et nell’essere perseverato. Che Phetonte poi dimandi al padre in gratia di reggere il carro della luce, non debbiamo intender altro che un certo innato disio fino ancho nelle pensibili vegetative creature di restare et aumentare, accioché io parli nelle cose sensibili, sì come delle rationali, il che ancho della Terra orante possiamo dire. Quello poi che vi s’aggiunge, ch’egli veggendo lo Scorpione havesse tema et abbandonasse le briglie de’ cavalli, oltre il solito salendo in alto et abbruggiando una parte del Cielo, et medesimamente scendendo a basso et abbrugiando la Terra, ciò è stato tolto dall’ordine continuo di natura. Nel zodiaco vi è lo spatio di venti gradi, cioè dal ventesimo grado di Libra al decimo di Scorpione, il quale i philosophi chiamarono via abbrugiata, percioché ogni anno facendo i suoi gradi il Sole per quello spatio pare che in Terra abbrugi il tutto, attento che si seccano l’herbe, le foglie diventano bianche et caggiono, le acque calano basse verso la Terra, né alcuna cosa a quel tempo si genera; et così dall’effetto quella parte del Cielo viene nomata. Oltre ciò fingono Phetonte circa il mezzo dell’ autunno fulminato perché a quel tempo per l’opposto Sole in Occidente a Scorpione, nell’Oriente si mostrano co’l segno del Tauro le Pleiadi, l’Orione et l’Eridano, che sono Stelle c’hanno possa di generar pioggie, inondationi d’acque da’ quali s’ammorzano gli incendi, le cui pioggie per lo più veggiamo che caggiono circa il mezzo dell’autunno, overo prima, et durano molto, onde per loro opra tutto il superficiale calor della Terra [p. 137r] s’estingue. Ch’egli ancho cadesse nell’Eridano, credo ciò deversi intendere in questa forma. Dice Iginio nel libro dell’Astrologia dei Poeti l’Eridano da alcuni essere nomato Nilo et da altri Oceano, in vece de’ quali dobbiamo intendere una grandissima copia d’acque; et in questa forma considerare gl’incendii per la grandissima copia d’acque cadere, cioè essere estinti, non semplicemente nel Po solo, come alcuni con poca avertenza istimano. Che poi fosse fulminato da Giove, parmi che così si debba esporre. Alle volte i Poeti pigliano il foco per Giove et alle volte l’aere, il quale in questo loco si deve intendere per l’aere; nel cui ascendendo i vapori humidi diventano nuvoli, i quali se per la furia d’alcun vento sono inalzati fino alla fredda regione dell’aere subito si cangiano in acque, che cadendo chiamiamo pioggie; et così è fulminato cioè estinto da Giove, cioè dall’aere cagionante le pioggie. Possiamo appresso dire, lasciata l’antica historia, il calore della state dalla temperanza dell’autunno che sopragiunge essere estinto et rissolto in nubi. Nondimeno Paolo Perugino afferma, Secondo un certo Eustachio, che regnando appresso gli Assiri Spareto, Eridano, quale è ancho Phetonte figliuolo del Sole Egittio, con un numero delle sue genti, con la guida del Nilo, con certi navili venne in mare, et da’ venti aiutato giunse nel seno da noi chiamato Ligustico, dove affaticato dal lungo navigare con i suoi smontò in terra, et da quelli persuaduto a caminar più fra terra, lasciò uno de’ suoi compagni chiamato Genuino, debilitato dalla fortuna del mare, a guardia delle navi nel lido con una parte delle genti. Il quale congiungendosi con gli habitatori di que’ luoghi, ch’erano huomini rozi et selvaggi, edificò un castello, et dal suo nome il chiamò Genova. Ma Eridano, passati i monti, essendo giunto in una ampia et fertile pianura, dove ritrovò huomini rozi et agresti nondimeno feroci, s’imaginò con l’ingegno domare la loro fierezza, et si fermò appresso il Po, dove (sì come riferisce l’istesso Paolo) pare ch’Eustachio voglia che Turino fosse da lui edificato, ma chiamato Eridano. Lui adunque havendo alquanto regnato, lasciando il figliuolo Ligure morì nel Po, dal cui nome il Po fu detto Eridano; onde gli antichi Egitii in memoria del suo compatriota il locarono tra i segni celesti, et così pare che alcuni istimino tal cosa haver dato materia alla favola, et spetialmente che Phetonte fosse fulminato et gittato in Po. Leontio aggiungeva a costui due fratelli, Iphido et Philace, et d’anni maggiore di Phetonte; de’ quali perché altro non ho ritrovato, altrimenti non mi sono curato notarli.

LIGO figliuolo di Phetonte.

LIGO (sì come per le predette cose è chiaro) fu figlio di Phetonte, et morto quello a lui successe; il quale dal nome suo chiamò Liguri i popoli da lui signoreggiati.

PHETUSA, LAMPETUSA et Iapetia, figliuole del Sole.

[p. 137v] QUESTE tre sorelle (Secondo Ovidio) furono figliuole del Sole, le quali lungo il Po piangendo la morte di Phetonte furono cangiate in alberi che stillano gomma. Del qual figmento ricercando la materia, istimo queste non essere state femine altrimenti, ma essersi ciò detto perché lungo i paludi del Po nascono diverse spetie d’alberi per la forza del Sole senza essere piantati, onde circa il fine della state, mentre il Sole incomincia declinare, sudano un certo humore giallo in modo di lagrime, il quale s’è raccolto con arteficio si compone in ambra. Et perché, sì come è stato detto, per virtù del Sole nascono in luoghi humidi, furono dette figliuole del Sole et di Climene, cioè dell’humidità, et dal Sole chiamate Eliadi.

ALPHEO FIUME, decimoquinto figliuolo dell’Oceano, che generò Orsiloco.

ALPHEO fu figliuolo dell’Oceano et della Terra, il quale da Servio chiamato fiume d’Elide, et che nasce appresso Pisa città d’Elide. A bastanza di sopra, dove s’è parlato di Aretusa, è stato detto ch’egli amò la Nimpha Aretusa cangiata in fonte, et che la seguì fino in Sicilia. Ma Servio apre con tali parole le fiamme amorose di costui. Elide et Pisa sono cittadi d’Arcadia dove è un gran fonte, il quale di sé genera due alvei, Alpheo et Aretusa. Onde nasce la fittione che nell’essito si congiungano quelli che l’origine non congiunse.

ORSILOCO figliuolo del Fiume Alpheo, che generò Diocleo.

ORSILOCO fu figlio del Fiume Alpheo, come chiaramente nella Iliade dimostra Homero, dicendo: Riccho nella vita, overo nel potere, perché la generatione sua era dal fiume Alpheo, il quale ampiamente scorre per la terra Pilon, et generò Orsiloco re di molti huomini. Orsiloco poi generò il magnanimo Diocleo, et di Diocleo nacquero due figli gemelli, cioè Crito et Orsiloco, esperti in armi. Dice Homero che questo Orsiloco habitò nella città di Phiro che è appresso l’Alpheo; di che è nato ch’egli s’è detto suo figliuolo.

DIOCLEO figliuolo D’Orsiloco, che generò Critone et Orsiloco.

DIOCLEO, come per Homero s’è mostrato, fu figliuolo d’Orsiloco; del cui oltre il nome, et che generasse Critone et Orsiloco, altro non mi ricordo haver letto. [p. 138r]

CRITONE ET ORSILOCO, figliuoli di Diocleo.

FU CRITONE et Orsiloco, come è stato mostrato, figli di Diocleo. Questi, movendosi Greci contra Troiani, insieme con gli altri prencipi di Grecia vennero dalla città di Phiro alla destrutione di Troia. Ivi adunque essendo eglino valorosi et confidandosi molto nelle loro forze, hebbero ardire un giorno in una battaglia assalire Enea, dal quale amendue furono morti; et con grandissima fatica di Menelao et Antiloco figliuolo di Nestore i corpi di quelli furono tolti dalle mani de’ nemici et sepolti.

CRINISIO FIUME, sestodecimo figliuolo dell’Oceano, che generò Aceste.

NACQUE Crinisio dell’Oceano et della Terra. Questi scorre per la Sicilia, et di lui riferisce Servio favola tale. Che non pagando Laumedonte la promessa mercede a Nettuno et Apollo per l’edificatione delle mura di Troia, Nettuno mosso ad ira mandò un monstro in Troia che quella rovinasse; là onde Laumedonte andato all’Oracolo d’Apollo dicono ch’ancho egli mosso a sdegno gli fece la risposta in contrario, cioè ch’a quella bestia si dovessero dare a mangiare le più nobili donzelle. Il che facendosi, avenne che Hippote, nobile Troiano, veggendo Hesiona figliuola di Laumedonte esposta a quel monstro et temendo che l’istesso non occorresse ad Egea sua figliuola, segretamente la pose sopra una nave et la raccomandò alla fortuna, volendo più tosto che fuori dagli occhi suoi fosse dall’onde inghiottita che in sua presenza dalla fiera divorata. Costei adunque dalla furia de’ venti fu portata in Sicilia, dove il Fiume Crinisio di lei inamoratosi, et cangiatosi in cane overo in Orso la prese et impregnò, et di lei n’hebbe un figliuolo nomato Aceste. Il mezzo della qual favola è Historia. Quello poi che si legge nel principio, è finto dove s’espone di Laumedonte; quello che poi è nel fine (dice Theodontio) bisogna intenderlo per coniettura, non si ritrovando nessuna memoria antica. Et però dice essere cosa possibile che questa donzella per minaccie d’alcuno si conducesse condotta appresso il fiume Crinisio, dove venisse ne’ suoi abbracciamenti, percioché le furie dei minaccianti sono simili al latrare de’ cani; overo può essere ch’ella venisse alle mani di qualche furioso che, faccendole forza, sì come un Orso la pigliasse.

ACESTE figliuolo del Fiume Crinisio.

SI trova che Aceste fu figliuolo del Fiume Crinisio et di Egesta Troiana, sì come nell’Eneida testimonia Vergilio dicendo: [p. 138v]

Appresentosi Aceste in lanciar dardi

Essercitato molto, et spaventoso.

Vestito d’una pelle d’Orso fiero,

Da Crinisio costui fu generato,

Et da Egesta Troiana partorito.

Onde degli avi antichi non scordato.

Questo tale Aceste, già vecchio, prima Anchise et Enea che venivano in Italia alloggiò in casa sua, et poi sepelì il morto Anchise insieme con Enea sopra L’Erice monte di Sicilia. Indi raccolse benignamente et alloggiò Enea che partendosi da Cartagine ivi da’ venti era stato cacciato, dove Enea edificata una città dal nome della madre d’Aceste la chiamò Egesta, la quale poi fu detta Segesta, et lasciolla sotto il dominio d’Aceste; il quale così dai lasciati da Enea, come dagli altri stranieri che vennero ivi ad habitare, fu loro re chiamato.

THEBRO fiume, decimosettimo figliuolo dell’Oceano, che generò Citeone.

THEBRO overo Tevere fu figliuolo dell’Oceano et della Terra. Questo uscendo dal destro lato dell’Apennino, partendo i Thoscani dagli Umbri et Campani, ancho la città di Roma divide; il quale, per esserli toccato il dominio di tutto ’l mondo, di maniera dai versi de’ poeti è stato celebrato ch’egli di gloria ha trappassato il Xanto et Simeonta, per la memoria de’ Greci illustri. Hebbe diversi nomi; i quali, se alcuno disia vedere, riguardi dove ho scritto dei monti et fiumi. Oltre ciò, agli antichi piacque ch’ei generasse il figliuolo Tiberino.

CITEONE figliuolo del Tebro.

CITEONE fu figliuolo del fiume Tebro et di Manto, già figlia di Tiresia indovino Thebano, sì come nell’Eneida testimonia Vergilio, dicendo:

Ancho quel Citheon guida una schiera

Da la paterna region condotta.

Questi fu figlio del Thoscano fiume,

Et di Manto fatidica indovina

Ch’edificò le mura, et la cittade,

Di Mantova, et da sé le diede nome.

Servio nella Bucolica dice costui da Vergilio essere detto Bianore. Ma Pomponio nella Cosmographia di questa Manto tiene altra openione, percioché descrivendo l’Asiatico lito dice: Ivi i Libedi sono; et il tempio del clario Apollo, il quale Manto figliola di Tiresia fuggendo i vincitori de’ Thebani Ephigeno et Colophon edificò, la quale Mopso dell’istessa Manto figliuolo, et quello che segue. Onde si vede che costei fuggendo non in Occidente ma in Oriente tenne il suo viaggio. Tuttavia è cosa possibile che in processo di tempo venisse in Italia; il che, benché poco si prove, nondimeno chi denegherà ciò a tanto Poeta nell’origine della sua patria?

AXIO FIUME, decimottavo figliuolo dell’Oceano, che generò Pelagonio.

[p. 139r] AXIO fu figliuolo dell’Oceano et della Terra; del quale Homero nella Iliade dice et vuole che amasse Perhibia, la più vecchia delle figliuole d’Achesomonio, et che la impregnasse, et di lei ne havesse un figliuolo detto Pelagonio.

PELAGONIO figliuolo d’Axio, che generò Asteropio.

PELAGONIO fu figliuolo del Fiume Axio et Perhibia, come Homero nella Iliade dimostra, del cui non mi ricordo haver letto altro eccetto che generò Asteropio.

ASTEROPIO figliuolo di Pelagonio.

Vuole Homero che Asteropio fosse figliuolo di Pelagonio; il quale essendo ardito et robusto giovane, insieme con i Peonii venne in aiuto de’ Troiani, et confidandosi di soverchio nelle sue forze corporali, nell’undecimo giorno da poi che fu venuto a Troia hebbe ardire andare ad affrontare Achille furioso per la morte di Patroclo, et corse prima con villane parole, et poi con l’armi a contrastare; dal quale infelicemente fu morto.

ASOPO FIUME ET decimonono figliuolo dell’Oceano, che generò Ipseo et Egina.

Il fiume Asopo (sì come dicono) fu figliuolo dell’Oceano et della Terra. Questo scorre per Boemia, Secondo Lattantio, et passa in Epadagmon, sì come afferma Vibia dove tratta de’ Fiumi. Oltre ciò vogliono che fosse padre d’Ipseo et Egina; et havendo saputo che Egina era stata vitiata da Giove, sopportò questo tanto malamente che da furore assalito con l’onde mosse guerra fino alle stelle, sì come dice Statio:

Perché dicono Giove haver rapito

La figlia Egina da le paterne onde

Et haverla condotta a’ suoi voleri.

Onde l’offeso Fiume, et d’ira pieno

Apparecchia per fino a l’alte Stelle

Di mover guerra; et non s’avede poi,

Che ciò non lice, ma da l’ira mosso,

Contra il Cielo le mani invano stese.

Dicono che Giove mosso ad ira il fulminò; il che dimostra il medesimo Statio. La fittione di questa favola tiene in sé tal verità. Dice Leontio che Asopo fu un re di Boemia, et da lui il detto fiume così chiamato; al quale havendo Giove d’Arcadia menato via la figliuola Egina, egli con tutte le sue forze gli mosse guerra, et nondimeno da lui fu vinto et rotto. Che poi fosse fulminato, ciò non s’appartiene al Re, ma al fiume, che discorrendo per li solphurei campi, et con l’onde sue da quelli suscitando fumo, appresso gli [p. 139v] antichi diede materia all’ira del folgore.

IPSEO figliuolo del Fiume Asopo.

IPSEO fu figliuolo del Fiume Asopo, sì come dimostra Statio, il quale dice che costui venne in aiuto di Etheocle contra Polinice.

EGINA figliuola d’Asopo, che partorì Eaco.

EGINA fu figliuola del fiume Asopo; la quale fu amata da Giove, et da lui, sì come scrive Ovidio, cangiato in foco ingannata et impregnata; la quale poi partorì Eaco. Il quale poscia dal nome della madre chiamò l’isola Enopia, dove ei signoreggiò, Egina, et così fino al dì d’hoggi si chiama. Che Giove si cangiasse in foco per congiungersi con Egina, credo ciò essere stato detto più tosto dalla virtù della seguita discendenza che da altro, percioché gli huomini d’Eaco furono d’infiammato vigore, come a bastanza possiamo vedere in Achille, Pirro et gli altri discendenti.

CEPHISO FIUME, ventesimo figliuolo dell’Oceano, che generò Narciso.

CEPHISO fu figlio dell’Oceano et della Terra, il quale transcorre per Beotia, sì come si legge in Lucano:

Sforzaro di Boemia i capitani.

Appresso quali di Cephiso il fiume

Corre veloce per fatidica acqua,

Et per Dirce, che fu figlia di Cadmo.

Dicono che di costui Narciso fu figliuolo, et che, essendo morto da Zephiro infermato, per compassione da Apollo fu sanato. Questo narra Lattantio. Là onde per dichiarare tai cose, credo io che l’acque di Cephiso siano chiamate fatidiche perché vicino a quello fu già il tempio di Themi, al quale, non v’essendo ancho gli Oracoli di Phebo, Deucalione et Pirra andarono a consultarsi con la dea; là onde perché ivi si davano le risposte et si dimostrava quello havea a venire, l’acqua prese il cognome di fatidica. Et così quello che della dea del tempio era proprio, all’acqua ancho fu conceduto. Et forse che le precedenti sacre risposte per instituto antico non si potevano fare senza l’acqua del fiume, et così l’acqua mostrava havere alcuna virtù in quella falsa indovinatione. Che poi per la morte di Zephiro fosse infermato, l’intentione potrebbe essere questa. Dice Agostino nel libro della Città d’Iddio Mesapo Re di Sicioni essere stato novo, il quale ancho fu chiamato Cephiso; nella parte del cui palazzo v’era un loco dove, nella state soffiando il vento Zephiro, l’aere era molto sano, ma cercando quello, sì come aviene, et venendo altri venti, l’aere si corrompeva, onde avenne che per la morte di Zephiro, cioè man[p. 140r]cando quel vento, Cephiso cadè infermo, et per beneficio d’Apollo, cioè della medicina, essendo Apollo chiamato Dio di quella, Cephiso fu liberato. Così non volendo queste cose attribuire al Re, le possiamo concedere al paese dove corre il fiume Cephiso.

NARCISO figliuolo di Cephiso.

NARCISO fu figliuolo di Cephiso et di Liriope Nimpha, come dimostra Ovidio; di cui recita la favola assai palese. Dice egli che, nato Narciso, subito fu portato da Tiresia indovino, affine di intendere quale havesse ad essere il corso della sua vita. Il quale ai dimandanti rispose che il fanciullo tanto viverebbe quanto prolungasse a veder sé stesso, del qual pronostico alhora si risero tutti quelli che l’udirono; ma alla fine non mancò d’effetto, percioché essendo cresciuto in bellissima giovanezza et divenuto cacciatore, da molte Nimphe fu amato, et spetialmente da Echo. Ma essendo duro di core, né si volendo a’ preghi di nessuna piegare, anzi sprezzando tutte quelle che lo amavano, per preghiere delle Nimphe fu impetrato quello che poco da poi gli avenne. Percioché un giorno, sì per la fatica della caccia come per lo gran caldo della stagione essendo lasso, si ritirò in una valletta fresca et amena, et havendo sete si chinò per bere ad un chiaro et limpido fonte; nel chiaro fondo del quale veggendo la idea et la imagine di sé stesso, che pria non havea mai più veduto, et istimando quella essere una Nimpha di quel fonte, tanto di lei fieramente s’accese che, di sé medesimo scordatosi, dopo lunghi lamenti ivi morì di disagio, et per compassione delle Nimphe fu cangiato in fiore che tiene il suo nome. Da questa fittione si cava il senso morale, percioché per Echo, la quale nessuna parola non esprime eccetto l’ultime voci delle dette prima, intendo la fama, la quale ama ciascun mortale, sì come cosa per la cui si ferma et dura. Questa tale è fuggita da molti, che ne fanno poco conto, et nell’acque cioè nelle delitie mondane, non altrimenti transitorie di quello che sia l’acqua, sé stessi cioè la gloria loro contemplano; et di maniera da’ suoi piaceri sono allacciati che, sprezzata la fama, poco da poi, sì come mai non fussero stati, se ne moiono. Et se forse punto del loro nome vi resta si cangia in fiore, il quale la mattina è purpureo et fresco, et la sera divenuto languido marcisce et si risolve in nulla; così ancho questi tali fino alla sepoltura pare che habbiano qualche splendore, ma chiusa la tomba va in fumo et in oblio insieme col nome.

MEANDRO FIUME, ventesimoprimo figliuolo dell’Oceano, che generò Ciane.

MEANDRO fiume fu figliuolo dell’Oceano et della Terra, et generò la Nimpha Ciane. Dice Livio che questo tale nasce nell’altra [p. 140v] rocca di Cilene et passa per mezzo la città, et indi per Caria et Ionia è portato nel seno del mare, quale è tra Pirene et Mileto.

CIANE figliuola di Meandro.

CIANE figliuola di Meandro fu amata et impregnata da Mileto figliuolo del Sole, et di lui partorì Cauno et Bibli, sì come dimostra Ovidio quando dice:

Et Cauno, et Bibli partorì ad un parto.

PHILIRA, ventesimaseconda figliuola dell’Oceano.

Dice Paolo che Phillira fu figlia dell’Oceano et da Saturno amata, di cui partorì Chirone Centauro.

SPERCHIO ventesimoterzo figliuolo dell’Oceano, che generò Mnesteo.

SPERCHIO fu figliuolo dell’Oceano et della Terra. Questi, come dice Homero, di Polidori figliuola di Peleo et moglie di Dorione generò Mnesteo, et (Secondo Pomponio) scendè nel seno Pegaso. Et a lui Achille havea donato in voto i suoi capelli, sì come narra Lattantio, se vittorioso dalla guerra Troiana ritornava nella patria.

MNESTEO figliuolo di Sperchio.

MNESTEO (Secondo Homero nella Iliade) fu figliuolo di Sperchio et di Polidori figlia di Peleo, il quale essendo famoso giovane accompagnò Achille all’assedio Troiano.

SOLE, ventesimoquarto figliuolo dell’Oceano.

Fu il Sole (differente dagli altri detti di sopra, Secondo Plinio nel libro dell’Historia Naturale per l’auttorità di Gellio) figliuolo dell’Oceano, senza certezza però della madre; et dice che costui fu l’inventore della medicina et del mele, il che fin’hora a molti è stato attribuito. Né però è da maravigliarsi, percioché è cosa possibile che di tal cose molti in diversi paesi siano stati inventori; attento che in ogni loco vagliono gl’ingegni et le considerationi. Et così quello che appresso Greci credia[p. 141r]mo essere stato opra d’Apollo overo d’Aristeo, non ci toglie però che non possa essere nato appresso gli Oceani; overo essere accaduto che alcuno havesse tanto acuto ingegno che trovasse tale esperienza, onde gli habitatori del loco per inalzare il suo nome il chiamassero poi Sole et il facessero figliuolo dell’Oceano, per lo cui forse era ivi navigato. Ma noi, poscia che habbiamo dichiarata tutta la discendenza dell’Oceano, faremo fine al settimo volume.

IL FINE DEL settimo LIBRO.

LIBRO ottavo

di MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

SOPRA LA GENEOLOGIA DEGLI DEI,

TRADOTTO PER MESSER GIUSEPPE BETUSSI.

 AL NON MENO SPLENDIDO CHE ILLUSTRE SUO SIGNORE

IL CONTE COLLALTINO di COLLALTO.

Per li nuvoli oscurarsi il cielo, et il chiaro splendore del Sole mancare; turbarsi l’aria per li venti, moversi spessi Lampi, udirsi far strepito alle selve, gemer la terra, et ad un certo modo nelle caverne far rumore, levarsi in alto le balene del mare et gli altri monstri, et menar l’onde con la terra; ai garruli uccelli esser posto silentio, essere cacciate l’ombre dei boschi, nelle selvaggie cave partirsi le fiere, et il tutto in un subito attristarsi s’incominciò. Io prima mi maravigliai; poi per così grande mutatione di cose smarrito, riguardando in mezzo le foci dello Sperchio le attioni fino hora oprate dal Sole, quello che nell’Oceano punto non havea temuto incominciai te[p. 141v]mere, cioè che il tutto non ritornasse nell’antico Caos. Né sapeva che mi fare. Finalmente stando così dubbioso mi parve vedere una lenta et nuvolosa stella, coperta di caligine stigia, che dall’Orientale Oceano come dall’Inferno in alto si levava; la quale stando io a contemplare nelle nebbie involta, ricordandomi dei precetti dell’honorato Andalone, conobbi ch’era l’odiosa et la nociva Stella di Saturno, della cui ritornandomi a mente gli scelerati costumi, subito cessò la terra et la maraviglia del subito mutamento. Onde veggendo quella, come se da lei mi fosse stato ricordato la nuova mutatione delle sue miserie, essendo Secondo l’incominciato ordine dell’opra tra i figliuoli del Cielo da dichiarare la di lui famosa progenie, conobbi che non in uno volume, ma nel prossimo di questi seguenti (per volere dirne a pieno) mi bisognava di loro scrivere. Ma testimoniando le antiche historie quattro essere stati i labirinti, cioè l’Etrasco, l’Egittio, quello di Creta et di Lenno, non dubito punto che tra questi quello che d’errori et intrichi era più pieno, più facilmente a chi v’entrava et usciva non concedesse l’addito che non faranno le confusioni infelici del vecchio di così grande età del quale siamo per parlare. Percioché inchinandosi in lui quasi tutta la pazzia dell’antico errore de’ gentili, non sarà liggier cosa per uscirne ridurre a buon termine le contrarietà dell’openioni, le discordanze degli errori et le dubbiose relationi degli antichi; et in proposito ritornar Re un cacciato in essiglio et agricoltore. Adunque non senza alquanto horrore lascio tra gli aspri scogli et profondi fino quasi alle bocche dell’Inferno i liti dell’Oceano et la sua prole con molte acque, affine di drizzare la prora del frale navilio; ma non so già a qual partito uscir fuori per drizzar gli occhi nell’aere così fosco. Nondimeno spero che colui che aperse le oscure stanze di Dite, et che vincitore levando le nebbie per quelle fece ampie strade, ch’alla disiata uscita m’aprirà il profondo mare.

SATURNO, undecimo figliuolo del Cielo, che generò diece figliuoli: Croni, Vesta, Cerere, Glauca,
 Plutone, Chirone, Pico, Giunone, Netunno, et il terzo Giove. Ma di Giove, Nettunno et Giunone
 non in questo libro, ma nei cinque seguenti si scriverà.

SATURNO fu figliuolo di Cielo et di Vesta, sì come nel libro delle Divine Institutioni Lattantio scrive; al quale gli antichi diedero per moglie Opi sua sorella et gli attribuirono molti figliuoli di lei havuti, i quali tutti (dicono alcuni) da lui essere stati di[p. 142rvorati, et subito vomitati. Altri vogliono poi che per frode di Opi fosse serbato Giove, et che in loco di quello havesse appresentato a Saturno un sasso come da lei partorito. Oltre ciò vogliono ch’egli con la falce tagliasse al padre Cielo i membri virili, il che altri dicono essere a lui da Giove stato fatto. Indi alcuni scrivono che fu da Giove del reame cacciato; altri poi nell’Inferno confinato. Appresso, sono di quelli che lo descriveno vecchio, mesto, stracciato, col capo involto, pigro, da poco, et con la falce in mano. Perché egli sia involto et detto figliuolo del Cielo et della Terra, Lattantio ne mostra la ragione dove nel libro delle Divine Institutioni per testimonio adduce Minutio Felice che dice che, essendo Saturno dal figliuolo cacciato et venendo in Italia, fu detto figliuolo del Cielo percioché siamo soliti chiamare quelli de’ quali con maraviglia riguardiamo la virtù, overo che in un subito compariscono, essere venuti dal Cielo; della Terra poi, perché chiamiamo figliuoli della terra quelli che nascono d’incerti padri. Queste cose veramente sono simili al vero ma non vere, percioché si ritrova che regnando egli anchora per tale fu tenuto. Si puote tuttavia fare argomento che, Saturno essendo potentissimo Re, per tenere la memoria dei suoi progenitori a quelli donasse il nome di Cielo et di Terra, essendo questi anchora con degli altri vocaboli nomati; con la quale ragione, et ai monti et ai fiumi sappiamo medesimamente essere stato dato i nomi. Questo vuole Lattantio, il quale altrove dice: Ennio nel Evemero dice Saturno non essere stato il primo che regnasse, ma il padre Urano; et altrove il medesimo: Si vede adunque egli non dal Cielo essere nato, il che non può essere, ma di quel huomo chiamato Urano; et che ciò sia vero Trimegisto ne è l’auttore. Il quale mostrando essere stati pochissimi i perfetti dotti, tra questi nomò Urano, Saturno et Mercurio suoi parenti, et quello che segue. Il quale Urano, il medesimo Lattantio dimostra da Saturno essere stato detto Cielo, dicendo: Ho letto nell’Historia Sacra Urano huomo potente havere havuto per moglie Vesta, et di lei Saturno, Opi, et altri figliuoli havere generato. Il quale Saturno diventando nel regno potente chiamò il padre Urano Cielo, et la madre Terra, accioché con tale mutatione de’ nomi ampliasse lo splendore della sua origine; et cetera. Della moglie Opi, di sopra a bastanza s’è parlato. Che anchora divorasse i figliuoli et poi gli vomitasse, il senso è doppio, cioè historico et naturale. Percioché si legge nelle Sacre Scritture, sì come altre volte è stato detto, che Saturno per possedere il reame con il fratello Titano s’accordò di amazzare tutti i figliuoli maschi da lui generati; nondimeno quelli che maschi nascevano dalla moglie erano da lui segretamente nascosti, et solamente gli erano appresentate le femine; et così i figliuoli paiono essere cresciuti, et allhora comparsero quando si mossero contra Titano in vendetta del padre. D’intorno poi la ragione naturale così dice Cicerone: Saturno è chiamato con tale nome perché degli anni si satolla; et si finge che mangi i figliuoli perché l’età consuma gli spatii del tempo, et di quello come di figliuolo si pasce. Et questo [p. 142v] s’è detto in quanto alla divoratione de’ figliuoli. Della emissione poi si dirà dei frutti dalla terra raccolti ogni anno, percioché essendo al suo tempo prodotte le biade dalla terra, benché siano divorate, tutte col tempo dall’istesso tempo nell’anno seguente (per bontà d’Iddio) sono restituite. Per tale fittione, poco dagli ignoranti intesa, da alcuni è stato creduto quel scelerato costume de’ sacrifici appresso alcune barbare nationi haver havuto origine; cioè ch’alcuni a Saturno immolavano non altri, ma i propri figliuoli, come se volessero oprare sì come egli. Macrobio nel libro di Saturnali dice che Hercole, vinto il Gerione, fece in Italia cangiar questo. Dicono appresso che in loco di Giove dalla moglie a Saturno fu mostrato un sasso, ma Theodontio dice che quel sasso fu Giove, ma non quel Giove da lui generato, anzi un altro figliuolo d’altro huomo, et chiamato Sasso; il che forse così è. Percioché Eusebio dice che, regnando Danao in Argo, un certo Sasso signoreggiò in Creta, nel qual tempo (Secondo alcuni) Giove Cretese poteva già havere incominciato regnare. Del tagliare dei genitali che alcuni vogliono da Giove a Saturno essere stato fatto, assai se n’è detto di sopra, dove della seconda Venere si è parlato. Gli historici hanno per cosa certa che Saturno da Giove del reame fosse caciato. La cagione di questo la Historia Sacra la dimostra, dove si legge che, havendo Giove liberato Saturno et Opi presa dai Titani, per sorte Saturno previde che da Giove sarebbe cacciato del reame, là onde per schivare tal influsso tese aguaiti a Giove per assediarlo; di che avedutosi Giove prese l’armi contra quello, il quale non potendo far resistenza, restato (Secondo alcuni) in Phelgra vinto, se ne fuggì. Che poi nell’Inferno fosse confinato, la Historia Sacra mostra ciò esser falso, nella quale così è scritto: Poscia intendendo Titano da Saturno essere stati generati et allevati figliuoli, segretamente menò seco i suoi figliuoli chiamati Titani et prese il fratello Saturno et la moglie Opi, mettendogli in prigione et facendoli guardare. Et dopo questo, poco da poi soggiunge: Giove alla fine intendendo il padre et la madre essere in prigione legati et guardati, venne con grandissima moltitudine de’ Cretesi, et vinse Titano con suoi figliuoli; et al padre restituendo il regno, ritornò in Creta. Questo ivi si legge; di che invece Lattantio dice che Giove fu liberato dal peccato della scelerità grande d’haver ritenuto il padre per li piedi legato. Ma se vogliamo seguire l’openione di Lattantio, il quale sopra la Thebaide di Statio dice che Saturno fu confinato dal figliuolo nell’Inferno, allhora diremo che quando Saturno da Giove cacciato (come si dice) andò in Italia, la quale è inferiore alla Grecia, cioè più propinqua all’Occidente, pare che scendesse agl’Inferi; et ivi però confinato perché non poteva nel reame ritornare, così ancho alle volte diciamo gli essuli confinati. Che poi egli sia mesto, vecchio, col capo involto, tardo, pegro, et con la falce in mano, il tutto si conviene al pianeta et all’huomo. Albitinasaro nel suo Introduttorio maggiore dice Saturno di complessione essere freddo, secco, melanconico et di bocca fetido; il che s’appartiene ad huomo mesto. Oltre ciò il fa mangiatore, grandissimo avaro, povero fino all’estremo; malitioso, invidioso, d’acuto ingegno, seduttore, nei pericoli ardito, di poca conversatione, superbo, simulatore, vantatore, pensoso, di grandissimo consiglio, tardo all’ira, ma quasi irrevocabile; a nessuno buono, [p. 143r] desideroso, et rubatore de’ luoghi. Oltre ciò è inditio d’opra che s’appartiene alla agricoltura, di misure di terre, di divisioni, di peregrinationi, di lunghe et faticose prigioni, di tristitie, d’affanni, di travagli d’animi, d’inganni, d’afflittioni, destruttioni, perdite di morti et loro reliquie, de’ vituperi, ladronezzi, di cavar sepolchri, di vili huomini et spadaccini; le quai tutte cose per essere conformi all’huomo Saturnino, liggiermente ogni aveduto le potrà conoscere, et ancho più a pieno nelle seguenti scritture le narreremo. Ma ci resta vedere quanto siano conformi a Saturno, del quale hora si parla. Ei si finge mesto per dimostrare la melanconica complessione et le doglie dell’essilio. Vecchio, perché quando fu cacciato era tale, et perché i vecchi sono di brutto volto, et per lo più di fetido fiato, et perché egli valse del consiglio et dell’astutia, della quale grandemente i vecchi sono potenti. Vollero che havesse il capo involto per designare il fosco aspetto della Stella di Saturno, l’habito d’uno che fugga, l’occolta sagacità dei Saturni, i pensieri et le simulationi. Il chiamarono tardo, perché per la gravezza dei membri i vecchi sono lenti al caminare, tardi all’ira, et il corpo d’esso pianeta tardo; attento che dimora quasi trent’anni col suo corso a fornire il cerchio del zodiaco, il che fanno gli altri in molto minor spatio. Sporco poi lo fingono, Secondo il mio giudicio, perché è proprio di Saturno il concedere costumi dishonesti, overo perché, Secondo il vecchio costume cacciato del regno et posto in miseria, andò da Iano che il raccolse tutto stracciato et colmo di miseria; overo per dimostrare che quelli che essercitano l’agricoltura delicatamente non ponno vivere. È ornato della falce accioché intendiamo che per lui agli Italiani venne in cognitione il coltivar la terra, che prima ci era nascosto. Dichiarate adunque queste cose, piacemi scrivere quello che a lui in essiglio avenisse, quello che vivendo oprasse, et quello che ancho a lui morto fosse attribuito. Essendo egli vinto, scacciato et in ogni loco dal figliuolo perseguitato, ultimamente venne in Italia, come mostra Vergilio dicendo:

Il primo fu Saturno, il qual fuggendo

L’armi di Giove ne l’Italia venne,

Et essule acquistò novi reami.

Nell’Italia poi (Secondo Macrobio) fu da Iano ricevuto:

Et un genere indocile, et disperso

Negli alti monti, poi compose insieme;

Gli diede leggi, et piacqueli chiamare

L’Italia Latio; percioché securo

Stette in quelle contrade; nel qual tempo

(Dicono) quella età stata esser d’oro

Sotto tal re; così benignamente

Et in pace quei popoli reggeva.

Ricevuto dagli Italiani, a quelli mostrò molte cose da loro prima non conosciute; et tra l’altre fino hora facendosi la moneta di pelli di pecore indurate dal foco, egli fu il primo che fece stampare moneta di metallo col nome dell’inventore, facendovi da una parte scolpire la testa di Iano, che lo raccolse, con due faccie, et dall’altra una nave, percioché fuggendo venne in nave; et questo fece affine che tra i posteri durasse la memoria della sua venuta. Nondimeno pare che Ovidio voglia ciò essere stato fatto dai posteri, dove nel libro de’ Fastis scrive:

La causa della nave v’è di sopra

Come venne con lei nel tosco fiume.

[p. 143v] Et indi segue. Dicono appresso che regnando in concordia et amore insieme con Iano, et havendo communemente edificato terre et castelli vicini, cioè Saturnia et Ianiculo, allhora essere stato il secolo aureo, percioché allhora era la vita a tutti libera, nessuno non era servo, nessuno contrario all’altro, nessun furto nei loro confini non era fatto, né sotto lui alcuno non hebbe nessuna cosa particolare. Né era lecito partir la terra, né dividere alcun campo. Là onde per rispetto dei seguiti cattivi secoli, quelli furono detti aurei. Et i Romani appresso le case di Saturno vi fecero l’errario publico, accioché appresso quello si ponesse il dinaro commune; sotto cui a tutti fosse ogni cosa commune. Appresso insegnò a quelli rozi lavorare i campi, seminare et raccorre il frutto, et al suo tempo ingrassare con i letami i terreni. Là onde non havendo per questi altri uffici conseguito nessun cognome, per questo ultimo fu chiamato Sterculio, nome veramente, a tanto et tale Iddio, splendido et notabile. Finalmente havendo in molte cose riformato meglio la vita dell’huomo, avenne che in un subito non comparse più in loco veruno. Di che (Secondo Macrobio) Iano pensò egli essere stato l’accrescimento di tutti gli honori suoi; et prima chiamò tutta la regione da lui posseduta Saturnia, indi gli drizzò, sì come a Iddio, un altare con i sacrifici divini, i quali chiamò Saturnali, et commandò che fosse riverito per riverenza di religione tanto quanto auttore di miglior vita; della qual cosa ne fa fede la sua imagine alla cui è apposta la falce, instrumento del raccolto. Oltre ciò attribuirono a questo Iddio tutti i nutrimenti de’ pomi, et simili altre cose fertili. Et sì come l’istesso Macrobio dice, alcuni s’hanno persuaduto costui insieme con la moglie essere il Cielo et la terra; et Saturno essere detto da nascere, la cui materia è del Cielo, et la terra Opi, per opra della cui si cercano i nodrimenti della vita humana, overo dall’opra per la cui i frutti et le biade nascono. Fanno i voti a questa dea sedendo, et per industria toccano la terra, dimostrando essa terra essere da tenere per madre de’ mortali. Et così vogliono Saturno non solamente essere Dio, ma ancho il Cielo, che insieme con la moglie opra in noi. Philocoro appresso, per dimostrare non solo questa essere stata pazzia d’Italiani, dice che Cecrope in Athene fu il primo che a Saturno et Opi edificasse altari, et quelli invece di Giove, et la terra adorasse; et che ordinò che i padri di famiglia di mano in mano insieme con i servi usassero delle biade et frutti incominciati a maturare. Così Apollophane comico chiama nel verso Epico Saturno quasi sacro. I Romani poi, i quali heb- bero grandissima avertenza di non nomare senza proprio significato alcuna cosa, edificarono a questo Iddio un tempio, et nella sommità di quello vi scolpirono i Tritoni, et sotterra sepellirono le code di quelli, volendo eglino per ciò dinotare che dal ricordo di quello fino all’età nostra la historia sia chiara et vocale, la quale prima di lui è muta, oscura et non conosciuta; il che per lo nascondere delle code s’intende. [p. 144r]

CRONI figliuola di Saturno.

CRONI Secondo Barlaam fu figliuola di Saturno, ma Lattantio vuole che fosse maschio et non femina, et latinamente chiamarsi Serpentario, et dagli Egittii tra le Stelle locato. Ma Latinamente significando Croni tempo, accioché non paia che il tempo nasca dal tempo, istimo essere da intendere per una certa dimensione di tempo, et perché i Greci da Croni chiamano Croniche i libri che noi diciamo annali, questa tale dimensione et distanza chiamata Croni cred’io gli antichi haver inteso l’anno. Il che ancho pare che a bastanza l’antica dimostratione degli Egitii dell’anno, cioè Serpentario, dimostri, percioché il Serpentario è un huomo che nelle mani tiene un Serpe, di maniera in circolo annodato che dimostra con la bocca divorarsi la coda, la quale figura in sé dinota molte diverse openione; et perché altrove in buona parte a miglior proposito le ho dichiarate, hora lasciandole da parte seguirò quello che più d’intorno ciò mi parrà far di mistiero, brevemente toccando il più proprio. Dico adunque che questo segno usavano gli Egitii invece dell’anno pria che Isis overo Mercurio gli mostrassero i caratteri delle lettere; et così Croni sarà quel progresso di tempo che chiamiamo anno. Per designare questo anno, Censorino nel libro ch’egli scrisse a Cerello del Giorno Natale ne fa una lunga historia tra le distanze degli anni, mesi et giorni, mettendovi appresso diverse openioni di Philosophi; le quali io lascierò cercare ai curiosi et seguirò la brevità, togliendo solamente le necessarie. L’anno adunque è doppio, cioè gigante et magno; quello che si volge già gli Egitii l’hebbero di due mesi, et di tre gli Arcadi, et di diece mesi ineguali gli antichi Romani al tempo di Romolo loro primo Re, al quale Numa Pompilio aggiunse due altri mesi, acciò che fosse di dodici, et di trecento et cinquantaquattro giorni. Il quale fu l’antichissimo anno degli Hebrei, et dagli Israeliti fino al dì d’hoggi si serva; ma convenendosi a tale anno molte intercalationi, accioché le ferie dei raccolti non venissero ad essere di verno, overo i sacrifici hiemali a farsi estivi, Caio Giulio Cesare nel terzo suo consolato il ritirò giusto Secondo il corso del Sole, et col quadrante il fermò di trecento et settantacinque giorni, percioché ritrovò che in tanto spatio il Sole gira quasi per tutto il zodiaco. Et perché pareva cosa difficile mettere quello quadrante ad ogni anno, ordinò che ogni quattro anni l’anno sempre fosse di giorni trecentosettantasei, aggiungendo quel giorno al mese di Febraio; et accioché non paresse ampliato, fece in questa forma, che due volte si dicesse Sexto Cal. Martii, cioè per due giorni continui ne’ quali occorresse venire; et questo è il bisesto. Questo tale anno i Romani l’incominciarono dal mese di Marzo per la riverenza di Marte, dal quale così fu detto; altri poi altrimenti. L’anno grande poi Secondo Aristotile è quello il quale il Sole, la Luna et gli altri pianeti, mentre tutti congiunti insieme in un medesimo punto [p. 144v] l’uno dopo l’altro si partono, et ritornando il finiscono, come sarebbe a dire che se tutti sono nel principio d’Ariete, et alhora piglino il suo corso. Quando aviene poi che nel principio d’Ariete si ritrovino di nuovo insieme dopo il corso fatto, alhora l’anno grande sarà compiuto. Questo farsi diversamente istimarono gli antichi, sì come l’istesso Censorino dimostra, percioché dice Aristarco haver pensato questo tale anno farsi di duemilaquattrocento et ottantaquattro anni giranti. Arete Dracino poi, di cinquemilacinquecentocinquantadue. Heraclito et Lino di diecemila et ottocento. Clione di diecemilanovecentoottantaquattro. Orpheo di centoventimila. Cassandro di cento et trentaseimille. Questo dice egli. Ma Tullio mostra volere che si facci XV mila anni, et Servio di dodicimilanovecentocinquantaquattro. Ma l’honorato Vecchio Andalone et Paolo Geometra Fiorentino, amendue famosi Astrologhi, dicevano che fornivano in trentaseimila. Da tai cose appresso alcuni è nato errore, i quali affermano che se avenisse ai corpi sopra celesti ritornare nell’istesso loco dove altre volte hanno preso il corso, et di novo convenirsi partire, che di necessità produrrebbono i medesimi effetti che altre volte hanno oprato; et così noi un’altra volta, et un’altra, et in infinito converressimo ritornare in vita, la qual cosa è ridicola a credere.

VESTA, seconda figlia di Saturno.

Dice Ovidio che Vesta fu figliuola di Saturno et Opi, là dove in tal modo scrive:

Dicono, che del seme di Saturno

Opi Giunone, et Cerere produsse,

Et la terza di lor fu anchora Vesta.

Così queste tali Veste vengono ad essere due, l’una madre di Saturno, l’altra figlia. Di queste confusamente parlano gli auttori, alle volte mettendo una per l’altra; et però dicendo Vesta essere la terra perché di fiori et herbe è vestita, egli è vestita, egli è da intendere che si dica della madre di Saturno. Quando poi la chiamano vergine si descrive la figliola di Saturno, la quale volsero essere il foco, sì come dice Ovidio:

Che Vesta sia altro, che viva fiamma

Non intender già mai, ma unqua non vedi

Corpo nessun che sia nato di fiamma

Di ragion dunque è vergine colei,

Che non manda fuor seme, et nol riceve.

Dice Alberigo che costei fu nutrice di Giove, esponendo che del foco inferiore si nodrisce il superiore; ma io tengo il contrario, cioè che l’elementato dall’elemento, che è più sublime, essere nodrito. Ma Giove nodrito da Vesta credo appartenersi all’historia, essendo, sì come di sopra è stato detto, subito che fu nato Giove levato dal conspetto di Saturno suo padre et raccomandato a Vesta sua Zia, et da lei segretamente nodrito. Dicono ancho costei da Priapo Dio degli horti essere stata amata, il che è credibile, dicendo Ovidio:

Si sforziamo d’haver quel, ch’è vietato

Et disiamo ogn’hor quel, ch’è negato.

Vogliono che Vesta sia vergine, et i Romani putarono a’ suoi piaceri donzelle, le [p. 145r] quali sempre, perché sono serbate con più aveduta guardia, i libidinosi ricercarono; overo perché senza fuoco cioè calore giaccia Priapo. Oltre ciò dicono che la faccia di costei non fu mai veduta, il che dicono accioché fia inncognita, percioché se vedemmo la fiamma, quale effigie diremmo c’habbia? Dice appresso Agostino che alle volte gli antichi hanno chiamato Vesta Venere, il che, benché paia cosa dishonesta col nome d’una meretrice macchiare una donzella, questa fittione ha potuto havere qualche ragione. Diciamo che quelli che scendeno all’atto venereo incorreno nel foco, come dice Vergilio:

Incorreno in furore, et foco ardente

cioè in lussuria, adunque, et questo calore dalla simiglianza potrà esser detto Vesta. Né ciò in tutta sarà dal senso di questa fittione contrario dicendo noi Vesta essere figliuola di Saturno, cioè della satietà; dalla quale satietà non meno nasce il foco venereo che il pudor verginale. Costei fu molto riverita da’ Romani, et nel suo tempio amministrandovi donzelle vi serbavano il foco perpetuo, il quale con grandissima cerimonia ogni primo giorno di Marzo rinovavano; et tra l’altre cose questo tale sacrificio hebbero da’ Troiani.

CERERE, terza figliuola di Saturno et madre di Proserpina.

CERERE, differente dalla detta di sopra, fu notissima dea delle biade et figliuola di Saturno et Opi, sì come è stato per li versi d’Ovidio mostrato. Dicono che costei piacque a Giove suo fratello, et di lui hebbe Proserpina; la quale essendole stata rapita da Plutone, né ritrovandola Cerere, dicono ch’ella accese due facelle, et con grandissimi gridi la cercò per tutto il mondo. Finalmente giunta alla Palude di Ciane, et per ira havendo rotto i rastri, gli arati et gli altri rusticali instrumenti che s’appartengono al coltivar la terra ivi da lei ritrovati, a caso ritrovò la cinta della figliuola, et dalla Nimpha Aretusa che l’havea veduta fu certificata ch’era nell’Inferno. Onde innanzi a Giove essendosi lamentata dell’ardire di Plutone, da Giove le fu ordinato che dovesse mangiar del papavero; il che havendo ella fatto et essendosi adormentata, poscia che si svegliò hebbe in gratia da Giove che potesse rihavere la figliuola, pur che quella nell’Inferno non havesse gustato alcuna cosa. Ma per l’accusa d’Ascalapho fu ritrovato che Proserpina havea gustato tre granella di melegrane del giardino di Plutone, là onde Giove per mitigare il dolore di Cerere sententiò che sei mesi dell’anno Proserpina dovesse stare col marito, et altrettanti in terra con la madre. Narrano appresso, et tra gli altri Lattantio, che Cerere cercando la figlia et essendo giunta al Re Eleusio, di cui era moglie Hiona c’havea partorito un picciolo figliuolo nomato Trittolemo, et cercandoli una baila, Cerere si offerse nutrice al fanciullino; et essendo ricevuta, volendo fare l’allievo immortale alle volte col latte divino il nodriva, et di notte col foco l’abbrugiava; là onde altrimente che non erano soliti i mortali il fanciullo cresceva. Della qual cosa maravigliandosi il padre, segretamente si dispose vedere nel tem[p. 145v]po di notte quello che la baila facesse al figliuolo, onde veggendo ch’ella col foco l’abbrugiava si diede a gridare; di che Cerere sdegnata subito fece morire Eleusio, et a Trittolemo fece un dono eterno, percioché gli diede posa di distribuire et fare abondanza delle sue biade, dandoli appresso la sua carretta guidata dai dragoni; per le quai cose vittorioso empì tutta la Terra di biade. Ma poscia che ritornò a casa Cepheo Re si ingegnò d’amazzarlo, accioché che non gli fosse concorrente del reame; ma scopertasi la cosa, quello per commandamento di Cerere diede il regno a Trittolemo, il quale ivi edifificò un castello et dal nome del padre il chiamo Eleusio, et fu il primo ch’ordinasse sacrifici a Cerere, che dai Greci furono chiamati Thesmophori. Ma Ovidio dice che Trittolemo fu un fanciullo infermo, et figliuolo d’una povera donna che alloggiò Cerere in casa sua, alla quale in rincompensa del beneficio sanò il figliuolo, et poi gli diede la sua carretta mandandolo con fromento per li paesi. Onde in Scithia dal Re Linceo fu quasi morto; di che Cerere il trasformò in animale del suo nome chiamato Linceo, et da noi Lupo Cerviero. Appresso sono di quelli che dicano, et spetialmente Homero nell’Odissea, che Cerere amò un certo Iasione, et seco in amicitia et in letto si congiunse. Et Leontio v’aggiungeva che Cerere di Iasione partorì Plutone, et che finalmente Iasione da Giove fu fulminato. Oltre ciò si recitano ancho altre cose, le quali lasciaremo, per dichiarare il senso delle dette. Cerere adunque è alle volte la Luna, alle volte la terra, et talhora i frutti della terra, et spesse volte femina; però, quando si dice figliuola di Saturno et Opi è femina et moglie di Sicano Re di Sicilia, come afferma Theodontio. Quando poi di Giove partorisce Proserpina allhora è la terra, della cui la prima Proserpina, cioè la Luna, nasce, Secondo l’openione di quelli che hanno tenuto il tutto essere di terra creato, overo che più tosto la Luna è istimata figliuola [della] Terra; perché mentre dall’hemispero inferiore al superiore ascende, agli antichi è paruto ch’esca dalla terra, et così la chiamarono figlia della Terra. Costei è rapita da Plutone, il quale ancho è la terra, ma dall’inferiore hemispero, quando dopo il quintodecimo giorno tramontando il Sole incomincia non si lasciar vedere; et di qui nasce che paia quella esser così all’hemispero superiore quanto all’inferiore, onde s’è dato materia a quella favola, Giove haver sententiato che la metà dell’anno restasse col marito nell’Inferno, et tanto di sopra con la madre. Overo altrimenti Proserpina è da esser tenuta in loco delle biade, le quali per li gittati semi nei solchi, se la temperanza del cielo non opra in quelle non ponno crescere, et se dal calore di quello non riceveno aiuto non ponno maturire. Giove poi è la temperanza del cielo et il calore, per opra del quale a’ suoi tempi crescono le biade et maturano; et così di Giove et Cerere nasce Proserpina, la quale alhora da Plutone cioè dalla terra è rapita quando il seme gittato ne’ solchi non nasce. Il che alle volte aviene per la soverchia continuata seminatione, dalla cui di maniera il buon terreno per l’humore è molificato, che evacuata non può porgere nodrimento ai sparsi semi. Di qui Cerere si turba, cioè gli agricoltori, i quali si ponno chiamare gli huomini terrei; et rompe gli instrumenti rusticani, cioè conosce che invanno gli ha adoprati, et però gli sprezza; et con feminei stridi, cioè con i lamenti degli agricoltori, accese le faci, cioè abbrugiando gli sterpi et le stoppie dei campi, [p. 146r] onde i contrari humori che sono d’intorno la superflue della terra eshalano, et dalla terra inferiore in alto sono con utilità ridotti, viene da Giove persuaduto a Cerere che mangi dei papaveri, cioè che vada a riposare, percioché i papaveri hanno vertù di far adormentar; per la cui quiete si deve intendere l’intermedio della coltura, accioché per tale intermedio et distanza la terra possa ripigliar gl’humori asciugati. Proserpina, cioè l’abondanza delle biade, rapita non può incontanente ritornar di sopra, perché havea gustato tre grani di melegrane, per li quali si debeno intendere i principii della vita vegettativa; i quai alhora s’incominciano quando per l’humor della terra divien humido et calido il seme seminato, et indi putrefatto fa le radici, per la cui opra le biade spuntano fuori. I cui principii son sdegnati per li grani della melagrana percioché son simili al sangue, et sì come il sangue è di nodrimento all’animale sensitivo, così quei principii al vegetativo; et sì come piace ad Empedocle nel sangue consiste la vita degl’animali sensitivi, così nell’humore terrestre delle biade. Ma per sentenza di Giove, cioè per dispositione del cielo, s’opra che dopo il sesto mese, il qual disegna la metà dell’anno, Proserpina ritorni di sopra, cioè l’abondanza delle biade, percioché dal giorno del seminar overo dal mese, nel settimo mese le spiche delle biade incominciano mostrarsi et far i grani, et ancho maturirsi, i quali grani fino al tempo del seminar stanno di sopra. Theodontio riferisce di Cerere questa antichissima historia, dalla cui par che sia concesso molta materia alla fittione detta di sopra, onde dice che Cerere fu figlia di Saturno, et moglie del Re Sicano et reina di Sicilia, dotata di molto ingegno; la qual veggendo che gl’huomini per quella isola andavano vagabondi mangiando ghiande et pomi selvaggi senza reggersi con nessuna legge, fu la prima che in Sicilia ritrovò l’agricoltura, et trovati gl’instrumenti rusticani congiunse i buoi et seminò la terra; là onde gl’huomini incominciarono tra lor partire i terreni, habitare insieme et humanamente vivere. Di che Verg. dice:

Cerere fu la prima, che la terra

Solcasse con l’aratro, et fu la prima

Che nel terren le biade, et gli altri semi,

Ponesse mai, et fu la prima anchora,

Che gli ordini, et le leggi a noi donasse

Onde il tutto è di Cerere suo dono.

Dice poi che Proserpina fu bellissima donzella et figliuola di Cerere reina, la quale per la singolare di lei bellezza da Orco Re de’ Molossi fu rapita et tolta per moglie; il che ancho nel libro dei Tempi mostra Eusebio. Ma di questo più di sotto si farà maggior parlare. Di Trittolemo poi Philocoro scrive che fu antichissimo Re nel paese d’Athene, il quale nel tempo d’una grande caristia essendoli amazzato dal concorso del popolo il padre Eleusio, perché abondantemente, morendo la plebe di fame, nodriva il figliuolo, se ne fuggì, et con una gran nave la cui insegna era un Serpe se n’andò in stranieri paesi, dove trovata una gran copia di fromenti ritornò nella patria; et da quella cacciato Celeo overo (Secondo altri) Linceo di Thraccia, che havea occupato il reame, fu ritornato nello stato paterno, dove non solamente sovenne i suoi sudditi di biade, ma etiamdio gli insegnò con l’aratro coltivare la terra. Là onde fu detto allievo di Cerere. Nondimeno sono di quelli che vogliano non Trittolemo, ma un certo Buziem Atheniese essere stato quello ch’agli Atheniesi ritrovasse l’aratro et i buoi. Tuttavia Philocoro dice che Trittolemo fu molti Secoli prima di Cerere Reina di Sicilia. Che [p. 146v] Cerere poi amasse Iasonio, Leontio recita questa historia. Vuole egli che al tempo del diluvio d’Ogigi un certo Iasonio Cretese congregasse molto grano, et quello, Secondo il voler suo, vendesse a quelli che pativano fame per lo diluvio; onde di tale fromento ne cavò molti denari, et di qui fu dato loco alla favola che di Cerere, cioè dal fromento ne trahesse Plutone Dio delle ricchezze, cioè deari. Iasonio poi per invidia fulminato da Giove, così viene detto perché parve che innanzi tempo dagli amici a’ quali era stato benigno fosse morto.

GLAUCA quarta figliuola di Saturno.

GLAUCA fu figlia di Saturno et Opi, et sì come si narra l’Historia Sacra nacque ad un parto con Plutone, et sola fu appresentata al padre, segretamente essendo stato nascosto et nodrito Plutone; la quale ancho picciolina, se ne morì.

PLUTONE quinto figliuolo di Saturno, che generò la Veneratione.

PLUTONE, che latinamente è detto Dispadre, nacque ad un istesso parto insieme con Glauca, come è stato detto di sopra; et segretamente da Saturno serbato. Gli antichi finsero che costui fosse Dio dell’Inferno et gli ascrissero la città di Dite; della cui Virgilio scrive:

Guarda al parlar de la Sibilla Enea,

Et da sinistra rupe vede cinta

Di tre cerchi di muro alta forteza.

Et così va seguendo per molti versi, ne’ quali descrive quella. La stanza et la maestà di quella in tal modo Statio la descrive, dicendo:

Sedendo a caso in mezzo de la rocca

De l’infelice regno il gran Signore

Interrogava ai popoli i peccati

De la lor vita, senza haver di quelli

Compassione alcuna; e a tutte l’ombre

Stan le Furie d’intorno, et varie morti.

La crudel pena essercitata i supplici

Con diverse sonanti et ree catene

Portano i fati l’alme, et dannan quelle

Al loro limitare; et l’opra vince

Minos con la ragion giusta, e tenace

Insieme col fratello, a cui ricorda

Le sententie migliori, e ogn’hor avisa,

Et tempra il sanguinoso, et crudel Rege.

A la presenza sua piangendo stanno,

L’alme nocenti, che del foco han tema.

Cocito, Phlegetonte, et la palude

Stigia, che è giuramento degli dei.

Et quello che va dietro. Oltre ciò gli descrissero un carro da tre ruote detto Triga, et volsero che fosse guidato da tre cavalli, cioè da Amatheo, Astro et Novio, il quale per non vivere così celibe, dice Ovidio ch’egli si acquistò la moglie in tal modo. Che un giorno havendo Tipheo con tutte le sue forze tentato levarsi di sopra la Tinacria, parve a Plu[p. 147r]tone che, se ciò avenisse, sarebbe stato cosa possibile ch’egli a lui ancho fosse penetrata la luce del giorno, là onde salendo sopra il suo carro per vedere quali fossero i fondamenti della Tinacria uscì dell’Inferno; così andando d’intorno all’isola non lontano da Siracuse vide Proserpina, che con alcune altre sue compagne andava cogliendo fiori. De la quale, perché sprezzava i fuochi di Venere, avenne che subito s’innamorò Plutone, et però scendendo a terra con la carretta rapì la donzella, che di ciò nulla temeva; et portandola all’Inferno se la fece moglie. Dicono appresso che di costui la Veneratione overo Riverenza fu figlia. Indi attribuiscono il cane Cerbero con tre fauci guardiano del regno, il quale vogliono che fosse d’incredibile fierezza et divoratore del tutto; di cui Seneca Tragico nella Tragedia d’Hercole Furioso così dice:

Oltre di questo appare

Del reo Dite la casa;

Dove il gran stigio cane,

Con crudeltà smarrisce l’ombre, et l’alme.

Sta questi dibattendo

Tre smisurati capi,

Con spaventevol suono,

La porta difendendo del gran regno.

Vi giran Serpi al collo,

Horridi da vedere

Et a la lunga coda

Vi giace sibillando un fiero drago.

Et quello che va dietro. Queste tali cose istimo io che siano da intendere in tal modo. Latinamente (Secondo Fulgentio) significando Plutone l’istesso che fa ricchezza, però tengo che dai Latini sia detto Dispadre, quasi come di divitie cioè ricchezze padre, et che sia cosa chiara le ricchezze essere in Terra caduche et in terra cavarsi; onde essendo la terra chiamata Opi, sì come più volte è stato detto di sopra, meritamente Plutone è detto figlio di Opi. Ma perché le prime ricchezze in parte dalla coltura della terra si manifestarono, non essendosi ancho ritrovato l’oro, et Saturno insegnò la coltura della terra, ragionevolmente è stato detto padre di Plutone. Si concede la città di ferro, et Thesiphone per guardia delle ricchezze, affine che conosciamo le ferrigne menti degli avari et le crudeltà et iniquità loro d’intorno la guardia et il conservar di quello. Vuole Vergilio che nessun giusto non possa entrare in questa città, quando dice:

Punto non lece ad alcun casto entrare

La scelerata porta.

Affine che si conosca che senza ingiustitia non si può cercare né serbare le ricchezze. In questa città dell’ostinato Inferno, il nostro Dante descrive i tormenti di quelli i quali non hanno havuto nessuna carità verso il prossimo, né amore verso Dio. Per la stanza poi, et per le circonstanti ansietadi dei molti pensieri, si debbono intendere le insopportabili fatiche in acquistar le ricchezze et le paure di perderle, con le quali sono crucciati quelli che stanno con la gola aperta. La carretta poi non è altro che i giri di quei che desiderano arricchire, la quale è guidata da tre ruote per dinotar la fatica et il pericolo di chi viva d’intorno, et la incertezza delle cose future. Così dice ancho tre essere i cavalli, il primo de’ quali si chiama Metheo, che viene interpretato oscuro, affine che per quello si comprenda la pazza deliberatione d’acquistare quello che poco fa mistiero, [p. 147v] con la quale è guidato overo cacciato l’ingordo. Il Secondo è detto Abastro, che suona l’istesso che fa nero; accioché si conosca il merore di quello che discorre, et la tristezza et le paure circa i pericoli che quasi sempre vi stanno intorno. Il terzo si noma Novio, il qual vogliono che significhi tepido; accioché per lui consideriamo che per lo timor dei pericoli alle volte il ferventissimo ardore d’acquistar s’intepidisce. Il matrimonio poi di Proserpina, la quale di sopra habbiamo detto abondanza, non è dubbio nessuno che non si faccia con i ricchi, et spetialmente Secondo il giudicio del volgo, del quale la openione spesse volte è falsa. Veramente per lo più eglino istimano, quando veggiono i granari di ricchi pieni, ivi esser l’abondanza, et dove è la fame et la caristia ivi la povertà, così procurando l’avaricia. Di questo tale matrimonio non si genera nessuna cosa lodevole, né degna di ricordo. Cerbero, sì come alcuni istimano, fu vero cane, et detto da tre fauci percioché nel latrare era ferocissimo, mordente et molto tenace. Nondimeno gl’antichi (Secondo il mio giudicio) tennero che altri sensi fossero riposti sotto questa verità, attento che è finto guardiano di Dite; et devendosi in loco di Dite intender le ricchezze (sì come è stato mostrato) dirittamente non diremo che nessuno di quelle sia custode eccetto l’avaro, et così per Cerbero si deve intender l’avaro, al quale però descrissero tre fauci, overo capi, per dinotar la triplice spetie degl’avari. Sono di quelli che disiano l’oro et si ritirano ad ogni guadagno, benché dishonesto et illicito, per haver da consumar et spendere l’acquistato; i quali non ponno esser chiamati custodi di ricchezze, ma sono dannosi et nocivi huomini. Sono di quelli che con sua grandissima fatica et pericolo da ogni parte adunano ricchezze; et sia come si voglia, acquistate che le hanno, purché le tengano, serbino et guardino, non vogliono spenderle per sé né per altri; et questi tali sono una sorte d’huomini disutili. Sono poi di quelli i quali non per opra sua, ma de’ suoi maggiori hanno havuto et conseguito delle ricchezze, et talmente le serbano et custodiscono che non hanno ardire toccar quella, non altrimenti che se in deposito le fossero state lasciate; et questi da poco et tristissimi huomini sono, et verissimi custodi di Dite. I Serpenti poi aggiunti a Cerbero sono i taciti et mordaci pensieri dell’avaritia. Oltre ciò chiamarono questo Plutone Orco, sì come fa Cicerone nelle Verrine, mentre dice come un altro Orco esser venuto ad Etna, et non Proserpina, ma essa Cerere (pareva) haver rapito. Il quale (dice Rabano) così chiamarsi sì come ricevitore delle morti, che riceveno quelli che muoiono da ogni morte. Vogliono appresso che sia detto Febreo non dalla febre, come molti vanamente pensano, ma da un certo sacro lustro a lui dagl’antichi ordinato, per lo quale credevano le mani esser purgate; et questa si facea nel mese di Febraio, et di qui quel mese hebbe tal nome. Il che da Macrobio nel libro dei Saturnali così è detto: Il Secondo dedicò al dio Februo, il quale è tenuto Iddio dei lustri, percioché in quel mese era di necessità lustrare et racconciare la città; nel quale ordinò ch’agli dei con le mani si sacrificasse. Spedite queste cose, è necessario notare quello che tenga coperta questa fittione d’historia. Di Plutone nel libro delle Divine Institutioni così riferisce Lattantio:

Adunque veramente quello è vero che partirono il regno del mondo, et li toccò per sorte in questo modo; che l’imperio dell’Oriente obedisse a Giove, et a Plutone cognominato Agesilao toccasse la parte d’Occidente; per[p. 148r]cioché la regione d’Oriente, dalla cui i mortali prendono la luce, mostra esser superiore, et quella d’Occidente inferiore.

 Theodontio poi alquanto più ampiamente di ciò scrive, dicendo:

Di Saturno furono figliuoli Giove, Nettuno et Plutone, i quali, morto lui, volendo partire l’imperio, a Plutone più giovane toccò il governo della parte d’Occidente appresso quei luoghi dove poi habitarono i Molossi, vicino al mare infero; et costui dai vicini popoli al suo regno fu chiamato Orco, percioché era crudele, et dava ricapito ad homini scelerati, et haveva un cane chiamato Cerbero, al quale dava gl’huomini vivi a mangiare. Di qui havendo preso Proserpina donzella Siciliana, la portò nel suo reame, et se la fece moglie.

 Questo dice Theodontio. Ma Eusebio nel libro di Tempi dice che costui fu nomato Aldoneo, et che regnò al tempo di Linceo Re d’Argivi et Eritheo di Atheniesi.

VENERATIONE, figliuola di Plutone et moglie dell’Honore.

AFFERMA Servio che la Veneratione fu figlia di Plutone. Theodontio poi la chiama Riverenza, dicendo essere bisogno venerare i dei et riverir gl’huomini maggiori; et perché quella ch’agl’huomini è attribuita et non agli dei fu figlia di Plutone, perciò Riverenza et non Veneratione esser nomata. Di qual madre poi ella sia concetta non si sa, affermando tutti che Proserpina fu sterile. Paolo et Theodontio dicono che fu maritata nell’Honore et che di lui partorì la Maestà, sì come di sopra è stato mostrato. Io di questo figmento giudico quello che veggio. Di sopra habbiamo detto Plutone essere Dio delle ricchezze, dalle quai ricchezze a bastanza veggiamo nascere la riverenza, dandosi la riverenza solamente ai ricchi, benché siano disutili, ignoranti, privati et vili huomini, in tanta stima appresso mortali sono le ricchezze.

CHIRONE sesto figliuolo di Saturno, che generò Ochiroe.

VOGLIONO che Chirone Centauro fosse figliuolo di Saturno et Phillara; nondimeno Lattantio dice che fu conceputo da Pelopea. Della cui origine si legge favola tale, cioè che Saturno inamorato di Phillara la prese, et mentre (Secondo Servio) usava de’ suoi congiungimento, fu soavragiunto dalla moglie Opi; onde per non essere trovato in peccato subito si tramutò in cavallo. Ma Phillara per tale congiungimento s’impregnò et partorì Chirone, animale dall’ombelico in su huomo et da indi in giù cavallo; il quale cresciuto in età andò ad habitare nelle selve. A costui da Theti fu raccomandato Achille fanciullo, il quale egli nodrì et ammaestrò, et similmente Esculapio. Alla fine essendo stato visitato da Hercole, avenne per sorte che maneggiando le saette di quello una gli ne cadè s’un piede; onde perché elle erano tinte del sangue [p. 148v] del Leone Lerneo il colpo veniva ad essere mortale. Tuttavia dai parenti essendo stato generato immortale non poteva morire; di che, affine che s’adempisse il pronostico di Ochiroe, la quale gli havea predetto ch’egli bramarebbe essere mortale, travagliato da grave infermità desiderando morire, pregò gli dei che gli concedessero la morte; il che fatto, da quelli fu tolto in cielo et nel zodiaco locato, et chiamato Sagittario. Et perché volse nell’indovinare, dinanzi a lui fu drizzato un altare. Da tali fittioni Theodontio et Barlaam cavavano questo sentimento, che Chirone fosse detto figliuolo di Saturno perché valse non poco d’intorno l’arte d’agricoltura et perché ritrovò l’adacquar gli horti. Fu detto figliuolo di Phillara perché Phillidros significa custode, overo amatore d’acque; attento che egli s’adoprò assai in irrigar gli horti. Che poi Saturno nella sua concettione ritrovato dalla moglie si cangiasse in cavallo, fu detto percioché egli giustificò la ragion sua appresso l’irata moglie dicendo ch’egli si congiungeva con altre donne per vedere se potesse havere figliuoli maschi, conciosia che per la promessa fatta a Titano non poteva serbare nessun figliuolo maschio da lei partorito; et così parve che giustamente egli s’escusasse, onde quella voce che latinamente ha due significati, cioè Equus, che significa ancho giusto, a ciò fu attribuita. Altri poi vogliono che la favola prendesse materia dalle cose precedenti, percioché (Secondo Isidoro) havendo i mortali veduto lui haver trovato medesimamente la medicina degli huomini et dei giumenti, fu detto figliuolo d’huomo et di cavallo, et nomato Chirone accioché s’intendesse egli haver ritrovato la Chirugia et non la Phisica; la qual Chirugia con lieve et dotta mano s’opra, perché Chiros in greco significa mano. Che dalla saetta d’Hercole fosse ferito, il chiamano historiographo; et che per alquanto tempo con l’arte sua havendo curato un morbo quasi mortale, agli amici suoi parve dire ch’egli fosse nato immortale, il quale la forza del veneno non poteva amazzare. Finalmente essendo giunto alla morte, per merito della sua virtù, essendo stato giustissimo huomo (come nella Iliade dice Homero) per perpetuo ricordo del suo nome fu tra le Stelle locato.

OCHIROE figliuola di Chirone.

OCHIROE (Secondo Ovidio) fu figliuola di Chirone et d’una certa Nimpha del Caico fiume; et questo mostra dicendo:

Ecco venir coi fiammeggianti crini

Che le cuopron le spalle la figliuola

Del Centauro, la qual fu da una Nimpha

Del gran fiume Caico partorita,

Ne le rapide ripe d’esso fiume

Et chiamata Ochiroe, che non contenta

Di solo haver l’arti paterne appresso,

Che dei fati cantava ancho i segreti.

Predisse costei che Esculapio giovarebbe a tutto il mondo, et il padre essere per disiar la morte, et ella essere per divenir cavalla; tutte le quai cose avennero. Il significato di tal cosa può essere (dicendo Theodontio ch’ella fu Theti madre d’Achille) che fosse conversa in cavalla perché partorì un cavallo, cioè un huomo bellicoso come fu Achille; et [p. 149r] per furore del quale ancho essa Theti (come dice Leontio) fu chiamata dea delle acque. I cavalli poi in ogni loco appresso gli antichi erano presagio di guerra, come dice Virg.:

Qui per augurio primo; i vidi quattro

Cavalli candidissimi qual neve

Ch’a diporto pascevano nei campi,

Onde subito disse il padre Anchise,

Guerra m’apporti o albergatrice terra

Ne le battaglie s’armano i cavalli,

Et questi armenti ci minaccian guerra.

PICO settimo figlio di Saturno, che generò Fauno, Senta et Fauna.

PICO re d’Ausonia fu figliuolo di Saturno, come pare che affermi Ovidio dove dice:

Pico (progenie di Saturno) capo

Ne le terre d’Ausonia, et nei confini.

Et Vergilio:

Inteso habbiamo, che di Fauno Pico

Fu padre; et di costui fu genitore

Saturno a quel che riferisce ogn’uno.

Dice Servio che costui fu amato da Pomona dea dei pomi, et l’hebbe per moglie. Finalmente (Secondo Ovidio) essendo egli un giorno a caccia avenne che, da Circe veduto, ella fieramente se n’accese, della cui non si curando egli, fu trasmutato da quella per ciò sdegnata in uccello del proprio nome. Ma Ovidio da Servio discorda, dicendo che Pico fu marito di Circe et che s’innamorò di Pomona, là onde Circe mossa da Gelosia il toccò con la verga d’oro et il cangiò nell’uccello Pico. L’effetto di questa fittione a Servio pare tale, cioè che il re Pico sia detto essersi mutato in pico uccello perché fu indovino, et nella casa teneva un pico per lo cui conosceva le cose a venire; et così nelle cose ponteficali si legge. Alcuni dicono che, essendo questo Pico per lo singolar studio et diligenza di domare cavalli, nelle altre cose huomo rozo, da Circe fu ammaestrato et fatto eloquentissimo, per la cui eloquenza trasse ne’ suoi voleri molti huomini selvaggi et se gli fece obedienti; et per ciò fu finto ch’egli fosse converso in uccello del suo nome. L’uccello Pico tra l’altre proprietadi ha questa, che havendo lunghissima lingua nel tempo della state cerca i luoghi pieni di formiche, et posta tra loro la lingua sopporta ch’elle gli la forino et mordino; finalmente sentendola piena di loro trahe a sé la lingua con tutte le formiche, de’ quali in tal modo si ciba. Così il re Pico con l’eloquenza, cioè con la lingua traheva a sé gl’huomini agresti, i quali sono simili alle formiche, et gli adoprava (sì come è stato detto) Secondo suoi voleri. Agostino dove scrive della Città di Dio, benché si faccia beffe di quello che s’appartiene all’historia, come si fosse fittione poetica, così incomincia: Fu edificato il real Laurento, dove Pico figliuolo di Saturno fu il primo che prendesse il scettro. Et poco da poi segue:

Ma questi si tengono figmenti poetici, et più tosto si tiene che Sterco fosse padre di Pico; dal quale ottimo agricoltore (dicono) esser stato ritrovato sì come col letame degl’animali s’ingrassassero i terreni, il che dal nome suo fu detto Sterco. [p. 149v] Vogliono che costui fusse nomato Stercutio; per la qual cagione il chiamarono poi Saturno. Nondimeno si ha per certo che questo Sterco o Stercutio per merito dell’agricoltura fu fatto Dio, et così ancho Pico di lui figliuolo.

Così per Agostino si vede Pico non esser stato figliuolo di Saturno. Ma potendo essere stati molti Pichi, crederemo ad Agostino che vi fosse un Pico figliuolo di Sterco et un altro di Saturno. Plinio appresso nel libro dell’Historia Naturale afferma che da costui fu trovato la palla da giuocare.

FAUNO figliuolo di Pico, che generò i Fauni, i Satiri, i Pani, i Silvani, Aco, Eurimedonte,
Latino, et secondo alcuni Senta Fauna, la quale altri vogliono che li fosse Sorella et moglie.

FAUNO fu figliuolo di Pico, sì come di sopra s’è per Vergilio mostrato. Questi ancho successe nel reame al padre, del quale nel primo libro delle Divine Institutioni Lattantio scrive che, sì come Pompilio appresso Romani fu institutore delle vane religioni, così innanzi Pompilio Fauno in Italia, il quale ordinò all’avo Saturno scelerati sacrifici, et consacrò Senta Fauna di lui sorella et sposa. La quale, sì come Crispo Clodio in quel libro che grecamente scrisse dice, percioché contra il costume et lo splendor reale segretamente havea bevuto un’olla di vino et era divenuta ebbra, con verghe di mirto fino quasi alla morte fu flagellata; da poi pentendosi del fatto, et non potendo sopportare il desiderio di quello, levò a quello gli honori sacri. Di questo Fauno poi et di questa Fauna che fossero fatti dei, pare che Servio in questo modo il dimostri: Un certo fu detto Fatuelo, et la moglie di costui Fatua; onde il medesimo Fauno et l’istessa Fauna derivati sono dall’indovinare, cioè a fando , che significa parlare; là onde chiamiamo Fatui quelli che senza consideratione parlano. Adunque Faune et Fatue, nome quasi aspro, et quello che segue.

SENTA FAUNA, figliuola di Pico et moglie di Fauno, overo figlia.

SENTA Fauna, come di sopra è stato detto, fu figliuola del Re Pico et moglie di Fauno suo fratello, sì come testimonia Lattantio; et tutto quello che di lui scrive Crispo Clodio è meno che honesto. Gabio Basso dice che fu nomata Fatua percioché era solita predir i fati alle donne, sì come Fauno agl’huomini. Scrive Varrone che fu di tanta pudicitia che nessuno, eccetto il suo marito, mentre visse non la vide in faccia, né udì il suo nome; et però le donne erano solite in segreto sacrificarle, et chiamarla Buona Dea. Ma Macrobio nel libro dei Saturnali con l’auttorità di Cornelio Labeone dice costei essere detta Maia, et a lei sotto il titolo di Buona Dea a Calende di Maggio essere drizzato un tempio; et la istessa essere la terra. Poi quella nei libri dei [p. 150r] pontefici essere nomata Opi, Buona, Fauna et Fatua. Buona, percioché è cagione di tutti i beni necessari al vivere. Fauna, perché favorisce a tutti gl’animali. Opi, perché con suo aiuto la vita dura. Fatua a Fando , percioché non prima i fanciulli partoriti mandano fuori alcuna voce che non tocchino la terra. Et perché si depinge con real scettro, sono di quelli che dicano ella havere la potenza di Giunone, et altri quella dover esser Proserpina; percioché con una porca a lei per le pasciute biade le sacrificano. Oltre ciò, non sorella né moglie di Fauno, come dicano alcuni, ma figliuola, et che egli s’inamorò di lei; et perché essendo ancho aggravata dal vino non volse consentire al desiderio suo, fu battuta con le verghe di mirto. Finalmente fu creduto che, cangiatosi in Serpente, usasse con lei, et per ciò sarebbe stato cosa scelerata nel suo tempio haver portato verghe di mirto. Dicono che si vede stesa sopra il capo di lei una vite, perché il padre col vino tentò d’ingannarla. Che poi non si costumasse nel suo tempio sotto suo nome essere portata la di lei imagine, ma un vaso nel quale fosse del vino, et chiamavasi melario et il vino latte, et che nel suo tempio apparissero Serpi che non nocevano né haveano paura, et molte altre cose, come quasi vogliono questa Fauna essere la terra, io lascierò il tutto, come poco et niente necessario.

FAUNI, SATIRI, PANI ET Silvani, figliuoli di Fauno.

DICE Theodontio che i Fauni, Satiri, Pani et Silvani furono figliuoli di Fauno, ma Leontio di Saturno. De’ quali, percioché di nessuno non si sa il proprio nome, è necessario trattar di tutti insieme. Dicevano adunque i Fauni et i Satiri esser li dei dei boschi, et come vuole Rabano, con la voce et non con segno mostravano le cose a venire a’ gentili. Ma i Pani sono detti i dei dei campi, et i Silvani delle Selve; ma impropriamente spesse volte dai poeti uno s’è tolto per l’altro, come fa Vergilio:

Et voi presenti agresti dei di Fauno.

Volsero ancho gl’antichi questi tali esser chiamati sermoni overo Semidei, sì come scrive Ovid.:

Ho i Semidei, ho i rusticani numi;

Ho i Fauni, ho le Nimphe, et ancho i Satiri

Et ho i Silvani, che nei monti stanno.

I quai; perché non li istimiamo degni,

Degli honori del cielo; gli lasciamo

Star ne le terre, che gli habbiamo date.

Non terrò io che questi tali siano figliuoli di Fauno né di Saturno, essendo quelli stati huomini et questi quasi animali bruti. Ma forse egli è cosa possibile che al tempo di Saturno overo di Fauno sia di loro nato errore, et che le loro favole da principio siano da donnicciuole state recitate; de’ quali nondimeno per auttorità famose sono narrate alcune cose meravigliose. Percioché Pomponio Mela dice che oltre l’Atlante monte di Mauritania spesse volte si sono veduti di notte lumi et uditi strepiti di cembali et fistole, né di giorno ritrovatosi cosa nessuna; et per cosa ferma haversi questi essere i Fauni, i Satiri, et altri simili animali. Oltre ciò Rabano dice i Fauni essere huomicelli che hanno le nari torte, le corna in fronte et i piedi di capra; et uno di questi essere stato veduto dal [p. 150v] Beato Antonio nelle solitudini della Thebaide andando per visitare Paolo primo heremita. Et havendo interrogato chi egli si fosse, quello gli rispose che era mortale, et un huomo di quello heremo; la cui qualità dagl’antichi ingannati gentili era adorata, et erano detti Fauni et Satiri. Di questi tali scrive Martiano dove tratta delle Nozze di Mercurio et Philogia, dicendo: Et habitano quella terra che agl’huomini è inacessibile, et i compagni di questi sono detti di lunga età et stanno nelle selve, nei boschi, nei laghi, nei fiumi et nei fonti, et sono chiamati Fauni, Pani, Fatue et Fane, onde è nato quel vocabolo di fana, percioché sogliono indovinare. Tutti questi dopo una lunga età sì come gl’huomini moiono; nondimeno d’indovinar, di assalire et di nuocer hanno grandisima potenza. Questo dice Martiano. Dice poi Aristotele questi, dopo mille anni, et le Nimphe et i Satiri morire. Alcuni poi de’ gentili tra l’altre sue pazzie caderono in questa, che più tosto volevano esser chiamati figliuoli di questi che degl’huomini, istimando che, mentre accusassero le dishonestadi delle madri, venissero ad aggiungere splendore alla sua nobiltà.

ACI figliuolo di Fauno.

ACI fu figliuolo di Fauno et della Nimpha Simetride, come chiaramente scrive Ovidio dicendo:

De la Nimpha Simetride era nato

Aci, che fu da Fauno generato.

Di costui Ovidio recita favola tale, cioè che amò Galatea Nimpha di Sicilia et da lei fu amato, sì come a pieno si è di sopra (parlando di Galatea) mostrato. Ma perché in questo luogo si comprende sentimento diverso da quello che s’è fatto di sopra, m’è paruto descriverlo. Dice Theodontio Cicrope esser stato un tiranno di Sicilia ch’era molto abondante di pecore, del cui latte accresceva molto le sue facultadi; et però dice che amò Galathea, cioè la dea di Latte, perché dalla humidità si genera il latte. Ma havendo le acque del fiume Aci questa proprietà, che seccano le mammelle delle pecore che lattano, non solamente il Ciclope per ciò commandava ch’in certa stagione dell’anno le pecore fossero d’ivi levate, ma molte volte tentò per via de’ ruscelli votarlo et seccarlo, benché invano. Ma io non credo che costui fosse figliuolo del Re Fauno, ma forse di qualche altro nobile huomo così chiamato; overo essere stato uno di quelli che più tosto volsero essere chiamati figliuoli dei Fauni che degli huomini.

EURIMEDONTE figliuolo di Fauno, che generò Perivia.

EURIMEDONTE fu figliuolo di Fauno, sì come nella Thebaide piace a Statio, dove dice:

Eurimedonte poi vi sta propinquo

Che tien del padre Fauno l’armi in mano.

Istimo io, sì come ho detto di Aci, che costui non fosse figlio di Fauno Re de’ Laurenti, ma perché habitava nelle selve, per inalzare la di lui progenie si finse figliuolo di Fauno. Fu costui (come mostra l’istesso Statio) nella guerra Thebana della fattione di Etheocle. [p. 151r]

PERIVIA, figliuola d’Erimedonte et madre di Nausiteo.

Fu Perivia figliuola di Eurimedonte, come nell’Odissea scrive Homero dove dice:

Et movendo la terra il gran Nettuno

Generò Nausiteo; di cui fu madre

Perivia tra l’altre belle donne bella,

Del generoso Eurimedonte figlia.

Dice Leontio che Eurimedonte fu signore dei Giganti, et con loro morì. Costei di Nettuno partorì Nausisteo, sì come per Homero s’è mostrato.

LATINO RE de’ LAUrenti, figliuolo di Fauno, che generò Lavinia et Preneste.

LATINO Re de’ Laurenti fu figliuolo di Fauno et di Marica, Nimpha di Laurento, sì come si vede per li versi di Vergilio, dove dice:

Il Re Latino i campi, et le cittadi

Alhora vecchio in lunga, et dolce pace

Governava; costui fu generato

Di Fauno (in quanto a quel, ch’inteso habbiamo[)]

Et di Marica Nimpha di Laurento.

Ma Giustino dice che non fu figliuolo ma nepote di Fauno, per via d’una figlia. Percioché scrive che, ritornando Hercole d’Hispagna (morto c’hebbe Gerione) vitiò una figliuola di Fauno, et per tale congiungimento nacque Latino. Servio poi Secondo Esiodo, in quel libro chiamato Aspidopia, riferisce Latino essere stato figliuolo d’Ulisse

et Circe, la quale alcuni chiamano Marica; et però dice Vergilio haver chiamato Gloria dell’avo Sole, attento che Circe fu figliola del Sole. Ma Servio dice, perché la ragione dei tempi non segue, essere da seguitare quello che dice Iginio, il quale vuole essere stato molti Latini; accioché vegniamo a considerare il poeta (Secondo il loro solito) confusamente essersi servito della similitudine dei nomi. Ma dicano gli altri quello che si vogliano, favoreggiando la fama universale a Virgilio, cioè che Latino fosse figliuolo di Fauno, a’ suoi versi si deve credere. Oltre ciò, diversa è l’openione della Nimpha Marica. Servio parlando di lei così dice:

 Marica è dea del lito de’ Minturnesi appresso il fiume Liso. Onde se vorremo pigliar Marica per moglie di Fauno, la cosa non segue, percioché i dei Topici cioè Lacali non passano in altrui paesi, ma per poetica licenza cioè puotè concedersi che sia detta Marica di Laurento, essendo di Minturno. Altri dicano per Marica diversi intendere Venere, di cui appresso Marica fu una eapelna, dove era scritto.

Questo dice Servio. Tale dubbio nondimeno con poche parole si può risolvere. Molte Mariche ponno essere state, sì come anchora di sopra è stato detto di Latino. Questo Latino fu alhora quando Troia fu rovinata, et hebbe per moglie [p. 151v] Amata sorella di Dauno Re d’Ardea, come mostra Virgilio. Ma Varrone in quel libro ch’ei scrisse dell’Origine della Lingua Latina dice Pallantia figlia d’Evandro essere stata di lui moglie, et vogliono che accettasse Enea fuggitivo da Troia; et sì come per oracolo era stato avisato gli desse Lavinia per sposa, la qual prima era stata promessa a Turno figliuolo di Dauno. Là onde nacque grandissima guerra tra Turno et Enea, nella quale (Secondo Servio) vi morì Latino.

LAVINIA, figliuola di Latino et moglie d’Enea.

LAVINIA (Secondo Vergilio) fu figliuola di Latino et Amata; la quale dal padre Latino essendo data per moglie ad Enea, tutto che prima la havesse promessa a Turno, tra loro nacque una gran guerra, et sì come dice Servio, quasi nel primo assalto Latino fu morto; onde dotata del sangue paterno fu moglie d’un straniero. Indi appresso il fiume Numico nell’istessa guerra havendo perduto il marito, temendo la insolenza del vincitor figliastro, essendo pregna d’Enea fuggì nelle Selve, et come dice Servio si ridusse in casa di Tiro pastore, dove partorì un figliuolo da lei chiamato Giulio Silvio Posthumo, percioché dopo l’essequie del padre nelle selve era nato. Costei fu da Ascanio poi ritornata nel regno paterno, essendo egli andato ad habitare in Alba da lui edificata; il quale da lei in maniera fu governato, percioché nel generoso petto della donna, come che le aversità fossero grandi, punto mai non declinò d’animo generoso et reale; che, cresciuto il figliuolo, a quello consegnò il reame più tosto ampliato che sminuito. Eusebio nel libro dei Tempi dice che costei dopo la morte d’Enea si maritò in un certo Melampo, et di lui hebbe un figliuolo nomato Latino Silvio; il qual Latino ancho (morto Giulio Silvio) signoreggiò.

PRENESTE, figliuolo del Re Latino.

PRENESTE fu figliuolo del Re Latino, sì come pare che affermi Solino dove scrive delle Cose Maravigliose del mondo; et dice che costui edificò la città chiamata Preneste, a cui impose il suo nome.

In questo modo scrive egli: Preneste, Secondo Zenodotto, fu chiamata da Preneste nepote d’Ulisse, et figliuolo di Latino; et quello che segue. Di lui non ho poi letto altro. Di Giunone, Nettuno et Giove figliuoli di Saturno, et loro discendenti, si scriverà negli altri libri; et così daremo il fine a questo ottavo.

FINE DEL LIBRO ottavo.

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