Giovanni Boccaccio

Caccia di Diana

Edizione elettronica di riferimento

Giovanni Boccaccio, Opere minori in volgare, a cura di Mario Monti, Milano, Rizzoli 1969

Canto I

Nel tempo adorno che l'erbette nove

rivestono ogni prato e l'aere chiaro

ride per la dolcezza che 'l ciel move,

sol pensando mi stava che riparo

potessi fare ai colpi che forando

mi gian d'amor il cuor con duolo amaro;

quando mi parve udir venir chiamando

un spirito gentil volando forte:

"Donne leggiadre" in voce alta gridando,

"venite omai, venite alla gran corte

dell'alta iddea Diana, che elette

v'ha in Partenopè per sue consorte".

E poi ch'egli ebbe tre fiate dette

queste parole, sanza più voltare,

a una a una chiamandole ristette.

E, se non m'ingannò 'l vero ascoltare

che far mi parve, Zizzola Barrile

la prima fu ch'io gli senti' chiamare;

poi Ciancia l'altra, nobile e gentile,

Cecca Bozzuta e poi Principessella

Caracciola e Letizia Moromile,

de' Gattoli Berarda con Linella,

Beritola Carafa, e 'n compagnia

degli Scrignar Mignana ed Isabella,

e Isolda di Giaquinto e Lucia

Porria e Berita e Caterina

de' Brancazzi e de' Melii Maria.

E seguitò Caterina Pipina

e Sobilia Capece; e chiamò Fiore

Curial bella, di colei vicina,

Verdella di Berardo e Biancifiore

de' Caffettini e Ceccola Mazzone

ed Alessandra d'Anna con valore.

Caterina di Iacopo Roncione

chiamò, e Caterina Caradente;

poi la Crespana seguì nel sermone

e di Bolin Caterina piacente

e Caterina di Serpando, e poi

Caterina Fellapan similmente.

Giovannola de' Coppoli ampoi

si chiamò e la Lucciola dop'essa,

e Fiore Canovara ne' dir suoi

chiamò appresso, e oltre con lor messa

de' Gambatelli Vannella fu ancora,

come intesi nella voce espressa.

Ma quella donna cui Amore onora

più ch'altra per la sua somma virtute,

che tutte l'altre accresce e rinvigora,

fu l'ultima chiamata, e per salute

dell'altre, quasi com'una guardiana,

avanti gio per guidarle tute:

e 'n compagnia del messo di Diana,

che più non ne chiamò (né nomò lei,

perché a suo nome laude più sovrana

si converria, che dir qui non potrei)

sen gì in parte ov'io le seguitai

con l'altre insieme, infin ch'io discernei

ciò ch'elle fer, come appresso udirai.

Canto II

In una valle non molto spaziosa,

di quattro montagnette circuita,

di verdi erbette e di fiori copiosa,

nel mezzo della qual così fiorita,

una fontana chiara, bella e grande,

abbondevole d'acqua, v'era sita;

e l'acqua che superflua si spande

un rivo fa che tutte l'erbe bagna,

poi n'esce fuor da una delle bande:

d'albori è piena ciascuna montagna,

di frondi folti sì ch'a pena il sole

tra essi può passar nella campagna:

diversi uccelli cantan lor carole

sopr'essi, e quivi un'aura sottile

move le frondi, come mover sole

nel tempo estivo zefiro gentile,

quando il calor diurno più non sale,

ma quando fa, calato, l'aere umile:

caprii, lupi ed ogni altro animale,

orsi e leon si trovano in quel loco,

e qualunque altro che più o men vale:

quivi Diana, che 'l tiepido foco

ne casti petti tien, ricolse quelle

che invitate furono al suo gioco.

Poi comandò che esse entrasser nelle

chiarissime onde e de' freschi liquori

lavando sé si rifacesser belle.

E poi, come a lei piacque, uscite fori

si rivestir di purpurea veste,

inghirlandate d'uliv'e di fiori

Diana quattro parti fé di queste,

ed alla bella donna disse: "Andrai

sopra 'l monte a meriggio con coteste

e tu, Isabella, al ponente sarai,

e Fiore a tramontana; ed alla caccia

ciascuna pensi di valere assai".

E, dati i cani e Forti reti d'accia,

girfalchi, astori ed archi con saette

e spiedi aguti che' cinghiari impaccia,

quelle che ella avea per sé elette

(cioè Cecca Bozzuta e Caterina

Fellapane, con le qua' poi seguette

insieme Biancifiore Caffettina,

la Crespana e Catrina Caradente

e quella di Serpando e la Pipina,

e Marella Melia similemente)

sopra 'l più picciol monte se n'andaro,

ch'era disteso verso l'oriente.

Quivi la caccia prime incominciaro

le quattro sopra 'l monte, e l'altre al basso

avevan fatto con reti riparo,

acciò che nulla fiera ad alcun passo

lor potesse fuggir sanza esser presa

o ferita da' ferri del turcasso.

Poi passar dentro, e ciascheduna intesa

andava per la selva, riguardando

per l'altrui danno e per la lor difesa,

sì, come segue, con senno cacciando.

Canto III

Aveva Diana nella man sinestra

un arco forte, noderoso e grosso,

tal che daria fatica ad ogni destra,

e nel cacume del monte rimosso

gia con Cecca Bozzuta, che portava

la sua faretra piena dietro al dosso.

E dietro ad un macchion s'ascose, e stava,

fin ch'ella vide un capriol venire,

che un can, che lasciò Cecca, cacciava.

L'aprir l'aspro arco e 'l cavriuol ferire

in un momento fu, ond'e' si fisse,

e quivi cadde e non poté fuggire.

Diana volta a Cecca allora disse:

"Quando discenderemo il prenderai,

e siesi tuo"; e Cecca nol disdisse.

Ma alla Pipina, disiosa assai

con la Crespana: "A prender delle fiere",

disse, "da questa parte te n'andrai",

(e a sinistra le mostrò un sentiere)

"ed io terrò di qua, e, quando sente

fremir le frasche, ascia il tuo levriere".

Così divise andavan pedetente,

ogni cespuglio con l'occhio cercando,

co' cani appresso, al loro officio attente.

Ma guar non erano ancor ite, quando

due lepri si levar correndo forte,

non di lunge da loro, al monte andando.

Di queste fur le giovinette accorte,

e l'una all'altra gridò: "Lascia i tuoi!

non possono scampar che non sien morte".

"Ciuffa!" gridando, ciascheduna i suoi

lasciò, correndo dietro a' passi loro,

fin che, presa la preda, stetter poi.

A picciol passo poi dopo costoro

veniva Caterina Caradente,

guardando un porco, che' can di coloro

avean levato, e sé tacitamente

dietro ad un alber pose, e ver di lui

uno spiedo drizzò lungo e tagliente.

Di squama pien, furioso costui

venia, da' can d'ogni parte addentato,

ed infiammato di nuocere altrui;

e nello spiedo a lui innanzi parato

ferì con rabbia sì che vi rimase

da una parte in altra trapassato.

Biancifior Caffettina, che ispase

avea le reti insieme con Catella

a piè del monte, fieramente invase

tre gran cerbi cornuti, che in ella

incappati eran dalli can cacciati,

e con loro a pigliarli fu Marella

de' Melii; e poi che fur pigliati,

voltate a di Serpando Caterina,

che 'ntorno al monte co' cani affannati

era gita di 'nfin dalla mattina

sanza aver presa fiera e nella valle

che tra l'un monte e l'altro si declina,

seguiro un lupo, e nelle dure spalle

Caterina gittò col suo forte arco

una saetta che impedì il suo calle;

e questo preso ritornaro al varco.

Canto IV

La bella donna, il cui nome si tace,

con un'aquila in man prese la via

su per lo monte ch'al mezzodì giace.

Zizzola e Ciancia menò in compagnia,

e dopo queste la Principessella;

Beritola Carafa le seguia

e Berita Brancazzi gia con ella,

e Sobilia Capece con Berarda

e Caterina a Berita sorella.

Ciascuna presta, gioconda e gagliarda,

cantando andavan di dietro a colei

che nel viso d'amor sempre par ch'arda.

Non fu salita molto alto costei,

ch'a sé lontano vide uno animale

fiero ed ardito e presto sopra i piei.

Acciò nuocer potesse né far male,

sé e le sue ritrasse in salvo loco

e l'aquila lasciò, le cui fort'ale

la trasportaron quasi infino al foco,

e poi, rivolta in giù, venia rotando

e discendendo sé a poco a poco.

Fra gli albori e le frondi folgorando,

percosse quella sì ferocemente,

che dal capo alla coda laniando

l'andò la pelle con l'unghion tagliente,

e risalita ancor la riferio

un'altra volta vie più fieramente.

La variata lonza, che sentio

fieri colpi, in terra si distese

e quivi dibattendosi morio.

La bella donna il forte uccel riprese

ed alla lonza trasse il caldo cuore

e l'aquila pascé; e poi discese

del monticel, faccendo un gran romore

Zizzola e Ciancia, e dicean: "Piglia, piglia!",

dietro ad un bianco cervio, che di fore

d'un cespuglio fuggiva a maraviglia

per molti can che dietro si sentia,

de' qua' ciascuno a prenderlo si spiglia.

Ma Ciancia, che conobbe la sua via,

traversò il monte e riuscigli appresso

sopra uno balzo ove 'l monte finia;

e poi ch'ell'ebbe all'arco lo stral messo,

ch'ella portava in mano, apersel forte,

e lui ferì in quello punto stesso.

Quivi, vermiglio ritornato, a morte

ferito si sentì, né più potero

portarlo avanti le sue gambe accorte.

Zizzola si tornò per lo sentiero

e richiamando i can sonava un corno,

fin che di loro il numero ebbe intero.

Così andando e mirandosi intorno,

due volpi vide, e ciascuna fuggendo

andava a fare a sua cava ritorno.

Tanto le gio Zizzola seguendo,

che prese quelle e ver la donna onesta

se ne tornò, di questo in sé ridendo;

e quella ancor di ciò si fece festa.

Canto V

Beritola Carafa infra la folta

e dilettevol selva con un arco

s'andava, pian dicendo: "Ascolta, ascolta!"

a Sobilia Capece, "ché al varco

mi par le frasche dimenar sentire

e a'cani far grandissimo rammarco.

Voltianci là; ché, se nel mio udire

non prendo inganno, alcuna bestia fia,

che di leggiere la potren ferire".

Non disser più; ma, subito la via

presa, pervenner là dove 'l rumore

avean sentito ciascheduna pria.

Quivi trovaro pieni di furore

due orsi grandi e negli occhi focosi,

tal che ciascuna n'ebbe allor tremore.

Ma Beritola pria rassicurossi,

e, amettendo i can, della faretra

trasse saette e alquanto allungossi

e l'un ferì; ma quanto in una petra

v'entrò il ferro, ed ella l'altra trasse,

ma quella come l'altra ancor s'arretra.

Parve ch'allor Beritola sdegnasse,

insieme con Sobilia, e adirorsi

non potendoli avere, ed eran lasse.

Le cocche de' loro archi in man voltorsi

e d'ira accese più s'assicuraro

e più si fer vicine all'un degli orsi,

e 'n sulla testa sì forte i donaro,

che cadde semivivo; e l'altro poi

con più vigore i lor cani addentaro.

Ciascuna con romore atava i suoi,

fin che 'l secondo, da' cani abbattuto,

presero, e se n'andar con ambeduoi.

Principessella, quantunque era suto

del giorno, tanto con reti e con arte

aveva un leoncel prender voluto;

ma non l'avea potuto ancora in parte

col senno suo recar, sì che si fosse

punto incappato nelle reti sparte.

Sottile avviso subito la mosse

e prese un cavriol dall'altre preso:

morto 'l gittò nelle 'nretite fosse.

Vide quel cavriol morto disteso

il leoncello nella fossa stare;

corsevi allor, da fame forse offeso,

e cominciò del caprio a mangiare;

ma quella accorta tirò sì le reti,

che quivi preso li convenne stare.

Non li giovò perché in que' pareti

mugghiasse forte; ché 'ngegnosamente

ella il legò con sembianti lieti.

Alla donna gentil ne fé presente,

dicendo: "Te', più ch'altra valorosa!";

e quella il prese graziosamente.

Ma Berarda avea fatta nuova cosa,

ché con suoi bracchi ben sei spinosi

aveva presi, e 'n grembo, paurosa

non la pungesser, li portava chiusi.

Canto VI

Caterina Brancazza e la sorella,

quasi nel luogo del monte più alto

giva ciascuna baldanzosa e snella,

e due tigre leggere, che di salto

forte fuggivan, salendo trovaro,

alle quali esse e i can dieron l'assalto.

Per lungo spazio queste seguitaro

ma alla fin le presero i can loro,

perché in tese reti elle incapparo.

Gioconde si tornaron poi costoro,

liete di preda tanto nominata

qual quella fu che fu presa da loro.

Isabella Scrignara e sua brigata

(con la qual giva Ceccola Mazzone

con la Mignana insieme accompagnata,

Isolda ancor di Giaquinto vi fune,

Vannella Gambatella e Caterina

figlia di notar Iacopo Roncione,

e con loro Alessandra) s'avvicina,

e simil fa Linella, verso il monte

ch'all'occidente i suoi vallon declina.

Ceccola prima con ardita fronte

prese il cammin, né ristette giammai

fin che su la portar le gambe pronte.

Ed eravi già istata suso assai,

chiamando le compagne e rimirando

s'alcuna fiera fosse fra que' mai;

e un fiero cinghiar, che riposando

si stava, in una macchia vide fitto,

forse cacciato, inverso lei guardando.

Andonne questa a lui tutto diritto,

e 'n sulla testa il ferì d'una scure

sì forte che morì sanza respitto.

Mignana ed Isabella nelle dure

piagge avean tese reti e gian dintorno

frugando con baston le grotte oscure.

Con esse era Vannella; ed in quel giorno

preser conigli assai e lepri grosse,

e 'ndietro si tornar sonando un corno.

Ma Isolda di Giaquinto percosse

sì forte un lupo da due can tenuto

con un baston, che mai più non si mosse.

Ma dopo, sé rivolta, ebbe veduto

un altro con due figli; onde a gridare

incominciò: "Compagne, aiuto, aiuto!".

Linella corse là, sanza più stare,

con due gran cani e con un arco in mano,

e Alessandra ancor vi volle andare.

Aperse l'arco quella e non invano:

ché l'un de' tre ferì sì che rimase,

e' cani assalir l'altro a mano a mano.

Fuggissi il terzo, e Alessandra invase

con uno spiedo in man quel che tenieno

i can feroci per l'orecchie rase,

e quasi morto già fra lor l'avieno;

questa il condusse a fine, e, preso lui,

con le compagne insieme sen venieno

per pigliar posa degli affanni sui.

Canto VII

Fior Curial guidava altra compagna,

delle qua' parte il monticel saliro

e parte ne rimase alla campagna.

Quelle che lei, sagliendo, seguiro

fur queste: pria Letizia Moromile

e Lucia Porria fu, e con disiro

Fior Canovara di dietro seguile;

ed il primo animal ch'elle scontraro

un leocorno fu, non miga vile.

I cani arditamente il seguitaro,

guardando sé dal suo aguto corno,

al cui ferir non aveva riparo.

Più volte s'aggirò il monte intorno:

né saetta né correr ci valea

che prender si potesse l'unicorno.

Fior Curiale, che d'ira dentro ardea,

l'altra Fior prese e vestilla di bianco,

e disse: "Fa che tu in sul monte stea

senza paura, e con spetto franco

con questa fune lega l'animale,

che verrà a te quando sarà istanco.

Né dubitar di lui, ché non fa male

per tempo alcuno ad alcuna pulcella,

ma stassi con lei, tanto gli ne cale".

Salivvi Fior, sì come disse quella,

e, per ispazio lungo lui cacciato,

quivi aspettò tanto che venne ad ella.

Temette quella prima, fin ch'allato

colcar sel vide, e poi rassicurossi

e tosto con la fune ebbel legato.

Fior Curiale allora rallegrossi

veggendol preso, e l'altre insiememente;

e' passi loro in altra parte mossi,

cominciaro a seguir velocemente

due cerbi grandi, i quali, avviluppati

le corna a' rami, preser tostamente.

Né gli avean quasi i cani ancor lasciati

che per la selva si sentì un fracasso

di fieri porci da altrui cacciati.

Rami e frondi rompeano nel trapasso,

forte rugghiando, superbi e squamosi,

ansando sì che ciascun parea lasso.

A quel romore Letizia voltossi

con uno spiedo in mano, e lasciò gire

la maggior parte d'essi furiosi;

ma l'ultimo di questi, che venire

vide, aspettò ad un alber fermata,

in parte che 'n lo spiedo il fé ferire.

Di dietro a questo forse una tirata

d'arco venivan cani, ond'e' fu preso;

e tosto all'altre con el fu tornata.

Verdella di Berardo, che asceso

non avea 'l monte, ma rimasa s'era

con sue compagne al pian d'acqua difeso,

con un falcone in mano alla riviera

si stava, e Caterina di Bolino

con un girfalco; e con esso loro era

la Lucciola, seguendo il lor cammino.

Canto VIII

Andando queste intorno al fiumicello,

e Giovannola Coppola con loro,

per far levar malardo o altro uccello,

del lito si levò sanza dimoro

una gran gru e volando salio

tanto ch'a pena la vedean costoro.

Ma il girfalco tosto la seguio,

e più presto di lei salito ad alto,

in giù volando, forte la ferio.

Né cadde però quella al verde smalto,

ma, ripigliato vol, più prestamente

si dipartia per cessar l'altro assalto.

Ma il fuggir non le giovò niente,

ché la seconda volta fu ferita,

ben ch'ella sostenesse fortemente.

E, pur ripreso il volo, fu salita

più alta che non era assai in prima,

tanto ch'agli occhi d'elle fu smarrita.

Era 'l girfalco in parte più sublima

di quella assai, e, riferita' lei,

la pinse in parte vie troppo più ima;

poi ritornato ancor sopra costei,

in sul groppone i forti artigli fisse

e giù discese in piè con esso lei.

Presa la preda Caterina sfisse

sanguinosi unghioni lui pascendo,

allegra in sé delle passate risse.

In questo mezzo Verdella, vedendo

levati più malardi, lasciò gire

il suo falcon, con l'occhio lui seguendo.

E' cominciò quanto poté a fuggire,

poi, rivoltato in giù veloce venne,

e un per forza ne corse a ferire.

Non gli rimase in sulla schiena penne

né pelle che non fosse laniata;

e con gli unghion fortemente il ritenne.

Tirollo giù sanza far ritornata

in su per più ferir, perché già morto

l'aveva pur nella prima calata.

Verdella corse là con atto accorto,

riprese quello e recollosi in mano;

e a cintola il malardo s'ha attorto.

La Lucciola e Giovannola nel piano,

sopr'un braccio del chiaro ruscelletto,

tese avean reti, e non miga in pantano.

E ciascheduna in mano un bastonetto

portava, l'acque dintorno frugando,

talor toccando di quel fiume il letto,

e con voci alte talora gridando,

con diversi atti, acciò ch'uscisser fuori

gli uccei ch'ascosi gian per l'acqua andando.

Un marangon, che prima a' lor romori

uscì dell'acqua, nelle reti preso

fu, ch'elle tese avean tra l'acque e' fiori.

Un paolino ancora vi fu offeso;

malardi ed altri uccelli, i qua' contare

lungo sarebbe in ordine testeso,

vi preser, sì con senno sepper fare.

Canto IX

Mentre con gli occhi fra le verdi fronde

mirando giva la caccia, che 'n esse

talor si mostra e talor si nasconde,

convenne che altrove mi volgesse

per nuovo suon ch'agli orecchi mi venne,

che lo 'ntelletto a sé tutto riflesse;

né 'l mio veloce sguardo si ritenne

fin ch'a quel loco, dond'erano entrate

le prime donne, subito pervenne.

E quivi vidi con difficultate,

per lo spazio lontan, gran gente entrare

dentro dal pian dell'erbette bagnate.

E 'l suon de' corni e de' can l'abbaiare

e 'l romor loro facean quella valle

tutta mirabilmente risonare.

Io mi ristrinsi tutto nelle spalle,

credendo nel pensier ched altra gente,

forse malvagia, fosse per quel calle.

Ma poi che l'occhio più agutamente

ficcai fra loro, conobbi che era

di donne compagnia bella e piacente.

E come a me quell'amorosa schiera

si fisse appresso, ch'io potea vedere

apertamente ciascuna chi era,

tututte le conobbi al mio parere,

e 'mmaginai che poi chiamate foro

che l'altre, che cacciavano a potere.

Venute allato alla fonte, costoro

stavan sospese al cacciare, ascoltando;

ma così cominciò una di loro:

"Chi va per questi monti ora cacciando?".

La Lucciola rispuose, ch'era presso,

sopra la chiara riva, al suo dimando.

Come ella questo udio, disse: "Adesso

dubitavam noi forte che nel loco

altri non fosse, come suole spesso

addivenire", e sé ritrasse un poco

da parte; Cecca e Zizzola Fagiana,

belle nel viso d'amoroso foco,

chiamò, ancora Vannella Bolcana,

Lariella Caracciola e Serella

Brancazza, nello aspetto umile e piana.

E questa che chiamava fu Marella

Caracciola, e con loro al parer mio

vi fu ancora d'Arco Peronella.

Disse Marella allora: "Il mio disio

è di cacciar fra questi luoghi stretti";

a cui ciascuna disse: "Sì voglio io!".

E 'nver levante per le belle erbette

preser la via, guernite a quella guisa

che fa mestieri a sì fatti diletti.

Fatta dall'altre dovuta divisa,

gì, ed io torsi l'occhio e lascial'ire

a veder che dall'altre si divisa.

E vidi là cominciare a salire

al mezzodì Iacopa Aldimaresca,

e a cinque altre la vidi seguire,

ciascuna inghirlandata d'erba fresca.

Canto X

Quella ch'avante all'altre la seguiva

mi par ch'era Marella Passerella,

a cui Gostanza Galeota giva

di dietro e Mariella Piscicella;

Dalfina di Barasso ancora v'era,

e dopo lei de' Brancazzi Vannella,

salendo per la nuova primavera.

Ma a quel monte ch'è inver ponente

si dirizzava più piacente schiera;

ch'io vidi all'altre andar principalmente

Zizzola Faccipecora, la quale

vidi seguir, se ben mi torna a mente,

ardita assai Tuccella Serisale,

e Biancola Carafa dopo lei

con Caterina, nello andare eguale.

Veniva appresso di dietro a costei

Giacopella Embriaca, e dell'Acerra

Tanzella graziosa conoscei.

Ma, se la mia memoria non erra,

Catrina Sighinolfi alla campagna

si volse rimaner, pigliando terra;

a cui Covella d'Anna s'accompagna

e Mitola Caracciola e Berita

Galeota e Zizzola d'Alagna:

Covella d'Arco ancor v'era, fornita

di buono uccel ciascuna, e se n'andaro

all'altre che nel luogo avean partita.

Marella e l'altre ardite incominciaro

la caccia forte dietro ad un castoro,

che nel vallon, dove giro, trovaro.

Ma Vannella Bolcana fra costoro

più presta fu con buon can seguitando,

per ch'ella 'l prese prima di coloro.

E mentre che l'andavan si cercando,

Mariella si fisse ed ascoltava

che fosse ciò ch'ell'udiva mugghiando.

E quanto più nella foresta entrava

più il mugghiar vicin li si faceva,

di ch'ella forte si maravigliava.

Né conoscer di lor nulla poteva

ciò che là fosse; ma Serella disse

ch'uno olifante udir le pareva

giacere in terra: onde ciascuna fisse

il passo dubitando, e dilivrarsi

per gire ad esso, che che n'avvenisse.

E come alquanto ver quello appressarsi,

giacendo in terra lo videro stare,

né si poteva in modo alcun levarsi.

Cessossi allor da loro il dubitare,

e correndoli sopra con la scure

lance e saette 'ncominciargli a dare.

Ucciso quel, ritornaron sicure,

ed a Marella presentar la testa,

che lor guida era nelle vie oscure.

Quella ne fece mirabile festa,

dicendo: "I cacciator, ch'ebbero affanno

con loro ingegni forse a prender questa,

trovandola esser presa si dorranno".

Canto XI

Di frondi coronata, in mezzo cinta,

col corno al collo e col turcasso allato,

di bellezza piacevole dipinta,

e con un arco insieme accompagnato

con due saette, sen giva Marella,

con gli occhi ognor faccendo nuovo agguato;

e 'n simil forma seguiva Serella,

quando trovar le reti, onde già tratti

li cerbi avien Biancifiore e Catella:

le qua' prestar si fenno, e ne' burratti

di que' luoghi più folti le spiegaro,

in guisa ch'assa' tosto vi fur catti

ben quattro cervi, i qua' poi saettaro,

perché non ne potean nessun pigliare;

e di quel luogo seco glien portaro.

Ma Peronella faceva un gridare

dietro a due can ch'un capriol seguieno,

che tutto il bosco facean risonare;

e questo appena quelli giunto avieno,

che ella sopraggiunse e lui ferio,

da lui cacciando li can che 'l tenieno.

E Zizzola Fagiana, con disio,

con Cecca insieme due n'avevan presi

e 'n collo li recavano, quand'io

forte gridare: "Piglia, piglia!" intesi

di dietro a me: per ch'io mi rivoltai

subito al pian, dov'io vidi discesi

tre gran cinghiar, de' quali io dubitai,

fiata fu; ma più di venti cani

dietro lor vidi, ond'io m'assicurai.

E dietro a questi, con piene le mani

di archi e di saette, correr vidi

tre donne preste con tre grandi alani,

lasciando que' con altissimi gridi,

com'io già dissi, e sopra que' giro

feroci assai; né in prima m'avvidi,

che Vannella Brancazza con disiro

vidi discender sopra l'un, che vinto

era da' cani e dal greve martiro.

E quel, di sangue quasi tutto tinto,

se ne tirò; ma poi vidi Dalfina

uccidere 'l secondo; e 'l terzo, avvinto

da' can, Gostanza con fiera rapina

ferì con uno spiedo sì feroce,

che di morte li fè sentir ruina.

Poi, richiamando i cani ad una voce,

tutti raccolsero, addietro tornando

con loro insieme, con romore atroce.

Iacopa Aldimaresca, che cercando

con Mariella Passerella andava

per la piacevol selva riguardando,

com'ella ad una ripa trapassava,

a costa i can si fermar di presente

ad una buca, e ciascuno abbaiava.

Quella guardava e non vedea niente;

li can volea cacciar, ma ecco fore

di quella uscia la coda d'un serpente,

e dentro ritornossi al lor romore.

Canto XII

Marella Piscicella, che vicina

a costoro era, udì il lor romore,

e con le sue compagne ancor Dalfina.

Corsero adunque tutte con furore

in quella parte, e trovaron coloro

quasi smarrite tutte del tremore.

Allora s'accostò Dalfina a loro,

dicendo: "Che vedeste, che non pare

che 'n questa vita facciate dimoro?".

Iacopa allora cominciò a parlare:

"Omè, che 'n questa buca è un serpente,

terribil cosa pure a riguardare".

Disse Dalfina: "Non dubbiar niente:

noi siam qui con buon cani e ben armate:

ben lo potremo uccider salvamente".

Iacopa, le compagne assicurate,

allor rispuose: "Sed e' v'e in piacere,

alquanto el mio consiglio seguitate".

Disse Dalfina: "Dì il tuo parere!".

Iacopa stette allora e pensò un poco,

e poi rispose: "Questo è 'l mio volere:

mettiamo in questa buca acceso foco;

la fiamma e 'l fumo lui uccideranno

o 'l cacceranno fuor di questo loco.

Se forse fuor di qua uscir lo fanno,

le vostre lance e le saette preste

con voi abbiate, se non vogliam danno".

A tal consiglio s'accordaron queste,

e ritirar li cani e fiamme accese

misser nel luogo della fiera peste.

Sostenne quella alquanto queste offese;

poi, non potendo avanti sofferire,

fuori furioso si gittò palese.

Ciascuna allora il cominciò a ferire,

e' cani l'addentar, de' quali assai

dintorno a sé co' denti fé morire.

Ma non gli valse; ché gli ultimi guai

gli apparecchiava quella che seguita

era dall'altre, com'io avvisai.

Con greve colpo gli levò la vita

con una lancia Iacopa, e la testa

gli tagliò poi vigorosa e ardita.

E mentre che di ciò facevan festa,

ben sei altri n'usciron piccioletti,

figliuoi di quel, con noiosa tempesta.

Con lieve affanno a morte fur costretti,

perché già el fumo gli avea consumati

mentre da quel nel buco eran distretti.

Così da queste tututti pigliati

li vidi e morti; ond'io ad altra cosa

rivoltai gli occhi già di quel saziati;

e, al ponente, vidi valorosa

Zizzola Faccipecora andar suso,

leggiadra, bella, gaia e poderosa.

Ma nel bel monte delle frondi chiuso

non andò guar con li suo' can guardando,

ch'un leopardo, lieve oltre a nostro uso,

l'apparve avanti, ver di lei andando.

Canto XIII

Ella non dubitò, ma l'arco aperse

e quel ne' fianchi ferì sì profondo,

che le sue forze tutte gli disperse,

ed allo primo stral giunto il secondo,

che dandoli nel petto toccò il core,

onde morì: e li can, cerchio tondo

fatto gli avean, faccendo romore

li s'appressaro e preser, con costei

oltre correndo, mostrando valore.

Ma Biancola Carafa innanzi a lei,

coronata di fior (tant'è piacente

quanto alcun'altra che fosse con lei),

giva correndo sì velocemente

dietro ad un daino ch'avanti li giva,

che parea che volasse veramente;

e con lei insieme alcun can lo seguiva,

ma non perciò che giunger si potesse,

tanto era presto que' che si fuggiva.

O che lui ramo o altro ritenesse,

non so; ma ella il giunse e lui ferio

d'un dardo nella gola, donde spesse

guizzate diede e poi pur si morio

davanti a lei, che altro non parea

ch'ella attendesse con tutto 'l disio.

Alto nel bosco al mio parer vedea

due leggiadre e belle giovinette,

le qua' ciascuna assai ben conoscea,

inghirlandate di due ghirlandette

di rose rosse, tanto relucenti,

che a veder parean due fiammette,

vestite strette, sì belle e piacenti,

che facean rider tututto quel loco,

dond'elle andavan con li passi lenti.

Le quali, andando sì a poco a poco,

d'archi e di saette bene armate,

fra sé cantando e faccendosi gioco,

vider discender della stremitate

del monte una pantera; onde Cobella

Embriaca sonò molte fiate

il corno, e 'l somigliante fé Tanzella,

chiamando i cani, li qua', po' venuti

fur, si drizzaro ver la fiera snella.

Covella corse avanti e con tre aguti

istrali ferì quella nella fronte,

e sì v'entrar, ch'a pena eran veduti

fuor che le penne; laonde le pronte

gambe della pantera non potero

portarne lei, ma cadde a piè del monte.

Diece can, credo, o pi- ve l'assagliero,

ed a Covella, che già là giunta era,

in terra morta e vinta la rendero.

Ma a Tanzella pi- usata fiera

apparve avante, andando per atare

Iacopella nel loco dov'ell'era:

ch'un piccol fosso volendo passare

si attraversò un furioso toro,

rompendole la via nel suo andare;

ond'ella fé per quel quivi dimoro.

Canto XIV

Salvossi questa alquanto in alto loco,

sonando un corno, raccogliendo i cani,

ch'erano avanti, qual molto e qual poco,

impingendoli al toro con le mani:

"Ciuffa!" gridava "piglial, buon Pezzuolo,

piglial, Dragone, e piglial, Graffiacani!".

E poi ch'adesso l'abbaiante stuolo

gli ebbe drizzato, quale per la coscia,

chi per l'orecchie li porgeva duolo;

e da tutti la mortale angoscia

cacciava a suo potere, or coll'un corno

ferendo l'uno ed or coll'altro poscia;

e simile co' calci a sé dintorno

non ne lasciava nullo appressimare;

sì passò prima gran parte del giorno.

Tanzella non facea se non gridare

e spesso in fallo saette gittava,

non potendoli mai colpo donare.

Tuccella Serisal, che quindi andava,

un dardo le prestò, e quella allora

con tutta la sua forza li gittava.

Nel mezzo de' duo corni, un poco fora,

li colse con tal forza che si fisse

e quivi si morì sanza dimora.

Trasseli quella il core, e poscia disse:

"Tuccella, andiamo ove ti piace omai,

ch'io me n'andrei contenta s'i' morisse".

Disse Tuccella: "Certo ragion hai,

sì fatta pugna hai vinta"; e preser via

al traverso del monte, e giro assai

pria che trovasser bestia, tuttavia

mirando ogni cespuglio; e, sì andando,

Caterina Carafa in compagnia

preser con loro; e givan ragionando

del lor cacciare e de' loro accidenti,

una parola poi l'altra tirando.

Ma con le punte agute in sé battenti

videro a loro un istrice vicino,

che ruppe loro i lor ragionamenti;

e, fermatasi quivi nel cammino,

Tuccella aperse l'arco e lui ferio,

e di quel colpo si morì il tapino.

Caterina Carafa allor seguio

con li suo' cani un caprio, che fuggiva

quanto potea al monte con disio;

ma li can di Covella, che reddiva

al pian, trovaron quello, onde fu morto

da Caterina, che forte il seguiva.

Prendeva al piano mirabil diporto

Catrina Sighinolfi sopra il lito

del fiumicello, il cui correre è corto.

Ell'avea funi nel fondo pulito

del fiume poste con lacci ravvolte

per un'idra pigliar da lei sentito;

la quale, dando per lo fiume volte,

incappò in quella, onde costei ridendo

la tirò suso; e risersene molte

con lei insieme, lo 'ngegno vedendo.

Canto XV

Covella d'Arco a piè del monte s'era

tra giunchi e canne con Berita ascosa,

Galeota, al lito di quella riviera.

E ciascheuna con nota amorosa

sonava un'arpa graziosamente,

in voce che il suono è dilettosa.

E mentre elle sonavan dolcemente,

due cigni bianchi si calar nel loco,

assai vicini a lor, tacitamente.

Col capo ad alto giano a poco a poco,

appressandosi al suon che piacea loro,

faccendo in atti di quel suono il gioco.

Non s'appressaro a lor quasi costoro,

ch'essi incapparo ne' tesi lacciuoli,

e dalle donne poi sanza dimoro

pigliati furon, rimutando in duoli

lor diletti; e altri a quel romore

se ne fuggiron con non lenti voli.

Ma Mitola Caracciola un astore

portava in mano, ardito nello aspetto,

di più vol ch'altro e di maggior valore;

e giva andando sopra il ruscelletto,

e Zizzola d'Alagna era con lei,

un naccaro sonando con diletto.

E mentre che sonando gia costei,

usciron più malardi di quelle acque,

forte fuggendo davanti da lei:

per che lasciar l'astore allor le piacque,

il qual, montato, uno ne ferio,

sì che in sull'erba morendo si giacque;

e senza tardar punto risalio:

mentre se ne scendeva giù calando,

infino in terra con un altro gio.

Mitola, andando dietro a quel gridando,

e Zizzola con lei, l'astor riprese,

co' due malardi al fiume ritornando.

Covella d'Anna i suo' passi distese

di dietro ad uno struzzo, che fuggendo

gia per lo piano, temendo l'offese.

Ma nol poteva tanto andar seguendo

ched e' più non fuggisse, e spesse volte

si rivoltava con l'ali battendo.

Il molto correre e le frasche folte

avevano a Covella tutti i panni

quali stracciati e quali a sé ravvolte;

ond'ella, piena e d'ira e d'affanni,

tututta ardeva nella faccia accesa,

di quello uccel desiderando i danni.

Con più vigor, nuova forza ripresa,

seguitandol, si fé prestare un arco,

fra sé dolente di cotale impresa;

ma dopo molto andare, ad un gran varco

il colse e saettollo, e quegli allora

quivi morì con dolente rammarco.

Covella il prese sanza più dimora,

e tirollosi dietro infino al piano,

riferendol da capo ad ora ad ora,

istroncandoli il capo con la mano.

Canto XVI

Ma già il sol saliva a mezzo giorno

e l'aere calda ai corpi dilicati

noia facea: per che sanza soggiorno

Diana disse a quelle: "A' freschi prati

scendiamo omai e lasciam riposare

nostri uccegli ed i cani affannati.

Non è ora ben tempo da cacciare;

riposiamoci omai, però che lasse

semo, e facciamo quest'altre chiamare".

E comandò ad una che andasse

sull'alto monte, e tutte ad una ad una

le donne e le pulcelle richiamasse.

Quella n'andò in sull'eccelsa cruna

del monticello, ed a chiamar costoro

incominciò per nome ciascheduna.

Sì come agli orecchi di coloro

da lunga venne il chiamar di colei,

tutte s'apparecchiar sanza dimoro

di scender tostamente giuso a lei,

e presi i cani ed archi e reti stese

e ciò ch'ognuna vi portò con lei,

e con le prede ch'elle avean prese:

chi le portava in collo e chi tirando

giuso al fiorito prato se ne scese.

E già eran discese tutte, quando

Zizzola d'Anna venne, che soletta

sanza richiesta era gita cacciando;

molti animali avea con sua saetta

feriti e presi, ma nessun tenere

n'avea potuto né seguir con fretta.

Con l'altre questa si pose a sedere,

che della preda avean fatto un gran monte,

come a Diana suto era 'n piacere.

Levossi Diana poi con lieta fronte

dicendo: "Donne gentili e donzelle,

ch'ardite e vigorose,liete e pronte,

avete prese queste bestie snelle

sotto mia provvedenza e con mio ingegno,

io vo' che voi sacrificio d'elle

facciate a Giove, re dell'alto regno,

ed a onor di me, che esser deggio

reverita da voi in modo degno.

Così vi priego e così vi richieggio

quanto più posso, onde non siate lente,

acciò che nel mio coro aggiate seggio".

Udito questo, la donna piacente

si dirizzò turbata nello aspetto,

dicendo: "E' non sarà così niente!

Infino a qui, sì come avete detto

e comandato a noi qui adunate,

così abbiam seguito con effetto.

Or non vogliam più vostra deitate

seguir, però ch'accese d'altro foco

abbiamo i petti e l'anime infiammate".

Come Diana questo udì, nel loco

non stette guari più, ma sen salio,

partendosi turbata, a poco a poco,

fin che nel ciel tornò ond'ella uscio.

Canto XVII

Rimaser queste adunque quivi; e quando

più non poteron Diana vedere,

chinaron gli occhi tacite aspettando.

Poi la donna gentile, che a sedere

già s'era posta, si dirizzò e loro:

"Così farete" disse "al mio parere,

chiamando in voce pria l'aiutoro

di Venus santa Dea, madre d'Amore;

e, coronata ciascuna d'alloro,

sacrificio faremo al suo onore

della presente preda lietamente,

sì che s'accresca in noi il suo valore".

A tutte piacque; onde liberamente,

acceso il foco nella preda, a dire

cominciar tutte assai divotamente:

"O santa Dea, poich'è nostro disire,

per la virtù del nostro sacrificio

non isdegnar le nostre voci udire:

ma pietosa al tuo giocondo officio

per merito de' nostri preghi umili,

ricevi noi e per tuo beneficio.

Caccia de' petti nostri i pensier vili,

e per la tua virtù fa eccellenti

gli animi nostri, e' cor larghi e gentili.

Deh, fa sentire a noi quanto piacenti

sieno gli effetti tuoi, e facci ancora,

alcuno amando, gli animi contenti".

Così pregando, non fé gran dimora,

che una chiara e bella nuvoletta

venendo si fermò sovr'esse allora;

sopra la quale ignuda giovinetta

apparve lor dicendo: "Io son colei

da cui, pregando voi,ciascuno aspetta

grazia; e prometto a voi, per gli alti dei,

che ciascheduna avrà la dimandata,

ch'è degna di seguire i passi miei".

E poi, verso del foco rivoltata,

non so che disse: se non che di fori,

ciascuna fiera che v'era infiammata

mutata in forma d'uom, di quelli ardori

usciva giovinetto gaio e bello,

tutti correndo sopra 'l verde e' fiori.

E tutti entravan dentro al fiumicello,

e, quindi uscendo ciascun, d'un vermiglio

e nobil drappo si facean mantello.

Ciascuno era fresco come un giglio;

a cui Venus rivolta disse: "State

per mio comando e per util consiglio

suggetti a queste donne, e loro amate

fin che meriterete aver vittoria

del vostro affanno insieme con pietate".

E questo detto, al ciel della sua gloria

veloce sen volò, lasciando a' petti

di tutti segno d'etterna memoria.

Nel verde prato diversi diletti

alcun prendeano, e sospirando alcuni

givan cogliendo diversi fioretti,

tutti aspettando li promessi doni.

Canto XVIII

Io, che veduto lungamente avea

le nuove cacce e 'l ritornare al piano

e 'l rimontar della turbata dea

e lo scender dell'altra ed il sovrano

miracol fatto in non lunga stagione,

maraviglioso ad intelletto umano,

quasi ripien di nuova ammirazione

mi ritrovai di quel mantel coperto

che gli altri usciti dello ardente agone;

e vidimi alla bella donna offerto,

e di cervio mutato in creatura

umana e razionale esser per certo:

ma non ingiustamente, ché natura

non mise mai valor né gentilezza

quant'è in lei, onestissima e pura.

Il viso suo angelica bellezza

del ciel discesa veramente pare,

venuta a dare agli occhi uman chiarezza:

discreta e saggia nel suo ragionare

e signorevol donna nello aspetto,

lieta e baldanzosa nello andare;

onde, s'agli occhi mie' dié tal diletto,

che, donandomi a lei, uom ritornai

di brutta belva, a uomo d'intelletto

non pare ingiusto né mirabil mai,

ché l'etterno Signor credo che gioia

abbia dicendo in sé: "Io la formai!".

Ell'è ispegnitrice d'ogni noia:

e chi la mira ben negli occhi fiso

torna pietoso o convien che si moia.

Quanta sie la virtù che il bel viso

spande in quella parte ove si gira,

sollo io, che per dolcezza son conquiso.

Superbia, accidia ed avarizia ed ira,

quando la veggio, fuggon della mente,

che i contrari lor dentro a sé tira.

Ond'io priego ciascun divotamente,

che subbietto è, com'io, a quel signore

che ingentilisce ciascuna vil mente,

ched e' prieghin per me che nell'amore

di questa donna lungamente io sia,

e che io d'onoralla aggia valore;

ché simile orazion sempre mai fia

fatta per me in servigio di quelli

che allegro possiede o che disia;

e per coloro ancor che son ribelli

con le lor donne, acciò ch'egli abbian pace

e che angoscia più non li flagelli.

Il più parlare omai qui non mi piace,

però che in parte più di lode degna

serbo di dir con laude più verace

quella biltà che l'anima disegna

di quella, per cui son l'altre onorate,

e cui servire il cor sempre s'ingegna.

E torno a contemplar quella pietate

ne' verdi prati e l'altra gran virtute

che questa donna fregia di biltate,

da cui ancora spero aver salute.

Indice Biblioteca Progetto Boccaccio

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Ultimo aggiornamento: 09 settembre 2011