Giovanni Boccaccio

Amorosa visione

Testo A

Edizione di riferimento:

Giovanni Boccaccio, Tutte le opere, Amorosa visione; Ninfale fiesolano; Trattatello in laude di Dante, a cura di Vittore Branca, Mondadori, Milano 1974

Nelli tre infrascritti sonetti si contengono per ordine

tutte le lettere principali de’ rittimi della infrascritta

Amorosa Visione. E però che in quelli il nome

dell’autore si contiene, altrimenti non si cura

di porlo. I sonetti sono questi.

Mirabil cosa forse la presente

vision vi parrà, donna gentile,

a riguardar, sì per lo nuovo stile,

sì per la fantasia ch’è nella mente.

Rimirandovi un dì, subitamente,

bella, leggiadra et in abit’umile,

in volontà mi venne con sottile

rima tractar parlando brievemente.

Adunque a voi, cui tengho donna mia

et chui senpre disio di servire,

la raccomando, madama Maria;

e prieghovi, se fosse nel mio dire

difecto alcun, per vostra cortesia

correggiate amendando il mio fallire.

Cara Fiamma, per cui ’l core ò caldo,

que’ che vi manda questa Visione

Giovanni è di Boccaccio da Certaldo.

Il dolce immaginar che ’l mio chor face

della vostra biltà, donna pietosa,

recam’una soavità sì dilectosa

che mette lui con mecho in dolcie pace.

Poi quando altro pensiero questo disface,

piangemi dentro l’anima ’ngosciosa,

cercando come trovar possa posa,

et sola voi disiar le piace.

Et però volend’i’ perseverare

pur nello ’nmaginar vostra biltate,

cerco con rime nuove farvi i’ onore.

Questo mi mosse, donna, a compilare

la Visione in parole rimate,

che io vi mando qui per mio amore.

Fatele onor secondo il su’ valore,

avendo a tempo poi di me pietate.

O chi che voi vi siate, o gratiosi

animi virtuosi,

in cui amor come ’n beato loco

celato tene il suo giocondo focho,

i’ vi priego c’un poco

prestiate lo ’ntellecto agli amorosi

versi, li quali sospinto conposi

forse da disiosi

voler troppo ’nfiammato; o se ’l mio fioco

cantar s’imvischa nel proferer broco,

o troppo è chiaro o roco,

amendatel acciò che ben riposi.

Se in sé fructo o forse alcun dilecto

porgesse a vo’ lector, ringratiate

colei la cui biltate

questo mi mosse a ffar come subgiecto.

E perché voi costei me’ conosciate,

ella somigli’ Amor nel su’ aspecto,

tanto c’alcun difecto

non v’à a chi già ’l vide altre fiate;

e l’un dell’altro si gode di loro,

ond’io lieto dimoro.

Rendete a llei ’l meritato alloro!

E più non dico ’mai,

perché decto mi par aver assai.

TESTO A

Canto I

Move nuovo disio la nostra mente,

donna gentile, a volervi narrare

quel che Cupido graziosamente

in vision li piacque di mostrare

all’alma mia, per voi, bella, ferita

con quel piacer che ne’ vostri occhi appare.

Recando adunque la mente, smarrita

per la vostra virtù, pensieri al core,

che già temea della sua poca vita,

accese lui di sì fervente ardore,

che uscita di sé la fantasia

subito entrò in non usato errore.

Ben ritenne però il pensier di pria

con fermo freno, ed oltre a ciò ritenne

quel che più caro di nuovo sentia.

In ciò vegghiando, in le membra mi venne

non usato sopor tanto soave,

ch’alcun di loro in sé non si sostenne.

Lì mi posai, e ciascun occhio grave

al sonno diedi, per lo qual gli agguati

conobbi chiusi sotto dolce chiave.

Così dormendo, in su liti salati

mi vidi correr, non so che temendo

pavido e solo in quelli abbandonati,

or qua or là, null’ordine tenendo;

quando donna gentil, piacente e bella

m’apparve, umil pianamente dicendo:

– Se questo luogo solo a gire a quella

somma felicità, che alcun dire

non poté mai con intera favella,

abbandonar ti piace, il me seguire

ti poserà in sì piacente festa,

ch’avrai sicuro e pieno ogni disire –.

Fiso pareva a me rimirar questa

ed ascoltare intento sue parole,

quando s’alzò alla sua bionda testa,

ornata di corona più che ’l sole

fulgida, l’occhio mio, e mi parea

il suo vestire in color di viole.

Ridente era in aspetto e ’n man tenea

reale scettro, ed un bel pomo d’oro

la sua sinistra vidi sostenea.

Sopra ’l piè grave, non sanza dimoro,

moveva i passi; e lei tacendo ed io

pensato di volere suo aiutoro:

– Ecco –, risposi, – donna, il mio disio

è di cercar quel ben che tu prometti,

se a’ tuoi passi di dietro m’invio –.

– Lascia –, diss’ella, – adunque i van diletti

e seguitami verso quell’altura

ch’opposta vedi qui a’ nostri petti –.

Allor lasciar pareami ogni paura

e darmi tutto a seguitar costei,

abbandonando la strana pianura.

Poi che salito fui dietro a costei

non già per molto spazio, il viso alzai

istato basso infin lì verso i piei:

rimirandomi avanti, i’ mi trovai

venuto a piè d’un nobile castello,

sopra al sogliar del quale io mi fermai.

Egli era grande ed altissimo e bello

e spazioso, avvegna che alquanto

tenebroso paresse entrando in quello.

– Siam noi ancora là dove cotanto

ben mi prometti, donna graziosa,

di dovermi mostrar? –, diss’io intanto.

Ed ella allora: – Più mirabil cosa

veder vuoi prima che giunghi lassuso,

dove l’anima tua fia gloriosa.

Noi cominciammo pur testé quaggiuso

ad entrar a quel ben: quest’è la porta:

entra sicuro omai nel cammin chiuso.

Tosto ti mostrerò la via scorta,

per la qual fia ad andarvi diletto

se non ti volta coscienza torta –.

Ed io: – Adunque andiam, ché già m’affretto,

già mi cresce il disio, sì ch’io non posso

tenerlo ascoso più dentro nel petto.

Vedi com’io mi son sicuro mosso,

vedi ch’io vegno e trascorro di voglia,

d’ogni altra cura nella mente scosso –.

– Ir si conviene qui di soglia in soglia

con voler temperato, ché chi corre

talor tornando convien che si doglia –.

Sì era il suo dir vero, che apporre

né contro andarvi io non arei potuto,

né dal piacer di lei potuto torre

in ciò, ancor ch’io avessi saputo.

Canto II

 «O somma e graziosa intelligenzia

che muovi il terzo cielo, o santa dea,

metti nel petto mio la tua potenzia:

non sofferir che fugga, o Citerea,

a me lo ’ngegno all’opera presente,

ma più sottile e più in me ne crea.

Venga il tuo valor nella mia mente,

tal che ’l mio dir d’Orfeo risembri il suono,

che mosse a racquistar la sua parente.

Infiamma me tanto più ch’io non sono,

che ’l tuo ardor, di ch’io tutto m’invoglio,

faccia piacere quel di ch’io ragiono.

Poi che condotto m’ha a questo soglio

costei, che cara seguir mi si face,

menami tu colà ov’io ir voglio,

acciò che passi miei, che van per pace

seguendo il raggio della tua stella,

vengano a quello effetto che ti piace».

Ragionando con tacita favella

così m’andava nel nuovo sentiero

seguendo i passi della donna bella.

Ruppemi tal parlar nuovo pensiero

ch’un muro antico nella mente mise,

apparitoci avanti tutto intero.

Allor la bella donna un poco rise,

me stupefatto e d’ammirazion pieno

veggendo, e disse: – Forse tu divise

del camin nostro che qui venga meno:

o se più è, non vedi da qual loco

li passi nostri su salir porrieno.

Oltre convien che venghi ancora un poco,

ed io mostrandol, vederai la via

che ci merrà al grazioso gioco –.

Non fummo guari andati che la pia

donna mi disse: – Vedi qui la porta

che la tua alma cotanto disia –.

Nel suo parlar mi volsi, e poi che scorta

l’ebbi, la vidi piccioletta assai,

istretta ed alta, in nulla parte torta.

A man sinistra allora mi voltai

volendo dir: «Chi ci potrà salire

o passar dentro, ché par che giammai

gente non ci salisse?» e nel mio dire

vidi una porta grande aperta stare,

e festa dentro mi vi parve udire.

E dissi allor: – Di qua ha meglio andare,

al mio parere, e credo troveremo

quel che cerchiam, ché già udir mel pare –.

– Non è così –, rispuose, – ma andremo

su per la scala che tu vedi stretta

e ’n su la sommità ci poseremo.

Tu guardi là, e forse ti diletta

il cantar che tu odi, il qual piuttosto

pianto si dovria dire in lingua retta.

Il corto termine alla vita posto

non è da consumare in quelle cose

che ’l bene etterno vi fanno nascosto.

Levarsi ad alto, alle gloriose,

utilemente s’acquista virtute,

che lascia le memorie poi famose.

E s’tu non credi forse che a salute

questa via stretta meni, alza la testa:

ve’ che dicon le lettere scolpute –.

Alzai allora il viso, e vidi: «Questa

piccola porta mena a via di vita;

posto che paia nel salir molesta,

riposo etterno dà cotal salita;

dunque salite su sanza esser lenti,

l’animo vinca la carne impigrita».

Io dissi: – Donna, molto mi contenti

col ver parlar che tua bocca produce,

e più m’accertan le cose parventi,

guardando quelle; ma dimmi, che luce

è quella ch’io veggio là entr’ora?

perché in questa così non riluce? –.

– Voi che nel mondo state, vostra mora

fate in loco tenebroso e vano:

e però gli occhi alla dolce aurora

alzare non potete, a mano a mano

che voi di quella uscite, a veder quanta

sia la chiarezza del Fattor sovrano.

Rompesi poi la nebbia che v’ammanta

quando ad entrar nel vero incominciate,

e conoscete poi la luce santa.

Dirizza i piedi alle scale levate;

su non sarai che vie maggior chiarezza

vedrai che là non è mille fiate:

adunque che ha in capo dell’altezza? –.

Canto III

 Ristata era la donna di parlare

e rimirava ch’io entrassi dentro

di rietro a lei, che già volea montare.

– Sed e’ vi piace, prima andiam là entro –,

diss’io a lei. E quella: – Tu disii

di rovinar con doglia al tristo centro.

Io dico insino a qui: se là t’invii,

in cose vane l’anima disposta

a bene oprar convien che si disvii.

Pon l’intelletto alla scritta ch’è posta

sopra l’alto arco della porta, e vedi

come ’l suo dar val poco e molto costa –.

Ed io allora a riguardar mi diedi

la scritta in alto che pareva d’oro,

tenendo ancora in là voltati i piedi.

«Ricchezze, dignità, ogni tesoro,

gloria mondana copiosamente

do a color che passan nel mio coro.

Lieti li fo nel mondo, e similmente

do quella gioia che Amor promette

a’ cor che senton suo dardo pugnente».

– Or hai vedute ed amendune lette

le scritte, e vedi chi maggior promessa

e più utile fa: dunque che aspette?

Non istian più omai, ché ’l tempo cessa

e ’l perder quello spiace a’ più saputi;

adunque omai saliam –, mi dicev’essa.

– Ver è, donna gentil, ch’i’ ho veduti –,

risposi, – scritti i don, però vedere

vorrei provando qua’ son posseduti.

Ogni cosa del mondo a sapere

non è peccato, ma la iniquitate

si dee lasciare e quel ch’è ben tenere.

Venite adunque qua, ché pria provate

deono esser le cose leggieri

ch’entrare in quelle c’han più gravitate.

Ora che siamo quasi nel sentieri,

andiam, vediamo questi ben fallaci:

più caro fia poi l’affannar pe’ veri –.

– Se tu sapessi quanto e’ son tenaci

e quanto traggon l’uom di via diritta,

non parleresti sì come tu faci.

Toglianci quinci –, disse, – ché già fitta

veggo la mente tua, se più ci stai,

a quel che dice la seconda scritta.

Il che lasciar, a chi il prende, mai

impossibile par fin che si more,

e per que’ va poi agli etterni guai –.

La donna giva già. Ed ecco fore

della gran porta due giovini uscire;

l’uno era corto e bianco in suo colore

e l’altro rosso; e incominciaro a dire:

– Dove cercando vai gravoso affanno?

Vien dietro a noi, se vuoi il tuo disire.

Sollazzo e festa, come molti fanno,

qua non ti falla, e poi il salir suso

potrai ancor nell’ultimo tuo anno.

Il luogo è chiaro e di tenebre schiuso:

vien, vedi almeno, e salira’ten poi,

se ti parrà noioso esser quaggiuso –.

Piacevami il dir loro, e già: «Con voi»,

dir voleva, «io verrò»; ma mi diceva

colei: – Lascia costoro, andian su noi –.

E per la destra man preso m’aveva

seco tirando me in su; e l’uno

la mia sinistra e l’altro ancor teneva,

ridendosene insieme, e ciascheduno

tirandomi diceva: – Vienne, vienne,

cerchi sola costei il cammin bruno –.

Lì d’una parte e d’altra mi ritenne

l’esser tirato; dond’io: – Ben sapete –,

volto alla donna, – che io non ho penne

a poter su volar, come credete,

né potrei sostener questi travagli

a’ quai dispormi subito volete –.

Fermata allor mi disse: – Tu t’abbagli

nel falso immaginar, e credi a questi

ch’a dritta via son pessimi serragli.

A trarti fuor d’errore e di molesti

disii discesi, e per voler mostrarti

le vere cose che prima chiedesti;

né mai avrei lasciato d’aiutarti

col mio veder nelle battaglie avverse.

Ma poi che ad altro t’è piaciuto darti,

truova il cammino dell’opere perse,

ch’io non ti lascerò, mentre che io

vedrò non darti tra quelle diverse

a voler seguitar bestial disio –.

Canto IV

Seguendomi la donna, com’io lei

pria seguitava, co’ due giovinetti

a man sinistra volsi i passi miei.

Intra lor due avean noi due ristretti,

e con più spesso passo n’andavamo

a riguardare i men cari diletti.

Andando in tal maniera, noi entramo

per la gran porta insieme con costoro,

ed in una gran sala ci trovamo.

Chiara era e bella e risplendente d’oro,

d’azzurro e di color tutta dipinta

maestrevolmente in suo lavoro.

Humana man non credo che sospinta

mai fosse a tanto ingegno quanto in quella

mostrava ogni figura lì distinta,

eccetto se da Giotto, al qual la bella

Natura parte di sé somigliante

non occultò nell’atto in che suggella.

Noi ci traemmo nella sala avante,

quasi nel mezzo d’essa, e quivi stando

vedevam le figure tutte quante.

Ell’era quadra: ond’io che riguardando

giva per tutto, dirizzai il viso

ver l’una delle facce, in piede stando.

Là vid’io pinta con sottil diviso

una donna piacente nell’aspetto,

soave sguardo avea e dolce riso.

La man sinistra teneva un libretto,

verga real la destra, e’ vestimenti

porpora gli estimai nell’intelletto.

A piè di lei sedevan molte genti

sopra un fiorito e pien d’erbette prato,

alcuni più e alcun meno eccellenti.

Ma dal sinistro e dal suo destro lato

sette donne vid’io, dissimiglianti

l’una dall’altra in atto ed in parato.

Elle eran liete e lor letizia in canti

pareami dimostrassero, ma io

con l’occhio alquanto più mi trassi avanti.

Nel verde prato a man destra vid’io

di questa donna, in più notabil sito,

Aristotile star con atto pio:

tacito riguardando, in sé unito,

pensoso mi pareva; e poi appresso

Socrate sedea quasi smarrito.

Eravi quivi ancor Platon con esso,

Melisso, Alessandro v’era e Tale,

Speseusippo lei mirando spesso;

Raclito ancora e Ipocràs, il quale

in abito mostrava d’aver cura

ancora di sanare il mondan male.

Ivi sedeva con sembianza pura

Galieno, e con lui era Zenone

e ’l geometra ch’a dritta misura

mosse lo ’ngegno, sì che con ragione

oggi s’adovra seguendo suo stile;

e dopo lui Democrito e Solone.

Insieme con costoro in atto umile

si sedea Tolomeo, e speculava

i ciel con intelletto assai sottile,

riguardando una spera che lì stava

ferma davanti; e Tebìth con lui

ed Abracìs ancora in ciò mirava.

Averroìs e Fedron dopo lui

sedevan rimirando la bellezza

di quella donna che onora altrui.

Nassagora ancor quella chiarezza

mirava fiso insieme con Timeo,

mostrando in atto di sentir dolcezza.

Diascoride ancor v’era ed Orfeo,

Ambepece e Temistio, e poi un poco

Essiodo almo e Timoteo.

Oh quanto quivi in grazioso gioco

Pitagora onorato si vedea

e Diogene in sì beato loco!

Vie dopo questi ancora mi parea

Seneca riguardando ragionare

con Tulio insieme, che con lui sedea.

Innanzi a loro un poco, ciò mi pare,

Parmenide sedea e Teofrasto,

lieto ciascun della donna mirare.

Vestito d’umiltà, pudico e casto,

Boezio si sedeva ed Avicena,

ed altri molti, i qua’ s’a dir m’adasto,

non fosse troppo rincrescevol pena

dubbio a’ lettor; però mi taccio omai

e dirò di color che seco mena

dalla man manca, ov’io mi rivoltai.

Canto V

Io dico che dalla sinistra mano

di quella donna vidi un’altra gente,

l’abito della qual non guari strano

sembrava da color che primamente

contati abbiam, ben che la vista loro

si stenda ver le donne più fervente.

Vergilio mantovano infra costoro

conobb’i’ quivi più ch’altro esaltato,

sì come degno, per lo suo lavoro.

Ben mostrava nell’atto che a grato

gli eran le sette donne per le quali

sì altamente avea già poetato:

il ruinar di Troia ed i suoi mali,

di Dido, di Cartagine e d’Enea,

lavorar terre e pascere animali

trattar negli atti suoi ancor parea.

Omero e Orazio quivi dopo lui,

ciascun mirando quelle, si sedea.

A’ quai Lucan seguitava, ne’ cui

atti parea ch’ancora la battaglia

di Cesare narrasse e di colui,

Magno Pompeo chiamato, che ’n Tesaglia

perdé il campo; e quasi lagrimando

mostra che di Pompeo ancor li caglia.

Eravi Ovidio, lo qual poetando

iscrisse tanti versi per amore,

com’acquistar si potesse mostrando.

Non guari dopo lui fatt’era onore

a Giovenal, che ne’ su’ atti ardito

a’ mondan falli ancor facea romore.

Terenzio dopo lui aveva sito

non men crucciato, e Panfilo e Pindaro,

ciascun per sé sopra ’l prato fiorito.

E Stazio di Tolosa ancora caro

quivi pareva avesse l’aver detto

del teban male e del suo pianto amaro.

Bell’uom tornato d’asino, soletto

si sedea Apolegio, cui seguiva

Varro e Cicilio lieti nell’aspetto.

Euripide mi par che poi veniva;

Antifonte, Simonide ed Archita

parea dicesser ciò ch’ognun sentiva

lì di diletto e di gioconda vita,

insieme ragionando; e dopo questi

Sallustio, quasi in sembianza smarrita,

là parea che narrasse de’ molesti

congiuramenti che fé Catellina

contra’ Roman, ch’a lui cacciar fur presti.

Al qual Vegezio quivi s’avvicina,

Claudiano, Persio e Catone,

e Marziale in vista non meschina.

L’antico e valoroso e buon Catone

quivi era nel sembiante assai pensoso,

tenendo con Antigono sermone.

E, vago ne’ suoi atti di riposo,

da una parte mi parve vedere

quel Livio che fu sì copioso,

guardando que’ che ’nanzi a sé sedere

tanti vedea, nell’aspetto contento

d’avere scritte tante storie vere.

Goloso di cotal contentamento

Valerio appresso parea che dicesse:

«Brieve mostrai il mio intendimento».

Ivi con lor mi parve ch’io vedesse

Paolo Orosio stare ed altri assai,

de’ qua’ non v’era alcun ch’io conoscesse.

Allora gli occhi alla donna tornai

a cui le sette davanti e dintorno

stavano tutte in atti lieti e gai.

Dentro dal coro delle donne adorno,

in mezzo di quel loco ove facieno

li savi antichi contento soggiorno,

riguardando, vid’io di gioia pieno

onorar festeggiando un gran poeta,

tanto che ’l dire alla vista vien meno.

Aveali la gran donna mansueta

d’alloro una corona in su la testa

posta, e di ciò ciascun’altra era lieta.

E vedend’io così mirabil festa,

per lui raffigurar mi fé vicino,

fra me dicendo: «Gran cosa fia questa».

Trattomi così innanzi un pocolino,

non conoscendol, la donna mi disse:

– Costui è Dante Alighier fiorentino,

il qual con eccellente stil vi scrisse

il sommo ben, le pene e la gran morte:

gloria fu delle Muse mentre visse,

né qui rifiutan d’esser sue consorte –.

Canto VI

 Al suon di quella voce graziosa

che nominò il maestro dal qual io

tengo ogni ben, se nullo in me sen posa:

– Benedetto sia tu, etterno Iddio,

c’hai conceduto ch’io possa vedere

in onor degno ciò ch’avea in disio –,

incominciai allora; né potere

aveva di partir gli occhi dal loco

dove parea il signor d’ogni savere,

tra me dicendo: «Deh, perché il foco

di Lachesis per Antropos si stuta

in uomo sì eccellente e dura poco?

Viva la fama tua, e ben saputa,

gloria de’ Fiorentin, da’ quali ingrati

fu la tua vita assai mal conosciuta!

Molto si posson riputar beati

color che già ti seppero e colei

che ’n te si ’ncinse, onde siamo avvisati».

I’’l riguardava, e mai non mi sarei

saziato di mirarlo, se non fosse

che quella donna, che i passi miei

là entro con que’ due insieme mosse,

mi disse: – Che pur miri? forse credi

renderli col mirar le morte posse?

E’ c’è altro a veder che tu non vedi!

Tu hai costì veduto, volgi omai

gli occhi a que’ del mondan romore eredi;

i quali quando riguardati avrai,

di quinci andrenci, ché lo star mi sgrata –.

A cui io dissi: – Donna, tu non sai

neente perché tal mirar m’aggrata

costui cui miro, ché se tu il sapessi

non parleresti forse sì turbata –.

– Veramente se tu il mi dicessi

nol saprei me’ –, rispose quella allora,

– ma perder tempo è pur mirare ad essi –.

Oltre passai, sanza più far dimora,

con gli occhi a riguardar, lasciando stare

quel ch’io disio di rivedere ancora,

là dove a colei piacque che voltare

io mi dovessi; e vidi in quella parte

cosa ch’ancor mirabile mi pare.

Odi, ché mai Natura con sua arte

forma non diede a sì bella figura:

non Citarea, allor ch’ell’amò Marte,

né quando Adon le piacque, con sua cura

si fé sì bella, quanto infra gran gente

donna pareva lì leggiadra e pura.

Tutti li soprastava veramente,

di ricche pietre coronata e d’oro,

nell’aspetto magnanima e possente.

Ardita sopra un carro tra costoro

grande e triunfal lieta sedea,

ornato tutto di frondi d’alloro.

Mirando questa gente in man tenea

una spada tagliente, con la quale

che ’l mondo minacciasse mi parea.

Il suo vestire a guisa imperiale

era, e teneva nella man sinestra

un pomo d’oro, e ’n trono alla reale,

vidi, sedeva; e dalla sua man destra

due cavalli eran che col petto forte

traeano il carro fra la gente alpestra.

Ed intra l’altre cose che iscorte

quivi furon da me intorno a questa

sovrana donna, nimica di morte

nel magnanimo aspetto, fu ch’a sesta

un cerchio si movea grande e ritondo,

da’ piè passando a lei sopra la testa.

Né credo che sia cosa in tutto ’l mondo,

villa, paese, dimestico o strano,

che non paresse dentro da quel tondo.

Era sopra costei, e non invano,

scritto un verso che dicea leggendo:

«Io son la Gloria del popol mondano».

Così mirando questa e provedendo

ciò che di sopra, dintorno e di sotto

le dimorava e chi la gia seguendo

o lei mirava, sanza parlar motto

per lungo spazio inver di lei sospeso

tanto stett’io, che d’altra cura rotto

nella mente sentimmi: il viso steso

diedi a mirar il popolo che andava

dietro a costei, chi lieto e chi offeso,

sì come nel mio credere estimava.

E quivi più e più ne vidi, i quali

conobbi, se ’l parer non m’ingannava;

onde al disio di mirar crebbe l’ali.

Canto VII

Tra gli altri che io vidi presso a questa

fu Giano, ch’esser stato abitatore

dell’italici regni facea festa.

Turbato nell’aspetto e di furore

pien seguiva Saturno, cui il figlio

mandò mendico per esser signore.

Il superbo Nembròt, che il gran fé impiglio

in Senaàr per voler gire a Dio,

stordito v’era sanza alcun consiglio.

Lunghesso Fauno e Pico lor vid’io

seguire, ed il gran Belo dopo loro,

mirando ognun la donna con disio.

Elettra ed Atalante con costoro

givano insieme, e dopo lor seguire

Italo vidi sanza alcun dimoro.

Robusto si mostrava e pien d’ardire

Dardano quivi con un freno in mano,

e nell’atto parea volesse dire:

«Io fui colui, nel mondo primerano,

il qual col freno in Tessaglia domai

il caval primo, in uso ancora strano,

mirabilmente, e sì edificai

primo quella città, che poscia Troia

chiamaro i successor ch’io vi lasciai».

Appresso il qual, mostrando in atto gioia,

seguia Sicul, che l’isola del foco

prima abitò in pace e sanza noia.

Troiolo ancora in quel medesmo loco

coverto d’oro tutto risplendea,

faccendosi alla donna a poco a poco.

Rigido e fiero quivi si vedea

Nino, che prima il suo natural sito

per battaglia maggior fé, che parea

ancor che minacciasse insuperbito.

E dopo lui seguiva la sua sposa

con sembiante non men che ’l suo ardito:

così rubesta e così furiosa

vi si mostrava, come quando a lui

succedette nel regno valorosa.

Tamiris poi seguitava, nel cui

viso superbia saria figurata,

con gli occhi ardenti spaventando altrui.

Anfion poi con labbia consolata

vi conobb’io, al suon del cui liuto

fu Tebe pria di muri circumdata.

Retro a lui Niobè, il cui arguto

parlar fu prima cagion del suo male

e del danno de’ figli ricevuto.

Poi seguitava Danao, dal quale

l’antico popol greco veramente

trasse il suo principio originale.

A cui di dietro quel Serse possente,

che fé sopra Ellesponto il lungo ponte,

venia, freno all’orgoglio della gente.

Riguardando la donna, con la fronte

alzata venia Ciro poco appresso,

di cui l’opere furo altiere e conte.

Laumedon sen veniva dopo esso,

con molti successor dietro alle spalle,

de’ qua’ giva Priamo oltre con esso.

Anchise seguitava nel lor calle;

appresso il qual colui venia correndo

che le dee vide nella scura valle.

Nello aspetto parea ch’ancor ridendo

andasse di ciò ch’elli aveva fatto,

quando di Grecia si partì fuggendo.

Dopo costui Enea seguia con atto

pietoso molto, e non molto distante

Giulio Ascanio il seguitava ratto.

Oh quanto ardito e fiero nel sembiante

quivi parea Ettòr sopra un destriere

tra tutti i suoi, di molto oro micante!

Bello e gentil nell’aspetto a vedere

era, con una lancia in mano andando

ver quella donna lieto, al mio parere.

Risplendea quivi ancora cavalcando

Alessandro, che ’l mondo assalì tutto

con forza lui a sé sotto recando;

il qual con fretta voleva al postutto

toccare il cerchio ove colei posava,

cui questi disiavan per lor frutto.

E ’l re Filippo e Nettabòr, gli andava

ciascuno appresso rimirando quello,

e nello aspetto se ne gloriava.

Veniva in su un caval corrente e snello

Dario crucciato nello aspetto

e con sembiante dispettoso e fello,

e sanza aver di tale andar diletto.

Canto VIII

 Mirando avanti con ferma intenzione,

veder mi parve quel re eccellente

che fu sì savio, io dico Salamone.

Eravi ancora Sanson, che possente

di forza corporal più ch’altro mai

fu che nascesse fra l’umana gente.

Nel riguardar più innanzi affigurai

il viso d’Ansalon, che più bellezza

ebbe che altro nel mondo giammai.

Tra questi pien d’orgoglio e di fierezza

seguendo cavalcava Campaneo,

che ne’ suoi atti ancora Iddio sprezza.

Etiocle era quivi con Tideo,

Adastro re pensante e doloroso

del perder che dintorno a Tebe feo.

Ancora si mostrava il valoroso

Pollinice; broccando il seguitava

el re Ligurgo e Giansone animoso.

Di rietro al quale Pelleo cavalcava,

con quella lancia in man che prima morte

poi medicina a sua ferita dava.

Veniva appresso vigoroso e forte

Achille col figliuol, che sì spietata

vendetta fé quando l’antiche porte

non serraron più Troia, che l’entrata

aveva data al gran caval ripieno

della nimica gente tutta armata.

Questo crudel sanza mezzo seguieno

Diomede ed Ulisse, e ad agguati

andare ancor pensando mi parieno.

Vigoroso di dietro a loro armati

Patrocolo veniva ed Antenore,

ciascun con gli occhi ver la donna alzati.

Ercule v’era, il cui sommo valore

lungo saria a voler recitare,

per ch’ebbe già d’assai battaglie onore.

Anteo dopo lui vi vidi stare,

ch’ancor parea che ’n atto si dolesse

di ciò che già li fé Ercule provare.

Veniva poi Minòs, come se stesse

ancor davanti Atene tutto armato,

né d’Androgeo parea più li dolesse.

Oh quanto d’ira pareva infiammato,

d’ira e di mal talento Menelao

seguendo Agamenòn dal destro lato!

Il qual seguiva poi Protesselao,

bello e grazioso nello aspetto;

e dopo lui cavalcava Anfirao,

che’ suoi lasciò ad oste nel conspetto

di Tebe, ruvinando a’ dolorosi

c’hanno perduto il ben dello ’ntelletto.

Venian dopo costui, molto animosi,

insieme con Teseo Demofonte,

di toccar quella donna disiosi.

I qua’ seguia con dolorosa fronte

Egeo, che per veder le vele nere

si gittò in mar dell’alta torre sponte.

Turno pareva quivi che di vere

lagrime avesse tutto molle il viso,

dogliendose del troian forestiere.

Eurialo ancora vera e Niso,

mostrandosi piagati come foro

ciascun di lor, l’un per l’altro conquiso.

Non molto spazio poi dietro a costoro

Latino sen veniva a piccol passo,

Pallante e Creso poi, e dopo loro

Giarba veniva nello aspetto lasso,

andandosi di Dido ancor dolendo

perché ad altro om di lui fece trapasso.

Helena dopo lui portava ardendo

di foco un gran tizzone, e pur costei

miravan molti se stessi offendendo.

Oreste niquitoso dopo lei

con un coltello in man seguiva fello,

nell’atto minacciando ancor colei

del corpo a cui uscì; e poi dop’ello

venia broccando la Pantasilea

lieta nel viso grazioso e bello.

Oh quanto ardita e fiera mi parea,

armata tutta, con un arco in mano,

con più compagne ch’ella seco avea!

Non era lì alcun che del sovrano

ed altier portamento maraviglia

non si facesse, tenendolo strano.

Non molto dopo lei venia la figlia

del re Latino lieta, e dopo Iole;

poi Deianira con bassate ciglia

ancora quivi d’Ercule si dole.

Canto IX

 Moveasi dopo queste quella Dido

cartaginese, che credendo avere

in braccio Giulio vi tenne Cupido.

Isconsolata giva, al mio parere,

chiamando in boci ancora: «Pio Enea,

di me, ti priego, deggiati dolere».

Ancora, com’io vidi, in man tenea

tutta smarrita quella spada aguta

che ’l petto le passò, che mi facea,

essendole lontan, nella veduta

ancor paura, non ch’a lei ch’ardita

fu dar di quella a sé mortal feruta.

Trista piangendo, in abito smarrita

e come can nella voce latrare,

Ecuba vidi con poca di vita.

Con lei la mesta Pulisena stare

quivi parea, in aspetto ancor sì bella

che me ne fé in me maravigliare.

Hoeta poi seguitava dop’ella,

piangendo a’ Greci aver piaciuto mai,

quand’elli andar per le dorate vella.

Vedevasi colei che senti guai

Ercule partorendo, e dopo lei

Isifile dolente affigurai.

In abito crucciato con costei

seguia Medea crudele e dispietata;

con voce ancor parea dicere: «Omei,

se io più savia alquanto fossi stata

né sì avessi tosto preso amore,

forse ancor non sarei suta ingannata».

Eravi ancor Camilla che ’l dolore

della morte sentì, per Turno fiera,

mostrando ne’ sembianti il suo vigore.

Non molto dopo lei ancora v’era,

col capo basso ed umil nel sembiante,

Ilia vestale vestita di nera,

portando in ciascun braccio un piccol fante,

Romolo e Remolo amendue nomati,

traendo lor quanto potea avante.

Ratto tra gli altri di sopra contati

si facea Foroneo, che prima diede

legge civile, acciò che ordinati

e suoi vivesser, sì come si crede;

e dopo lui venia Numa Pompilio

che lieta ne fé Roma, com si vede.

Dop’esso cavalcava Tulio Ostilio

ed Anco Marco ed il Prisco Tarquino,

e dopo lui seguia Tulio Servilio.

Ivi Tarquin Superbo e Collatino

pareano, e ’l re Porsenna che andando

ferocemente seguia lor camino.

Seguivali Cornelio ancor mostrando

l’inarsicciata man ch’uccise altrui,

che ’l core non volea, nescio fallando.

Il valoroso Bruto, per lo cui

ardir fu Roma da giogo reale

diliberata, seguiva; e con lui

Orazio Cocle v’era, per lo quale,

tagliato il ponte a lui dietro alle spalle,

libera Roma fu dal truscian male.

Dietro veniva quel Curzio ch’a valle

armato si gittò per la fessura,

in forse di sua vita o di suo calle,

intendendo a voler render sicura

piuttosto Roma e i suoi abitatori,

che di se stesso aver debita cura.

Seguia Fabrizio che gli eccelsi onori

più disiò che posseder ricchezza,

avendo que’ per più cari e maggiori.

Eravi quel Metel ch’alla fierezza

di Giulio Tarpea tanto difese,

mostrando non curar la sua grandezza.

Riguardando oltre mi si fé palese

Curio, che diede per consiglio

ch’al presto sempre lo ’ndugiare offese.

Vedevavisi Mario che lo ’mpiglio

con Lucio Silla fé nella cittate,

mettendo a’ colpi il padre contro al figlio.

Iuba ed Amilcare e Mitridate,

Manastabil e Codro v’era ancora,

e poi Giugurta voto di pietate.

Rigido nello aspetto vi dimora

Catellina, e pensando par che vada

allo essilio, che ’n vista ancor l’accora.

Evvi Cloelia appresso, che la strada

fece a’ Roman quand’ella si fuggio

per lo Tevero in parte u’ non si guada,

lo cui tornar Roma rinvigorio.

Canto X

 Ahi quivi fiero ed orgoglioso quanto

vi vid’io Annibal sopra un destriere,

ch’alli Roman levò riposo tanto!

 Rubesto lì parea ancor tenere

Cartagine sub sé, col viso alzato

inver la donna andando a suo potere.

 Asdrubal gli era dal sinistro lato

con non men di fierezza nello aspetto,

con una lancia cavalcando armato.

 Coriolan, che lo ’nfiammato petto

ebbe contra’ Romani, e giustamente,

quando leal cacciar lui per sospetto,

 come vedendo quella umilemente,

che ’l generò, piegando la sua ira

a’ preghi suoi, era quivi presente.

 Oltre con gli altri andava ver la mira

bellezza della donna; dopo il quale,

come colui che tristo ancor sospira,

 Massinissa seguiva, del suo male,

a freno abandonato cavalcando,

se stesso avendo poco a capitale.

 Allegro Cincinnato seguitando

l’andava, e Persio poi, come potea,

giocondo sé nel sembiante mostrando.

 Nobile nello aspetto si vedea

possente oltre venir intra costoro

Cesare, che in vista ancor ridea

 d’avere a forza avuto da coloro

nome d’impero, che real dignitate

per istatuto avean cassa fra loro.

 Ornato di bell’arme e coronate

le tempie avea di quelle fronde care,

che fur da Febo già cotanto amate.

 Mirabilmente bell’a campeggiare

in uno scudo lo divino uccello

nero nell’or li vidi, ciò mi pare;

 ancora in una lancia un pennoncello

che ’n man portava vidi, e simigliante

vi vidi quella ventilarsi in quello.

 Di quanti a lui ve n’andasser davante

nullo ne fu che tanto mi piacesse

né tanto valoroso nel sembiante.

 Appresso poi parea che li corresse

volonteroso e sì forte Ottaviano,

che dentro al cerchio già parea ch’avesse

 messa più che nessun la destra mano:

bello era e nello aspetto grazioso

quanto alcun altro fosse mai mondano.

 A lui seguiva poi molto pensoso,

palido nello aspetto, il gran Pompeo,

tal che di lui mi fé tornar pietoso,

 mirando dietro a sé a Tolomeo

che il seguiva, cui fé re d’Egitto,

che poi uccider là vilmente il feo.

 A loro Marco Antonio quiviritto

seguiva e Cleopatra ancor con esso,

che, in Cicilia, fuggì sanza rispitto,

 ridottando Ottavian, perché commesso

le parea forse aver sì fatta offesa

che non sperava mai perdon da esso.

 Ivi non potend’ella far difesa

al fuoco che l’ardeva forse il core

di libidine e d’ira, ond’era accesa,

 a fuggir quello oltraggioso furore

con due serpenti in una sepoltura

sofferse sostener mortal dolore;

 ed ancor quivi nella sua figura

palida, si vedeano i due serpenti

alle sue zizze dar crudel morsura.

 Prima che questi, credo più di venti,

era ’l primo Africano Scipione,

ch’a Roma fé con sua forza ubbidenti

 ritornar già, con degna punizione,

que’ di Cartago che insuperbiti

eran per Annibal lor campione.

 Ivi Cornelia in sembianti smarriti

seguia dietro a color, cui dissi suso

ch’avanti a Scipion non erano iti.

 E poi che dopo ad essa, gli occhi in giuso,

Traian vidi venir e dopo lui

Marzia col viso di lagrime infuso,

 Giulia veniva poi dietro; con cui,

in atti riposati e mansueta,

quasi alle spalle a Cesare, di cui

 honesta sposa fu, Calpurnia lieta

venia, sanza parer che disiasse

altro veder che lui, e in lui quieta

 ogni altra voglia che la stimolasse.

Canto XI

 Venian dopo costor gente gioconda

ne’ loro aspetti, tutti cavalieri

chiamati della Tavola ritonda.

 Il re Artù quivi era de’ primieri,

a tutti armato avanti cavalcando

ardito e fiero sopra un gran destrieri.

 Seguialo appresso Bordo spronando

e con lui Prezivalle e Galeotto

a picciol passo insieme ragionando.

 E dietro ad essi venia Lancillotto,

armato e nello aspetto grazioso,

con una lancia in man, sanza far motto,

 ferendo spesso il caval poderoso

per appressarsi alla donna piacente,

di cui toccar pareva disioso.

 Oh quanto adorna quivi ed eccellente

allato a lui Ginevra seguitava,

in su un palafreno orrevolmente!

 Stella mattutina somigliava

la luce del suo viso, ove biltate

quanto fu mai tututta si mostrava.

 Sorridendo negli atti, di pietate

piena e parlando a consiglio segreto

con tacite parole ed ordinate,

 era con que’ che già ne visse lieto

lunga fiata, lei sanza misura

amando, ben che poi n’avesse fleto.

 Non molto dietro ad esso con gran cura

seguiva Galeotto, il cui valore

più ch’altro de’ compagni si figura.

 E lui seguiva Chedino ed Astore

di Mare insieme con messer Ivano,

disiosi ciascuno di più onore.

 L’Amoroldo d’Irlanda ed Agravano,

Palamidès seguiva e Lionello,

e Polinoro con messer Calvano.

 Mordretto appresso e con lui Dodinello,

e ’l buon Tristan seguiva poi appresso

sopra un cavallo poderoso e isnello.

 Isotta bionda allato allato ad esso

venia, la man di lui con la sua presa

e rimirandol nella faccia spesso.

 Oh quanto ella parea nel viso offesa

dalla forza d’amor, di che parea

ch’avesse l’alma dentro tutta accesa,

 di che negli atti fuor tutta lucea!

«Tu se’ colui cui io sola disio»,

timida nello aspetto li dicea;

 «in qua ti priego ch’alquanto, amor mio,

tu ti rivolghi, acciò ch’io vegga il viso

per cui vedere in tal camin m’invio».

 Retro a costor sopra un cavallo assiso

rubesto e fiero Brunoro venia,

ed altri molti, i qua’ qui non diviso,

 eran con lui; ma io, la vista mia

dopo la lunga schiera discendendo,

conobbi più mirabil baronia.

 Di porpore vestito, oltre correndo,

quel Carlo Magno sen veniva avante

ch’al mondo fu cotanto reverendo,

 in su un forte e gran destrier ferrante,

ancora de’ triunfi coronato

ch’egli acquistò sopra le terre sante,

 fiero ed ardito e tutto quanto armato,

co’ gigli d’oro nel campo cilestro

e ’l nero uccel davanti nel dorato.

 Eravi Orlando dal lato sinestro

con una spada in man fiero ed ardito,

ed Ulivier lo seguiva dal destro.

 Cavalcando tra questi oltre pulito,

da Montalban Rinaldo giva avanti

intra due suoi fratelli reverito.

 Tra loro era Dusnamo con sembianti

lieti, e molti altri ancor v’eran li quali

io non pote’ conoscer tutti quanti.

 Oltre venia, che parea ch’avesse ali,

il duca Gottifré dopo costoro

per volere esser pur de’ principali.

 Appresso lui seguiva con coloro

umilemente Ruberto Guiscardo,

che fu signor già in Terra di Lavoro.

 Lui seguitava frontiero e gagliardo

Federigo secondo; e ’l Barbarossa

sopr’un forte roncion di pel leardo,

 cavalleroso e di persona grossa,

dritto sovra le strieve in atto altiero,

nel sembiante avilendo ogni altra possa,

 via se ne giva per esser primiero.

Canto XII

 Non sanza molta ammirazion mirando

m’andava riguardando quella gente,

fra me di lor pensier nuovi recando.

 Parevami, nel creder, veramente

che loro eccelsa fama gloriosi

far li dovesse sempiternamente.

 E fra gli altri che molto disiosi

negli atti si mostravan di venire

a quella donna per esser famosi,

 robustamente in aspetto seguire,

armato tutto sopra un gran destriere,

vid’io quivi un grandissimo sire

 vestito di cilestro, al mio parere,

lucente tutto di be’ gigli d’oro

ch’ogni altra luce facean trasparere.

 Ognun, qualunque fosse di coloro

che gian davanti, rimirava lui,

sì fiero andava fuggendo dimoro.

 Se ben ricordo, e’ mi parve costui

quel Carlo ardito ch’ebbe il maschio naso

insieme con virtù molta, da cui

 tutto il pugliese regno fu invaso

e conquistato, e funne coronato;

del qual signore il suo seme è rimaso.

 Rimirandosi innanzi quasi irato,

con una spada che in man tenea

da ogni parte si facea far lato.

 Appresso a lui, al mio parer, vedea

il Saladin risplender tutto quanto

entro ad un drappo ad or che ’ndosso avea.

 Costui seguiva dal sinistro canto

tututto armato Ruggier di Loria,

che in arme ebbe già valor cotanto.

 Ontoso tutto appresso li venia

il re Manfredi e con dolente aspetto,

e con lui Curradino in compagnia.

 Rietro a costoro assai che io non metto

qui ne seguien, però che troppo avrei

a fare a dirli tutti ed il mio detto

 tireria lungo più ch’io non vorrei,

posto ch’alla man manca ed alla dritta,

ch’io non ne conto, più ne conoscei.

 E la mia mente dal disio trafitta

di vedere oltre pur mi stimolava,

per che la vista non teneva fitta.

 Similemente quella con cui andava,

con le parole sue faccendo fretta,

sovente all’altre cose mi chiamava.

 Il dir ch’io le faceva: – Un poco aspetta –

non mi valeva, per ch’io mi voltai

verso la terza faccia a man diretta.

 Aveavi certo da mirare assai

più ch’io dir non potrò, tal che ’n me stesso

assai fiate men maravigliai.

 Con gli occhi alzati mi feci più presso

al detto luogo, acciò ch’io conoscessi

chi e che cose vi stessero in esso.

 Oro ed argento, un gran monte, e con essi

zaffiri ed ismeraldi con rubini

ed altre pietre assai credo vedessi.

 Riguardando più basso, con uncini,

chi con picconi e chi avea martello

e chi con pale e chi con gran bacini,

 ronconi alcuni ed altri intorno ad ello

con l’unghie e chi col dente, uno infinito

popol vi vidi per pigliar di quello.

 E ciaschedun parea pronto ed ardito,

non onorando il piccolo il maggiore,

a suo poter fornia suo appetito.

 Gente v’avea di molto gran valore

in vista, avvegna che la lor viltate

pur si scopria, veggendo con romore

 gli altri, che quivi per cupiditate

givan, cacciarli con duoli e con morte

per prendern’essi maggior quantitate,

 iniqua tirannia rubesta e forte

usando, chi con fatti e chi con detti,

prendendo più che la dovuta sorte.

 Alcun v’avea che i loro mantelletti

se n’avean pieni, e per volerne ancora

abbandonavan tutti altri diletti.

 Tra quella gente che quivi dimora

conobb’io molti, e vidivene alcuno

ch’aver preso di quello ora ne plora

 e forse ne vorrebbe esser digiuno;

ma, cosa fatta, penter non vi vale,

né puolla adietro ritornar nessuno:

 adunque ogni uom si guardi di far male.

Canto XIII

 Mirand’io quella turba sì gulosa

di quel per che s’affanna la più gente,

per esserne nel mondo copiosa,

 entrato infra ’l tesoro più fervente

vi vid’io Mida, in vista che sazia

saria di tutto appena possedente,

 non bastandoli avere avuta grazia

dall’iddii che ciò che e’ toccasse

ritornasse oro ver sanza fallazia.

 Di rietro a lui parea che ne tirasse

giù Marco Crasso assai, avvegnadio

che della bocca ancor li traboccasse.

 Allato a lui con isciolto disio

quell’Attila che ’n terra fu flagello

s’affaticava forte, al parer mio,

 nelle sue man tenendo uno scarpello

con un martel, fierendo sopra ’l monte,

gran pezzi e grossi levando di quello.

 Dall’altra parte con superba fronte

era Epasto, con un piccone in mano

con punte agute bene ad entrar pronte.

 Ognor che su vi dava non invano

tirava il colpo a sé, ma gran cantoni

giù ne faceva ruvinare al piano,

 impiendo di quel sé e’ suoi predoni

ed ogni sciolta voglia adoperando,

dannando le giustizie e le ragioni.

 Là vi vid’io ancora furiando

Nerone imperadore, ed avea tesa

sopra ’l monte una rete e già tirando

 molta gran quantità n’aveva presa

di quel tesoro, e qual gittava via

e qual mettea in disordinata spesa.

 Ivi di dietro un poco a lui seguia

con una scure in man Polinestore,

e quanto più potea quivi feria,

 ora col colpo faccendo romore,

ora mettendo biette alla fessura

quando la scure sua tirava fore,

 forse temendo che non l’apritura

si richiudesse; e molto ne levava

continovando pur con la sua cura.

 Appresso lui tutto ’l monte graffiava

Pignaleon con uno uncino aguto,

e molto giuso a sé ne ritirava.

 L’acerbo Dionisio conosciuto

v’ebbi mirando fra la gente folta,

ch’a tor dell’oro non voleva aiuto.

 Là si ficcava tra la turba molta

con un roncone in man tagliando, e presto

di quello a piè si faceva raccolta,

 impiendo con affanno il suo molesto

voler, cacciando misura e piatate

in modo sconcio assai e disonesto.

 Rubesto appresso la sua crudeltate

Fallarìs dimostrava, ricidendo

con una accetta una gran quantitate

 e via di quindi di quel trasferendo;

poi, arrotata la ’ngrossata accetta,

ancora quivi tornava correndo.

 Con furiosa e minaccevol fretta

quivi si vedea Pirro accompagnato

con mal disposta e dispiacevol setta.

 A molti lì per forza avean levato

a cui cesta di collo, a cui di seno

avean rubato l’or ch’avean cavato.

 Ridendo poi fra lor se ne facieno

beffe ed istrazio di que’ cattivelli,

ch’a cavar quel fatica avuta avieno.

 Ancora vid’io star presso di quelli

il dispietato ed iniquo Tereo,

di quel tesoro prender nel quale elli

 fatica non durò mai come feo

quelli a cui toglieva; e dopo lui

pien d’oro dimorava Tolomeo.

 Ivi era Fisistrato, per la cui

cura più scrigni ripieni e calcati

quivi ne vidi tirati da lui.

 Avea in un lembo de’ panni piegati

Siragusan Geronimo tesoro:

egli e molti altri ne gian caricati.

 Ma di Novara Azzolin con costoro

con molto se ne giva, per tornare

con maggior forza a sì fatto lavoro.

 Molti altri ancora vi vidi cavare

ed isforzarsi per volerne avere,

ma niente era il loro adoperare,

 anzi oziosi stavano a vedere.

Canto XIV

 Più altra gente ancor v’avea, fra’ quali

gran quantità di nuovi Farisei

ad aver del tesoro battean l’ali,

 e sconfortando gli altri e come rei

erano a posseder nel lor parlare

mostrando; e s’io nel rimirar potei

 riguardar vero il loro adoperare,

per possederne maggior quantitate

li vi vedeva forte affaticare.

 Correndo sen portavan caricate

le some, e con iscrigni e piene ceste

si ritornavan quivi molte fiate.

 Ver è che ben ch’avesser lunghe veste

non gli ingombrava però, ma parea

che più che gli altri avesser le man preste.

 Infra lor riguardando, assai v’avea

di quelli cui altra volta avea veduti

e ch’io per nome ben riconoscea.

 Li quali, però che son conosciuti,

non bisogna ch’io nomi, ben che pari

potrebbono esser tututti tenuti.

 Con questi avanti, al mio parer non guari,

quasi tra quei ch’erano più eccellenti

e che parean de’ su detti vicari,

 ornato di be’ drappi e rilucenti

il nipote vid’io di quel Nasuto,

che gloriar si va co’ precedenti,

 recarsi in mano un forte biccicuto,

dando ta’ colpi sopra ’l monte d’oro,

che di ciascun saria un mur caduto;

 e d’esso assai levava, e quel tesoro

in parte oscura tutto si serbava,

e quasi più n’avea ch’altro di loro.

 Oltre grattando il monte dimorava

con aguta unghia un, ch’al mio parere

in molte volte poco ne levava.

 Con questo tanto forte quel tenere

in borsa li vedea, ch’a pena esso,

non ch’altro alcun, ne potea bene avere.

 Al qual faccendom’io un poco appresso

per conoscer chi fosse apertamente,

vidi che era colui che me stesso

 libero e lieto avea benignamente

nudrito come figlio, ed io chiamato

aveva lui e chiamo mio parente.

 Davanti e poi e d’uno e d’altro lato

tanti su per lo monte e giù scendieno

a prender del tesoro disiato:

 ogni lingua verrebbe a dirlo meno,

però qui m’aggia lo lettore alquanto

scusato s’io non gli ritraggo a pieno.

 Quand’io ebbi costor mirati tanto

ch’a me stesso increscea, io mi voltai,

com’altri volle, verso il destro canto.

 Ver è che disiato avrei assai

d’essere stato della loro schiera,

se con onor potesse esser giammai.

 E s’io vi fossi stato, come v’era

alcun ch’io vi conobbi, io avrei fatto

sì che veduta fora la mia cera

 credo più volentier da tal che matto

or mi riputa, però che i’ ho poco,

e più caro m’avrebbe in ciascun atto.

 Hai lasso, quanto nelli orecchi fioco

risuona altrui il senno del mendico!

né par che luce o caldo abbia ’l suo foco,

 e ’l più caro parente gli è nimico;

ciascun lo schifa, e se non ha moneta

alcun non è che ’l voglia per amico.

 Unque s’ogni uomo pur di quello asseta,

mirabile non è, poiché virtute

sanza danari nel mondo si vieta;

 il cui valor se fosse alla salute

di quel pensato che uom pensar dee,

non le ricchezze sarian sì volute.

 Ma io mi credo che parole ebree

parrebbono a ciascun chiaro intelletto

il dir che le ricchezze fosser ree,

 avvegna che in me questo difetto

piuttosto che in altro caderia,

tanto disio d’averne con effetto.

 Né da tal disiderio mi trarria

alcun, tanto il pregar mi par noioso

che di danar sovvenuto mi sia.

 Dopo molto pensar, disideroso

di veder tutto, dirizzai il viso:

e vidi figurato poderoso

 Amor, sì come qui sotto diviso.

Canto XV

 Quella parte dov’io or mi voltai

con gli occhi riguardando e con la mente,

di storie piena la vidi e d’assai.

 Volendo adunque d’esse pienamente,

almen delle notabili, parlare,

rallungar si convien l’opra presente.

 E però dico che, nel riguardare

ch’io feci, a guisa d’un giovane prato

tutta la parte vidi verdeggiare,

 similemente fiorito e adornato

d’alberi molti e di nuove maniere,

e l’esservi parea gioioso e grato.

 Tra’ quali, in mezzo d’esso, al mio parere,

un gran signor di mirabile aspetto

vid’io sopra due aquile sedere;

 al qual mentre io mirava con effetto,

sopra due lioncelli i piè tenea

ch’avean del verde prato fatto letto.

 Una bella corona in capo avea

e li biondi cape’ sparti sott’essa,

che un fil d’oro ciaschedun parea.

 Il viso suo come neve mo’ messa

parea, nel qual mescolata rossezza

aveva convenevolmente ad essa.

 Sanza comparazion la sua bellezza

era, ed aveva due grandi ali d’oro

alle sue spalle, stese inver l’altezza.

 In man tenea una saetta d’oro

ed un’altra di piombo, alla reale

vestito, al mio parer, d’un drappo ad oro.

 Orrevolmente là il vedea cotale,

tenendo un arco nella man sinestra,

la cui virtù sentir già molti male.

 Né però era sua sembianza alpestra

ma giovinetta e di mezzana etate,

dimestica e piatosa e non silvestra.

 E ’ntorno avea sanza fine adunate

genti, le qua’ parea che ciascheduno

mirasse pure a sua benignitate.

 Gai e giocondi ve ne vidi alcuno,

tristi e dolenti sospirando gire

altri vi vidi, in isperanza ognuno.

 Io che mirava il grazioso sire,

immaginando molto il suo valore

per molti ch’io vidi a lui servire,

 ornata come lui, con grande onore

li vidi allato una donna gentile,

la qual pareva sì com’elli Amore,

 vaga nelli occhi, piatosa ed umile;

ver è ch’era d’alloro coronata,

ed in tanto era ad Amor dissimile.

 Angiola mi pareva nel ciel nata,

e in me più volte pensai ch’ella fosse

quella che in Cipri già fu adorata.

 Non so quel che il cor mi sì percosse

mirando lei, se non che l’alma mia

pavida dentro tutta si riscosse,

 né sanza a lei pensar fu poi né fia:

sì eccellente e tanto graziosa

quivi allato ad Amor vidi lucia.

 In fronte a lei, più ch’a altra valorosa,

due belli occhi lucean sì che fiammetta

parea ciascuno d’amor luminosa;

 e la sua bocca bella e piccioletta

vermiglia rosa e fresca simigliava,

e parea si movesse sanza fretta.

 Dintorno a sé tutto il prato allegrava,

come se stata fosse primavera,

col raggio chiar che ’l suo bel viso dava.

 Io non credo ch’al mondo mai pantera

col suo odor già anima’ tirasse,

faccendoli venir dovunque s’era

 blandi e quieti, ch’a lei simigliasse;

e sì parean mirabili i suoi atti,

ch’Amor pareva lì s’innamorasse.

 Oh come nello aspetto, in detti e ’n fatti,

savia parea, con alto intendimento,

pensando a’ suo’ sembianti ed a’ suoi tratti!

 Contemplando ad Amore il suo talento

parea fermasse en la sua chiara luce:

com’aquila a’ figliuo’ nel nascimento

 con amor mostra ond’ella li produce

a seguir sua natura, così questa

credo che faccia a chi la si fa duce.

 A rimirar contento questa onesta

donna mi stava, che in atti dicesse

parea parole assai piene di festa,

 come lo ’mmaginar par che intendesse.

Canto XVI

 Costei pareva dir negli atti soi:

«Io son discesa della somma altezza

e son venuta per mostrarmi a voi.

 Il viso mio, chi vuol somma bellezza

veder, riguardi, là dove si vede

accompagnata lei e gentilezza.

 Ò pietà per sorella e di merzede

fontana sono: Iddio mi v’ha mandata

per darvi parte del ben che possiede.

 Donna più ch’altra sono innamorata

e ma’ isdegno in me non ebbe loco,

però Amor m’ha cotanto onorata.

 Ancor risplende in me tanto il suo foco,

che molti credon talor ch’io sia ello,

avvegna che da lui a me sia poco.

 Cortese e lieta son di lui vasello,

né mai mi parran duri i suoi martiri

pensando al dolce fin che vien da quello.

 E bene è cieco quei che’ suoi disiri

si crede sanza affanno aver compiuti

e sanza copia di dolci sospiri.

 Riceva in pace dunque i dardi aguti,

ch’alcun piacer di belli occhi saetta

que’ che attendon d’esser proveduti.

 Tal, qual vedete, giovane angioletta

qui accompagno Amor che mi disia:

poi tornerò al cielo a chi m’aspetta».

 Ancor più intesi, ma la fantasia

nol mi ridice, sì gran parte presi

di gioia dentro nella mente mia

 lei rimirando e’ suoi atti cortesi,

il chiaro aspetto e la mira biltate,

della qual mai a pien dir non porriesi.

 Dallato Amor con tanta volontate

vidi mirarla, che nel bello aspetto

tutto si dipingeva di pietate.

 Ognora a sé con la sua mano il petto

tastando, quasi non si avesse offeso

perché a guardarla avea tanto diletto.

 Io stetti molto a lei mirar sospeso

per guardar s’io l’udissi nominare

o i’’l vedessi scritto brieve o steso.

 Lì nol vidi né ’l seppi immaginare,

avvegna che, com’io dirò appresso,

in altra parte poi la vidi stare

 dond’io il seppi, e lì il dico espresso:

però chi quello ha voglia di sapere

fantasiando giù cerchi per esso.

 Omè, che lei mirando il mio volere

non avrei sazio mai! ma stretta cura

di mirare altro mi mise in calere.

 Levando adunque gli occhi inver l’altura

vidi quel Giove che ’n forma di toro

non già rubesto mutò sua figura,

 che quivi avendo per umil dimoro

Europa sottratta a cavalcarsi,

per me’ compier l’avvisato lavoro,

 e’ parea quindi correndo levarsi

e gir su per lo mar, come cacciato

fosse, e poi pianamente posarsi

 in quel paese che poi fu nomato

da quella che da dosso si dispose,

ripigliando sua forma innamorato.

 Nel loco poi con parole pietose

pareva a me che la riconfortasse

narrando ancor le sue piaghe amorose;

 ma con disio parea poi l’abracciasse,

e con diletto l’avuto disio

sanza contasto parea terminasse.

 Alquanto appresso ancora questo iddio

com’una gotta d’oro risplendente

trasformato e cadendo, lui vid’io

 gittarsi in una torre prestamente

ad una giovinetta ch’entro v’era,

per ben guardarla, chiusa strettamente;

 il qual forse l’amava oltra maniera

dovuta, ed infra le bianche tette

e belle in piova gir lasciato s’era.

 Né dello inganno già saper cevette

quella, ma lui ritenne nascoso

e guadagnato forse aver credette.

 Alla vera statura luminoso

quivi vedeasi tornato e costei

abracciando e basciando, disioso

 riguardando essa, né giammai da lei

partir sanza il disiato giugnimento;

di che parea ch’ella dicesse: «Omei,

 ch’io son gabbata dal tuo argomento».

Canto XVII

 Hai! come bella seguiva una storia

della figliuola d’Inaco, mi pare,

se ben mi rappresenta la memoria.

 Era lì Giove, e vedendo tornare

sola dal padre quella giovinetta,

il suo disio le vedeva narrare.

 Lungo un boschetto con essa soletta,

sotto piacevoli ombre con costei

star lo vedea sopra la verde erbetta.

 Ma così dimorandosi con lei,

Giuno vi sopravenne furiosa

temendo dello inganno fatto a lei.

 Intanto la persona graziosa

Giove di quella in una vacca bella

mutò, e lei donò alla sua sposa.

 Or poi che Giuno aveali presa quella,

per tema forse di simile offesa,

Argo pien d’occhi guardian fece d’ella.

 Colui appresso, che l’aveva presa

a guardia, in atto un pastor chiamava,

ch’una sampogna sonar gli avea intesa.

 Hatlanciade, quel pastor, v’andava,

sotto alberi sonando dolcemente

con colui quivi riposando stava.

 Onde sonando, vedea chetamente

con tutti e cento gli occhi ch’Argo avea

addormentarsi e non sentir niente.

 Rigido poi l’altro pastor vedea

trarsi di sotto un ritorto coltello,

col qual colui prestamente uccidea.

 Fu lì da Giuno mutato in suo uccello,

la quale irata poi parea seguire

la vacca per cui era morto quello.

 A lei davanti vedeasi fuggire

e già tenea il Nil, quando lo dio

Giuno rattemperò e le sue ire.

 Così tornò ogni bellezza ad Io,

ch’ell’ebbe mai, e lasciò la pigliata

forma bestial che Giove le diè pio.

 E poi la vidi lì deificata,

e dalla gente lì divota assai

con molti incensi la vidi onorata.

 Dopo essa alquanto avanti riguardai

e ’l detto iddio in forma feminile

in un fronzuto bosco affigurai;

 e riguardando lui, che nel gentile

aspetto e bello Diana mi pareva,

negli atti suoi mansueto ed umile,

 là affannato forse si sedeva

ed un forte arco con molte saette

dal suo sinistro lato posto aveva.

 Lui mirando una delle giovinette

che per lo bosco con Diana gia,

che questi dessa fosse si credette;

 a lui venendo in atto onesta e pia

per lei basciar, ché forse consueto

era, sicura prese la sua via.

 Ver lei si fece Giove, e tutto lieto

prendendola la trasse seco appresso

entro in un luogo del bosco segreto;

 ove basciando lei, essa con esso

si stava cheta, che semplice e pura

aveva rotto il boto già commesso.

 Sola lì mi parea che con paura

gravida rimanesse di colui

che la ’ngannò sotto l’altrui figura.

 Tacquesi un tempo la donna nel cui

ventre piacevol peso era nascoso,

ma pur convenne poi paresse altrui,

 ricevend’ella allora dal grazioso

coro di Diana l’esserne divisa:

di che poi Giove, essendone piatoso,

 a lei diè forma d’Orsa e fella assisa

essere intorno al pol piena di stelle,

per guiderdon della colpa commisa.

 Bianco, al mio parer, di dietro a quelle

istorie il vidi in cigno figurato,

con bianche penne rilucenti e belle.

 In dentro andando se l’avea pigliato

nelle sue braccia disiosa Leda,

e ’n camera di lei l’avea portato.

 Là come tosto la infinta preda

si vide inchiuso, lieto ritornossi

nella sua vera e consueta sceda.

 Tutta negli atti Leda marvigliossi,

ma concedendo sé alla sua voglia,

quivi mostrava come racchetossi

 acciò che luogo avesse en l’alta soglia.

Canto XVIII

 Dopo costei si vedea seguitare

come di Semelè già gli arse il core,

e come l’ebbe ancora vi si pare.

 Ornata come vecchia e di dolore

piena era quivi Giuno, invidiosa

perché Giove portava a quella amore;

 nascosa in forma tale, la graziosa

giovine domandava s’ella fosse

ben dell’amor di Giove copiosa.

 Nel viso a riso a quel parlar si mosse

non conoscendo lei, e le rispose:

«Altro che me non disian sue posse».

 Allor si turbò Giuno, ma l’ascose

con falso aspetto, e disse: «Ora ti guarda

ch’e’ non ti inganni con viste frodose.

 Più furon quelle già cui la bugiarda

vista ingannò, ed io ne so alcuno;

ma se tu vuo’ saper se per te arda,

 istea con teco dì come con Giuno.

Se elli il fa, ben ti dico ch’allora

dirò che non ci sia ’nganno nessuno;

 e fa che ’l facci». E sanza far dimora

da lei si dipartia; questa aspettando

rimase con disio la sua malora.

 Tacita e sola così dimorando,

parve che Giove nella casa entrasse,

a cui ella così dicea pregando:

 «Or neghera’mi tu, s’io domandasse,

un caro dono?» a cui e’ rispondea,

e rispondendo parea che giurasse

 sé a ciò non mancar ch’ella volea.

«Come con Giuno ti congiugni», disse,

«così con meco ti priego che stea».

 Ahi come a Giove dolfe! ma non sdisse

quel che ’mpromise, ma invito quello

fé, perché ’l saramento non perisse.

 Rilucer lì d’un foco grande e bello

Semelè si vedeva e in cener trita

ritornar tosto giacendo con ello.

 E così trista finì la sua vita

per lo disio che ’l consiglio dolente

le porse, e Giuno rimase gioita.

 Conforme poi si vedea similmente

Asterien ad aquile seguire,

cui elli amava molto coralmente.

 Allato a lei ed or di sopra gire

per alti boschi quivi si vedeva,

e poi con l’ali lei presa covrire.

 Molto dubbiosa lì quella pareva,

per che rivolta contra il grande iddio

con fievol possa cacciar lo voleva.

 Valeale poco, però che ’l disio

suo ne prendeva que’, come che a lei

ne’ suoi sembianti le paresse rio.

 Nel luogo appresso si vedea colei

che partorì i due occhi del cielo,

secondo che apparve agli occhi miei.

 Assai timida, l’isola di Delo

la riteneva quasi fuggitiva,

umile e piana sotto bianco velo.

 Soletta appresso Antiopa seguiva,

con la qual quivi Giove in forma quale

un satiro, alla mia stimativa.

 Ove allato sedeale e quanto male

amor per lei li facesse narrava,

né come alcun rimedio ve li vale.

 Assai negli atti suoi la lusingava,

tanto che ’nfine alla sua volontate

con impromesse e prieghi la recava.

 Vedeasi appresso quivi la biltate,

in una storia che venia, d’Almena

piena di grazia e di tutta onestate,

 in suoi sembianti gioconda e serena;

a cui Giove, in forma del marito

che dallo studio tornava d’Atena,

 tutto il suo disio avea compito.

Vedevavisi Geta doloroso

perché un altro n’avea ’n casa sentito.

 Appresso v’era Birria nighittoso

caricato di libri; al picciol passo

parea venisse tutto dispettoso,

 sanza alcun ben, dicendo: «Oimè lasso,

quando sarà ch’i’ posi questo peso

che sì m’affolla, ponendolo abbasso?».

 Inver lo ciel ne gia, poi ch’ebbe preso

Giove il diletto che di lei li piacque,

pregna lasciandola, al salire inteso:

 di cui appresso il forte Ercule nacque.

Canto XIX

 Ivi più non seguia, perché finiva

quella facciata con gli antichi autori

che stanno innanzi a quella donna diva.

 Laond’io torna’mi inver li predatori,

ricominciando a quel canto primiero

a rimirar gli antichissimi amori.

 Ed umile tornato v’era il fiero

Marte, prencipe d’arme fatto amante,

per la qual cosa più non era altiero.

 Con tal disio il piacevol sembiante

mirava della bella Citerea,

che non parea che più curasse avante.

 Tra que’ luoghi medesmi mi parea

con essa lui veder dentro ad un letto,

dintorno al quale, al mio parere, avea

 ordinata di ferro tutto eletto

una rete sottil che gli avea presi,

come per coglier loro in quel diletto.

 Sovra la sua vergogna i lacci tesi

avea Vulcano, il qual veder venia

ridendosi d’averli sì offesi.

 Aveva quivi ciascun dio e dia,

che nel ciel fosse, tututti chiamati

Vulcan, per mostrar lor cotal follia.

 Commosso a’ prieghi di Nettunno grati

fatti a Vulcan per Marte umilemente,

di quella fuor da lui eran cacciati.

 Hai! come poi ciascuno apertamente

faceva il suo piacer, però che avieno

vergogna ricevuta interamente!

 E sì avviene a que’ che non vorrieno

trovar le cose e vannole cercando,

che molto meglio cheti si starieno.

 Molto consiglio ciaschedun, che quando

pur divenisse che cosa vedesse

che li spiacesse, con gli occhi bassando

 e’ se ne passi, perché molto spesse

son quelle volte che tai vendicare

tal vuol, che saria me’ che se ne stesse.

 Tutto focoso vidi seguitare

quivi Febo Pennea graziosa,

e lei con dolci voci lusingare.

 Temendo fuggiva ella impetuosa

quivi da lui e di sopra le spalle

con li capelli sparti: più focosa

 entrava in Febo, che ’l dolente calle

seguiva, infin che stanca fé dimoro,

più non potendo, in una bella valle.

 Là ritornata in grazioso alloro

sopr’essa il sol la sua luce fermava,

faccendole col raggio chiaro coro.

 Veder pareami, secondo mostrava,

che si dolesse di tal mutazione

e ne sembianti sen ramaricava.

 Ivi era appresso poi come Sitone,

maschio da lui sanza fine amato,

mutava in feminil sua condizione.

 Con esso lui si stava quivi allato,

e lei tenendo in braccio con amore

mostrava ch’altro non li fosse a grato.

 Or, con costei finito il suo ardore,

rinchiuso vidi in una vecchia scura,

più là un poco, tutto il suo splendore.

 Nell’aspetto pareva la figura

della madre di quella, per cui questo

a far ciò il sospignea con tanta cura.

 Mirabilmente là si vedea presto

chiuso tornare in sé, onde colei

dicea maravigliando: «Or che è questo?».

 E poi il vedeva starsi con costei;

ma morta quella, per la sua potenza

in albero d’incenso mutò lei.

 Così appresso in forma; e l’accoglienza

che Issèn li fé quando con essa giacque,

tutto vi si vedea sanza fallenza.

 Habituato, v’era com li piacque

a Climenès, del cui congiungimento

Feton che guidò il carro poi ne nacque.

 Oltre tra questi poi, molto contento,

era Nettunno in forma d’Euristeo,

Esimena abbracciando al suo talento.

 Innanzi riguardando discerneo

la vista mia costui in braccio tenere

Cerere, cui amò quanto poteo.

 Non sanza molti basci, al mio parere,

la stimolava; ma io mi voltai,

non potend’io più quivi vedere,

 dond’io a riguardar pria cominciai.

Canto XX

 Ove io vidi in ordine dipinto

sì come Bacco, per forza d’amore,

in forma d’uva ad amar fu sospinto

 la figlia di Ligurgo; il cui ardore

quivi con lei in braccio si vedea

temperar, non in forma né in colore

 che si sdicesse, e ’l simil mi parea

d’Erigonèn; e del suo gran disio

così sé quivi si sodisfacea.

 Ivi seguiva poi, al parer mio,

Pan che Siringa gia perseguitando,

ch’avanti li fuggia in atto pio;

 e lei fuggente l’andava pregando,

ma ’l pregar non valeva, anzi tornata

in canna poi la vidi in forma stando.

 Poi di quella i bucciuoli spessa fiata

sonati fur, però che primamente

da esso fu la sampogna trovata.

 Appresso lui vi vid’io il dolente

Saturno in forma di cavallo stare,

a Fillara accostarsi dolcemente.

 Così appresso vidi, ciò mi pare,

Pluto li tristi regni abbandonati

avere e quivi intendere ad amare.

 Ed a lui presso con atti sfrenati

prender vedea Proserpina e con essa

fuggirsi a’ regni di luce privati,

 pur con istudio e con noiosa pressa,

come se stato fosse seguitato

da Giove per volerlo privar d’essa.

 Oltre nel loco vidi figurato

Mercurio con Ersèn: molto stretto,

amando lei, dimorava abracciato,

 insieme avendo piacevol diletto.

Dopo ’l quale io vedeva tutto bianco

Borea quivi, con un freddo aspetto.

 Questi, li regni abbandonati, stanco

in Etiopia giugneva a vedere

Ortigia, ch’a sé dal lato manco,

 vedeva, quivi la facea sedere;

ed abracciata lei tenendo stretta

a pena seco gliel pareva avere.

 A lui seguiva poi la giovinetta

Tisbe, che fuor di Bambillonia uscia

e verso un bosco sen giva soletta.

 Né lì guari lontano, la sua via

fornita, un velo lasciava fuggendo

per una leona che a ber venia

 della fontana, dov’ella attendendo

Piramo si posava nell’oscura

notte; così se n’entrava correndo

 ove già fu la vecchia sepultura

di Nino. E poi si vedeva venire

Piramo là con sollecita cura,

 a sé intorno mirando se udire

o veder vi potesse se venuta

vi fosse Tisbe, secondo il suo dire.

 Lui ciò mirando, in terra ebbe veduta,

perché la luna risplendeva molto,

la vesta che a Tisbe era caduta,

 tutto stracciato e per terra rivolto

con un mantello il bel vel sanguinoso,

per che tututto si cambiò nel volto.

 Ricogliendo essi parea che doglioso

dicesse: «Oimè, Tisbe, chi ti uccise?

chi mi ti tolse, dolce mio riposo?».

 Ontoso tutto lagrimando mise

la mano ad uno stocco ch’avea seco,

col qual dal corpo l’anima divise.

 Parea dicesse piangendo: «Con teco,

Tisbe, morrò, acciò ch’all’ombre spesse

di Dite, lassa, ti ritruovi meco»;

 e sbigottito parea che cadesse

quivi sopra ’l mantello, a piè d’un moro,

e del suo sangue i suoi frutti tignesse.

 Non dilettava a Tisbe il gran dimoro;

colà dond’era uscì, e disse: «Forse

quella bestia è pasciuta, e già non loro

 suol uso a noi far male»: ed oltre corse

alla fontana, e non credea che fosse

essa quando le more rosse scorse.

 In ciò mirando, tutta si percosse

quando Piramo vide ancor tremante,

e dal suo petto il ferro aguto mosse

 e ’n su quel si gittò, dicendo: «Amante,

io son la Tisbe tua! mirami un poco

anzi ch’io muoia», e più non disse avante:

 rimirandola, cadde morta loco.

Canto XXI

 Or miri adunque il presente accidente

qualunque è que’ che vuol legge ad amore

impor, forse per forza, strettamente.

 Quivi credo vedrà che ’l suo furore

è da temprar con consiglio discreto,

a chi ne vuole aver fine migliore.

 Vivean di questi i padri, ciascun lieto

di bel figliuolo: e perché contro a voglia

gli strinser, n’ebbe doloroso fleto.

 E così spesse volte altri si spoglia

di ciò che e’ si crede rivestire,

e poi convien che sanza pro si doglia.

 Sì riguardando poi vidi seguire

Giansone in mezzo di tre giovinette,

le quai ciascuna fu al suo disire.

 Tutte e tre furon già a lui dilette

e nominate Isifile e Medea,

al mio parer, con Creusa sospette.

 «O sanza fede alcuna», mi parea

che Isifile dicesse, «o dispietato,

o più crudel ch’alcuna anima rea,

 deh, or hai tu ancor dimenticato

a quanto onor tu fosti ricevuto

nel regno ond’ogni maschio era cacciato?

 Io non credo che mai fosse veduto

uom volentier in nulla parte strana

né cotal dono a lui mai conceduto,

 simile a quel che io benigna e piana

a te concessi, portando fidanza

alla tua fede come ’l vento vana.

 Faccendo saramenti a me, speranza

nel tuo partir mi desti che giammai

non cambieresti me per altra amanza.

 Andastitene e me, come tu sai,

pregna lasciasti di doppio figliuolo,

ed a tornar ancor verso me hai.

 Con sospiri e con pianti e con gran duolo

gran tempo stetti, dicendo: “Omai tosto

verrà Giansone qui col suo stuolo”,

 ed appena credetti quel che sposto

mi fu di te, ch’avevi nuova amica

presa in Colcòs e mutato proposto.

 Più avanti non so ch’io mi ti dica,

se non ch’io ardo e tu in giuoco e festa

ora ti stai con la mia nimica.

 In tanto questa doglia mi molesta

che dir nol posso, ma tu stesso pensa

chente parriati averla tal qual questa.

 Assai ti priego dunque, se offensa

non ho commessa, non mi abandonare,

ma con pietà al mio dolor dispensa».

 Non rispondea Giansone; ma poi stare

vidi negli atti molto dispettosa

Medea, inverso lui così parlare:

 «Giansone, in tutto ’l mondo non fu cosa

ch’io tanto amassi né per cui facessi

quanto feci per te, sì come sposa;

 e non mi credo ancor che tu sconfessi

com’io ti diè mirabile argomento,

per cui sicur co’ tori combattessi.

 Mostra’ti ancora, per farti contento,

come ’l drago ingannassi, acciò ch’appresso

fornito avessi tuo intendimento.

 Insieme me ne venni teco stesso,

e sai che io il mio picciol fratello

uccisi, acciò che ’l mio padre sopr’esso

 dimorasse piangendo, e quindi snello

e sanza noia passasse il nostro legno

già cominciato a seguitar da ello.

 E sai ancora ch’io col mio ingegno

il tuo antico padre e vecchio Ensone

di giovinetta età il feci degno;

 né riguardai ancora a riprensione

ch’io non facessi morire il tuo zio,

per signor farti della regione.

 Tu il ti conosci e sai per certo ch’io

ogni cosa avre’ fatta per piacerti,

non credendo che mai il tuo disio

 rivoltassi da me per più doverti

dare ad altrui. Deh, se altro diletto,

se non di me, due be’ figli vederti

 ognor davanti non t’avesse stretto,

non dovei tu giammai donna nessuna

più abracciar nel mio debito letto,

 lo qual tu ora possiedi con una:

che s’io non fossi stata alla tua vita,

né lei né me avevi, né altra alcuna.

 Adunque a me, per Dio, ti rimarita».

Canto XXII

 Non rispondeva a nulla di costoro

quivi Gianson, ma Creusa abracciando

con lei traeva dilettevol dimoro.

 Io, che andava avanti riguardando,

vidi quivi Teseo nel Laberinto

al Minutauro pauroso andando.

 Ma poi che quel con ingegno ebbe vinto

che li diede Adriana, quindi uscire

lui vedev’io di gioia dipinto;

 al quale appresso Adriana venire

e con lei Fedra, e salir nel suo legno

e quindi forte a suo poter fuggire.

 Nel quale, avendo già l’animo pregno

del piacer di Adriana, lei lasciare

vedea dormendo e girsene al suo regno.

 Gridando desta la vedeva stare,

e lui chiamava piangendo e soletta

sopr’un diserto scoglio in mezzo mare:

 «Omè», dicendo, «deh, perché s’afretta

sì di fuggir tua nave? Aggi pietate

di me ingannata, lassa, giovinetta!

 Segando se ne gia l’onde salate

con Fedra quelli, e Fedra si tenea

per vera sposa, per la sua biltate.

 Costei più innanzi un poco si vedea

accesa tutta di focoso amore

d’Ippolito, cui per figliastro avea.

 Ivi vedeasi lo sfacciato ardore

di Pasifé, che ’l toro seguitava

di sé chiamandol conforto e signore:

 ove con le man propie ella segava

le fresche erbette nel fogliuto prato

e con quelle medesme gliele dava.

 Spesso li suo’ cape’ con ordinato

stile acconciava e, della sua bellezza

prima l’occhio allo specchio consigliato,

 adorna venia innanzi alla mattezza

bestiale, e quivi parea che dicesse:

«Agraditi la mia piacevolezza?

 Certo se io solamente vedesse

che più ch’un’altra vacca mi gradissi,

non so che più avanti mi volesse».

 Era di dietro a lei, con gli occhi fissi

sopra ’l suo padre, Mirra scellerata,

né da lui punto li teneva scissi.

 Riguardando io costei lunga fiata,

quivi la vidi poi di notte oscura

esser con lui in un letto colcata.

 Correndo poi fuggir l’aspra figura

del padre la vedea, che conosciuta

avea l’abominevole mistura.

 Albero la vedeva divenuta

che ’l suo nome ritien, sempre piangendo

o ’l fallo o forse la gioia compiuta.

 Narcisso vidi quivi ancor sedendo

sopra la nitida acqua a riguardarsi,

di sé oltre ’l dovuto modo ardendo.

 Deh, quanto quivi nel ramaricarsi

nel suo aspetto mi parea piatoso,

e talor seco se stesso crucciarsi:

 «Omè», dicendo, «tristo doloroso,

la molta copia, ch’i’ ho di me stesso,

di me m’ha fatto, lasso, bisognoso».

 Cefalo poi, alquanto dietro ad esso,

vid’io posato aver l’arco e li strali

e riposarsi, per lo caldo fesso.

 «O aura, deh, vien con le fresche ali,

entra nel petto nostro!» tutto steso

stava dicendo parole cotali.

 Ma questo avendo già Pocris inteso,

cui ascosa vedea tra l’erbe e’ fiori

in quella valle, con l’udire inteso,

 essendo in sospezion de’ nuovi amori,

credendo forse che l’Aura venisse,

volle, e nol fece, intanto farsi fori.

 Tutta l’erba si mosse e Cefal fisse

gli occhi colà, credendo alcuna fiera,

e preso l’arco su lo stral vi misse,

 rizzando quel fra l’erba u’ Pocris era,

e lei ferì nello amoroso petto.

Ella, sentendo il colpo, in voce vera:

 «Omè», gridò, «perché ebb’io sospetto

di quel ch’i’ non dovea?» così diria

chi la vedesse ch’ella avesse detto.

 Venuto Cefalo: «L’anima mia,

or che face’ tu qui? oimè lasso»,

dicea, «dogliosa omai mia vita fia,

 avendo te recato a mortal passo».

Canto XXIII

 Ristrinsemi pietà l’anima alquanto

ad aver compassion di quel dolente,

cui io vedeva far così gran pianto.

 Poi rimirando ad altro ivi presente,

vidi colui che il dolente regno

sonando visitò sì dolcemente:

 Orfeo dico, che col suo ingegno

fece le misere ombre riposare

con la dolcezza del cavato legno.

 Sonando ancora quivi il vidi stare

con Erudice sua, e mi parea

che il vedessi sonando cantare,

 sollazandosi, versi, e sì dicea:

«Amore, a questa gioia mi conduce

la fiamma tua che nel cor mi si crea.

 Amor, de’ savi graziosa luce,

tu se’ colui che ’ngentilisci i cori,

tu se’ colui che ’n noi valore induce.

 Per te si fugano angosce e dolori,

per te ogni allegrezza ed ogni festa

surge e riposa dove tu dimori.

 O spegnitor d’ogni cosa molesta,

o dolce luce mia, questa Erudice

lunga stagion con gioia la mi presta!

 Sempre mi chiamerò per te felice,

per te giocondo, per te amadore

starò come fa pianta per radice».

 A veder quel mi s’allegrava il core,

e ’mmaginando quelle parolette

a me, non che a lui, crescea valore.

 E poi, appresso a queste cose dette,

Diomede ed Ulisse si vedeano

divenuti merciai vender gioiette

 tra suore quivi, che queste voleano

in vista comperar, ma dall’un lato

spade ed archi forti posti aveano,

 saette ancor: de’ quali avea pigliato

uno una suora ch’ivi stava presso,

e infino al ferro l’arco avea tirato.

 Onde parea dicesser: «Questi è desso,

questi è Acchille, cui andian cercando»,

e gir se ne volean quindi con esso.

 La qual cosa vedendo, sospirando

una sorella quivi contastava

a que’ che lui andavan lusingando.

 Acchille gir con essi disiava,

e spogliandosi l’abito iveritta

come buon cavalier presto s’armava.

 Vedendo ciò Deidamia, trafitta

da grieve doglia, tutta scolorita

parea dicesse a lui allato ritta:

 «Omè, anima mia, o dolce vita

del cor dolente che tu abandoni,

di cui fia tosto, credo, la finita,

 in qua’ parti vai tu? qua’ regioni

cerchi tu più graziose che la mia?

deh, credi tu a questi due ladroni?

 deh, non t’incresce di Deidamia?

I’ son colei che più che altra t’amo

e che più ch’altra cosa ti disia.

 In quant’io posso più mercé ti chiamo:

non mi ti tôrre, deh, non te ne gire,

non privar me di quel che io più bramo!

 sola mia gioia, solo mio disire,

sola speranza mia, se tu ten vai,

subitamente mi credo morire.

 In continova doglia e tristi guai

istarò sempre: deh, aggi pietate

di me, se grazia merita’ giammai!

 Ahi lassa, or son così guiderdonate

tutte le giovinette ch’aman voi,

che di subito sieno abandonate?

 Ricordar certo credo che ti puoi

quanto onor abbi da me ricevuto,

e ancora puoi ricever, se tu vuoi.

 L’abito che t’ha fatto sconosciuto

sì lungo tempo per me ’l ricevesti,

per me segreto se’ stato tenuto.

 E quando prima vergine m’avesti,

di mai partirti né d’altra pigliarne

sopra la fede tua mi promettesti.

 Perché altrove vuogli adunque andarne?

Di me t’incresca e del comun figliuolo

ch’abbian, se non ti duol la propia carne.

 Io so che tu vuogli ire al tristo stuolo

ch’è ’ntorno a Troia, ov’io dubito forte

che morto non vi sia e per gran duolo

 a me medesma non ne segua morte».

Canto XXIV

 Così pareva che costei dicesse

ed altro assai, a’ prieghi della quale

non mi pareva ch’Acchille intendesse;

 e seguitava quelli al troian male,

contento più che d’esser lì rimaso,

dove quella era, a cui tanto ne cale.

 E ’nnanzi a lui, incerto del suo caso,

Briseida era trista, inginocchiata,

col viso basso e di baldanza raso.

 Tra l’altre cose quella sconsolata

piangendo mi parea che li dicesse:

«Deh, perché m’hai, Acchille, abandonata?

 Per te convenne ch’io mi dolesse

de’ miei fratelli, i quali io più amava

che altra cosa ch’io nel mondo avesse;

 e, per l’amore che io ti portava

e porto, quella morte che tu desti

a lor dolenti non mi ricordava.

 Rapita me per forza ancor m’avesti,

come tu sai, e mia verginitate

a forza e contro a voglia mi togliesti.

 Omè, che allora la tua crudeltate

non conobb’io, ché l’animo sdegnoso

non t’avre’ mai l’offese perdonate.

 Veduta sempre in abito cruccioso

m’avresti certamente, e così forse

non avrei dentro amor per te nascoso.

 Omè, quanto soperchio ve ne corse

quando con atti falsi mi mostrasti

ch’io ti piacessi, e questo il cor mi morse.

 Levastimi da te, poi mi mandasti

a Agamenòn come schiava puttana:

in quello il falso amor ben dimostrasti

 Eimè lassa, misera profana,

Briseida cattiva, che farai

abandonata in parte sì lontana?

 Non mi lasciar morire in tanti guai,

Acchille, aggi piatà di me dolente

che t’amo più che donna uom giammai!

 Deh, guardami con l’occhio della mente,

e prendati pietà di me alquanto»,

dicea colei, ma non valea niente.

 Ivi appresso costui vid’io che tanto

ardeva dell’amor di Pulisena,

ch’ogni miseria ed angoscioso pianto,

 periglio, affanno, guai o grave pena

delle su dette vendicava amore,

il qual fervente gli era in ogni vena;

 e per lei spesso mutava colore,

prieghi porgendo, e non erano intesi,

onde lui costringea grieve dolore.

 Rimirando ivi ancora vediesi

Sesto ed Abido, picciole isolette,

e ’l mar che le divide ancor pariesi.

 Sovvennemi ivi quando vi cadette

Ellès, andando di dietro al fratello

all’isola de’ Colchi, ove ristette.

 Era notando ignudo nato in quello

mare Leandro, andando ver colei

cui più amava, vigoroso e snello.

 Venuta là alla riva costei

vedea con panni e ricever costui,

tutto asciugando lui dal capo a’ piei;

 e poi vedeva quivi lei e lui

con tanta gioia standosi abracciati,

che simil non si vide mai in altrui.

 Ritornar poi il vedea per li usati

mari alla casa, e di far quel camino

suoi membri non parien mai affannati.

 A questo mare alquanto era vicino

Minòs, Alcatoè tenendo stretta

per forte assedio, volendo il destino

 romper di quel capel che nella vetta

del capo a Niso stava, che per esso

l’oste di fuor non avea sospetta.

 E quivi quella torre, ove fu messo

già lo strumento d’Appollo sonante,

vi si vedea rilucere appresso.

 Pareva in quella Silla fiammeggiante

dell’amor di Minòs, che a vedere

stava l’oste a sua terra davante.

 Venir la mi parea poscia vedere

avendo il porporin capel cavato

al padre, e a Minòs darlo, che ’l volere

 robusto suo facea del disarmato

Niso, privando lui della sua gloria:

Silla gittata poi nel mar salato,

 n’andava lieto della sua vittoria.

Canto XXV

 Era più là Alfeo, con le sue onde

piegate intorno e dietro ad Aretusa

con quelle terre che correndo infonde.

 Là era Egisto ancor, che per iscusa

del sacerdozio non andò a Troia

ma Clitemestra si tenea inchiusa,

 lei imbracciata e prendendone gioia

a suo piacere, ben che poco appresso

le ne seguisse sconsolata noia.

 Oh, come quivi, alquanto dop’esso,

seguian Cannace e Macareo dolenti,

divisi per lo lor fallo commesso!

 Non molto dopo lor così scontenti

Biblide vidi lì, che seguitava

il suo fratel con atti molto ardenti.

 Molto pietosamente a lui andava

dietro parlando, sì come parea

negli atti suoi che quivi dimostrava.

 «Ahi dolce signor mio», ver lui dicea,

«deh, non fuggir, deh, prendati pietate

di me che per te vivo in vita rea!

 Guarda con l’occhio alquanto mia biltate,

pensi l’animo tuo il mio valore,

lo qual perisce per tua crudeltate.

 Io non t’ho per fratel ma per signore:

vedi ch’io muoio per la tua bellezza,

per te piango, per te si strugge il core.

 Non tener più ver me questa fierezza,

e ’l superfluo nome di fratello

lascialo andar, ch’a tenerlo è mattezza.

 Aiutami, che puoi, e farai quello

che più aspetta quella che si sface

considerando il tuo aspetto bello.

 Riso, conforto ed allegrezza e pace

render mi puoi, se vuoi: dunque che fai?

Deh, contentami alquanto, se ti piace!

 Vedi ch’io mi consumo in tanti guai,

ch’altra neuna mai ne sentì tanti

per te, cui io disio, e tu tel sai.

 Omè, fortuna trista delli amanti!

come coloro che non sono amati,

amando altrui, da tua rota son franti!

 Se tu riguardi però che chiamati

sorella e frate sian, non è niente,

com dissi, e minor fieno i tuoi peccati

 togliendomi dolor, che se dolente

morir mi fai per non aconsentire

a quel che sol disia la mia mente.

 Rivolgiti, per Dio, deh, non fuggire!

pensa ch’ogni animal tal legge tene

quale a te chiede il mio forte disire.

 A te molto più tosto si conviene

in questo atto fallir, che dispietato

farmi morir nelle noiose pene».

 Biblide trista, quanto t’è in disgrato

veder colui, che ti dovria atare

da chi noia ti desse in alcun lato,

 il tuo dolore in te forte aggregare!

e non che voglia fare il tuo disio,

ma tue parole non vuole ascoltare.

 Là poi appresso, al mio parer, vid’io

Fillis allato star a Demofonte

e pianger sé di lui in atto pio.

 Tutta turbata sue parole conte

li profferia, ricordandoli ancora

quant’ella e le sue cose tutte pronte

 al suo servigio furono, e com’ora,

a lei fallita la promessa fede,

per troppo amor dolor grieve l’acora.

 Tra questi, oltre nel prato, vi si vede

Meleagro e Atalanta che ciascuno

segue un cinghial con solecito piede,

 e quanto ad esso sforzandosi ognuno

offende, accesi d’amoroso foco,

non lasciandoli affar danno nessuno.

 Costor preiva, più avanti un poco,

Aconzio in man con la palla dell’oro

ch’a Cidipe gittò nel santo loco,

 e quella quivi ancor facea dimoro:

dicendo a lei Aconzio che sua era,

ella negandol, parlavan fra loro;

 riguardando l’un l’altro, in tal maniera

Cidipe a lui dicendo: «Se ingannata

fu’ i’ da te, la mia voglia non v’era;

 ché, s’io mi fossi della palla addata,

non l’avria mai rimirata né letta,

anzi l’avrei tosto indietro gittata:

 onde mai non m’avrai e questo aspetta».

Canto XXVI

 Com’io mirando andava quel giardino,

vi vidi in una parte effigiato

Ercule grande a Cidipe vicino;

 ove con lui sedeva dall’un lato

Iole piacente e bella nello aspetto,

cui presa avea nel paese acquistato.

 Non mirava Ercule altro che ’l conspetto

di lei, e quindi tanta gioia prendea

che duol li fora stato altro diletto.

 Ramaricando dopo lui vedea

istar tutta turbata Deianira,

perch’a sé ritornarlo non potea.

 Il molle petto acceso in foco d’ira

mostrava ch’ell’avesse, ognor soffiando

forse per rabbia che in lei si gira.

 Ma, poco spazio, parea che parlando

dicesse a lui: «O signor valoroso,

volgiti a me, come tu suoli, amando,

 e lascia cotestei, cui poderoso

guadagnasti per serva e ’l suo paese

insieme, con vittoria glorioso.

 Non senti tu ch’a ogni uomo è palese

quel che la fama ora in contrario sona

di te, alle passate tue imprese?

 Veramente di te ogni uom ragiona,

ché tu col forte dito quella lana

fili che Iole pesando ti dona.

 Ogni uomo ancora, ch’abbia mente sana,

crede che tu il canestro con le fusa

porti di dietro alla giovane strana.

 Vogliono ancora dire ch’ella t’usa

in ciascuno atto come servidore,

né ti giova donare alcuna scusa.

 E così ismarrito il tuo valore

che tu non pensi alle cose passate,

ogni virtute obliando ed onore?

 forse t’ha ella le forze levate

con alcun suo ingegno falsamente,

come le donne fanno alle fiate?

 Almen non dovria mai della tua mente

trar quel che tu in culla ancor facesti,

l’uno uccidendo e poi l’altro serpente.

 Ricordar de’ ti ancor che uccidesti

Busiri, ed in Libia il grande Anteo

della Terra figliuolo ancor vincesti.

 Vinto traesti quel Cerbero reo

ch’avea tre teste, e tu con tre catene

legasti lui poi ch’a te si rendeo.

 Il drago ancora con sudanti pene,

ch’ognor sanza dormir i pomi d’oro

guardando stava, fu morto da tene.

 I forti corni al furioso toro

rompesti, ed i Centauri domasti

quando di pria cornbattesti con loro.

 Or non fostù colui che consumasti

l’Idra, che doppi capi in suo aiuto

rimettea quando gliele avevi guasti?

 non fu da te il guastator feruto

d’Arcadia? sì fu, e fu colui

ch’avea di carne umana riempiuto

 ogni suo armento, togliendo l’altrui,

da te ucciso; e quel Cacco rubesto

tu uccidesti, rubato da lui,

 reggendo ancora dopo tutto questo

il ciel gravante sopra le tue spalle,

ch’a ogni altr’uom saria stato molesto.

 E s’io volessi andar per dritto calle

ogni vittoria a tua mente rendendo,

io avrei troppo a fare a racontalle.

 Queste so c’hai a mente: or dunque, essendo

sanza pazzia, talora fra te stesso

non ti vergogni tu Iole seguendo?

 Volesse Iddio che tu giammai a Nesso

non m’avessi levata, che mi amava,

e forse in gioia or mi sarei con esso!

 E non per tanto io non imaginava

che mai per altra donna mi lasciassi,

poiché te per altrui io non lasciava.

 Se quella con cui tu ora ti passi

ismemorato in festa ed allegrezza,

tanta virtù in lei forse trovassi,

 tanto piacere e tanto di bellezza

quanto in me, io non riputerei

l’aver lasciata me fosse mattezza.

 Ognora più di ciò ti loderei:

ma s’io ho ben la sua bellezza intesa,

certo io son molto più bella di lei.

 Molto mi tengo in questa parte offesa;

ma torna a me e tutto ti perdono,

e la tua forza in bene ovrar palesa:

 io cheggo a te di grazia questo dono».

Canto XXVII

 Mostravasi ivi ancora effigiata

la valle d’Ida profonda ed oscura,

d’alberi molti e di frondi occupata,

 ove io discernetti la figura

di quel Parìs, piacevole Troiano,

per cui Troia sentì la sua arsura.

 Sol si sedeva là nel loco strano,

davanti al qual Pallade, Giuno e Venere

eran con una palla d’oro in mano.

 Sanza alcun vestimento ignude, tenere,

bianche e vermiglie quivi e dilicate

le mi pareva nel sembiante scernere;

 e diceano a Parìs: «In cui biltate

di noi più vedi, questo pomo d’oro

donalo a lei, quando ci avrai avisate».

 Dal capo al piè rimirava costoro

Parìs: ciascuna bella li parea,

onde fra sé dicea: «Deh, quale onoro?».

 Ognuna d’esse ad esso promettea

e chi senno e chi ricchezze e chi amore

di bella donna, pur ch’a lei la dea.

 Non si sapea esaminar nel core

Parìs qual d’esse più biltate avesse,

né qual ben si pigliar per lo migliore.

 Nel lungo esaminare infine elesse

Venus per la più bella, e diella a lei,

sub condizion che ella gli attenesse

 a farli avere in sua balia colei,

cui ella avea lodata per sì bella,

che nulla v’era simile di lei.

 A cui pareva che rispondesse ella:

«Va tu per essa, ché col mio aiuto

io farò sì che tua si sarà quella».

 Costui vid’io, poco appresso, saluto

sur una nave e dar le vele al vento

e tosto in Ispartèn esser venuto;

 ove disceso, sanza tardamento,

andando Menelao inverso Creti,

a fornir cominciò suo intendimento.

 Ma dopo molte cose, quivi lieti

egli ed Elena bella e graziosa

saliti in nave, pe’ salati freti

 poste le vele, sanza alcuna posa

tornava a Troia, e quivi si mostrava

la vita lor quanto fosse gioiosa.

 Ivi Oenone ancora lagrimava

il perduto marito e con pietose

parole a sé invano il richiamava.

 Là si vedea Ifi e Iante amorose

far festa pria che maschio ritornasse

que’ che ’l suo sesso tanto tempo ascose.

 Appresso mi parea che seguitasse

Laudomia bella sospirando,

come se del suo mal s’indovinasse.

 Raviluppata tutta e non curando

di sé, Protessilao di bella cera

s’aveva fatto, lui raffigurando;

 e poi a quella innanzi posta s’era

in ginocchion, dicendo: «Signor mio,

se io ti sono amanza e donna vera,

 leal come dicesti, fa che io

ti veggia ritornar con quella gloria,

ch’io l’arme tue presenti al forte iddio.

 A que’ c’hanno mestier della vittoria,

lasciali pria combatter, e il periglio

propio fuggi: ch’ognor ch’a memoria

 viemmi quel ch’io già in alcun pispiglio

udii d’Ettòr, che tanti cavalieri

contasta combattendo, ogni consiglio

 in me fugge di me, e volentieri

nel tuo andare ti vorrei aver detto

ch’alla battaglia tu fossi il derrieri.

 Sola mia gioia, solo mio diletto,

fa sì ch’io sia di tua tornata lieta,

ché sanza te mai gioia non aspetto».

 In tal maniera quivi mansueta

si stava Laudomia, tal volta

d’angosciosi sospir tutta repleta.

 Or era ancora verso lei rivolta

Penelopè, che aspettando Ulisse

giammai non fu dal suo amor disciolta.

 Nella qual tenend’io le luci fisse,

fra me volvea quanto fosse il disire

di que’ che mai non cre’ ch’a lei reddisse,

 e quanto volle del mondo sentire,

ché per voler veder trapassò il segno

dal qual nessun poté mai in qua reddire,

 io dico forza usando né suo ingegno.

Canto XXVIII

 Non so chi sì crudel si fosse stato

che, quel ch’io vidi appresso rimirando,

di pietà non avesse lagrimato.

 Pareva quivi apertamente quando

Dido partissi in fuga dal fratello,

e similmente come, edificando

 a più poter, Cartagine nel bello

e util sito faceva avanzare,

e come a ’ngegno l’abitava quello.

 Ricever quivi Enea ed onorare

lui e’ suoi ancor vi si vedea

liberamente; e sanza dimorare

 oltre mirando, ancora mi parea

vederle in braccio molto stretto Amore,

ben che Ascanio aver vi si credea;

 lo qual basciando spesso, del suo ardore

prendea gran quantità occultamente,

tuttor tenendol nel segreto core.

 Eravi poi come insiememente

costei con Enea ed altri assai

a caval giva onorevolmente,

 ripetend’ella in sé quel che giammai

più non pareva a lei aver sentito,

fuor per Sicceo, sì com’io avisai.

 Il chiaro viso bello e colorito,

mirando Enea con benigno aspetto,

tornava bianco spesso e scolorito.

 Ma pervenuti quivi ad un boschetto,

lasciando i cani a’ cerbi paurosi

di dietro, incominciaro il lor diletto.

 Altri cornavano ed altri animosi

correvan dietro, e gridando faceano

i can più per lo grido valorosi.

 Tutto un gran monte già compreso aveano

i cacciatori, e ’n una valle oscura

Dido ed Enea rimasi pareano.

 E sì faccendo, fuor d’ogni misura

un vento quivi pareva levato,

che di nuvoli avea già la pianura

 chiuso ed il monte ancora: onde tornato

pareva il sole indietro e divenuto

oscura notte il dì in ogni lato.

 Horribili e gran tuon ciascun sentuto

aveva, e lampi venivano ardenti

con piover tal che mai non fu veduto.

 Enea e Dido là fuggian correnti

in una grotta, e la lor compagnia

perduta avean, di ciò forse contenti.

 Ivi parea che Dido ad Enea pria

parlasse molte parole amorose,

dopo le quali suo disio scopria:

 ove Enea ascoltar quelle cose

vedeasi, lei abracciata tenere,

e quel fornir che ella li propose.

 Venuti poi al lor reale ostiere

ed in tal gioia lungo tempo stati,

l’uno adempiendo dell’altro il piacere,

 in quel luogo medesimo cambiati

vi si vedea dell’uno i sembianti

e dell’altro i voleri esser mutati.

 Molto affrettando li suoi navicanti

Enea vi si vedea per mar fuggire,

le vele date all’aure soffianti.

 A cui Dido parea di dietro dire:

«Omè, Enea, or che t’aveva io fatto

che fuggendo disii il mio morire?

 Non è questo servar tra noi quel patto

che tu mi promettesti: or m’è palese

lo ’nganno c’hai coperto con falso atto.

 Deh, non fuggir! Se l’essermi cortese

forse non vuogli, vincati pietate

almen de’ tuoi, ché vedi quante offese

 ognora ti minaccian le salate

onde del mar, per lo verno noioso

ch’ora ’ncomincia; e già hanno lasciate

 qualunque leggi nel tempo amoroso

sogliono avere i venti, e ciascheduno

esce a sua posta e torna furioso.

 Vedi ch’ad ora ad or ritorna bruno

l’aere e nebuloso e molti tuoni

e lampi lui percuotono, e nessuno

 impeto è che or non s’abandoni

e faccia danno; e tu col tuo figliuolo

ora cercate nuove regioni!

 Posati adunque tu ed il tuo stuolo,

lasciami almeno apparare a biasmarmi

immaginando il mio etterno duolo:

 e poi, se tu vorrai, potrai lasciarmi».

Canto XXIX

 Riversata piangendo quivi appresso

si stava Dido in sul misero letto,

dov’era già dormitasi con esso,

 maladicendo sé e ’l tristo petto

pien d’aspre cure aspramente battendo,

ripetendo ivi il perduto diletto.

 In atto mi parea così dicendo:

«O doloroso luogo nel qual fui

già con Enea, tanta gioia sentendo,

 omè, perché come ci avesti dui,

due non ci tieni? perché consentisti

che te giammai vedessi sanza lui?

 A’ miei sconsolati membri e tristi

porgi con falsa immagine letizia,

quando per te li spando, ove copristi

 molte fiate già quel che ’n tristizia

ora mi fa sanza cagione stare

per lo suo inganno e coperta malizia».

 Oh come trista lì ramaricare

la vi vedea con quella spada in mano

che fé poi la sua vita terminare!

 Rompendosi le nere veste, invano

chiamando il nome d’Enea che l’atasse,

si pose quella al suo petto non sano:

 e poi sopr’essa parve si lasciasse

cader piangendo e sospirando forte,

perché la spada di sopra passasse.

 Forata quivi, dolorosa morte

l’occupò sopra ’l letto ove sedea

prima piangendo sua misera sorte.

 Appresso questo, al mio parer, vedea

tanto contenti Florio e Biancifiore,

quantunque più ciascuno esser potea:

 tututto il lor trapassato dolore

vera dipinto, degno di memoria,

pensando al lor perfettissimo amore.

 E dopo questa piacevole storia,

vi vidi Lancilotto effigiato

con quella che sì lunga fu sua gloria.

 Lì dopo lui, dal suo destro lato,

era Tristano e quella di cui elli

fu più che d’altra mai innamorato;

 e più assai ancora dopo a quelli

n’avea ch’io non conobbi, o che la mente

non mi ridice bene i nomi d’elli.

 Ond’io, che ’n maggior parte la presente

faccia compresa avea, ritornai ’l viso

a quella donna più ch’altra piacente.

 Nol so, ma credol che di Paradiso

ella venisse, come io già dissi,

tant’ha biltà, valore e dolce riso.

 – Oh felice colui –, con gli occhi fissi

a lei allora a dire incominciai,

– cui tu del tuo piacer degno coprissi!

 Ringraziato possa esser sempre mai

il tuo Fattore, sì com’elli è degno,

veggendo le bellezze che tu hai.

 Se un’altra volta il suo beato ingegno

ponesse a far sì bella creatura,

credo che lieto il doloroso regno

 E’ metterebbe in gioia fuor di misura,

che’ santi scenderieno alla tua luce

e que’ d’abisso verrieno in altura –.

 – Con quanta gioia, credo, si conduce

ciascun di questi ch’è pien della grazia

di quel –, ricominciai, – che qui è duce.

 Oh quanto è glorioso chi si spazia

ne’ suoi disii mediante questo,

se con vile atto tosto non si sazia!

 Non è occulto ciò, poscia che presto

chi più ha pena più oltre s’invia

a volerne sentir, ben che molesto,

 dolendo sé, altrui dica che sia:

dunque se questo martire è soave,

la pace che ne segue chente fia?

 Oh quanti e quali già il tenner grave

ch’avrieno il collo a via maggior gravezza

posto, sappiendo il dolce che ’n sé have!

 Invidiosi alcuni dicon mattezza

esser seguir con ragion quello stile

che dà questo signor di gentilezza,

 lo qual discaccia via ogni atto vile:

piacevole, cortese e valoroso

fa chi lui segue e più ch’altro gentile.

 Superbia abatte, onde ciascun ritroso

o di vil condizione esser non puote

di sua schiera, e quinci invidioso

 va ischernendo que’ cui e’ percuote –.

Canto XXX

 Volendo porre fine al recitare,

ch’a tutto dir troppo lungo saria,

tanto più ch’io non dico ancor vi pare,

 a quella donna graziosa e pia

che dentro alla gran porta principale

col suo dolce parlar mi mise pria,

 lei mirando, volta’mi: – Oh quanto vale –

dicendo, – aver vedute queste cose

che diciavate ch’eran tanto male!

 Or come si porria più valorose,

che queste sien, giammai per nullo avere

o pensare o udir più maravigliose? –.

 Rispose allor colei: – Parte vedere

quel ben che tu cercavi qui dipinto,

ché son cose fallaci e fuor di vere?

 E’ mi par pur che tal vista sospinto

t’abbia in falsa oppinion la mente,

ed ogni altro dovuto ne sia stinto.

 Adunque torna in te debitamente:

ricorditi che morte col dubioso

colpo già vinse tutta questa gente.

 Ver è ch’alcun più ch’altro valoroso

meritò fama, ma se ’l mondo dura

e’ perirà il suo nome glorioso.

 E questa simigliante alla verdura

che vi porge Ariete, che vegnendo

poi Libra appresso seccando l’oscura.

 Nullo altro ben si dee andar caendo

che quello ove ci mena la via stretta,

dove entrar non volesti qua correndo.

 Deh, quanto quello a’ più savi diletta,

grazioso ed etterno! ed io il ti dissi

quando d’entrar pur qui avesti fretta.

 Or dunque fa che più non stieno fissi

gli occhi a cotal piacer: ché se tu bene

quel ch’egli è con dritto occhio scoprissi,

 aperto ti saria che ’n gravi pene

vive e dimora chiunque ha speranza

non saviamente, e a cotai cose tene.

 Tu t’abagli te stesso in falsa erranza

con falso immaginar, per le presenti

cose che son di famosa mostranza.

 Ed io, acciò che’ vani avedimenti

cacci da te, vo’ che mi segui alquanto;

e mosterrotti contro a quel ch’or senti,

 mostrandoti la gioia e ’l lieto canto

de’ tristi, che ’n ta’ cose ebber già fede,

mutarsi in brieve in doloroso pianto.

 Potrai veder colei, in cui si crede

essere ogni poter ne’ ben mondani,

quanto arrogante a suo mestier provede,

 or dando a questo, or ritornando vani

ciò che diede a quell’altro, molestando

in cotal guisa l’intelletti umani.

 Per quel potrai veder vero, pensando

quanto sia van quel ben che’ vostri petti

va sanza ragion nulla stimolando;

 onde, seguendo que’ beni imperfetti

con cieca mente, morendo perdete

il potere acquistare poi i perfetti.

 In tal disio mai non si sazia sete:

dunque a quel ben, che sempre altrui tien sazio

e per cui acquistar nati ci sete,

 dovrebbe ognuno, mentre ch’egli ha spazio,

affannarsi ad avere. Omai andiamo,

ché già il luminoso e gran topazio

 in sulla seconda ora esser veggiamo

già sopra l’orizonte, ed il cammino

è lungo al poco spazio che abbiamo.

 Ma io spero che ’l voler divino

ne farà grazia, ed io così li cheggio,

ched e’ non ci fallisca punto infino

 entrati sarem là, ove quel seggio

del perfetto riposo è stabilito

per que’ che non disian d’aver peggio –.

 Poi ch’io ebbi sì parlare udito

a quella donna, io le rispuosi: – Andate,

nullo mio passo fia da voi partito.

 In questo sol vi priego che m’atiate,

che là dove ’l disio mi trasportasse

contra vostro piacer, mi correggiate –.

 Ella mostrò negli atti ch’accettasse

la mia domanda, e mossesi e rivolta

mi disse allora ch’io la seguitasse.

 Tutti e tre insieme, avvegna che con molta

fatica, la seguimmo, e la cagione

fu perché quistionammo alcuna volta

 a non voler seguir sua mostrazione.

Canto XXXI

 Tosto finì il suo cammin costei,

che di quel loco per una portella

in altra sala ci menò con lei.

 Ell’era grande, spaziosa e bella,

ornata tutta di belle pinture,

sì come l’altra ch’è davanti ad ella.

 Oh quanto quivi in atto le figure

si mostravan tututte variate

dall’altre prime e non così sicure!

 Color con festa e con gioconditate

parevan tutte con be’ vestimenti,

costor con doglia e con avversitate.

 Hai, quanto quivi parevan dolenti

e spaventati, qualunque vi s’era,

con vili e poverissimi ornamenti!

 Ivi vid’io dipinta, in forma vera,

colei che muta ogni mondano stato,

tal volta lieta e tal con trista cera,

 col viso tutto d’un panno fasciato,

e leggermente con le man volvea

una gran rota verso il manco lato.

 Horribile negli atti mi parea,

e quasi sorda a niun priego fatto

da nullo lo ’ntelletto vi porgea;

 e legge non avea né fermo patto

negli atti suoi volubili e incostanti,

ma come posto talor l’avea fratto:

 volvendo sempre ora ’n dietro ora avanti

la rota sua sanza alcun riposo,

con essa dando gioia e talor pianti.

 «Ogni uom che vuol montarci su sia oso

di farlo, ma quand’io ’l gitto a basso

inverso me non torni allor cruccioso.

 Io non negai mai ad alcuno il passo

né per alcun mia maniera mutai,

né muterò, né ’l mio girar fia lasso,

 venga chi vuol». Così immaginai

ch’ella dicesse, perché riguardando

dintorno ad essa vi vid’io assai,

 i qua’ su per la rota aderpicando

s’andavan con le man con tutto ingegno,

fino alla sommità d’essa montando.

 Saliti su parea dicesser: «Regno»;

altri cadendo en l’infima cornice

parea dicessero: «Io son sanza regno».

 In cotal guisa un tristo, altro felice

facea costei, secondo che la mente,

la qual non erra, ancora mi ridice.

 Allor rivolto alla donna piacente

dissi: – Costei, ch’io veggio qui voltare,

conosco io per nimica veramente.

 Tra l’altre creature a cui mi pare

dover portar più odio, questa è dessa,

però ch’ogni sua forza ed operare

 ell’ha contra di me opposta e messa:

né prieghi, né saper, né forza alcuna

pacificar mi può giammai con essa.

 Ognora nella faccia persa e bruna

mi si mostra crucciata e sempre a fondo

della sua rota mi trae dalla cuna,

 gravandomi di sì noioso pondo

che levar non mi posso a risalire,

onde giammai non posso esser giocondo –.

 Ridendo allor mi cominciò a dire

la donna: – Allora e’ tu se’ di coloro

ch’alle mondane cose hanno ’l disire?

 ai quali se ella desse tutto l’oro

che è sotto la luna, pure aversa

riputerebber lei a’ voler loro.

 Torrotti adunque di cotal traversa

oppinione, e mostrerotti come

più son beati que’ che l’han perversa.

 Il dir Fortuna è un semplice nome,

il posseder quel ch’ella dà è vano,

o sanza frutto affanno se ne prome.

 Odirai come: e se ’l mio dire estrano

è dalla verità, conceder puossi

che seguir vizio sia al salvar sano.

 Solamente da te vo’ che rimossi

sieno i pensier fallaci, se procede

il mio parlar con ver, sì che tu possi

 inter vedere come si concede

che quel che più al vostro intendimento

agrada, più con gravezza vi lede –.

 Allora rispos’io: – Io son contento,

donna, d’udire, acciò che ’l mio errore

io riconosca, però che io sento

 non aver nulla esser grave dolore –.

Canto XXXII

 Incominciò allor costei a dire:

– Voi, terreni animal, disiderate

i voler vostri tututti seguire

 mediante costei, cui voi chiamate

Fortuna buona e rea, secondo ch’essa

vi dà e to’ mondana facultate.

 In prima alcuni domandon ad essa

molta ricchezza, credendosi stare

sanza bisogno alcun possedendo essa.

 Vaghi sono altri sol di poter fare

sì che avuti sieno in reverenza

da tutti, e ’n ciò s’ingegnan d’avanzare.

 In alcuni altri aver somma potenza

par sommo bene, e questo van cercando

tanto gli abaglia la falsa credenza.

 Risplendere altri si vanno ingegnando

di nobil sangue ed il nome famoso

o per guerra o per pace van cercando.

 Tai son che credon ch’esser copioso

di volontà carnal, ch’è van diletto,

faccia chi ciò possiede glorioso.

 Vogliono alcuni, acciò che il difetto

del non poter si rivolga in potere,

ricchezza, e per poter porre in effetto

 ogni libidinoso lor piacere;

così figliuoli alcuni, altri altre cose,

e questo interamente hanno in calere.

 Se forse una di queste hanno ritrose

al lor volere, qualunque s’è quello

ch’alcuna aver nell’animo propose,

 incontanente con animo fello

contra questa si turba ed essa dice

nimica, e forse fu difetto d’ello.

 Intendi adunque e vedi che felice

costei non puote giammai fare alcuno,

posto che del mondan sia donatrice.

 Non vedi tu che e’ non è nessuno,

che abondi in ricchezze, che non sia

d’ogni riposo e diletto digiuno?

 Continovo nell’animo li fia

pensiero e cura di poter guardarle,

temendo di nascosa tirannia.

 Vedi dunque che bene ha d’ammassarle,

poiché insidie tutto tempo teme

ed in più quantità voler recarle.

 Il povero uom di tal cosa non geme,

né perde sonno, né lascia sentiero,

sol di sua vita trar pensiero il preme:

 alla quale, a voler narrare il vero,

poco li basta, ma il ricco avaro

di molto aver non ha suo disio intero.

 Me’ puote ancora il ricco dar riparo

alle fami ed a’ freddi, ben che puro

le sente alcuna volta, o spesso o raro.

 Or quinci segue al pover che sicuro

vive di non cader, né spera mai

che caso fortunal li paia duro.

 Ricchezza adunque, quand’ella è assai,

più fa indigente il suo posseditore,

con più pensier, con più cura e più guai.

 Colui che vuol per dignitate onore,

veggian, se la Fortuna gliel concede,

s’egli avrà quel che e’ disia nel core.

 Or non agli occhi di qualunque vede

è manifesto che tornan viziosi

tantosto che neuna ne possiede?

 Ma se per quelle forse virtuosi

ne ritornassero, io consentirei

che tutti voi ne fosti disiosi.

 E d’altra parte dignità i rei

fa manifesti, ed ogni lor mancanza

è conosciuta più ch’io non potrei

 né parlar, né mostrar: dunque v’avanza

questa se vi si mostra allor turbata,

quando chiedendo state in tale erranza.

 Beati alcun si diceria se data

fosse lor forse potenza reale,

non conoscendo il mal di ch’è vallata.

 E questa podestà niente vale,

ch’ella non può fuggire il duro morso

della sollecitudine, che male

 a lei non faccia, né può dar soccorso

a quel noioso e rigido tormento

che di paura dà l’amaro sorso.

 Togliendo questa cotal reggimento,

pace vi dona dove guerra avreste,

e voi nol conoscete; onde, scontento

 ogni uom, pur quel, che dar non vuol, vorreste –.

Canto XXXIII

 – La nobiltà del sangue altri a costei

domanda, come se veracemente

sì fatto don procedesse da lei.

 Oh quanto a domandare stoltamente

si muovon questi, se l’operazioni

non seguono il disio della lor mente!

 Colui che con perpetue ragioni

governa il mondo, come sol fattore

d’esse, crea nelle sue regioni

 ogni anima che nasce, con amore

iguale; e quella si muove da Lui

vegnendo lieta al generato core.

 Considerando dunque che Costui

sia solo e falle egual, conosceremo

così gentil costui come colui,

 e però manifesto vederemo

che chi seguisse la diritta via

delle virtù, come da Lui avemo,

 l’un come l’altro così gentil fia;

e chi da questa torce si può dire

non che villano ma una bestia sia.

 A questi puo’ tu dir che in disire

vien d’esser forse tenuti gentili,

e cercan ciò per lor vizii coprire.

 Tieni or ben mente e vedi quanto vili

sien lor domande, ché, s’ella concede,

superbi tornan dov’erano umili:

 onde da questo poi spesso procede

ched elli scoppian niente tornando,

per che, s’ella nol fa, vie men li lede.

 Tratti ciascun, con virtute operando,

d’aver ta’ lode, ché questa giammai

non gliel torrà la sua rota voltando.

 E chi la vuole in altro modo guai

va dimandando, e ’l come gli è coperto;

e se ben guardi tu te n’avedrai.

 Né ciò è lungamente lor sofferto,

ché degno guiderdon dalla giustizia

etterna è lor di ciò in brieve offerto.

 Ed alcuni altri son che gran letizia

fanno, quando costei concede loro

lussuriando poter lor malizia

 in operazion porre; e di costoro

è il numero grande, i qua’ beati

tengonsi quanto più a tal lavoro

 lusingando ne recano i malnati;

e se questo costei forse lor niega,

incontanente ver lei son turbati.

 Se ella forse copiosa spiega

tal grazia a’ domandanti, in aspra pena,

non conoscendolo essi, i tristi lega.

 Vorrieno alcuni aver la borsa piena

per poter comandare: oh quanto senno

poco costor per via malvagia mena!

 Or credono e’ che minaccevol cenno

faccian le lor ricchezze: anzi il faranno

quelli a cui per guardarle subbietti enno.

 Già puoi veder che gli uomin poco sanno,

ché per aver delle cose mondane

consumin sé con non utile affanno.

 In brieve adunque queste cose vane

si consumano e passano, e dovreste

in ciò tututti aver le menti sane,

 ognor veggendo ciò ch’avien di queste,

come partendo e tornando tal volta

le menti vostre fanno liete e meste.

 Costei, di cui parliam, s’a voi rivolta

con tristo viso vi si mostra spesso,

(se ben hai tutta mia ragion raccolta,

 ov’io ho quasi tutto quanto messo

il suo poter) vi dovria rallegrare,

e non porger dolor negandovi esso.

 Nostro verace ed util ragionare

troppo si stenderia volendo intero,

ciò che dir si porria, d’essa parlare.

 Di ciò ch’è detto basti, e con sincero

parere fa che il prendi, sì che forse

non tragghi error del mio lucido vero.

 Ogni parer che ’l rimirar ti porse,

di là vedendo, caccia e quel disio

massimamente che di lor ti morse:

 fiso mirando quello per che io

qua entro ti menai, fa che col viso

segui com’io col mio parlar m’invio.

 Ogni mondan valor vedrai conquiso

in termine assai brieve: fa ch’ascolti

e che non sia dal tuo intender diviso

 ciò ch’io dirò qui appresso di molti –.

Canto XXXIV

 – Horribilmente percuote costei –,

cominciò ella a dir, – chiunque sale

su la sua rota fidandosi a lei;

 onde ciascun, ch’è qui, per cotal male

piangendo si ramarca, ed essa vedi

che di tal pianto niente le cale.

 Il suo officio fa, e vo’ che credi

che rade volte aspetta il suo girare

che lo stato di uno a’ terzi eredi

 venga, ma con mirabile voltare

dà a costui a quell’altro levando,

come vedi un salire, altro abassare.

 Intento dunque quivi riguardando

puo’ tu veder quella città caduta

che Cadmo fece, lo bue seguitando.

 Potente e grande, più ch’altra tenuta

ch’al mondo fosse, allora fu, ed ora

di pruni e d’erbe la vedi vestuta,

 ruvinati gli ostier, né vi dimora

altro che bestie salvatiche e fiere,

e quanto fosse grande parsi ancora.

 Iocasta trista vi puo’ tu vedere

ch’al figlio moglie misera divenne,

ben ch’avenisse sanza suo sapere;

 e vedi que’ che questa tutta tenne

contra ’l voler del frate, per cui questo

distruggimento misero n’avenne.

 Giace con lui in quel fuoco molesto,

che quivi vedi, il frate, che amendui

fu l’uno all’altro uccider così presto.

 Oltre un poco poi vedi colui

che sopra ’l mur da Giove fulminato

fu, dispregiando ancor negli atti lui.

 Con questi vedi Adastro allato allato,

con gli altri regi che l’accompagnaro

a quel distrugimento dispiatato.

 Vedi Tideo, vedi il pianto amaro

che fer le triste che a compimento,

in ristoro del duol, la consumaro.

 Non t’è occulto or quanto mutamento

dal bene al mal fosse quel di costoro,

e quasi fu in un picciol momento.

 Pon mente poi un poco dietro a loro:

Troia vedrai e ’l superbo Ilione,

ch’a pena alcuna parte par di loro.

 Ora non v’ha né tetto né magione,

ma qual caduto e qual arso si mostra,

come tu vedi, e sai ben la cagione.

 Così costei con cui le piace giostra,

sempre abattendo chi s’oppone ad essa;

ma perseguiamo alla materia nostra.

 Or mira a piè della città depressa,

e vedi que’ che già ne fu signore

quando da’ Greci fu con forza aggressa:

 Priamo dico, il cui sommo valore,

la sua ricchezza, la fama e l’ardire,

i molti figli, il potere e l’onore

 raccontar non porriasi mai né dire;

questa arsa e’ figli morti innanzi ad esso

tututti vide avanti il suo morire.

 Ecuba trista puoi vedere appresso

per doglia andar latrando come cane,

morte chiamando, che l’uccida, spesso.

 Similemente ancor delle troiane

genti vi vedi assai in sanguinoso

lago star morte e d’ogni possa vane.

 Tra gli altri puoi vedere il valoroso

Ettor giacer, e non li valse niente

contra costei il suo esser famoso.

 Ivi Parìs ancora, insiememente

Troiolo, Polidoro e Pulisena

veder puoi tu giacere assai vilmente.

 Agamenòn insieme e la sua pena:

poi ch’ebbe Marte e Nettunno avanzato,

vedi ch’Egisto a lui l’ultima cena,

 togliendoli la vita, dà, ingannato

lui col vestir malizioso e fallace,

nel quale e’ tristo s’è raviluppato.

 E vedi ancor Senacherìb che giace

morto dentro a quel tempio, e vedi Enea

che Turno, il qual si credea stare in pace,

 lui caccia via –. E appresso parea

Serse dolente e tristo nello aspetto,

del passare Ellesponto ancor piangea.

 Oh quanto pien di furia e di sospetto

Atamante teban, che uccise i figli,

quivi parea, nel sembiante dispetto,

 nelle lor carni ancor con tristi artigli!

Canto XXXV

 – Tu puoi –, rincominciò la donna a dire,

– veder qui Alessandro, ch’assalio

il mondo tutto, per velen morire;

 e non esser però il suo disio

pien, ma più che giammai esser ardente,

e ’n tale ardor, come vedi, morio.

 Lo qual fu quanto alcun altro possente,

né però averia questa lasciato,

che se fosse vivuto, che vilmente

 lui non avesse in infimo voltato

della sua rota; ma quel che costei

non fé, morte adempié nel nominato.

 E poi appresso puoi veder colei

che pugnò con Pallade come stolta,

ch’ancor del fallo suo par dica omei.

 Come la vedi ancor quivi ravolta

ne’ suo’ istracci, in ragnol trasmutata

fu dalla dea e dal laccio disciolta.

 Tu puoi appresso vedere effigiata

la sembianza di Dario, la quale

di leto aspetto in tristo par mutata.

 Oh come poco al presente li vale

essere stato grande anzi gli è noia

or che si vede in disperato male.

 Aver puoi già udito quanta gioia

avesse Niobè de’ suoi figliuoli,

e agual qui pare di dolor si muoia.

 Guarda un poco innanzi, se tu vuoli:

superba lei potrai quivi vedere

ancora incerta de’ suoi tristi duoli;

 lor poi appresso ad uno ad un cadere

morti dintorno a lei ancor vedrai,

per la superbia e suo poco sapere.

 In trista angoscia ed in amari guai

la vedi quivi ritornata umile,

sanza suo pro di sé piangendo assai.

 Appresso vedi que’ che con sottile

maestero del padre uscì volando

del Laberinto, che tenendo vile

 miseramente ciò ch’amaestrando

il padre gli avea detto, per volare

troppo alto, in giù, le sue reni spennando,

 ora si cala, e appresso affogare

più là il vedi ne’ salati liti:

questo avien de’ non savi seguitare.

 Riguarda poi più là: vedi smarriti

il fiero Ciro e Persio; ne’ sembianti,

l’ardir perduto, paiono inviliti.

 Or vedi ancora a mano a man da quanti

uccelli il corpo di Nabùch è roso,

temendo il figlio che per tempo avanti,

 surgendo del sepolcro, poderoso

non ritornasse e lui cacciasse fore

del regno, dove vivea glorioso.

 Ivi ve’ tu ancora il gran romore

che fanno le figliuole di Piero

voltate in piche per greve dolore.

 Veggon sanza lor pro ora quel vero

ch’a lor superbamente s’ocultava

nel lor parer fallace e non intero –.

 E quivi appresso costei mi mostrava

Cartagine in ruvina, tutta accesa

d’ardente fuoco che la divampava.

 Riguardar quella con sembianza offesa

mi mostrò quella donna Scipione,

al cui valor non poté far difesa.

 Seguiva con non poca ammirazione

Anibale, turbato nello aspetto

o di quella o di sua distruzione.

 In abito dolente e con sospetto

quivi Asdrubale ancora si vedea,

col capo basso mirandosi il petto.

 Là similmente veder mi parea

la struzione della antica cittate

di Fiesole, la qual tutta cadea.

 Ivi pareva la gran crudeltate

che ’l pistolese pian sostenne pieno

di Catellino, le cui opre spiatate

 quasi narrando non verrian mai meno,

avvegna ch’a ragion posto li fosse

nella sfrenata bocca cotal freno.

 Vedevanvisi ancora le percosse

che Mario da Lucio sostenne,

quando la briga cittadina mosse.

 A’ quei così, come a colui n’avenne,

possa avenir, che nelle città loro

a suscitar battaglia metton penne,

 lasciando il comun ben per suo lavoro.

Canto XXXVI

 – Intento ora ti volgi a riguardare

la vendetta di Dio, che non oblia

mai fallo alcun che si debbia purgare.

 Se ’n parer posto forse ad alcun sia

ch’ella si muova con un lento passo,

non è così, ma que’ troppo disia;

 o se va forse adagio al tristo lasso

ch’aspetta quella per la fatta offesa,

non giova già, ché più grave fracasso

 segue per quello indugio: sì compesa

al fatto fallo, sì che igualmente

da ogni parte la bilancia pesa.

 Pon mente là: colui che sì vilmente

veste e si tien la mano alla mascella,

mostrando sé nel sembiante dolente –,

 incominciò colei, – oh quanto fella

fu l’aspra signoria che ’n Siragusa

tenne, mentre per lui si guardò quella!

 Nel tempo avanti che li fosse chiusa,

tiranneggiando fieramente in essa

sanza ricevere o priego o iscusa,

 tenea la gente sì vilmente oppressa,

ch’ognun piangeva e dicer non osava

la doglia sua, per tema d’altra ressa.

 Oh come fiero li tiranneggiava!

e Dionisio fero fu chiamato

per la fierezza la quale elli usava.

 Così avenne che ne fu cacciato

con tanta noia e con tanto furore,

ch’a lui parve aver vinto esser campato.

 Onde fuggendo ad Atena, il dolore

mitigato, pensò, per non morire

di fame, farsi in lettera dottore.

 Nol vedi tu ched e’ fa là aprire

i libri a’ garzonetti e mostra loro

com’una lettera altra dee seguire?

 Poi guarda avanti nel dolente coro,

e vederai Tesaglia sanguinosa

del roman sangue mischiato e di ploro.

 Or guarda quivi, e vedi sconcia cosa

tanti grandi uomin, tanti valorosi

esser sommessi a rovina angosciosa.

 Simile guarda quanto ponderosi

son gli alberi del sangue che portati

v’hanno li piè delli uccellon golosi,

 i qua’ prima si son ben satollati

de’ corpi morti, che sanza alcun foco

o sepoltura stan quivi gelati.

 Fra folti boschi o tane o altro loco

leon né lupo né can par rimaso

che non si pasca quivi o molto o poco.

 Ondeggiar vedi del dolente caso

i tristi fiumi, ed ispumanti, rossi

del tristo sangue non isparto in vaso.

 Riguarda là Pompeo con volti dossi

che fuggendo abandona il campo tristo,

ed ancor ve’ come a Lesbòs posossi.

 Se là rimiri, con sembiante misto

di lagrime Cornelia accoglier lui

vedrai, poi che sconfitto l’ebbe visto;

 e vedi ancor come quindi con lui

si parte e vanne per mare in Egitto,

in sé immaginando che colui

 dovesse lui ricevere, respitto

avendo al regno che avuto avea

da lui: ma ’l suo pensier non venne dritto –.

 Avanti mi mostrò, dov’io vedea

come scendea del suo legno Pompeo,

perché carico troppo li parea,

 di quello entrando in un che Tolomeo

per Achillàs insieme con Futino,

sotto spezie d’onor, menar li feo.

 In quel già assettato lui meschino,

i traditori, alquanto indi lontani,

pigliaron lui, quasi al suo mal divino,

 sì com parea: il capo l’aspre mani

a lui tagliaro, il tronco in mar gittaro,

e quello al sir portaron di lor cani.

 Ivi pareasi ancora il duolo amaro

che Codro fece quando vide il busto

del capo, ch’a’ Roman fu tanto caro.

 Onde dolente, povero e vetusto

prendea di notte quello, al mio parere,

e poi che ’n picciol fuoco lui combusto

 sotterrato ebbe secondo il potere

in piccioletta fossa, ricoprendo

lui del sabbione, con lagrime vere

 il suo infortunio ripetea piangendo.

Canto XXXVII

 Vedevavisi appresso quanto e quale

già fosse stato Cesare, tenendo

in prima in Roma offizio imperiale.

 Oh quanto poco questo possedendo

il vedea gloriar! ché quivi allato

tra’ sanatori il vedeva morendo,

 lui avendo essi tutto pertugiato

co’ loro stili, e quegli era piggiore

cui elli aveva già più onorato.

 E simile la rabbia e ’l gran furore

di Neron si vedeva terminare

in brieve tempo con molto dolore.

 Risplendevavi ancora, ciò mi pare,

ciò che fé Giuba mai, ed ivi appresso

dopo ’l salir il suo tristo calare.

 Tarquin, Porsenna e Lentulo dop’esso,

Ovidio, Tulio, Amulcar si vedieno

ed altri molti, i quali io con espresso

 riguardo non mirai, perché già pieno

di tal materia aveva lo ’ntelletto,

ed eran tanti che non venien meno.

 – O beato –, diss’io, – que’ che l’effetto

ad altre cose tira che a queste,

le quali istato mostrano imperfetto!

 Più vili ch’altre sono e più moleste,

piene d’inganno e d’affanno gravoso,

e la lor fine è sola mortal peste –.

 Poi mi voltai al viso grazioso

di quella donna che m’avea condotto,

dicendo: – Il mio voler, che fu ritroso,

 or è tornato dritto, e già non dotto

che questi ben terren son veramente

que’ che a’ vizi ciascun mettono sotto.

 Nessun porria pensar che tanta gente,

così famosa e di tanta virtute,

Fortuna avesse sfatti sì vilmente.

 Fosse chi nol vedesse? o chi salute

ispererà omai, se non coloro

che le vere ed etterne han conosciute?

 Il più far qui omai lungo dimoro,

donna, mi spiace: però giamo omai

dove volete, e qui lascian costoro –.

 Allor disse la donna: – Or t’è assai

aperto che costei esser turbata

vi dà salute ed iscemavi guai?

 Ma se tu fossi stato altra fiata

così disposto, come ora ti sento,

già meco fori in capo alla montata.

 Ma poi che del seguirmi se’ contento

ed hai veduto le mondane cose

volubili e caduche più che vento,

 appresso viemmi, ché le gloriose

ed etterne vedrai. Ma non torniamo

onde venimmo, per le ’mpetuose

 tralciute vie, ma di qua teniamo,

ché picciola rivolta alla portella

prima ci menerà, che noi vogliamo –.

 Ora si mosse questa ed io dop’ella,

di quelle cose molto ragionando

ch’eran dipinte nella sala bella.

 Ognor seguendo lei, così mirando

intorno a me per veder ciò che v’era

e nella mente ogni cosa recando,

 sì vi vidi io, per una porta ch’era

alla sinistra mano, un bel giardino

fiorito e bello com di primavera.

 – Entrian –, diss’io, – in questo orto vicino,

donna, se piace a voi, ché poi alquanto

ricreati terrem nostro cammino –.

 Là entro udiva io festa e gran canto,

onde mi crebbe d’esservi il disio,

sì ch’altri mai non disiò cotanto.

 Mirandomi allor dopo, mi vid’io

i due primier che dicean: – Che, non passi

dentro, poiché ardi di volere? – ed io

 infra me gia dicendo: «Se tu lassi

costei per colà entro voler gire,

s’ella non vien, chi guiderà i tuoi passi?».

 – Oh –, cominciò costei allora a dire,

– che credi tu che colà entro sia?

Troppo ti volge ogni cosa il disire.

 Faccian, mentre avem tempo, nostra via,

ché, come, tu costà pinto hai veduto,

così v’è dentro mondana vania.

 Il ver che ora avanti conosciuto,

secondo il tuo parlar, avevi tutto,

seguilo, e non voler con non dovuto

 operar seguir danno e perder frutto –.

Canto XXXVIII

 Comincia’ io allora: – A te che face

l’entrar là entro ed un poco vedere?

Io verrò poi là ovunque ti piace –.

 – Or veggio ben che tu il tuo parere

vuo’ pur seguire in ciascheduna cosa,

e fai quel che tu vuo’ a me volere –.

 Così mi disse, e quasi dispettosa

soggiunse: – Andian, ched e’ potrà seguire

che quando tu in più pericolosa

 angoscia ti vedrai, vorrai reddire

con meco adietro e non esser forse ito,

ed io ti lascerò in tal martire –.

 Non fu il suo parlar da me udito

allor per poco, tanto avea la mente

pure al giardin verdeggiante e fiorito.

 Tutti e quatro v’entrammo insiememente:

tanta gioia vi vidi, che ciò ch’io

dinanzi vidi ivi m’uscì di mente.

 Ahi quanto egli era bello il luogo ov’io

era venuto, e quanto era contento

dentro da me l’ardente mio disio!

 Rimirando m’andava intorno attento

per lo gioioso loco, scalpitando

l’erbette e’ fior col passo lento lento.

 Sì con diletto per lo loco andando

vidi in un verde e piccioletto prato

una fontana bella e grande; e quando

 io m’appressai a quella, d’intagliato

e bianco marmo vidi assai figure,

ognuna in diverso atto ed in istato.

 Mirando quelle, vidi le scolture

di diversi color, com’io compresi,

qua’ belle e qua’ lucenti e quali oscure.

 Vidi lì un bel marmo; e quel sedesi

sopra la verde erbetta, di colore

sanguigno tutto, e ’n su quella stendesi

 in piano, e s’io già non presi errore

nell’avisare, una canna per verso,

quadro e basso e lucido di fore.

 Sovr’ogni canto di quel marmo terso

di marmo una figura si sedea,

ben che ciascuna avea atto diverso,

 ch’umil, bella, soave mi parea

l’una di queste, e due spiritelli

con l’una mano a piè di sé tenea.

 Habituati, parlando con quelli,

gli aveva sì in un voler recati

che ciascuno contento è di quel ch’elli

 all’altro vedea ’n voglia; e colorati

eran li suoi vestir di tanti e tali

color, ch’io non li avrei mai avisati.

 Nell’altro canto, a man destra, ch’iguali

spazio occupava, una donna vi stava

ad ogni creatura disiguali.

 Ella nel capo suo quivi mostrava

tre visi, ed è vestita, ciò mi pare,

come di neve e così biancheggiava.

 Là vid’io poi nel terzo angulo stare

una donna robusta tutta armata,

ad ogni affanno presta di portare.

 Parea di ferro questa ivi formata

tutta a veder; e dopo lei seguia

un altra sopra ’l quarto angul fermata.

 Rimirando colei ognun diria

che di fino smeraldo fatta fosse,

in abito piacente, umile e pia.

 Or quel che più a mirarle mi mosse

fu un vaso vermiglio grande e bello,

che tutte sostenien con le lor posse.

 Fermato sopra loro, il bel vasello

più che ’l sanguigno marmo si spandeva

sopra ’l fiorito e verde prato quello.

 Egli era tondo, e ’n mezzo d’esso aveva

fermata una colonna piccioletta

che diamante in vista mi pareva,

 ritonda e bella; e sopra quella eretta

un capitel v’aveva di fino oro,

fatto con maestria, non miga in fretta;

 e sopra quel tre figure dimoro

faceano ignude, e le spalle rivolte

erano l’una all’altra di costoro.

 Rideva l’una in atto, ben che molte

lagrime fuor per gli occhi ella gittasse,

che poi nel vaso parevan racolte.

 Bruna era e nera; e poi che somigliasse

foco pareva l’altra e dalla poppa

d’acqua gittava; e la terza sopr’a sé

 rampollava ancor, bianca ma non troppa.

Canto XXXIX

 Oh quanto bella tal fonte pariemi

e quanto da lodar, tal che giammai

di mirarla saziato non sariemi!

 Com’io a basso al vaso riguardai,

dove l’acqua cadea ch’era gittata

da quelle tre, se bene immaginai

 o vidi il vero, io vidi ch’adunata

era da parte quanta ne gittava

la bianca donna e là effigiata.

 Onde uscia quella del vaso vi stava

un capo d’un leone, e ver levante

d’un picciol fiume il bel giardin rigava.

 Tolto di quivi e fattomi più avante,

ciò che la donna vermiglia spandea

nel vaso vidi fare il simigliante.

 Rimirando esso ancora vi vedea

una testa d’un toro, al mio parere,

del qual quell’acqua adunata scendea;

 oltre ver mezzogiorno il suo sentiere

tenendo, mi parea che se ne andasse

ancor rigando il piacente verziere.

 Poi mi parve ch’alquanto mi tirasse

inver la terza donna tutta nera,

che ridendo parea che lagrimasse.

 Parevami che, poi ch’adunato era

suo lagrimar nel vaso, che scendesse

per una testa ancora che quivi era;

 ove mirando, parve ch’io vedesse

che lupo fosse, e questa se ne gia

or qua or là, né parea che tenesse

 en l’andar suo nulla diritta via:

ad aquilon talora e ver ponente

scendendo, non so dove si finia.

 Ciò che dal leon cade pianamente

dico che corre, e sopra li suoi liti

d’erbe e di fior si vede ognor ridente.

 Herba non v’ha, né frutti che smarriti

teman dell’autunno, ma tuttora

con frutti e frondi be’ verdi e fioriti

 ivi dimoran, né mai si scolora

prato, ma bel di variati fiori

la state e ’l verno sempre vi dimora.

 A que’’l ruscel, che al toro di fori

cade di bocca, similmente è bello

d’erbe e di fior di diversi colori;

 rivestito di ciascuno albuscello

è ’l dolce lito, che porti verdura,

e similmente d’ogni gaio uccello.

 Odesi alcuna volta en la pianura

le frondi risonar per dolce vento,

il qual si move da quell’aere pura.

 Ogni pratel di quel lito è contento

di mutar condizione a tempo e loco,

secondo c’ha ’l vigore acceso e spento.

 Rallegrasi ogni animale e gioco

vi fa, secondo che amor lo strigne

sotto la forza sua o molto o poco.

 Ovunque la natura più dipigne

la terra di bellezza, è a rispetto

nulla di quello che quel fiume tigne.

 Così veduto quel, con lo ’ntelletto

io corsi a quel che fuor del lupo usciva:

ov’io non vidi un albero soletto

 o altra pianta, la qual verde o viva

vi sia, ma secca la pianura trista,

biancheggiar tutto con l’occhio scopriva.

 Aveva ben del fiumicel la lista

tinta la terra d’un suo color perso,

che quasi lo schifava la mia vista.

 Mossimi allora quindi, ed a traverso

presi il sentiero per lo bel giardino,

per gire al fiume del bel toro emerso.

 E quella donna con cui il cammino

impresi prima, disse: – Se ti piace,

andian per questa via, ché più vicino

 ne fia ’l sentier che ci merrà a pace.

Dove tu vai, come tu hai veduto,

e del bel transitorio e fallace;

 del qual se tu ti se’ bene aveduto,

come dicevi e come il tuo parlare

mostrava che avessi conosciuto,

 a quel non guarderesti, ma andare

il lasceresti come cosa vana

e ’ntenderesti a sol me seguitare.

 Trai dalla mente tua quel che insana

esser la fa, giovi quel ch’io ti dico,

e per quel falla che ritorni sana:

 e non esser di te stesso nimico –.

Canto XL

 La donna mi parlava, ed io mirando

con l’occhio andava pure ove ’l disio

mi tenea fitto, non so che ascoltando.

 Avevami davanti, al parer mio,

su quella riva assai donne vedute,

di cui veder in tal voglia venn’io,

 ch’io dissi: – Donna mia, a mia salute

non pensar più ch’i’ voglia, a tempo e loco

farò d’adoperar la tua virtute;

 ch’ora di novo m’è nel cor un foco

venuto d’esser là: però o vienci,

o tu m’aspetta infin ch’i’ torni un poco.

 In qual parte vorrai poi insieme andrenci:

nostra stanza fia poca veramente,

che noi da veder quelle liberrenci –.

 Oltre n’andai, sanza dir più niente,

co’ due che mi traevano, e costei

quasi scornata mi teneva mente

 con intentivo sguardo, ed io a lei;

sanza dir nulla io la vi pur lasciai,

o bene o mal non so qual io mi fei.

 Hardito con costoro oltre passai,

e ’n sulla riva del bel fiumicello

io vidi donne ch’io conobbi assai;

 e riguardando lor con occhio snello,

qual gia cantando e qual cogliendo fiori,

chi sedea, chi danzava in un pratello.

 Bello era il loco e di soavi odori

ripien per molte piante che ’l coprieno

dal sole e dalli suoi già caldi ardori;

 e suoi cavalli, al mio parer, salieno

già sopra la quarta ora e mezzo il segno

del friseo monton co’ piè tenieno.

 Non credo ched e’ sie sì alto ingegno

che ’nteramente potesse pensare

le bellezze di quelle ch’io disegno.

 Rimanga adunque qui questo lodare,

sol procedendo a’ nomi di coloro

ch’io vi conobbi degne di nomare.

 Infra quel bello e grazioso coro

di tante donne, vidi una bellezza

ch’ancora stupefatto ne dimoro.

 Pietoso Appollo, alquanto dell’altezza

del tuo ingegno presta, o tu ispira

ora per me con la tua sottigliezza!

 Omero, Maro, Naso, o chi più mira

discrizione o di donna o di dea

fé, saria poco a quella che si gira

 sopra quel prato, ov’io vidi sedea

giovinetta leggiadra e tanto bella,

ch’io la pensai per fermo Citarea.

 Inginoccha’mi per volere ad ella

far reverenza, ma poscia m’avidi

ch’era mondana e somigliava stella.

 Sallosi Amore che i piatosi gridi

del cor sentì a sì mirabil vista,

ch’io nol so dir, ché non ho chi mi guidi,

 e s’io pur conforto l’anima trista

poi che per li occhi senti’’l dolce raggio

di tal bellezza, per obliqua lista.

 Istesi adunque inver di lei il visaggio,

e s’a sua posta l’alma, ch’altra guarda,

dar si potesse, io muterei coraggio.

 Nel viso che d’amor sempre par ch’arda

afigurai, mirando con diletto,

che costei era la bella lombarda.

 Signore etterno, a cui nessuno effetto

mai si nascose, alla giusta preghiera

rispondi e dì: fu mai sì bello aspetto?

 Essa sopra la verde primavera

si riposava con altre dintorno,

delle quali il bel luogo ripien era,

 faccendo con la luce dell’adorno

e bellissimo viso, riflettendo

con lume, troppo più il chiaro giorno;

 rimirando talor, fra sé ridendo

ver me di me, che arso m’accendeva

di nova fiamma ancora lei vedendo.

 Udire appresso questa mi pareva

cantar tanto soave in voce lieta

che me di me sovente mi toglieva.

 Così al canto libera e quieta

tutta la mente avea disposta, allora

che con benigna voce e mansueta:

 – Troppa qui lunga dispendiam dimora –,

i due mi dissero; a’ qua’ rivoltato

risposi: – Andiam, sed e’ vi pare, ancora –.

 Oltre la via prendemmo per lo prato.

Canto XLI

 Oltre passando tra’ fiori e l’erbette,

in loco pien di rose e d’albuscelli

venimmo, ove ciascun di noi ristette;

 fra li qua’ canti piacenti d’uccelli

s’udivan tai, che io mi saria stato

quasi contento pure ad udir quelli.

 Or mirando più là nel verde prato,

donne vi vidi una carola fare

ad uno strano suon, ch’una dallato

 ritta a me mi parve udir sonare.

Io non conobbi lei, posto ch’assai

bella paresse a me nel riguardare:

 sì ch’io avanti all’altre riguardai,

ornata quale a sua somma grandezza

si conveniva, in atti lieti e gai,

 esser la mira e piacevol bellezza

di Perigota, nata genitrice

dell’onor di Durazzo e dell’altezza.

 Ahi quanto allor mi reputai felice,

non risparmiando gli occhi a mirar quella

che per bellezza si può dir fenice!

 La qual non donna, ma diana stella,

con passo rado la menava attenta,

non altrimenti che si voglia ad ella,

 con gli occhi bassi, del mirar contenta

che io faceva in lei, che già sentia

come d’altrui per biltà si diventa.

 Vaga e leggiadra molto la seguia

la ninfa fiorentina, al cui piacere

oppongon tai, che non san che si sia,

 nel viso lei parere un cavaliere,

onesta andando sì umilemente

ch’oltra dovere me ne fu in calere.

 Dopo essa, attenta al suon similemente,

veniva quella Lia che trasse Ameto

dal volgar uso dell’umana gente,

 in abito soave e mansueto,

inghirlandata di novella fronda,

con lento passo e con aspetto lieto.

 Lì dopo lei, bianca e rubiconda

quanto conviensi a donna nel bel viso,

tutta gentile, graziosa e gioconda,

 era colei di cui nel fiordaliso

il padre fu dall’astuzia volpina,

col zio e col fratel di lei, conquiso

 con molta della gente fiorentina:

li quai libraron lor poscia, per merto,

troppo più che ’l dover pace vicina.

 Tra tanto ben, quanto a’ mie’ occhi offerto

era ’n quel loco, vid’io poi seguire,

come ’l ramemorar me ne fa certo,

 ognor più belle e più conte nel gire

donne altre assai, i nomi delle quali

io non saprei di tutte ben ridire.

 Però, le taccio, ma con disiguali

passi e maniere si movea catuna,

sì come il suon ne porgeva segnali,

 oltre, al parer mio; e ciascheduna

a tal bisogna conta, lieta e presta

mi pareva che fosse, perch’ognuna,

 ridendo in sé, prendeva gioia e festa,

sanza mostrar negli atti ch’altra cura

le fosse forse dentro al cor molesta.

 Givansi adunque su per la verdura

e sopra i fior che novi produceva

allato al rivo la bella pianura;

 e talor quella che le conduceva

fino alla bella fonte se ne giva

e ’ntorno ad essa in giro si torceva,

 sopra tornando per la cara riva

del fiumicello e poi nel pian tornando

che di diversi odor tututto oliva.

 Sempre con l’occhio quelle seguitando

m’andava io, e dentro lo ’ntelletto

la lor bellezza giva immaginando;

 e di quella prendea tanto diletto

in sé, ch’alcuna volta fu che io,

a tal piacer, credetti far subbietto

 alla mia voglia quiveritta il mio

libero albitrio: ma pur si ritenne

con vigorosa forza il mio disio.

 Voltatomi a que’ due, allor mi venne,

ch’eran con meco, verso lor dicendo:

– Oh quanto a queste natura sovenne,

 ogni bellezza in esse componendo!

Beati que’ che della grazia d’esse

son fatti degni, quella mantenendo,

 la qual volesse Iddio che io l’avesse! –.

Canto XLII

 E mentre ch’io m’andava sì parlando

con questi due, ed ecco d’altra parte

molte donne gentili assai danzando.

 Certo non credo che natura od arte

bellezze tante formasse giammai,

quanto ne’ visi a quelle vidi sparte.

 Tra me medesmo men maravigliai,

ma volto il viso a lor, come venieno

così nella memoria le fermai.

 Onde mi par che quella, cui seguieno

danzando a nota d’una canzonetta

che due di quelle cantando dicieno,

 raffigurando, era una giovinetta

dell’alto nome di Calavra ornata,

di Carlo figlia gaia e leggiadretta:

 reggendo quella alla nota cantata

con volte degne e passi, a cotal danza,

come mi parve, appresso seguitata

 ivi dall’alta ed unica intendanza

del Melanese, che col Can lucchese

abatté di Cardona l’arroganza.

 Nelle man della qual poi la cortese

donna di quel cui seguita Ungheria,

bellissima si fece a me palese:

 graziosa venendo, onesta e pia,

con lieta fronte, in atto signorile,

fece maravigliar l’anima mia.

 Riguardando oltre, con sembianza umile

venia colei che nacque di coloro,

che tal fiata con materia vile

 aguzzando lo ’ngegno a lor lavoro,

fer nobile colore ad uopo altrui,

multiplicando con famiglia in oro.

 Tra l’altre nominat’ è da colui

che con Cefàs abandonò le reti

per seguitare il Maestro, per cui

 i tristi duoli e gli angosciosi fleti

fur tolti a’ padri antichi, e parimente

da Lui menati nelli regni leti.

 Appresso questa assai vezzosamente

se ne veniva la novella Dido,

di nome, non di fatto veramente,

 tenendo acceso nel viso Cupido,

di tale sposa ch’assai mal contenta

credo la faccia nel marital nido.

 Ed il nome di lui di due s’imprenta,

d’un albero e d’un tino, e ’l poco fatto

dal suo diminutivo s’argomenta.

 Costei seguiva con piacevol atto

donna che del sussidio d’Orione

il nome tien, quando sonò per patto.

 Oh quanto ella vorria, ed a ragione,

vedova rimaner partenopea

di tal c’ha nome da quel che menzione

 l’agosto dà ad Ascesi! E poi vedea

dopo essa molte, le qua’ raccontare

per più brieve parlar meglio è mi stea.

 E com’io dissi, ad un dolce cantare,

in voce fatto angelica e sovrana,

era guidata, qual di sotto pare.

 – In chiunque dimora alma sì vana

ch’esser non voglia suggetta ad Amore,

da nostra festa facciasi lontana.

 Lo suo inestimabile valore

che adduce virtute e gentilezza,

a ciascuna di noi disposto ha il core

 a sempre seguitar la sua grandezza,

e lui servendo staremo in disire,

tanto che sentiren quella dolcezza

 ched e’ concede altrui dopo ’l martire:

null’altra gioia al suo dono è iguale,

poiché per quel sembra dolce il morire.

 Vita che sanza lui dura non vale

né più né meno che se ella fosse

cosa insensata o d’un bruto animale.

 In quel disio adunque in che ci mosse

quando a noi fé sua signoria sentirsi,

a sostenere inforzi nostre posse:

 benivol poi essendoci a largirsi,

sì che, deh, non ci paian le ferute

di lui noiose né grave il soffrirsi,

 in cui consiste la nostra salute;

quando parralli, la dobbiamo avere,

dandola tosto con la sua virtute –.

 L’altre poi tutte appresso, al mio parere,

rispondendo diceano: – O signor nostro,

in te si ferma ogni nostro volere,

 tutte disposte siamo al piacer vostro –.

Canto XLIII

 Aveami già quel canto e la bellezza

delle giovani donne l’alma presa

e riempiuta di nuova allegrezza,

 tanto che ad altro la mente sospesa

con gli occhi non tenea, che non faceano

alli raggi di lor nulla difesa;

 e com’io loro alzai, vidi sedeano

donne più là, quasi sé riposando,

che forse fatta festa innanzi aveano.

 Queste, mentre io andava riguardando,

d’erbe e di frondi tutte coronate

vidi ed insieme d’amor ragionando.

 Ver è ch’ell’eran di maturitate,

di costumi, di senno e di valore

e di bellezza molto e molto ornate.

 E volto verso là, il primo ardore

della bellezza dell’altre fu spento,

di tutte, fuor che d’una, nel mio core;

 sì ch’io con passo mansueto e lento

a quelle m’appressai com’io potei,

ed a mirarle mi disposi attento.

 Tra l’altre che io prima conoscei,

fu una ninfa sicula per cui

già si maravigliaron gli occhi miei.

 Oh quanto bella lì negli atti sui,

biasimando le fiamme di Tifeo,

si sedea ragionando con altrui!

 mostrando come per quelle perdeo

l’amato sposo in cieco marte preso,

allor che tutto vinto si rendeo

 in Lipari lo stuolo, ond’elli offeso

col bianco monte nel campo vermiglio

ne fu menato, ove ancora è difeso,

 mudando in chiusa dell’aureo giglio;

donde doleasi, perch’a lui riavere

non valean prieghi, danar, né consiglio.

 Ove costei così, al mio parere,

quivi doleasi, attenta l’ascoltava

giovane donna di sommo piacere,

 simile a cui nessuna ve ne stava,

per quel ch’a me paresse, nel suo viso

che d’ogni biltà pien si dimostrava.

 Sariasi detto che di paradiso

fosse discesa da chi ’ntentamente

l’avesse alquanto rimirata fiso.

 E com’io seppi, ell’era della gente

del Campagnin che lo Spagnuol seguio

nella cappa, nel dire e con la mente,

 a sé faccendo sì benigno Iddio,

che d’ampio fiume di scienza degno

si fece, come poi chiar si sentio,

 faccendo aperte col suo sommo ingegno

le scritture nascose, e quinci appresso

da Carlo pinto gì nello dio regno;

 faccendo sé da quella, in cui compresso

stette Colui che la nostra natura

nobilitò, nomar, che poi l’eccesso

 absterse della prima creatura

con la sua pena; e quivi coronata

della fronda pennea, con somma cura

 raggiugnea fior per farsi più ornata,

mostrando sé tal fiata piatosa

della noia dell’altra a lei narrata.

 Con questa era colei ch’essere sposa

e figliuola perdé quasi in un anno,

di brun vestita e nel viso amorosa:

 oggi tornando dove i fabbri stanno

vulcanei e’ miropoli e coloro

ch’ornan di freno e di sella, all’affanno

 me’ sostener l’animal, ch’al sonoro

percuoter di Nettunno apparve fori

nel bel conspetto del celeste coro.

 Ed il bel nome che’ gemmier maggiori

danno alla perla è suo, il cui cognome

gli Asini legan, di que’ guardatori.

 Splendida, chiara e bella era sì come

nel ciel si mostra qual più luce stella,

di vel coperte l’auree chiome.

 Vaga più ch’altra, si sedea con ella

un’altra fiorentina in atto onesto,

assai passante di bellezza quella.

 Ben m’accors’io chi era e che dal sesto

Cesare nominato era il marito,

qual chi ’l conosce il pensa a lei molesto.

 Guardando adunque nel piacente sito

costoro ed altre che v’erano assai,

sentiva ben da me mai non sentito,

 in guisa tal ch’io men maravigliai.

Canto XLIV

 Era più là, di donne accompagnata,

la Cipriana, il cui figliuolo attende

d’aver la fronte di corona ornata,

 con quello onore che ad essa si rende

dell’isola maggior de’ Baleari,

se caso fortunal non gliel contende.

 Tra le quali era, in atto non dispari

della gran donna, un’altra tanto bella,

che mi fur gli atti suoi a mirar cari.

 Ognuna quivi riguardava ad ella

per la sua gran bellezza, ed io con loro

che già in me riconosceva quella.

 Ell’è colei di cui il padre nell’oro

l’azzurro re de’ quadrupedi tene

nel militare scudo, e di coloro

 passata stassi, come si convene

isposa d’un che la fronzuta pera

d’oro nel ciel per arma ancor ritene.

 E con queste a seder bellissim’era,

simile a riguardare ad una dea

la sposa di colui che la rivera

 rosseggiar fé di Lipari, eolea

isola, poi togliendo in guidardone

l’amiraglia da chi dar la potea.

 Con essa questa ancora ad un sermone

conobb’io quella che fu tratta al mondo,

onde fuggita s’era in religione,

 honesta e gaia nel viso giocondo,

moglie di tal che me’ saria non fosse:

ma chi più sia non mosterrò del fondo.

 E l’altre oltre mirando, mi percosse

ma non so che, e tutto quasi smorto

subito altrove gli occhi e me rimosse.

 Venend’io così men sanza conforto,

tremando tutto, mi ritorna’ a mente

ch’io vidi in una parte di quell’orto,

 onesta e graziosa umilemente,

una donna sedere il cui aspetto

tutto dintorno a sé facea lucente.

 In questo alquanto nel tremante petto

con forza ritornò l’alma smarruta,

rendendo forza al debile intelletto.

 Così mi ricordò che io veduta

avea costei tra quelle donne prima,

e ’n altra parte ancora conosciuta.

 Onde se sua bellezza la mia rima

qui al presente perfetta non dice,

maraviglia non è; ma tanto estima

 sentendo l’alma mia, che om felice

mirando quella dovria divenire,

se la memoria mia ver mi ridice.

 Tenendo mente lei, sommo disire

d’entrar mi venne dentro allo splendore

che delli suoi belli occhi vedea uscire;

 e ’n ciò pensando subito nel core

punger sentimmi, e quasi in un momento

mi ritrovai nel piacevol lustrore.

 Ivi mirabile il dimoramento

pareami, e quasi in me di me facea

beffe di sì notabile ardimento.

 Ma lì essere stato mi parea

tanto che quattro via sei volte il sole

con l’orizonte il ciel congiunto avea.

 E come nell’orecchia talor sole

subito dolce suon percuoter tale

che quello udendo poi le piace e vole,

 così orribil mi venne cotale

e spaventommi per lungo soggiorno,

né mi fé già, ben ch’io temessi, male:

 – O tu –, dicendo, – ch’e’ nel chiaro giorno

del dolce lume della luce mia,

che a te vago si raggia dintorno,

 non ischernir con gabbo mia balia,

né dubitar però per mia grandezza,

la quale umil, quanto vorrai, ti fia.

 Onora con amor la mia bellezza,

né d’alcun’altra più non ti curare,

se tu non vuo’ provar mia rigidezza –.

 Sentimmi poi il cor dentro legare

co’ cari crini del suo capo, e adesso

più volte intorno avolgere e girare.

 Così mi parve, se bene in me stesso

ricordo, che costei dicesse: ond’io

risposi: – Donna, a te tutto sommesso

 io sono e sarò sempre, e ciò disio –.

Canto XLV

 A tal partito nel beato loco

istandomi, io mi senti’ nel core

raccender più ardente questo foco,

 tal ch’io pensai che ’l novello ardore

oltre al dovuto modo mi tirasse,

tal nel principio suo mostrò furore.

 E ’l cor, che ciò pareva che pigliasse

a sé, lo ’ncendio, quantunque potesse,

oltre a dovuta parte a sé ne trasse.

 E così stando parve ch’io vedesse

questa donna gentile a me venire

ed aprirmi nel petto, e poi scrivesse

 là entro nel mio cor posto a soffrire,

il suo bel nome di lettere d’oro

in modo che non ne potesse uscire.

 La qual, non dopo molto gran dimoro,

nel mio dito minore uno anelletto

metteva tratto di suo gran tesoro;

 al qual pareami, se ’l mio intelletto

bene stimò, che una catenella

fosse legata, che infino al petto

 si distendeva della donna bella,

passando dentro, e con artigli presa,

come ancora scoglio, tenea quella.

 Oh quanto da quell’ora in qua accesa

fu la mia mente del piacer di lei,

che mai non era più stata offesa!

 Moveami questa ove pareva a lei

co’ suoi belli occhi, e sol pensando andava

com’io potessi piacere a costei.

 Infra quel circuito che ocupava

la luce sua, quasi come ’nretito,

a forza a rimirarla mi girava.

 Gravoso mi parea l’esser fedito

e più fiate lagrime ne sparsi,

non potend’io durar l’esser partito

 là onde quella soleva mostrarsi

agli occhi miei gentile e graziosa,

e più nel cor sentia ’l foco allumarsi.

 Io non trovava nella mente posa,

sì mi stringea pur di lei vedere

la mente ardente di sì bella cosa.

 Adunque seguitando il mio volere,

dovunque era costei, così tirato

parea ch’io fossi dal suo bel piacere;

 ma certo in ciò Amor m’era assai grato,

sol che ’l disio non fosse oltra misura

nell’amoroso cor troppo avanzato.

 Ognora che la sua bella figura

disiava vedere, Amor faceva

di ciò contenta la mia mente scura,

 rendendo lei umil quand’io voleva.

E questo più m’accendeva, vedendo

che ’l mio disio adempier si poteva,

 né per lei rimaneva ma, sentendo

forse maggior periglio, consentia

che io avanti mi stessi piangendo,

 e graziosa mostrandosi e pia

verso di me, con sua benignitate

in conforto tenea la mente mia.

 Lungamente seguendo sua pietate,

ora in avversi ed ora in graziosi

casi reggendo la mia volontate,

 sollecito del tutto mi proposi

di pur sentire l’ultima possanza

che in loro hanno i termini amorosi.

 Ver è che molto prolissa speranza

mi tenne in questa via, non però tanto

che ’l mio proposto gisse in oblianza.

 Alla seconda con sospiri e pianto,

quando con festa, sempre seguitai

il mio proponimento, infino a tanto

 sottilmente guardando, m’avisai

che la donna pensava terminare

con savio stile i disiosi guai.

 Però alquanto lasciai ’l pensare,

dicendo: «Tosto credo proveduto

fia da costei il mio grave penare.

 Ell’ha ben ora tanto conosciuto

del mal ch’io sento e del mio disio,

ch’io credo che di me le sia incresciuto».

 Così fra me gia ragionando io,

pure aspettando che la sua grandezza

si dichinasse alquanto al dolor mio

 torre potere con la sua bellezza:

la qual l’anima mia più ch’altra brama

e più che altra alcuna in sé l’apprezza,

 onorandola sempre quanto l’ama.

Canto XLVI

 Tenendo me il valor di colei

dentro a sua luce in tal modo costretto,

sempre con lo ’ntelletto volto a lei,

 avendo spesso dolore e diletto,

riposo e noia con isperanza assai,

com’io qui poco di sopra ho detto,

 non sappiendo a che termine mai

si dovesse finire, un poco appresso

inver di lei alquanto mi voltai,

 traendomi più là, e con sommesso

parlar le chiesi che al mio dolore

fine ponesse, qual doveva, adesso,

 ognor servando quel debito onore

che si convene a suoi costumi adorni,

di gentilezza pieni e di valore.

 Cinque fiate tre via nove giorni

sotto la dolce signoria di questa

trovato m’era in diversi soggiorni,

 allora ch’io senti’ che la molesta

pena, che m’era nello cor durata,

convertir si doveva in lieta festa.

 Lasciando adunque la mia vesta usata

in parte più profonda del verziere,

mi parea ritrovar quella fiata

 con gioia smisurata, al mio parere,

e nelle braccia la donna piatosa

stupefatto mi parea tenere.

 Vinceva tanto l’anima amorosa

la gioia, che la lingua stando muta

di venuta pareva dubitosa,

 né diceva niente, ma l’aguta

voglia di star dov’esser mi parea

facea parermi falsa tal paruta.

 Dond’io fra me spesse volte dicea:

«Sogni tu? o se’ qui come ti pare?»

«Anzi ci son», poi fra me rispondea.

 In cotal guisa spesso a disgannare

me quella donna gentile abracciava

e con disio la mi parea basciare,

 fra me dicendo ch’io pur non sognava,

posto che mi pareva grande tanto

la cosa, ch’io pur di sognar dubbiava.

 E se per comprazion volessi quanto

fu la mia gioia porre, essemplo degno

nol crederia trovar; ma dopo alquanto,

 con quella gioia che io qui disegno,

la quale immaginar non si porria

da alcuno mai per altezza d’ingegno,

 tratto un sospiro, graziosa e pia

la donna inver di me disse: – Ora dimmi,

come venisti qui, anima mia? –.

 Ond’io a lei: – Poi ch’Amore aprimmi

gli occhi a conoscer la vostra biltate,

a cui io per mia voglia consentimmi,

 nel cerchio della vostra potestate

entrato con affanno e con sospiri,

sempre sperando en la vostra pietate,

 ò lui pregato che a’ miei martiri

dia fine grazioso, ed e’ menato

m’ha qui per fine porre a’ miei disiri.

 Nel giardin là ver è ch’i’ ho lasciato

stare una donna, la qual lungamente

prima m’avea benigna accompagnato

 venendo qui –; e non lasciai niente

a dire a lei e di que’ due ancora

con cui io venni qui similemente.

 Alquanto stette quella donna allora

in abito sospesa, in sé pensando:

e poi, non dopo molto gran dimora:

 – Andrai –, mi disse, – la donna cercando,

e lei seguisci però ch’ella è quella

che ’n dritta via ripon chi va errando.

 Ciò ch’ella vuol, vo’ facci, fuor che s’ella

me ti volesse far di mente uscire:

in ciò non vo’ che ubidischi ad ella.

 Humiliati sempre al suo disire

e me porta nel cuor, né ti sia grave,

ché ben te ne vedrai, credo, seguire.

 Il portar te in me tanto soave

m’è, che per pace corro a tua figura

quando gravezza alcuna il mio cor have.

 Giammai non fu neuna creatura

che tanto mi piacesse: fatti lieto,

e di ciò tien l’anima tua sicura.

 Io volli ora, al presente far quieto

il tuo disio con amorosa pace,

dandoti l’arra che finirà ’l fleto:

 adunque va omai quando ti piace –.

Canto XLVII

 La donna tacque allora, ed io congedo

presi in un atto in me molto contento

e ’n altro più dolente che mai, credo,

 ver quella parte ritornando lento

dov’io aveva la donna lasciata

che fu mia guida nel cominciamento.

 Io mi giva pensando con bassata

testa a quel ben che io avuto avea,

e doleami di sì corta durata.

 Di più disio ancora mi parea

tutto arder dentro nel trafitto core

vie più che nel principio non facea;

 e diceva fra me: «Deh, se l’ardore

ora non manca, non credo che mai

egli esca omai della mente di fore.

 Avuto ho quel che io più disiai:

deh, che cercherò io per mia salute?

chi stuterà cotal fuoco oramai?

 La volontà che d’Amor le ferute

mi porsero, non è in me finita

ma è cresciuta in me la sua virtute».

 Tra’ fiori e l’erba con vista smarrita

m’andava in me in tal guisa pensando,

dispregiando e lodando la mia vita.

 Riguardandomi a’ piedi, così andando,

mi trovai alla fonte non avendo

vedute quelle donne festeggiando;

 e ’l viso alzai, me stesso riprendendo

del perduto diletto, e ver me vidi

quella donna venir cui io caendo

 fra quel giardino andava, – Ove ti fidi? –

ver me dicendo, e con le braccia aperte

mi prese, e: – Non cre’ tu che io ti guidi

 in qual parte vorrai? perché perverte

tua volontà il mio consiglio vero,

per vanità lasciando cose certe? –

 Allor risposi: – Madonna, sincero

m’è il tuo mostrar tornato di colei

grazia che m’ha disposto a tal sentiero.

 Tu verrai, se ti piace, infino a lei,

e quivi insieme ci dimoreremo

quanto piacer sarà tuo e di lei;

 e poi insieme tutti e tre andremo

dove vorrai, ché io credo segnare

sotto ’l piacer di lei il dì estremo –.

 Ed allora: – Il tuo adimandare

è d’ordine di fuor, ché io so bene

quel che tu vo’ che io vi venga a fare.

 La donna meco assai più si convene,

che tu non fai: dove menar mi vuoi

e ben conosco qual disio ti tene.

 Vieni con meco ed a lei andrem poi –.

– Ma andian là –, risposi, – prima ed essa

insieme meneren con esso noi.

 Non c’è bisogno d’aver sì gran pressa:

ancora il sole al cerchio di merigge

non è, e ’l nostro andar però non cessa –.

 Diss’ella allora: – Io so che ti trafigge

di lei il piacer e non ti puoi partire,

però pur qui tua volontà si figge.

 E però se in questo il tuo disire

io seguirò, tu giurerai di fare

quel ch’io vorrò ed altro non seguire –.

 La mia risposta fu: – Non comandare

ch’io non ami costei, ogni altra cosa

al tuo piacer mi fia lieve osservare.

 La qual se io sol per libidinosa

voglia fornire amassi, in veritate

con dover ne saresti crucciosa;

 anzi con quella intera caritate

che prossima persona amar si dee,

amo, servo ed onoro sua bontate;

 la qual, sì come manifesto v’ee,

non trova pari in atti né ’n bellezza,

né in saper nel mondo simil ee –.

 – Tu hai –, mi disse quella con dolcezza,

– sì presa me pur di voler vedere

costei, cui donna fai di gentilezza

 real posseditrice, che potere

non ho sanza vederla d’ire altrove

né di negare a te il tuo piacere.

 Or dunque insieme ce n’andiam là dove

tu l’hai lasciata, e veggian manifesto

se quello è vero a che il tuo dir mi move –.

 Subitamente ragionato questo

insieme ci movemmo e nel conspetto

venimmo di colei, che ’n atto onesto

 incontro venne a noi con lieto aspetto.

Canto XLVIII

 Graziosamente si feciono onore

quivi insieme le donne, ed in brieve

l’una dell’altra conobbe il valore.

 – Ora mi fia –, la prima donna, – lieve –,

ver me rivolta disse, – farti quella

grazia che per adietro m’era grieve.

 Dolce, cara e benigna mia sorella

tengo costei, e s’ tu m’avessi detto

di lei il nome, già saremmo ad ella,

 è gran pezza, venuti nel conspetto.

Costei sanza ’l fedel consiglio mio

non ferma fatto né compon suo detto:

 dunque per tale essemplo il tuo disio

rafrena e serva il verace piacere,

il qual più volte t’ho già mostrat’io.

 Intero fa che servi il suo parere:

altro che ben non ten potrà seguire,

però ch’ell’ha ver te il mio volere –.

 Lei prese poi per mano e così a dire

incominciò: – Figliuola di virtute,

cui questi qui del tutto vuol servire

 ognor con più disio, per sua salute

pensa, sì ch’egli, ch’ogn’altra ha lasciata

per servir te, con laude dovute

 ringrazi te, cui elli ha essaltata

nel mio conspetto tanto che giammai

nulla ne fu per tal modo lodata.

 Ond’io udendo ciò immaginai

che fuor che tu altr’esser non potea,

e però a venir qui m’inviai –.

 Ove poi per la destra mi prendea

e davami a costei, così dicendo

ancora inver di lei, ciò mi parea:

 – Non ebbe questi mai fren che tenendo

andasse in modo buon sua giovanezza,

se non, ch’io ora di porgliele intendo,

 dirizzando esso verso quella altezza

onde tu discendesti a dimostrare

alli mondan quaggiù la tua bellezza.

 Imperciò ch’io il sento ancora a fare

a te ogni servigio molto presto,

per la fé che mi dei ti vo’ pregare,

 ogni cagion rimossa, che in questo

e’ sia in quanto può racomandato,

drizzando lui col tuo parlare onesto

 là ove sia onorevole stato

di lui e tuo e suo contentamento,

in modo che a me non sia disgrato.

 Io il ti dono tutto, i’’l ti presento:

sempre sia tuo, né giammai sia ardito

di sé partir dal tuo comandamento –.

 E poi rivolta a me mi disse: – Udito

hai ch’io t’ho dato a questa: fa che ’n guisa

la servi che ’l mio don sia gradito.

 Tiella per donna tua, né mai divisa

sia da lei l’alma tua fin che la vita

dal mortal colpo in te non è conquisa.

 Or qui alquanto per questa fiorita

campagna dolcemente ti riposa,

sì che poi sie più forte alla salita

 dove menarti intendo, e la gioiosa

donna con noi, acciò che la via

del tutto paia a ciascun dilettosa –.

 Io dissi allor: – Madonna, così sia!

se tal grazia mi fai, quando ti piace

a tal camin con noi dietro t’invia.

 Manifesto conosco altro che pace

io non potrei aver, poi questa vene

che per conforto sola nel cor giace,

 ond’io sento alleggiare le mie pene.

Dio voglia ch’ella ci stia lungamente,

con allegrezza aggiugnendoci bene! –.

 Ridendo e festeggiando insiememente

su per l’erbette insieme n’andavamo

e d’amor ragionando lietamente.

 Ora innanzi ora ’ndietro tornavamo,

e talora cogliendo erbette e fiori

sopra li verdi prati abassavamo,

 rinnovando con gli occhi più gli ardori

degli animi, e andando per la via

soave al naso per diversi odori.

 E con colei ch’a me più agradia

cercando ogni boschetto, noi soletti,

sanza la donna ch’adietro venia,

 n’andavan tutti prendendo diletti;

tanto che quella, entrati in chiuso loco,

più non vedemmo, onde: – Ciascun s’assetti –,

 dicendo, – qui or aspettianla un poco –.

Canto XLIX

 Era quel loco, dove ci trovamo,

soletto tutto, né persona appresso

di nulla parte a noi non sentavamo.

 Tutto dintorno ed ancora sopra esso

era di frondi verdi il loco pieno,

e di quelle era ben follato e spesso.

 Entrar non vi potea sol né sereno,

e di vermiglie rose in circuito

gran quantità ancor vi si vedieno.

 Allor vedendo il dilettevol sito

e me con quella dimorar soletti

e d’ogni altra compagna esser partito,

 là fra me dissi: «Io non so ch’io m’aspetti:

perché, poi che qui sono, ora non prendo

di questa i tanti affannati diletti?

 Lo loco ov’ora dimorian sedendo

to’ ogni sospetto, né qui mai trovarci

quella potria che ci venia seguendo,

 ed altro non cred’io che impacciarci

potesse: costei vuole ed io ’l disio,

dunque perché cercar più d’indugiarci?».

 In cotal ragionar m’acosta’ io

a quella, e presa lei che ’n sull’erbetta

sonniferava già, al parer mio,

 lei nelle braccia mi reca’ istretta:

mille fiate credo la basciai

pria si svegliasse la bella angioletta.

 Ma subito stordita a dir: – Che fai? –

cominciò isvegliata, – deh, non fare!

se quella donna vien, come farai? –.

 Ed io allora cominciai a parlare:

– Donna, io non so quando mi riavesse

quel che tu ora mi vuoi far lasciare.

 Ragion sarebbe ch’io sempre piangesse,

se per preghiera che non dee valere

quel ch’io ho mattamente perdesse –.

 In cotal guisa stando, al mio parere,

già questa bella donna stava cheta,

consentendo umilmente, al mio piacere

 tutta disposta, quando l’alma lieta

di cotal bene tanta gioia prese

in sé, che ritener dentro a sua meta

 allora non poté, ma ’l sonno offese

là dov’io dolce allor facea dimora,

per che si ruppe e più non si difese.

 Tutto stordito mi riscossi allora

e strinsi a me le braccia, e mi credea

intra esse madama avervi ancora.

 Omè, quanto angosciosa e quanto rea

tal partita mi fu, e quanto caro

mi fu il dormir mentre ’n braccio v’avea!

 Ahi come ritornò in duolo amaro

quel diletto che ’l sonno m’avea porto,

ch’a ogni affanno avea posto riparo!

 Lasso, angoscioso e sanza alcun conforto,

levato pur dintorno mi mirava

immaginando ancora star nell’orto.

 La fantasia non so come m’errava,

e, mentre avea sognato, mi credeva

non sogno avesse e così estimava.

 Ora stordito sognar mi pareva,

e lungo spazio non seppi ov’io m’era

né vero sentimento in me aveva.

 Ritornato ch’io fui poi nella vera

conoscenza di prima e lagrimato

ebbi per certo spazio quivi ov’era:

 «Omè», dicendo, «dove son io stato

con tanta gioia? Ora fosse piaciuto

a Dio ch’i’ non mi fossi mai destato,

 e ’n cotal gioia sempre sare’ suto!

Ancor mi fora leggiero il dormire

se più tal don mi fosse conceduto.

 Pianto ed angoscia e noioso martire

di ciò mi crebbe, e multiplicò ’l foco

in me vie più d’amoroso disire,

 il quale io sento che a poco a poco

tutto mi sface; e già saria finita

la vita mia, se non che a quel loco

 veracemente spero che reddita

ancor farò con essenza perfetta,

allor prendendo quella gioia compita,

 nella quale ora dormendo imperfetta

stetti. E questo l’amorosa mente

solo disia e fermamente aspetta,

 ove Colui, che di tutto è potente,

mi rechi e servi nella vostra grazia

quanto vi piace, madonna piacente,

 nella qual sempre fia la mente sazia».

Canto L

 Dico che poi che ’l sonno fu partito

tutto di me, che stava lagrimando

ancora in me di tal bene smarrito,

 in piè drizzato, intorno a me guardando

vidi la bella donna, la qual voi

per lo giardin mi feste andar cercando.

 – Che pensi? – disse a me, e poco poi

soggiunse: – Andiam, ch’egli è voler di quella

che nel tuo sonno mi ti diè ancoi –.

 Ond’io risposi stupefatto ad ella:

– E dove andremo? e torneren noi forse

dov’io era or con quella donna bella? –.

 – Mai sì –, disse allora, – e ciò che porse

il tuo dormire alla tua fantasia

tututto avrai, se da me non ti smorse.

 Ancora più per me dato ti fia

di grazia, di veder ciò che perdesti

quando lasciasti la mia compagnia.

 In quella parte là, dove or dicesti,

sanza consiglio molto esaminato

ir non si vuol, ché tu ten penteresti.

 Primieramente là dove m’è grato

seguita, ché sanza dubbio intenta

farò di farti a tempo consolato:

 e quel disio, che or più ti tormenta,

porrò in pace con quella bellezza

che l’alma al cor tuttora ti presenta –.

 Ristette allora, ed io tanta dolcezza

presi della promessa, che nel viso

tututto sfavillava d’allegrezza.

 Con voce piana e tutto pien di riso

risposi a lei: – Donna gentile, io vegno,

né più da te voglio esser mai diviso.

 Humile e pian, quant’io posso, m’assegno

a te: fa sì ch’al piacer di colei,

di cui io sono, io non trapassi il segno –.

 – Ell’ha del mio voler –, disse costei,

– in mano il fren, sì ch’io non posso fare

se non sol quel ch’è in piacere a lei.

 Di tanto sempre mi veggo onorare

da essa, ch’io lel lascio, che giammai

oltre alla voglia mia non vuol mutare –.

 E questo detto disse: – Andiamo omai,

ché ’l tempo è brieve a quel che voi fornire –;

per ch’io sanza più dir la seguitai.

 Così adunque vo per pervenire,

donna gentile, al loco dove sendo

voi ebbi tanta gioia nel mio dormire,

 tuttor notando quel ch’andrò vedendo

dietro a costei per la portella stretta,

e di scriverlo oltre ancora attendo.

 Or vi voglio pregar, donna diletta,

che poi che la passata visione

tututta con diletto avrete letta,

 mirando dove cade riprensione

mi correggiate, e cara la teniate

pensando alla mia buona affezione.

 Io non mi curo poi se dispregiate

fien forse le sue rime e sua sentenza,

sol che a voi sien dilettose e grate.

 Per vostro onore e somma reverenza

della fé ch’io vi deggio, come a donna

di virtuosa e somma intelligenza,

 atando me la possa che s’indonna

in ciascun cuor gentil che da virtute

per accidente alcun mai non si sdonna,

 rispetto avendo ancora alla salute

che da vo’ isperanza mi promette

a mitigar l’amorose ferute,

 aggio composte queste parolette

in rima, e fine faccio col piacere

di voi, in cui l’alma tutta si rimette,

 vaga e contenta solo di potere

far cosa che v’agrada, e questo vole,

questo disia e questo l’è ’n calere,

 ed il contrario più ch’altro le dole.

Dunque, donna gentile e valorosa,

di biltà fonte, com di luce sole,

 rimirate alla fiamma che nascosa

dimora nel mio petto, ed ispegnete

quella con l’esser verso me piatosa.

 Amor mi diede a voi, voi sola sete

il ben che mi promette la speranza,

sola mia vita in gioia tener potete.

 Solo mio ben, sola mia disianza,

solo conforto della vaga mente,

sola colei che mia virtute avanza

 sete e sarete sempre al mio vivente;

né più disio né disiar più voglio

fuor che d’esser a tal biltà servente.

 Adunque quello ardor in cui m’invoglio

terminerete omai quando vi piace,

ch’io vi sono entro ognor più ch’i’ non soglio:

 io v’acomando al Sir di tutta pace.

Indice Biblioteca Progetto Boccaccio

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 09 settembre 2011