GIOVANNI BOCCACCIO

Prosopopea di Dante

Argumenti alla Commedia di Dante

Sopra la lettura della Divina Commedia

Edizioni di riferimento

Rime di Cino da Pistoia e d’altri del secolo XIV, a cura di Giosue Carducci, Istituto editoriale italiano, s.d. (che riproduce l’edizione per la collezione Diamante Barbera del 1862)

G. Baldelli, Rime di G. Boccaccio, Livorno 1801

PROSOPOPEA DI DANTE

Dante Alighieri son, Minerva oscura

D’intelligenza e d’arte, nel cui ingegno

L’eleganza materna aggiunse al segno

Che si tien gran miracol di natura.                         4

L’alta mia fantasia pronta e sicura

Passò il tartareo e poi ’l celeste regno,

 E ’l nobil mio volume feci degno

Di temporal e spirital lettura.                                   8

Fiorenza glorïosa ebbi per madre

Anzi matrigna a me pietoso figlio,

Colpa di lingue scellerate e ladre.                            11

 

Ravenna fummi albergo nel mio esiglio;

Et ella ha il corpo, e l’alma il sommo Padre

Presso cui invidia non vince consiglio.                    14

ARGUMENTI IN TERZA RIMA

ALLA « DIVINA COMMEDIA »

DI DANTE ALIGHIERI

Argumento all’Inferno »

Nel mezzo del camin di nostra vita

Smarrito in una valle l’aütore,

Era sua via da tre bestie impedita.                               3

Virgilio, dei latin poeti onore,

Da Beatrice gli apparve mandato

Liberator del periglioso errore.                                     6

Dal qual poi che aperto fu mostrato

A lui di sua venuta la cagione

E  ’l tramortito spirto suscitato,                                    9

Senza più far del suo andar quistione,

Retro gli va, et entra in una porta

Ampia e spedita a tutte le persone.                             12

Adunque entrati nell’aura morta

L’anime triste vider di coloro

Che senza famausâr la vita corta;                                15

Io dico de’ cattivi;eran costoro

Da’ moscon punti, e senza alcuna posa

Correndo givan con pianto sonoro.                             18

Quindi, venuti sovra la limosa

Riva d’un fiume, vide anime assai,

Ciascuna di passar volonterosa.                                  21

A cui Caron — Per qui non passerai —

Di lontan grida; appresso, un gran baleno

Gli toglie il viso e l’ascoltar de’ guai.                          24

Dal qual tornato in sè, di stupor pieno

Di là dall’acqua in più cocente affanno

Non per la via che l’anime teniéno                             27

Si ritrovò. E quindi avanti vanno,

E i pargoletti veggon senza luce

Pianger per l’altrui colpa eterno danno.                    30

Dietro alle piante poi del savio duce

Passa con altri quattro in un castello,

Dove alcun raggio di chiarezza luce :                       33

Quivi vede seder sopra un pratello

Spiriti d’alta fama senza pene

Fuor che d’alti sospiri, al parer dello.                        36

Da questo loco discendendo viene

Dove Minos esamina gli entranti

Fier quanto a tanto officio si conviene;                     39

Quivi le strida sente e gli alti pianti

Di quei che furon peccator carnali,

Infestati da venti aspri e sonanti :                             42

Dove Francesca e Paolo li lor mali

Contano. E quindi Cerbero latrante

Vede sopra i gulosi; in fra li quali                             45

Ciacco conosce. E procedendo avante

Trova Plutone, e’ prodighi e gli avari

Vede giostrar con misero sembiante.                        48

Che sia fortuna e la cagion de’ vari

Suoi movimenti Virgilio gli schiude.

E discendendo poi con passi rari                               51

Trovan di Stige la nera palude,

La qual risurger vede di bollori

Da sospir mossi d’alme in essa nude;                        54

Dove gli accidiosi peccatori

E gl’iracundi gorgogliando in quella

Fanno sentir li lor grevi dolori.                                  57

Sovra una porta poi doppia fiammella

Subito vede ed una di lontano

Surgere ancora e rispondere ad ella.                        60

Quivi Flegiàs adirato il pantano

Oltre gli passa, nel qual vede strazio

Far di Filippo Argenti e non in vano.                       63

Ed a pena era di tal mirar sazio,

Che a piè della città di Dite giunti,

Senza esser lor d’entrarvi dato spazio,                     66

Si vide, e quivi da disdegno punti

Per la porta serrata lor nel petto

Dalli spiriti più da Dio disgiunti.                              72

E mentre quivi stavan con sospetto,

Le tre Furie infernai sovra le mura

Tisìfon vider Megèra et Aletto :                                 75

Appresso, a ciò che l’orribil figura

Del Gorgon non vedesse, il buon maestro

Gli occhi gli chiuse e fenneli paura.                          78

L’ascender poi per lo camin silvestro,

Per cui la porta subito s’aprìo,

Mostra, e il passar loro in quello destro.                    81

Qui da dolenti strida ed alti — Ah Dio! —

Che de’ sepolcri uscivano affocati

De’ quai pieno era tutto il loco rio,                             84

In quelli essere intese i trascotati

Eresiarchi e tutti quelli ancora

Che ad Epicuro dietro sono andati.                           87

Lì ragionando picciola dimora

Con Farinata e con un altro face

Ch’alquanto all’arca pareva di fora.                         90

Disegna poi come lo ’nferno giace

Da indi in giù distinto in tre cerchietti;

E poi dimostra con ragion vivace                             93

Perchè dentro alle mura i maledetti

Spiriti sien di Dite e nel suo cerchio,

Più coloro c’ha di sopra detti.                                   96

Centauri trova poi sovra al soperchio

D’un’altra valle sovra Flegetonte,

Nel qual chi fe al prossimo soverchio                      99

Bollir vede per tutto; e perchè conte

Le vie selvagge, a passar la riviera

Nesso gli fa della sua groppa ponte.                       102

Oltre passati, in una selva fiera

Di spirti in brocchi nodorosi e torti

Mutati entraron per via straniera :                          105

Tutti sè stessi i miseri avìen morti,

Che li piangean divenuti bronconi :

Dove gli fe Pier delle Vigne accorti                         108

Delle dolenti lor condizïoni

E delle sue; e nella selva stessa,

Dopo gli uditi miseri sermoni,                                 111

Da nere cagne un’anima rimessa

Vide sbranare, e seppe a tal martìro

Dannato chi la sustanza commessa                        114

All’util suo biscazza. E quindi gîro

Più giù, dove piovean fiamme di foco

Fuor della selva sovra un sabbion diro;                   117

Là dove Capaneo curante poco

Vider giacer sotto la pioggia grave

Con più molti arroganti. E ’n questo loco               120

Seguendo mostra con rima soave

D’una statua che è di più metalli

L’acqua cadere in quelle valli prave,                       123

E quattro fiumi per più intervalli

Nel mondo occulto fare in fino al punto

Più basso assai che tutte l’altre valli.                        126

Poi ser Brunetto abbruciato e consunto

Sotto l’orribil pioggia correr vede,

Col quale alquanto parlando congiunto                  129

Di sua futura vita prende fede;

Poi Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi

Jacopo Rusticucci in fino al piede                            132

Di lui venuti; e ai lor nuovi domandi

Sodisfa presto. E quinci procedette

Dove anime trovò con tasche grandi                        135

Sedere a collo sotto le fiammette,

Di loro alcuni all’arme conoscendo

Stati usurieri e per tre prender sette.                         138

Poi sovra Gerïon giù discendendo

In Malebolge viene, ove i baratti

In diece vede senza pro piangendo.                          141

De’ quali i primi da’ demon son tratti

Con grandi scorreggiate per lo fondo,

Scherniti e, lassi!, vilmente disfatti;                           144

Là dove alcun ch’avea veduto al mondo

Vi riconobbe, ch’era Bolognese

Venedico e ruffiano; a cui secondo                            147

Jason span>venìa che tolse il ricco arnese

A’ Colchi. E quindi Alesso Interminelli

In uno sterco vide assai palese                                   150

Pianger le sue lusinghe, e quinci quelli

Che sottosopra in terra son commessi

Per simonìa; e lì par che favelli                                  153

Con un papa Niccola: et oltre ad essi

Travolti vide quei che con fatture

Gabbaron non che altrui ma essi stessi.                    156

Quindi discendon là dove in l’oscure

Pegole bollon chi baratterìa

Vivendo fece e di quelle misture.                               159

Mentre che van con fiera compagnìa

Di diece diavol, parla un che fu tratto

Da Graffiacan per la cottola via                                 162

— Se’ Navarrese, dicendo, e baratto : —

Quinci com’el fuggì dalle lor mani

Racconta chiaro e de’ diavoli il fatto.                         165

Sotto le cappe rance i pianti vani

Degl’ipocriti poi racconta, e mostra

Anna e ’l suo suocer nelli luoghi strani                      168

Crocifissi giacer. Poi nella chiostra

Di Malebolge seguente brogliare

Fra’ serpi vede della gente nostra                               171

Quivi dannati per lo lor furare

Agnello e ’l Cianfa ed altri e Vanni Fucci;

Li quai mira vilmente trasformare,                           174

Dopo nuovi atti parlamenti e crucci,

E d’uomo in serpe e poi di serpe in uomo

In guisa tal che mai vista non fucci.                            177

Descrive poi chi mal consigliò, como

Dicon d’Ulisse, e in fiamma acceso andando

Vede riprender dattero per pomo :                             180

Pria con Ulisse e poscia ragionando

Col conte Guido passa. E pervenuto

Sull’altra bolgia vede gente andando                         183

Tutta tagliata, sovente a minuto,

Per lo peccato dello scisma reo

Da lor nel mondo falso in suso avuto :                        186

Lì Maometto fesso discerneo,

E quel Beltram che già tenne Altaforte,

E Curio, e ’l Mosca, e molti quai poteo.                       189

Appresso vide più misera sorte

Di alchimisti fracidi e rognosi,

U’ seppe di Capocchio l’agra morte.                             192

E Mirra e Gianni Schicchi e più lebrosi

Vide, et i falsator per fiera sete

Idropici fummare stando oziosi :                                   195

Fra’ quali in quella inestricabil rete

Vede Sinone, e lo maestro Adamo

Garrir con lui, come legger potete.                                198

Quindi lasciando l’uno e l’altro gramo,

Dal mezzo in su li figli della terra

Uscir d’un pozzo vede: et al richiamo                            201

Del gran poeta intramendue gli afferra

Antèo, e lor sovr’al freddo Cocito

Posa; nel quale in quattro parti serra                              204

Il ghiaccio i traditor. Quivi ghermito

Sassol de’ Mascheron nella Caina

’l Camicion de’ Pazzi ebbe sentito.                                  207

Poscia nell’Antenòra ivi vicina

Tra gli altri dolorosi vide il Bocca

E di Gian Soldanier l’alma meschina,                             210

Ed altri molti ch’ora a dir non tocca,

Siccome l’arcivescovo Ruggieri

Ed il conte Ugolino anima sciocca.                                213

Più oltre andando pe’ freddi sentieri

Spiriti trova nella Tolomea

Giacer riversi ne’ ghiacci severi :                                    216

Quivi raccolta l’alma si vedea

Di Branca d’Oria e di Frate Alberico

Che senza pro de’ frutti si dolea.                                    219

Appresso vede l’avversaro antico

Nel centro fitto; et Juda Scarïotto

E Cassio e Bruto di Cesar nemico                                  222

Nell’infima Giudecca star di sotto.

Quindi pe’ velli del fiero animale

Discendendo e salendo, il duca dotto                           225

Lui di fuor tira da cotanto male

Per un pertugio, onde le cose belle

Prima rivede : e per cotali scale

Usciron quindi a riveder le stelle.                          229

Argumento al «Purgatorio »

Per correr miglior acqua alza le vele

Qui lo autore, e seguendo Virgilio

Pe’ dolci pomi sale e lascia il fele.                                             3

Caton primier fuor dell’eterno esilio

Trovano, e, suo parlare procedendo,

Poi danno effetto al suo santo concilio.                                    6

Su la marina vede discendendo

Nell’aurora più anime sante

E ’l suo Casella; al cui canto attendendo                                 9

Mentre l’anime nuove tutte quante

Givan con lor, rimossi da Catone,

Fuggendo, al monte ne giron avante.                                    12

Incerti quivi della regione

Trovan Manfredi et altri che moriro

Per colpa fuor di nostra comunione                                       15

Cal perder tempo ad equar lo martìro

Alla lor colpa. E quindi ragionando

Del solar corso, gli solve il desiro                                            18

L’alto poeta sedendosi, quando

Vider Belacqua in negligenza starsi.

E già levati verso l’alto andando,                                           21

Buonconte et altri molti in contro farsi

Vider, li quali in fino all’ultim’ora,

Uccisi, a Dio penaro a ritornarsi.                                           24

Quivi Sordel trovâr sol far dimora:

Il qual poi l’aütor molto ha parlato

Contro ad Italia, il gran Virgilio onora.                                 27

Poi mena loro in un vallone ornato

D’erbe e di fior, nel qual cantando addita

A Virgilio Sordello stando allato                                            30

Spiriti d’alta fama in questa vita :

Tra’ quai discesi, il Gallo di Gallura

Riceve l’aütor. Quindi, finita                                                  33

Del dì la luce, vede dell’altura

Due angeli con due spade allocate

Discendere ad aver di costor cura.                                         36

Poscia dormendo, con penne dorate

Gli par che in alto un’aquila ne ’l porti

D’in fino al foco. Quindi, alte levate                                     39

Le luci spaventato, da’ conforti

Fatto sicur di Virgilio, Lucia

Gli mostra quivi loro avere scorti.                                          42

Del Purgatorio gli addita la via:

Dove venuti, qual fosse disegna

La porta e’ gradi ond’a quel si salìa,                                      45

Chi fosse il portinai’, che veste tegna,

E quai fosser le chiavi; e che scrivesse

Nella sua fronte, e che far si convegna                                  48

A chi passa là dentro, poi n’espresse.

E quindi come in la prima cornice

Dichiara con fatica si giugnesse;                                            51

Et intagliata in altra parte dice

Di quella storie d’umiltà verace:

Poi spirti carchi dall’una pendice                                           54

Vede venir cantando et orar pace

Per sè e per altrui, purgando quello

Che ne’ mortai superbia sozzo face:                                      57

Tra’ quali Umberto, et Odorisi ad ello

Appresso, e simil Provenzan Salvani

Piangendo vide sotto il fascio fello.                                        60

Oltre passando pe sentieri strani,

Sotto le piante sue effigïati

Vide gli altieri spiriti mondani.                                               63

Da uno splendido angiolo invitati

Più leggier salgono al giron secondo,

Per che li P l’autor trovò scemati.                                          66

Le alte voci mosse dal profondo

Ardor di carità udîr volanti

Per l’aere puro del levato mondo:                                          69

E, poi che giunti furono più avanti,

Videro spirti accigliati sedere

Vestiti di cilicio tutti quanti,                                                   72

Perchè la invidia lor tolse il vedere:

Guido del Duca, Sapia e Rinieri

Da Calvol truova lì piangere; e vere                                      75

Cose racconta di tutti i sentieri

Onde Arno cade e simil di Romagna:

Quindi altri suon sentiron più severi.                                   78

Et oltre su salendo la montagna,

Da un altro angelo invitati foro,

Parlando dell’orribile magagna                                            81

D’invidia e dell’opposito fra loro;

E di sè tratto andando vide cose

Pacifiche in lo aspetto: nè dimoro                                         84

Fe guari in quelle, che ’n caliginose

Parti del monte entraron, dove l’ira

Molti piangean con parole pietose:                                       87

Quivi gli mostra Marco quanto mira

Nostra potenzia sia, e quanto possa

Di sua natura, e quanto dal ciel tira,                                 90

Appresso usciti dall’aria grossa,

Imaginando vede crudi effetti

Venuti in molti da ira commossa.                                         93

Quivi gl’invìa un angel; per che stretti

Alla grotta amendue a non salire

Dalla notte vegnente fur costretti.                                        96

Posti a sedere incominciaro a dire

Insieme dell’amor del bene scemo

Che ’n quel giron s’empieva con martìre :                           99

Dove, siccome noi veder potemo,

Distintamente Virgilio ragiona

Come si scemi in uno ed altro estremo;                               102

Che sia amor del quale ogni persona

Tanto favella, e come nasca in noi.

L’abate lì di San Zen da Verona                                           105

Con altri assai correndo vede poi;

E con lui parla, e seguel nell’oscuro

Tempo, con altri retro a’ passi suoi,                                      108

Come scorrendo si rifà maturo

D’accidïa l’acerbo. Indi ne mostra

Come, dormendo in su ’l macigno duro,                             111

Qual fosse vide la nemica nostra,

E come da noi partasi; e isdormito

Come venisse nella quinta chiostra,                                      114

Fattoli a ciò da un angelo lo ’nvito.

Quivi giacendo assai spiriti trova,

Che d’avarizia piangon l’acquisito                                       117

In giù rivolti e, perchè non se ’n mova

Alcun, legati tutti; e quivi parla

Con un papa dal Fiesco: appresso prova                             120

L’onesta povertà, ed a lodarla

Ugo Ciapetta induce; i cui nepoti

Nati dimostra tutti atti a schifarla,                                       123

Pien d’avarizia, e d’ogni virtù vôti;

E come poscia contro alla nequizia,

Passato il dì, cantando vi si noti.                                           126

Quindi per tutto novella letizia

lo monte tremare fino al basso

Dimostra, mosso da vera giustizia.                                       129

Qui truova Stazio non a lento passo

Salire in su, al qual Virgilio chiede

Della cagion del tremito del sasso,                                        132

La quale Stazio assegna: indi succede

Il priego suo ancora a nominarsi:

Quindi, come uom ch’a pena quel che vede                        135

Crede, dichiara Stazio avanti farsi

Ad onorar Virgilio, e li fa chiaro

Lui per contrario peccato agli scarsi                                     138

Aver per molti secoli l’amaro

Monte provato. E già nel cerchio sesto,

Parlando insieme, un albero trovaro,                                   141

D’onde una voce lor disse il modesto

Gusto di molti: e più propinqui fatti

Chiaro s’avvider ch’ogni ramo in questo                             144

Arbore è vôlto in giù, e d’alto tratti

Vider cader liquor di foglia in foglia;

E sotto ad esso spirti macri e ratti                                         147

Vider venir più che per altra soglia

Dell’erto monte, e pure in su la vista

Alli pomi tenean, che sì gl’invoglia.                                      150

Così andando in fra la turba trista,

Raffigurollo l’ombra di Forese:

Con lui favella; e della gente mista                                       153

Più riconobbe, e tra gli altri il lucchese

Bonagiunta Orbiccian: poi una voce

All’arbore appressarsi lor difese.                                           156

Un angel quindi al martìro che coce

Gl’invita: ed essi, per l’ora che tarda

Era, ciascun n’andava su veloce,                                           159

Mostrando Stazio a lui, se ben si guarda

Nostra generazione, e come l’ombra

Prenda sembianza di corpo bugiarda                                   162

E come sia da passione ingombra:

E sì andando pervennero al foco,

Prima che santo monte facesse ombra.                                 165

Lungo il qual trapassando per un poco

D’un sentieruolo udir voci nemiche

Al vizio di lussuria: ed in quel loco                                        168

Più anime conobbe che impudiche

Furon vivendo; e Guido Guinicelli

Gli mostra Arnaldo in sì aspre fatiche.                                  171

Ma, poi che s’è dipartito da elli,

A trapassar lo foco i cari duci

Confortan lui, ch’a pena in mezzo a quelli                           174

Il trapassò. Di quindi alle alte luci

Salir l’invita un angel che cantava,

Pria s’ascondesser li raggi caduci.                                        177

Vede nel sonno poi Lia che s’ornava

Di fior la testa, cantando parole

Nelle quali essa chi fosse mostrava.                                       180

Quindi levato nel levar del sole,

Virgilio di sè stesso il fa maestro,

Sul monte giunti, e può far ciò che vuole.                             183

Venuti adunque nel loco silvestro,

Trova una selva, ed in quella si spazia

Su per lo lito di Lete sinestro.                                                 186

Vede una donna, che a lui di grazia

Parla e con verissime ragioni :

Del fiume il moto e dell’aura lo sazia.                                   189

Di quinci a vie più alte ammirazioni

Venuto, sette candelabri e molte

Genti procedere in carro, i timoni                                          192

Del qual traeva coll’ale in su volte

Un grifon, d’oro, quanto uccel vedeasi,

L’altro di carne; e alle cui rote accolte                                    195

Da ogni parte una danza moveasi

Di cento donne; e nel mezzo Beatrice

Del tratto carro splendida sedeasi.                                         198

Da così alta vista e sì felice

Percosso, da Virgilio con Istazio

Esser lasciato lagrimoso dice.                                                 201

Appresso questo, non per lungo spazio,

Con agre riprension la donna il morde

Senza aver luogo a ricoprir mendazio.                                  204

Per che le sue virtù quasi concorde

Li venner meno e cadde, nè sentisse

Pria ch’alle sue orecchia ad altro sorde                                 207

Pervenne ‒ Tiemmi: ‒ onde, anzi ch'egli uscisse,

Da una donna tratto per lo fiume,

L'acqua convenne che egli inghiottisse.                                 210

Poi quattro donne secondo il costume

Di loro il ricevettero, e menârlo

Di Beatrice avanti al chiaro lume.                                          213

Qual li paresse il suo viso, pensarlo

Ciascun che 'ntende può, poi la virtute

Gli mancò qui di poter divisarlo.                                            216

I casi avversi appresso e la salute

Della Chiesa di Dio sotto figmento

Delle future come delle sute                                                    219

Cose disegna. Poi il cominciamento

Di Tigri e d'Eufrate vede in cima

Del monte; e con Matelda va contento                                  222

E con Istazio ad Eunoè prima;

D'onde bagnato e rimenato a quelle

Donne beate, finisce la rima,

Puro e disposto a salire alle stelle.                                   226

Argumento al « Paradiso »

La gloria di colui che tutto move

In questa parte mostra l'aütore

A suo poder, qual'ei la vide e dove.                                           3

Et invocato d’Apollo l’ardore,

Di sè incerto retro a Beatrice

Pe raggi se ’n salì del suo splendore                                         6

Nel primo ciel: là onde a ciascun dice

Men sofficiente, che retro a sua barca

Più non si metta fra ’l regno felice.                                           9

E, mentre avanti cantando travarca,

De’ segni della luna fa quistione

Alla sua guida; e quella se ne scarca.                                        12

Poi c’ha udito la sua openione,

E premettendo alcuna esperïenza

Chiaro ne ’l fa con aperta ragione;                                            15

Piccarda vede, e della sua essenza

Nel primo cielo per manco di voto

Con lei favella. E della sua presenza                                         18

Partita, Beatrice a lui divoto

Qual vïolenza il voto manco faccia

Distingue ed apre, e simil gli fa noto                                        21

Perchè paian li cieli aprir le braccia

A diversi diverso, e come sièno

Però presenti alla divina faccia.                                                 24

Quindi, con viso ancora più sereno,

Se sodisfare a’ voti permutando

Si possa o no, a lui dichiara a pieno :                                        27

E nel ciel di Mercurio ragionando

Veloci passan. Lì Giustinïano

Prima di sè sodisfà al dimando;                                                30

Appresso, quanto l’imperio romano

Sotto il segno dell’aquila facesse

Gli mostra in parte; e poi a mano a mano                                33

Parlando seco volle ch’el sapesse

Romeo in quella luce glorïarsi,

Che fe quattro regine di contesse.                                             36

Induce poi Beatrice a dichiararsi

Come giusta vendetta giustamente

Fosse vengiata: e quindi trasportarsi                                        39

Nel terzo ciel, veggendo più lucente

La donna sua, s’avvide. Ivi con Carlo

Martel favella, il quale apertamente                                       42

Gli solve, che il mosse a dimandarlo,

Come di dolce seme nasca amaro:

Quindi Cunizza viene a visitarlo,                                             45

E del futuro alquanto gli fa chiaro

Sovra i Lombardi; e con Folco favella,

Che gli mostra Raab. Indi montaro                                         48

Nella spera del sole, ove una bella

Danza di molti spiriti beati

Vede far festa e nel girarsi isnella :                                            51

De’ quai gli furon molti nominati

Da Tommaso d’Aquin, che di Francesco

Molto gli parla e poi degli suoi frati.                                         54

Poi scrive un cerchio sovraggiunger fresco

A questo, e ’n quel parlar Bonaventura

Da Bagnoregio e del Calagoresco                                             57

Domenico nel qual fu tanta cura

Della fè nostra e dell’orto divino

Quanta mai fosse in altra creatura.                                          60

Poi ricomincia Tommaso d’Aquino

Com’egli intenda — Non surse il secondo

Da Salamone, e con chiaro latino                                             63

Gliele dimostra; et un lume secondo

L’accerta lor, più lieti e più lucenti

Come i lor corpi rïavran del mondo.                                        66

Quindi nel quinto ciel di luculenti

Spiriti vede una mirabil croce:

Della quale un de’ suoi primi parenti                                       69

Li fa carezze; e con soave voce

Gli si discuopre; e mostra quale stato

Fiorenza avesse, quando nel feroce                                          72

E labil mondo fu da pria creato;

Quindi le schiatte più di nome degne

Nomina tutte, da lui dimandato;                                              75

Poi li fa chiare le parole pregne

Di Farinata e ’n Purgatoro udite,

A lui mostrando del futuro insegne;                                         78

Appresso ancor con parole spedite

Gli nomina di quei santi fulgori

Josue, Juda, Carlo, e più scolpite                                               81

Da lui nel nominar per li splendori

Cresciuti. E quindi nel Giove se ’n sale,

Dove un’aquila fanno i santi ardori                                          84

Di sè mirabile e bella: la quale

Gli solve il dubbio, d’un che nato sia

Su lito senza udire o bene o male                                             87

D’Iddio, mostrando quel che di lui fia;

Quindi Davit e Traiano e Rifeo

Gli mostra ed altri in la sua luce dia;                                        90

Poi il chiarì d’un dubbio, che si feo

In lui, de’ due che appaion pagani

Nel primo aspetto. Quindi uno scaleo,                                     93

Salito nel Saturno, di sovrani

Lumi ripien discerne, onde altro scende

Ed altro sale; e con Pier Damïani                                              96

Ragiona lì, e qual quivi risplende

Gli parla e noma più contemplativi

Quel Benedetto onde Casin dipende.                                        99

Sal nell’ottavo ciel poscia di quivi;

E nel segno de’ Gemini venuto,

Le sette spere ed i corpi passivi                                                 102

Si vede sotto i piè. Poi conosciuto

Cefas, sua fede e suo creder confessa,

Da lui richiesto, a lui tutto compiuto.                                       105

Con voce appresso luculenta e spressa

Il baron di Galizia la speranza

Dice che è e che spetta con essa.                                               108

Indi venire a così alta danza

Giovanni mostra, il qual del corpo morto

Di lui in terra il cava d’ogni erranza:                                        111

Poi seguitando, al suo dimando accorto,

Che cosa sia la carità, risponde,

E qual da lei gli procedea conforto.                                          114

Appresso scrive come alle gioconde

Luci s’aggiunse quel padre vetusto

Che prima fu da Dio creato, e d’onde                                       117

Tutti nascemmo, e per lo cui mal gusto

Tutti moiamo; il qual del suo uscire

Là onde posto fu, e quanto giusto                                             120

In quello stesse, e quando il gran disire

Di quella gloria avesse, e la dimora

Quanto fu lunga lì dopo ’l fallire                                               123

Gli conta, ed altre cose. Indi colora,

Quasi infiammato, il vicario di Dio

Contr’a’ pastor che ci governan ora.                                       126

Poi come nel ciel nono su salìo

Descrive, dove l’angelica festa

In nove cerchi vede: il suo desìo                                                129

Di lor natura lì li manifesta

Con sermon lungo assai mirabil cose

E della turba che ne cadde mesta.                                            132

Poi vede le milizie glorïose

Del nuovo e dell’antico testamento,

Che bene oprando a Dio si fero spose                                       135

Nel ciel più alto sovra il fermamento,

Dove ’l solio d’Enrico ancor vacante

Discerne. E quivi lui che stava attento                                      138

A riguardar le creature sante

Lascia Beatrice, ed in loco di lei

Bernardo collo sguardo il guida avante.                          141

Dove, poi che fatt’ha orazione a lei

Cui seder vede dove la sortiro

Li merti suoi, gli è mostrata colei                                              144

Che sposa antica fu del primo viro,

Rachel, Sara, Rebecca, e ’l gran Joanni

Che pria il deserto e poi provò il martìro.                               147

Appresso poi in più sublimi scanni

Francesco et Augustino e Benedetto

E quei che trapassâr ne’ teneri anni                                          150

Vede; de’ quali il dottor sopradetto,

Dico Bernardo, ragionando, ad ello

Caccia ogni dubbio fuor del suo concetto.                               153

Quindi lo Santo grazïoso e bello

Più ch’altro di Maria gli mostra il viso,

E davanti da lei quel Gabrïello                                                  156

Che ’l decreto recò di paradiso

Della nostra salute, tanto lieto

Che qui per non poter ben no ’l diviso.                                     159

Onesto l’uno e l’altro e mansueto,

Adamo e Pietro, e poi il vangelista

Joanni lì seder vede repleto                                           162

D’alta letizia; e quivi il gran legista

Moïsè vede e poi Lucia e Anna;

E punto fa alla gloriosa vista.                                                    165

Appresso, a ciò che la divina manna

Discenda in lui e faccial poderoso

A veder ciò per che ciascun s’affanna,                                      168

Umile quanto può, nel grazïoso

Cospetto della madre d’ogni grazia,

Insieme col dottor di lei focoso,                                                 171

Orando priega che la vista sazia

Del primo amor gli sia; e per lo lume

Che senza fine profondo si spazia                                             174

Ficca degli occhi suoi il forte acume:

Poi, disegnando quanto ne raccolse,

Termine pone al suo alto volume;                                             177

Mostrando come in quel tutto si volse

L’alto disìo et alle cose belle,

E come ogni altro appetito gli tolse

L’amor che muove il sole e l’altre stelle.                           181

SOPRA LA LETTURA
DELLA « DIVINA COMMEDIA
CH’EI FECE NEL MCCCLXXIII

 Se Dante piange, dove ch’el si sia,

Che li concetti del suo alto ingegno

Aperti sieno stati alvulgo indegno,

Come tu di’ della lettura mia;                                                    4

 

Ciò mi dispiace molto, nè mai fia

Ch’io non ne porti verso me disdegno;

Come che alquanto pur me ne ritegno,

Perchè d’altrui non mia fu tal follìa.                                         8

 

Vana speranza e vera povertade

E l’abbagliato senno degli amici

E gli lor preghi ciò mi fecer fare.                                             11

 

Ma non goderan guar di tal derrate

Questi ingrati meccanici nimici

D’ogni leggiadro caro adoperare.                                           14

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 09 settembre 2011