Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata decima

Conclusione

La novella di Dioneo era finita, e assai le donne, chi d’una parte e chi d’altra tirando, chi biasimando una cosa, un’altra intorno a essa lodandone, n’avevan favellato, quando il re, levato il viso verso il cielo e vedendo che il sole era già basso all’ora di vespro, senza da seder levarsi così cominciò a parlare:

 – Addorne donne, come io credo che voi conosciate, il senno de’ mortali non consiste solamente nell’avere a memoria le cose preterite o conoscere le presenti, ma per l’una e per l’altra di queste sapere antiveder le future è da’ solenni uomini senno grandissimo riputato. Noi, come voi sapete, domane saranno quindici dì, per dovere alcun diporto pigliare a sostentamento della nostra santà e della vita, cessando le malinconie e’ dolori e l’angosce, le quali per la nostra città continuamente, poi che questo pistolenzioso tempo incominciò, si veggono, uscimmo di Firenze; il che, secondo il mio giudicio, noi onestamente abbiam fatto, per ciò che, se io ho saputo ben riguardare, quantunque liete novelle e forse attrattive a concupiscenzia dette ci sieno e del continuo mangiato e bevuto bene e sonato e cantato (cose tutte da incitare le deboli menti a cose meno oneste), niuno atto, niuna parola, niuna cosa né dalla vostra parte né dalla nostra ci ho conosciuta da biasimare: continua onestà, continua concordia, continua fraternal dimestichezza mi ci è paruta vedere e sentire; il che senza dubbio in onore e servigio di voi e di me m’è carissimo. E per ciò, acciò che per troppa lunga consuetudine alcuna cosa che in fastidio si convertisse nascer non ne potesse, e perché alcuno la nostra troppo lunga dimoranza gavillar non potesse, e avendo ciascun di noi la sua giornata avuta la sua parte dell’onore che in me ancora dimora, giudicherei, quando piacer fosse di voi, che convenevole cosa fosse omai il tornarci là onde ci partimmo. Senza che, se voi ben riguardate, la nostra brigata, già da più altre saputa da torno, per maniera potrebbe multiplicare che ogni nostra consolazion ci torrebbe; e per ciò, se voi il mio consiglio approvate, io mi serverò la corona donatami per infino alla nostra partita, che intendo che sia domattina; ove voi altramente diliberaste, io ho già pronto cui per lo dì seguente ne debbia incoronare. – 

I ragionamenti furon molti tralle donne e tra’ giovani, ma ultimamente presero per utile e per onesto il consiglio del re e così di fare diliberarono come egli aveva ragionato: per la qual cosa esso, fattosi il siniscalco chiamare, con lui del modo che a tenere avesse nella seguente mattina parlò e, licenziata la brigata infino all’ora della cena, in piè si levò.

Le donne e gli altri levatisi, non altramenti che usati si fossero, chi a un diletto e chi a un altro si diede; e l’ora della cena venuta, con sommo piacere furono a quella; e dopo quella a cantare e a sonare e a carolare cominciarono; e menando la Lauretta una danza, comandò il re alla Fiammetta che dicesse una canzone; la quale assai piacevolemente così incominciò a cantare:

S’amor venisse senza gelosia,

io non so donna nata

lieta com’io sarei, e qual vuol sia.

Se gaia giovinezza

in bello amante dee donna appagare,

o pregio di virtute,

o ardire o prodezza,

senno, costume o ornato parlare,

o leggiadrie compiute,

io son colei per certo in cui salute,

essendo innamorata,

tutte le veggio en la speranza mia.

Ma per ciò ch’io m’avveggio

che altre donne savie son com’io,

io triemo di paura,

e pur credendo il peggio,

di quello aviso en l’altre esser disio

ch’a me l’anima fura,

e così quel che m’è somma ventura

mi fa isconsolata

sospirar forte e stare in vita ria.

Se io sentissi fede

nel mio signor, quant’io sento valore,

gelosa non sarei;

ma tanto se ne vede,

pur che sia chi ’nviti l’amadore,

ch’io gli ho tutti per rei.

Questo m’accuora, e volentier morrei,

e di chiunque il guata

sospetto, e temo non mel porti via.

Per Dio dunque ciascuna

donna pregata sia che non s’attenti

di farmi in ciò oltraggio;

ché, se ne fia nessuna

che con parole o cenni o blandimenti

in questo il mio dannaggio

cerchi o procuri, s’io il risapraggio,

se io non sia svisata,

piagner farolle amara tal follia.

Come la Fiammetta ebbe la sua canzone finita, così Dioneo, che allato l’era, ridendo disse: —Madonna, voi fareste una gran cortesia a farlo cognoscere a tutte, acciò che per ignoranza non vi fosse tolta la possessione, poi che così ve ne dovete adirare. — Appresso questa se ne cantarono più altre, e già essendo la notte presso che mezza, come al re piacque, tutti s’andarono a riposare.

E come il nuovo giorno apparve, levati, avendo già il siniscalco via ogni lor cosa mandata, dietro alla guida del discreto re verso Firenze si ritornarono. E i tre giovani, lasciate le sette donne in Santa Maria Novella, donde con loro partiti s’erano, da esse accommiatatisi, a loro altri piaceri attesero; ed esse, quando tempo lor parve, se ne tornarono alle loro case.

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011